Opinione scritta da La Lettrice Raffinata
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Magnus riuscirà mai a farsi pagare?
"«Che ne dici di questa storia, vampiro?»
«Dico che è pura follia» rispose Simon. «E ha più buchi di Kent Avenue a Brooklyn, che, per inciso, non viene riasfaltata da anni. Non capisco dove spera di arrivare»"
Di solito tendo a scegliere come citazioni delle frasi che richiamino il titolo del libro in questione oppure collegate all'illustrazione sulla copertina, ma per "Città di vetro" ho voluto optare per un breve scambio di battute perché penso che questo dialogo riesca a riassumere in pieno il mio pensiero sulla serie (almeno per ora): è piena di buchi di trama e trovate assurde, però non posso fare a meno di essere genuinamente incuriosita di scoprire dove l'autrice voglia andare a parare.
In questo terzo capitolo, la trama ci porta ad Idris -la patria degli Shadowhunters- anche se non è sempre facile tenerlo a mente: infatti, se si escludono le location diverse, ci ritroviamo sempre con i personaggi conosciuti a New York. La minaccia di Valentine e del suo esercito di demoni diventa sempre più concreta, così i nostri eroi si trovano a dover tentare ogni via per fermalo, mentre sono ancora divisi dai dissidi interni tra Nephilim e Nascosti; un intreccio che ho trovato abbastanza ben gestito e molto più ricco d'azione rispetto ai libri precedenti. Il grosso deficit di questa trama sta nei suoi pretesti fiacchi: le motivazioni che muovono i tre protagonisti sono davvero ridicole, si tratti della sempre presente impulsività di Clary o di un conveniente (ed immotivato) attacco nemico per Jace e Simon.
Pur avendo trovato interessanti diversi sviluppi della storia, mi ha infastidita la rapidità con cui sono stati messi in scena. E questo vale sia per le varie missioni che i protagonisti portano a compimento senza la minima fatica, sia per la risoluzione delle diverse sottotrame romantiche: una in particolare viene sviluppata totalmente off page, tanto da farmi sorgere il dubbio di aver saltato qualche scena. La conseguenza di tutto ciò è ovviamente una narrazione dove si percepisce in modo netto la mancanza del fattore tensione.
Sul versante dei personaggi, ammetto di non provare particolari emozioni per quelli introdotti in questo volume, mentre sui vecchi la mia opinione rimane immutata: i migliori sono quelli secondari, che però dobbiamo sacrificare per lasciare tutto lo spazio ai fastidiosi protagonisti; per lo meno Simon si riscatta un po', dopo tre libri di dubbissima utilità. Mi ha comunque molto divertita notare che ogni personaggio giovane viene descritto come fosse l'esatta copia di uno dei genitori, perché ovviamente tra gli Shadowhunters la genetica segue una logica tutta sua.
Per quanto riguarda world building e sistema magico, preferisco sorvolare: se penso a tutte le regole introdotte da Clare, che vengono smentite dopo tre pagine, mi innervosisco inutilmente. Giusto per menzionare l'esempio più lampante, le difese magiche di Alicante hanno protetto la città per secoli ma in questo libro sono del tutto inutili, tanto che chiunque riesce ad entrare ed uscire senza alcun problema. In pratica, c'erano più controlli da noi ai tempi del lockdown.
Nonostante i molti difetti, il romanzo funziona bene come finale per la serie... peccato che non sia il finale! Ora sono curiosa di sapere cosa succederà nei prossimi tre libri, soprattutto perché gli Strumenti Mortali sono stati scoperti e le poche sottotrame aperte non forniscono indicazioni chiare. Spero soltanto che la cara Cassandra non debba ricorrere a risurrezioni random per giustificare i seguiti.
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Cold case a Princeton
Questo è un titolo che ho recuperato quasi per caso grazie alla promo di TEA per avere una tazza in omaggio, l'ennesimo gadget libroso indispensabile ovviamente, e una volta tanto ho deciso di iniziare subito la lettura, senza lasciarlo stagionare in libreria come mio solito. Posso dire di aver fatto una scelta molto felice: se è vero che a catturare la mia attenzione sono state in primis la bella cover e la sinossi intrigante, il contenuto ha saputo poi tener fede alle aspettative, con un murder mystery dalla risoluzione imprevedibile ambientato nel campus di un'università dell'Ivy League.
La storia de "Il libro degli specchi" ruota attorno ad un brutale delitto avvenuto a Princeton alla fine degli anni Ottanta: il mistero sembra destinato a rimanere irrisolto finché ai giorni nostri l'agente letterario Peter Katz riceve la bozza di un manoscritto in cui una persona vicina alla vittima ripercorre quei sinistri eventi e sembra pronta a rivelare l'identità del colpevole; l'uomo non capisce se si tratti di un semplice romanzo o di una possibile confessione e, quel che è peggio, non riesce in alcun modo a contattare l'autore per avere il resto della storia. Inizia così una narrazione divisa in tre punti di vista, dedicati ad ognuno dei personaggi che si troveranno di volta in volta ad indagare sul manoscritto e, in maniera incidentale, sull'omicidio. Ogni parte ha poi al suo interno delle digressioni che permettono ai personaggi secondari di contribuire alla ricostruzione della vicenda con ricordi o testimonianze.
Si tratta di un concept che ho trovato da subito accattivante, e questo per merito di un espediente molto intelligente sfruttato dall'autore: raccontando la storia tramite dei personaggi che provano un grande interesse per la risoluzione del mistero, spinge i lettori stessi a ritenerlo intrigante. A rendere il ritmo incalzante contribuisce anche lo stile di Chirovici, chiaro e diretto, seppur privo di guizzi che lo rendano particolarmente riconoscibile ; premio comunque lo sforzo di rendere distinguibili le voci dei tre narratori e la gestione dei colpi di scena, presentati con semplicità ma comunque in grado di stupire.
Un altro aspetto che ho trovato decisamente riuscito è l'atmosfera cupa ed ambigua di Princeton, per cui il titolo potrebbe rientrare benissimo nel sottogenere dark academia, soprattutto considerato che la maggior parte dei personaggi sono studiosi e figure legate al mondo della cultura. Non sono presenti elementi paranormali, infatti l'epilogo fornisce una spiegazione del tutto razionale, ma rapporti mai del tutto limpidi ed un clima di angoscia persistono per l'intera narrazione.
Pur essendo un romanzo che punta soprattutto ad intrattenere, "Il libro degli specchi" affronta in più punti digressioni psicologiche legate al tema della memoria, che portano poi a riflettere sul valore inestimabile dei ricordi. Questa tematica viene affrontata da un punto di vista analitico, con il professor Wieder che spiega come l'ipnosi o la suggestione permettano di alterare i ricordi, ma anche da quello umano quando nell'ultima parte del romanzo di parla del morbo di Alzheimer.
Il solo punto debole del libro, per quanto mi riguarda, sono i suoi personaggi, e non perché vengano caratterizzati male, anzi: Chirovici dimostra di saperli delineare con pochi elementi che li rendono però facili da memorizzare; il problema è la scelta di non assegnare a nessuno il ruolo del protagonista. Ad esempio, Peter Katz è il primo narratore ma poi per la gran parte del testo scompare e l'attenzione viene spostata altrove; neppure l'autore del manoscritto o la vittima dell'omicidio sono più che personaggi secondari, così come il resto del cast. Questo rende molto difficile affezionarsi alle loro vicende, e a poco servono le sottotrame con cui Chirovici cerca di renderli più interessanti.
Un difetto che, assieme ad altre piccole mancanze, rende "solo" molto bello un libro con il potenziale per essere memorabile. Peccato... (però leggetelo, eh!)
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Dory in confronti era un hard disk
Lo scorso anno ho letto ed apprezzato parecchio "Piccole grandi bugie", nonostante si fosse rivelata una lettura ben lontana dalle mie aspettative; in particolare, lo stile ironico e sopra le righe di Moriarty mi aveva conquistata, quindi alla prima occasione utile ho recuperato "In cerca di Alice", titolo un po' più vecchiotto (e a tratti si percepisce) ma contraddistinto dallo stesso mix tra tono divertente e tematiche importanti, sempre trattate in modo rispettoso.
La narrazione si basa completamente sullo spunto iniziale, che ammetto mi ha fatto pensare ad una delle mie ultime letture -ossia, "La zona morta" di King- ma senza dei risvolti altrettanto tragici: la mamma a tempo pienissimo Alice batte la testa durante una lezione di step in palestra e in un attimo dimentica quanto successo negli ultimi dieci anni. Non solo la memoria, ma anche la sua personalità regredisce a quando non aveva ancora trent'anni ed era incinta della prima figlia; rimane quindi non poco shockata di scoprire che ora ha ben tre figli, un divorzio imminente ed uno stile di vita del tutto diverso.
La componente mystery è circoscritta ai ricordi della protagonista, che cominciano a riaffiorare facendo entrare in contrasto la Alice giovane (gentile ma decisamente frivola) e quella più matura (poco incline alla comprensione e sommersa dagli impegni). Il romanzo si focalizza maggiormente sul lato romance, introducendo pian piano un ottimo esempio di second chance, e su quello del romanzo familiare, infatti vediamo come centrali i rapporti di Alice con i suoi figli e con la sorella Elizabeth, quasi una coprotagonista nonché il mio personaggio preferito.
Con una trama ridotta all'osso, le relazioni tra i personaggi si dimostrano il fulcro di questa storia: l'autrice porta l'attenzione sui problemi di comunicazione all'interno della coppia o di una famiglia, ma soprattutto sulla tematica della maternità. Qui abbiamo forse la parte più seria e impattante del libro, perché Moriarty parla sia delle difficoltà incontrate dai genitori nell'occuparsi di bambini ed adolescenti che della sofferenza di chi non riesce ad avere figli. Per quanto io abbia apprezzato questo lato del libro, mi rendo conto che potrebbe risultare un grosso trigger warning per alcuni lettori, in particolare perché si parla di aborto, pensieri legati al suicidio ed elaborazione del lutto.
A dispetto di questi temi pesi, lo stile del romanzo riesce ad essere spigliato ed irriverente: spesso i personaggi si lasciando andare a battute o riferimenti pop che strizzano l'occhio al lettore. I tanti dialoghi rendono poi il ritmo estremamente scorrevole, oltre a risultare molto utili quando si tratta di dare profondità ai rapporti tra i personaggi, in momenti dalla forte carica emotiva in cui l'autrice mette da parte il suo tono spiritoso.
Menzione obbligatoria per l'ottima scelta di rendere il libro in parte mixed media, un po' come succedeva con le interviste in "Piccole grandi bugie"; in questo caso abbiamo degli estratti dal diario tenuto da Elizabeth su consiglio del suo psicologo ed i post dal blog di Frannie, bisnonna onoraria di Alice, con tanto di commenti surreali.
Pur riconoscendo i limiti di questo libro, nella fattispecie la pochezza dei personaggi secondari e la mancanza di una trama vera e propria, ho finito con l'adorare questo romanzo esattamente come il "precedente" e penso proprio di voler recuperare altre opere dell'autrice in futuro.
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Basta con 'sta filastrocca, però
Victoria Schwab è un'autrice che mi incuriosiva da parecchi anni ormai, infatti di suo ho recuperato nel tempo sia questa duologia sia la trilogia Shades of Magic. La scelta alla fine è ricaduta su Monsters of Verity perché ho l'impressione che tra le due sia la serie un po' meno apprezzata dai suoi lettori; in sostanza, mi sono tenuta il meglio da parte in caso "Questo canto selvaggio" si fosse rivelato una delusione. Fortunatamente non è andata così, e ora sono ancora più interessata a leggere altro di questa scrittrice.
Dopo la rivisitazione di "Amleto" di Leckie in "The Raven Tower", continua il mio viaggio involontario tra i romanzi ispirati alle opere di Shakespeare con una storia che per molti versi ricorda "Romeo e Giulietta", senza risvolti romantici però. "Questo canto selvaggio" segue infatti i punti di vista degli adolescenti Kate Harker e August Flynn, le cui famiglie sono in lotta per il controllo di V-City (che non sarà Verona, però...) una metropoli in cui pullulano i mostri che da alcuni anni compaiono dal nulla sulle scene del crimine: nella parte nord della città il padre di Kate tiene sotto controllo queste creature in cambio di lauti compensi, mentre nella parte sud il padre adottivo di August ha organizzato una sorta di esercito per abbatterli sistematicamente.
L'idea alla base è molto originale ed ha un buon potenziale, soprattutto se si considera che August stesso è uno dei mostri più pericolosi e vive in modo conflittuale la sua natura, desiderando di poter essere un umano; lo sviluppo per contro risulta un po' blando perché poggia su pretesti poco convincenti da entrambe le parti: dal punto di vista di Kate c'è solo la volontà di essere accettata dal padre, mentre August si muove in base ad un piano che si dimostra fallace su più fronti.
Penso che la trama sia così striminzita perché l'autrice ha scelto di concentrarsi sui personaggi, o meglio sui protagonisti visto che il resto del cast risulta decisamente stereotipato. Tra i due, la mia preferenza va sicuramente a Kate: mi è piaciuto come sono state messe in scena le sue motivazioni ed ho apprezzato che Schwab abbia avuto il coraggio di descrivere un personaggio fortemente patetico, senza la volontà di arruffianarsi l'approvazione del lettore; per contro August non mi colpita troppo, in particolare perché fatico a digerire i personaggi che si commiserano in continuazione.
Il libro poggia principalmente su due temi: i legami familiari e la contrapposizione tra umani e mostri. Il primo viene analizzato molto bene, con i giusti tempi; penso che in questo aspetto l'autrice sia stata brava soprattutto nel descrivere il rapporto tra Kate e suo padre, ma mi sono piaciuti anche August con i suoi fratelli. Il contrasto con i mostri ottiene parecchio spazio, ma l'ho trovata troppo sbandierata come tematica, come se l'autrice avesse bisogno di gridarla ogni tre pagine in faccia al lettore. Per il resto, la narrazione di Schwab è molto diretta e ricca di dialoghi ben scritti, arrivando spesso ad essere colloquiale.
E terminiamo con gli aspetti meno riusciti, che spero siano almeno in parte sistemati nel secondo volume. In primis, ho notato parecchie ingenuità narrative, collegate sia ad elementi tecnologici spiegati male e in modo affrettato, sia ad informazioni legate al world building. Per quanti chiarimenti vengano forniti nel corso della storia, rimangono delle grosse incongruenze di fondo: ad esempio, non viene mai spiegato come abbia fatto il padre di Kate a controllare i mostri per anni, oppure con quali fondi si mantenga il mini-esercito dei Flynn.
Il ritmo sempre incalzante spingerebbe il lettore a proseguire con la storia, senza puntare l'attenzione su questi dettagli, ma è sufficiente rallentare un attimo per accorgersi dell'inconsistenza di questo mondo oltre i confini di V-City, e anche delle ripetizione delle scene nella seconda metà del volume. Ora non mi resta che concludere la serie con "Questo oscuro duetto" per verificare se questi problemi persistano o meno.
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Amleto in chiave fantasy
Mi sono interessata a "The Raven Tower" ben prima che venisse pubblicato (e ignorato) in Italia: un adult fantasy con un protagonista queer scritto da un'autrice tanto famosa e premiata non poteva che attirare la mia attenzione. Dopo averlo recuperato in lingua, l'ho lasciato stagionare ben due anni in libreria in attesa di sentire qualche parere in merito, magari da lettori italiani, e... nulla. Sembra che questo titolo -sulla carta molto promettente- sia destinato all'oblio dell'editoria; dubito che la mia recensione possa contribuire a salvarlo, ma proverò lo stesso a portare un po' di attenzione su un romanzo ingiustamente trascurato.
Effettivamente questa lettura potrebbe risultare un po' ostica all'inizio, sia per la presenza contemporanea di più linee narrative che per la scelta di raccontare gli eventi con un mix di prima e seconda persona: il narratore si rivolge direttamente al lettore, non in quanto tale bensì come fosse un personaggio specifico all'interno della storia. Se riuscite ad abituarvi a questa prosa peculiare, siete pronti per una lettura che mescola fantasy politico ed elementi mitologici in un modo inedito.
La prima delle due linee narrative principali riguarda il passato del mondo fantastico creato da Leckie e serve a raccontarci le origini delle numerose divinità che lo popolano, soffermandosi in particolare su un dio con le sembianze di roccia nera e bianca, ossia la nostra voce narrante; la seconda è ambientata invece nel presente, nella confederazione di Iraden, nel periodo tra la morte dell'Instrument (ossia l'animale che ospita la loro divinità protettrice) e la nascita di quello nuovo. Momento delicato perché d'esserci un passaggio di consegne anche tra i rappresentanti umani del dio Raven detti Lease: mentre il vecchio si appresta a sacrificare la propria vita, il suo erede Mawat giunge dal confine meridionale per rivendicare questo ruolo, accompagnato dall'attendente Eolo. L'inspiegabile scomparsa del Lease e l'affrettata ascesa del fratello Hidal danno il via all'intreccio principale, in una narrazione che ricorda per molti versi "Amleto" di Shakespeare.
Ovviamente la parte al passato si focalizza sulla creazione del world building e quella al presente sugli aspetti politici e sulla risoluzione del mistero nella corte della capitale Vastai, ma con il procedere del romanzo i due filoni si avvicinano sempre più. Tra le varie scene, il narratore inserisce anche numerose storie che servono sia ad illustrare dettagli particolari del sistema magico e religioso, sia ad introdurre nuovi personaggi rilevanti.
Come accennato viene inclusa anche una rappresentazione LGBT+, collegata principalmente alla transessualità ma con qualche accenno agli orientamenti sessuali non etero. Non si tratta di un elemento centrale, però ritengo comunque sia stato introdotto in maniera adatta nel testo, soprattutto per la naturalezza con cui i personaggi ne parlano.
I motivi per dare una chance a questo romanzo non sono quindi pochi: un concept originale alla base, un sistema magico ben spiegato e affascinante da scoprire, un intreccio capace di incuriosire ed un paio di personaggi indubbiamente validi. E ora passiamo agli aspetti meno riusciti.
In generale risulta un po' difficile affezionarsi ai personaggi, perché c'è sempre un certo distacco tra loro ed il lettore come se li si vedesse attraverso un filtro dato dalla narrazione della divinità. Un altro problema è rappresentato dalle (fortunatamente poche) scene di combattimento, che non trasmettono mai un senso di tensione o pericolo, oltre ad essere davvero confuse: non è sempre chiaro come un personaggio capiti nel mezzo di una lotta.
E arriviamo all'elefante nella stanza, altrimenti noto come ritmo narrativo. La storia procede in modo terribilmente lento, nonostante non si tratti di un volume lunghissimo: i personaggi ripetono spesso le medesime battute o giungono più volte alle stesse conclusioni. Pur essendo un ritmo adatto ad un fantasy politico, ritengo si potesse tranquillamente fare qualche taglio nel testo, aggiungendo magari quelle pagine nel finale che per contro risulta un po' affrettato.
Come vedete, non si tratta certo di un titolo perfetto, ma penso veramente che abbia le potenzialità per piacere a molti più lettori. E spero di averne incoraggiato qualcuno a dargli una possibilità.
NB: Libro letto in lingua originale
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Io rinascerò, vampiro a primavera...
Secondo capitolo nella serie The Mortal Instruments, "Città di cenere" si conferma la lettura leggera e divertente che mi aspettavo dopo il primo volume, rispetto al quale risulta però meno riuscito nel complesso. E questo sia a livello di contenuto che di forma: il romanzo è comunque in grado di intrattenere, ma ci sono molti più passaggi che lasciano il lettore interdetto, se non del tutto basito.
Nonostante manchino quasi del tutto delle coordinate temporali, specialmente tra una scena e l'altra, direi che la storia riprende qualche giorno dopo la conclusione di "Città di ossa" e ruota principalmente attorno ai tentativi dei protagonisti di fermare il piano di Valentine, che questa volta mira alla Spada Mortale per creare un esercito di demoni ai suoi ordini. Ovviamente non mancano i passaggi riempitivi, come i vari siparietti romantici e l'introduzione della Corte Seelie, l'equivalente fatato dello studio di Pomeriggio 5; oltre alle fatine, vengono presentati anche nuovi Shadowhunters adulti, dall'utilità dubbissima ai fini della trama.
Sul fronte dei personaggi, confermo di trovare davvero fastidiosi i tre protagonisti, mentre apprezzo parecchio i loro comprimari per quanto Clare tenti di tutto pur di escluderli dalla scena. Clary oscilla sempre tra l'odio verso ogni altra donna e l'ossessione patologica per Jace (la possibile relazione tra sua madre e Luke la disgusta, invece limonare il proprio fratello è normalissimo), Simon ha un upgrade che dovrebbe nobilitarlo dal suo status di peso morto ma è comunque odioso quando impone a Clary una relazione senza consultarla, e Jace mostra sempre più sintomi di bipolarità ovviamente ignorati dagli altri personaggi. Sull'altro piatto della bilancia abbiamo Raphael, Maia, Alec e Magnus, tutti personaggi potenzialmente validi che vengono spesso sacrificati per portare la narrazione in determinate direzioni.
In questo seguito il lato romance diventa più rilevante, una scelta che non intendo bocciare in toto ma verso cui ho sentimenti altalenanti: Clary e Jace per me sono un grande no, in base a quanto è stato mostrato finora, perché Clare ha creato una dinamica complessa a cui non è chiaramente in grado di dare il giusto tono; dall'altro lato abbiamo Simon e Maia (in minima parte) e Magnus e Alec, due coppie molto carine ma il cui sviluppo viene spesso portato avanti offscreen.
Altra scelta infelice è quella di ampliare il world building introducendo però elementi in conflitto con quanto detto in precedenza. Un esempio palese è la Coppa Mortale -sui cui poteri l'autrice era stata volutamente vaga- che qui diventa improvvisamente un talismano contro i demoni, mentre in "Città di ossa" nulla poteva contro Abbadon; anche sulla Spada Mortale ci sono informazioni contrastanti: prima Valentine dice di dover completare un certo rituale per utilizzarla, poi riesce ad evocare un gran numero di demoni senza aver fatto ancora niente. Lo stile narrativo spinge ad una lettura bulimica, ma se ci si sofferma a riflettere le contraddizioni diventano palesi ed irritanti.
In definitiva, un titolo che risulta più pasticciato del precedente, anche dal punto di vista della traduzione che a tratti fatica a rendere espressioni e giochi di parole, e per conseguenza la lettura diventa meno scorrevole a dispetto del ritmo frenetico.
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Il limite è l'edizione
Dopo aver letto un buon numero di opere nella colossale bibliografia di Stephen King, ho cominciato a spulciare le tante classifiche dei suoi migliori romanzi fatte da lettori che hanno recuperato praticamente tutto ciò che ha scritto, per provare qualche suo titolo apprezzato dai fan ma ancora nuovo per me; in molte "La zona morta" compariva ai primissimi posti, così come "Shining" che però mi rifiuto categoricamente di acquistare finché la Bompiani non lo ripubblicherà con una cover decente. Ecco quindi perché mi sono interessata a questo romanzo, ed è una fortuna che l'abbia conosciuto tramite le opinioni dei lettori, perché se mi fossi dovuta fidare della sinossi proposta da Sperling & Kupfer la valutazione finale sarebbe decisamente diversa.
La trama all'apparenza è molto semplice: il professore John "Johnny" Smith rimane vittima di un incidente d'auto che lo fa finire in coma per quattro anni e mezzo, per poi risvegliarsi dotato di un potere di preveggenza legato al contatto con le persone o alcuni oggetti. La narrazione segue però uno schema particolare e potrebbe non risultare immediatamente chiara, questo perché King va a focalizzarsi su personaggi secondari e dinamiche all'apparenza del tutto scollegate con la vita di Johnny. Il mio consiglio è quello di avere fiducia nelle sue capacità come autore e proseguire nella lettura, perché pian piano diventano evidenti i collegati tra le diverse situazioni, che vanno a formare un disegno davvero ampio.
A dispetto di quanto promette la sinossi, la trama si focalizza sull'antagonismo tra Johnny e un wannabe Hitler a stelle e strisce solo negli ultimi capitoli. Il resto del volume racconta le difficoltà del protagonista nel gestire il suo potere attraverso vari episodi, e questo sia dal punto di vista dei dilemmi che si pone, sia delle reazioni scatenate negli altri: per ogni persona pronta a vedere in lui una sorta di profeta divino, ce n'è un altra certa che sia un semplice truffatore. Questo porta la narrazione focalizzarsi più sulle emozioni provate da Johnny e sulle relazioni intessute con gli altri personaggi rispetto alla parte thriller, comunque presente insieme a piccole dosi di ottimo horror.
