Opinione scritta da cesare giardini

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La presidenza contesa di una banca svizzera.

Joel Dicker è lo “Scrittore”, il personaggio che, durante un periodo di vacanza in un prestigioso hotel sulle Alpi svizzere, il Palace de Verbier, viene a sapere che, tempo prima, nella camera 622 era stato trovato il cadavere di un banchiere, ammazzato a colpi di pistola. Qui inizia la lunga storia, qui hanno anche inizio le indagini dello Scrittore, aiutato da una ragazza, Scarlett, conosciuta occasionalmente. Per il buon nome del Palace, l’omicidio era stato poco reclamizzato, tutto era stato messo a tacere ( il numero della camera era stato addirittura cambiato in 621 bis), ma la curiosità dello Scrittore, che è poi l’io narrante, fa riaffiorare a poco a poco verità nascoste o mai interamente chiarite.
Il volume è ponderoso, più di 600 pagine, la narrazione mette in gioco un’intricata ragnatela di persone e di fatti, un puzzle complicato ed apparentemente inestricabile di eventi, risalenti anche a molti anni prima : numerosi sono infatti i flash back, che mettono a dura prova la memoria del lettore ed interrompono bruscamente la linearità della narrazione. Nella lettura, infatti, bisogna prestare molta attenzione e, come detto, possedere una buona memoria per collegare il succedersi dei fatti al presente ed al passato. Minuzioso deve essere stato il lavoro di preparazione di Dicker nell’elaborare la trama e riuscire ad incastrare personaggi ed azioni in vari stadi temporali, onde evitare errori o ripetizioni.
In succinto, al centro di tutto c’è una grande banca ginevrina, la Ebezner, dal cognome del fondatore Abel, la cui presidenza per consuetudine usa essere tramandata da padre in figlio: l’ultimo discendente, Macaire, non sembra essere ritenuto adatto alla successione, e proprio la lotta per l’ambita poltrona tra lo stesso Macaire, il cugino Jean-Bénedit Hansen , un ambizioso outsider, Lev Levovitch, figlio di un famoso attore trasformista e un misterioso oligarca russo, Tarnogol, costituisce il tema principale del romanzo. I principali personaggi sono questi, ma attorno a loro quante storie nella storia! L’amore appassionato di Anastasia, con presunte ascendenze nobiliari, per Lev, presunto discendente dal ceppo zarista dei Romanov, che la contende con alterne fortune a Macaire, l’intervento di presunti servizi segreti svizzeri sui conti bancari, le misteriose attività di un presunto (attenzione a tutti questi “presunti”!) miliardario russo, le vicende di Arma, una vivace cameriera tuttofare promossa a dama dell’alta società, e di una certa Cristina, finta impiegata bancaria ma in realtà infiltrata con ben altri compiti.. Insomma, non manca nulla: incontri clandestini in alberghi lussuosi, intrighi complicati per eliminare rivali pericolosi, tentativi di avvelenamento e, dulcis in fundo, personaggi che in realtà non esistono . Già, sembra incredibile ma c’è un protagonista di spicco che, utilizzando maschere di silicone di rara perfezione (ingannano infatti tutti!), impersona addirittura via via con tempistiche perfette altri tre personaggi della storia. E’ lecito allora chiedersi come si può classificare questo lunghissimo e mirabolante romanzo. Non è un romanzo giallo in senso stretto, mancano atmosfere, sangue, thrilling, caccia spietata a possibili colpevoli. Non sembra neppure un romanzo rosa, nonostante le storie d’amore che si intrecciano in posti da sogno, i tradimenti, i rimorsi e tutta la melassa di accompagnamento. Sembra anche fuori luogo parlare di indagine sociologica su segreti bancari, lotte di potere, indagini vere o fasulle su evasioni fiscali o trasferimento di capitali in posti più sicuri. Che sia solo una lunga favola, con situazioni da favola e personaggi stilizzati da favola, il buono, l’ingenuo, lo straniero nelle vesti del lupo cattivo, lo Scrittore nelle vesti di una sorta di deus ex machina moraleggiante che cerca appunto disperatamente una morale per far capire la favola e concluderla nel migliore dei modi ?
Bisogna forse rendersi conto che si tratta allora solo di una lunga storia, narrata bene, con tutti i particolari al posto giusto, come per completare un gigantesco puzzle. Una lunga storia con personaggi forse un po’ banali, colloqui talora in stile fumetto (mancano solo le nuvolette che escono dalla bocca), situazioni al limite dell’inverosimile ma con i classici tre elementi di una “storia” secondo il famoso fumettista (guarda caso !) Will Eisner morto non molti anni fa (2005), e cioè un incipit o prologo attraente (e questo c’è), dei contenuti interessanti (e ce ne sono forse troppi) e una serie imprevedibile di colpi di scena (anche questi presenti, basti per tutti la rivelazione finale del colpevole, assolutamente inaspettata).
Anche se la lettura comporta non poca fatica e molta attenzione, a favore dell’autore concedo, come già accennato, la minuziosa cura nell’incastrare storie e personaggi in tempi diversi e senza sbavature. Encomiabili anche l’affetto e la riconoscenza per il suo vecchio editore e amico Bernard de Fallois, al quale dedica pagine toccanti e piene di ricordi nostalgici. E poi, qua e là, Dicker impreziosisce il racconto con riflessioni illuminanti, come, ad esempio, questo pensiero dello Scrittore proprio a conclusione del romanzo: “…la vita è un romanzo di cui già si conosce la fine: il protagonista muore. La cosa più importante, in fondo, non è come va a finire, ma in che modo riempiamo le pagine”.
Le pagine del suo romanzo Joel Dicker le ha riempite comunque bene, con tanti personaggi, tanti accadimenti e un bel pò di colpi di scena: al contenuto mi sono infatti sentito di assegnare un bel 5. Allo stile ho dato 3 perché scivola via talora in modo piatto e banale, soprattutto nei colloqui, alcuni sciatti e prevedibili, come in uno schema prefissato e non spontaneo. Anche alla piacevolezza ho dato 3, perché si fatica a leggere il presente legato al passato e viceversa, con un esercizio mnemonico a volte pesante: si perde un po’ l’unicità della narrazione, pur riconoscendo all’autore il grande sforzo nel cercare di dare compattezza ad un grande disegno narrativo, preparato con cura minuziosa.
Si consiglia comunque la lettura, soprattutto per chi ha già letto ed apprezzato, dello stesso autore, “La verità sul caso Harry Quebert” e “Il libro dei Baltimore”.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

L'amore aiuta a sopravvivere.

E’ il primo romanzo di Giuseppina Torregrossa, siciliana e per anni ginecologa a Roma. Uscito da Rubbettino Editore nel 2007, è un inno godibilissimo alla buona cucina siciliana, messa in tavola dalla protagonista, Angelina, una bella siciliana non più giovanissima, laureata ma in cerca di lavoro, madre di due ragazze e moglie di Gaetano, “un ometto insignificante, basso e un po’ grassoccio, la faccia tonda e la testa grossa”. Ad Angelina, che è l’io narrante, piace cucinare. “Cucinare è una cosa che mi rilassa, mi svacanta l’anima, mi calma il cuore e il respiro” confessa, assaggiando in corso d’opera i suoi manicaretti ed assaporandone boccone dopo boccone i gusti più diversi. Per i buongustai, numerose ricette intervallano i capitoli: sono ben tredici, spiegate nei dettagli, e vanno, per citare le più comuni, dal pane cunzatu alla caponata, dall’antipasto alla siciliana (un tripudio di colori e sapori!), alla zucca in agrodolce, dalle brioches con crema di fichi alla frittata con ricotta fresca, cannella e pomodori secchi, e via mangiando. Un brutto giorno, però, Gaetano scompare, lasciandola sola e disperata. Non le resta che rimboccarsi le maniche e, nella piazzetta del paese, mettere in piedi un negozietto di souvenir per turisti ed una specie di punto di ristoro, grazie alla sua abilità culinaria. Gli affari non vanno male, il ricordo di Gaetano la tormenta, ma Angelina non si arrende: è bella, ancora attraente, se Gaetano è svanito nel nulla il suo desiderio impellente di essere desiderata ed amata la spinge a nuovi assaggi, stavolta non culinari. Non sa resistere al fascino maschile (“un’onda calda mi sale lungo il corpo… le gambe si ammorbidiscono… uno strano languore riempie il mio corpo”, così confessa Anciluzza), e le occasioni non mancano. Il commissario che indaga sulla scomparsa del marito le fa un po’ di corte e lei prova qualche brivido (“ sento una scossa che mi attraversa tutto il corpo”), poi compare Hamed (“ un pezzo di maschio che non è facile incontrare”) con cui divide la passione per la buona cucina e, su un materasso in un angolo del negozio, altre ben più confortanti passioni. Ma la bella Angelina non si dà mai pace, ed eccola consolarsi con Cicciu lu Sceccu, che riesce ad attirare in negozio e di cui vuole provare le reclamizzate capacità amatorie. “Il mondo gira attorno al sesso” pensa l’insaziabile Angela, e, per non farsi mancare niente, si intrattiene più volte con l’amica Adele, con la quale consuma nuove esperienze amorose, descritte dall’autrice con dovizia di particolari. Il ritorno improvviso di Gaetano non emoziona più di tanto Angela: ha con il redivivo un rapporto sessuale ai limiti della brutalità, e, dopo averlo schernito, lo scaccia preferendo la sua nuova vita, da donna libera, piena di vita e di speranze, confidando nel ritorno del giovane e muscoloso Hamed: “vattene, è inverno, la nostra estate è consumata, ce la siamo buttata alle spalle… vai via, io già non ci sono più… sorrido con il cuore pieno di aspettative, tornerà Hamed e con lui la vita viva”.
Si vorrebbe rimproverare la Torregrossa per un eccesso di erotismo negli incontri di Angela, una sorta di compiacimento nella descrizione di momenti particolarmente piccanti, soprattutto nei rapporti con l’amica Adele: secondo il mio parere la narrazione, in tutto il suo contesto, fa parte di un atteggiamento che descrive ed esalta la figura femminile, non più sottomessa e schiava di un maschio padrone, ma padrona essa stessa del suo corpo, della sua vita, finalmente emancipata e libera. E Angelina, da brava siciliana dal cuore ardente e dai sogni apparentemente irrealizzabili, ne esce bene, con nessun rimpianto per un passato da dimenticare e grandi speranze in un futuro tutto da costruire e da vivere appieno.
E’ ben descritto anche il rapporto tra cibo e sesso, connessi da una stretta relazione psicologica: un rapporto vissuto in chiave edonistica nelle civiltà antiche, poi in modo quasi peccaminoso nella tradizione cristiana. Nel romanzo il piacere di gustare i cibi preparati è complementare ai piaceri del sesso, ed i cibi stessi vengono spesso utilizzati come stimoli eccitanti. Del resto l’autrice, da bravo medico quale è, sa benissimo che sesso e cibo sono entrambi regolati dall’ipotalamo, tramite gli stessi neurotrasmettitori.
Sullo sfondo, un paesino siciliano come tanti, con personaggi particolari e ben caratterizzati, il caldo bruciante sulla piazzetta assolata, il refrigerio della brezza marina, la tristezza di una stagione che sta per finire, con gli emigrati in visita ai luoghi d’origine che se ne tornano a casa, le case in affitto che si svuotano, le giornate che si accorciano: in primo piano la storia di Angelina, una donna siciliana come tante, che si dispera, piange, ricostruisce una vita e trova nell’abbandonarsi all’amore i motivi per sperare in un avvenire meno tribolato.
Tutto è ben descritto, con la passione di chi conosce bene la sua gente e la sua terra. Verranno poi opere più complesse, entrerà in scena la commissaria Marò Pajno, protagonista di una nuova fortunata serie, ma mi sento di consigliare la lettura di questa opera prima, anche per constatare l’evoluzione dello stile narrativo dell’autrice nelle opere successive.



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Una clinica "speciae" sperduta tra i monti.

Andrea Vitali abbandona, si spera temporaneamente, Bellano, il lago di Como e gli allegri personaggi dei suoi racconti, sorvegliati paternamente dal burbero maresciallo Maccadò, per affrontare un nuovo tipo di narrazione. Si può definire un giallo, un’opera di fantasia, uno strano racconto ambientato in un paesaggio quasi surreale, tra montagne innevate ai confini di un Paese da favola. Poco prima del confine si trova Spatz, un agglomerato di case che sogna un rilancio turistico invernale, ma che langue da tempo con poche prospettive, cullato dal tran tran di una monotona vita quotidiana senza clamori. Qui viene inviato dal capo della polizia di città un investigatore (l’io narrante), sottratto dalla routine di una punitiva scrivania e catapultato tra questi monti sperduti per far luce su un misterioso delitto: l’assassinio della sorella da parte di uno squilibrato, datosi poi alla fuga. Il poveretto arriva di malavoglia ( il suo capo è soprannominato “Maiale” per le fattezze e gli atteggiamenti), alloggia nell’unico albergo del paese, conosce il proprietario, la guardia distrettuale ed uno strano personaggio, Ermini. Costui si trova sul posto per assistere il fratello, ricoverato in una moderna clinica situata subito dopo il confine in una specie di “terra morta”: qui comanda un celebre professore, ritiratosi da tempo in questi luoghi sperduti e famoso per avere trasformato un vecchio sanatorio in una clinica per interventi “impossibili”, ultima speranza per malati dati per spacciati. Accadono cose strane: il padrone dell’albergo sembra sorvegliare l’investigatore, Ermini fa sogni impressionanti , il diario della vittima, sequestrato dal protagonista, contiene frasi strane, avulse dal contesto; non solo, ma la vittima, Ermini e perfino l’investigatore si scoprono capaci di comunicare attraverso il pensiero, telepaticamente. Il presunto assassino viene trovato morto in un crepaccio, il delitto sembra risolto e l’investigatore decide di rientrare in città, con il diario della vittima ed altri reperti che potrebbero riaprire il caso. Ma, ecco la svolta, durante il viaggio viene ipnotizzato , ritrovandosi poi in un luogo ignoto, legato ad un letto ed al buio completo. Inizia così la seconda parte del romanzo: entra in gioco “il metodo” del dottor Fonseca, braccio destro del primitivo professore fondatore della clinica e ormai defunto da anni (la morte è stata tenuta nascosta), un folle chirurgo che, servendosi della clinica e di compiacenti collaboratori, ha organizzato un fiorente e redditizio traffico di organi umani. Si prospetta un’orrenda fine per il povero investigatore, ma un “deus ex machina” lo salverà in extremis.
Che dire? Andrea Vitali se la cava egregiamente anche lontano dall’amata Bellano. La prima parte del romanzo è volutamente lenta, ti chiedi chi sarà mai questo dottor Fonseca, lo stile narrativo è piano, scorrevole, forse un po’ scolastico: il paesaggio sembra idilliaco, persone gentili, ottima cucina, tutti sembrano disposti a collaborare. Poi, tutto cambia: anche lo stile diventa più vivace, convulso, sembra rispecchiare appieno il terrore del protagonista, immobilizzato al buio e prossimo ad un’orribile fine. Vitali se la cava bene anche nell’horror, lasciando fino all’ultimo il lettore in bilico sulla lama di un rasoio, apparentemente senza speranze in una conclusione favorevole per il malcapitato investigatore.
Un’ultima osservazione. Mentre proseguivo nella lettura della parte iniziale del romanzo, ho rivisto con la fantasia (“si parva licet componere magnis”, mi perdoni il collega Vitali !) le montagne di Davos, il vecchio sanatorio isolato dove Thomas Mann ha ambientato il suo capolavoro “La montagna incantata”, ho immaginato l’investigatore di Andrea Vitali novello Hans Castorp scarpinare lungo sentieri sassosi…. Naturalmente solo un flash, ma grazie a Vitali ho rivissuto un bagliore di quelle atmosfere “incantate”, anche se in tutt’altro contesto.
Da leggere e da gustare, senza dubbio.


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Le altre opere di Andrea Vitali.
Oltre, naturalmente per chi ancora non lo ha letto, "La montagna incantata" di Thomas Mann.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Harry Hole ad un passo dalla fine

Non avevo mai letto nulla di Jo Nesbo, autore norvegese di gialli con milioni di lettori in tutto il mondo, acclamato soprattutto per la serie dedicata ad un personaggio, Harry Hole, uno straordinario investigatore giunto con “Il coltello” alla sua dodicesima indagine. Indagine complessa, snervante, che si snoda per più di seicento pagine, ricche di colpi di scena, irte di tranelli e di situazioni apparentemente senza ritorno e talora al limite della credibilità. Ma il racconto particolareggiato dei fatti ed un’accurata analisi introspettiva dei protagonisti riesce a renderle credibili: perché l’autore non si limita a narrare i fatti, ma entra a fondo nei personaggi, studia sentimenti, fa emergere caratteri e motivazioni, con un riguardo particolare alla figura dominante ed enigmatica di Harry Hole, un poliziotto che non segue regole tradizionali, cocciuto e intransigente, disposto a tutto pur di raggiungere lo scopo prefissato. E’ ormai vecchio, viaggia sulla settantina, vittima dell’alcool e di un passato complicato da incontri pericolosi (ha una vistosa cicatrice dall’angolo della bocca ad un orecchio) e da una vita sentimentale ingarbugliata. Ha un figlio, Oleg, al quale è molto legato, ed una moglie, Rakel, dalla quale è stato cacciato di casa per ubriachezza e che, all’inizio della storia, viene rinvenuta brutalmente accoltellata a morte.
Tracce di sangue sembrano incolpare lo stesso Hole: da qui inizia il racconto che coinvolge investigatori e potenziali assassini, tra i quali emerge un diabolico personaggio, Svein Finne, stupratore e killer seriale. Finne, maniacale collezionista di coltelli e già condannato a 20 anni per merito di Hole, desidera solo vendetta, anche perché il poliziotto in uno scontro a fuoco gli ha ucciso il figlio Valentin. Hole, sconvolto per la perdita della moglie, inizia, pur non autorizzato, ad indagare per conto proprio, riesce a catturare Finne, ma un alibi salva il killer. Altri soggetti, in un intricato avvicendarsi di esami e riscontri, sono sospettati, ma, alla fine, le tracce di sangue sembrano indicare proprio lui, Hole, come colpevole: una vendetta per essere stato abbandonato da Rakel. Hole stesso si convince di avere ucciso, forse in preda ai fumi dell’alcool, la moglie e decide di suicidarsi sconvolto dal rimorso. Il finale riserva però una serie di sorprese che non svelerò, lasciando ai lettori il piacere di scoprire la verità e di emozionarsi.
Il romanzo, anche se intervallato da lunghe riflessioni sulle motivazioni psicologiche dei personaggi, piace ed emoziona. Ci sono spazi per i colloqui pieni di rispetto e affetto reciproco tra padre e figlio, ed anche per i complicati rapporti sentimentali di Hole con le donne della sua vita, la moglie Rakel, la giovane Alexandra della Medicina Legale, Katrine la responsabile dell’Anticrimine e la precedente moglie Kya. Sullo sfondo, una Oslo fredda, grigia, intristita da paesaggi innevati e dalla pioggia. Fanno da contraltare le lande assolate e sabbiose dell’Irak e dell’Afghanistan, dove molti personaggi del romanzo sono stati inviati in missioni di guerra e ne sono rientrati stressati da esperienze logoranti. Su tutto e su tutti giganteggia la figura di Harry Hole, con la sua imponenza (è alto un metro e novantatre!), l’astuzia di un segugio, lo sprezzo del pericolo di un eroe salgariano, l’aspetto di chi ha alle spalle esperienze di ogni tipo. E’ anche profondo conoscitore di musica rock (come del resto Nesbo, che suona in una band norvegese), non è solo muscoli ma rivela anche lati generosi e teneri del suo carattere, come nel colloquio con il figlio Oleg nel finale del romanzo. Nostalgia di una vita forse sprecata, traguardi non raggiunti. Perché, dice “ il luogo d’arrivo e la destinazione sono due cose diverse…arriviamo dove arriviamo, e può essere bello e consolatorio pensare che volessimo arrivare esattamente in quel punto”. Ma, aggiunge sempre Hole, abbiamo dimenticato “tutti gli altri sogni, quelli che sono stati alimentati, e si sono dissolti e sono svaniti”.
Proprio così, anche un vecchio poliziotto, sfregiato e incline all’alcool, può insegnarci qualcosa. Il romanzo si legge con interesse, i personaggi sono vivisezionati con pagine che indagano a fondo sulla psicologia di ognuno: sono queste pagine, a mio giudizio, che allentano un po’ la tensione e mettono a dura prova certi appassionati di thriller che vorrebbero solo azioni incalzanti e colpi di scena ad ogni capitolo. Ma Nesbo ci tiene ai suoi personaggi, vuole che siano capiti ed agiscano secondo ragionamenti ben motivati. Nulla è lasciato all’improvvisazione e ad una sequenza meccanica di fatti. Vale, ad esempio, la minuziosa classificazione degli assassini, suddivisi in otto categorie, dagli aggressivi cronici agli ostili controllati, dagli offesi ai traumatizzati e via elencando. Oppure le particolareggiate indagini sul DNA nelle macchie di sangue, o gli stralci sulle missioni in Medio Oriente, o ancora le discussioni su brani musicali di varie band.
In conclusione un thriller da vivere appieno, con alti e bassi. Da leggere comunque.

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Altri gialli della serie Harry Hole di Jo Nesbo.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Agosto, 2020
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Giuda, traditore o apostolo prediletto?

Sul cosiddetto Vangelo di Giuda si è scritto molto, opinioni differenti, dalla condanna pregiudiziale in qualità di vangelo gnostico e propugnatore di idee e fatti in contrasto con l’ortodossia cattolica alla critica più ragionata e rapportata a pareri di storici e ricercatori. Fatto sta che questo Vangelo scritto in lingua copta e ritrovato in Egitto intorno agli anni ’70 del secolo scorso ha stimolato dubbi e fantasie: Eric Frattini, saggista e romanziere cileno, ne ha tratto un romanzo che mescola realtà e fantasia, una narrazione serrata e asciutta, ricca di colpi di scena ad evidenziare una trama a mio giudizio spettacolare. Raramente avviene di leggere un romanzo che tiene avvinto il lettore stimolandone la curiosità e nel contempo l’interesse per i fatti storici.
Il racconto ha come protagonista una bella e ricca ricercatrice, Afdera, che ha avuto dalla nonna in eredità i reperti relativi al Vangelo di Giuda, custoditi gelosamente in una banca di New York. La ragazza porta i reperti ad una Fondazione svizzera, per restauro e traduzione, e consulta una serie di storici ed esperti un po’ dappertutto, conscia di avere tra le mani un’opera di valore inestimabile, in grado di minare le fondamenta della Chiesa. Il contenuto del testo infatti (ed una lettera esplicativa di uno scriba di Giuda, Eliezer, ritrovata ad Acri, in Israele, nella sepoltura di un crociato mercenario reduce dalla Terra Santa) rovescia il racconto evangelico, narrando di Pietro come traditore e di Giuda come discepolo prediletto, scelto da Gesù come esecutore del disegno divino. La divulgazione degli scritti sovvertirebbe quindi le basi del cattolicesimo: ed ecco allora comparire l’altro protagonista del romanzo, il segretario di Stato del Vaticano cardinale Lienart, un personaggio inflessibile, nostalgico dei roghi dell’Inquisizione, disposto a tutto pur di preservare l’integrità del credo professato. Fuma sigari cubani, ascolta musica classica, spende un patrimonio in vesti ecclesiastiche, sostiene che il fine giustifica qualunque mezzo, anche l’eliminazione fisica di rivali o persone sospette, eretici e comunisti in primis: non ha pietà nemmeno per il papa (è Wojtyla, quel “contadino dell’Est” “comunista di Varsavia”) a tal punto da organizzare l’attentato (servendosi di un “burattino”, Alì Agca) per conquistare il soglio pontificio. L’esecutore sei suoi ordini è un fidatissimo prelato, Mahoney, che, servendosi di una setta segreta, il Circolo Octagonus, deve controllare il percorso delle carte restaurate e tradotte, eliminando senza pietà tutti quelli che sanno e che potrebbero far conoscere la sconvolgente scoperta. Le peripezie di Afdera sono infinite, i viaggi in diversi paesi per saperne di più e salvare i reperti mettono in pericolo la sua vita, mentre altri studiosi coinvolti vengono segretamente uccisi. La longa manus di Lienart arriva perfino a Hong Kong, dove un miliardario cinese, al quale è stato venduto il reperto, viene invitato a consegnarlo alla Santa Sede, pena l’uccisione della moglie. Il finale del romanzo è travolgente, Afdera si salva grazie all’intervento risolutivo di un’enigmatica figura chiamata “l’Arcangelo”, di cui Afdera è innamorata: arcangelo salvifico o demone vendicatore? Il dubbio resta, leggendo il passo dell’Apocalisse con il quale l’autore conclude il romanzo.
La storia, in sé, è sconcertante e avvincente nel contempo: pur essendo per gran parte opera di fantasia, rivela lati oscuri di un potere, quello del Vaticano, oggetto recentemente di dibattiti e critiche. Lo stile narrativo ci rivela che Frattini è stato inviato speciale e analista politico: le sue conoscenze e le incursioni del romanzo in mezzo mondo lo dimostrano, quando fa viaggiare i suoi personaggi in un tour frenetico che tocca Svizzera, Egitto, Italia, Israele, Hong Kong, Stati Uniti, Polonia, Norvegia, Austria, sempre inseguendo il percorso di documenti, reperti ed esperti. Lo stile di Frattini è essenziale, volto a raccontare fatti e misfatti, pur non tralasciando opportuni e puntuali riferimenti storici, ad esempio sulle Crociate di Luigi di Francia in Terra Santa, su Venezia, su Israele, sull’Egitto. Frattini è anche abilissimo nel mescolare al racconto romanzesco eventi realmente accaduti, quali ad esempio riferimenti ai pontificati dei papi Luciani e Wojtyla, l’attentato di Alì Agca, la scomparsa di Emanuela Orlandi, le attività dei servizi segreti della Città del Vaticano.
Naturalmente l’autore ha subìto critiche da parte delle gerarchie ecclesiastiche, specialmente dall’Opus Dei spagnola, per i contenuti poco ortodossi del suo romanzo: a mio giudizio “Il Labirinto d’acqua” deve essere considerato quale in realtà è, cioè l’interpretazione fantasiosa di una vicenda, con riferimenti storici all’epoca in cui si svolge. I credenti non dovrebbero esserne turbati, andandosi magari a leggere a mò di conforto un po’ di bibliografia sull’apocrifo “Vangelo di Giuda”, i non credenti giudicherebbero l’opera secondo convincimenti personali.
Da leggere comunque.

