Opinione scritta da La Lettrice Raffinata
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Arsène Lupin, borsaiolo simp
Dopo il grande successo della serie TV Netflix in cui la figura del celebre ladro viene trasposta nel mondo contemporaneo, poteva l'editoria italiana non sfruttare il rinnovato successo della creatura di Leblanc per sfornare copie su copie dei suoi libri? ovviamente no, e tra queste c’è la nuova edizione di Feltrinelli, proposta in acquisto combinato ad un ottimo prezzo. Da buona vittima del marketing, la sottoscritta non si è lasciata scappare l'occasione; ed ecco come sono approdata alla lettura di "Arsène Lupin, ladro gentiluomo".
Il volume si presenta come una raccolta composta dai primi nove racconti scritti dal caro Maurice, e inizialmente pubblicati singolarmente sulla rivista Je sais tout. Nonostante venga rispettato l'ordine di pubblicazione, le storie non seguono alcuna cronologia, tanto che nella prima narrazione Lupin viene già menzionato come una figura ben nota alle autorità francesi; solo più avanti nella lettura vengono forniti al lettore dettagli sulle sue origini ed i primi colpi, nonché su come l'anonimo narratore sia entrato tanto in confidenza con il noto ladro da trasformarsi nel suo biografo ufficiale. Logicamente, non troviamo neppure un epilogo, perché i volumi dedicati alla figura di Lupin -ad opera di Leblanc, ma non solo- sono moltissimi.
E posso ben capirne il motivo: Lupin è un personaggio estremamente carismatico, che riesce con poche battute ad accattivarsi l'affetto del lettore a dispetto della sua professione, o forse proprio per merito di questa. La sua caratterizzazione è senza dubbio l'aspetto di questa lettura che più mi ha colpita in positivo; ho adorato leggere le sue sbruffonate, la passione che mette nelle sue imprese e l'astuzia con cui riesce ad avere la meglio sia ottenendo un buon bottino sia dando prova della sua grande dialettica.
L'altro indubbio punto di forza del titolo sono le risoluzioni dei diversi misteri, ad opera delle forze dell'ordine ma più spesso dello stesso Lupin, che non può proprio resistere all'idea di far sfoggio una volta in più del suo acume. Personalmente continuo a ritenere più soddisfacenti le spiegazioni date da Poirot o Miss Marple, ma anche gli intrecci creati da Leblanc sono affascinanti. Come non citare poi l'atmosfera della Belle Époche che permea tutti i racconti, trasportando i lettori in un mondo diviso tra due realtà: dove ancora ci si sposta a cavallo, ma già la tecnologia permette ad un ladro intraprendente di mettere a segno furti impossibili sulla carta.
Purtroppo questa lettura non è stata tutta vaccini contro la rabbia e turbine a vapore. Per quanto il caro Arsène mi abbia convinto, non posso dire lo stesso per il resto del cast che in gran parte è composto da caratteri appena abbozzati; neppure Justin Ganimard ed Herlock Sholmes, che sulla carta dovrebbero rappresentare le nemesi del celebre ladro, hanno dei tratti particolarmente memorabili. Rimanendo in tema personaggi, non ho apprezzato per nulla la figura di miss Nelly Underdown: trovo incomprensibile la sua azione alla fine de "L'arresto di Arsène Lupin" e inconcludente il suo contributo in uno dei racconti successivi.
Per quanto poi la sospensione dell'incredulità sia d'obbligo in una storia di fantasia, la risoluzione presentata ne "La Collana della regina" è dir poco inverosimile; l'ho trovata fastidiosa soprattutto perché vorrebbe portare un messaggio di denuncia sociale, che però si perde del tutto di fronte all'assurdità della vicenda raccontata.
Nonostante questi difetti, rimane un titolo molto godibile e divertente, inoltre questa edizione di Feltrinelli ha una valida traduzione e diversi appendici in cui vengono forniti un buon quadro sulla vita di Leblanc e sulla genesi del geniale ladro che lo rese famoso.
NB: Libro letto nell'edizione Feltrinelli
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Quattro matrimoni e un funerale
Dopo la lettura di "Finché il caffè è caldo" non ero troppo convinta di voler continuare la serie, specialmente perché non riuscivo neanche ad immaginare cosa potesse essersi inventato di nuovo l'autore per i volumi successivi; nel frattempo però mi è stato regalato "Basta un caffè per essere felici", quindi mi sono sentita spronata a proseguire. Ma metto già le mani avanti: salvo altri (sempre graditi!) doni, non ho in programma di leggere il terzo libro a breve.
Anche in questo seguito, il volume è diviso in quattro novelle, in alcuni casi con il titolo in comune con le precedenti. Torniamo quindi al misterioso caffè edochiano in cui, seguendo un rigido decalogo di regole e raccomandazioni, è possibile viaggiare nel tempo e rivivere quindi un momento del passato oppure dare una sbirciata al futuro. I personaggi che fruiscono di questo particolare servizio sono dei volti nuovi, ma dietro al bancone tornato Kazu e Nagare Tokita, questa volta affiancati da Miki, la figlioletta settenne di lui.
Forse perché già sapevo che tipo di narrazione aspettarmi, questo libro mi ha convinta un po' di più del primo capitolo. Sono di nuovo promossi l'atmosfera sognante, quasi magica, che si respira nel caffè ed il concetto ben ragionato dietro ai viaggi nel tempo. Mi sono piaciuti anche il parziale senso di evoluzione che si percepisce nelle vicende -nonostante le storie rimangano scollegate tra loro- e la scelta di creare una narrazione più ampia e corposa, andando pian piano a fornire maggiori informazioni sui personaggi ricorrenti.
Ho apprezzato la possibilità di vedere qualche scorcio di una realtà molto diversa da quella occidentale, in cui si vive secondo altri valori e ci si relaziona in maniera più formale. Ad avermi colpita principalmente però sono state le intenzioni dei viaggiatori: l'autore dimostra sicuramente una maggiore inventiva in questo senso, soprattutto perché deve tener conto della regola per cui non si può in alcun modo influenzare il corso della Storia.
Purtroppo per alcuni aspetti questa serie non riesce ancora a conquistarmi: trovo lo stile di Kawaguchi abbastanza povero, a tratti quasi asettico, con una prosa che si perde in tediose ripetizioni (specialmente delle regole per viaggiare nel tempo, ribadite in ogni singola novella!) rendendo il ritmo a dir poco indolente. Per mio gusto personale poi non vado matta per le storie in cui si tenta palesemente di arruffianarsi il lettore con vicende tragiche in modo estremo; un difetto oggettivo è invece la presenza di informazioni di cui un dato personaggio non dispone nel suo POV, seppur in terza persona.
Devo infine bocciare per la seconda volta l'edizione di Garzanti che, oltre ad avere un rapporto qualità/prezzo discutibile, non propone nessun contenuto utile a far comprendere al lettore la cultura giapponese, e in alcuni casi non riporta neppure la traduzione dei termini lasciati in originale! A questo punto temodi non potermiaspettare nulla di più da parte loro per il terzo capitolo della serie.
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Se Collins avesse scritto di uomini gay
"The Quick. Misteri, vampiri e sale da tè" è un libro che mi ha incuriosito per anni, specialmente per merito della bella cover realizzata per l'edizione italiana; però finivo sempre per rimandare questa lettura perché non ne ho mai sentito parlare troppo, o in toni particolarmente lusinghieri. E ammetto che inizialmente la media delle valutazioni su Goodreads mi ha frenato un po', ma con il procedere della narrazione mi sono appassionata sempre più alla storia, che si è rivelata alla fine una piacevolissima sorpresa.
Il romanzo segue un gran numero di personaggi e gruppi spesso in contrasto tra loro nell'Inghilterra di fine Ottocento, ma il focus principale è riservato a Charlotte e James Norbury, sorella e fratello di buona famiglia originari dello Yorkshire. Dopo un rapido excursus sulla loro infanzia, la storia inizia effettivamente con l'arrivo di James a Londra dopo gli studi ad Oxford; il giovane spera di fare strada come scrittore, ma si trova suo malgrado coinvolto nei misteriosi affari dell' Ægolius, un club per gentiluomini a dir poco esclusivo.
Come già accennato, il cast dei personaggi è estremamente ampio: questo spunto è solo una minima parte della trama complessiva. A tal proposito, voglio subito menzionare quelli che ritengo essere i due soli difetti del romanzo: la fiacchezza del ritmo nella prima parte e l'eccesso di materiale narrativo; a mio parere, l'autrice aveva abbastanza idee e personaggi interessanti da ricavare per lo meno una trilogia! mi è sinceramente dispiaciuto che figure brillanti e non scontate come Augustus "Gus" Mould, Adeline Swift o Lucy Price venissero relegati a ruoli secondari.
Ad onor del vero c'è un'altra piccola problematica, ma riguarda unicamente questa edizione. Ritengo che la copertina ed il sottotitolo -per quanto carini e in linea con la storia raccontata- potrebbero far pensare ad un libro per ragazzi, mentre l'età dei protagonisti, il tono della prosa e le tematiche affrontate fanno da subito capire quale sia il target in realtà.
Ma passiamo ora ai (tanti) motivi per cui mi sento di consigliare questo titolo, andando in controtendenza rispetto alla maggioranza dei lettori. Il primo elemento ad avermi colpito è lo stile: la prosa di Owen è perfettamente in linea con il contesto storico scelto, ed adegua anche il lessico ai diversi POV presenti. Di conseguenza, un altro aspetto ben riuscito e da subito evidente è l'ambientazione, tratteggiata con grande cura per i dettagli, specialmente quelli legati alla vita quotidiana dei londinesi di bassa estrazione, umani o vampiri che siano.
Ho apprezzato molto anche l'attinenza ad alcuni autori classici, in particolare diversi passaggi mi hanno fatto pensare a "La donna in bianco" di Collins per l'atmosfera e la presenza di documenti nel testo, altri a Dickens: una scena specialmente sembra proprio uscita da "Oliver Twist", ma con dei piccoli vampiri al posto dei ragazzini di Fagin. Ovviamente ho gradito il formato mixed media, che rende sempre più intrigante una lettura, e in questo caso contribuisce in egual modo a creare maggior mistero e a far intuire ai lettori più attenti diversi sottotesti.
Il vero punto di forza di questo libro si scopre solo dopo un po', ed è rappresentato dai suoi personaggi. La cara Lauren è stata molto brava nel capovolgere un sacco di stereotipi e nel creare delle backstory ai protagonisti che permettono di comprendere al meglio gli avvenimenti del presente. A fine lettura mi sono veramente affezionata a tutto il cast, e proprio per questo avrei voluto che ognuno di loro avesse il giusto spazio.
Ma veniamo alla parte spooky: questo romanzo riesce a dare i brividi? Non particolarmente, devo dire: non è il primo elemento che viene in mente se ripenso all'esperienza di lettura; in compenso non mancano dei momenti un po' creepy legati al vampirismo, inoltre il clima gotico e decadente si percepisce molto bene e lo rende comunque un titolo adatto al periodo halloweeniano.
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Ollio e... Thor (più un sacco di vampiri)
Prima di iniziarne la lettura, di "Io sono leggenda" avevo soltanto una vaghissima idea, nata principalmente dal materiale promozionale dell'ultimo adattamento con Will Smith. Mi aspettavo quindi una storia d'azione, con il protagonista che lotta per la sopravvivenza in un mondo ormai dominato dai vampiri; e la trama del romanzo in effetti non si allontana troppo da questo spunto, ma sceglie di focalizzarsi sulla parte psicologica, accantonando quasi completamente il lato più adrenalinico.
Come accennato, la narrazione si apre su una realtà distopica in cui un'epidemia ha portato ad un passo dall'estinzione la specie umana, trasformando i contagiati in creature assetate di sangue. In questo scenario si muove Robert "Bob" Neville, unica persona non infetta nel raggio di svariati chilometri; dopo aver visto morire tutti i cari, l'uomo decide di convertire in una fortezza notturna la sua casa, mentre passa le giornate a dare la caccia ai vampiri bloccati nel loro sonno comatoso.
Così descritta la trama potrebbe apparire un po' scarna, e in effetti è proprio così: gli eventi realmente impattanti si possono contare sulle dita di una mano, e questo non è dato dalla brevità del testo quanto da una precisa intenzione dell'autore, che ha preferito mostrare il processo di deterioramento in atto nella mente di Neville, costretto a vivere del tutto isolato e in costante stato di allerta a causa degli attacchi notturni. Oltre allo sterminio dei succhiasangue, il nostro eroe è impegnato anche nella ricerca scientifica: tenta infatti di capire come si sia diffusa l'epidemia e quali siano i modi più efficaci per uccidere i vampiri.
La limitatezza della trama e il volersi focalizzare un po' troppo sull'aspetto scientifico del vampirismo sono forse i due elementi che meno mi hanno convinta di questa lettura. Non posso dire di aver apprezzato del tutto neppure il modo forzato con cui Matheson inserisce diversi flashback nella narrazione ed il finale decisamente affrettato: si tratta di certo di una risoluzione inaspettata, che stupisce il lettore, ma non avrebbe guastato qualche pagina in più per arrivarci in modo graduale.
Per contro, mi sono piaciuti molto lo stile ed il tono della narrazione: nulla lascia intuire che si tratti di un classico (seppur moderno) perché la prosa è praticamente contemporanea. Promuovo anche l'idea alla base ed il tentativo di modernizzare in parte la figura del vampiro perché, seppur possano sembrare concetti alquanto banali nel 2022, sono stati senza dubbio davvero innovativi per gli anni Cinquanta.
Il maggior punto di forza del romanzo si ha però nel ritratto psicologico del protagonista. Matheson ribalta i ruoli presenti nelle narrazioni gotiche classiche per mostrarci i pensieri di un uomo rimasto solo in un mondo di mostri; il risultato è un protagonista allo stesso tempo brillante nelle sue ricerche quanto folle per le paranoie che lo guidano. E forse proprio questo è l'aspetto più inquietante della storia: i brividi qui non riguardano la violenza bestiale dei vampiri, ma i fondi limacciosi della psiche umana posta in una situazione estrema.
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How to creare aspettative fasulle
Libro acquistato all'uscita del film con l'idea di leggerlo per poi confrontarlo con l'adattamento; in pochi saranno stupiti di scoprire che, oltre a non aver letto il romanzo fino ad'ora, non ho mai recuperato neanche il film. Ma forse in questo c'è qualcosa di positivo, infatti "Dark Shadows. La maledizione di Angelique" non è l'ispirazione alla base del quasi omonimo lungometraggio di Tim Burton: entrambe le opere sono invece figlie della soap opera a tema sovrannaturale trasmessa tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, infatti Parker era l'interprete della strega Angelique prima che quest'ultima assumesse i connotati di Eva Green nel 2012.
Il romanzo si potrebbe considerare un prequel rispetto alla soap perché la narrazione principale ruota attorno alle origini di Angelique Bouchard, figlia di una guaritrice discendente da schiavi, che nel corso della sua vita si avvicina sempre più al mondo dell'occulto. La ragazza diventa così una strega, e sono proprio le sue abilità a salvarla in diverse occasioni, oltre a permetterle di attuare una vendetta nei confronti dell'amato Barnabas Collins quando lui le preferisce una ricca ereditiera. Questi avvenimenti e molti altri sono raccontati tramite lunghi flashback opposti alle brevi parentesi ambientate nel 1971: qui troviamo un Barnabas guarito dalla maledizione ma ancora prigioniero del suo passato e delle azioni che l'hanno portato a perdere i suoi cari.
Premetto che a mio avviso questa storyline avrebbe potuto essere molto ridimensionata, se non direttamente eliminata; risulta infatti meno interessante e si basa su personaggi e premesse per nulla chiari, probabilmente perché già ben noti allo spettatore della soap, ma non ad un lettore neofita purtroppo. Per fortuna la maggior parte del volume è dedicata alla storia di Angelique, partendo dall'infanzia spensierata sull'isola della Martinica per poi snodarsi in vicende sempre più tragiche ed oscure.
Si sarà intuito che ho trovato estremamente affascinate questa protagonista, oltre a ritenere molto solida e ben motivata la lenta costruzione della sua discesa nella malvagità, un tipo di sviluppo caratteriale sulla carta vincente ma spesso difficile da rendere bene. Penso che l'autrice abbia gestito correttamente anche gli elementi di foreshadowing: forse i colpi di scena non saranno sbalorditivi, ma la cara Lara riesce comunque a creare una sana curiosità attorno all'intreccio del romanzo.
Un altro elemento che ho apprezzato sono i personaggi secondari (tra i quali devo per lo meno menzionare il mio preferito, aka Césaire), ai quali l'autrice ha cercato evidentemente di dare una caratterizzazione oltre agli stereotipi. Ben resa anche l'atmosfera gotica ed enigmatica, che da il suo meglio nelle scene un po' oniriche in cui Angelique ricorre ai suoi poteri.
Purtroppo questo titolo ha anche parecchi difetti, oltre alla già menzionata debolezza della parte ambientata nel presente. Lo stile non è sempre all'altezza della storia raccontata, e lo si nota specialmente in alcuni dialoghi estremamente artificiosi e retorici, mentre la descrizione delle creature sovrannaturali è degna dell'immaginazione di un bambino: streghe votate al Maligno e vampiri che si trasformano in pipistrelli stonano parecchio con l'ambientazione cupa e angosciante creata da Parker.
Ma la pecca maggiore è da attribuire in toto alla CE italiana che, per cavalcare l'onda pubblicitaria del film, ha realizzato un'edizione in cui tutto (sottotitolo, cover, sinossi) rimanda al personaggio di Barnabas; e per quanto io mi sia poi affezionata alla strega Angelique, non sarà difficile immaginare come le mie aspettative iniziali siano state deluse allo scoprire come questa non fosse la storia del vampiro.
Avevo perfino inserito il titolo in una TBR a tema vampirismo! Per lo meno lo spirito halloweeniano è stato rispettato: i vampiri non si sono quasi visti, però le atmosfere della storia e il fascino oscuro della magia la rendono una ottima lettura spooky.
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Tremate, tremate, gli emo son tornati
Black non è propriamente un'autrice nuova per me, dal momento che un paio di anni fa ho letto la pentalogia Magisterium, pubblicata in collaborazione con Clare. "I segreti di Coldtown" è però il primo romanzo che leggo scritto esclusivamente da lei, e basandomi su questa narrazione la vedrei bene a collaborare con A.G. Howard piuttosto che con la cara Cassandra: entrambe soffrono palesemente di una feroce nostalgia per i primi anni duemila, infatti tutti i loro personaggi sono abbigliati e si atteggiano come dei perfetti emo goth. In questa storia non si parla però di fatine arrivate dal Paese delle Meraviglie bensì di vampiri, in una versione decisamente aggiornata.
L'ambientazione fa infatti pensare ad una realtà quasi distopica, ma la premessa è puramente fantastica: i vampiri da sempre popolano il mondo in gran segreto, ma alcuni anni prima il neo vampiro Caspar Morales ha dato il via ad un infezione di massa che ha portato in poco tempo alla diffusione del vampirismo su tutto il pianeta. Ogni Paese reagisce come può a questa pandemia, e gli Stati Uniti in particolare istituiscono delle enormi zone di quarantena chiamate Coldtown, in cui rinchiudere vampiri, persone infette e qualunque cittadino abbia la sfortuna di trovarsi all'interno dei confini. Le reazioni dell'umanità alla scoperta del vampirismo sono estremamente varie: c'è chi vede i vampiri come una minaccia da distruggere e chi li venera neanche fossero delle celebrità, arrivando ad entrare spontaneamente nelle Coldtown per farsi mordere.
La diciassettenne Tara Bach invece cerca di ignorare il fenomeno che ha causato la morte di sua madre, ma non può più farlo quando una festa alla quale partecipa durante l'estate si trasforma nel ricco banchetto di un gruppo di vampiri. Convinta di essere infetta, la ragazza parte alla volta della Coldtown di Springfield assieme ad Aidan Marinos -amico da sempre, ex da poco e vampiro a breve- e al misterioso vampiro Gavriil "Gavriel". Durante il viaggio verso questa quarantena volontaria, al trio si uniscono i gemelli Jennifer "Midnight" e Jack "Winter", blogger e aspiranti vampiri; in scena entreranno poi molti altri personaggi sopra le righe tra cui l'antico vampiro Lucien Moreau, ora divenuto una sorta di star grazie al suo reality online.
Oltre alla scorrevolezza della narrazione, aiutata dalla brevità dei periodi, questo titolo ha pochi punti di forza che abbiano superato indenni la prova del tempo. Personalmente ho apprezzato come l'autrice abbia aggiornato la figura del vampiro, qui trasformato in celebrità del mondo contemporaneo; per chi ha letto i romanzi di Anne Rice non sarà nulla di inedito, ma nel target YA è sicuramente un elemento insolito. Molto ben scritte le descrizioni dei personaggi, con tanti dettagli e particolari che li rendono facili da identificare; mi sento di promuovere anche il tentativo di dare un background ai protagonisti tramite brevi capitoli di flashback.
Sull'altro piatto della bilancia troviamo però una narrazione resa confusa dal comportamento casuale dei protagonisti, soprattutto nelle prime scene che avranno dei chiarimenti poco convincenti solo molto più avanti; la stessa confusione caratterizza il world building, che pur essendo affascinante nella sua estetica decadente presenta parecchie incongruenze.
Per quanto riguarda la trama, sono presenti diverse svolte decisamente deboli e nessun colpo di scena degno di questo nome. Anche le relazioni interpersonali non mi hanno fatta impazzire: ad esclusione dell'amicizia pregressa con Aidan, tutti gli altri rapporti instaurati dalla protagonista sono molto forzati perché manca il tempo materiale per svilupparli degnamente.
Ma come anticipato il più grande difetto di questo romanzo è il suo rientrare in una tipologia di libri per ragazzi ormai superata: leggere di bellocci tenebrosi che si innamorano delle protagoniste senza motivo, personaggi che agiscono senza mai riflettere un attimo sulle conseguenze e ragazze che indossano abiti favolosi per andare ad inutili balli, penso abbia stufato un po' tutti.
Ovviamente anche questo titolo rientrava nella mia TBR halloweeniana, e su questo fronte devo purtroppo segnalare che non ci sono stati molti brividi, ma sicuramente tante risate.
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Poirot 1 : Giraud 0 (Hastings Zerissimo)
Durante il mese di ottobre mi ero ripromessa di concentrarmi sui libri a tema vampirismo, in vista di Halloween, quindi ci si potrebbe chiedere cosa ci faccia qui in mezzo un romanzo della cara Agatha. Purtroppo il mio primo tentativo di lettura vampiresca (aka "I dodici" di Jasper Kent) non è stato propriamente un successo, e quando mi sento un po' arenata con gli altri romanzi i suoi mystery brevi e sempre intelligenti mi sembrano il perfetto toccasana per motivarmi anche con le letture successive. E ancora una volta la prosa di Christie sembra essere riuscita a riattizzare la mia voglia di leggere, per merito di "Aiuto, Poirot!".
Il secondo romanzo con protagonista il detective belga ci presenta un mistero d'oltremanica: Poirot viene convocato a Villa Geneviève, nella località di villeggiatura Merlinville-sur-Mer, dove il padrone di casa Paul Renauld si sente minacciato a causa di un presunto segreto del quale è depositario. Allettato dal primo caso degno di nota dopo settimane passate a ritrovare cagnolini di danarose nobildonne, Hercule Poirot parte subito per l'Alta Francia con il capitano Arthur Hastings, che anche in questo libro sarà la nostra voce narrante; purtroppo però sembra essere ormai tardi per salvare il loro committente.
Come al solito, mi sono genuinamente sforzata di indovinare l'identità del colpevole, ma fino all'ultimo la cara Agatha è riuscita a tenermi con il fiato sospeso, cambiando le carte in tavola finché il quadro non è stato perfetto in ogni minimo indizio. Raramente mi sono imbattuta in un mystery così ricco di prove contraddittorie e potenziali sospetti: ricostruire la verità penso sia praticamente impossibile, e forse proprio per questo la conclusione risulta così verosimile e soddisfacente.
