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galloway Opinione inserita da galloway    29 Mag, 2008
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Una vita semplice

Oppressi da pulsanti, funzioni e menù di dvd sempre più complicati e da software immancabilmente accompagnati da interminabili volumi di istruzioni; alle prese con reti, grappoli e intrecci di problemi complessi, ci giunge come un gradito e inaspettato regalo questo piccolo e denso trattato sulla semplicità. Semplicità nel design, nelle tecnologie, negli affari e nella vita: con dieci leggi semplici e pertinenti impariamo a smontare e rimontare la legge che le racchiude tutte ed esprime l’istruzione operativa fondamentale: «Semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo». Una verità facile quanto indispensabile, se è vero che la semplicità preserva la salute mentale. Attenzione, però: semplicità non significa appiattimento. Ci vuole una certa abilità a semplificare senza perdere niente di essenziale. Anche per definire le dieci leggi della semplicità ci voleva un esperto, capace di concentrare tutto in poche pagine, da leggere tranquillamente anche durante la pausa pranzo o un breve volo aereo: l’autore non poteva certo smentire la sua terza legge, quella del Tempo.



Per scoprire l’acqua calda servono due cose: l’acqua e una fonte di calore. Soltanto così qualcuno potrà dire o pensare «ho scoperto l’acqua calda». Questo qualcuno è il terzo componente della scoperta: il vero o presunto scopritore. Ma la storia non finisce qui. Perché lo scopritore vuole ben presto comunicare la scoperta a qualcun altro che gli dica più o meno: «ma che bravo!». E questo qualcun altro è il quarto componente della scoperta.







Ebbene, leggendo Le leggi della semplicità di John Maeda avvertiamo la sensazione di essere il quarto elemento della scoperta dell’acqua calda. Dovete sapere che Maeda non è un Pinco Pallino qualsiasi. È graphic designer, artista visivo e teorico dell’informatica, insegna Media arts sciences al Massachusetts Institute of Technology, informa la quarta di copertina. Quarantenne, ha una faccia da ragazzino nippo-americano, una moglie e quattro figlie. Insomma, un uomo di successo nella vita, oltre che nel lavoro. E le sue opere sono esposte al San Francisco Museum of Modern Art e al MoMa di New York. Tanto per gradire.







Ora, perché uno così si mette a scrivere un libro sulla scoperta dell’acqua calda? La risposta, diciamolo subito, non è su Internet. La risposta è dentro di noi, fruitori di acqua calda. «Di rado fornisco risposte ma, come voi, pongo molte domande», sospira l’autore nell’introduzione dal titolo «Semplicità=Serenità». E subito la sua prosa dottamente divulgativa ci cattura più di un giallo di Agatha Christie. Soltanto, al posto di Dieci piccoli indiani ci sono dieci leggi. Eccole:







Legge 1 – Riduci



Il modo più semplice per conseguire la semplicità è attraverso un riduzione ragionata. Bisogna perciò eliminare tutto ciò che è superfluo e lasciare soltanto ciò che è necessario. Esempio: ad un telecomando della TV si possono togliere molti pulsanti, ma non le batterie o il tasto di accensione.







Legge 2 – Organizza



L’organizzazione fa sì che un sistema composto da molti elementi appaia costituito da pochi. E’ necessario disporre tuti gli elementi con una certa logica. Esempio: se la casa è in ordine sarà più facile trovare ciò che si cerca e ciò significherà anche economizzare ore preziose ed energie.







Legge 3 – Tempo



I risparmi di tempo somigliano alla semplicità. Risparmiare il tempo fa sentire e capire la semplicità della vita: basta considerare quando si perde tempo in coda nel traffico o in un ufficio e quando si attende di scaricare completamente un file sul computer.







Legge 4 - Impara



La conoscenza rende tutto più semplice. Esempio: se si sa da che parte bisogna girare una vite diventa molto più facile montare un mobile.







Legge 5 - Differenze



La semplicità e la complessità sono necessarie l’una all’altra. Esempio: nella vita non si possono mangiare solo gelati.







Legge 6 - Contesto



Ciò che sta alla periferia della semplicità non è assolutamente periferico. Esempio: non si deve agire come un raggio di laser puntando dritti all’obiettivo, ma anche come una lampada, illuminando non un punto ma tutto l’ambiente.







Legge 7 - Emozione



Meglio emozioni in più piuttosto che in meno. La semplicità non vive di sola logica ma anche di attenzioni e sensazioni meravigliose.







Legge 8 – Fiducia.



Bisogna credere nella semplicità e affidarsi ad essa senza timore di sbagliare. Noi crediamo nella semplicità.







Legge 9 – Fallimento.



Purtroppo però, nonostante i tentativi possibili, non tutto si può semplificare e di questo bisogna farsene una ragione accettando, quando capita, il fallimento.



Ci sono cose che non è possibile semplificare.







Legge 10 - L’unica.



E’ la decima legge che include le nove appena viste. Semplicità significa, allora, sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo.

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galloway Opinione inserita da galloway    29 Mag, 2008
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Recensire libri senza leggerli

Questo libro dovrebbero leggerlo tutti, almeno questo! Anzi i libri sono due. Dovrebbero leggerli chi si occupa di libri: in rete, sui giornali, in TV, alla radio, nelle parrocchie, nei cinema, nei circoli, nelle scuole, nelle università, insomma ovunque si possa incontrare chi con i libri ci lavora, ci vive, li pensa, li scrive, li legge, li stampa, li pubblica, li colleziona, insomma li conosce, o almeno così crede. La domanda, anzi le domande sono due: ma è vero che i libri, ormai, non si leggono più perché è inutile e perché comunque è una perdita di tempo? Se la risposta è, in entrambi i casi, sì, allora siamo a posto. Io, questo dubbio ce l’avevo da diverso tempo, cioè da quando navigo, leggo e scrivo, avendo più tempo a disposizione perché non leggo più altri libri, cioè quelli che dovevo leggere per forza quando lavoravo a scuola. Già allora, durante i miei anni di insegnamento, avevo avuto questo dubbio. Mi domandavo spesso: ma qui dentro, dentro le mura della scuola, i libri si leggono davvero o è tutta una turlupinatura? La mia era una intuizione corretta. Ora lo so. C’è chi sostiene che nessuno legge, perché ormai è inutile. Ma tutti voglio parlare di libri. Io credo invece che, sui libri, tutti ci vogliano soltanto “campare”. Un verbo, “campare”, che si usa a Napoli e che è ben diverso da “vivere”. Leggetevi questo articolo e fatemi sapere. Poi compratevi anche i due libri che trovate al link. Io non li ho letti, ma credo a quello che scrive l’autore dell’articolo. Tanto per cambiare!



«Una concezione eccessivamente ristretta della letteratura, che la esula dal mondo nel quale viviamo, si è imposta nell'insegnamento, nella critica e anche a numerosi scrittori. Il lettore, lui, cerca nelle opere qualcosa che possa dare un senso alla sua esistenza. Ed è lui ad avere ragione». In questo passaggio si può riassumere la tesi del semiologo franco-bulgaro Tzvetan Todorov che in un agile pamphlet, "La littérature en péril" (Flammarion, 12 euro), ragiona sulla necessità di uscire da quella che definisce la triade formalismonichilismo-solipsismo. Il formalismo, scrive Todorov, ha portato a trascurare il contenuto di un'opera privilegiando l'analisi della sua forma e della sua struttura. L'analessi, la prolessi, la metonimia, la poetica, la retorica e così via sono certo «oggetti di conoscenza» ma rimangono delle «costruzioni astratte, dei concetti costruiti dall'analisi letteraria per affrontare un'opera». Da soli, questi concetti non permettono di capire il senso delle opere, «il mondo che evocano». All'esame di maturità si chiede così agli allievi quale sia «la funzione di un elemento del libro in rapporto alla sua struttura d'insieme. (...) Il ruolo di tal personaggio, di tal episodio, di tal dettaglio nella ricerca del Graal» ma niente «sul significato stesso di quella ricerca». Si vorrà sapere se «Il Processo appartiene al registro comico o a quello dell'assurdo» come se il contributo di Kafka nella storia del pensiero europeo non fosse che un inutile dettaglio. Arte e negazione



Per Todorov «la via intrapresa oggi dall'insegnamento letterario», privilegiando il formalismo, «potrà difficilmente portare a un amore della letteratura» il cui oggetto è «la condizione umana». Chi legge e capisce la letteratura, continua Todorov, «diventerà non uno specialista dell'analisi letteraria ma un conoscitore dell'essere umano. (...) Quale migliore preparazione a tutte le professioni fondate sui rapporti umani ?». Una letteratura che, per Todorov, dovrebbe permettere «di meglio capire l'uomo e il mondo, per scoprirvi una bellezza che arricchisca l'esistenza; così facendo [l'uomo] capisce meglio se stesso». Una bellezza esclusa dal secondo elemento della triade evocata da Todorov, il nichilismo, che nega la consistenza di qualsiasi valore, l'esistenza di qualsiasi realtà e che dominerebbe «la letteratura e la critica giornalistica in Francia, in questo inizio di XXI secolo». «Una visione del mondo - scrive Todorov - secondo la quale gli uomini sono stupidi e cattivi, le distruzioni e le violenze dicono la verità della condizione umana e la vita è l'avvenimento di un disastro». La letteratura, e l'arte più in generale, diventa allora la rappresentazione della negazione. Per non essere considerata «insopportabilmente sciocca» un'opera deve lasciar perdere i «buoni sentimenti» e «rivelare l'orrore definitivo della vita». L'ultimo elemento di quella triade che starebbe portando al disastro la letteratura in Francia è il solipsismo, tesi filosofica che fa di se stessi la sola realtà e del resto solo una propria percezione. Un individualismo estremo che si concretizza nella pratica letteraria «compiacente e narcisistica che conduce l'autore a descrivere nei dettagli le sue più piccole emozioni, le sue più insignificanti esperienze sessuali, le sue più futili reminiscenze». Un'attitudine complementare al nichilismo: «Più il mondo è ripugnante, più il "sé" è affascinante!». Meglio non leggere