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"Le spie del papa" dello stesso autore.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Montalbano di fronte ad un bivio.

Il romanzo è del 2004/2005, come spiega Camilleri in una nota finale, e doveva sancire la fine della serie del commissario Montalbano. Si sa poi come è andata, lo scrittore ha continuato a scrivere, a far vivere ed agire il suo amato personaggio, ed ha anche deciso di pubblicare questo “Riccardino” del 2005, ritoccando qua e là, ed aggiornandone la lingua, evoluta notevolmente in questi ultimi anni. Riccardino, impiegato alla Banca Regionale con tanto di laurea in economia e commercio, muore subito (nel primo capitolo!) sparato da un killer in moto, dopo aver telefonato per errore al commissario invitandolo (ma chi era il reale destinatario della telefonata?) ad un incontro con amici. Chi ha ucciso Riccardino, e perché? L’interrogativo del romanzo in sostanza è questo, ma la vera novità è l’intrusione inaspettata dell’Autore che colloquia con il commissario e gli suggerisce come condurre le indagini. A mio modo di vedere, l’originalità del racconto ne esce compromessa: il filo narrativo sconfina nella fantasia, il racconto diventa favola, l’interesse per la trama, pur complessa, viene scemando. Anche perché la trama è complicata, e il povero Riccardino aveva più motivi per essere brutalmente fatto fuori. I percorsi comunque diventano due, dopo i suggerimenti dell’Autore a Montalbano. Camilleri infatti gli suggerisce di puntare di più sull’ipotesi di un delitto passionale: Riccardino infatti è celeberrimo per le sue imprese amorose, e per essere alternativamente o contemporaneamente l’amante delle mogli dei suoi tre amici. Quindi, una storia di corna e relativa vendetta. Ma Montalbano vuole vivere la storia a modo suo seguendo altri percorsi, più difficili da decifrare ma più attuali: una trama che coinvolge Riccardino e i suoi amici e che tocca via via attività illecite e pericolose, dal traffico di droga al furto di gasolio dalla ditta dove lavorano gli amici, da crediti bancari concessi per motivi oscuri ad amicizie con capi della mafia locale. Insomma, un quadro all’italiana, in cui entrano a vario titolo anche i cosiddetti poteri forti: un chiacchieratissimo sottosegretario alla Giustizia, già implicato ed assolto per prescrizione in reati di mafia, e addirittura il mellifluo vescovo di Montelusa che “consiglia” il pavido questore Bonetti-Alderighi di togliere prima e di ridare poi la guida delle indagini al commissario. Insomma un quadro deprimente, ma forse più aderente ai tempi. Naturalmente, fanno sempre la loro brava parte il solito Catarella (ma è un comico o un carabiniere? Qui forse Camilleri calca un po’ troppo sull’aspetto caricaturale), l’altezzoso questore Bonetti-Alderighi, il bravo Fazio ed il pubblico ministero Tommaseo (anche qui si calca troppo sull’erotomania del soggetto). La fedele Adelina stranamente non compare mai, solo una volta viene citata. Anche Livia, la pazientissima eterna fidanzata di Montalbano, non compare ma telefona, sognando viaggi in terre lontane, addirittura in Sudafrica o in Brasile, immaginate voi quanto graditi all’abitudinario e stanziale commissario ! Viaggi comunque non realizzabili, nel romanzo del 2005, dato che l’Autore programma la fine del commissario proprio nelle ultime righe.
In sintesi, un romanzo scritto con la consueta maestria, ma, alla fine, un pò deludente, proprio per l’intervento diretto dell’Autore che, convinto di porre fine alle vicende di Montalbano, ha volto essere “presente” allo straordinario evento. Un po’ d’amaro in bocca, insomma: ma per fortuna, altri numerosi romanzi verranno pubblicati, e con grande successo, dopo “Riccardino”.



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Altri romanzi di Camilleri della serie del commissario Montalbano.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Marò Pajno e un delitto di mafia.

La dottoressa Marò Pajno, vicequestora di Palermo e protagonista di questo e altri romanzi della scrittrice, è un personaggio al quale ci si affeziona facilmente. Il suo lavoro (è responsabile della sezione antifemminicidio della questura) lo fa con metodo e pazienza, in una piazza come Palermo, difficile e piena di contraddizioni, di oscurità a volte imperscrutabili ma anche di colori vivaci e cangianti. In fin dei conti, dominano la scena Palermo, in tutte le sue complessità, e la figura della poliziotta: la storia sta sullo sfondo, quasi sfumata, quasi a voler essere un pretesto per parlarci della città e dell’ancora affascinante protagonista. E la storia, presto detto, è una storiaccia di mafia: Fofò Russo, un boss violento e dall’aspetto satanico, tale da assoggettare solo con uno sguardo parenti e compari, decide che Saveria, la figlia pur tanto amata, va eliminata perché ribelle e non plasmabile come la “famiglia” vorrebbe. Il delitto avviene in una pasticceria, e ne seguono altri per togliere di mezzo possibili testimoni. Le indagini della Pajno iniziano tra mille difficoltà e le consuete omertà del posto: non è facile operare, con un questore, Bellomo, che vuole risultati in breve tempo promettendole il posto di questora qualora fosse eletto, dopo le imminenti elezioni, Ministro dell’Interno, e l’ambiente difficile in cui la poliziotta opera, un ambiente gravato da depistaggi e pericoli anche mortali. La Pajno ce la fa infine ad incastrare il boss ed a mettere in salvo il nipote di Fofò, Daniele, sottraendolo alle grinfie del nonno che voleva farne il suo successore come capo del mandamento locale della mafia.
Gran parte del romanzo indugia, come già accennato, sulla complessa figura della poliziotta. Tanto insicura e severa con sé stessa, quanto decisa nelle azioni investigative. Insicura e fragile per una bellezza che sta lentamente sfiorendo, per la bulimia che la perseguita, qualche chilo in più che la induce a ricorrere ad una nutrizionista, con esito fallimentare. Il suo vecchio amore, Sasà, non c’è più, un incontro fugace, la speranza di riavvicinarlo fallita. Ma la nostra indomita poliziotta non si dà mai per vinta: ha amici che le vogliono bene, una sorella che, tutto sommato, cerca di consolarla, e poi c’è il questore, quel bellimbusto di Bellomo, che, a sorpresa, le confessa la sua incondizionata stima e la invita addirittura ad una cena privata. Se son rose fioriranno, e lo vedremo nel prossimo giallo di Giuseppina Torregrossa. L’autrice intanto, da autentica siciliana, infila nel romanzo quattro sontuose ricette tipiche del territorio: sanguinaccio alla trapanese, ciambelle con ripieno di fichi, cioccolata, mandorle e pistacchi, grano a chicchi cotto e condito con miele, cannella o crema di ricotta, e infine gli immancabili cannoli siciliani. Buona lettura e buon appetito.
Per la lettura, il romanzo è piacevole e scritto bene, anche se il finale è abbastanza sbrigativo. Ma è la città di Palermo che emerge, tutta da assaporare nelle sue infinite sfumature, anche quelle più nascoste e inconfessabili.

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Gli altri romanzi di Giuseppina Torregrossa, soprattutto "Il basilico di Palazzo Galletti".
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    19 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La storia fa riflettere su problemi attuali.

Non è forse una delle opere migliori di John Grisham, fra l’altro uno dei miei autori preferiti, ma l’impronta del grande scrittore si fa sempre sentire: il romanzo è scritto bene, con il consueto stile preciso, ordinato, direi quasi da cronista scrupoloso degli avvenimenti. E sono avvenimenti che, come accennerò più avanti, sono legati anche all’attualità ed a certi eventi, pur catastrofici o deplorevoli, che possono essere di stimolo alla speranza in un futuro migliore.
Teatro degli avvenimenti è Camino Island, luogo di fantasia: potrebbe essere, secondo alcuni, Marco Island o, più probabilmente, Amelia, 30.000 abitanti, piccola isola dell’arcipelago delle Sea Islands, Florida settentrionale. E’ qui comunque che, zigzagando da Capo Verde e cambiando rotta in barba alle più accreditate previsioni meteorologiche, si abbatte l’uragano Leo, devastando il territorio: alberi sradicati, case scoperchiate, acqua e fango dappertutto. Tra i pochi residenti rimasti (la maggior parte, avvertita per tempo, è fuggita) una decina di morti: tra questi, Nelson Kerr, ex avvocato, scrittore, ritiratosi sull’isola per completare un suo romanzo, “Battiti”. La morte, che non sembra dovuta all’uragano ma ad alcune profonde ferite alla testa e al collo, induce tre suoi amici (Bruce Gable, libraio, collezionista di opere antiche e protettore di giovani talenti, Nick, commesso in libreria e perspicace osservatore di fatti e persone, e Bob, ex carcerato scrittore di gialli) a svolgere indagini per conto proprio, con la svogliata collaborazione dei poliziotti dell’isola, impegnati in ben altre faccende. Qui inizia a svilupparsi la vicenda in tutti i suoi lati più oscuri. Si viene a sapere che il libro, non ancora pubblicato, è in sostanza un’aperta denuncia del malaffare di alcuni gruppi di gestione di case di riposo, dove anziani pazienti con morbo di Alzheimer, pur ridotti allo stato vegetativo e con elettroencefalogramma piatto, sopravvivono a lungo grazie alla somministrazione di un farmaco illegale, non approvato né sperimentato ufficialmente, introdotto dalla Cina e camuffato da vitamina. Tale farmaco prolunga miracolosamente la vita dei poveri moribondi, pur causando cecità e altri malanni: in sostanza una truffa che costa al servizio sanitario nazionale danni per milioni di dollari ed eccezionali proventi illeciti per i truffatori. I lettori non si aspettino colpi di scena risolutivi o azioni delittuose come si potrebbero attendere, ad esempio, nei gialli di James Patterson: solo qualche delitto marginale, ma è John Grisham con il suo talento che detta i tempi e dipana l’intricata vicenda: quindi, indagini puntigliose con dettagliati risvolti legali, prima con l’intervento da dilettanti degli amici della vittima e la complicità di dipendenti delle case di riposo, poi con la collaborazione e l’intervento massiccio della polizia e dell’FBI.
Convince lo stile sobrio e privo di fronzoli e convince la modalità narrativa, quasi una cronaca precisa degli avvenimenti come si conviene ad un giallo classificabile a tutti gli effetti come legal thriller. Interessante e convincente anche la trattazione dei due principali avvenimenti del romanzo (ne avevo accennato all’inizio), argomenti di cui si discute anche oggi e che, a mia memoria, non risulta abbiano avuto spazi importanti in altre opere di Grisham né di altri autori. Il primo riguarda la conduzione di alcune case di riposo per anziani e la loro cattiva gestione, di attualità anche purtroppo nel nostro Paese. Nel romanzo l’illusorio prolungamento della vita dei malati di Alzheimer, incapaci di intendere e di volere, con un trattamento farmacologico illegale, non sperimentato e gravato da evidenti danni collaterali, frutta ai gestori dei nosocomi cospicui profitti truffaldini: ed è paradossale che un mantenimento in vita, pur in sé auspicabile, sia ottenuto con mezzi e rimborsi illeciti, una vera e propria truffa ai danni del servizio sanitario. Il secondo avvenimento messo ben a fuoco da Grisham è la devastazione provocata dall’uragano Leo, ben raccontata in ogni particolare: inondazione e distruzioni frutto anche di probabili politiche ambientali non appropriate nè previdenti. L’autore ci tiene a mio parere a sottolineare il problema delle catastrofi ambientali, quando, proprio nelle ultime righe dell’ultimo capitolo (magistrale colpo di scena!), preannuncia, a riparazione dei danni quasi completata, l’imminente arrivo sull’isola di una nuova catastrofe ambientale.
In sostanza un buon romanzo. Pur privo di spettacolari picchi emotivi, tratta argomenti che riguardano sicuramente l’attualità e che inducono a riflettere su alcuni evitabili accadimenti.


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I legal thriller di John Grisham.
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4.8
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Giugno, 2020
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Scandali e intrighi alla Casa Bianca

James Patterson ha fatto ancora centro con questo suo ultimo romanzo, uscito negli USA come “The First Lady”, titolo meno drammatico di quello italiano, nel quale, con quel “è scomparsa”, si è volutamente drammatizzata la vicenda (sull’onda del successo di ”Il presidente è scomparso”, scritto in collaborazione con Bill Clinton di qualche anno fa). Non per niente Patterson è ritenuto lo scrittore di gialli più ricco, oltre che famoso, al mondo, con centinaia di milioni di copie vendute ovunque, e con una produzione variegata e martellante, dalle serie più note e conosciute (basti pensare ad Alex Cross ed alle Donne del club omicidi) via via fino ai numerosissimi romanzi singoli ed alle opere per la Scuola Media e per ragazzi. Da notare anche che la qualità letteraria, stile e contenuti, è notevolmente migliorata da qualche anno: un impegno notevole per lo stuolo di collaboratori che contribuiscono allo straordinario successo, co-autori, ricercatori, osservatori, impiegati, agenti e staff editoriali, tutti impegnati in un continuo lavoro per il miglioramento ed il successo della “premiata ditta”. Lo scritto vero e proprio naturalmente non è sempre farina del sacco dell’autore: in questo caso la collaborazione è di Brendan Dubois, le differenze di stile non si fanno troppo notare (tranne forse che negli ultimi concitati capitoli), al contrario, a mio giudizio, di quanto avevo notato nel precedente romanzo sulla scomparsa del Presidente, nel quale emergeva netto lo stile di Clinton nella prima parte, più istituzionale, dell’opera.
Ciò premesso, la storia è incentrata sulla scomparsa improvvisa durante una gita a cavallo della First Lady della Casa Bianca, Grace Fuller, una signora piuttosto aliena dal potere e tutta dedita ad opere caritatevoli, avvenuta dopo la scoperta del tradimento del Presidente con un’avvenente impiegata di una lobby legata ad interessi politici e la conseguente immediata tempesta mediatica. Il Presidente, Harrison Tucker, è un farfallone, incapace di vere decisioni, succubo di un perfido consigliere e amico, Parker Hoyt, che punta esclusivamente, anche per tornaconto personale, a favorire in ogni modo la prossima rielezione del suo capo. Per raggiungere questo scopo, trama nell’ombra, convinto che l’eliminazione fisica della moglie presidenziale, considerata un’ingombrante palla al piede, possa solo giovare al successo del Presidente stesso (cordoglio di popolo, simpatia per un povero vedovo) ed anche alle fortune di alcune case farmaceutiche che non vedono di buon occhio l’attività caritatevole della Fuller. L’intrigo è coinvolgente, ben costruito e ben narrato: Hoyt attiva, all’insaputa del Presidente, killer professionisti per far fuori sotto traccia la donna e, d’altro canto, agenti dei Servizi Segreti sono impegnati nelle ricerche ufficiali, in un alternarsi di colpi di scena magistrali che, nei brevi e concitati capitoli dell’ultima parte del thriller, tengono inchiodato il lettore alle appassionanti pagine conclusive, in un crescendo sapiente di tensione emotiva. Il finale è scontato, con verità sorprendenti e sottili vendette, ma quanta adrenalina scorrerà nelle vene dell’io narrante, la brava e indomita Sally Grissom, agente speciale capo della “Presidential Protective Division”, incaricata personalmente dal Presidente di organizzare le ricerche della moglie.
Il thriller è ben scritto, sulla linea degli ultimi lavori di Patterson. Emerge in modo evidente e forse molto vicino alla realtà l’ambiente della Casa Bianca, con l’aria che vi si respira: i falsi amici, le intercettazioni, gli intrighi più subdoli, tutto fa pensare che avesse ragione una ventina d’anni fa quel Presidente che riteneva la Casa Bianca un “nido di vipere”. Vipere assetate di potere, politico ed economico, capaci di tutto, in contatto addirittura con killer professionisti ed ambienti eversivi. I poteri in lotta, non solo quelli politici, sono ben delineati e disegnano un quadro generale che mette in primo piano connivenze subdole e interessi personali: fa da contraltare la figura della First Lady, vittima innocente di inganni e di interessi inconfessabili.
Un avvincente thriller, in sostanza, con un’unica perdonabile pecca: una singolare differenza di stile nei capitoli finali rispetto al resto del racconto. E’ solo una mia opinione, il romanzo è comunque consigliabile e da leggere senz’altro.


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" Il Presidente è scomparso" di James Patterson e Bill Clinton.
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70
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Gialli, Thriller, Horror
 
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5.0
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5.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    15 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ma in mutande restano in tre...

E’ forse una delle storie bellanesi meglio riuscite quest’ultima opera di Andrea Vitali, una storia ricca di personaggi, di humour e di ironia. Siamo nel 1929, in piena era fascista: il maresciallo Maccadò sogna un figlio che forse la moglie Maristella gli darà a breve, vigila sulla comunità e sulle sue beghe quotidiane fatte di poco o niente (gente un po’ fuori di testa, ubriachi del sabato, pettegolezzi di paese, relazioni con le autorità in visita) e sogna ad occhi aperti una nuova vita lontana dalla noiosa routine di tutti i giorni. Routine fatta anche purtroppo da uomini in mutande. Gli uomini “ in mutande” sono in realtà rappresentati da tre personaggi, colti tutti e tre in mutande e tutti in situazioni a dir poco singolari. La prima storia, la più significativa, è quella di un sedicente farmacista di Merate, un bellimbusto figlio di papà, costretto ad una precipitosa fuga notturna dall’abitazione dell’amante, Percilla Massamessi, sorpreso dall’inatteso ritorno a casa del marito, direttore delle poste locali: nel trambusto dimentica il portafoglio ed i pantaloni, scontrandosi poi inavvertitamente e malamente con la levatrice Aristidina Zambetti, di ritorno dall’assistenza ad un parto. La donna, in stato di incoscienza, sarà poi ricoverata e la colpa del fattaccio ricadrà su tale Salvatore Chitantolo, un ragazzo buono come il pane ma mentalmente ritardato per un malaugurato trauma infantile. La seconda storia mette in scena il postino del paese, Erminio Fracacci, aduso, oltre che ovviamente a ritirare ed a consegnare la posta, a fare numerose soste nei bar locali indulgendo a generose e ripetute bevute. Si dà il caso che il direttore delle poste, promosso di grado alla sede provinciale di Belluno, inviti ad un sontuoso pranzo di addio i dipendenti dell’ufficio ed i maggiorenti locali: tra gli invitati c’è anche il Fracacci, che, pur sentendosi come un pesce fuor d’acqua fra cotante personalità, pensa addirittura che l’incontro sia organizzato per premiarlo dell’atto benemerito della restituzione del famoso portafoglio. Per farla breve: il poveretto, proprietario solo della sua divisa, per altro sdrucita e perennemente macchiata, si fa prestare un abito adeguato alla cerimonia ma non alla sua corporatura ed i pantaloni, tenuti assieme da mollette e spille, gli cadono a terra durante un brindisi, lasciandolo in mutande e costringendolo ad una fuga precipitosa. Infine ecco il terzo uomo in mutande del romanzo: Lucchinetta, lo spazzino del paese, che al termine di una serata di bisboccia all’osteria tra lazzi e frizzi si troverà in mutande, non solo, ma fermato dai carabinieri all’uscita del locale terminerà la notte in guardina.
Attorno a queste tre vicende, Vitali infila una serie di altre storie, animate da personaggi che difficilmente si dimenticano. Indimenticabile è infatti la dirigente dei locali fasci femminili, Fusagna Carpignati, una zitellona autoritaria e piena di brio che si invaghisce in modo maniacale, sempre respinta, via via dei personaggi più in vista del paese, passando instancabilmente dal direttore delle poste ad un politico di grido, fino al carabiniere più belloccio del posto ed infine al capostazione del paese, nonostante la disperazione rassegnata della madre e le continue minacce di ceffoni da parte del padre. C’è poi la vicenda di un senatore del regno che giunge a Bellano per promuovere un progetto di “redenzione igienica” (leggi: rifacimento di acquedotto e rete fognaria) : il poveretto, che soffre dalla nascita di atonia intestinale necessitando perennemente di clisteri evacuativi, viene colto da dolori lancinanti, con conseguente ricovero nel locale ospedale, intervento chirurgico e successive imbarazzanti emissioni di effluvi maleodoranti. Non poteva mancare infatti il fiore all’occhiello di Bellano, l’ospedale diretto dal professor Bombazza: unico neo del primario il desiderio incoercibile di cimentarsi in un intervento di craniotomia, frenato con i dovuti modi dalla vera anima del nosocomio, la sempre vigile suor Anastasia.
“Un uomo in mutande” non fa che confermare Andrea Vitali, medico e scrittore, come eccellente rappresentante di una letteratura popolare italiana sempre viva e vivace: la sua abilità come narratore di storie di tanti comuni personaggi di Bellano, comuni ma divenuti paradigmatici nelle loro vicende e nei loro comportamenti, è ormai avvalorata dai numerosi premi letterari vinti e dalla traduzione dei suoi romanzi in moltissimi Paesi.
Un applauso convinto quindi a Vitali (è anche un collega che ammiro e stimo) per la sua capacità di narrare sempre nuove storie, individuando con arguzia ed ironia aspetti, anche curiosi e bizzarri, della nostra vita d’ogni giorno. Una nota a parte, in quanto a curiosità e bizzarria, meritano i nomi dei personaggi ( so dove li va a pescare, mi sembra di averlo già raccontato in un’altra recensione), tratti etimologicamente da un passato familiare antico e consolidato nel tempo: Percilla, Fusagna, Omario, Erbice, Letterio, Fiamma, Geode, tanto per citarne alcuni, sono uno straordinario omaggio alla letteratura, non solo popolare, e non si dimenticano facilmente.

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Altri romanzi di Andrea Vitali.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.5
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4.0
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3.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Giugno, 2020
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Un'indagine complessa e difficile.

