Opinione scritta da Chiara77

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Storia e biografie
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    17 Dicembre, 2017
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Sei finestre sul Medioevo

Questo libro riporta i testi delle conferenze tenute dallo storico Alessandro Barbero al festival della Mente di Sarzana, nelle edizioni del 2011 e 2012. Vi sono contenuti sei ritratti di uomini e donne del Medioevo che possiamo conoscere perché i protagonisti di queste storie hanno lasciato delle testimonianze scritte, che lo storico di oggi può così studiare.

Barbero ha deciso di farci conoscere un frate francescano, Salimbene de Adam da Parma, un mercante, Dino Compagni, un cavaliere, Jean de Joinville e tre donne: Caterina da Siena, Christine de Pizan e Giovanna d'Arco. Mentre gli uomini descritti sono dei personaggi particolari soprattutto perché hanno scritto dei libri, le tre donne sono invece persone fuori dal comune, con un destino veramente diverso dalle altre donne loro contemporanee. Questa scelta risulta obbligata allo storico, perché nella società medievale i ruoli sociali sono ricoperti dagli uomini, le donne sono chiamate a sposarsi e a fare figli, non hanno di norma la possibilità di costruirsi un proprio ruolo, a meno che non si tratti appunto di donne eccezionali: e questo è sicuramente il caso di Caterina da Siena, di Giovanna d'Arco e di Christine de Pizan.
Riguardo a quest'ultima vorrei spendere qualche parola. Si tratta della meno conosciuta tra le tre protagoniste ricordate nel libro, ma è una figura veramente affascinante: una donna che tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento mantiene sé e la sua famiglia svolgendo un lavoro intellettuale, fa la scrittrice! Scrive un po' di tutto, trattati politici, ballate, pubblica anche un trattato sull'arte della guerra. E' la prima donna al mondo ad aver scritto un libro di storia. Ha origini italiane ma fin da piccola ha vissuto in Francia e scrive in francese. Christine inizia a riflettere sul ruolo della donna nella società del suo tempo, è stufa dei pregiudizi e delle discriminazioni di genere. Alla fine scrive “La città delle donne”, in cui vuole dimostrare l'importanza delle donne nella storia dell'umanità. Lei è una scrittrice, può fare una cosa del genere nel Quattrocento: ma come si diceva prima è un caso eccezionale.

Alessandro Barbero in questo piccolo ma prezioso testo dimostra tutta la sua bravura come divulgatore e professionalità come storico, facendoci di affacciare con lui alla finestra delle Storia e osservare per un po' la politica, la società, l'economia, le guerre, insomma, la vita nel Medioevo.
La lettura è estremamente piacevole, si tratta di un testo divulgativo e non diretto ad altri addetti ai lavori (storici) ma comunque rigorosamente ben documentato riguardo alle fonti studiate e conosciute benissimo da Barbero.
Non sempre la divulgazione deve essere sinonimo di superficialità, in questo libro al contrario la scorrevolezza e freschezza della prosa si coniuga perfettamente con l'approfondimento storico. Barbero insomma sa farsi capire dall'interlocutore, sa spiegare concetti, fatti, ragionamenti riuscendo a coinvolgere la platea o il lettore e facendolo anche divertire. Una grande dote per uno studioso, per un divulgatore, per un insegnante.

“Racconta Salimbene: la prima sera che sono entrato in convento, i francescani mi hanno dato una magnifica cena. A partire dal giorno dopo: solo cavoli. Ho mangiato cavoli tutti i giorni della mia vita. E Salimbene, signorino di buona famiglia, ben allevato, aggiunge: a me prima i cavoli facevano talmente schifo che non mangiavo neanche la carne, se era stata cotta con i cavoli. E da allora, invece, cavoli tutti i giorni.” p. 16

“E poi tante questioni si discutono e si decidono in assemblee aperte: un reduce del '68 o del '77 si sarebbe trovato benissimo nella Firenze di fine Duecento, perché a ogni occasione si convoca un'assemblea, e nell'assemblea tutti parlano, e poi quelli che parlano più forte vincono. Tutto si decide così, anche le cose che a noi sembra assurdo decidere in quel modo. […]
Per decidere rapidamente si convoca un'assemblea, e tutti possono parlare. C'è un palchetto con una ringhiera e gli oratori a turno salgono su questo palchetto e parlano, e Dino dice: bisognava decidere in fretta, la gente saliva lì e non la finiva mai di parlare. Bandino Falconieri non aveva niente da dire, però è venuto lì, ha tenuto la ringhiera «impacciata» mezza giornata, «e si era nei tempi più bassi dell'anno», cioè in novembre. Ecco come funziona la politica in questo mondo ancora semplice: i giorni sono corti, quando viene buio si va tutti a casa, non si continua a star fuori a discutere. A novembre, alle cinque del pomeriggio o hai deciso o è finita, è buio e non c'è più tempo. Sono limitazioni a cui noi non penseremmo mai, e invece questa gente nella concretezza della propria vita le ha ben presenti.” pp. 36-37


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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Dicembre, 2017
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In che cosa consiste la dignità?

Dopo la recente assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Kazuo Ishiguro, ho voluto leggere qualche sua opera e ho deciso di iniziare dal celeberrimo romanzo “Quel che resta del giorno”, edito nel 1989.
Il narratore è Mr Stevens, irreprensibile maggiordomo di una aristocratica dimora, Darlington Hall. Siamo negli anni '50 del Novecento e Stevens lavora per Mr Farraday, un ricco signore americano che ha da poco comprato la nobile residenza che in passato era appartenuta ad un aristocratico inglese, Lord Darlington.
Il maggiordomo viene invitato da Mr Farraday a prendersi qualche giorno di vacanza lasciando Darlington Hall: Stevens all'inizio non vorrebbe farlo, non si è quasi mai allontanato da quella casa, che rappresenta per lui il lavoro, un lavoro praticato con perfezionismo, dedizione estrema, che non ha lasciato spazio a nient'altro. Dopo un po' però si convince e decide di partire per la Cornovaglia, per andare a trovare una governante che ha lavorato con lui molti anni prima, Miss Kenton, ora Mrs Benn. La donna circa vent'anni prima lasciò il servizio per sposarsi. Stevens sospetta che lei non sia felice con il marito e spera che possa tornare a lavorare a Darlington Hall. Così inizia il suo viaggio, con l'automobile che gli ha prestato Mr Farraday, verso la Cornovaglia: il percorso da fare non è soltanto geografico ma diventa anche temporale. Stevens inizia a stilare il suo diario di viaggio, interponendo numerosi flashback nella narrazione, ritornando con la memoria agli anni '30, quando raggiunse l'apice della carriera di maggiordomo lavorando per il precedente padrone della residenza e a Darlington Hall arrivò lei, Miss Kenton.
Il romanzo ci parla di quanto il protagonista abbia sacrificato tutta la sua vita affettiva per inseguire un estremo ideale di dignità da raggiungere realizzandosi pienamente nella professione. Adesso, ormai anziano, ripensa con “un grande senso di trionfo” agli episodi in cui non si è lasciato andare ai sentimenti per rimanere il maggiordomo perfetto. Ripensa a quando è riuscito a ridere delle battute spiritose di alcuni ospiti della casa che doveva intrattenere, mentre suo padre moriva in una stanzetta al piano superiore. Oppure ricorda, stavolta con un pizzico di rammarico, di come riuscì a rimanere fuori dalla stanza di Miss Kenton, restando nel corridoio di fronte alla porta chiusa, mentre la donna piangeva sapendo che sarebbe andata via per sposarsi e non lo avrebbe forse più rivisto.
Stevens si esprime in maniera estremamente burocratica ed ampollosa, come se ciò lo aiutasse a mantenere la corazza che si è costruito in tutti quegli anni di onorevole servizio. Ribadisce inoltre più volte che sta andando da Miss Kenton per motivi puramente professionali, però non riesce a riferirsi a lei con il nome da sposata, Mrs Benn. Con il procedere del viaggio anche noi lettori ripercorriamo insieme a lui, attraverso i confusi messaggi che gli lancia la memoria, i momenti più significativi della sua vita. Insieme a lui ci accorgiamo che sotto quell'apparenza imperturbabile è celato un abisso di rimpianto. Una consapevolezza che viene raggiunta troppo tardi e per questo solo sfiorata, non approfondita, non rivelata fino in fondo.
Il romanzo mi ha trasmesso molta malinconia e mi ha fatto riflettere. La ricerca ossessiva del successo professionale ad esempio, che molte persone non esitano ad anteporre agli affetti, è veramente così importante oppure alla fine è soltanto una causa di infelicità per l'essere umano? C'è da chiedersi quanto sia triste arrivare alla sera della propria esistenza e rendersi conto di aver dato tutto quello che c'era da dare ad un datore di lavoro, oppure ad un ideale astratto di “dignità”, e accorgersi di essere rimasti inequivocabilmente e completamente, soli.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Dicembre, 2017
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Un thriller magistrale

Samantha Andretti è una ragazzina di 13 anni: la sua vita scorre nei soliti binari, la scuola media, la migliore amica, un ragazzo molto carino che vuole parlarle. Ma un giorno di febbraio qualcosa si interpone su quei binari e la corsa della vita di Samantha per qualche oscura e abominevole ragione, si interrompe.
Sono trascorsi 15 anni e Sam si risveglia nel letto di un ospedale: è riuscita inspiegabilmente a sfuggire allo psicopatico che la teneva segregata in un labirinto nel sottosuolo. E' stata ritrovata in un bosco, con una gamba rotta e in stato di shock. In città non si parla d'altro. I media stanno diffondendo la notizia e molte persone si sono commosse ed hanno dimostrato solidarietà per la ragazzina, divenuta donna nella prigione sotterranea di un mostro. Chissà come ha fatto a sopravvivere per tutti quegli anni? Perché il sequestratore non l'ha uccisa? Come è riuscita a fuggire? E soprattutto: può Samantha aiutare gli investigatori a catturare “l'uomo del labirinto” ?
Mentre gli agenti di polizia e i profiler si mettono in moto, inizia la caccia al mostro anche un investigatore privato, Bruno Genko. L'uomo ha trascorso la vita nella solitudine, per scelta, perché il suo lavoro l'ha richiesto. Adesso si ritrova come in un limbo di attesa devastante: Genko ha una malattia terminale e morirà da un momento all'altro. La notizia del ritrovamento di Samantha Andretti però lo colpisce: quindici anni prima i genitori della ragazzina si erano rivolti a lui in cerca d'aiuto, l'investigatore aveva preso i loro soldi ma era convinto che Samantha fosse già morta e non si era attivato per salvarla. Ora ritiene di dover rimediare a questo errore. Così inizia la sua personale caccia, quella più difficile e pericolosa, la caccia all'essere umano, così cattivo e depravato da venire considerato un mostro. Tra colpi di scena e rivelazioni inaspettate, riuscirà Genko a trovare e catturare il perverso sadico prima di morire?
Questo ultimo thriller di Carrisi è veramente notevole, un capolavoro del genere, secondo me. Inizia in modo inquietante ma non scioccante per il lettore, che si ritrova sempre più coinvolto nella storia. Pian piano l'adrenalina sale e diventa difficile smettere di leggere. Conoscendo l'autore ci aspettiamo colpi di scena eclatanti e un finale che ribalti completamente l'apparenza delle situazioni: e così è infatti. Però stavolta l'autore non ci ripropina per l'ennesima volta il finale del “Suggeritore” in salsa diversa -per fortuna! Stavolta è veramente capace di spiazzarci con qualcos'altro.
Il thriller è costruito in modo perfetto, le sequenze si incastrano in un ritmo incalzante e coinvolgente, in una climax avvincente che porterà al finale incredibile. Rispetto ad altri romanzi di Carrisi che ho letto ho notato di meno gli aspetti inverosimili che in alcuni degli ultimi romanzi erano fin troppo amplificati. Certo però anche qui l'autore rimane fedele alla scelta di narrare gli eventi in un luogo e tempo indefiniti ed indeterminati, che potrebbero e non potrebbero essere reali. Ci sono riferimenti alla realtà, come il caldo anomalo ed opprimente dell'estate, conseguenza dei cambiamenti climatici dovuti all'inquinamento, che però vengono trasfigurati ed amplificati come in una fiaba macabra. Così, il caldo non è solo caldo, ma arriva a modificare i normali comportamenti umani: le persone vivono e lavorano di notte e dormono di giorno, come novelli vampiri. Il luogo della narrazione non è reale ma è generico ed indefinito, come per il “Suggeritore”. Ci sono riferimenti ai romanzi precedenti ma non si tratta di collegamenti così importanti da formare una serie. Si tratta di piccoli richiami che il lettore può cogliere o meno, a seconda che abbia letto o non letto le opere precedenti.
In conclusione, un thriller direi magistrale, coinvolgente, serrato, sorprendente ed inquietante; sicuramente non completamente realistico, ma come sospeso in una fiaba nera o in un fumetto, secondo lo stile e l'inventiva letteraria migliore di Carrisi.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Novembre, 2017
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Come una nuova Arianna