Una conclusione alla quale arriva per altre vie anche Pierre Bayard che scrive nel suo libro "Comment parler des livres que l'on a pas lus" (nella collana Paradoxe delle Editions de Minuit, 15 Euro): «L'insieme della cultura si apre a coloro che testimoniano della loro capacità (...) a tagliare i legami tra il discorso e il suo oggetto e a parlare di sé». Professore di letteratura francese all'università Paris VIII, Bayard cerca di dimostrare attraverso alcuni paradossi che parlare di un libro senza averlo letto, forse sorvolato, è in fondo un atto creativo e addirittura la cosa migliore che si possa fare se davvero si ama la letteratura. Così del bibliotecario de "L'uomo senza qualità", di Robert Musil: «Volete sapere come posso conoscere ognuno di questi libri ? (...) è perché non ne leggo nessuno!». Solo una visione d'insieme infatti, approva Bayard, permette la comprensione e quindi, non potendo leggere tutto quello che viene pubblicato, dei libri si devono leggere solamente i titoli e l'indice. Bayard cita tra gli altri, a sostegno della sua dimostrazione, Valery, Balzac e Oscar Wilde («non leggo mai un libro prima di recensirlo per non restarne influenzato»). E pensando alla scuola spiega che insegnare a parlare di libri non letti deve essere «una responsabilità particolare» per «tutti gli insegnanti», che dovrebbero «valorizzare questa pratica», «singolarmente assente dai programmi, come se non fosse mai rimesso in causa il postulato secondo il quale è necessario aver letto un libro per parlarne». Brillante davvero. TESI PARADOSSALE Fanno discutere in Francia i saggi di Pierre Bayard "Comment parler des livres que l'on a pas lus" (Paradoxe delle Editions de Minuit, 15 Euro) sull'arte di recensire un libro senza averlo letto; e "La littérature en péril" di Tzvetan Todorov (Flammarion, 12 euro) sul tramonto della letteratura, causato da una concezione dell'arte troppo compiacente e narcisistica.



(Gianluca Arrigoni: Libero, martedì 6/2/2007)

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galloway Opinione inserita da galloway    29 Mag, 2008
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Ogni uomo è un libro

Chi-cosa-dove-quando-perchè. Queste sono le domande fondamentali della vita a cui rispondere de si vuole dare un senso alla vita stessa. Cinque costanti-variabili, o variabili-costanti, fa lo stesso, su quale sia la più importante, sia che la si riferisca ad un libro che alla vita di un uomo. Mi spiego: io penso che ogni uomo sia riportabile ad un libro o, quanto meno, la sua vita sia simile a quella di un libro. Se, quindi, ogni uomo è un libro, è necessario che di un libro abbia i dovuti riferimenti di lettura: chi-cosa-dove-quando-perché, per l’appunto. E’ ovvio che la sequenza delle costanti-variabili, o variabili-costanti, può essere diversa da quella che ho scelto io. C’è chi preferisce dare la precedenza al “cosa”, chi preferisce partire direttamente dal “perché” e via discorrendo. A mio avviso il sistema così diventa più difficile da gestire, e poiché credo che sia meglio iniziare da ciò che è più facile, eccomi a spiegare il percorso che ogni bibliomane, o quanto meno, uno che ama, legge, colleziona e vive di libri, si accinge a fare con i suoi libri e con la sua vita. Se vi accingete a leggere, sappiate che questo testo non è stato riletto e quindi lo dovete accettare così com’è senza chiedere “chicosadovequandoperchè”. L'ho scritto di getto dopo di avere letto Savater.



CHI. Chi sono, chi siamo, chi sono gli altri, chi mi ama, chi mi teme, chi mi segue, chi davvero sono io, quando sono sveglio, quando dormo, parlo, mangio, penso, scrivo, lavoro, viaggio, studio. Una ricerca continua della propria identità, della propria ragion d’essere. Chi se lo chiede, se se lo chiede, cosa si risponde, o cosa gli altri cosa gli rispondono? E cosa fa chi non si pone proprio la domanda? Vive o sopravvive? Vive meglio o peggio? Che cosa sarebbe poi il peggio o il meglio? Chi sono davvero io che penso? Posso dire che se penso, io sono davvero? Non è che “penso, dunque sono” va detto all’incontrario, vale a dire “sono, dunque penso”. Lo so, forse comincerete a pensare che io sia impazzito, oppure che questi sono pensieri oziosi di un uomo ozioso, che dovrebbe andare a lavorare invece che porsi domande dl genere. Avete ragione. E’ che ad un certo punto della propria vita, ognuno, domande del genere, dovrebbe pur porsele, per cercare di capire con chi ha a che fare. Voglio dire, prima con se stessi e poi con gli altri, non vi pare? Ma voi pensate che una cosa del genere sia davvero possibile, voglio dire che sia possibile comprendere davvero io che sto scrivendo a questa tastiera, io davvero sappia rispondere alla domanda su chi sono? E a chi lo sto chiedendo, poi, tutto sommato? A chi ne sa meno di me, non vi pare? Sì, perché voi, che nemmeno sapete chi siete, chi è vostro padre, vostra madre, vostro figlio, il vostro capo ufficio, il vostro direttore, il vostro vicino inquilino, il vostro portiere, il vostro parroco, il giornalaio all’angolo, la vostra amante, cosa potete sapere di me? Come vedete, sono pure illazioni quelle che avete nella vostra testa, perché poi amaramente scoprite che quella persona che voi pensavate di conoscere a fondo era un’altra persona, era diversa e come! Da quella che pensavate, tanto che ha fatto fuori la moglie, il padre e il figlio in una sola botta. E che dire poi di quell’inappuntabile ragioniere che per decenni credevate un modello di gentiluomo è improvvisamente scappato in Sud America con tutti quei soldi sottratti a tanta gente che gli aveva affidato i propri risparmi? E allora, ecco perché chi davvero siete dovete scoprirlo voi, come chi autore del libro, il personaggio principale, l’autore sia del libro che della vostra vita, l’artefice, l’editore, lo scrittore, il distributore, l’agente, il bibliotecario che si prenderà cura del vostro libro, coma anche dello stampatore, del correttore di bozze. Eh sì! Perché ci saranno molti errori, possibili da correggere, ma saranno molti di più quelli impossibile da correggere, rivedere, riscrivere, riproporre all’attenzione di chi ha la bontà di leggere quelle pagine. Pagine che non potranno mai essere scritte o corrette né tanto meno rivissute. Tante pagine fitte dense di caratteri, disegni, immagini, graffi, chiari e oscuri, a colori, in bianco e nero, visibili o invisibili. Fino all’ultima pagina, bianca, sulla quale qualcuno stenderà l’indice del libro, un indice inappellabile perché non sarà possibile cambiarlo. Non lo scriverà l’autore del libro, qualcun altro lo farà. E poi, dopo, apporrà la parola “fine” consegnando il volume al tempo per essere poi sistemato nella biblioteca spaziale.



COSA. Le cose, la cosa, tante cose, tutte le cose, belle, brutte, chiare, semplici, complicate, futili, utili ed inutili, credibili, stupide, fattibili, incomprensibili, immediate, dirette, personali, collettive, importanti, cose indegne ed indecenti, cose intelligenti e geniali. Tutti le fanno, le scelgono, le incontrano, le pensano e le conservano. Chi lo fa per mestiere, chi ad arte, chi per burla, tutte le cose di questa terra, del nostro mondo ci sembrano cose importanti, decisive, esclusive, personali, determinanti. Ma chi ci crede? Tutti, almeno così appare, per tutti: per il presidente, il papa, il direttore, il preside, il postino, il meccanico, il sindacalista, il ladro e l’assassino, tutti sanno cosa fanno, perché e dove e come e quando. Al mattino, appena svegli, sanno già che la cosa va fatta, così è stato deciso, almeno il giorno prima, la notte è stata pensata. E poi, è un ordine, non è una cosa da nulla, c’è il codice penale, quello civile, il codice deontologico, quello morale a dire che la cosa, quelle cose, vanno comunque fatte, senza ombra di dubbio. Avrebbero già dovuto farle e mi meraviglia che non siano state fatte prima, se non da me, da noi, almeno da altri, altrove, per il bene di tutti, non solo suo e mio, del governo o della scuola, ma almeno per la gestione del condominio che ha bisogno di ordine. Quelle cose non possono rimanere nelle scale perché danno un segno negativo a tutto l’immobile a chi ci abita e ci vive. E poi, quelle cose vanno deliberate al più presto, il governo non può continuare a fare finta di non sentire e di non vedere i problemi della gente. Le cose sia all’interno che all’esterno stanno certamente peggiorando, cose che non si capisce perché non siano state fatte prima. Ma chi le deve fare queste cose? Che ci stanno a fare allora? Siamo onesti, il tempo delle chiacchiere deve cedere io passo alla politica delle cose che non sono state fatte e che con questo governo devono essere assolutamente fatte. Perché questo ci distinguerà dal governo precedente. Loro, le cose dicevano di volerle risolvere, noi invece le risolviamo. La cosa, le cose, tutte le cose, tante cose. Le cose degli uomini, delle donne, dei bambini, dei gay, dei trans, dei preti, delle suore, dei sindaci, degli assessori, le cose delle destra e quelle della sinistra destinate a non incontrarsi mai, come quelle del centro e della periferia, cose antiche e moderne, cose di dentro e cose di fuori, quelle dette e quelle non dette, scritte, trascritte e registrate con tanto di atto notarile perché tutto venga tramandato e sia secondo le regole. Perché qui le cose sono serie, sono cosa da magistrati, le cose dei togati che guai a chi li tocca. Gli intoccabili. Cose da pazzi…