E’ il ventesimo thriller di Kathy Reichs che ha come protagonista assoluta la patologa forense Temperance Brennan, Tempe per gli amici, una tosta, decisa più che mai ad impegnare tutta sé stessa per risolvere i casi più complessi e disperati. La dottoressa comincia a sentire il peso degli anni, le è stato riscontrato anche un aneurisma cerebrale curato con l’embolizzazione, che la costringe a stare sempre all’erta a causa di frequenti episodi di emicrania, insonnia e incubi notturni. E il caso che si propone di risolvere, nonostante i bastoni fra le ruote che le mette il suo nuovo capo, Margot Heavner, un’incapace affetta da mania di protagonismo e non solo, è rappresentato dal ritrovamento di un cadavere abbandonato in un campo, con il viso devastato dai morsi di maiali selvatici. E’ forse il personaggio che la Brennan aveva intravisto nei dintorni della sua casa in precedenza ? La corporatura sembra quella, in seguito verranno a galla altre coincidenze compresa una misteriosa telefonata alla stessa Brennan da parte dell’uomo misterioso. L’indagine, ostacolata sempre dalla Heavner, viene portata avanti tra mille difficoltà e false piste, con l’indispensabile aiuto di un anziano poliziotto, tale Slidell, un omaccione dal carattere ruvido e scontroso ma sempre pronto a sostenere la più giovane collega. Inizia così una ricerca difficile, diventa un’ossessione per la Brennan cercare a tutti i costi di dare un volto e un nome al misterioso corpo trovato. Una ricerca sotto traccia, per non oscurare le decisioni della Heavner che sembra aver già archiviato il caso. Alcune strane sigle su un foglietto nascosto in una tasca dei vestiti del morto, un parcheggio abbandonato, una strana casa di cura, informazioni catturate qua e là indirizzano le indagini, dapprima infruttuose, a far luce su alcuni indizi che conducono poco a poco l’investigatrice ad inoltrarsi nei meandri del cosiddetto deep web, quella parte poco nota della rete ( ma che pare ne rappresenti la stragrande maggioranza) preclusa ai più, dove attività lecite e illecite si confondono pericolosamente e dove vengono sbandierate presunte “verità” proclamate da complottisti di mestiere, del tipo, cita l’autrice, il coinvolgimento dei servizi segreti inglesi nell’assassinio della principessa Diana, lo sbarco sulla Luna mai avvenuto ma messo in scena in uno studio televisivo, le Torri Gemelle abbattute dagli stessi americani, etc. Emergono poi, collegati in modi diversi a traffici loschi, il titolare di un’agenzia immobiliare, che affitta edifici militari dismessi a clienti danarosi per rintanarsi in caso di pericolo o per organizzarvi festini, e il fratello dell’ucciso, un viscido giornalista: i due vengono ripresi da una telecamera in compagnia, ecco il colpo di scena, del soggetto trovato cadavere all’inizio del romanzo, al quale nel frattempo si era riusciti a dare un nome ed un volto, formando proprio con lui un terzetto coinvolto anche in rapimenti e violenze su minori.
Come ho accennato, una trama complessa, che tocca argomenti disparati, dalle ambiguità di certi dirigenti della polizia di Charlotte nel North Carolina (città dove lavora la Brennan) collusi con la spettacolarizzazione di un giornalismo di bassa lega, ai pericoli del web, dove verità e menzogne si confondono in modo ingannevole, da un complottismo esacerbato che mira a distorcere a fini ben precisi la verità al tema sconvolgente del rapimento di minori a scopi inconfessabili. Argomenti diversi che, a volte, fanno perdere di vista il filo della trama narrativa, non solo, ma che inducono anche la protagonista del thriller a chiedersi spesso quale possa essere in certe situazioni il confine tra il vero e il falso. Pochi sono i momenti di relax della bravissima Temperance: un incontro con l’ex marito Pete, qualche giorno con il suo compagno Ryan e gli incontri occasionali con la mamma Daisy, un’arzilla anziana signora in procinto di risposarsi, un po’ fuori di testa ma con una straordinaria abilità nel cimentarsi con le più moderne tecnologie informatiche.
Alla fine la tenace Tempe verrà a capo dei misteriosi intrecci, non senza aver sofferto momenti di sofferenza e molte notti insonni. Lo stile narrativo è stringato, e cerca di rendere semplici e comprensibili anche complesse nozioni di informatica ( e ce ne sono molte, soprattutto quando si addentra nei misteri della cosiddetta dark web e dei sotterfugi per rendere impenetrabili certi siti). La lettura non è comunque molto agevole e richiede attenzione e memoria. Alla fine la protagonista avrà anche la sua rivalsa sulla dirigente del servizio che l’aveva sempre ostacolata e che sarà costretta ad abbandonare l’attività.
Molto interessante, in appendice al thriller, una serie di appunti tratti dagli archivi dell’autrice in cui viene spiegato il procedimento di stesura di questo come di altri gialli: procedimento che si articola in varie fasi, dalla raccolta dati e informazioni alla fase che la Reichs chiama “cartacea” (tabelle, verifiche varie, cronologie) e infine alla stesura vera e propria del testo, “natiche incollate alla sedia, occhi sul monitor, dita sulla tastiera”. Interessante e istruttivo!

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Altri thriller di Kathy Reichs.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.3
Stile 
 
3.0
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4.0
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3.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    22 Mag, 2020
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L'ultimo anno del commissario Bordelli.

E’ il commissario capo Franco Bordelli il principale personaggio di questo romanzo fiume, già protagonista di altre opere di Marco Vichi. Siamo nel 1969, l’Italia si sta risollevando dalle macerie della guerra, gli echi di Canzonissima, una delle trasmissioni televisive più popolari dell’epoca, fanno da sottofondo sonoro a varie vicende che impegnano il nostro poliziotto. E’ indubbiamente un tipo singolare, esperto di letteratura: sa tutto delle opere di Alba de Céspedes, autrice che lo appassiona particolarmente, ma è anche amante della buona cucina e non indifferente al fascino femminile. Alle soglie della sospirata pensione, è ancora tenacemente in pista, impegnato proprio nell’ultimo anno di servizio in varie complicate indagini da sbrogliare assolutamente prima di concludere un’onorata carriera. E non sono indagini da poco. E’ ancora a piede libero uno psicopatico che il 13 febbraio di ogni anno tortura e uccide barbaramente prostitute con determinate caratteristiche, e manca poco più di un mese alla data del prossimo delitto. E poi, nella propria abitazione, viene rinvenuta assassinata una giovane dal passato discutibile, amata teneramente dai nonni che si disperano e non si danno pace. Ancora, un imprenditore mette in scena un finto suicidio per sfuggire ad un grave pericolo: è infatti a conoscenza, per vie traverse, di un probabile sovvertimento delle istituzioni, forse un colpo di stato, ed è in possesso di carte molto compromettenti. Infine c’è una mela marcia al commissariato, un dirigente cocainomane che sottrae prove e intasca indebite somme. Insomma, quattro indagini complesse che impegnano senza soste il commissario Bordelli, deciso a venirne a capo prima lasciare il servizio e magari sposare la sua compagna, una giovane ventisettenne, Eleonora, che sembra non aspettare altro. Naturalmente riesce a districarsi da par suo in vicende anche misteriose, nelle quali non è semplice individuare il colpevole, ma il nostro commissario sembra avere un sesto senso che lo orienta quasi sempre nella direzione giusta. Anche se qualche volta raggiunge il suo scopo con metodi non proprio ortodossi, sempre però utilizzati a fin di bene, ed in difesa di colpevoli che hanno infranto sì le leggi, ma per difendere i più deboli e sempre secondo giustizia.
Posso aggiungere che le vicende raccontate potevano essere condensate in un minor numero di pagine. Il romanzo infatti è di quasi cinquecento pagine, un po’ dispersivo, alternando la storia delle indagini a lunghi momenti descrittivi della vita privata del commissario Bordelli, dagli incontri galanti alle incursioni in vari ristoranti, dalle passeggiate per Firenze alle discussioni su argomenti letterari. Una cena con amici e colleghi occupa più di settanta pagine: ognuno dei commensali racconta esperienze di vita professionale, interessanti in sé ma avulse dalla trama narrativa principale.
Il commissario Franco Bordelli comunque, grazie all’abilità dell’autore, ha una sua precisa identità che emerge dal racconto: oltre alla tenacia ed all’abilità investigativa, spicca il suo amore per le buone letture (con una predilezione per Alba de Céspedes) e per la buona tavola, le belle donne e la sua amata Firenze.
Lo stile tende un po’ al prolisso, ma per chi ama conoscere a fondo i personaggi anche nei loro risvolti più comuni e banali, può essere piacevole ed appagante: basti dire che il grande Andrea Camilleri, caro amico dell’autore, amava molto il commissario Bordelli, accostandolo spesso al suo Montalbano. E questo basta e avanza per consigliare la lettura del romanzo di Marco Vichi.

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"Morte a Firenze" e altri romanzi di Marco Vichi sul commissario Bordelli.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Una verità nascosta per troppo tempo.

E’ un thriller ben impostato, con personaggi credibili in un’atmosfera grigia stile londinese. La storia però non riesce a prenderti, non è coinvolgente, ha lunghi momenti di pausa, insistendo forse troppo sulle caratteristiche psicologiche della protagonista, assillata da un trauma infantile e dalle sue nefaste conseguenze. La giovane, di nome Lisa (ma non è quello d’origine), è tormentata da incubi notturni, soffre di sonnambulismo ed ha accarezzato l’idea di suicidarsi: avrà pace solo quando risolverà il suo dubbio, vale a dire, si capirà piano piano, conoscere finalmente la verità su un episodio capitatole in occasione del suo quinto compleanno e cercare il luogo in cui ebbe a subire gravissimi traumi le cui cicatrici ancora la tormentano. Nessuno le svela la verità, nemmeno i genitori, pur amandola sinceramente, e neppure un ambiguo medico psichiatra, amico e collega del padre. La ragazza indaga per conto suo, riesce a trovare la casa in cui ebbe a subire violenza, affitta con un sotterfugio una camera dai padroni ( una coppia poco raccomandabile che nasconde segreti inconfessabili) ed inizia a indagare, scoprendo proprio nella sua stanza verità nascoste e indizi raccapriccianti. Naturalmente, dopo una serie di colpi di scena, di scontri con i proprietari, di incomprensioni e litigi con i genitori e malintesi con il medico curante, alla fine, nonostante le continue bugie e depistaggi, verrà a galla la verità, una verità sconvolgente e inimmaginabile. A Lisa sarà d’aiuto un fidanzato trascurato, con il quale ritroverà l’amore perduto.
La storia è interessante, piena di punti interrogativi che stimolano alla lettura per sapere come va a finire, sostanzialmente, ma non è sorretta a mio parere da uno stile narrativo adeguato ai vari momenti drammatici. Lo stile è farraginoso, a volte sciatto, cercando forse inopportunamente di scavare nella psiche alterata della protagonista e tralasciando invece di enfatizzare i momenti culminanti della narrazione. Per contro, ben riuscite le figure secondarie del thriller, soprattutto quella della padrona di casa, che si atteggia malignamente a vamp sofisticata, e quelle dei genitori di Lisa, genitori d’altri tempi, il padre amorevole ma incapace di vera comprensione, la madre chiusa in una disperata rassegnazione.
Da leggere comunque.

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Altri eventuali romanzi dell'autrice.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    10 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Vola solo chi osa farlo.

Una bellissima favola, commovente, che vorrei leggere ai miei nipotini per far loro comprendere il senso della vita, la tolleranza verso tutti e la coraggiosa capacità di affrontare le avversità. E’ la storia di una gabbiana scivolata in un mare impregnato di petrolio (siamo alla foce dell’Elba, nei pressi di Amburgo): prima di morire, riesce a deporre un uovo, che verrà preso in custodia da un gattone nero, Zorba, e da alcuni suoi compari, gatti del porto, una combriccola affiatata che, dopo aver dato degna sepoltura al volatile defunto, decidono solennemente di provvedere al nascituro, che sarà femmina e verrà chiamata Fortunata. La neonata chiama mamma il gatto che si è preso la briga di covarla, si affeziona al gruppo, soprattutto a Zorba, che riesce a proteggerla, in casa e nei locali del porto, da pericoli e dalla fame di gattacci sbandati. Ma ecco il momento decisivo: bisogna insegnare alla gabbianella l’arte del volo e chi può dare consigli meglio di Diderot, gatto saggio, e della sua poderosa biblioteca (ovvio!) in più volumi. I tentativi falliscono, resta un’ultima opzione: consultare un famoso Poeta, parlargli nella lingua degli uomini (Zorba conosce tutte le lingue!), sapendo però di infrangere un ancestrale tabù. E così avviene. Il Poeta ( che”vola con le parole”) legge al gattone alcuni versi di una poesia di Bernardo Atxaga, il maggior scrittore basco vivente, versi che esprimono tutta la struggente “umanità” dei gabbiani: “… ma il loro piccolo cuore … per nulla sospira tanto come per quella pioggia sciocca che quasi sempre porta il vento, che quasi sempre porta il sole”. E in una notte piovosa, dalla cima del campanile della Chiesa di San Michele, al cospetto degli amici gatti e del Poeta, la gabbianella spiccherà finalmente il volo, librandosi felice nel cielo piovoso della notte amburghese. E qui un lettore sensibile non può non essere colto da un brivido di commozione.
Commozione ed emozione per la favola bella che Sepulveda ci ha regalato, un lungo racconto che riesce a toccare le corde profonde dell’animo umano. Un racconto su storie di animali che insegna tante cose anche a noi umani. In primis ci ammaestra che non bisogna temere la diversità, cercando di andare d’accordo anche e soprattutto con chi non è come noi: il gattone Zorda e la timida gabbianella sono un pratico esempio. Ci educa anche sul comportamento nei confronti di alcune specie di animali, che, quando assumono caratteristiche particolari, vengono ghettizzati o sfruttati : vedi i pappagalli parlanti chiusi in gabbia, certi animali esibiti nei circhi o negli zoo, i delfini costretti a fare i pagliacci nelle piscine. Infine un grande mònito: non avere paura di sperimentare o affrontare l’ignoto, e la gabbianella è un esempio per tutti, umani compresi. “Vola solo chi osa farlo”, miagola Zorba, con le lacrime dell’addio che annebbiano i suoi occhi gialli “di gatto nero, grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto”.
Da leggere senz’altro, e, per chi l’ha già letto, da rileggere, per riflettere e capire.


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"Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà", "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza", e "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico" dello stesso Autore.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Un delitto a Palazzo Galletti.

In primo piano Palermo, “bella e morbosa”, come la definisce l’autrice. Una città unica, con i suoi vicoli, le sue viuzze trafficate, i suoi palazzi fatiscenti un tempo dimore nobiliari, ora abbandonati, rifugio di diseredati e nascondiglio di malavitosi. Una città piena di luci e ombre, appiccicosa sotto il bruciante sole di ferragosto, ricettacolo di vizi e virtù, laddove le dimore sfarzose delle famiglie che contano fanno da contraltare a piazzette ed angoli dimenticati, maleodoranti di rifiuti, palcoscenico indiscusso di un’umanità colorata e vivace, allergica a divieti, leggi e regolamenti.
Sullo sfondo di questa città così bella e piena di contraddizioni, ecco, a sbalzo, i personaggi della storia, quelli che spiccano di più. Sono due commissari di polizia. Lei, Marò Pajno, una donna ancora bella, decisa, amante della buona cucina e ottima cuoca, lui, Sasà D’Alessandro, rozzo, grossolano, deluso dalla vita e dal lavoro. I due si vogliono bene a modo loro, a volte convivono, lei lo ritiene il suo fidanzato, lui è stanco, sfiduciato, non vede l’ora di mollarla. Un delitto li accomuna nelle indagini: a Palazzo Galletti, una vecchia e malandata dimora che aveva conosciuto fasti d’altri tempi, divenuta poi bordello e infine abbandonata, viene barbaramente uccisa una ragazza d’alto lignaggio, Giulia, che, affetta da una rara malattia, lo xeroderma pigmentoso, aveva lasciato la famiglia (i nobili Arcuri) per vivere da sola in un appartamento del palazzo, lontana dai suoi e soprattutto (lo richiede la malattia) dalle luci del giorno. La giovane è bella, diafana, è incline ad inquietanti incontri amorosi variamente declinati: non disdegna incontri a tre e, durante uno di questi, accade l’imprevedibile. Le indagini procedono a rilento, Marò scava nella famiglia della vittima, nelle sue conoscenze, evita che venga incolpato un poveraccio mentalmente ritardato che si rifugiava nei meandri del palazzo e provvedeva a bagnare periodicamente le piantine di basilico sul balcone della ragazza (da qui il titolo!). Alla fine i colpevoli confessano, Sasà lascia definitivamente la sua compagna che però, vedi i casi della vita!, trova consolazione in modo imprevedibile ed inatteso.
Il romanzo si legge piacevolmente, i personaggi hanno un loro spessore ben definito, la storia è ben costruita anche se il finale, intendo la conclusione delle indagini e l’individuazione dei colpevoli, appare un po’ affrettato e sbrigativo. Traspare dal racconto la simpatia umana per le figure secondarie: vedi, ad esempio, quel Karol, vagabondo dell’Est, che dorme per strada, tiene pulito il suo giaciglio e lava i panni nella fontana della piazza, sempre pronto ad aiutare in qualche modo il prossimo, oppure quella Maria, la “buttana”, che staziona davanti a Palazzo Galletti, piena di umanità e dispensatrice di buoni consigli. Negativi in genere i giudizi sulle persone di rango: pochi sono i cosiddetti “nobili” che si salvano (ad esempio la madre di Giulia, dolente e compassionevole), altezzosi o frivoli quelli che contano, come il questore Bellomo e il viscido medico legale Burgio.
Negli ultimi capitoli ritorna prepotente in primo piano Palermo, con i suoi colori e la sua voglia di vivere: è passato Ferragosto, si prepara la festa della patrona Santa Rosalia, il caldo e l’arsura feroce sono interrotti da violenti temporali, con pioggia e grandine che mitigano la siccità e lasciano spazio al sereno, “ una distesa di stelle lucide come argento… su una città grata e finalmente paga”. E il 4 settembre ecco la cosiddetta “acchianata”, la salita del popolo in festa al Santuario della Santuzza, in cima al Monte Pellegrino, in un tripudio di bancarelle chiassose, luci, canzoni napoletane, rosari e litanie…
Alla fine del romanzo, un utile glossario con la traduzione in italiano dei termini e delle frasi in dialetto siciliano.



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Gli altri romanzi di Giuseppina Torregrossa.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Kim Stone contro i crmini d'odio razziale.

Un altro thriller che ha come protagonista la già nota Kim Stone, una detective decisa, sempre sul pezzo, nemica dei compromessi: un vero maschiaccio, che detta legge ai colleghi maschi e che adora le motociclette veloci. La ragazza, dotata anche di una abilità investigativa fuori dal comune, è a capo di una squadra che la segue senza batter ciglio e ne condivide i successi.
Questa volta però è costretta a collaborare con un collega con cui ha avuto in passato forti dissapori: l’accordo non è facile, i litigi sono frequenti, i due non riescono a chiarire i veri motivi dell’antipatia che aleggia sempre tra loro e che rischia a volte di rallentare e complicare i procedimenti investigativi. La storia inizia con il ritrovamento occasionale, durante uno scavo archeologico nelle campagne del Black Country in Gran Bretagna, di alcune ossa umane in un campo in prossimità delle residenze di proprietari terrieri: le ossa (si saprà poi che erano di tre individui scomparsi qualche decina di anni prima) sono esaminate da una anatomopatologa esperta che ne studia le particolarità anatomiche ed emette i primi verdetti. Le indagini brancolano dapprima nel buio, poi iniziano perlustrazioni ed interrogatori dei proprietari del terreno e vengono lentamente alla luce riscontri che fanno sospettare colpe antiche e recenti. Si scopre che il movente principale degli omicidi, perché di omicidi si tratta (le ossa hanno rivelato fori di proiettili e incrinature da tagliole da caccia), è l’intolleranza razziale, tramandata da padre in figlio in un clan familiare, che negli anni è sfociata in una vera e propria ondata di odio e di violenza nei confronti di persone a vario titolo “diverse”. La brava Kim Stone indaga con cautela in un ambiente difficile e chiuso, mentre altre aggressioni e delitti complicano l’iter investigativo. Il thriller raggiunge un’alta tensione emotiva quando viene rapita un’agente di colore, giovane ed inesperta, che per mostrare le sue capacità aveva iniziato un’indagine per conto proprio cadendo, con un inganno, nella rete del clan. Gli ultimi capitoli del romanzo tengono sulla corda il lettore: la Stone ed i suoi scoprono il covo dei razzisti, un luogo di torture ed orrori (tagliole per ostaggi sequestrati che tentavano la fuga, cani addestrati ad azzannare ed uccidere), liberano la collega e fanno luce su colpevoli e complici. Naturalmente, alla fine, Kim ed il collega con cui aveva problemi personali in sospeso chiariscono il loro rapporto e, per così dire, fanno la pace.
Il thriller scorre abbastanza ben sostenuto, con capitoli brevi e colloqui serrati. Non ci sono momenti di pausa, il ritmo narrativo è forse troppo veloce, tale da far perdere qualche volta l’orientamento della vicenda nel susseguirsi rapido degli eventi. In compenso il tema trattato, quello dell’odio razziale, è sotto diversi aspetti di grande attualità, e deve ancora una volta far riflettere e radicarsi nella nostra coscienza.
Alcuni critici letterari hanno paragonato Angela Marsons a Patricia Cornwell e James Patterson: il paragone, a mio giudizio, è per ora azzardato: la Cornwell, a parte gli ultimi romanzi (ad esempio “Quantum”), resta ancora la regina del genere, mentre Patterson, soprattutto negli ultimi gialli (cito ad esempio “Il Presidente è scomparso” del 2018), è secondo me più interessante e godibile.

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Gli altri thriller di Angela Marsons.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    26 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Tre omicidi nella Bologna del 1944

L’inverno più nero del titolo del libro è quello del 1944, l’ultimo inverno di guerra, in una Bologna quasi al confine tra un’Italia già liberata ed una ancora occupata dall’esercito tedesco, illuso di poter capovolgere gli esiti del conflitto grazie ad armi nuove e mirabolanti. Ma l’esito sembra ormai segnato, Bologna è dilaniata dai bombardamenti, in città cumuli di macerie, palazzi e teatri sventrati dalle bombe, mentre la gente fa la fila per un po’ di cibo ed il centro (quella “Sperrzone” che dovrebbe essere risparmiata dalla distruzione) ospita rifugiati, tra perlustrazioni delle SS, arresti da parte delle famigerate Brigate Nere e, di notte, qualche rapida incursione dei partigiani di Giustizia e Libertà. Freddo e nevischio attanagliano la città, per po’ di olio e di burro si è disposti a barattare di tutto, nelle cantine sono stipati animali, che i contadini cercano di proteggere e salvare dagli scontri. In questo bailamme, dove i tedeschi impongono la legge del taglione( dieci ostaggi fucilati per ogni soldato ucciso) e le milizie fasciste si distinguono nei famigerati locali della Facoltà di Ingegneria per interrogatori e feroci torture, svolge la sua attività investigativa il commissario della Polizia Politica De Luca, protagonista del romanzo e di tanti altri dello scrittore. De Luca ha sempre agito con coerenza ai giuramenti prestati, è apprezzato per la sua abilità nel risolvere casi complessi ma comincia a porsi domande, non ha più la sicurezza di un tempo, gli avvenimenti incalzanti turbano la sua coscienza e creano dubbi laceranti. Intanto, tre omicidi in rapida successione richiedono il suo intervento. Il primo morto ammazzato è un caporale tedesco, strangolato, senza divisa, che, si saprà poi, aveva disertato e commesso furti di preziosi, pronto a fuggire abbandonando la sua amante, una ragazza bolognese in attesa di un figlio. Il secondo omicidio riguarda un noto medico universitario, viveur incallito, ucciso con un colpo di pistola: un marito geloso o la vendetta di una donna? Il terzo ucciso, dopo feroci percosse, è un noto e ricco ingegnere, caduto nelle grinfie delle Brigate Nere con la falsa accusa di antifascismo: ma si vedrà che ben altre erano le motivazioni. L’incarico di indagare viene assegnato all’abile De Luca da vari committenti, che confidano nell’esperienza del commissario nel risolvere rapidamente le indagini: anche perché, nel caso del militare tedesco ucciso, la prassi era quella consueta di fucilare dieci ostaggi qualora non si fosse trovato il colpevole. Il povero De Luca, da bravo e sagace poliziotto, inizia a lavorare, ma sente la fatica ed il peso degli anni: prova brividi di paura quando deve frequentare gli uffici delle SS, si sente spaesato ed in conflitto con le regole della Polizia quando viene in contatto con esponenti delle brigate partigiane o con nascondigli di ebrei, deve fare i conti con la sua coscienza di uomo e la sua innata bontà d’animo. Conoscerà personaggi che lo aiuteranno, correrà il rischio di essere arrestato, scoverà testimoni che gli salveranno la vita: alla fine, in un modo o nell’altro, i colpevoli saranno individuati, ma a quale prezzo e con quanta fatica! Lucarelli tratteggia la figura di De Luca con la consueta maestria narrativa, facendone un personaggio in cui, nel particolare momento storico in cui si trova ad esercitare le sue funzioni, riesce a coniugare, in modo sia pure sofferto, l’attività lavorativa da sbirro (“stai tranquillo” gli dice un collega “dovunque, in qualunque momento, ci sarà sempre bisogno di gente come noi”) con l’ormai certa consapevolezza di una fine vicina e di una nuova realtà. Ed è a questa nuova realtà che piano piano si adegua, con dubbi e perplessità, ma con l’intima convinzione che non è più possibile tornare indietro, ad un passato pieno di ombre. Anche se “quel gelo livido e marcio, quell’aria gonfia che lo soffocava erano dappertutto…se lo sarebbe portato dentro per sempre, quell’inverno. Quell’inverno così ruvido e freddo. Così nero”.
E la Bologna di quell’inverno, poi! O meglio, il fantasma di una Bologna ridotta allo stremo, affamata, con gli anfratti dei teatri e dei palazzi bombardati ridotti a rifugi o nascondigli per famiglie disperate, una Bologna fango e neve, una Bologna sospesa tra “l’inverno più nero” e la speranza di una imminente rinascita. E la Bologna di quell’inverno del 1944 è documentata da Lucarelli in modo realistico e minuzioso, sembra di viverci immersi dentro, soprattutto per uno che come me ha vissuto da ragazzino gli ultimi anni dell’ultima guerra, e che ancora oggi ricorda gli allarmi notturni, le incursioni aeree, l’ascolto delle radio clandestine e, alla fine, l’arrivo dai monti dei camion pieni di partigiani festanti.