King riserva quindi molta attenzione alla caratterizzazione dei suoi personaggi, che si rivelano infatti l'aspetto più riuscito del romanzo: dai protagonisti alle semplici comparse, tutti sono verosimili e tridimensionali, con delle motivazioni credibili. Questo si riflette anche sui legami, in particolare quello tra Johnny e i vari componenti della famiglia Chatsworth; stranamente sono riuscita ad apprezzare anche la parentesi romance, comunque marginale nel testo.
Dal punto di vista stilistico il caro Stephen è sempre una garanzia, e qui in particolare ho apprezzato il suo utilizzo del foreshadowing perché riesce ad inserirlo nei giusti tempi, anticipando eventi che non sono intuibili dal contesto pur essendo chiaramente collegati ai personaggi in scena. Il risultato è quello di catturare l'attenzione del lettore, pur avendo già rivelato sulla carta quanto accadrà.
Per quanto riguarda le tematiche scelte, inizialmente non ne ero troppo entusiasta, perché l'attenzione qui è rivolta al mondo della politica statunitense degli anni Settanta, con qualche elemento ucronico e molti collegamenti alla realtà dei movimenti religiosi. Durante la lettura ho capito però che non c'era bisogno di conoscere i personaggi o i partiti dei quali si parlava, perché le dinamiche non erano per nulla lontane da quanto vediamo accadere anche oggi nella politica nostrana e internazionale, e le conclusioni da trarre sono le stesse.
La mia valutazione non è stata inficiata da alcuni difetti marginali (in particolare, il fatto che non sia una lettura immediatamente chiara e il ruolo troppo marginale dato alla figura di Greg Stillson, un antagonista dal grande potenziale inespresso), però ci tengo a far presente come la sinossi menzognera non sia l'unico problema dell'edizione italiana. La traduzione, seppur in grado di rendere bene il tono, presenta infatti tantissimi refusi che ovviamente la CE non si è minimamente preoccupata di correggere al momento della ripubblicazione. Tanto basta rifilare ai lettori una nuova copertina e il gioco è fatto!
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Un libro inutile?
Ho acquistato "La malinconia dei Crusich" all'usato almeno tre anni fa, tutta felice per l'affare fatto, per poi dimenticarlo in libreria fino a quando la Random TBR non mi ha costretta a recuperare questo titolo. Ammetto di essermene interessata soprattutto perché in generale apprezzo i romanzi familiari e volevo scoprire cosa avessero fatto di straordinario i Crusich, dal momento che si tratta di una biografia romanzata. A lettura ultimata, mi risulta veramente difficile capire dove risieda questo merito, ed ho in realtà il sospetto che questo libro sia stato pubblicato unicamente per permettere all'autore di far sfoggio del suo peculiare stile.
La narrazione si sviluppa nel corso dell'intero Novecento e segue vari membri della famiglia Crusich che, partendo da Trieste, arriveranno ad abitare in diversi Paesi, dalla Grecia alla Colombia; fortunatamente per loro, il romanzo non si conclude con l'estinzione della famiglia, a differenza di quanto lascia credere la sinossi. Altro aspetto leggermente fuorviante nell'edizione è l'accenno a delle persone realmente esistite come protagonisti, mentre risulta ben presto chiaro come questa famiglia sia quella dello stesso autore, con dei nomi diversi.
Anche fosse, direte voi, si tratta sempre di persone vere. E proprio questo rendere ancor più gravi alcuni aspetti del libro, come le storie d'amore basate unicamente su degli instalove, espediente davvero inverosimile al di fuori del mondo delle commedie romantiche. Tra l'altro di questa famiglia vengono posti in luce quasi esclusivamente gli uomini: pur di non concedere spazio ai personaggi femminili, Calligarich dedica pagine e pagine al figlio fascista del capostipite Luigi Crusich, cercando inutilmente di renderlo simpatetico al lettore.
Vista l'ambientazione, il volume parla infatti dell'Italia fascista e colonialista; senza però affrontare l'argomento in un'ottica critica! il fallito impero italiano viene anzi descritto in chiave nostalgica, come se i fascisti (tra l'altro, mai chiamati in questo modo) avessero portato la civiltà in Eritrea e ne fossero poi stati ingiustamente scacciati. Un altro elemento storico molto fastidioso è il descrivere la liberazione della penisola come una "guerra civile" in cui i fascisti sono semplicemente la parte perdente, e spesso devono essere difesi dalle prepotenze dei partigiani.
La seconda tematica che il libro cerca maldestramente di trattare è quella della malinconia del titolo; l'autore vorrebbe ammiccare alla Sehnsucht tedesca ma senza che ci siano le basi per farlo, perché i Crusich si trovano a viaggiare unicamente per ragioni economiche, non di malessere o nostalgia.
E arriviamo allo stile, sicuramente il primo aspetto a colpire il lettore; questo perché Calligarich scrive in modo talmente particolare da rendere difficile interpretare le singole frasi, in cui spesso vengono omessi verbi e virgole, viene invertito l'ordine degli elementi della frase, oppure utilizzati periodi lunghissimi e privi delle pause necessarie a permettere al lettore di prendere fiato durante la lettura. Inoltre sono quasi completamente assenti i dialoghi (ho contato in media una linea di dialogo ogni dieci pagine di testo) perché tutto viene narrato anziché mostrato direttamente, mentre le ripetizioni abbondano, così come gli elementi di foreshadowing che rendono ancora meno emozionante la lettura.
Mi rendo conto che lo stile di Calligarich potrebbe risultare quasi poetico, se si leggono solo dei brevi estratti, peccato che questa prosa sia decisamente indigesta in un romanzo di oltre 400 pagine!
In definitiva, non riesco a spiegarmi l’utilità di questo libro, a parte permettere all’autore di far mostra del suo stile artificioso. La storia dei Crusich non è diversa da quella di milioni di altre famiglie nell’Europa novecentesca, nessuno dei personaggi è particolarmente incisivo e i temi scelti sono mal trattati. Però è un titolo che sicuramente mi rimarrà impresso, se non altro per il tedio provato nel dover rileggere in continuazione le frasi scritte al contrario.
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Approvato da Crudelia De Mon
Nel corso della Storia sono stati pubblicati miliardi di libri, ma ben pochi sono riusciti ad arrivare fino ai giorni nostri per essere ancora stampati e letti. "La valle delle bambole" ha la pretesa di poter rientrare nell'immediato futuro tra questi classici della letteratura, ma personalmente mi auguro che le cose vadano diversamente: non solo perché lo stile di Susann è privo della personalità necessaria a superare la prova del tempo, ma soprattutto per la superficialità con cui vengono affrontate tematiche molto serie, ricorrendo ad un linguaggio già di per se offensivo e ormai -fortunatamente- superato.
Eppure questo romanzo viene tutt'ora pubblicato in nuove edizioni! e credo che la ragione di ciò risieda nel suo supposto avanguardismo. Ho notato che diversi recensori dalla mentalità affine a Lord Henry Wotton tendono ad elogiarlo per aver affrontato degli argomenti che all'epoca erano ancora un tabù; purtroppo io non sono dello stesso avviso, perché parlare di un tema in modo negativo e insultante non aiuta a cancellare un ingiusto tabù, ma serve solo ad aumentare la curiosità attorno al libro.
Ma vediamo brevemente la trama. La narrazione copre una ventina d'anni a cavallo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la metà degli anni Sessanta, con alcuni periodi sviscerati a fondo e alcuni completamente ignorati grazie a numerosi balzi temporali; la storia ruota attorno ad Anne Welles (a differenza di quanto promette la sinossi, Neely e Jennifer sono più che altro delle coprotagoniste), una giovane donna appena trasferitasi a New York con l'obiettivo di lasciarsi alle spalle la grigia vita della cittadina in cui è cresciuta. Così parte una storia dal ritmo narrativo frenetico, che rende molto difficile entrare in sintonia con i personaggi; l'autrice sembra inoltre scordarsi completamente di alcune sottotrame, come la terribile vendetta promessa da Allen di cui non si saprà mai nulla.
Di base, il romanzo vorrebbe raccontare il desiderio di emergere nel mondo dello spettacolo ed ottenere un'esistenza agiata, una strada che porta però i personaggi ad avvicinarsi alle cosiddette "bambole", pillole colorate con cui curare l'insonnia o lo stress, che causano facilmente una dipendenza. Quello dell'assuefazione da medicinali è forse l'unico aspetto trattato in modo consapevole e approfondito, oltre alla parte ambientata all'interno della casa di cura, che però penso di aver apprezzato solo perché mi ha ricordato l'amatissimo "Ladra" di Sarah Waters.
Passando ai (molti!) difetti, voglio tornare brevemente sullo stile: come ho già detto è alquanto sciapo oltre a risultare molto soapoperistico, povero di descrizioni e fin troppo ricco di dialoghi fatti da soli botta e risposta; dialoghi che tra l'altro suonano spesso artefatti, oltre che farciti da dozzine e dozzine di termini denigratori nei confronti delle minoranze (donne, omosessuali, persone in sovrappeso, ebrei) che secondo alcuni Susann ha contribuito invece ad emancipare!
E arriviamo ai due elementi che mi hanno davvero snervato durante questa lettura: personaggi e tematiche. I primi sono generalmente piatti e stereotipati, oltre ad essere tanto numerosi da risultare a tratti intercambiabili, soprattutto per quanto riguarda quelli secondari. Ho letteralmente detestato seguire le loro vicende perché sono tutti delle persone orribili; lungi da me volere un cast di eroi senza macchia, ma qui abbiamo solo l'imbarazzo nel dover stabilire chi sia il più spregevole, o quello che in un mondo normale sconterebbe più anni in carcere! E poi c'è Anne che ovviamente è una santa, e in quanto tale del tutto priva di dignità.
E concludiamo con i temi del romanzo, a parte quello della dipendenza. Come accennato, il libro ha la pretesa di sdoganare argomenti scabrosi per gli anni Sessanta, ma lo fa in maniera mortificante se non perfino triggerante: ad esempio, vengono menzionate decine di personaggi gay ma unicamente per essere insultati a caso, oppure le protagoniste dicono di volersi realizzare lavorativamente però nessuna si sente davvero felice senza un marito (che possa permettersi delle pellicce di visone, beninteso!) e dei figli. Forse sembrerò un'insensibile che non riesce ad empatizzare con il dramma dei personaggi, ma penso che qui sia da biasimare invece l'autrice per aver lucrato su problemi seri affrontandoli con un tono superficiale, degno di una commediucola.
La ciliegina sulla torta? il tema della guerra (e delle sue conseguenze) promesso nella sinossi copre circa due paginette nel romanzo, poi nessuno ne parla più. Molto verosimile, soprattutto visto il clima politico che si respirava negli anni in cui è ambientato.
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Quando ti aspetti Quake e ti ritrovi con Elsa
Dopo innumerevoli rinvii, mi sono infine ritagliata un po' di tempo per iniziare la serie La terra spezzata di N.K. Jemisin, autrice che avevo già conosciuto e parecchio apprezzato con "I centomila regni", la sua opera d'esordio rispetto alla quale ho notato un buon miglioramento. "La quinta stagione" è stata infatti una lettura piacevole, che fornisce una solida base per questa trilogia; visto l'hype attorno al romanzo, devo però ammettere che mi sarei aspettata qualcosina di più.
La storia si ambienta in un mondo fantastico, in particolare sul continente chiamato con sottilissima ironia l'Immoto; questo luogo è infatti funestato da continui movimenti sismici che rendono ovviamente difficoltosa la vita dei suoi abitanti, e hanno il loro climax nella cosiddetta Quinta Stagione, il periodo successivo ad un evento catastrofico durante il quale l'umanità superstite tenta di restaurare la civiltà. L'aspetto fantasy principale di questa ambientazione è la presenza degli orogeni, ossia persone capaci di utilizzare l'energia cinetica per bloccare oppure scatenare le scosse, ma anche fare molto altro a seconda del loro grado di controllo; questi individui vengono maltollerati dalla società, che teme il loro potere ma cerca al contempo di utilizzarlo per rendere sicure le città.
In questo quadro si dipanano tre linee narrative, chiaramente poste su piani temporali diversi, che ruotano attorno ad altrettante donne dotate di orogenia. La prima riguarda Damaya, una ragazzina che deve lasciare la sua famiglia per essere condotta al Fulcro, dove sono addestrati gli orogeni imperiali; la seconda si incentra sulla giovane Syenite, in viaggio nell'Immoto per portare a termine una missione su ordine del Fulcro; l'ultima segue Essun, una madre alla ricerca della figlia, all'inizio della nuova Quinta Stagione, all'apparenza destinata a durare per migliaia di anni.
Di questo romanzo ho apprezzato molto lo stile dell'autrice, davvero scorrevole, reso anche particolare per alcuni elementi insoluti, come la (parziale) narrazione in seconda persona oppure i frequenti commenti del narratore inseriti tra parentesi. Anche la scelta di avere un cast estremamente inclusivo è approvata in pieno: la maggioranza dei personaggi è queer e -sebbene si tratti di un mondo fittizio- appartenente ad ogni etnia. L'aspetto più riuscito del libro è però il world building incredibilmente ricco di dettagli; nella prima metà ci sono dei passaggi di palese infodump, ma non penso rovinino l'esperienza di lettura perché quello che il lettore scopre è genuinamente interessante e porta a voler esplorare sempre più questo mondo.
Mi sento di promuovere anche il sistema magico, perché risulta ben pensato e viene spiegato un po' alla volta, con il procedere della narrazione. A fine lettura, alcuni aspetti non sono ancora approfonditi a sufficienza (come il popolo dei mangiapietra o il potere degli obelischi), ma penso che verranno sfruttati meglio nei seguiti.
Per contro, ho trovato i colpi di scena un po' ripetitivi e prevedibili, e non sono particolarmente entusiasta neppure per la trama e le relazioni. Nel primo caso, abbiamo una narrazione che poggia su pochi eventi importanti, preferendo dilungarsi sulle spiegazioni ed i background dei personaggi; nel secondo, ho avuto la sensazione che i rapporti venissero imposti al lettore, anziché illustrati durante la storia. In particolare, la parte romance si sviluppa quasi interamente offpage, ma bisogna accettare che quei personaggi si amino a prescindere; stessa cosa succede per l'amicizia tra Syenite e Alabaster: ho davvero faticato a tollerarla, perché si basa sulla dinamica donna giovane ed ingenua/uomo maturo e saggio, che ovviamente le deve fare continue lezioncine, risultando pedante e paternalistico fino alla nausea.
Riguardo alla tematica dell'ecologismo, tanto sbandierata in altre recensioni, non l'ho sentita come centrale nella narrazione: quanto viene detto a riguardo sembra una versione alternativa del diluvio universale, con Padre Terra che punisce l’umanità come il Dio del Vecchio Testamento. Nulla di nuovo quindi, ma mi riservo di continuare la serie prima di emettere un giudizio definitivo in merito.
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Se Dickens avesse scritto di donne lesbiche
Dopo due capolavori è sempre difficile vedere confermate le proprie aspettative, soprattutto se si approda all'esordio di un autore dopo aver letto i suoi lavori più maturi. È quindi con un po' di esitazione che mi sono approcciata a "Carezze di velluto", e nella prima parte del romanzo devo dire di aver seriamente temuto per una mezza delusione; invece, avrei dovuto avere più fiducia in Sarah Water, che con questo libro si conferma a ragione tra i miei autori contemporanei preferiti, nonché la sola capace di farmi apprezzare appieno una storia che di base è un romance.
Come nell'altrettanto meraviglioso "Ladra", ci troviamo in Inghilterra nell'epoca vittoriana: un'ambientazione fatta tanto di eleganti salotti decadenti quanto di misere abitazioni nei paesini di provincia oppure nei sobborghi della stessa Londra che l'autrice descrive con una bravura degna di Charles Dickens, che in quegli anni però ci viveva. La storia inizia nella cittadina marittima di Whitstable dove nasce e cresce Nancy "Nan" Astley, la nostra protagonista e voce narrante; di base questo è un romanzo di formazione, che non segue una vera e propria trama, ma mostra i primi anni della vita adulta della ragazza la cui placida esistenza come ostricara viene stravolta durante una serata al music hall, quando assiste allo spettacolo di Kitty Butler, che balla e canta vestita da gentiluomo.
Da questo evento parte il percorso di crescita e scoperta di se di Nancy, che la porterà nel mondo eclettico degli artisti londinesi, nelle lussuose dimore degli aristocratici annoiati e perfino nella povera vita di chi vive ai margini della fumosa capitale inglese. In un arco temporale di sei anni, il suo personaggio compie un'evoluzione legata alla crescita personale incredibile eppure sempre verosimile, raccontata da una versione più matura della protagonista, che guarda la se stessa giovane con un misto di biasimo e nostalgia, indicando i suoi errori in modo critico e senza nascondere neppure i pensieri che potrebbero portare il lettore a biasimarla, come la mancanza di nostalgia nei confronti della famiglia quando si trasferisce, nonostante loro cerchino di supportarla in qualsiasi modo.
Pur non avendola apprezzata in un primo momento, confesso che pian piano mi sono affezionata a questa protagonista spiacevole, ed ho finito per fare il tifo per lei proprio perché riesce ad imparare dagli errori commessi e non smette mai di reinventarsi. Ho adorato anche la maggior parte dei molti comprimari, in particolare Zena e Ralph credo siano tra i più riusciti ma in questo romanzo troverete un intero microcosmo di personaggi talmente ben scritti da sembrare reali.
Come detto, non abbiamo una trama nel senso convenzionale del termine, perché l'autrice sceglie di seguire semplicemente il POV di Nancy, e ciò rende forse le svolte narrative prevedibili. Se si potrebbe vedere in questo dettaglio un difetto (l'unico!), va però tenuto conto che il foreshadowing della narratrice stessa dimostra come non fosse affatto nelle intenzioni di Waters costruire dei colpi di scena.
Come le altre opere dell'autrice, questo libro non è caratterizzato solo dal suo stile ricercato eppure estremamente scorrevole, ma anche dalle tematiche collegate all'orientamento sessuale e all'identità di genere: in particolare, qui Waters si focalizza in primis sull'omosessualità, ma concede molto spazio anche al crossdressing e al nonbinarismo, riuscendo a calare il tutto in un'epoca dove questi temi erano un vero tabù. Il romanzo va inoltre a toccare argomenti di carattere sociale, come l'emancipazione femminile e la condizione della classe operaia, mostrando anche i modi diversi di affrontarli tra chi li conosce in prima persona e gli aristocratici che vedono invece la beneficienza come un passatempo tra i tanti.
Un romanzo dal quale c'è molto da imparare, sia per quanto riguarda l'ambiente misconosciuto dei music hall vittoriani che per i temi LGBT+ tanto cari all'autrice, ma dove soprattutto non si può che rimanere coinvolti da una storia d'amore semplice eppure tanto sofferta.
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Pensavo peggio (in senso buono, però)
Come la serie The Witcher mi ha tenuto compagnia durante il 2021, così i primi libri dell'universo narrativo Shadowhunters saranno una parte consistente nelle mie letture per quest'anno. Premetto che, pur non essendomi mai interessata a questa serie a causa delle abominevoli cover nostrane, conosco già la storia per aver sito la serie TV di qualche anno fa; e questo è forse il motivo per cui i colpi di scena mi sono risultati tanto prevedibili. Avevo però sentito che erano state apportate diverse modifiche nell'adattamento, quindi spero ancora che i seguiti mi sapranno sorprendere.
L'intreccio narrativo si sviluppa in modo davvero rapido, senza tempi morti (al massimo ci sono scene fini a se stesse), e segue le avventure dell'adolescente Clarissa "Clary" Fray, aka la classica protagonista YA: si sente diversa dagli altri, è bellissima ma non lo sa, ha un amico del cuore che le muore dietro e detesta qualunque personaggio femminile venga anche solo menzionato di striscio nel testo. L'estate della nostra eroina viene stravolta quando scopre l'esistenza del Mondo Nascosto, popolato da ogni sorta di creatura fantastica, ma soprattutto quando questi esseri attaccano la sua casa e rapiscono la madre; da qui parte la missione di Clary per salvare la donna, missione nella quale avrà il supporto di un gruppo di giovani Shadowhunters, l'equivalente della polizia in questo mondo sovrannaturale.
Ammetto di aver affrontato questa lettura in un'ottica prevenuta, ed ero già pronta a maledire la me stessa del passato per aver acquistato i libri; inaspettatamente, sono però riuscita a trovare qualcosa di positivo in "Città di ossa". Innanzitutto approvo in pieno la scelta di raccontare la storia in terza persona, perché rimanere prigionieri nella testa di Clary sarebbe stato un incubo; la narrazione ha poi un ritmo tale che risulta impossibile annoiarsi, inoltre abbiamo alcuni personaggi parecchio interessanti anche se marginali (in particolare ho apprezzato Raphael, Alec e Magnus) e un world building che mi ha incuriosita molto: non vedo l'ora di esplorarlo maggiormente nei seguiti! Ho anche trovato la parte romance meno predominante di quanto mi aspettassi; e sì, c'è un mezzo-quadrilatero scemo, Clary è davvero urticante e il capitolo conclusivo è di pessimo gusto vista la direzione presa dalla trama, ma per lo meno non è questo il fulcro della storia.
E ora passiamo ai tasti dolenti, che non sono pochi anche tenendo a mente la data di pubblicazione. Come già accennato, abbiamo una protagonista a dir poco fastidiosa oltre che del tutto incoscien... cioè, coraggiosa! e il resto del cast ricalca dei ruoli abbastanza stereotipati quindi (a parte le eccezioni già menzionate) non mi ha colpita particolarmente. Ci sono poi delle incongruenze a livello narrativo -ad esempio, Simon che dice di voler passare in serata e poi si presenta a casa di Clary dopo dieci minuti- che si potevano sistemare con una semplice rilettura; altre inconsistenze sono invece un po' più problematiche: l'immotivata presenza di Simon alla festa, l'ignoranza dei giovani Shadowhunters sul passato della loro stessa organizzazione, oppure le tempistiche incomprensibili nei piani dell'antagonista.
Il vero problema di questo libro è però lo stile di Clare, della quale avevo letto fin'ora solo la serie Magisterium, che però rientra nel target middle grade ed è stata scritta assieme ad un'altra autrice. La prosa non ha nulla di personale, se si escludono le metafore banali oppure nonsense ed i riferimenti al mondo dell'arte che dovrebbero convincerci della grande passione di Clary; il testo è inoltre farcito da pesanti infodump, che sembrano vere e proprie lezioni non richieste sul world building, e dagli ingenui tentativi dell'autrice di creare tensione ed atmosfera, purtroppo senza risultato. Però bisogna ammettere che si percepisce il suo desiderio di non prendersi troppo sul serio, cosa che ha spinto anche me ad essere più tollerante nella valutazione.
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Apologia di un professore di lettere classiche
Philip Roth è un autore che mi incuriosiva da qualche anno e pensavo di iniziare proprio da "La macchia umana" perché ne ho sempre sentito parlare in termini elogiativi; purtroppo, in una di queste recensioni, mi sono imbattuta in un gigantesco spoiler indesiderato. Ho cercato quindi di lasciar passare un po' di tempo per dimenticarlo ma, non essendoci minimamente riuscita, ho deciso di leggere ugualmente questo romanzo senza aspettare: è stata una buona scelta, in primis perché lo stile di Roth mi ha conquistata, e anche perché il colpo di scena non è presentato come tale nel testo, quindi in definitiva non mi ha rovinato la lettura.
Il romanzo si presenta come un'accorata difesa composta dallo scrittore Nathan Zukerman nei confronti del vicino Coleman Silk, professore di lettere classiche in pensione che, pur essendosi speso durante l'intera carriera per rendere più efficiente e competitivo il college in cui insegnava, viene ricordato unicamente per aver definito spettri (spooks, nell'originale) due studenti neri che non avevano mai preso parte alle sue lezioni; il termine ambiguo (in inglese è utilizzato come insulto desueto nei confronti delle persone di colore) viene strumentalizzato da alcuni colleghi per etichettarlo come razzista. Anni dopo, Coleman è nuovamente vittima delle malelingue locali quando intraprende una relazione con Faunia Farley, una donna molto più giovane e dal passato estremamente controverso.
La narrazione non segue una trama vera e propria, almeno all'apparenza: come succede ne "Il buio oltre la siepe" (romanzo con il quale condivide più di un punto di contatto) lo spunto iniziale viene ripreso nella parte finale, creando un senso di chiusura in una storia che altrimenti si limiterebbe a raccontare episodi della vita dei personaggi principali. In questo caso, il rapporto tra Coleman e Faunia e tutti i pettegolezzi che gli ruotano attorno fanno da collante alle vicende e anche all'interesse di Nathan nel voler riabilitare il suo amico.