DOVE. Qui i luoghi del dove abbondano, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Non si sa da dove cominciare. Da nord, da sud, da est o da ovest. Per non dimenticare il centro, il baricentro, l’ipercentro, la centrifuga e tutto il resto del dove. Mi ero già perso, infatti, nei labirinti del dove. Non so se cominciare da fuori o da dentro. Ma vi rendete conto che se comincio da dentro mi perdo, e se inizio da fuori me ne scappo dentro? Queste costanti-variabili possono avere il valore sia di interrogativi che di esplicativi. In altre parole, se dici “dove?” chiaramente fai una domanda. Se invece collochi un “dove” vuoi indicare una relazione spaziale che ti serve per collocare un ragionamento. Quando poi “dove” diventa “laddove” allora le cose assumono una latitudine di significato davvero esilarante, perché non sai mai dove ti verrai a trovare. Avete mai fatto in proposito l’esperienza di cercare di collocarvi da nessuna parte, in un “nessun dove” sia spaziale che temporale? Che bello sospendersi e fottersene di se stessi e degli altri sempre pronti in ogni dove a chiedere, domandare, interrogare. Una volta tanto, io non sono io, non sono da nessuna parte, non esisto e mi metto in un mio particolare “dove” di osservazione per rompere gli attributi agli altri. Sempre tenendo presente che non so dove esattamente sono. Per non parlare poi di quando dormo. Che c’entra? Direte voi. C’entra, c’entra. Ma vi siete mai chiesti dove siete quando dormite? Lo so che avrei dovuto anche chiedere “chi” siete quando si è in sonno. Ma qui non è pertinente. Qui parliamo solo del “dove”. In realtà non siamo né sopra né sotto, né dentro, né fuori, né appesi, né distesi, né sazi né digiuni, né tanto meno brilli. Ma sappiamo che ci siamo, ma non sappiamo dove siamo. Ma sappiamo che ci siamo, e quando ci svegliamo saremmo anche in grado di dire dove siamo stati, ma è che non ne siamo sicuri, o forse abbiamo paura di dirlo. Paura non solo, forse anche vergogna, perché i luoghi del dove sono luoghi che non si possono narrare, inesplorati ed inesplorabili. Luoghi virtuali, che non hanno nessuna virtù se non quella dell’inganno, della menzogna, dell’impossibile. Ma noi sappiamo tutti, indistintamente, che ci siamo stati, il dove dell’inganno, del tradimento, il fake che ci insegue e ci indica agli altri in senso di vergogna e di derisione. Se questi sono i luoghi del dove surreali, quelli della realtà vissuta, sono ancora più intangibili degli altri. Vi è mai capitato di sentirvi di essere là dove non siete mai stati come se già ci foste stati? Sì, alcuni lo chiamano il “deja vu”, luoghi del prima e luoghi del dopo. E tu non sai dove sei stato, se ci sei mai stato e se ci ritornerai. Un parco affollato di New York, un vetta in Svizzera, un “block” di un manicomio in inglese, volti tutt’intorno a guardarti, come un intruso. Tu che una volta eri un “nurse” ed eri là ad accudirli. Ora quel dove non c’è più, scomparso, annientato dal tempo che si ritrova nella variabile-costante “quando” e non sa come.



QUANDO. Mamma mia. Non so se questo è un interrogativo oppure una supposizione, dentro o fuori del tempo. Dal dove sono caduto nel quando. La navigazione continua senza soste e senza ritorni. Già, perchè una volta che ci sei stato in quel tempo, non potrai più ritornarci. In effetti, ci entri, ci cammini, ci vivi per un po’, ne esci e non potrai mai più rientrarci nonostante tutti gli sforzi che farai. Quel quando non potrai più acchiapparlo, sentirlo dentro di te, viverlo. Quando comincia credi di saperlo, ma in effetti nessuno lo sa. Sei registrato all’anagrafe, con l’ora, il giorno e l’anno, ma è tutta una finzione, un modo come un altro per cercare di incapsulare il tempo del quando sei venuto fuori a vedere la luce, se mai ne avevi bisogno. Nessuno te l’ha chiesto, nessuno ti ha avvisato che saresti venuto, proprio in quel preciso quando, per non dire poi del dove, del chi, del perché. E tu ci credi che sei nel tempo del quando, ci navighi, contento di sapere dove andare, cosa fare, delle tue scelte, del tuo essere, delle cose che fai, e ti scegli il tuo dove, in termini di spazio. A scuola, in ufficio, in fabbrica, in riva al mare in montagna, nel sottoscala, nell’attico, in città, nel bosco, in mezzo al traffico, in solitudine o nella moltitudine. Sta a te scegliere, se ti sta bene o se ti sta male, agli altri frega ben poco. E qui casca il senso del quando, che non sai quando viene né quando va, quando ti prende e se ti prende. E tu credi di dominarlo, di avere deciso cosa fare, perché e come. Ti illudi e ti freghi allo stesso tempo. E sull’onda dei trascorsi giorni in forma di quando, come quando costruisci quelli futuri che trasportano lontano senza che tu te ne rendi conto. Personaggio e interprete come sei della tua esistenza passi dal dove trascorso a quello presente immaginando quello futuro. E ti sospendi, come sospendi chi ti sta vicino, chi condivide, a almeno crede di condividere le tue variabili-costanti che scorrono senza ragione e senza un perché. E te le ritrovi tutte, una ad una, o tutte insieme, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, addizioni di quando e sottrazioni di dove e di cosa, senza ragione di futuri perché.



PERCHE’. Le ragioni stanno tutte qui. A chiedercele in cerca di una risposta che si sa non arriverà, perché le risposte sono altrove, se mai sono esistite e se mai potranno essere trovate. Legittimo chiedersi perché, chi domanda e risponde allo stesso tempo, interrogativo ed esplicativo che non spiega e non interroga su nulla. E poi, dopo tutto, perché dovresti/vorresti saperlo? Ti piacerebbe che qualcuno ti desse la risposta eh? Comodo, troppo comodo. E che direbbero tutti quelli venuti prima di te che si sono posta la stessa domanda del perché, come in un gioco che ritorna come un ritornello nella piastra del tempo che non dà risposte. A dire il vero, le risposte ci sono, tutti credono di saperle dare a quei perché: filosofi, scienziati, papi, presidenti, poeti, illuminati ed oscuri, arroganti e sapienti, tutti pronti a darti una risposta, ai tuoi perché che aumentano man mano che passano i chi, i cosa, i dove, i quando. Sfilano tutti uno dietro l’altro, e chiedono spiegazione, appunto domandano il loro perché. E tu dovresti saper dare una risposta visto che sei l’inizio del tutto, sei il chi dell’inizio, ma sarai anche il chi della fine. La tua fine, la fine dei tuoi cosa, anzi delle tue cose, che sono ritrovabili in qualche dove della mente o della fantasia, ma ormai diventata irrealtà pura ed astratta, inganno perpetuo, finzione assoluta. E tu cosa puoi saperne, vittima della tua individualità, del tuo essere chi inconsapevole ed incolpevole, una cosa frammentata nel dove della tua nullità, senza un ragionevole quando ed un comprensibile perché. Ma il libro delle variabili-costanti deve pur avere un senso, altrimenti chi lo leggerà, e se leggere significa capire, ci sarà pure qualcuno che vorrà capire, trovando delle risposte. Si dice che queste risposte debbano essere ragionevoli, cioè secondo ragione, che non si sa bene cosa sia, ma che molti ritengono sia la sintesi delle stesse variabili che sono costanti, nella misura in cui se sono sempre costanti diventeranno incostanti e invariabili se il processo continua all’infinito. Non so se mi spiego. Forse sono arrivato davvero alla sintesi, alla sintesi della ragione. Oppure forse no, ed è meglio, perché se no ci sarà qualcuno che dirà che sono fuori di senno. Ecco un’altra bella parola. Ragione, senso, senno, ma che bello essere liberi di dire ciò che non fa senso credendo di averlo il senso, il senso che dà una risposta al perché. E voi credete che io l’abbia data una risposta? E chi vi dice che avevo questa intenzione? Avrei potuto farlo, ma non ne avevo l’intenzione. Era solamente un gioco costante e variabile. Anzi variabile e costante. Come il gioco della vita e quello dei libri.