Per la Storia, Bologna dovrà aspettare ancora qualche mese, fino al 21 aprile 1945, quando, all’alba, le truppe alleate, dopo aver sfondato la linea Gotica, ed alcune brigate partigiane entrarono in città, già abbandonata da tedeschi e fascisti, senza sparare un colpo.

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"Intrigo italiano" e Peccato mortale" dello stesso autore.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Indagini degli agenti Bosch e Ballard su "casi fre

Ritorna Harry Bosch, forse il personaggio più amato da Michael Connelly, in una nuova avventura,”La fiamma nel buio”. E’ l’ultima fatica (2019) del famoso scrittore e giornalista, appassionato lettore dei romanzi di Raymond Chandler e creatore appunto della figura del celebre detective del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD). Bosch è in pensione da tre anni, comincia a sentire il peso degli anni, si appoggia ad un bastone per guai al ginocchio ma, animato sempre da un innato e irrinunciabile amore per la giustizia, non esita a rendersi in qualche modo utile, collaborando attivamente (per la seconda volta, la prima nel romanzo “La notte più lunga”-2018) con un nuovo personaggio, la detective Renée Ballard: una singolare collega, che vive in una tenda sulla spiaggia con la compagnia di un cane, ama gli sport acquatici ed è relegata ai turni di notte, avendo avuto in passato qualche problema con un diretto superiore per molestie sessuali. I due si dedicano ai cosiddetti “cold cases”, inchieste non risolte, sepolte da anni di bugie e volute dimenticanze. Formano una coppia ben affiatata e decidono di riportare alla luce un vecchio caso di omicidio mai chiarito, risalente al 1990, quasi trent’anni prima: un giovane di 24 anni, Elvin Hilton, con precedenti penali e di droga, viene ucciso a colpi di pistola in macchina, e, quello che appare più strano, il suo fascicolo giudiziario viene ritirato e conservato per anni, senza ulteriori annotazioni o indagini, da un anziano detective, John Jack Thomson, che andrà poi in pensione e morirà nel 2000. I due indagano a tutto campo, dividendosi i compiti o agendo in coppia: recuperano il fascicolo, scovano i testimoni di allora, i parenti, gli spacciatori di quegli anni, procedono ad intercettazioni ed interrogatori incontrando difficoltà d’ogni sorta e verità amare, nascoste dalla polvere degli anni. Mentre portano a buon fine l’indagine, non trascurano altri casi, anche questi altrimenti destinati a finire irrisolti: l’atroce morte di un ragazzo nell’incendio doloso della tenda in cui viveva (ma era rampollo di una famiglia ricca, e c’era in ballo una cospicua eredità) e l’assassinio di un giudice da parte di un killer prezzolato. I due casi rivelano, alla fine di complesse indagini, un denominatore comune: le attività illecite di uno studio legale ed un insolito killer, un’avventuriera cubana. Gli ultimi capitoli del giallo sono avvincenti, un susseguirsi di colpi di scena spettacolari che mettono in pericolo la vita della coraggiosa partner di Bosch
E’ un thriller ben confezionato, con la giusta tensione emotiva: merito di uno scrittore che unisce ad una straordinaria e coinvolgente abilità narrativa, una particolare attenzione ai risvolti psicologici dei personaggi. A tale riguardo, particolarmente toccante il quarantesimo capitolo, tutto dedicato all’incontro di Bosch con la figlia Maddie.
C’è infine un particolare che ci fa supporre un proseguimento della collaborazione della coppia Bosch-Ballard: tra le carte trovate in casa dell’agente Thomson, Bosch scopre documenti sull’assassinio di una giovane nel 1982, sul quale si è indagato poco e male senza scoprire il colpevole. Sarà argomento per un prossimo thriller? Ce lo auguriamo, perché l’accoppiata Bosch-Ballard sembra funzionare alla grande.



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Consigliato a chi ha letto...
I thriller di Michael Connelly.
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Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
5.0
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5.0
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5.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ghezzi e Carella indagano per conto proprio.

Siete stanchi e saturi della prosa sovente sgrammaticata e imperversante dei cosiddetti social, dei decreti e delle ordinanze che ci assillano, delle solite noiose comunicazioni burocratiche e di un certo giornalismo d’accatto che si insinua con titoloni perentori nella nostra quotidianità? Godetevi allora questo bel romanzo di Alessandro Robecchi e la sua scrittura elegante, forbita, priva di sbavature, ammiccante quando occorre, sempre godibile. Un’oasi di serenità, un testo da leggere magari accanto ad un caminetto, di sera, sorseggiando un buon vino d’annata e abbandonandovi alle smaliziate vicende degli ormai ben noti protagonisti dei gialli robecchiani: l’imperturbabile autore di televisione spazzatura e investigatore per caso Carlo Monterossi, la sua fidata Katrina, cuoca moldava e sopraffina nonchè severa custode del palazzo, e soprattutto i due straordinari ed originali tutori della legge Ghezzi e Carella. I due poliziotti questa volta sono gli assoluti protagonisti del romanzo, relegando Monterossi al prologo allorquando il sovrintendente Ghezzi, invitato a cena con la moglie Rosa, lo mette al corrente delle ultime vicende professionali (qui narrate: ”Che ne sa, lei, di quello che c’è là fuori, Monterossi?”). I due poliziotti operano ognuno per conto proprio. Ghezzi è alla ricerca di un detenuto dimesso dal carcere e misteriosamente scomparso: Franca, la morosa, è disperata e teme per la sorte del suo uomo. Carella invece, vecchio lupo solitario, chiede le ferie per dar la caccia con mezzi non proprio ortodossi ad un delinquente, anche lui scarcerato, ma gravato da sospetti di violenze, pestaggi ed omicidi ancora non ben chiariti. Ma Carella indaga, si cala nei panni di malavitoso, frequenta i luoghi più malfamati di una certa Milano sotterranea che si anima di notte, con bar e locali che sono solo coperture, con buttafuori nerboruti e clienti con i cellulari sui tavoli, pronti a rispondere a chiamate di servizio: locali dove non mancano boss in doppiopetto, che gestiscono affari milionari con la malavita ma che, all’occorrenza, sanno manovrare anche le graduatorie di concorsi pubblici sfruttando conoscenze ed appoggi nella Milano che conta. Le imprese di Carella trapelano in Commissariato, si teme che l’agente si adegui troppo alle circostanze in cui opera usando mezzi illegali e così il buon Ghezzi, l’amico e collega, viene incaricato di sorvegliarlo discretamente, senza dar nell’occhio. Intanto succedono altri fatti: un furto di gioielli e monete in casa di un ingegnere, il pestaggio mortale di un vecchio antiquario, un pacco di droga che scompare, un giro sospetto di prostitute… Alla fine tutti i nodi irrisolti delle indagini vengono sciolti, grazie anche alla collaborazione tra i due protagonisti che ritrovano la vecchia amicizia, sia pure con un risvolto punitivo per le iniziative poco regolamentari del sovrintendente Carella. Mai forse come in questo giallo emergono le caratteristiche, magistralmente delineate, dei due poliziotti. Ghezzi è tranquillo, metodico, rassegnato ad un tran tran lavorativo monotono, scandito da indagini di basso livello, scartoffie da consultare, ordini da eseguire tacendo. Carella è tutt’altro: il desiderio di punire i colpevoli, di fare in qualunque modo giustizia, di perseguire chi tenta di farla franca è troppo forte, a tal punto da fargli trasgredire a volte leggi e regolamenti. C’è in lui un sacro fuoco che lo divora, soprattutto quando le vittime sono deboli, indifese o ingiustamente accusate. Ed è solo, il bravo Carella: nessuno l’aspetta a casa, si svaga con passeggiate ai giardini pubblici di Milano, fra l’altro vicini alla Questura, ed accarezza l’idea di comprarsi un cane, che, si sa, è amico fedele e chiede in cambio solo qualche carezza. Ghezzi invece ha la Rosa che l’aspetta a casa: i manicaretti che gli prepara ed i pettegolezzi che gli racconta lo consolano delle beghe di una vita di lavoro routinaria. I due, a loro modo, sono diversi ma complementari, e l’amalgama che tra loro si crea è straordinaria: si cercano, collaborano, sono funzionali ed i risultati si vedono, chiari e inequivocabili. Ma quanta differenza tra il loro mondo (suggerisce Ghezzi a Monterossi durante la famosa cena) e il mondo falso e patinato raccontato in TV, dove tutto è caricatura e non si sa veramente “cosa c’è là fuori”.
E poi c’è la Milano di sempre, quella che vive di notte piena di misteri e di attività più o meno proibite, ostelli miserabili, bilocali in caseggiati anonimi dove ruotano prostitute sfruttate senza scrupoli, e quella alla luce del sole, il centro, via Farini, piazza Cavour, la Questura, la periferia con le sue cascine e via via fino a Malpensa, le pozze ed i laghi del varesotto. E’ una Milano grigia, vista con occhio malinconico e quasi senza speranza, una Milano che si consuma lentamente in una quotidianità ripetuta e disarmante.
La scrittura è incisiva, senza retorica e svolazzi. I personaggi sono sempre indovinati: manca ancora un cane per Carella, ma forse lo incontreremo nella prossima puntata.

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Gli altri gialli di Alessandro Robecchi
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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    03 Aprile, 2020
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Fiato sospeso fino all'ultimo !

“L’ombra” (2019) è il terzo psicothriller della giornalista tedesca Melanie Raabe, scrittrice di gialli oltre che di apprezzati testi teatrali e racconti. Il giallo ha come protagonista una donna in carriera, Norah Richter, giornalista capace e attenta, trasferitasi per lavoro da Berlino a Vienna. Sola, diffidente, gran fumatrice, vive in un piccolo appartamento, tra scatoloni ancora imballati, in una Vienna apparentemente ostile, fredda, grigia, percorsa da gente indaffarata e poco comunicativa. Ma una sera, ecco l’imprevisto: una mendicante ( tale almeno in apparenza) le predice che l’11 febbraio, al Prater, sarà costretta a uccidere volontariamente un uomo, Arthur Grimm. Inizia così tutta la storia. La poveretta non si capacita, vorrebbe andare a fondo, capire il perché di quel vaticinio misterioso. Si susseguono intanto eventi strani: nell’appartamento spariscono oggetti, si sentono strani rumori alla porta e sulle scale, telefonate misteriose turbano le notti insonni di Norah. Riaffiorano ricordi del passato (un amore finito, il suicidio di un’amica d’infanzia) e si fanno insistenti le telefonate anonime, che approfittano dell’emotività di Norah incitandola al delitto e dipingendo Arthur Grimm, la vittima predestinata, come un individuo ignobile, indegno di vivere. Le indagini che Norah conduce, sempre più perplessa e impaurita, la porteranno a conoscere lo stesso Grimm…
Il romanzo tiene sulla corda il lettore fino all’inaspettato finale (vero colpo di scena teatrale). La tensione è palpabile, ben calibrata: è come una lama luccicante e affilatissima che percorre tutti i capitoli, tra chiari e scuri, ben manovrata con uno stile tagliente e originale. Non c’è spazio per divagazioni: tutta l’attenzione è per Norah, le sue paure, le persone che incontra, la sua speranza di finire, in qualsiasi modo, l’esperienza allucinante che sta inspiegabilmente vivendo. Il finale, come già detto e così come la scrittrice l’ha congegnato, ha una struttura spettacolare e sorprendente: dato che ogni dettaglio del libro trova alla fine una sua spiegazione, si consiglia una lettura attenta anche a particolari apparentemente insignificanti. In questo giallo, a mio parere, emergono le due vocazioni di Melanie Raabe. Oltre alla vocazione squisitamente letteraria per il genere (si legga soprattutto l’emozionante e coinvolgente “La trappola” del 2017), è evidente anche la sua esperienza di testi teatrali: ne è testimonianza l’ultima “scena” del thriller, rappresentata magistralmente come spettacolo da palcoscenico.
Il thriller è scritto con grande abilità e maestria: vale la pena di leggere anche gli altri due romanzi della Raabe, il già citato “La trappola” del 2017 e “La verità” del 2019.

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"La verità" e "La trappola" della stessa autrice.
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Fantascienza
 
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3.3
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3.0
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3.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Marzo, 2020
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La violenza sulle donne in una Milano futuribile.

Suscita molte perplessità questo nuovo libro, edito nel 2019 da Zona42 (“Editori di fantascienza e altre meraviglie”), di Nicoletta Vallorani, autrice di romanzi fantasy, anche per bambini, e insegnante di letteratura inglese all’Università degli Studi di Milano. Stupisce la storia in sé, certamente fuori dal comune, ambientata in una Milano del futuro, irriconoscibile e stravolta da una nuova organizzazione sociale e politica. Manca, nella storia, un filo logico che permetta di orientarsi: il racconto delle varie vicende che si susseguono disordinatamente si intuisce con una certa fatica e con molta immaginazione. Si viene a sapere così che questa nuova Milano ha un nucleo centrale, ben protetto e circondato da un muro invalicabile, abitato da classi ricche e potenti; si parla anche di un non meglio definito Profeta, autorità suprema, e di una fantomatica casta di Sacerdoti, nonché di Martiri, probabilmente immolatisi per cause che non è dato sapere. Attorno alla città privilegiata, una popolazione più modesta, un’altra cinta muraria e, all’esterno, desolazione e paura: derelitti e profittatori, in cerca di cibo e di espedienti per procurarselo, tra sacche di miseria e capannoni abbandonati. L’atmosfera è plumbea, fa freddo, le strade sono fangose e impraticabili, una cappa di piombo copre e nasconde ogni cosa, anche se (così ha inizio il romanzo) non riesce a celare del tutto un mucchio di cadaveri di donne, abbandonati tra le macerie di una desolata periferia. “Donne?” si chiede l’autrice” o piuttosto cavie, cloni, cose?”. Ed ecco, a poco a poco, delinearsi i protagonisti, due singolari sopravvissuti raziocinanti, animati dall’incrollabile speranza di cambiare il mondo: una specie di anziano investigatore, Nigredo, con tanta esperienza alle spalle, ed una spericolata tassista, Olivia, anime gemelle e disperate, pronte a battersi per la ricerca della verità, o meglio di quel filo che possa far luce su verità celate e terribili. Veramente terribili appaiono da un comunicato riportato in un fantomatico “Archivio anarchico” nascosto in un altrettanto misterioso Serbatoio Ghisolfa, in cui si descrivono due tipologie di corpi violabili, le “cavie, o corpi fantoccio” da probabile clonazione (siamo nel futuro!) e le “cavie regine”, utilizzate come matrici. Un quadro allucinante tra le macerie di una Milano irriconoscibile ( ingressi della Metropolitana distrutti e colmi di macerie, palazzi diroccati, il centro ridotto ad ammassi di rovine), in cui resiste solo il carcere di San Vittore (“ un profilo azzoppato, sghembo e autorevole, nella piccola piazza in cui è rimasto in piedi”), rifugio di disperati in cerca di un tetto. Nigredo e Olivia si trovano, indagano, frequentano amicizie ambigue e sfuggenti, cercano di sopravvivere in una realtà cupa e piena di imprevisti, guidati da istinti primordiali e da consunte mappe di una Milano che fu, trovate in una vecchia libreria. Alla fine arriverà la grande vendetta dei due protagonisti contro un potere che ha istituzionalizzato la criminalità e la violenza: salterà per aria tutto, con esplosivi e inneschi di bombe conservati gelosamente nel tempo.
Il filo del racconto è comunque difficile da seguire e ricordare, occorre un notevole impegno nella lettura ed una grande immaginazione.
In effetti questa Milano del futuro, piena di paure, violenza, disperazione ed efferatezze di ogni genere, rappresenta un quadro di eventi possibili non escludibili a priori, una sorta di monito per le generazioni a venire, oltre che un invito a riflettere sull’utilizzo distorto e immorale delle più avveniristiche scoperte scientifiche, manipolazioni genetiche comprese. Il tema dominante, quello della violenza gratuita e tollerata sulle donne (ridotte a “cose”) emerge in tutta la sua drammaticità, con particolari volutamente agghiaccianti: l’autrice si fa portavoce della dolorosa consapevolezza di un problema che sembra, oggi come in un lontano futuro, non avere soluzioni. Grande è a questo riguardo il merito della Vallorani nel narrare, inducendo a riflettere sugli eterni temi della vita e della morte. Lo stile è del tutto personale, nervoso, scattante, frasi brevi, allusioni, sospeso tra realtà e immagini fluttuanti come sogni vissuti ed inespressi.
Concludo con un pensiero di Olivia, meritevole di riflessione: “Non si vive per sempre, anche se certe volte è pesante persino esistere per un solo minuto”. Oscilla tra la speranza in un mondo migliore, forse irraggiungibile, e la disperazione per il momento vissuto: questo è, mi pare, il succo di tutte le vicende narrate.


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Ne consiglio la lettura solo perché nessun libro andrebbe sconsigliato: bisogna leggere di tutto, e poi farsi un'idea personale. Lo consiglio a chi ama i libri fantasy raffinati, tipo "La via delle tenebre" di Brent Weeks o "Il trono della luce crescente" di Saladin Ahmed.
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Romanzi
 
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4.3
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5.0
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Marzo, 2020
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Una bella favola (anche per grandi)

Loriano Macchiavelli, narratore poliedrico (una vastissima produzione, anche in collaborazione con Francesco Guccini), e la figlia Sabina (insegnante di scrittura creativa e di lingue straniere) hanno proprio costruito una bella favola, e non solo per bambini. “La bambina del lago” (già il titolo è molto suggestivo) ha infatti tutti gli ingredienti di una fiaba: il paesaggio, i personaggi (animali compresi), le vicende, la struttura della trama narrativa, tutto trasporta il lettore in un mondo quasi ai confini della realtà, dove l’immaginazione e la fantasia lo conducono per mano, obbligandolo a seguire percorsi dove ricordi del passato e nostalgia si confondono e fanno riflettere. La storia è semplice. Il dottor Astorre, medico, e la figlia Aladina lasciano Bologna e si trasferiscono nel paese di nascita della mamma, morta da anni, sui monti dell’Appennino tosco-emiliano. Qui il dottore apre il suo ambulatorio. Siamo negli anni ’30, stagione estiva: la piccola, ormai decenne, stenta ad ambientarsi, pur coccolata dalla brava Cleonice, già al servizio della madre Gialdiffa, che le fa da tutrice e cerca di metterla a suo agio in un nuovo mondo, quello povero e contadino, dove la vita scorre sempre uguale, tra i riti dei lavori campestri e le chiacchiere in osteria. Tanti e ben caratterizzati sono i personaggi: Gufo, un ragazzino scontroso e ribelle, che vive mimetizzandosi tra i cespugli e vede misteriosamente al buio, sua madre Verginia (con la “e”, come s’usa ancor oggi in certi dialetti), il Professore, di provenienza ignota, immerso tra i libri della sua vastissima biblioteca, Drago e la sua banda di giovani scapestrati, Libertario Chiaramonti, il podestà del paese, ex socialista, i capi fascisti del posto, Panzagrassa e Zagolin, comicamente descritti nei loro comportamenti autoritari (saluto romano compreso), Barbazza, un gigantesco omone, che incute timore e vive nel Palazzaccio, sede un tempo dei Signori del posto… L’ambiente è da cartolina: ci sono la casa colonica dove dimora Aladina, l’osteria del paese, il piccolo santuario di San Cigolino, il già citato Palazzaccio, tetro e pieno di misteri, un bel lago, formatosi in seguito alla costruzione di una diga, sul cui fondo si intravvede il vecchio paese sommerso, e poi prati, grotte, monti, insomma un insieme che a poco a poco conquista la timida Aladina che, guidata dal suo nuovo amico Gufo, sembra apprezzare questa nuova vita fatta di impreviste conoscenze e divertenti scoperte. Tra queste, strani animali da fiaba: il ghiro Codanera, la gallina Cococo e il liguarro, uno strano tipo di ramarro che si confonde con l’erba dei prati, nuota e perfino si libra nel cielo... Ma Adelina e Gufo hanno anche strani poteri: se Gufo vede al buio, Adelina sente campane suonare e per di più vive esperienze del passato, turbando il padre che non si capacita e chiede lumi al coltissimo Professore. Ma Adelina, così sentenzia il vecchio saggio, non è bugiarda né folle: ha solo tanta fantasia e immaginazione, sogna ad occhi aperti, ha insomma un “cuore puro”, ancora immune da condizionamenti e pregiudizi.
Il racconto, i cui titoli dei capitoli sono descrittivi, come nelle Avventure di Pinocchio o in certi romanzi inglesi dell’Ottocento, ha uno stile arioso, semplice, con molti termini dialettali: potrebbe essere adatto alla lettura anche in una scuola primaria. Ma, come dicevo all’inizio, anche gli adulti possono trovare spunti di riflessione: sui sogni dei più piccoli, sulle meraviglie dell’immaginazione, sul significato di cosa voglia dire avere un “cuore puro” e riuscire a “sentire” e “vedere” cose che alla maggior parte degli adulti non è più possibile sentire né vedere. Suggestivo in tal senso il finale, quando l’illustre Professore invita i bambini a non permettere mai a nessuno di costringerli sul mostruoso letto del mitologico Procuste: vale a dire, fuggite chi vorrà indurvi ad un unico modo di pensare e comportarsi, soffocando la vostra libertà di pensiero e di comportamento.
Dimenticavo: nel romanzo sono anche citate una visita di Guglielmo Marconi al paese, per uno straordinario esperimento scientifico, ed una capatina, in tempi remoti e di passaggio, nientemeno che di Giotto, testimoniata da un reperto ben nascosto nel piccolo santuario.
Buona lettura ed una raccomandazione: lasciatevi trasportare dai ritmi e dalla fantasia di una bella favola!

