Opinione scritta da cesare giardini

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Mag, 2019
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Caccia ad un maniaco vendicativo.

Kim Stone, la giovane detective della Black Country inglese dal passato difficile e tormentato, già protagonista di altri thriller dell’Autrice (“Urla nel silenzio” è il primo della fortunata serie) è in visita con la sua équipe ad un particolare istituto scientifico, la cosiddetta “fabbrica dei corpi”, dove sono studiate le modificazioni di cadaveri, donati alla scienza, esposti a differenti condizioni ambientali. In un campo vicino viene casualmente trovato, con il volto massacrato di botte e la bocca riempita di terra, il cadavere di una giovane donna. Dai registri delle persone scomparse e dalla denuncia dei genitori si risale alla sua identità. Ma non basta: un altro cadavere viene dissotterrato nei pressi ed una terza vittima, agonizzante ma ancora viva, è ritrovata in un prato vicino. La caccia al brutale assassino inizia, l’indagine è complessa ed è paragonabile ad un intricato puzzle in cui le varie tessere non combaciano mai e riservano una serie di sorprese che inducono a scavare nel passato ed a far riemergere episodi lontani di abusi emotivi e fisici subiti dai sospettati nell’infanzia. L’azione si fa incalzante intorno al 70° capitolo, il cerchio si stringe, le indagini guidate con tenacia dalla brava Kim Stone, anche lei in pericolo di vita, riescono a neutralizzare il maniaco ed a scoprire che non agiva da solo ma con un complice: l’individuazione di quest’ultimo, insospettabile fino in fondo, è un colpo di scena magistrale, tipico di molti thriller della Marsons. L’atmosfera del romanzo è cupa, l’azione si svolge per lo più in periferie desolate, l’oscurità e la pioggia sono quasi costanti: il tema dominante è quello della vendetta, una vendetta atroce, tardiva e sproporzionata, legata a traumi subiti nell’infanzia e architettata per anni nei minimi particolari. Perché, come fa dire l’Autrice alla detective capo Stone, purtroppo sono poche le infanzie perfette; neppure quella della sua eroina, che però aveva avuto la fortuna, contrariamente ad alcuni protagonisti del romanzo, di avere genitori adottivi amorevoli che “ le avevano mostrato cosa significava essere parte di una famiglia e l’avevano amata incondizionatamente”, nonostante il suo passato turbolento. Un messaggio di speranza, con il quale si chiude l’ultimo capitolo di un romanzo che, soprattutto nelle ultime concitate ed emozionanti fasi, non ha momenti di tregua ed è assolutamente coinvolgente.

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I thriller di Angela Marsons.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    14 Mag, 2019
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Colpevole o innocente ?

James Patterson si conferma, con questo ennesimo thriller, uno straordinario ideatore di storie poliziesche, in collaborazione con il suo numeroso ed eccellente staff, rappresentato questa volta dalla coautrice e quasi coetanea Maxine Paetro (lei è del ’46, lui del ’47), pubblicista, esperta di comunicazione e scrittrice validissima, che con Patterson elabora da anni le vicende del ciclo “Le donne del Club Omicidi”: una collana di grande successo, che con “La seduzione del male” arriva alla tredicesima uscita. Che dire di un romanzo che venderà sicuramente, come tutti i libri di Patterson, milioni di copie, confermando l’Autore come il più letto ( oltre che il più ricco) d’America? Pur non essendo al livello dei due thriller usciti in Italia nel 2018 (“Il cuore dell’assassino” della serie Alex Cross e “Il presidente è scomparso” scritto con Bill Clinton), il libro è un buon prodotto commerciale, scritto bene, con una sua tensione particolare ( sarà o non sarà colpevole il principale indiziato?) che si conclude con un colpo di scena ad effetto. Le donne del Club Omicidi si danno da fare, guidate dall’ infaticabile ispettore della polizia di San Francisco Lindsay Boxer : sono due le indagini, una, quella diciamo così di contorno, riguarda uno psicopatico che fugge da una clinica psichiatrica e, munito di una siringa contenente succinilcolina, uccide sconosciuti incontrati casualmente, l’altra, quella principale, indaga su un movimento terroristico che compie attentati incendiari per seminare panico e sovvertire l’ordine costituzionale. Si sospetta, dopo una spettacolare esplosione con decine di morti al Museo della Scienza di San Francisco, di un apparentemente innocuo professore di scienze: sarà lui il principale artefice del disastro? C’è qualche lungaggine, ad esempio nella parte seconda del romanzo, tutta incentrata sul processo a carico del presunto terrorista e tirata un po’ per le lunghe, e qualche soluzione finale un po’ affrettata per giungere ad una plausibile conclusione. Ma il lettore resterà comunque coinvolto dalla vicenda, sempre sul filo del rasoio tra una presunta innocenza ed una colpevolezza mai interamente dimostrata con prove inoppugnabili.

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I gialli di James Patterson, in particolare quelli della serie "Le donne del Club Omicidi".
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Mag, 2019
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Come si conduce un'indagine.

Un anziano maresciallo dei carabinieri alle soglie della pensione, Pietro Fenoglio, e un giovane studente, Giulio Crollalanza (il cognome, gli fa notare il maresciallo, è più o meno la traduzione di “ Shakespeare”) si incontrano in un centro fisioterapico per la riabilitazione dopo un intervento di protesi all’anca. Si instaura tra i due una bella amicizia, c’è una istintiva simpatia reciproca che va maturando tra un esercizio e l’altro, sotto la guida esperta di Bruna, fisioterapista cinquantenne di bella presenza, al cui fascino discreto (lo si intuirà alla fine del romanzo) il bravo Fenoglio non è del tutto indifferente. Il ragazzo è colto, intelligente, sensibile, disorientato di fronte alle scelte che la vita gli propone e coglie nel temporaneo rapporto con l’esperto e saggio maresciallo la grande opportunità di capire la qualità e l’importanza che possono avere i rapporti con il prossimo, la difficoltà di saper distinguere il vero dal falso, l’ambiguità delle certezze apparenti. Il maresciallo ha una lunghissima esperienza di indagini e ne racconta a Giulio alcune vissute in prima persona, a dimostrazione che molte volte le apparenze ingannano e che quello che appare certo non sempre lo è. Ed ecco che prendono vita nel racconto di Fenoglio due casi sorprendenti. Il primo capitato quando il maresciallo era ancora alle prime armi e si era avventurato, non convinto della colpevolezza di un presunto assassino di un medico, in un’indagine personale risolta con l’individuazione del vero colpevole; il secondo caso occorsogli anni dopo quando, non convinto appieno della colpevolezza di un giovane nel ferimento di una prostituta, aveva scoperto nel protettore il vero colpevole. Mai fermarsi, per comodità o indifferenza, alle apparenti certezze di una prima indagine superficiale, ma andare sempre a fondo, esaminando riscontri diversi con rigore e professionalità. Non sempre succede, afferma Fenoglio, perché si vuole subito un colpevole da assicurare alla giustizia e tranquillizzare così l’opinione pubblica, influenzata dai polizieschi in TV e dalla loro banalità. Gianrico Carofiglio, scrittore e magistrato, propone con il suo romanzo un vero e proprio trattato su come si dovrebbe svolgere un’indagine, esaminando con cura ogni prova, rifiutando certezze prefabbricate, confrontando testimonianze, nella consapevolezza che il mondo reale è popolato da buoni e da miserabili, in una penombra nella quale è spesso complicato fare luce.

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I libri di Carofiglio, specialmente quelli che riguardano le indagini del maresciallo Fenoglio (ad es. Una mutevole verità).
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Arte e Spettacolo
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Aprile, 2019
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Una recita ed una ricerca storico-letteraria memor

La casa editrice Sellerio ha pubblicato in una edizione speciale lo spettacolo teatrale recitato da un grande Andrea Camilleri al Teatro Greco di Siracusa in un’unica serata, l’11 giugno del 2018. Si tratta della “Conversazione su Tiresia”, scrittura e interpretazione di Camilleri, ripresa anche su RAI 1. Premesso che Andrea Camilleri è uno degli scrittori di cui ho letto pressoché tutte le opere ammirandone la grande saggezza e la coerenza delle idee, devo ammettere che ho sempre preferito i suoi libri nel particolare e originale dialetto da lui forgiato per la sua terra, dialetto straordinariamente efficace tramite il quale lo scrittore ci fa toccare con mano vicende (la serie del commissario Montalbano), problematiche e storie della sua amatissima Sicilia.
Ciò non toglie nulla alla bellezza, alla perfezione strutturale ed all’ironia insite in questa “Conversazione” su un personaggio, Tiresia, famoso indovino della mitologia greca, destinato da Zeus alla preveggenza ed alla possibilità di vivere per sette generazioni non consecutive quale ricompensa per essere stato reso cieco dalla dea Era, offesa da Tiresia in seguito ad una disputa tra la stessa e Zeus. Ecco che Camilleri, quasi cieco, si immedesima in Tiresia e percorre le tappe delle sue varie vite nel corso dei secoli, da persona a personaggio, citando storici e scrittori che lo hanno tenuto in vita: lo spirito antico e nel contempo attualissimo dei due personaggi aleggia, attraversando i secoli, per tutta la trattazione, rivelando una ricerca certosina di opere, citazioni, riferimenti bibliografici che fanno rivivere uno straordinario personaggio mitologico cieco e preveggente. La serie di autori o di personaggi per opera dei quali Tiresia rivive è lunghissima, in parte tratta, come afferma Camilleri in una Nota, dal volume di Emilia Di Rocco “Io Tiresia. Metamorfosi di un profeta” (Ed.Riuniti, 2005). Per non far torto a nessuno, voglio citarli tutti, a partire dai più antichi, Esiodo, Edipo re di Tebe, Sofocle, Ovidio nelle sue “Metamorfosi”, Orazio (da cui Tiresia si sente diffamato!), Giovenale, Stazio nella “Tebaide”, Seneca, Luciano di Samosata nei “Dialoghi delle cortigiane”, Clemente Alessandrino, Severino Boezio. E poi, proseguendo nel tempo, Dante che pone Tiresia nel girone dei fraudolenti dell’Inferno, Guido da Pisa, Ludovico Dolce, Scipione Ammirato, Poliziano, Pietro Aretino, Ugo Foscolo nel poema “Le Grazie”, Milton nel ”Paradiso perduto”. E ancora, per arrivare ai nostri tempi, Jorges Luis Borges, Hugo Von Hofmannstahl nella tragedia “Edipo e la Sfinge”, Guillaume Apollinaire, Francis Poulenc, Jean Cocteau, Virginia Woolf, Cesare Pavese nei ”Dialoghi con Leucò”, Dùrrenmatt, Ezra Pound nei “Cantos”, Eliot nel poemetto “La terra desolata”, Pasolini nel film “L’Edipo Re”, Primo Levi nel racconto “Tiresia”. Andrea Camilleri ha fatto da guida a Tiresia e lo ha aiutato a sorvolare, attraverso la memoria di tanti Grandi, secoli e secoli di storia: un’opera di ricerca letteraria meritoria, oltre che una memorabile, anche se unica, recita teatrale.

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Le opere di Andrea Camilleri in genere.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Aprile, 2019
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I "tempi nuovi" sono ancora lontani.

Ritorna Carlo Monterosso, autore televisivo di fama e investigatore per diletto, personaggio caro ad Alessandro Robecchi: questa volta, sempre collaborando con l’amico Oscar Falcone e con una poliziotta, la sovrintendente Agatina Cirielli, stanca della solita noiosa e spesso inconcludente routine del commissariato e decisa a mettersi in proprio, indaga su misteriosi e ingenti flussi di soldi (sono milioni di euro!) provenienti da attività illecite e consegnati tramite ignari e occasionali corrieri ad una organizzata banda di criminali che ricicla il denaro sporco e lo riconsegna “pulito” ai mittenti, trattenendo ovviamente una congrua percentuale. Tutto fila liscio come l’olio, finchè un ignaro corriere viene trovato assassinato: partono le indagini, quelle ufficiali dei poliziotti Carella e Ghezzi, ben noti a chi ha già letto i gialli della serie, e quelle parallele di Monterosso e Falcone, questa volta aiutati dalla nuova socia. L’indagine è però complicata dalla presenza di una affascinante avventuriera che si rivolgerà a Monterosso per ritrovare il compagno scomparso: da qui tutta una serie di sorprese che porteranno ad un colpo di scena finale sorprendente ma non del tutto inatteso (per un lettore smaliziato). Sullo sfondo una Milano d’oggi, con le sue mille attrattive, bella e scintillante in superficie, amara nel sottofondo, denso di attività illecite, di locali malavitosi ove corruzione e soprusi la fanno da padroni e dove scorrono fiumi di denaro inimmaginabili. Robecchi ci fa quasi toccare con mano questo mondo, con il suo stile scorrevole ed accattivante, ben conscio che, vi piaccia o no, questo è l’andazzo di una metropoli con i suoi incorreggibili vizi. Non mancano, oltre ai consueti protagonisti della serie, i ben noti comprimari: Katrina, la fedelissima domestica di Monterosso, con i suoi straordinari manicaretti, la signora Rosa, moglie di Ghezzi, la diabolica Flora de Pisis conduttrice del programma trash della TV Crazy Love, scene melodrammatiche costruite ad arte per smuovere i dati dell’Auditel. E poi ci sono i cosiddetti “tempi nuovi” del titolo: tempi nuovi per modo di dire, sembra ammiccare sornione l’autore, perché, citando Goethe “ lo spirito dei tempi è lo spirito degli uomini nei quali i tempi di rispecchiano, e questo è spesso così meschino!” (Faust). Infatti, in una vicenda parallela, i nostri investigatori tentano invano di incastrare un bullo che terrorizza una compagna di scuola: ma l’autore dei soprusi è figlio di un ben noto e autorevole professore, e la trasmissione televisiva che dovrebbe far luce sulle violenze subìte dalla ragazza viene, per ordini dall’alto, modificata.
Un giallo ben strutturato che rivela, se ce ne fosse ancora bisogno, l’abilità dell’autore nel cogliere lo spirito dei tempi e nel disegnare un mondo televisivo artefatto e diseducativo ed una Milano sotterranea malandrina. Ma “i tempi nuovi” sono ancora lontani …

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Gli altri gialli di Alessandro Robecchi.
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Classici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Aprile, 2019
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Un capolavoro della letteratura del Novecento.

“L’uomo senza qualità”, opera monumentale (poco meno di 2000 pagine), addirittura “mostruosa” secondo certa critica letteraria, è uno dei massimi capolavori del ‘900, rimasto incompiuto per la morte nel 1942 dell’autore, emigrato in Svizzera dopo l’annessione della sua patria, l’Austria, alla Germania di Hitler, e costretto a vivere gli ultimi anni in ristrettezze economiche, con il solo ausilio di sussidi da fondazioni e istituzioni, collaborazioni a giornali, aiuti da amici fidati. L’opera, che non ha una vera e propria trama, è piuttosto un vasto trattato storico-filosofico sulla prima metà del Novecento (siamo nel 1913), un’indagine profonda sul progressivo decadimento della società borghese dell’impero austro-ungarico alla vigilia della prima guerra mondiale. Il protagonista assoluto è Ulrich, un giovane ingegnere matematico austriaco colto, raffinato, che vive da benestante (in realtà mantenuto dal padre, senatore, personaggio austero e ben noto nell’alta società) in una Vienna grigia e indolente: c’è aria di rassegnazione, culturale e morale, in una società ricca di passato e poco incline a credere nel futuro. Ecco allora nascere un’idea che possa rivitalizzare e ridare slancio alla nazione: creare una sorta di alleanza patriottica ( definita “Azione parallela”, in analogia con una simile manifestazione nella vicina Prussia in onore dell’imperatore Guglielmo) per celebrare il 70° anniversario di ascesa al trono dell’ottantottenne imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe. I personaggi coinvolti, tra nobili, politici, militari, nobildonne sono tanti e proprio Ulrich svolge mansioni di segretario, tessendo una rete di collaborazioni e di intese, che, come si vedrà, non porterà a sbocchi significativi se non ad una generica e velleitaria conferenza per la pace. Varia è la tipologia dei personaggi con i quali Ulrich collabora: il suo mentore conte Leinsdorf (“Sua Signoria”), il miliardario prussiano dottor Arnheim coltissimo e potente, interessato allo sfruttamento di pozzi petroliferi in Galizia, il caposezione Tuzzi, l’ amico d’infanzia Walter, soggiogato dalla musica wagneriana, e sua moglie Clarissa, isterica e studiosa della umana follia, Leo Fischel, banchiere ebreo direttore della Loyd Bank e sua figlia Gerda, il generale Stumm von Bordwehr, militare quanto mai gioviale e socievole, ai quali si aggiungono le donne corteggiate da Ulrich, Bonadea, ninfomane e amante occasionale di Ulrich, la cugina Hermine detta Diotima, bella ed ingenua , moglie di Tuzzi e animatrice del progetto ( nel suo salotto si svolgono le riunioni del comitato). Infine compare la sorella Agathe, da anni quasi dimenticata, che avrà con Ulrich dopo anni di separazione un rapporto quasi mistico, cercando di creare con il fratello il cosiddetto “Regno Millenario”, tendente ad uno stato di perfezione assoluta dello spirito. L’imponente opera, di difficile lettura e di ancor più difficile comprensione, propone pagine e pagine di colloqui e riflessioni su temi allora attuali (nazionalismo, pangermanismo, positivismo, pacifismo e interventismo) e su argomenti più filosofici ancor oggi di attualità (il senso della vita, il significato dei sentimenti e dell’amore nelle sue varie sfaccettature, il significato della cultura e della civiltà, l’ideologia e la nascita delle idee, l’impatto della storia e l’evoluzione del mondo, i percorsi umani), con continui riferimenti bibliografici a poeti, filosofi, scrittori, scienziati del passato ( Kant, Nietzsche, Goethe, Bleuler) ed alle Sacre Scritture.
L’opera è incompiuta. Consta (nell’edizione Mondadori del 2015) di tre parti (pubblicate a partire dal 1932), cui si aggiungono 20 capitoli (bozze poi ritirate dall’autore nel 1937-38) e 6 ulteriori capitoli corretti, ai quali Musil lavorò dal 1940 al 1942 rielaborando parte dei precedenti 20 capitoli. Mentre la prima parte è una sorta di introduzione, una biografia di Ulrich riguardante i suoi studi ed alcune vicissitudini secondarie, la seconda parte dal titolo illuminante (“Niente di nuovo sotto il sole”) è tutta dedicata alle attività, con poco costrutto, del comitato per l’Alleanza patriottica. La terza parte (“Verso il Regno Millenario”) è tutta una meticolosa narrazione dell’incontro simbiotico di Ulrich con la sorella Agathe, del loro strettissimo rapporto e delle loro meditazioni, vagheggianti il sopra citato “Regno Millenario”. Quasi un presentimento della fine di un’epoca e di quella catastrofe immane che sarà la prima guerra mondiale.
In conclusione un pilastro della letteratura del Novecento. Difficoltà interpretative non mancano, lungaggini interminabili su argomenti apparentemente astrusi, volte a sviscerare i come e i perché di atteggiamenti e sentimenti: Ulrich è alla disperata ricerca di una verità assoluta, vuole capire, non si accontenta, non vuole essere “realista”, cioè operare “con chiarezza e dinamismo mondani”, ma, come la sorella, oscilla continuamente tra un nichilismo che sogna Dio e un attivismo impaziente e passionale senza sbocchi. L’incertezza di Ulrich ed i suoi dubbi fanno dell’Uomo senza qualità, come disse una volta Musil e come riporta Ingeborg Bachmann in una postfazione dell’edizione mondadoriana, “un’asserzione importante andata perduta”. Ecco, un’asserzione importante che invece “non dovrebbe andare perduta”.