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Adesso basta con i libri!

Adesso basta con i libri! Ogni trenta secondi viene pubblicato un libro. Qualcuno si è posto la domanda se ne vale la pena. Io penso di si ma penso anche di no. Come dire? Sono indeciso e per questa ragione ho deciso di scrivere questo post. Onestamente davvero non so dove andrò a parare. Ad ogni modo eccomi qua, da vero bibliomane, a parlarne. Quante volte abbiamo sentito dire “compro questi libri perché i miei figli si trovino una bella biblioteca”, “una casa senza libri è una casa vuota”, “un libro è un amico per sempre” e via librando. Eppure oggi enciclopedie e libri anche di autori classici diventano superati in poco tempo, grazie alle strategie di marketing che portano in libreria o in edicola edizioni nuove e migliori mentre i ragazzi hanno ormai sostituito la classica enciclopedia con internet. E non hanno neanche torto, se si pensa che Wikipedia, l’enciclopedia redatta coi contributi volontari è considerata più autorevole dell’Enciclopedia Britannica.

Io stesso, nel mio studio, ho tutta una parete tappezzata dai volumi dell’Enciclopedia Britannica aggiornata coi i due volumi annuali fino all’anno 2002. Una parete di volumi imponente, elegante, robusta, rilegata in pelle con incisioni in oro. Un mare di conoscenze sempre a portata di mano, disponibile, affidabile, in attesa di essere aperta, sfogliata, consultata. Non sto qui a ricordare quanto mi sia stata utile una enciclopedia del genere, vero e proprio strumento di lavoro indispensabile per chi vuole conciliare la conoscenza con l’affidabilità del sapere senza trascurare la profondità. Ebbene detto questo, devo anche riconoscere che sono anni ormai (una decina?) che non prendo tra le mani un suo volume e non ricerco una voce né nei volumi per soggetto né tanto meno in quella per ordine alfabetico.

Ho detto forse da una decina di anni e non a caso. Da quando il web è entrato a far parte della nostra vita. D’allora tutto è cambiato. E così si spiega e si capisce perché Gabriel Zaid, in un suo libro dedicato all’argomento, (ancora un altro!), dice chiaro e tondo:” la creazione di una biblioteca obsoleta per i propri figli è giustificabile solo nella misura in cui è giustificabile la tutela delle rovine, in nome dell’archeologia. Ci sono scuse migliori per collezionare libri”. Questo scrittore messicano afferma che ci sono “troppi libri” (il titolo del suo libro) in giro oggi. Il fatto non è poi del tutto nuovo se si pensa che anche nella Bibbia, e precisamente nell’Ecclesiaste, si afferma “i libri si moltiplicano senza fine e il molto studio affatica il corpo”. Qualche tempo dopo, la stessa cosa ripeteva Seneca, scrivendo e facendoci sapere che “la moltitudine di libri dissipa lo spirito”.

Oggi, però, i libri non sono più i libri di una volta, quelli che per trovarli dovevi entrare in una libreria, prenderli in mano, sfogliarli, portarteli a casa, copiarli, fotografarli, trascriverli e tutto il lavoro che per anni si è fatto con le pagine stampate. Oggi il libro, oltre che di carta, di pagine e di inchiostro, è fatto anche di “bits & bytes”, il che vuol dire che se non posso o non voglio entrare in una libreria o in una biblioteca, me lo posso “scaricare” sul mio sul mio computer a casa, oppure sul mio notebook, leggermelo in treno o in montagna, gestirlo come mi pare, manipolarlo, trasformarlo sia nel testo che nelle immagini, gestirlo, riutilizzarlo ed usarlo per i fini che mi propongo. Ed allora scopro che non mi è più economico, cioè pratico e veloce prendere il volume dallo scaffale, sfogliarlo, scovare la voce che mi interessa, isolare i contenuti utili alle mie ricerche, copiare o fotocopiare. Tutto così è più rapido, economico, funzionale se oltre ad averlo tra le mani me lo “scarico” e ne faccio ciò che voglio. Posso addirittura farmelo leggere da qualcuno, se pensiamo che ci sono libri che si ascoltano e possono anche vedersi se il libro stesso è supportato da file video.

Sembra, allora, inutile continuare ad aggiornare la biblioteca con l’acquisto di libri. Se ogni 25 secondi se ne pubblica uno, significa che in un anno possono esserci 25 km di scaffali. Leggendo anche un libro al giorno trascureremmo gli altri 4000 pubblicati nello stesso giorno. Se a partire da questo momento non venisse più pubblicato alcun libro, ci vorrebbero comunque 250.000 anni per arrivare a conoscere i libri già scritti. Potremmo accontentarci di leggere solo autore e titolo di ogni libro e ci basterebbero 15 anni. Quando si dice allora che tutti dovrebbero leggere libri non sappiamo quello che diciamo e non consideriamo che per ogni libro pubblicato rimangono inediti 9 manoscritti. E allora qual è il senso del mio discorso? Sto forse sostenendo che i libri non si devono più scrivere, stampare, vendere e leggere? Che ho deciso per quanto mi riguarda, titolare di questo spazio virtuale di non leggere più libri? No, non dico questo. Dico che i libri ormai sono gli uomini e con essi si identificano. Cioè detto in sintesi: “Ogni libro è un uomo”. Il che significa che se gli uomini continuano a nascere e a riprodursi, se ogni uomo è un libro, non si capisce perché si debbano “leggere” tutti i libri e tutti gli uomini che vengono stampati o generati. Allora vuol dire che a chi piacciono i libri come piacciono gli uomini, si sceglieranno i libri e gli uomini che piacciono. Il resto resterà un manoscritto o un … “coitus interruptus”.

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galloway Opinione inserita da galloway    28 Mag, 2008
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Se in una notte d'inverno un bibliomane...

Mi sono accorto di non avere ancora parlato in questo posto virtuale, dedicato alla bibliomania, di un libro, anzi di un classico della letteratura sui libri, su chi scrive, su chi legge e su chi viaggia con i libri. Ed ecco la ragione per la quale ho titolato il post deformando il titolo del libro di Italo Calvino. Mi ha sempre colpito il suo incipit, la sua semplicità ed allo stesso tempo la capacità da parte del narratore ad introdurre il lettore in serie intrigata di scene e riferimenti che prendono la forma di un labirinto che non è solo fisico e spaziale ma sopratutto mentale ed intellettuale. Sei spinto a leggere parola dopo parola senza fermarti, quasi calandoti nelle varie situazioni descritte ed arrivi ad immedesimarti nel narratore dal quale non vuoi e non sai più separarti. Il libro l'ho letto anche in inglese e, chissà perchè, mi sembra molto più bello, elegante, pieno di risonanze, suoni, colori, impressioni, come se la tensione che pervade tutto il libro fosse più tesa, misteriosa, inaspettata. Un libro da non perdere, da leggere e rileggere, specialmente nelle notti d'inverno...

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo piú forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Prendi la posizione piú comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giú, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.

Certo, la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla. Una volta si leggeva in piedi, di fronte a un leggio. Si era abituati a stare fermi in piedi. Ci si riposava cosí quando si era stanchi d'andare a cavallo. A cavallo nessuno ha mai pensato di leggere; eppure ora l'idea di leggere stando in arcioni, il libro posato sulla criniera del cavallo, magari appeso alle orecchie del cavallo con un finimento speciale, ti sembra attraente. Coi piedi nelle staffe si dovrebbe stare molto comodi per leggere; tenere i piedi sollevati è la prima condizione per godere della lettura...

Dunque, hai visto su un giornale che è uscito Se una notte d'inverno un viaggiatore, nuovo libro di Italo Calvino, che non ne pubblicava da vari anni. Sei passato in libreria e hai comprato il volume. Hai fatto bene. Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d'intimidirti.

Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Essere Stato Scritto. E cosí superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Piú Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Tutti Hanno Letto Dunque E' Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza

i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,

i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,

i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,

i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,

i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate,

i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,

i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.

Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli Davvero.

Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).

Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d'inverno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l'hai portata alla cassa perché venisse stabilito il tuo diritto di proprietà su di essa....

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galloway Opinione inserita da galloway    28 Mag, 2008
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Anatomia della Bibliomania

Tante sono le sezioni, per la precisione 32, nelle quali l'autore Holbrook Jackson distribuisce la sua mania per i libri classificandoli per autori, generi, tendenze, correnti, luoghi, gusti, tradizioni, culture e via discorrendo. All’inizio dà una panoramica generale della situazione nella quale de ... Continue



Tante sono le sezioni, per la precisione 32, nelle quali l'autore Holbrook Jackson distribuisce la sua mania per i libri classificandoli per autori, generi, tendenze, correnti, luoghi, gusti, tradizioni, culture e via discorrendo. All’inizio dà una panoramica generale della situazione nella quale definisce quali sono le qualità dei libri, ne tesse le lodi, opera confronti, ne definisce la dipendenza, conia addirittura parole nuove e strane, come quando parla di “biblioantropomorfismo” e di libri che sono come microcosmi che sopravvivono ai monumenti, simili a dei, quindi immortali, tanto da poter causare pericolose follie bibliomaniacali.