Ecco che mi accingo a recensire il nuovo romanzo di Alessia Gazzola, uscito da poco nelle librerie, con protagonista il medico legale Alice Allevi.
Confesso che ho letto tutti i romanzi di questa serie e che, malgrado comprenda bene che non si tratta di capolavori o di Grande Letteratura, la trovo una lettura molto appagante perché estremamente piacevole.
Fin dal primo libro che lessi, “L'Allieva”, pensai che fosse un soggetto da telefilm, non proprio da serial americano, quanto piuttosto da fiction della Rai: non sono rimasta per niente stupita quindi quando l'anno scorso è uscita la serie TV con Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale, di cui presto vedremo la seconda stagione.
Per i pochi che non conoscono la serie della Gazzola, ricorderò che si tratta di romanzi che raccontano le vicissitudini sentimentali e lavorative di una giovane specializzanda in medicina legale, Alice Allevi, con un grande talento e una vera propensione all'investigazione, però anche molto distratta, romantica e un po' sfortunata in amore.
Difficile non immedesimarsi ed affezionarsi ad una protagonista così amabile, bistrattata dai suoi superiori perché giudicata superficiale, mentre si tratta di una persona intelligente e speculativa, ma con la testa un po' tra le nuvole.
Fin dal primo romanzo letto, ho apprezzato di più la parte che racconta la vita e le disavventure -soprattutto sentimentali- di Alice più che i casi gialli affrontati, che purtroppo, per un motivo o per un altro, mi sono sembrati sempre un pochino deboli. L'aspetto poliziesco del romanzo però, sebbene non costituisca il nucleo migliore della narrazione, serve a dare spessore ad una trama che altrimenti risulterebbe veramente troppo insipida. I due generi -giallo e rosa- invece si fondono insieme molto bene e danno vita ad una lettura apprezzabile.
Tornando a questo romanzo, devo ammettere che l'ho trovato migliore dell'ultimo letto, “Un po' di follia in primavera”, che mi aveva trasmesso dei segnali di stanchezza rispetto a personaggi e situazioni imbrigliati da troppo tempo nello stesso circolo ripetitivo. Invece stavolta la Gazzola ha saputo sfornare qualcosa di nuovo.
Alice ha concluso gli anni della specializzazione, ormai è un medico legale a tutti gli effetti. Sta studiando per ottenere un dottorato di ricerca ma nel frattempo si è iscritta all'albo dei periti. Una mattina infatti viene chiamata da un pubblico ministero, Valentina Montechiaro, che le conferisce un incarico: una donna di 47 anni, ex danzatrice, Maddalena Vichi, è stata trovata morta, senza apparente causa, nel giardino della sua immensa villa. Toccherà ad Alice trovare il motivo per cui Maddalena è morta: si tratterà di omicidio? E cosa nasconde il magistrato, Valentina Montechiaro? Alice adesso vive con il fratello Marco, appena separato dalla moglie, ed ha definitivamente chiuso con Arthur Malcomess. Del resto, come noi lettori ormai abbiamo capito benissimo, la giovane professionista ha un altro per la testa, lo ha sempre avuto, ancor prima di iscriversi all'Università: il bello e irraggiungibile, affascinante ma sfuggente, Claudio Conforti. Come sempre, ad Alice non basta fare le autopsie e gli esami di laboratorio, lei deve scoprire la verità, risolvere il caso. Anche stavolta ci riuscirà.
Purtroppo ho trovato la soluzione del giallo un po' frettolosa e deludente, e questo mi è dispiaciuto perché invece l'indagine poliziesca mi aveva coinvolto molto nella parte centrale del romanzo.
Quindi, non posso che confermare il giudizio che avevo espresso anche per i romanzi precedenti della serie: lettura piacevole, il giallo e il rosa si amalgamano e rendono la trama complessivamente più interessante ed avvincente. Peccato che i casi gialli siano poco elaborati.

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I volumi precedenti della serie "L'Allieva" di Alessia Gazzola
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    13 Novembre, 2017
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Omicidio a Poggio alle Ghiande

Piergiorgio è un medico, precisamente un professore associato di epigenetica; Margherita una filologa e archivista, esperta in catalogazione di opere d'arte: si ritrovano nella splendida tenuta di Poggio alle Ghiande, nella Maremma toscana, entrambi a lavorare per Zeno ed Alfredo Cavalcanti, i proprietari della tenuta.
I due fratelli -gemelli- sono in disaccordo fra loro se vendere la proprietà ad una holding immobiliare cinese, la SeaNese, oppure no. Piergiorgio viene interpellato come genetista e Margherita sta lavorando come filologa per Zeno, il gemello che vorrebbe tenersi Poggio alle Ghiande, che è un collezionista di successo di opere d'arte. Il fratello che vorrebbe vendere è invece Alfredo, un broker ormai squattrinato. Il talentuoso dottore e la bellissima archivista si incontrano quindi – per la seconda volta, visto che si erano già conosciuti anni prima- nella tenuta di Zeno e Alfredo, ma non sono gli unici ospiti a trovarsi in quel luogo. Qui vi abitano o ci passano le vacanze, come affittuari, diverse altre persone: un musicista ormai in pensione con la moglie, un'anziana professoressa di chimica, un meccanico di box di Formula 1, una casalinga da poco lasciata dal marito per una donna più giovane; vi sono poi i curatori della vendita della tenuta alla holding cinese, l'architetto Giorgetti e l'ingegner De Finetti, e naturalmente, il domestico polacco Piotr e il custode, Raimondo Del Moretto.
Fra cene, tentativi di corteggiamento verso Margherita, personaggi curiosi ed altri inquietanti, passano i primi giorni di Piergiorgio a Poggio alle Ghiande. Quando il genetista torna, due settimane dopo, per comunicare ai fratelli i risultati dei test che gli sono stati richiesti, trova ad attenderlo, come nella miglior tradizione di polizieschi, un omicidio. Il custode della tenuta, un uomo parecchio singolare, è stato ucciso. Si dipanano così le fila di un giallo misterioso, condito, qualche giorno dopo, da un altro omicidio. Chi sarà il colpevole? Riusciranno la bella Margherita e l'aitante Piergiorgio a risolvere l'enigma?
Un romanzo che ho letto volentieri, impreziosito dallo stile ironico e fresco di Malvaldi, più che dalla trama particolarmente ricca di colpi di scena o suspense. Una lettura frizzante, nonostante si tratti di un giallo, ben lontana da toni cupi o drammatici, grazie appunto all'arguta ironia dell'autore. In effetti ci sono passaggi che potrebbero risultare un pochino scabrosi ma il Malvaldi riesce con facilità a ricondurre tutto alla razionalità ed anche a farci sorridere. Il romanzo è quindi contornato da una leggerezza che non è superficialità ma piuttosto piacevolezza.

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Romanzi storici
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Novembre, 2017
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Addio ad Home Place

E.J. Howard, Tutto cambia. La saga dei Cazalet

Ed eccoci giunti nel giugno 1956 per leggere degli ultimi avvenimenti riguardanti la grande famiglia inglese dei Cazalet.
La narrazione riprende una dimensione maggiormente corale, come nel primo volume. Dopo migliaia di pagine in cui ci siamo affezionati ai protagonisti del romanzo, abbiamo sofferto con loro, ci siamo emozionati, sorpresi e a volte anche un pochino scioccati, giungiamo all'epilogo della storia.
Solo leggendo l'ultimo volume si può avere una visione complessiva dell'opera: appare chiara la struttura circolare della narrazione e ciò che voleva raccontare l'autrice: l'ascesa e il declino di una famiglia dell'alta borghesia inglese dagli anni '40 alla fine degli anni '50 del Novecento.
Nei libri centrali della saga la Howard si era soffermata maggiormente sui personaggi delle tre cugine, Polly, Louise e Clary, figlie rispettivamente di Hugh, Edward e Rupert, senza mai però abbandonare lo sviluppo corale della narrazione, raccontando sempre gli avvenimenti secondo il punto di vista dei vari personaggi.
In quest'ultimo testo direi invece che la luce è puntata di più su Rachel, la figlia femmina del Generale e della Duchessa, che si troverà, quasi a sessant'anni, a dover affrontare un futuro apparentemente senza prospettive.
I suoi tre fratelli maschi, Hugh, Edward e Rupert, hanno, in modi diversi e con prospettive diverse, fallito. Si sono dimostrati tutti e tre in qualche modo incapaci di preservare la loro condizione economica e di tramandare stabilità e prosperità ai loro innumerevoli figli, la terza generazione dei Cazalet. Questi ultimi sono cresciuti durante i lunghi anni della guerra, fra sacrifici e ristrettezze ed hanno saputo, chi in un modo, chi in un altro, perseguire una propria strada nella vita. Sono dei giovani adulti che hanno la possibilità di esprimersi che non hanno mai avuto i loro genitori.

“Clary si guardò intorno. L'ansia e la paura s'addensavano come nebbia in quella stanza e stavano pian piano avvolgendo tutti i presenti. «Voglio dire una cosa. Credo che sarebbe meglio se tutti noi esprimessimo i nostri sentimenti. Lo so, zia Rachel, hai detto di non parlarne durante il Natale. Ma il Natale è finito. Questa è la nostra ultima notte qui e siamo tutti molto tristi. Ma alcuni di noi lo sono di più perché non sanno cosa sarà di loro, dopo che avranno lasciato questa casa. Io credo che dovremmo parlarne. E siccome sono io che ho cominciato, lo farò per prima».”

Questa nuova possibilità di parlare dei propri sentimenti ed esprimerli finalmente agli altri riesce a far vivere gli eventi tristi in modo diverso, riuscendo in qualche modo a guardare in faccia la sofferenza senza vergognarsi: questo aiuterà ad andare avanti, seguendo norme di comportamento impensabili nei decenni precedenti.
Alla fine la famiglia si torna a stringere nella sua unità, radunata un'ultima volta ad Home Place. Gli affetti hanno la prevalenza sulle incomprensioni e sui rancori che caratterizzano ogni famiglia e che l'autrice ci ha descritto in modo magistrale nei precedenti volumi. Forse nel finale ha fin troppo insistito sulle varie riconciliazioni, ponendo l'accento soprattutto sull'amore e sul sostegno reciproco più che sui contrasti fra i vari familiari.
In conclusione, sono soddisfatta di aver letto quest'opera. Mi ha fatto entrare in un periodo storico e all'interno di relazioni familiari e sociali quasi come se le stessi vivendo davvero. Un dono veramente raro quello della Howard, di saper descivere ogni particolare ed ogni emozione senza annoiare o stancare il lettore.