Oltre alla bellezza dell'intreccio in sé, questo romanzo riesce anche a divertire, sia per il continuo atteggiamento da donnaiolo di Hastings -sempre pronto a fare il cascamorto con ogni bella donna compaia in scena, e altrettanto pronto ad essere smontato nelle sue avances- sia per la faida tra Poirot e Giraud: Christie sfrutta i loro atteggiamenti opposti nei confronti del metodo d'indagine per creare dei simpatici siparietti, mettendo puntualmente in ridicolo la sbruffonaggine del detective della Sûreté di Parigi.
Il solo neo in un romanzo più che godibile è l'assenza di un livello di lettura più profondo, perché oltre alla bellezza del giallo da dipanare non c'è molto da analizzare; anche per quanto riguarda le motivazioni dietro al delitto (senza fare spoiler!) non abbiamo nulla di particolarmente originale o complesso sul piano emotivo. Per quanto riguarda la mia copia, purtroppo mi trovo con una vecchia edizione nella quale mancano tanti segni grafici nei dialoghi, ma spero che nelle recenti ristampe questo problema sia stato risolto senza troppe difficoltà.
Da ultimo, voglio darvi un consiglio: se volete leggere questo romanzo vi suggerisco di recuperare prima "Poirot a Styles Court", nel caso vi interessi anche quel titolo, perché potreste incappare in un paio di spoiler minori.
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Più valido come romanzo storico che come horror
"I dodici" è un libro che ammetto di aver recuperato unicamente per averlo trovato scontatissimo in qualche store online; come al mio solito l'ho abbandonato parecchio tempo in libreria, per poi ripescarlo in occasione di una TBR interamente a tema vampiri. Non che la narrazione sia da subito chiara in questo senso, però almeno la sinossi risulta meno misteriosa e fa capire che queste creature della notte giocano un ruolo fondamentale nella storia.
La trama si snoda nel corso della seconda metà del 1812 ed è fortemente collegata agli eventi della Campagna di Russia; a raccontarci la vicenda è un ufficiale dell'esercito russo, il capitano Aleksej "Ljoša" Ivanovi? Danilov, membro di una squadra di spie e sabotatori. La scena d'apertura vede il suo amico Dmitrij Fetjukovi? consigliare di assoldare un gruppo di mercenari -che ribattezzano Opri?niki- per rendere più efficaci i loro sforzi di indebolire la Grande Armée; mentre il nostro Aleksej impiega dozzine di pagine prima di iniziare a nutrire dei sospetti nei confronti dei suoi nuovi, sadici alleati, i lettori non faticheranno ad intuire la natura vampirica di questi sicari.
Questo è il primo, e forse il più grave, difetto del romanzo: l'intreccio è estremamente prevedibile, e questo unito ad un ritmo molto lento rende la lettura decisamente ostica, soprattutto nei primi due terzi del testo. Sempre nella prima parte della storia, il protagonista non ha una vera motivazione che lo spinga ad agire, ed è chiaro che questa fiacchezza narrativa non è spontanea ma viene imposta dall'autore, forse in un inutile tentativo di rendere profondo questo personaggio.
Ciò rende se possibile ancor più fastidioso Aleksej, che già di suo non brilla per simpatia; raramente ho dovuto seguire un POV così detestabile: Ljoša oscilla tra l'ottusità più frustante e l'incapacità di autocritica, infatti non appena arriva a sfiorare delle riflessioni decisive il suo pensiero va altrove. Alcuni dei suoi pensieri, in particolare nei confronti dell'amata Domnikiia "Dominique" Semënovna, sono offensivi senza ragione perché non portano il suo carattere ad evolvere in alcun modo.
Per nostra fortuna nel resto del cast abbiamo delle figure più simpatetiche o per lo meno affascinanti, e tra queste ammetto di aver apprezzato specialmente Maksim "Maks" Sergeevi? e Iuda; quest'ultimo ha anche il merito di aver risollevato un po' il romanzo, con le trovate che mette in campo nell'ultima parte della storia. In generale poi, il modo in cui vengono rappresentati gli Opri?niki mi è piaciuto: in un mondo editoriale ormai abituato ad una versione più moderna e romantica dei vampiri, trovare delle creature che non avrebbero sfigurato nel "Dracula" di Stoker è stata una sorpresa carina.
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Nonostante tutto, è una spanna sopra TMI
Tra piani malvagi campati per aria e paraculate degne di nota per risolvere triangoli amorosi, "La principessa" conclude la trilogia dedicata agli antenati degli Shadowhunters che abbiamo incontrato in TMI. Una conclusione più che discreta, che riesce a chiarire un po' tutti i misteri presentati nel corso della serie; penso che la mia preferenza vada ancora al secondo capitolo, però quest'ultimo libro ha saputo divertirmi quanto i precedenti, e anche stupirmi in un paio di occasioni.
La narrazione riprendere inspiegabilmente due mesi dopo la fine de "Il principe", con il ripresentarsi della minaccia del Magister, questa volta determinato a prendersi Tessa per portare a termine la sua missione e distruggere tutti i Cacciatori. Dico inspiegabilmente perché non sono riuscita a capire cosa gli abbia impedito di agire prima, consentendo così ai protagonisti di riorganizzarsi ed addestrarsi di più. Forse voleva permettere a Cecily di ambientarsi all'interno dell'Istituto, o alle varie coppiette di dichiararsi reciprocamente eterno amore. Comunque sia, la trama sembra preparare il terreno ad una battaglia epica, che epica proprio non è: il punto di forza di questa storia infatti non è tanto nelle descrizioni dei combattimenti o nell'ideazione di piani complessi, quanto nei dialoghi in cui i protagonisti di confrontano.
Questi momenti permettono di comprendere meglio le relazioni già esistenti tra i personaggi o di farne nascere di nuove; a parte qualche battuta un po' ridondante, i confronti sono scritti in modo estremamente emozionante. Così si arriva ad esempio alla consolidazione del legame familiare tra i protagonisti, qui più uniti che mai: includendo figure di diverse età, questo gruppo da l'idea di essere una vera famiglia.
Altri aspetti che mi sento di promuovere sono il senso dell'umorismo -in particolare da parte di Henry, ma anche da un inaspettato Gideon-, la caratterizzazione ben riuscita di alcuni personaggi secondari ed i dettagli storici, che forse risultano un po' chiassosi ma dimostrano per lo meno quanto impegno l'autrice abbia investito nella ricerca di informazioni su abiti, cibi e consuetudini. Carine poi le molte strizzare d'occhio a TMI: se avete letto anche la serie madre, vi gusterete di più questa lettura.
In compenso non sono riuscita ad apprezzare le descrizioni ripetitive dell'aspetto dei personaggi (dopo tre libri so bene che Jem ha le ossa fragili, non c'è bisogno di ribadirlo ogni tre pagine!), le rivelazioni eccessivamente contorte del villain principale e la poca coerenza a livello temporale, soprattutto se si riflette sulle tempistiche degli spostamenti da metà libro in poi.
Per quanto riguarda la risoluzione del triangolo amoroso tra i protagonisti, sono combattuta: non mi sento del tutto convinta, però almeno è una trovata originale; e a questo punto bisogna ammettere che A.G. Howard non si era inventata nulla di nuovo.
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Basta paragoni esagerati!
Qualche mese fa ho letto ed apprezzato l'esordio di North, ed avendo poi trovato il suo secondo romanzo ad un ottimo prezzo su Amazon ho pensato fosse l'occasione giusta per approfondire la sua bibliografia senza lasciar passare troppo tempo, come solitamente faccio con tanti autori. La lettura ravvicinata dei due libri mi ha permesso anche di notare parecchie somiglianze, sia nella prosa del caro Alex che nel tipo di storia raccontata: ci troviamo nuovamente nella provincia inglese dove un delitto avvenuto anni prima sembra avere ripercussioni tragiche sul presente.
La narrazione parte a Featherbank dal brutale omicidio di un ragazzino ad opera di due coetanei, che apparentemente hanno agito per portare a compimento una sorta di rituale: venticinque anni prima a Gritten una cerimonia analoga sembra aver permesso ad uno degli assassini di scomparire nel nulla dopo aver commesso il crimine, evento che ha dato il via a numerose speculazioni sulla vicenda. Ci troviamo quindi a seguire due punti di vista, uno in terza persona e l'altro in prima. Il primo è quello della detective Amanda Beck, incaricata di indagare sul delitto avvenuto a Featherbank, che bel presto arriverà a collegare le due storie. Il secondo è affidato al docente Paul Adams, da poco tornato a Gritten per occuparsi dell'anziana madre, che da adolescente è stato fortemente coinvolto nel piano ideato da Charles "Charlie" Crabtree e William "Billy" Roberts; attraverso questo POV vediamo infatti diversi capitoli ambientati nel passato.
Se anche voi avete già letto "L'uomo dei sussurri", un paio di questi nomi non vi suoneranno nuovi: Amanda e la per nulla bucolica Featherbank erano infatti al centro della narrazione in quel romanzo. Non mi aspettavo affatto che North collegare in modo così evidente i suoi libri: è stata sicuramente una sorpresa carina, anche se avrei preferito venisse specificato nella sinossi. Sinossi in cui la CE ha ben pensato di includere invece un altro tipo di informazione, in particolare paragonando questo scrittore a Stephen King; capisco che sia un'associazione facile visto il genere di narrazioni create da entrambi, ma si tratta di autori su livelli abbastanza distanti. A mio avviso, il caro Alex scrive molto bene, ma confrontarlo con King è un azzardo infelice che lo svilisce senza motivo.
A parte una sinossi da rivedere, questo romanzo ha un altro paio di difetti riconducibili all'eccessiva semplicità delle descrizioni, sia delle ambientazioni decisamente anonime, sia dei caratteri dei personaggi non troppo memorabili. Non aiuta la scelta di optare sempre per nomi molto comuni, nonostante ciò li renda di certo verosimili.
A rendere però questo titolo un valido thriller abbiamo un ritmo incredibilmente incalzante ed un buon intreccio della parte mystery, che soprattutto nel finale regala degli ottimi colpi di scena, imprevedibili seppur penalizzanti in parte dalla traduzione non sempre perfetta. Promuovo a pieni voti anche la prosa di North, dallo stile scorrevole ma non per questo superficiale, in grado di gestire senza difficoltà i due POV, rendendo entrambi interessanti.
Ora non mi resta che incrociare le dita perché Mondadori porti in Italia anche "The Angel Maker", la prossima pubblicazione dell'autore, nonostante lo scarso riscontro ottenuto da "Le ombre" nel nostro Paese.
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In cui la polizia è d'aiuto (incredibilmente)
Dopo una lettura un po' deludente amo tornare ai miei porti sicuri, e uno di questi è sicuramente la sconfinata bibliografia di Agatha Christie. Con i suoi mystery brevi e brillanti riesce sempre a stamparmi un sorriso sciocco sulla faccia mentre cerco (inutilmente!) di individuare l'assassino. Essendomi "messa in pari" con i racconti dopo la lettura di "In tre contro il delitto", ho pensato fosse finalmente arrivato il momento di proseguire cronologicamente con i romanzi dedicati alla mia carissima Miss Marple con "Un delitto avrà luogo".
A fare da sfondo alla vicenda è la cittadina inglese di Chipping Cleghorn, il tipico paesotto di provincia in cui tutti si conoscono, tanto da lasciare aperte le porte ai vicini fino a tarda sera. Assieme a varie riviste e quotidiani, in ogni casa viene distribuita la Gazette locale; è proprio su questa pubblicazione che un venerdì di fine ottobre compare un bizzarro annuncio secondo il quale il giorno stesso verrà commesso un omicidio. E un delitto effettivamente si compie a Little Paddocks, dimora di proprietà di Letitia "Letty" Blacklock; un delitto tanto strano da spingere le forze dell'ordine -e una perspicace vecchietta di nostra conoscenza- ad indagare sulla padrona di casa ed i suoi numerosi vicini.
Miss Marple in realtà non viene coinvolta in modo totalmente fortuito, perché è Sir Henry Clithering a far presenti le sue doti deduttive; doti che aveva già avuto modo di apprezzare in "Miss Marple e i tredici problemi", raccolta di racconti in cui i due si conoscono e stringono un'improbabile amicizia. In generale comunque ho apprezzato come agiscono un po' tutti i rappresentanti delle forze in questo romanzo: in questo genere di storie, li si vede spesso brancolare nel buio, mentre il detective dilettante di turno ha già risolto il caso da solo, qui invece ricoprono un ruolo vitale e Miss Marple risulta essere più una sorta di consulente esterna alla quale l'ispettore Dermot Craddock chiede dei suggerimenti.
Anche con tutti gli indizi in mano e le varie strizzate d'occhio dalla nostra amichevole sferruzzatrice di quartiere, risolvere il mistero è stato impossibile per la sottoscritta: l'intreccio è veramente complesso e viene portato avanti con la solita maestria di Christie. In breve, sono rimasta a bocca aperta davanti ai numerosi colpi di scena della narrazione: a fine lettura tutto torna alla perfezione, non fosse per un piccolo dettaglio che evito però di spoilerare.
Mi è piaciuto molto anche l'umorismo un po' cupo presente nella prima parte della storia e la caratterizzazione dei personaggi -solitamente frettolosa in questo tipo di narrazioni brevi- che qui sono delineati con sufficiente attenzione. Molto interessante anche l'ambientazione, perché la cara Agatha non si limita a descrivere una cittadina di campagna ma aggiunge molti elementi per collocarla nel quadro storico dell'epoca, come lo spiccato pregiudizio che alcuni abitanti del posto hanno verso gli stranieri, tanto odioso quanto comprensibile a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Le uniche note non del tutto soddisfacenti in questo romanzo sono marginali. Oltre al già citato dettaglio di trama non del tutto spiegato, abbiamo una certa frettolosità nel chiudere alcune sottotrame e una marcata insofferenza verso le donne con i capelli biondi. Se il contesto storico può essere accettato per quanto lontano da noi, questa forma di discriminazione per me è del tutto incomprensibile.
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Recensione finanziata dai fazzoletti Tempo
Ultimo libro nella mia Random TBR estiva, "Dalla parte di Bailey" è una lettura che ho procrastinato al più possibile; questo perché qualche giorno dopo averlo sorteggiato casualmente la cagnolina che avevamo in famiglia da undici anni si è ammalata ed è venuta a mancare nel giro di pochi giorni. Di conseguenza non ero dell'umore adatto per leggere un romanzo su un cane, ancor meno uno su un cane che muore svariate volte, come la sinossi stessa anticipa. Ho preferito aspettare un paio di mesi: l'attesa non mi ha evitato di piangere a dirotto per oltre metà della lettura, ma almeno sono riuscita anche a sorridere in alcune scene, cosa che fino a qualche settimana fa non pensavo proprio sarei stata in grado di fare.
La narrazione poggia su un concetto che personalmente trovo sempre molto interessante, anche quando viene proposto in chiave alternativa, ossia un protagonista in grado di ricordare le sue vite precedenti. Seguiamo quindi il cane Bailey -che ha parecchi altri nomi, ma per praticità utilizzerò questo- mentre impara a conoscere il mondo umano e, una vita dopo l'altra, acquisisce sempre maggiori capacità per raggiungere infine quello che vede come lo scopo della sua esistenza. Questa diventa quindi una storia di formazione decisamente insolita: Bailey incontra diversi padroni, rinasce in diverse razze canine e cambia perfino genere; il suo rapporto più importante però è quello con Ethan Montgomery, che lui identificherà sempre come il suo bambino.
Non ci sono però solo momenti gioiosi nell'esistenza di Bailey, che spesso si trova anzi a dover soccorrere ed aiutare i suoi padroni e non solo. In questo senso il romanzo accenna anche a dei temi delicati, che però il punto di vista ed il ritmo incalzante rendono impossibili da approfondire. Lo stesso vale per i personaggi secondari, forse con la sola eccezione di Ethan: tutti presentano una caratterizzazione abbastanza superficiale e priva di ambiguità, per cui è palese fin da subito chi sia buono o meno.
Un altro aspetto che mi lascia combattuta è il modo in cui Bailey percepisce la realtà, perché da un lato è molto divertente leggere le strane descrizioni di oggetti o luoghi normalissimi ma resi bizzarri dal suo punto di vista, dall'altro verso l'epilogo questa visione quasi ingenua del mondo umano sembra venire meno quando Cameron gli fa enunciare riflessioni fin troppo complesse (e parecchio pedanti, a mio avviso) su cosa renda la vita completa.
Tolto questo dettaglio, la narrazione attraverso gli occhi di Bailey riesce ad intrattenere e trasmettere l'impegno dell'autore per rendere credibile i comportamenti e le azioni del cane. Questa verosimiglianza è uno dei aspetti più riusciti del romanzo, assieme ad una grande inventiva che trasforma anche la situazione più semplice in un'avventura ricca di emozioni ed interesse per un cane.
In generale, ritengo sia una lettura molto piacevole, che sicuramente presenta una forte componente emotiva anche per chi non ha mai avuto un animale domestico; bilancia bene momenti tristi e divertenti, e veicola un messaggio forse semplice ma non per questo meno importante. Unica controindicazione, l'eccessivo utilizzo di fazzoletti: questo romanzo ha fatto la fortuna di Tempo, Kleenex e Scottex!
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Da leggere tassativamente in autunno
Dopo anni dalla lettura di "Abbiamo sempre vissuto nel castello" finalmente ho trovato il tempo per dedicarmi a "L'incubo di Hill House", forse l'opera più celebre di Jackson anche per merito della recente serie TV targata Netflix parzialmente ispirata a questo romanzo breve. Però non rimpiango di aver lasciato passare tanto tempo perché l'inquietudine che i suoi libri sanno instillare resta presente per parecchio, quindi non stupitevi se il mio prossimo approccio alla bibliografia della cara Shirley sarà nel 2030!
La trama di fondo è alquanto semplice e si basa su una delle colonne portanti del genere horror, ossia la casa infestata. Hill House è infatti una dimora isolata dalla triste fama, e proprio questa sua nomea attira le attenzioni del professor John Montague -appassionato di fenomeni paranormali- che la affitta per trascorrerci un'estate in compagnia di persone già affini al mondo del sovrannaturale. Al momento del ritrovo, lo studioso si rende conto ad avere solo tre coinquilini: il nipote della proprietaria Luke Sanderson, l'artista e telepate Theodora "Theo" e l'introversa Eleanor "Nell" Vance, ossia il punto di vista attraverso cui l'autrice filtra la maggior parte delle vicende. A completare il quadro (e ad aumentare l'angoscia della sottoscritta!) abbiamo i Dudley, la coppia di custodi nonché gli unici abitanti della vicina Hillsdale ad osare avvicinarsi alla casa.
E proprio la casa è la vera protagonista di questa storia dove personaggi e trama fanno un po' da contorno a questa dimora terrificante sia nell'aspetto che nella storia. Questi elementi vengono analizzati pian piano nella narrazione, perché i dettagli architettonici di Hill House colpiscono da subito ma solo in un secondo momento si arriva a capire come la struttura stessa dell'abitazione sia stata concepita per disorientare gli abitanti; allo stesso modo, nelle prime pagine si fa cenno alla fama sinistra di cui gode la casa, ed è dopo che il professor Montague arriva ad illustrare cosa sia effettivamente successo ai precedenti inquilini.
La potenza delle descrizioni di Hill House è data ovviamente dallo stile di Jackson, che riesce a comunicare genuino terrore sensoriale ed evocare immagini molto nitide, senza mai perdere la sua eleganza. Ho apprezzato come il senso di disagio aumenti con il proseguire della narrazione, man mano che i personaggi sembrano sempre più lontani dal resto del mondo. In tutto ciò, l'autrice è riuscita perfino ad inserire una parentesi comica, che incredibilmente funziona e contribuisce a rendere ancora più spaventosi i successivi attacchi della casa.
Come detto, i personaggi non sono il focus del libro, ma trovo che formino comunque un ben gruppo di caratteri subito distinguibili; mi ha anche stupito l'inclusione di un personaggio LGBT+ tra i protagonisti di un romanzo ormai classico. Eleanor invece non mi ha colpita particolarmente: il suo POV è particolare, ma risulta spesso una distrazione per il modo in cui si relaziona agli altri.
A parte questo aspetto, e ad una relativa lentezza nel ritmo, gli unici due nei nella lettura sono strettamente collegati alla prosa: il primo è la scelta di utilizzare quasi sempre il verbo dire nei dialoghi, con il risultato di rendere poco chiara l'idea del tono adottato dai personaggi, soprattutto se consideriamo quanto questi siano delle figure ambigue; l'altro riguarda l'assenza di segni grafici o di una particolare formattazione che distingua i pensieri di Eleanor nel testo narrato in terza persona. Capisco benissimo che si tratta di una minuzia, ma proprio per questo sarebbe stato tanto facile correggerla in fase di editing.
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La litodottrina è opera di Capitan Ovvio
"Il cielo di pietra" non completa solo la trilogia La terra spezzata, ma anche il mio proposito di terminare tutte le serie iniziate nel 2021 entro quest'anno. Purtroppo la mia soddisfazione è solo parziale perché, per quanto io abbia apprezzato moltissimi elementi in questa storia, non posso che provare un senso di scontento finale: nonostante i personaggi ben scritti, le tematiche importanti e l'originalità del world building, la trama sembra fatichi sempre a prendere il via, con il risultato di non riuscire a coinvolgere del tutto il lettore.
Anche in questo terzo capitolo, la narrazione è affidata a tre punti di vista: tornano quelli di Essun e Nassun da "Il portale degli obelischi" per la parte al presente; l'altro è affidato ad un terzo personaggio che racconta di un lontano passato per fornire al lettore un quadro più dettagliato sulle origini di questo mondo come lo vediamo svilupparsi nel tempo. L'intreccio principale vede le missioni parallele di madre e figlia, che puntano a raggiungere il medesimo luogo ma con intenti diversi, infatti Essun spera ancora di poter placare l'ira di Terra e fermare le Stagioni, mentre Nassun è disillusa dopo quanto ha visto fare al padre e crede che la specie umana non meriti una nuova possibilità.
Il conflitto tra le due protagoniste a livello ideologico è molto interessante e dovrebbe costituire il cuore della storia; peccato che Jemisin si dilunghi troppo in scene di dubbia utilità e -quando infine si arriva alla resa dei conti- tutta la tensione si risolva in poche pagine, con un momento che vorrebbe essere strappalacrime ma non funziona per niente visto quanto si è scoperto alla fine del volume precedente. Inaspettatamente ho trovato più intrigante e ben ritmato il terzo punto di vista, che porta molte rivelazioni fondamentali e risponde a quesiti risalenti addirittura a "La quinta stagione".
Pur con qualche figura di scarsa utilità effettiva (sì, Lerna, sto pensando principalmente a te), il cast è uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Faccio fatica a scegliere un preferito tra caratteri tanto vari e complessi, ma forse Hoa potrebbe ambire a questo titolo; ho apprezzato molto anche Ykka e Tonkee, probabilmente le migliori tra i personaggi secondari: è un peccato che la narrazione conceda loro uno spazio abbastanza limitato!
Un altro elemento estremamente positivo sono i temi, già presentati negli scorsi capitoli, che qui vengono approfonditi ed analizzati più dettagliatamente. Penso soprattutto alla tematica della tutela ambientale, ma anche alla condanna del colonialismo, ben illustrata nel POV del passato. In generale, il libro porta dei messaggi sicuramente positivi e, a dispetto delle sue premesse apocalittiche e delle fragili basi, anche ottimisti. Nel complesso, una trilogia che merita di essere letta anche solo per scoprire un mondo così affascinante: ha indubbiamente le carte in regola per diventare la serie preferita di molti.
