Opinione scritta da Mario Inisi
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Meraviglia contro Civiltà
Le radici del cielo è un romanzo non perfetto ma certamente importante. Dal punto di vista dello stile, nonostante alcune ridondanze, si riconosce la mano del grande scrittore, e il testo ha qualcosa da dire. Premi come il Goncourt o il Pulitzer dovrebbero andare solo a romanzi di questo tipo, come accadeva una volta, e non a opere commerciali per quanto ben scritte.
Dalla esperienza del male, quindi nel caso di Gary, ebreo, dall’esperienza della guerra e dalla conoscenza dei fatti della Germania di Hitler, nasce la misoginia. Il disgusto per l’uomo porta alla necessità di difendere ciò che è puro e che può essere un simbolo di purezza e di libertà, gli elefanti.
L’elefante è simbolo della natura libera che si oppone con la sua meravigliosa grandiosità alla civiltà con le sue idee asfittiche e i suoi lager, esigenze di dominio, nazionalismi e fabbriche.
L’uomo africano non gode apparentemente della stessa simpatia dell’elefante. Perché un idealista come Morel che si sbatte tanto per preservare gli elefanti, non fa lo stesso per l’autonomia e la libertà dei paesi africani? L’uomo a capo di questa lotta per l’Africa autonoma, Waitari, ha studiato in Francia, è più francese di un francese, prodotto della società tecnologica. E’ più brillante e intelligente e ambizioso di un francese, ma appunto combatte per sé e non per l’Africa libera, spinto dalla stessa ambizione e sete di potere nazionalistica di un Hitler. In un certo senso il romanzo è forse anche un po’ fazioso: trascura le più che legittime idee di Waitari e pone a confronto l’uomo nella purezza e nel disinteresse delle intenzioni.
E’ l’ambizione personale che taglia le gambe alle ragioni di Waitari:
“Sapete cosa provo, quando vedo sui bordi delle nostre rare strade quei branchi che i vostri turisti vengono ad ammirare? Vergogna. Vergogna perché so che questa bellezza si accompagna al sedere nudo dei nostri neri, alla sifilide, alla vita sugli alberi, alla superstizione e alla più crassa ignoranza. Ogni leone e ogni elefante allo stato libero significa attendere ancora, soffrire ancora della vita selvaggia e primordiale, sopportare ancora il sorriso di superiorità dei tecnici bianchi che vi dicono, battendovi sulla spalla: “Vedete bene, amico mio, non potete fare a meno di noi…” Ma noi vogliamo essere un continente che avanza e non accovacciato nella notte dei feticci, contemporaneo dell’elefante preistorico e del leone che ancora viene a divorare i bambini nei nostri villaggi. ….
…L’Africa si sveglierà dal suo destino quando avrà cessato di essere il giardino zoologico del mondo… Quando la gente verrà qui non più per contemplare le nere deformate da piatti e da anelli, ma le città e le ricchezze naturali, finalmente sfruttate a nostro esclusivo vantaggio”.
L'uomo nel corso della evoluzione si è tirato fuori dal fango guadagnando la posizione eretta ma gli manca ancora oggi di sviluppare un paio di organi fondamentali: l’organo della dignità e quello della fratellanza.
Per questo l'impresa di Morel di portare avanti una battaglia con l'aiuto di altri uomini può sembrare, anzi essere un'impresa disperata. E Morel per quanto la sua idea nasca da una misantropia di fondo, ha anche una grande, esagerata fiducia nella bontà dell'uomo.
“Povero Morel. Si è cacciato in una situazione senza uscita. Nessuno è mai riuscito a risolvere questa contraddizione: difendere qualcosa di umano insieme agli uomini”.
Molto bello il personaggio del naturalista Peer Qvist e quello del cinico redento, il fotografo Field. In un certo senso il personaggio di Minna, prostituta tedesca, mi pare importante soprattutto in quanto tedesca. Forse perché prostituta cioè perché ha sofferto molto, Gary le perdona il peccato originale della razza e la pone accanto a Morel nella battaglia per gli elefanti, in un gesto simbolico di riconciliazione tra uomini per una umanità con tanto di organi di fratellanza ecc.... La battaglia per la protezione della natura è in realtà una battaglia per la protezione della umanità e della libertà stessa, albero della vita le cui radici sono le radici del cielo.
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Qualcuno a cui voler bene
Il romanzo scritto in prima persona dal piccolo Momò, 10 anni (poi passati a 14 nel corso del romanzo per vicissitudini anagrafiche) è una originale versione dei miserabili di Hugo. I personaggi sono in effetti dei miserabili: "figli di puttana" di varia nazionalità affidati alle cure di una ex prostituta ebrea scampata ai campi di concentramento, e spesso dimenticati dalle madri alle sue cure discutibili, inoltre transessuali, uomini soli, o neri di qualche tribù africana, che vivono in comunità in un piccolo appartamento del condominio. Il romanzo è molto originale, rocambolesco, fantasioso, con espressioni linguistiche piacevolmene espressive. E' un romanzo tenero e commovente perchè ai personaggi non manca mai il cuore, a volte il cervello. Leggendo questo romanzo sembra di entrare in un film di Almodovar altrettanto vario e pieno di vita e di colore anche se più candido. I personaggi sono tutti teneri come il transessuale Lola ex pugile nigeriano dal cuore d'oro e vivono insieme, ebrei, neri, arabi e francesi soli, senza barriere e pregiudizi razziali e culturali. Nonostante l'ambientazione tra prostitute e drogati e trans tutto resta "pulito", cioè i personaggi non sono mai abbruttiti dall'ambiente e questo dà al romanzo un tocco irrealistico di favola che però non guasta. Gary vuole far capire al lettore che per chiunque, in qualunque forma fisica pro o contro le leggi di natura (belli o brutti, etero gay o trans), la vita non ha senso se non si ha qualcuno da amare. Nel romanzo c'è un po' di tutto e la scrittura ispira molta simpatia. Il finale poi è decisamente commovente. Gary è stata proprio una bella scoperta. E dire che ha pubblicato il romanzo con uno pseudonimo quando la critica e il suo stesso editore lo davano per finito (come scrittore). E' un uomo dalle molte facce come Pessoa e che non nasconde le sue paure: invecchiamento, malattia solitudine. Fondamentalmente, Gary è una persona tenera e divertente e di mente aperta, senza preconcetti culturali e barriere. E' attirato dal diverso, ma ha le sue ossessioni che lo ingabbiano in alcuni momenti.
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Una storia piacevole
A me piace molto il fantasy vecchia maniera: storia avventurosa, fantasiosa, non troppo rosa se no stanca. Questa saga promette bene. Lo stile non è grannchè, semplice a volte un po' sfilacciato, ma la storia è molto carina e avvincente. Il finale è lasciato in sospeso per cui il lettore resta un po' insoddisfatto. La storia è adatta a un pubblico di adolescenti, anche delle scuole medie.
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La giustizia come ossessione
Said, protagonista del romanzo, ha ricevuto un grave affronto. La moglie nel periodo in cui lui era in carcere se ne è andata con il suo servo, un cane. A casa dell'uomo la figlia non lo riconosce e rifiuta il suo abbraccio. Il rifiuto della bimba è la molla che innesca nel suo cuore il desiderio di vendetta così come il tradimento "ideologico" dell'amico giornalista. Said ha perso tutto. Lui, il leone, è stato tradito dai cani. Con cani intende servi, gente che non ha la sua libertà di pensiero, schiavi della morale corrente, del buonsenso gretto, delle buone maniere stupide. All'amico giornalista rimprovera di non essere sempre stato un cane. Una volta aveva un'altra apertura mentale. A Said rimangono legate due persone: la prostituta Nur, da sempre innamorata di lui e l'oste. Ma di queste persone lui non ha nessuna considerazione perchè lo riamano come cani fedeli e non mostrano nessuna personalità. La moglie infatti era molto più "difficile".
Alla apparente apertura mentale di Said l'autore contrappone il mistico shaykh Ali Guanydi da cui Said si rifugia appena uscito di prigione. E' dal confronto con il santo alla ricerca di un pensiero veramente superiore che gli indica la via della pace del cuore, che anche Said si rivela un cane schiavo delle sue ossessioni di vendetta. Bellissimo il finale.
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La gioia di vivere
Musica è un romanzo interessante, non bello e sincero come le confessioni di una maschera, ma criptico. Credo che possa essere considerato un tentativo di Mishima di affrontare i propri problemi e di curare se stesso. La storia parla di una ragazza bellissima che va dallo psicoterapeuta dicendo di non sentire la musica. Il terapista ritiene che la musica potrebbe rappresentare per lei l’orgasmo, cosa poi confermata dalla ragazza. Il terapista stesso ha dei dubbi su questo punto, e ritiene l’accostamento riduttivo (per la musica) e riflette che il 98% delle donne ha simili problemi senza risentirne più di tanto. La ragazza, intelligente e dilettante lettrice di psicologia, mette a dura prova l’analista mentendo e omettendo fatti importanti. L’analista ipotizza un legame/interesse incestuoso per il fratello, cosa poi confermata dalla ragazza. Altro simbolo che compare nei sogni e nell’immaginario di lei sono le forbici, elemento anche questo spiegato con difficoltà.
Io credo che la interpretazione del caso suggerita dall’analista-Mishima serva a sviare il lettore. I tre personaggi chiave, cioè analista, ragazza e ragazzo vestito di nero potrebbero essere tre facce della personalità dell’autore. L’analista sembra una sorta di super io che tenta di prendere in mano le redini della psiche compromessa dell’autore curandola in una sorta di autoterapia. In effetti il rapporto tra terapista e cliente è insolitamente conflittuale, specie da parte del terapista che instaura una specie di braccio di ferro intellettuale con la ragazza. Di lei spesso dice che mente o che non racconta fatti importanti che il terapista però in qualche modo indovina sempre. La ragazza e il ragazzo con la maglia nera potrebbero rappresentare due lati di Mishima e le forbici potrebbero essere appunto il simbolo di una personalità scissa in cui le due facce, cioè il ragazzo e la ragazza, lottano uno contro l’altra per sopravvivere. La musica non credo che rappresenti l’orgasmo. Potrebbe simboleggiare in modo molto più ampio e profondo la voglia di vivere che manca a ragazzo e ragazza o la capacità di sentire l'amore inteso in senso lato. Le forbici da ikebana celano il desiderio di curare “la pianta” asportando una delle due personalità (ma un taglio non cura la persona come potrebbe curare una pianta). Non per niente le forbici le impugna lei quando il ragazzo vestito di nero bussa alla sua porta ma poi è lei che scappa dicendo che qualcuno la vuole uccidere. A questo punto la soluzione apparentemente felice del romanzo nasconde l’impossibilità di risolvere il conflitto. Il ragazzo scompare dalla storia. Il ragazzo è il personaggio più autentico. Lo troviamo che pensa al suicidio, simile a un cormorano appollaiato sullo scoglio e lo lasciamo probabilmente al punto di partenza dato che il racconto della ragazza di essere riuscita a guarire la sua impotenza era una bugia.
Di fondo alle pagine c’è una insoddisfazione per la trattazione freudiana delle nevrosi che pone attenzione solo al corpo e ai suoi desideri. Il tentativo di risolvere il conflitto tra desideri e morale (nel caso dell’incesto) rimuovendo la morale (per abbattere il senso di colpa) e invocando il principio di realtà è inutile anche se apparentemente riuscito. Forse un tentativo più efficace sarebbe stato quello che a un certo punto fa la ragazza quando accorre al capezzale dell’uomo che odiava. Dice di avere sentito la musica nel momento in cui si è dimenticata di se stessa per aiutare lui.
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La vendetta
Il romanzo di Pierre Lemaitre mi ha ricordato molto il film La stangata. Una scrittura brillante, mai noiosa che vuole acchiappare l’attenzione con continui colpi di scena. Il tipo di storia si presta perfettamente allo scopo. Il romanzo si apre con la morte di un vecchio banchiere. Al suo funerale assistiamo al primo colpo di scena: il tentato suicidio del nipotino che si getta dalla finestra del palazzo finendo proprio sulla bara. Da lì la corsa in ospedale e la paralisi del bimbo. La madre del piccolo, ricchissima ereditiera, viene truffata e tradita da tutti i suoi collaboratori che anziché ringraziarla per la sua generosità, approfittano della situazione. Ma come nella stangata, poi arriva la vendetta della donna. Il romanzo è ambientato nel periodo dell’ascesa di Hitler e credo che si ispiri almeno in parte ad alcuni fatti di cronaca dell’epoca. L’intento di Lemaitre però non è quello di ricostruire avvenimenti storici o economici, tantomeno di indagare su cause e effetti di questi ultimi in profondità. Quello che vuole è scrivere una storia mozzafiato che avvinca il lettore. Anche l’aspetto psicologico dei personaggi è secondario rispetto alla battuta a effetto, alla frase tagliente, e soprattutto alla concatenazione degli eventi che mantiene un ritmo incalzante per tutto il romanzo. Lemaitre calca la mano sulla perfidia di alcuni personaggi in modo che la vendetta sia attesa e desiderata come in ogni buon romanzo /film d’azione. Ovvio che considerazioni morali o riflessioni o sguardo in profondità su personaggi, fatti, eventi esulano dallo scopo del testo. Spicca fin dalle prime pagine come alcuni personaggi siano decisamente grotteschi, ad esempio lo zio Charles, soprattutto in alcuni momenti particolari come la lettura del testamento. Le considerazioni sulla politica e sui politici, sugli affittuari che non pagano l’affitto e sul modo di indurli a pagare e così via puntano dritto alla pancia del lettore cui il romanzo è diretto. E’ una scrittura brillante ma poco penetrante come invece è quella intelligente di Roth.
Perciò il romanzo è da una parte molto avvincente, adatto a chi da una lettura si aspetta soprattutto un piacevole passatempo. Non credo che sia adatto a chi cerca qualcosa di più, uno sguardo in profondità sulla realtà o sull’uomo che apra la mente a nuovi orizzonti. Il primo volume della trilogia ha vinto il Goncourt, forse per questo mi aspettavo qualcosa di diverso. Comunque il romanzo ha gli ingredienti del bestseller.