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I volumi precedenti della saga dei Cazalet
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

un buon giallo

A Fjällbacka è estate. Anche in Svezia si susseguono giornate di sole e di caldo. La piccola cittadina di pescatori è invasa dai turisti e da una troupe cinematografica che sta girando un film su Ingrid Bergman. La protagonista, Marie Wall, ha un passato a dir poco torbido: trent'anni prima infatti era stata accusata, insieme alla sua amica Helen, di aver ucciso una bambina di soli quattro anni, Stella. In concomitanza con il ritorno di Marie scompare, dalla stessa fattoria dove aveva abitato Stella, una bambina della stessa età, Linnea. Tutto ciò sconvolge la vita quotidiana di Erica Falck, scrittrice che si occupa di vecchi casi di omicidio e di Patrik Hedström, marito di Erica ed esperto poliziotto alla stazione di Tanumshede. Tra faccende domestiche, figlioletti da accudire ed addii al nubilato per la suocera da organizzare, Erica cerca più informazioni possibili sul vecchio caso di Stella, riuscendo, come sempre, anche ad aiutare suo marito, che sta indagando sul nuovo caso che riguarda la piccola Linnea.
I piani temporali che si alternano sono tre: il presente, trent'anni fa e il 1672. Le vicende raccontate nel XVII secolo riguardano una giovane, Elin, rimasta vedova di un pescatore e con una bambina piccola da crescere: la donna andrà ad abitare, come serva, presso la sorellastra, Britta, che era sposata con il pastore Preben, proprio nel periodo più cruento della caccia alle streghe. Elin è un personaggio ben caratterizzato, che colpisce il lettore, anche se le pagine dedicate alle vicende che si svolgono nel Seicento sono più concise rispetto alla narrazione principale. Alla fine del romanzo capiremo come la storia della donna del 1672 sia collegata al resto degli eventi narrati nel romanzo.
Personalmente ho letto tutti i libri della Lackberg e li ho apprezzati come ottimi gialli. Le storie risultano coinvolgenti ed appassionanti, il meccanismo del poliziesco è congegnato perfettamente e non annoia. Quello che mi piace particolarmente dei romanzi di questa autrice con protagonisti Erica e Patrik è inoltre la mancanza dell'atmosfera totalmente violenta e oscura che si trova in altri thriller: qui, anche tra i crimini più efferati c'è sempre la confortante presenza dei personaggi “buoni”, rassicuranti e portatori di valori positivi: so che per alcuni critici o lettori ciò può risultare un po' banale, ma non per me.
Inoltre la Lackberg dà sempre spazio anche alle tematiche sociali di attualità, nei precedenti libri lo aveva fatto ad esempio per quanto riguarda la violenza sulle donne, in questo romanzo si parla in modo molto efficace e realistico del bullismo e dell'immigrazione.
Certo, non si può parlare di capolavoro, ma in conclusione siamo di fronte ad un ottimo giallo, piacevole, scorrevole e stimolante.
Buona lettura.

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Romanzi
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Ottobre, 2017
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La disperazione di un'adolescente

Eugenia ha quindici anni quando i suoi genitori decidono di trascinarla via da Roma e dal suo mondo per portarla a Los Angeles. Il padre, Ettore, assecondato dalla moglie Serena, persegue uno strampalato sogno di raggiungere il successo come regista e per realizzarlo, ovviamente deve andare negli Stati Uniti, nella città dove si trova Hollywood. Così trascina la famiglia in questa avventura, che appare subito assurda alla protagonista e voce narrante del romanzo, Eugenia, a suo fratello Timoteo e all'improbabile nonna, che infatti dopo qualche mese negli USA se ne tornerà a Roma.

Eugenia arriva a Los Angeles nella primavera del 1992: in città c'è stata da pochissimo la rivolta dei Riots. Il testo ci parla un trasferimento forzato, della difficoltà di una ragazzina ad ambientarsi in un Paese straniero, con una lingua, usi e costumi diversi da quelli a cui era abituata. La realtà in cui deve vivere Eugenia è molto lontana rispetto a quella italiana: la giovane passa dal liceo di Roma, dove c'erano 200 studenti, allo sterminato campus statunitense dove ce ne sono 4.000; non può vestirsi con abiti di determinati colori perché potrebbe essere associata ad alcune gang; non conosce nessuno, non c'è un gruppo di immigrati italiani a cui affiliarsi.
Questo romanzo però secondo me non racconta soltanto la cronaca di uno sradicamento, anzi, a mio parere è solo la cornice della vera storia. A questo riguardo ho trovato l'incipit significativo.

“ Stavo guardando mia nonna, seduta a gambe incrociate e tette nude sulla spiaggia di El Matador, a Malibu, quando mi ricordai che da piccola io e lei pomiciavamo. Lei tirava fuori la lingua e io gliela dovevo leccare. Lo chiamava il gioco del lingua a lingua. Un raviolo molliccio le usciva di colpo dalla bocca in cerca di compagnia. Non potevo dirle di no. L'odore della sua saliva mi repelleva e il gioco non mi piaceva, ma mi era stato detto di farlo lo stesso perché lei era vecchia e io bambina. Andammo avanti così fino ai miei otto anni. La visione dei suoi seni nudi e penduli sulla spiaggia, quel giorno, mi sembrò fuori luogo come la sua lingua nella mia bocca anni prima. Era sempre tutto così nella mia famiglia. Non facevano mai le cose come si deve.”

Non è tanto il trasferimento da Roma a Los Angeles a provocare nella protagonista (e di conseguenza nel lettore) disgusto e riprovazione: è la famiglia di Eugenia. In particolare il padre e la madre, totalmente incapaci di essere genitori ma presi soltanto dal loro egoismo sconfinato.
Eugenia è un'adolescente in cerca di attenzione e presenza, di amore e cure che i genitori le negano. Certo, abitano nella stessa casa, non la picchiano, non abusano di lei: ma sono completamente assorbiti da se stessi, non si accorgono nemmeno del profondo disagio in cui si trova a vivere la figlia. La ragazza attraversa un periodo di disperazione in cui attua comportamenti autodistruttivi e pericolosi, fa delle esperienze degradanti e tristissime alle quali riesce a sopravvivere. Cresce e riesce comunque a provare amicizia, amore, a realizzare obiettivi a cui tiene.

Il libro di Chiara Barzini è un romanzo di formazione particolarmente amaro, inquietante, cupo, angosciante, ma anche potente e coinvolgente. Una lettura che lascia il segno e non lascia indifferenti.
L'autrice ha scritto il testo in inglese e in seguito lo ha tradotto in italiano, infatti “Terremoto” è stato pubblicato anche negli Stati Uniti, con il titolo “Things that happened before the earthquake”.

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Romanzi
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nella mente di Christopher

Ho desiderato leggere questo libro per molto tempo, ma per varie motivazioni ho sempre dovuto rimandare. Devo dire che mi ero fatta un'idea abbastanza diversa rispetto a quello che mi sono trovata davanti. Sia nel titolo che in alcune sinossi lette infatti veniva più volte rimarcato il concetto di “giallo”... Ma del giallo questo romanzo ha veramente ben poco.
Racconta invece la storia di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger; e la racconta dal suo punto di vista.
Non si può non constatare la bravura dell'autore, Mark Haddon, che si è calato perfettamente nei panni di questo ragazzino molto particolare. Il racconto non risulta mai artefatto o poco credibile, quindi senza dubbio lo scrittore è stato bravissimo. Ma proprio a causa di questa scelta, di far parlare Christopher in prima persona, il libro risulta anche molto faticoso da leggere. In alcuni punti è veramente noioso. La sintassi risulta ripetitiva e pesante, benchè prevalga la paratassi, che viene usata però perlopiù per fornire elenchi e liste di azioni che si susseguono. Anche il contenuto è abbastanza stancante, perché la vicenda viene interrotta continuamente dall'io narrante per spiegare problemi matematici, calcoli, quesiti scientifici, fornire elenchi, raccontare nel dettaglio altri racconti gialli che non hanno niente o pochissimo a che vedere con lo svilupparsi della trama. Ovviamente si tratta di una scelta voluta per permetterci di entrare nella testa di Christopher e capire cosa prova, cosa vede, come pensa, come calcola e come si relaziona con gli altri. Però: che fatica!
Una volta superata la prima iniziale difficoltà seguiamo lo sviluppo della vicenda e ci accorgiamo che il romanzo più che un giallo è piuttosto una storia familiare molto triste, non solo e non tanto per la sindrome di Asperger di Christian, quanto per l'egoismo, le difficoltà e i disagi che caratterizzano la vita di tutti in generale.
Alla fine Christian darà prova di grande coraggio, riuscendo anche in imprese veramente difficili per lui; dimostrando che, con determinazione ed audacia, ogni persona può affrontare e superare le prove che la vita mette di fronte.

“Mentre dormivo feci uno dei miei sogni preferiti. […] Nel sogno non ci sono quasi più superstiti sulla Terra, perché l'intera popolazione ha contratto un virus. Che non è un virus normale. E' come il virus di un computer. […] E alla fine gli unici superstiti sono quelli che non guardano in faccia gli altri […] e queste persone sono tutte persone speciali come me. A loro piace stare da soli e li incontro molto raramente perché sono come gli okapi nella giungla del Congo, una specie di antilope, timidissima e rara.
E posso andare ovunque nel mondo e so che nessuno mi rivolgerà la parola o mi toccherà o mi farà domande.”