I personaggi sono forse l'aspetto più riuscito del romanzo, e ad essi Roth da giustamente maggiore attenzione. Da notare come tutti i protagonisti vengano indagati a fondo, mettendo in luce sia i difetti di coloro che tendiamo a vedere come i buoni, sia i pregi -o meglio, le motivazioni a volte comprensibili, se non condivisibili- degli antagonisti: perfino il personaggio più ignobile viene analizzato senza pregiudizi o moralismi, rendendo la caratterizzazione realistica.
L'altro motivo per cui ho apprezzato la lettura sono le tematiche scelte da Roth, ed il modo in cui le ha affrontate. Il libro parla principalmente di razzismo, analizzandolo anche in diversi momenti della Storia recente, ma si concentra con la stessa attenzione sulla discriminazione in senso più ampio, sulle conseguenze della guerra e sulle relazioni, sia familiari che sentimentali. Di questi temi vediamo gli aspetti più frustranti e odiosi, inoltre l'autore accenna in modo marginale ma non per questo superficiale anche a suicidio e pedofilia.
Come anticipato, lo stile di Roth mi ha colpita in positivo, in particolare per l'armoniosità della prosa. Il tono e le espressioni scelte dall'autore fanno pensare quasi ad un classico, più che un romanzo contemporaneo, eppure questo non rallenta minimamente la lettura. L'unico difetto è la tendenza a interrompere la frase principale con una secondaria (e a volte anche più di una!); questo vale anche per gli eventi narrati: la vicenda principale è frequentemente inframmezzata da episodi collaterali, con il risultato di far perdere al lettore il filo logico della narrazione a tratti.
Infine, due parole sull'edizione. Ho trovato estremamente valida la traduzione, soprattutto per le utilissime note che rendono più chiari dei dettagli culturali o linguistici difficili da rendere nel testo. Sono però perplessa dalla scelta di lasciare in inglese alcuni termini, come lunch o boyfriend, che reputo estremamente semplici; si tratterà forse un dettaglio stilistico?
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Anche il revisore sarà in vacanza
Se ho imparato qualcosa quest'anno in merito ai miei gusti come lettrice è che le autrici britanniche di thriller non otterranno mai più di una sufficienza risicata da parte mia. In compenso, riesco sempre a divorare i loro libri in pochi giorni, quindi per lo meno non diventano letture pesanti o noiose; dopo le varie Douglas, Hawkins e Paris, non so però se devo continuare a tentare nella speranza di trovare prima o poi una valida autrice oppure abbandonare definitivamente questa nave.
"La moglie imperfetta" si ambienta nella provincia inglese dei giorni nostri ed ha inizio l'ultimo giorno di lavoro della protagonista, la docente Cassandra "Cass" Anderson: di rientro da una piccola festa tra colleghi, la donna vede un'auto stranamente ferma sotto il nubifragio su una stradina fuorimano; solo il giorno seguente verrà a sapere che a bordo si trovava una donna brutalmente assassinata. Questo evento da il via ad una serie di paranoie che tormenteranno Cass durante i mesi seguenti, resi ancora più difficili da svariate dimenticanze che la portano a pensare di soffrire di demenza precoce come la madre.
Vista la trama, mi aspettavo che una buona fetta della storia ruotasse attorno ai tentativi, magari goffi ed amatoriali, della protagonista per far luce sull'omicidio al quale ha quasi assistito, invece la narrazione tocca questo aspetto solo a tratti; il delitto diventa quindi solo uno dei tanti episodi che contribuiscono a spaventare Cass e renderla sempre più insicura sulla condizione della sua psiche. In parte, questo mi ha delusa, però ritengo possibile che la "colpa" sia della sinossi proposta da TEA, un po' fuorviante (come anche il titolo!).
Dal punto di vista del ritmo, aspetto fondamentale in un thriller, questo romanzo è impeccabile: non ci sono momenti morti o scene fiacche, e questo diventa ancor più evidente nella parte finale. Va però detto che ci sono parecchie ripetizioni, cioè passaggi in cui si presenta una medesima dinamica con qualche dettaglio modificato: ad esempio, in una scena Cass non riesce a far funzionare la lavatrice e pensa di averlo scordato a causa della malattia, poi lo stesso episodio si ripete con il microonde e con la macchina per il caffè.
Un altro aspetto non troppo riuscito è la risoluzione del mistero, che risulta davvero palese e simile a dozzine di altri romanzi di questo genere. L'autrice non cerca neppure di rendere più misterioso l'intreccio, perché le cose di cui Cass si dimentica non sempre vengono narrate, ed è quindi semplice capire quali siano vere e quali no. Lo stile di Paris poi non ha nulla di particolare, sembra quello di uno scrittore alle prime armi: non cerca di compiere alcuno sforzo per rendere la narrazione personale o evocativa, si limita a riportare i fatti in modo diretto; i suoi limiti si notano anche nei dialoghi, spesso vuoti oppure artificiosi, e la traduzione italiana non aiuta di certo.
Oltre all'eccellente ritmo, ritengo che l'aspetto più riuscito sia la caratterizzazione della protagonista. Cass non è sicuramente perfetta e in più di un'occasione commette sbagli imbarazzanti, però riusciamo sempre a vedere le motivazioni condivisibili e verosimili delle sue azioni. Nel complesso, seguire il suo punto di vista mi ha intrattenuto molto e l'ho reputata genuinamente simpatetica.
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Poirot 1 : Hastings (sotto) 0
Dopo la parziale delusione avuta a settembre con "Poirot sul Nilo", ho voluto dare una nuova possibilità all'investigatore belga con "Poirot a Styles Court", ossia il primo romanzo in cui compare il suo personaggio nei panni del brillante risolutore di una faida familiare a dir poco intricata. Questo libro nasce per una piccola scommessa tra Christie e la sorella maggiore Margaret; un debutto forse non particolarmente entusiasmante dal punto di vista editoriale, ma ciononostante è stato il punto di partenza per una carriera tanto fortunata quanto prolifica.
La storia è ambientata nella campagna inglese durante la Prima Guerra Mondiale e viene narrata da Arthur Harold Hastings, giovane militare in congedo a seguito di una grave ferita; l'uomo trova ospitalità presso l'amico John Cavendish che lo ospita nella villa di famiglia, che ben presto diventerà teatro di un delitto assai crudele. Per fortuna delle autorità e dell'inetto narratore il geniale Poirot è in città e, presosi a cuore il caso, riuscirà a far emergere la verità dietro la fitta rete delle bugie domestiche.
L'intreccio mystery è davvero ben sviluppato, con una risoluzione come sempre brillante che, pur avendomi fatto pensare ad altri titoli dell'autrice, non ero riuscita a prevedere se non in minima parte. La ragione per cui le spiegazioni fornite infine da Poirot sono tanto soddisfacenti è data principalmente dalla scelta della voce narrante: Hastings è un personaggio quasi comico nella sua inconsapevolezza, quindi assistere alle vicende dal suo punto di vista è un valido modo per ottenere tutti gli indizi utili senza però svelare alcunché dei pensieri dell'investigatore.
Il rapporto tra Poirot e Hastings è uno degli aspetti che ho preferito in questa lettura: vedere i loro confronti è stato molto divertente, perché il soldato tratta con condiscendenza il belga, pensando spesso a come sia ormai troppo vecchio per risolvere il caso, mentre invece è lui a fare la figura del fesso in questo confronto, oltre che in tutte le scene in cui cerca di fare gli occhi dolci a qualche donna. È una dinamica che mi ha ricordato in parte quella tra Holmes e Watson (a mio avviso svilente e, a tratti, tossica) ma qui le scene in cui Poirot blasta pesantemente Hastings sono ben giustificare dalla supponenza di quest'ultimo.
Ho trovata più che degna l'ambientazione storica, anche se praticamente contemporanea per Christie; i diversi riferimenti alla Grande Guerra, che in alcuni casi hanno un loro ruolo nella trama, contribuiscono a far capire come lo scenario non sia solo un elemento marginale nella narrazione. Mi sento di promuovere anche il cast di comprimari, in particolare ho apprezzato lo spazio dedicato all'approfondimento del personaggio di Mary.
Purtroppo, come succede in altre opere dell'autrice, il finale è davvero zuccheroso e condito da coppiette felici a profusione, e non me ne lamento (solo) perché non vado pazza per il romance, ma soprattutto per come vengono gestite alcune di queste le storie d'amore, dando un lieto fine anche a chi non lo meriterebbe proprio.
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Una lettura sfiancante
A differenza di quanto potrebbe suggerire il voto medio che ho assegnato, la lettura de "La lunga marcia" non mi ha lasciata affatto indifferente; penso anzi sia un libro che spinge molto a riflettere, portando avanti tematiche ancor oggi attuali. Una buona idea alla base quindi non manca, ma lo svolgimento non convince appieno: in sostanza leggere questo romanzo mi ha decisamente provata e messa a disagio, e non sempre per i motivi giusti.
La narrazione ci porta in una versione distopica (almeno per l'epoca in cui King ha iniziato la stesura del romanzo) degli Stati Uniti; gli elementi di world building non sono tanti, anche perché la storia si concentra volutamente su altro, ma possiamo intuire che la repubblica sia stata rimpiazzata da una dittatura militare al cui vertice si trova la figura del Maggiore, uomo autoritario e imperscrutabile. In questa realtà parallela, ogni due anni si svolge la Lunga Marcia, a metà tra una gara di resistenza mortale ed un gioco a premi televisivo: cento ragazzi marciano senza sosta partendo dal confine con il Canada e dirigendosi verso Boston, chi si ferma viene fucilato sul posto mentre l'ultimo a rimanere in piedi potrà chiedere qualunque cosa, diventando una sorta di eroe popolare.
La trama non si spinge oltre questo concetto di partenza, infatti nel testo ci si limita a seguire lo svolgimento della Marcia attraverso il punto di vista di Raymond "Ray" Davis Garraty, un sedicenne che viene spesso appellato come "il beniamino del Maine". A rendere più dinamica una narrazione altrimenti vincolata dall'evento (non propriamente) sportivo ci sono alcuni flashback che ci raccontano la vita di Ray oppure il passato dei Marciatori ai quali si avvicina; anche alcuni elementi relativi all'ambientazione vengono forniti durante la storia, permettendo così al lettore di farsi un quadro sufficientemente chiaro del mondo di cui legge e delle sue regole.
Nel complesso reputo ben sviluppato il concetto alla base, specialmente per come King descrive l'atteggiamento dei cittadini nei confronti della Marcia: nessuno si scandalizza per il massacro di un gruppo di adolescenti, anzi le persone sono attratte in modo veramente morboso da questo evento, arrivando perfino a parteciparvi come fosse una parata gloriosa. La folla, che si fa via via più numerosa ed eccitata con il proseguire della competizione, ha dei comportamenti tanto opposti quanto affini, perché da un lato osanna il vincitore e cerca di ottenere dei "trofei" dai Marciatori, mentre dall'altro è pronta all'insulto, al disprezzo, e ovviamente a piazzare qualche scommessa. Le telecamere non sono presenti quanto mi sarei aspettata, ma la scelta di preferire un pubblico "dal vivo" rendere ancor meglio l'idea della fascinazione per la morte.
Questa attrazione malata, e autodistruttiva, viene posta anche come motivazione dell'iscrizione dei Marciatori, ed è un aspetto che non mi ha convinta per nulla: a parte un caso molto specifico, sembra che nessuno di questi ragazzi abbia una ragione concreta per partecipare. Non pretendevo che tutti fossero lì per diventare ricchi, ma mi sarei aspettata un po' di sforzo nel caratterizzare le loro vicende, almeno per quelli più importanti. Nei primi capitoli pensavo perfino fossero costretti, visto che nessuno di loro sembrava avere un obiettivo reale! Tutto ciò rende ovviamente molto difficile empatizzare con loro, nonostante la sorte orribile che li attente, e in questo senso l'unico che mi sento di salvare è Stebbins.
Ma questo non è il solo motivo per cui i personaggi risultano lontani al lettore: visto il contenuto, questo è indubbiamente un romanzo rivolto ad un pubblico adulto, ma i Marciatori sono ragazzi giovani e come tali si comportano, ottenendo così ancor più distacco ma soprattutto disagio. King inserisce infatti dozzine di riferimenti sessuali, quasi sempre fuori luogo e che ho trovato ancor più indesiderati se si considera che i protagonisti hanno tutti sui sedici anni. Un trattamento ancora peggiore è quello riservato ai neri, agli omosessuali e alle donne, divise nettamente tra le fidanzate dei Marciatori (sante immacolate, e quindi frigide senza ragione) e le spettatrici infoiate, che vorrebbero praticamente saltare loro addosso.
Mi rendo benissimo conto che questo libro è ormai datato, ma non per questo posso forzarmi ad approvare una visione così (mi auguro!) superata della realtà.
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Il mio splendido (?) padre-padrone
Non ci vogliono certo le celluline grigie di Poirot per capire che l'autrice ha scelto Avril Lavigne come ispirazione per tratteggiare l'aspetto di Alyssa, la protagonista di questo romanzo. Peccato che, in confronto con la cantante -praticamente identica a vent'anni fa, tanto da diventare un meme- il libro non sia invecchiato altrettanto bene. Anzi a voler essere onesti risultava datato già nel 2013, all'epoca della sua prima pubblicazione, ma evidentemente l'autrice era troppo affezionata all'estetica pseudo-emo ed alla sua CE non hanno avuto il cuore di farle presente che nessuno canticchiava più Skater Boy da una decina d'anni ormai.
Il libro è fortemente collegato ai romanzi di Lewis Carroll con protagonista la curiosa Alice: parte dal presupposto che il Paese delle Meraviglie sia reale e Alice Liddell, la ragazzina che ispirò l'omonimo personaggio, lo abbia effettivamente visitato. La narrazione parte nel Texas dei giorni nostri dove l'adolescente Alyssa Gardner vive sola con il padre dopo che la madre è stata internata in un manicomio a seguito di una violenta aggressione verso la sua stessa figlia; la ragazza teme di aver ereditato la malattia della madre, ma alcuni eventi paranormali le faranno capire come questa situazione sia dovuta unicamente ad una connessione che la sua famiglia ha con il Paese delle Meraviglie. Per spezzare questo legame e salvare la madre, Alyssa ripercorre i passi fatti più di un secolo prima da Alice e scende nella Tana del Coniglio con il migliore amico Jebediah "Jeb" Holt ed il suo onnipresente piercing.
Infatti, se c'è un aspetto evidente fin da subito nella prosa di Howard è la sovrabbondanza di dettagli inutili, spesso ripetuti immotivatamente ogni due pagine oppure collegati all'abbigliamento dei personaggi, le cui descrizioni di mèches posticce e anfibi con la zeppa occupano intere pagine del romanzo. Informale e tutt'altro che pretenzioso, lo stile dell'autrice non mi ha sicuramente colpita, anche se si può dire che renda bene l'atmosfera assurda del classico di Carroll, ma soltanto perché la protagonista si comporta in maniera inspiegabile e tra le varie scene mancano spesso dei collegamenti logici.
Più in generale, la narrazione è ricchissima di avvenimenti ma si basa su una storia che copre soltanto una manciata di giorni, con il risultato di avere un ritmo eccessivamente frenetico. Questo va ad inficiare anche la verosimiglianza di quanto succede: l'autrice vorrebbe raccontare una vicenda dai toni avventurosi, eppure le prove vengono superate dai protagonisti troppo rapidamente, perdendo del tutto il senso di pericolo o di tensione. Neppure con il lato fantasy Howard brilla particolarmente perché non fornisce nessuna spiegazione su come funzionino i poteri dei personaggi e l'impressione è che utilizzi la magia per risolvere delle situazioni nelle quali altrimenti la missione di Alyssa si sarebbe arenata.
La parte romance occupa un terzo abbondante del libro, e riesce comunque a risultare perfettamente inutile. Alyssa è al centro di un tipico triangolo YA e viene contesa tra due ragazzi bellissimi e del tutto intercambiabili: lei propende per uno o per l'altro solo sulla base di chi le è più vicino in un dato momento. L'aspetto più fastidioso è però il comportamento dei due, che la trattano come fosse una bambola stupida da rigirare e comandare a loro piacimento; mi sembra quasi superfluo dire che questo atteggiamento -caratterizzato da gelosia e possessività- non viene etichettato come abusivo, bensì romanticizzato.
Ma non c'è proprio nulla da salvare in questa lettura? in realtà come retelling di "Alice nel Paese delle Meraviglie" funziona abbastanza bene e anche i dettagli inediti che aggiunge, come il vaso Tagliavoce oppure il linguaggio dei Giuramorte, risultano adatti a quell'immaginario. Promuovo anche l'ambientazione, più vicina a quella dell'adattamento di Tim Burton ma non troppo inquietante: potrebbe piacere a chi cerca una rivisitazione per ragazzi del classico, con qualche elemento horror.
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Romanzo di formazione imprescindibile
Mi ci sono voluti parecchi anni e perfino un GDL, ma alla fine anch'io sono riuscita a leggere "Il buio oltre la siepe", classico moderno che personalmente conoscevo soltanto come titolo onnipresente nelle liste in cui si parla di critica al razzismo. Devo quindi ammettere che, pur aspettandomi un'ottima lettura, non pensavo di trovare una storia con così tanto da insegnare su temi diversi e capace di farlo con uno stile deliziosamente tagliente eppure toccante.
La storia pecca di una trama solo all'apparenza (nell'epilogo vi dovrete ricredere, come la sottoscritta!) e copre un arco narrativo di circa tre anni: di base si tratta infatti di un romanzo di formazione, incentrato sull'infanzia della giovane Jean Louise "Scout" Finch, una ragazzina molto sveglia e dotata di una sottile ironia, ma ancora ingenua quando si parla degli aspetti peggiori del mondo degli adulti, motivo per il quale si sorprende per la crudeltà con in cui vengono trattati i neri nella cittadina di Maycomb, in Alabama, nella quale vive da sempre con il fratello maggiore Jeremy "Jem" ed il padre Atticus. Quest'ultimo è un valente avvocato che verrà chiamato a difendere l'afroamericano Tom Robinson dall'accusa di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca, evento che acquisisce sempre più rilevanza nel corso della narrazione, andando ad affiancare i resoconti dei giochi estivi con Jem e l'amico Charles Baker "Dill" Harris o le difficoltà incontrate nei primi giorni a scuola.
Come accennato, il romanzo affronta il tema del razzismo, ma non solo. Se è vero che la narrazione concede a questa critica molto spazio, in particolare per mostrare il comportamento detestabile dei benpensanti di Maycomb verso i neri che vengono praticamente ghettizzati, altrettante pagine sono dedicate alle riflessioni sul sessismo ed i ruoli di genere imposti ai ragazzi dalla società. Seguendo la crescita di Scout la vediamo infatti bacchettata a più riprese da adulti che cercano di insegnarle come si deve comportare per diventare un giorno una "signora"; per sua, e nostra, fortuna la ragazza non si lascia influenzare facilmente dalle opinioni altrui, alle quali risponde gentilmente ma a tono, e gode sempre del supporto dagli amici e dalla famiglia.
I Finch sono un altro degli elementi meglio riusciti del titolo, una famiglia meravigliosamente unita che i momenti di contrasto rendono ancor più verosimile; il loro progressismo genuino li distingue subito dal resto dei personaggi, che contribuiscono comunque a colorare la vivida ambientazione. Il libro mostra infatti una serie di comprimari e comparse ricchi di personalità e bislacche abitudini, creando un microcosmo tra città e campagna in cui viene voglia di trasferirsi, almeno per una vacanza.
A dispetto dei temi trattati, la narrazione risulta scorrevole e coinvolgente, in particolare nelle parti discorsive in cui interviene Atticus, per spronare i figli a riflettere su qualcosa oppure per declamare un'arringa in tribunale. Lo stile di Lee è un vero tasto dolente, perché è talmente piacevole leggerlo da far rabbia al pensiero che l'autrice non abbia pubblicato nient'altro per tutta la vita.
A parte l'impossibilità di comprendere la logica dietro la scelta dei soprannomi, non riesco proprio a trovare qualcosa di migliorabile in questo libro, anche se penso che un font leggermente più grande nella prossima ristampa dell'edizione Universale Economica di Feltrinelli sarebbe molto gradito ai futuri lettori.
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Una author-fiction (a voler pensare bene)
Pubblicato ben quattordici anni dopo la conclusione della serie principale, "La stagione delle tempeste" è un romanzo midquel che racconta un'inedita avventura di Geralt e va così ad arricchire l'universo narrativo di The Witcher. O almeno, questo è quello che direi se non fossi una malpensante, ma essendo sempre scettica riguardo alla buona fede di autori e case editrici, sono piuttosto spinta a pensare che il buon Andrzej avesse bisogno di liquidità per ristrutturare la tavernetta e, trovandosi a disposizione quella gallina dalle uova d'oro che è la saga su Geralt di Rivia, non si sia posto problemi come «Ma questa storia serve a qualcosa all'interno della serie?». Peggio di lui ha fatto solo la Nord che, nell'edizione in flessibile, lo propone come fosse effettivamente l'ottavo capitolo, anziché una storia bonus.
La narrazione è composta da diverse piccole missioni che ruotano attorno al regno di Kerack dove il nostro sempre solare Geralt viene ingiustamente arrestato con l'accusa tipicamente medioevale di evasione fiscale; mentre cerca di dimostrare di non aver mai intascato compensi in nero, lo strigo viene inaspettatamente scarcerato, ed è allora che scopre di essere stato derubato delle sue spade. I tentativi di ritrovare le armi sono il principale filo narrativo della storia, ma non mancano quelli secondari, come il suo marginale coinvolgimento nella disputa per il trono di Kerack; peccato che, come nella serie principale non si riusciva a provare il minimo interesse per la guerra tra i Regni del Nord e Nilfgaard, anche qui la parte politica risulti poco accattivante perché essa ha ripercussioni minime per il protagonista stesso.
Come personaggi di contorno troviamo parecchi volti nuovi, dei quali però ci si può dimenticare a cuor leggendo, non avendo questi un ruolo degno di nota al di fuori del singolo romanzo: è la solita parata di politici disonesti, plebei felici della loro misera vita e maghe invaghite di Geralt. Oltre a queste new entry ritroviamo Ranuncolo, come spalla comica stranamente non troppo invasiva, e Yennefer, in un cameo davvero troppo breve.
Nel complesso, ritengo questo romanzo una lettura piacevole e, a tratti, anche divertente per merito dello stile di Sapkowski che dopo tanti libri ho finito per apprezzare. Mi sono piaciute anche le diverse frecciatine con cui l'autore critica alcuni aspetti politici e sociali del suo mondo fantasy, specchio di quello contemporaneo. Meno bene il modo in cui viene tratteggiato uno dei pochi (se non l'unico) personaggio gay della saga, passando da uno stereotipo all'altro, e l'accenno finale agli altri strighi: sarebbe stato molto più interessante sfruttare quest'idea all'interno della serie principale, anziché introdurli in un'avventura esterna.
Ma i dubbi sui quali bisogna assolutamente fare chiarezza sono due: è necessario leggere questo libro? e, se sì, quando?
La risposta al primo quesito è un secco no; la trama del romanzo è indipendente dagli eventi della serie principale e non fornisce alcun elemento indispensabile al lettore. Se è vero che non mancano riferimenti e strizzatine d'occhio agli altri libri, questi sono principalmente delle chicche per i fan affezionati.
Per quanto riguarda l'ordine di lettura, la vicenda si colloca tra i racconti de "Il guardiano degli innocenti", che però non sono presentati in ordine cronologico, infatti qui Geralt si è separato da Yennefer (conosciuta ne "L’ultimo desiderio", ultimo racconto della raccolta) ma non è ancora legato a Ciri (la legge della Sorpresa che collega i due viene presentata ne "Il male minore", terzo racconto della raccolta); il mio consiglio è però di attenersi alla data di pubblicazione perché è presente una piccola parte ambientata nel futuro, che potrebbe risultare spoilerosa.
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- no
Nella TOP 3 delle scuse più ridicole per bombare
Premetto che questa recensione conterrà lievi spoiler relativi agli avvenimenti di questo libro e dei precedenti. Ritengo inverosimile che una persona del tutto estranea alla serie si fiondi a leggere un commento al settimo romanzo, ma un piccolo avviso non costa nulla.
Nel 1999, anno di pubblicazione de "La Signora del Lago", il caro Andrzej dev'essere stato infoiato come un mandrillo; come spiegarsi altrimenti le dozzine di scene pseudo-erotiche e le centinaia di riferimenti sessuali all'interno di questo romanzo? Normalmente non mi lamenterei -infatti negli altri libri della serie non l'ho fatto- ma qui arriviamo al ridicolo: non passano più di cinque pagine senza che una donna salti addosso a Geralt, qualcuno tiri fuori delle scuse allucinanti per farsi Ciri o Yennefer, oppure un personaggio random ci delizi con una canzoncina sconcia.