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Infinito nulla o istante eterno
Il romanzo di Haig è al solito piacevole e di facile lettura con spunti interessanti. E’ adatto a un pubblico adulto e forse adolescente, anche se il tono, rispetto ad altri romanzi è abbastanza malinconico. Il tema è quello dell’highlander, dell’uomo affetto da una sindrome di Matusalemme al contrario, che invecchia cioè molto più lentamente dell’uomo normale, circa 15 volte meno rapidamente. Per questo fatto si trova a vivere una infinità di problemi affettivi, relazionali e sociali. Dall’accusa di “stregoneria” o di “patto con il diavolo” a seconda delle epoche al disagio di vedere invecchiare il compagno o la compagna, alla consapevolezza di essere un diverso con la conseguente necessità di nascondersi, di non legarsi mai e di cambiare vita in continuazione. Naturalmente l’attraversare i secoli dà anche una visione della storia differente e più lungimirante rispetto a quella di un effimero cioè di una persona normale.
Haig si immedesima molto bene in Tom, il protagonista. Sente tutta la fatica della sua condizione, l’isolamento, il dramma umano. Per risolvere queste problematiche viene creata dalla comunità degli albatros, cioè da questi soggetti a invecchiamento lentissimo, una specie di società segreta con le sue regole. Tale società si prefigge il controllo. Un controllo non solo finalizzato alla propria difesa e sopravvivenza ma anche alla affermazione soprattutto di qualcuno degli albatros. Insomma si crea una specie di dittatura in cui lo scopo di controllare gli altri membri della società diventa preponderante sull’obiettivo della reciproca solidarietà. L’adesione a questa società tende a mettere i membri al di fuori della morale comune (per esempio ordinando degli omicidi) e diventa inconciliabile con la morale comune e le sue comuni aspirazioni, prima di tutto l’amore in qualunque sua forma e declinazione. Gli albatros devono cercare il piacere, ad esempio quello che viene dall’arte, ma mai l’amore. Queste pagine sulla società segreta sarebbero state interessanti ma sono poco esplorate e lasciate (un po’ troppo) all’immaginazione del lettore. A Haig interessano altri aspetti psicologici e relazionali. Queste vite lunghissime che incrociano le effimere e se le lasciano alle spalle e spesso finiscono nella disperazione, per cui la estrema lunghezza diventa anche estrema vacuità e solitudine. L’idea di Haig è che un solo istante di vero amore, cioè di amore puro contiene in sé tutta l’eternità che queste vite lunghissime e vuote sfiorano dopo averla svuotata di ogni attrattiva.
E’ un libro che riafferma la superiorità dell’amore in tutte le sue forme purchè puro sul piacere e sul potere che sono vuoti surrogati e anche sul tempo. Afferma anche la necessità del coraggio e del rischio mentre la ricerca del potere o l’asservimento al potere richiedono minori risorse mentali.
“Ma quando invecchi, Anton, ti rendi conto che in realtà non la passi mai liscia con niente. La mente umana ha delle prigioni….
….Non puoi scegliere dove nascere, non puoi decidere chi non ti lascerà. In realtà non sono molte le cose che puoi scegliere. Nella vita esistono correnti immutabili, proprio come nella storia. Ma nel suo interno c’è ancora spazio per la scelta.
…Prendi una decisione sbagliata nel presente e quella ti perseguita, proprio come il Trattato di Versailles nel 1919 ha preparato il terreno per l’ascesa al potere di Hitler nel 1933.
….Molti parlano di una bussola morale e io credo che sia vero. Sappiamo sempre cosa è giusto per noi stessi, qual è il nord e qual è il sud. Devi fidarti di questo Anton.”
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Voglia di nuovi mondi
Mediterraneo al levar del sole è scritto come un romanzo autobiografico ed è pieno dello spirito libero dell’autore, uomo onesto, affascinato dalla bellezza, incline a schivare tutti i lacci cui si assoggetta l’essere umano a partire da quelli famigliari, lavorativi e persino del ventre. La libertà prima di tutto, anche se mai a scapito dell’amicizia. Il libro è bello per lo spirito che lo pervade. La morale dell’autore è profondamente religiosa anche se poco vincolata alla religione per l’esigenza di fratellanza, solidarietà e amore che sono in lui una necessità naturale come per altri il cibo e le comodità. Istrati riesce a mettere un po’ di voglia di viaggiare, di vedere il mondo, di gustarne la bellezza anche a chi, come me, pare nato con le pantofole. Il Mediterraneo ha un fascino infinitamente superiore a quello di Sara la povera donna protagonista del romanzo.
“E’ così: non abbiamo niente da amare in questo giorno che comincia , nulla a casa, nulla fuori di casa, e nondimeno non vogliamo morire e non possiamo vivere di odio. Siamo dunque obbligati ad amare qualcosa: fosse pure un astro! L’oggetto d’amore, infatti, non ha nessuna importanza, è l’amore che è tutto.”
E’ bello il fatto che pur così intransigente con se stesso, Istrati/Adriano vola sopra le meschinità umane senza mai giudicare gli altri. Con l’esigenza, se mai, di capire.
“Per me il conflitto, gravissimo e costante, è altrove: è quando l’individuo buono, dolce e socievole, ma amante di quell’indipendenza che è libertà di muoversi, si volge contro la società che ha costruito la sua esistenza proprio sulla rinuncia di ciascuno alla libertà di muoversi”.
Istrati non nasconde nulla, nemmeno le contraddizioni del suo modo di vivere e dell’essere umano che colpiscono prima il suo amico Michele, guastato e costretto a scendere a patti, anzi a rinunciare a tutte le sue velleità di onestà e di libertà, corrotto dal mondo. E alla fine ognuno esce distrutto e sfigurato nel corpo ma soprattutto nell’anima dal confronto con il mondo di carne, sangue, soldi, interessi. Triste e bello il finale. Alla fine oltre all’anima il mondo manda in pezzi pure le illusioni e i sogni.
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la mala educazione
La città e i cani è un romanzo bellissimo che parla della vita nei collegi maschili di tipo militare dove è stato educato anche Llosa. Il romanzo parla di bullismo da caserma, cioè di nonnismo e dei rapporti familiari spesso carenti dietro chi finisce in un certo tipo di scuola: genitori assenti, famiglie sfasciate, padri che vogliono raddrizzare i figli e farne dei veri uomini, padri che sono loro stessi violenti e complessati. Anche se il romanzo, soprattutto nella parte iniziale, parla dei rapporti tra i ragazzi, del clima pesante, degli scherzi osceni, delle torture, si capisce che queste descrizioni sono il mezzo e non il fine della storia che non è un semplice resoconto della vita in un collegio militare maschile. Il romanzo è un pesante atto di denuncia verso le istituzioni: scuola militare e famiglia. La denuncia è stata chiaramente recepita tant’è che il romanzo è stato bruciato in piazza, tributandogli così a mio avviso, il più grande onore, più del Nobel. Tornando alla storia, tra i ragazzi si individuano i ruoli: Arana il poco-uomo che è la vittima degli scherzi di tutti; il Giaguaro che non si fa mettere i piedi in testa nemmeno dai più grandi; il Poeta che si sente simile ad Arana ma è più simpatico e scaltro per cui si trova grazie alla lingua più che ai muscoli, dalla parte dei forti. Quando nel corso di una esercitazione muore Arana, i problemi vengono allo scoperto, soprattutto quando Alberto-il Poeta, decide di denunciare un compagno per l’omicidio. Qui il romanzo diventa se possibile ancora più bello perché lo svolgimento dei fatti mette perfettamente in luce in cosa consista in realtà l’essere uomini secondo la caserma: fare i propri interessi senza farsi beccare, essere prepotenti con gli inferiori e servili con i superiori e soprattutto non creare problemi. Molto bella la figura di Gamboa, il soldato che crede in quello che fa fino a decidere di rimetterci di persona bypassando il superiore che vorrebbe insabbiare i fatti, come è molto bello che il suo rimetterci di persona, il suo opporsi al sistema non sia efficace e non riesca a diventare eroico. Anche il migliore uomo generato dal sistema, il quasi vero uomo manca di qualcosina. Migliori sono i ragazzi prima della loro rieducazione. Anche il ragazzo peggiore ha una sua purezza di fondo che viene fuori andando avanti con la lettura. Il romanzo sembra suggerire l’idea che ogni ragazzo in un ambiente del genere potrebbe essere vittima o carnefice. Questo si vede nella figura di Alberto che ha un rapporto schizofrenico con l’ambiente: sa stare con il debole ma anche con i prepotenti. Ma anche dal fatto che qualche leggera anomalia della storia sembra sfumare le identità dei singoli ragazzi. Ad esempio Alberto a volte sembra assomigliare al Boa, quello che parla in prima persona. A volte ad Arana. Verso la fine si crea una certa promiscuità identitaria anche con il Giaguaro. Questa cosa è solo accennata, suggerita dal fatto che tutti questi ragazzi hanno a che fare con Teresa, a costo di una certa incoerenza del suo personaggio. Teresa è una ragazza timida e pare strano che abbia a che fare con tutti. A me è parso un modo per ribadire il fatto che un ragazzo potrebbe assumere qualunque ruolo: vittima, bersaglio o aguzzino in un disfacimento della singola identità come la luce che è separata dal prisma nelle sue componenti. I ragazzi comunque hanno, sotto qualsiasi ruolo, anche di carnefice, una loro purezza di fondo, non sono ancora contaminati dall’ipocrisia del mondo degli adulti, la qualità necessaria ai veri uomini e insegnata dalla scuola militare. Direi che degli adulti non si salva nessuno, genitori compresi. C’è pure un cane, ma i cani del titolo sono i ragazzi del primo anno. Anche se l’autore si sofferma a descrivere episodi di nonnismo e altre stupidaggini da caserma, non c’è mai compiacimento, anzi in alcuni punti è molto bello che traspaia il senso di nausea e di occasioni sprecate. Naturalmente l’attacco al mondo del collegio militare è feroce.
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Bellissimo, un libro di rara intensità
I cardi del Baragan è un romanzo bellissimo, pieno di poesia e di fascino e anche di tristezza. E’ una storia forse non autobiografica ma autentica. Leggendo un libro come questo viene voglia di bruciare oltre ai cardi buona parte degli altri romanzi in circolazione costruiti a tavolino per dire “guarda come sono bravo” ma senza niente di necessario da dire. Il romanzo parla della dura vita nella Romania dei primi del ‘900 raccontata da un ragazzino: fame, povertà, ingiustizie, inverni pieni di vento, di neve, campi deserti dove rotolano questi cespugli spinosi i cardi del Baragan dietro ai quali i ragazzini corrono fino a perdere la testa stregati dalla corsa e attirati verso il grande mondo. Veramente uno dei libri più belli che abbia mai letto! Si sente il fascino del paesaggio delle distese sterminate di cardi, della neve (metri e metri), del vento che soffia, del viaggio con il carretto malconcio e il cavallo che si alza solo se preso a calci in faccia. Si sente il calore della solidarietà quando c’è e la durezza di cuore dei grandi possidenti. Ci si arrabbia per le ingiustizie, la polizia corrotta e bugiarda, per i poveracci contro i quali vengono usate persino le bombe pur di tenerli al loro posto in silenzio.
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Napoli
"Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale."
I racconti veri e propri Un paio di occhiali e interno famigliare sono bellissimi. Nel primo la realtà dura della miseria e della bruttezza arriva tutta insieme di colpo attraverso le lenti degli occhiali d'oro della bambina. La descrizione è bellissima. Ma è molto bello anche interno famigliare e la protagonista, una brava donna matura, che sogna una vita affettiva che però taglierebbe le gambe alla famiglia che mantiene. Veramente belli, pieni di sensibilità di colore e di calore umano. I dialoghi napoletani sono bellissimi, le pagine sembrano avere vita propria. Seguono dei racconti scritti in prima persona, più giornalistici, che portano il lettore in giro per Napoli e per l'ambiente letterario di Napoli che a me sono piaciuti meno e che non credo di avere capito a fondo. La Ortese vuole far emergere il volto di Napoli attraverso quello schivo, dimesso (Luigi) o sfacciato (Rea) dei suoi diversi autori. Alcuni giudizi letterari emergono abbastanza affilati tra le pagine.
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L'era del mostro innocente
I sette pazzi è un romanzo particolare, in cui la cosa che più colpisce è il progetto di costituire una fantomatica società segreta a scopo di lucro e di potere con a capo sette teste geniali, i sette pazzi del titolo, che ricalca la tipologia della loggia massonica. Nel testo si parla di illuminati. Come i sette saggi dell’antica Grecia spiccano per il loro pensiero staccato dalla religione tradizionale e con le caratteristiche di un sapere oggettivo e razionale, così i sette pazzi pongono a fondamento della loro società segreta il distacco dalla religione cattolica tradizionale e soprattutto dalla sua morale. I nostri sette progettano un delitto a scopo di lucro, con lo scopo di investire i soldi in una rete di redditizi bordelli. Il delitto e i bordelli sono il passo necessario al superamento della morale per arrivare al traguardo dell’uomo-dio, scopo della società segreta passando per una dittatura politica basata sul terrore. Non tutti gli uomini meritano di essere dei ma solo i superuomini. Le idee di Nietzsche sono riprese in modo apparentemente balordo e disorganizzato ma la confusione è legata soprattutto alla mancanza di una idea politica o filosofica precisa, nel senso che il punto fermo è quello della propria superiorità a ogni ideologia e morale, ragion per cui le idee possono essere variate a seconda delle necessità e delle convenienze del momento magari a scopo manipolatorio. Colpisce il progetto (il libro è del 1930) del colpo di stato in Argentina per realizzare una dittatura. Le idee e i dialoghi sono intelligenti e originali, caratterizzati da una infantile balordaggine e leggerezza che del resto dovrebbe essere il punto di arrivo della società segreta: l’era del Mostro Innocente, il Mostro dal punto di vista della morale tradizionale che fa ogni cosa con l’innocenza di un bambino. Si parla anche di una chiesa tenebrosa. In effetti il capo dei sette balordi geni, cioè l’Astrologo, sembrerebbe una specie di anticristo. Verso la fine del romanzo il lettore non distingue più tra realtà e follia, tra deliri di onnipotenza e fatti. Il libro è originale, io credo che abbia molto colpito l’immaginario latino americano. Onetti continua a voler aprire bordelli nei sui romanzi, un bordello c’è pure in Llosa: tra i latinoamericani c’è l’evidente gusto di proseguire nei propri romanzi la ruminazione delle migliori idee altrui. Certo il libro è geniale ma molto logorroico, fatto soprattutto di dialoghi, inafferrabili per la fluidità ideologica e la volubilità dei soggetti piacevole ma stancante sul lungo termine. Certo l'Innocenza dei sette porta a sottovalutare la portata delle loro idee che tendono a godere immeritatamente del candore dei loro genitori.