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Le altre opere di Robert Musil e "La montagna incantata" di Thomas Mann.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Aprile, 2019
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Misteriosi incidenti al Km 123 dell'Aurelia.

Già il titolo, così breve e incisivo, sintetizza un luogo ben preciso che, in un giallo, fa presagire eventi delittuosi: è indubbiamente un colpo da maestro, e non meno magistrali sono i dieci capitoli che seguono, una raffica di eventi che vien voglia di leggere tutto d’un fiato, fino a quella conclusione sconcertante, che lascia un po’ d’amaro in bocca perché imprevista ed assolutamente imprevedibile. E’ una specie di sberleffo finale, che Camilleri butta lì come se volesse prendersi gioco di una Giustizia che indaga apparentemente con logica ferrea ma che, alla fine, viene beffata da chi delinque e, come spesso accade, la fa franca. Dunque, a questo benedetto Km 123 della via Aurelia verso Roma succede che una Panda viene speronata da un Suv e finisce in una scarpata, con lesioni varie all’occupante, noto imprenditore romano, e che, alcuni giorni dopo, lo stesso Suv viene ritrovato nella stessa scarpata con un cadavere a bordo, una giovane donna amante dell’imprenditore. Non è tutto: il marito di una carissima amica della defunta muore a Milano cadendo sui binari della metropolitana, forse spinto intenzionalmente. Attorno a questi tre casi, ruotano svariati personaggi, tutti legati da rapporti più o meno intimi, tutti con qualcosa da nascondere e quindi sospettabili. I capitoli del giallo sono una sintesi succosa e stringente dei loro rapporti: discorsi diretti, sms, telefonate, mail, rapporti del Commissariato di Polizia di Roma, cronache giornalistiche, si sospetta di tutti e più o meno tutti hanno motivi per essere sospettati. La Polizia sembra avere in mano le prove conclusive dei supposti delitti, ma il dirigente del Commissariato, che non vede l’ora di chiudere le indagini etichettandoli come suicidi o incidenti, viene in via confidenziale invitato da un ispettore più scrupoloso a riaprire le indagini stesse e seguire altre piste: ambedue, ahimè, sbagliano, ed una telefonata spiazzante alla fine del giallo rivelerà finalmente i veri colpevoli.
Andrea Camilleri conferma ancora una volta la sua straordinaria abilità nel confezionare un giallo che coinvolge e stupisce, un giallo ben diverso, come linguaggio, personaggi e ambientazioni, dalla fortunata serie del Commissario Montalbano.
Alla fine del romanzo è riportato l’intervento di Camilleri ad un Convegno su “Scrittori e critici a confronto” (Università degli Studi di Roma, 2003). L’autore, oltre a spiegare come è nato il colore “giallo” ad indicare i romanzi polizieschi ( la collana dei famosi Gialli Mondadori), traccia la storia del genere in questione, iniziando dagli autori più famosi a livello internazionale ed arrivando al “giallo” italiano e ad autori dei nostri tempi che, finalmente e con un certo coraggio, non ambientano più le loro storie in terra straniera, ma in Italia: vedi lo stesso Camilleri, Scerbanenco, Fruttero e Lucentini, Lucarelli, Carlotto per citare i più noti, che hanno il merito di aver sdoganato il romanzo “giallo”, inserendolo nel contesto della vera e propria letteratura.

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I gialli più recenti della letteratura italiana.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Marzo, 2019
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Le vicende di un toro guercio e sfortunato.

E’ il 4 luglio del 1928: in una frazione di Bellano arriva, su un autocarro modificato per trasporto bestiame, un toro di nome Benito. Il bestione, pur senza corna e guercio, è noto nel circondario per la sua focosità ed è atteso con impazienza da una coppia di contadini della zona che lo noleggerà per la monta delle vacche: si prevedono grossi affari, gireranno un bel po’ di soldi. Ecco però l’imprevisto: grazie a maliziose manovre di due zitelle quarantenni, curiosamente eccitate, Benito riesce a fuggire dalla stalla in cui è stato rinchiuso, vagando innocuo per la campagna e gettando nello sconforto quanti erano in attesa delle sue prestazioni. Questo l’inizio e il succo della nuova storia bellanese di Andrea Vitali, che, con il consueto stile sobrio e ironico, ci presenta una serie di personaggi, tutti godibili, dal maresciallo dei carabinieri Maccadò con i suoi fidi ai militi della locale sezione del fascio. Tra questi due estremi, in sorda rivalità tra loro, tutta una sfilza di macchiette che intervengono nella vicenda a tempo debito: un giornalista succube dei padroni politici del momento, un primario chirurgo che vorrebbe nobilitarsi agli occhi dei colleghi con interventi non alla sua portata, una suora dalla voce cavernosa che se ne intende di armi, calibri e proiettili, un portantino scansafatiche e opportunista del locale ospedale, un singolare montanaro con la fama di guaritore, con bacche, radici ed erbe, indifferentemente di uomini e animali, e tutta una serie di comprimari che ruotano a titolo vario attorno alla vicenda del povero (si capirà alla fine perché) Benito. La cattura del toro, con la scusa della sua supposta pericolosità, ad opera di un gruppo di boriosi militi fascisti, si ritorcerà sugli stessi: per i danni fatti saranno messi alla gogna e dovranno sborsare una cifra salatissima ai proprietari della bestia. Tutto merito del maresciallo Maccadò, che, oltre a diventare padre (toccanti gli intermezzi con la moglie Maristella ricoverata in ospedale in dolce attesa), guiderà le indagini sulle vicende del toro Benito scoprendo loschi intrighi…
Andrea Vitali dà un’ulteriore prova della sua vitalità e della profonda conoscenza dei luoghi in cui è nato e dei suoi compaesani. Ammirevole l’ inesauribile fantasia nel raccontare sempre storie nuove, anche se, a volte, si notano cali di tensione, qui più evidenti che in altri romanzi.

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Gli altri romanzi di Andrea Vitali.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Febbraio, 2019
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Una pietra miliare nella letteratura del Novecento

Con la “Recherche” proustiana, l’”Ulisse” di Joyce e “L’uomo senza qualità” di Musil , ritengo, ovviamente a mio giudizio, che “La montagna incantata” di Thomas Mann sia uno dei capolavori letterari della prima metà del Novecento, un’opera che, sia pure giudicata “ermetica”dal suo autore (in una conferenza agli studenti dell’Università di Princeton, 1939, riportata integralmente in appendice), cioè oscura, incomprensibile ad una prima lettura, rappresenta, come afferma il traduttore e germanista insigne Ervino Pocar, un ritratto grandioso e insuperabile della civiltà occidentale dei primi decenni del secolo scorso, una fusione mirabile tra prosa e poesia. Mann stesso, meravigliandosi del successo del romanzo, non era forse pienamente cosciente della grandezza dell’opera, consigliando (sempre nella sopracitata conferenza) a chi, nonostante le difficoltà incontrate in una prima lettura, fosse arrivato in fondo, di rileggere il tutto una seconda volta: solo allora certe asperità si sarebbero appianate, personaggi e situazioni avrebbero rivelato tutta la loro poetica grandezza. Il romanzo, concepito tra il 1912 e il 1924, narra, come è noto, le vicende di un giovane ingegnere di Amburgo, Hans Castorp, che si reca a visitare il cugino Joachim ricoverato nel sanatorio Berghof di Davos, cantone svizzero dei Grigioni; un soggiorno di poche settimane si tramuterà, per la scoperta di un focolaio polmonare, in un soggiorno di sette anni, durante i quali il giovane Hans vivrà situazioni e incontrerà personaggi che segneranno per sempre il suo carattere e la sua vita. Mann conosceva bene il nosocomio per un breve ricovero nel 1912 della moglie Maria, in seguito guarita: ambientando la storia nello stesso luogo, riesce a trasformarlo in un luogo della memoria e, per il giovane “eroe” della storia, in un luogo surreale, quasi al di fuori del tempo e dello spazio, sospeso in un paesaggio da sogno, tra pendii innevati e borghi di montagna lontanissimi dalla pianura, da “laggiù”, dove si fatica e dove la vita di ogni giorno scorre monotona, indifferente agli incanti di “lassù”. E il giovane Hans impara a vivere nuove esperienze ed a confrontarsi con il prossimo. Parteciperà, sempre più coinvolto, a dibattiti ideologici tra il progressista e rivoluzionario Luigi Settembrini (il nome ricorda quello dell’omonimo patriota e letterato italiano) e il conservatore ebreo Leo Naphta, ex gesuita cinico e sostenitore delle pene corporali, soffrirà per la morte del cugino Joachim consunto dalla tisi, proverà le prime pene d’amore per Madame Chauchat, una bella sinuosa Chirghisa dagli occhi a mandorla, cercherà di apprendere nozioni di anatomia e fisiologia, si appassionerà di botanica, gestirà serate musicali per i ricoverati ascoltando brani di musica lirica e canzoni popolari, arbitrerà addirittura un duello alla pistola finito tragicamente, si lascerà trascinare in sedute spiritiche… I lunghi anni al sanatorio saranno una scuola di vita: non solo opportune terapie sotto la capace guida di un singolare primario e del suo aiuto, ma anche cene e pranzo luculliani e continui, cordiali rapporti con gli altri ricoverati, una congerie di personaggi rappresentanti una società in evoluzione e complessa, con le più disparate etnie e condizioni sociali (basti pensare alla distinzione, nella distribuzione dei posti a tavola, tra “russi incolti” e “russi ammodo”).
La lettura non è agevole e richiede pazienza e attenzione, anche per la traduzione efficace ma un po’ datata di Ervino Pocar. Intere pagine sono dedicate a riflessioni sul tempo (il tempo del racconto, il tempo della vita, il tempo della musica…) e sulla percezione soggettiva del suo trascorrere, sullo spazio, sul significato della vita e della morte, sulla materia, dagli atomi infinitamente piccoli alla grandiosità dell’universo… Per non citare le complesse e snervanti diatribe tra i due intellettuali già citati, l’illuminista italiano Settembrini e il gesuita Naphta, romantico e decadente, ai quali si aggiungerà nell’ultima parte del romanzo l’olandese di Giava Pieter Peeperkorn, dotato di grande “personalità”, come lo definisce Mann, estroverso e irrazionale. Veri brani di grande letteratura le descrizioni paesaggistiche, nel mutare delle stagioni, ed il racconto mirabile della prima uscita di Castorp con gli sci sui pendii innevati, ove verrà colto da una tormenta che lo costringerà a ripararsi presso un capanno: durante la sosta, colto dal sonno, avrà la visione di una assolata riviera marina con giovani figure danzanti, di templi e rovine antiche, di una spelonca ove una strega solleverà le mani lorde di sangue da un sacrificio umano… Immagini oniriche sospese tra sogno e realtà, un unicum visionario, un compendio di vita e di morte che solo lassù, nella “montagna incantata” e nella sua ambientazione rarefatta e surreale può aiutare il giovane Castorp a trovare una sua via per capire e rientrare nella vita della pianura. Ed il nostro “eroe” verrà finalmente dimesso e si ritroverà sì in pianura, ma con una divisa addosso, a lottare per la sopravvivenza nel fango e tra le macerie della prima Grande Guerra Mondiale. Ma Thomas Mann conclude con un messaggio di speranza, la stessa che traspare nei continui apprendimenti di Hans Castorp nell’asettico isolamento di Davos: come è nato per il nostro “pupillo” un sogno d’amore nel sanatorio ove le miserie umane e lo spettro della morte aleggiano, così dalla “mondiale sagra della morte” in cui si dibatte il soldato Castorp potrebbe forse sorgere un giorno l’amore.
Queste sono le impressioni di una prima lettura del romanzo. Ma, come suggerisce l’autore, va sicuramente letto una seconda volta.

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Altri romanzi di Thomas Mann, soprattutto "I Buddenbrook".
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Scienza e tecnica
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Febbraio, 2019
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Un grande risponde a grandi domande.

Stephen Hawking, astrofisico geniale e di fama mondiale nonché eccellente divulgatore, è mancato il 14 marzo del 2018 e ci ha lasciato in questo prezioso volume, pubblicato in Italia per Rizzoli da Mondadori Libri una serie di risposte alle cosiddette “grandi domande” che l’uomo dei nostri tempi si pone. Sono risposte meditate, che l’illustre scienziato raccoglieva man mano nel suo archivio personale quando veniva interrogato da personaggi illustri sui grandi temi inerenti la vita, l’universo, il futuro. Gli argomenti trattati infatti interessano la vita nella sua globalità (possibilità dell’esistenza di un Dio, modalità dell’inizio di tutto, esistenza di altre forme di vita intelligente), l’universo nel quale viviamo ( cosa c’è dentro un buco nero, i viaggi nel tempo), il futuro (predizione del futuro, sopravvivenza nel futuro, colonizzazione dello spazio, possibilità che in futuro la nostra intelligenza venga surclassata da quella artificiale). Sono argomenti che ovviamente coinvolgono e fanno discutere gli scienziati, ma che dovrebbero interessare anche chi ha a cuore il destino della specie cui appartiene o dimostra almeno un po’ di curiosità per le sorti dell’umanità in un futuro che potrebbe anche essere non lontanissimo. Non ci si spaventi di fronte al nome altisonante dell’autore ed agli argomenti trattati: Hawking scrive in modo chiaro e comprensibile, anche per i non addetti ai lavori, e tratta i temi esposti nei vari capitoli con una scrittura piacevole, senza paroloni o termini troppo specialistici, talora con una vena ironica che sorprende e che conferma la sua grande ed affermata vena di divulgatore. Interessante la risposta dell’autore sulla possibilità che esista un Dio: pur coerente con il suo convinto ateismo, Hawking sembra aprire uno spiraglio al mistero considerando che il pensiero scientifico non può evidentemente spiegare tutta la realtà nel suo complesso e che il disegno globale del mondo lascia stupiti e incapaci di comprenderlo appieno data anche la brevità della vita. Altro argomento affascinante affrontato dall’autore è quello del destino della razza umana nei prossimi mille anni: catastrofi ambientali o eventi nucleari costringeranno nuove razze di esseri autoreferenziali a migliorare progressivamente sé stessi ed a colonizzare altri pianeti. ”Ricordatevi” termina l’autore “di guardare in alto verso le stelle e non i vostri piedi. Cercate di capire quello che vedete e interrogatevi sulle ragioni per cui l’universo esiste…. Liberate la vostra immaginazione. Plasmate il futuro”.

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Altri saggi di Stephen Hawking.
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Arte e Spettacolo
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Febbraio, 2019
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Incertezze e intoppi della vita quotidiana.