Breve nota finale su mappa e glossari. Per quanto io apprezzi l'inserimento di elementi extra in un libro, specialmente se si tratta in una storia fantastica, questi erano utili e carini nel primo volume: arrivati a questo punto con la narrazione ed il world building risultano del tutto obsoleti. La CE avrebbe dovuto aggiornarli per includere i luoghi raggiunti dai personaggi nel vari movimenti ed i nuovi termini da loro appresi.
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Se V avesse preferito i furti all'anarchia
Appena terminato "City of Miracles" mi ero ripromessa di recuperare al prima possibile The Founders Trilogy, la più recente serie di Bennett; non è andata proprio così, visto che ho lasciato passare un anno intero prima di leggere "Foundryside", praticamente a ridosso dell'uscita in Italia per Mondadori. Da un lato mi mangerei le mani per il tempo perso, ma dall'altro mi consola pensare che per lo meno adesso la trilogia è completa, quindi potrò recuperare anche i seguiti senza aspettare la pubblicazione. Ma andiamo ad esplorare il nuovo mondo fantastico immaginato dal caro Robert, strappando subito un doloroso cerotto: i nomi di una buona parte dei personaggi ed alcuni dei termini inventati dall'autore sono in quello che potremmo definire fanta-italiano, e questo farà sicuramente cringare i lettori nostrani. A me è successo, però vi consiglio di chiudere un occhio a riguardo, perché la storia dietro guardie chiamate Nicolo e idiomi noti come lingai divina merita il vostro tempo.
La narrazione si concentra in una manciata di giorni ed ha come ambientazione la città di Tevanne, capitale di un impero commerciale gestito da quattro società familiari; queste devono il loro potere ad una forma di magia detta scrittura (scriving, in originale) che consiste nell'incidere dei simboli corrispondenti ad indicazioni sugli oggetti: in questo modo abbiamo travi in legno convinte di essere solide come colonne di pietra, cancelli ai quali si accede solo indossando determinati simboli di riconoscimento, o carrozze che si muovono in completa autonomia perché ingannate sulla reale pendenza del terreno. Questo concept permette di spaziare molto con la fantasia, ma l'autore è stato abbastanza accorto da porre delle restrizioni al suo sistema magico, come il limite di caratteri incidibili su un singolo oggetto o la necessità di avere vicino un lexicon, una sorta di data base che racchiude un gran numero di comandi complessi.
Attorno alle cittadelle dei ricchi mercanti e dei loro associati si trova la zona dei Commons, e qui si muova Sancia "San" Grado, una dei protagonisti, che incontriamo mentre è impegnata nel difficile furto di un particolare cofanetto. Capace di percepire la natura degli oggetti con un solo tocco, la ragazza ha bisogno dei soldi promessi dal committente per un'operazione che dovrebbe liberarla da questa dote ed avere finalmente una vita normale; questo non le impedisce di sbirciare il contenuto del cofanetto, dando così il via ad una serie di scoperte incredibili, bizzarre alleanze e delle ottime scene d'azione.
Avendo già letto alcuni romanzi di Bennett, ho potuto notare delle scelte narrative ricorrenti, in primis il fatto che pur facendo parte di una trilogia questo volume racconti un'avventura perfettamente fruibile come autoconclusiva, rendendosi appetibile a chi preferisce non doversi impegnare a priori con un'intera serie. Ho apprezzato molto anche la scelta di affrontare il tema della libertà dal punto di vista di più personaggi che, pur vivendo esistenze molto distanti, cercano di emanciparsi da un ruolo impostogli dagli altri. Abbiamo inoltre un world building molto complesso e ben sfruttato nello sviluppo della storia, un intreccio narrativo ricco di svolte sorprendenti ed un gruppo di protagonisti estremamente brillanti nonché capaci di dar vita a dialoghi davvero divertenti.
Proprio per questo mi è impossibile scegliere un preferito: a mio avviso Sancia, Gregor, Orso e Berenice riescono tutti a contribuire alla storia portando delle competenze ed un punto di vista personale, e questo rende molto piacevoli le scene in cui li vediamo interagire per orchestrare i diversi piani, ma anche lasciarci stupire quando agiscono alle spalle di noi lettori. Menzione speciale per Clef, del quale non voglio dire nulla per evitarvi spoiler, che con poche battute è riuscito da subito a conquistarsi la mia simpatia: sono sinceramente curiosa di scoprire cosa abbia in serbo per lui il caro Robert nei prossimi libri.
NB: Libro letto in lingua originale
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Little Kilton is the new Cabot Cove
A quanto pare il mio pregiudizio nei confronti delle autrici britanniche di thriller e mystery può dirsi circoscritto al solo target adult, perché Holly Jackson con la sua serie per ragazzi A Good Girl's Guide to Murder mi ha davvero conquistato; e in questo secondo volume è riuscita a convincermi ancora di più, grazie all'ottimo intreccio della parte mystery e all'inaspettato approfondimento sul carattere della protagonista.
Nonostante la trama abbia diversi collegamenti con il primo romanzo, penso si possa tranquillamente leggere "Good Girl, Bad Blood" come fosse una storia a se stante senza per questo perdere i riferimenti necessari, dal momento che l'autrice si premura di ribadire in più punti questi dettagli. La narrazione riprende alcuni mesi dopo l'epilogo di "A Good Girl's Guide to Murder": Pippa "Pip" Fitz-Amobi ha sfruttato il materiale raccolto durante la sua prima indagine per realizzare un podcast in cui ripercorre i passi fatti per individuare i responsabili delle morti di Andie Bell e Sal Singh; la ragazza ha anche stabilito di voler accantonare la sua carriera da giornalista investigativa, visti i pericoli corsi, ma la sparizione di una persona a lei vicina la convincerà ad iniziare una seconda stagione per il suo podcast, in cui seguire la nuova indagine. Questa volta in diretta.
Come per il primo capitolo, questa scelta narrativa si concretizza nella presenza di numerosi documenti all'interno del libro: abbiamo le trascrizioni delle interviste ai vari personaggi, le chat alle quali Pip riesce ad accedere, alcuni articoli o post online, e perfino delle fotografie scattate durante le ricerche della persona scomparsa. Ancora una volta mi trovo ad apprezzare questa particolare grafica, sia come idea per rendere interattiva la lettura sia per l'attenzione con cui è stata realizzata.
Confrontando questo sequel con il primo volume, penso ci siano stati diversi passi in avanti. Lo stile è ancora semplice e diretto, però ho notato una maggiore attenzione alla prosa, specialmente nei passaggi più emotivi o impattanti dal punto di vista psicologico; Jackson ha anche trattato con sensibilità alcune tematiche che in "A Good Girl's Guide to Murder" erano inserite in modo un po' frettoloso.
Ciò che ho maggiormente appezzato è però l'evoluzione del personaggio di Pip, o meglio l'involuzione dal momento che il suo lato più determinato e privo di scrupoli diventa pian piano preponderante, spingendola a compiere nuove azioni avventate, ma sempre con una valida motivazione alla base. La sua caratterizzazione diventa quindi più complessa ed interessante, andando anche ad analizzare alcune delle sue scelte passate che nel primo libro erano state poco approfondite. Nonostante tutto io continuo ad amarla e sono curiosa di scoprire cosa arriverà a fare nell'ultimo capitolo della serie.
E arriviamo alle mie uniche osservazioni in chiave negativa: Ravi ed il finale. Già nel primo libro trovavo questo personaggio un po' fastidioso, soprattutto perché veniva usato per inserire un elemento romantico del tutto inutile, ma qui fa ancora peggio: Jackson decide di trasformarlo nel comic relief del libro, facendogli pronunciare battute fuori luogo in continuazione. Capisco la necessità di alleggerire a volte la tensione, ma in questo caso ci troviamo di fronte ad un mistero dalle tempistiche stringenti, quindi ho trovato davvero forzati i suoi tentativi di fare umorismo quando c'erano delle vite in pericolo. La conclusione invece ha il deficit di essere molto affrettata, come se l'autrice dovesse rientrare in un dato numero di pagine; ovviamente la storia prosegue nel terzo volume, ma qui manca proprio quel senso di chiusura che era invece ben presente in "A Good Girl's Guide to Murder".
NB: Libro letto in lingua originale
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Sette piccoli indiani e altre storie
Mi piace sempre alternare qualche libro di Christie alle letture più lunghe o impegnative, e questa sua raccolta del 1950 (anche se i singoli racconti erano già stati pubblicati nelle decadi precedenti) si è dimostrata infatti un'ottima scelta per riempire i ritagli di tempo con delle storie brevi e brillanti. Inoltre, questo volume mi ha permesso di fare un nuovo passo in avanti nella mia missione di leggere tutte le storie con protagonista la pungente Miss Marple.
Ad aprire la raccolta è in realtà una narrazione un po' più lunga delle altre, quasi una novella, ossia "Tre topolini ciechi"; la storia ruota attorno a Monkswell Manor, dimora da poco ereditata da Molly e Giles Davis, che ne hanno fatto una pensione. Il mistero riguarda uno spietato assassino che pare trovarsi lì sotto mentite spoglie con l'intenzione di compiere il suo prossimo delitto, il tutto mentre la struttura è completamente isolata a causa di una tempesta di neve. Ho trovato questo racconto sorprendete ed inquietante, e ho apprezzato sia i dettagli storici che creano un bel contesto sia come viene sfruttato il troppo della casa isolata in cui si trovano bloccati il killer e le sue potenziali vittime; peccato solo per il finale a dir poco frettoloso.
I quattro racconti successivi hanno tutti come risolutrice del caso la mia adorata Miss Marple; la vediamo recuperare una ricca eredità in una vera e propria caccia al tesoro, risolvere ben due casi di omicidio orchestrati fin nei minimi dettagli e individuare l'identità di una scaltra ladra. Io ho palesemente un debole per le avventure di Miss Marple, e qui sono stata molto felice di poter vedere qualche scorcio della sua St. Mary Mead, tanto bucolica quanto delittuosa.
Troviamo poi tre storie con protagonista il meticoloso investigatore belga. Poirot qui mi è sembrano un po' sottotono rispetto al solito, ma questo non gli ha impedito di venire a capo di due delitti estremamente contorti (forse anche troppo!) e ritrovare un bambino rapito, in questo caso con l'assistenza non proprio indispensabile del buon Arthur Hastings.
L'ultimo racconto vede tra i suoi protagonisti Satterthwaite ed Harley Quin, un duo di detective che dovrà risolvere un delitto in cui ci sono più rei confessi del necessario. L'intrigo in questo caso non è nulla di nuovo per chi come me ha ormai letto una buona dose dei romanzi della cara Agatha, quindi non penso proprio di approfondire la storia di questi due personaggi.
Andando oltre le storie in se, voglio dire due parole sull'edizione. Per l'ennesima volta Mondadori (ri)pubblica un classico in flessibile con un prezzo decisamente alto, specialmente se consideriamo che non è presente nessun contenuto ad eccezione dei singoli racconti, e con una cover qualitativamente pessima. Avrei trovato accettabile il prezzo se avessero almeno incluso una nota biografica o qualche informazione sulla rappresentazione teatrale "Trappola per topi", ispirata al racconto che da il nome alla raccolta; invece nulla, esattamente come nel caso di "In tre contro il delitto". Il solo modo per godersi un po' di più questa raccolta, e digerire la spesa esosa, è leggere uno o due racconti al giorno: così vi farà compagnia per l'intera settimana.
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Chi assassina l'assassino?
Se dagli autori francesi vi aspettate solo storie romantiche ed ambientazioni sognati, "L'abito da sposo" è il titolo che vi farà ricredere in pieno. Nonostante abbia come location principale la scenografica Parigi e segua la vita di una donna giovane e bella, capirete già dalle prime pagine di avere di fronte un thriller tanto inquietante da sfociare quasi nell'horror; e forse il punto forte del romanzo è proprio il terrore che riesce a trasmettere pur non raccontando nulla di paranormale.
La narrazione si apre nella ricca dimora dei coniugi Gervais, presso i quali lavora la protagonista, Sophie Duguet, come bambinaia del piccolo Léo. Una sera la donna rimane ad aspettarli fino a tardi e decide di dormire lì; la mattina dopo, scopre che il bambino è stato brutalmente ucciso. Soffrendo di frequenti vuoti di memoria, Sophie si convince di averlo assassinato e decide di darsi alla fuga. Un inizio decisamente cupo, che però rappresenta solo la punta dell'iceberg: la situazione non farà che peggiorare nel corso della storia, diventando uno dei libri più disturbanti letti di recente. Forse solo "Un ragazzo sveglio", una delle novelle all'interno della raccolta "Stagioni diverse" di King, mi ha turbata così tanto.
La trama quindi è ben più contorta di come venga inizialmente presentata, e infatti quello di Sophie non è l'unico POV che il lettore può seguire; purtroppo non posso dire altro perché vi rovinerei la lettura, però è una storia da scoprire pagina dopo pagina. Ed il risultato finale è brillante, grazie alla capacità di Lemaitre di intessere una trama ricca di inganni e manipolazioni, nonché di delineare un cast di personaggi forse un po' ristretto ma molto interessante.
I protagonisti sono infatti estremamente intelligenti ed in grado di sfruttare al meglio le risorse in loro possesso, anche quando queste sono limitate per varie ragioni; seguire i loro piani risulta così affascinante. Peccato manchi un contrappeso dal punto di vista emotivo, perché per quanto mi sia piaciuto leggere delle strategie di Sophie per nascondersi dalle forze dell'ordine, avrei voluto qualche scena in più dedicata ai suoi rapporti con l'amica Valérie e soprattutto con il padre. In questo modo anche la conclusione sarebbe risultata più coinvolgente.
In generale le interazioni tra la protagonista ed il padre mi hanno lasciato un po' perplessa, in particolare perché si svolgono unicamente tramite messaggi in chat, dal tono leggero e un po' fuori luogo rispetto alla cupezza del contesto. Questo è il solo scivolone stilistico, per il resto la prosa del caro Pierre si adatta bene alla psicologia dei protagonisti e ne riflette al meglio le emozioni.
Anche il finale non mi ha soddisfatta del tutto: mi è sembrato un po' affrettato, considerando il ritmo portato avanti per tutto il resto del volume; però di sicuro non è scontato, infatti ero certa si sarebbe puntato su una risoluzione ben diversa.
Oltre a quelli già citati, devo annoverare tra gli aspetti positivi il tono e l'atmosfera, che creano un'ottima suspense per tutto il volume. Da questo punto di vista vi potrebbe ricordare molto dei titoli simili, usciti negli anni seguenti e di ben maggiore successo, come "You" e "Gone Girl"; anche qui ci si concentra su personaggi dalla morale ambigua -o direttamente negativi- per i quali il lettore è però spinto a provare empatia, o comunque un forte interesse. Mi è piaciuta molto anche la scelta di parlare di violenza di genere, sotto diversi aspetti, e di come la si possa ribaltare per ottenere una rivalsa: Sophie non è affatto un'eroina positiva, ma si finisce comunque per capire il suo punto di vista e sostenere in qualche modo le decisioni che prende.
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Si sentono meno ruggiti in uno zoo
Tra regole magiche senza senso e indumenti di pizzo a profusione, ho terminato la trilogia Splintered, una serie che forse non mi rimarrà in mente per troppo tempo in termini di qualità, ma sicuramente in grado di regalarmi dei momenti di genuina ilarità per le scene trash immaginate dalla cara Anita, presenti fino all'ultima pagina: come le è venuto in mente di far diventare Jebediah un famoso costruttore di piste per biglie? E soprattutto, in quale realtà parallela si può diventare famosi costruendo piste per biglie?
Se nel primo libro avevamo esplorato una versione timburtoniana del Paese delle Meraviglie e nel secondo eravamo rimasti nel mondo umano, ne "Il segreto della Regina Rossa" arriva un nuovo cambio di ambientazione, infatti ci spostiamo nel Paese dello Specchio. Per arrivare in questo luogo, Alyssa spinge il padre a recuperare i suoi ricordi d'infanzia e partire con lei in una missione per salvare la madre e gli amici, ma anche il Paese delle Meraviglie, colpito dalla maledizione della Regina Rossa. Questa è grossomodo la trama che Howard vorrebbe seguire, peccato che poi arrivi l'inutile parte romance a bloccare il tutto, almeno fino ad una battaglia finale a dir poco deludente.
Scelgo questa definizione perché dopo aver sbandierato per tre libri quanto sia potente Rossa e quanto sarà difficile avere la meglio su di lei, mi aspettavo che i personaggi avessero qualche difficoltà in più, specialmente nel riportare la pace nel Paese delle Meraviglie, cosa che succede del tutto offpage perché la protagonista è debilitata e gli altri preferiscono lasciarla riposare mentre sistemano il tutto. Con il romance va ancora peggio: non solo questa sottotrama interrompe l'avventura principale, ma si rivela tediosa (ho perso il conto delle scene praticamente identiche tra Alyssa e Jeb o Morpheus) e alla fin fine inutile, visto che si arriva alla stessa risoluzione del libro procedente.
Anche in quanto a stile non ci siamo proprio, tra ripetizioni degli stessi termini e dialoghi pomposi e fasulli; inoltre anche in questo terzo capitolo sono presenti decine e decine di inutili descrizioni degli abiti indossati -non solo dai protagonisti, ma anche da comparse random- e perfino del profumo emanato da personaggi che noi lettori sappiamo benissimo non aver visto una doccia da giorni. Mi sembra poi quasi superfluo ricordare che il sistema magico in questa trilogia è totalmente casuale, o meglio è funzionale a ciò che vuole ottenere l'autrice: se ci viene detto che non si può utilizzare la magia nel posto X ma poi vediamo qualcuno farlo, lo dobbiamo accettare senza se e senza ma, perché sicuramente quello è un personaggio specialissimo.
Oltre alle grasse risate però, questa serie qualche merito ce l'ha. Innanzitutto è una delle storie più fantasiose e sopra le righe che vi capiterà mai di leggere, ancor più del materiale originale al quale è ispirata; in secondo luogo, alcuni dettagli horror risultano veramente disgustosi, soprattutto se pensiamo al target giovane al quale si rivolge. E poi non ho mai trovato un escamotage più paraculo di quello pensato dalla cara Anita per risolvere un triangolo amoroso. Chapeau!
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- sì
- no
Un libro di mezzo, a oltre due terzi della serie
"Città delle anime perdute" ci porta alle battute finali con la serie The Mortal Instruments, nonostante nessuno si sia ricordato di menzionare questo dettaglio all'autrice: incurante di essere arrivata al penultimo capitolo della saga, la cara Cassandra introduce qui un gran numero di sottotrame e dinamiche tra i personaggi, che oggettivamente non sono certa riuscirà poi a concludere al meglio in un solo volume. Eppure, con oltre metà serie alle spalle, questo quinto romanzo riesce anche a soffrire della sindrome del libro di mezzo, infatti per buona parte della storia la trama sembra non portare a nulla di concreto; ma andiamo ad analizzarla un po' più da vicino.
La narrazione riprende un paio di settimane dalla conclusione di "Città degli angeli caduti" e, per quasi tutto il volume, si divide tra la missione della squadra dei Buoni (giuro che si definiscono così!) per salvare Jace all'insaputa del Conclave, e lo sviluppo delle molte relazioni sentimentali tra i personaggi, in questo libro arrapati come non mai. Sulla carta, i protagonisti dovrebbero anche sventare la minaccia del cattivo di turno, ma questo contrasto si concretizza solo negli ultimi capitoli, con uno scontro che non mi azzardo neppure a definire "battaglia". Sullo sfondo vediamo le faide tra le varie creature sovrannaturali: immagino avranno un ruolo nel capitolo conclusivo, ma qui fanno solo da contorno tra una pomiciata e l'altra.
Oltre ad una trama che procede a tentoni, con tanto di scene e personaggi filler (ancora non mi spiego l'introduzione di Azazel), il libro ci regala dei momenti di sano trash, e penso in particolare all'intera parentesi sulla Preator House, il simil-liceo in cui si diplomano i licantropi! ma anche alla povera Camille Belcourt, da invincibile vampira a consulente di coppia. Mi ha divertito molto meno l'impulsività di Clary, qui portata all'esasperazione, soprattutto perché lei non arriva mai a pagare concretamente per le sue scelte azzardate; anche la maggior parte delle coppie al centro della narrazione non sono proprio di mio gusto: la riconciliazione di Maia e Jordan è troppo semplice per essere credibile, Clary e Jace hanno decisamente stufato con il loro essere degli eterni star-crossed lovers, mentre la storia tra Alec e Magnus ho ancora speranza venga risolta bene in "Città del fuoco celeste".
Compensano in parte Simon e Isabelle, con una relazione carina ma per nulla stucchevole, che ha un'evoluzione coerente con i loro caratteri ed è ben amalgamata al resto della trama. Mi è piaciuta anche l'idea di introdurre delle nuove ambientazioni, nonché la decisione di correggere alcune incongruenze sorte negli scorsi volumi. L'autrice ha inoltre incluso nuovi POV, che donano un maggiore dinamismo alla narrazione: una scelta molto felice, soprattutto perché tra questi non è presente quello del fastidioso Jace.
Nel complesso, questa lettura mi ha divertita e quasi sempre intrattenuta, ma arrivata a questo punto con la serie mi aspettavo qualcosa di più. Se Clare mettesse nella stesura della trama la metà dell'impegno che investe nel descrivere l'abbigliamento dei protagonisti, ci sarebbe scappata perfino un'altra stellina.
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A metà tra noir e surrealismo
Da parecchi anni intendevo leggere un'opera di Auster, e ho scelto di iniziare da quello che forse è il suo titolo più noto, "Trilogia di New York", una raccolta composta da tre novelle prima pubblicate singolarmente. E la scelta di accorparle è stata senza dubbio corretta, visto che le diverse storie vanno a comporre un grande gioco di specchi in cui personaggi, luoghi e vicende si ripetono uguali eppure diversi, per qualche piccolo dettaglio. Forse non la lettura più semplice per approcciare un nuovo autore, ma la ritengo una buona scelta per capire subito se la sua prosa particolare piaccia o meno.
Nel mio caso, stilisticamente ci siamo senza problemi, mentre sul piano del contenuto ho non poche riserve; questo perché il sottogenere hard boiled -quindi le storie dalle tinte fosche, con l'investigatore tormentato circondato da donne avvenenti- non mi piace per nulla. Pur volendo parlare di tutt'altro, questo titolo alla fin fine è un noir di stampo classico, e questo ha decisamente influito sulla mia capacità di apprezzarlo, soprattutto nella seconda e nella terza novella. Ma vediamo per sommi capi quali sono le vicende narrate, premettendo che tenterò di essere il più chiara possibile, a differenza del caro Paul.
"Città di vetro" (il migliore tra i tre racconti, a mio parare) racconta dello scrittore Daniel Quinn, scambiato per un investigatore privato e in quanto tale assunto da una coppia per pedinare l'ex carcerato Peter Stillman, che i due temono possa far loro del male. In "Fantasmi" vediamo invece un vero detective noto come Blue impegnato a sorvegliare un certo Black, uomo dalla vita quotidiana decisamente placida. Infine, "La stanza chiusa" viene narrato in prima persona da un altro scrittore, del quale però non scopriamo mai l'identità, che si trova a prendere pian piano il posto dell'amico e collega Fanshawe -improvvisamente scomparso- nella sua vita, e nel suo matrimonio con la moglie Sophie.
Come si può intuire già da questi brevi sunti, le trame presentano tantissimi elementi in comune, come le ripetizioni dei nomi, le assonanze tra le storie individuali dei diversi personaggi (per tanti aspetti, intercambiabili tra loro) o la massiccia presenza di citazioni ed aneddoti. In sostanza le tre novelle sono talmente simili da poter essere valutate come una sola grande narrazione, che potremmo quasi riassumere utilizzando i loro stessi titoli: una storia di persone sfuggenti come fantasmi, rinchiusisi in stanze buie, all'interno della città di vetro ossia New York.