“Ma tocca a noi inaugurare l’era del Mostro Innocente. Faremo tutto, senza alcun dubbio. E’ questione di tempo e di audacia, ma quando si renderanno conto che lo spirito li va affondando nel cesso di questa civiltà, prima di affogare cambieranno strada. Il fatto è che l’uomo non si è ancora reso conto di essere malato di viltà e di cristianesimo.”
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Le persone buone
Kyra kyralina è un romanzo che mi ha colpito molto. E’ meno perfetto nello stile di altri ma intenso e autentico come se nascesse non dal cervello ma dalla vita e dalla sofferenza dell’autore. La storia anche se molto drammatica è scritta in modo vivace e colorato, la tristezza la si intravede in alcuni punti e proprio per questo raggiunge il cuore. Stavros, il protagonista, è un ragazzino molto legato a madre e sorella. E’ ricco, bellissimo e viziato, quindi incapace di cavarsela da solo nel mondo e di immaginarne i pericoli. Lasciati soli dopo l’allontanamento della madre, i due fratelli vengono inghiottiti dal mondo come pesciolini dalla balena finendo in pasto a diverse persone e facendo pochi incontri buoni. Per tutto il romanzo il ragazzo cerca la sorella e insegue la libertà. Ovunque trova persone che cercano di mettergli una catena al collo con poche eccezioni. Per Stavros le persone buone sono oltre a Kyra e alla madre, la moglie e l’amico Barba Yani. Per quanto le persone buone siano poche nella sua vita rispetto a quelle che lo hanno avvicinato per derubarlo di cibo, corpo, anima gli incontri con loro hanno lasciato il segno più profondo.
“Io seppi, dal giorno in cui il destino mi mandò un Barba Yani, venditore di salep e anima divina, seppi che deve considerarsi felice l’uomo che nella sua vita ha avuto la fortuna di incontrare un Barba Yani. Io non ne ho incontrato che uno solo, ma mi è bastato per sopportare la vita e spesso benedirla e cantarne le lodi. Poiché la bontà di uno solo è più potente della malvagità di mille, dato che il male muore insieme a colui che l’ha provocato mentre il bene continua a risplendere anche dopo la scomparsa del giusto. Come il sole disperde le nubvi e riconduce la gioia sulla terra, Barba Yani illuminò il male che rodeva l’animo mio e riempì il mio cuore di salvezza.”
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La razza superiore
Lo sport dei re è un romanzo monumentale, ben scritto dal punto di vista stilistico ma pesantemente statico nonostante parli di cavalli e di libertà (dei neri). Il romanzo a me è sembrato un esercizio di stile, come lo sono ad esempio i romanzi della Tartt, di alto livello di scrittura ma non di pari livello empatico per cui restano un po’ morti. A me lo stile senza slancio mentale o umano non interessa. Da una parte il romanzo è certamente ambizioso, vorrebbe proporre una costruzione epica, una epopea famigliare grandiosa, qualcosa tipo Via col vento ma con un impegno socio-culturale più spiccato. E quale filone tocca il senso di colpa americano più della schiavitù, dello sfruttamento dei neri e del razzismo? I giurati del Pulitzer davanti a certe tematiche spesso perdono di obiettività letteraria, ho notato con altri romanzi.
La storia (600 pagine) ha come protagonisti i Forge, una famiglia bianca destinata a far soldi a palate all’inizio con il mais (con Henry padre) poi con i cavalli (con Henry figlio). Gli uomini della famiglia tendono a parlare ai figli attraverso lunghi discorsi sermoneggianti. Il primo Henry e poi anche il secondo sono dei fanatici della propria superiorità famigliare, che il secondo Henry fissato con la genetica e gli incroci arricchisce con nozioni su una presunta superiorità razziale biologicamente dimostrata della razza bianca sulla nera, e nell’ambito della razza bianca dei Forge sul resto del mondo. Questa teoria, ricollegandosi anche alle modalità di incroci dei cavalli, serve anche a giustificare l’incesto, dato che tra cavalli la morale non lo vieta, anzi serve a produrre esemplari di razza superiore.
Il romanzo è pesante. Pesante per le prediche degli Henry, per la tipologia umana monoliticamente bastarda, debole e depravata dei bianchi-maschi senza incrinature né sfumature che li rendano umanamente accettabili. Le donne bianche sono tutte abbastanza egoiste, costrette secondo la logica del romanzo a lasciare marito bastardo e figlio/a e a tradire il marito spesso con il nero superiore in tutto e soprattutto anatomicamente. Anche la figlia di Henry Forge-figlio, Henriette, ha una relazione con il nero dipendente del padre e da questa relazione nasce un figlio, bellissimo, la cui ereditarietà non discuto nella recensione.
In genere polpettoni di questo tipo hanno uno spiacevole contenuto sentimentalistico che manca totalmente a questo romanzo. Il sesso è visto come qualcosa di molto animale con descrizioni a volte davvero sgradevoli. Il sesso tra uomini è molto simile a quello tra cavalli. Tra l’altro al lettore non sono risparmiate descrizioni raccapriccianti di accoppiamenti di cavalli oltre che di uomini. Il sentimento non c’è nemmeno dove ci dovrebbe essere e stranamente se ne sente la mancanza in questo romanzo. Anche i cavalli, animali che in genere evocano immagini positive (la corsa, la libertà) qui hanno perso totalmente il loro aspetto legato alle aspirazioni più spirituali dell’uomo e sono bestie, non animali, bestie mitologiche. La prima descrizione di cavallo nel testo è quella di un animale selvaggio che stacca la testa del padrone a morsi. In ogni caso si capisce che l’autrice se ne intende di cavalli e parla con cognizione.
Inutile dire che il rapporto incestuoso tra padre (Henry figlio) e figlia che è forse la cosa meglio descritta nel romanzo crea una cappa oppressiva.
I personaggi più positivi sono i neri. Ma anche in questo c’è una sproporzione e uno sbilanciamento nel testo. Pare che l’anima sia appannaggio dei neri mentre i bianchi l’hanno persa. In ogni caso, anche se i neri sono più vicini a Dio perché Gesù, come dice il predicatore nel miglior predicozzo del romanzo, è morto nero, pare che nessun uomo sia più davvero uomo. Come i cavalli sono fatti di sola materia: muscoli, sperma e poco altro, così anche gli uomini. Il romanzo manca di vita vera, di slanci, di umanità, di disperazione, di sofferenza, di sfaccettature psicologiche anche se i personaggi sono ben descritti ma restano statici.
Insomma è un testo molto ben scritto ma che non mi sento di consigliare. Mi ha fatto venire in mente un’altra saga I Cazalet soprattutto per il simile tema della relazione incestuosa padre-figlia. Ma nei Cazalet si sente Elizabeth Jane Howard ha bagnato la penna con il suo sangue e si sente la cappa di tristezza e di verità del suo pur lunghissimo racconto. Potrei dire lo stesso dei Melrose. Questo romanzo è molto più ambizioso ma leggendolo si sente soprattutto il legno della scrivania.
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Avvelenamento da Foscolo
Segni d’oro è un -gioco letterario molto raffinato, spumeggiante e gradevole in cui l’autore non ha nessun interesse ambientalista ma si propone di giocare con i versi di poeti come Foscolo o Petrarca nella missione impossibile di renderli seducenti e divertenti, riuscendoci. Il romanzo demitizza tutta la poesia erotica e il concetto di amore passione e di amor cortese e tutto l’aspetto angelicato della donna. Il protagonista potrebbe spiegare tutta la poesia d’amore cortese e non cortese da Foscolo in avanti o indietro con i versi danteschi: ”più che l’amor potè il digiuno” (come contributo all'ispirazione poetica). Il testo è molto intelligente e divertente, soprattutto la parte sulla seduzione dell’amata Elena. Il povero Foscolo si rivolterà nel sepolcro nel vedere il successo postumo con le donne dei suoi versi in mano ad altri. La descrizione del menage del protagonista con la moglie Virginia, il nome già la descrive bene, è un po’ meno carina. Tutto il romanzo è un gioco compresi i nomi: il nome del paese Montemori, e Mortella e così via. Non so se celano un riferimento foscoliano ai sepolcri. Certamente colpisce la propensione del bibliotecario a scegliersi mogli e amanti nel giardino zoologico il che fa presagire un finale meno brillante nel rapporto con l’amata (di turno). Del resto la passione non può sfociare in un rapporto stabile, pena la morte eterna, pure nel ricordo come succede con la moglie Virginia.
Il finale cioè le ultime righe tristi formano un felice contrasto con il testo scanzonato e mettono la firma dell’autore in lettere d’oro.
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Le vite degli altri
Di ferro e di acciaio è un romanzo sulla Passione. L’idea dell’editore con la sua collana Croce Via è di sviscerare l'eco sul mondo di oggi di parole (come la parola passione) legate tradizionalmente alla Passione di Cristo, avvenimento storico che è parte della nostra cultura indipendentemente dalla nostra adesione alla religione cattolica. Alla Pariani è affidata la parola passione e lei svolge il compito riscrivendo la Passione traslandola nel tempo. I personaggi Jesus e Maria N sono Gesù e Maria, spostati nel futuro, in una società Orwelliana, con una ambientazione che a me ha ricordato tantissimo un film eccezionale: Le vite degli altri. Il film è consigliato a tutti, un capolavoro. L’idea della donna che intercetta le conversazione e spia una persona fino a farsi coinvolgere da quella persona è avvincente. Nel film questo aspetto è reso con efficacia indimenticabile.
Nel romanzo una donna, l’operatrice Lusine, spia Maria che è alla ricerca di suo Figlio Jesus rapito dalla polizia e accusato di idee sediziose, in una società che ricorda quella sovietica di altri tempi, ma spostata nel futuro.
Il romanzo riscrive alcune parti della vita di Gesù innestandolo in questo mondo fatto di regole rigide, controllo e con poche aperture. La prima metà del libro spicca più per l’uso del linguaggio che per la storia. La narrazione si appoggia molto sulla lingua originale dell’autrice più che sulla trama in sè. La Pariani usa un linguaggio suggestivo fatto di termini obsoleti/dialettali/milanesi. Si capisce che lei si diverte a inventare la lingua molto più che a scrivere la storia. Però questa modalità di scrittura può risultare stancante e invasiva se non è a servizio del testo ma cerca il primo piano. Secondo me lo stile deve rendere più espressivo il contenuto senza comprimerlo e soffocarlo. Comunque l’attenzione al linguaggio nella seconda parte del testo è molto più leggera. Quanto ai personaggi, Jesus richiama molto Gesù volutamente. E questo non sarebbe un problema, anzi. Così come Maria N richiama Maria. Però proprio per questo i personaggi hanno un termine di paragone importante e le cose che dicono avrebbero dovuto essere molto più curate. Un Jesus che scrive un diario in cui parla come Cohelo non funziona. In fondo sarebbe bastato rileggersi un Vangelo e riprendere qualche frase detta dal Gesù storico trasponendola e rivitalizzandola con un uso sapiente della lingua, cosa in cui la Pariani è bravissima. Nei dialoghi e nelle pagine di diario l’attenzione alla lingua e qualche milanesismo ci sarebbe stato bene. Il personaggio risulta abbastanza sbiadito invece, anche per le cose che dice con spiacevoli sdolcinature. L’impressione è che l’autrice si appassioni alla sua storia solo alla fine. Le ultime 8 pagine sono bellissime, direi perfette. Il resto secondo me andava riscritto dopo aver trovato il passo del racconto in quelle bellissime pagine. Comunque io sono dell’idea che se un romanzo ha dieci pagine davvero belle vale la pena di leggerlo anche solo per quelle.
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La vita è bella
Non è poi così rabbioso questo giocattolo rabbioso. Anzi è bello, pieno di energia.
Il romanzo descrive la vita di un adolescente Silvio, che già dai 14 anni fa dei lavoretti per mantenersi. La sua famiglia sembra amorevole ma incapace di contenerlo. All’inizio del romanzo lo troviamo a organizzare furti programmati fin nei dettagli e a progettare invenzioni. Passa di lavoro in lavoro attraversando uno zoo umano molto singolare. La scrittura è fresca, diretta, e si vede che c’è molta della sua esperienza dietro alle pagine del romanzo e una intelligenza acuta e originale. Tornando al protagonista, quella che sembrerebbe una smania di avere più soldi e cose attraverso furti e lavoretti, in realtà è una smania poco legata alla materialità. Silvio insegue emozioni, idee, invenzioni, sogni. Forse cerca un contatto più stretto con la vita che sente gioiosa e bella. Anche se ha una intelligenza brillante, ragion per cui i libri scientifici e letterari lo attirano con grande forza, non è un intellettuale, non è disposto a mettere lo schermo dei libri tra sé e la vita. Forse da questo volere toccare tutto a mani nude, più che dalla povertà della famiglia viene la decisione di smettere gli studi e cercarsi un lavoro.
Tutta l’energia del protagonista si trasmette al lettore nel finale bellissimo in una doccia di salutare gioia di vivere. Il modo di scrivere mi ha ricordato molto Yates, certo non nel finale. Arlt pare fatto di legno rispetto a Yates: dove uno affonda, l’altro resiste a qualunque tempesta pronto a filare via dietro a una nuova idea pieno di nuovo entusiasmo.
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Non è peccato amare un principe
A me questo romanzo è sembrato meno bello dell'Iguana. Il tema è simile: l'amore impossibile tra la persona più umile del mondo e il principe. Forse anche l'amore di per sè è impossibile. Perciò il modo più sicuro per mantenerlo vivo è l'eterna separazione, fosse pure quella tra vivi e morti, la distanza massima possibile. Così, l'amore platonico resta come protetto dal sogno.