Nella seconda parte ci parla della morfologia e delle dimensioni dei libri in maniera anatomica, esamina grandezze e volumi, taglia e convenienza, e ne definisce la dimensione letteraria.



La sezione terza è dedicata al piacere che danno i libri. La lettura può essere fine a se stessa, oppure può essere fatta in vista di vantaggi o un profitti, siano essi onesti o disonesti. Il piacere che se ne può ricavare è destinato a variare nel tempo e nello spazio, ed è chiaro che la povertà non è un ostacolo alla lettura e che, comunque, se uno è ricco non è avvantaggiato. I libri sono, perciò, dei veri e propri tesori che non si svalutano mai, a condizione che i lettori seguano attentamente delle regole precise.



La quarta sezione si occupa dell’arte della lettura. Ci sono, infatti, delle considerazioni estetiche da fare, dei metodi da seguire, sul modo di leggere, su come favorire l’assimilazione e sull’importanza del leggere ad alta voce.



La quinta parte si occupa della compagnia che danno i libri. Premesso che i libri sono i migliori compagni, con essi si può affabilmente conversare, come si conversa con amici che non cambiano, eppure sono sempre nuovi e diversi.



Nella sesta sezione si parla della lettura e su come leggere, se per uno scopo, se c’è una ragione morale, se i libri sono opere effimere e inconsistenti, se la lettura viene fatta in maniera oziosa, tanto per perdere tempo, se si leggono libri nuovi o vecchi e se essi possono sostituirsi alla vita.



La settima sezione ha una linea per così dire pedagogica. Si occupa, infatti, dello studio e dell’apprendimento. Questi due compiti hanno un loro fascino preciso ed è legittimo chiedersi a cosa mirano gli studiosi quando si mettono a studiare. I vecchi studiano come i giovani? La memoria è importante? Cosa fare per evitare di diventare prigionieri delle lettere e di ubriacature scritte. Come evitare la pedanteria.



Nell’ottava sezione l’autore ci parla di come si possono usare i libri alla maniera dei mobili o dei manichini in una vetrina, come attrezzi, come utili strumenti di guerra, come portafortuna, amuleti ed altri usi estemporanei. Qui si parla anche di come Pantagruele esplora Virgilio.



La nona parte si occupa dei mangiatori di libri, i bibliofagi, i quali seguono una dieta di libri a seconda del tipo di fame che gli stessi hanno. Non mancano i cuochi, per una corretta fisiologia e per stimolare l’appetito, per i quali le cucine sono sempre aperte e in grado di approntare i piatti più diversi e soddisfare le richieste più impossibili.



La decima sezione si occupa di coloro i quali i libri se li bevono a seconda delle bevande e delle attitudini che hanno al bere. Infatti, i libri aumentano la sete e sono allo stesso tempo anche delle ottime bevande. Si parla anche di una visita alla città delle bevande e agli effetti che le stesse bevande hanno su chi le beve.



L’undicesima sezione contiene una vera e propria esibizione di tutti gli uomini che, in un modo o un altro, hanno a che fare con i libri. Vengono date alcune definizioni di questi soggetti e sono indicati degli esemplari importanti, quali ad esempio Montaigne e Tetrarca, indicati come esemplari positivi caratterizzati da gusti diversi che portano verso la più assoluta dipendenza e alla condizione opposta. Viene anche detto come i libri sono preferiti a tutto, in base alla genesi dei tipi coinvolti, come, ad esempio, quei lettori che non si stancano mai di leggere o a coloro i quali hanno una fissazione per un solo libro, oppure quelli che riescono a leggere più libri contemporaneamente. Né si escludono ulteriori eccessi che possono condurre al giardino di Epicuro o al crepuscolo del bibliofilo.



La dodicesima sezione tratta di come i bibliomani conquistano il tempo e lo spazio. Viene stabilito il tempo giusto per la lettura, i luoghi meglio deputati alla cosa, i sistemi per associarsi, i vari tipi di lettori, i campi di battaglia dei libri, i libri nelle prigioni, la lettura in viaggio, la lettura nel bagno, durante i pasti e la lettura fatta a letto.



La tredicesima sezione si occupa della influenza dei libri, dapprima in linea generale, poi l’attenzione viene rivolta all’uso che si fa delle parole per liberare l’anima degli uomini e di come i libri insegnano l’arte del vivere. Ma non sempre i libri fanno le cose giuste e viene presentato un breve catalogo dei vantaggi a scapito delle lagrime delle muse e a vantaggio dei consolatori e di chi nei libri si rifugia.



La quattordicesima sezione cerca di organizzare i libri allo stesso modo di come si dispone in maniera ordinata le medicine. I libri come i farmaci, come i preservativi e profilattici, i libri vengono presi in esame come le medicine che mirano a curare le malattie. Le loro proprietà, le diverse cure, il trattamento della malinconia e della anoressia da libri, della noia di vivere e dei libri intesi come soporiferi.



La quindicesima sezione tratta dell’origine della specie in base alle trasmutazioni e di come i libri siano cambiati nel tempo. Viene qui presa in esame la forza del poeta e come la vita imita le lettere. Uomini che sono diventati libri. Viene anche tentata una definizione del biblioantropo.



La sedicesima sezione si occupa delle biblioteche e della cura dei libri. Si lodano le biblioteche per grandezza e contenuto, si parla di chi le possiede, della scelta della biblioteca da portare su di un’isola deserta e della biblioteca come ritratto di se stessi.



Nella diciassettesima sezione appaiono i maniaci del prestito, quelli che danno in prestito e quelli che prendono in prestito libri, quelli che li rubano, si esaminano i vari caratteri e le misure da prendere per difendersi da questi soggetti. I libri possono, se è il caso, essere messi in catene come facevano gli antichi. Si esaminano anche i modi coi quali i libri possono essere regalati.



L’argomento del diciottesimo capitolo riguarda la manifattura dei libri e si elogiano i libri rilegati. La bellezza di un libro è fatta dalla somma di diverse qualità, da stili e materiali differenti, dalla loro adattabilità agli scopi che un amatore dei libri si prefigge. Viene difesa la bella rilegatura fatta di simboli e di caratteri. E si parla anche di libri rilegati con pelle umana.



Il diciannovesimo capitolo tratta della sfortuna dei libri. Del loro destino, dei libri persi e ritrovati, di come vengono trattati male e sono trascurati, dei pericoli che gli stessi corrono con l’acqua, il fuoco e la luce.



Il ventesimo capitolo si occupa dei vermi nei libri, nemici di tutti i tempi. Vermi che sono leggendari, i vari tipi di vermi, le loro classificazioni e una appaosita nomenclatura. Si discetta anche di come il verme da libri scoprì l’America, le sue abitudini ed i suoi gusti, i modi opportuni per distruggerli.



La caccia ai libri è l’argomento del ventunesimo capitolo. Si introduce la caccia che caratterizza il cacciatore il quale anela solo ad accaparrarsi la preda e usa ogni tecnica possibile. Se il cacciatore è ricco, se è felice, i suoi timori e le sue trepidazioni sui campi di caccia, e nei cataloghi, sugli scaffali delle rivendite, alle aste, consigli per gli acquisti. Segue una sorta di anatomia del cacciatore di libri.



Nel capitolo 22 si esaminano i libri che si desiderano di più in base ai libri ai quali si va a caccia. Libri rari, libri che diventano rari artificialmente, le prime edizioni, le copie uniche, le copie con pedigree, le copie associate più desiderate, una gamma di volumi profumati.



La sezione 23 si occupa della vera e propria bibliomania o follia per i libri. Vengono date definizioni e tirate differenze importanti. Si stabilisce se questa malattia è ereditaria o acquisita. Vengono esaminate anche quelle autorità che hanno nei confronti di queste patologie un atteggiamento oscurantista. Origini della malattia.



La sezione 24 tratta dei sintomi della bibliomania, alle radici della follia che la manifesta, le sue ossessioni e il suo carattere, una tabella casistica, bibliotafi e libracci pluralisti, la mania delle rarità.



Nella sezione 25 troviamo le cause della bibliomania prima in generale e poi legate alla frenesia di possesso. Cause secondarie come quelle legate alla vanità e alla moda.



La sezione 26 cerca di rispondere alla domanda se i bibliomaniaci leggono i loro libri. Possesso senza lettura, un sintomo questo che non è unico. La lettura disordinata come sintomo.



La sezione 27 parla delle varietà di bibliomania una malattia che che è diffusa in tutti coloro i quali in un modo o un altro hanno a che fare coi libri. Le principali varietà quale ad esempio la mania del collezionismo. Si parla qui anche dei bibliocasti e dei distruttori di libri.



La sezione 28 si occupa di “grangersismo” una strana malattia che riguarda le iene dei libri.



Nella sezione 29 si discute delle cure della bibliomania, una malattia a volte curabile, altre volte no. I vari tipi di cure coinvolte e la bibliofilia è l’unico trattamento possibile.



La sezione 30 parla della bibliofilia cioè della passione dei libri per un argomento ben preciso, i vari tipi di amore, i sintomi e la qualità dell’amore.