Pur non riuscendo proprio ad apprezzare la tipologia di storia raccontata, ho gradito molto lo stile di Auster, potente e colto, nonché ricchissimo di rimandi meta-narrativi. Mi sono piaciute a loro modo anche le frequenti digressioni, che spezzano sicuramente il ritmo della narrazione ma permettono anche di includere dettagli e riflessioni sull'origine del linguaggio, sul significato della fede e sulla perdita della propria identità. Valutare i personaggi d'altro canto sarebbe del tutto inutile, dal momento che sono quasi unicamente delle maschere dietro le quali si cela lo stesso autore.
Forse da questo commento non è facile da intuire, ma questa rientra tra le letture più bizzarre e stranianti degli ultimi anni. Non mi ha però tolto la curiosità di leggere altro del caro Paul, che in un genere diverso credo potrebbe rendere al meglio.
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È quasi magia Lukey
Mi trovo decisamente combattuta all'idea di assegnare una valutazione a "L'istituto", perché si tratta di una lettura che mi ha sicuramente intrattenuto, ma anche trasmesso emozioni molto contrastanti; di conseguenza mi vedo costretta a calcolare una sorta di media tra la prima e la seconda metà del romanzo. È una soluzione necessaria che però non mi convince appieno: se penso a come sono stati malsfruttati alcuni personaggi mi sembra di essere stata fin troppo generosa, e per contro ci sono delle scene che potrebbero ambire alle cinque stelline, specialmente quelle con protagonista Avery "Avester" Dixon. Essendo un libro così lungo e denso di avvenimenti, mi sembra anche comprensibile ispiri sentimenti diversi.
La trama di base non ha nulla di troppo complesso, e segue principalmente il dodicenne Luke "Lukey" Ellis, ragazzo geniale nonché dotato di lievi poteri telecinetici; proprio a causa di questa abilità, Luke verrà rapito e portato nella Prima Casa del cosiddetto istituto, una struttura paramilitare nel Maine in cui vengono rinchiusi diversi ragazzini con poteri psichici. La ragione dietro l'esistenza di una simile struttura non è troppo difficile da indovinare, così come si può intuire anche quale sia il collegamento tra la storia di Luke e quella di Tim Jamieson, ex poliziotto reinventatosi come guardiano notturno in una cittadina del South Carolina del quale ci viene mostrato il percorso nei primi capitoli del romanzo.
Nonostante la relativa semplicità il volume si dimostra ben ritmato, specialmente quando Luke inizia attivamente ad elaborare un piano per fuggire dall'istituto insieme ai ragazzi con i quali ha stretto amicizia nel frattempo. Anche la risoluzione finale mi ha convinta a livello concettuale, seppur pecchi un po' di ripetitività a tratti: forse il caro Stephen voleva essere certo di aver spiegato al meglio la contrapposizione tra il modo di pensare di Luke e quello dei suoi antagonisti.
Oltre ad un concept di base molto interessante da analizzare ed al sempre ottimo stile narrativo di King, questo romanzo presenta anche una serie di valide relazioni tra i personaggi -soprattutto in fatto di amicizie e rapporti familiari non convenzionali- nonché delle riflessioni su temi etici non scontate. In particolare, il romanzo vuole proporre un versione più complessa dell'esperimento mentale noto come il problema del carrello ferroviario, potendo da un lato un ipotetico bene superiore e dall'altro la sofferenza certa di migliaia di ragazzini.
Per quanto riguarda invece gli aspetti che non mi hanno convinta, mi potrei dilungare in tanti piccoli difetti (come la presenza di un numero eccessivo di comprimari o la totale assenza di tensione per buona parte del libro) me penso sia possibile includere quasi tutti sotto il grande ombrello degli antagonisti. I vari responsabili e dipendenti dell'istituto dimostrano un grado di incapacità imbarazzante in un'organizzazione che da decenni si occupa di rapimenti, torture ed omicidi; come non bastasse, ci sono moltissimi capitoli dal loro punto di vista, e questo rende impossibile per il lettore preoccuparsi realmente per le sorti dei protagonisti, visto che già sa cosa i presunti cattivi stanno macchinando.
Un altro elemento per me non riuscito è l'arco narrativo dedicato a Maureen "Mo" Alvorson, un personaggio che l'autore tenta in ogni modo di mostrare come patetico per rendere giustificabili le sue azioni, spingendo perfino Luke a vederla soltanto in una luce positiva. Non escludo che a qualcuno Maureen possa ispirare compassione, ma personalmente non ho proprio digerito il suo comportamento, anzi: più dettagli venivano aggiunti alla sua storia, meno la trovato degna di redenzione.
Tutto considerato, questo romanzo avrebbe potuto regalare una storia più emozionante, viste le ottime idee alla base. Rimane comunque una buona lettura, capace di coinvolgere e spingere anche ad alcune riflessioni interessanti.
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Saltate a pié pari la sinossi!
Come ormai sarà chiaro, è sufficiente che un libro abbia un vaghissimo accenno del tropo dei viaggi nel tempo per attirare la mia attenzione. Immaginate quindi cosa possa succedere quando questo tropo viene piazzato direttamente nel titolo! infatti ho recuperato parecchio tempo fa la mia (abominevole!) copia de "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo", ma qualcosa mi ha sempre frenato dal cominciarlo. Quest'anno però è uscita la serie TV ispirata a questo romanzo, quindi ho pensato fosse l'occasione giusta per leggerlo e poi gustarmi l'adattamento.
Ora che ho completato la lettura, non so però se mi fionderò a bingewatchare la serie; questo perché il romanzo si è rivelato parecchio lontano da quelle che erano le mie aspettative. Ritengo quindi necessario fare una doverosa premessa: il libro è completamente character driven, pertanto non affannatevi a cercare una trama di alcun tipo. Il solo scopo nella narrazione è raccontare le vite di Henry DeTamble, un uomo affetto da una sorta di mutazione genetica che lo trasporta dal suo presente a tempi e luoghi diversi, e della sua amata Clare Abshire.
Nella prima parte del libro vediamo le vicende che hanno portato ai loro vari "primi incontri" fino al matrimonio, mentre nella seconda ci si focalizza principalmente sulle difficoltà incontrate dalla coppia dopo le nozze; tecnicamente ci sarebbe anche una terza parte -che personalmente ho trovato troppo prolissa rispetto al contenuto effettivo- ma preferisco non scendere nel dettaglio per evitare spoiler agli altri lettori. Lo stesso non si può dire della CE che ha piazzato un'anticipazione molto importante già nella sinossi; come detto, questa è una narrazione priva di un reale intreccio, però trovo scorretto rivelare una delle poche svolte di trama a chi ancora non ha letto mezza pagina.
Soprassedendo sugli errori della specifica edizione, andiamo a vedere quali elementi non mi hanno del tutto convinta in generale. In primis devo menzionare la caratterizzazione dei protagonisti, che sono anche i soli personaggi ad ottenere un approfondimento degno di questo nome; purtroppo non sono entrata minimamente in sintonia con Henry e Clare: lui usa la sua condizione per giustificare qualunque errore, e lei vive in sua funzione tanto da vedere come trasgressive azioni del tutto normali, come passare qualche ora in tranquillità lontana dall'amabile consorte.
I comprimari, come detto, sono del tutto dimenticabili e vanno ad inserire nel testo delle sottotrame anche potenzialmente interessanti che però nell'effettivo sono poi abbandonate a se stesse; ad esempio, al primo incontro di Henry con la famiglia di Clare si pone l'attenzione sulla possibilità che lui dia un aiuto alla sorella di lei nella sua carriera musicale, ma poi questo personaggio non si farà più vivo fino al finale e del suo futuro come violoncellista non sapremo nulla. Lo stesso succede con il matrimonio degli amici Charisse e Gomez: si passa da quell'evento alla nascita della terza figlia come se nel mentre non ci fosse altro.
Ci sarebbero poi un paio di osservazioni di tipo etico e morale, che però capisco essere alquanto soggettive. Personalmente ho trovato il testo abbastanza discriminatorio, seppur in modo sottile, verso le donne (dettaglio molto fastidioso, se consideriamo che è stato scritto da una donna) e le persone gay, cosa che entrambi i protagonisti vengono "accusati" di essere a più riprese, spingendoli a reagire esageratamente per dimostrare il contrario. Tutto il rapporto romantico tra Henry e Clare meriterebbe poi di essere analizzato da un esperto, ma per conto mio posso per lo meno notare come sia fortemente sbilanciato in favore di lui.
Nonostante tutto la sufficienza l'ha avuta, e questo è stato soprattutto merito dell'ottima gestione dei viaggi nel tempo: mi è piaciuto sia come sono stati spiegati a livello concettuale, sia il modo in cui Niffenegger li bilancia nella narrazione. Penso che la cara Audrey abbia fatto una scelta intelligente anche quando a pescato a piene mani dalla sua esperienza personale per delineare il personaggio di Clare, così da renderlo più verosimile.
La lettura è inoltre supportata dall'ottimo ritmo e dal tono con cui affronta la tematica della genitorialità; forse triggerante per alcuni, ma inserita nei giusti tempi. Del tutto azzeccati anche i vari richiami all'Odissea, in linea con il tema di fondo.
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Dio è palesemente Dotto
Ed eccomi reduce da una lettura davvero sfiancante: non solo ho dovuto maneggiare l'ennesimo tomone di dimensioni improponibili, ma per oltre cinquecento pagine sono stata impegnata ad evitare in ogni modo di leggere la quarta di copertina. Tutta colpa della CE e della loro sinossi spoilerosa che -senza una ragione specifica- anticipa allo sciagurato lettore l'intera trama, persino il colpo di scena finale! Lungi da me definirlo una svolta imprevedibile, arrivati a quel punto della storia, ma saperlo fin dalla prima pagina mi avrebbe infastidita non poco.
Ma partiamo dal principio con "Gli scomparsi di Chiardiluna": la storia riprende nell'esatto momento in cui il primo libro veniva troncato, ossia alla presentazione ufficiale di Ofelia allo spirito di famiglia Faruk; la ragazza si trova quindi ancor più coinvolta nelle trame di corte, e l'arrivo della sua numerosa e chiassosa famiglia su Polo non migliora di certo la situazione. Questo seguito non si limita però a seguire Ofelia nella speranza che sopravviva a se stessa, ma inserisce anche una trama mystery legata all'inspiegabile scomparsa di alcuni personaggi. Scomparsa che contribuirà ad ampliare le conoscenze della protagonista (e di noi lettori) su questo mondo fantastico.
Ovviamente è presente anche una sottotrama romance, più consistente in confronto a "Fidanzati dell'inverno", che personalmente non mi ha convinta del tutto: da un lato trovo positivo come Thorn non venga dipinto come una vittima che Ofelia deve compatire per forza, dall'altro l'innamoramento non mi sembra avere delle basi solide per ora. Oltre al lato romantico, viene dato molto spazio alle relazioni familiari, che mi sono molto piaciute; in particolare, ho adorato i dialoghi tra la protagonista e Berenilde, che ormai è praticamente una zia acquisita.
Altri elementi che si meritano un bel pollice in su sono la caratterizzazione di Ofelia -che si mostra meno remissiva e cerca in più situazioni di far sentire la propria voce- ed il world building, del quale scopriamo dettagli inediti sia legati al passato del mondo (e alla Lacerazione che l'ha distrutto) sia alle nuove location introdotte. In questo secondo volume i protagonisti si muovo infatti in diversi angoli di Città-cielo e dell'arca Polo mai visti prima; come sempre Dabos fa sfoggio della sua enorme immaginazione nel descrivere luoghi bizzarri, che da soli riescono a creare un'atmosfera fantastica.
Anche per il sistema magico ci vengono fornite informazioni aggiuntive, ad esempio introducendo altri clan del Polo con i loro poteri; in questo caso però non sono troppo contenta del risultato, perché ho sempre la sensazione che la cara Christelle giochi un po' troppo con le sue stesse regole, aggiungendo nuove capacità o limitando quelle introdotte nel primo libro soltanto per portare la trama nella direzione da lei scelta.
Allo stesso modo certi elementi legati alle origini degli spiriti di famiglia spingono l'appassionata di mitologia che è in me a storcere non poco il naso. Potrei soprassedere solo se nel terzo libro l'autrice inserirà più scene con Renard e Gaela, due personaggi fantastici e troppo poco sfruttati.
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Genesi di un simp
Ai tempi delle superiori, venni praticamente costretta a leggere "Tre metri sopra il cielo", libro all'epoca adorato da tutte le mie coetanee; e non mi piacque, neanche se rientravo in pieno nel target. Ma quindi cosa ci faccio diversi lustri dopo con una copia di "Scusa ma ti chiamo amore"? banalmente l'ho ricevuta in regalo e sono incapace di liberarmi di un libro donato, anche quando fiuto a priori il trash. In realtà credo che l'intenzione di Moccia fosse quella di comporre una canzone rock, peccato che gli sia sfuggita un po' la mano, ed il risultato è questo romanzo inutilmente lungo su una storia d'amore che più forzata non si può, contornata da siparietti comici da far invidia agli autori di Colorado.
La storyline principale segue la relazione tra Alessandro "Alex" Belli e Niki Cavalli: lui è un pubblicitario di successo (o almeno, così ci assicura il narratore) vicino ai quaranta appena uscito da una storia importante con tale Elena, lei è una ragazza prossima alla maturità appassionata di surf e sempre pronta a fare festa con le amiche. Da queste premesse, vi potreste aspettare una storia romantica che deve superare lo scoglio della differenza d'età ma, seppur menzionato diverse volte, questo ostacolo non ferma i protagonisti neanche per due giorni. L'unica difficoltà che mette seriamente in crisi la loro storia compare a caso nelle ultime pagine e viene aggirata con altrettanta casualità, proprio perché inconsistente. In questo modo il romance, in teoria cuore della narrazione, diventa quanto di più campato per l'aria possiate immaginare: da parte di lei c'è semplicemente una cotta adolescenziale spacciata per grande amore della vita, da parte di lui una trasformazione in piena regola nel sottone modello.
Oltre a questo romance, il libro mostra alcuni sprazzi delle vite degli amici e dei parenti dei due protagonisti, focalizzandosi in primis sulle relazioni sentimentali, ma anche su alcuni retroscena legati al mondo lavorativo. In generale l'intreccio viene gestito con la stessa originalità di una puntata di Beautiful, infatti non esistono colpi di scena: si prosegue solo per la curiosità di scoprire quali nuove frontiere del trash raggiungerà il caro Federico, e soprattutto per capire perché abbia scelto di includere i POV di personaggi totalmente inutili, che non hanno alcun collegamento con i protagonisti. Piccolo spoiler: non c'è una ragione.
I personaggi non migliorano la situazione perché, oltre ad essere tutti bellissimi e ricchi da fare schifo (e classisti, ovviamente!), hanno dei caratteri stereotipati al massimo e piatti in maniera imbarazzante, sia gli adolescenti che gli -almeno sulla carta- adulti, al punto che gli amici di lui sono semplicemente la versione al maschile delle amiche di lei, così l'astuto autore si è risparmiato la fatica di dover delineare altri tre caratteri. Per quanto riguarda i due protagonisti, hanno entrambi dei comportamenti esagerati che giustifico nel caso di Niki, perché in fin dei conti è un'adolescente, ma trovo assurdi quando si tratta di Alex: un uomo maturo ma del tutto privo di volontà, che si lascia influenzare in ogni scelta dalle persone vicine, e infatti è sufficiente la comparsa di una ragazzina per stravolgergli la vita.
Per quanto riguarda la prosa di Moccia, ci sono talmente tanti problemi che quasi non so da dove cominciare: passa dalla semplicità più lineare ad una retorica nauseante, il testo è farcito da lunghe citazioni (tra cui alcune autoreferenziali) e spot promozionali fuori luogo, in compenso mancano quasi completamente descrizioni ed indicazioni su chi stia parlando. Quest'ultimo elemento risulta molto fastidioso nelle scene in cui interagiscono tre o più personaggi, perché tutti parlano praticamente allo stesso modo e non si riesce a capire chi dica una determinata frase; a rendere la comprensione del testo ancora più complicata sono i pensieri dei personaggi, inseriti a casaccio nella narrazione in terza persona, senza nessun segno grafico che aiuti a decriptare un testo per il resto estremamente banale.
Nonostante tutto, voglio fare uno sforzo e trovare dei lati positivi in questo romanzo. Il ritmo sicuramente non è male, anche per merito dei capitoli brevi e delle molte parti dialogate che, pur essendo poco chiare, rendono la narrazione veramente rapida; anche l'ambientazione è abbastanza riuscita, e raggiunge l'obiettivo di ricreare il clima che si respira tra le strade romane. Avrei trovato interessante anche la sottotrama legata al mondo della pubblicità, non fosse che l'attività di Alex e dei suoi colleghi viene trattata in modo sciocco e superficiale; tra l'altro, per come confonde i termini logo e slogan, mi rimane anche il dubbio che l'autore conosca effettivamente l'ambito lavorativo di cui sta parlando.
E voglio terminare con due piccole preghiere. La prima è rivolta ai parenti dei lettori: anziché comprare un libro a casaccio, a Natale optate per un bel maglione caldo. La seconda è per il caro Federico: la prossima volta che senti l'irrefrenabile voglia di scrivere il testo per una canzone, limitati a poche strofe anziché contribuire alla deforestazione globale con un tomo di quasi settecento pagine piene di parole vuote, o sotto copyright.
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In cui gli stregoni emettono regolare fattura
Prima di cominciare la mia avventura nell'universo narrativo di Shadowhunters, almeno per quanto riguarda i libri, avevo spesso sentito dire che questa trilogia fosse molto più godibile rispetto a TMI; da quanto ho letto finora, posso dire di essere del tutto in linea con questa opinione: per solidità della trama e sviluppo delle relazioni, TID si è confermata in questo seguito ben più convincente rispetto alle avventure di Clary & Co.
"Il principe" riprende la storia soli pochi giorni dopo la conclusione del primo capitolo: la storyline principale riguarda la decisione del Consiglio di incaricare Charlotte di individuare in fretta il nascondiglio del Magister, pena la perdita della direzione dell'Istituto, ruolo che Benedict Lightwood cerca in sottrarle da anni; la missione dei protagonisti ruota quindi attorno a quest'indagine, che li porterà ad esplorare luoghi inediti nell'Inghilterra vittoriana ed incrociare la strada con nuovi personaggi molto promettenti. Pur non portando avanti di troppo la narrazione orizzontale, questo secondo volume dimostra di avere una marcia in più, forse proprio perché ormai i protagonisti risultano familiari al lettore e si possono capire al meglio le dinamiche tra loro.
Se la narrazione langue un po' in quanto ad avvenimenti, compensa con sviluppo delle relazioni (dando tra l'altro spazio a due coppie che mi hanno fatta innamorare!) ed illustrando in modo approfondito il legame parabatai, solo menzionato nel libro precedente e per nulla rilevante nella serie principale. Molto valido anche il modo in cui viene risolto il conflitto principale, seppur mi aspettassi qualche momento di azione in più nel finale.
Altri aspetti da migliorare sono la caratterizzazione dell'antagonista -qui scopriamo qui solo qualche dettaglio sul suo passato, senza però mai vederlo all'opera- e la poca verosimiglianza di alcune scene: il confronto con Nate, ad esempio, si basa su delle premesse ridicole, e lo stesso vale per il grande mistero circa il comportamento scostante di Will. Anche il triangolo amoroso che si consolida in questo seguito non mi ha fatta impazzire a livello concettuale, ma per lo meno viene gestito benino nel complesso.
Pur non apprezzando particolarmente nessuno dei tre protagonisti (solo Jem riesce a conservare un po' della mia simpatia) promuovo a pieni voti quasi tutto il resto del cast: in particolare, ho adorato leggere le scene con i POV di Charlotte e Sophie, due personaggi che hanno avuto una valida evoluzione; nell'epilogo ho poi rivalutato in parte Henry, non troppo approfondito fino a quel punto della narrazione. Questo conferma comunque l'ottima scelta fatta da Clare quando ha optato per la terza persona, avendo così la possibilità di analizzare i pensieri di più personaggi.
La serie ha però ancora molti quesiti ai quali dare risposta, oltre ad un conflitto principale da risolvere: spero che "La principessa" riesca a gestire in maniera convincente questi aspetti, fornendo una degna conclusione alla trilogia. E me lo auguro soprattutto perché la sottoscritta non ha la minima intenzione di affrontare altri sequel, prequel, spin-off o crossover per scoprire quale strano ibrido paranormale sia Tessa.
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Una Germania piena di italiani
Sono passati ormai anni da quando lessi "La psichiatra", e oltre a conservare un ricordo incredibilmente chiaro del romanzo, mi è rimasta una certa curiosità per il resto della bibliografia di Wulf Dorn. Tutte le sue trame mi sembrano perfette come rapide letture estive, da portarsi sulla sdraio, e così è stato con "Il mio cuore cattivo", titolo recuperato in modo un po' randomico un paio di anni fa -grazie ad una promozione di TEA- che mi ha colpita in positivo.
Ad un primo acchito, il romanzo sembra avere molti punti di contatto con l'esordio dell'autore: la nostra protagonista e narratrice, l'adolescente Dorothea "Doro", è perseguitata da qualcosa avvenuto nel suo passato -in particolare la sera prima della tragica morte del fratello minore- che non riesce a ricordare, e questa condizione la porta ad essere coinvolta nella risoluzione di un mistero; infatti, nonostante sia di base un thriller, questa narrazione presenta molti elementi mystery, con un intreccio degno di un brillante giallista. Il lutto improvviso porta Doro a trasferirsi con la madre nella cittadina di Ulfingen, ed è qui che la ragazza inizia ad interessarsi al suicidio di un giovane del posto, perché crede di aver incontrato la stessa persona il giorno successivo alla sua morte.
Questa parte della trama, ossia la più interessante e coinvolgente, non prende il via se non dopo un centinaio di pagine, e questo rende l'avvio un po' lento, controbilanciando però con ben due aspetti positivi: questa scelta permette innanzitutto di conoscere bene la protagonista e la sua storia prima di immergersi nel mistero -fornendo nel mentre alcuni piccoli dettagli su quest'ultimo-, inoltre quando poi la narrazione prende il via non c'è modo di scollarsi dalle pagine per quanto l'intreccio risulta coinvolgente.
Con la sua storia, Dorn non punta solo a stupire, ma si affida anche ad elementi tipici sia nel genere che nella sua prosa: un esempio è la cittadina in cui si ambienta la vicenda, ossia la classica località di provincia in cui tutti si conoscono, vista dalla protagonista come l'antitesi della cosmopolita Berlino in cui sogna di trasferirsi. Altro tropo (molto apprezzato dalla sottoscritta) è quello della narratrice inaffidabile, che contribuisce a rendere più intricato il giallo; Doro tra l'altro è un'ottima protagonista, molto risoluta e piena di risolse: ho adorato seguire l'avventura dal suo punto di vista.
Anche alcuni dei personaggi secondari si sono dimostrati interessati e non scontati; purtroppo manca un po' di approfondimento su di loro, perché l'attenzione è posta sulla risoluzione del mistero. Questo permette comunque all'autore di includere delle riflessioni molto incisive sui temi dell'elaborazione del lutto e sul modo migliore per affrontare dei problemi psicologici; nella postfazione, il caro Wulf precisa inoltre di aver incluso delle vicende non lontane a ciò che spesso sentiamo nei notiziari, in modo da far capire ai lettori come sia facile cadere vittime dei propri pensieri malvagi.
Passando alla prosa, ho trovato lo stile di Dorn molto scorrevole e spesso informale, dettaglio che sicuramente si adatta bene all'età ed al carattere di Doro. L'unico neo è la tendenza a calcare un po' la mano in alcune scene, penso con l'intenzione di rendere l'atmosfera più cupa, includendo dettagli sopra le righe; un esempio è l'apparizione di un sinistro carro funebre sul luogo di un incendio, dove al massimo sarebbero dovuti arrivare i pompieri e gli addetti del pronto soccorso.