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La vera bellezza
Ho sempre scartato questo romanzo perchè l'incipit mi respingeva. Invece devo dire che mi è piciuto molto, anche se ci sono dei difetti che avrebbero potuto essere corretti da una revisione migliore. La cosa che mi ha infastidito un po', è la quantità di pagine sprecate a descrivere l'aspetto e la bruttezza di Rebecca che ho trovato fuorvianti. Forse sarebbe bastato l'accenno delle primissime pagine senza starci a insistere tanto. Invece ho apprezzato la scrittura e la profondità dei dialoghi, la competenza musicale. Mi sembra che l'umanità dell'autrice esca dalle pagine indipendentemente dal loro ingranaggio imperfetto creando una sensazione di calore che manca nella maggior parte dei romanzi che sono per lo più costruzioni a tavolino di bravi ingegneri di parole. L''autrice regala al lettore qualcosa di più personale di una costruzione arhitettonica perfetta e soprattutto di più originale. Nel libro c'è il suo modo di vedere il mondo profondo, solidale e anticonvenzionale. Si capisce anche la sua passione per la bellezza in tutte le sue declinazioni, in particolare il suo legame profondo con la musica. Perciò anche se la storia appare debole in alcuni punti, in realtà è migliore di storie a maggior tenuta. E' un romanzo che lascia il segno.
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Universi paralleli
La protagonista di questo romanzo, Greta Welles è sposata, ha un amatissimo fratello gemello gay e un'amica del cuore Ruth; si ritrova dopo la morte del fratello e l'abbandono del marito in terapia psichiatrica con elettroshock. La macchina dell'elettroschock diventa una specie di portale per cui Greta dopo ogni seduta si sveglia in un universo parallelo e anche in un'età diversa ( ci sono 3 diversi universi). Cioè l'elettroshock è una via di mezzo tra porta per universi paralleli e macchina del tempo. In ogni universo i personaggi sono gli stessi con leggere variazioni di carattere o di modalità di affrontare le cose. Le piccole variazioni comportano variazioni nelle relazioni. e negli eventi e una certa solidarietà a distanza tra Grete per cui l'una cerca di risolvere i problemi dell'altra mettendoci un pizzico della sua originalità. La prima parte cioè le prime 30 pagine sono bellissime. Poi il romanzo diventa un gioco a tavolino intellettuale e meno interessante. Io l'ho trovato abbastanza noioso. Devo però dire che quelle prime 30 pagine erano così belle che ho riempito il carrello con tutti i libri dell'autore. Arrivata alla fine li ho tolti tutti. Dell'autore avevo letto in passato La storia di un matrimonio e non mi aveva colpito particolarmente anche se è un libro leggibile e discreto.
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Gioco di specchi
Il nano è un romanzo inquietante. Scritto durante la seconda Guerra Mondiale, quando il male sembrava dilagare e coprire ogni altra cosa, il romanzo interroga in qualche modo sulla natura del male che pare incarnarsi nella figura del nano di corte. Il nano non è un buffone, comprende della realtà soprattutto la parte demoniaca (sangue, guerre, tradimenti, orrore) ma intuisce l’altra restandone distante. Ha una ironia feroce che è il suo modo di intrattenere la corte e è al servizio del principe, in cui bene e male convivono, come in ogni uomo che non ha ancora fatto una precisa e ferma scelta etica di vita. In altri personaggi come Angelica e Giovanni, la scelta di luce è stata fatta. Curiosamente il nano come fatica a vedere il bene, così fatica a cogliere la bellezza delle persona che ne sono portatori. Giovanni è l’opposto del nano, è una figura cristologica (gli occhi di cervo). D'altra parte, forse non è nemmeno esatto dire che c'è vera opposizione tra il nano e Giovanni. il nano sembra essere l’altra faccia, il rovescio, del Crocefisso (forse rappresenta più che il demonio il Dio Geloso o il vuoto di bene che attira sull'uomo ogni male). Il percorso di privazione del bene è però rimediabile come si vede nella figura della principessa. La principessa, donna depravata e prostituta è l’opposto della Madonna in cui si trasforma o a cui si avvicina dopo un cammino di penitenza. Non per niente il suo peccato peggiore non è l’amante reale ma quello virtuale, cioè il rapporto platonico con l’uomo di cui si è innamorata perdutamente mettendolo al posto di Dio e facendone un idolo. Curiosamente il nano dice che la sola donna che avrebbe potuto amare è proprio lei. Nelle sue parole si sente un leggero cedimento come se anche il nano, come la principessa, potesse essere altro da quello che sembra. Il male rappresentato dal nano non è il demonio, cioè una entità esterna all’uomo, ma è la parte dell’uomo che può essere incatenata dalla volontà. Si intuisce che il non fare una scelta precisa di campo tra bene e male significa necessariamente lasciare via libera al proprio lato oscuro che può così forzare la mano e attirare a sè forze distruttive e autodistruttive perverse difficilmente controlabili. Un chiaro esempio lo si ha nella storia della guerra, la ritirata a un passo dalla vittoria (strategicamente insensata) e la dichiarazione di pace eterna che finisce anche questa in modo totalmente insensato, come se il male, quando non è incatenato, potesse forzare la mano e prevalere sul bene in ogni momento. Il tradimento infatti non mi è parso premeditato ma improvvisato dal principe. La lotta tra i due nani raccontata all'inizio del romanzo richiama la lotta dentro l'uomo tra bene e male che potrebbe riflettersi in un'analoga lotta in Dio tra misericordia e giustizia.
In questo romanzo dove l’uomo non ha mai una chiara idea di se stesso (preferisce specchiarsi in specchi appannati) e dove si parla quasi solo di tradimenti, morti, guerre, pestilenze spicca per la sua bellezza la lettera di Angelica che è un invito all’amore e al perdono.
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La grande attrazione
Questo libro ricorda Comma 22 per il modo ironico e scanzonato ma anche serio di descrivere la guerra nella sua assurdità. Ogni aspetto della guerra viene reso guardandolo con due occhi di bambino. Aerei nemici, morti, fiamme verdi, il serpente addomesticato. La gente si uccide non perché c’è una guerra o per vincere o per la patria. Tutti questi aspetti sono marginali. Lo scopo principe sembra lo spettacolo, come se tutto fosse un grande cartone animato messo su per impressionare un bambino. E’ con questi occhi di bambino ingenui e cattivi, ma di un egoismo assoluto e senza colpa, che i protagonisti guardano e si muovono nello scenario finto (per come viene percepito, cioè assolutamente irreale) della guerra. E’ il grande spettacolo della morte, la Grande Attrazione: perciò si mercanteggia con i nemici, ma allo stesso tempo si spara su altri nemici proprio quando si vogliono arrendere. In tutta la storia non c’è un briciolo di compassione umana ma solo lo stupore assoluto davanti allo spettacolo della morte: gli aerei che corrono in direzione dell’arcobaleno, che restano appiccicati al cielo e si sciolgono come gelati; l’uomo colpito da un proiettile che si illumina dall’interno e poi viene ridotto in cenere; i compagni che restano immobili congelati dal freddo; i compagni consegnati ai nemici o uccisi perché deboli o noiosi o poco adatti a sopravvivere; le pecore che hanno paura, scappano con una certa strategia (mentre gli uomini ne sembrano incapaci). C’è quasi più compassione per la pecora nel resoconto della guerra che per l’essere umano, dato che la pecora non ha colpe.
Tutto il libro è molto bello, originale, interessante perché il punto di vista dell’imboscato rende alla perfezione senza ombra di dubbio l’assurdo. Il libro racconta la meraviglia per l’assurdo spettacolo della morte che come ogni spettacolo ha la sua bellezza e piacevolezza.
Il finale è la parte meno riuscita, comunque il libro è bellissimo. Forse ci voleva anche qui una idea geniale come in Comma 22 per una conclusione all’altezza della storia.
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La stia per polli
La tigre bianca è un romanzo ironico, cinico, spietato come è spietata la società indiana. Il protagonista sognatore, intelligente, capace, rarissimo esemplare del suo ambiente come una tigre bianca descrive la sua ascesa a partire dal funerale della madre fino al suo posto di imprenditore, racconta cioè il suo passaggio dalle Tenebre alla Luce. Spiega inoltre i meccanismi su cui si basa la società indiana oltre alle ragioni socio culturali per cui una rivoluzione politica mai potrà partire dall’India. Infatti, una delle più grande invenzioni dell’India è la stia per polli e chi è dentro la stia non può uscire dalla stia a meno che non sia una tigre bianca, cioè uno di quegli individui che possono anche accettare il massacro di tutti gli altri parenti pur di farcela. Il romanzo è molto originale perché le cose sono viste dal punto di vista del servo, intelligente ma ignorante per forza di cose, per cui il suo punto di osservazione per quasi tutto il romanzo è molto simile a quello ingenuo di un bambino che però ha voglia di imparare e impara in fretta le regole del gioco, non solo per giocare e passare da servo a padrone ma soprattutto per poter diventare un uomo libero, l’unico tipo di uomo che in India può permettersi una famiglia. Il libro è molto intelligente, originale, duro ma vero. Si intuisce anche un rapporto India -America simile al rapporto servo -padrone. Un libro brillante e intelligente, in cui il cinismo nasce non dall’opportunismo ma piuttosto dalla disperazione e dalla mancanza di alternative. E non arriva fino alle sabbie mobili della rassegnazione.
“C’è una storia che devo aver orecchiato alla stazione, signore, o forse l’ho letta sulla pagina strappata che avvolgeva una pannocchia di mais comprata al mercato… non ricordo. Era una storia del Buddha. Un giorno, un astuto brahmino che voleva incastrare il Buddha gli domandò: «Maestro, ti consideri un uomo o un dio?» Il Buddha sorrise e disse: «Nessuno dei due. Sono uno che si è risvegliato mentre voi dormite ancora».
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La donna che fa suonare il suo cuore (e poi può pu
Il pozzo è un testo breve, giusto un assaggio dell'autore. La narrazione è assolutamente soggettiva e la soggettività rende nebulosa la comprensione dei fatti nel senso che è difficile riconoscere la realtà dai sogni a occhi aperti del protagonista. Si capisce però come Onetti veda il mondo, il suo curioso amore per l'amore come modo di iper-sentire più che come relazione tra persone. Si potrebbe dire che l'unica cosa che interessa Onetti nell'amore sono le palpitazioni e i turbamenti del suo stesso cuore. L'amore è quindi per lui un modo di sentire se stesso come essere ancora vivo in un ambiente ostile e annichilente. La sua visione del mondo manca totalmente di empatia e solidarietà e di elementare comunicazione. La donna amata è ai margini della sua attenzione, come uno strumento lo è rispetto alla musica. Sono le passioni, il sentire, l'agitarsi l'oggetto vero del suo interesse. Le donne? Dopo aver fatto palpitare il suo cuore, si possono buttare.Troppo buonsenso, buone maniere, noiose. Non per niente tra i grandi della letteratura non ci sono donne.
Ha una visione del mondo particolare e molto, molto eremitica. Ma per quanto non abbia empatia, simpatia, sia abbastanza egocentrico le ultime pagine di questo misero testo brevissimo hanno una bellezza stupefacente.
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Lo spiritismo
Il romanzo è interessante più che come romanzo per il modo serio in cui lo scrittore affronta il tema dello spiritismo e dell'occultismo non allo scopo di ricavarne un godibile romanzo gotico ma proprio per sviscerare il tema con cognizione di causa. Mi pare di avere capito dalla biografia di Benson che il padre si interessasse di spiritismo e così pure diverse persone della cerchia dei suoi amici. Lo scrittore, che poi in seguito divenne sacerdote prima anglicano poi cattolico, non è interessato agli imbroglioni che popolano i salotti per divertire e/o sfruttare il dolore altrui, ma proprio alle persone serie, che fanno vere sedute spiritiche e che hanno poteri medianici. Secondo lui, come è opinione di molti, le entità che riescono a comunicare con i vivi non sono buone e i rischi per chi pratica l'occultismo sono molto alti.
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L'oggettività impossibile
La vita di un uomo malato viene esaminata dagli occhi curiosi dell'io narrante. In una piccola comunità con un sanatorio, la maggior parte dei nuovi arrivati viene per le cure mediche. L'io narrante, curioso, si diverte a rovistare nelle vite di questi sconosciuti e a fare pronostici sull'epilogo. Trova pane per i suoi denti all'arrivo del protagonista, un ex campione di basket con abitudini insolite e dispendiose, apparentemente con una doppia vita. Due vite, una vita o nessuna? Dall'eccesso alla solitudine più profonda. Dalla solitudine alla simulazione dell'eccesso. Data l'impossibilità di arrivare a una descrizione oggettiva di una vita umana, data l'ineliminabilità del dato soggettivo e la sua assoluta preponderanza, ne deriva il desiderio di simulare in qualche modo conscio o inconscio quello che non si è mai vissuto, simulare senza per questo fingere. Intensità, benessere, affetti, pienezza di vita. Invece ogni vita nasconde soprattutto i suoi vuoti dentro la bolla d'aria dei miraggi che riesce a evocare.
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Passiamo a B.
Libro breve che riporta l' anatomia di una passione presentata come se fosse un caso clinico (disturbo ossessivo-compulsivo). L'uomo è descritto soprattutto (e brevemente) per il suo aspetto fisico e per la sua fisicità resa attraverso dettagli. Mancano volutamente descrizioni della persona come gusti, parole, pensieri dato che non hanno importanza ai fini della passione.
Di questo testo non mi ha colpito nè lo stile nè il contenuto. Una simile passione è stata descritta in modo molto più interessante da Buzzati in Un amore.