Nel capitolo 30 si parla dei cinque porti dell’amore per i libri. Ascoltare, vedere, odorare, gustare, toccare.



Il capitolo 32 conclude il libro occupandosi del trionfo della bibliofilia, di chi si sposa con i libri, dei bibliofili, della fiamma che non muore mai, dell’innamorato dei libri geloso, dei polibiblici, di come si potrebbero vestirli, il loro mondo perduto e sull’addio che si dà ai libri.



Chiude questa grandiosa cavalcata tra i libri un apposito epilogo nel quale Holbrook Jackson invita i lettori a leggere ciò che piace, solo per il piacere di farlo, senza nessun altro scopo che non sia quello del piacere della lettura. Se piace o non piace un libro conta poco perché si scoprirà che ciò che conta è l’esperienza. Non è che lui escluda la possibilità di leggere per studio o per ricerca, di sicuro è bene che i lettori scelgano di leggere per assecondare il loro scopo, che può dare felicità, piacere, gioia anche senza rendersene conto. Se è così allora i lettori avranno piacere anche nel collezionare libri su qualsiasi argomento, senza nessun obiettivo che non sia il solo piacere di farlo. Conclude poi dicendo che ha girato intorno e intorno all’argomento forse senza arrivare a nessuna conclusione e senza mai chiudere un determinato tema. Avrebbe potuto essere più vario e andare in profondità in alcune occasioni, ma in effetti a certi argomenti non c’è mai una fine ed un principio, e le conclusioni non concludono alcunché, come egli afferma si può rilevare da molte citazioni citate le quali sono eguali nelle loro differenze. Un libro del genere, egli pensa, può solo reggersi o crollare per la sua qualità o forza di interesse, o divertire. E cosa può dare un libro se non questo? Del resto perché leggiamo o collezioniamo libri se non per il gusto di farlo? Non c’è altro. Ci saranno pure uomini che non hanno mai letto o posseduto un solo libro, eppure essi hanno vissuto o vivono la loro vita. “Ed allora, tu lettore, va e scegli il tuo libro e trova il tempo per leggerlo. Nessuno ti obbliga a farlo. La lettura non è una virtù, a meno che il piacere non sia proprio una virtù”.

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galloway Opinione inserita da galloway    28 Mag, 2008
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Un libro che vive

"E' ben noto che un libro vive fin quando non sia del tutto scandagliato, dopo di che muore. E' straordinario come un libro sembri del tutto diverso se viene riletto a cinque anni di distanza. Alcuni di essi guadagnano molto, ci appaiono con cose nuove, tanto diversi da farci dubitare di essere rima ... Continue



"E' ben noto che un libro vive fin quando non sia del tutto scandagliato, dopo di che muore. E' straordinario come un libro sembri del tutto diverso se viene riletto a cinque anni di distanza. Alcuni di essi guadagnano molto, ci appaiono con cose nuove, tanto diversi da farci dubitare di essere rimasti quali eravamo prima. Altri, al contrario, perdono moltissimo. Ho riletto "Guerra e Pace" e mi sono meraviglito nel constatare quanto poco mi commovesse. Anzi, fui come atterrito nell'accorgermi di non provare più quella emozione che quel testo aveva suscitato in me tempo prima.

Succede così. Dopo che un libro è stato scandagliato fino in fondo, che lo si conosce, che il suo significato è stato ben segnato, dopo, è un libro morto. Esso vive solo fino a quando possiede la capacità di communoverci, in modo sempre nuovo, fin quando possiamo leggerlo, e ad ogni lettura, trovarlo diverso. Dalla gran congerie di libri un pò superficiali che una sola lettura è sufficiente a sondare, i lettori moderni sono spinti a credere che ogni libro sia così, esaurito ad una prima scorsa. Non è così. Pian piano se ne accorgeranno. L'autentica gioia di un libro consiste nel poterlo leggere più di una volta, e nel trovarlo ogni volta diverso, disvelandogli esso un significato sempre nuovo e sempre più profondo. Questione di valutazione, è ovvio: noi siamo così accecati dall'idea di quantità, anche nei libri, che quasi non avvertiamo quanto possa essere prezioso un solo testo, prezioso come un gioiello, come una pittura meravigliosa su cui possiamo fermare lo sguardo sempre più in profondità, fino a trarre una sempre più profonda esperienza. Molto, molto meglio leggere un solo libro sei volte che leggere sei libri diversi. Perchè se un libro ha in sè il potere di lasciarsi leggere ben sei volte, ciò vuol dire che ad ogni occasione di lettura è in grado di offrirci una più profonda esperienza e arricchirci l'anima di sentimenti e di pensieri. Al contrario, sei libri letti una volta, ci daranno soltanto un accumulo di interesse superficiale, consueto di questi nostri tempi moderni: quantità senza valore reale.

Si tornerà a vedere la massa di lettori divisa in due gruppi: il grande numero di quelli che leggono per puro divertimento o interesse del momento e una minima quantità di coloro che ricercano i libri che posseggano un autentico valore, capaci di sollecitare esperienze, sempre più profonde".



Questo dice Lawrence dei libri e quindi della sua lettura dell'Apocalisse. Da non perdere.

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galloway Opinione inserita da galloway    28 Mag, 2008
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Grazie Prof!

"A vent'anni di distanza dalla morte nella prestigiosa collana de “I Meridiani” un'imponente antologia - a cura di Andrea Cane, con un saggio introduttivo di Giorgio Ficara - di testi firmati da Mario Praz, felicemente intitolata “Bellezza e bizzarria” (Mondadori, pp.LXXVI - 1786, Euro 49,00).



Critico d'arte e letterario, anglista di vaglia, esperto d'antiquariato, storico del gusto, misoneista di fondo eppure anticipatore del gusto postmoderno, Praz è stato il più grande saggista italiano del secolo scorso: leggendaria rimane la sua cultura enciclopedica, unita a pari finezza di osservatore curioso ed attratto dal grottesco, dal macabro, dal paradossale.



Scorrendo le pagine di codesta esaustiva ricognizione nel magistero suo, se ne apprezza la versatilità degli interessi di studioso unita a virtù di approfondimento pressoché uniche: a partire da quel “La carne, la morte e il diavolo” (1930) ov'egli per primo interpretava la sensibilità romantica servendosi del filtro della patologia erotica (e guadagnandosi meritato prestigio internazionale, una benevola recensione di Thomas S. Eliot, l'entusiasmo del celebre critico statunitense Edmund Wilson) per giungere al mirabile saggio-romanzo “La casa della vita”, finalista all'edizione 1959 del Premio Strega insieme al “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.



Carattere umbratile e ben consapevole di detta inclinazione, pure vi si riconobbe ed in essa alloggiò, magari con qualche perplessità; gli s'attagliava, forse, quell'aforisma di Victor Hugo che recita “la malinconia è la felicità d'essere tristi”. Prediligeva abitare in zone e quartieri appartati: ad esempio a via Giulia, a Roma, “quieta come la vita signorile di una città di provincia, quieta come un corridoio tra quelle stanze che erano i cortili dei palazzi”. Amava circondarsi di cose belle, segnatamente nello stile Impero prediletto fin da ragazzo: in detti ambienti ovattati trascorreva i propri giorni, a volte afflitto dal pensiero che la gioia - quella vera - risiedesse altrove. In luoghi che non aveva mai veduto, ma dei quali avvertiva - al pari del geniale Pessoa - una immedicabile nostalgia."



Si deve aggiungere che sulla sua "Storia della Letteratura Inglese" mi sono formato intellettualmente e culturalmente. Grazie Prof!

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galloway Opinione inserita da galloway    28 Mag, 2008
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Per favore non chiamatemi "Ehi, prof!"

Che dire dell’autore Frank McCourt? Prendi in mano il suo libro in una libreria del centro commerciale, leggi il risvolto, ti incuriosisce, scopri che è un collega, irlandese, emigrato ed in servizio docente oltremare, insegna la tua stessa lingua, che per te è di lavoro. La sua è la stessa, ma lingua madre, anche se la insegna da irlandese agli americani. Come dire un terrone che insegna l’italiano a un polentone leghista. Decidi di comprarlo, inizi a leggerlo e scopri che non puoi più fermarti a leggerlo.E’ come scoprire te stesso in quelle situazioni: la lingua, la letteratura, la poesia, le classi, le scuole, i compiti, la precarietà, la passione, le illusioni, le delusioni, insomma tutto il mondo di un docente di lingua inglese, che insegna da irlandese la lingua inglese a giovani americani di variegate origini linguistiche, culturali, sociali.

Sembrerebbe che ci possa essere una differenza tra lui e te stesso, quello che hai fatto anche tu per circa 40 anni nelle scuole italiane. Ed invece scopri che in fondo tutto si tiene a questo mondo, nel senso che, io e lui, quasi della stessa età, abbiamo fatto le medesime cose, anche se su sponde diverse. E chissà quanti altri come noi, nei posti più nascosti ed improbabili di questo pianeta, hanno fatto, fanno e faranno le medesime cose, insegnando.