Per quanto riguarda la trama, la mia impressione è che dopo l'epilogo de "Il tempo della guerra" Sapkowski abbia deciso di seguire una sola linea narrativa, ossia quella dei protagonisti che si cercano a vicenda, e con questa misera idea sia riuscito inspiegabilmente a scrivere ben due libri e mezzo! Infatti, per la prima metà de "La Signora del Lago", la narrazione si focalizza ancora sul viaggio dei nostri tre eroi: dopo una pausa di alcuni mesi, Geralt e combriccola partono per salvare Yennefer grazie ad una convergenza di colpi di fortuna assurda; dall'altra parte troviamo Ciri -ormai con così tanti titoli regali ed appellativi da far invidia a Daenerys Targaryen- che lascia l'isola (per nulla) felice degli elfi e, con una serie di aiuti ancor più assurda, cerca a sua volta di salvare la madre. E se la parziale incompetenza di Geralt non mi stupisce troppo, ammetto che la passività di Ciri in questo romanzo mi ha davvero delusa, soprattutto dopo i passi in avanti fatti ne "La Torre della Rondine", perché qui sembra incapace di procedere nella sua missione senza l'intervento di terzi.
Sullo sfondo si continua a parlare della guerra tra Nilfgaard ed i regni del Nord, guerra che per i protagonisti rappresenta al massimo una scocciatura che li costringe ad allungare un po' la strada, quindi non vedo perché dovrebbe interessare noi lettori. Lo stesso discorso vale per la profezia catastrofica degli elfi, la minaccia dell'epidemia ed il presunto lavaggio del cervello fatto a Yennefer, tutti elementi che sembrano completamente dimenticati nell'epilogo.
In generale, leggendo questa serie ho pensato più volte che l'autore non avesse le idee chiare, ma la presenza di molti dettagli che collegano gli eventi sembra smentire questa teoria. A questo punto direi che Sapkowski è molto capace nel prestare attenzione alle singole scene e molto meno nel tessere un disegno ampio: approvo pertanto i riferimenti tra i diversi elementi, ma boccio lo slegamento generale che costringe il lettore a ricostruire mentalmente la cronologia della storia ad ogni nuovo capitolo. Sono presenti anche delle piccole incoerenze, come l'improvviso ruolo attivo di Regis -tanto immotivato quanto conveniente- che mi spinge a chiedermi perché non si sia dato da fare nei romanzi precedenti.
Il difetto principale de "La Signora del Lago" è da ricercare però negli antagonisti principali. Due di loro vengono presentati come invincibili, per poi essere tolti di mezzo senza troppe difficoltà, perfino senza che i protagonisti elaborino uno straccio di strategia; il terzo si redime di botto, trasformandosi in un personaggio quasi positivo, dopo aver causato la morte di svariate migliaia di persone innocenti.
Per il resto, abbiamo una conclusione (almeno sul piano cronologico) in linea con la serie e una svolta molto apprezzabile data dai viaggi nello spazio-tempo e dai tanti riferimenti al Ciclo Arturiano. Il voto sarebbe anche potuto essere più alto, dal momento che l'odioso Ranuncolo ci ha liberato dalla sua presenza per la maggior parte del volume; invece non lo sarà, sia perché il personaggio sfugge ancora alla morte dolorosa che gli ho augurato per sette romanzi, sia perché l'ultimo libro "La stagione delle tempeste" è ambientato anni prima e pertanto ce lo troveremo di sicuro nuovamente tra i piedi.
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Macerie emotive
Pubblicato per la prima volta nel 2013 con il titolo "L'alba del mondo", in occasione dell'uscita dell'adattamento cinematografico "La conseguenza" nel 2019, questo romanzo di Rhidian Brook ha ottenuto una nuova edizione per la quale la Sperling & Kupfer a optato per il medesimo titolo del film, traduzione letterale dell'originale "The Aftermath". L'aspetto più ironico di questo teatrino del titoli è che difficilmente troverete un libro in cui si senta meno il peso delle conseguenze, in particolare quelle legate alle azioni dei personaggi; perché se è vero che il testo si sofferma spesso sugli effetti della guerra, non lo fa quasi mai su quelli degli eventi narrati, dimenticando all'apparenza alcuni errori o decolpevolizzando completamente i personaggi per i loro sbagli in favore di un epilogo bucolico e strabordante buoni sentimenti.
La vicenda è ambientata ad Amburgo nel 1946, città che vediamo devastata dalle bombe alleate e i cui abitanti faticano non poco ad adattarsi all'occupazione degli inglesi. La trama prende il via quando il colonnello Lewis Morgan si vede assegnata un'enorme villa in cui abitare con la famiglia durante il suo periodo come supervisore della zona; anziché requisire l'abitazione all'architetto Stefan Lubert e a sua figlia Frieda, l'ufficiale inglese propone di divide la casa, in cui gli spazi non mancano di certo. Questa situazione andrà a creare alcuni problemi in particolare a Rachael, moglie di Lewis ancora in lutto per la morte del figlio maggiore durante un bombardamento tedesco.
Dalla premessa, mi aspettavo una storia incentrata sul superamento dell'odio originato dal conflitto mondiale e dalla propaganda, per giungere ad una comprensione reciproca e perfino ad un sentimento di fratellanza, ma questi non sono propriamente i temi toccati da Brook. "L'alba del mondo" si focalizza invece sul lutto e su come persone con caratteri molto diversi lo affrontino a loro modo; e questo è indubbiamente uno degli elementi di forza del romanzo, pur avendo una risoluzione un po' troppo rapida nel finale.
Mi sono piaciuti molto anche l'ambientazione storica, che ritengo ben resa sia negli elementi sociali ed economici sia nell'atteggiamento dei personaggi, e la caratterizzazione di alcuni tra i protagonisti. Se è vero che il cast presenta dei personaggi abbastanza stereotipati, devo però ammettere di aver apprezzato l'ingenua gentilezza di Edmund e il contegno dignitoso di Stefan. Peccato non poter dire altrettanto per quello che -in un primo momento- sembra essere il protagonista (nonostante si tratti chiaramente di un romanzo corale).
La bontà di Lewis è tanto esasperata da risultare inverosimile in un uomo che per anni ha combattuto contro i tedeschi e, a causa loro, ha perso un figlio. Nei ringraziamenti veniamo a sapere che Brook si è ispirato alla figura del nonno paterno per tratteggiare questo personaggio; ora, io capisco il voler porre il proprio avo in una luce positiva, ma qui si è davvero esagerato: chi mai si comporterebbe in modo tanto generoso ed altruista al suo posto? secondo me, neppure il nonno di Brook!
Gli altri difetti di questo titolo sono forse da imputare dalla poca esperienza dell'autore. In particolare, abbiamo una trama dallo sviluppo molto facile da intuire (con dei dettagli che urlano letteralmente in faccia al lettore quali svolte lo attendono), dei dialoghi che mancano di logica oppure sembrano troppo artificiosi ed alcune scene in cui un personaggio viene sessualizzato senza un valido motivo, e ammetto che quest'ultimo elemento mi ha fatta innervosire non poco.
Per fortuna (?) è presente anche un problema che ho trovato esilarante: nonostante la storia si ambienti in una grande città, abbiamo un continuo ripetersi degli stessi luoghi e di incontri tra gli stessi personaggi, tra l'altro imparentati fra loro. Così la metropoli di Amburgo finisce per assomigliare ad un paesello di campagna.
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Accantoniamo l'omicidio e passiamo alle cose serie
Vi è mai capitato di imbattervi in un libro che non è per nulla come ve lo aspettavate ma finite comunque per apprezzarlo? A me è successo esattamente questo con "Piccole grandi bugie" che, forse anche per il grigiume delle immagini promozionali della serie TV "Big Little Lies", ero convintissima fosse un thriller legato all'ambiente domestico, un po' sulla falsariga de "L'amore bugiardo". Nulla di più lontano: questo romanzo non è affatto una storia dai toni cupi, anzi lo stile ironico e spigliato di Moriarty è stato il primo elemento a colpirmi, ovviamente in positivo; e sebbene ci sia una parte mystery, il suo ruolo nella storia è alquanto marginale, perché l'attenzione è posta su ben altri temi.
Effettivamente, la narrazione parte con un flash forward alla serata quiz organizzata dalla scuola elementare di Pirriwee, vicino a Sydney, durante la quale qualcuno muore e questo fa iniziare un'indagine perché le circostanze della tragedia sono a dir poco confuse. L'interesse per l'investigazione viene portato avanti, con pochi indizi e moltissime digressioni, in brevi stralci di interviste fatte ai personaggi secondari, che fanno da intermezzo nei capitoli.
La trama principale segue invece Jane Chapman, Madeline Martha Mackenzie e Celeste White, tre madri che si incontrano al primo giorno di pre-scuola dei figli e diventano in breve amiche. Oltre al legame che le unisce, il romanzo si sofferma sui loro problemi individuali: Jane affronta le difficoltà di essere una madre single e deve gestire le accuse di bullismo rivolte al figlio Ziggy, Madeline si sente divisa tra la figlia adolescente nata dal suo primo matrimonio e la nuova famiglia, mentre diventa ben presto chiaro che la vita perfetta della bellissima Celeste nasconde più di un'ombra.
Come potrete forse intuire, le protagoniste sono uno dei punti di forza di questo romanzo: tre donne piene di dubbi e difetti, ma capaci di andare oltre e farsi valere. Non vi nascondo che Madeline sia la mia preferita perché, pur avendo dei problemi un po' meno gravi rispetto alle altre, è un personaggio capace di mettersi in discussione con una feroce autocritica e la sua storyline è la più ricca di collegamenti con le altre.
Un elemento ben riuscito è poi lo stile irriverente, che forse in alcuni passaggi più seri sembra fuori luogo, ma non al punto da urtare la sensibilità; personalmente l'ho trovato genuinamente divertente e mi ha reso la lettura davvero scorrevole. Inaspettatamente ho apprezzato anche la parentesi romance: non è per nulla un aspetto centrale della storia, riguarda anzi solo una delle tre protagoniste, eppure nel complesso l'ho trovata ben scritto.
Come accennato, il romanzo va a toccare dei temi sensibili, soprattutto collegati alla violenza domestica e di genere, che ho trovato ottimamente contestualizzati e gestiti quasi sempre con tatto. Si parla molto anche di relazioni tra genitori e figli, della necessità di apportare cambiamenti radicali nella propria vita e del rapporto con i social; in quest'ultimo caso, penso che la tematica sia affrontata in modo corretto anche se il testo è non aggiornatissimo per ovvie ragioni. In un primo momento si potrebbe pensare che anche il bullismo sia un tema centrale, ma in realtà lo è solo nell’ottica del modo di approcciarsi ai bambini.
Il libro ha di certo dei difetti, come la sovrabbondanza di personaggi secondari -e, a mio avviso, impossibili da ricordare- o la scontatezza della risoluzione del mistero, ma nel complesso risulta un'ottima lettura che riesce a bilanciare intrattenimento e riflessione.
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Storia indimenticabile di una storia dimenticata
Ero del tutto consapevole che avrei finito con il piangere leggendo questo romanzo, ma di certo non ero preparata ad affrontare una storia tanto forte da non concedermi neppure una pagina di tregua, tra un pacchetto di fazzoletti e l'altro. E nonostante le lacrime, non sono quasi riuscita a mettere per un attimo da parte "Figlie del mare", perché è una storia alla quale non si può rimanere indifferenti, che non ti permette mai di distogliere lo sguardo.
Ispirandosi a eventi reali e ai racconti della madre, Mary Lynn Bracht crea la storia di Hana ed Emiko "Emi", due sorelle nate sull'isola di Jeju e separate da giovanissime durante la Seconda Guerra Mondiale quando la prima viene rapida da alcuni soldati per essere deportata in Manciuria, dove sarà costretta a diventare una prostituta, mentre la seconda rimane con la famiglia e continua il lavoro come haenyeo (ossia una pescatrice subacquea). La narrazione segue due linee temporali distinte, pur ripercorrendo eventi che hanno luogo in momenti diversi del passato: la timeline di Hana si svolge negli anni Quaranta e quella di Emi nel 2011 anno in cui la donna, ormai anziana e malata, continua a tentare di scoprire cosa si successo alla sorella tanto amata.
Ovviamente il romanzo affronta tematiche a dir poco delicate, in primis legate allo stupro ed alla pedofilia, ma anche ad altre forme di violenza, alla dipendenza da sostanze stupefacenti e alle riflessioni sul suicidio. Di conseguenza, pur avendo adorato questo libro sono un po' titubante all'idea di consigliarlo con leggerezza. Va detto che l'autrice è molto brava nel trattare questi temi in modo rispettoso: pur avendoli analizzati senza troppi giri di parole, non tenta mai di renderli diversi da ciò che sono e non finisce mai per spettacolarizzare la violenza.
In questo lo stile è indubbiamente d'aiuto, essendo abbastanza semplice e diretto permette di leggere in modo scorrevole anche scene non facilmente digeribili. Un altro punto di forza è poi l'ambientazione, sia a livello dei luoghi descritti che di fedeltà storica; ho trovato questa parte del romanzo estremamente interessante e anche educativa perché, pur non essendoci un glossario, molti dei dettagli più inusuali per un lettore occidentale vengono chiariti nel testo. In generale, ho trovato affascinante leggere di una cultura e una mentalità così lontane dalla mia, soprattutto perché l'autrice ha potuto basarsi si informazioni di prima mano dalla comunità alla quale appartiene.
I personaggi sono forse l'elemento più riuscito in questa narrazione. Tutti risultano tridimensionali e i loro pensieri vengono analizzati con grande attenzione, soffermandosi in particolare sui loro momenti più difficili; per più versi mi ha ricordato "Tutto il nostro sangue" di Sara Taylor, ma senza una struttura così ripetitiva e senza dover dipingere tutti gli uomini come dei mostri per forza. Perché se è vero che ci sono personaggi che compiono azioni orribili in "Figlie del mare", questo comportamento non viene generalizzato a tutti i costi, finendo con il depotenziarlo, per assurdo.
A voler trovare un difetto in questo libro, si potrebbe dire che non abbia una vera e propria trama, perché la narrazione si limita a seguire la famiglia di Hana ed Emi nel corso di tre generazioni. Ma anche senza colpi di scena inaspettati, "Figlie del mare" è una storia capace di tenere incollati alle pagine e stupire con la sua forza gentile.
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Holy Pepperoni, Batman!
Primo capitolo di una trilogia e al contempo estremamente piacevole anche se letto singolarmente, "A Good Girl's Guide to Murder" è un mystery per ragazzi che riesce nel difficile compito di far coesistere momenti allegri e quotidiani con un intreccio ricco di intrighi e tematiche non troppo leggere. Un buon equilibrio che si sintetizza in una lettura gradevole e divertente anche per chi, come me, ormai è ben lontano dal target YA.
La storia ha come sfondo la cittadina inglese di Little Kilton dove cinque anni prima la liceale Andrea "Andie" Bell è scomparsa ed il suo fidanzato Salil "Sal" Singh si è suicidato dopo averne confessato l'omicidio; all'apparenza un caso chiuso, ma non per l'aspirante giornalista investigativa Pippa "Pip" Fitz-Amobi che inizierà a scavare nelle vite dei due ragazzi e di tutte le persone coinvolte nel caso per far finalmente luce sulla verità, a suo avviso insabbiata anche a causa del modo in cui i mezzi d'informazione hanno trattato la vicenda.
Per raccontare questa storia, l'autrice ha scelto di adottare un formato mixed media, molto adatto al genere e ben sfruttato all'interno della narrazione: oltre ai normali capitoli abbiamo quindi le trascrizioni delle interviste fatte da Pip e degli interrogatori della Polizia, le copie delle mail e dei messaggi, oltre ad una sorta di diario che la protagonista va ad aggiornare dopo ogni nuova scoperta. L'unico difetto di questo formato è la poca leggibilità nella copia in flessibile: in alcune parti la stampa monocromatica rende davvero difficile la comprensione, come forse non sarebbe successo nel caso del formato digitale.
L'altro grande punto di forza di questo romanzo è la sua protagonista. Pip non è di certo perfetta, e lo dimostra nelle parecchie scene in cui compie azioni avventate e perfino criminose senza troppi rimorsi, ma è un personaggio brillante e risoluto: fermamente decisa a raggiungere i suoi obiettivi e svelta nel cogliere i collegamenti tra le informazioni in suo possesso. A suo credito va anche il fatto che riesca a sfruttare al massimo i mezzi a sua disposizione e cerchi di comunicare un messaggio sul giusto modo di recepire le notizie dai media; bel messaggio che l'autrice contraddice in parte nell'epilogo, ma bel messaggio non di meno.
Sull'altro piatto della bilancia abbiamo diversi elementi che si potrebbero riassumere come ingenuità narrative, date in parte dal target di riferimento. Alcuni esempi sono il tono forzatamente leggero che viene inserito in situazioni serie -a volte perfino pericolose- oppure l'aspetto romance, davvero fuori luogo e del tutto evitabile a mio avviso. Non ho apprezzato neppure come Jackson abbia trascurato il rapporto di Pip con la sua famiglia ed i suoi amici, presentato come idilliaco all'inizio, ma del tutto assente nei momenti cruciali. E che dire delle azioni dell'antagonista Unknown? per me sono degne di un episodio di Scooby Doo!
NB: Libro letto in lingua originale
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Molto più di un mystery
Dire che avessi alte aspettative su questo romanzo sarebbe un garbato eufemismo: tra dozzine di recensioni positive e la presenza di un tropo per il quale stravedo, mi aspettavo una lettura che raggiungesse le cinque stelline in tranquillità. Purtroppo non è andata esattamente così, però "Le sette morti di Evelyn Hardcastle" si è dimostrato comunque un'ottima lettura sul piano dell'intrattenimento.
L'idea alla base mi sembrava eccellente: Aiden Bishop, il nostro protagonista, deve risolvere un giallo in pieno stile Agatha Christie, rivivendo la giornata dell'omicidio da otto punti di vista, così da mettere assieme le informazioni ottenute dai diversi testimoni. Anche l'ambientazione è un tributo alla Regina del Giallo: siamo a Blackheath House, una tenuta signorile nella campagna inglese degli anni Venti, durante un ritrovo di persone appartenenti alla buona società impegnate in oziose partite di scacchi, battute di caccia e passeggiate nel parco. Oltre al nostro protagonista, tra potenziali assassini e testimoni inconsapevoli, si muovono altri due personaggi con il suo medesimo obiettivo: risolvere il giallo attorno alla misteriosa morte di Evelyn Hardcastle, primogenita dei padroni di casa.
Come già detto il risultato è una narrazione ben ritmata e davvero scorrevole, che tiene incollati alle pagine. Lo stile di Turton è abbastanza ricercato, senza per questo sembrare pedante; l'unico aspetto sul quale trovo da ridire è l'utilizzo eccessivo di metafore. La parte investigativa è gestita in maniera eccellente e, salvo qualche piccola lacuna, risponde a tutti gli interrogativi della storia; mi sento di approvare anche il protagonista e i suoi "ospiti", che vengono analizzati tutti con grande attenzione, permettendo al lettore di notare come ognuno di loro contribuisca ed influenzi le azioni di Aiden.
Meno bene la caratterizzazione degli altri personaggi, in particolare gli altri partecipanti alla "gara" per i quali sarebbe stato necessario molto più spazio, infatti nel finale si è quasi insensibili al loro destino. Il problema più fastidioso è però il lato fantascientifico, che diventa sempre più importante con il procedere del romanzo: si notano parecchie incongruenze, anche al di fuori delle menzogne dette dai personaggi, in particolare quando diventa chiaro che gli eventi possono essere alterati. La risoluzione finale poi risulta godibile solo se ci si concentra sulla parte mystery accantonando completamente gli elementi sci-fi, che vanno a contraddire la soluzione stessa del giallo.
Voglio spendere infine due parole sulla questione del fat shaming. Uno degli "ospiti" nel cui corpo si trova a vivere per un giorno il protagonista è una persona in sovrappeso e questo aspetto nel testo viene rimarcato in continuazione, sia durante quella specifica giornata, sia in seguito. Ero al corrente di questa problematica, ma devo ammettere di averla comunque percepita nettamente durante la lettura. Pur essendo convinta che si tratti di un errore in buona fede, trovo sia indubbiamente sintomo di modo di discriminare interiorizzato: il protagonista nota difetti anche negli altri "ospiti", ma neppure nei casi peggiori (uno di loro è uno stupratore seriale, per fare un esempio) ci si sofferma così tanto e spesso. Ci tenevo a segnalare questo dettaglio perché potrebbe risultare un trigger per alcuni lettori.
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Nora cara, ti auguro ogni sofferenza possibile
Per una volta tanto ho voluto completare una serie in un solo mese, anziché portarla avanti per più tempo (in alcuni casi, per anni interi!), e devo dire che si tratta di un'esperienza sicuramente da ripetere in futuro. Sempre con serie che non superino i tre volumi, però!
A differenza del secondo capitolo, "Notte eterna" ci proietta ben due anni in avanti; due anni in cui i vampiri e gli umani della multinazionale Stoneheart, sotto le direttive del Padrone, hanno preso il controllo su gran parte del pianeta e condannato qualunque oppositore a morte immediata oppure alla reclusione in campi di lavoro dove viene loro prelevato in continuazione sangue. Il gruppo del dottor Ephraim "Eph" Goodweather è una delle poche forme di resistenza ancora attive, e si trova di fronte ad enormi difficoltà, anche interne -a riprova del fatto che le persone trovano motivi di contrasto perfino durante un'apocalisse. Il romanzo segue quindi il loro ultimo, disperato tentativo di fermare il vampiro millenario mentre questi sembra sempre più forte ed è impegnato nel plasmare la mente del giovane Zack, il figlio dell'esperto di malattie infettive.
Nonostante questo romanzo abbia diverse problematiche, nel complesso lo reputo un buon finale per la trilogia. L'aspetto meglio riuscito è il world building: anche se non si tratta di un mondo troppo lontano nel futuro, gli elementi distopici non mancano e vengono gestiti in modo tanto verosimile da suscitare autentica angoscia; quando gli autori si soffermano sulle condizioni in cui versa il pianeta e sul comportamento delle persone comuni sotto la dittatura dei vampiri, la mente corre ad eventi del passato recente o di un futuro prossimo per nulla fantascientifico. Peccato soltanto per la tendenza a voler spiegare e ripetere tutto, motivo per cui il salto temporale non mi ha proprio fatto impazzire, anche se trovo la struttura complessiva del romanzo pensata con più attenzione rispetto a "La caduta".
Gli altri elementi che approvo in pieno sono le parti POV di Kelly, non particolarmente lunghe ma davvero interessanti per capire il modo in cui ragiona un vampiro "adulto" quando non è controllato del tutto dal Padrone, ed il finale. Non voglio spoilerare nulla, ma viene scelto di adottare un espediente che apprezzo molto, inoltre trovo ben scritte e davvero dinamiche le molte scene d'azione, decisamente più valide delle parti dialogate.
Su due aspetti mi trovo invece molto combattuta. Il primo sono i riferimenti biblici, presenti sia nelle parti relative all'Occido Lumen sia nei dialoghi; diciamo che capisco la scelta e la trovo anche calzante, ma in alcuni punti penso risulti soltanto un modo per giustificare la presenza di diversi Dei ex machina. Il secondo è la caratterizzazione di Zack, che temo non abbia avuto abbastanza spazio per il tipo di introspezione a cui miravano gli autori: da un lato trovo il suo personaggio interessante, dall'altro l'influenza del Padrone appiattisce un po' il tutto... peccato!
Per quanto riguarda Nora e l'elemento romance invece non ho il minimo dubbio e li considero senza dubbio il punto più basso del romanzo. Essendo l'unica donna del cast, Nora è desiderata da qualunque uomo compaia in scena, nonostante sia palesemente priva di personalità e capace solo di causare problemi. Questo rende ancor più assurdo il triangolo tra lei, Eph e Fet; tutte le scene romantiche sono talmente forzate da dare l'orticaria, tanto valeva farla mettere con Vasiliy tra un libro e l'altro, risparmiandoci così i loro tediosi siparietti.
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Andare a caccia di vampiri è ultra-romantico
Mi ci sono voluti quattro tentativi e una quindicina d'anni ma alla fine sono riuscita a completare la lettura de "Il discepolo", romanzo che mescola insieme tanti generi diversi per poi calarli abilmente in un'autentica atmosfera dark academia. Infatti, pur essendo principalmente un mystery, il titolo presenta parecchi elementi del romanzo storico, familiare e di formazione, oltre ad una non trascurabile parentesi romance e spunti fantastici assortiti.