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A sangue freddo
Tredici modi di guardare contiene una raccolta di 4 racconti molto diversi come stile. Il primo, quello che dà il titolo alla raccolta e che occupa una metà del libro, è molto brillante e piacevole, una specie di giallo senza suspense. E’ pungente, vivace, forse un po’ costruito rispetto agli ultimi due racconti che preferisco. Il protagonista Mendelsshon senior è un personaggio interessante con le sue amnesie e la sua intelligenza pirotecnica. Il racconto procede avanti e indietro come seguendo i passi di un balletto; si ha l’impressione di seguire i movimenti di un valzer, secondo un ritmo e una musica nascosta. Questo fatto toglie al testo qualsiasi drammaticità, come pure qualsiasi interesse per il caso poliziesco. L’interesse è tutto rivolto alle schermaglie verbali del vecchio e alla sua autoironia pungente. Il giallo di per sé non ha né capo né coda, nel senso che è del tutto assurdo che il povero Mendelsshon venga aggredito e ucciso. Del resto l’autore spiega di avere scritto il racconto dopo avere subito lui stesso un’aggressione simile a sangue freddo del tutto ingiustificata.
Segue Che ore sono lì da te con un’atmosfera afghana (nostalgia di casa e attesa del cecchino) e poi gli ultimi due racconti bellissimi, simili come scrittura di qualità eccelsa. Raccontano due storie molto drammatiche: la prima di una madre che smarrisce il figlio adottivo adolescente e lo crede morto, la seconda di una suora che riconosce il suo stupratore di decenni prima tra i mediatori di un trattato di pace e cerca di capire se sia davvero cambiato magari per opera della grazia divina. Queste due storie mi hanno colpito per la bellezza dello stile e la capacità di raccontare quello che passa nella testa delle due donne con una sensibilità, una intensità e creando una profondissima intimità con il lettore.
Il tema comune è quello della violenza gratuita: l’omicidio nel primo racconto, l’Afghanistan (attesa dell’ attentato) nel secondo, la possibile morte del figlio nel terzo, e infine la storia della suora e dello stupro protratto. Il ricordo della prigionia continua a distanza di anni a minare la mente della suora fino a mutilarne la memoria in uno pseudo-Alzheimer. L’idea di scrivere su questo tema, la violenza, nasce dall’esperienza personale di cui l’autore parla a fine libro in una breve postfazione. McCann rumina sulla aggressione subita attraverso l’invenzione di altre aggressioni in qualche modo simili, fino a immedesimarsi nella suora e a cercare attraverso di lei di esplorare la mente del suo persecutore. E’ molto bello che il racconto finisca con un atto di fiducia da parte della suora in un uomo, un atto di fede in senso lato anche in Dio, nell’umanità, nella bontà da parte dell’autore.
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Notte dell'anima
Per questa notte racconta una notte particolare. Anche se Onetti è stato giornalista e se si capisce che la notte in questione ha enorme importanza per i rivolgimenti politici e le vite di tutti i personaggi del testo, la notte non è descritta in modo chiaro e oggettivo ma resta quasi una notte dell’anima, una notte che separa l’uomo dalla bestia, una notte in cui si può perdere la vita ma in cui soprattutto è in gioco la dignità, l’umanità, la purezza, la fede, la solidarietà, la lealtà e così via.
La descrizione della notte inizia nel modo oggettivo di una narrazione in terza persona, per sfociare sempre più verso il flusso di coscienza. All’inizio sembra di riconoscere nel racconto il persecutore, il poliziotto Morasan, crudele e spietato, e il perseguitato, anzi i perseguitati.
Un uomo si suicida in un locale per sfuggire a Morasan e le due donne che lo intrattenevano si capisce che erano incaricate dalla polizia di sorvegliarlo. Il poliziotto insegue come un segugio l’unica mente pensante di tutto il paese. Cerca anche Ossorio, protagonista di molte pagine, spettatore del suicidio e anche lui in pericolo e alla disperata ricerca di sfuggire alla persecuzione imminente imbarcandosi su una nave.
Andando avanti nel romanzo però i ruoli si confondono: i perseguitati si tradiscono, il persecutore sembra cercare nella vittima calore umano come dice in un flusso di pensieri bellissimo che dà il titolo al romanzo.
In tutto questo marasma di coscienze che sono risucchiate una a una dalla palude di terrore, violenza, morte, distruzione si affaccia come l’unicorno una bambina che ha un ruolo più simbolico che narrativo: rappresenta la purezza, la fiducia, l’innocenza. Il finale pur terribile è molto bello e io ci ho voluto vedere un seme di speranza proprio perché Ossorio, così simile a Morasan sul finale, però non va verso la nave ma verso la città con la bambina in braccio e i suoi pensieri vanno alle preghiere dell’infanzia, a una purezza rimasta in qualche parte della sua anima e riportata alla luce dalla presenza della bambina.
“E io non allungherò il braccio per afferrarla, non coprirò né i toni acuti della cestanè le esse della sua bocca, per dire che voglio non essere solo, semplicemente, questa notte, che aspetto un cenno, un movimento, un piccolo grido, una calma e un silenzio delle sue labbra per andarmene, sapendo che c’è stato quel veloce movimento dentro la notte nel quale io non sono stato solo, nel quale siamo stati, nient’altro, sapendo, io e lei, che c’era anche l’altro, un segnale soffocato e significativo che possa tamponare in lei e in me, che chiuda per un momento l’apertura di paura da dove sto colando, il foro in lei da dove lei si disgrega nella preghiera, una semplice cosa di pelle sua o i suoi occhi o la sua bocca per me, mia per lei, e ricordare-anche se di nuovo dovesse tornare la paura- il minuto, il secondo in cui non sono stato solo questa notte.”
Come si può capire la scrittura è bellissima.
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L'ultimo papa
Il padrone del mondo è un romanzo distopico. Scritto ai primi del 900, credo nel 1907, immagina una civiltà incredibilmente simile alla nostra: aerei, telefoni, mezzi di trasporto e qualcosa di simile alla UE. La massoneria ha fatto enormi passi avanti e la Chiesa cattolica attraversa un periodi di crisi vocazionale oltre che di opposizione ideologica da parte dell’umanitarismo, la nuova ideologia che divinizza l’uomo. Principale esponente di questo nuovo mondo è il fascinoso e misterioso Felsenburgh, cui si contrappone in qualche modo l’umile prete cattolico Percy, che poi sarà eletto papa. L’umanitarismo si organizza come una religione alternativa al cristianesimo, con le sue cerimonie e i suoi riti e i suoi sacerdoti, ripescati tra i preti cattolici rinnegati, tra cui l’ex-sacerdote Frances. La nuova religione sotto un’apparente mitezza è intransigente e feroce.
Il romanzo non è bellissimo dal punto di vista letterario ma è impressionante per i contenuti e per la visionarietà.
“La persecuzione è imminente. Se ne sono già fatti dei tentativi; ma la persecuzione non è da temere. Senza dubbio provocherà, come sempre, delle apostasie, ma queste sono da deplorarsi più da un punto di vista individuale. D’altra parte, la persecuzione confermerà i veri fedeli ed eliminerà dalla Chiesa le mezze coscienze. Già nei primi tempi l’attacco di Satana si è scagliato sui corpi con le sferze, con il fuoco e le fiere; nel sedicesimo secolo sulle intelligenze, nel ventesimo sulle stesse sorgenti della vita spirituale e morale; quest’ultimo è un triplice assalto sul corpo, sull’intelletto e sul cuore. Ma quel che fa più paura è l’influenza dell’umanitarismo; esso si avvicina, come il regno di Dio, con grande forza, esalta le menti visionarie e romantiche, asserisce le sue verità senza dimostrarle, soffoca con i cuscini anziché stimolare e ferire con le armi della dialettica. Sembra, almeno da quel che vediamo, che si sia fatto strada fino ai più segreti recessi del cuore umano…..
Alla fine quasi sicuramente l’umanitarismo vestirà gli abiti della liturgia e del sacrificio; dopodiché, senza l’intervento di Dio, la causa della Chiesa sarà perduta!”
Come curiosità aggiungo il fatto che una precedente traduzione riportava come nome dell’ultimo papa cattolico quello di Benedetto XVI.
Del libro più che la trama o lo stile sono belli i pensieri e le fantasticherie religiose dei personaggi. In Felsenburgh qualcuno ha voluto vedere una prefigurazione di Hitler.
“Eccolo, ancora più rapido, l’erede delle età temporali, esiliato dall’eternità, l’infelice principe dei ribelli, la creatura contro Dio, più cieco del sole stesso che impallidiva e della terra che tremava. E, mentre lui veniva, passando dall’ultima loro reale comparsa all’evanescenza di una apparizione spettrale, le sue vittime roteavano dietro di lui, agitandosi come uccelli fantastici dietro la scia di un vascello fantasma. Lui veniva… e la terra, divisa ancora una volta da opposta fede, vacillava, raccapricciata nell’agonia di due adorazioni. Eccolo il padrone del mondo! Ma già la sua ombra retrocedeva lontano dal suolo e poi svaniva”
Il finale è molto bello, con la chiesa ridotta a 12 cardinali, Giuda compreso. Certo è impressionante come Benson abbia potuto dal lontanissimo 1900 affacciarsi con l’immaginazione in un tempo così simile al nostro.
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Missione postribolo
Raccattacadaveri è un romanzo scritto con uno stile molto interessante e con una trama sconcertante e a volte zoppicante, non facile da seguire, con capitoli in terza persona alternati a parti in prima persona di cui Jorge è l' io narrante. Jorge è un ragazzino di sedici anni invischiato in una vicenda piuttosto torbida che si comprende in parte solo alla fine del libro, naturalmente con una nipote del curato. Protagonista del romanzo è il vecchio Larsen, già protagonista del romanzo Il cantiere, detto Raccattacadaveri. Il nome racchiude il segreto della sua vocazione e della sua ambizione: aprire un postribolo. Il postribolo nel romanzo non ha niente della perversione e depravazione che uno potrebbe attribuirgli a priori. Anzi è un luogo in cui i rapporti tra le persone sono onestamente chiari e dove si fa persino della beneficenza, dedicandosi al riciclo di materiale umano di scarto. Larsen dà speranza e fa sentire ancora desiderate donne piuttosto avanti negli anni, appunto i cosiddetti cadaveri. Donne vecchie e magrissime o con propensioni adipose, tutte possono sentirsi ancora utili. Utili a Larsen soprattutto, specie se disposte a contraccambiare le sue attenzioni mantenendolo. In ogni caso i rapporti con le donne del postribolo sono teneri e materni. Il romanzo non è, come sarebbe logico aspettarsi, sempre o solo divertente e brillante. Anzi è piuttosto malinconico con strappi ironici e con venature poetiche e incongruenze varie soprattutto nella trama che rendono la lettura non sempre facile anche se affascinante. A tratti è persino serio e drammatico. Si percepisce una visione del mondo tragica, che non accetta le semplificazioni morali della religione di facciata anche se la materia e la carne pesano tra le pagine e forse è il loro peso ad allontanare dai personaggi una possibilità di riscatto morale. Nessuno è molto più del suo corpo. E' come se i personaggi si decomponessero davanti al lettore e il loro cervello seguisse un analogo destino, mentre l'anima è la prima a sparire come si capisce dalla tenerezza che c'è e non c'è, dal fatto che la solidarietà la si intravede e sparisce.
L’antagonista del povero Larsen è il curato Berger.
“Il curato Berger è uno dei pochi tipi intelligenti di santa Maria”
“Ora pro nobis”, dice Lanza. “Non lo metto in dubbio. E dico non lo metto in dubbio per due ragioni. Per la limitazione geografica che lei ha enunciato e perché domenica sono stato a sentirlo. Era una signora predica senza scherzi”.
Basterebbe rivestirlo da capo a piedi, rasarlo, sistemargli i baffi e i capelli, pulirgli gli occhiali, aggiustargli la bocca che ora lascia cadere i chicchi delle arachidi che vuole mordere.
Come si intuisce, le donne non sono gli unici personaggi sulla strada della rottamazione. E’ una caratteristica di Onetti dare descrizioni contraddittorie dei suoi personaggi. Giovani e vecchi come se li vedesse attraverso la trama del tempo nel loro decomporsi per effetto di qualche veleno che la vita sprigiona. In effetti il postribolo è il luogo più salubre descritto nel romanzo, il meno equivoco. Nella comune agricola o in casa dei parenti del curato succede di tutto e c’è un clima torbido e sensuale che è più vicino al male che teme la comunità benpensante o che vuole continuare a non vedere nei luoghi dove più si annida. La morale anzichè moralizzare amoralizza perchè copre. E' l'opposto del postribolo dove la chiarezza dei rapporti li rende quasi teneri e generosi. Il male è più che nelle azioni nella loro ambiguità e falsità.
L’antagonista occulto di Larsen sembrerebbe però il medico Diaz che non prende posizione, che rappresenta più del prete l’ipocrisia della facciata. Ha un ruolo abbastanza ambiguo, anche se apparentemente neutrale.
Leggendo questo romanzo credo di avere capito da dove è sbucata la zia Julia di Llosa con lo scribacchino al suo seguito. Ma al confronto della zia di Onetti quella di Llosa è decisamente da compostare. Una brutta copia.
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Storie della storia del mondo var. Euripide
Una lettura molto piacevole che mi ha riportato indietro nel tempo e mi ha ricordato un'altra lettura fatta secoli fa, quella di Storie della storia del mondo, un libro che racconta anche lui l'Iliade ma ai ragazzini. Questo romanzo mi è sembrata una versione per adulti dell'Iliade, con il pregio di avvicinare un testo difficile al grande pubblico rendendo più accessibili i personaggi. Del romanzo mi è piaciuto moltissimo il finale. Dopo pagine di descrizione di guerre, battaglie, carneficine, meschinità e tradimenti la storia sorvola su quello che è in genere il fatto che più colpisce della guerra di Troia, cioè l'espediente del cavallo e vola verso il finale. Nel finale sono affiancati i ritorni: di Agamennone, di Ulisse e infine si chiude con le rovine di Troia cioè si torna a Menelao che cerca Elena che però, come nella variante di Euripide e di Stesicoro, è una immagine senza realtà, una specie di fantasma. Mi è piaciuto molto che pagine e pagine di disumana macelleria si rivelino per quello che sono sul finale: un vuotissimo, inutilissimo niente.
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Per capire ogni sfumatura
In realtà io non ho questo volume, anche se tempo fa l'avevo letto, ma l'altro Gesù di Nazareth, quello diviso in due volumi. A me il modo di scrivere di papa Benedetto piace molto perchè chiaro, conciso, diretto e allo stesso tempo non si lascia sfuggire una sfumatura di significato e se ci sono ambiguità nelle interpretazioni altrui fa luce con grandissima perspicacia oltre che competenza. Tutti i suoi libri sono consigliati.