Per quanto riguarda l'edizione non ho molto da dire: sono presenti diversi refusi -soprattutto nei nomi propri-, ma considerando il prezzo non mi voglio lamentare. Però la copertina è un grosso no: basta leggere qualche pagina per rendersi conto che la protagonista ha i capelli scuri, con un taglio decisamente corto, e non la fluente chioma rossa della modella nella fotografia scelta.
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Rimescolando le premesse
Se già normalmente fatico a trovare le parole giuste quando devo parlare di un libro che ho apprezzato, con "L'educazione" le mie difficoltà sono raddoppiate dal momento che le vicende narrate sono reali e non frutto dell'immaginazione di uno scrittore. In sostanza, non trovo giusto assegnare una valutazione alla vita di una persona, quindi il mio voto e le osservazioni che farò riflettono principalmente le tematiche e la parte stilistica, anziché il contenuto della storia, meno importante in questo caso rispetto ad un prodotto di fiction.
La narrazione ripercorre la vita di Westover, dall'infanzia fino ad arrivare praticamente alla contemporaneità; una vita di certo non facile: l'autrice è infatti cresciuta in una numerosa famiglia mormona molto religiosa, con un padre convinto di doversi preparare all'imminente fine del mondo e una madre incapace di far valere le sue ragioni di fronte alla fede cieca del marito. A causa delle idee dei genitori, l'autrice non viene registrata all'anagrafe, riceve un'istruzione a dir poco lacunosa e per anni subisce una manipolazione psicologica che la tiene incatenata ad una famiglia chiaramente problematica.
Se vi aspettate però una storia motivazionale in stile "Anne di tetti verdi" o "Papà Gambalunga", in cui una ragazza coltiva la sua enorme passione per lo studio a discapito delle circostanze avverse, preparatevi ad una parziale delusione. Titolo e sinossi in effetti fanno pensare ad una narrazione di questo tono, ma la crescita di Westover è stata ben diversa: innanzitutto non ha dimostrato un particolare interesse per la propria istruzione fino ai quindici anni, spronata in questa direzione dal fratello maggiore Tyler che l'ha continuata a supportare anche quando ha iniziato a frequentare il college e, più avanti, ha affrontato apertamente i suoi genitori; in secondo luogo, pur dando il giusto credito alle conoscenze apprese grazie allo studio, l'autrice sceglie di focalizzarsi soprattutto su come siano cambiati la sua percezione della società ed il rapporto con la famiglia. Per queste ragioni, "L'educazione" è un titolo calzante, ma che potrebbe portare i lettori ad aspettarsi un contenuto leggermente diverso.
Lo stile di Westover ha una straordinaria fluidità, pur non essendo per nulla misero o banale: la lettura è praticamente volata e mi spiace che l'autrice non abbia pubblicato altro, perché mi fionderei a leggerlo subito. Ammetto che in un primo momento ero un po' spaventata all'idea di affrontare un'autobiografia, così diversa dai miei fidati romanzi, ma la prosa di questo memoir mi ha convinta dalla prima pagina; a tratti è stato invece difficile ricordarsi come quella non fosse una storia fittizia, tanto sono stranianti alcune scene, ad esempio quelle in cui vediamo incidenti e infortuni che colpiscono un po' tutti i membri della famiglia Westover.
Nonostante la vocazione religiosa, il padre dell'autrice è tutt'altro che un uomo votato alla pace: deciso a contrastare lo Stato sotto il giogo degli Illuminati e degli ebrei, cerca in ogni modo di rendere la sua famiglia autosufficiente (sia dal punto di vista energetico che da quello sanitario) e la loro casa una sorta di roccaforte in cui non è insolito trovare armi alla portata di tutti. A dispetto dei problemi mentali di cui soffre, il carisma di quest'uomo gli permette di diventare nel tempo un punto di riferimento spirituale per la gente del posto, e lo porta ad operare una manipolazione psicologica nei confronti dei figli -che spinge a lavorare fin da piccoli per lui- e della moglie, la quale opererà a sua volta dei ricatti emotivi.
Westover si trova poi a toccare il tema della violenza domestica, in relazione al comportamento che il fratello maggiore Shawn ha verso lei, ma anche verso le altre donne con cui entra in contatto, dalla sorella Audrey alle varie ragazze che frequenta, fino ad arrivare alla moglie Emily. Ovviamente la dottrina paterna riscrive queste azioni violente, in un'ottica di redenzione mista a colpevolizzazione della vittima, la quale viene spinta a ritrattare i suoi stessi ricordi pena l'allontanamento dalla famiglia.
Come si sarà capito, la storia di questa donna non mi ha lasciata affatto indifferente; penso che l'aspetto più scioccante sia stato realizzare quale fosse il contesto "storico": rendersi conto delle condizioni di disagio in cui vivono delle persone oggigiorno, in un Paese tanto progredito sulla carta.
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Altro che leggi ad personam
Da diversi anni ero incuriosita da questa trilogia, di cui non si sente parlare spesso ma che ha dei fan veramente appassionati. Finalmente mi sono convinta a recuperarla e devo dire di essere non poco stupita, perché non è per nulla la tipica serie YA che un po' mi aspettavo: non solo la narrazione non è particolarmente prevedibile, ma il tono scelto è maturo e la descrizione di diverse scene a dir poco cruda. E anche solo per l'originalità, con me "Half Bad" parte avvantaggiato.
La trama da seguire non è proprio chiarissima, e questo perché il focus della storia è destinato al percorso di formazione del protagonista, Nathan Byrn, unico Mezzo Codice di tutta la Gran Bretagna; nel mondo immaginato da Green sono infatti presenti persone dotate di poteri magici chiamate Incanti, e si disgiungono tra Bianchi e Neri. Diviso a metà tra queste fazioni, Nathan cresce abituando alle angherie di chi non lo ritiene abbastanza Bianco, cosa che lo porta a sviluppare in risposta un atteggiamento violento. Sullo sfondo della sua crescita intravediamo la lotta tra gli Incanti Bianchi -che sembrano aver istituito una sorta di governo ufficiale- e quelli Neri, in particolare il potente Marcus, padre di Nathan.
Noterete una certa incertezza in quest'ultima frase; questo perché il world building è decisamente lacunoso, un po' come la trama ma qui non abbiamo un contrappeso a bilanciare. Ero curiosa di vedere come la cara Sally avesse immaginato la contemporaneità con l'aggiunta della magia, ma di questo mondo alternativo, oltre la casa di Nathan, i boschi in cui campeggia e un paio di capitali europee all'apparenza deserte, vediamo ben poco. Mi ha interdetta soprattutto notare come la vita dei Profani (ossia delle persone prive di poteri magici) non sembri per nulla influenzata dalla presenza degli Incanti.
In generale le informazioni sull'ambientazione ed il sistema magico sono scarne e confuse: dopo quasi quattrocento pagine non si riesce a capire quale sia nel concreto la differenza tra Incanti Bianchi e Neri (ad eccezione dei luccichii che alcuni vedono nei loro occhi) e perché siano in guerra da secoli: visto che l'atteggiamento individuale non è un fattore determinante, rimane solo la discendenza da una determinata stirpe, e mi pare un po' fiacca come motivazione.
Oltre a questo aspetto, i punti deboli del libro si riducono al poco approfondimento dei personaggi secondari (ma aspetterò i seguiti prima di emettere un parere definitivo a riguardo) e alcuni refusi nel testo, anche facili da individuare e correggere. Nel complesso apprezzo comunque l'edizione italiana per aver mantenuto la bellissima (doppia) cover originale.
Gli elementi migliori del romanzo sono da ricercare nello stile, nelle tematiche, ma soprattutto nella caratterizzazione del protagonista. Nathan non è sicuramente un personaggio positivo, ma come lettori riusciamo a comprendere ogni sfaccettatura dei suoi pensieri, anche nei momenti in cui commette azioni sbagliate o moralmente dubbie, e questo lo rende un protagonista molto interessante da seguire, oltre ad influenzare anche l'atmosfera generale del libro, che tende ad essere sinistra e a tratti perfino deprimente: si percepisce una pesantezza di fondo, persino nei momenti teoricamente positivi.
Ho apprezzato molto come viene trattato il tema della discriminazione, reso con l'allegoria degli Incanti Neri -e di chiunque si trovi a metà delle due fazioni- discriminati unicamente in base ad un pregiudizio dal momento della nascita, senza tenere in alcun conto le loro azioni. Si cerca in più punti di parlare anche di PTSD, ma in modo meno attento. Per quanto riguarda lo stile, si nota una spiccata semplicità, ovviamente voluta per richiamare il modo di esprimersi non troppo ricercato dello stesso Nathan, che dimostra delle difficoltà date da una forma di dislessia. Nonostante la trama non sia particolarmente ricca, soprattutto nella prima metà, ho trovato alquanto incalzante il ritmo; l'unico elemento stonato è la scelta della seconda persona nel prologo, che non mi sembra venga poi giustificata.
Tutto considerato, la reputo una buona lettura e sono genuinamente interessata a leggere presto il seguito, anche perché a quanto pare dovrebbe arrivare a breve un adattamento per Netflix, e una volta tanto vorrei essere in pari con i libri prima.
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Se l'espressione "old but gold" fosse un libro
Con il caldo di questo periodo, concentrarsi su una lettura può risultare abbastanza impegnativo, per questo cercavo una storia incalzante, capace di catturarmi già dalle prime pagine, ed è proprio quello che ho trovato ne "L'uomo dei sussurri", primo romanzo dell'inglese Alex North, di cui ora sarei curiosa di leggere altro.
Come molti altri elementi del libro, la trama non è nulla di rivoluzionario, ma forse è stato proprio questo elemento di familiarità ad avermi convinta da subito. Negli anni Novanta, la cittadina di Featherbank ha vissuto nel terrore del serial killer noto come l'Uomo dei Sussurri, che prendeva di mira bambini trascurati dai genitori; nel presente, i rapimenti sono ricominciati ed il piccolo Jake Kennery, appena trasferito dopo l'improvvisa morte della madre, sembra essere finito nel mirino dell'assassino. La storia si sviluppa tramite cinque POV: quelli degli investigatori Pete Willis ed Amanda Beck, quello del nuovo killer, quelli di Jake Kennedy e di suo padre Tom; quest'ultimo è l'unico a narrare la storia in prima persona, scelta che viene in qualche modo spiegata già nel prologo.
L'intreccio risulta abbastanza tipico per gli amanti del genere, ma il ritmo incalzante e l'ottima gestione delle svolte di trama permettono di mantenere sempre viva la curiosità del lettore: i colpi di scena non sono mai esagerati e riescono a stupire nei punti giusti. Anche l'angosciante atmosfera contribuisce a rendere coinvolgente la narrazione, seppur in alcuni punti il caro Alex calchi un po' troppo la mano; il suo stile per il resto è diretto e molto semplice e, pur presentando alcune ingenuità narrative, può essere scusato visto che si tratta di un esordio.
Altro punto a favore è la scelta di affrontare il tema della paternità: mi ha colpito in particolare perché, pur partendo dall'analisi delle difficoltà di comunicazione tra Tom e Jake, questo argomento viene poi mostrato sotto tanti punti di vista diversi e sicuramente non scontati.
Ad essere scontati sono invece gli altri elementi del romanzo: i protagonisti sono alla fin fine dei caratteri già visti in gran parte dei thriller domestici o dei mystery thriller (come l'onnipresente poliziotto tormentato dal passato di alcolista), e non penso mi rimarranno troppo a lungo in mente; la stessa cosa vale per l'anonima ambientazione, ossia la tipica cittadina di provincia abbastanza popolosa da garantire ogni genere di servizio ma in cui inspiegabilmente si conoscono tutti. In pratica non c'è nessun dettaglio che la renda memorabile, o faccia anche solo capire che siamo in Inghilterra: per quanto ci viene mostrato, potremmo trovarci in un qualunque Paese anglofono.
Come ho detto prima però, questa banalità non mi ha infastidita, sia perché in parte me l'aspettavo, sia perché a conti fatti era esattamente il tipo di storia di cui avevo bisogno. E un plauso speciale va ai traduttori che, una volta tanto, hanno ascoltato la mie preghiere ed utilizzato il termine "cazzo" anziché lo strabusato (e fastidioso) "fottuto". Grazie.
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Come NON marketizzare un libro
Da qualche tempo ormai stavo puntato i romanzi di Tasha Suri, ed in particolare la duologia The Books of Ambha, composta in realtà da due storie autoconclusive, seppur fortemente connesse. A darmi la spinta decisiva verso la lettura è stata però la notizia che "Empire of Sand" sarebbe arrivato in Italia per Fanucci; facile vittima dell'entusiasmo misto ad un po' di (non proprio) sana F.O.M.O, eccomi qui a parlare di un romanzo che mi ha lasciato non poco combattuta sulla valutazione da assegnargli.
La storia si ambienta in un mondo di fantasia ispirato all'India medioevale per molti aspetti, dall'organizzazione statale agli abiti, passando per le varie usanze. Questo territorio è governato dall'impero di Ambha, che da secoli porta avanti delle guerre di conquista supportato dalla sua potenza militare ma soprattutto dal favore del Maha, il loro leader religioso immortale. Al centro della vicenda troviamo la giovane Mehr, figlia di un potente governatore e di una donna appartenente al popolo Amrithi, da anni perseguitato nelle regioni controllate dall'impero; a causa delle sue origini, la ragazza attirerà su di sé l'attenzione dei seguaci del Maha.
L'intreccio di base è una commistione di fantasy politico e romance, sebbene in un primo momento ci si potrebbe aspettare una storia più avventurosa e dinamica; l'azione invece è decisamente circoscritta, se non perfino glissata, e ci sono anche ben poche svolte narrative: i colpi di scena risultano infatti molto prevedibili, nonostante l'autrice tenti di sottolinearli mostrandoci lo stupore dei personaggi di fronte a rivelazioni spesso banali.
Personaggi che per contro risultano ben più convincenti ed approfonditi rispetto alla trama, soprattutto nel caso dei due protagonisti. Mehr e il suo comprimario Amun non sembrano trasmettere molto in un primo momento, ma con il proseguire della narrazione i loro caratteri vengono illustrati nel dettaglio e riescono anche a compiere una notevole evoluzione, sia come singoli personaggi che come coppia; non per niente il romance mi ha convinto in pieno, cosa affatto scontata nel caso della sottoscritta. Meno bene il resto del cast, composto da personaggi abbastanza dimenticabili ed antagonisti inadatti al loro ruolo.
Un altro elemento che valorizza il romanzo è l'ambientazione immaginata da Suri, e resa più vivida ed affascinante con ogni luogo in cui la protagonista si ritrova, descritto con grande cura dei dettagli ed immaginazione: si ha quasi l'impressione di viaggiare assieme ai personaggi ed esplorare questo mondo fantastico al loro fianco; mondo del quale ci viene fornita anche una mappa dettagliata, forse non particolarmente utile ma sicuramente gradita. Come punto a favore devo inoltre includere le tematiche che il libro affronta, in particolare la denuncia del colonialismo e la critica alle convenzioni sociali in una cultura fortemente patriarcale e legata alla religione; sono temi ben amalgamanti all'interno della storia ed affrontati con il giusto tono.
Per quanto riguarda gli aspetti non proprio convincenti, oltre al ritmo narrativo lento e privo di svolte imprevedibili, abbiamo un sistema magico che seppur affascinante a suo modo risulta nel complesso poco chiaro e, in alcune scene della parte finale, perfino contraddittorio; nel Q&A a fine volume, la cara Tasha afferma di aver messo insieme idee che sulla carta le sembrava belle, e questo forse spiega il modo randomico in cui funziona la magia.
Mai il più grosso problema del libro -e di come esso viene recepito dai lettori- è forse il fatto che sia venduto come high fantasy per adulti. Ovviamente spetta alla casa editrice e all'autore stabilire il target di un romanzo, ma sono sinceramente convinta che "Empire of Sand" avrebbe ottenuto molta più attenzione e consensi come romantica fantasy per ragazzi, ossia quello che in fin dei conti risulta essere.
NB: Libro letto in lingua originale
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Bussare a quanto pare è démodé
Solitamente, quando leggo un libro che langue da parecchio tempo sui miei scaffali e lo apprezzo, un pochino mi arrabbio con me stessa per aver aspettato così tanto prima di leggerlo. Questa cosa è successa anche con "La compagna di scuola", ma in questo caso non mi è dispiaciuto affatto aver lasciato passare qualche anno: se l'avessi letto quando mi fu regalato, sarei stata decisamente fuori target per questo chick-lit e, conoscendo i miei gusti di allora, avrei probabilmente finito con l'abbandonare la lettura. Uno dei pochissimi casi in cui far stagionare un volume in libreria ha dato i suoi frutti.
La trama del romanzo è abbastanza semplice e si compone di tre filoni intrecciati, che seguono le vicende del trio di amiche protagonista: la decisa Maggie, l'esuberante Roxanne e la generosa Candice (che per motivo ignoti, associo ad una marca di elettrodomestici); le tre sono donne in carriera, infatti collaborano a vario titolo con una rivista londinese, e devono barcamenarsi tra famiglia, relazioni sentimentali e lavoro. La vicenda si ambienta a Londra e, in parte, nella campagna fuori città; a muovere il fulcro dell'azione è la comparsa di Heather, una vecchia compagna di scuola di Candice, verso la quale quest'ultima prova un senso di colpa che cercherà di alleviare aiutandola a migliorare la sua vita. Come accennato, l'intreccio non è particolarmente brillante e anche la risoluzione finale risulta decisamente scontata, oltre ad essere un po' troppo positiva per sembrare verosimile: capisco che sia il genere stesso a portare in quella direzione, ma l'introduzione di qualche villain veramente risoluto avrebbe reso la narrazione più emozionante.
Gli antagonisti in effetti sono un po' sottotono, oltre ad avere quasi tutti delle attenuanti per i loro comportamenti, cosa che li rende più concreti come personaggi ma depotenziati nel loro ruolo. A dire il vero, mi aspettavo che un po' tutto il cast fosse sopra le righe, invece abbiamo dei caratteri ben bilanciati e grosso modo realistici nelle loro azioni. Per quanto riguarda le protagoniste, la mia preferita è risultata essere Maggie, in parte perché è quella più affine a me caratterialmente, ma non solo: pur non essendo affatto originale, la sua storia è riuscita a catturarmi per le emozioni che trasmette e per l'evoluzione che compie come personaggio; anche Candice e Roxanne hanno dei bei momenti, in particolare la prima mi ha convinto quando realizza le conseguenze del suo eccessivo altruismo, mentre la seconda mostra bene le difficoltà di allontanarsi da una relazione sbagliata.
Pur con un tono sbarazzino e allegro, il romanzo affronta molti argomenti importanti: i valori della famiglia e dell'amicizia, il pericolo delle relazioni tossiche, il mondo del lavoro e lo scoglio della prima maternità. Penso che tutti i temi vengano trattati con la giusta importanza, portando dei messaggi molto positivi ai lettori senza però risultare pedanti o troppo intricati.
Precisando che non avevo mai letto prima nulla di Wickham / Kinsella, ho trovato il suo stile semplice e scorrevole, ricco di dialoghi ben ritmati; approvo la sua capacità di creare una buona atmosfera, sia nell'ufficio in cui lavorano le protagoniste che nelle scene ambientate in campagna, e più in generale ho apprezzato tutti i momenti in cui le tre amiche sono assieme perché le loro interazioni risultano genuine e trasmettono bene tanto il divertimento quanto la frustrazione, quando sorge un conflitto. Peccato per alcuni passaggi un po' forzati e per un paio di scene descritte molto frettolosamente o perfino saltate, mentre avrebbero potuto essere importanti per la storia.
Tutto considerato, non escludo di leggere altro di Wickham / Kinsella, possibilità che prima di iniziare il libro avevo scartato a priori. Certo, mi sentirei più invogliata se l'edizione avesse un minimo di cura, come ad esempio l'inserimento un qualche elemento grafico per indicare la fine del paragrafo, e far capire a noi poveri lettori che il POV è cambiato.
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In cui gli italiani sono criminali. O ristoratori
Nel mio percorso all'interno della sconfinata bibliografia di Agatha Christie, ho scelto di fare tappa nella breve raccolta "In tre contro il delitto" per poi proseguire in ordine più o meno cronologico nelle storie con protagonista l'adorabile Miss Marple. Mi ha quindi un po' delusa scoprire che l'arguta vecchietta inglese è presente solo in un racconto su nove totali; per fortuna l'ineffabile Poirot è riuscito a salvare in parte la situazione.
Come detto, questa raccolta è formata da nove racconti brevi -in alcuni casi, brevissimi- che vedono all'opera i più celebri investigatori creati dalla cara Agatha: nel suo unico racconto, Miss Marple racconta al nipote Raymond e a sua moglie Joan di quando scagionò un uomo innocente dall'accusa di uxoricidio; in due storie troviamo il placido Parker Pyne, che ho conosciuto proprio con questa raccolta, impegnato a destreggiarsi tra furti di diamanti e intrighi romantici... non proprio delle avventure al cardiopalma; il detective belga è al centro di ben cinque narrazioni, e lo vediamo coinvolto praticamente solo in casi di omicidio. Il caro Hercule è anche il protagonista dei racconti che ho apprezzato di più, in particolare "Il mistero della cassapanca spagnola" e "Il sogno"; molto carino anche "Un problema in alto mare", che potremmo vedere come una versione beta del celebre "Poirot sul Nilo".
Facendo un rapido calcolo, avrete notato che manca un racconto; "In uno specchio scuro" è però una storia atipica: non ha per protagonista un investigatore, non ruota attorno ad un delitto e presenta alcuni elementi paranormali. La vicenda è narrata in prima persona da un giovane che, in base ad una sorta di visione profetica, pensa di poter salvare la donna di cui è innamorato; purtroppo, come ci insegna la storia di Cassandra, non sempre conoscere il futuro permette di cambiarlo a proprio vantaggio. Sarò onesta: fino alle ultime righe lo trovavo un esperimento tanto inquietante quanto innovativo, ma la conclusione risulta davvero inaccettabile. Sì, anche in un libro pubblicato più di ottant'anni fa.
Accantonando questo infelice scivolone, la raccolta risulta molto godile e d'intrattenimento, in particolare per chi cerca delle storie brillanti ma può dedicare poco tempo o attenzione alla lettura: è piacevole lasciarsi trasportare in questo mondo di persone eleganti e raffinate, che però non esitano a macchiarsi dei delitti più cruenti. Tutto considerato, avrei potuto assegnare anche quattro stelline. Ma poi ho considerato l'edizione.
La copia che ho letto è quella dell'ultima edizione, venduta da Mondadori per la non proprio economica somma di dodici euro. Personalmente, trovo questo prezzo allucinante perché il libro è un classico, in copertina flessibile, con un'illustrazione sulla cover (che reputo esteticamente discutibile) dalla qualità grafica pessima, ma soprattutto non fornisce nessun contenuto: il volume è composto unicamente dai racconti, senza una prefazione, dei cenni biografici, un breve saggio o qualche nota esplicativa. Agatha Christie e i suoi lettori si meriterebbero qualcosina di più.
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Mai visto tante F-words in un solo volume
Non ho mai seguito l'ordine cronologico nella lettura dei romanzi di King, ma almeno con le sue raccolte sto cercando di procedere in base alle date di pubblicazione; dopo "A volte ritornano", letto lo scorso anno, tra i libri che volevo affrontare nel 2022 ho quindi incluso "Stagioni diverse". Non si tratta però di una raccolta di racconti brevi, bensì di un quartetto di novelle collegate ai sentimenti che ispira ogni stagione. Ed il formato risulta davvero azzeccato: se i racconti spesso mi lasciano un po' insoddisfatta (soprattutto se mi sono piaciuti e li avrei voluti vedere come romanzi completi), queste novelle si dimostrano abbastanza lunghe da creare quattro storie coinvolgenti e ben strutturate.