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Settembre, 2017
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Apriamoci alla vita

Il libro di Giacomo Mazzariol “Mio fratello rincorre i dinosauri” ci racconta una storia vera, di vita vissuta.
La narrazione inizia quando Giacomo è un bambino di cinque anni ed ha già due sorelle femmine, Chiara ed Alice. Quando i genitori annunciano che stanno aspettando un altro bambino tutti in famiglia sono entusiasti, ma Giacomo lo è più di tutti: avrà infatti finalmente un fratello maschio, con cui potrà fare la lotta, giocare a basket, andare in bicicletta e arrampicarsi sugli alberi. Dopo qualche mese un'altra notizia: Giovanni, (così la famiglia Mazzariol ha deciso di chiamare il nuovo bambino) sarà speciale, sarà diverso: affettuoso, sorridente, gentile e... con i suoi tempi. Giacomo, nella sua immaginazione di bambino di cinque anni, pensa che suo fratello sarà un supereroe.
Arriva finalmente il momento della nascita del fratellino... E Giacomo si accorge che è veramente diverso.
Questa storia non è esattamente la storia di Giovanni, è piuttosto la storia di Giacomo, che si è ritrovato a vivere con accanto un fratello speciale. Giacomo ci racconta cosa significa per un bambino e in seguito per un adolescente, accogliere un fratellino dolcissimo, affettuoso, ma anche diverso, con problemi di salute e di ritardo cognitivo: un fratellino con la sindrome di Down. Il percorso non è stato sempre facile e il nostro autore non si nasconde dietro falso buonismo.
Dalla vicenda raccontata emerge prepotente la vita reale: questo mi sembra il merito maggiore del libro e di Giacomo: niente sentimentalismi fini a se stessi, moltissima onestà e verità. Credo che sia proprio perché il lettore si rende conto benissimo della profonda sincerità dell'autore, che apre il proprio cuore e la propria anima su questioni profondamente personali e private, che si sente tanto coinvolto nella storia di Giacomo e di Giovanni e così profondamente commosso.
Lo stile del giovane autore è dinamico, fresco ed ironico. L'ironia è appunto una grande risorsa, che aiuta a vedere le situazioni della vita sotto una luce differente, che ci salva da drammi e tensioni.
Penso che il messaggio che il libro mi ha regalato e che cercherò di portare con me come un dono prezioso è che dobbiamo aprirci alla vita: prima di giudicare, di razionalizzare, di interpretare, semplicemente dovremmo accogliere. Solo questo può renderci felici veramente.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Agosto, 2017
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La cattedrale di Kingsbridge

Dopo che colleghi, parenti ed amici me lo hanno consigliato per anni, anche per me è arrivato il momento di leggere “I pilastri della Terra” di Ken Follett.
Il romanzo si apre nel 1123 in Inghilterra, quando un uomo viene impiccato con l'accusa di essere un ladro. Tutti di solito sono soddisfatti di assistere all'impiccagione di chi ruba, ma stavolta è diverso: anche gli spettatori della macabra esecuzione si rendono conto che qualcosa non quadra.
Una ragazza molto particolare si fa notare tra la folla, uccide un gallo e lancia una tremenda maledizione contro il frate, il prete e il cavaliere responsabili dell'uccisione ingiusta del giovane.
Quello che viene considerato il capolavoro di Ken Follett, pubblicato nell'ormai lontano 1989, inizia in questo modo.
In seguito la vicenda abbraccia circa cinquant'anni di storia inglese e si conclude nell'anno dell'uccisione di Thomas Becket, nel 1170. La spiegazione di ciò che viene tenuto in sospeso nel Prologo raggiunge noi lettori soltanto verso la conclusione del romanzo, ma capiremo ben presto che non è certo il fulcro del testo.
Conosceremo molti personaggi: Tom il costruttore, il priore Philip, Ellen, Aliena, Jack, il perfido William Hamleigh... E ci accorgeremo che nessuno di essi è il protagonista della storia narrata, e, nello stesso tempo, lo sono tutti in piccola parte: la dimensione del romanzo è infatti epica. Molti personaggi, storie di persone povere e ricche, laici e religiosi, maschi e femmine, combattenti e pacifici artigiani ruotano attorno al vero centro del romanzo: la costruzione della cattedrale di Kingsbridge. Il nucleo della narrazione, ciò che tiene unite saldamente le fila della trama, che si snoda insieme con la storia reale di quegli anni, è la costruzione di questa immaginaria cattedrale nel sud dell'Inghilterra: dalla progettazione alla realizzazione.
Personalmente ho molto apprezzato la ricostruzione storica: precisa, puntuale e accurata di Follett. Pur essendo un libro pensato per il grande pubblico e scritto per catturare l'attenzione del lettore continuamente (a volte con trovate non esattamente realistiche) è un romanzo storico meraviglioso. Ci permette di comprendere veramente come si viveva nel Medioevo: dormire su un pavimento ricoperto di paglia, condividere l'unica stanza con tutti gli altri familiari, doversi veramente difendere con le proprie mani da abusi e violenze, molto più diffuse che ai giorni nostri. Follett ci trasporta in un mondo diverso, tuttavia governato dalle stesse passioni e sentimenti di quello attuale.
Posso affermare quindi che complessivamente è un'ottima lettura e che, secondo il mio modesto parere, ha sicuramente meritato il successo che ha avuto e che continua ad avere.
Ciò che invece mi ha convinta meno sono state tutte le dettagliate e a volte un po' troppo lunghe descrizioni architettoniche particolareggiate della costruzione della cattedrale, che, per i non addetti ai lavori o appassionati, tendono ad essere un po' troppo noiose. E la dimensione epica del romanzo. Mi ha coinvolta fino ad un certo punto, poi ne sono stata letteralmente sommersa e ho pensato: “Ancora?” Non mi fraintendete, non parlo del numero delle pagine: inoltre la storia scorre, si passa da un'avventura all'altra, da un amore all'altro, da un inganno all'altro... Fin troppo per il mio gusto personale. Ad un certo punto stentavo a capire quale fosse il protagonista, quale fosse il filone principale degli avvenimenti, dove si voleva arrivare come conclusione... Ovviamente queste sono domande sbagliate, perché la protagonista è la cattedrale di Kingsbridge e la narrazione si snoda sulla base della sua costruzione. Intorno ad essa Follett ha saputo creare dei mondi, confinandoli nel sud dell'Inghilterra, tra il 1123 e il 1170.


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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Agosto, 2017
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L'abbandonata

L'Arminuta: la ritornata. Questo il titolo del bellissimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio. Leggendo però mi verrebbe da aggiungere: l'abbandonata. E' la storia infatti di una ragazzina di tredici anni che viene abbandonata due volte, da due famiglie, da due madri viventi.

La protagonista si racconta e ci racconta la sua terribile, sconvolgente e incomprensibile esperienza con un linguaggio diretto in una prosa essenziale e ipnotica. Bastano poche parole e siamo già dentro il racconto, che si svolge in Abruzzo, nel 1975. Non si riesce a smettere di leggere: siamo di fronte ad uno di quei riuscitissimi romanzi in cui una vicenda toccante, drammatica e commovente si sposa con modo di raccontare coinvolgente e trascinante. Ci troviamo in casa con l'Arminuta, tra piastrelle sporche, ragazzi affamati e genitori che sanno comunicare solo con le botte. Ma non siamo cresciuti lì: perché siamo lì? Se fino al giorno prima avevamo altri genitori, un'altra casa, vivevamo in un'altra città, con altri amici...
Qualunque essere umano rimarrebbe sconvolto, ed è quello che succede anche alla piccola Arminuta, che non finisce mai di chiedersi il perché di ciò che le sta accadendo.

Nella desolazione affettiva e comunicativa in cui viene scaraventata, la nostra protagonista troverà un appiglio a cui aggrapparsi per non annegare nell'infinito mare della solitudine e dell'abbandono: una sorellina minore, Adriana: così insicura e bisognosa d'amore ma anche così pratica e pronta alla vita.

Tutte le figure genitoriali escono sconfitte dalla storia narrata: incapaci e resi cattivi da un egoismo esasperato, in egual misura i “benestanti” ed i poveracci. Gli altri adulti sono comunque impotenti e non hanno i mezzi per alleviare la sofferenza di molti ragazzi avviati ad un destino di sofferenze e morte.

Un romanzo che ci mette di fronte ad una situazione estrema e incomprensibile che però riconosciamo subito come possibile e verosimile; allora non possiamo che essere con l'Arminuta e Adriana: andiamo avanti, non smettiamo di sperare, ci attacchiamo alle poche persone buone ed umane che incontriamo sulla nostra strada.

“Ci siamo fermate una di fronte all'altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.”

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    05 Agosto, 2017
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Ambizione, invidia, amore nella Londra dell'Ottoc

Benvenuti nella Londra del 1840, tra ricevimenti, sale da tè e splendidi palazzi nobiliari.
Il romanzo di Fellowes, pur essendo una vicenda ambientata nel passato, sapientemente ricostruita con dovizia di particolari e verosimiglianza, ci vuole raccontare qualcosa sugli esseri umani, sul loro bisogno di amare, di sentirsi protetti da una famiglia, su quanto possano riuscire ad essere invidiosi, avidi, bramosi di potere, soli.

“Il passato, ci viene ripetuto spesso, è una terra straniera, in cui le cose si facevano diversamente. Potrebbe essere vero, e lo è a tutti gli effetti quando si tratta della morale, dei costumi, del ruolo delle donne, dell'aristocrazia e di mille altri dettagli della vita quotidiana. Ma esistono anche analogie. L'ambizione, l'invidia, la rabbia, l'avidità, la cortesia, l'altruismo e, soprattutto, l'amore muovono da sempre le scelte umane.”

Dopo un breve antefatto che si svolge a Bruxelles nel 1815, ci troviamo a Londra, nel 1841, nel quartiere di Belgravia. Anne Trenchard, la moglie di un ricco costruttore privo di origini nobiliari, è stata invitata a prendere un tè dalla duchessa di Tavistock. Nell'occasione si ritrova casualmente a parlare con un'interessante nobildonna: appena scopre di chi si tratta si trova a rivivere gli eventi cruciali che si svolsero a Bruxelles nel 1815 e che cambiarono per sempre la sua vita e quella della contessa con cui sta parlando, Lady Brockenhurst. Da quel momento prende avvio una storia familiare avvincente e piacevole da leggere: tra ricevimenti, feste, soggiorni in campagna e pranzi in club aperti a soli uomini, possiamo comprendere che i sentimenti che muovono gli esseri umani sono gli stessi in qualunque epoca e, aggiungerei, a qualunque latitudine.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    20 Luglio, 2017
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Penelope e Velma sulle colline del Chianti

In cerca di una lettura frizzante e piacevole mi sono imbattuta in questo libro dalla copertina molto accattivante. Ho letto la sinossi e mi sono aspettata il meglio: un giallo impreziosito da ironia e una protagonista arguta e simpatica. Purtroppo le mie aspettative sono state in buona parte disilluse.
Ci troviamo a Londra, alla fine degli anni '90 e una donna di circa trent'anni, rimasta orfana dei nonni che l'hanno cresciuta, sta cercando una prima occupazione. La “zitella” si chiama Velma Hamilton ed ha origini italiane: diventerà l'improbabile segretaria di Penelope Poirot, nipote del celebre personaggio letterario e critica gastronomica, che però si autodefinisce “artista”.
Velma e Penelope partono alla volta dell'Italia, della Toscana in particolare, per trascorrere qualche giorno in una clinica salutistica diretta da Alex Cosser, un medico altoatesino con carisma e fascino da vendere. A questo punto si dipanano le fila di un mistery un po' annacquato e, secondo me, non particolarmente avvincente.
La scrittura di Silvia Arzola, questo il vero nome della scrittrice, è elegante e ricercata; l'idea da sviluppare nel romanzo era ottima, ma alla fine non sono rimesta pienamente soddisfatta dalla lettura.
Il carattere e l'interiorità delle protagoniste potevano essere indagati più a fondo: si fanno solo brevi accenni al loro passato, al vissuto che le ha rese come sono.
In conclusione, un libro per trascorrere qualche ora sotto l'ombrellone, personalmente però l'ho trovato poco coinvolgente come giallo, non sono riuscita a cogliere l'ironia dell'autrice e ho trovato le due protagoniste troppo evanescenti. Siamo ben lontani dal modello letterario a cui si fa esplicito riferimento nel titolo.
In sintesi: superficiale ma ben confezionato.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Luglio, 2017
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La ricerca della purezza

L'ultimo libro edito di Franzen, “Purity”, si presenta come un'opera di grande ambizione letteraria. La protagonista, Purity Tyler, è una giovane donna che non ha mai conosciuto il padre e che sa che l'identità della madre è fasulla. E' cresciuta nella povertà e adesso ha un debito universitario di 130.000 dollari da ripagare. La madre l'ha sempre amata e alla fine le ha dato una buona educazione: Purity (Pip) le vuole un gran bene ma non si spiega alcuni nodi irrisolti della sua vita; si rende conto che la mamma è una persona strana, particolare e depressa e lei vuole allo stesso tempo andarsene e starle vicino. Ed è proprio ciò che farà: andrà a seguire uno stage in Bolivia per un uomo famoso ed ambiguo, Andreas Wolf, sperando in questo modo di scoprire cosa si nasconde nel passato della madre e chi è in realtà suo padre ed alla fine tornerà a casa.