Disperatamente Luciana Littizzetto va alla ricerca delle Picicì ( le Piccole Cose Certe) ma quasi in ogni momento della giornata si imbatte in cose che non funzionano, o funzionano male o addirittura pare che tutto congiuri per farle funzionare male. Eppure, sembra aggiungere la brava Luciana, ci vorrebbe così poco per metterle in sesto e non fare impazzire chi quotidianamente le usa… Ed ecco, uno dopo l’altro, una serie di capitoletti nei quali, con prosa leggera e ironica, l’autrice dichiara apertamente la sua (giusta) ribellione di fronte a tante piccole avversità della vita. Il libro si può leggere spulciando qua e là, senza un ordine preciso, anche se l’autrice ha diviso le sue osservazioni in tre parti: quelle in cui “non ci sto dentro”, quelle in cui “non ci sto fuori” e infine quelle in cui “non ci sto proprio”. Chi di voi, per esempio, non si è mai cimentato con la linguetta per aprire le scatolette di tonno, o non ha mai perso il telecomando negli anfratti di un divano, oppure non ha mai cercato i famosi “adattatori”, sempre diversi l’uno dall’altro, per far funzionare un apparecchio? E vogliamo dire due parole sulle complicate (e non sempre trasparenti!) raccolte punti dei supermercati, o sui cartelloni stradali che spariscono nei momenti topici, o sui trucchi infantili per impossessarsi dei braccioli delle poltrone al cinema? Per non parlare dell’incomprensibile scrittura dei medici, delle attese ai centralini degli ospedali o delle asfissianti pubblicità dei divani, poltrone e sofà… Esilaranti sono poi le elencazioni di cognomi assurdi o poco abbinabili a certi nomi, o di paesi e strade dai nomi strani o peggio… Insomma una specie di vademecum sulla vita di ogni giorno e sui suoi piccoli o grandi inciampi, una divertente passeggiata tra le piccole cose lontane dal buon senso comune e dalla logica. Ma la Littizzetto non trascura neppure argomenti seri, sui quali dice opportunamente la sua, come ad esempio il problema complesso delle adozioni, la disuguaglianza degli stipendi delle donne, l’imbecillità dei piromani…
Lo stile è colloquiale, fluido, piacevole: da non perdere, all’inizio del libro, la sua originale autobiografia, e la sua intenzione di fondare un nuovo partito (quello delle Picicì, le Piccole Cose Certe), che “promettesse di risolvere minuzie che intossicano giorno dopo giorno il nostro tran tran abituale”: la solerte Luciana si propone ovviamente come segretaria generale.

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Gli altri libri di Luciana Littizzetto
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    31 Gennaio, 2019
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Il sequestro della famiglia di Alex Cross.

A mio parere questo è forse uno dei migliori romanzi di James Patterson, un romanzo che ti conquista fin dalle prime pagine e ti tiene sul filo della suspense fino all’ultimo capitolo. L’autore e la sua agguerrita équipe hanno saputo creare una storia ben congegnata, distribuendo emozioni e colpi di scena in un crescendo che tiene avvinto il lettore fino al pirotecnico finale. Saranno forse gli stimoli derivati dalla collaborazione con Bill Clinton nel romanzo ”Il presidente è scomparso” édito nel 2018, fatto sta che Patterson ha acquisito un nuovo modo di narrare, uno stile più incisivo, fluido, un suggestivo montaggio degli eventi che non si era riscontrato in tanti pur piacevoli thriller degli anni scorsi, più commerciali e con storie talora banali e prive di mordente. In questo giallo è di scena ancora una volta Alex Cross, il poliziotto afroamericano di Washington, due metri e novantasette chili di stazza, compreso un cuore grande così e tanti buoni sentimenti. La storia è singolare, proponendo come filo conduttore del romanzo un tema, sostenuto da un mostruoso e fanatico serial killer come verità assoluta, che un assassino abituale resta tale e non potrà mai redimersi, mentre un poliziotto, pur onesto e dotato di ogni virtù, può invece rinnegare il suo passato se costretto da ricatti o da scelte vitali. Per avvalorare le assurde convinzioni del killer, l’intera famiglia, moglie, figli e nonna, di Alex Cross viene sequestrata: sarà disposto il bravo poliziotto a compiere delitti del tutto gratuiti e insensati, trasformandosi così in un mostro, pur di vedere i suoi cari liberi? Ha inizio così una ricerca disperata e costellata da numerosi imprevisti: Alex Cross insegue il killer, vagando da un luogo all’altro, ingannato da falsi ritrovamenti e continui depistaggi, sempre animato dall’incrollabile speranza di ritrovare i suoi cari ancora vivi. Anche se la conclusione appare un po’ affrettata e sbrigativa, la tensione emotiva è sempre alle stelle, ed è difficile staccarsi dal romanzo, un capitolo sembra invitare ad iniziare il successivo per vivere, quasi all’unisono con il poliziotto, la sua terribile avventura ed i tormenti orribili riservati dal maniaco non solo alla famiglia prigioniera, ma anche a certi suoi stretti collaboratori… Ho dato il massimo voto, sia per lo stile che per il contenuto e la piacevolezza: penso che sia ben meritato.

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Gli altri gialli di James Patterson
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Gennaio, 2019
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Joona Linna a caccia di un killer pscicopatico.

I coniugi Alexander e Alexandra Ahndoril (Lars Kepler è uno pseudonimo), dopo lo strepitoso successo del romanzo “L’ipnotista” ( 2009) che ha dato inizio alla serie del commissario Joona Linna, superando nelle librerie la famosa trilogia di Larsson, non si sono più fermati: ecco allora, edito sempre da Longanesi, “Lazarus”, una vicenda che più cupa e claustrofobica non si può. Le atmosfere non cambiano, i delitti più agghiaccianti si susseguono, con orrido contorno di teste maciullate, arti spezzati, ladri di cadaveri e tombe profanate, sangue a profusione, bare nascoste sotto i pavimenti, il tutto in ambienti gelidi, nevischio che annebbia la vista, periferie semideserte, case diroccate, capannoni industriali abbandonati e con indecifrabili segni di vita… In sintesi, c’è un serial killer, Jurek Walter, uno dei peggiori della storia europea, già dato per morto in uno scontro a fuoco con la polizia, che riesce miracolosamente a salvarsi giurando vendetta contro il commissario Joona Linna e tutta la sua famiglia. Il criminale, che si fa aiutare nelle attività criminose da un folle e violento psicopatico, Castoro, ha un’abilità mostruosa nel nascondersi ed attirare i poliziotti in complicati tranelli, precedendo quasi sempre le mosse degli investigatori. La caccia è lunga e complessa (il romanzo va oltre le 500 pagine), i capitoli si susseguono con vicende che tolgono il fiato: gli autori sono abilissimi nel creare suspense, con suggestioni al buio che inesorabilmente impongono di continuare la lettura: passi che si avvicinano, rumori sospetti alla porta, grida soffocate, tende che cigolano, tutto un preludio a colpi di scena terrificanti… Il criminale, nella sua follia distruttrice, vuole annientare il commissario, fisicamente e psicologicamente: ovviamente non ci riesce, ma ad un prezzo altissimo. Il finale infatti è poco consolatorio: Joona Linna ha la meglio, ma lascia sul terreno amici e colleghi di lavoro, sconfitti dal diabolico killer. E’ un finale desolato e cupo, tipico di molte saghe scandinave: anche perché Castoro, il socio di Jurek Walter, è vivo, e, nell’ultimo capitolo, sorseggia indisturbato vodka Finlandia in un piccolo bar a Stoccolma, lungo Raoul Wallenbergs Torg… Non può essere che il preludio di una nuova indagine di Joona Linna. Gli autori sono abilissimi nel creare situazioni al limite delle umane capacità di sofferenza: anche quando i “buoni” hanno il sopravvento, non hanno di che gioire, il male è sempre incombente, pronto a riaccendere un ideale duello, nel quale anche quelli dalla parte giusta subiscono dolorose perdite. Il giallo in sé è avvincente, anche se qualche forzatura rende alcuni passaggi inattendibili. Ma lo stile è asciutto, senza inutili fronzoli, l’azione è sempre serrata, l’attenzione del lettore è tenuta in ogni capitolo vigile e curiosa. E per un giallo che si rispetti è tutto.

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I romanzi di Lars Kepler sulle indagini del commissario Joona Linna.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Gennaio, 2019
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Un finale incandescente riscatta il romanzo.

Un brillante ufficiale dell’esercito americano, ricco proprietario di piantagioni di cotone, pluridecorato al valor militare, dato per disperso nella seconda guerra mondiale dopo mesi di guerriglia nella giungla filippina, riesce miracolosamente a salvarsi ed a rientrare in patria dai suoi cari. Quali sono i motivi che lo spingono, poco dopo il rientro, ad un’azione per lui doverosa, ma sconcertante ed inspiegabile, quella cioè di uccidere con calcolata premeditazione il pastore metodista della sua chiesa? Questo il tema principale dell’ultimo thriller di John Grisham. Non è veramente un giallo né, se vogliamo, un vero e proprio legal-thriller, anche se tutta la prima parte del libro si occupa dettagliatamente del delitto, del relativo processo e della conseguente condanna a morte del colpevole per omicidio premeditato, e la terza parte di tutte le questioni legali e relative schermaglie tra avvocati riguardanti il risarcimento della famiglia del pastore assassinato, parte lesa. E’ piuttosto la lunga storia della famiglia (moglie, figli, sorella) di un uomo fondamentalmente probo, tutto dedito prima al lavoro nell’azienda rurale ed ai suoi cari, poi, richiamato alle armi nella seconda guerra mondiale, valoroso combattente nel Pacifico, vittima di indicibili sofferenze in un campo di prigionia giapponese, eroico guerrigliero nella giungla filippina. La seconda parte del romanzo è in effetti un vero manuale sugli scontri tra le truppe americane e giapponesi negli anni ‘40 a partire dall’attacco a Pearl Harbour ( l’autore ha attinto da una estesa bibliografia riportata alla fine del libro), eventi descritti con particolari agghiaccianti e con un ritmo narrativo incalzante e suggestivo. E’questa seconda parte, a mio giudizio, la migliore del romanzo: una cronaca di guerra che toglie il respiro, e che rende le altre due parti (il processo ed il risarcimento danni) piuttosto monotone e prolisse. A parte l’ultimo capitolo, nel quale viene svelato finalmente il motivo dell’inspiegabile delitto: ma, attenzione, non è il solito colpo di scena che ci si potrebbe attendere leggendo attentamente le vicissitudini del romanzo, ma una rivelazione assolutamente inattesa, che getta un’ombra cupa su altri personaggi…. Un finale incandescente, che conferma le grandi qualità di scrittore di John Grisham e la sua straordinaria abilità nel tenere avvinti i lettori.

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Gli altri romanzi di John Grisham.
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Romanzi autobiografici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Gennaio, 2019
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Bernard il fratello, Bartleby lo scrivano.

L’ultimo libro di Daniel Pennac vuole essere soprattutto un commovente ricordo dell’amatissimo fratello Bernard, più anziano di 5 anni, deceduto dopo un intervento chirurgico mal riuscito. Nel fratello Pennac vede una straordinaria somiglianza con Bartleby, impiegato in uno studio notarile newyorkese e personaggio protagonista del racconto di Herman Melville (“Bartleby lo scrivano”), considerato con il suo ossessionante e pacato “Preferisco di no” (“I would prefer not to”) una sorta di emblema o addirittura di eroe della resistenza passiva di fronte ad ordini banali od utilitaristici. Siamo nella Wall Street dell’Ottocento, e l’idea di Melville apparve quanto mai originale, tanto da indurre la critica a ritenerlo un precursore dell’esistenzialismo e della letteratura dell’assurdo. La vicinanza caratteriale tra Bernard e l’umile scrivano/copista Bartleby induce Pennac a mettere in scena, recitando la parte del notaio, il racconto di Melville, alternando capitoli in cui l’autore legge parti salienti del racconto a capitoli in cui analizza le reazioni degli spettatori e soprattutto ricorda lucidamente, con affetto ed ironia, episodi della vita del fratello, le sue reazioni, il suo modo di affrontare le realtà della vita, la sua rassegnazione di fronte all’inutilità di reazioni fuorvianti. Traspare dal libro di Pennac la profonda stima per il fratello, l’ammirazione per la sua singolarità, per la serenità e la pacatezza dei giudizi, per il suo affetto incondizionato. Accostandolo allo straordinario personaggio di Melville, Pennac coglie in entrambi un’affinità che li rende unici, estranei alle condizionanti vicissitudini di tutti i giorni, quasi imploranti, pur in umiltà e silenzio, di lasciarli vivere come vorrebbero, timorosi di alterare una loro conquistata entropia. E Pennac sottolinea come il mondo sia stato crudele con entrambi: il fratello morto in ospedale a seguito di un banale intervento eseguito da un giovane maldestro chirurgo, Bartleby lo scrivano rinchiuso in carcere per occupazione indebita dello studio notarile e ritrovato morto in un angolo di un cortile per rifiuto sistematico del cibo. Pennac è stato sempre uno dei miei autori preferiti, ma questa volta trovo veramente straordinaria la sua abilità nel raccontarci le storie parallele di Bernard e Bartleby: l’affetto sincero e tenero maturato negli anni per il fratello maggiore e la simpatia per il personaggio di Melville non lo esimono alla fine del libro di chiedersi CHI fossero in definitiva i due, quali personalità avessero e quali motivazioni misteriose li spingessero a comportamenti così poco comuni. Una domanda senza risposte, o forse sì: basterebbe leggere attentamente gli ultimi tre capitoli del libro.
“Ah! Bartleby! Ah, umanità!”.


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Bartleby lo scrivano, di Herman Melville.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    30 Novembre, 2018
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Un romanzo tra sogno e realtà,

Ho scoperto solo in tarda età questo capolavoro della letteratura italiana, un classico che Bompiani ha pubblicato nella collana dei classici contemporanei qualche anno fa (2016). Il romanzo, che ha meritato il Premio Campiello, è stato dato alle stampe dall’Autore nel 1981 dopo una lunghissima e tormentata gestazione: iniziato nel 1950, scritto e riscritto più volte, ripreso dopo una lunga pausa nel 1971, ha visto finalmente la luce nel 1981, dopo un lungo periodo di limature, aggiunte, aggiustamenti minuziosi, ripensamenti, ed è diventato immediatamente un caso letterario. Come è noto, narra le vicende dell’alter ego dell’Autore, malato di tisi, ricoverato con altri militari, dopo un soggiorno a Sondalo ed a Scandiano, nel sanatorio della Rocca a Palermo dal quale uscirà nel 1946 ufficialmente guarito (forse l’unico), poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il giovane (l’Autore è nato a Comiso nel 1920) ha 25 anni, e racconta le sue esperienze nel nosocomio palermitano, con accenti ironici e disperati, convinto che la vita abbia molti punti oscuri e rari bagliori di speranza, e che la rassegnazione consapevole sia l’unica via d’uscita. E’ oltremodo arduo esprimere un giudizio su un capolavoro siffatto: non sai se parlare dei variopinti e singolari personaggi che popolano la storia, dal Grande Magro, il direttore medico, bizzarro e originale che morirà alla fine stroncato dalla cirrosi al cappellano del sanatorio, padre Vittorio dalla fede tormentata e vacillante, dal piccolo Adelmo messaggero di missive d’amore, ai compagni di sventura tutti segnati dal morbo, oppure del tipo di scrittura, unica e preziosa, che l’Autore definirà “archeologica, defunta, obbediente a un disegno di restaurazione signorile”. Ed è proprio la scrittura che incanta, riletta oggi, in un panorama letterario di banalità e di cosiddetti capolavori ripetitivi ed annoianti. Una scrittura non usuale per i lettori d’oggi, come sospesa tra sogno e realtà, a volte straziante a volta ironica, caratterizzata da parole classicheggianti, anche desuete, metafore, iperboli, riferimenti letterari antichi e moderni: ci si perde come in un magico e attraente labirinto, ove perdersi è incanto ed esperienza gratificante. Ed è con questa scrittura che si dipana la storia d’amore tra l’io narrante protagonista e Marta Levi, l’uno reduce di guerra in via di guarigione, alla ricerca disperata di sé stesso e di affetti dimenticati, l’altra con un tormentato passato di collaborazionista, tesa a giocarsi in un angoscioso susseguirsi di scontri/incontri l’ultima possibilità di una vita segnata ormai da un imminente esito fatale. Incombe la morte, palese o sottintesa, tema dominante tra malati inguaribili, rassegnazione e speranza di redenzione.
Il romanzo, in 17 capitoli, era corredato nelle primitive stesure da componimenti poetici (uno per capitolo), éditi poi in una successiva opera. Bompiani, al termine del romanzo, raccoglie in un’appendice queste poesie, assieme ad altre aggiunte dell’Autore: dediche riportate sulle lapidi dei personaggi, alla maniera dell’Antologia di Spoon River, delucidazioni a mò di “istruzioni per l’uso per chi ha le orecchie più semplici” sui riferimenti inseriti nel romanzo ( letterari, musicali), infine una guida sui temi trattati (morte, malattia, guarigione, olocausto …).
Un romanzo complesso da centellinare parola per parola, un grande autore classico (deceduto nel 1996) da inserire tra i maestri della letteratura contemporanea.

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Altre opere di Gesualdo Bufalino.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.3
Stile 
 
4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Novembre, 2018
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Delitti nel Diamond District di New York City.