Pur non includendo che pochissimi elementi paranormali, lo stile di King è sempre riconoscibile e ho apprezzato in particolare come abbia saputo adeguare il tono ed il lessico utilizzati alle diverse voci narranti. Ciò che perde in sovrannaturale, questa raccolta lo guadagna in horror, con alcune scene a dir poco agghiaccianti. Ho apprezzato molto anche i rimandi ad altre opere del caro Stephen e i collegamenti tra le novelle stesse; peccato invece per l'edizione che, a dispetto del cambio di copertina, si tiene stretti i suoi vecchi refusi (in alcuni casi davvero esilaranti, come il titolo di "Carrie" che viene storpiato in "Carne"!) e una sinossi non del tutto chiara.
Dal momento che le novelle sono così diverse l'una dalle altre, ho pensato fosse meglio scrivere dei commenti separati e dare anche delle valutazioni singole.
"Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank" - cinque stelline
Questa storia è partita da subito con una marcia in più perché mi ha riportato almeno in parte a "Il miglio verde", uno dei miei romanzi preferiti di King: entrambe le narrazioni ruotano attorno a dei penitenziali e vanno ad illustrare la difficile vita dei detenuti in modo parecchio crudo.
La vicenda viene raccontata dall'ergastolano soprannominato Red, ma il vero protagonista è Andy Dufresne, un detenuto che si trova nello stesso braccio a Shawshank per un duplice omicidio del quale si professa innocente. I due uomini si conoscono quando Andy chiede a Red di fornirgli alcuni oggetti tra i quali un poster a grandezza naturale dell'attrice Rita Hayworth, attività per cui l'uomo è rinomato nel carcere, e diventeranno con il tempo amici. Sullo sfondo, rapidi sguardi sulla vita all'interno del penitenziario, tra tanti episodi di violenza, ma anche qualche storia se non proprio a lieto fine per lo meno capace di ispirare un po' di speranza.
Le anticipazione sugli sviluppi della trama del narratore sono veramente l'unico aspetto sul quale potrei azzardare una mezza critica a questa novella: la voce di Red si distingue con chiarezza, l'intreccio è brillante e ben strutturato, il tema della libertà viene analizzato a fondo da diverse angolazioni, e le descrizioni di Shawshank sono tanto magistrali quanto rivoltanti, e da semplice luogo riescono a renderlo una figura terrificante in grado di plasmare le menti di carcerati e guardie allo stesso modo.
La vera forza del racconto sono però i suoi personaggi, che formano un cast eterogeneo ben delineato, nel quale spiccano immancabilmente i caratteri di Andy e Red: due protagonisti dall'atteggiamento riservato ma a loro modo capaci di essere vicini l'uno all'altro e di liberarsi dai vincoli fisici e psicologici di Shawshank.
"Un ragazzo sveglio" - quattro stelline e mezza
Una narrazione dai toni ancor più cupi, e senza alcuna traccia di un potenziale lieto fine, è quella dell'amicizia tra il prototipo del perfetto ragazzo americano, Todd Bowden, e un uomo anziano che abita nella sua città; sotto l'identità di questo distinto signore si cela però Kurt Dussander, ex nazista nonché responsabile del campo di concentramento di Patin.
Con il passare degli anni, il rapporto tra i due diventa sempre più morboso e tossico, rendendo questa lettura a dir poco disturbante: se da un lato si può provare pena per il modo in cui la mente di Todd viene plagiata dalle parole di Dussander, dall'altro è chiaro che non è lui il solo responsabile, perché la superficialità dei genitori e l'indole stessa del ragazzo sono altrettanto determinanti.
In questa novella più che l'ambientazione, risultano fondamentali il clima di tensione e disgusto trasmesso al lettore e le vicende dei personaggi secondari, analizzate in modo decisamente approfondito, e infatti decisive per la risoluzione della vicenda.
Pur avendo trovato questa storia troppo macabra ed inquietante per poter dire di apprezzarla appieno, devo ammettere che il risultato è comunque eccellente: King riesce non solo a terrorizzare i suoi lettori, ma anche a spingerli a rivalutare i confini della giustizia e della crudeltà umana, fino al punto da provare empatia per dei caratteri così deviati.
Indubbiamente una lettura sconsigliata ai cuori fragili.
"Il corpo" - cinque stelline
Il terzo racconto copre un lasso di tempo molto più breve dei precedenti, dal momento che il grosso dell'azione occupa a malapena un paio di giorni. È quanto serve al gruppo di ragazzini protagonista per affrontare il loro percorso formativo, un rito di passaggio nato forse in maniera casuale ma trasformatosi poi in una tappa fondamentale per l'emancipazione, che conclude in qualche modo il periodo dell'innocenza.
Gordie Lachance, Teddy Duchamp, Chris Chambers e Vern Tessio decidono infatti di campeggiare nel bosco perché quest'ultimo ha saputo che lì si trova un cadavere. E senza pensare troppo ai preparativi si incamminano, spinti in parte da una curiosità un po' morbosa e in parte dal desiderio di essere visti per una volta come eroi da dei genitori che oscillano tra l'ignorarli e il maltrattarli crudelmente.
Ovviamente il gruppo protagonista è il cuore della storia, oltre ad essere una versione beta dei più celebri Perdenti sotto parecchi aspetti. Impossibile non affezionarsi e fare il tifo per questo quartetto di amici; in particolare, ho trovato commovente l'amicizia tra Gordie e Chris, per i quali forse avrei voluto qualche pagina in più nel finale.
"Il metodo di respirazione" - quattro stelline e mezza
Unica ad includere degli elementi paranormali, se non proprio fantastici, questa storia risulta divisa in due parti, motivo per cui nella sinossi viene introdotta in modo confuso: nella prima metà vediamo l'avvocato David Adley, socio di un importante studio newyorkese che dopo anni di impegno vede finalmente la possibilità di fare carriera quando il titolare lo invita in un misterioso e sofisticato club dove i soci si intrattengono con bizzarre storie; nella seconda il medico Emlyn McCarron racconta proprio uno di questi aneddoti, concentrandosi in particolare sulla gravidanza ed il parto di Sandra Stansfield, sua paziente dal carattere determinato.
Personalmente ho trovato l'introduzione del club molto lenta e poco utile per quello che è alla fin fine il messaggio della novella, ma per fortuna la storia del dottor McCarron ha risollevato già dalle prime righe l'intera narrazione. Un racconto in parte fantastico ma soprattutto l'analisi di una figura femminile incredibilmente resiliente, in un'epoca che le è per tanti versi nemica: mi sono innamorata del personaggio di Sandra, e mi spiace veramente che David e le sue curiosità sul club le rubino delle pagine preziose.
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Per fortuna ci sono i sedicenni...
Aver lasciato passare due mesi dalla lettura di "Città di vetro" non è stata l'idea del secolo, perché ho finito per scordare serenamente buona parte delle sottotrame di The Mortal Instruments. Per fortuna la cara Cassandra già nel lontano 2011 aveva previsto questo mio errore, e per ovviare ha ben pensato di includere degli utili -ma forse un po' tediosi- spiegoni riassuntivi nei primi capitoli di "Città degli angeli caduti". Con tutte le informazioni necessarie bene a mente, possiamo quindi procedere in questa cosiddetta seconda trilogia.
La trama è quello che potremmo definire gergalmente un mappazzone: Clare alterna con il suo solito ritmo frenetico scene del tutto scollegate tra loro, assicurandoci però che le fila di tutto sono mosse da un unico villain; il risultato è l'effetto "Calice-di-fuoco", per cui abbiamo un piano orchestrato in modo tanto cervellotico quanto inutile a conti fatti. Di base vediamo Clary alle prese con l'onnipresente (ma ancora non diagnosticato) bipolarismo di Jace che la vuole, ma non la merita, ma la vuole comunque, ma poi la molla, ma invece no; dall'altro lato troviamo Simon che si deve baracamenare tra una sequela di personaggi interessati a lui, chi per i suoi poteri di vampiro Diurno chi per motivi sentimentali. Sullo sfondo troviamo l'imminente matrimonio tra Jocelyn e Luke, gli inutili bisticci tra Alec e Magnus e una parentesi dedicata al passato di Maia che andrebbe anche a toccare temi importanti, ma viene risolta con troppa facilità.
A conti fatti i personaggi non fanno altro che correre in giro per New York, combinando ben poco e non comunicando tra loro le informazioni necessarie; e ovviamente sto parlando degli adolescenti perché in questa storia i personaggi adulti hanno la stessa utilità di un paracadute di ferro. Tra l'altro, basandosi sul plot twist principale, molti degli avvenimenti precedenti risultano del tutto insensati, come la storia del bambino abbandonato. Anche il sistema magico vive in mera funzione della trama, motivo per cui vengono introdotte nuove regole spesso in netta contraddizione con quanto visto nei volumi precedenti.
Nonostante questi difetti, in parte per il ritorno a New York -una location che Clare riesce a rendere molto bene- e in parte perché ormai ho fatto il callo all'umorismo della cara Cassandra (come anche alla sua narrazione caotica che trasforma tre giorni in un'epopea di un mese minimo), "Città degli angeli caduti" mi ha saputo intrattenere e divertire, e non solo per merito di biglietti da visita demoniaci o quartetti d'archi di lupi mannari.
I personaggi sono forse l'elemento più memorabile di questa storia in senso positivo, a parte Jace che penso detesterò a vita, con il suo atroce modo di parlare artefatto. Clary ha qualche sprazzo di lucidità e buonsenso, nonostante continui a fare scelte impulsive molto stupide, ma chi mi ha veramente colpito è Simon: chiudendo un occhio sui doppi appuntamenti, troviamo un personaggio non solo finalmente centrale nella storia ma anche protagonista di alcuni tra i dialoghi più ben scritti del libro; a questo si aggiunga che ho adorato le sue interazioni con Jace ed il loro rapporto di nemici-amici. Per quanto riguarda i personaggi secondari, ho scoperto un inaspettata simpatia verso Isabelle, che pian piano sta dimostrando un carattere vero, al di là dello stereotipo della tipa-tosta.
In definitiva, è stata una lettura genuinamente divertente ma ho l'impressione che questa serie potesse dirsi conclusa già al terzo volume: l'autrice sta chiaramente ripescando idee già sfruttate e cambiando le sue stesse regole magiche per allungare la saga. Buon per (il taccuino di) lei, malino per noi lettori.
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Quanti film mentali vorresti inserire? Sì.
Sánchez non era un'autrice verso la quale avessi un particolare interesse, ma qualche compleanno fa "Le mille luci del mattino" mi fu donato dal classico parente che ogni lettore ha, ossia quello del tutto estraneo al mondo editoriale eppure deciso a regalarti un libro random perché tanto "a te piace leggere, no?". In ogni caso, mi sono decisa infine a leggerlo, e devo dire che mi ha lasciato con uno strano dilemma: a fine lettura, di solito mi trovo combattuta sulla valutazione da assegnare ad un libro, ma in questo caso il mio cruccio riguardava direttamente il genere, dal momento che il buon senso mi spingeva a dire mystery mentre il mio lato più polemico suggeriva pippone mentale.
Questo romanzo ruota infatti attorno ad una serie di misteri, che vengono però continuamente interrotti dalle fantasie della protagonista, la trentenne madrilena Emma. La storia inizia con l'assunzione della donna in una società di servizi (e non sperate in maggiori chiarimenti, dal momento che lei stessa ammette di non sapere cosa facciano in concreto), dove diventa l'assistente personale del Vicepresidente Sebastián Trenas; nel tentativo di mettere in ordine alcuni vecchi verbali, Emma attira attenzioni indesiderate sul loro ufficio, attenzioni che culminano con la morte non proprio naturale di Trenas.
Da questo spunto, vi potreste aspettare l'inizio di una bella indagine per far luce su sordidi segreti aziendali, e invece no! in primis per la stupidità della protagonista che proprio non capisce cos'è andata a smuovere, ma soprattutto perché la risoluzione dei vari misteri non è affatto collegata alla società bensì a problemi familiari e relazioni clandestine. Così, dopo una sequela di rivelazioni che farebbero invidia agli sceneggiatori di Beautiful, si giunge ad un finale tanto anticlimatico quando insoddisfacente.
Tutto ciò è per buona parte merito della stessa Emma che, tra un sogno ad occhi aperti e l'altro, si dimostra del tutto disinteressata al suo lavoro e al suo stesso futuro; in realtà, penso che la cara Clara volesse descrivere una persona tormentata dai traumi del suo passato, però questo aspetto è troppo vago e marginale nel testo perché lei risulti simpatetica al lettore. A conti fatti, Emma sembra più interessata a scoprire le tresche di colleghi e superiori, che tra l'altro le confidano i loro più oscuri segreti senza alcuna remora. Ci troviamo inoltre di fronte ad un cast davvero troppo numeroso, che ha però almeno il pregio di essere composto da personaggi moralmente ambigui, e per questo abbastanza verosimili.
La narrazione in prima persona incide anche sulle tematiche: il libro accenna spesso ad argomenti profondi e situazioni difficili, collegati soprattutto alla salute ed alle relazioni, ma tutto viene annacquato dal POV di Emma che si perde nell'ennesima fantasticheria o si aliena fissando un determinato dettaglio del suo interlocutore. E nel caso degli uomini è quasi sempre il pacco.
La prosa di Sánchez è piena di inutili fronzoli e grandi giri di parole, ma nel complesso risulta sufficiente. L'ambientazione invece è l'aspetto più riuscito del romanzo, soprattutto per come riesce a dare un carattere distintivo ai diversi locali all'interno della cosiddetta Torre di Vetro.
In sostanza, c'erano le basi per ottenere un discreto mystery d'intrattenimento, ma l'autrice si è persa nella sua stessa trama. Per lo meno l'edizione italiana ha pensato di puntare sull'ecologismo, riducendo notevolmente l'inquinamento luminoso: infatti dal titolo originale "Un Millón de Luces" (letteralmente, un milione di luci) Garzanti ha spento ben 999.000 lampadine!
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Ma quindi Anima è un'utopia comunista?
Come mio solito, arrivo in gran ritardo su una serie che ha vissuto il suo momento di popolarità, almeno in Italia, ormai due o tre anni fa. Infatti, solo dopo aver recuperato tutti e quattro i volumi de L'Attraversaspecchi mi sono finalmente decisa a leggerla, ma ammetto che non mi pesa aver evitato il picco dell'hype: il fatto che sia ormai scemato mi ha permesso di affrontare la lettura di "Fidanzati dell'inverno" con delle aspettative più contenute.
Il romanzo si ambienta in un mondo dalle caratteristiche tipiche del gaslamp fantasy, ma incentrato su una società nata in seguito ad un'enorme catastrofe: da quanto possiamo carpire nel testo, il pianeta è stato colpito con una forza tale da generare delle "scaglie" dagli strati esterni che ora orbitano attorno al nucleo incandescente e, nel caso delle più ampie, sono diventare delle colonie dette arche, popolate da umani con poteri sovrannaturali in quanto discendenti di spiriti immortali, da loro visti come divinità. Già da questa premessa capirete come sia necessario accantonare ogni preconcetto basato sulla fisica, sulla geologia e sul buon senso.
La trama segue Ofelia, un'abitante di Anima e in quanto tale dotata di un legame speciale con gli oggetti (che a contatto con gli animisti sviluppano un'anima, appunto) dei quali può leggere il passato; la giovane, in grado anche di viaggiare attraverso gli specchi e di rompere qualunque stoviglia abbia la sfortuna di finirle tra le mani, viene costretta dalla sua famiglia a contrarre un matrimonio di interesse con Thorn, proveniente dalla gelida arca Polo. Ovviamente non viene spiegato perché in questa società sposarsi e metter su famiglia siano tanto importanti, né perché la protagonista -che in questa realtà è nata e cresciuta- sia restia ad accasarsi, al punto da aver già rifiutato diversi pretendenti. Dopo una breve introduzione su Anima, la maggior parte del volume è dedicata al viaggio verso Polo e ai primi mesi in questo ambiente fatto di antagonismi tra clan e crudeltà gratuite, dove l'ingenua Ofelia è a suo agio quanto la sottoscritta che entra al Lidl con la mascherina quando non la portano più neppure i commessi.
Pur risultando molto scorrevole alla lettura, il volume presenta uno sviluppo decisamente lento della narrazione, perché per quasi tutto il libro la protagonista non ha un suo obiettivo: si limita ad apprendere nuove informazioni su Polo e i suoi abitanti e a cercare di sopravvivere, ma non trattandosi di un thriller d'azione questo non è sufficiente ad ottenere un buon ritmo. Solo verso l'epilogo sembra che la ragazza giunga finalmente ad una risoluzione sul suo futuro; peccato che tutto il resto del cast punti fermamente in tutt'altra direzione! e si tratta tra l'altro di un finale atipico, in cui non si arriva ad alcuna conclusione perché la cara Christelle si limita a troncare di netto una scena.
Ma accantoniamo un attimo le lamentele per parlare di un elemento che grosso modo mi ha convinta: i personaggi. Innanzitutto vengono descritti in modo vivido e dettagliato -rendendoli così subito identificabili dal lettore-, inoltre voglio spezzare una lancia in favore di Ofelia che sarà anche tonta ma almeno ha il coraggio di riconoscerlo e cerca genuinamente di migliorarsi. Devo dire poi che, quando l'azione cambia location nella seconda metà del libro, entrano in scena alcuni tra i personaggi migliori, dai quali mi aspetto molto nei seguiti. Sulla figura di Thorn voglio sospendere invece il mio giudizio, che per ora non sarebbe comunque troppo lusinghiero, in attesa di scoprire qualcosa di più concreto oltre lo stereotipo dello stronzo violento che cela un animo sensibile e tormentato dai traumi infantili.
Alla pari dei personaggi, il world building viene tratteggiato con cura e grande fantasia, soprattutto nei piccoli dettagli magici, e appare come uno degli aspetti migliori del libro. Almeno fino a quando non ci si rende conto che è appunto solo apparenza: tutta estetica atta a distrarre il lettore dalle incongruenze di questo mondo fantastico e delle sue regole magiche, che seguono i piani di Dabos anziché la logica. Questa ricerca della bellezza si riflette anche nei dialoghi, che spesso suonano artefatti e pomposi.
Devo però ammettere che "Fidanzati dell'inverno" ha saputo intrattenermi e divertirmi molto: mi è piaciuto perdermi per un po' nella sua atmosfera fiabesca, a metà tra un mondo creato da Diana Wynne Jones e quello di un classico Disney, e tutto sommato sono soddisfatta di come l'autrice ha affrontato il tema dei legami familiari tossici. Spero che i prossimi libri acquistino un tono più maturo, accompagnando di pari passo la crescita della protagonista.
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Una mitologia (sbagliata) da scoprire
Quando ho scelto questo libro, basandomi sul titolo e sulla nazionalità dell'autore, mi aspettavo una storia moderna con protagonisti gli dèi di Asgard, e invece no: pur non essendo mai menzionato nella sinossi, il dio del Tuono nel titolo non è il norreno Thor, bensì Ukko Ylijumala (che ha come arma un martello mistico, ma penso sia un dettaglio trascurabile) sovrano degli dèi nella mitologia ugro-finnica. Di questo folklore ovviamente non sapevo nulla, ma per fortuna il caro Arto dedica diverse pagine all'inizio del volume per introdurre il pantheon finnico, che devo ammettere di essere poi stata molto contenta di aver scoperto involontariamente.
Lo spunto alla base de "Il figlio del dio del tuono" mi ha ricordato parecchio quello di "A volte ritorno", pur sviluppando da lì una storia ben diversa specialmente nel tono scelto. La vicenda ha inizio nel cielo degli dèi ugro-finnici i quali sono costretti a constatare di avere ormai solo qualche centinaio di fedeli e decidono pertanto di inviare Rutja, figlio di Ukko Ylijumala, in Finlandia con la missione di far riscoprire la vera fede al suo popolo; non potendo mostrarsi agli umani nella sua forma divina Rutja sceglie di comparire a uno dei pochi seguaci del padre, tale Sampsa Ronkainen, per scambiare con lui il suo corpo e con questo nuovo volto iniziare la conversione dei finlandesi.
Con queste premesse è facile capire che si tratta di una lettura molto leggera ed ironica, nonostante l'autore non esiti a sfoderare in più punti una critica pungente su alcuni aspetti della società contemporanea, o almeno di quella che era la società contemporanea nella Finlandia degli anni Ottanta. Trattando temi di fede spirituale, il volume non manca poi di includere un gran numero di riferimenti alla religione cristiana, anche in un'ottica dissacrante che penso potrebbe risultare un po' irrispettosa per una persona di fede; l'intenzione di Paasilinna non è però offendere gratuitamente, quanto piuttosto ispirare delle riflessioni senza per questo essere pedante.
La narrazione compone pian piano un'atmosfera sempre più surreale e favolistica, non solo nelle scene iniziali ambientate nel mondo degli dèi: quando l'azione si sposta completamente in Finlandia, il senso di straniamento dato dall'elemento fantastico si percepisce anzi ancor più chiaramente. Lo stile di Paasilinna penso si adatti bene a questo tipo di storia; nell'insieme è semplice e diretto, caratterizzato da periodi brevi e farcito da battute grondanti humor nero ed assurdo. Per contro, ho notato una strana gestione dei capitoli, che vengono spesso chiusi quando una scena è ancora in corso senza un vero motivo, salvo poi ricominciare nel medesimo punto; stessa cosa succede a volte con i ragionamenti di un personaggio.
La vera debolezza di questo titolo sono però i suoi personaggi, decisamente basilari e limitati da una caratterizzazione superficiale; questo perché devono vivere in funzione della trama e del tono scelto da Paasilinna: un esempio è l'esagerata condiscenza di Sampsa Ronkainen di fronte ai continui soprusi di cui è oggetto, che risulta utile per fargli poi accettare a scatola chiusa lo scambio con Rutja. Il peggio è però riservato ai personaggi femminili (scommetto che siete tutti stupiti!), che sono descritti in termini estremamente negativi, come sfruttatrici e tiranne verso i mariti o gli uomini che le mantengono. La sola eccezione in tal senso è Helinä Suvaskorpi, che viene invece graziata in virtù della sua incredibile avvenenza, salvo poi veder ridotto il suo ruolo all'interno del movimento religioso di Rutja a "danzatrice in sottoveste trasparente", cosa che ovviamente non succede ai discepoli uomini.
Tirando le somme, un romanzo parecchio diverso da quello che mi aspettavo, con il pregio di avermi fatto scoprire una mitologia della quale ero totalmente digiuna attraverso una storia divertente e leggera, da non prendere assolutamente sul serio. Forse.
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Sui demoni campioni di charade
Dopo l'esperienza di lettura tutt'altro che idilliaca di "Seija", non avevo granché voglia di leggere la conclusione de Il millennio di fuoco, eppure eccomi qui a parlare di "Raivo" dopo neanche un paio di mesi, in parte per non dimenticare del tutto il primo volume (e dovermi sottoporre ad una dolorosa rilettura!) e un po' per poter mettere la parola fine a questa serie deludente. Almeno posso accantonare la prosa di Randall finché non mi deciderò ad affrontare "Gens Arcana"; ma questo è un problema che addosso senza vergogna alla me stessa del futuro.
La narrazione riprende qualche settimana dopo l'epilogo del primo libro: Seija sta per andare in sposa all'aspirante imperatore per un accordo che darà al popolo saahavi una terra in cui vivere e ai cristiani il segreto per forgiare le lame fiamme; nei territori controllati dai vaivar invece Raivo è impegnato in diverse battaglie, ma aspetta solo l'occasione giusta per eliminare il futuro marito di lei. Anche in questo sequel abbiamo alcune parti raccontate dal punto di vista del generale Maharashta, che però risultano molto più numerose e dettagliate, causando un problema analogo a quello di "Questo oscuro duetto": il lettore non può stupirsi di nulla, già sapendo perfettamente cosa faranno gli antagonisti, ma non è il solo passo falso della trama. Se la prima metà del volume si presenta infatti come una continuazione grosso modo lineare di "Seija", nella seconda l'autrice ribalta completamente la situazione e -con forzature a profusione- porta la sua storia verso una conclusione tanto affrettata quanto zuccherosamente in disaccordo con il tono della serie fino a quel punto.