Anche in quest'opera Franzen indaga le dinamiche familiari, soprattutto i rapporti tra genitori e figli ma anche le relazioni tra coniugi. Quello che si mostra alla luce della sua penna impietosa è un incessante “odio e amore” che segna questi legami. Quale affetto è più forte e necessario di quello che lega una madre o un padre ai propri figli? E quale è più distruttivo, ossessivo, capace di provocare danni psicologici e sociali?

“ Sul treno che mi riportava a Berlino restai in piedi in fondo all'ultima carrozza, a guardare i segnali che passavano dal rosso al verde e si allontanavano lungo i binari. Non era poi così terribile essere orfano. Mi sembrava il primo giorno di una lunga vacanza, un giorno vuoto tanto quanto il cielo di gennaio era limpido e soleggiato.”

Forse qualcosa di simile si può trovare soltanto in una relazione amorosa, dove la vicinanza e la condivisione diventa troppo spesso distruttiva e devastante, soprattutto se si anela a raggiungere una purezza che sfugge.

Ho trovato il romanzo un'opera volutamente monumentale, forse anche troppo. Si salta da un Paese all'altro, da un'epoca storica all'altra, da un personaggio all'altro. Viene dato troppo risalto, secondo me, ad alcune storie parallele minori che poi entrano nella narrazione principale solo di sfuggita. Durante alcuni momenti della lettura ho provato un po' di stanchezza, quando l'autore si dilungava troppo sui personaggi ed eventi secondari.

Lo stile di Franzen è comunque grandioso, ogni pagina ci regala una prosa splendida, immagini poetiche accostate a comportamenti di personaggi orrendi, situazioni assurde che diventano realistiche e messa a nudo incredibile della psicologia umana.

Purity, ovvero la tensione verso la purezza, verso l'altezza e la profondità della morale, che si scontra con la pochezza umana, la spinta verso il basso, la corruzione, la depravazione, la perversione, il male.

“Pip si trascinò fino al bagno delle signore ed entrò in uno scomparto libero, lasciò cadere lo zaino sul pavimento sporco, ci appoggiò sopra la valigetta con la torta e si calò i jeans. Mentre diversi muscoli si lasciavano andare, sentì il bip di un messaggio in arrivo. […] Pip stava esaminando l'ultimo paragrafo, nel tentativo di scorgervi una minaccia o una promessa velata, quando lo zaino emise un piccolo commento, una specie di sibilo secco. Si stava accasciando sotto il peso della valigetta. Prima che Pip potesse arrestare il flusso della pipì e lanciarsi in avanti, la valigetta cadde a terra e si aprì, rovesciando la torta a faccia in giù sulle piastrelle sporche di nebbia condensata, cenere di sigaretta, escrementi e impronte di mendicanti e artiste di strada. Qualche mora rotolò via.”















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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Mag, 2017
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La letteratura: la miccia della storia

In cerca di una lettura piacevole e divertente, ma anche stimolante, mi sono dedicata all'ultimo libro di Alice Basso. Si tratta del terzo volume della serie con protagonista la ghostwriter Vani Sarca.
Stavolta l'eccentrica scrittrice-fantasma dovrà scoprire l'identità di un altro ghostwriter, che si nasconde dietro uno dei più importanti romanzi storici italiani edito negli anni '90: “Verrò a trovarvi sul lago”. Il libro è sempre stato attribuito a Ruggero Solimano ma adesso alla casa editrice L'Erica, mentre stanno curando l'edizione speciale per il ventennale della prima pubblicazione, si stanno accorgendo che Solimano, ormai morto da qualche anno, proprio non può essere il vero autore.
Chi altro se non Vani potrà scovare il ghostwriter che si cela dietro al romanzo?
Inoltre, sebbene il commissario Berganza faccia di tutto per tenerla il più possibile lontano dai rischi, Vani preme per partecipare anche ad un'impegnativa indagine di polizia: deve scoprire come un pericoloso boss agli arresti domiciliari riesca comunque a comunicare con l'esterno per continuare a guidare i suoi traffici.
E la vita sentimentale? Può a questo punto essere trascurata? Il bel Riccardo o il solido commissario Berganza? Chi sarà il prescelto dalla singolare ghostwriter?
La scrittura di Alice Basso è effervescente, brillante, non lascia spazio a momenti di lentezza o noia: il libro si legge tutto d'un fiato ed è decisamente una lettura piacevole. Inoltre nel testo troviamo molte citazioni colte disseminate quasi in ogni pagina che rendono il romanzo ancora più accattivante.
Certo a volte la protagonista, i personaggi, le situazioni descritte potrebbero risultare un tantino poco realistiche, ma non bisogna dimenticare che uno dei punti di forza di questo testo è l'ironia.
Una delle chiavi di lettura con cui accostarsi a quest'opera così scorrevole e avvincente è proprio l'arguta, vivace e intelligente ironia dell'autrice; oltre, naturalmente, alla convinzione che la cultura serva davvero, sia veramente importante: la cultura dà vita alla storia e alle nostre storie quotidiane.
Un concetto, questo, che purtroppo è sempre più distante dal modo di pensare di molte persone.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Mag, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Lo spazio tra noi e l'altro

Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo narra, nel suo ultimo libro “Tre piani”, tre storie personali ma soprattutto di relazioni familiari, che hanno luogo in un condominio come tanti, nei pressi di Tel Aviv.
La prima storia viene raccontata da Arnon, che vive al primo piano del palazzo: riferisce di un periodo di crisi coniugale con la moglie Ayelet, seguito ad una vicenda non ben chiarita che ha riguardato la figlioletta primogenita e l'anziano vicino di casa Hermann, affetto da Alzeheimer.
Al secondo piano vive invece Hani, che scrive una lunghissima lettera ad un'amica che vive ormai da anni lontano, per raccontarle una singolare vicenda di cui è protagonista. Ancora alla base della storia intravediamo la crisi coniugale che fa da cornice ad una insoddisfazione personale e alla paura di perdere il controllo, di impazzire. Di nuovo si parla del fallimento del progetto familiare intrapreso dai protagonisti delle vicende.
Infine, al terzo piano, leggiamo il racconto di Dovra, anziana giudice in pensione, rimasta vedova e completamente sola. Ancora ci troviamo davanti alla rovina di una famiglia: stavolta lo strappo insanabile è avvenuto tra genitori e figlio.
I tre racconti hanno lo scopo di descrivere la crisi e la sconfitta di tre famiglie sulla base delle tre istanze freudiane di Es, Io e Super-io: sicuramente un'idea originale e apprezzabile.
Il libro è profondo, mai banale, ci sa raccontare tre storie di vita da un punto di vista inusuale, quello della psicanalisi. Tuttavia la lettura non è riuscita a coinvolgermi come avrei sperato: i primi due racconti mi sono piaciuti pochissimo, non sono entrata per niente in sintonia con i protagonisti, tanto che le loro storie mi sono sembrate piuttosto assurde e squallide. L'ultimo racconto mi ha presa un po' di più, ma mi ha comunque lasciato dentro un forte senso di tristezza irrisolta.

«Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri sera, dopo aver terminato l'ultimo volume dell'opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l'ha fatto. I tre piani dell'anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l'altro, nella distanza tra la nostra bocca e l'orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c'è nessuno ad ascoltare, allora non c'è nemmeno la storia.» p. 253

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Mag, 2017
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Small great things

“Piccole grandi cose” è l'ultimo libro di Jodi Picoult, edito nel 2016 negli Stati Uniti e nell'aprile 2017 qui in Italia. Il titolo si riferisce ad una citazione attribuita a Martin Luther King : “Se non posso fare grandi cose, posso fare piccole cose in modo grande.”
La storia viene raccontata attraverso tre voci narranti: Ruth, Kennedy e Turk.
Ruth è un'ostetrica bravissima che lavora da più di vent'anni al Mercy-West Haven Hospital. Ha dovuto darsi molto da fare per raggiungere la propria posizione, è figlia di una domestica che non aveva molti mezzi: Ruth è nera.
Turk invece è un fanatico razzista, un neonazista convinto. Devo ammettere che all'inizio mi dava proprio fastidio leggere le stupidaggini che pensava Turk, non capivo perché l'autrice avesse scelto di dare voce ad un simile personaggio: il perché in realtà si comprende alla fine del libro.
Kennedy è una giovane donna bianca benestante che fa l'avvocato d'ufficio perché è già ricca di famiglia. Pensa di non avere pregiudizi razziali ma nel corso della vicenda dovrà guardarsi dentro in profondità e fare un po' di autocritica.
Turk e la moglie hanno un bambino, che nasce nell'ospedale dove lavora Ruth. L'ostetrica inizia il proprio turno e viene assegnata, ironia della sorte, alla coppia di naziskin ed al loro figlioletto appena nato: quando i due fanatici la vedono, chiedono che quell'infermiera di colore non tocchi più il loro bambino. Marie, la caposala, decide di accontentare i due razzisti. Il giorno successivo il bambino, dopo essere stato sottoposto ad una circoncisione, va in arresto cardiaco. Ruth lo sta monitorando in quel momento perché la sua collega bianca è dovuta correre in sala operatoria per un cesareo d'urgenza. Ruth deve soccorrere il bambino? Oppure deve eseguire gli ordini razzisti e non toccarlo? Alla fine il bimbo muore. I genitori ritengono Ruth l'unica colpevole e lo Stato e l'ospedale sono ben felici di accanirsi su di lei come su un capro espiatorio. Si decide di dare ragione a due persone fanatiche, violente e criminali e Ruth viene accusata di omicidio colposo e anche di omicidio volontario.
Ammetto che sono rimasta attonita mentre leggevo e mi sono chiesta molte volte: ma come è possibile? Potrebbe succedere nella realtà? E, in effetti, la risposta che mi sono data è che, sì, purtroppo ci sono stati molti casi di errori giudiziari.
Nel libro della Picoult però non si tratta di un errore neutro: tutto è accaduto per il colore della pelle di Ruth. Tutto ciò che le succede deriva dal fatto che lei è nera, è causato dal razzismo.
Devo ammettere che il romanzo è molto radicato nella realtà sociale statunitense e ho avuto come l'impressione che qualcosa mi sfuggisse: i rimandi alla storia della schiavitù, della segregazione razziale, i riferimenti ai programmi televisivi, agli avvenimenti di cronaca sono un pochino lontani dalla storia e dall'attualità italiana.
Certo il razzismo e il pregiudizio sono diffusi dappertutto, ma certe concezioni specifiche le ho trovate diverse.
In conclusione, il libro mi è piaciuto molto e lo consiglio: lo stile è scorrevole, la trama è ben strutturata e rende la lettura piacevole; inoltre ci dà modo di riflettere su questioni molto attuali e importanti.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Mag, 2017
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Miriam o Malika?

Questo è uno di quei libri che ti tocca nel profondo; uno di quei libri che ti cattura e ti trasporta nel suo mondo, che non riesci a smettere di leggere nemmeno a notte fonda e poi ti impedisce di dormire, perché racconta una delle pagine più tremende della storia dell'umanità: la Shoà.
La scrittrice svedese Majgull Axelsson si è cimentata in una prova che pochissimi altri scrittori hanno tentato finora: scrivere un'opera di finzione letteraria che racconta la vita nei lager nazisti. Per farlo la Axelsson si è documentata rigorosamente e ha consultato fonti storiche di diverso tipo, fino a costruire una storia profondamente emozionante, verosimile e di grande spessore emotivo.