La narrazione copre un arco temporale di parecchi decenni del Novecento e spazia in diversi Stati europei, oltre ad avere una struttura complicata (a tratti senza che ce ne sia realmente motivo): la storia inizia infatti dall'anonima narratrice che ricorda di quando, in giovane età, ritrovò dei documenti misteriosi nella biblioteca del padre; questo porta l'uomo a confidarle dei dettagli del suo passato, in particolare in relazione alla scomparsa del suo relatore e mentore. Quest'ultimo introdurrà una terza linea temporale, ambientata negli anni della sua giovinezza, portandoci ancora più indietro nel tempo; nel mentre, vengono inserite anche delle lettere e degli estratti aggiuntivi che vanno ad integrare la narrazione. Dall'esterno questa scelta dell'autrice potrebbe sembrare alquanto caotica, ma vi assicuro che il risultato non è per nulla complesso, anzi la lettura mi è sembrata molto scorrevole nonostante la mole non indifferente del libro.
Oltre a seguire le vicende della famiglia della narratrice, la trama del romanzo è mossa soprattutto da un misterioso libro, contenente l'illustrazione di un drago, che viene consegna a studiosi della Storia così da spingerli in una ricerca sulle orme del principe di Valacchia Vlad III Tepes, ossia la crudele figura storica alla base del mito del vampiro moderno. Un problema non indifferente è dato proprio da questa forza, molto simile ad una sorta di predestinazione, che muove i personaggi: nel libro vediamo i protagonisti compiere continuamente azioni avventate o direttamente stupide senza una ragione, soltanto perché sentono di doversi comportare così. Questo fato sovrano sembra dirigere anche le svolte narrative (in particolare, tutte le scoperte e gli incontri fortuiti che muovo la trama) e le relazioni interpersonali; i protagonisti si innamorano immancabilmente di persone incontrate due giorni prima, alle quali giurano amore eterno senza neppure conoscerle davvero.
Questo rende ovviamente difficile affezionarsi ai personaggi, e i dialoghi non aiutano in tal senso! La gran parte di essi è poco naturale: i protagonisti non sembrano conversare normalmente quanto piuttosto gareggiare per capire chi di loro sia il più colto, ed infatti i dialoghi sono zeppi di nozioni di ogni genere e tediose lezioncine atte a dimostrare la vasta cultura di ognuno. Purtroppo gli antagonisti non riescono a compensare, perché alcuni escono di scena senza ragione e altri compiono azioni che non trovano riscontro nelle loro motivazioni.
Parlando di antagonisti non si può che pensare a Dracula e ai vampiri in generale. Il vampiro più celebre di sempre viene nominato dozzine di volte, ma il suo ruolo all'interno della storia sfiora il ridicolo; per evitare spoiler non ne parlerà, ma il suo obiettivo ed il modo in cui pensa di raggiungerlo hanno dell'assurdo. Per quanto riguarda la lore attorno alla figura dei non-morti, risulta alquanto confusa e non sempre in linea con narrazioni simili.
Ma allora cosa ha "salvato" il libro, permettendogli di raggiungere la sufficienza? sicuramente il modo in cui è stata resa l'estetica dark academia, perfetta per il tono della storia narrata. E poi lo stile di Kostova, molto ricco e vivido in particolare quando si sofferma sulle descrizioni dei luoghi visitati dai personaggi, parlando dei panorami, delle tradizioni e del cibo tipico. Leggere questo romanzo permette davvero di fare un viaggio nell'Europa orientale di metà Novecento.
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Dopo le feci magiche, l'urina di vampiro
Secondo volume della serie Nocturna, "La caduta" risente in pieno della cosiddetta Sindrome del Libro di Mezzo, infatti gli avvenimenti rilevanti per lo sviluppo della trama sono ben pochi e tutti condensati nella seconda metà del volume. Ma come sono riusciti gli autori a riempire le prime cento pagine? alternando spiegoni di dubbia utilità, fastidiose ripetizioni di quanto successo nel primo libro e scene che non hanno la minima ripercussione su quanto succede dopo.
La narrazione riprende poco dopo l'epilogo de "La progenie"; non è chiarissimo quanto dal momento che in un punto si parla di settimane intere, eppure una delle prime scene vede Eph e Fet scendere nei tunnel infestati dai vampiri per distruggere la bara del Padrone e quando non la trovano più lì se ne stupiscono come se il loro scontro fosse avvenuto solo il pomeriggio prima. La trama comunque si concentra sui tentativi dei protagonisti di fermare l'avanzata dell'esercito di non-morti, che nel frattempo stanno colpendo aeroporti in tutto il mondo per diffondere la loro piaga; questa resistenza si concretizza sia nella distruzione dei singoli vampiri, sia nella ricerca di un oggetto che potrebbe dare all'umanità una chance contro il Maestro.
Seppur partano divisi, i personaggi si avvicineranno sempre più e, ad eccezione di qualche morte nell'epilogo, li ritroveremo tutti uniti contro il nemico comune. Questo team up non ha una motivazione troppo solida a mio parere, e così anche diverse altre azioni compiute dai sette vampiri Originari: non si capisce in base a cosa scelgano gli umani con i quali si alleano o dei quali si servono, a parte il caso decisamente palese di Palmer, e trovo poco convincente anche la loro relativa inattività nella ricerca dell'arma con cui potrebbero essere sconfitti, soprattutto se consideriamo che hanno avuto millenni a disposizione.
Per quanto riguarda i personaggi, mi sento divisa tra quelli che adoro e quelli talmente sciapi che non so neppure se valga la pena detestarli. Ho apprezzato molto come sono stati gestiti Palmer, Setrakian e Fet; anche Gus e Àngel hanno un paio di momenti validi, seppur siano delle figure di contorno. Dall'altro lato, Nora conferma con ancor più decisione la sua inutilità, mentre Zack si è rivelato ben più fastidioso di quanto non fosse ne "La progenie", ricordandomi anche perché lo trovavo così odioso nella serie TV.
I personaggi acquisiscono un quid nelle scene in cui si confrontano direttamente, si tratti di scontri verbali come nel caso della cena tra Eph e Palmer, oppure di momenti dall'aria quasi familiare, ad esempio la conclusione dell'avvicinamento di Setrakian e Fet. Risultano molto ben scritte e toccanti anche le scene ambientate nel passato di Abraham, oltre a dare diverse informazioni che fanno proseguire la narrazione.
Lo stile non mi mantiene sullo stesso livello quando si tratta di far chiarezza su quale POV dovrebbe avere l'attenzione del lettore, perché nello stesso paragrafo gli autori inseriscono i pensieri di due o tre personaggi diversi. Ci sono poi da considerare anche lo sbilanciamento nel ritmo, che è davvero lento nella prima metà per poi diventare quasi frenetico nella seconda (si ha quasi l'impressione di aver skippato qualche scena), e la presenza del diario di Eph e del blog di Fet; personalmente non penso siano molto in linea con la caratterizzazione di questi personaggi, inoltre non si capisce quando avrebbero il tempo ed i mezzi per scrivere.
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Da NON leggere durante una pandemia
Comprai "La progenie" dieci anni fa, quando la Mondadori lo pubblicò per la prima volta e fece un'offerta lancio, vendendo il libro a cinque euro. Dopo un iniziale entusiasmo, avevo però abbandonato questa lettura a poche pagine dal finale; l'interesse si era riacceso qualche anno dopo, quando ho visto la serie TV The Strain, tratta proprio da quella che in Italia è stata ribattezzata come Nocturna, così ho recuperato anche gli altri due volumi e, avendo deciso di dedicare questo mese ai libri ispirati a "Dracula", spero di maratonare in un colpo solo l'intera trilogia.
Ma dove risiede questa ispirazione al classico gotico? In realtà nell'intera idea alla base, perché questa serie è una riscrittura del romanzo di Stoker ambientata nella New York dei giorni nostri, con un focus ancora più netto sui risvolti medici del vampirismo ed alcuni interessanti cambiamenti nella lore di questa figura fantastica. La storia inizia all'aeroporto JFK con l'atterraggio di un Boeing 777 proveniente dalla Germania che sembra letteralmente morire subito dopo aver toccato terra, e con esso anche i passeggeri ed il personale a bordo; il pensiero corre subito ad un attacco terroristico, ma poi si comincia a valutare l'ipotesi di un virus che sembra aver ucciso in pochi minuti centinaia di persone e vengono quindi convocati gli esperti di malattie infettive Ephraim "Eph" Goodweather e Nora Martinez.
Nonostante ad una prima occhiata loro sembrino essere i protagonisti, la narrazione ha un tono maggiormente corale, seguendo in terza persona i punti di vista di una dozzina di personaggi e gruppi diversi, spaziando tra tante etnie che mostrano la multiculturalità della grande mela. I passaggi da un POV all'altro sono rapidi e ricordano per molti versi un tipo di ritmo decisamente televisivo: ciò non da al lettore il tempo di conoscere a fondo i caratteri o di assistere ad ogni scena, ma risulta molto adatto ad una storia di genere thriller dove l'azione ed il dinamismo hanno la precedenza.
Ad arricchire la narrazione ci sono anche dei brevi interludi in cui apprendiamo il passato di Abraham Setrakian (aka l'omologo contemporaneo del professor Van Helsing), ieri un giovane ebreo rinchiuso in un campo di concentramento in Polonia e oggi il proprietario di un banco dei pegni che usa come copertura mentre amplia le sue conoscenze sui vampiri. Come si potrà forse intuire, il suo personaggio è tra i miei preferiti assieme al disinfestatore Vasiliy Fet, mentre ho trovato a dir poco urticante la presenza di Nora perché il suo apporto alla trama è tendente allo zero periodico ed il suo unico tratto caratteriale è l'assecondare qualunque cosa proponga Eph.
Un altro elemento che mi ha irritato è l'eccessiva frettolosità con cui si sviluppa la storia: gli eventi ai quali assistiamo coprono un totale di tre giorni, ma a fine lettura ne sembrano passati trenta per quanti eventi hanno luogo, anche perché i personaggi accettano con troppa facilità i fenomeni paranormali in atto e l'intervento di Setrakian con le sue spiegazioni sui vampiri rende la narrazione ancor più rapida. Non mi ha colpito in positivo neppure lo stile, pur essendo di base alquanto semplice ed onesto; si nota però come in più passaggi risulti didascalico in maniera eccessiva, andando a sbandierare in faccia al lettore quali siano i sentimenti dei personaggi anziché lasciarlo capire attraverso la narrazione.
Cosa mi ha convito invece? Sicuramente l'idea alla base ed il modo in cui è stata sviluppata, la mitologia vampirica inventata dagli autori e soprattutto il grandissimo lavoro di ricerca che devono aver fatto in diversi ambiti, dalla medicina alle infrastrutture, per rendere questa storia così verosimile e ricca di dettagli affascinanti, e parecchio gore.
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Postini del'800 >>> Corrieri Amazon del 2021
Questo classico languiva da anni nella mia TBR, colpa della vecchia edizione Newton Compton che tra pagine ingiallite e una cover degna di un opuscolo religioso non mi trasmetteva la minima voglia di cominciare la lettura. In mio soccorso è giunta però la nuova edizione pubblicata da Rizzoli nella collana Classici BUR Deluxe che può vantare una traduzione impeccabile, delle utili ed interessanti note a fondo pagina, una buona prefazione -concentrata sul contesto culturale e il simbolismo dell'opera- e delle illustrazioni terrificanti, e quindi perfette per fare da contorno a questa storia. L'unico deficit è la poca maneggevolezza data da peso e dimensioni, e su questo posso tranquillamente soprassedere.
Ma passiamo al libro in se. "Dracula" ha una struttura narrativa decisamente moderna: nonostante appaia a prima vista come il classico romanzo epistolare ottocentesco, nel testo troviamo anche le trascrizioni dei commenti fonografici del dottor Seward ed alcuni estratti dai quotidiani locali, che rendono la lettura quasi interattiva; come conseguenza, ci troviamo di fronte ad un romanzo con molte voci, tra le quali spiccano sicuramente quelle di Jonathan Harker, Wilhelmina "Mina" Murray e John "Jack" Seward. La trama parte con il viaggio di lavoro intrapreso da Jonathan per incontrare il Conte Dracula, un nobile romeno interessato all'acquisto di una proprietà londinese dove intende trasferirsi a breve; ovviamente il vampiro più celebre del mondo non è diretto in Inghilterra per un periodo di villeggiatura, ma per esportare oltremanica il suo dominio, progetto che lo porterà ad incrociare la strada con gli altri personaggi, i quali pian piano si coalizzeranno per liberare il mondo dalla sua minaccia.
Per quanto la sinossi appaia avvincente -e lo sia anche, soprattutto nella seconda parte del romanzo grazie all'adrenalina data dall'inseguimento finale- la narrazione non riesce sempre a tenere il ritmo, tanto che mentre il lettore è consapevole da subito di quali siano le mire del Conte, i protagonisti non cominciano ad unire i puntini prima di metà libro. Gli altri elementi che mi hanno lasciata perplessa, spingendomi a non dare il massimo della valutazione, sono le molte incongruenze nelle informazioni fornite sui vampiri e in tutta la lore che circonda questa figura (ad esempio, viene ribadito più volte che Dracula è costretto a dormire nella sua bara dall'alba al tramonto, ma in alcune occasioni lo vediamo in giro di giorno) e la stupidità dimostrata da alcuni personaggi a più riprese, in particolare Jonathan che a dispetto dei fenomeni soprannaturali ai quali assiste ricerca sempre nuove prove della natura vampiresca del Conte e Seward, il quale non si rende conto di avere Dracula come dirimpettaio fino a quando non gli viene detto palesemente, pur avendo già letto il diario di Harker.
Ma ora passiamo agli aspetti positivi, ossia ai motivi per cui questo romanzo è diventato giustamente un classico e merita d'essere letto oggi come 120 anni fa. A colpirmi è stato innanzitutto lo stile di Stoker, che dimostra una maestria unica nel dare voce ai diversi personaggi, rendendo la lettura facilmente comprensibile a dispetto dei rapidi salti temporali e quelli da un POV all'altro, ma anche nel rimanere fedele fino all'epilogo al registro narrativo scelto. La sua bravura si percepisce anche nell'angosciante atmosfera che ha saputo creare, puntando su emozioni sottili anziché sullo splatter che ci si potrebbe aspettare visto il tema del libro.
L'altro grande punto di forza del romanzo è l'antagonismo tra il Conte e il professor Abraham Van Helsing, per me i personaggi più interessanti assieme a Renfield e alla figura della "bella nina". Il testo è pieno di riferimenti religiosi -in particolare ai testi biblici- e i due nemici naturali sembrano proprio uscire da un brano del Vecchio Testamento, sia per i poteri che hanno o acquisiscono, sia per l'innegabile carisma con cui affascinano gli altri personaggi, e lo stesso lettore. Dracula non è un mero villain da sconfiggere bensì la personificazione stessa del Male che si insinua nelle vite quotidiane degli uomini; di conseguenza Van Helsing non può che ricordare un emissario del Bene, pronto a fornire mezzi scientifici ma soprattutto spirituali con cui dare battaglia al vampiro e salvare l'umanità.
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Un giallo parecchio rosa
Avendo molto apprezzato l'adattamento di "Assassinio sull'Orient Express" di Kenneth Branagh, ho pensato di recuperare anche questo romanzo prima dell'uscita del nuovo film, così da non rovinarmi la lettura di una storia di cui avrei già saputo l'epilogo; sì, sembra un ragionamento senza senso, ma personalmente preferisco scoprire una narrazione su carta e poi vedere l'adattamento più in relax: non dovendo seguire troppo lo sviluppo del mistero, posso concentrare la mia attenzione sui personaggi e sull'ambientazione. A lettura ultimata posso dire che, pur essendo ancora convintissima di voler vedere il film, non reputo "Poirot sul Nilo" uno tra i migliori titoli di Agatha Christie.
L'intreccio del romanzo è un classico della produzione christiana: un gruppo di benestanti sconosciuti si ritrova confinato in un luogo isolato dove si svolge un delitto all'apparenza impossibile, ma non per il brillante detective di turno. A cambiare un po' le carte in tavola è l'ambientazione (un nave da crociera sul Nilo, al posto della tipica magione inglese); una scelta che vorrebbe dare un tocco esotico alla storia senza però riuscirci del tutto, specialmente a causa del cast composto unicamente da europei ed americani e delle poche scene in locali esterni alla nave. Una variatio più interessante e positiva è invece quella di eliminare il classico elenco dei personaggi -con rispettivi ruoli- ad inizio volume, presentandoli invece nel primo capitolo, durante il quale vediamo anche in quali circostanze hanno deciso di partire per l'Egitto.
Questa lettura mi ha intrattenuta e divertita: il mistero è presentato bene e risolto in modo brillante e verosimile, gli indizi sono accessibili al lettore anche se non proprio facili da accostare perché oltre all'indagine principale sono presenti diversi altri intrecci secondari che ingarbugliano la vicenda, inoltre vediamo in scena parecchi personaggi molto sopra le righe, scritti appositamente per suscitare una risata. Riuscendoci perfettamente.
Pur avendo un cast di personaggi abbastanza stereotipati, per la maggior parte caratterizzati in modo superficiale, le relazioni tra loro sono solide e credibili, sia nel caso di quelle familiari che delle (molte!) romantiche. C'è infatti parecchio romance in un libro che di base è un mystery, ma non si tratta di un elemento casuale seppur potrebbe lasciare un po' stupiti coloro che si aspettato una narrazione indirizzata totalmente all'indagine sul delitto.
Purtroppo questo romanzo soffre di alcuni difetti, di contenuto ed edizione, che non mi permettono di collocarlo tra i miei preferiti dell'autrice. Il ritmo della narrazione è disomogeneo, con una prima metà molto lenta, in cui l'omicidio tarda ad avvenire nonostante sia palese chi sarà la vittima, ed una seconda parte decisamente troppo frenetica, al punto che un personaggio passa dal piangere il lutto di una persona cara al fidanzarsi con un semi-sconosciuto nell'arco di una mezza giornata. La risoluzione del crimine in sé poi mi ha ricordato molto un titolo precedente di Christie, lasciandomi in parte delusa per questo deficit di originalità.
Per quanto riguarda l'edizione, la mia risale solamente allo scorso anno ma a parte il cambio di cover e l'aumento di prezzo non penso di possa usare l'aggettivo "nuova": la traduzione è da rivedere, soprattutto per l'inserimento di alcuni termini utilizzati forse negli anni Trenta ma assolutamente fuori luogo ai giorni nostri, mentre prefazione e postfazione non invogliano per nulla all'acquisto e sono parimenti datate nei contenuti.
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Salva Kennedy, salva il mondo
Questo romanzo ha atteso con pazienza sui miei scaffali per un intero lustro; tanto mi ci è voluto per decidermi finalmente ad affrontare "22.11.63", e non soltanto per la mole imponente ma soprattutto perché ero certa al novantotto percento che sarebbe diventato il mio nuovo romanzo preferito di King, scalzando "Il miglio verde" dal gradino più alto del podio. Come ci insegna questa lettura, una percentuale alta non è però garanzia di successo, e temevo di affrontare la lettura con delle aspettative troppo alte per rimanere poi delusa: fortunatamente non è successo, ed anzi questo titolo ha confermato King tra i miei scrittori preferiti... una bella rassicurazione dopo il mezzo disastro de "Gli occhi del drago".
Al centro di questa vicenda c'è il professore di letteratura Jacob "Jake" Epping, un uomo molto capace nel suo lavoro ma dalla vita privata un po' vuota, in particolare dopo il divorzio dalla moglie Christy; quando l'amico e ristoratore di fiducia Al Templeton gli svela di aver scoperto un portale che conduce nel passato, Jake si lascia coinvolgere nel suo piano per cambiare la Storia, impedendo a Lee Harvey Oswald di uccidere JFK. Da questa premessa la trama potrebbe trarre un parte in inganno, così come il titolo e la copertina; tutto sembra infatti ruotare attorno all'omicidio Kennedy, mentre ritengo importante segnalare come la narrazione includa e si soffermi su molte altre storie, che riguardano gli anni trascorsi dal protagonista nel passato ed i suoi tentativi di migliorare il presente.
A fare da antagonista alle buone intenzioni di Jake c'è però il Tempo stesso, che si oppone con ogni mezzo al cambiamento, e per un valido motivo! Il libro vuole infatti farci capire, attraverso le parole e l'esperienza del protagonista, come anche gli eventi più tragici possano avere delle conseguenze positive, allo stesso modo in cui un cambiamento scaturito da un intento altruista vada a volte ad innescare delle risonanze catastrofiche su scala planetaria. Questi concetti spingono a riflessioni forse puramente teoriche ma non per questo di minor valore: avendo la possibilità di alterare il passato, in quanti saprebbero resistere alla tentazione di diventare degli eroi? in quanti rinuncerebbero ad una felicità idilliaca per il bene della collettività?
Come si può intuire, il romanzo punta molto sull'aspetto emotivo, risultando davvero coinvolgente specialmente per come vengono ben caratterizzati i personaggi, sui quali si basa buona parte della narrazione. King è insuperabile nel tratteggiare con poche righe delle figure memorabili, come Miss Mimi o Charles "Chaz" Frati, e anche nel caso di personaggi che non mi hanno colpita da subito -ad esempio, Sadie Dunhill- riesce a renderli accattivanti con il proseguire della storia: nel caso di Sadie, ho apprezzato molto il suo ruolo una volta introdotta la parte più romance del libro, forse un pochino troppo presente ma davvero ben scritta.
Altri punti a favore di questo titolo sono la logica alla base dei viaggi nel tempo, che ho trovato spiegata in maniera convincente pur lasciando alcune parti all'interpretazione del lettore, e l'ambientazione a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. A differenza di altri autori, che descrivono il passato con una nostalgia cieca ai suoi difetti (e sì, Cline, sto pensando a te e al tuo "Ready Player One"), King è capace di creare un'atmosfera intrigante e talmente ricca di dettagli da far pensare ad un vero romanzo storico anziché di fantascienza, eppure non tralascia neppure uno degli aspetti negativi dell'epoca, come un razzismo normalizzato o la tendenza al victim blaming, in un'ottica critica e consapevole.
Trovare difetti in questo testo non è facile, quindi vi cito giusto qualche piccolezza degna di nota (a margine). Il testo comprende molti passaggi di foreshadowing che potrebbero risultare fastidiosi con il proseguire della lettura, perché anticipano un po' troppo della trama; inoltre sono presenti diversi riferimenti ad altre opere dell'autore, per la maggior parte trascurabili, ma se non avete letto "It" tutta la parentesi sul ballo tra Richie e Bev vi risulterà un po' fine a se stessa. Altrettanto complicato è cogliere alcune dinamiche per chi non vive negli Stati Uniti, la cui storia gioca un ruolo centrale nella trama; per quanto la morte di JFK sia un evento noto a chiunque, l'impatto che ha avuto è difficile da percepire per un lettore italiano dei giorni nostri.
Ma alla fine, "22.11.63" si è conquistato il trono a discapito de "Il miglio verde"? Penso sia ancora presto per stabilirlo: voglio vedere se supererà una nuova prova del tempo.
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Se Il diario di Bridget Jones fosse un thriller
Nonostante questo romanzo sia estremamente popolare, tanto da aver ottenuto anche un adattamento cinematografico di successo, ammetto che non ero particolarmente interessata a leggerlo, ma avendo ricevuto una copia come regalo mi sono decisa a dare una chance a Paula Hawkins. Pur ritenendolo un valido thriller nell'insieme, devo dire che difficilmente mi fionderò a recuperare altre opere di questa scrittrice... anche se ai regali libreschi non dico mai di no!
La storia ci viene narrata attraverso tre POV: quello principale è affidato alle parole della trentenne Rachel, una donna che ha rovinato la sua vita personale e lavorativa a causa di un grave problema di alcolismo, al punto da dimenticare intere giornate quando è ubriaca. Per svagarsi dalle preoccupazioni quotidiane, Rachel si diverte ad immaginare la vita perfetta di Jess e Jason, una coppia che sbircia dal finestrino del treno su cui viaggia ogni giorno; e proprio dal quel finestrino, la donna finirà con l'assistere ad una scena che farà crollare le sue illusioni sul loro idillio, e le cose peggioreranno ulteriormente quando Rachel si troverà coinvolta perfino in un'indagine.
Affiancanti ai capitoli di Rachel, troviamo quelli di altri due personaggi che per non entrare troppo nella trama preferisco non nominarvi; personalmente ho trovato questi POV funzionali in alcune scene, in particolare per la costruzione del colpo di scena finale, ma completamente inutili in altre, soprattutto quando vanno a ripetere dei concetti già ben chiari al lettore.
Come accennato prima, il romanzo svolge appieno la sua funzione di intrattenimento per quanto riguarda la parte thriller grazie ad una narrazione dal ritmo serrato e ad uno stile estremamente scorrevole nel suo essere diretto; forse anche troppo, se consideriamo che a più riprese il narratore di turno rivolge delle domande al lettore stesso, anche se il registro narrativo non diventa mai un vero diario personale. Altro punto a favore del libro è l'alternanza tra due linee temporali, non troppo lontane tra loro ma bilanciate in modo ottimo per creare tensione e far crescere l'interesse per la vicenda.