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Altri libri di Loriano Macchiavelli
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90
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Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    22 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Le amare vicende di tre giovani in un Paese esotic

Dopo “La vedova” (2016, un grande successo) e “Il bambino” (2017), Fiona Barton, giornalista inglese di varie testate, esce nel 2019 con “Il sospetto”. Dirò subito che il thriller (così viene definito) non mi ha intrigato più di tanto. La storia inizia con la scomparsa di due amiche diciottenni, in vacanza in Thailandia, che da un po’ non danno più notizie; si dà il caso che anche il figlio della giornalista Kate Waters, la protagonista narrante del giallo, non si faccia vivo da mesi, da quando partì, zaino in spalla, per il Sudest asiatico in cerca di sé stesso e di nuovi stimoli dopo aver inspiegabilmente abbandonato studi promettenti. Insomma, tre giovani come tanti, partiti alla ventura per fare esperienze e per divertirsi. Le due incaute ragazze sono a Bangkok, hanno interessi diversi: una, Alex, vuole visitare il paese, spinta da interessi e curiosità propri del turista, l’altra, Rosie, è più portata a folleggiare, in una città dove eccessi di ogni genere e compagnie poco raccomandabili animano le notti insonni dei globe trotter in cerca di svago. Per farla breve, le due malcapitate giovani incontrano per caso il figlio della giornalista, conoscono altri ragazzi, vivono svariate esperienze sentimentali turbate da continui litigi e gelosie, fino all’evento clou del romanzo: un incendio devasterà l’ostello in cui si ritrovano e segnerà anche la loro fine. Il racconto procede su due fronti: da un canto le ricerche delle famiglie disperate, con l’aiuto della polizia inglese e, del tutto insufficiente e superficiale, di quella thailandese, dall’altro le vicende ultime delle giovani, narrate giorno per giorno fino all’esito infausto. Alla fine, resta il dubbio: il figlio di Kate viene riportato a casa, ci sono particolari nelle indagini che non quadrano e che fanno trapelare il sospetto che il giovane abbia qualche responsabilità nel tragico evento. Il finale lascia insomma l’amaro in bocca: Kate difende il figlio a spada tratta, ma è veramente convinta della sua innocenza?
La prima parte del romanzo scorre piacevolmente ed appare ben strutturata, poi, nella seconda parte, la vicenda si trascina stancamente, lasciando presagire chissà quali colpi di scena (è un thriller, no?) che stentano ad arrivare, tra indagini lunghe e confuse vicende sentimentali da letteratura rosa. Sullo sfondo una sordida Bangkok, quella degli ostelli da quattro soldi, dello spaccio incontrastato e di altri loschi traffici.
Lo stile è un po’ sciatto, dimesso, decisamente fiacco per un thriller che si rispetti e che dovrebbe coinvolgere il lettore. Anche i personaggi, a parte la protagonista Kate, appaino sfumati, senza un’evidente caratterizzazione. Da leggere comunque, se non altro per rendersi conto dei pericoli cui vanno incontro certi giovani poco accorti, in cerca di avventure e di emozioni forti, in paesi esotici.

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"La vedova" della stessa autrice.
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60
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Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Marzo, 2020
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Un delitto mascherato da errore ospedaliero.

E’ l’undicesimo giallo con protagonista Rocco Schiavone, il poliziotto fuori dai consueti schemi tradizionali che ha conquistato i lettori romanzo dopo romanzo, con i suoi modi spicci, poco attenti al potere ed alle forme ma decisivi nel risolvere casi difficili. Antonio Manzini ha fatto centro anche questa volta, ambientando gran parte dello svolgimento delle vicende in un reparto ospedaliero. Un reparto di chirurgia in cui il protagonista è ricoverato in seguito ad un intervento per nefrectomia: un maledetto proiettile infatti gli ha leso irreparabilmente un rene durante una sparatoria (sapremo anche come è andata realmente, ma è un secondario colpo di scena che l’autore riserverà alla fine dell’opera). Si dà il caso che un illustre paziente sia contemporaneamente ricoverato nel medesimo ospedale e che, durante un analogo intervento, ci lasci le penne in seguito ad una emorragia massiva e ad una trasfusione di sangue: si scoprirà anche che i gruppi sanguigni del ricevente e del donatore non corrispondono, sembra chiaramente un errore trasfusionale a causa del quale primario chirurgo e ospedale vengono colpevolizzati con la prospettiva di un cospicuo risarcimento per la famiglia. Ma il nostro sagace poliziotto intuisce che c’è qualcosa di poco chiaro e, sotto traccia e da ricoverato, comincia ad indagare. Gira nottetempo per i vari reparti, scende negli scantinati, segue furtivamente i tecnici responsabili delle sacche di sangue, conosce medici ed infermieri, riesce perfino ad uscire dall’ospedale per organizzare indagini esterne con i colleghi della questura, naturalmente con il permesso del primario chirurgo con il quale instaura un buon rapporto collaborativo. Ha un gran fiuto il nostro beneamato Schiavone: in ospedale ci sono anche personaggi sfuggenti, ambigui, soggetti pronti a tradire la professione per denaro, per non parlare degli altezzosi parenti dell’illustre deceduto. Alla fine verrà a galla la verità: l’errore trasfusionale sarà solo la conseguenza di ben altro errore, questa volta astutamente messo in atto durante l’intervento. Emerge comunque a tutto tondo la figura di questo straordinario poliziotto, ben delineato dall’autore in tutte le sue sfaccettature: Manzini fa di Rocco Schiavone quasi una “sua” creatura, creando una figura di poliziotto unica, fuori dagli schemi tradizionali, un poliziotto che manda a quel paese (per usare un eufemismo) chi si mette di traverso e intralcia il suo personale percorso investigativo ma capace anche di grandi gesti di umanità nei confronti di ricoverati più fragili, difendendoli contro evidenti soprusi e addirittura dividendo con loro i pasti che, di nascosto, si fa portare dall’esterno. Ma non c’è solo Schiavone: ben tratteggiate sono anche alcune figure di collaboratori, soprattutto quella del suo vice Scipioni le cui avventure boccaccesche ( è l’amante di tre donne, due sorelle ed una cugina, all’insaputa l’una dell’altra) costituiscono un contorno vivace ed esilarante. Il romanzo è scritto bene e con la consueta eleganza, lo stile, molto accurato anche nelle storie di contorno, fa capire che Manzini, oltre che scrittore, è anche molto abile come regista e sceneggiatore. Si attendono nuove indagini di Rocco Schiavone, anche perché con un rene solo si può vivere bene e a lungo.

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Gli altri gialli della serie Rocco Schiavone.
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Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
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4.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    24 Febbraio, 2020
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Tatuaggi mortali di un serial killer

Dopo il successo de “Il tatuatore” nel 2016, la scrittrice inglese Alison Belsham conferma con questo romanzo le sue eccellenti doti di autrice di thriller. Siamo sempre nello stesso ambiente, il protagonista è ancora l’ispettore di Brighton, Francis Sullivan: il personaggio ha una sua precisa connotazione, non è impulsivo come certi suoi colleghi più giovani, riflette a lungo prima di prendere decisioni, non azzarda conclusioni avventate anche in presenza di evidenze apparentemente decisive. I delitti con i quali ha a che fare sono raccapriccianti: giovani donne con vite difficili alle spalle vengono assalite in luoghi isolati, seviziate e marchiate con tatuaggi simbolici, impregnati di sostanze venefiche che le condurranno a morte dopo una lunga agonia. Il principale indiziato è un giovane ribelle, Alex, figlio di una tatuatrice, Marnie, legata sentimentalmente all’ispettore Sullivan: negli ultimi capitoli mozzafiato verranno a galla verità insospettate, che sveleranno il vero colpevole, naturalmente dopo una serie di colpi di scena ad alto tasso emotivo. Il thriller, che copre un arco temporale di circa tre mesi e si articola in capitoli brevi, intitolati ai vari personaggi che animano il romanzo, è caratterizzato da uno stile asciutto, tagliente, privo di fronzoli: l’azione investigativa e la successione degli eventi è interrotta saltuariamente da brevissimi capitoli nei quali vengono richiamati episodi rivelatori del passato dell’assassino. Una sorta di flashback su vicende tragiche e inconfessabili.
In conclusione un thrilling che sicuramente appassiona e che apre uno spiraglio su un terzo giallo: lo si intuisce dalle vicende di una storia che affiora parallela alla narrazione principale e che promette quasi sicuramente un seguito.

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Il thriller della stessa autrice "Il tatuatore".
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Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Febbraio, 2020
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Tra sogno e realtà, ricordando Fellini.

Accantonati Benjamin Malaussène e la sua tribù, Daniel Pennac ricorda con affetto sincero Federico Fellini, regista visionario e sognatore. “La legge del sognatore”, per chi non ha mai letto Pennac, non è di facile comprensione. Non segue un filo logico, ha una trama esile, intessuta di ricordi d’infanzia, di sogni ricorrenti, di riflessioni su presente e passato, una trama sostenuta per altro abilmente con uno stile ironico e disincantato. Al centro del romanzo Pennac pone il sogno come presenza fondamentale e condizionante, narrato con la consapevolezza di creare una storia che procede a vari livelli e che si dipana dall’infanzia via via fino all’età adulta, laddove la presenza immaginaria di Fellini si fa più pressante e nostalgica. Pennac e Fellini sono entrambi sognatori ed uniti da una particolare attenzione per i sogni ed i loro significati. Pennac ricorda nel suo romanzo che, ai primordi della sua carriera di insegnante in una scuola media del Nord, stimolava i suoi alunni, anche quelli “ più sgangherati” delle cosiddette “classi differenziate”, a tradurre su carta con frasi, disegni, brevi narrazioni i sogni della notte: il maestro poi li correggeva e ne traeva storie compiute scritte in bello stile dalle quali gli alunni avrebbero appreso come esporre correttamente i loro ricordi onirici. Così come Fellini amava ogni mattina, allo stesso modo di Pennac, riassumere con scritti o disegni i sogni della notte, traendone spunto per la regia dei suoi film. E proprio con un sogno infantile inizia il romanzo, una fuga attraverso la finestra della camera da letto con l’amico Louis in un paesaggio inondato da colate di luce che tutto travolgono e sommergono, convinto che “la luce gialla delle lampadine e la luce bianca dei neon è fatta di acqua”. E lo stesso paesaggio lo sogna da adulto, immaginando un’immersione sul fondo di una diga dove ritrova lo stesso paesaggio, le stesse strade, la chiesa e addirittura la finestra della casa dell’infanzia: il lettore confonde sogno e realtà, non sa più se Pennac descrive fatti realmente accaduti o se invece ripercorre i suoi sogni come fossero episodi di vita realmente vissuta. Del resto Pennac stesso mette in guardia il lettore: guarda, dice, che episodi raccontati come reali sono pura fantasia, che persone e fatti emergono dai miei sogni e dalla mia immaginazione. Al centro del romanzo è insomma il sogno, concepito come omaggio al grande Federico Fellini, nel centenario della nascita: un mix di ricordi autobiografici, sogni, realtà e bugie, visioni e stranezze, con l’impegno di divertirsi e divertire e la convinzione, come scriveva Fellini, che ci siano due vite, “una con gli occhi aperti, e una con gli occhi chiusi”. L’omaggio a Fellini troverà concretezza in un progetto che Pennac vorrebbe realizzare al Piccolo Teatro di Milano: un grande spettacolo rievocativo dei film felliniani, con un finale pirotecnico di balli e musiche lungo via Dante fino al Castello Sforzesco e al Parco Sempione.
Anche se l’ultimo capitolo non appare all’altezza di tutto il resto, lasciando un po’ d’amaro in bocca come un discorso incompiuto o improvvisamente interrotto, il romanzo è un’opera di grande impegno e va letto lasciandosi cullare dal mondo e dai sogni di Pennac, accanito lettore oltre che grande sognatore: perché, come ha scritto l’autore in un saggio del 1992 (“Come un romanzo”), “ la lettura è una compagnia che non prende il posto di nessun’altra ma che nessun’altra potrebbe sostituire”. Non ci dimentichiamo, aggiungo io, che la lettura aiuta anche a sognare.

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I romanzi e i saggi di Daniel Pennac.
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Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
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4.0
cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Febbraio, 2020
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La famiglia Florio alla conquista della Sicilia.

Un grande romanzo popolare, la saga di una famosa famiglia siciliana, i Florio: con quest’opera la trapanese Stefania Auci ha conquistato milioni di lettori, prima in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti (dove il libro è stato, stranamente, pubblicato per la prima volta) e poi nel 2019 in Italia. La storia, come è noto, è quella di due fratelli, Paolo e Ignazio Florio, che migrano in cerca di fortuna da Bagnara Calabra a Palermo. Con loro c’è Giuseppina, la moglie di Paolo, e il figlio Vincenzo: ma Giuseppina ha nostalgia della Calabria, della sua casa, e per sempre rimpiangerà la terra dove è nata, rifiutando cocciutamente di ambientarsi nella nuova città. Siamo agli albori del 1800, i fratelli iniziano affittando una specie di drogheria (“aromateria”, come si chiamava a quei tempi) e commerciando spezie di vario genere, in un ambiente difficile, fatto di gelosie e contrarietà di ogni genere. Ma i Florio sono tenaci, caparbi. Paolo muore di tisi, Ignazio cresce l’amatissimo nipote Vincenzo come un figlio, quel Vincenzo che pian piano crescendo assumerà la guida della famiglia, diventando l’asse portante della crescita e del successo della casata. Destreggiandosi abilmente durante i moti rivoluzionari e senza inimicarsi la casa regnante napoletana, forte di un carattere indomito pronto ad affrontare ed abbattere qualsiasi ostacolo, in pochi decenni assumerà la guida di quella che verrà considerata la maggiore attività imprenditoriale del Regno delle Due Sicilie. Attività che si esplicherà su molteplici fronti: commercio delle spezie, sfruttamento di cave di zolfo, produzioni vinicole (il famoso marsala), uso di macchinari per la lavorazione del ferro, trasporti marittimi (ottenendo dal Re addirittura il monopolio del servizio postale per la Sicilia), partecipazione in compagnie di assicurazione, quote di proprietà di navi da carico, gestione di tonnare (con la geniale idea di conservare il prodotto sott’olio dopo cottura, per una lunga conservazione)… Non altrettanto felice sarà la vita sociale: Vincenzo, anche se ricchissimo e con numerose proprietà immobiliari, è di umili origini, e sarà sempre considerato un “parvenu” dalla nobiltà locale, anche da quella in difficoltà finanziarie, costretta non raramente a chiedere prestiti proprio a chi si è creato un impero con fatiche inenarrabili. Anche la vita familiare sarà irta di ostacoli. Sposerà una milanese, Giulia, dopo una convivenza difficile e due figlie nate prima del matrimonio: solo un terzo erede maschio, Ignazio, lo indurrà a convolare a nozze. E sarà Ignazio, dopo la morte di Vincenzo nel 1868, a dare finalmente alla casata Florio un erede con sangue “nobile”, sposando una ragazza della nobiltà siciliana. Qui finisce la storia di “Casa Florio”. Una storia che inizia nel 1800 e narra gli avvenimenti fondamentali per l’ascesa della famiglia: sullo sfondo le vicende dei Borbone, i moti rivoluzionari, l’arrivo dei garibaldini e gli inizi del nuovo regno sabaudo. La storia dei Florio è anche una storia della Sicilia di quegli anni: una terra ove l’odore salmastro del mare si mescola con i profumi delle spezie, i rumori e le grida nelle strade e nei vicoli, lo sferragliare delle carrozze della nobiltà latifondista sulla via centrale di pietra che divide Palermo in quattro mandamenti. Ogni capitolo del libro è preceduto da esaurienti riferimenti storici del periodo trattato, a testimoniare l’accuratezza delle ricerche dell’autrice. Lo stile narrativo è fluido, scorrevole, alternando pagine di cronaca minuziosa degli avvenimenti a situazioni in cui nettamente prevalgono i toni melodrammatici: ad esempio la ricerca disperata ed il salvataggio in mare del piccolo Ignazio sfuggito alla sorveglianza dell’istitutrice, l’epidemia di colera a Palermo e la fuga dalla città, il ricevimento e la cena in casa Florio organizzata da Giulia, la moglie di Vincenzo, alla sua prima vera apparizione in pubblico sotto gli sguardi altezzosi della nobiltà palermitana, la morte di Vincenzo Florio ed i ricordi di tutta una vita, sospesi tra i sogni di un lungo e tumultuoso passato e la realtà di un presente che sta tristemente scomparendo. Ecco, forse è proprio a questa altalenanza tra la cronaca puntuale e minuziosa dei fatti ed il pathos di alcune pagine ( due stili narrativi diversi) che può essere rivolta l’unica critica possibile, senza per nulla sminuire la completezza e la grandiosità dell’opera.
Il dialetto siciliano è ben presente nel romanzo. Ogni capitolo è inoltre contrassegnato da un proverbio siciliano. Quello che mi sembra più attinente alla storia è il seguente: “ cu mania, ‘un pinìa” (chi si dà da fare, non patisce).
Un’ultima nota. Il romanzo racconta la storia dei Florio fino al 1968. Sapendo che l’ultima erede, Giulia Florio, è mancata nel 1989, resta da raccontare più di un secolo di vicende familiari: chissà che Stefania Auci non sia già al lavoro per colmare la lacuna!

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Le altre opere di Stefania Auci.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Gennaio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Un messaggio di speranza per un futuro migliore.

Sandro Veronesi sa descrivere magistralmente gli umani difetti e le umane virtù, che analizza e scandaglia con la precisione del bisturi tagliente di un abile chirurgo. Compone nel suo romanzo un complesso puzzle, fatto da tessere caratterizzanti momenti di vita od episodi singoli, esposti non necessariamente in ordine cronologico, di un uomo, Marco Carrera, di professione oculista, un uomo che, pagina dopo pagina, emerge come paradigma di una eroica “normalità”, fatta di tenacia, costanza, resistenza incondizionata ad ogni avversità, ma anche capacità di riflettere e di arretrare consapevolmente quando occorra. E’ lui, il “colibrì” del titolo, soprannome affibbiatogli dalla madre per la difficoltà di crescita nell’infanzia, rimediata poi da una terapia ormonale nell’età adolescenziale dagli effetti sorprendenti. Ed in effetti Marco è come un colibrì, un uccellino tenace e quasi immobile per il vorticoso battere d’ali ma anche capace, unico della specie, a volare all’indietro. Il romanzo è la storia di Marco. Una storia segnata da momenti felici (non molti) e da sventure: la separazione da una moglie inquieta e in cerca di nuove esperienze quasi sempre fallimentari, il rapporto precario con il fratello Giacomo che si trasferirà all’estero rompendo i rapporti con la famiglia, il suicidio della sorella Irene, la tragica morte per un incidente in montagna dell’amatissima figlia Adele, i continui dissapori tra i genitori (lei, Letizia di nome ma non di fatto, lui, Probo, di nome e di fatto – “nomen omen” precisa Veronesi) che moriranno entrambi dopo lunghe sofferenze, la scoperta tardiva di un cancro al pancreas che tormenterà i suoi ultimi mesi di vita. Marco sembra, nonostante tutto, appagato dalla vita. E’ disperatamente innamorato di una ragazza, Luisa, alla quale continuerà a scrivere lettere appassionate per tutta la vita, coltiva una bella amicizia con uno psicoanalista che gli risolverà molti problemi, si impegna nella vendita dei beni immobiliari dei genitori (mobili antichi, preziose suppellettili, grandi plastici ferroviari del padre ingegnere, una preziosa collezione dei romanzi di fantascienza “Urania”), ha una certa predilezione per il gioco d’azzardo che lo porterà a frequentare una bisca di dubbia fama dove accadrà qualcosa di mai accaduto in precedenza… Ma Il vero motivo della sua apparente serenità, alla fin fine, è uno solo. Adele, la sua adorata Adele, una bellissima ragazza serena e piena di vita ha fatto in tempo a dargli, prima dell’incidente mortale, una nipote, una straordinaria bambina, figlia di padre ignoto, una creatura alla quale viene dato un nome giapponese, Miraijin, che significa “l’uomo (la donna nel caso specifico) del futuro”. In effetti è una vera meraviglia, una sorta di prodotto genetico multirazziale, riassumendo nelle sue fattezze straordinarie il meglio di ogni razza. E la piccola, crescendo, dimostrerà le sue potenziali capacità diventando nel tempo non solo un esempio ma addirittura un leader riconosciuto per le speranze di una nuova generazione.
Voglio infine sottolineare due momenti in cui il romanzo raggiunge vette di vera, grande letteratura. Il primo è costituito dalle pagine commoventi in cui Marco presagisce disperato e impotente l’inattesa fine dell’unica sua figlia, la seconda è la rappresentazione spettacolare, quasi fosse un tragico set teatrale, della preventivata morte del protagonista, assistito e confortato dai parenti rimastigli: distrutto dal cancro, vorrà porre fine alle sofferenze, coadiuvato con la sedazione profonda e la successiva iniezione letale.
Un grande autore per un grande romanzo: Marco Carrera, a mio parere, si delinea già come uno dei personaggi meglio riusciti di questi primi anni nella letteratura del terzo millennio.
In appendice, una lunga serie di note su luoghi, citazioni, film ed autori riportati nel romanzo.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Gennaio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il trono saudita, una pesante eredità.

Una nuova intrigante spy story di Daniel Silva, giornalista e corrispondente dall’Egitto prima, poi alla CNN e infine solo autore di romanzi, con ampio spazio per le storie di spionaggio, soprattutto riguardanti lo scacchiere medio-orientale e le vicende geopolitiche dell’area. E’ ancora al centro della scena, come in altri diciotto precedenti romanzi, l’agente israeliano Gabriel Allon (è anche un famoso pittore e restauratore di quadri antichi), coadiuvato dall’ex agente della CIA Sarah Bancroft. L’opera può dividersi in due parti. Nella prima, molto più movimentata ed emozionante, l’azione si dipana attorno al giovane principe ereditario al trono saudita Khalid, la cui figlia Reema studentessa in un esclusivo istituto svizzero viene rapita all’uscita da scuola con la complicità e il tradimento di una guardia del corpo: i rapitori chiedono, per il rilascio, l’abdicazione al trono di Khalid. Questi, disperato, chiede aiuto all’agente Allon. Qui la trama si complica, la giovane è prigioniera in Spagna, i rapitori non si accontentano più della rinuncia al trono di Khalid, ma vogliono lui in persona: Allon si danna l’anima per dare la caccia ai rapitori, ma la fine sarà tragica e inaspettata. Nella seconda parte del romanzo, entra in scena lo zio di Khalid, l’anziano Abdullah, che, approfittando dell’allontanamento di Khalid, diventa l’unico pretendente al trono: la trama del romanzo diventa più lenta, interi capitoli sono dedicati ai rapporti politici tra Arabia Saudita, Russia e Regno Unito, con il continuo intervento dei rispettivi servizi segreti, intercettazioni, pedinamenti, colpi di scena che evidenziano la precarietà dei rapporti tra gli Stati interessati. Abdullah sembra addirittura essere il mandante del rapimento di Reema, per escludere l’ascesa al trono del nipote Khalid, ritenuto troppo aperto alla modernità. Ma anche la fine di Abdullah sarà segnata, per un errore di interpretazione dei servizi segreti russi. Torna in auge Khalid: nel frattempo Allon ha dipinto a memoria un grande quadro raffigurante la figlia rapita Reema, che il padre ammirerà commosso. Sembra che il finale del romanzo sia scontato, con l’unico erede al trono Khalid pronto a governare e rimodernare il Paese, ma le ultime righe dell’ultimo capitolo lasceranno attonito il lettore. Un colpo di scena finale sconcertante, che potrebbe minare i delicati equilibri dell’area medio-orientale. Il romanzo è coinvolgente, l’azione si svolge ai nostri tempi, tanto che tra i vari personaggi appare anche la fidanzata del giornalista arabo (l’episodio è riportato con nomi di fantasia) attirato nell’ambasciata saudita di Istanbul e orrendamente assassinato, e persino Rebecca Philby, una spia russa figlia di quel Philby agente segreto britannico che lavorò dal 1930 al 1963 per l’Unione Sovietica e che, scoperto, si rifugiò proprio in Russia. Lo stile narrativo è incalzante, preciso nei dettagli: l’autore del resto è un profondo conoscitore dei problemi dell’area geografica trattata. Nelle note in appendice, precisazioni approfondite su luoghi e personaggi.
In conclusione, un romanzo interessante e “attuale”, da non perdere.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Gennaio, 2020
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Un centenario alle prese con i potenti della Terra

Jonas Jonasson, l’autore svedese di questa nuova originale avventura del suo personaggio preferito, il centunenne Alan Karlsson, non è certo un tipo comune: nato nel 1961, dopo un esaurimento nervoso si trasferisce in Canton Ticino, esordisce e vince subito con “ Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (è in corso la sceneggiatura per un film), , torna in Svezia dove vive l’esperienza di un burrascoso divorzio dalla moglie indonesiana, viaggia e s’innamora delle atmosfere lacuali (adora Lugano, i laghi di Como e Maggiore), pubblica infine quest’ultima avventura del suo prediletto protagonista, “Il centenario che voleva salvare il mondo” (2019), arzillo e incosciente vecchietto, bizzarro e incosciente, forse un suo alter ego in cui l’autore riversa tutta la sua fantasia e le sue speranze. Questa volta Alan Karlsson, accompagnato dal socio Julius Jonsson, coltivatore di asparagi di quarant’anni più giovane, si ritrova in Indonesia, a Bali, con un sacco di soldi: i due se la spassano, ma i soldi stanno per finire tanto da costringerli ad una precipitosa fuga a bordo di una mongolfiera. Inizia una serie di avventure in giro per il mondo, che hanno dell’incredibile ma che non agitano più di tanto i due arzilli protagonisti: si salvano dall’ammaraggio della mongolfiera nell’Oceano Indiano, salvati da una nave della Corea del Nord, conoscono il Leader Supremo Kim Jong-un, trafugano urano radioattivo, fuggono con falsi passaporti diplomatici, incontrano Trump alle Nazioni Unite, ci giocano a golf e vengono cacciati dopo insulti reciproci, consegnano la valigetta con l’uranio all’ambasciatore tedesco all’ONU, tornano in Svezia dove diventano soci in affari con una certa Sabine titolare di un ufficio di pompe funebri, si salvano da un attentato terroristico di nostalgici nazisti, fuggono prima in Danimarca e poi in Africa, dove Sabine vuole apprendere riti magici da una specie di santone chiaroveggente per aprire una nuova attività. Qui infine Allan riesce a mettere le mani su un importante carico di uranio, che farà in modo di consegnare alla cancelliera Merkel, mentre Julius corona il suo sogno di coltivare una rara varietà di asparagi. Ovviamente questo non è che il sunto di una serie particolareggiata di eventi che riempiono più di cinquecento pagine, suddivise in capitoli intitolati alle Nazioni in cui si svolgono le gesta dei due eccentrici personaggi. Personaggi più di fantasia che reali, ma che ci fanno capire che il mondo in fin dei conti è un colossale condominio abitato da personaggi stravaganti da non prendere assolutamente sul serio: i due infatti se la cavano quasi sempre con soluzioni semplici e di buon senso, rispondendo con battute ironiche ai potenti della Terra, che blaterano frasi insulse senza risolvere nulla. E l’autore li introduce questi potenti nel racconto, azzeccandone i ritratti e demitizzandoli. Leggiamo così di un Trump pasticcione e lunatico, incapace di decisioni sagge e lungimiranti, di un Putin che intrallazza con un compare per seminare zizzania negli altri Paesi europei allo scopo di trarne vantaggi (c’è anche una frecciata all’Italia: quando il socio di intrighi chiede a Putin che fare dell’Italia, la risposta è di non fare nulla, tanto è noto ormai che il nostro Paese ci pensa già da solo a farsi del male !), di un Leader della Corea del Nord isterico e vendicativo: si salva solo la cancelliera tedesca Merkel, donna saggia e responsabile, degna della massima fiducia, alla quale infatti Allan e Julius consegnano il prezioso e pericoloso carico. Nel complesso il romanzo è divertente, anche se a volte si fa fatica a seguire i personaggi nei loro continui spostamenti, soprattutto in Africa, dove il ritmo narrativo diventa più lento e dispersivo. Lo stile è semplice, gli eventi sono narrati senza fronzoli, con poche divagazioni, i colloqui brillano soprattutto per le esilaranti battute del centenario, che non arretra di fronte alle difficoltà ed ha una risposta pronta e disarmante per tutti. Attendiamo con curiosità la probabile versione cinematografica anche di questo romanzo.