Sul fronte dei personaggi mi trovo a dover ribadire la mia impressione iniziale: sono tutti più che stereotipati, con l'unica eccezione del povero Heraii, che si meriterebbe di essere adottato da una famiglia amorevole anziché maltrattato da chiunque capiti in scena per più di mezza pagina. Mi hanno lasciato perplessa poi il ritorno di un vecchio personaggio -che da outsider totale diventa un conveniente deus ex machina- e la scelta di accantonare quasi del tutto la piccola Britte... fossi maliziosa arriverei a pensare che si tratta di una comoda scusa per non dover spiegare l'origine dei suoi poteri. Fortuna che non sono per nulla maliziosa.
Per quanto riguarda il world building invece viene fornito qualche elemento inedito sui vaivar, spiegando la loro origine in un modo forse raffazzonato ma che ho trovato sufficiente per dare una chiusa su questo mondo ucronico, soprattutto perché mi sembra chiaro che la cara Cecilia aveva fretta di concludere la storia senza perdersi in troppi dettagli. I nuovi poteri (o meglio, quelli che le vediamo finalmente utilizzare) delle neihme mi hanno lasciato per contro interdetta: con una manciata di queste creature si dovrebbe poter conquistare il mondo in un weekend! invece Ananta è ancora ferma lì da mille anni.
Lo stile di Randall non è di certo migliorato, ma in questo caso più che le frasi fatte si fanno notare le metafore: dozzine e dozzine di metafore tra le più banali che vi potrebbero venire in mente. Unica nota di merito è l'incredibile scorrevolezza della prosa, che riesce a rendere fluide anche le innumerevoli scene di battaglia.
E per ultimo arriva l'elefante nella stanza, altrimenti noto come romance, e immaginate questo termine circondato da un esercito di virgolette: lo utilizzo perché così viene definito dalla CE in quarta di copertina, ma mi sento nauseata solo a pensare in termini romantici alla relazione tra i due protagonisti. Il loro rapporto è infatti composto da abusi continui e violenza, sia fisica che psicologica, trasformati in una storia d'amore perché Raivo poverino ha sofferto in passato e Seija è una simil reincarnazione della sua amata defunta e questo la porta a gravitare sempre attorno a lui, salvo poi uscirsene dopo trecento pagine con l'idea che in effetti ora è proprio lei a volergli stare vicino e la morta non c'entra nulla. Questo aspetto della storia mi infastidisce non solo per come viene romanticizzata una relazione tossica ma anche perché sarebbe stato interessante approfondire le riflessioni di lei, su come le sue reazioni fisiche la facciano sentire colpevole in qualche modo, magari sviluppando da lì un percorso di crescita personale e consapevolezza, invece... nulla! sboccia l'amore e tutti vissero felici e traumatizzati.
Lamentele assortite a parte, sapevo dall'inizio che si tratta dell'ultimo libro e onestamente non voglio più leggere nulla su questi personaggi, però ho avuto davvero l'impressione che fino a metà l'autrice volesse scrivere una serie ben più lunga, ma poi sia stata costretta a troncare con questo finale frettoloso. Ingenuamente, voglio sperare che con qualche volume in più avremmo avuto una storia migliore.
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Dove i giullari si fanno chiamare cavalieri
Avendo deciso di dedicarmi il più possibile alla lettura di libri ispirati alla mitologia norrena durante maggio, ho pescato dalla libreria questo classico che, stando a quanto ho potuto carpire online, avrebbe elementi mitologici. In realtà questo aspetto è marginale e neppure circoscritto ai miti nordici, come potrebbe lasciar intendere l'ambientazione: ci troviamo di fronte ad una storia in cui mito, folklore e superstizione si mescolano insieme; e quindi possiamo trovare nel medesimo testo riferimenti al Yggdrasill (o al monte Olimpo), mescolati a spiriti naturali e vecchie bislacche scambiate per fattucchiere.
Questo quadro variopinto si colloca nella parte meridionale del Wärmland, regione della Svezia in cui è vissuta la stessa autrice, e ci porta in un mondo rustico popolato da contadini, massaie e fabbri, che mi ha ricordato un po' il Regno del Wessex di Thomas Hardy. La vicenda parte da un antefatto: Gösta Berling è un pastore alcolizzato e per questo suo vizio decide di abbandonare la vita religiosa; dopo un periodo di vagabondaggio, arriva nella tenuta di Ekeby dove diventa uno dei cavalieri della maggioressa, un gruppo di perdigiorno pari sua che passano il tempo tra partite a carte, canti e balli. Dopo alcuni anni si arriva all'effettiva premessa della storia: convinti che la maggioressa sia una strega, i cavalieri riescono a farla scacciare e a prendere il controllo di Ekeby e delle sue ferriere che gestiranno per un anno, ossia l'arco temporale coperto dal romanzo.
Inizialmente, la trama vera e propria risulta molto dispersiva perché si compone di piccoli episodi, alcuni dei quali sembrano inseriti soltanto per raccontare le storie dei personaggi secondari; andando avanti con la lettura diventa invece chiaro che Lagerlöf va intessendo un intreccio ampio e complesso, in cui anche il racconto più insignificante diventa in un secondo momento tassello fondamentale per la risoluzione finale.
Sul fronte dei personaggi sono meno convinta del risultato; abbia un cast ricco di figure patetiche e vittime dei loro vizi, e penso che in questo senso si sia calcato un po' troppo la mano, soprattutto con il protagonista. Non sono riuscita ad apprezzare il personaggio di Gösta proprio perché i momenti in cui si dimostra coraggioso o d'ispirazione per gli altri cozzano nettamente con tutto il resto e lo rendono incoerente, oltre a mostrare ben poco dei suoi reali pensieri. Ci sono comunque personaggi apprezzabili come Anders Fuchs -il mio preferito tra i cavalieri, nonché il protagonista del racconto più memorabile- ed il crudele Sintram, un antagonista molto affascinante nella sua ambiguità. E se è vero che gli uomini sono visti come i padroni in questa realtà, le donne del romanzo non subiscono passivamente il loro dominio, e personaggi come la maggioressa di Ekeby o Marianne Sinclaire risultano essere tra i più convincenti, nonché decisive per la storia.
L'ambientazione è forse il punto di forza del romanzo infatti, a dispetto della chiara collocazione spazio-temporale, si ha l'impressione di muoversi in un mondo altro popolato da personaggi mitici, dove le vecchie leggende hanno ben più di un fondo di verità. Questo compone un'atmosfera quasi fiabesca e dal clima surreale, in parte simile a quella de "Il maestro e Margherita": spesso non è chiaro se un evento sia reale oppure se i protagonisti si siano semplicemente lasciati suggestionare da pregiudizi e credenze popolari, come per la maledizione della strega di Dovre o per il patto mefistofelico stretto dai cavalieri per impossessarsi di Ekeby.
Lo stile di Lagerlöf, pittoresco ed evocativo, si adatta bene a questo paesaggio, soprattutto nei momenti in cui sceglie di dar voce agli animali del bosco o agli elementi naturali, come l'acqua che si sente prigioniera nella diga e cerca di evadere durante l'esondazione. La prosa si riflette anche nei temi della religione e del fantastico: da un lato vediamo la contrapposizione tra Dio ed il Maligno -personificato dall'usuraio Sintram- e dall'altro elementi di realismo magico e surrealismo.
L'edizione di Iperborea propone un'ottima traduzione che rende la lettura sempre fluida, ed è inoltre arricchita con qualche utile nota. La postfazione porta alcuni validi spunti, ma penso sia eccessivamente focalizzata sulle incongruenze in un romanzo dal taglio nettamente fantastico.
Tanti pregi e qualche diffettuccio perdonabile per una lettura che mi ha genuinamente stupito e, pur ruotando attorno ad un protagonista che non ho apprezzato affatto, ha saputo rimediare con tanti altri personaggi: in un cast così numeroso e variegato è impossibile non trovare un preferito.
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Nel dubbio, incolpiamo Loki
Ero vagamente consapevole della mia ignoranza sulla mitologia norrena, ma leggendo "The Wolf in the Whale" lo scorso anno ho preso coscienza di questa lacuna, scoprendo anche che mi interessava saperne di più; ecco come mi sono avvicinata a "Miti del Nord", che viene suggerito proprio come lettura entry level sull'argomento. Posso confermarvi che questa definizione è azzeccata: Gaiman ci porta una riscrittura facilmente comprensibile dei più celebri miti nordici, rendendoli accattivanti per un lettore contemporaneo grazie al suo stile, che già avevo apprezzato in diversi altri titoli.
Non si tratta quindi di un romanzo, bensì di una raccolta di brevi racconti che vanno a ripercorrere di volta in volta il ritratto di una particolare divinità oppure la cronaca di un'impresa epica. Pur non seguendo una trama vera e propria, la narrazione è guidata da un filo logico: si inizia con la genesi di questo pantheon (raccontando la creazione sia dei nove mondi sia delle principali figure mitologiche che li popolano) e si termina con il Ragnarok, che corrisponde ad una sorta di apocalisse biblica ineluttabile. Non manca poi un basilare ordine cronologico tra i diversi racconti, motivo per cui è consigliabile non passare da una storia all'altra in modo casuale: ad esempio, prima ci viene proposto il racconto in cui Thor ottiene il martello Mjollnir, e soltanto in seguito troviamo le varie avventure in cui lo utilizza per sconfiggere l'antagonista di turno.
Per la creazione dei personaggi e del mondo (o meglio, dei nove mondi) è chiaro che il caro Neil non si è inventato nulla, però credo sia stato molto bravo nel renderli affascinanti, spingendo magari il lettore a volerne sapere di più, visto che qui abbiamo soltanto un'infarinatura generale. Per quanto riguarda i singoli personaggi, trattandosi di divinità e simili, risulta difficile capirli a fondo, anche perché i racconti sono decisamente brevi e si finisce con il leggere poco perfino su Odino, Thor e Loki, che vengono inizialmente presentati come protagonisti; questo porta a doversi accontentare di quel poco che Gaiman racconta sui loro caratteri. Penso sia comunque inevitabile rimanere colpiti da qualcuno in particolare: nel mio caso si tratta del dio cieco Hod, che mi ha ispirato una tenerezza assurda.
Come già accettato, ho un debole per la prosa di Gaiman, ma penso che in questo caso si sia perfino superato: non essendo vincolato ad una narrazione convenzionale, ha potuto sfondare in più punti la quarta parete, lasciando dei commenti per i suoi lettori o inserendo delle battute sarcastiche sul comportamento degli dèi. L'impressione è quella di ascoltare proprio una di queste divinità che, giunta a Midgard sotto mentite spoglie, delizia il suo pubblico mortale raccontando le gesta di dèi ed eroi, esaltandone doti e capacità ma deridendo anche vizi ed ingenuità che li contraddistinguono. Nel complesso comunque lo stile è scanzonato ed esilarante, specialmente nei dialoghi; nelle parti descrittive si avvicina più ad una narrazione adatta al tema, infatti abbonato le ripetizioni di nomi e titoli, aspetto che potrebbe non piacere troppo al lettore contemporaneo.
Come spiega lo stesso autore nell'introduzione, il suo intento era quello di far conoscere questi miti al grande pubblico, che tende ad essere più interessato a quelli greci e romani, con i quali ci si può tra l'altro divertire a trovare non poche somiglianze. Direi che con la sottoscritta ha centrato il suo obiettivo: pur non essendo una grande estimatrice dei racconti brevi, mi sono veramente divertita nel leggere questa raccolta, e l’ho trovata istruttiva e del tutto accessibile per una neofita come me.
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Un libro decisamente ruffiano
Dopo aver completato la lettura di "Città di vetro", ho deciso di mettere per un po' in pausa la serie The Mortal Instruments ed iniziare la trilogia prequel, perché viene consigliato un po' dappertutto di seguire l'ordine di pubblicazione dei romanzi. Quindi eccoci a parlare de "L'angelo", primo capitolo di The Infernal Devices, che sposta l'azione dalla New York dei giorni nostri alla Londra di fine Ottocento. E, se non avete letto nulla nell'universo narrativo Shadowhunters, non preoccupatevi! c'è una nuova protagonista ignara di tutto e pertanto pronta ad essere istruita sul sistema magico assieme a voi.
La trama inizia con l'arrivo in città della giovane Theresa "Tessa" Gray, che dovrebbe trasferirsi dal fratello Nathaniel "Nate" ma finisce tra le grinfie delle cosiddette Sorelle Oscure; nella loro dimora, Tessa scoprirà di avere un potere unico e questo la porterà poi ad incrociare la strada dei Cacciatori dell'Istituto locale. Una volta tanto mi trovo d'accordo con la maggioranza: questo romanzo risulta molto più solido ed accattivante della saga originale; in parte perché la vicenda è (almeno per me) meno conosciuta, ma anche per la scelta di non limitarsi al lato fantasy o avventuroso ed includere anche una buona componente mystery. A non convincermi troppo è stato invece il finale, che tronca la narrazione senza preoccuparsi di rendere il tutto verosimile (se l'attacco dei cattivi deve finire finirà, a prescindere da quanto fossero in vantaggio fino ad un secondo prima!) lasciando molti quesiti in sospeso per i seguiti.
Anche con i personaggi abbiamo alti e bassi, ma soprattutto occhi che rollano perché la cara Cassandra ha ben pensato di risparmiarsi della fatica inutile e riciclare i caratteri dei protagonisti di TMI per questa serie, e questo non solo mi ha irritato come lettrice ma penso renda difficile affezionarsi ai nuovi personaggi. Per quanto riguarda l'immancabile trio (leggasi, triangolo) è tanto se me ne va a genio uno su tre: Tessa è leggermente più sopportabile di Clary ma mi fa innervosire quanto poco si preoccupi concretamente del suo futuro, Will è una copia leggermente più divertente di Jace e in quanto tale spazia dalla strafottenza all'ira immotivata, Jem ricorda più Alec che Simon e tra i tre è il mio preferito, ma per ora non ha avuto molto spazio.
Nonostante i tentativi di portare l'attenzione maggiormente sul rapporto familiare tra i Cacciatori, la componente romantica non può mancare e, pur non detestando le varie coppie, ho trovato queste scene molto forzate all'interno della storia. Si ha ogni volta l'impressione che l'autrice blocchi la narrazione per inserire dei momenti di confidenze fuori luogo; inoltre, alla base di tutto c'è soltanto il desiderio di Tessa di sentirsi amata (motivo per cui le è indifferente chi la corteggi) ed essere circondata da relazioni felici, ed ecco perché cerca di accasare a forza i vari personaggi.
Lo stile di Clare in questo libro è una versione edulcorata del suo solito, con qualche battuta trashotta in meno forse per adeguarsi al contesto; non mancano però le frasi innaturalmente sofisticate, specialmente da parte di Will. C'è da dire che, per l'ambientazione, l'autrice ha fatto parecchie ricerche sul fronte degli autori e dell'abbigliamento, mentre si nota molta meno cura nel rendere verosimile per l'epoca il comportamento dei personaggi. La Londra di Tessa & Co è arricchita anche da vari elementi simil steampunk che ho trovato carini perché rendono l'atmosfera un po' particolare.
Ma veniamo all'aspetto più fastidioso di questa lettura, ossia il suo essere sfacciatamente ruffiana, ma soprattutto il suo esserlo male! Mi spiego meglio: il libro è pieno di riferimenti letterari che dovrebbero spingere il lettore ad affezionarsi a dei personaggi bibliofili come lui, oltre a farli sembrare colti; la cara Cassandra però dimentica che i titoli citati all'epoca erano considerati romanzetti d'intrattenimento, non certo alta letteratura. Trovo inoltre semplicemente ridicolo che i protagonisti riescano a citare lunghi estratti a memoria.
A dispetto di questa sviolinata sull'amore per i libri, "L'angelo" è per me il miglior libro nell'universo narrativo Shadowhunters, tra quelli letti finora, e sono curiosa di proseguire con questa serie, anche se prima farò un salto nel futuro per iniziare la cosiddetta "seconda trilogia" di TMI.
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Nella tana del Bianconiglio adesso si beve caffè
Due casi di hype immotivato di fila mi sembrano un po' troppo, ma tant'è: dopo la delusione de "L'usignolo" è arrivata infatti la (mezza) delusione di "Finché il caffè è caldo", primo libro in una serie di grande successo soprattutto in Italia dove, pur essendo arrivata con qualche anno di ritardo, ha già superato l'edizione inglese in quanto a traduzione dei vari volumi. Il mio interesse non è nato però dal mero hype ma per la tematica del viaggio nel tempo, di cui cerco sempre nuovi titoli e, sebbene il libro non si sia rivelato proprio di mio gusto, ho trovato ben gestito questo espediente narrativo.
Il volume non segue una singola trama, sembra anzi composto da quattro racconti distinti che vengono ambientati nel medesimo posto, ossia un piccolo locale di Tokyo in cui -seguendo una gran quantità di regole- si può viaggiare nel passato o nel futuro mentre si sorseggia una tazza di caffè. Le diverse vicende non vengono però confinate nel loro singolo racconto: già nel primo infatti veniamo introdotti all'intero gruppo dei protagonisti, poi approfonditi maggiormente nella storia a loro dedicata. Questa scelta di intrecciare le vicende del cast mi è molto piaciuta perché permette di conoscere abbastanza bene tutti i personaggi e capire pian piano quali dinamiche esistano tra loro.
Mi sono piaciuti anche il sistema magico -perché ha molte regole ma conserva comunque un'affascinate patina di realismo magico- e l'atmosfera, che da alla storia un tono favolistico e quasi surreale: si ha l'impressione che chi entra nel locale venga catapultato in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Per quanto riguarda le tematiche invece ho qualche riserva, perché vengono messi sullo stesso piano problemi seri e superficiali, inoltre il messaggio di fondo è molto semplice e ripetuto in ogni salsa. Infatti mi chiedo cosa si sia inventato l'autore per giustificare non uno, ma ben due seguiti.
E arriviamo ai tasti dolenti, perché questo non è un libro tremendo, ma personalmente non ho apprezzato per nulla personaggi e stile; poi c'è anche l'edizione, ma quello è un problema oggettivo.
Non sono riuscita minimamente ad entrare in sintonia con i personaggi: ho trovato ridicoli i loro comportamenti sopra le righe (adulti che fanno il segno della V, si nascondono dietro ad un bancone o si spiaggiano sui tavolini neanche avessero dieci anni!) e le contraddizioni tra personalità ed azioni, come la dirigente che parla settordici lingue ma non ha il coraggio di fare una telefonata negli USA e si imbarazza come una scolaretta se qualcuno accenna al suo fidanzato. Forse parte del problema è il mio essere occidentale, ma ho trovato davvero fastidioso come tutti i personaggi maschili fossero scostanti e maleducati, mentre quelli femminili risultassero immancabilmente remissivi e mortificati; questo si nota soprattutto nei racconti "Gli innamorati" e "Le due sorelle", e infatti sono quelli che ho apprezzato meno. Sul lato romantico preferisco stendere un velo pietoso, perché non ne posso più di instalove e incomunicabilità.
Lo stile non è troppo particolare, a parte l'abbondante uso di onomatopee che ho notato anche in altri romanzi giapponesi, ma ho trovato fastidiose le continue ripetizioni dei nomi dei personaggi, a volte all'interno della stessa frase. L'autore inoltre si dilunga senza motivo nelle descrizioni degli abiti, anche quando si tratta di capi assolutamente normali.
L'edizione italiana merita un paragrafo a parte. Inizio con il dire che la traduzione non mi fa impazzire, e non solo perché presenta refusi e regionalismi: si tratta di una traduzione dall'inglese, anziché dall'originale giapponese! e ovviamente aggiungere questo passaggio fa perdere molto al testo. Visto il prezzo del volume, mi sarei poi aspettata qualche contenuto extra, come una guida alla pronuncia o una piccola prefazione, invece non sono presenti neppure delle note a fondo pagina per spiegare al lettore italiano cosa sia un hostess club o perché si parli di "periodi" in relazione al tempo. Sono informazioni facilmente reperibili online, ma avrebbero reso più completa ed interessante la lettura.
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Meh (dove meh sta per mediocre)
Prima di iniziale la lettura de "L'usignolo" avevo veramente delle grandi aspettative, viste le opinioni entusiaste di chiunque su questo titolo, tanto da farlo diventare il libro con la media di valutazioni più alta nella mia TBR. Ero quindi prontissima a trovare un nuovo preferito, il che ha reso ancor più cocente la mia delusione quando -già dalle prime pagine- ho capito di avere di fronte un romanzo estremamente mediocre, che per motivi mistici ha conquistato migliaia di lettori tanto da ottenere un prossimo adattamento cinematografico. Ci tengo a precisare che la mia critica non è dovuta alla tematica strabusata su cui si basa il libro, ma al modo blando e prevedibile con cui viene trattata.
La storia copre l'intero periodo della Seconda Guerra Mondiale ed è ambientata nella Francia occupata dai nazisti; qui incontriamo le sorelle Rossignol, l'amorevole Vianne e l'impulsiva Isabelle, impegnate ognuna a modo proprio nella Resistenza. A questa narrazione al passato si alternano brevi scene negli anni Novanta che mostrano come la vicenda si sia poi conclusa. E se questo riassunto vi sembra avaro di informazioni, sappiate che la sinossi proposta dalla CE in quarta di copertina è ancora più stringata; il motivo di questa scelta editoriale è la banalità della storia: già con questa manciata di elementi vi garantisco che riuscirete ad indovinare ogni singola svolta di questo libro con capitoli e capitoli di anticipo.
Oltre alla prevedibilità della storia, uguale a quelle di tanti altri romanzi, sono presenti anche parecchie forzature -soprattutto nella parte finale- che portano i personaggi a fare cose innaturali o addirittura impossibili soltanto per arrivare alla conclusione stabilita dalla cara Kristin. C'è da dire che neppure nel resto del volume la verosimiglianza risulta essere un aspetto essenziale, in particolare mi ha divertito come l'autrice abbia trasformato la Valle della Loira, rinomata per il suo clima mite e temperato, in un paesaggio artico, ma solo per gli abitanti del luogo: mentre Vianne è congelata sotto quattro trapunte, i nazisti cattivi (vi giuro che vengono definiti con queste esatte parole!) girano praticamente in maglietta e crocs.
Sul fronte dei personaggi, abbiamo un cast scontato al pari della trama, in cui ognuno ricopre il ruolo stereotipato che potreste immaginare e, nonostante il gran parlare di evoluzione personale, non vediamo una crescita effettiva in nessuno: non basta far avere qualche rimorso in punto di morte ad un personaggio per affermare che sia cambiato. L'unico con un minimo di complessità è il capitano Beck, infatti Hannah è costretta a liberarsi di lui quando capisce di non sapere come concludere coerentemente la sua storia. Per quanto riguarda Vianne e Isabelle ed il loro rapporto come sorelle, che pensavo a torto sarebbe stato il focus centrale del romanzo, sono riuscita ad apprezzare in parte soltanto la maggiore: a dispetto della mole quasi ridicola di disgrazie che la colpiscono, Vianne dimostra buon senso e delle reazioni comprensibili; all'estremo opposto troviamo Isabelle, baciata dalla fortuna per gran parte della storia, tanto da non dover mai fare davvero i conti con le conseguenze della sua stupidità.
Lo stile di Hannah non è nulla di eclatante, e ci regala anche qualche risata quando i suoi tentativi di rendere la prosa colorita si traducono in strafalcioni o contraddizioni atmosferiche. Non mi ha convinto neppure l'atmosfera di tensione e disagio che prova a tratteggiare, perché se è vero che in una pagina Vianne si lamenta di non poter acquistare cibo a sufficienza per la sua famiglia, in quella successiva vediamo l'allevamento di animali da cortile che riesce a mantenere per l'intero conflitto, nonché un enorme orto così ben fornito da poterci dedicare una puntata di Melaverde.