Vicenda che per contro si rivela nulla più di un (tristemente) banale caso di cronaca nera, come ne sentiamo tanti nei notiziari; a rendere la narrazione più movimentata sono i buchi neri nella memoria di Rachel ed il suo ricorrere continuamente alla menzogna, sia nei confronti degli altri personaggi sia di se stessa, e di conseguenza del lettore. Un buon espediente con un solo, grave difetto: questi blackout che la affliggono da anni, svaniscono miracolosamente nel finale, per permetterle dare una risoluzione alla storia. Perfino nell'epilogo non si menziona in modo serio come lei abbia risolto il suo problema di dipendenza o se questo l'affligga ancora, puntando l'attenzione su altri elementi della trama.
Ad esclusione di Rachel, penso che i personaggi non vengano approfonditi abbastanza; inoltre, essendo pochi, fanno sì che la shockante rivelazione finale non sia poi così shockante. Per quanto riguarda la protagonista, ho apprezzato il suo essere una narratrice decisamente inaffidabile, ma di certo non mi ha conquistata a livello emotivo, nonostante l'autrice faccia di tutto per renderla patetica e farci empatizzare con le sue sfortune. Sarebbe stato forse più facile apprezzarla se avessimo assistito a qualche sforzo concreto per migliorare la sua situazione, anziché vedere tutti i suoi problemi magicamente risolti (o ignorati) nel finale.
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Quarto Grado negli anni Trenta
In queste calde giornate estive, una raccolta di racconti può risultare una scelta migliore di un romanzo quando si parla di lettura di svago, soprattutto perché è di certo meno impegnativo seguire una storia breve. E infatti ho apprezzato molto la lettura di "Miss Marple e i 13 problemi", arrivando a divorare i vari racconti uno dopo l'altro e, come sempre mi succede con i lavori di Agatha Christie, finendo con il desiderare di recuperare subito un'altra sua opera.
Questa raccolta è composta da storie che sono assolutamente comprensibili se lette singolarmente, ma non manca un filo logico a collegare i racconti: in particolare abbiamo le prime sei storie incentrate sul Club del Martedì Sera, un piccolo circolo di amici di Miss Marple che a turno raccontano un evento misterioso per vedere chi arriverà alla soluzione esatta; nei successivi sei racconti ci troviamo in un gruppo di conoscenti diverso, ma si segue uno schema analogo. "Morte per annegamento" si discosta invece da tutti i precedenti, presentando un caso che avviene in contemporanea alla narrazione -anziché essere raccontato in seguito- e mostrando la figura di Miss Marple come coinvolta direttamente nel mistero.
Non stupirà che l'arzilla vecchietta inglese riesca sempre a risolvere il caso in questione, scovando nei suoi ricordi degli eventi simili dai quali trarre la risposta giusta. Questa situazione la porta spesso a punzecchiarsi con Sir Henry Clithering, ispettore di Scotland Yard in pensione che inizialmente deride i suoi metodi, ma arriva con il tempo a rispettarla per l'acume dimostrato; questo crea un rapporto tra i due ben scritto, che cresce dal primo all'ultimo racconto e si protrae anche in opere successive.
Oltre al fattore dell'intrattenimento, ciò che più ho apprezzato in questo volume è l'abilità di Christie nel cambiare il lessico utilizzato, il tono della narrazione e perfino gli elementi su cui è focalizzata l'attenzione in base a quale personaggio sta raccontando il mistero in questione. Pur essendo brevi, alcune storie hanno poi un'ambientazione davvero suggestiva che contribuisce ad agevolare l'immersione del lettore: è ad esempio il caso di "Il tempo di Astarte" o di "Sangue sul lastricato".
Purtroppo la caratterizzazione dei personaggi, già debole nei romanzi di Christie, qui è ancor più stereotipata, in particolare per quanto riguarda alcuni degli antagonisti, al limite della caricatura. Non mi hanno convinto appieno neanche la rapidità di un paio di risoluzioni ed il fatto che chiunque sia stato testimone di delitti decisamente gravi: anche se siamo in un'opera di fiction risulta poco verosimile, e ritengo sarebbe stato meglio raccontare anche crimini più comuni.
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L'ambientazione è palesemente Bikini Bottom
La lettura di "The Surface Breaks" non è stata decisamente all'altezza del bel ricordo che avevo di "Solo per sempre tua", altro romanzo di O'Neill letto un paio di anni fa che mi aveva decisamente stupita, in particolare per il finale coraggioso e affatto scontato; per contro qui abbiamo un finale fiacco e terribilmente aperto. Ma partiamo dal principio.
Il romanzo si ispira alla storia de La sirenetta, sia la fiaba di Andersen sia il lungometraggio animato Disney (la descrizione di parecchie scene viene ripresa in modo pedissequo), dimenticando nel mentre che si tratta di allegorie rivolte ad un pubblico giovane e per questo molto semplificate: la cara Louise invece le ha prese alla lettera ed ha pertanto deciso di scriverne una nuova versione femminista da opporre ai messaggi chiaramente misogini di quelle precedenti. Incontriamo quindi la nostra protagonista, la sirena Muirgen "Gaia", che condivide con Ariel l'atteggiamento infantile ed ingenuo, oltre ovviamente alla curiosità nei confronti del mondo umano; Gaia ha però delle motivazioni un po' più valide dal momento che la madre era a sua volta affascinata dagli uomini e pare essere scomparsa proprio a causa loro, e questo evento spingerà la giovane a voler andare oltre il regno marino.
A livello di trama ci sono ben pochi cambiamenti rispetto al materiale di partenza, quindi non vi aspettate grossi colpi di scena, neppure per quanto riguarda gli elementi inediti, che vengono esposti al lettore con tanta chiarezza da farlo sentire preso in giro. In generale tutto in questo libro sembra scritto per un pubblico tardo, con gli stessi messaggi e le medesime riflessioni ripetute ogni due righe: capisco che il target di riferimento sono i ragazzi, ma non si tratta per questo di persone sprovviste di memoria a breve termine. Ed il tutto è ancora più ironico se pensiamo che la CE ha applicato sul volume un'etichetta per sconsigliarne la lettura ai lettori giovani.
Per quanto mi riguarda, penso che da ragazzina avrei molto apprezzato questo romanzo, anche se le tematiche vengono esposte con troppa enfasi. E anche adesso ci sono alcune cose che posso sicuramente salvare: promuovo l'intento dell'autrice se non la forma e la caratterizzazione della protagonista, che pur risultando per molti aspetti fastidiosa è verosimile nella sua misoginia interiorizzata, inoltre mi è piaciuto molto il personaggio di Ceto e trovo che il capitolo extra sul suo passato sia godibile, anche se non indispensabile.
Ma passiamo a qualche difetto minore prima di affrontare la balena nella stanza. I dialoghi vengono costantemente interrotti dai pensieri di Gaia o da spiegoni sul world building, e questa scelta stilistica mi ha fatto perdere il filo della narrazione più di una volta. Alcuni personaggi vengono presentati unicamente per dare all'autrice la possibilità di spiegare qualche aspetto del mondo marino: è il caso di Lorelai o della guaritrice con poteri telepatici che per misteriose ragioni non viene usata come spia all'interno di un regno di stampo autoritario. Ho trovato poi fastidioso il modo in cui vengono inseriti alcuni messaggi sul femminismo: un esempio è quando Gaia riflette su come sia ingiusto che il corpo di una donna debba essere a disposizione di chiunque voglia toccarlo, peccato che questa illuminazione le giunga mentre un'innocente sarta le sta prendendo le misure!
Ed eccoci arrivati al problema maggiore, un problema che non avrei neanche tirato in ballo se O'Neill avesse mantenuto il tono fiabesco dell'opera originale, ma così non è stato e l'elemento che più ne ha risentito è indubbiamente l'ambientazione. Per quanto riguarda il mondo umano, passiamo da abiti che necessitano dell'aiuto di una domestica per essere indossati alle minigonne: in un primo momento mi stavo impegnando nel cercare di inquadrare l'epoca storica, ma verso l'epilogo sia io sia la cara Louise abbiamo gettato la spugna. Il mondo delle sirene è ancora più incomprensibile, e se alcune incongruenze possono essere giustificare dal fattore fantasy (la luce del sole che arriva negli abissi, il fatto che tutti parlino la stessa lingua, la capacità di sentire gli odori o di piangere sott’acqua), altre semplicemente non hanno senso: le figlie del sovrano che salgono in superficie da sole, le troppe informazioni sul mondo umano (tra cui il modo in cui misurano il tempo), i poteri magici del tutto randomici e funzionali alla trama, il vaghissimo sistema religioso, le ancor più vaghe Outerlands (magari sarebbe stato utile vedere una sirena venire esiliata, anziché raccontarcelo e basta!) e le convenientissime Sea Laws che tappano i buchi di logica.
A fine lettura mi rimane anche un grande interrogativo: perché includere la figura delle Rusalkas? Tutto sommato, la storia sembra essere ambientata in Irlanda, Paese natale dell'autrice dal quale provengono le Banshee, una creatura leggendaria molto simile alle Salkas. Quindi perché non inserire le Banshee autoctone ma andare a sradicare un essere mitologico dal folklore slavo?
NB: Libro letto in lingua originale
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Rosa rossa is the new farfallina di Belen
A dispetto della cover evidentemente rubata ad un Harmony ad ambientazione storica incentrato sulla travolgente passione tra una popolana sprovveduta ma gnocca ed un nobile autoritario e belloccio che la imprigionerà nelle segrete del suo maniero ma del quale lei finirà ovviamente per innamorarsi una volta scoperto il suo tragico passato e gli abusi subiti dal padre… Forse mi sono lasciata prendere un po' la mano, ma ciò non toglie che questa copertina è l'ultima cosa che assocerei al mondo di The Witcher.
Cover di dubbio gusto a parte, sia arrivati al sesto capitolo della serie, se consideriamo anche le raccolte di racconti, e io ho ancora grosse difficoltà a capire quale sia la trama generale della saga. Anche in questo volume succedono un mucchio di avvenimenti, ma inquadrarli in un disegno più ampio è davvero ostico: da un lato ritroviamo Ciri, praticamente moribonda, impegnata a raccontare all'eremita che la soccorre gli eventi delle ultime settimane, in modo davvero anticlimatico dal momento che sappiamo da principio come andrà a finire; dall'altro seguiamo ancora Geralt ed il suo gruppo, sempre diretti verso sud con la missione di salvare Ciri, anche se non è più ben chiaro da chi vista l'intenzione di Cahir di consegnarla all'imperatore, nonostante il loro viaggio fosse iniziato proprio perché la credevano prigioniera di Emhyr.
Solo nella parte finale compare in scena anche Yennefer, che per quanto mi riguarda davo ormai per dispersa. La sua storyline è la più ostica da seguire perché gli eventi ci vengono raccontati in modo a dir poco frammentario, con una mezza dozzina di POV diversi alternati in paragrafi brevissimi; l'unica informazione rilevante è come anche lei sia determinata a salvare Ciri dalle grinfie dei cattivi, nonché da una vaghissima profezia su una prossima glaciazione che causerà un genocidio, ma della quale tutti sembrano poco preoccupati in fin dei conti.
Nonostante la confusione, devo ammettere che gli avvenimenti del singolo volume mi hanno convinta, sia per come vengono messi in scena sia per la risoluzione finale, in cui come al solito Sapkowski si diverte a rimescolare le carte in tavola; forse anche troppo, se consideriamo che a livello cronologico un solo romanzo ci separa ormai dall'epilogo. Nel complesso lo reputo il miglior libro della serie finora, soprattutto perché vediamo un contributo rilevante da parte di tutti i personaggi principali e si vanno ad analizzare alcune importanti tematiche nei dialoghi: se è vero che spesso i personaggi parlano in modo troppo artefatto per essere verosimile, ammetto di aver comunque apprezzato gli scambi tra Geralt e Fulko Artevelde sulla giustizia e quello tra Ciri e Vysogota sulla vendetta. Carino anche il momento di confronto tra lo strigo e Cahir, in cui finalmente ci vengono chiarite le motivazioni di quest'ultimo, mentre mi auguro che le spiegazioni promesse da Vilgefortz non vengano dimenticate nell'ultimo capitolo.
Cosa invece non mi è andato a genio? Come sempre, le esagerazioni: troppe profezie e poteri incentrati su Ciri, troppe scene e dialoghi fini a se stessi sulla violenza, troppi spiegoni sul world building che per quanto interessante al sesto libro di una serie dovrebbe essere ormai abbastanza solito e davvero troppe, troppe metafore sugli animali! soprattutto perché ad un personaggio andrebbe associato un solo animale, non uno zoo intero!
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Istantanee di famiglia
"Tutto il nostro sangue" aveva davvero le carte in regola per diventare uno dei miei romanzi preferiti; viene presentato come una grande saga familiare ambientata a cavallo tra la fine dell'Ottocento ed un lontano futuro post apocalittico (NON distopico, come dice la sinossi!), con l'aggiunta di elementi di realismo magico ed una struttura episodica molto particolare. A sentirne parlare così ammetto che il pensiero è andato subito al mio adorato "Cloud Atlas. L'atlante delle nuvole", ma una tempesta di realtà ha fatto naufragare le mie speranze sulla spiaggia di Accomack Island. Intendiamoci, questo è tutt'altro che un brutto romanzo! la colpa è senza dubbio delle mie aspettative troppo alte, anche perché è oggettivamente difficile tenere assieme tanti elementi diversi in un'unica storia.
La narrazione si ambienta in Virginia, e questa è solo una delle similitudini che ho notato con un'altra mia recentissima lettura; come "La figlia sbagliata", anche questo romanzo infatti affronta temi molto forti ed ha avuto uno stravolgimento totale del titolo nell'edizione italiana, ma questa volta non mi voglio lamentare: certo, "The Shore" era un rimando più chiaro al luogo che fa da cornice alle vicende, ma trovo che "Tutto il nostro sangue" renda meglio l'idea della sofferenza patita dai personaggi, con un accenno particolare agli argomenti centrali della femminilità e della gravidanza.
Il romanzo non presenta una narrazione lineare, preferendo raccontare brevi episodi che hanno luogo in tempi diversi, tutto inizia però con Medora, nativa americana da parte di madre che apprende molte conoscenze legate alle erbe officinali e da inizio alla discendenza protagonista del romanzo. Ogni capitolo racconta di un personaggio diverso, parente o amico di questa famiglia, ed è legato agli altri da tanti piccoli riferimenti -da oggetti ritrovati a persone incontrate- pur essendo staccato a livello temporale. L'autrice include un'ulteriore sfida per il lettore, che non solo è chiamato a cogliere questi elementi per comprendere appieno la storia, ma si trova di fronte a continui cambi dalla prima alla terza persona. In un particolare capitolo, Taylor adotta perfino la seconda persona: una scelta sperimentale ma molto ben studiata perché permette di immergersi appieno nei pensieri e nelle emozioni in un certo personaggio.
Come avrete capito, dal punto di vista stilistico la lettura mi ha convinta appieno. Ho apprezzato molto anche come l'autrice descrive i rapporti tra fratelli e la caratterizzazione di alcuni personaggi; in particolare la mia preferita è sicuramente Chloe, che ho adorato sia come ragazzina impegnata a tenere al sicuro la sorella minore, sia da adulta in cerca delle sue radici. L'elemento di realismo magico, ossia un peculiare potere di alcuni personaggi per controllare le tempeste, è ben sfruttato anche se acquisisce una reale importanza solo nella parte conclusiva.
A questo punto vi chiederete cos'è andato storto tra me e questo romanzo, e la risposta è inaspettatamente la violenza. Suonerà strano, perché io leggo senza problemi un mucchio di libri pieni di ogni genere di maltrattamenti e delitti, ma Taylor ha talmente esagerato che per contro tutto risulta piatto e prevedibile. Oltre un certo limite, anche le scene più scioccanti finiscono infatti per annoiare! e questo è un peccato soprattutto per il capitolo dedicato ad Izzy, che in ogni altro libro sarebbe stato incredibilmente forte, mentre qui è solo l'ennesimo caso di violenza domestica. Bisognerebbe inoltre tener conto che a differenza della sottoscritta ci sono persone molto sensibili ad alcuni temi, e di conseguenza spendere due righe nella sinossi per avvisare il futuro lettore, specie quando c'è una lista di trigger warning lunga da qui fino all'arcipelago delle Shore.
Un altro aspetto collegato alla troppa violenza è quello della ripetitività; pur avendo luogo in tempi diversi, le storie dei protagonisti hanno la tendenza ad assomigliarsi per molti elementi, presentando un pattern tanto disturbante quanto (purtroppo) prevedibile: il focus è sempre su una giovane donna che cresce in una famiglia ultra religiosa e/o dove le botte sono all'ordine del giorno, scappa di casa con un ragazzo random ed inizia una vita etichettata dai cittadini bigotti come dissoluta, rimane incinta e questo porta solo ad ulteriori sofferenze. In un paio di casi poi queste donne riescono a sfuggire questa spirale distruttiva, ma ciò le porta a sviluppare comportamenti tossici a loro volta; per tacere degli uomini, che sembrano per il novanta percento delle merde e per il restante dieci degli smidollati incapaci di opporsi agli altri.
Sarebbe follia pensare che nella realtà queste situazioni non siano presenti, ma mi rifiuto di credere che rappresentino la totalità delle relazioni. Così come mi rifiuto di accettare la velata giustificazione che l'autrice tenta di dare ai comportamenti criminali di alcuni personaggi perché (poverini!) hanno subito dei traumi da piccoli.
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Spoiler: purtroppo Ranuncolo sopravvive di nuovo
Ecco un tipo di recensione che mi vede molto combattuta, in particolare sul voto da assegnare; razionalmente vedo benissimo i difetti de "Il battesimo del fuoco", ma devo ammettere che la lettura non mi ha pesato per nulla, e questo perché ormai sono in sintonia con lo stile e l'umorismo di Sapkowski e conosco i personaggi principali e le dinamiche tra loro. In pratica, sapevo cosa aspettarmi dalla forma, però sono rimasta alquanto delusa dal contenuto.
La trama di questo romanzo si può riassumere in poche righe, e questo è proprio il problema maggiore, perché l'autore l'ha diluita in un volume di oltre 450 pagine! Per quanto riguarda Ciri e Yennefer abbiamo solo un paio di scene che praticamente non portano avanti la narrazione, se non per la creazione della Loggia e le confuse informazioni sulla discendenza della famiglia reale di Cintra. La maggior parte del volume è riservata invece al viaggio di Geralt e Ranuncolo, già iniziato ne "Il tempo della guerra", e che qui avanza relativamente poco vista la pericolosità dei territori in cui i due protagonisti ed il loro nuovo gruppo si muovono. Li vediamo infatti incontrare personaggi inediti o poco approfonditi in precedenza ed avanzare molto lentamente verso sud nel tentativo di raggiungere le regioni sotto il controllo di Nilfgaard per salvare Ciri, che credono ancora prigioniera dell'imperatore nonostante l'abbondanza di sogni profetici e visioni random che danno indizi contrari.
Oltre alla scarsissima trama, devo lamentare anche la quasi totale assenza delle coprotagoniste Ciri e Yennefer, che si percepisce molto bene. La loro mancanza viene compensata in parte della aggiunte al cast principale, che in effetti mi sento di approvare: Milva, Cahir e Regis sono dei personaggi interessanti e che ben si inseriscono nella narrazione. Il mio unico appunto è che forse si sarebbero potuti evitare lo sviluppo dato alla storia di Milva sul finale e la prolissa lezione di Regis sul vampirismo, degli elementi praticamente fini a se stessi per quanto succede nel romanzo.
Ho trovato carini i riferimenti ai volumi precedenti sparsi qua e là nel testo, come pure l'attenzione nel chiudere alcune sottotrame relative a personaggi secondari. Dall'altro canto trovo assurdo come al quinto libro di una serie ci siano ancora spiegoni di svariate pagine e momenti filler che non sfigurerebbero affatto in un anime da 200 episodi; questo sarà anche normale per una serie tanto lunga, ma non credo che qualcosa impedisse all'autore di limare le scene in eccesso e consegnarci un volume più concentrato sugli eventi rilevanti.
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Andrei nel Neverworld solo per ridurre la mia TBR
Marisha Pessl rientra tra i tre nuovi autori che volevo provare quest'anno e devo ammettere che la sua penna in termini di stile mi ha convita più di quelle di Carlos Ruiz Zafón e Madeline Miller; non posso però dire lo stesso per il romanzo in sé che, pur avendo delle ottime idee alla base, ci propone una storia alquanto deludente e dalla conclusione frustrante.
"Neverworld Wake" parte con una fretta immotivata raccontandoci della collegiale Beatrice "Bumblebee" Hartley che, dopo oltre un anno di lontananza, ritrova i suoi cinque amici del liceo in occasione del compleanno di una di loro. La serata di festeggiamenti viene troncata quando, mentre rientrano da un locale, l'auto del gruppetto rischia un pericoloso incidente; è a questo punto che la storia prende una piega maggiormente fantascientifica, anche se già dal finale della prima parte si mette in chiaro come questo romanzo sia in fondo un mystery, incentrato sulla morte improvvisa di Jim, il ragazzo di Bee scomparso in circostanze inspiegabili al termine dell'ultimo anno delle superiori.
Il romanzo ha diversi punti di forza, che però non sfrutta appieno: ad esempio, i protagonisti sono caratterizzati molto bene e risultano tridimensionali, ma trascorriamo con loro troppo poco tempo per poterci affezionare; la parte scifi in generale, e quella del loop temporale in particolare, sono gestite bene, però vengono complicate in modo eccessivo andando avanti con la storia, e questo solo perché l'autrice potesse dare una certa direzione alla trama.
La parte relativa all'indagine è forse la meglio riuscita, dal momento che risulta effettivamente ben pensata e riesce a catturare facilmente l'attenzione del lettore. In questo caso il problema è il modo a dir poco forzato con cui Pessl sposta l'attenzione dal problema fantascientifico iniziale alla morte di Jim; nel finale viene chiarito il motivo del collegamento, ma questo non lo rende più credibile, e anzi spinge a chiedersi perché nessuno dei personaggi principali si ponga dei dubbi.
Le altre critiche al romanzo sono di tipo personale: ho trovato forzato il ruolo del Keeper, in special modo perché spiega perfettamente le regole iniziali ma poi si dilegua quando la trama scifi si complica; come già accennato poi, non ho apprezzato per nulla il finale del libro, in particolare per le rivelazioni fatte da Beatrice e Martha che mi sono ritrovata perfino a dover rileggere perché mancano di logica in alcuni passaggi.
L'elemento che però mi ha infastidita di più è stata la scelta di Beatrice come protagonista. Una protagonista che narra tutto in prima persona, ma smentisce quanto lei stessa ha detto in precedenza al lettore solo per creare un colpo di scena; una protagonista piena di sospetti verso i suoi ex amici, che però non muove un dito per trovare delle prove di ciò; una protagonista innamorata alla follia di uno stalker mancato, impegnata a tentare di convincere anche noi lettori che sia il ragazzo perfetto.
Vorrei sinceramente leggere altro di Pessl, e mi auguro che con una protagonista diversa tra le mani la cara Marisha saprà regalarmi un libro più convincente.
NB: Libro letto in lingua originale
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Per fan degli anni Ottanta sotto i 12 anni
A dispetto delle tante recensioni positive, ho iniziato questa lettura decisamente prevenuta perché non vado pazza per i riferimenti pop inseriti nei romanzi e, pur avendo giocato ad alcuni videogiochi durante l'adolescenza, non ne sono mai stata una fan sfegatata; e così ho perso in partenza il novanta percento di quanto "Ready Player One" avesse da offrirmi. Inoltre temo di aver ormai superato da un pezzo l’età in cui i libri per ragazzi riuscivano ad intrattenermi: adesso devo davvero sforzarmi per non rollare gli occhi ogni due righe quando leggo uno YA; anche se a dire il vero avrei delle perplessità in merito all'effettivo target di questo titolo. Se da un lato l'età dei personaggi ed il tono della narrazione sembrano rientrare in pieno nella narrativa per ragazzi, ci sono diversi elementi (come il tipo di ironia o la presentazione degli antagonisti) che non sfigurerebbero in un middle grade, mentre tutti i richiami agli anni Ottanta possono ispirare nostalgia solo ad un cinquantenne.