Ma allora vi chiederete che senso ha questo libro? Ed invece ce l’ha, e come! E’ come se l’avessi scritto, con quelle stesse idee, impressioni, situazioni. Solo che lui è stato davvero brillante e poi ho scoperto che ha avuto anche tanto successo con un altro libro. Insomma, a quella età, a questa nostra età, è arrivato al successo. Mica male, davvero. Ma che tipo di insegnante è questo irlandese a New York? Ecco le impressioni di un altro collega Gianfranco Giovannone, che ho pescato in rete. Ecco cosa scrive:

“Non ha una grande autostima: dopo anni passati negli istituti professionali e un penoso tentativo di ottenere un dottorato al Trinity College di Dublino sbarca allo Stuyvesant di New York , il liceo di diversi premi Nobel che apriva subito le porte delle migliori università del paese. Scrive McCourt: “Avrei insegnato in una scuola che non mi avrebbe mai accettato come allievo” .

Ci si chiede che diavolo ci faccia dietro la cattedra, e spesso se lo chiede lui stesso, perennemente alla ricerca di un modello pedagogico, perennemente invidioso dei colleghi più seri e autorevoli, perennemente incerto del suo status: “C’erano insegnanti di tutta New York che si contendevano un posto allo Stuyvesant; ma io non volevo rinchiudermi. Alla fine di una giornata a scuola esci che nelle orecchie ti ronzano ancora il chiasso dei ragazzi, le loro preoccupazioni, i loro sogni. Che ti seguono a cena, al cinema, in bagno, a letto… Avrei voluto fare qualcosa di adulto e importante, essere in riunione, dettare cose alla mia segretaria, sedermi con gente elegante al lungo tavolo di mogano di un consiglio di amministrazione, andare a congressi internazionali, rilassarmi in un locale alla moda, infilarmi a letto con donne voluttuose, divertirle prima e dopo con qualche spiritoso pettegolezzo, tornare la sera nella mia villa nel Connecticut”.

Perché è consapevole della diversità tra gli insegnanti e qualsiasi altra categoria di lavoratori e professionisti, una specificità non esattamente lusinghiera, come dimostra l’immagine che gli studenti hanno degli insegnanti: “E’ risaputo: dopo scuola i professori se ne vanno dritti a casa, con una borsa piena di compiti da correggere. Magari prendono il tè con la moglie e il marito. Oh no, un bicchiere di vino mai. I professori mica fanno così. I professori non escono. Magari il sabato vanno al cinema. Cenano. Mettono i figli a letto. Guardano il TG e poi si siedono comodi a leggere quei compiti per il resto della serata. Alle undici è ora di prendere un altro tè oppure un bicchiere di latte caldo che favorisce il sonno. Poi si infilano il pigiama, danno un bacio alla moglie o al marito e si addormentano… Qual è l’ultima cosa che pensano i professori prima di addormentarsi? Prima di addormentarsi, tutti quei professori belli caldi nel loro pigiama di cotone pensano solo a cosa potrebbero insegnare l’indomani. I professori sono buoni, ammodo, seri, coscienziosi, e a letto non allungherebbero mai una gamba sulla moglie o sul marito. Sotto l’ombelico i professori sono morti”.

Diciamo la verità, talvolta il collega McCourt ci mette un po’ in imbarazzo, non sappiamo bene cosa pensarne, ma sa raccontarci magnificamente quanto c’è di vitale, irritante, esaltante o insopportabile in questo mestiere. Quando leggerete i brani relativi alle montagne di compiti da correggere che si accumulano come in un incubo, o quando McCourt vi parlerà della petulanza dei genitori ai ricevimenti generali capirete cosa voglio dire. Altro che i convegni del CIDI sull’educazione nella società immateriale. Per quanto talvolta possiamo trovare i suoi metodi un po’ scombinati e bizzarri, e magari di una bizzarria non sempre interessante, McCourt va dritto al cuore di un mestiere in fondo tutt’altro che “normale”: “E’ tutto qui?Possibile che sia questa la mia realtà per venti, trent’anni? Sì, è possibile, e ricordati: se questa è la tua realtà, tu sei uno di loro: un teenager. Vivi in due mondi, Mac. Passi con loro un giorno dopo l’altro e non capisci che effetto ha questa convivenza sulla tua testa. Teenager per sempre. Arriverà giugno e ciao ciao prof, è stato bello conoscerti, a settembre viene da te mia sorella. Ma c’è un altro risvolto Mac. In classe succede sempre qualcosa. La classe ti mantiene attento, ti tiene la mente fresca. Non invecchierai mai. L’unico pericolo è che potresti avere per sempre la testa di un adolescente. E quello, Mac, è un problema serio. Ti abitui a parlare con i ragazzi mettendoti al loro livello, poi vai a farti una birra al bar e ti scordi come si parla con gli amici. Gli amici ti guardano. Ti guardano come se fossi appena arrivato da un altro pianeta e hanno ragione. Passare un giorno dopo giorno in aula, Mac, significa vivere in un altro mondo”.

Sì, eterni fanciulloni, non c’è niente da fare, è questo che ci distingue da un bancario o da un ingegnere, da un dottore o da un manager, diciamo la verità, spesso ci chiediamo noi stessi se il nostro è un lavoro “vero”, spesso dubitiamo che sia un lavoro finto, un lavoro finto con uno stipendio simbolico. Ma è un lavoro in cui si sputa sangue, non solo per i compiti da correggere o per la petulanza aggressiva dei genitori, non solo per quelli tra di noi che sono in trincea in un istituto tecnico o professionale, con un unico obiettivo didattico, sopravvivere. Con semplicità, a naso, McCourt ha compreso la natura sostanzialmente conflittuale del nostro lavoro, croce e delizia di ogni insegnante vero che sa che la cosa veramente vitale è conquistarsi l’attenzione e il rispetto degli studenti. Ed è dura, mattina dopo mattina, entrare nella fossa dei leoni, spesso maledicendosi per non essere dietro una rassicurante scrivania o lo schermo di un computer: “Dover affrontare ogni giorno decine di adolescenti ti riporta con i piedi per terra. Alle otto di mattina i ragazzi se ne infischiano di come ti senti tu – stai pensando a cosa ti aspetta, cinque classi, fino a centosettantacinque ragazzi americani scorbutici, affamati, innamorati, ansiosi, allupati, gagliardi, provocatori, e sai di non avere scampo. Ti ritrovi lì con il mal di testa, la gastrite, gli echi della litigata con tua moglie, con la fidanzata, col padrone di casa, quel rompicoglioni di tuo figlio che vuole diventare Elvis ed è un ingrato. Stanotte non hai chiuso occhio. Hai ancora la borsa piena di compiti, i cosiddetti temi di centosettantacinque studenti, scarabocchi buttati giù alla meno peggio. Ehi, capo, l’hai letto il compito mio? Non che glene importi qualcosa…Per loro sono solo l’ennesimo professore, quindi che cosa conto di fare?Incenerirli uno a uno?Bocciarli tutti? Svegliati bello. Quei ragazzi ti tengono per le palle, e ti ci sei ficcato dentro da solo in questa situazione. Mica c’era bisogno che usassi quel tono. A loro non importa del tuo umore, del tuo mal di testa, dei tuoi guai. Hanno i loro problemi, e uno di questi problemi sei tu”.

Ma McCourt non è solo un insegnante, ha il temperamento del vero scrittore, e questo spiega tante stranezze ed eccentricità: “Stai invecchiando. Ma allora dimmi se sei o non sei un mick chiacchierone e un po’ cialtrone, che sprona i ragazzi a scrivere sapendo che il suo sogno sta morendo. Ti consoli pensando che un giorno uno dei tuoi alunni più dotati vincerà il Pulitzer o il National Book Award, ti inviterà alla cerimonia e nel suo brillante discorso riconoscerà che deve tutto a te”. E, a rebours, alcuni “esperimenti” didattici apparentemente un po’ strampalati si spiegano proprio con l’intreccio della prospettiva dello scrittore con quella del professore, ed è sempre la prima a prevalere. Come in quella pagina irresistibile sulle giustificazioni che voglio citare per intero perché il lettore, soprattutto se insegnante, possa avere un assaggio del divertimento che lo attende tra le pagine di Ehi, prof!:

“Come avevo fatto a trascurare quel tesoro, quei gioielli di inventiva, fantasia, creatività, santarellismo, autocommiserazione, problemi familiari, caldaie esplose, soffitti crollati, incendi che radono al suolo interi isolati,poppanti e animali che fanno pipì sui compiti, parti inattesi, attacchini cuore, ictus, aborti spontanei, rapine a mano armata?Quello era il meglio della prosa scolastica americana: cruda,concreta incalzante, lucida, breve, menzognera. La stufa ha preso fuoco, la tappezzeria si è incendiata e i pompieri ci hanno fatto restare fuori di casa tutta la notte.
Siccome il gabinetto era otturato siamo dovuti andare a liberarci giù al bar Kilkenny dove lavora mio cugino ma anche lì il gabinetto era otturato dalla sera prima e fra tutte queste difficoltà Ronnie non ce l’ha proprio fatta a prepararsi per l’interrogazione. La prego per stavolta di giustificarlo. La cosa non si ripeterà più… Il cane di mia sorella gli ha mangiato il compito, guardi io spero proprio che ci si strozza”.