Sarcasmo a parte, capisco che l'autrice volesse parlare di tematiche importanti (non solo della guerra e della Resistenza, ma anche di emancipazione femminile), però lo fa utilizzando un tono talmente semplicistico da rendere questo libro adatto soltanto ad un pubblico di ragazzini: lo vedrei bene come lettura scolastica alle scuole medie. Un lettore adulto invece potrebbe sentirsi offeso dalla banalità della storia e dalla superficialità dei temi, nonché per l'importanza eccessiva data alle sottotrame romantiche basate su grandi amori nati in mezza giornata.
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- sì
- no
Epilogo anticlimatico
Dal momento che i miei ricordi sul primo capitolo della serie Monsters of Verity si stavano già facendo nebulosi, ho pensato fosse meglio non aspettare troppo tempo per leggere "Questo oscuro duetto", seguito di "Questo canto selvaggio" nonché ultimo libro della duologia, che purtroppo non risulta convincente né come sequel né come capitolo conclusivo. Gli spunti che muovevano l'azione del primo volume erano stati in gran parte risolti, di conseguenza Schwab passa una buona (e lentissima) metà del libro a creare nuove dinamiche ed introdurre nuovi personaggi, per poi accelerare fin troppo nell'epilogo, con antagonisti sconfitti in un batter d'occhio e più di una questione dimenticata tra un capitolo e l'altro.
Come accennato, la trama ha un avvio molto lento dovuto alla necessità di creare una nuova storia ma anche al fatto che i due protagonisti sono separati. La narrazione ci porta sei mesi dopo la partenza di Kate da V-City, e la ragazza è ora impegnata ad eliminare i mostri che hanno cominciato ad apparire anche nel territorio di Prosperity, assieme ad un gruppo di nerd random: ovviamente non viene esplicato se il problema dei mostri sia ormai esteso a tutte le regioni e come verrà affrontato dopo la conclusione del romanzo; anche August si dedica giorno e notte allo sterminio di corsai e malchai assistito da Soro, un nuovo sunai, e la comune lotta è per l'appunto l'unico impulso a muovere l'azione.
La parte centrale del romanzo è quella più riuscita: i personaggi si riuniscono e nascono dei bei confronti tra loro che aiutano a capire meglio anche alcuni dei comprimari un po' accantonati nel primo libro, come Henry Flynn. La conclusione invece è raffazzonata e parecchio deludente, in particolare per come vengono gestiti i villain; questo è dovuto soprattutto al POV di Sloan che mostra fin troppo di quanto sta facendo, rendendo così scontate le poche svolte della trama.
Se gli antagonisti sono un grosso no, possiamo almeno consolarci con i nostri eroi: Kate rimane la mia preferita, nonostante qui faccia alcune scelte fuori dal personaggio, ma mi sento di rivalutare in parte anche August, che per fortuna ha accantonato almeno un po' il suo lato piagnucoloso. Per quanto riguarda i nuovi personaggi, abbiamo un improvviso boom di rappresentazione, e questo mi porta a pensare che forse qualcuno ha fatto notare alla cara Victoria che il suo cast era composto solo da personaggi bianchi, etero e cisgender. Il problema di questi nuovi arrivati è che non hanno un ruolo incisivo nella storia, e in alcuni casi vengono messi da parte dalla stessa autrice.
Il world building viene ampliato mostrandoci due nuovi mostri e parecchie scene a P-City, ma queste anziché arricchire la narrazione rendono solo più insensato il comportamento di umani e mostri a Verity, che rimangono in città a massacrarsi a vicenda quando potrebbero andarsene tranquilli e beati. Tra l'altro, se ci fosse un minimo di verosimiglianza, l'intero territorio sarebbe già stato a raso al suolo a suon di bombe atomiche. Anche l'edizione non mi fa impazzire, tra una traduzione costellata da scivoloni e materiali e stampa scadenti.
Dal punto di vista delle tematiche mi sento invece soddisfatta: ho apprezzato come viene approfondita la riflessione sul dualismo tra umani e mostri, ma ancor di più il focus sul tema della colpa, che speravo venisse trattato già nel primo libro.
In conclusione, Schwab aveva due opzioni: aggiungere altre cento pagine e dare una conclusione degna di questo nome alla duologia, oppure eliminare i nuovi personaggi e le scene a Prosperity per ottenere un romanzo autoconclusivo decente. Invece ha optato per un'insoddisfacente via di mezzo, riuscendo comunque a commuovere i suoi (altri) lettori... complimenti!
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Clima da Guerra Fredda... negli anni 20!
L’idea di iniziare un nuovo libro di Christie mi mette sempre di buon umore, principalmente perché so cosa aspettarmi in quanto a struttura narrativa ed il suo stile mi è ormai familiare; con "Avversario segreto" la cara Agatha è però riuscita a stupirmi, perché si tratta di un genere di storia molto lontano dai suoi classici romanzi investigativi con Poirot o Miss Marple come protagonisti. Il romanzo ha un tono più affine alla spy story e per molti aspetti mi ha fatto pensare ai racconti con protagonista Sherlock Holmes.
La trama è fortemente ancorata al periodo storico in cui la storia viene scritta ed ambientata: la Grande Guerra è appena finita e Prudence "Tuppence" Cowley e Thomas "Tommy" Beresford, diventati amici proprio durante il conflitto, si incontrano a Londra per una chiacchierata; entrambi hanno problemi finanziari, non potendo più svolgere gli impieghi che li sostentavano in tempo di guerra, quindi decidono di diventare degli avventurieri ed offrire il loro ingegno al miglior offerente. I due giovani si trovano ben presto invischiati in un caso di spionaggio da cui potrebbero dipendere le sorti della nazione.
Per quanto ben studiata a livello di svolte narrative e supportata da un ottimo ritmo, la narrazione poggia troppo su degli eventi completamente fortuiti, che vengono fatti notare più volte dagli stessi personaggi come grosse coincidenze; pur apprezzando questo tipo di autoironia, non trovo corretto affidarsi in modo così palese alle fatalità. Un altro elemento di poca verosimiglianza è l'indagine portata avanti da Tuppence e Tommy, non perché quello che fanno pecchi di credibilità, ma soprattutto per il tono adottato: non ho avuto l'impressione di seguire degli adulti impegnati in un lavoro serio, quanto due ragazzini che cercano di risolvere il mistero della sparizione delle bottiglie di latte nel quartiere.
Anche lo stile risulta molto young e un po' acerbo, ed è comprensibile visto che si tratta solo del secondo romanzo pubblicato da Christie, però questo non da alla storia il clima di tensione e sospetto che ci si potrebbe aspettare. Per contro i dialoghi sono molo validi, in particolare nei momenti in cui Tuppence e Tommy si scambiano qualche frecciatina.
In generale, i due protagonisti mi sono piaciuti e ho trovato ottima la dinamica tra loro nonostante spesso lavorino singolarmente in questo romanzo. Tra i due preferisco Tuppence a mani bassissime, sia per il piglio deciso che per le sue idee anticonvenzionali, come rifiutare la mentalità vittoriana del padre o voler svolgere un lavoro, anche se considerato maschile: per i primi anni Venti è un personaggio decisamente all'avanguardia!
La mia edizione antiquata presenta qualche refuso e un paio di termini desueti, nonché una cover sempre imbarazzante che ovviamente non poteva essere cambiata per magia da quando ho letto “Poirot a Styles Court” ad adesso. Nonostante un finale abbastanza prevedibile e farcito dei soliti momenti di romanticismo forzato tipici di Christie, nel complesso è stata una lettura carina che mi ha intrattenuto, però non credo recupererò altri libri con questa coppia come protagonista.
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Quindi è tutta colpa del Genio delle Tartarughe?
Dopo averne sentito tessere le lodi da chiunque, ammetto di aver avuto delle aspettative importanti al momento di iniziare la trilogia La terra spezzata, anche perché già conoscevo lo stile di Jemisin e avevo apprezzato la sua originalità ne "I centomila regni"; non c'è stato però un vero colpo di fulmine con "La quinta stagione", libro ben scritto e ricco di spunti ma non del tutto convincente a mio avviso. Arrivata al secondo capitolo ero certa che la serie mi avrebbe finalmente conquistata, eppure ancora non ci siamo: pur migliorando alcuni aspetti del primo volume, "Il portale degli obelischi" va ad aumentare le problematiche già esistenti, e crearne di nuove.
La trama è il principale tasto dolente di questo libro, ma iniziamo con un dato oggettivo: i POV diventano tre, tra i quali il principale rimane quello di Essun, a cui si aggiungono le storie della figlia Nassun e di un altro personaggio già conosciuto nel primo volume. Questi ultimi sono fortemente collegati e vanno purtroppo a generare una serie di quesiti senza risposta, che portano inevitabilmente ad una voragine di trama; ve ne elenco alcuni, cercando di non fare spoiler: perché Jija non porta via entrambi i figli se è convinto della sua destinazione? chi l'ha messo al corrente del luogo in cui è diretto? da dove parte la voce sulla "cura" visto che nessuno è mai stato curato? perché in dieci anni il Fulcro non è mai intervenuto in alcun modo? E anche accantonando tutte queste domande, nei capitoli POV di Nassun si procede con una lentezza incredibile, soprattutto se consideriamo che la sua svolta finale era intuibile già dall'inizio.
Con Essun le cose non vanno meglio, purtroppo. Lei porta avanti la storia in modo più concreto, ma viene continuamente rallentata da personaggi che non le forniscono le informazioni necessarie o scene di dubbissima utilità (come quella sull'uomo attaccato dagli insetti bollitori) protratte per interi capitoli. La sua epifania nell'ultima parte può risultare interessante all'apparenza, ma ragionandoci sopra si può capire facilmente come non sia nulla di più di quanto aveva già ottenuto Alabaster, e con un climax perfino meno incisivo per quanto riguarda la serie nel suo insieme.
La scelta di ricorrere nuovamente a dei time jump non aiuta certo a migliorare la fluidità della trama, ma per lo meno le relazioni tra i personaggi principali non ne risentono troppo, come accadeva ne "La quinta stagione". In realtà le varie dinamiche mi sono sembrate più genuine e trattate con grande cura: sicuramente sono tra i punti forza del libro.
Anche i singoli personaggi vengono analizzati approfonditamente, con un deciso focus sulle loro emozioni e desideri, e questo nonostante il cast diventi molto più numeroso. Ovviamente qualcuno ottiene meno spazio, e per quanto mi riguarda avrei voluto leggere più scene con Tonkee e Hoa, oltre che con i vari mangiapietra dei quali sappiamo ancora troppo poco.
Queste creature sono poi alla base della gran parte delle rivelazioni di questo secondo capitolo, in particolare relativamente al world building, ampliato solo in teoria purtroppo. Allo stesso modo, il sistema magico si arricchisce di nuove informazioni che devo però ammettere di non aver compreso del tutto; questo perché le stesse scoperte vengono fatte da più personaggi, però ognuno descrive ciò che riesce a fare con termini diversi.
Dal punto di vista dello stile invece la cara Nora non mi ha deluso: apprezzo molto la sua capacità di alleggerire un'atmosfera tanto pesante grazie ad un paio di battute piazzate al momento giusto. È riuscita inoltre ad inserire con più decisione il tema dell'ambientalismo, pur rimanendo principalmente focalizzata su quello della xenofobia in ogni sua forma. La sua bravura come scrittrice è anche uno dei principali motivi per cui rimango fiduciosa che l'ultimo libro sappia concludere degnamente una serie con delle basi decisamente solide, dando magari un'accelleratina alla trama.
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Sui demoni appassionati di araldica
Per me Cecilia Randall non è una nuova autrice, infatti ho letto qualche anno fa la trilogia originale Hyperversum, che mi aveva intrattenuta per un libro e annoiata per i restanti due. E se in quel caso le sue conoscenze storiche sul medioevo europeo venivano sfruttate in una storia dagli spunti sci-fi, nella duologia fantasy Millennio di fuoco quelle stesse conoscenze gettano le basi per un mondo ucronico, con qualche accenno di grimdark.
L'idea alla base di questo twist storico sarebbe anche interessante, il vero problema sono le tempistiche: nel 999 un esercito di creature demoniache compare nell'Europa nordorientale e da il via ad una guerra contro il genere umano; la conseguenza? Mille anni dopo l'epoca di vassalli, valvassori e valvassini non è ancora tramontata! Premettendo che non sappiamo cosa stia succedendo nel resto del pianeta, vi pare possibile che una guerra -per quanto lunga- in una zona circoscritta abbia bloccato l'evoluzione della società europea per un intero millennio? Perché l'ultima volta che ho controllato in Europa ci sono state guerre dall'anno mille fino alla prima metà del Novecento eppure servi della gleba non ne abbiamo più.
Sorvolando sulle voragini di logica di questo world building, arriviamo alla trama vera e propria. Con un intreccio che vuole forse richiamare alla fiaba La bella e la bestia, seguiamo la guerriera saahavi Seija e il generale mezzo-demone Raivo; la prima vuole trovare un luogo in cui il suo popolo possa finalmente vivere in pace (e giustamente sceglie sempre zone vicine alla linea del fronte), mentre il secondo è il solo umano trasformato in mostro di sua sponte e per questo viene disprezzato da entrambi gli schieramenti. Nel corso del romanzo scopriremo l'originalissima storia dietro la mutazione di Raivo e assisteremo all'incontro tra i due, che innescherà un gioco del gatto col topo utile a giustificare le successive quattrocento pagine.
Una narrazione ricca di pattern e priva di svolte degne di questo nome la cui pretesa di originalità non viene supportata dal cast. I personaggi di questo libro infatti non hanno delle motivazioni solide e propongono degli stereotipi caratteriali collaudatissimi: Seija è la tipica Strong Female Character che detesta vestirsi o comportarsi in modo femminile e vuole fare di testa sua anche quando questo la metterebbe in pericolo, Raivo è l'antagonista giustificato dal suo Tragico Passato® che sicuro come il cielo nel sequel diventerà l'interesse amoroso, la regina Ananta è la Cattivona decisa a dominare il mondo senza un motivo valido, Kzar è l'Amico sempre fedele, Maharashta è il Minion rosicone, il principe di Svevia è l'immancabile Terzo Lato del Triangolo. Potrei continuare così per l'intero cast, e questa problematica mi ha impedito di percepire come autentiche anche le relazioni tra i personaggi.
Con lo stile la mia opinione non migliora di certo. Avendo letto altri libri di Randall, mi aspettavo una prosa solida, invece il testo risulta farcito di interrogative dirette e -soprattutto!- frasi fatte; i dialoghi sono spesso artificiosi e sfruttano un lessico che i personaggi in questione non dovrebbero padroneggiare, vista la loro estrazione. Nel complesso sembra l'opera di uno scrittore alle prime armi, e nello specifico del tipico autore maschio etero per quanto sono ridondanti le descrizioni di seni prosperosi.
Questa attenzione quasi morbosa per i corpi femminili si riflette anche nelle tematiche: l'autrice vorrebbe parlare di femminismo e xenofobia, ma lo fa in una storia in cui i personaggi positivi approvano la possessività tossica e dove chi è diverso contribuisce attivamente a distruggere l'umanità. "Ma ci sono anche mostri bambini!", cerca di dirci la protagonista; ho capito, gioia mia, però sono gli stessi che tra qualche annetto verranno a dar fuoco alle vostre case!
Voglio salvare qualcosa però di questa lettura. Il ritmo è incalzante e a dispetto delle scene ripetute la lettura scorre veloce; mi sono piaciuti i momenti di convivialità tra i personaggi e anche la lore di base ha il suo perché. Ma soprattutto c'è Heraii, l'unico personaggio interessante della storia... quindi di sicuro l'autrice lo farà morire malissimo.
Dopo tutte queste critiche, sono ovviamente intenzionata a leggere il seguito per capire se la cara Cecilia abbia in progetto di portare la trama da qualche parte o se i nostri personaggi continueranno a girare in tondo senza uno scopo nella vita. We'll see.
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(Non) ritorno al Paese delle Meraviglie
Se già al momento di iniziare "Il mio splendido migliore amico" avevo mantenuto le aspettative basse perché fiutavo il trash nell'aria, con il secondo capitolo della serie ero ancor più preparata: al mio scoramento base dato da target e periodo di pubblicazione, si aggiungeva la consapevolezza della particolare estetica scelta da Howard per la sua trilogia d'esordio. Con tutte queste precauzioni, sono quindi riuscita ad affrontare la lettura di "Tra le braccia di Morfeo" limitando al minimo il numero di roteamenti oculari, e portando al massimo le risate per l'assurdità della storia; un buon metodo, che preferirei dover usare il meno possibile però.
La narrazione riprende ben un anno dopo l'epilogo del primo libro, una scelta per lo meno bizzarra se consideriamo la fretta dei personaggi per salvare il Paese delle Meraviglie, dopo aver ignorato la minaccia di Rossa nei dodici mesi precedenti; in realtà vengono menzionati i fiacchi tentativi di Morpheus per mettere in guardia Alyssa, ma si poteva fare decisamente di più. La trama non ruota però attorno al confronto tra la ragazza e l'ex sovrana, perché questo è il classico libro di mezzo che deve portare la protagonista dal quasi lieto fine del primo romanzo alla battaglia finale nel terzo. E quindi come riempire qualche centinaio di pagine? semplicemente con uno schema da ripetere a nastro: Morpheus chiede ad Alyssa di tornare nel Paese delle Meraviglie e lei rifiuta, qualche creatura sovrannaturale compare nel mondo umano e provoca caos o incidenti, la protagonista si sente in colpa ed è quasi pronta a cedere ma qualcosa la ferma, così il ciclo può ricominciare.
Questa scelta narrativa ha dei risvolti sia positivi che negativi: da un lato rende il testo meno caotico del suo predecessore, ma dall'altro rallenta notevolmente il ritmo; per fortuna il rischio di annoiarsi viene scongiurato dalla brevità del volume. Lo stile di Howard mi ha lasciato altrettanto combattuta, perché si perde in inutili descrizioni sull'abbigliamento e gli accessori dei personaggi, però riesce anche ad inserire degli elementi horror molto efficaci: mi ha fatto provare più di un brivido di disgusto, cosa per nulla scontata se pensiamo che si tratta pur sempre di una storia per lettori giovani.
Per quanto riguarda i personaggi, siamo ad un passo dall'insufficienza. Sorvolando sul fatto che tutti abbiano dei nomi assurdi (e non parlo degli abitanti del Paese delle Meraviglie) e dei soprannomi ancor più assurdi, si tratta di caratteri che vivono praticamente in funzione alla storia; un esempio palese è la madre di Alyssa, che viene stravolta solo per adattarsi alla trama ideata dall'autrice. La nostra protagonista invece fa qualche passo avanti, dimostrandosi meno passiva, peccato impieghi dozzine di pagine per unire i puntini e sia ancora dipinta come insicura cronica; sui suoi interessi amorosi preferisco non pronunciarmi, perché sarà ormai chiaro come la penso sugli uomini ossessionati dalla possessività, segnalo però il deciso aumento di rilevanza della parte romance. Messa così sembro un'odiatrice delle storie romantiche, ma in realtà mi da soltanto fastidio che queste scene siano inserite nei momenti meno opportuni, perché così falliscono nel loro intento di creare della tensione romantica.
Sul versante fantasy, ci viene fornito qualche nuovo elemento di world building con la presentazione del Mondo dello Specchio -interessante ma non ancora sfruttato- mentre il Paese delle Meraviglie tanto importante nel primo libro viene completamente accantonato in favore del mondo umano, che come ambientazione non ha altrettanto fascino purtroppo.
E dopo un intero romanzo di scene grosso modo inutili, ci troviamo con un finale a dir poco affrettato che però mette delle ottime basi per l'ultimo capitolo della serie. La cara Anita riuscirà a darci una buona (non voglio azzardare troppo) conclusione?
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L'enigna dell'isola chiusa
Durante una lezione di lettere alle scuole medie, vidi un film tratto da "Dieci piccoli indiani"; a posteriori mi rendo conto che non si trattava di un adattamento particolarmente fedele al romanzo, eppure per anni ho evitato questa lettura perché ero convintissima di conoscere già l'identità dell'assassino. Qualche mese fa ho infine deciso di recuperarne comunque una copia, perché mi sembrava inutile continuare ad aspettare, e... sorpresa: senza che io me ne rendessi conto, il mio cervello aveva memorizzato il colpevole sbagliato! Da un lato quindi sono rimasta davvero stupita al momento della risoluzione, dall'altro per tutta la lettura non riuscivo proprio a capire come il personaggio su cui vertevano i miei sospetti (aka, le mie certezze) potesse aver orchestrato il tutto. Semplice, perché era innocente!
La trama di questo romanzo presenta uno dei più famosi casi di enigma della camera chiusa: un gruppo di persone estranee tra loro vengono invitate a recarsi su Soldier Island -località molto chiacchierata perché di recente comprata da un anonimo benestante- con i pretesti più disparati: c'è chi pensa di ritrovare dei vecchi conoscenti, chi di essere stato assunto per un nuovo lavoro. Gli ospiti scoprono ben presto di essere le vittime prescelte di un giustiziere che intende punirli in quanto esecutori diretti o meno di delitti per i quali la legge non può perseguirli; a differenza di altre opere di Christie, non è presente una lunga introduzione che analizza a fondo i diversi personaggi, perché si arriva praticamente subito alle prime "esecuzioni" e solo in un secondo momento vengono approfonditi alcuni dei caratteri.
La gestione della struttura narrativa è a dir poco magistrale: non solo viene portato in scena uno dei migliori intrecci mystery di sempre, ma è anche presente un crescendo nella tensione che si genera grazie alle morti sempre più cruente e alla maggiore introspezione sui pensieri dei personaggi e sulle dinamiche che nascono tra loro. Il testo di focalizza inoltre sul tema della giustizia (non a caso diversi personaggi sono legati al mondo giudiziario), portando il lettore a riflettere su quali ne siano i limiti; sono presenti anche diversi elementi che rimandano al colonialismo che, a differenza di quanto può far pensare il titolo originale, viene condannato.
Assieme alla trama, i personaggi sono l'aspetto più riuscito del romanzo: tutti ben delineati e con dei comportamenti sempre verosimili. Ho apprezzato molto che non fosse presente la classica figura dell'investigatore, permettendo così alle potenziali vittime di prendere in mano l'indagine e organizzare strategie ed alleanze in base ai singoli sospetti. E se è vero che nell'epilogo vengono introdotte le figure di due uomini di legge, questi non contribuiscono comunque all'effettiva risoluzione del mistero.
Lo stile di Christie non ha certo bisogno dei miei elogi, soprattutto dopo averne parlato nelle recensioni di tanti altri suoi libri. Posso soltanto apprezzare la sua bravura nel gestire il ritmo narrativo, che è molto rapido ma permette comunque l'inserimento di intermezzi in cui vengono ampliate le backstories di quelli che potremmo considerare i protagonisti oppure si includono dei dettagli utili a creare un'atmosfera di tensione. L'autrice concede molto spazio anche all'analisi della psicologia dei personaggi, che vediamo deteriorasi sempre più con il proseguire della narrazione; in generale, il finale è un crescendo di sospetti ed azioni cruente così ben strutturato, che si arriva praticamente svuotati all'epilogo.
Infine, una breve nota sull'edizione. In questo caso la CE ha scelto di sostituire il termine "nigger" con "soldier", sia nella celebre filastrocca che nel nome dell'isola, come nell'edizione statunitense; per quanto si possano chiaramente capire i motivi dietro una simile variazione, è impossibile non notare la dissonanza con il titolo riportato sulla copertina. Se omettere "Dieci piccoli indiani" non era neppure un'opzione, si sarebbe potuto per lo meno utilizzare la versione corretta dell'ultima strofa, ossia "Non ne resta più nessuno".
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