Jeffery Deaver a quasi settant’anni pubblica il suo ennesimo giallo, una trama incalzante e sorprendente ove ancora una volta l’investigatore Lincoln Rhime e la sua assistente (e moglie) detective Amelia Sachs si fanno in quattro per scoprire l’autore ed i mandanti di inspiegabili delitti. L’ambiente è quello sofisticato e oscuro dei tagliatori di diamanti: il tutto inizia con un delitto nel Diamond District di New York, quartiere piuttosto vecchio e trasandato con gioiellerie dozzinali, ma dove risiedono ed operano anche artigiani che trattano magistralmente il prezioso minerale. Qui vengono trovati brutalmente assassinati, in un negozio, il proprietario, un anziano operatore del ramo, e due fidanzati casualmente presenti. Ha inizio una caccia all’uomo, le tracce non sono molte, un misterioso assicuratore si offre di dare una mano a Lincoln: la trama è complicata da esplosioni sotterranee ed incendi che simulano falsi terremoti e dal ritrovamento casuale di frammenti di kimberlite, una roccia ignea che contiene diamante e che, in seguito a eruzioni o movimenti tellurici, lo riporta dalla profondità della crosta terrestre in superficie. C’è un collegamento tra i delitti ed i sommovimenti terrestri newyorkesi ? Emerge forse una pista da seguire, può essere che compagnie diamantifere monopolizzanti il mercato (Russia, Sudafrica) vogliano impedire che vengano alla luce miniere di diamanti negli Stati Uniti. Lincoln e Amelia indagano in varie direzioni, soprattutto la Sachs che non esita a mettere a repentaglio la propria vita, quando rischia di finire travolta da un mare di fango o, peggio ancora, quando cade nelle mani dell’assassino e sta per essere brutalmente eliminata….
Ma ecco un colpo di scena: spunta un secondo assassino (mai fidarsi dei falsi collaboratori!), e la vicenda si fa sempre più emozionante. Sembra essere coinvolto infatti anche un losco trafficante messicano, a processo per una sparatoria con morti, che Lincoln riesce a smascherare. Finale a sorpresa: eliminati gli autori dei delitti, Lincoln Rhime viene contattato da un misterioso personaggio dalle abilità diaboliche (di cui non rivelerò il soprannome ma che i fan di Deaver conoscono bene) che invia, in lingua latina, oscuri messaggi di morte.
In conclusione, un giallo che emoziona con una trama narrativa che coinvolge un gran numero di personaggi e che non ha momenti di tregua. La storia ha, è vero, momenti drammatici un pò forzati, con soluzioni e strane coincidenze risolutrici che sfiorano l’inverosimile, ma tutto fa parte del gioco, soprattutto in un giallo che deve sorprendere per situazioni inattese e imprevedibili. Un dato positivo è la scomparsa delle famose tabelle riassuntive (e ripetitive) dei precedenti gialli di Deaver: portavano via inutilmente intere pagine, e dubito che fossero lette attentamente. Edificante è, nel contesto della vicenda poliziesca, la storia di una famiglia residente di immigrati indiani: il figlio, apprendista tagliatore di diamanti e testimone del delitto, è costretto a fuggire, nascondendosi di continuo. Alla fine sarà salvato da Amelia e riconsegnato ad un padre burbero che lo vuole “diamantaire”, ma che alla fine cederà al desiderio del figlio, immamorato di Michelangelo, di poter diventare scultore e di visitare Firenze. Deaver sembra sottolineare questa vicenda apparentemente secondaria nell’economia generale del thriller, tanto da introdurre il romanzo con le seguenti parole di Michelangelo:”Ho visto un angelo nel marmo e ho scolpito fino a liberarlo”.
Straripante infine il numero di collaboratori (la sua “squadra”) ai quali vanno i ringraziamenti dell’autore: ben trentasei, giustificati dalla complessità della storia narrata.

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I thriller di Jeffery Deaver.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Ottobre, 2018
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Ecco una nuova detective a Los Angeles: Renée Ball

Un nuovo personaggio irrompe nella scrittura poliziesca di Michael Connelly, una giovane detective, Renée Ballard, tosta quanto basta, decisa, testarda, emarginata dal gruppo della polizia di Los Angeles per aver rifiutato e denunciato le molestie di un superiore, il tenente Olivas. Fa i turni di notte con diligenza e tenta di indagare anche su reati che, una volta finiti i turni, non la riguarderebbero più. Ed eccola intromettersi e prendere iniziative soprattutto in due casi che costituiscono l’ossatura narrativa del giallo: le torture e il bestiale pestaggio subiti da un giovane prostituto da parte di un maniaco omicida ed una sparatoria in un locale di Hollywood nella quale perderanno la vita tre malavitosi e due dipendenti del bar. Nel primo caso Ballard metterà a repentaglio la propria vita, in una sequenza di capitoli avvincenti e colpi di scena magistrali; nel secondo, verranno alla luce intrighi inconfessabili e situazioni drammatiche coinvolgenti poliziotti disonesti. Anche la nostra indomita protagonista si troverà a dover fronteggiare accuse infondate, ma alla fine, grazie anche all’aiuto di un amico avvocato, dimostrerà la sua buona fede e verrà reintegrata nei normali turni di lavoro.
Il romanzo è ben costruito, anche se nelle schermaglie tra buoni e cattivi poliziotti (sono moltissimi, e quelli che sembrano buoni non sempre lo sono), prove balistiche, confessioni, pedinamenti e registrazioni può capitare di perdere il filo del racconto. Quella che alla fine emerge è la protagonista, la new entry nella giallistica di Connelly, la coraggiosa Renée Ballard, una figura ben caratterizzata, una garante della legge che non si arrende mai e non arretra, una, insomma, tutta d’un pezzo. E non crediate che sia insensibile a tutto: ha una nonna, Tutu, che adora, è padrona di un cane, Lola, con la quale trascorre il tempo libero in una tenda in riva all’oceano ed ama rilassarsi pagaiando su una tavola fino allo sfinimento. Sono convinto che l’autore preveda già di appaiarla al detective Harry Bosch, in un prossimo romanzo: sarebbe una gran bella coppia.

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I gialli di Michael Connelly e Jeffery Deaver.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    15 Ottobre, 2018
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Un maestro nel boom economico degli anni Sessanta.

Lucio Mastronardi, nato a Vigevano nel lontano 1930, mi ha sempre intrigato, per due motivi: primo perché è figlio della mia terra, della città dove sono nati i miei nonni e dove ho vissuto anni bellissimi, secondo perché non è riuscito ad avere quei riconoscimenti che avrebbe meritato e che, forse, gli sono stati tributati solo dopo la tragica scomparsa. Dopo anni ho riletto “Il maestro di Vigevano”, nell’edizione di Rizzoli del 1977 che comprende anche le altre sue due opere più importanti, “Il calzolaio di Vigevano” e “Il meridionale di Vigevano”, tutte pubblicate tra il 1962 e il 1964.
E’ la storia di un maestro elementare, Antonio Mombelli, e della particolare atmosfera in cui si trova a vivere, quella del boom economico del dopoguerra. A Vigevano l’industria calzaturiera impegna tutto e tutti; centinaia di aziende prosperano sfornando milioni di scarpe (oggi, ahimè, le aziende sono ridotte ad una quindicina e la crisi è palpabile: i cinesi vendono a bassi costi, si lavora per lo più per conto terzi), il povero Mombelli si arrangia con lezioni private, ma alla fine cede alle bizze di una moglie che sogna una vita migliore: si licenzia dalla scuola e con la liquidazione si lascia controvoglia tentare dal miraggio di facili guadagni iniziando una nuova attività come artigiano. Ma tutto sembra andargli storto: i tradimenti della moglie Ada, una brutta strada presa dal figlio Rino che finirà in riformatorio e infine la morte della moglie (gli confesserà anche che il figlio non è suo) lasceranno il poveretto solo e stordito, incapace di riprendersi e dare un senso ad una vita che tutto gli ha tolto. Troverà però il coraggio di riprendere il suo lavoro di maestro e di guardare al futuro con speranza perché, pensa, “ sono vivo, sono sveglio, respiro e guardo e sono qui, ancora qui, ancora qui” e, quasi con gioia, “ ne ho ancora tanta di vita”.
Mastronardi è figlio di una terra tosta, fatta di lavoro, di adattamenti, di speranze. Una terra dove la gente può sbagliare ma non si scoraggia, gente ostinata, caparbia, soprattutto nelle avversità. La sua scrittura riflette la sua indole: incisiva, immediata, un periodare che sembra elementare ma che nasconde saggezza ed autoironia. Grande l’interpretazione che Alberto Sordi ha dato del maestro nel film omonimo (1963) del regista Elio Petri. Tragica, come si sa, la fine dello scrittore: dopo periodi di instabilità mentale, litigi con un ferroviere, scontri con dirigenti scolastici, processi e un tentativo di suicidio, la scomparsa improvvisa dopo una passeggiata sulle rive del Ticino sulla cui riva venne ritrovato morto. Vale la pena di citare il necrologio che la sorella Letizia fece pubblicare sul “Corriere della sera”:
“Riposa finalmente in pace nella sua terra di Vigevano Lucio Mastronardi. Il suo spirito vive nel dialetto, nell’animo fiero delle donne di Vigevano, nei cieli del suo Ticino”.

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Le altre opere di Lucio Mastronardi
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Romanzi storici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Ottobre, 2018
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Un'originale figura di sindaco.

Siamo naturalmente a Bellano, teatro di tutti i cimenti letterari di Andrea Vitali che, in questo romanzo collocato negli anni dell’ultimo dopoguerra, racconta, da par suo e con la consueta verve ironica, la storia di un singolare personaggio. Non appartiene, come tanti protagonisti di altre opere, al popolino scanzonato che tira a campare tra beghe di paese e farseschi litigi familiari, ma ad un ceto che l’autore di solito trascura, quello dei notabili di paese, gente con un’infarinatura di cultura e con mansioni di responsabilità. Stranamente non si tratta del maresciallo dei carabinieri (questa volta proprio non entra a far parte del gioco, neppure marginalmente) né del prevosto di cui, se ben ricordo, non v’è traccia, ma del sindaco di Bellano, anzi del Sindacone: così viene chiamato Angelo Fumagalli, ragioniere e sindaco democristiano per acclamazione, personaggio che spicca nel racconto per caratteristiche fisiche e umane non comuni. E’ di bassa statura, pingue, addome prominente, gambe corte e piedi dissimili l’uno dall’altro; l’aspetto sgraziato è però bilanciato da un carattere gioviale e pacioso, da un cuore tenero e dall’abilità di reggere con sagacia e abilità le sorti del paese governato. La sua sfortuna è quella di avere una moglie, Ubalda, che lo comanda a bacchetta e che in seguito, divenuta completamente sorda a causa di un incidente, si isolerà sempre di più chiudendosi desolatamente in sé stessa . Il Sindacone troverà consolazione e affetto da una singolare figura di donna, tale Cesetti Perlina, costretta da vicissitudini della vita a campare con il mestiere più antico del mondo solo per una clientela generosa e selezionata: gli ultimi passi citati nel titolo sono quelli del Fumagalli che, in una serata invernale, lascerà le impronte sulla neve recandosi a casa dell’amica. Non svelerò il seguito, un susseguirsi concitato di eventi che coinvolgeranno gli assessori comunali, l’amica ospitale, la sua gemella Luisetta ed altri personaggi marginali, come sempre tratteggiati magistralmente.
Il romanzo non ha forse il brio di altre opere, il dialetto del posto è quasi assente, sembra che l’atmosfera risenta delle conseguenze della guerra finita da poco e che la vita normale stia poco a poco riprendendo con fatica i ritmi vivaci di sempre: si coglie però una nuova vena nello stile letterario dell’autore, una sorta di sottile e delicato romanticismo che ben si concretizza nella costruzione del personaggio principale, il Sindacone, una figura d’altri tempi, piedi storti e gambe corte ma dalla vita retta e dal cuore tenero.

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I romanzi di Andrea Vitali.
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Romanzi autobiografici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Settembre, 2018
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Una commovente lettera alla nipotina Matilda.

Andrea Camilleri, un grande della letteratura italiana contemporanea, ha più di novant’anni ed è lucidissimo pur avendo perso il dono della vista. Ha una nipotina di 4 anni, Matilda, alla quale vuole lasciare un ricordo del nonno sotto forma di lettera, che la piccola, da grande, potrà leggere, se vorrà, rivivendo passo dopo passo una vita lunghissima e cercando di capire quanto grande sia stato il nonno e quanto amore abbia voluto trasmetterle. Camilleri lascia alla nipote ed a noi lettori la sua biografia, la storia della sua vita, dai primi passi nella natìa Porto Empedocle (oggi anche Vigata) nei lontani anni Venti tormentati dalle insicurezze, dai disordini postbellici e dalla lenta ascesa dell’ideologia fascista sino ai successi professionali come regista teatrale e televisivo, alle amicizie importanti, all’affermazione come scrittore di romanzi sociali e della fortunata serie del Commissario Montalbano. Il ripudio del fascismo, l’iscrizione al Partito Comunista, l’attenzione sempre vigile per i più deboli e le classi meno fortunate, un rigore morale senza tentennamenti sono argomenti che Camilleri tratta con passione e sincerità: e poi il matrimonio, la nascita delle tre figlie, le benemerenze ed i riconoscimenti conseguiti sono raccontati come ulteriori tappe di una vita serena e, tutto sommato, fortunata.
Matilda leggerà, farà tesoro di quanto il nonno le ha trasmesso, magari idealmente vorrà rispondergli (“ora dimmi di te”), portavoce di quei giovani che Camilleri invita a cambiare il mondo, “sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole, e magari perchè no, cambiando la propria idea” perché “….sconfitta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole”.

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I romanzi di Andrea Camilleri.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    14 Settembre, 2018
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Caccia ad una favolosa eredità

Bel romanzo, l’ultimo pubblicato di Connelly, pieno di suspence, dominato dalla figura dell’amato detective Harry Bosch richiamato in servizio per una delicata e difficile missione. Un notissimo miliardario di Los Angeles, Whitney Vance, fondatore di un impero nel campo delle industrie militari, è divorato da un dubbio: quasi al termine della sua lunga vita vuole sapere se ha lasciato un erede al quale tramandare il suo immenso patrimonio. Da giovane infatti ha avuto una fugace relazione con una ragazza messicana, è nato un figlio poi scomparso nel nulla. Bosch inizia le ricerche, tra mille ostacoli e difficoltà: bisogna risalire a decenni prima, cercare testimoni, consultare archivi, il tutto in gran segreto per non destare sospetti in chi (e sono in tanti) sul favoloso patrimonio ha messo gli occhi. C’è anche un’indagine parallela alla vicenda principale, la caccia ad un serial killer che per poco non eliminerà una detective collaboratrice di Bosch. Ma la vicenda principale assorbe tutto l’acume investigativo del solerte Bosch, che si destreggia da par suo: neppure l’assassinio del vecchio miliardario lo fermerà, anzi gli darà nuova energia per scoprire il colpevole (gran colpo di scena) e finalmente trovare l’erede, anche se di generazioni successive. Non mancano rivalità e accuse nel campo del dipartimento di polizia, accenni alla guerra in Vietnam, sguardi sul mondo finanziario e sui poteri occulti: tante sono le annotazioni interessanti, che riflettono il pensiero del detective Bosch e di riflesso quello dell’autore stesso. Fra tutte, mi piace condividere il pensiero dell’autore sui problemi legati all’immigrazione, attuali e mai abbastanza compresi : “ I politici potevano parlare quanto volevano di costruire muri e promulgare leggi sempre più severe per il controllo dell’immigrazione, ma alla fine erano solo simboli …. E non potevano fermare le persone, proprio come i moli in pietra al porto non fermavano la marea. Niente poteva arginare la speranza e il desiderio.” (cap.20).

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I romanzi di Michael Connelly e Jeffery Deaver
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.8
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Agosto, 2018
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Da leggere con attenzione per non perdere il filo!

Joel Dicker è un giovane scrittore elvetico, nato nel 1985. E’ quindi poco più che trentenne ed ha già fornito ampie prove delle sue capacità: ne sono testimonianza quello che sino ad oggi è forse il suo capolavoro, “La verità sul caso Harry Quebert” del 2012, un best seller complesso ed enigmatico che ha rivelato il talento dell’autore ed ha rappresentato un vero e proprio caso letterario, e “Il libro dei Baltimore” del 2015, una saga familiare alla Thomas Mann forse meno coinvolgente del precedente ma con evidenti progressi stilistici. Ed ecco, pubblicato nel 2018, un terzo romanzo-fiume, un poliziesco a mio modo di vedere affascinante e raccontato nel modo giusto da un autore ormai smaliziato che tiene sulla corda, senza cedimenti e con un ottimo ritmo narrativo, i suoi affezionati lettori. Sono ben 700 pagine, che spaziano con continui sbalzi temporali dal 1994 (anno in cui è stato commesso un atroce delitto: hanno perso la vita l’intera famiglia del sindaco di Orphea e una ragazza che faceva jogging nelle vicinanze) ed il 2014 (anno in cui vengono a galla rivelazioni sensazionali, che portano ad una ripresa delle indagini). Il tutto accade a Orphea, una ridente cittadina immaginaria degli Hamptons, alle porte di New York: qui si organizza periodicamente un festival teatrale ed è proprio in occasione della manifestazione del ’94 che avviene il fattaccio. Il festival si ripete nel 2014 e, dopo una serie di eventi che costituiscono la trama del racconto tra i quali appunto la scomparsa della giornalista Stephanie Mailer, vi partecipano i principali indiziati dei delitti. La polizia (due sono gli investigatori, Jesse Rosenberg e Derek Scott, cui si aggiunge più tardi un terzo agente, Anna Kanner) brancola nel buio, i sospetti si concentrano su un gruppo di personaggi che avrebbero avuto interesse ad eliminare la famiglia del sindaco e svariati testimoni, vicini alla verità. L’intrigo è complicato e si deve all’abilità narrativa dell’autore se la tensione non viene mai meno. I capitoli si susseguono, spaziando dal 1994 al 2014, e via via sono i protagonisti che narrano in prima persona quello che è accaduto o che accade: tutti gli eventi sono abilmente concatenati, con particolari cui il lettore dovrà prestare molta attenzione per non perdere il filo. Attenzione messa a dura prova dalla lunghezza del romanzo, inusitata per un poliziesco. Da notare che nel racconto che fa da spina dorsale al romanzo, si possono individuare ed estrapolare almeno altri due filoni narrativi che potrebbero da soli formare la trama di altri due romanzi: la vicenda di Dakota Eden, una ragazza dall’adolescenza difficile che si riscatta riconquistando gli affetti familiari, e la storia drammatica di un tormentato rapporto adulterino tra il direttore di un importante giornale newyorkese, Steven Bergdorf, e la sua giovane ed avvenente impiegata, Alice, con esito truculento e finale surreale. A parte la prolissità sopra segnalata, una certa banalità nei dialoghi ed un finale a sorpresa forse troppo semplicistico (ad una conclusione dopo tanto scrivere si doveva pur arrivare!), il giallo di Joel Dicker è indubbiamente il risultato di un lavoro minuzioso e faticoso: nonostante l’imponente mole del libro, non ci si annoia a patto di prestare grande attenzione a quello che si legge e a non perdere (può capitare!) il filo del racconto.