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"Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve", dello stesso Autore.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Dicembre, 2019
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Riuscrà uno tsunami a distruggere New York ?

Il thriller è del 2015 e solo nel 2019 viene pubblicato in Italia. Si capisce che Patterson l’ha ideato e scritto sulla scia degli attentati alle torri gemelle del settembre 2011, non astenendosi da una certa retorica politicamente corretta, che descrive tutti buoni da una parte in lotta contro il demonio sanguinario che vuole solo vendetta e distruzioni. Nel caso specifico, è tutta New York sotto attacco: prima due bombe sofisticate in due stazioni della metropolitana che provocano danni ingenti e morti, poi l’assassinio del sindaco della città ad opera di un cecchino a distanza sul tetto di un palazzo, successivamente il blocco di gran parte delle attività della città (traffico, comunicazioni, illuminazione) tramite sofisticati e potenti impulsi elettromagnetici non nucleari e, in seguito, addirittura l’esplosione e il crollo della sede del quartier generale dell’FBI, un palazzone di 41 piani in pietra e vetro. Quest’ultimo attentato, eseguito con una miriade di sofisticati nano robot imbottiti di esplosivo e fatti circolare nei condotti dell’aria condizionata, fa capire che gli attentatori sono tecnologicamente esperti e capaci di tutto. Le autorità si danno da fare, Michael Bennett, protagonista e personaggio di tanti romanzi di Patterson, guida da abile negoziatore le indagini ma i responsabili sfuggono abilmente: sono carichi di risentimento e odio nei confronti del gigante americano, fin da quando, in qualità di agenti del KGB sovietico, agivano sotto copertura. Ma le minacce salgono di intensità, sino a prefigurare la distruzione totale di New York e di gran parte della costa orientale degli States tramite una gigantesca onda di maremoto provocata ad arte dall’esplosione di un vulcano delle isole di Capo Verde. Naturalmente i cattivi vengono fermati in tempo, e qui è forse la parte più interessante del romanzo: gli ultimi capitoli sono un susseguirsi incalzante di emozioni, Bennett è l’eroe della situazione, New York è salva e tutti tirano un sospiro di sollievo. Ma non basta a sollevare il giallo dalla mediocrità. Ben altre opere di Patterson (ad esempio “Instinct”, “Il presidente è scomparso”, “Qualcosa di personale”) si erano recentemente distinte per stile narrativo e trame emozionanti. Qui lo stile è piatto, fiacco, la narrazione è una cronaca di eventi senza picchi emozionali, tranne che nel finale. Simpatici i siparietti familiari dell’agente Bennett con la sua numerosa e straordinaria famiglia, notevole la filippica, che forse ha un fondo di verità, contro la tecnologia informatica più avveniristica e sofisticata che potrebbe fornire in un futuro a pochi superesperti i mezzi per distruggere la nostra civiltà. Il giudizio complessivo è quello di un buon giallo commerciale, che non ha però la pretesa, come altre più interessanti opere di Patterson, di restare impresso nella nostra mente.

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I gialli di James Patterson
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Dicembre, 2019
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Riflessioni sulla precarietà della vita.

Racconto lungo o romanzo breve, fatto sta che questo “Documenti, prego” si presta a svariate interpretazioni, anche ascoltando il parere di amici e conoscenti che l’hanno letto e si chiedono (mi chiedono) spiegazioni e significati reconditi. Certo è che Vitali ha sbrigliato la sua fantasia, abbandonando (ed è per due volte di seguito, dopo il più convincente “Sotto un cielo sempre azzurro”) temporaneamente i lidi di Bellano. Ed è altrettanto certo che il protagonista del libro, responsabile del settore alimentare conserviero della sua ditta, in viaggio d’affari con due colleghi, va incontro ad una esperienza da incubo, bloccato da un’imprecisata pattuglia per un controllo dei documenti e portato via con la scusa di un “semplice controllo”. L’interrogatorio è cortese, per alcuni versi disarmante, il poveretto non sa spiegare i motivi per cui la sua patente è scaduta, viene isolato in una cella ma riesce ad allontanarsi con una scusa…. Rientra a casa, felice di riscoprire gli affetti familiari ma ecco (realtà o sogno?) un’altra fermata, documenti, controlli, arresto, isolamento in una cella in attesa di una confessione.. Un oscillare surreale tra la realtà (o sogno?) di una vita familiare apparentemente felice, una moglie che dorme serenamente accanto a lui, un figlio che colloquia con le foglie cadute dagli alberi, e il sogno (o realtà?) di malaugurati incontri con presunti tutori dell’ordine che procedono a controlli, accusando il malcapitato di colpe imprecisate. I personaggi sono tratteggiati magistralmente. Intanto il protagonista, incredulo di quanto gli sta capitando, smarrito e quasi rassegnato ad un beffardo destino, poi il rappresentante della legge, un “baffetto” garbato ma inflessibile, cortese ma deciso nel far rispettare assurde regole burocratiche, e poi ancora un collega di lavoro esperto nel raccontare in continuazione barzellette e soprattutto nel godersi la vita, la moglie del protagonista, una donna evanescente, quasi a sottolineare l’atmosfera onirica che aleggia sul racconto, e infine quello strano figlio che parla (corrisposto?) il linguaggio delle foglie che cadono dagli alberi. Il tutto basta e avanza per far riemergere nella mia memoria, quasi istintivamente, due capolavori del passato, un libro e un film. Il libro è “Il processo” di Kafka, in cui il protagonista, Joseph, viene arrestato e perseguitato da un’autorità imprecisata e remota, le cui sentenze vengono accettate passivamente, quasi a significare l’ineluttabilità di una giustizia irrazionale e misteriosa. Il film è un capolavoro di Ettore Scola, “La più bella serata della mia vita”, del 1972, dove un grande Alberto Sordi viene ospitato nel castello di Tures presso Bolzano, sottoposto, come altri ospiti, ad un processo farsa e condannato: il giorno dopo, avrà un incidente mortale con la sua fiammante Maserati precipitando in un burrone.
Se qualche lettore ricorderà il libro e il film, troverà atmosfere sospese tra sogno e realtà, come nel breve romanzo di Vitali. Romanzo che fa comunque riflettere sulla burocrazia di una giustizia cieca e imperscrutabile e, soprattutto, sulla fragilità e precarietà della vita.

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I romanzi di Andrea Vitali, soprattutto quelli di argomento non bellanese.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    14 Dicembre, 2019
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Un nuovo protagonista, prete e investigatore.

Mister Post, il protagonista dell’ultimo romanzo di John Grisham, è un singolare personaggio: dopo una laurea in legge, vicissitudini varie e un divorzio alle spalle, decide di mettersi al servizio dei più sfortunati (è anche prete della chiesa episcopale), assumendo la difesa di innocenti ingiustamente condannati. Ha, con pochi mezzi, messo in piedi una specie di Fondazione (Guardian Ministries), aiutato da due collaboratrici fidate e una specie di factotum, un fedelissimo salvato da un’ingiusta condanna: l’aiuto finanziario gli arriva da associazioni di benefattori e amici sostenitori che apprezzano la sua attività. Campo d’azione la Florida, terra dalle mille contraddizioni, ove convivono ricconi in ville lussuose e sacche di miseria, studi legali indaffarati a procacciarsi clienti e trafficanti di droga senza scrupoli, non di rado collusi con poliziotti e amministratori corrotti. La popolazione nera non ha vita facile. L’ultimo caso che Post ha preso a cuore è quello di Quincy Miller, un giovane nero condannato all’ergastolo (ha evitato per poco la pena di morte) per un delitto commesso una ventina d’anni prima: l’omicidio di un losco avvocato che gli aveva fatto malamente perdere una causa di divorzio. Ma il delitto era stato commesso da altri, commissionato addirittura dallo sceriffo della città, coinvolto in un vasto traffico di droga. Con cautela e pazienza, Post studia le carte processuali, indaga sapendo di muoversi su un terreno minato, contatta i testimoni di un tempo rintracciandoli uno per uno e convincendoli a ritrattare eventuali false testimonianze: è un lavoro immane e pericoloso, anche perché vengono alla luce altri delitti ed una vasta rete di coperture e di corruzione che coinvolge autorità locali, trafficanti e poliziotti corrotti. La trama, che naturalmente ha un lieto fine, è tipica di un classico legal thriller, direi molto legal e poco thriller: questioni legali esaminate minuziosamente, deposizioni, reperti riesaminati alla luce di più moderne tecniche di laboratorio, escussione di esperti. Non ci sono forti emozioni, a parte la ricerca di documenti, di notte e durante un minaccioso temporale, in un casolare abbandonato, infestato da serpenti e non solo… Il romanzo, anche se non è forse uno dei migliori di Grisham, si fa apprezzare se non altro per l’originalità della trama e le caratteristiche di un nuovo personaggio, prete e investigatore, tutto dédito alla missione di salvare il prossimo e indifferente ai guadagni immediati, amante della buona cucina e non indifferente al fascino femminile. Un personaggio che spero ci venga riproposto dall’autore in un prossimo romanzo.

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Gli altri romanzi di John Grisham.
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Letteratura rosa
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Stoia di quattro amiche milanesi

Mi sono accostato per la prima volta alla cosiddetta “letteratura rosa”, per una curiosità da lettore accanito e, devo aggiungere, per la fama conquistata sul campo dalla milanesissima Sveva Casati Modignani, autrice con milioni di copie vendute, tradotta in mezzo mondo. Ho appreso anche che il suo vero nome è Bice Cairati (dal nome della nonna nella cui casa la scrittrice vive), che ha ormai più di ottant’anni, che ha scritto i primi romanzi in collaborazione con il marito, che è presente in varie testate giornalistiche e che lo pseudonimo, evocatore di nobili ascendenze, le è stato suggerito da Barbieri Torriani, editore della Sperling e Kupfer. Ciò premesso, veniamo al romanzo, in verità forse uno dei più brevi della scrittrice, ma non per questo meno rappresentativo. E’ la storia di quattro amiche milanesi, che si ritrovano abitualmente in un ristorante di piazza Novelli a Milano, in una saletta riservata dove potersi raccontare confidenze e speranze. Ognuna ha un suo passato peculiare. L’unica maritata è Maria Sole, con un figlio e un marito che le confesserà di essere gay e le proporrà una sorta di ménage a tre, decisamente rifiutato. Le altre hanno storie non meno complicate. Gloria convive con un tizio senza arte né parte, figlio di un arzillo settantenne che si fa circuire da una badante profittatrice e se ne libera grazie ad un commissario di polizia amico di Gloria. Carlotta è innamorata di un famoso chirurgo con moglie e figli, che la pianta appena la poverina gli dichiara di essere perdutamente innamorata. Infine c’è Andreina, che ha una storia più articolata, narrata dall’autrice nella seconda parte del romanzo: dall’infanzia a Porto Cesareo agli studi ed ai primi amori, fino all’incontro occasionale con Bill durante una vacanza in Inghilterra. Ma Bill, rappresentante per l’Europa della catena di magazzini di cui Andreina è diventata capo del personale, è già sposato: ma la passione reciproca non cede, Andreina scopre di essere incinta, e Bill sta per arrivare in Italia, proprio in visita alla ditta dove lavora Andreina… Si attendono sviluppi della storia, che solo un futuro, non svelato, potrà chiarire…. Alla fine le amiche si ritrovano (siamo a Natale) in uno storico ristorante dei navigli milanesi, il “ brellin di lavandé”: fanno il punto sulle loro vicende, confidando, nonostante ostacoli e difficoltà, nella forza di essere una vera squadra di amiche. E ricordandosi, afferma una di loro, che “non è necessario avere una fede al dito per vivere pienamente un rapporto d’amore ed essere serene”.
Questa è la conclusione, e anche la morale, del romanzo, nulla di più. Lo stile è limpido, sobrio, senza sbavature, la narrazione è bene articolata e si fa leggere abbastanza piacevolmente.

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Gli altri romanzi di Sveva Casati Modignani.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

"Il tempo non è un'entità comprensibile".

E’ sempre piacevole leggere Gianrico Carofiglio. Accanto alle vicende che narra, quasi sempre giudiziarie, dispensa pillole di saggezza, citazioni dotte, riflessioni che inducono il lettore a meditare su aspetti della vita che sembrano ovvii ma che, pensandoci bene, non lo sono perché mascherano o nascondono del tutto verità spesso amare. Sono citati ad esempio i cosiddetti “tunnel cognitivi”, ben noti a chi si occupa di questioni legali e che consistono nel considerare acquisiti e certi fatti o nozioni che potrebbero avere altre interpretazioni che non si vogliono assolutamente prendere in considerazione. Il tema fondamentale del romanzo è il tempo, una “entità incomprensibile” afferma l’autore, che scorre e che può cambiare la vita di tutti, che può cancellare ricordi che sembravano indelebili o improvvisamente far rivivere situazioni e suscitare rimpianti e nostalgie. Naturalmente c’è una donna di mezzo, Lorenza, che il protagonista, l’avvocato Guido Guerrieri ( alter ego dell’autore) conosce in gioventù appena laureato, ragazzo timido e impacciato alle prese con una lei disinvolta, disinibita: una storia d’amore concitata, una vacanza in un’isola da sogno, un abbandono rapido e inspiegabile. Passano decenni, Guerrieri è un rinomato avvocato, incontra di nuovo Lorenza che lo scongiura di assumere la difesa del figlio, un piccolo spacciatore in prigione per omicidio. L’avvocato accetta, l’arringa di difesa non ottiene l’effetto desiderato. La condanna è confermata ma un colpo di scena a distanza di anni metterà le cose a posto. Lorenza ,dopo anni e anni, mostra i segni del tempo: si arrangia con lavori precari, è una figura scialba, ingrigita, dimagrita, non è più la donna che ha fatto sognare e ingelosire l’avvocato, che ora è più maturo, distaccato, quasi senza rimpianti. Il tempo ha inesorabilmente cancellato ricordi e nostalgie, proprio quel tempo, scrive Carofiglio, che scorre lento in gioventù, pieno di avvenimenti e di novità, e che appare invece passare più velocemente nella vecchiaia, monotona, i giorni sempre uguali, una via che si restringe poco a poco in un sentiero senza sbocchi. Il tempo, conclude l’autore, se non possiamo sprecarlo o programmarlo, è solo qualcosa che va grosso modo in una direzione la cui destinazione finale è nota. Lo stile di Carofiglio è impeccabile come al solito, solo qualche lungaggine, ai fini della narrazione ovviamente, nella requisitoria del pubblico ministero al processo e nell’arringa dell’avvocato difensore, ricche di termini ben noti probabilmente solo agli addetti ai lavori. Comunque un ottimo romanzo, che, oltre all’interesse per la vicenda raccontata, fa riflettere sulla caducità della vita e del tempo e sull’essenza della verità. Sì, perché Carofiglio inserisce nel romanzo anche questa bellissima definizione della verità, tratta da una frase di Elias Canetti : “La verità è un mare di fili d’erba che si piegano al vento, vuol essere sentita come movimento. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira”.

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Storia e biografie
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    14 Novembre, 2019
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Una guerra feroce e spietata.

Leggendo l’approfondito saggio di Enzo Ciconte, ci si rende conto del fatto che, pur essendo passati poco più di centocinquant’anni dai fatti narrati, ancora oggi l’eco di quegli avvenimenti si ripresenta proponendoci i temi più volte dibattuti sulla cosiddetta “questione meridionale” e sulle divergenze tra il nord e il sud del nostro Paese. Enzo Ciconte, pur non essendo forse ben conosciuto dal grande pubblico, è storico e saggista di grande valore, docente universitario, autore di un gran numero di libri sulle associazioni mafiose in Italia e consulente nella X legislatura presso la Commissione Antimafia parlamentare. Le sue opere più importanti (“Storia della ‘ndrangheta dall’Unità a oggi” del 1992, “Storia illustrata di Cosa Nostra “ del 2012 e “Storia delle organizzazioni criminali italiane e straniere in Italia” del 2017) fanno testo. Un altro argomento è invece ampiamente trattato in questa sua ultima opera, “La grande mattanza”, del 2018, in cui viene trattata con ricchezza di particolari la guerra al brigantaggio, nell’Italia dell’800. Guerra feroce, spietata, senza esclusione di colpi, soprattutto nel decennio 1860-1870 ad opere delle truppe piemontesi. Ciconte spiega che il termine “brigante” deriva dal francese “brigand”, ed ha un significato piuttosto ampio, da soldato di ventura a malvivente propriamente detto. Bande dedite al brigantaggio infestavano già l’Italia negli Stati papalini, in Sicilia, a Napoli, in Calabria; alla fine del ‘500 si usava impiccare i condannati, squartarli ed esporli come mònito; nel ‘600 e nel ‘700 si tagliavano le teste e si facevano girare ingabbiate per dissuadere i malintenzionati; sotto i francesi e Napoleone i calabresi erano definiti “gente cattiva” “abominevole” “sauvages” addirittura, ed è famosa la repressione del generale Manhès per le atrocità commesse, le torture e le inaudite crudeltà. Non meno crudeli furono i generali borbonici, prima dell’avvento dei Savoia. Il problema del brigantaggio prese quasi alla sprovvista i piemontesi, gente che arrivava quasi da un altro mondo, con giovani poco preparati al combattimento su terreni tormentati, guidati da comandanti provenienti in gran parte da famiglie della nobiltà sabauda. Grande spazio viene dato nel saggio alla guerra dal 1860, anche perché il cosiddetto brigantaggio ha spesso l’appoggio dei contadini in miseria vessati dai grandi proprietari terrieri. I piemontesi, come si suol dire, non fanno prigionieri, le fucilazioni di massa sono all’ordine del giorno, non si contano i villaggi dati alle fiamme e rasi al suolo. Famosa, cita l’autore, la frase del Presidente del Consiglio Carlo Luigi Farini (1862) : ” … altro che Italia, questa è Affrica (sic), i beduini al riscontro con questi caffoni (sic) sono fior di virtù civiche”. Tanto per sottolineare qual era l’idea che allora aleggiava sul Sud e come la repressione feroce fosse quasi un dovere (famose le fucilazioni indiscriminate, al minimo sospetto, ordinate dal generale Fumel), senza attendere che il potere giuridico potesse impostare processi seri e giudicare caso per caso con giustizia. E finalmente nel 1869 cade l’ultima testa, quella del bandito Palma. Il brigantaggio sta per esaurirsi, tanto che il Presidente del Consiglio Lanza il 9 gennaio del 1970 dichiarava che il brigantaggio poteva considerarsi definitivamente sconfitto. I briganti non ricompariranno più sia, spiega Ciconte nell’epilogo del saggio, per la migrazione di lavoratori in terre lontane, sia per le predicazioni socialista e cattolica che educheranno le masse a lotte più civili e consapevoli.
L’opera di Ciconte è ricchissima di particolari, date, avvenimenti, personaggi, quasi una cronaca mensile di quegli anni di guerra, così minuziosa da minare apparentemente l’unità strutturale del racconto. Tale ricchezza di dati può essere tuttavia considerata anche un pregio, dato che si vengono a conoscere particolarità di fatti e di personaggi non riportate nei manuali di storia ad uso scolastico. Numerosissime le note alla fine del saggio: 476, tra ricerche in archivi ( Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Archivio di Stato di Torino, Archivio Centrale dello Stato-Roma) e bibliografiche, la maggior parte riguardanti il periodo dei Savoia. Completa il libro l’elenco alfabetico dei nomi riportati. Il giudizio sul saggio di Ciconte non può che essere positivo: un quadro storico affascinante sulle violenze compiute nel Meridione, che ha coinvolto briganti, truppe d’invasione, contadini in miseria, grandi proprietari terrieri e una borghesia in lenta ascesa. Un quadro storico che fa parte della storia del nostro Paese e che invita a molte riflessioni.



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Gli altri saggi di Enzo Ciconte, soprattutto "Storia delle organizzazioni criminali italiane e straniere in Italia", 2017.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Novembre, 2019
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Una bella favola che fa pensare.