La trama all'apparenza è tanto innocua quanto banale: in un futuro non troppo lontano le persone preferiscono sfuggire ad una quotidianità fatta di indigenza ed inquinamento atmosferico su OASIS, un gioco online che sfrutta la realtà aumentata ed in pochi anni è diventato anche un luogo di incontro, studio e lavoro; il creatore di questa piattaforma è morto cinque anni prima, ed il suo testamento prevedere che sia la sua ingente fortuna sia la proprietà di OASIS passino al primo utente in grado di trovare un easter egg da lui nascosto, dopo aver recuperato tre chiavi e superato altrettante porte. Il protagonista Wade Owen Watts (noto online come "Parzival") è uno dei tanti Gunter -aka i cercatori dell'uovo- che sperano di riscattare una vita miserabile vincendo la competizione; seguiamo quindi il suo percorso all'interno del gioco, tra amicizie virtuali e l'antagonismo verso la multinazionale senza scrupoli I.O.I. Innovative Online Industries. Come anticipato, una sinossi semplice ma con un suo potenziale, peccato che, con l'andare avanti nella lettura, compaiano una serie di dei-ex-machina sempre più sfacciati per permettere ai protagonisti di raggiungere un traguardo che altrimenti non avrebbero potuto neanche ammirare da lontano.
Prima di iniziare la mia critica alquanto severa, per onestà intellettuale voglio nominare i soli tre elementi che ho apprezzato. Le descrizioni di alcuni luoghi virtuali sono ben scritte e ricche di immaginazione, in particolare mi è piaciuta la discoteca spaziale in cui i personaggi si incontrano al compleanno di Og. Il ritmo della narrazione è veramente incalzante: per quanto abbia detestato questo libro, ammetto che non risulta per nulla pesante o lento. Infine, se avete un minimo di passione per il mondo videoludico, questa lettura vi spingerà a voler prendere subito in mano una console. E ora, via al massacro!
Direi di iniziare dai personaggi, anzi dal protagonista che, narrando tutto in prima persona, ci impedisce di conoscere a fondo i caratteri degli altri. Wade mi è risultato davvero insoffribile: è transfobico, arrogante e schifa chiunque non abbia una conoscenza enciclopedica degli anni Ottanta (vero sintomo di intelligenza, in questo romanzo), supera eventi sulla carta traumatici con leggerezza, si innamora a prima vista virtuale di una ragazza che poi passa il resto del titolo a stalkerare fino a "conquistarla", dimostra delle competenze che non può in nessun modo aver acquisito verosimilmente. Tra l'altro ci sono diverse altre esagerazioni, come il pianeta-scuola Ludus in cui chiunque può frequentare gli studi fino ai diciotto anni a spese del creatore di OASIS: ma com'è possibile permettersi di pagare a tempo indefinito lo stipendio a docenti in tutto il mondo e fornire l'hardware necessario a milioni di studenti?
E passiamo proprio ad OASIS, che per tutto il libro viene descritto dai personaggi come la roccaforte della libertà, l'unico posto dove essere se stessi. Peccato che questo luogo da sogno porti ad una vera dipendenza e spinga le persone a disinteressarsi del mondo reale, oltre a non essere affatto gratuito come detto inizialmente perché ogni cosa che vada oltre il creare un avatar si paga con soldi veri; c'è poi un passaggio a mio avviso disgustoso in cui si parla di quanto sia positivo che donne e neri possano crearsi degli avatar maschili e bianchi e grazie a questo essere accettati: sorvolando sul fatto che a quanto pare nessuno controlla i dati personali, neanche quando si parla di assunzioni lavorative, questo concetto manda a passeggio anni di lotte sociali! Non dobbiamo omologarci ad un unico modello, ma impegnarci perché tutti siano accettati per come sono realmente; e da questo capirete come "Ready Player One" propugni dei messaggi alquanto discutibili, specie per un pubblico giovane. Sono arrivata ad un punto in cui speravo che i cattivi acquisissero il controllo di OASIS per imporre login a pagamento e mettere pubblicità ovunque (sì, questo è il loro piano malefico) e costringere così finalmente gli abitanti di questo mondo ad uscire di casa e sistemare il pianeta.
Volendo potrei continuare per ore ad evidenziare difetti, come Art3mis che ricalca lo stereotipo della ragazza non-come-tutte-le-altre, l'aggettivo "fascista" usato con leggerezza o i dettagli dimenticati dall'autore (ma non dalla sottoscritta: a cosa serviva la pistola?), ma preferisco spendere qualche riga sull'ambientazione. All'apparenza è il classico mondo futuristico al tracollo, ma con alcune bizzarre contraddizioni: non c'è benzina per le auto però si consegna ancora la pizza a domicilio, l'economia è allo sfacelo ma ci si può permettere di far frequentare a tutti i ragazzi la scuola fino alla maggiore età, in molti vivono per strada eppure riescono ad acquistare l'hardware di OASIS, il governo autorizza una società a schiavizzare i suoi cittadini però ha emanato una legge per garantire la privacy genetica, di cui tra l'altro sembra non importare nulla a nessuno.
Per correttezza vi segnalo infine che di questo libro è stato recentemente pubblicato un sequel, che pare aver deluso gli stessi fan. Vista la mia esperienza, ritengo quasi superfluo dire che non mi ci avvicinerò neanche sotto minaccia di una multinazionale fascista.
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Sicura non siano vampiri, sì?
Dalla biografia di Elizabeth May disponibile sul sito della Sperling & Kupfer veniamo a sapere che la sua carriera come scrittrice è iniziata con una storia sui vampiri. È chiaro che si tratta di questo stesso romanzo perché, nonostante vengano chiamati fae, le creature combattute dalla protagonista di "The Falconer" sono evidentemente dei vampiri: sono bellissimi, sbrilluccicano, cacciano solo di notte, affascinano gli umani con una persuasione magica, squartano le persone per nutrirsi nella loro "essenza vitale". La mia teoria è che, all’epoca della pubblicazione del libro, il momento d’oro dei vampiri fosse già passato e quindi la cara Elizabeth abbia dovuto ripiegare sulle fatine.
La trama è prevedibile in modo imbarazzante: scommetto che riuscirete anche voi ad indovinarla a colpo sicuro partendo dal solo spunto iniziale! Siamo nella Scozia del 1844 (o almeno, in una sua versione fantasy-steampunk) e la diciottenne Aileana "Kam" Kameron diserta gli impegni sociali che il suo status prevede per dare la caccia ai fae; potreste pensare che lo faccia per salvare gli innocenti esseri umani, che queste creature non le possono neppure vedere, e vi sbagliereste: il suo è semplice desiderio di vendetta. Una fatina ha infatti ucciso sua madre un anno prima e da allora lei si è dedicata ad un genocidio sistematico, aiutata nella sua opera caritatevole da Kiaran -aka l'immancabile bel tenebroso che nasconde un animo sensibile- e dal pixie Derrick, per me protagonista morale della storia.
Ci si potrebbe chiedere perché lei non conceda il beneficio del dubbio alle decine e decine di fatine che uccide, dal momento che due di loro le sono amici. Il motivo è la limitatezza delle riflessioni di Aileana: non può porsi dilemmi etici perché i suoi pensieri ruotano unicamente attorno al desiderio di vendicarsi, alle preoccupazioni su quello che dice la gente sul suo conto (a quanto pare in tutta Edimburgo non si parla d'altro) e, da metà libro in poi, a quanto vorrebbe limonarsi Kiaran. Perché il romance ci deve sempre essere, anche quando i protagonisti sono talmente poco caratterizzati che manca proprio un minimo di base.
Il romanzo avrebbe anche degli elementi positivi, oltre al già citato Derrick per i cui diritti sindacali mi batterò ad oltranza. La scelta della Scozia come ambientazione è carina, anche perché da all'autrice la possibilità di rendere particolare il linguaggio dei personaggi; apprezzo inoltre il lavoro di ricerca per caratterizzare i diversi tipi di fae, ispirandosi alla tradizione folkloristica. Tutto il resto però è un grosso no, per me.
Gli elementi steampunk sembrano inseriti a casaccio e non sempre sono in linea con il concetto della forza motrice del vapore come base dell’evoluzione tecnologica; May sembra semplicemente aver inserito degli oggetti con intelligenza artificiale in un contesto storico. Tra l'altro, fingerò di credere che Aileana sia la talentuosa inventrice dietro queste diavolerie, nonostante ciò non sia per nulla in linea con il suo personaggio, come fingerò di credere a tutta la premessa sulle fatine imprigionate, che per la cronaca è piena di buchi di logica.
Tutta la parte finale poi è estremamente confusa: i protagonisti si preparano alla battaglia offscreen, in modo molto conveniente e con una facilità imbarazzante, e quando ho letto l'epilogo ho avuto il serio dubbio che alla mia copia mancassero delle pagine, talmente è aperto. Ovviamente si tratta del primo libro in una serie, ma almeno qualcuna delle tante storyline iniziate andava portata a termine.
Ciò che più mi ha stupito è però come Colleen Gleason non abbia fatto causa a May per questo plagio senza vergogna della serie I cacciatori di vampiri! I misteri dell'editoria...
NB: Libro letto in lingua originale
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Il titolo sbagliato
Ecco un altro romanzo che avrebbe potuto ambire ad una valutazione più alta, non fosse stato martoriato nell'edizione italiana. Perché la Rizzoli non si è accontentata di risparmiare due lire eliminando i trattini che indicavano il cambio da un POV all'altro, ma è riuscita a confondermi ulteriormente le idee stravolgendo il titolo; questo cambiamento non solo anticipa al lettore una rivelazione di cui leggerà solo nel finale, ma fa sorgere inutili dubbi su chi sia il protagonista della storia e tra chi si sviluppi il contrasto principale, là dove l'originale "Speaking in Tongues" metteva da subito in chiaro il fulcro della storia, ossia le capacità oratorie di cui fanno sfoggio eroe e villain.
La struttura della storia è quella di un thriller abbastanza convenzionale: mi ha ricordato ad esempio le atmosfere de "La psichiatra" di Wulf Dorn; a fare la differenza è la scelta di includere tra i punti di vista quello dell'antagonista, trattandolo come uno degli altri personaggi e mostrandoci quindi i suoi pensieri e le difficoltà che affronta. La trama segue il rapimento della liceale Megan Collier ed i conseguenti tentativi dei genitori, Tate e Bett, di ritrovarla dal momento che sono certi non possa essersi allontanata di sua iniziativa; purtroppo anche con la sinossi Rizzoli ha fatto un pessimo lavoro (non che con la cover ci abbia azzeccato, ma su quella posso sorvolare), perché fa sembrare Megan poco più di una bambina quando in realtà è una diciassettenne, parla di un divorzio recente mentre i suoi si sono separati da ben quindici anni e vaneggia di fantomatiche sedute della ragazza con un certo dottor Peters: quello che vediamo all'inizio della storia è invece il loro primo ed unico incontro, durante il quale lui subito riesce a raggirarla e rapirla.
L'introduzione è proprio uno dei punti deboli del romanzo perché è troppo rapida, come anche il resto della narrazione, e sembra dare per scontate delle informazioni sulla situazione familiare dei Collier. Un altro difetto si nota nelle scene in cui compaiono dei personaggi giovani dal momento che Deaver, proprio come William Landay, inserisce in continuazione "cioè, tipo, capito" come fossero degli intercalare; e questo non è un problema se viene fatto per identificare un solo personaggio, ma qui tutti gli adolescenti parlano in questo modo! Purtroppo i difetti di questo romanzo non finiscono qui: i due peggiori sono l'esagerazione di alcune scene come il piano della siringa di Aaron (non spoilero oltre, tranquilli), che rendono davvero inverosimile una narrazione per il resto ben ancorata nella realtà, e la superficialità di diversi passaggi.
Il romanzo include infatti delle tematiche decisamente forti, come criminalità organizzata, omicidio, razzismo, stupro e pedofilia, ma nella fretta generale non perde neppure mezza riga per trattare con la dovuta attenzione questi elementi. Ad esempio, quando entra in scena per la prima volta Joshua, c'è un timido tentativo di far notare come venga discriminato ingiustamente per la sua etnia, ma poi l'autore se ne dimentica del tutto, tant'è che Tate non avrà mai l'occasione di ritrattare il suo pregiudizio; nel contesto della trama, quel dettaglio risulta fine a se stesso.
Oltre al già citato POV dell'antagonista, sul lato degli elementi positivi troviamo un stile molto diretto ed estremamente scorrevole, seppur per nulla distintivo a mio parere, e dei personaggi decisamente intelligenti ed in grado di prendere l'iniziativa quando necessario. Più di tutti mi ha colpito Megan, sia nelle scene in cui la vediamo tentare la fuga sa sola, sia nelle interazioni con Tate che risultano emozionanti a loro modo. Non ho parole invece per il suo rapporto con Bett, in particolare con quel finale troppo all'acqua di rose rispetto al tono generale del romanzo.
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Indagini e umorismo a St. Mary Mead
"La morte nel villaggio" è il romanzo in cui Agatha Christie introduce per la prima volta la figura di Miss Marple come investigatrice, anche se forse questo termine è un po' fuori luogo nel caso della sagace vecchietta inglese, che non ha l'ambizione di diventare il nuovo Sherlock Holmes quanto piuttosto di aiutare i suoi compaesani nella risoluzione di un efferato delitto grazie alla sua ottima capacità nel notare e memorizzare il più piccolo dettaglio.
A differenza di ciò che il titolo italiano potrebbe far pensare, la trama del romanzo non ruota attorno ad un villaggio massacrato da un assassino seriale, focalizzandosi invece su un singolo delitto; il colonnello Lucius Protheroe viene infatti ucciso da un colpo di pistola nella biblioteca del vicariato, e l'indagine che ne consegue si dimostra subito ostica dal momento che in molti nel paesino di St. Mary Mead hanno ottime ragioni per odiare l'uomo. La vicenda vede come narratore proprio il gentile vicario Leonard "Len" Clement che trova il cadavere e si fa quindi coinvolgere da subito nell'investigazione.
Posso sicuramente dire che è sempre una soddisfazione leggere un romanzo di Agatha Christie, perché anche se non si riesce a risolvere il mistero o ad individuare il colpevole fino all’epilogo (come capita quasi sempre alla sottoscritta!), si può star certi che ogni dettaglio, ogni sottotrama avrà una risoluzione sensata, sintomo che tutto viene pianificato con cura dalla prima pagina. L'intreccio di questo libro è davvero brillante, e lo si apprezza soprattutto nei piccoli cliffhanger che caratterizzano la fine della maggior parte dei capitoli: riescono ad incuriosire sugli sviluppi successivi senza mai risultare eccessivamente drammatici o inseriti solo per scioccare il lettore.
Per quanto riguarda i personaggi, ovviamente la brevità del volume impone delle scelte e devo ammettere che la caratterizzazione di alcuni risulta abbozzata o basata su stereotipi, specialmente nei casi delle comparse. Dall'altro lato ho adorato sia il vicario Clement -un personaggio davvero gradevole da seguire, che non manca di arguzia ma rimane sempre cortese- sia Miss Marple, che però già conoscevo ed amavo dagli altri romanzi.
Lo stile di Christie è sempre impeccabile, specialmente per l'atmosfera che riesce a creare, in questo caso trasmettendo il calore di un piccolo paese di campagna avvelenato dal serpente del sospetto che tra i vicini o la servitù di nasconda un omicida spietato. Forse ad alcuni potrà non andare a genio un'ambientazione dove -per ovvie ragioni storiche- il patriarcato impera, ma se avrete la pazienza di leggere tra le righe capirete quale sia l'opinione dell'autrice in merito; ad esempio, i personaggi che denigrano le donne vengono dipinti come poco intelligenti e sottilmente derisi. Non a caso è proprio una "vecchia incartapecorita" a risolvere infine il mistero.
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Mi serve un convertitore di valuta
Scritto in meno di un mese per rispettare un accordo editoriale mefistofelico, "Il giocatore" è uno dei migliori titoli per approcciarsi all'opera dostoevskijana perché in sole duecento pagine riesce a trasmettere lo stile dell'autore ed alcune delle sue tematiche più ricorrenti, oltre a fornire più di uno spunto anche a chi fosse incuriosito dal lato autobiografico della storia. Il romanzo è stato infatti molto influenzato dalle vicende personali di Dostoevskij, sia per quanto riguarda la fascinazione verso il gioco d'azzardo che la relazione travagliata tra il protagonista e l'amata Polina, trasposizione su carta di Apollinarija Prokof’evna Suslova con cui l’autore viaggiò per l'Europa in uno dei periodi in cui era più acuto il suo problema di dipendenza dal gioco.
La vicenda si ambienta nella città fittizia di Roulettenburg (o Rulettenburg, come viene chiamata in questa edizione), una località tedesca famosa per il suo casinò e vero e proprio crocevia nel quale si mescolano persone provenienti dai principali paesi europei, il che da allo scrittore l’occasione di illustrare le sue opinioni sulle diverse nazionalità; in questo luogo giunge il nostro protagonista, il precettore Aleksej Ivànovic, per riunirsi alla famiglia del generale Sagorjanski presso la quale lavora e della quale sapremo qualcosa di più andando avanti con la lettura dal momento che la storia inizia quasi in medias res.
Nonostante la brevità, il volume presenta tre parti che si focalizzano su altrettanti eventi: all'inizio l'attenzione è posta principalmente sulla relazione tra il protagonista e Polina -che lo spingerà anche ad iniziare a giocare-, e vediamo i due spesso stuzzicarsi o arrivare a dei veri momenti di conflitto; nella seconda parte viene introdotto il personaggio di Antonida Vasil'evna che, incurante delle preghiere dei familiari, sperpera enormi somme al casinò mentre blasta senza pietà il generale; verso il finale Aleksej, nella speranza di risolvere i problemi economici della famiglia di Polina, inizia a giocare in modo impulsivo e rischioso alla roulette della quale si ritrova ben presto dipendente.
Il romanzo si sofferma in vari passaggi sul problema della ludopatia, inizialmente da un punto di vista esterno e poi in modo diretto quando il protagonista da semplice spettatore inizia a scommettere in prima persona. Dostoevskij ci fornisce un'ottica unica su questo tema, e questo traspare chiaramente dalle parole e dalle metafore con cui riesce perfettamente a spiegare cosa porti le persone a giocare fino all'ultima moneta alla roulette: pur essendo consapevole delle conseguenze, la possibilità di vincere attira Aleksej come una sirena e l'adrenalina che prova nelle rare vittorie è una prospettiva troppo allettante per essere ignorata. Infatti, anche se il finale lascia uno spunto di speranza per lui, penso che il sottinteso sia quello di un futuro affatto roseo.
Nel testo viene dato ampio spazio anche ai rapporti sentimentali, fornendo però una visione molto negativa dell’amore che ci viene descritto come una passione distruttiva (l’esempio più lampante proposto è quello di Aleksej Ivànovic e Polina Aleksandrovna) o un mero accordo basato sugli interessi economici e sociali delle parti, come per le relazioni astutamente intessute da M.lle Blanche.
In definitiva, un titolo assolutamente consigliato la cui unica pecca forse è il poco tempo in cui vediamo Aleksej giocare effettivamente; visti il titolo e la premessa, mi aspettavo che fosse dato più spazio alla sua discesa verso la dipendenza, mentre in realtà sono diversi i personaggi che ricoprono il ruolo del "giocatore". Valuto in positivo anche l'edizione Rizzoli, sia per la traduzione sia per i contenuti aggiuntivi: l'introduzione risulta molto chiara e utile per capire la genesi del libro e il cosiddetto saggio finale fornisce un ulteriore punto di vista sui risvolti autobiografici.
NB: Libro letto nell'edizione Rizzoli BUR
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Allora le battute sui carabinieri erano vere...
In genere non sono una gran lettrice di storie noir e tendo anche ad evitare gli autori italiani, eppure i romanzi di Andrea Vitali sono la mia eccezione a queste regole; lungi dal definirli dei capolavori letterari, credo che i suoi libri siano però un ottimo mezzo di evasione: il tono leggero della narrazione, le storie di vita quotidiana e la placidità data dall'ambientazione nella seconda metà del secolo scorso contribuiscono a rendere molto scorrevoli queste letture che potremmo definire, senza alcun intento offensivo, "da ombrellone".
La trama di "Viva più che mai" dovrebbe ruotare attorno al ritrovamento di un cadavere nelle acque del lago di Como, e utilizzo il condizionale perché questa vicenda principale viene talmente diluita nel testo e prevaricata da altri eventi che per circa trecento pagine ci si dimentica quasi del tutto l'indagine atta a svelare l'identità della vittima. Ad individuare in modo del tutto accidentale il corpo è Ernesto "Dubbio" Livera, un contrabbandiere improvvisato, la cui versione dei fatti viene messa subito in discussione quando il cadavere in questione scompare e la persona che lui riteneva essere la vittima si dimostra alquanto viva; il Dubbio dovrebbe anche essere il nostro protagonista, e di nuovo mi trovo a ricorrere al condizionale perché fosse per le sue azioni la trama rimarrebbe ferma a pagina uno, mentre è l'intervento di Tina, giovane donna piena di iniziativa e dedizione, a smuovere effettivamente la storia.
Oltre ai due protagonisti, dal cui punto di vista questo potrebbe anche intendersi come un romanzo di formazione, abbiamo un cast estremamente ricco di personaggi, dai nomi spesso bizzarri; ma non temete: identificarli risulta abbastanza semplice perché la caratterizzazione si limita a degli stereotipi collaudati, e se proprio non vi raccapezzate c'è sempre il pratico glossario a fine volume. Tutti questi personaggi vanno però a farcire il libro con un numero imbarazzante di sottotrame, che in alcuni casi non ottengono neppure una degna risoluzione nel finale; ad essere onesti neppure la vicenda principale è dipanata del tutto, perché se è molto chiaro quali dinamiche abbiano portato all'omicidio, non c'è il minimo tentativo di fare giustizia in nome della vittima da parte di chi svela l'intreccio.
Un altro aspetto non proprio riuscito è l'aver scelto di dare tanto spazio ai diversi carabinieri che compaiono nel libro e che, col procedere della narrazione, dimostrano sempre più chiaramente di essere soltanto dei comic relief: sia nella parte iniziale, quando cercano senza successo il Dubbio per ascoltare la sua versione, mentre il lettore sa benissimo dove si trovi, sia nei moltissimi siparietti dedicati al carabiniere Fantarini e al suo desiderio di partecipare ad una competizione di chioccolo. Dal momento che la storia ruota attorno ad un crimine ed affronta anche temi molto pesanti, mi sarei aspettata che questi personaggi ricoprissero un ruolo maggiormente serio, almeno in alcune scene.
Nonostante i suoi molti difetti, questo romanzo mi ha tenuta incollata alle pagine, merito soprattutto dello sviluppo dato a Tina ed alla passione con cui Vitali racconta l'ambientazione, trasmettendo in pieno il suo amore per il lago di Como. Approvo anche il tono informale, con l'utilizzo di onomatopee, storpiature e termini dialettali, perfettamente in linea con il tipo di storia raccontato.
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Persone malvagie
Se è vero che sono andata un po' "a scatola chiusa", non essendomi informata della storia e delle recensioni, è altrettanto vero che questo romanzo si è rivelato parecchio diverso da come mi era apparso ad un'occhiata superficiale. E se anche voi, vedendo tutto quel giallo in copertina, avete supposto di essere di fronte ad un mystery è il momento di ricredervi: si tratta infatti di un thriller dalle atmosfere insolitamente rilassate, che punta tutto sulla caratterizzazione dei personaggi e il dispiegamento al contrario della trama. Non proprio il romanzo che mi aspettavo quindi, ma sicuramente quello di cui avevo bisogno, per parafrasare il commissario Gordon; vediamo ora perché potrebbe fare anche al caso vostro.
Come anticipato, la narrazione parte dove molti romanzi terminano, ossia con la conclusione di un'indagine; se a questo aggiungiamo il fatto che nessuno dei POV presenti è quello di uno degli investigatori, capirete da subito come "L'uomo che voleva uccidermi" sia ben lontano dall'essere un giallo. Il delitto al centro della storia è il brutale omicidio della giovane rappresentante Ishibashi Yoshino, per il quale è stato arrestato l'operaio edile Shimizu Y?ichi: questo viene chiarito fin dalle primissime pagine, mentre il resto del volume è impiegato per illustrare al lettore perché si è giunti a questo crimine e come le azioni di vittima e carnefice siano state fortemente influenzate dalle persone loro vicine e dalle dinamiche della società giapponese dei primi anni Duemila.
Il libro gioca molto sulle relazioni tra i personaggi, mostrando il conflitto tra la vecchia generazione più legata alle tradizioni e all'onore e quella giovane che dimostra un atteggiamento meno formale e un maggior desiderio di libertà, ma anche tra familiari, amici e partner, sottolineando in particolare come siano sempre presenti dei problemi di comunicazione. Si tratta di barriere che i personaggi si autoimpongono per timore di come gli altri potrebbero reagire, aprendo così la porta ad una serie di tematiche collaterali che vediamo affrontate nei singoli POV.