Un'anziana svedese, nel giorno del suo compleanno, di fronte alla sua famiglia, pronuncia una strana frase: “Io non mi chiamo Miriam.” Dopo settant'anni in cui ha nascosto il proprio segreto, Miriam adesso ha bisogno finalmente di aprirsi e rivelare la verità. Sceglie di farlo con la nipote, Camilla. Così, pian piano, durante una lunga passeggiata, la nonna inizia a parlare di argomenti che erano stati sempre evitati in famiglia: i ricordi della propria esperienza come deportata nei campi di concentramento di Auschwitz e Ravensbrück. Sono ricordi tremendi, che fanno un male devastante, ma è giunto il momento per Miriam di condividerli con una persona cara.

“Piano piano le altre donne smisero di parlare. Erano schiacciate le une contro le altre, alcune schiena contro schiena, altre faccia a faccia, e dondolavano un po' a ritmo con i movimenti del treno, ma nessuna rischiava di cadere. Erano troppo ammassate. Alcune rivolgevano il viso verso l'alto succhiando un po' dell'aria acidula e fresca che filtrava dai fori, altre si perdevano con lo sguardo, altre ancora chiudevano gli occhi infossati cercando chiaramente di addormentarsi. Era come se nessuna di loro fosse veramente lì, come se tutte, fino all'ultima, avessero smesso di esistere, come se fossero penetrate in un altro mondo e quel vagone, quel treno, quel viaggio fossero solo un abominevole incubo.”

Ma c'è anche dell'altro: Miriam non è Miriam, non è ebrea in realtà, come ha sempre dichiarato da quando è arrivata, profuga, in Svezia. Miriam in realtà si chiamava Malika una volta, ed era rom. Per un caso, nel campo di concentramento, ha dovuto cambiare identità, ma da quel momento non ha più rivelato alle persone care di essere in realtà rom. I nazisti non preferivano certo gli ebrei, anzi, ma i rom erano emarginati e disprezzati anche dagli altri prigionieri.

“Miriam si girò verso Else guardandola con gli occhi sbarrati, ma lei s'infilò in bocca uno zuccherino e si limitò ad alzare le spalle. «Bah», disse. «Zingari. Si sa come sono fatti, quelli...»”

Inoltre, una volta caduto Hitler ed il nazismo, gli ebrei hanno avuto il rispetto degli altri popoli, mentre i rom sono stati discriminati ancora per tutto il Novecento e lo sono anche oggi. Così Malika ha deciso di diventare Miriam per sempre, ha abbandonato la propria identità culturale, la propria lingua, ha continuato a mentire per una vita intera.

Il libro è veramente toccante, sconvolgente per molti aspetti e ci costringe a riflettere su discriminazione e pregiudizio: tematiche veramente attuali sulle quali vale la pena fermarsi a pensare.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Mag, 2017
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Tempi nuovi per i Cazalet

«Sono felice che il tuo libro sia finito».
«Anch'io. In un certo senso».
«Che c'è che non va?».
«Be', sai, è una specie di addio. Ai personaggi. Mi ci ero affezionata ormai. E io odio dire addio alle persone».
Così afferma Clary, una delle protagoniste della saga dei Cazalet, dopo aver terminato di scrivere il suo romanzo. E' un po' la stessa sensazione che si prova dopo aver concluso la lettura del quarto volume di questa appassionante opera: ormai siamo affezionati ai personaggi, alla loro vita, alle loro passioni e tormenti, ai loro amori.
Si tratta di un romanzo che ha la capacità di trascinare il lettore dentro quel mondo: questo rende la lettura estremamente piacevole. La Howard ha il dono di portarci lì e all'improvviso ci ritroviamo a Londra, nel 1946. La guerra è appena finita ma il cibo è ancora razionato, le case abitabili sono rimaste poche dopo i bombardamenti. E nella famiglia Cazalet ci sono stati e ci saranno cambiamenti: i ragazzi stanno diventando adulti, alcuni matrimoni finiscono, nascono nuove storie d'amore.
Una ventata di modernità soffia sulla famiglia intera: sembra che la vecchia abitudine a tacere e soffocare emozioni e sentimenti stia facendo spazio ad un modo più franco e vero di esprimersi e di vivere la vita. Parecchie persone dovranno smettere di reprimersi, di fingere, di assecondare la falsità della sola apparenza: il mondo sta cambiando.
Mentre la Gran Bretagna è guidata da un governo laburista e sta perdendo la dominazione coloniale sull'India, le donne di classe sociale agiata non hanno più a disposizione schiere di domestici e devono cucinare, fare la spesa, pulire la casa e accudire i bambini personalmente. Molte di queste donne devono anche lavorare, avere uno stipendio con cui costruirsi una loro indipendenza. I tempi sono cambiati ed hanno portato una maggiore libertà e la fine di molte situazioni fasulle, tenute in piedi solo per assecondare una confortante apparenza.
La narrazione è sempre in terza persona ma segue il punto di vista dei vari personaggi. Rispetto ai precedenti romanzi della serie, costruiti nello stesso modo ma in cui emergevano soprattutto le vicende di Louise (alter ego dell'autrice), Polly e Clary, qui, secondo me, la tecnica dell'autrice è maggiormente affinata e perfezionata. Questo ci fa riflettere su come ogni aspetto della vita che viviamo sia il frutto della nostra personale percezione e su come non esista niente di completamente oggettivo quando abbiamo a che fare con le altre persone.
In conclusione, posso affermare che “Allontanarsi” non mi ha affatto delusa, anzi... mi è piaciuto anche di più dei tre precedenti: il volume è abbastanza corposo ma la lettura è stata così gradevole che è scorsa via anche troppo in fretta. Attendiamo, a questo punto, la pubblicazione del quinto volume e la conclusione della saga dei Cazalet.


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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    22 Aprile, 2017
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Il sacco di Roma dei nostri giorni

L'ultimo libro pubblicato da Donato Carrisi nel 2016 ha di nuovo come protagonista il penitenziere Marcus, dopo “Il tribunale delle anime” e “Il cacciatore del buio”.
E' un giorno di febbraio del 2015 e su Roma si abbatte un temporale senza precedenti, la pioggia dura più di due giorni ininterrottamente: un fulmine colpisce una delle centrali elettriche e viene imposto un blackout totale di 24 ore. Si scatena l'apocalisse: uno scenario che ha ben poco di realistico ma direi nemmeno di abbastanza credibile.
Una volta però accettato il fatto che si tratta di un romanzo, che non è realistico né credibile che si possa veramente verificare una situazione del genere, con una tale concentrazione di eventi sfortunati e catastrofici, ci possiamo gustare questo thriller, con sconfinamenti nell'horror, molto ben realizzato e accattivante.
La trama è studiata in modo magistrale e gli incastri del puzzle da ricostruire per scoprire la verità sono perfetti. Gli scenari descritti sono veramente affascinanti, una volta lasciata la razionalità ci possiamo far trasportare dalla fantasia e vivere un'avventura macabra, pericolosa e dal ritmo incalzante.
Scendiamo nelle fogne con Marcus e Sandra fra topi, onde di piena del Tevere e delinquenti psicopatici, ma anche ville patrizie sotterranee, a testimonianza dell'ambientazione d'eccezione in cui si svolge la storia.

“Lungo il tragitto, sbucarono in un'ampia sala. Marcus sollevò il fascio di luce e mostrò a Sandra la magnificenza di una volta affrescata.
'Che posto è questo?' chiese lei, affascinata dalle scene conviviali e di libagioni.
'Una villa patrizia.' Poi le indicò un punto preciso. 'Vedi quell'uomo e quella donna? Erano i padroni della casa.'
Due giovani sposi, ritratti mentre raccoglievano i doni di un frutteto per offrirli ai propri ospiti.”

Roma è sconvolta da una moderna razzia: orde di pazzi dallo sguardo spento devastano la città eterna ed hanno un unico scopo: saccheggiare, distruggere, fare del male, uccidere. Nel mezzo di questo scenario Marcus e Sandra devono fronteggiare una setta satanica che commette crimini esoterici, uccisioni per mezzo di torture medievali, serial killer che si nascondono in Vaticano: sembra di assistere ad un film oppure leggere un fumetto di genere giallo/horror di buona qualità.
E, nella migliore tradizione di Carrisi, alla fine niente è come sembra. Non esistono confini netti tra il bene e il male, ma entrambi fanno parte dell'essere umano.
Il romanzo mi è piaciuto molto, anche se il finale ormai è talmente “in stile Carrisi” che non è stato più una sorpresa, me lo aspettavo.
La lettura è stata molto scorrevole e piacevole, pur trattando tematiche scabrose.
In conclusione, un ottimo romanzo, appassionante e avvincente, che fa trascorrere delle ore piacevoli agli appassionati di thriller.

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Agli estimatori di Donato Carrisi
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Aprile, 2017
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Pietro e la montagna

“Le otto montagne” è l'ultimo libro scritto da Paolo Cognetti. Pubblicato nel 2016, è fra i candidati al premio Strega 2017. Da quello che ho letto nelle interviste rilasciate dall'autore, il contenuto è fortemente autobiografico.
Dopo aver concluso la lettura di questo romanzo, che definirei affascinante, ho pensato che la vera protagonista del racconto è la montagna. Sì, il testo parla anche del rapporto tra un padre e un figlio, di un'amicizia che sfida il tempo, della solitudine, ma soprattutto parla della montagna.
La montagna è il filo conduttore di tutta l'esistenza di Pietro, il protagonista del romanzo, era già presente nella sua storia prima che lui nascesse, era già nella storia dei suoi genitori. Una volta diventato adulto, Pietro capisce chiaramente che la montagna è la sua vita. Non necessariamente la montagna della sua infanzia, il Grenon, ma la montagna come metafora dell'esistenza, la ricerca dell'ascesa in qualunque parte del mondo o dell'animo umano. Pietro sente il bisogno di andare a scalare le vette più alte del mondo, quelle dell'Himalaya, che rappresentano l'essenza stessa della montagna.

“Allora non vidi più galline intorno alle case, né capre al pascolo. Ce n'erano altre, selvatiche, che brucavano sui dirupi, avevano il pelo lungo fino a terra e mi dissero che erano le pecore azzurre dell'Himalaya. Una montagna dalle pecore azzurre, scimmie simili a babbuini che intravedevo nel bambù, e contro il cielo, lente, le sagome lugubri degli avvoltoi. Eppure mi sentivo a casa. Anche qui, mi dissi, dove il bosco finisce e non restano che prati e pietraie, io sono a casa. E' la quota a cui appartengo, e mi fa stare bene.” (p. 146)

I momenti più felici e reali della vita Pietro li ha vissuti, fin da bambino, sulla montagna. I suoi genitori tutte le estati lo portavano in un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa, Grana. E' proprio lì che è entrato in relazione con il padre, cosa che in città non gli era mai riuscita.