Allontaniamoci da Bellano e dai suoi curiosi personaggi, salutiamo il maresciallo Maccadò e la sua gentil consorte e lasciamoci guidare da Andrea Vitali in un altro mondo. “Sotto un cielo sempre azzurro” è una storia fiabesca per grandi e piccini, come si diceva una volta, una favola per adulti disincantati ma anche per bambini curiosi e anziani nostalgici. E’ la storia di un bimbo, Mattia, e di un nonno, Zaccaria, capitatogli in casa non si sa bene come: i due diventano amici per la pelle, Mattia, che è il narratore della storia, impara, il nonno gli insegna un po’ di tutto, guidandolo in lunghe passeggiate nei boschi e rendendolo partecipe delle tante meraviglie della natura. Ma un bel giorno il nonno, com’è come non è, esce di senno ed è convinto di essere Napoleone ( “je suis l’empereur!”). Sconcerto in famiglia, stupore di Mattia, intervento di un singolare e un po’ strampalato medico (il dottor Pallottini) che consiglia il ricovero in una casa di cura per casi simili (e non si dica che sono matti!), dove, sotto la direzione di un altrettanto singolare primario (il dottor Mesmerelli), ne succedono di tutti i colori. Il nonno si esprime solo in francese, rivive le imprese napoleoniche, si destreggia con sussiego tra personaggi un po’, diciamo, originali (per non chiamarli “matti”), che si credono, tanto per citarne alcuni, Attila, Gengis Khan, Giovanna la Pazza, il Barbiere di Siviglia, l’Abate Faria, Ivan il Terribile e via dicendo. Capita in casa di cura addirittura Babbo Natale, ma, attenzione, quello vero, scambiato per folle, con le renne parcheggiate fuori, che, stanche di attendere, se ne vanno via da sole… E il nostro nonno Zaccaria? Ripercorrendo le vicende napoleoniche, dopo la campagna di Russia, l’incendio di Mosca e la ritirata (per ritirata il nostro arzillo vecchietto intenderà una camminata all’indietro), un fortuito evento (facile da intuire!) lo costringerà all’immobilità a letto, dal quale finalmente si alzerà rinsavito, per la felicità dei familiari e soprattutto del nipote. Mattia riavrà il suo amato nonno a casa, finchè il tempo concederà a Zaccaria il dono della vita, per restare poi per sempre negli anni un ricordo indelebile nel cuore del nipote. “E non è finita”, dice Mattia, “perché continuo a tenerlo informato delle novità del mondo, così come qualcuno farà con me quando anch’io diventerò una cosa che non si può vedere o toccare pur continuando a esistere”.
E’ una favola bella, scritta con arguzia e maestria. Sprizza ottimismo e buoni sentimenti (il cielo è sempre azzurro!) ed offre non pochi spunti di riflessione. Intanto il rapporto affettivo tra nonno e nipote, tema caro alla letteratura di ogni tempo, ma qui particolarmente intenso e sincero, tanto da continuare anche dopo la morte del nonno in un ricordo perenne, sempre vivo e vissuto, nei pensieri del nipote. E poi il tono scanzonato con il quale l’autore (ricordo che è medico) tratta i colleghi del romanzo: il dottor Pallottini che comunica quasi solo tramite citazioni e proverbi e che stabilisce una prognosi in base ad un calcolo a dir poco esilarante, e il direttore del manicomio, il Mesmerelli, che tra i suoi titoli accademici annovera addirittura quelli di membro della confraternita di Wimbledon (!) e di specialista presso il Museo delle cere di Milano (!!). Uno spasso, che l’autore tratta con ironia e acuto senso dell’umorismo. Per non citare il passo in cui si sostiene, con un certo buon senso, che il vero manicomio non è nella casa di cura ma fuori, nel mondo esterno. Ma c’è un tema (a proposito del cancello della casa di cura, che a tutti gli effetti esiste, ma nella realtà non c’è) che riaffiora più volte nella storia e che fa pensare: e cioè che non sempre ciò che esiste può essere toccato, misurato, pesato, ciò non toglie che possa esistere lo stesso, almeno nella mente e nel cuore.
Una bella favola, complimenti ad Andrea Vitali anche per il breve raccono in appendice al volume (“Sui matti non piove mai”).

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Le altre opere di Andrea Vitali.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    26 Ottobre, 2019
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Alex Cross contro i boss della droga.

James Patterson, uno dei miei scrittori di gialli preferiti, è tornato al suo personaggio più famoso, Alex Cross, ispettore afroamericano della Polizia di Washington, protagonista di tanti thriller di successo. Integerrimo nel lavoro, padre amorevole, marito affettuoso, questa volta ha un problema familiare da risolvere: un suo cugino, Stefan, insegnante, è in galera accusato di aver violentato e ucciso barbaramente un giovane allievo. Il fattaccio è avvenuto a Starksville, una piccola città in cui risiedono lontani parenti di Cross, ed è qui che ritorna, dopo tanti anni, l’ispettore, nei luoghi dove ha trascorso un’infanzia tormentata. Incontra i parenti, respira l’atmosfera degli anni giovanili, rivive nei ricordi storie lontane nel tempo, quando i suoi genitori lavoravano quasi in stato di schiavitù alle dipendenze di un padrone violento, dispotico, già allora dedito a traffici illeciti, Marvin Bell. Ora Bell è ricco, vive in una villa sontuosa, rispettato e temuto: gestisce ancora un redditizio traffico di droga e condiziona, sicuro dell’impunità, la vita della città ad ogni livello. Durante il processo a Stefan (tutti gli indizi sono contro di lui), Cross indaga per conto suo, si rende conto che le prove contro Stefan sono costruite ad arte, e si scontra, mettendo anche in pericolo la vita sua e dei suoi cari, contro la cricca dei potenti del luogo, che escogitano ogni mezzo per toglierselo dai piedi. La verità alla fine emergerà, grazie anche all’aiuto di alcuni onesti colleghi di Cross, a importanti prove tossicologiche ed alla scoperta di traffici illeciti che indurranno il vero colpevole a confessare.
Come accade in precedenti thriller di Patterson, vi sono anche altre storie parallele al filone narrativo principale. Una riguarda una serie di delitti commessi da un travestito psicopatico, che uccide anziane donne danarose per vendicarsi di una madre possessiva e violenta. La seconda accompagna Cross alla ricerca dei genitori scomparsi decenni prima in circostanze misteriose, e riserva, negli ultimi capitoli del romanzo, una sorpresa: un vero colpo di scena magistrale, che riporta serenità nel clan familiare di Alex Cross.
Il romanzo è scritto con la consueta bravura: la mia impressione è che l’autore, sarà merito esclusivamente suo o dell’imponente staff che lo sostiene, stia migliorando di romanzo in romanzo, e che si stia meritando veramente lo straordinario successo, concretizzato in milioni di copie vendute.
Da sottolineare la straordinaria cura che mette nei particolari delle indagini e la profonda conoscenza delle questioni legali e processuali. E diventa, per contro, commovente e delicato quando ci narra le vicende familiari del protagonista, le sue solide radici di afroamericano di successo, che si batte per i diritti dei più deboli e per l’avvenire dei suoi figli.
Insomma, anche questa volta un thriller di successo, che consiglio vivamente di leggere.


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Gli ultimi romanzi di James Patterson.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    28 Settembre, 2019
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I videogiochi possono generare violenza?

Gli autori americani di gialli che preferisco sono, nell’ordine, John Grisham (ho una speciale predilezione per i legal thriller), James Patterson (soprattutto dopo aver letto due dei suoi ultimi libri, “Il presidente è scomparso” ed il geniale “Instinct”) e, in terza posizione, Jeffery Deaver (un po’ macchinoso e dispersivo). L’ultima fatica di Deaver, “Il gioco del mai” (meglio il titolo inglese “The never game”), conferma la posizione che gli ho assegnato nella mia ideale classifica: non gli ha giovato aver (temporaneamente?) abbandonato il suo collaudato duo di protagonisti (Lincoln Rhyme e Amelia Sachs) per inventarsi un nuovo personaggio, Colter Shaw, una figura singolare di investigatore che si guadagna da vivere cercando persone scomparse. Possiede una specie di camper, va dove lo chiamano, incassa una pattuita ricompensa (non è esoso, si accontenta anche di pagamenti rateali) e fa in sostanza capire che non agisce per soldi ma per la soddisfazione di compiere opere meritorie tentando in ogni modo di riportare a casa vittime innocenti di rapimenti. Del resto, fa intendere che vive anche di altre attività, non ben chiarite, e che si giova di alcuni fidati collaboratori che lo aiutano cercando dati e notizie sulle persone scomparse. Nel romanzo il nostro protagonista è alle prese con strani sequestri di persona: il rapitore che, si capirà in seguito, lavora in una grossa azienda di videogiochi, vuole rivivere nella vita reale episodi di realtà virtuale visualizzati in un videogioco (“L’uomo che sussurra”), utilizzando sadicamente il rapito come cavia e seminando indizi nei luoghi più strani. Il bravo Colter Shaw si impegna al massimo, riuscendo a salvare (ma ci scappa un morto!) una prima ragazza rapita, fallendo la ricerca di un secondo rapito (ma si vedrà che è un sequestro anomalo, che nasconde ben altre implicazioni ad altissimi livelli), dando infine il meglio di sé nel rocambolesco salvataggio di una giovane in procinto di annegare. Insomma, non mancano momenti emozionanti e colpi di scena, anche perché il vero colpevole sa mascherarsi molto bene ed altri personaggi ben più in evidenza nel romanzo sono via via sospettati dei sequestri.
La vicenda si svolge in California, con epicentro nella Silicon Valley, luogo dove è nata e si è sviluppata la maggior parte delle più famose aziende high-tech e dove prospera la ricerca scientifica più avanzata nel campo della tecnologia dell’informazione con imprese all’avanguardia anche nel redditizio e sfavillante mondo dei videogiochi: saloni giganteschi, schermi enormi, centinaia di persone che si cimentano alle prese con strabilianti avventure virtuali. In questo ambiente Colter Shaw riesce a scovare il rapitore seriale, dopo difficoltà e depistaggi di ogni genere. Il thriller, tutto sommato, sta in piedi, ma manca a mio parere quella costante tensione emotiva che era la caratteristica dei precedenti gialli di Deaver. Sarà forse il continuo riferimento a particolari tecnologici a volte di difficile comprensione oppure saranno le ampie digressioni riguardanti la vita giovanile del protagonista ed i complicati rapporti con il padre: fatto sta che il ritmo della narrazione a volte risulta un po’ rallentato e privo di quella “spinta” che induce l’abituale lettore di gialli a continuare la lettura.
E’infine interessante l’introduzione al romanzo, che riporta un parere dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul cosiddetto “gaming disorder”, un comportamento che può portare alla perdita del controllo dell’attività ludica fino al disinteresse delle attività quotidiane in una continua escalation dalle conseguenze negative. Ma c’è anche il parere del game designer della Nintendo, che recita testuale ”I videogiochi fanno male? Lo dicevano anche del rock’ n’ roll!” Anche lo stesso Jeffery Deaver, in un’intervista, non ha un atteggiamento pessimista sui videogiochi, che possono sì creare dipendenza ma non inducono alla violenza: anzi, sostiene l’autore,in taluni casi hanno un effetto positivo su soggetti autistici, dislessici o con problemi di apprendimento. In sostanza: leggete il mio romanzo, ma sappiate ovviamente che è fantasia e finzione.

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I precedenti romanzi di Jeffery Deaver, con la curiosità di conoscere un nuovo protagonista.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Settembre, 2019
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L'eroe eponimo di un'intera generazione.

Ho riletto il capolavoro di J.D.Salinger a distanza di circa cinquant’anni e devo confessare che mi sono ancora immedesimato e riconosciuto nelle avventure del giovane Caulfield, icona della gioventù di allora e precursore in un certo senso della grande ribellione degli anni che seguirono. Non per nulla “The Catcher in the Rye” ha influenzato grandemente il mondo culturale e dello spettacolo di quegli anni e dei successivi: basti pensare al cinema di Woody Allen, alla TV dei Simpson, alla musica di De Gregori e Guccini, alle opere letterarie di King e Bukowsky, a certi videogiochi. C’è addirittura una Scuola Holden a Torino, fondata nel 1994, con un percorso di studi per aspiranti narratori, un percorso singolare con regole e principi non usuali. Orbene, la storia del giovane Holden è semplice: bocciato, lascia il college, teme di tornare a casa (padre indaffarato e benestante, madre con costanti emicranie, una sorellina, Phoebe, alla quale è affezionatissimo), vaga a New York cercando vecchi amici, compagnie occasionali, passa i giorni in alberghi e trascorre serate nei locali più svariati, rientra a casa di soppiatto e trova Phoebe, la porta allo zoo e sulle giostre, infine torna in famiglia, si ammala e decide poi di riprendere gli studi rimettendosi per così dire in carreggiata. Finale ottimistico e, giudicando il contesto di tutta la storia, inatteso.
Ho ammirato allora e simpatizzo per il giovane Holden ancora oggi, per quel suo coerente e ripetuto rifiuto del mondo dei grandi, un mondo che giudica ipocrita, falsamente perbenista, fatto di banalità, piccole cattiverie, atteggiamenti meschini, un mondo ostile alle cose belle, ai sogni ad occhi aperti, tutto teso ad ammucchiare soldi e badare agli interessi personali. E’ in sostanza il mondo dell’America del dopoguerra, tutta tesa a dimenticare una guerra pur vinta ed una gioventù mandata allo sbaraglio e tradita. Il giovane Holden non accetta questo mondo, che verrà poi in parte travolto da una ribellione giovanile già in nuce negli anni ’50. Per quanto riguarda il finale ottimistico, l’avevo approvato nella mia prima lettura giovanile. Oggi non riesco a giustificarlo, avrei preferito un adolescente più combattivo, coerente con i suoi sogni da ribelle e la sua speranza in un futuro migliore.
Il giovane Holden è sarcastico, rude, astioso verso gli adulti, ama le cose belle, adora la sorellina, gli piace viaggiare, danzare, e vuole incondizionatamente essere sempre sé stesso: ma è anche fragile, insicuro, sensibile, indifeso di fronte alle ostilità della vita. Perché la vita “ è una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri “ pensa Holden “ma se stai dalla parte dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidenti di partita è? Niente. Non si gioca”. E forse questo aspetto del carattere giustifica la sua ultima decisione.
Le ultime tre righe del romanzo sono il motto della Scuola Holden di Torino: “ E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finite che sentite la mancanza di tutti”.
Un grande romanzo da leggere assolutamente, da rileggere per chi già lo ha letto.

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Da rileggere "Il giovane Holden", per chi già lo ha letto.
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Storia e biografie
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Settembre, 2019
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La ricerca storiografica non è mai chiusa.

Ricordo i manuali di “Storia” studiati a scuola, una “Storia” che enfatizzava alcuni avvenimenti e sorvolava colpevolmente su altri, gestita opportunamente a seconda del momento storico e politico corrente, compilata da autori che, pur cercando di attenersi ad una visione oggettiva dei fatti, si lasciavano talora trascinare, su determinati argomenti, da simpatie o convincimenti soggettivi. L’interessante saggio di Paolo Mieli “Lampi sulla storia” cerca invece di considerare determinati eventi storici sotto una luce più veritiera, sulla base di accurate ricerche bibliografiche, smontando certezze solo apparentemente assodate, insinuando dubbi, rivisitando noti personaggi storici, arricchendo fatti noti o meno noti con particolari poco conosciuti ma decisivi ai fini di una corretta interpretazione storica. Il saggio non segue un ordine scrupolosamente cronologico: consiste invece in una serie di flash che, come lampi (appunto!), “colpiscono l’intreccio di rami tra passato e presente”, offrendo “nuovi angoli visuali” che deformano il passato. L’opera è divisa in tre parti. La prima (“Dietro le apparenze”) considera quello che si può nascondere all’ombra di personaggi storici ben noti: ecco infatti, per citare solo qualche capitolo,un Robespierre politicamente indeciso, vittima di giochi politici complessi e rivalità personali, un Gioacchino Murat che, nonostante le amare vicissitudini per salvare il trono al sud insidiato da austriaci e borbonici, potrebbe essere considerato, alla luce degli studi più recenti, un vero monarca italiano, un Albert Einstein osteggiato e addirittura respinto come assistente da molte Università, un Knut Hamsun, premio Nobel nel 1920 ed uno dei più brillanti romanzieri del Novecento, che nel 1945 si proclamava “fedele seguace” di Hitler definendo addirittura il dittatore nazista “pioniere dell’umanità”. Mi piace anche citare tra gli altri i capitoli quello su Luigi Federzoni, il gerarca fascista che partecipò al Gran Consiglio del 1943, ebbe il coraggio di opporsi alle leggi razziali e giustificò il colpo di stato contro Mussolini considerandolo “esercizio legittimo di una potestà statutaria del Re”, con il quale aveva da sempre ottimi rapporti. Ed ancora quello sul maresciallo Pétain, descritto come collaborazionista ma in realtà sostenuto dalla maggioranza dei francesi (forse “il solo modo per limitare i danni”) e non deliberatamente ostile nei confronti degli ebrei.
Nella seconda parte (“Forzature e deformazioni”) Mieli presenta una serie di personaggi storici sulle cui vicende la storiografia ufficiale è stata a volte lacunosa, travisando o deformando la realtà dei fatti. Basandosi su una vastissima mole di dati bibliografici, l’autore ricostruisce la figura di molti personaggi, presentandoli sotto una luce nuova. L’imperatore Federico II, ad esempio, un mito ai suoi tempi, dimostrò nei confronti del figlio Enrico una durezza che di paterno aveva molto poco, muovendogli guerra con tragiche conseguenze. Sono discussi, in altro capitolo, i rapporti di Lutero con i papi del suo tempo, addirittura quattro, Leone X, Adriano VI, Clemente VII (definito nell’Ottocento “il più nefasto di tutti i papi”) e Paolo III, in una ridda di rapporti confusi e demonizzazioni che condussero alla più grave rottura che sconvolse la storia della Chiesa. Capitoli più leggeri e intriganti sono dedicati ad Elena Orsini, la badessa di Castro che nel 1571 ebbe una relazione con un vescovo, con conseguenze gravissime per lei (non per il prelato che fu trasferito a Milano per il benevolo intervento addirittura del cardinale Borromeo !), alla straordinaria vicenda del gesuita Matteo Ricci alla corte dell’imperatore cinese nel Seicento ed ai rapporti che sarebbero potuti nascere tra cristianesimo e confucianesimo ( una “occasione persa”!), al carattere difficile di Isaac Newton che condusse lo scienziato al crollo psicofisico ed alle soglie della follia, al governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo, personaggio inquietante e grossolano, responsabile del famoso crack bancario del 1892 che diede un’immagine losca (perdurante ahimè nei tempi a venire !) delle attività parlamentari e del loro “intreccio con le realtà economiche e finanziarie”.
La terza parte del volume (“La storia capovolta”) presenta una serie di personaggi la cui responsabilità in determinati eventi storici appare poco nota o addirittura non riconosciuta. Ma siamo sicuri? Mieli porta, nel primo capitolo, l’esempio di Socrate, processato e condannato a morte per i suoi rapporti con i Trenta tiranni, e si chiede: siamo proprio certi che non sia stato Socrate stesso a decidere di morire? Nei successivi capitoli l’autore rivela, sempre supportato da una vasta bibliografia, retroscena di episodi storici di rilievo: voglio solo citare l’importante ruolo che ebbe l’imperatrice Teodora (VI secolo) nei confronti di Giustiniano, la verità sulla famosa andata a Canossa dell’imperatore Enrico IV (1077), le Olimpiadi del 1936 nella Germania nazista e soprattutto le inquietanti e paradossali vicende che seguirono (anche dopo la fine della guerra !), la guerra del generale israeliano Moshe Dayan ed il tormentato rapporto con i territori palestinesi.
Tante storie, tanti personaggi rivisitati alla luce di ricerche accurate e documentate: una nuova “Storia”, ricca di dati e di interpretazioni spesso diverse dalla storiografia ufficiale. Paolo Mieli, ricercatore competente e preciso, è convinto, citando un importante lavoro di G.M. Catarella su Gregorio VII (2018), che non possiamo “pretendere che la Storia possa spiegare tutto” poiché la ricerca storiografica “non è mai chiusa, è un processo in divenire”. Del resto, già Cicerone nel “De oratore” (55-54 a.C.) sosteneva che la Storia non è solo “magistra vitae”, ma anche “testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, nuntia vetustatis” (testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, messaggera dell’antichità) e che di conseguenza va studiata e soprattutto interpretata correttamente affinchè svolga la sua funzione ammaestratrice.
Consiglio vivamente di leggere il lavoro di Paolo Mieli, se non altro per rivivere (e rivedere con spirito critico) le nozioni apprese sui testi scolastici. Il volume è corredato da una esaustiva bibliografia (208 voci) e da un indice alfabetico dei personaggi storici citati.

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"Le storie, la storia" (1999) e "I conti con la storia" di Paolo Mieli.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Agosto, 2019
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L'angoscia di una detenzione forzata.

Non posso negare di essere rimasto un po’ sconcertato nell’iniziare a leggere questa opera della Barbato, autrice che non conoscevo e sulla quale, prima di procedere, mi sono documentato. Ho appreso che è essenzialmente una fumettista, famosa soprattutto per le sceneggiature di una lunga serie di albi di Dylan Dog e per alcuni romanzi dalle tematiche particolari. “Zoo” andrebbe letto dopo il gemello “Io so chi sei”, del 2018, e allora, forse, sarebbe più comprensibile. La storia è drammatica e allucinante: una ragazza, Anna Baroni, si ritrova, non si sa come e perché, rinchiusa in un carrozzone da circo, accostato ad altri carrozzoni in uno spiazzo desolato alla periferia della città. Altri disgraziati sono rinchiusi come Anna, narcotizzati periodicamente da un fantomatico aguzzino che di tanto in tanto pulisce le gabbie, li nutre, rinnova la paglia dei giacigli, senza mai farsi vedere né mai profferire parola. L’incubo prosegue per giorni, settimane, mesi, le povere vittime ridotte ad animali lerci e puzzolenti, con proprie caratteristiche (si parla infatti di iene, leoni, coccodrilli, scimmie…), senza apparenti speranze di fuga, nell’isolamento assoluto. Si va avanti così per 24 lunghi capitoli, senza che succeda nulla di determinante: si attende un colpo di scena, un intervento dall’esterno, una rivelazione purchessia, ma nulla accade. Solo schermaglie tra i reclusi, insulti reciproci, simpatie e antipatie, che via via caratterizzano i prigionieri: la detenzione forzata forgia il carattere di Anna, che, prima schiva e timorosa, diventa con il passare delle settimane aggressiva e dominante, suscitando liti e attizzando rivalità tra i compagni di sventura. Ma tutto il resto è noia, come canterebbe Califano, fino agli ultimi capitoli: la nostra Anna riesce a cavarsela, non rivelerò come, e tutto sembra finire lì. Nei ringraziamenti l’autrice rammenta la derivazione del romanzo dal precedente “Io so chi sei”, e conferma la sua “caparbietà” nel perseguire un’idea, che probabilmente si tradurrà in un altro romanzo sullo stesso filone narrativo. Devo confessare che “Zoo”, considerato isolatamente, non mi ha procurato particolari emozioni: l’attività fumettistica della Barbato si riflette nello stile narrativo, stringato, secco, concitato, con frequenti suoni onomatopeici (tipici dei fumetti) e una rappresentazione grafica talora originale. Mi riprometto di leggere gli altri romanzi della Barbato per un giudizio più motivato: del resto ci saranno pur validi motivi se l’autrice ha un séguito di fan appassionati, e se è stata definita “la regina italiana del thriller”.

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Solo a chi ha letto "Io so chi sei". della stessa autrice.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    24 Agosto, 2019
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Caccia spietata ad un presunto killer.

“La Terre des Morts” (titolo originale) sarebbe forse più calzante per caratterizzare un romanzo cupo, grondante sangue, crudo come questo di uno smagliante Jean-Cristophe Grangé, giornalista, sceneggiatore e soprattutto scrittore di thriller indimenticabili: basti ricordare “I fiumi di porpora” del ’98, per la cui trasposizione cinematografica l’autore ha vinto nel 2007 il Premio Grinzane Cinema. La storia è avvincente e non ha momenti di tregua, protagonista un poliziotto, Stephan Corso, tormentato da problemi familiari e con un passato burrascoso, che riaffiora a tratti, ostacolando la sua attività investigativa. Una serie di delitti raccapriccianti avvengono nel torbido mondo dei locali notturni, in ambienti sadomaso dove si pratica sesso estremo, si aggirano personaggi violenti e la fanno da padroni killer professionisti e stupratori seriali. Uno di questi, Philippe Sobieski, già condannato anni prima per un l’assassinio di una giovane ed in seguito diventato famoso negli ambienti artistici parigini per la sua straordinaria abilità pittorica, è sospettato come autore dei crimini. Il nostro investigatore indaga a fondo, non gli dà tregua: di qui, una serie incalzante di vicende a tinte forti, con continue schermaglie e colpi di scena a ripetizione. Altri cadaveri vengono scoperti, altre prove di colpevolezza, ma il bandolo della matassa s’aggroviglia sempre di più. La soluzione degli enigmi avviene nella concitata terza parte del romanzo, una soluzione del tutto inaspettata che accomuna, e qui sta la grande abilità dello scrittore, tutti i principali personaggi (vittime, investigatore, presunti assassini e addirittura un avvocato difensore) sotto un unico denominatore. E ritorna la genetica, già tirata in ballo da Grangé in altre sue opere. Il romanzo è avvincente, perfetta l’ambientazione nella Parigi grigia e nebbiosa dei locali proibiti, dove qualsiasi incontro può essere pericoloso. Lo stile è tagliente e preciso, i capitoli brevi e incisivi. La crudezza della vicenda è ammorbidita, nel finale, dalla soluzione della tormentata storia familiare del bravo investigatore: potrà riavere in affido suo figlio Thaddée, unico vero affetto della sua vita.