Per quanto riguarda il Gesù di Nazareth il volume unico verte più sui contenuti, i due volumi invece arrivano ai contenuti spesso tramite l'esegesi. Soppesano le sfumatura di alcune frasi dette da Gesù, confrontando i Vangeli (da una parte i sinottici dall'altra Giovanni) con altre fonti, riprendendo su alcuni punti più interpretazioni per individuare quella/e più convincenti e quelle invece da scartare ma senza mai sprecare una parola, in modo così scorrevole e chiaro che la lettura non è per niente faticosa. Quello che cerca di perseguire papa Benedetto è la verità dentro la verità, la sfumatura più vera e più vicina alle intenzioni con cui ogni parola è stata pronunciata e ogni azione è stata compiuta.
Dai suoi testi si intuisce il grande amore per la verità più che per la conoscenza e una grande spiritualità.
Mi ricorda Unamuno per l'affilatezza del pensiero.
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Cerebrale senza zucchero
La vita breve è un romanzo che spicca per la perfezione stilistica e con perfezione intendo includere non solo la scrittura ma anche l’impianto narrativo che procede (almeno all’inizio) su tre piani. Quella che sembra (è o non è?) la realtà; l’avventura, cioè la relazione che si inserisce come valvola di sfogo in tante vite e che qui è del tutto asentimentale (ma le altre come sono?); la fantasia dato che il protagonista è uno scrittore e sta immaginando la trama del suo prossimo romanzo. In questo romanzo, come in genere succede, i personaggi della storia richiamano quelli conosciuti dall’autore e l’autore stesso.
La costruzione è interessante, così come è interessante l’idea di confondere e disintegrare trama e personaggi, ma il tutto viene fatto con una modalità gelida che non è nemmeno quella del surreale perché il surreale aggiunge nei testi lo zucchero della follia pura, della fantasia a briglia sciolta e del sogno che sfonda la logica dei fatti. Nel testo la follia sembra quasi reale. Non posso dire nemmeno che il testo sia un esercizio di stile. Si capisce che alla base della scrittura c’è malessere e disperazione, ma non è una disperazione con sentimenti. E’ quel tipo di disperazione che diventa deserto per cui procedendo nella lettura ci si addentra in una specie di deserto con i suoi miraggi, i suoi abbagli, con connessioni tra i personaggi caratterizzate da empatia zero anche là dove un minimo sarebbe richiesto: la donna incinta, la moglie operata al seno. Sembrerebbe che è stato il protagonista a subire l’asportazione del seno della moglie. Per moltissime pagine ho voluto immaginare che la moglie, al di là di quello che si capiva dalla storia, fosse morta e che tutto il libro fosse un modo per farla rivivere: un modo incompleto e mancante di qualcosa. Da cui i dialoghi gelidi, i corpi che diventano barriere per i rapporti umani, la volontà distruttrice di morte, le relazioni che non relazionano.
Non posso dire che l’autore non sia interessante. Io dopo aver letto il cantiere ho acquistato tutta l’opera o quasi, ma questo romanzo non raggiunge del tutto né cuore né cervello. Sembra la dimostrazione che la disperazione non è sempre proficua per la letteratura. Quando si arriva ai livelli di non sentire più niente, anche il romanzo si sgretola e la bellezza si perde. Anche se il romanzo fosse stato costruito in funzione di una donna morta per il tumore al seno in una realtà mai detta al lettore, e Il romanzo fosse un tentativo di farla rivivere con mille volti in mille personaggi, in prostitute che le prestano un corpo, in fantasie che le prestano un anima il risultato è troppo gelido e inafferrabile.
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Il Nemico
Il testo inizia in modo caotico. Si capisce dalle prime righe che il romanzo è bellissimo ma non è chiaro il motivo del caos narrativo. Tutto disorienta il lettore sballottato dal racconto che procede un po’ in terza persona, un po’ in prima persona, un po’ in prima persona che si rivolge a un tu, e il tu è un personaggio che compare molte pagine dopo, Baigorria, un cercatore che accompagnerà l’io narrante nella sua missione. Il narratore è infatti il tenente Quesada e il libro finisce come è cominciato con un duello, così che l’incipit delirante lo si capisce solo alla fine. Comunque la narrazione si fa presto limpida. Quesada uccide in un duello un pezzo grosso di Buenos Aires, una Buenos Aires dove sta per scatenarsi l’inferno, e viene allontanato da amici per finire in una fortezza militare situata oltre il deserto. Il deserto assomiglia moltissimo al deserto dei tartari di Buzzati anche per il clima di mistero che vi aleggia, vuoi per il paesaggio allucinatorio del deserto vuoi per la stranezza del comandante Andrade, che non esce, non si fa vedere, parla solo con una persona da lui eletta. Quesada si aspetta di essere ricevuto dal comandante, si aspetta di avere un ruolo importante e di portare notizie. Invece… Le notizie da Buenos Aires arrivano ma da un’altra fonte.
Il comandante Andrade sembra un uomo autorevole, un gigante, una persona onnisciente che si impone al suo esercito anche più di un comandante. Le pagine diventano bellissime quando si profila il nemico all’orizzonte che è come la balena di Acab, ma più interessante della mitica balena. Per molte pagine si dubita della realtà del nemico, che viene cercato da una persona che ha questo ruolo specifico: il cercatore. Il cercatore assomiglia a una via di mezzo tra un veggente e una guida, un personaggio che traghetta gli uomini oltre la realtà alla ricerca di tracce del nemico. L’esercito dotato di ben due veggenti si trova a un certo punto a girare in tondo come se Feinmann volesse suggerire, senza di fatto mai dirlo, che la pista riporta sempre a noi: il vero nemico ce lo portiamo dentro come un’ombra, un fantasma, un alter ego. Anche la descrizione del nemico di Andrade, Angel Medina, è suggestiva. Il suo curriculum è per un tratto identico a quello di Andrade, consegnato a Quesada al momento della partenza per la sua missione. E a un certo punto in uno dei discorsi che Andrade fa sul nemico pare invertire le identità sua e di Medina.
Cosa c’è alla fine della pista? Anche alla fine del racconto, non si capisce bene cosa sia il nemico, cosa sia successo. Nemmeno tornati alla razionalità di Buenos Aires, oltre il deserto, il deserto in un certo senso allunga le sue mani sulla città, attraverso le prigioni, i manicomi.
Alla fine è come se il nemico, anche se umano, non fosse delimitabile e inscrivibile perfettamente in un corpo ma fosse reso fluido e fluttuante dall’odio come fosse un fantasma.
“Era lui Andrade, che grazie alla propria follia aveva il dono di vederlo? O erano loro, i sani, quelli che conservavano la ragione, a essere incapaci di squarciare il velo al di là del quale si nascondeva un mondo altro, una realtà che non era la realtà, accessibile solo ai folli, gli unici in grado di andare oltre il solido terreno della sanità mentale e trovare il nemico, un nemico oscuro, definitivo?”
E il finale che si ricollega all'inizio chiude il cerchio ma in certo qual modo lo spezza con una azione opposta a quella iniziale, quasi a suggerire che la catena di orrore potesse essere stata innescata in qualche modo oscuro da quella azione iniziale quasi casuale.
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E dopo quei giorni altri giorni
A metà tra La Strada di Cormac e uno dei deliranti testi di Moresco, la scrittura di Voragine è molto interessante: magnetica, ipnotica, più vicina alla poesia che alla prosa, una poesia che è quasi una cantilena con frasi brevi e ripetizioni che aumentano e potenziano il senso di solitudine, di delirio e alienazione. L’ambiente descritto è metafisico e la situazione è a metà tra realtà, allucinazione e delirio. Si suppone una situazione apocalittica con piaghe di gravità crescente e orrore di vivere crescente, con la follia che prende il sopravvento su ogni elemento di umanità. Non si riconosce il confine tra sogno, allucinazione e realtà: gente che sparisce come fatta d’ombre ma cadaveri reali e corpi smembrati, cani e automobili vuote e abbandonate. I cani (o forse i lupi), che come ombre invadono le città, sono meno feroci degli uomini che si squartano, mutilano e sbranano tra loro. Non è tanto la solitudine, la fame o il freddo e nemmeno la malattia la cosa peggiore. La cosa peggiore è la perdita di ogni barlume di razionalità, sentimento e di umanità.
Molto bella la voce e la figura del protagonista Giovanni che cammina per questo mondo imbastardito muovendosi come un veggente che però non vorrebbe vedere. Bellissime le (rare) incursioni dello scrittore nel testo che suggeriscono contemporaneamente la presenza di una coscienza più vasta di quella di Giovanni ma anche uno sdoppiamento della stessa coscienza di Giovanni e forse un principio di follia. Interessante è la traslazione di coscienza con Io che vede Giovanni come in un rovesciamento di ruoli o di identità dominante. La scrittura è bellissima, senza cedimenti. Anzi andando avanti si fa sempre più intensa. Le prime pagine mi erano sembrate un pochino monotone. Bisogna prendere il ritmo della scrittura, lasciarsi ipnotizzare e trascinare dal fiume di parole. Nel finale la scrittura rende il massimo. Molto bello il tocco di verde sul finale.
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Corpo, mente e (forse) anima
Via d’uscita è un romanzo che susciterà perplessità in molti lettori. Da una parte ci sono pagine bellissime, come ad esempio i primi due capitoli e la parte finale. Dall’altra c’è una trama con cadute di stile e uno sviluppo che andava studiato meglio.
Il tema potrebbe essere drammatico: a un uomo, Charlie, l’io narrante, è stata fatta una diagnosi di cirrosi con una prospettiva di vita di 6 mesi. Charlie è uno scrittore e vuole sfruttare il tempo che gli resta per scrivere qualcosa di attinente alla sua situazione. Vuole riflettere su “se stesso che medita sulla sua prossima morte”, decide perciò di scrivere del dualismo corpo-mente, forse triangolo a volerci inserire anche l’anima o la coscienza.
Dunque il romanzo procede nel descrivere gli ultimi mesi di vita di Charlie inframmezzato da pagine del romanzo nel romanzo che sono piuttosto intellettuali e ardue. Queste pagine a me sono sembrate spesso pretenziose e anche inconcludenti, un inutile sfoggio di conoscenze.
La stessa impressione può suscitarla la vita di Charlie a partire dal capitolo 3 in cui compare il suo agente, un personaggio grottesco che mal si inserisce nella storia, interessato solo ai soldi e incapace della più ovvia ipocrisia o di un superficiale dispiacere di fronte alla malattia di Charlie. Queste pagine sono quelle che più hanno colpito i critici del Library journal e del New York Times per la loro comicità. A me sono sembrate fuori luogo nel contesto del libro, soprattutto per l’impostazione del libro che manca di coerenza: mi aspetterei un testo o grottesco o serio, o drammatico o comico. Ma così mi pare un insieme male amalgamato delle due cose. Il testo è pieno di stranezze alla St Aubyn: Charlie dice di essere ridotto in povertà e si scopre che ha una villa miliardaria da vendere. Dice di essere moribondo e non ha un sintomo, non passa un’ora in ospedale, viene curato con Prozac, un antidepressivo. Il lettore dubita da subito e non a torto della salute mentale del suo medico. Così pure il grande amore con Angelique altro non è che una squallida storia di sesso a pagamento a prezzi così esorbitanti da riuscire a confondersi con una grande storia d’amore. Mentre leggevo il romanzo mi chiedevo dove ST Aubyn volesse andare a parare. Se il romanzo volesse essere commerciale, una via di mezzo o cosa. Leggendo però le ultime bellissime pagine credo di avere capito che la trama e i personaggi spiazzanti derivano da una difficoltà reale dell’autore con tutto quello che ha a che fare con le relazioni umane, quindi nel decifrare emozioni e sentimenti. Una difficoltà così enorme da fargli vedere l’amore dove non ce n’è traccia e da fargli evitare i rapporti dove potrebbe esserci qualcosa di vero come quello con l’ex moglie e con la figlia che sono dichiarate importanti per lui ma occupano un numero irrisorio di righe nel romanzo.
Questa difficoltà di relazione profonda viene riconosciuta da Charlie stesso non per un processo intellettuale ma per una improvvisa intuizione. Per effetto di quella intuizione Charlie riesce a intravedere la sua malformazione interiore dovuta al rapporto con i genitori e all’anaffettività della madre che gli impedisce quella che lui chiama intimità. Arrivati alle ultime 50 pagine, Charlie, parla in modo finalmente sincero della sua paura di covare in sé il germe delle cattiverie dei suoi genitori, parla del suo desiderio di essere una brava persona, nonché del suo sconcerto per dover fare uno sforzo di volontà per esserlo. Parla del suo desiderio di amare e di essere amato destinato a restare un miraggio per la sua incapacità totale dovuta a una vita passata a tirare su difese e barriere che gli impediscono la vera intimità. Parla, lui l’autore del best seller Alieni dal cuore umano, di come si senta circondato da esseri umani dal cuore alieno.
Molto bello il fatto che anche se le sue ruminanti pagine del libro nel libro intorno al dualismo mente corpo non fanno che girare in tondo al nulla, anche su questo problema arriva, tramite una intuizione e non un ragionamento, a uno spiraglio grazie alla contemplazione della bellezza. Là dove l’amore non può penetrare per le inattaccabili difese erte dalla mente in modo anche inconscio, penetra la bellezza di un paesaggio, verso la quale St Aubyn ha una grande sensibilità, che gli regala un attimo di quella preziosa intimità che va cercando dove manca (squallide relazioni). La Bellezza apre la sua riflessione al mistero in cui siamo immersi. Mistero che si manifesta nell’avere una coscienza oltre che una mente pensante. Il mistero lo intravede non solo come limite e impotenza dell’umano intelletto a spiegare se stesso, ma come uno spazio di libertà e questa idea dà finalmente conforto al (forse) moribondo Charlie. Capisce anche che intuire è qualcosa meno che capire, nel senso che per un attimo si sfiora qualcosa al di sopra delle nostre possibilità di comprensione e capisce che per trattenere il lampo di libertà che si nasconde nel cuore delle cose dovrà lottare contro la futilità quotidiana.