“E sapevo una volta per tutte di aver avuto due padri: il primo era l'estraneo con cui avevo abitato per vent'anni, in città, e tagliato i ponti per altri dieci; il secondo era il padre di montagna, quello che avevo solo intravisto eppure conosciuto meglio, l'uomo che mi camminava alle spalle sui sentieri, l'amante dei ghiacciai.” (p. 119)

Ed è proprio lì che ha conosciuto Bruno, il suo migliore amico: un montanaro, quello dei due che negli anni è sempre rimasto lì, mentre Pietro andava e veniva, esplorava e ritornava. L'amicizia era nata quando i due erano dei ragazzini ed è durata nel corso degli anni. Il loro affetto è stato solido e sempre presente, non ha avuto bisogno della frequentazione costante per rimanere vivo. Un'amicizia che nel corso degli anni è diventata una fratellanza.
In conclusione, posso affermare che il libro mi è piaciuto molto, lo stile di Cognetti è equilibrato e misurato. Gli avvenimenti vengono descritti in modo essenziale, senza mai cedere troppo spazio alle descrizioni di emozioni e sentimenti, che il lettore riesce ad intuire da solo. Alla fine la lettura mi ha lasciato una sensazione di malinconia e tristezza ed un intenso senso di solitudine, oltre alla voglia di fare una passeggiata in montagna.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Aprile, 2017
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Louise, Polly e Clary

Il terzo volume della saga dei Cazalet si apre nella primavera del 1942. La guerra sembra non finire mai, in famiglia ci sono stati lutti certi e presunti ma la vita comunque prosegue.
La penna della Howard si sofferma sulle tre protagoniste: Louise, Polly e Clary, le tre giovani cugine che stanno diventando adulte. Il narratore rimane sempre esterno e si alternano capitoli dedicati a “Polly”, “Clary”, “Louise" ed alla famiglia in generale.

Polly sta diventando una ragazza davvero bellissima, dolce e buona. Pur avendo talento artistico non è molto ambiziosa. E' l'unica ad avere un padre presente ed amorevole sul quale può contare.
Clary invece è un tipo particolare, non bella ma affascinante, vorrebbe diventare una scrittrice ed infatti tra le righe del romanzo sono riportate anche le pagine del suo diario personale. Clary è l'unico personaggio che parla di sé in prima persona, così la conosciamo senza il filtro della narratrice attraverso le pagine del suo diario. Deve affrontare la perdita del padre che è disperso in guerra da quasi tre anni ormai e si rifiuta di cedere alla rassegnazione e crederlo morto.

“Se continuo a scrivere è per me quanto per te, perché mi aiuta a ricordare. Uno degli aspetti peggiori del fatto che tu manchi da casa ormai da così tanto tempo -due anni e nove mesi- è che, anche se ti penso spesso, ho costantemente la sensazione di perdere dei ricordi. E' come se lentamente tu ti allontanassi e sparissi pia piano dal mio orizzonte. E' una cosa che odio. Se è questo che la gente intende quando parla di “superare il dolore”, allora a me non interessa.” (p. 197)

E infine c'è Louise, la cugina più grande. Dopo aver cercato di affermarsi come attrice cede alla corte di un uomo più grande di lei di una decina d'anni, un militare, e accetta di sposarlo. Poco dopo si accorge di essersi chiusa da sola in una gabbia dorata. Suo marito infatti si dimostra una persona di poco valore. La vita coniugale e la maternità si rivelano completamente diverse da quello che si aspettava la ragazza.

Il terzo capitolo della saga è quello che mi è piaciuto di più tra i tre attualmente pubblicati, il ritmo della narrazione si fa più veloce, ci sono alcuni colpi di scena che rendono la lettura più piacevole rispetto ai due volumi precedenti. L'approfondimento psicologico delle protagoniste ed anche degli altri personaggi è ottimo: sembra di essere lì con loro e conoscerli personalmente ormai.

Finalmente, dopo aver aspettato un tempo che è sembrato quasi infinito, arriva la fine della guerra.
“Ad Archie doleva la gamba -forse stava invecchiando davvero. Adesso che la guerra era finita, poteva tornare al sole, in Francia, a dipingere: lo avrebbe fatto davvero? Per molto tempo, lui come gli altri, aveva pensato alla fine della guerra come all'inizio di una vita nuova e meravigliosa, o almeno come il ritorno alla vecchia confortevole vita in tempo di pace. Adesso si domandava se questo miraggio si sarebbe avverato, per quelli che lo circondavano.” (p.520)
Anche noi lettori ce lo domandiamo. Cosa accadrà a questo punto?
Non ci resta che attendere la pubblicazione del quarto volume dell'appassionante saga familiare dei Cazalet. Buona lettura!




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I precedenti volumi della saga dei Cazalet di E. J. Howard
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Aprile, 2017
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La lunga attesa

Continua la saga dei Cazalet, di E.J. Howard, con questo secondo volume, “Il tempo dell'attesa”. “Gli anni della leggerezza” finiva nel 1938 con il discorso di Chamberlain dopo la Conferenza di Monaco.
Questo romanzo si apre nel 1939, è passato circa un anno. E' scoppiata la seconda guerra mondiale. La famiglia trascorre il periodo della guerra nel Sussex, ad Home Place, per evidenti motivi di sicurezza. Il figlio più giovane del generale, Rupert, viene richiamato alle armi, mentre i fratelli maggiori, Hugh ed Edward, portano avanti gli affari dell'azienda di legnami di famiglia.
Il corso della narrazione procede ancora abbastanza lentamente, ma il racconto non è affatto noioso. E' piuttosto come se l'autrice ci volesse proprio trasportare in quel mondo, in Gran Bretagna nel 1939, nella famiglia allargata dei Cazalet. Si viene così catapultati nella vita quotidiana dei personaggi, tra pasti consumati tra adulti o tra bambini, lavori per completare l'oscuramento delle finestre, uscite per fare la spesa, raccolta di frutta per la preparazione di conserve. Naturalmente il fulcro del racconto non si trova in questi aspetti apparentemente insignificanti dell'esistenza, è solo che la Howard ci mette davanti a tutto: siamo lì insieme a loro. Non ci troviamo però in mezzo ad una famiglia perfetta, anzi. L'apparenza è molto lontana dalla verità. I personaggi che compongono la storia sono molti, alcuni hanno dei lati oscuri, altri vogliono nascondere con tutte le loro forze chi sono veramente, la loro diversità. A più livelli si può notare, come motivo ricorrente, la volontà esasperata dei personaggi della generazione di mezzo (i figli del generale e i genitori della generazione successiva) a nascondersi e a negare quello che vogliono veramente, la determinazione a soffocare sentimenti, emozioni, desideri per rispondere ad una falsa immagine di se stessi, quella richiesta dalla società. Così alcuni diventano veramente brutte persone, altri solamente inquieti, tristi, infelici.
Nel mezzo di tutto questo stanno crescendo le tre cugine Louise, Polly e Clary, rispettivamente figlie di Edward, Hugh e Rupert. Pian piano il lettore comprende che sono proprio loro le tre protagoniste del racconto. Sono la nuova generazione, stanno crescendo nel bel mezzo della guerra. Riusciranno a non farsi imbrigliare negli schemi ipocriti dei loro genitori e ad affermare il forte desiderio di autonomia ed indipendenza che le anima? Sono tre ragazze completamente diverse l'una dall'altra e tutte e tre, per motivazioni diverse, saranno messe alla prova dalla vita e dovranno molto soffrire prima di diventare grandi.
Questo secondo romanzo mi è piaciuto molto, anche di più del primo, perché, anche se con lentezza, si comprende qual è il filo conduttore del racconto, fra i molti personaggi si inquadrano le protagoniste e siamo curiosi di conoscere come proseguirà la loro storia.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    02 Aprile, 2017
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Ritorno a Fjallbacka

Camilla Lackberg
Il domatore di leoni

Nono giallo di Camilla Lackberg con protagonisti Erika Falck e Patrik Hedstrom ambientato sulla costa sud occidentale della Svezia.
Erica e Patrik sono una coppia nella vita, sono sposati ed hanno tre bambini. Lui è un poliziotto e lei una scrittrice che si occupa di casi gialli del passato. Vivono nella splendida cittadina di Fjallbacka.
Patrik è un uomo affidabile, dedito al lavoro e alla famiglia, marito e padre affettuoso e presente. Erica è una donna intelligente ed intuitiva, generosa ed altruista, che si affanna a portare avanti carriera e famiglia senza voler rinunciare a nessuna delle due.
E' inverno a Fjallbacka: le temperature rigide, la neve e le poche ore di luce fanno da scenario ad un crimine orrendo. Una ragazza, Victoria, sparita da casa quattro mesi prima, sta vagando nel bosco vicino al centro ippico, quando viene accidentalmente investita da un'auto. Victoria non è l'unica adolescente scomparsa nella zona in quegli ultimi mesi e purtroppo presenta segni di orribili mutilazioni e torture subite durante il sequestro. La polizia comincia a pensare che sia in azione un serial killer.
Erica, dal canto suo, sta portando avanti una ricerca per un libro che ha come oggetto un delitto avvenuto negli anni '70. Un tremendo omicidio svoltosi all'interno di una famiglia dove erano tenute nascoste violenze ed abusi raccapriccianti. Due casi all'apparenza lontanissimi ma che, come spesso avviene nei libri di questa serie, hanno dei collegamenti.
Ho letto tutti i gialli della Lackberg con protagonisti Erica e Patrik e anche questo non mi ha delusa. Il narratore è esterno, sia nelle pagine che si riferiscono al presente che in quelle che raccontano gli eventi degli anni '70. Rispetto ad altri romanzi precedenti della serie, queste ultime sono ridotte nella quantità ed essenziali nei contenuti.
L'autrice è molto brava a raccontare storie, non si dilunga né in descrizioni troppo minuziose né in un complesso approfondimento psicologico dei personaggi. A volte il racconto mi è sembrato fin troppo parco di esplorazione interiore, soprattutto per i cattivi: come se nel mondo le persone nascessero buone o cattive solo per caso o per il destino, senza una minima possibilità di scelta.
A parte questo però, devo ammettere che la Lackberg sa scrivere i gialli: la lettura è estremamente piacevole per gli appassionati di questo genere. Il lettore è coinvolto nella vicenda perché a volte intuisce qualcosa sugli sviluppi della trama, (e si sente gratificato per il proprio acume), ma nello stesso tempo il racconto si snoda tenendo sempre alta la suspence. Anche se alcuni argomenti sono piuttosto macabri e vi sono descritti crimini molto violenti secondo me questi romanzi hanno la struttura del giallo classico e quindi li consiglio a tutti gli amanti del genere.
A ciò si aggiunge l'ambientazione svedese che personalmente apprezzo parecchio.
In conclusione, una lettura davvero piacevole, in grado di coinvolgere ed appassionare ma anche accogliere il lettore fra paesaggi e persone che ormai sembra di conoscere e con cui trascorrere ancora delle ore in ottima compagnia.