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Gli altri romanzi di Joel Dicker.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Luglio, 2018
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Un'accoppiata di grande successo.

Due autori che metterebbero in soggezione qualsiasi opinionista: il primo, Bill Clinton, ex presidente americano, al suo primo romanzo, il secondo, James Patterson, lo scrittore di gialli più venduto al mondo. Devo dire che questa collaborazione senza precedenti e inaspettata funziona bene, un equilibrato e sapiente mix di due stili di scrittura diversi: da un lato Clinton che ci fa partecipi di eventi e di attività di personaggi istituzionali della Casa Bianca e della politica internazionale, con abbondanza di annotazioni e particolari curiosi e di osservazioni critiche, dall’altro Patterson, esperto giallista, che sembra occuparsi dei capitoli più brevi e concitati, ad alta tensione emotiva, ove prevale l’azione, ricca di colpi di scena, inseguimenti, sparatorie. La trama è presto detta. Un gruppo di prìncipi sauditi dissidenti trama per rovesciare il legittimo sovrano e spostare in suo favore gli equilibri mondiali: a tale scopo assolda, con i miliardari proventi del petrolio, alcuni terroristi Jihadisti esperti hackers per minare ed annientare con un sofisticato virus informatico i gangli più importanti della vita sociale, economica e militare americana. L’ora e il giorno dell’attentato cyberterroristico viene a conoscenza del presidente americano, Jonathan Lincoln Duncan, che, con vari accorgimenti abbandonerà la Casa Bianca sotto false spoglie, dando inizio ad un’avventurosa schermaglia con gli attentatori che si trascinerà per un centinaio di capitoli mozzafiato e si concluderà con successo, offuscato però da una sconcertante ed inattesa rivelazione. La mano di Clinton si avverte soprattutto nella prima parte del romanzo, quando il presidente Duncan (che narra in prima persona) indugia su vicende che ruotano attorno alla Casa Bianca: si allude ad un’indagine per impeachment, si tratteggiano i caratteri dei collaboratori, dai più fidati a quelli dal comportamento ambiguo, si raccontano vicende personali del presidente stesso, dalla morte dell’amatissima moglie Rachel e dall’amore per la figlia Lilli, al servizio militare di Duncan in Iraq, con la prigionia e le torture subite. Ne esce una figura presidenziale ( Duncan alter ego di Clinton) esaltata, leale verso il suo Paese e disposta anche al sacrificio della sua stessa vita. Non mancano giudizi, a volte stereotipati, su alcuni Grandi della Terra: il cancelliere tedesco dagli atteggiamenti militareschi, la presidente israeliana ed il feeling straordinario con Duncan, il primo ministro russo, infido e sospettato di collusione con il terrorismo jihadista. Nulla di nuovo, ma lo scrittore Clinton accentua forse volutamente i caratteri di alcuni suoi omologhi mondiali alludendo a vecchie, risapute e non dimenticate manovre politiche. Due annotazioni finali. Il presidente Duncan soffre di Trombocitopenia idiopatica, con livelli di piastrine bassissimi che necessitano di interventi farmacologici costanti, poco compatibili (e credibili) a mio giudizio con la sua attività frenetica e debilitante durante la scomparsa. L’annotazione positiva è che sembra già in allestimento una adattamento televisivo (rete americana ShowTime) del romanzo: non potrà essere che un grande successo.

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Gialli in genere, in particolare quelli di James Patterson.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    21 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Decadenza e fragilità di Salvo Montalbano.

C’è qualcosa che non funziona in questo ennesimo romanzo di Andrea Camilleri, fra l’altro uno dei miei autori preferiti: sarà lo stile non più fluido, un po’ farraginoso, con situazioni macchiettistiche stranote e ripetute, sarà la storia in sé, non facilmente comprensibile e con punti oscuri, sarà lo stesso protagonista, l’amatissimo commissario Salvo Montalbano, che finalmente rivela lati deboli e cadute di stile inimmaginabili solo qualche romanzo fa. Cominciamo dalla storia, che parte con due morti ammazzati (apparentemente!), uno dei quali è appunto il Catalanotti del titolo, un attore/regista teatrale singolare, ossessionato dalla rappresentazione realistica delle commedie messe in scena, provate e riprovate stressando gli attori anche fuori dal palcoscenico e mettendoli in condizioni di vivere lo spettacolo in condizioni estreme, con emozioni vere e il più possibile aderenti alla realtà della vicenda teatrale. L’assassino viene cercato tra gli attori della compagnia, e Montalbano, il suo vice Mimì Augello e il buon Fazio indagano, con vari colpi di scena e svariate piste da seguire, lasciando spazio anche ad altre storie concomitanti, di usura e di maltrattamenti familiari. Ma la vicenda che si intreccia con le indagini e che occupa pagine e pagine del romanzo è l’inatteso innamoramento (il classico colpo di fulmine) del nostro Montalbano, ormai disilluso dalla routine quotidiana e alle soglie della pensione, per una nuova affascinante collega della Scientifica, che collabora con lui e che, ai primi sguardi, gli fa perdere la testa: il poveretto non si dà pace, arrivando addirittura a rifarsi il guardaroba spendendo una fortuna in scarpe e vestiti, ed a mandare a quel paese la donna della sua vita, la pazientissima Livia, che dalla Liguria lo tempesta di telefonate chiedendo ragione dei suoi silenzi. Ma Antonia, la nuova fiamma, sembra considerare il nostro commissario solo un’infatuazione del momento: infatti, terminato il suo lavoro investigativo, non esita a chiedere il trasferimento piantandolo, ahimè, in asso. Sarà un vero addio? Il finale lascia infatti qualche dubbio, che presumibilmente verrà chiarito in un prossimo romanzo. A parte la vicenda sentimentale, Camilleri insiste nel proporci, di romanzo in romanzo, un commissario quasi bulimico, perennemente affamato: paste ‘ncasciate, caponatine, grigliate, melanzane alla parmigiana, fritture di pesce, ogni ben di dio preparato dalla fedele Adelina o divorato dall’amico oste Enzo finisce nel capace stomaco di Montalbano, annaffiato da vino in abbondanza e benedetto da intere napoletane di caffè. Per non parlare delle sigarette: ma qui forse Camilleri vuol farci capire che, come lui stesso ultranovantenne fumatore incallito, anche la sua creatura rappresenta un’eccezione, e che, come tutte le eccezioni, conferma delle regole. C’è però Livia, la donna di sempre, che, nel romanzo, suggerisce alcune norme dietetiche per Salvo: riuscirà a convincerlo e, soprattutto, a riconquistarlo? Aspettiamo …



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I romanzi di Camilleri con il commissario Montalbano.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Inizia una grande intesa tra Petra e Fermin.

E’ uno dei primi romanzi della Giménez-Bartlett, stampato nel 1996 : già prende forma e vigore quella grande intesa tra l’ispettore Petra Delicado e il suo pacioso vice, Fermin Garzòn, intesa inaspettata data la grande diversità del carattere dei due. Sembra che non siano fatti l’uno per l’altra, ma, piano piano, nel corso delle indagini fatte di frequentazioni assidue, giorni e nottate a dar la caccia a presunti o veri assassini, ecco che si scoprono l’uno complementare all’altra, tanto da non poter più fare a meno di collaborare. Petra è impulsiva e geniale, resa ruvida e solitaria da due matrimoni falliti, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, Garzòn è invece il classico poliziotto rassegnato, vedovo dopo un matrimonio poco appagante, metodico, riflessivo, pessimista di fondo ma animato da barlumi di speranza in un generico avvenire migliore. Li unisce, questo sì, l’amore per la giustizia, non disgiunto da quello per la buona tavola e per il buon vino. Il caso su cui lavorano riguarda una serie di violenze perpetrate su giovani donne indifese, marchiate alla fine con una strana corona di orologio a punte acuminate. L’indagine appare difficile, un presunto colpevole viene assassinato, si brancola nel buio: viene chiamato addirittura un altro investigatore per dare una mano ai due, un tipo che si affida alla tecnologia ed all’informatica, e che ovviamente non va a genio, come metodo di lavoro, a Petra e Fermin. I quali, con sagacia e buon senso, risolveranno il caso, scavando nei segreti nascosti e inconfessabili di un clan familiare. Il romanzo è abbastanza godibile, la trama poliziesca lascia grande spazio al rapporto di crescente simpatia tra Petra Delicado e il suo vice, rapporto fatto di reciproche confessioni, inviti a cena e addirittura, da parte di Petra, ad una recita dell’Aida al Teatro dell’Opera. Lodevole appare l’abilità della scrittrice nel fondere abilmente i due piani del racconto, quello dell’indagine investigativa e quello del singolare rapporto tra due anime apparentemente schive e solitarie.

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I romanzi di Alicia Giménez-Bartlett.
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4.5
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5.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Giugno, 2018
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Un lungo brillante monologo di un'anima tormentata

Pubblicato nel 1969 è il quarto libro di un grande Philip Roth, un colosso della letteratura americana (e pensare che neppure uno strameritato Nobel gli hanno dato !) e si caratterizza per la struttura inusuale del testo: è un lungo monologo del narratore Alex Portnoy (alter ego evidente dell’autore) al suo psicanalista, che ascolta (o si suppone che ascolti attentamente) senza mai intervenire se non nel finale, in due o tre scarne righe tutte da interpretare. Il monologo non è di un paziente qualsiasi, ma di un interlocutore che, fra l’altro, dopo un brillante corso di studi è arrivato a ricoprire la carica di Commissario per lo sviluppo delle risorse umane al Comune di New York. Nella lunga, concitata, a volte ironica confessione, la narrazione, o meglio la messa a nudo senza censure di un’anima, procede su diversi piani temporali, saltando da ricordi giovanili e familiari a momenti contemporanei in cui eros, amicizie, divagazioni di ogni genere rivelano i tormenti e le contraddizioni del paziente, rappresentante di un popolo, l’ebraico, che in America ha conquistato spazi importanti vagheggiando e rifiutando al tempo stesso una totale integrazione. Un’infanzia ed una giovinezza difficili, pur confortate da studi brillanti, ma complicate e condizionate al tempo stesso da una madre insopportabile, logorroica, ossessiva e possessiva, sempre volta a correggere, guidare, rimproverare un figlio già potenzialmente ribelle, e da un padre anonimo, molle, frustrato dal lavoro poco gratificante di assicuratore: la ribellione cova sotto la cenere, le pulsioni aumentano, i tormenti esistenziali sfociano in atteggiamenti di rivolta, mai eclatanti ma sempre frenati dalla tormentata consapevolezza di far parte della razza ebraica, con doveri e rituali legati a modelli formali e dogmatici, in conflitto con la vita quotidiana in una società, quella americana, più libera e disinibita. A questo conflitto se ne aggiunge presto un altro, quello ben più devastante tra un senso etico innato maturato negli studi e nella peculiarità del lavoro svolto e gli impulsi sessuali ossessivi e continui, sfocianti spesso in vere e proprie perversioni, ben descritte in due interi capitoli del libro, il secondo (sull’autoerotismo) ed il quarto (sui rapporti con l’altro sesso). Conflitto, quest’ultimo, che porterà Portnoy a coltivare sensi di colpa e a non riuscire a raggiungere un equilibrio interiore, pur sempre fortemente auspicato. Il romanzo è forse uno dei migliori di Philip Roth, dissacrante e sincero, ironico e confuso, altalenante tra ricordi di un passato vincolato a dogmi mai superati e vicende assurde e imprevedibili di un presente sempre mutevole. Lo sghignazzo finale( un urlo? una risata liberatoria?) dice tutto. Ed è incomprensibile che ad uno dei più grandi scrittori americani a cavallo tra i due secoli non sia mai stato assegnato il Nobel per la letteratura, soprattutto dando un’occhiata agli ultimi Nobel, le cui opere restano e resteranno sconosciute ai più.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Giugno, 2018
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Uno sguardo disincantato sulla vita e sulla morte.

Ho letto e riletto questo capolavoro pubblicato nel 2006, scritto da un Philip Roth alle soglie della vecchiaia, ben lontano dalla vivacità e dalla vitalità del “Lamento di Portnoy” del 1969: è un brano lirico che riflette sulla vita, sul passato e sulla fine imminente dell’esperienza umana, laddove, come recita un brano di John Keats posto a prefazione “ un tremito scuote gli ultimi radi e tristi capelli grigi, la giovinezza impallidisce, si fa spettrale e muore e il solo pensare è tutto un tormento”. Il protagonista è un uomo che è vissuto intensamente, ha provato gioie e dolori, passando attraverso tre matrimoni, con due figli che non lo amano, una figlia che lo adora, un fratello amatissimo, di cui invidia l’ottima salute. Salute che invece a lui ha voltato le spalle: cardiopatico cronico, è costretto a continui esami e ricoveri che minano progressivamente la sua fibra, pur tenacemente attaccata alla vita ed alla speranza di sopravvivere ancora una volta. I ricordi gli fanno amara compagnia, i contatti con i parenti si affievoliscono, la triste quotidianità nella quale consuma gli ultimi mesi della vita scorre inesorabile, ravvivata da flash sul passato e da tentativi di riallacciare rapporti sbiaditi nel tempo. “ La vecchiaia non è una battaglia, è un massacro”, così scrive Philip Roth, ma il nostro protagonista sembra rivivere e rivedere passato e presente con occhio disincantato, come se il fluire degli anni ed il progredire della malattia non lo riguardasse. Sembra sereno, quasi astraendosi dalla tristezza del vivere quotidiano: memorabile il lungo incontro al cimitero, ove si era recato per una visita alle tombe dei genitori, con un vecchio sterratore nero che sta scavando nuove fosse ed al quale chiede particolari sul suo lavoro e sulla sua famiglia. Gli allunga alla fine due biglietti da cinquanta, per ringraziarlo di aver approntato anche le fosse per i suoi cari e quasi presagendo un identico lavoro per sé. E la fine arriverà pochi giorni dopo, un arresto cardiaco durante un nuovo intervento chirurgico: “non esisteva più, era stato liberato dal peso di esistere, era entrato nel nulla senza nemmeno saperlo. Proprio come aveva temuto dal principio”. Un capolavoro, come ho scritto, sulla vita, sulla morte e sulla rassegnazione, intesa come accettazione serena, non priva di rimpianti, di una ineluttabile conclusione.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Mag, 2018
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Petra e una setta fanatica russa.

“Messaggeri dell’oscurità” è il terzo romanzo della serie dedicata all’ispettore di polizia Petra Delicado, personaggio che ha fatto la fortuna letteraria di Alice Giménez-Bartlett ed ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. La scrittrice ha confessato in una recente intervista al Salone del Libro (TO, 2018) di stare lavorando ad una biografia romanzata della sua eroina, che, così afferma, molto le assomiglia ( soprattutto per l’ironia ed un malcelato amore per la solitudine) e che la impegna giornalmente per ore (dalle 9 alle 16, questi i suoi ritmi di lavoro, seguiti da cena, giardinaggio e cinema), quasi a sottolineare lo straordinario successo che hanno avuto ed hanno le avventure della sua amata protagonista, sempre in coppia con l’inseparabile vice Garzòn. In questo giallo, uscito nel 1999, il personaggio non è ancora forse ben delineato: separata dal primo marito, per il quale prova ancora una forte attrazione, Petra non ha ancora raggiunto quella serenità emotiva che la caratterizzerà più avanti negli anni, dimostrando una forte passionalità, che affiora qua e là nel romanzo e che si esplicita quando inaspettatamente si lascia travolgere dalle irresistibili seduzioni di un commissario di polizia russo durante una missione a Mosca. Perché proprio in Russia la portano le indagini sul caso inconsueto e misterioso che le tocca risolvere: un’oscura setta fanatica, che in Russia ha le sue origini, è riuscita ad infiltrare degli adepti in Spagna, che, in nome di una vagheggiata purezza, fanno pervenire alla polizia pacchetti postali contenenti organi genitali conservati in formalina. Naturalmente la malcapitata Petra sa destreggiarsi abilmente, non senza fatiche e sorprese, tra cadaveri mutilati, visite a santoni ed esperti del ramo, oscuri e minacciosi messaggi: solo un viaggio rivelatore a Mosca ed un colpo di scena finale risolveranno le indagini. L’argomento inusuale lascia un po’ perplessi, anche se la consueta bonomia del vice Garzòn, con le sue battute scherzose e poesiole goliardiche, allenta la tensione e infonde fiducia alla collega, aiutandola a superare dubbi e incognite, mai così oscure e minacciose come in questa indagine.

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Le indagini di Pedra Delicado, di Alice Giménez-Bartlett.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Mag, 2018
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Un serial killer dalle molteplici identità.