Quella dei punti di vista è una questione un po' spinosa. Il mio lato razionale si rende ben conto che inserire quasi venti POV in un volume di trecento pagine risulta esagerato, ma non posso in tutta onestà dire di aver trovato questa scelta fastidiosa: tutti i personaggi principali sono caratterizzati in modo eccellente, nessuno di loro appare noioso o superfluo. Inizialmente vengono introdotti in un'ottica positiva o al più neutra, ed è solo dopo diverse pagine che si arriva a capire come ognuno di loro nasconda dei segreti passati, abbia commesso delle azioni crudeli o sia spinto a mentire al prossimo, in alcuni casi per dei motivi anche condivisibili. Il risultato è un cast ricco di sfumature ed estremamente verosimile, al quale il lettore non può che affezionarsi.
Oltre ai personaggi, l'autore ha scelto di dare parecchio spazio anche all'ambientazione, intesa come società in cui essi si muovono. Personalmente ho trovato istruttiva questa lettura per come illustra le abitudini di una nazione tanto lontana dalla mia nelle tradizioni quanto purtroppo vicina nei difetti peggiori: Yoshida Sh?ichi ci parla di un Giappone maschilista e omofobo, dove body e slut shaming sono la normalità, e lo fa trasmettendo una forte critica senza dover sbattere in faccia al lettore le sue opinioni, ma spingendolo più intelligentemente ad analizzare questi comportamenti e capirne la problematicità nella vita di tutti i giorni.
Ma veniamo ad un paio di difetti che, pur non avendo affatto rovinato la mia esperienza di lettura, mi hanno impedito di dare una valutazione totalmente positiva a questo titolo. Ho trovato un po' straniante l'alternanza tra prima e terza persona nel testo: se è una scelta sensata per le parti che dovrebbero corrispondere alle deposizioni dei testimoni, non ha ragion d'essere negli altri casi. L'altro problema riguarda alcune sottotrame che l'autore sembra dimenticare durante la narrazione o alle quali non da sufficiente importanza, e perciò avrei preferito fossero in parte ridimensionate oppure del tutto omesse.
L'edizione italiana merita qualche riga a parte. La qualità dei materiali è ottima, come pure l'idea di includere una guida alla pronuncia ed un piccolo glossario, ma la scelta di non inserire dei divisori tra i paragrafi fa sì che il salto da un POV all'altro non sia subito intuibile. Anche la traduzione del titolo non mi convince, perché fa pensare che la storia sia narrata in prima persona dalla vittima -mentre Yoshino è proprio una dei pochi personaggi a non avere una parte in cui parla direttamente al lettore- e che si tratti di un omicidio pianificato da molto tempo; la frase scelta non è casuale, ma continuo a pensare che avrebbero potuto semplicemente tradurre "Akunin" (ossia, persona malvagia), un titolo più calzante ed associabile a più di un personaggio.
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I morti sono i più attivi a portare avanti la tram
La genesi de "Gli occhi del drago" è alquanto peculiare; nata come un racconto per la figlia Naomi questa storia venne poi ampliata in un romanzo vero e proprio e pubblicata, causando moltissime critiche da parte dei fan di King e spingendo lui ad avere l'idea per scrivere "Misery" qualche anno dopo. Curioso notare come, seppur scritto e dedicato alla figlia, questo libro presenti pochissimi personaggi femminili, scritti solo in base allo stereotipo di madre e moglie; l'unica eccezione è proprio il personaggio dedicato alla bambina, che però è un caso di deus ex machina talmente evidente da risultare fastidioso.
Ma cos'ha indispettito tanto i lettori degli anni Ottanta? Probabilmente la differenza tra target e genere rispetto ai romanzi precedenti dell'autore; questo libro infatti è rivolto ad un pubblico molto giovane e principalmente è una storia di formazione, pur essendo ambientata in una realtà fantastica. Nel regno di Delain, fortemente ispirato al mondo delle fiabe (nelle prima parte viene descritta una scena che omaggia chiaramente "La cerva fatata" di Basile), maghi e draghi sono infatti la normalità, ma questo non rende particolarmente avventurosa la narrazione, che risulta invece focalizzata sulle relazioni tra i personaggi e le poche scene realmente rilevanti ai fini della trama.
E veniamo quindi alla scarnissima trama. L'anziano sovrano di Delain Roland sta per lasciare il trono al figlio Peter, fatto che il mago di corte Flagg non può permettere perché il futuro re non lo vede di buon occhio; decide quindi di orchestrare l'omicidio di Roland facendo ricadere la colpa proprio su Peter per ottenere poi il potere completo sotto il regno di Thomas, il secondogenito del re che vede nello stregone il suo unico amico. Quello che potrebbe sembrare lo spunto iniziale di una storia fantasy compone in realtà una buona metà del volume, e anche quando si arriva all'incriminazione di Peter gli eventi non diventano per nulla più movimentati, questo anche a causa delle moltissime digressioni, che riescono sia a rallentare la narrazione sia a rovinare la lettura con un utilizzo eccessivo della tecnica del foreshadowing.
Devo però ammettere che il romanzo non mi ha annoiata come ci si potrebbe aspettare, merito soprattutto dello stile molto scorrevole e del tono informale adottato dal narratore che, come un bardo a cavallo tra due realtà, si rivolge spesso al lettore per fare delle osservazioni o commentare gli eventi.
E veniamo ai personaggi, croce e delizia di questo titolo. Su un piatto della bilancia troviamo le relazioni tra i membri della famiglia reale e la caratterizzazione di Thomas, un personaggio molto complesso sul quale non mi spiacerebbe leggere un romanzo intero; sull'altro piatto troviamo la fastidiosa perfezione di Peter -che non lo rende appetibile come protagonista-, le nebulose motivazioni di Flagg (potere e caos, ok. Ma poi cosa vorresti ottenere, di grazia?) e i rapporti che riguardano Ben, sia in relazione alla presunta grande amicizia con Peter sia all'amore random per Naomi. Sono rimasta poi particolarmente interdetta per la frequenza con cui King ricorre a motivazioni mistiche per giustificare azioni che altrimenti non verrebbero mai commesse, e per il modo infantile di comportarsi in personaggi adulti, almeno sulla carta.
La mia più grande curiosità riguarda però il sistema religioso, dal momento che King sembra non riuscire a decidere fino alla fine se a Delain venerino più divinità o un solo dio.
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- sì
- no
Con una piroetta si risolve (quasi) tutto
E proprio quando stavo per perdere del tutto la speranza in questa serie, ecco palesarsi una trama. Sì, sono un pochino melodrammatica, ed è anche vero che nei primi tre libri sono successe un mucchio di cose, mancava però un intreccio più ampio, che desse un senso alle storie dei singoli personaggi e mettesse finalmente a frutto pagine e pagine di creazione dei rapporti e world building.
Ne "Il tempo della guerra" l'attenzione è concentrata principalmente all'incontro tra i maghi organizzato sull'isola di Thanedd, durante il quale verranno palesate le alleanze nello scontro temporaneamente interrotto tra Nilfgaard ed i regni a nord del fiume Jaruga, sui quali l'impero non nasconde di voler mettere le mani a dispetto della tregua stipulata. Geralt, Ciri e Yennefer vengono ovviamente coinvolti loro malgrado, e corteggiati o minacciati da entrambi gli schieramenti; la ragazzina in particolare è vista come un ambito premio per dei motivi che in questo libro si cominciano finalmente a svelare.
Con la nuova importanza acquisita dalla trama, la struttura "ad episodi" viene in parte accantonata, anche se si ha ancora la sensazione di leggere delle vicende molto distanti tra loro, almeno a livello temporale, ed identificate da ognuno dei lunghissimi capitoli. Sono inoltre ancora presenti un gran numero di personaggi filler, che Sapkowski introduce ed elimina ad un ritmo quasi frenetico; questo diventa un problema per l'ingenuo lettore nel momento in cui alcune di quelle che riteneva soltanto delle comparse si rivelano essere invece personaggi ricorrenti, e scopre di dover quindi memorizzare i loro impronunciabili nomi per i libri seguenti.
Fortunatamente non abbiamo un cast composto solo da false comparse, e se è ormai chiaro che Geralt con il suo carisma da muro di cartongesso non rientrerà mai tra i miei personaggi preferiti, in questo volume ho apprezzato molto sia Yennefer sia (incredibilmente!) Ciri, che per la prima volta gioca un ruolo molto attivo negli eventi narrati. Ho adorato in particolare le parti in cui i tre protagonisti interagiscono direttamente fra loro o parlano l'uno dell'altro con personaggi terzi, perché si percepisce sempre più come siano una vera famiglia, a dispetto delle separazioni a cui spesso sono costretti.
Tutto considerato posso dire di avere delle aspettative abbastanza alte per come potrebbe continuare la serie, con la speranza che l'autore conceda magari più spazio all'analisi degli antagonisti, per ora privi di motivazioni che vadano oltre alla banale sete di conquista. Nel caso fosse necessario tagliare qualche altro personaggio per farlo, posso assicurarvi che la sottoscritta non sentirebbe affatto la mancanza di un cento bardo, convinto di essere esilarante quando è soltanto un fastidioso comic relief.
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I protagonisti sentono le voci. Cominciamo bene
Questa volta ho avuto seri dubbi di riuscire a farcela! era da anni che non pensavo di abbandonare un libro, per quanto brutto, ma con "The Winner's Kiss" ho fatto davvero una fatica immane per portare a termine la lettura, finendo col trascinarmi questo romanzo per un intero mese. Per assurdo non lo trovavo particolarmente pensante mentre leggevo, ma la sola idea di dover prendere in mano il volume e ritrovarmi impantanata in una storia piena di incongruenze e buchi di logica mi faceva star male. Eppure mi sono fatta coraggio, principalmente perché mi avrebbe infastidita ancora di più abbandonare la serie all'ultimo libro, anche se questa trilogia non si è meritata una briciola del tempo che le ho dedicato.
Premetto che farò qualche vago spoiler, soprattutto per far capire quanto la trama di questo romanzo urli "convenient!" ad ogni riga di testo. Ritenetevi avvisati e, se non volete rovinarvi la sorpresa (ironia here), abbandonate questa nave.
La narrazione riprende esattamente da dove "The Winner's Crime" era concluso: Kestrel è rinchiusa in un campo di lavoro nel gelido nord e Arin sta organizzando le difese contro l'imminente attacco dei valoriani. Vista la premessa la parte romance del libro avrebbe potuto essere alquanto breve, quindi l'autrice ha pensato di inserire un'immotivata perdita di memoria che allungasse un po' la schermaglia amorosa tra i due protagonisti. Come espediente è pessimo, perché non mette minimamente in difficoltà gli eroi durante la guerra in corso e neppure impedisce un nuovo innamoramento nell'arco di qualche giorno; serve unicamente ad inserire dei pipponi angst sullo struggimento emotivo dei due.
E dire che volendo la cara Marie materiale narrativo ne avrebbe avuto! sarebbe stato sufficiente riportare in scena alcuni dei personaggi secondari introdotti nello scorso romanzo; personaggi che qui invece sono stati completamente accantonati. Solo nel finale Rutkoski sembra ricordarsi della loro esistenza e, in un paio di righe, da una conclusione vaghissima alle loro storie; agli Stati coinvolti nella tiritera amorosa dei nostri eroi va ancora peggio: nell'epilogo non ci viene fornito nessun elemento sulla nuova situazione politica, nonostante oltre metà del libro fosse incentrata proprio su quello.
E che dire delle scene di battaglia? in un primo momento mi stavo lamentando perché venivano skippate completamente, poi Rutkoski ha iniziato a descriverle... e mi sarei voluta rimangiare tutto: non solo gli scontri hanno delle dinamiche incomprensibili (guerre campali in cui i soldati lanciano... pugnali! le pistole di Arin, tanto importanti nel secondo libro, qui completamente inutili!), ma da quel momento in poi i personaggi secondari -ad eccezione di Roshar- scompaiono letteralmente, lasciando in scena solo i nostri protagonisti e qualche comparsa random da sacrificare all'occasione. Questo andrebbe anche bene se stessimo leggendo un romance ad ambientazione contemporanea, ma l'autrice ha voluto dedicare la maggior parte della trama alla guerra contro Valoria e solo dopo si deve essere accorta di non saperla gestire. Ed ecco perché abbiamo delle battaglie epiche (ironia again) pianificate e combattute da tre adolescenti; livello di verosimiglianza: non pervenuto!
NB: Libro letto in lingua originale
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Antologia della paura
"A volte ritornano" è la prima raccolta pubblicata da King e va ad includere storie a se stanti come anche racconti collegati ad altre opere, associati dalla tematica della paura. Dal momento che si tratta di testi diversi per genere, tono e resa, vado ad analizzarli separatamente; la valutazione complessiva è data dalla media di quelle singole.
"Jerusalem's Lot" - quattro stelline
Per questo racconto si è trattato in realtà di una rilettura dal momento che è presente all'interno della mia edizione de "Le notti di Salem"; sarebbe infatti un prequel in cui si racconta della fondazione della città e di come il male ne sia sempre stato parte. Leggendolo come storia a se stante l'ho trovato più convincente: la trama è solida, i due protagonisti sono ben scritti e la storia svolge molto bene il suo compito, ossia terrorizzare il lettore. Buona anche la scelta del formato epistolare, mentre ritengo la lore (che non è direttamente collegata al romanzo su cui si basa) troppo confusa e l'epilogo decisamente banale.
"Secondo turno di notte" - tre stelline e mezza
Questa storia è ambientata all'interno di una filanda dove alcuni operai vengono reclutati per occuparsi dello sgombero della cantina in cui da anni si ammucchiano documenti e vecchie attrezzature. La trama non è particolarmente brillante e in alcuni passaggi risulta anche poco chiara senza motivo -specialmente riguardo al ruolo ambiguo di Warwick-, oltre ad essere penalizzata da un altro finale scontato. I personaggi però sono interessanti ed il "fattore paura" è altissimo: leggere della discesa al piano inferiore è stato davvero angosciante!
"Risacca notturna" - tre stelline
Trattasi del racconto sulla base del quale King ha scritto "L'ombra dello scorpione"; un racconto che mi avrebbe sicuramente inquietata meno se l'avessi letto prima del 2020! la vicenda riguarda infatti un gruppo di giovani superstiti ad una pandemia diffusasi dal Sudest asiatico. La brevità del testo non permette purtroppo di analizzare a fondo i personaggi secondari o l'ambientazione, e l'autore si deve affidare principalmente a sottintesi ed accenni nei dialoghi. Nonostante sia detestabile, ritengo valido il protagonista -nonché narratore; azzeccata anche la conclusione, tra il brusco ed il sibillino.
"Io sono la porta" - cinque stelline
Ambientato in un futuro prossimo in cui l'umanità ha avuto uno sviluppo tecnologico tale da poter raggiungere perfino Venere, la storia è narrata dall'ex astronauta Arthur che era parte dell'equipaggio nel primo viaggio proprio verso questo pianeta; anziché trovare preziose risorse, la missione entra in contatto con qualcosa di alieno e per nulla amichevole verso gli umani. Lo sviluppo della trama è eccellente, come anche la caratterizzazione del protagonista; il tipo di "alieni" immaginati da King risulta estremamente interessante, e così il loro modo di vedere la vita sulla Terra. Per una volta non ho da lamentarmi neppure del finale, che lascia un gusto dolceamaro molto in linea con la vicenda narrata.
"Il compressore" - tre stelline
Protagonista della vicenda è la Stiropiegatrice Rapida Hadley-Watson modello 6, un macchinario industriale che ha causato numerosi incidenti agli operai di una lavanderia; l'agente Hunton pensa però che questi infortuni non siano affatto casuali, e decide di indagare più a fondo. Non fosse per le scene davvero splatter, questo racconto potrebbe essere scambiato per un'opera di R.L. Stine della collana Piccoli Brividi che leggevo alle medie: l'elemento fantastico è spiegato e gestito in modo infantile ed i personaggi sembrano alquanto stupidi. Si salvano soltanto le parti in cui vengono descritte le aggressioni della Stiropiegatrice, grottesche e a loro modo realistiche.
"Il baubau" - quattro stelline
In questa storia si mescolano bene gli elementi paranormali con delle paure più intime e, purtroppo, verosimili; la vicenda è incentrata infatti su Lester Billings, che ha perso i suoi tre figli di pochi anni in circostanze all'apparenza naturali, ma delle quali si ritiene responsabile al punto da voler raccontare la sua versione ad uno psicologo. La storia riesce a creare un ottimo senso di angoscia sfruttando un ritmo volutamente lento, ed il colpo di scena finale è ben contestualizzato. Molto più difficile farsi piacere il protagonista, che dimostra un carattere a dir poco detestabile; l'aspetto sovrannaturale non è chiarissimo, ma lo ritengo coerente con il tipo di "mostro" scelto.
"Materia grigia" - tre stelline e mezza
Sicuramente tra i più disgustosi, questo racconto segue un gruppetto di avventori riuniti nell'emporio cittadino durante una tormenta di neve che si mobilitano per scoprire cosa sia successo ad un loro conoscente, assente da diverse settimane. L'idea di base è tanto semplice quanto efficacie per creare -ed alimentare- la sensazione di disagio; d'altro canto i personaggi non sono molto incisivi e il classico epilogo kingiano non aiuta a rendere la storia particolarmente memorabile all'interno della raccolta.
"Campo di battaglia" - una stellina
Ecco un'altra storia in pieno stile Piccoli Brividi! e in questo caso manca anche quel tocco gore che rendeva interessante "Il compressore". La vicenda riguarda il sicario Renshaw che, di ritorno dalla sua ultima missione, riceve un pacco inaspettato e dal contenuto decisamente pericoloso. Purtroppo non ho apprezzato quasi nulla di questa storia: in una raccolta che vuole parlare di paura, trovare una trama dai risvolti quasi comici mi è sembrato molto fuori luogo; di conseguenza, non solo non ho provato terrore, ma mi è risultato difficile anche ridere in un contesto tra il trash ed il grottesco.
"Camion" - quattro stelline
Ambientato in un autogrill, questo racconto si presenta come una versione horror del film Cars; in un contesto molto lontano da un futuro avveniristico in cui i robot potrebbero ribellarsi all'uomo, ci troviamo in una realtà contemporanea dove sono gli automezzi ad aver sviluppato una coscienza e a voler imporre il loro dominio sull'umanità. Nel complesso una buona idea, che permette di includere un paio di ottime scene violente e si conclude con un messaggio quasi ambientalista, stranamente in linea con la narrazione. I personaggi sono però poco incisivi e le scelte che compiono sembrano molto casuali.
"A volte ritornano" - quattro stelline e mezza
Storia che da il titolo alla raccolta e, a mio parere, aveva abbastanza materiale di base per poter diventare un ottimo romanzo a se stante; e questo è proprio il suo unico difetto, perché avendo più spazio alcuni elementi inseriti in modo frettoloso avrebbero potuto essere contestualizzati meglio. La narrazione segue il professore Jim Norman che si trova a dover affrontare i fantasmi del suo passato quando nella sua classe si presentano dei ragazzi molto simili a delle sue vecchie conoscenze. Ottima gestione della componente horror e dello sviluppo della trama, mi sono piaciuti molto anche il protagonista e le sue nemesi. Il finale risente purtroppo della brevità del testo, lasciando inspiegati un paio di dettagli.
"Primavera da fragole" - tre stelline e mezza
All'apparenza una trama abbastanza convenzionale nel genere: il campus di un college viene sconvolto da una serie di aggressioni mortali a giovani donne. La particolarità è data dalla cosiddetta "primavera da fragole" durante la quale si ambienta la vicenda: un periodo caratterizzato dalla presenza di nebbie persistenti, in cui si intravedono ombre misteriose; come concetto l'ho trovato molto interessante, peccato che tutto venga presentato in modo affrettato, senza includere alcun chiarimento a beneficio del lettore. La parte splatter la ritengo però valida, in particolare per la descrizione delle mutilazioni ai danni delle vittime.
"Il cornicione" - cinque stelline
Questo racconto dimostra come King sia perfettamente in grado di scrivere storie terrificanti senza includere nessun elemento paranormale. Tutta la tensione si basa su una prova fisica che il protagonista, l'istruttore di tennis Norris, deve affrontare, rischiando la vita per poter liberare se stesso e l'amata Marcia dal giogo del mafioso Cressner. La caratterizzazione dei personaggi ed il finale sono perfetti, e rendono una trama all'apparenza banale in una delle storie più angoscianti di questa raccolta.
"La falciatrice" - una stellina e mezza
In questo caso ho avuto l'impressione di leggere due vicende scollegate, che l'autore ha voluto accostare a forza: all'inizio vediamo la famiglia Parkette turbata da un incidente con la falciatrice, evento che porterà il capofamiglia Harold ad assumere una ditta per occuparsi del prato; da questo punto parte una trama completamente diversa che, per quanto svolta il suo compito d'inquietare il lettore, non si amalgama per nulla a quanto narrato prima. L'epilogo poi non ha un briciolo di logica, e si lascia scappare l'occasione di mostrarci le reazioni del resto della famiglia.
"Quitters, Inc." - due stelline e mezza
La trama di questo racconto è troppo sopra le righe per risultare terrificante, motivo per cui non l'ho valutato neppure sufficiente: Richard "Dick" Morrison è dipendente dal fumo e, su consiglio di un amico, decide di seguire un trattamento per smettere presso la Quitters, Inc., una società misteriosa che promette risultati ottimali. Qui King non ha sfruttato appieno il potenziale dell'idea, tanto che quando avrebbe potuto giocare sul lato psicologico affretta la narrazione senza motivo; inoltre la tensione narrativa viene risolta in modo troppo positivo, viste le premesse.
"So di che cosa hai bisogno" - due stelline
Un'altra buona idea gestita in maniera casuale! Seguiamo la studentessa Elizabeth Rogan e la sua relazione con un misterioso ragazzo con i calzini spaiati e l'abilità di indovinare i suoi desideri: quello che sembra l'uomo dei sogni nasconde dei segreti decisamente pericolosi. La trama ha un buon potenziale, ma la risoluzione finale rende tutto molto confuso, con il solo scopo di fornite una spiegazione degli eventi. Apprezzo comunque la tipologia di elemento paranormale inserito e, in generale, lo sviluppo genera un buon livello di inquietudine.
"I figli del grano" - quattro stelline e mezza
Un racconto veramente terrificante che ruota attorno ad una coppia in viaggio per sperdute stradine di campagna, dove si imbatteranno in una cittadina abbandonata solo all'apparenza. Ottimo lo sviluppo di un'idea relativamente convenzionale, ma anche l'analisi delle diverse reazioni dei due protagonisti; valuto positivamente anche la conclusione e l'ambientazione, semplicemente inquietante. Quello che non ha convinto appieno è la rapidità con cui la situazione viene compresa, a dispetto della sua complessità.
"L'ultimo piolo" - quattro stelline
King ci racconta di un ragazzino che si diverte a lanciarsi sul fieno nella fattoria di famiglia con la sorella minore, sfruttando una struttura molto pericolante. Piuttosto che una storia horror, qui il focus riguarda il valore dei rapporti familiari e, sebbene ci sia una scena di tensione, il lettore non è mai preoccupato per il destino dei protagonisti, conoscendo già il loro futuro. La storia è comunque valida e, pur non ispirando terrore, merita sicuramente una lettura per l'impatto emotivo.
"L'uomo che amava i fiori" - due stelline e mezza
In questo caso abbiamo una trama anche valida per scrivere una storia di terrore, ma in cui l'autore cerca di creare un twist troppo scontato per colpire. Le scene splatter sono gradevoli, ma manca un minimo di chiarezza sugli eventi precedenti, cosa che rende la trama lacunosa. Anche il protagonista, che in un primo momento sembra interessante, sull'epilogo dimostra delle incoerenze nelle azioni.
"Il bicchiere della staffa" - quattro stelline e mezza
Questa è stata la seconda rilettura, infatti anche questo testo è collegato a "Le notti di Salem", essendone di fatto un seguito. Durante una tormenta, due uomini seduti al bar del paese vedono sopraggiungere un uomo dalla vicina Jerusalem's Lot, dove è rimasto bloccato nella neve con moglie e figlia. Trovo ben gestito il lato horror, comprensibile anche da chi non ha letto l'opera principale, ma forse spiattellato con troppa fretta; buoni i protagonisti e l'ambientazione glaciale e terrificante.
"La donna nella stanza" - tre stelline e mezza
Un altro caso di storia più improntata sulla tristezza che sulla paura; vediamo infatti un figlio tormentato dalla situazione sanitaria della madre, sofferente per un tumore e le conseguenze di un intervento andato male. Anche qui il lato emotivo è molto importante, mentre non c'è alcun accenno horror, preferendo analizzare i sentimenti dell'uomo. Un buon racconto, ma del tutto fuori posto in questa raccolta.
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