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Tutti i libri precedenti della serie.
Agli appassionati di gialli.
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Marzo, 2017
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Il coraggio degli abitudinari

Lorenzo Marone
“Magari domani resto”

Quando ho visto che era stato pubblicato il nuovo romanzo di Lorenzo Marone ho pensato subito che mi sarebbe molto piaciuto leggerlo. Negli anni scorsi infatti ho molto apprezzato sia “La tentazione di essere felici” che “La tristezza ha il sonno leggero”.
La protagonista stavolta è una donna, Luce, una trentenne napoletana che da piccola ha subito l'abbandono del padre ed ancora ne porta le ferite. Luce è una persona molto forte, è cresciuta nei Quartieri Spagnoli e se la sa cavare in ogni situazione. E' onesta fino in fondo, integerrima. Ha sempre la battuta pronta, sa tenere testa al suo datore di lavoro, un avvocato senza scrupoli, ai camorristi, al suo ex e a tutti i maschi del romanzo che sono affascinati dalla sua “luce”. Non sono riuscita a farmela piacere fino in fondo proprio per queste caratteristiche che mi sono sembrate davvero troppo da “eroina senza macchia e senza paura”. Lei non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, non ha mai paura di niente, non rimane mai senza parole di fronte alle persone e alle situazioni che la feriscono. Beata lei. La tipica donna del sud tutta carattere e furore. E' vero, ha sofferto. Ha vissuto un'infanzia infelice e l'ha da poco abbandonata il fidanzato, ma potrà contare su amici meravigliosi, una famiglia imperfetta ma unita e sul calore straordinario che sanno portare gli animali nelle nostre misere esistenze.
La narrazione è in prima persona e, soprattutto nelle pagine iniziali del romanzo, il narratore stesso si perde nelle continue divagazioni. All'inizio si fatica un pochino a seguire gli avvenimenti raccontati. Luce ha smania di raccontarci tutto di sé, tutto il suo passato, tutti i suoi pensieri scatenati dall'aver visto un colore, un rumore, un particolare. Anche i dialoghi sono pieni di riflessioni sull'esistenza, che a volte li rendono un po' artefatti e poco realistici.
Il romanzo segue esattamente lo schema narrativo dei due precedenti; un protagonista si racconta in un momento della sua vita: i ricordi, il passato, l'aiuto di amici e familiari, le riflessioni sull'esistenza sono setacciati per raggiungere un livello di serenità personale maggiore e continuare ad andare avanti. Sicuramente un bello schema narrativo, ma al terzo libro forse mi aspettavo qualcosa di diverso.
Rispetto agli altri romanzi, sempre ambientati a Napoli, qui la città fa parte integrante della storia, l'ambiente in cui si svolge la vicenda assume una maggiore importanza, anche per il linguaggio usato, impregnato di napoletano. Su questo aspetto non do un giudizio negativo, alcune volte mi ha reso la lettura un pochino meno scorrevole ma personalmente sono favorevole alle sperimentazioni linguistiche, senza le quali non avremmo molti capolavori della letteratura. Quindi ben venga l'uso di linguaggi che risentono di forme dialettali o di italiano regionale.
In conclusione, il romanzo non mi è piaciuto come avevo sperato. Ne consiglio comunque la lettura, soprattutto agli estimatori dello stile Marone e a chi cerca in ogni frase una citazione ed una riflessione profonda sull'esistenza. Per me sono state un po' troppe, ma è solo un parere personale.


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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Marzo, 2017
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Una storia romantica

“Le stanze buie” è un romanzo della bravissima scrittrice Francesca Diotallevi, pubblicato nel 2013. Vi si narra la storia del maggiordomo Vittorio Fubini, che, in una piovosa giornata di fine marzo del 1864, si sposta da Torino a Neive, nella campagna piemontese, per occuparsi della villa dei conti Flores. Il precedente maggiordomo dei Flores, da poco morto, era lo zio di Vittorio, Alfredo, una figura importante nella vita del giovane uomo ma anche lontana ed evanescente: un parente che Vittorio non ha mai conosciuto per davvero.
Il maggiordomo lascia Torino con amarezza: lui infatti è veramente bravissimo nel lavoro ed era avviato ad una carriera brillante, eppure lo zio ha fortemente voluto che il nipote lasciasse tutto per prendere il suo posto a villa Flores ed ha espresso queste ultime volontà nel proprio testamento. Perché? Cosa si nasconde in quella grande villa di campagna? O meglio, quale storia è custodita nel mistero di quelle stanze buie?
La famiglia Flores è composta dal conte, un uomo tormentato e severo, preso soltanto dall'interesse per le sue vigne e per il vino, la moglie Lucilla, una donna giovane ed anticonformista, mamma premurosa della piccola Nora, una bambina vivace ma forse malata. Nella dimora vivono anche tutti gli altri componenti della servitù, dai quali Vittorio dovrà farsi rispettare e che dovrà dirigere.
Nel corso della vicenda il nostro maggiordomo entrerà in questa casa ed in questa famiglia, fino a comprenderne i segreti più misteriosi. Egli stesso è un personaggio che cambierà, diventerà una persona diversa grazie all'amore.
Il romanzo ci catapulta nel 1864; si tratta di un romanzo storico molto accurato, le ambientazioni sono ricostruite alla perfezione, sembra proprio di entrare nella villa e vedere le stanze, gli oggetti e vivere uno scorcio di quotidianità insieme ai personaggi. Allo stesso tempo non si tratta di un freddo romanzo storico ben documentato: la vicenda è scorrevole, si snoda e si intreccia con i sentimenti dei protagonisti, il ritmo è incalzante. La trama ci farà scoprire segreti e avremo delle rivelazioni inaspettate.
Il romanzo risente del Romanticismo e dei modelli letterari di quel periodo, la casa con la stanza chiusa e i fantasmi che vi abitano, la storia d'amore appassionata, ci ricorda un po' “Jane Eyre” . Lo stile della scrittrice lo definirei classico, nel senso che è ricco ma rimane sempre elegante.
In conclusione, libro consigliato a tutte le anime romantiche in cerca di una storia che rimarrà nel cuore di chi la legge.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Marzo, 2017
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"Bruceranno tutti"

Seconda indagine per Lucas e Anna.
Sono passati alcuni mesi dalle vicende narrate nel romanzo “Il prigioniero della notte”. Siamo di nuovo ad Haven, nei giorni che precedono il Natale: la setta guidata da Tobias Manne sta mettendo in atto un tremendo suicidio di gruppo. Una giornalista, Laura Gibson, infiltrata nella setta di Manne, ha lanciato un'ultima, disperata richiesta d'aiuto: Anna e Lucas riusciranno a salvarla? Oppure finiranno male anche loro? E tutta la morte, l'orrore, la disperazione che si sparge su Haven proviene solamente dal fanatismo del reverendo Manne e dalle menti soggiogate e manipolate dei suoi seguaci, oppure c'è qualcos'altro da cui guardarsi? Come ad esempio un assassino che agisce per motivazioni che hanno radici ben diverse dal semplice lavaggio del cervello che può provocare una setta?

Federico Inverni ci accompagna, con uno stile più fluido e lineare rispetto al primo romanzo, a dare una risposta a tutti questi interrogativi. I colpi di scena si susseguono, la trama è avvincente, il ritmo veloce. Il lettore si ritrova a leggere, leggere, leggere per capire e arrivare alla soluzione del caso. Un thriller quindi, che scorre anche di più del primo romanzo, secondo me. I personaggi principali sono già stati delineati in modo molto particolareggiato, adesso l'autore può dedicarsi di più alla trama, che mi sembra davvero ottima. Certo il rapporto tra Lucas e Anna sta evolvendo, con il passare del tempo, ma non voglio scrivere troppo, altrimenti rischierei di rovinarvi la lettura.

In conclusione, un ottimo thriller, rapido, travolgente, pieno di colpi di scena che non sono mai assurdi o sconclusionati. Mi è sembrato di guardare uno dei miei telefilm preferiti, realizzato benissimo e che ti fa trascorrere ore piacevoli; una volta finito però, non ti ha lasciato quel “qualcosa” dentro che ti fa riflettere e che ti induce a porti domande e ad intessere ragionamenti, come possono aver fatto altri libri. Comunque, lettura molto piacevole e consigliata!

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    02 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Anna e Lucas

Quando mi sono accorta che era uscito il nuovo romanzo di Federico Inverni, "Il respiro del fuoco", mi sono ricordata che dovevo ancora leggere "Il prigioniero della notte": ho pensato di dover colmare questa lacuna quanto prima. L'anno scorso infatti avevo comprato il libro con la speranza di leggere finalmente un buon thriller: è stato così?

Posso affermare con sicurezza che il romanzo è di buon livello, scorre e si fa leggere precipitosamente per quanto riguarda la trama: i colpi di scena si susseguono e il lettore di certo non si annoia, fino ad arrivare ad una conclusione dove rimane aperta la porta della speranza.
Lo stile invece non lo definirei scorrevole, la prosa è ricercata e le descrizioni abbondano, a volte le ho trovate fin troppo ridondanti.

L'atmosfera è cupa, nera, spettrale, per certi aspetti mi ha ricordato "Il suggeritore", però rispetto a quest'ultimo "Il prigioniero della notte" si sofferma molto meno sui particolari efferati e violenti dei crimini per indugiare di più sulla psicologia dei personaggi. Del resto, l'autore afferma nella "nota" in fondo al libro di essere molto affascinato dal tema della memoria e del ricordo, quindi è sicuramente più interessato a ciò che proviene dalla mente rispetto alla descrizione minuziosa di violenze raccapriccianti.

In conclusione, il libro mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto agli amanti dei thriller dalle cupe e lugubri atmosfere a sfondo psicologico, dove però non si è del tutto spenta la debole luce della speranza.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    20 Febbraio, 2017
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In loco parentis


Siamo a St.Oswald, una scuola privata maschile del nord dell'Inghilterra, nell'autunno del 2005.
L'anziano professore di latino, Roy Straitley, si accinge ad iniziare un nuovo anno scolastico: la scuola sarà guidata da un nuovo Rettore. La sorpresa è veramente grande quando il professore si rende conto che il giovane Rettore, bello e perfetto solo in apparenza, non è altri che un suo vecchio allievo, Johnny Harrington, che ha trascorso a St. Oswald alcuni mesi del 1982. Il vecchio Straitly non si fida di Harrington, che è legato ad un'oscura vicenda accaduta in quel primo trimestre del 1982 e che riporta alla luce vecchie ferite mai rimarginate.
Il nuovo Rettore è anche deciso a snaturare il vecchio spirito della scuola, usando lo sciocco motto “Progresso nella tradizione” si propone di rottamare antiche tradizioni e valori e... anziani docenti. Ormai i tempi sono cambiati, l'educazione degli alunni è molto cambiata rispetto agli ideali di Straitley.
“In loco parentis. Un tempo significava: “Comportati come un genitore ragionevole.” Oggi praticamente nessuno sa cosa significhi. E poi, la maggior parte dei genitori oggigiorno non è affatto ragionevole. Sono litigiosi, legittimati a esprimere la loro opinione, creduloni, difensivi, maleducati e ossessionati dallo spendere bene i propri soldi. Come dice il Nuovo Rettore: non più genitori, ma clienti.”
Straitley, quasi da solo, o con pochi ambigui aiutanti riuscirà a salvare St.Oswald, fare luce su una vecchia ingiustizia e rimandare ancora un po' la temuta pensione?
Il lettore viene accompagnato dalla scrittura accattivante della Harris a chiarire l'enigma in cui niente è come sembra.
Consiglio vivamente la lettura di questo libro, che mi è piaciuto davvero tanto, non solo perché il ritmo è abbastanza incalzante e si susseguono i colpi di scena che tengono l'attenzione del lettore alta. Mi è piaciuta soprattutto l'ambientazione scolastica, le riflessioni sul mestiere di insegnante fatte finalmente “da dentro”. Si capisce benissimo che l'autrice sa di cosa sta parlando (al contrario della maggior parte dei libri che ho letto con personaggi insegnanti). Il vecchio professore non è descritto come il solito fallito che fa un mestiere pagato poco, ma come un uomo che ama profondamente il proprio lavoro, si prende cura dei suoi alunni, tutta la sua vita è racchiusa in St.Oswald. Purtroppo, come in ogni altra parte della società, anche nella scuola si nascondono ombre, angosce, disperazione e diversità, insieme a speranze, amore, amicizia, solidarietà, portate dall'umanità che vi si racchiude.
“Mi ha fatto un sorriso, un pochino troppo smagliante. “Pure tu dovresti pensare alla pensione. Vedere il mondo prima che sia troppo tardi.”
Ho scrollato le spalle e ho spento la sigaretta. “Perché prendersi il disturbo? Qui c'è tutto.”

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