Alicia Giménez-Bartlett, la scrittrice spagnola famosa per i suoi gialli, manda alle stampe, quasi alla soglia dei settant’anni, un’altra complicata indagine condotta come al solito dalla sua poliziotta e sua creatura Petra Delicado, supportata come in altre avventure, dal collega Gonzàlo Firmìn. Il duo agisce in coppia ed è affiatatissimo; i caratteri sono diversi, emotiva, testarda, lavoratrice instancabile lei, più tranquillo e pacioso il buon Gonzàlo, amante della buona tavola e delle soste di riflessione nei bar della zona. Ma i due hanno un fiuto formidabile e non si danno pace, lavorando notte e giorno, per risolvere i casi loro affidati dal burbero commissario Coronas: l’indagine in atto deve scoprire un misterioso serial killer, che uccide a coltellate le sue vittime e ne sfigura orribilmente il viso. Si brancola nel buio, c’è un indagato sulla cui colpevolezza la Delicado appare certa, ma succedono altri eventi misteriosi e fuorvianti che intralciano le indagini, supportate anche da un altro ispettore che sembra voler rubare la scena a Petra ma che si rivelerà alla fine un buon compagno di lavoro. L’indagine, che procede a ritmi alterni, coinvolge anche agenzie matrimoniali o simili, e proprio in questi ambienti l’intricata matassa sembra dipanarsi con svariati colpi di scena e portare infine ad una inaspettata conclusione. Il romanzo tiene sulla corda grazie anche ai rapporti tra i due investigatori, ora sul filo della rottura, ora rinsaldati da proficue soste riflessive a base di vino e caffè, perché, come dice Petra Delicado, “ l’amicizia, un buon piatto caldo, le risate e il vino sono il fuoco di cui abbiamo bisogno per scaldare l’anima”. Il personaggio creato dalla scrittrice oltre ad avere un fiuto da grande investigatrice, è anche una donna determinata, dai saldi principi, con una famiglia che l’adora ed una adorabile mamma impicciona: “ che idioti siamo noi esseri umani ! Apprezziamo quello che abbiamo solo quando vediamo il dolore degli altri!”.
Un bel giallo, in sintesi, elaborato e complesso, che, per chi ancora non l’avesse conosciuta, porta alla ribalta una figura femminile di grande impatto.

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I gialli di Alicia Giménez-Bartlett.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Aprile, 2018
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Ragni dal morso velenoso e "recluse" vendicative.

Sarà anche un giallo “poetico” e sarà anche con un uno pseudonimo maschile (Fred) che la scrittrice Frédérique Audouin-Rouzeau ama farsi conoscere (sono i due appunti con i quali Antonio D’Orrico, critico letterario del “Corriere”, liquida con un immeritato 3 l’ultimo romanzo della Vargas), ma l’impressione è che stavolta abbia esagerato e che “Il morso della reclusa” meriti ben altra attenzione. Come in altri gialli dell’autrice, l’atmosfera è vagamente surreale, soprattutto per merito di quello straordinario personaggio che è Adamsberg, l’enigmatico e pensieroso commissario capo dell’Anticrimine di un arrondissement parigino, e dei suoi collaboratori: un comandante geloso e subdolo, un tenente bulimico, un collaboratore ghiotto di “garbure”, una specie di zuppa tradizionale del Sud francese (cavoli, carne d’oca e fagioli), un altro appassionato di pesci e ragni, un altro ancora che ogni 3-4 ore cede a improvvisi colpi di sonno, per non citarne che alcuni. Per non far mancare niente alla curiosa atmosfera della caserma, ecco ancora Palla, un gatto che usa come giaciglio il coperchio di una stampante (sempre accesa per un opportuno riscaldamento) e una famiglia di piccoli merli nutriti doverosamente dagli agenti con lamponi e frammenti di torta. Ma l’indagine che tutti giudicano inutile ma nella quale il cocciuto Adamsberg crede invece fermamente riguarda le strane morti di alcuni anziani: sembrano dovute a cause naturali, ma un’attenta ricerca mette in evidenza come possibile causa il morso di un ragno, la Loxosceles reclusa, il cui veleno contiene un enzima necrotizzante, potenzialmente mortale. L’acume investigativo, la pazienza certosina, le riflessioni su particolari apparentemente insignificanti condurranno il nostro commissario a scavare nel tempo e focalizzare l’attenzione su un Orfanotrofio del secolo scorso nei pressi di Nimes, ove una banda di minori, veri e propri teppisti, vessava i bambini più piccoli (morsi di ragno!) per continuare poi, in tempi successivi, con azioni collettive di stupro. E la vendetta delle vittime d’un tempo ormai lontanissimo sarà ben meditata, studiata, architettata con certosina pazienza, per colpire decenni dopo con precisione chirurgica gli autori delle antiche nefandezze, rivelando nel dipanarsi della complessa trama del romanzo quanto sia abile la Vargas nel gestire una crescente tensione emotiva fino ad un inatteso colpo di scena finale.
Abile, ma già lo era in precedenti romanzi, nella rappresentazione del suo amato protagonista, il perplesso e apparentemente svagato commissario Adamsberg, perso nei suoi dubbi esistenziali e sempre pronto a cogliere in improvvise sensazioni che gli frullano come bolle nel cervello indicazioni suggestive che poi lo aiuteranno a risolvere dubbi e incertezze. Abilissima anche nell’individuare e mettere a fuoco, poco a poco, una relazione tra la Reclusa, intesa come ragno, ed il richiamo alle cosiddette recluse, un particolare storico nella Francia di secoli fa (ma non solo) che riguardava donne, in genere peccatrici o vittime di stupri, segregatesi volontariamente in celle anguste e inaccessibili allo scopo di redimersi.
Il romanzo è complesso, con divagazioni culinarie, riflessioni sulla vita privata dei principali personaggi, frequenti citazioni letterarie e adeguati approfondimenti sui comportamenti del ragno incriminato. Ma soprattutto resta indelebile la figura del commissario Jean Baptiste Adamsberg, “nebbioso, beccheggiante,indolente”, ma cocciutamente determinato a seguire il proprio infallibile istinto.

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I romanzi della Vargas.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Marzo, 2018
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Un thriller psicologico a tensione crescente.

Con questo primo romanzo, scritto all’età di 59 anni, la giornalista Fiona Barton esordisce nel 2016 nel mondo letterario, ed ottiene inaspettatamente un grande successo. “La vedova”, opera prima, è un thriller psicologico di grande impatto, articolato in una serie di capitoli che prendono il titolo dai principali personaggi del romanzo e dalla precisa data (non necessariamente in ordine cronologico, ma con frequenti flash back) nella quale si svolge l’azione. Al centro, il rapimento di Bella, una bambina di pochi anni che gioca ignara sul prato davanti alla sua casetta a schiera, mentre la mamma, piantata in asso dall’occasionale compagno, sbriga in casa le faccende domestiche. I personaggi coinvolti sono ben caratterizzati: c’è Glen, apparentemente marito esemplare ma con una seconda vita ambigua, oscura, frequentatore di internet cafè e di siti proibiti, sospettato di pedofilia, c’è sua moglie Jean (“La vedova”, appunto) amaramente frustrata e desiderosa di una maternità che le è preclusa, c’è un ispettore di polizia, Bob, bonario e cocciuto, che indaga anche quando gli sottraggono l’indagine, c’è una giornalista, Kate, esasperante e impicciona… Glen muore già all’inizio del romanzo, travolto da un autobus, e, in un crescendo di tensione emotiva, la storia prende quota tra presente e passato, con colpi di scena, scoperte sconcertanti, menzogne e confessioni rivelatrici, che nascondono atroci verità o mettono a nudo istinti e desideri primordiali. La vedova sa nascondere bene le sue verità, combattuta da sentimenti contrastanti, inseguendo sempre un suo sogno, che alla fine realizzerà ma ad un prezzo che sconvolgerà la sua vita. E Bob, l’ispettore che ha intuito da sempre la verità, le sarà vicino nel momento più emozionante e commovente del romanzo. Indubbiamente un bel thriller, che solleva il coperchio su un mondo sotterraneo e oscuro, rivelando verità atroci e impensabili.

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Thriller psicologici della letteratura inglese.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Marzo, 2018
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Quanti guai per una tabacchiera!

Siamo nel 1924. Alla caserma dei Regi Carabinieri di Bellano arriva un nuovo comandante, il maresciallo Ernesto Maccadò, qui catapultato dal profondo sud, accompagnato dalla moglie Maristella e poco abituato alle brume del nord ed al clima bizzarro e mutevole dei laghi lombardi. Cerca di adattarsi e spera con nostalgia, soprattutto per la moglie, intristita dalla nebbia e dall’umidità, di spalancare la finestra della casetta in cui abita, poco lontana dalla caserma, e crogiolarsi almeno per qualche giorno a quel bel sole mediterraneo al quale va con immutata nostalgia il suo pensiero. Ma le quotidiane beghe della piccola caserma incombono ed il primo caso che mette alla prova il suo buon senso, oltre che il suo indubbio acume investigativo, arriva ben presto. Ed è rappresentato da una tabacchiera di pregiata fattura, tramandata da famiglia a famiglia, poi smarrita, individuata in seguito (e dove non doveva esserci) dall’occhio di lince del Maccadò, di nuovo smarrita (però ad arte!), ritrovata infine per essere consegnata al benemerito maresciallo e finire finalmente in un cassetto della caserma e, forse, essere protagonista di un prossimo romanzo. La vera protagonista però è una vivace e spigliata ragazza, Desolina Berilli (in arte Doris Brilli), cantante/ballerina nei teatrini milanesi, temporaneamente ospitata dai genitori, tali Quirico e Pagnotta, che non vedono l’ora di sbolognarla fuori casa. Attorno a Doris, un teatrino di personaggi caratteristici: un dirigente, sedicente ingegnere, del locale cotonificio, con sorella depressa e figlia isterica, smaniosa di sfuggire alla tutela paterna che la vorrebbe maritare con un”ingegnerino” (vero), una compagnia itinerante di varietà, il medico condotto del paese, il solito prevosto con perpetua parlante solo dialetto locale e sacrestano arraffone e astuto, carabinieri, suore e macchiette del posto.
Un affresco piacevole e godibile, in perfetto stile bellanese, come solo Vitali sa allestire e sa preparare adeguatamente per un finale a sorpresa: una romantica, ma non tradizionale, fuga d’amore. Come già ebbi a scrivere, i nomi dei personaggi, poi, sono un godimento a parte: dove lo scrittore scovi nomi come Simmietta, Ingilde, Cainia (suora di Bellano!), Goloso, Eredita, Fissina, Velata e così via, non si sa, anche se, pare, li individui girovagando per cimiteri locali. Un godimento i nomi ma ancor più i romanzi di Vitali: non ne ho perso ancora uno e attendo con curiosità il prossimo.

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I precedenti romanzi di Andrea Vitali.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    06 Marzo, 2018
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Avventure spericolate di tre simpatici studenti.

Nonostante i frequenti riferimenti a problemi legali, che avrebbero potuto appesantire il testo e renderlo talora ostico per i non addetti ai lavori, John Grisham anche questa volta ha scritto un romanzo piacevole, più “legal” forse che “thriller”, condensando in 44 agili capitoli una storia che ha dell’incredibile, tiene con il fiato sospeso fino alla conclusione ed unisce simbolicamente due luoghi (“The Rooster Bar”, che è poi il titolo originale), lontanissimi tra loro, dove tutto ha inizio e tutto finisce. In sintesi è la storia di tre studenti dell’ultimo anno di una scuola privata di legge, Mark, Todd e Zola, un’avvenente studentessa di colore. Prossimi alla laurea, apprendono da un collega che la loro scuola, la Foggy Bottom(un nome, una garanzia!), come altre analoghe per le quali il dipartimento dell’Istruzione eroga sostanziosi prestiti agli studenti, nasconde manovre occulte di ambigui gruppi finanziari guidati da un miliardario truffatore della finanza, che oltre a gestire le scuole ne intasca gran parte dei proventi. I tre amici decidono di passare all’azione, si rendono conto che la loro scuola è solo un diplomificio che non darà seri sbocchi in campo lavorativo e si mettono in proprio esercitando abusivamente la professione e scegliendo i locali di un bar (il Rooster Bar) come sede operativa. Frequentano aule di tribunali (ovviamente con documenti falsi) e ospedali, in caccia di infortunati bisognosi di tutela, riescono ad attirare qualche sprovveduto, si danno insomma da fare in modo spregiudicato cercando di non farsi scoprire. Sono giovani, spensierati, disinvolti, e riescono ad ingannare ed a passare inosservati, facendola franca con colleghi e pubblici ministeri. Il diavolo però, come è noto, fa solo le pentole: le vere identità vengono a galla, l’abusivismo sta per essere scoperto. In attesa del redde rationem, riescono a smascherare il miliardario truffatore e ad imbastire loro stessi una gigantesca truffa ai danni di una delle sue banche di comodo, iscrivendo ad una class action nominativi fittizi ed intascando milioni di rimborsi. Sfuggono all’FBI che dà loro la caccia e…
Lascio ai lettori la sorpresa di un finale che solo la penna di un Grisham ispirato poteva immaginare.
Un bel romanzo, dicevo, che sottolinea il consueto stile di John Grisham, asciutto, essenziale, privo di fronzoli e divagazioni inutili. Contano solo i personaggi, le loro storie, i loro dialoghi serrati, i loro spostamenti in una Washington grigia, anonima, in cui la fa da padrone il Potomac che scorre indifferente ma che (lo si vedrà nei primi capitoli) impone alla storia un’impronta decisiva. E poi, oltre alla narrazione dei fatti, Grisham mette impietosamente in luce aspetti negativi e contradditori della società americana, a cominciare da trucchi, imbrogli, soperchierie nel mondo della finanza, pieno di personaggi ambigui che galleggiano tra frodi fiscali, falsi in bilancio e corruzione. Anche in campo universitario non è tutto oro quello che riluce, soprattutto nelle piccole università private, con insegnanti demotivati e diplomi elargiti troppo facilmente.
Ma l’autore calca la mano soprattutto nel campo dei diritti civili, quando narra le disavventure della famiglia di Zola, senegalese, costretta a lasciare gli Stati Uniti dopo essere stata rinchiusa in campi di detenzione in condizioni disumane assieme ad altri immigrati non regolari.
Tutto sommato un romanzo che non è un vero giallo, ma si legge come un giallo, senza momenti di stallo e senza sbavature inutili. Alla fine si è quasi costretti a fare il tifo per i tre spericolati e incoscienti falsi avvocati, tanto abili nel farsi beffe della legge quanto simpatici.



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I romanzi di John Grisham.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    06 Febbraio, 2018
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E' inutile rimpiangere il passato.

Devo ammettere che Alessandro Robecchi è uno dei miei scrittori preferiti. Oltre a possedere uno stile narrativo scorrevole, ironico, ricco di sfumature, riesce anche a tenere sempre sulla corda l’attenzione del lettore, sia quando tratta vicende emotivamente coinvolgenti, sia quando divaga su argomenti più banali, riguardanti la vita di tutti i giorni dei suoi personaggi, la coppia di poliziotti Ghezzi e Carella ed i due investigatori dilettanti, il manager televisivo Carlo Monterossi e l’amico inseparabile e imprevedibile Oscar Falcone. In questo nuovo romanzo, che riecheggia nel titolo una famosa aria dal “Turco in Italia” di un giovane e libertino Rossini (“..non si dà follia maggiore dell’amare un solo oggetto…”), Robecchi centra tutti i suoi possibili obiettivi: una storia d’amore del tempo che fu, vissuta con travolgente passione e che ha lasciato nostalgia e rimpianti, l’ambientazione in una Milano piovosa e periferica, villette pretenziose e palazzoni grigi e anonimi, la descrizione del fatato mondo della lirica costruito magistralmente in una lussuosa suite di un famoso Hotel milanese e sul palco di un concorso canoro, il mondo dei balordi e degli usurai, le magagne degli uffici della questura ove possono nascondersi mele marce… La storia, per sommi capi, ci parla di un delitto: la vittima è una ricca signora della buona società, Giulia Zerbi, finita per necessità nelle grinfie di usurai e amata anni e anni prima appassionatamente da un distinto e facoltoso imprenditore finanziario. Costui, Umberto Serrani, sconvolto per la perdita della donna un tempo adorata, decide di proteggerne la figlia, Sonia, aiutandola nella carriera di promettente cantante lirica fino al trionfo in un concorso canoro. Ma il rimpianto per l’amore perduto cova sempre nell’animo dell’anziano pigmalione. Intanto, gli investigatori cercano l’autore del delitto, scavando nel mondo degli usurai e individuando possibili colpevoli: solo un colpo di scena e una occasionale scoperta dovuta all’intuito di un bravo detective permetteranno di individuare il vero colpevole.
Il romanzo è di piacevole lettura. Le novità non sono poche: Carlo Monterossi sta per lanciare un programma televisivo tutto suo, e, nell’attesa, si intrattiene in romantiche serate, lui, così austero e solitario, con una compiacente collega, mentre uno degli investigatori ufficiali sembra lasciarsi tentare dall’invito di Falcone a collaborare con lui in attività investigative private più remunerative.. Ma il tema principale del romanzo è la nostalgia, fatta di ricordi di un tempo ormai sepolto dagli anni, e soprattutto il rimpianto: un rimpianto del passato che tormenta il vecchio imprenditore, e che induce anche Monterossi a meditare sul suo passato. Fino all’amara conclusione che rimpiangere quello che non si è fatto(e forse si poteva) è perfettamente inutile: tanto, certe occasioni sono solo nostalgici ricordi, e non torneranno mai più.


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I romanzi di Alessandro Robecchi.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Gennaio, 2018
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un diabolico thriller psicologico.