Tutto sommato St Aubyn è uno scrittore che mi fa simpatia. Anche se ha una vena futile, narcisistica e pesante, un gusto per la frase a effetto che si spinge fino a rendere certi personaggi piatti e caricaturali, persegue anche una sua ricerca interiore per cui la sua scrittura ha momenti di grande sincerità.
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Il mistero del cantiere
Era da tanto tempo che non trovavo un romanzo che mi entusiasmasse tanto. Il cantiere è bellissimo come storia e come scrittura. E’ un romanzo Kafkiano. Onetti è meno cupo del vero Kafka, meno contorto ma altrettanto nebuloso, forse più malinconico e decadente. La storia è difficile da seguire sul piano della realtà, risulta strana, surreale (pur mantenendo una sua logica), e proprio per questo fa entrare in una dimensione simile a quella del sogno dove cose, dialoghi e personaggi hanno contorni imprecisi, fluttuanti, interessanti, magnetici, allusivi di altro. Ogni cosa potrebbe anche avere un significato allegorico: il cantiere, l’affannarsi dei personaggi per tenere in piedi una finzione quale quella di fare un lavoro sensato, di avere un ruolo sociale o relazioni “normali”. Il non senso affiora in ogni pagina dalle rovine del cantiere. I personaggi sono bellissimi: il protagonista Larsen, in cerca di un improbabile riscatto sociale, Petrus, il padrone del cantiere, i due dipendenti, le donne. I personaggi sono tutti strani, hanno tra loro relazioni nebulose e non totalmente afferrabili. Sono poliedrici e contraddittori. Per esempio Larsen: vecchio, decrepito con la pancia ma anche pieno di energia, con pretese per lo meno formali da seduttore. La donna di Galvez, uno dei dipendenti, gravida, sensuale nella sua trascuratezza (porta vestiti e scarpe da uomo). La figlia di Petrus: pazza, idiota, fuori dal mondo ma forse no. Kunz, direttore tecnico del cantiere, il personaggio più docile, che a un certo punto risulta essere il narratore. Galvez, il traditore di Petrus, ma forse traditore più della comune farsa che di Petrus. Petrus, il giocatore, il simulatore, quello per cui ciò che conta è il gioco con le sue improvvisazioni. La realtà diventa un’ombra nella vita dei personaggi, una minaccia.
Insomma un romanzo davvero interessante e unico per lo stile narrativo, per l’uso della lingua, delle immagini e della scrittura.
"La donna aveva capelli unti pettinati sugli occhi e la smorfia ripetuta del no era ormai una seconda faccia, una maschera mobile e permanente di cui si spogliava soltanto, forse, nel sonno. E tutto quello che l'esperienza di Larsen poteva portare alla luce e ricostruire, con l'aiuto di vecchie intuizioni che avevano dimostrato di essere giuste, non bastava a convincerlo che sotto i goffi segni di tenerezza, rifiuto, modestia e patetico narcisismo, che trapelavano come un bagliore dai tremori della pelle, ci fosse effettivamente la vera faccia della donna, quella che le avevano dato, non fatto e aiutato a fare."
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"Sinceramente ti auguro buona fortuna nella vita"
La vita delle ragazze e delle donne è l’unico romanzo di Alice Munro, autrice soprattutto di racconti. E’ scritto come una biografia, ma ogni capitolo ha un titolo suo e, anche se legato agli altri dal filo dei ricordi di Del, potrebbe avere vita propria come racconto autonomo.
Il libro accompagna Del -Alice dai nove anni fino alla fine del liceo. Si intravede per lei un futuro radioso e votato alla carriera letteraria.
Attraverso i suoi ricordi Del ci presenta nei primi capitoli tutta una galleria di personaggi: lo zio Benny, la nonna, la madre, le due zie, la pensionante, l’ amata insegnante. I personaggi migliori, più intelligenti e fuori le righe sono donne a parte lo zio Benny che ha comunque un animo femminile. Gli uomini hanno spesso un lato poco piacevole più o meno nascosto, e quasi tutti hanno un qualcosa di pesante nei modi se non di osceno o di perverso. Questo lato oscuro è spesso legato in qualche modo diretto o indiretto al sesso. Anche se Del per molte pagine racconta le sue prime esperienze sessuali (più sessuali che sentimentali), tutto sommato l’impressione è che il suo giudizio sul sesso non sia molto diverso da quello negativo di sua madre. Il sesso è una specie di trappola per la donna, anche per quella emancipata e intelligente. Anche Del ci viene presentata caduta nella trappola e sul punto di esserne inghiottita.
I vari personaggi sono spesso eccentrici, fuori le righe, particolari e il fatto che vengano descritti con simpatia o con affetto o perlomeno con divertito e impertinente compiacimento rende la lettura piacevole anche per chi non è un appassionato di memoir.
All’inizio i primi capitoli sono legati dal comune “mi ricordo che”.. ma sono molto vicini al racconto, cioè sono un po’ slegati e saltellanti.
Poi però la narrazione diventa fluida e corposa, da romanzo, inoltrandosi nella vita di Del a partire dalla sua esplorazione del mondo.
Il romanzo vuole appunto parlare della vita delle ragazze e delle donne. Ne racconta tutti gli aspetti: amicizie, relazioni, amori e soprattutto scoperta del sesso, in modo apparentemente leggero. Ma certamente coglie in queste vite e cerca di evidenziarlo, il senso assurdo della direzione sbagliata, che allontana le donne dalla propria realizzazione spingendole lungo strade tracciate da altri.
“Che cos’era una vita normale? Era la vita delle ragazze al caseificio, i rinfreschi per nozze e battesimi, la biancheria per la casa, le batterie di pentole, i servizi di posate, tutto il complicato regolamento della femminilità e, all’estremo opposto, era la vita della sala da ballo Gay-la, era viaggiare di notte ubriachi per le strade nere, ascoltare le spiritosaggini degli uomini, rassegnarsi a loro, e al tempo stesso riuscire ad acciuffarne uno, esatto, acciuffarli, perché un lato di quella esistenza non poteva sussistere senza l’altro e accettandoli e abituandosi a entrambi, una ragazza si incamminava sulla via del matrimonio”.
Anche le donne più intelligenti sono spinte a coltivare il proprio aspetto allo scopo di rendersi desiderabili, secondo un copione piuttosto insensato (L’amore non è cosa per le non depilate) che allontana la donna dal corretto uso delle sue doti intellettuali. Certo Alice-Del non dispera.
“E’ in arrivo un cambiamento, secondo me, nella vita delle ragazze e delle donne. Sì. Ma spetta a noi favorirlo. Finora le donne sono state solo quello che erano in rapporto a un uomo. Punto e basta. Una vita non più autonoma di quella di un animale domestico. Quando il tempo la passione gli avrà spento, poco più del suo cane ti avrà accanto, del suo cavallo non ti avrà cara altrettanto. L’ha scritto Tennyson ed è vero.”
In nessuna relazione Del sembra fare sul serio. Alla fine del romanzo, la madre di Del assume un aspetto molto diverso dalle prime pagine, sembra quasi un’eroina o comunque sembra avere una visione saggia e profetica della vita. All’inizio nelle prime pagine sembrava quasi ridicola per certi aspetti (il connubio di intelligenza e candore); ma poi viene rivalutata. Le sue idee strampalate del mondo hanno una notevole dose di saggezza. Le manie religiose di Del invece sono ben lontane da quelle della nonna, ma vanno sempre nella direzione della ricerca di inclusione e di un pubblico più che di risposte esistenziali. Del ha sempre un forte desiderio di successo, di essere al centro della scena, di emergere che ce la fa immaginare nel fiume a lottare con qualcuno (uomo probabilmente) che le tiene la testa sotto l’acqua. Ma a differenza di sua madre ha muscoli d’acciaio.
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L'Ingiustizia sociale
Come scrive Fofi nella sua prefazione, Vallejo sa di cosa parla, cioè racconta fatti e abusi che conosce in prima persona. Il libro spiega l'Ingiustizia sociale che colpisce alcune popolazioni indio del Perù, reclutate a forza dalla compagnia mineraria per la locale miniera di tungsteno. Gli indio sono prima espropriati di terre e campi, poi resi schiavi e costretti a un lavoro senza tregua e fino alla morte, un lavoro per di più contrario alla loro natura, per la quale amano la vita libera e all'aperto. L'ingiustizia è amplificata dalla mitezza e dall'innocenza anomala e assoluta di questa popolazione. Gli indio donano le loro cose per niente: case, terre, campi, raccolto. Complici dello stato di cose sono praticamente tutti gli uomini di cultura, dal giudice al medico al sindaco al prete oltre ai dipendenti della compagnia mineraria. Mi è piaciuto molto il finale in cui si ritrovano insieme tre persone, ognuna delle quali cova risentimento verso i "padroni": Benites lo studente che è stato licenziato dalla compagnia (ma finchè ci lavorava la sua coscienza poteva turarsi il naso e andare avanti), il sorvegliante innamorato di una donna uccisa dai padroni, e l'indio sveglio, il fabbro che capisce, legge e conosce Lenin in cui spera.
Quello che colpisce nel romanzo è la sensazione di sincerità. Sembrerebbe un mondo senza speranza dato che la naturale bontà degli indios toglie ogni freno inibitore alla crudeltà e avidità degli altri.Il finale è molto bello. In un certo senso, la presenza del fabbro, un indio intelligente, è un segno di speranza ma anche di fine di un mondo e di un certo modo di vivere. Il fatto che una popolazione così docile e pacifica debba evolversi e diventare intelligente per reagire alle angherie, è di per sè ingiusto.
E' come se il male della civiltà avesse in ogni caso contaminato un mondo che era privo di malizia condannandolo a sparire.
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How came I in? Was I not Thee and thee?
Purgatorio è un romanzo dalla doppia natura di narrazione d’invenzione e di documento denuncia così come l’autore entra nel romanzo come personaggio ma restandone ai margini (da spettatore-giornalista), con l’idea di mettere un punto fermo e di sondare i confini della realtà laddove la realtà ha perso i propri. Il romanzo parla di una giovane coppia, lei figlia di una mente del regime argentino e lui rapito dalla polizia e poi introvabile come successe a tanti altri in Argentina in quegli anni. Emilia, la donna, vive il doppio dramma di non sapere nulla con certezza del marito (nemmeno se è vivo o morto) e di essere figlia di uno dei responsabili, anzi delle menti, di quel regime. Il rapporto con il padre non arriva però mai a uno scontro. Emilia è piegata e domata dal padre fino a non rendersi conto pienamente della situazione che vive. La figura del dottor Depuy (il padre) è molto interessante: importantissimo collaboratore del regime, anzi uno dei cervelli, manipolatore, scaltro, dominatore, egocentrico, voltagabbana. Paradossale il motto da lui creato: Dio, Patria, Famiglia. Depuy infatti ha messo se stesso al posto di Dio e se ne infischia di Patria e Famiglia, fino a rovinare un genero e a causare (forse) o a coprire la sparizione dell'altro. Nemmeno si fa scrupolo di usare la figlia Emilia, distrutta dalla sparizione del marito, come accompagnatrice in vari eventi per un calcolo d'immagine. Depuy non ha la minima empatia con nessuno. Nemmeno ha una ideologia sbagliata, cioè un credo politico forte, dato che la sua ideologia è soprattutto affermare se stesso. Il romanzo rende l’idea di come sia facile manipolare gli altri, renderli parte di un regime maligno. Le guardie nei posti di blocco usano lo stesso linguaggio dei loro capi e hanno diritto di vita e di morte su chiunque, e ne usano e abusano non solo per mero senso del dovere.
Purgatorio vuole essere un atto di denuncia di un regime cannibale e spietato non solo nel perseguire i suoi oppositori ma soprattutto nel negare ai loro famigliari il diritto di sapere, arrogandosi il potere di decidere non solo sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male ma pure quello di ridisegnare il confine tra realtà e sogno. La situazione di Emilia è così difficile che sembra spinta a forza dentro il sogno, si lascia guidare da lettere anonime, telefonate di parenti (magari pilotate dal padre) per decidere cosa fare della sua vita, cerca il marito scomparso dentro carte geografiche da cui anche lì scompaiono luoghi e riferimenti, cerca segni, vive di questi segni illusori e risulta incapace di affrontare la realtà. A me sarebbe piaciuto che l'autore fosse entrato ancora di più nel sogno di Emilia o che il romanzo avesse preso una piega surreale. Però trattando un argomento così caldo e concreto per gli argentini capisco l'esigenza di dire prima di tutto: questo è successo davvero. Infatti, lo scrittore entra come personaggio che ancora la vicenda alla realtà, ricopre quasi il ruolo di medico-psicologo-giornalista e decide cosa è vero davvero.
Il testo è molto bello. Bellissimo anche il titolo Purgatorio (da Dante). Pure il titolo di ogni capitolo è una citazione del Purgatorio. Va sottolineato il fatto che la scelta del titolo sia sia stata Purgatorio e non Inferno. La separazione dalle persone amate scomparse è terribile, e dolorosissima ma nel Purgatorio provvisoria. Il Purgatorio è il tempo dell'attesa, della nostalgia che strappa il cuore, ma è un tempo con un inizio e una fine.
Il romanzo è pieno di elementi simbolici (l'orologio, le carte, lo specchio, la tomba nella piazza).
Nel romanzo sembra che ci siano alcuni richiami o citazioni di mistici: es la frase nel titolo o Emilia che nello specchio vede non più se stessa ma il marito scomparso. Come in Giovanni della Croce la nostalgia opera la trasformazione dell’amata nell’a/Amato che è nel cuore e quindi non è perso, ma sempre presente.
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Vita da bestie
Il racconto è ben scritto ma può risultare urticante per la presenza di una umanità che non ha più niente di umano, che è bestiale più che animale per l'abbandono agli istinti peggiori senza un barlume di compassione o di solidarietà o di qualsiasi ombra di pensiero razionale. Le scimmie sono i poliziotti, anche loro in gabbia. La situazione carceraria è stata descritta dall'autore per sua esperienza personale che collima perfettamente con le descrizioni fatte da altri autori, per es. Cormac. Anche se il testo è interessante come documento, bello come scrittura la descrizione dell'abbrutimento e dell'inferno carcerario e umano senza spiragli è sconfortante e su di me ha un effetto respingente.