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" I fiumi di porpora" dello stesso Autore.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    25 Luglio, 2019
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Ci si può perdere nel labirinto della vita.

L’autrice prende lo spunto da un racconto mitologico, quello di Teseo figlio del re di Atene che uccide nel labirinto il Minotauro con l’aiuto dell’innamoratissima Arianna, che poi abbandona sull’isola di Naxos. L’azione del romanzo ha il suo fulcro nel 2008: un’altra Arianna, la nostra protagonista, arriva a Naxos e s’innamora perdutamente di Stefano, un tizio con problemi psichiatrici che fa uso di droghe anche pesanti e che, dopo una tormentata relazione, l’abbandona e fugge con una certa Cora. Tenterà di ricontattarla in seguito, disperato, ma Arianna lo manderà a quel paese (uso un eufemismo), pentendosi però perché Stefano morirà in un incidente. Arianna troverà,sempre a Naxos, un surfista, Di, e andrà a vivere con lui, ma, a un certo punto, sentirà il bisogno di rientrare a Roma dove risiede il suo psichiatra di fiducia, Damiano, diventandone l’amante. Metterà alla luce un figlio, Emanuele (sono passati intanto una decina d’anni), e l’irrequieta Arianna sentirà l’inderogabile desiderio di tornare a Naxos: pianta figlioletto e amante (la cui moglie,Elena, si è già fatta elegantemente da parte) e va in cerca della sua vecchia fiamma, il bel surfista Di, che intanto si è sposato ed ha messo al mondo tre figli. Delusa e perplessa, la nostra Arianna rientrerà a Roma e, riabbracciando il piccolo Emanuele, troverà forse un porto sicuro in cui dare un senso alla sua vita. Questa è a grandi linee la storia. E veniamo alla protagonista, Arianna, donna quanto mai fragile e tormentata. E’ in cura dallo strizzacervelli di cui poi diventerà l’amante, frequenta associazioni per genitori soli, cerca disperatamente un appiglio per dare un senso alla sua vita. L’isola di Naxos, dove rivive il mito di Arianna abbandonata da Teseo, le sembra un porto sicuro: l’ambiente sembra che la faccia stare bene, le persone che incontra la ascoltano, nasce l’amore che l’avvolge e la rassicura. Ma non basta: l’isola (da Naxos deriva “piantare in asso”) impone la sua mitologica maledizione, gli amori si frantumano, le fragilità riemergono, il desiderio di fuggire da tutto e da tutti si scontra con il fascino dell’isola che sembra invitarla a restare, dimenticare, abbandonarsi solo ai ricordi ed alle speranze. Bisogna anche aggiungere che Arianna, come si suol dire, le sue magagne se le va a cercare, incapace com’è di mantenere un legame solido e costante nel tempo con gli uomini che incontra. Cerca qualcosa che non sa trovare, arrovellandosi nei suoi dubbi e nelle sue incertezze: solo nella sua attività lavorativa (crea e pubblica disegni e favole per bambini, con un coniglietto, Pilù, come protagonista) sembra trovare serenità e appagamento. Ma per il resto ( i rapporti con il prossimo, gli affetti, i desideri) non riesce a dare un senso alla sua vita. Forse non si rende conto che il senso della vita, come saggiamente affermava il famoso oncologo Umberto Veronesi, è la vita stessa. Ma Arianna non se ne rende conto, e continua nella sua ricerca affannosa, che inesorabilmente la porta ad una sola conclusione: l’abbandono. Abbandona chi forse le vuole veramente bene, è abbandonata e tradita da chi è tormentato da una psiche malata, abbandona sé stessa a riflessioni che aggrovigliano sempre di più il filo già aggrovigliato di una vita inconcludente e apparentemente senza sbocchi.
Lo stile narrativo segue le orme di Arianna: concitato, martellante, a volte di difficile comprensione, soprattutto nei lunghi colloqui con gli uomini della sua vita, puntini di sospensione, battute, domande senza risposta, snervanti tentativi di capire e di capirsi. Il lettore può anche perdersi, perdendo il filo della narrazione. Non mancano le trovate brillanti, come quella di sottolineare lo squillo insistente di un telefono scrivendo trenta volte “… squilla, squilla, squilla…” per quattro righe. Ben peggio (fumettistico) sarebbe stato un “ drin, drin, drin” ripetuto trenta volte.
Che aggiungere ? Forse, e sottolineo forse, la soluzione dei suoi problemi Arianna la troverà nel figlioletto Emanuele. Il finale del romanzo ci fa intendere che sarà lui e solo lui a colmare il bisogno d’amore della protagonista

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un thriller affascinante e originale.

E’ forse uno dei migliori thriller di James Patterson, prodotto in collaborazione con Howard Roughan, autore di alcune novelle e consulente pubblicitario a Manhattan. E’ scritto indubbiamente bene, con uno stile essenziale, brillante, lucido, a volte ironico, ricco di citazioni letterarie e di riferimenti colti (per non farsi mancare nulla!) e, ovviamente, di sorprendenti colpi di scena. Una sferzata di energia, insomma, da parte della premiata ditta J.P.&Co. (quasi 400 milioni di libri venduti in tutto il mondo) famosa per un’incessante produzione letteraria a volte più commerciale che di qualità. Questa volta (sarà anche merito del giovane collaboratore?) Patterson si è superato, eguagliando i suoi libri migliori ed assicurando un’alta tensione emotiva, senza cedimenti, sbavature o lungaggini. La storia è abbastanza complessa e inconsueta. L’io narrante è un famoso professore universitario, Dylan Reinhart (si saprà poi che ha lavorato anche per la CIA), autore di un testo sull’analisi dei comportamenti anomali e sulla cosiddetta “teoria della legittimazione”, in pratica sulla possibilità e liceità che una persona possa essere autorizzata a farsi giustizia da sé. Reinhart viene chiamato a collaborare con una giovane ed esperta detective, Elizabeth Needham, per dare la caccia ad un enigmatico serial killer che, uno dopo l’altro, elimina con sistemi efferati personaggi che in passato erano stati processati e, anche se colpevoli, assolti da un famoso giudice per insufficienza di prove, vizi di forma, smarrimento di reperti. Ogni delitto è contrassegnato da una carta da gioco, lasciata sul posto, che costituirà un indizio per il prossimo delitto. Un serial killer diabolico, che ambisce al ruolo di giustiziere e coinvolge nelle sue trame un giudice dal passato ambiguo, un giornalista smanioso di mettersi in mostra, il sindaco della città con il suo portavoce. I sospettati sono diversi, le indagini sempre più serrate e colme di imprevisti, tanto da mettere a repentaglio l’incolumità degli investigatori. Il finale, poi, è travolgente: si assiste perfino ad un tentato assassinio architettato dal killer addirittura post-mortem ! Incredibile, ma la trovata è geniale e lascerà il lettore con il fiato sospeso fino all’immancabile lieto fine.
Lieto fine anche per l’eroe dell’ultima impresa, il professor Reinhart, che confermerà il suo genuino affetto nei confronti del compagno di una vita in comune, Tracy, ed otterrà la tanto desiderata adozione di un bimbo, che verrà a suggellare la sincera unione di una coppia di fatto.
Che dire ancora? Il giallo è affascinante e originale, anche per le dotte citazioni che affiorano qua e là. Oltre a quella famosa e illuminante di Einstein ( “Il vero genio è colui che sa di non sapere”), ne ricordo altre due che non conoscevo. “ Gli amici tieniteli stretti, ma i nemici anche più stretti” (Michael Corleone), e “Politici e pannolini vanno cambiati spesso, e per lo stesso motivo” (Mark Twain). Buona lettura !

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I thriller di James Patterson, in primis "Il presidente è scomparso" e "Il cuore dell'assassino", tra i migliori in assoluto.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    12 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

I pericolosi segreti di una comunità Amish.

Kate Burkholder, protagonista di altri romanzi di Linda Castillo, è a capo della polizia di un piccolo centro dell’Ohio, Painters Mills . E’ ben preparata, abile nelle indagini, ci sa fare con la gente del posto, anche se costituita per gran parte da una comunità religiosa amish: sono anabattisti di lingua madre tedesca, i cui antenati erano emigrati dalla Svizzera nel Settecento e si erano stabiliti prevalentemente in Ohio, costituiti in gruppi familiari dai rigidi principi morali, chiusi alla modernità, con abitudini antiquate e poco propensi a comunicare con il mondo esterno. E proprio in questa comunità avviene un inspiegabile delitto: un giovane viene attirato in un fienile con la promessa di un incontro amoroso, ma un incendio sicuramente doloso e ben architettato pone tragicamente fine alla sua vita. La brava Kate, aiutata dal suo fidanzato John Tomasetti e da una solidale équipe di poliziotti, inizia le indagini, difficili e fuorvianti, per la scarsa collaborazione della comunità amish, che non ama intrusioni e solleva muri di omertà. Alla poliziotta, che faceva parte della comunità dalla quale si era poi separata dopo una gioventù difficile e travagliata, si pone un dilemma: indagare a fondo sul delitto, che appare conseguenza di una vendetta tutta interna alla comunità religiosa nei confronti di un violento maniaco, o lasciar perdere considerando che una sommaria giustizia è pur stata fatta? La Burkholder starà ovviamente dalla parte dello stato di diritto, e, sia pure a malincuore, procederà. L’autrice descrive bene lo stato d’animo dell’investigatrice, i suoi tormenti, le paure (correrà anche seri pericoli per la sua incolumità), i dubbi, la consapevolezza di essere costretta ad abbattere diffidenze e malintese leggi morali consolidate in secoli di chiusure e separatezze.
E altrettanto bene sa raccontare la vita della comunità amish e le sue abitudini, dalla lingua (un tedesco americanizzato) all’abbigliamento, dalle antiquate consuetudini familiari ai lavori domestici ed ai commerci. E sa anche che sotto una ruvida scorza di perbenismo apparente esiste anche “l’anima del male”: passioni roventi e incontrollate, vendette atroci, violenze nascoste che possono portare ad omicidi e suicidi. E tutto deve restare nascosto, segreto, ed è illuminante il titolo originale del thriller: “A gathering of secrets”. Il giudizio sul romanzo è positivo: la Castillo è riuscita a costruire una storia ricca di colpi di scena e di suspense pur ambientandola in una piccola cittadina di campagna, dove i poliziotti locali dovrebbero essere chiamati prevalentemente per litigi da eccesso di alcoolici, incidenti stradali e furti di bestiame. Attendiamo il prossimo romanzo ( titolo “Shamed”), sempre con l’instancabile Kate Burkholder protagonista, che apparirà in Italia nel 2020.

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"Costretta al silenzio" di Linda Castillo, finalista di premio letterario (RITA Award) e con versione cinematografica.
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Libri per ragazzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Giugno, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Che cosa penseranno gli animali di noi?

Anche quest’opera di Camilleri risale ad una idea di circa dieci anni fa, come “Il cuoco dell’Alcyon”. Se viene pubblicata solo ora (come scrive l’autore in una nota) lo si deve ai due piccoli pronipoti, ai quali queste storie di animali sono dedicate. Sono dodici storie, dodici incontri con animali di ogni genere, cani, gatti, uccelli, maiali, vipere, capre, tutti con un loro percorso significativo per la vita di Camilleri. Un agile libretto, che si legge in poche ore. Non ci sono avventure mirabolanti né riflessioni filosofiche sugli strani rapporti uomo-animale, ma solo appunti di vita vissuta, ricordi d’infanzia messi giù con stile semplice, colloquiale, privo di fronzoli, che ci fanno capire quanto contino gli animali per l’autore, che sembra amarli incondizionatamente, al punto da temere un loro ipotetico giudizio sulla nostra razza, quella umana. Alcune sono storie commoventi, come quella delle capre girgentane in via di estinzione o del cane denutrito che soccorre una gatta ammalata portandole pezzetti di carne, altre buffe e singolari: vale per tutte quella del cardellino Pimpi che sapeva imitare, addirittura “con voce rauca e profonda, dall’accento inconfondibilmente siciliano”, la voce stessa di Camilleri. Il racconto che dà il titolo al libro (“I tacchini non ringraziano”) si riferisce alla strage dei poveri e grassi pennuti in occasione del Thanksgiving Day negli Stati Uniti, una morte annunciata incontro alla quale i tacchini vanno con “suprema dignità”. L’autore è totalmente dalla loro parte. Proprio per questo stridono (ed è forse l’unica pecca del libro) i due racconti che citano episodi di caccia: “Il lepro che ci beffò”, in cui si narra dell’astuzia di un “lepru” (maschio della lepre in siciliano!) che si finge morto per sfuggire al padre di Camilleri, cacciatore, che credeva di averlo colpito a morte, e “L’incantesimo della volpe”, che descrive lo stupore di un giovane Camilleri cacciatore, incantato dai riflessi del sole sul folto pelo di un cane, che lo affascinano e gli fanno perdere la preda, una volpe appunto, causa inconsapevole di un fortunato incantesimo. Ma Camilleri è ben consapevole di amare incondizionatamente il mondo animale. Basta leggere la nota alla fine de0060043 libro, che va ben oltre: “se veramente un giorno riusciremo a sapere quale opinione hanno di noi gli animali, sono certo che non ci resterà da fare altro che sparire dalla faccia del pianeta, sconvolti dalla vergogna”. Infine, è d’obbligo citare i disegni di animali stilizzati che animano i racconti: sono di Paolo Canevari, uno degli artisti italiani più noti a livello internazionale.

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Le opere di Andrea Camilleri.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    15 Giugno, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un Montalbano ringiovanito e spericolato.

Stupisce sempre Camilleri, questo grande, grandissimo uomo e scrittore. Ha sempre grandi idee, si batte sempre per grandi ideali, spera sempre, per nipoti e pronipoti, un mondo migliore, ben lontano e diverso dalle miserie dell’epoca corrente. Con “Il cuoco dell’Alcyon” ci riserva un’ennesima sorpresa. Ha riesumato da un passato non troppo lontano (dieci anni circa) il canovaccio di una sceneggiatura cinematografica (una coproduzione italo-americana, non andata a buon fine) e, aggiustandola sapientemente, ne ha ricavato un nuovo romanzo sul commissario Montalbano, il trentesimo della serie, forse uno dei migliori. Devo subito dire che si tratta di una storia avvincente, diversa dalle solite, una storia che non lascia momenti di pausa, narrata con una verve insolita e spumeggiante, piena di novità e di sorprese. Intanto c’è un viaggio di Montalbano a Boccadasse dall’eterna fidanzata Livia, un incontro, salvo qualche doveroso chiarimento, senza incomprensioni e litigi, che fa ben sperare per un sereno futuro. Non basta: il commissario viene addirittura sollevato dall’incarico, invitato a prendersi periodi di ferie e sostituito da un nuovo dirigente, il tutto senza spiegazioni e nello sconforto dei fidati collaboratori Fazio, Mimì Augello e Catarella. Ma c’è di più: arriva a Vigata addirittura un investigatore siculo-americano dell’FBI, perchè, ed ecco l’intrigo principale della vicenda, va e viene un misterioso veliero, con un altrettanto misterioso equipaggio ed occasionali ospiti internazionali ben poco raccomandabili. Va da sé che Montalbano, in congedo solo per uno stratagemma accuratamente studiato , diventa l’eroe di quello che doveva essere un film di successo, e che si è invece tradotto in un romanzo giallo da togliere il fiato. E chi sarà mai il cuoco dell’Alcyon del titolo? Non mi va di svelare troppo la trama: posso solo dire che Alcyon è il nome del fantomatico veliero battente bandiera boliviana, sede di proibitissimi incontri, e che Montalbano, truccato in modo irriconoscibile, metterà a repentaglio la sua vita in un susseguirsi mozzafiato di vicende. Poche volte, nei romanzi della serie, il bravo commissario si è esposto in modo così spavaldo a pericoli ed agguati, tanto da far pensare ad un suo improvviso ringiovanimento: in effetti la storia è stata concepita una decina d’anni fa, quando ancora il buon Salvo non sentiva le prime avvisaglie della vecchiaia e si buttava con encomiabile spirito di servizio nelle avventure più spericolate. Gli fa da spalla il fidatissimo Fazio, quasi suo alter ego oltre che confidente, il vice Mimì Augello fa la sua parte mentre Catarella si esibisce in una sincera quanto buffa serie di pianti e lamentazioni. Tutti i personaggi sono ben centrati, anche l’inviato dell’FBI che cerca di farsi capire in un surreale dialetto siciliano americanizzato. E tutto sembra rispecchiare certi aspetti di miserabili attività dei tempi nostri, anche se, come osserva Camilleri in una nota, gli affari dei boss del mondo di oggi si fanno con un “clic” e non tramite romanzeschi incontri in mezzo al mare. E vorrei anche rassicurare l’Autore su un suo dubbio: questo nuovo libro di Montalbano risente sicuramente nel bene della sua origine non letteraria.


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Gli altri romanzi sul commissario Montalbano.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Giugno, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La rassegnazione di fronte alla Legge.

Con “Il castello”, è una delle opere più significative dello scrittore di Praga, uno dei capolavori del primo Novecento pubblicato nel 1925 da Max Brod, contro la volontà dell’autore che voleva distruggere il manoscritto. Sono dieci capitoli, che la Libraria Editrice s.r.l. ha pubblicato nel 2018 in una Collana dedicata ai Classici, aggiungendovi sei capitoli incompiuti. Il lavoro è del 1914/15 e, come noto, è stato ed è oggetto di svariate interpretazioni, tante sono le chiavi di lettura che i critici letterari hanno voluto usare per leggere tra le righe qualcosa che forse Kafka aveva intuito o solo percepito, pur senza esplicitare i veri nodi delle critiche che in cuor suo voleva manifestare nei confronti del sistema giudiziario in primis, dei rapporti umani e della vita più in generale. E’ la storia, sospesa tra realtà e immaginazione, di un impiegato di banca, Joseph K., al quale improvvisamente viene notificato un mandato di arresto per gravi colpe mai chiarite e mai commesse. Il malcapitato si trova coinvolto in un processo assurdo e inesplicabile, si rifiuta di accettare la propria sorte, crede fermamente in un errore giudiziario pur restando invischiato in una ragnatela di situazioni e incontri – scontri con una burocrazia cieca e complessa, popolata da personaggi surreali e sfuggenti. Lo stile narrativo è freddo e disadorno, a tratti delirante e astratto, quasi avulso dalla realtà degli accadimenti. La legge segue il suo corso, inesorabile e complessa: il poveretto alla fine verrà giustiziato, mormorando “Come un cane!” (e fu “ come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”!). Il romanzo, che ebbe una versione cinematografica ed un famoso sceneggiato televisivo nel 1978, si presta a interpretazioni svariate. Oltre alla più comune, vale a dire una critica feroce e scontata contro la “giustizia”, troppe volte caratterizzata da meccanismi imprevedibili e tragici che escludono rapporti di fiducia e che rendono inutile qualsiasi tentativo di difesa, altre possono essere le chiavi di lettura. Vi si può, a mio parere, intuire un latente senso di colpa, aggravato dalla solitudine e dall’impotenza ineluttabile di fronte agli ingranaggi inarrestabili di leggi preconfezionate o addirittura di un mondo che non ascolta e soprattutto non perdona. Un individuo solo contro tutti, che sembra, alla fine di un calvario, accettare la condanna e la morte come una desiderata liberazione. Illuminante il capitolo VII, che disquisisce su vari tipi di assoluzione: la “vera”, quasi mai comminata, quella “apparente”, che protrae le inchieste all’infinito, il “rinvio”, che consiste in un basso profilo delle procedure che mai si concludono. Una sorta di intrighi, degni dell’Azzeccagarbugli manzoniano. Un’altra chiave di lettura può leggersi nel capitolo IX: la predica, con “voce possente ed esercitata”, di un prete dal pulpito del Duomo della città, rivolta esclusivamente a Joseph K. ivi recatosi per incontrare un cliente della banca, si traduce alla fine in colloquio, apparentemente oscuro, nel quale il predicatore, sedicente cappellano del tribunale, cita ripetutamente una imperscrutabile Legge il cui accesso è proibito all’uomo da una sola persona, un fantomatico Guardiano. “ Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, ti lascia andare quando vai”. Una metafora della vita, indifferente alle umane vicissitudini, un fluire lento, inutile lottare o cercare di capire.
I personaggi del romanzo, almeno alcuni, sembrano simboli irreali: l’ispettore del tribunale, i colleghi di Joseph K., il giudice istruttore, Karl, lo zio del protagonista, l’avvocato Huld, perennemente malato, inconcludente nel procedimento giudiziario, il vicedirettore della banca che s’approfitta delle difficoltà di Joseph K., cercando di trarne vantaggi, il pittore Titorelli, strana e ambigua figura di ritrattista , e poi le donne, sfuggenti, la signora Grubach, affittacamere, la signorina Burstener, le tre monelle del pittore, e soprattutto Leni, infermiera e domestica dell’avvocato Huld, dolce e compiacente, civettuola quanto basta per tingere di leggerezza e di sensualità una trama narrativa altrimenti cupa e angosciante. E sono proprio i personaggi simbolici a suggerire una nuova interpretazione del romanzo, inteso come paradossale visione onirica, un lungo, snervante sogno di un individuo tormentato, rassegnato di fronte all’incombere di un destino già scritto.

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" Il castello" di Franz Kafka.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Mag, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un'indagine sui meandri oscuri della psiche.

Sonia vive in una bella casa sul Tamigi, nei pressi di Londra. Soffre di depressione: il marito Greg è sempre via per lavoro, la figlia Kit se n’è andata di casa, la madre è in un pensionato per anziani e non le ha mai voluto bene veramente. Seb, il fratello al quale era legatissima, non c’è più: durante una gita sul fiume con la sorella, su una zattera travolta dalle onde, muore, a causa di una manovra azzardata di Sonia. E’ passato tanto tempo, ma il ricordo dell’episodio tormenta ancora la sorella, minandone lentamente la psiche ed isolandola sempre più dal mondo esterno. Ma ecco un evento che sconvolgerà per sempre la sua vita: bussa alla porta della casa sul fiume un ragazzo di 15 anni, Jez, amico di famiglia, in cerca di un famoso disco della collezione di Greg. Sonia lo accoglie, lo fa entrare, non le sembra vero di avere qualcuno tutto per sé, da non perdere, da non lasciarsi sfuggire. Inizia così una trasformazione dei personaggi, descritta magistralmente pagina dopo pagina dall’Autrice. In Sonia la malattia psicotica diventa ossessione, impedisce con vari pretesti al ragazzo di uscire dalla casa, dandogli prima dimostrazioni di un rassicurante affetto e ricorrendo poi, con il passare del tempo, a metodi sempre più sbrigativi: lo lega al letto per impedirgli la fuga e gli somministra sedativi mescolati al cibo. Jez viene ingannato con promesse di liberazione, subisce le attenzioni morbose della carceriera, cerca di venire a patti con Sonia, che ormai lo considera cosa sua, da custodire gelosamente non potendone più fare a meno. Negli ultimi capitoli ci sarà spazio per un delitto (a tanto giungerà la follia di Sonia!) e per un finale a sorpresa, che sembra presagire una sorta di sindrome di Stoccolma, una dipendenza psicologica, se non addirittura affettiva della vittima nei confronti di chi l’ha privata a lungo della libertà. Il romanzo, del 2011 e prima opera della scrittrice, è caratterizzato da una minuziosa indagine sulla psiche malata di una donna sola e depressa, vulnerabile,che tenta disperatamente di colmare il suo bisogno di affetto con un gesto estremo di cui sembra non voler assolutamente calcolare le conseguenze. La scrittura è da giallista consumata, crea tensioni e dà emozioni forti; solo qualche lungaggine sui rapporti con i familiari e con i ricordi di un passato tormentato. Non si può non ricordare un’analoga vicenda narrata dal grande Stephen King (“Misery”) con ineguagliabile potenza descrittiva, resa mirabilmente nella trasposizione cinematografica “Misery deve morire” dall’interprete Kathy Bates, vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe. Anche de “La casa sul fiume” vedremo la versione cinematografica (diritti già acquisiti), sperando anche di leggere presto la traduzione italiana dell’ultimo romanzo (2019) della Hancoch “I thought I knew you”, un’introspezione sull’ipocrisia dei rapporti familiari.

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L'ultimo libro (per ora solo in inglese) della Hancock "I thought I knew you".
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