Pochi autori sanno percorrere i labirinti della mente e della psiche umana come Donato Carrisi, che, in un’atmosfera stranamente torrida ove quasi si ferma ogni attività lavorativa in attesa delle ombre della sera, ambienta questo nuovo thriller denso di colpi di scena e di mistero. C’è un alone carico di elettricità, quasi che in ogni personaggio della storia possa nascondersi un possibile colpevole, in un continuo succedersi di eventi che rimandano ad un tempo passato, allorquando in un’afosa mattina scompare improvvisamente una ragazza, rapita mentre si reca a scuola da un improbabile personaggio, con la testa di coniglio e gli occhi a cuore. Qui inizia la vera e propria storia, che rivela particolari sconcertanti e che a poco a poco scopre un mondo sotterraneo e oscuro di terribili verità. Un detective a fine carriera, ai margini della società, cardiopatico con poche speranze di sopravvivere, è il personaggio che si danna l’anima per scoprire una possibile verità e ciò che si cela nel “labirinto” dove una mente perversa nasconde le vittime e maschera diabolicamente ogni comportamento. Amaro il destino del coraggioso che indaga, incalzanti gli ultimi capitoli che lasciano con il fiato sospeso e che conducono, proprio nelle ultime pagine, ad una rivelazione sorprendente ed inattesa. Il romanzo va letto cercando di non smarrirsi nel dedalo di supposizioni e ponendo ben attenzione al fatto che quello che appare vero e plausibile può non esserlo affatto: la mente umana è un labirinto, i ricordi possono essere cancellati e riaffiorare a distanza di tempo. Donato Carrisi è un maestro del thriller psicologico, e non molti scrittori sanno essere al suo livello.

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Altri romanzi di Donato Carrisi
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Poesia straniera
 
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4.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Gennaio, 2018
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"...e io dissi: sono un poeta..."

Sono poesie ( 50 ) con traduzione a fianco, tratte dall’editore Guanda da due raccolte, la prima
“It Catches My Heart in its Hands” (1955-1963), la seconda “Crucifix in a Deathland” (1963-1965),
composte dall’autore in età matura, poco prima e poco dopo i quarant’anni, quando la sua vita si stava assestando e cominciava a guardare il mondo e la gente attorno con aria apparentemente distaccata, ora sorniona e sarcastica, ora disperatamente partecipe, ben conscio che la vita avrebbe potuto riservargli forse altre compagnie, con meno ipocrisia e più verità. Ed ecco i quadri di un’umanità priva di valori autentici, che si trascina stancamente da abitazioni fatiscenti a bar di terz’ordine, da ippodromi dove cavalli male allenati si sfiancano per movimentare scommesse truccate a giardini e motel ospitanti i poveri e gli sconfitti dalla vita… Bukowsky sembra provare pietà per gli sconfitti ed i reietti, lontani dai successi effimeri, ed alza la sua voce quasi a consolarli proprio in quegli anni in cui sembrava affondare il sogno americano. Il mondo degli ultimi è stato per anni il suo mondo, e non c’è penna che sappia descriverlo meglio. La macchina per scrivere e la bottiglia sono la salvezza del poeta, per altri, per i più il vivere è una sequela di sconfitte senza appelli e senza redenzione. Memorabile il suo ricordo di Marilyn Monroe, dimenticata “come un fiore appassito e gettato via”, o di Borodin la cui moglie “usava le sue composizioni per rivestire la lettiera del gatto”, o ancora dei tori morti nelle corride allorquando “nulla è morto… e lo schifo finale è il mondo”, oppure ancora dei vecchi operai, “canuti e inutili” che vengono mandati in pensione(“outside”!), consumati da anni di fatiche e di sacrifici… E che dire della sarcastica “they, all of them, know”, un interminabile elenco di “chiedi” a questo o a quell’altro e “tutti loro ti diranno: una moglie collerica alla balaustra è molto più di quanto un uomo possa sopportare”.
Grande Bukowsky, canzonatorio e ironico: una vita spesa a osservare e cercare di dimenticare un mondo che, forse, non lo ha mai compreso appieno.



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Le poesie ed i romanzi di Charles Bukowsky.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Gennaio, 2018
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La via dell'inferno si percorre in solitudine.

Sono ventuno racconti che Bukowsky ha scritto quando ormai aveva passato la sessantina, viveva abbastanza agiatamente e si godeva una notorietà da scrittore “on the road”, più apprezzato all’estero che nell’America della recessione in cui aveva trascorso gli anni giovanili e forse meno ancora nell’America bigotta e benpensante del secondo dopoguerra. E’ un Bukowsky dalla scrittura meno “sporca”, più riflessivo, che sembra guardare dall’alto le banali vicissitudini dei suoi simili, noiose, ripetitive, contorte, minate dall’ipocrisia e da un’insulsa litigiosità. Dopo il racconto “Il figlio del demonio”, allorquando il padre manesco e autoritario l’aveva definito tale dopo una cruenta scazzottata del piccolo Charles con gli amici, ecco tutta una serie di racconti sulla vita grama dei barboni, sulle corse dei cavalli, sulle rivalità economiche tra giocatori di baseball, sulla boxe, sugli inconvenienti della notorietà e delle meschine beghe nel mondo dello spettacolo. Senza tralasciare mai la consueta bottiglia di vino rosso, compagna inseparabile e necessaria per fronteggiare notti insonni e incontri occasionali, e per stare veramente bene e in pace con sé stesso. Un Bukowsky maturo, che rinuncia in parte al linguaggio crudo di scrittore cinico e maledetto dei primi romanzi e descrive aspetti della società dei suoi tempi con ironia e sarcasmo. Del resto, nel racconto “Scrittori”, introduce nella vicenda la figura di tale Fottowsky (alter ego di Bukowsky stesso) che, in contrapposizione ad altri mediocri scrittori che invidiano la sua fama, afferma che essa è dovuta alla capacità di buttar giù sulla carta quello che si pensa, così, semplicemente e senza fronzoli. E, niente canzoni d’amore! Caro, vecchio, geniale ubriacone, che sta “particolarmente attento a non parlare di Dio”, perché “eterna risorge sempre la speranza, come un fungo velenoso” e la via per l’inferno, dove c’è sempre un sacco di gente, è meglio percorrerla in solitudine.

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Romanzi, poesie e racconti di Charles Bukowsky.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    19 Dicembre, 2017
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L'adolescenza emarginata di un grande scrittore.

E’ il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza di Henry Chinasky (alter ego dell’autore) nel periodo della Grande Depressione americana e negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Anni duri, soprattutto per la famiglia Chinasky, emigrata dalla Germania, senza un lavoro decente e senza prospettive. Poco affetto dai nonni Emily e Leonard, evanescenti gli zii Ben e John, cinghiate per un nonnulla da un padre autoritario e inflessibile, lacrime di compassione da una madre succube e meschina. Così cresce il piccolo Henry, scontroso, solitario, chiuso in sé stesso, insofferente alle regole della scuola e già iniziato, alle medie, ai piaceri dell’alcool da compagni più smaliziati. Anche l’aspetto non è dei migliori: l’acne inizia a tormentarlo, con escrescenze purulente al viso e al dorso e la descrizione dei ricoveri e delle cure ospedaliere è un ritratto magistrale dell’ambiente sanitario di ottant’anni fa, che, per certi versi, fa pensare a qualche ben nota carenza dell’assistenza di oggi. Ed eccolo alle scuole superiori, dove Henry inizia ad innamorarsi della lettura, divorando autori famosi, dai russi a Lawrence, da Dos Passos ad Hemingway, il suo preferito, che scrive della vita come è, in modo essenziale, chiaro, non noioso. Un libro al giorno, e tanta musica classica, che l’accompagnerà per tutta la vita. La solitudine, l’odio per l’umanità che lo circonda, l’ipocrisia e la falsità del mondo esterno, lo rendono sempre più schivo, con atteggiamenti da duro (nutrirà anche simpatie per gruppi neonazisti americani), tanto da fare a pugni con chiunque e da farsi cacciare da casa, quando il padre scopre alcuni manoscritti del figlio troppo crudi e realistici. Il giovane Chinasky (alias Bukowsky), con la sua valigia, quattro stracci e l’inseparabile macchina da scrivere, vaga da un appartamento in affitto ad un altro, trova lavori saltuari, si fa licenziare per insofferenza a qualsiasi regola, si consola affogando nelle quotidiane sbronze da vino, birra e superalcoolici le amarezze della vita. L’alcool è la panacea di tutti mali, una sorta di scudo che lo ripara dai mali del mondo, nell’alcool trova serenità e stimoli per scrivere racconti. Nei bassifondi della città e della vita fa progetti per sopravvivere: gioco d’azzardo, poker e addirittura furti e rapine a mano armata, pur non disdegnando gesti di tenerezza e compassione verso soggetti indifesi e innocenti, cani malnutriti in cerca di cibo o bambini dai quali si lascia battere a calcio balilla …
Pur emarginato dalla cultura ufficiale in America per il suo grottesco elogio dell’eccesso e dell’alcool, Bukowsky merita comunque una collocazione di riguardo nel panorama della letteratura americana ( e non solo), per la spietata sincerità narrativa ed il linguaggio aggressivo con cui racconta la disumana violenza delle metropoli.

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Gli altri romanzi di Charles Bukowsky.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Dicembre, 2017
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Una vita on the road.

Il romanzo è del 1978 e Henry Chinasky (alias Charles Bukowsky) passa in rassegna i mille mestieri saltuari che lo portano in giro per l’America: non ha un lavoro stabile, si mette in fila con altri emarginati per elemosinare un posto qualsiasi, provando sempre nuove esperienze per lo più negative. Magazziniere, addetto alle spedizioni, attacchino sui treni, spazzino o factotum nelle attività lavorative più varie, dai cibi per cani alle fabbriche di biciclette, non si nega neppure ai lavori più umilianti, cumulando rimproveri, censure, licenziamenti. Perché Chinasky è uno spirito libero, incapace di inquadrarsi in orari rigidi, amante com’è della bottiglia, delle evasioni amorose e, soprattutto, della propria libertà. Chinasky, cioè Bukowsky, non va d’accordo con l’umanità che lo circonda e che lo vessa con regole e coercizioni: lui ama la vita, sfidando disperazione e solitudine, non sopporta la routine che annienta la personalità, affidandosi sempre a quel filo di speranza che lo aiuta a sopravvivere.
E’ una vita on the road, sempre con la valigia pronta ed i suoi quattro stracci, una vita che lo trascina da una stanza in affitto ad un’altra, con compagne occasionali, con le quali dividere solenni sbronze e la fatica di affrontare la dura realtà di ogni giorno. Si direbbe, leggendo le sue vicissitudini, che Chinasky è uno sconfitto nel crudele gioco della vita, ma l’immagine che se ne trae alla fine non sembra quella di un inesorabile perdente: le miserie, la cattiveria, l’ipocrisia, le piccole vendette della gente comune con la quale entra in contatto riabilitano in un certo senso la sua filosofia di vita, facendo di Chinasky una sorta di vittima di un sistema banale e corrotto.
Il comportamento di Chinasky suona come un rifiuto non violento del mondo attorno: e la penna con la quale traduce su carta quello che pensa è quella di un grande convincente scrittore.

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I romanzi di Charles Bukowsky e in genere quelli della beat generation.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Dicembre, 2017
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Le amarezze affogano nell'alcool.

E’ il primo dei sei romanzi di un autore prolifico (romanzi, poesie, racconti), ove Henry Chinasky (alterr ego di Bukowsky) narra le vicissitudini maldestre del suo impiego alle poste di Los Angeles, prima per tre anni agli inizi degli anni ’50 e poi per circa dieci anni dal ’60. “Post office”, oltre ad offrire un quadro impietoso degli uffici postali dell’epoca, mette in particolare a nudo le insofferenze di un personaggio, il Chinasky, a fronte di un lavoro metodico, ripetitivo, poco remunerativo e spersonalizzante. Chinasky è un ubriacone, la bottiglia di vino, le lattine di birra (consumate in confezioni da sei), i superalcoolici non raramente di bassa qualità sono gli inseparabili compagni della sua vita e della vita delle donne che a lui temporaneamente si accompagnano. Non c’è speranza, non ci sono raggi di luce, eppure ….. Eppure nel personaggio apparentemente ridotto quasi a robot mal funzionante si nasconde un uomo che sembra nascondere in sé la certezza di essere superiore a quelli che lo comandano a bacchetta ed in genere alla massa di umanità vociante e folle che gli passa accanto…. E pensare, sembra dire, che la vita è così semplice ….. Nell’alcool affoga l’amarezza, nel degrado in cui vive sembra trovare una sua dimensione. L’unica speranza è la scrittura, e le ultime righe del romanzo ne sono la testimonianza : “Alla mattina era mattina e io ero ancora vivo. Magari scrivo un romanzo, pensai. E lo scrissi.”

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Le altre opere di Bukowsky, in particolare "Factotum".
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    05 Novembre, 2017
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Un padre, un figlio e due notti a Marsiglia.

Un figlio diciottenne alle soglie dell’Università, con problemi di salute e un padre docente di matematica, separato, tutto preso dall’insegnamento, partono per Marsiglia, dove un illustre clinico dovrà chiarire e risolvere i problemi del figlio. Ed a Marsiglia sono costretti, prima di avere una diagnosi definitiva, a passare due giorni e due notti insieme, sempre svegli per la terapia imposta dal famoso luminare al figlio. I due, come tanti figli e tanti padri, non hanno mai avuto momenti di confidenza, chiusi in sè stessi, con una incomunicabilità tipica in tante famiglie, che non riescono a comprendere i problemi reciproci e vivono in una routine stanca, fatta di abitudini e di silenzi. Ma i due, soli, a tu per tu, sembrano sciogliersi, tentano di capirsi, vivono esperienze nuove che in ambito familiare sembrava quasi impossibile vivere. Visitano Marsiglia, si perdono in ristorantini del centro, si scambiano opinioni, desiderano quasi come una necessità impellente recuperare il tempo perduto e farsi confidenze mai fatte ed inaspettate. E le notti (due sole) sono tutte per loro. Nella prima finiscono in un locale della periferia dove è in corso una jam sessioni di jazz : il padre, che sembra ringiovanito, si esibisce in un assolo di pianoforte tra gli applausi e lo stupore del figlio. Nella seconda, dopo una giornata al mare, finiscono in un party, dove il figlio prova una nuova esperienza e rinsalda un rapporto con il padre che sembrava perduto da anni. Alla fine, dopo il responso medico, i due rientrano a casa, in Italia: il muro tra i due sembra abbattuto, l’avvenire forse sarà più roseo. Gianrico Carofiglio affronta il complesso e difficile rapporto tra padri e figli con una vena malinconica, intrisa di nostalgia , e con la consapevolezza che il destino è sempre in agguato. In una citazione dell’ultimo capitolo, c’è tutto il succo del romanzo: chi sostiene che la matematica non è semplice, non si rende conto di quanto sia complicata la vita.

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I romanzi di Gianrico Carofiglio.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Ottobre, 2017
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Nel sottobosco del mondo editoriale.

Cinque rari manoscritti di Francis Scott Fitzgerald (tra cui quello de “Il grande Gatsby”) , custoditi in un caveau dell’Università di Princeton e assicurati per 25 milioni di dollari, scompaiono in seguito ad un colpo ben organizzato da parte di una banda di quattro malviventi, che riescono ad eclissarsi con il prezioso malloppo. Ma l’FBI, grazie a tecniche di riconoscimento facciale, riesce ad arrestarne due; il terzo viene assassinato, il quarto , in fuga e braccato, rivende impaurito il bottino. Nelle indagini investigative è impegnata anche una équipe della compagnia assicuratrice, guidata da un’esperta detective, che a sua volta convince una giovane scrittrice, Mercer, a introdursi nell’ambiente variegato e ambiguo delle librerie indipendenti, osservare, fingersi interessata ad acquisti, filmare, con microcamere ben nascoste, locali e clienti. Oltre a Mercer, vera protagonista del romanzo, l’altro personaggio di spicco è Bruce, titolare di una famosa libreria, commerciante in volumi antichi ed opere d’arte, principale sospettato di ricettazione dei famosi manoscritti. Mercer è ingenua, di bella presenza, allettata da una generosa ricompensa, Bruce è navigato, affascinante, coltissimo, ed è quasi naturale che tra i due si accenda un legame affettivo che sembra tenero e sincero ma che non può durare: Mercer non dimentica che il suo compito ben remunerato è quello di indagare sui manoscritti rubati, Bruce è abituato a passare disinvoltamente da un’avventura amorosa ad un'altra senza legami veri né postumi rimpianti. E John Grisham riesce mirabilmente a cogliere ed analizzare sentimenti e ripensamenti dei due protagonisti, momenti di abbandono e rimorsi, con un sottofondo di rimpianti per un rapporto che poteva essere diverso e non lo è stato. Il romanzo è scritto con la consueta abilità, anche se Grisham esce dal consueto cliché del legal thriller. L’ambiente in cui si addentra è ben diverso, è quello delle librerie e dei librai, dei collezionisti di libri antichi e opere d’arte, degli scrittori alle prese con le loro opere prime, è un ambiente che nasconde tutto un sottobosco di traffici, sempre sul filo del rasoio tra lecito e illecito, di rarità editoriali e volumi di valore inestimabile, un ambiente in cui circolano e si scambiano cifre da capogiro. Grisham sembra conoscere bene l’ambiente, anche se, da dilettante sull’argomento, ha chiesto aiuto e informazioni ad amici e consulenti (doverosamente ringraziati nelle note finali). Il finale del romanzo è scontato. Anche i due protagonisti se la cavano bene: i sentimenti sono pragmaticamente accantonati, il tornaconto personale è salvo (alla grande!).