Nei romanzi non mi piace trovare la totale disumanizzazione se non come denuncia, e mi dà molto fastidio riscontrare il minimo compiacimento nell'abbrutimento altrui, perciò la mia lettura e anche il mio giudizio potrebbero essere poco obiettivi.
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Sotto il vestito niente
Se sperate che il gatto sia venuto dal cielo, potete anche scordarvelo. Il libro non ha niente di magico e la vita dello scrittore è così vuota e noiosa che anche un normalissimo gatto sembra movimentarla. La preghiera sulla tomba del gatto poi.... Comunque, l'io narrante e sua moglie abitano in case molto belle e chi ama le descrizioni di giardini, ambienti e naturalmente di gatti potrà trovare qualcosa in questo testo che a me sembra del tutto insulso.
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Le strane vie dell'amore
Graham Green presenta uno strano romanzo. Un killer mafioso-appena diciassettenne, Pinkie, spietato e probabilmente psicopatico deve sposare una ragazzina sedicenne, Rose, per impedirle di rendere una testimonianza (che nessuno le richiede ma che incastrerebbe Pinke). La storia e le ragioni del matrimonio non stanno in piedi. Pinkie avrebbe potuto uccidere anche Rose da subito, come sembra fare con tutti. Qualcosa nell’idea di quel matrimonio, al di là delle apparenze, una parvenza di calore umano deve attirarlo in qualche recondita maniera.
Pinkie e Rose sono i due estremi: lei rappresenta la fiducia senza limiti e l’amore senza condizioni, forse uno strumento della misericordia di Dio, Pinkie invece non riesce a fidarsi di Rose e sente un rifiuto assoluto per l’amore, il contatto fisico e la vicinanza morale con poche rarissime aperture, anche se prova in qualche modo anche lui il bisogno di essere amato. La sua esigenza è soprattutto quella di essere amato senza condizioni e di mettere alla prova la capacità e il limite dell’amore di Rose. Pretende che non abbia limite.
Pinkie dovrebbe essere un personaggio repellente, invece fa tenerezza, come Rose. Risulta più antipatica la perspicace prostituta Ida che si mette in mente di punire il colpevole e di salvare Rose.
Il romanzo discreto raggiunge punte altissime nelle ultime pagine, che da sole valgono tutto il romanzo.
La storia è il terreno virtuale di un braccio di ferro tra giustizia e misericordia che ha una profondità di sguardo insospettabile data l’apparente leggerezza della trama.
Le parole del prete che accompagnano Rose nel finale del romanzo sono eccezionali e così pure il finale. Al lettore decidere se la fede di Rose (in Pinkie) reggerà anche l’ultimo colpo.
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La parete di luce
L’adorazione e la lotta è un romanzo sulla letteratura, un sasso scagliato contro lo stagno della letteratura morente per farne riemergere l’immagine depositata sul fondo di Letteratura come Arte. E’ un romanzo scritto contro le logiche del mercato editoriale che hanno voluto fare del romanzo un prodotto, che deve rientrare in un genere e che deve essere scritto secondo certi dettami del gusto per poter essere appetibile. Ma l’arte non è classificabile secondo logiche di mercato, deve anzi uscire dalle logiche per essere qualcosa di diverso dall’artigianato o dal prodotto di serie. Moresco si ribella a scrittori come Baricco che definiscono se stessi artigiani o a scrittori come Simenon che sfornano prodotti vendibili, rinunciando al vero ruolo della letteratura. La concezione che Moresco ha della letteratura è di sfondamento e ne dà una immagine bellissima presa da Jack London Zanna Bianca. Il lupacchiotto che dalla caverna teme l’apertura che lo separa dal mondo fuori della caverna. La caverna richiama anche l’immagine della caverna di Platone. La letteratura dovrebbe quindi avere secondo Moresco un ruolo di sfondamento e forse di conoscenza che è lo stesso ruolo che un filosofo come Schopenhauer rivendicava per l’arte. Non per niente Moresco parla di verità dell’arte e con questo non intende il realismo ma qualcosa di completamente diverso. “E infatti come la realtà non è realistica, la verità non è veritiera”. Moresco rivendita per l’Arte un ruolo di avvicinamento alla Verità grazie alla sua capacità di dire qualcosa di più vero del verosimile o dell’autobiografico, di più autentico e profondo che sfondi le apparenze e le evidenze di questa vita materiale. In un certo senso Moresco fatica a dare un nome a questa verità più vera non essendo credente e non essendoci quindi per lui una Verità assoluta come per il credente. Eppure la evoca citando Teresa D’Avila e il suo cammino mistico che secondo Moresco ha qualcosa di erotico e in effetti, per il credente la Verità è l’Amore. L’Arte dovrebbe avere comunque la funzione di sfondare le apparenze e il velo (di cui parlano i mistici) e di gettare uno sguardo oltre, indipendentemente dalle convinzioni dello scrittore. Anche scrittori grandi ma sgradevoli per le loro idee hanno questa funzione. Moresco ne cita alcuni esempi, il più eclatante è Celine. Un grande scrittore come Celine, artista e non artigiano, dice quell’altra parte di verità, per molti indicibile, eppure vera, per cui il suo ruolo è sempre quello di sfondare la parete di luce e di gettarsi oltre. La rivendicazione di un ruolo per la letteratura come Arte, il grido di guerra contro le logiche asfittiche del mercato e la corruzione del palato del lettore sono la cosa più bella del libro.
Moresco prende in considerazione molti scrittori e ce li presenta o meglio ci mostra se stesso mentre è alle prese con questi scrittori, mentre mangia la pasta senza sale, piscia nella bottiglia tagliata e legge, legge, legge. Gli autori non ce li presenta in modo canonico e ortodosso. Ma è come se con ognuno di questi scrittori ci fosse una discussione in atto, un discorso iniziato a cui il lettore si trova ad assistere come origliando alle conversazioni altrui. Anche le citazioni di tali autori sono molto moreschiane e non è che facciano capire molto dello stile dell’autore. Spesso sono citazioni buffe di tipo copro-ano- genitale che sono quelle che meno danno l’idea del modo di scrivere dell’autore ma che più rendono il tipo di rapporto che Moresco ha con l’autore. Buffe anche le sue considerazioni suggerite dalle fotografie degli autori. La faccia di Celine, povero Celine. Bello lo slancio affettivo con cui ci presenta alcuni autori come Tolstoj, Dostojevskij, Bulgakov, Cervantes. Altre sue opinioni per esempio su Mann o su Pirandello potrebbero anche sembrare discutibili. Povero Calvino. Ma quello che resta al lettore è il marchio di questo suo desiderio di autenticità, di verità; questo appello al mercato perché non sia solo bieco mercato, morte dell’arte, perché gli editori si spingano oltre all’allevamento di persone lobotomizzate e incapaci di sentire e di pensare.
“Invece la letteratura è un varco che oggi è un po’ meno sorvegliato degli altri proprio perché si pensa che non conti più nulla e che sia stato completamente normalizzato, una crepa attraverso la quale-soprattutto nei momenti in cui tutto appare chiuso, bloccato, e in cui grava una cappa tremenda su ogni cosa e sembra impossibile l’invenzione della vita-può passare qualcosa capace di toccare zone più segrete e irradianti nascoste in qualche punto profondo della nostra vita e del mondo”.
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Apocalisse dopo ri-creazione e forse rinascita
Caotico romanzo post apocalittico a metà tra Orwell, Philip Dick e Saramago. Gli ultimi uomini insegnano a una nuova razza i rudimenti della scrittura e pongono le basi (forse) per una evoluzione di questa razza altrettanto maligna rispetto alla precedente razza umana. Questo è il terzo libro di una saga inquietante in quanto le cose narrate per quanto assurde non sono così lontane dalle nostre possibilità scientifiche dato che esperimenti di incroci tra razze e trasferimenti di segmenti di Dna con realizzazioni di chimere e mostruosità varie, saranno presto realtà. In questo mondo di Margaret uno scienziato ha preso il posto di Dio e ha deciso di ridisegnare le razze e di eliminare la razza umana, giudicandola di una malignità senza scampo. In questo scenario apocalittico restano alcuni sopravvissuti.
Nel libro la cosa più bella è la descrizione delle nuove razze: pecore Mohair dai capelli umani, proporci intelligenti con corteccia cerebrale umana, e via di seguito fino ai Craker, creature senza malizia come erano forse gli uomini pre-mela di Adamo. Non mancano i nuovi gladiatori, i Painballer, che rispetto ai loro avi hanno un tratto di ferocia e di pazzia e di crudeltà portato all'ennesima potenza fino a farne una genia senza speranza di redenzione, totalmente disumanizzata . Al loro confronto i feroci proporci hanno ereditato nel loro DNA semi umano una ragionevolezza e una affidabilità sorprendenti.
Come in Saramago i riferimenti e il rovesciamento di figure e episodi biblici sono innumerevoli. Però non c’è la lucidità di Saramago che sarebbe capace di convincere Gesù Cristo di essere un serial killer. Qui come in Dick c’è un citazionismo più caotico e un rovesciamento dei punti di vista meno lucido e inappuntabile, ma comunque affascinante. I Craker sono molto teneri. Forse il nuovo mondo non sarà così male.
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Calpestami
Il libro tratta di un argomento difficile, uno dei più inspiegabili misteri della religione cristiana: il silenzio di Dio di fronte alla sofferenza dell'innocente. E' un libro che parla anche di debolezza e di tradimento. L'immagine di Giuda ricorre per tutto il testo. La storia è vera: la chiesa in Giappone fu duramente perseguitata e gli ultimi due preti missionari in Giappone furono quelli di cui si parla nel libro. Poi la chiesa sopravvisse per due secoli senza preti, grazie all'organizzazione di contadini e pescatori poverissimi e ignoranti, che si ritrovavano la notte per pregare e che nominavano tra loro un responsabile che impartiva il battesimo, l'unico sacramento che non richiede un prete. Forse i due secoli di sopravvivenza della chiesa in quelle condizioni disperate sono la risposta storica di Dio. Il romanzo è commovente ma terribile per le torture descritte non solo fisiche ma soprattutto psicologiche. Dopo la lettura del libro ho visto il film, molto bello anche quello e fedelissimo al libro fino al finale dove invece si riscontrano importanti divergenze. Io preferisco il finale del libro. Mi piace molto l'idea che Gesù parli al cuore della persona umile ( ad esempio a padre Rodrigues dopo l'abiura) indipendentemente da quello che tutti pensano di lei, anzi che le parli più volentieri proprio quando tutti la disprezzano. Mi piace moltissimo anche la spiegazione delle parole di Gesù al Giuda storico (quello che devi fare fallo presto), non tanto del loro significato letterale, quanto del tono e del senso implicito materno e amorevole.
La descrizione della gente giapponese, pastori e contadini, è bellissima sia nel libro che nel film. Bellissima anche la descrizione dei pensieri del missionario e del suo cammino interiore che secondo me non è di distacco dalla fede, anzi. Il personaggio che mi è piaciuto di più è quello del Giuda giapponese, Kichijiro, in cui è impossibile non immedesimarsi. Un Giuda molto più tenero e umano dell'altro Giuda, che rimane almeno per me ancora abbastanza incomprensibile nei suoi percorsi mentali.
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Possbilità e limite
In questo libro fatto di racconti interconnessi scritti sorvolando le vite di vicini, parenti, amici, conoscenti c'è una panoramica dell'esistenza fatta di gioie, dolori e soprattutto di tenerezza. E' lo sguardo partecipe e compassionevole che rende la lettura accattivante. Il romanzo non va mai a fondo nelle vite dei personaggi, ma le scorre e vorrebbe cogliere l'insieme soprattutto nei suoi aspetti più poetici. La scrittura come quella di Haruf è fatta soprattutto di dialoghi con la parte descrittiva ma anche narrativa ridotta all'osso. A volte sorvolare troppe vite a questo modo senza addentrarsi in nessuna implica un restare alla superficie di ogni esistenza per cui dire tutto va bene, tutto è possibile è una soluzione di comodo buonismo.
Devo dire che anche se la scrittura della Strout come quella di Haruf è di altissimo livello, leggere tutti questi dialoghi risulta stancante. A volte ho percepito un fastidioso retrogusto di pettegolezzo paesano. Certo è difficile mantenere alto il livello delle innumerevoli conversazioni per tutto il romanzo senza mai cadere o nel banale o nel letterario. Per dire la verità, non ho gradito ad esempio la presenza di Lucy Barton, alter ego dell'autrice tra i personaggi e il fatto che sia mitizzata nel paese, anche se non in famiglia. L'ho trovata di cattivo gusto. E nemmeno mi è piaciuta la albergatrice che sputava nella marmellata dei clienti e certe conversazioni tipo quella della casa-pene.
Comunque il romanzo è di facile lettura, piacevole e decisamente consigliato.
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Il veleno dell'oleandro
Piacevoli questi racconti in cui l'amore è presentato come il fiore dell'oleandro: fascino, bellezza, e soprattutto veleno sottilmente nascosto da un'apparenza gradevole e dolce.
Però preferisco una Matilde più "verista" e più immersa nel sociale. Suor Giovanna della Croce ha tutto un altro calore umano.
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Peggio di Giobbe
Il racconto è molto bello e quasi distopico, ma solo per alcuni aspetti. Un fantomatico governo decreta la chiusura di tutti i monasteri di clausura e la confisca dei beni delle suore, che vengono trattate come potrebbe accadere in uno stato comunista: viene loro strappato il velo e vengono messe dall'oggi al domani nella strada, quelle senza parenti ospitate nelle galere di stato. Il romanzo poi parla della miseria e della sventura che colpisce chi meno se lo merita e che impedisce al poveraccio di rialzarsi. E' un libro che ricalca in qualche modo il testo biblico di Giobbe, solo che la dose di pazienza necessaria a tirare avanti è così grande da far dubitare dell'esistenza di Dio. Bellissimo il finale, rende come meglio non si potrebbe il senso di nostalgia di Dio, di vergogna per la propria condizione e di ingiustizia sociale e morale senza scampo.
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