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I romanzi di John Grisham e di Francis Scott Fitzgerald.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    21 Ottobre, 2017
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Nostalgici ricordi di un mondo scomparso.

Andrea Camilleri ormai non scrive più, ma continua instancabilmente a lavorare, dettando quanto gli preme comunicare; nel volume appena edito da Rizzoli (2017) sono riportati episodi di vita vissuta, incontri con personaggi famosi, esperienze di lavoro e familiari che l’autore classifica come veri e propri “Esercizi di memoria”, una memoria vivida, che scava con arguzia e nostalgia in ricordi, che paiono attuali tanto sono precisi e particolareggiati, di fatti risalenti più o meno alla metà del secolo scorso. Il volume, portato a termine durante le ferie estive del 2016 sul Monte Amiata, inizia con il racconto delle vicissitudini per onorare le ultime volontà di Pirandello, le cui ceneri il commediografo voleva tumulate in contrada Caos, ad Agrigento, di fronte al “grande mare africano” ; altri racconti fanno rivivere episodi dell’intensa vita giovanile di Camilleri e delle sue esperienze come regista teatrale e televisivo: ed ecco sfilare grandi personaggi della letteratura, del teatro e del cinema, da Vincenzo Cardarelli a Eduardo de Filippo (guai a parlargli del fratello Peppino!), dal regista teatrale russo Piotr Sharoff a Michelangelo Antonioni, da Monica Vitti a Vitaliano Brancati, da Mario Luzi a tanti altri citati di sfuggita di cui forse oggi si è persa la memoria. Ma la memoria di Camilleri si fa più intensa e partecipe quando narra in vari episodi esperienze dirette, che hanno lasciato traccia indelebile: la casa di campagna dei nonni, una via di mezzo tra “una villa e una casa colonica”, che Camilleri descrive minuziosamente, percorrendone ogni stanza ed ogni angolo con nostalgia, quasi rivivendo gli attimi felici dell’infanzia e dell’adolescenza, e poi, più in là negli anni, l’ incontro fortuito con un vecchio bandito della banda Giuliano che cita a Camilleri, allora studente universitario, Kant, Schopenhauer e Hegel, i preliminari per un colloquio con il capo mafioso Luciano Liggio, gli incontri con personaggi stravaganti, come il commediografo Serbati Angelo (cui è dedicato un intero capitolo), originale e caparbio, precursore del surrealismo, ignorato dalla critica e poi diment6icaqto da tutti, l’edicolante della stazione di Napoli e la sua fragorosa pernacchia, la bionda cavallerizza del circo Pianella, l’irredentista maltese Borg Pisani … Non manca un capitolo del volume dedicato ai premi letterari vinti da Camilleri, elencati non per vanteria ma spiegandone le motivazioni talora bizzarre. Ed infine una rivelazione: per il commissario Montalbano, protagonista di tanti romanzi di Camilleri, l’autore dichiara di essersi ispirato ad un cugino di suo padre, il commissario Carmelo Camilleri, operante durante la seconda guerra mondiale, un uomo che, come Montalbano, “ per la ricerca della verità mette in gioco tutto sé stesso”. In “Esercizi di memoria” Camilleri, ormai novantenne, mette a nudo aspetti poco noti della sua vita giovanile, e lo fa con piglio altrettanto giovanile, quasi conscio di avere, fortunatamente per lui e per noi, ancora tante cose da raccontare.

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I romanzi ed i racconti di Andrea Camilleri.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Ottobre, 2017
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Le manovre per conquistare un bellimbusto.

Lui è Adalberto Casteggi, un medico oculista, bello, disinvolto e porta una fede al dito, un anello simbolico, il cui significato si chiarirà in modo inaspettato solo alla fine del romanzo. Capitato a Bellano, lo specialista visita con professionalità, e, nel contempo, sembra non disdegnare approcci con le belle del paese: tra queste, spicca Rosa Pescegalli, figlia dei proprietari di una Premiata Drogheria e, dopo la morte dei genitori, titolare dell’unica profumeria del posto. Rosa, dopo una tormentata passione per Salvatore Locitri, noto ed aitante terzino della squadra del Lecco ed un conseguente fidanzamento quasi ufficiale, viene abbandonata dal giovane promesso, invaghitosi seriamente di Zigrina, la bella e colta figlia di un noto banchiere che, con metodi spicci, costringerà il giovane al matrimonio. La povera Rosa, rimasta sola, non si perderà d’animo, cercando e trovando adeguate consolazioni tra le braccia del bell’oculista. Ma, ahimè, anche Zigrina , delusa dalla pocaggine del marito, costretto tra l’altro ad abbandonare il calcio per un grave infortunio, intravede nel dottor Casteggi una possibile scialuppa di salvataggio … La storia si complica: Rosa, che considera ormai Adalberto di sua esclusiva proprietà, non tollera interferenze, e, quando si accorge che l’oculista sta per cedere alla nuova passione, mette in atto una sottile e ben studiata vendetta. Per farla breve, il bell’Adalberto verrà a più miti consigli, promettendo a Rosa amore e fedeltà, ma …. Le ultime pagine ingiallite di un vecchio “Via col vento” che Rosa conserva gelosamente in un cassetto e che, tormentata dai dubbi, desidera rileggere fanno presagire ulteriori incertezze ….
Un bel romanzo, scritto con la consueta bravura da un “nuovo” Andrea Vitali: le abituali macchiette di paese, il prevosto, la perpetua, il burbero maresciallo dei carabinieri ed i suoi appuntati lasciano il posto in questa storia a pochi personaggi, i cui sentimenti sono quasi vivisezionati, con arguzia e sensibilità tali da rendere quest’ultima opera di Vitali, a mio avviso, una delle sue migliori.
Un’ultima nota: il campionato di calcio di serie C descritto da Vitali non è un’invenzione letteraria; nel 1956-57 Lecco e Prato furono effettivamente promosse in serie B, ed altrettanto vere sono le altre squadre della C con le quali il Lecco giocò. Ovviamente il terzino Salvatore Locitri nasce dalla penna dell’autore.

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I romanzi di Andrea Camilleri
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Ottobre, 2017
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Un'indagine italo-americana

Lincoln Rhyme, il famoso criminologo forense, e la sua assistente Amelia Sachs, stanno finalmente per convolare a nozze, quando un nuovo serial killer (o supposto tale)che sembra commettere delitti a suon di musica ( un insieme di rantoli registrati sulle note di un celebre valzer) irrompe nella loro routine quotidiana. Si tratta di uno psicopatico (ma non troppo !), che ovviamente mette in moto tutta una serie di indagini e di analisi, come sempre accuratamente registrate nelle ben note tavole riassuntive. Ma la vera sorpresa giunge quando analogo crimine avviene in Italia, nei pressi di Napoli. E qui ha inizio gran parte del thriller, che si svolge a Napoli e dintorni e che permette all’autore di dilungarsi, direi con competenza ed obiettività (a parte alcuni stereotipi sull’Italia ormai ben radicati) nella descrizione di luoghi, ambienti, situazioni, e personaggi della polizia di stato, con i quali Rhyme e la Sachs finiscono, dopo esitazioni e qualche dissapore, a collaborare. Ma in Italia si aprono nuovi, inquietanti scenari. Il fulcro delle indagini si trasferisce in un campo di rifugiati (la vicenda si svolge ai nostri giorni), lo psicopatico musicofilo rapisce profughi, le indagini si avviano in direzioni inaspettate: affiorano trame di servizi segreti, si vogliono far ricadere colpe inesistenti sui profughi delle tendopoli per favorire l’ascesa di movimenti nazionalisti … Il povero Stefan ( il supposto killer) non è che una ingenua pedina, vittima di situazioni in cui viene usato e sfruttato … Tutto si risolve dopo una serie di incalzanti colpi di scena, che confermano un’ottima intesa collaborativa tra Lincoln Rhyme, la Sachs ed i colleghi italiani. Mancano tuttavia, in questa avventura italiana a tratti un po’ troppo fantasiosa, quel senso di mistero e di incertezza che caratterizzano le indagini investigative del famoso duo in America: in Italia tira un’altra aria …. C’è comunque una sorpresa finale (nozze in vista !)che lascia tutti, lettori compresi, con la bocca buona.

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I thriller di Jeffery Deaver
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Caccia spietata ad una banda di terroristi.

Kathy Reichs, la ben nota antropologa forense e scrittrice (Temperance Brennan è stata la protagonista di tanti suoi avvincenti gialli), ha dato vita in questo romanzo ad una nuova straordinaria figura di donna, Sunday (Sunnie) Night. Ex militare, ex poliziotta, sopravvissuta ad un suicidio di massa di una comunità di fanatici, vive sola su una piccola isola della Carolina del Sud, oppressa da ricordi tormentosi e da incubi laceranti. Ecco però la svolta: una ricchissima e famosa ereditiera la incarica, con uno speciale contratto, di scoprire una banda di terroristi, che, durante un attacco nei pressi di una scuola, hanno ucciso sua figlia, un nipote, e rapito un’altra nipote, Stella. Inizia qui una lunga, complessa caccia che porta la nostra eroina in giro per l’America, cercando via via la collaborazione di forze di polizia locali, confortata anche dall’aiuto di Gus, suo fratello gemello. L’esito della caccia, descritta minuziosamente giorno per giorno dalla Reichs con dovizia di particolari, colpi di scena e morti ammazzati nelle più varie e incredibili circostanze, è ovviamente scontato (tutto si conclude a Louisville nel Kentucky nella suggestiva cornice del famoso ippodromo di Churchill Downs), ma la trama è avvincente e coinvolgente, alternata a brevi capitoli in cui si ripercorrono le drammatiche vicende che hanno segnato in modo incancellabile, molti anni prima, la psiche della protagonista. La quale, confortata dal successo raggiunto, riesce a intravedere un futuro meno tormentato dagli incubi di un tragico passato. Una nota particolare: l’autrice, pur ambientando il romanzo ai giorni nostri, in tempi di terrorismo jihadista, mette in risalto anche un’altra forma di terrorismo fanatico, quello antislamico, altrettanto pericoloso. La traduzione è perfetta, senza sbavature. Il personaggio di Sunnie è straordinario, non può essere dimenticato tanto facilmente: il merito è di Kathy Reichs, scrittrice talentuosa oltre che scienziata di fama internazionale.


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I romanzi gialli di Kqthy Reichs.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Una vendetta programmata nel tempo.

Una “bambola di pezza” (Ragdoll) è l’immagine che ci perseguita per quasi tutto questo thriller, truculento e complicato, scritto da un quasi neofita del genere, Daniel Cole, 33 anni, paramedico, con molta immaginazione ed audaci tentativi più o meno riusciti di introspezione psicologica. “Ragdoll” non è che un assemblaggio di parti di cadaveri, cucite assieme da un folle assassino, psicopatico. La testa del macabro insieme è di un certo Khalid, stupratore seriale e uccisore di una ventina di minorenni: il protagonista del giallo, William Fawkes (Wolf), un detective violento e dal passato oscuro, non si dà pace per l’ingiusta assoluzione del criminale, tenta di eliminarlo, e, quando Khalid ormai libero uccide un’altra minorenne, si sente autorizzato ad escogitare una esemplare vendetta. Tramite un alter ego dall’aspetto mostruoso, farà colpire a morte con svariate e spettacolari modalità tutti coloro che si erano resi responsabili dell’assoluzione di Khalid. Il romanzo è complesso, i personaggi sono tanti, si intrecciano tra riunioni, indagini e conflitti personali i rapporti tra i vari detective incaricati di sbrogliare l’intricata matassa e di scoprire i piani segreti di Wolf. Gli ultimi capitoli daranno la soluzione di tutto, in un crescendo ben costruito di colpi di scena, con un finale che, sia pure con passaggi inverosimili e qualche incongruenza, manderà in visibilio i cultori di thriller ad altissima tensione. Non mancano i risvolti sentimentali della vicenda, un sottile conflitto tra Baxter, una detective palesemente innamorata di Wolf, e l’ex moglie dello stesso, Andrea, non del tutto indifferente nei confronti dell’ex marito. Una pecca veniale del romanzo è la traduzione in italiano, non esente da imprecisioni ed errori (forse la fretta dell’editore Longanesi di proporlo ai propri lettori): ad esempio “infiammativo” (anziché “infiammatorio”) è un aggettivo che non esiste nella nostra lingua. Il consiglio è comunque di leggere questo giallo, anche per conoscere un nuovo autore che senza dubbio saprà imporsi nello specifico genere letterario.

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Letteratura poliziesca in genere.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Luglio, 2017
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Un giallo che si ravviva solo nel finale.

Maggie Bradford è ormai una cantante affermata, i suoi concerti attirano migliaia di ammiratori, ma, ahimè, non è tutto oro quello che riluce. La sua vita familiare è un disastro, segnata da una incredibile sfortuna. Il primo marito è un militare rigido e autoritario, che tenta di comandarla a bacchetta e la trascina in un vortice di persecuzioni e vessazioni, fino a che la poveretta, per mettere in salvo sé e la figlia, è costretta a difendersi facendolo fuori con una fucilata. Legittima difesa, sentenziano i giudici. Maggie incassa il colpo e si rifugia nelle compassionevoli braccia di un ricco imprenditore, che, guarda un po’ il destino, va incontro ad una brutta fine, alimentando sospetti e voci maligne sulla sfortunata cantante. Ed ecco, finalmente, il “secondo marito” citato nel titolo. Qui la storia si tinge di rosa e l’autore si dilunga oltremodo a descrivere la vita del nuovo pretendente, un famosissimo giocatore di calcio, bello come il sole, nevropatico, pieno di complessi, insoddisfatto della vita: il successo (partecipa addirittura ad una improbabile finale del Campionato mondiale di calcio tra Brasile e America) gli dà alla testa, ma sa abilmente conquistare la fiducia della sprovveduta Maggie … La vicenda poi si complica. C’è un secondo delitto, un lungo processo che sembra non dare scampo all’incolpevole Maggie, per non parlare del finale che, forse, riserva l’unico momento di vera tensione di tutto il romanzo con un colpo di scena ben orchestrato, inatteso ma di scarsa credibilità.. Il tutto è un polpettone con interminabili lungaggini sulla vita dei due personaggi principali, la cantante celebre e sfortunata e il calciatore, Will Shepherd, uno psicopatico dal volto angelico: solo alla fine (dopo ben un’ottantina di capitoli) la vicenda si ravviva, assumendo i toni e la vivacità di un giallo, con improvvisi colpi di scena. James Patterson ci ha abituati ad alti e bassi, sta di fatto che continua ad essere lo scrittore di gialli più prolifico. A chi non va troppo per il sottile, può anche piacere.

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I gialli di James Patterson
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Giugno, 2017
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Le sorprese di un'ambigua rete di protezione.

E’ il primo romanzo che Camilleri detta, ed è quasi commovente leggere il fluire lento dei suoi pensieri e delle sue argomentazioni. Libero dalla fatica di scrivere o di battere tasti al computer, l’Autore sembra prediligere un’indagine più marcata e introspettiva sul carattere dell’amato commissario Montalbano, analizzandone più dettagliatamente le riflessioni ed il modus operandi. Più spazio alla vita casalinga, alle soste dall’amico Enzo ed addirittura ai rapporti con l’eterna fidanzata Lidia, alla quale Montalbano fa visita a Boccadasse durante un breve periodo di ferie. Il commissario comincia a sentire il peso degli anni e di una lunga onorata carriera. Ciò non gli impedisce di attivarsi con passione per due eventi, che caratterizzano l’ossatura del romanzo: l’irruzione in una classe di scuola media di due individui mascherati, che leggono uno strano proclama e fuggono sparando, e l’enigma rappresentato da una serie singolare di vecchi dvd con filmati che riprendono il muro bianco di un vecchio magazzino abbandonato da anni, sempre lo stesso, muto testimone di un fatto delittuoso avvenuto in un lontano passato. In ambedue i casi, ecco che emerge la parola chiave del titolo : protezione. Nel primo caso la protezione viene cercata disperatamente in internet da un ragazzino timido ed introverso ma espertissimo navigatore virtuale, perseguitato a scuola da una banda di bulli, con conseguenze disastrose e un tentativo di suicidio impedito all’ultimo da uno straordinario gesto di Montalbano. Nel secondo caso, la protezione si sublima in un estremo gesto d’amore di un fratello nei confronti del gemello disabile. Sembra che Camilleri voglia metterci in guardia sull’ambiguo significato della parola “ protezione”: in mani inesperte o interpretata in modo distorto, può condurre a risultati opposti. Acute le osservazioni dell’Autore, uomo esperto di mezzi di comunicazione, sui pericoli della rete: amplia enormemente le nostre conoscenze, ma ne limita l’approfondimento. Azzeccato il paragone con il mare: il sub va a fondo e scandaglia gli abissi, il navigatore affronta il mare aperto, ma solca solo la superficie senza curarsi di quello che si nasconde sotto il pelo dell’acqua. “La rete di protezione” è un romanzo, come al solito, ben costruito, che affronta con competenza temi quanto mai attuali in un contesto sociale e politico condizionato da tensioni e allarmismi: per alleggerire l’incalzare degli eventi, Camilleri introduce nel romanzo una nota di colore, rappresentata da una troupe televisiva svedese che sceglie proprio Vigata come teatro di una fiction, con tanto di gemellaggio, festeggiamenti e incontri culinari… In una nota finale, Camilleri non dimentica di esternare la sua gratitudine a “Valentina”, per “quello che lei sa”.

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I romanzi di Andrea Camilleri.
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