Fin qui Giovannone. Qui riprendo io. Ecco, mi sembra che si sia detto tutto su questo libro. Forse per i non addetti ai lavori, anche troppo. In effetti per me è stato come un ritrovarmi in queste pagine, alla fine dei miei giorni nella scuola italiana. Senza rimpianti, rimorsi o recriminazioni e nemmeno senza strapparmi i capelli, che ormai da tempo non ho più, nè tantomeno rimpiangere gente, colleghi e non, che non si faranno affatto rimpiangere. Come anche migliaia e migliaia di giovani ai quali si aggiungono quella altre migliaia di studenti di mia moglie. Perchè, dovere sapere, che la mia vita di docente l’ho condivisa con quella di marito con una moglie che faceva e ha fatto le mie stesse cose: docente di lingua e letteratura inglese nelle scuole della Repubblica Italiana in gran parte della seconda metà del secolo e millennio scorsi. Se qualche nostro e mio studente dovesse incontrarmi/ci, ne incontriamo sempre di tanto in tanto, una preghiera vorrei rivolgere loro: per favore non ci/mi avvicinate lanciandomi/ci la frase “Ehi, prof!” Mi/Ci irriterremmo moltissimo e lo manderemmo a quel paese anche se dovesse essere quello sfaticato della IV B diventato sindaco o presidente del consiglio!

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galloway Opinione inserita da galloway    25 Mag, 2008
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Effetto "random"

Certo che dopo di avere letto la presentazione editoriale di questo libro, si può fare a meno di leggere le belle pagine che l'autrice ha scritto per rispondere alla domanda che si pone e che tutti noi ci poniamo di fronte a quello che ci accade giorno per giorno.

Anzi, si potrebbe fare addirittura di più: proporre la lettura del libro a chi ha letto un altro libro che si occupa dell'aldilà, presente anch'esso su Qforum: "Appunti per l'aldilà".

Tutto questo per dire che "l'aldilà" può attendere. Ma, per dare una risposta ancora più pregnante e sensata alla domanda che pone questo libro, potremmo rispondere, laicamente, che le cose capitano, come capitano, a me, a te o a chiunque altro, soltanto perchè è l'effetto "random" al quale gli umani sono legati.

Non è possibile dare una spiegazione o una ragione del "male" e del perchè lo stesso capita a me o a te che leggi. Tutto sta scritto nel disegno, divino o laico, dell'aldilà.

Resta, comunque, da dare ragione della volontà di chi si trova ad affrontare la sfida e sa vincerla alla meglio. E' il caso dell'autrice di questo libro che ne ha fatto una ragione, a buon ragione, appunto, per farlo conoscere anche agli altri.

Un buon libro da leggere e consigliare per rimandare il più tardi possibile l'entrata nell'aldilà.

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un altro libro "Appunti per l'aldilà"
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Romanzi
 
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galloway Opinione inserita da galloway    24 Mag, 2008
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L'oblio di un solo credo...

Chi ha letto i nomi degli autori a chi è consigliata la lettura di questo libro si renderà conto che leggere sarà un puro divertissment. In altre parole Rezza spera che chi compra i suoi libri non conosca Beckett, Joyce, Proust, Pirandello, Jonesco ... fino magari a risalire a Swift, Sterne, su su fino all'Apocalisse. Fatto sta che gran parte di questi scrittori avanguardisti si sentono moderni, a la page, antisistema e chi più ne ha più ne metta.



Non mi/vi nascondo che ho acquistato i libri di questo autore seguendo la recensione entusiasta di non ricordo più quale critico, su quale giornale. Mi trovavo ad ordinare dei libri online, nell'ordine ci ficcai anche questo e un altro, sempre di Antonio Rezza ("S0(N)NO"), ed eccomi a dire ciò che penso.



Nonostante ciò gli ho dato la sufficienza, come facevo a scuola con quegli studenti che non intendevo disturbare nel corso della loro maturazione culturale. Antonio potrà continuare nei suoi esperimenti pseudo/psicoanalistici, potrà senza dubbio migliorare e ... se son rose fioriranno.



Auguri Antonio!

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Beckett, Joyce, Proust, Jonesco, Pirandello ...
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Scienze umane
 
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galloway Opinione inserita da galloway    23 Mag, 2008
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Maneggiare con cura

Attenzione: maneggiare con cura. Questo é un libro dal contenuto esplosivo. Un pacco a stampa che ti può far saltare in aria, può far decollare dolcemente la tua testa su di un piatto d'argento, può farti secco dietro una curva alle nove del mattino mentre esci di casa, può farti dissolvere nel nulla come se non fossi mai venuto al mondo. Una scrittura che sembra polvere da sparo, uno sparo nel buio di chi sa ma non dice, di chi sente ma non ascolta, di chi parla ma non articola parola, di chi vede ma non capisce. Uomini come scimmie, scimmie come animali, animali come uomini, animali come scimmie. Maneggiare con cura e possibilmente dimenticare. Almeno leggetevi l'incipit!

Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell'aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l'uno sull'altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l'uno con l'altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d'intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano lì. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro città in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese.

Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita. Come se quella maschera di mani gli concedesse più coraggio per raccontare. Aveva visto cadere corpi e non aveva avuto bisogno neanche di lanciare l'allarme, di avvertire qualcuno. Aveva soltanto fatto toccare terra al container, e decine di persone comparse dal nulla avevano rimesso dentro tutti e con una pompa ripulito i resti. Era così che andavano le cose. Non riusciva ancora a crederci, sperava fosse un'allucinazione dovuta agli eccessivi straordinari. Chiuse le dita coprendosi completamente il volto e continuò a parlare piagnuco- lando, ma non riuscivo più a capirlo.

Tutto quello che esiste passa di qui. Qui dal porto di Napoli. Non v'è manufatto, stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, martello, scarpa, cacciavite, bullone, videogioco, giacca, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo avvicinandosi alla darsena come cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare, ma al contrario essere munte. Il porto di Napoli è il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile. Chiudendo gli occhi appaiono kimono, la barba di Marco Polo e un calcio a mezz'aria di Bruce Lee. In realtà quest'Oriente è allacciato al porto di Napoli come nessun altro luogo. Qui l'Oriente non ha nulla di estremo. Il vicinissimo Oriente, il minimo Oriente dovrebbe esser definito. Tutto quello che si produce in Cina viene sversato qui.

Come un secchiello pieno d'acqua girato in una buca di sabbia che con il solo suo rovesciarsi erode ancor di più, allarga, scende in profondità. Il solo porto di Napoli movimenta il 20 per cento del valore dell'import tessile dalla Cina, ma oltre il 70 per cento della quantità del prodotto passa di qui. È una stranezza complicata da comprendere, però le merci portano con sé magie rare, riescono a essere non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai, a essere costose al cliente pur essendo scadenti, a risultare di poco valore al fisco pur essendo preziose. Il fatto è che il tessile ha parecchie categorie merceologiche, e basta un tratto di penna sulla bolletta d'accompagnamento per abbattere radicalmente i costi e l'IVA. Nel silenzio del buco nero del porto la struttura molecolare delle cose sembra scomporsi, per poi riaggregarsi una volta uscita dal perimetro della costa. La merce dal porto deve uscire subito. Tutto avviene talmente velocemente che mentre si sta svolgendo, scompare. Come se nulla fosse avvenuto, come se tutto fosse stato solo un gesto. Un viaggio inesistente, un approdo falso, una nave fantasma, un carico evanescente. Come se non ci fosse mai stato. Un'evaporazione. La merce deve arrivare nelle mani del compratore senza lasciare la bava del percorso, deve arrivare nel suo magazzino, subito, presto, prima che il tempo possa iniziare, il tempo che potrebbe consentire un controllo. Quintali di merce si muovono come fossero un pacco contrassegno che viene recapitato a mano dal postino a domicilio.

Nel porto di Napoli, nei suoi 1.336.000 metri quadri per 11,5 chilometri, il tempo ha dilatazioni uniche. Ciò che fuori riuscirebbe a essere compiuto in un'ora, nel porto di Napoli sembra accadere in poco più d'un minuto. La lentezza proverbiale che nell'immaginario rende lentissimo ogni gesto di un napoletano qui è cassata, smentita, negata. La dogana attiva il proprio controllo in una dimensione temporale che le merci cinesi sforano. Spietatamente veloci. Qui ogni minuto sembra ammazzato. Una strage di minuti, un massacro di secondi rapiti dalle documentazioni, rincorsi dagli acceleratori dei camion, spinti dalle gru, accompagnati dai muletti che scompongono le interiora dei container. Nel porto di Napoli opera il più grande armatore di Stato cinese, la COSCO, che possiede la terza flotta più grande al mondo e ha preso in gestione il più grande terminal per container, consorziandosi con la MSC, che possiede la seconda flotta più grande al mondo con sede a Ginevra. Svizzeri e cinesi si sono consorziati e a Napoli hanno deciso di investire la parte maggiore dei loro affari.

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galloway Opinione inserita da galloway    23 Mag, 2008
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Maestri di vita

Ognuno di noi nella vita ha bisogno di maestri. Nessuno è nato "imparato", come si dice a Napoli. Tutti abbiamo bisogno di riferimenti, obiettivi, guide che siano illuminanti per chi cammina per le strade del mondo e si trova ad attraversare "selve oscure" dentro e fuori. Renato Farina, noto giornalista e scrittore, da tempo impegnato in una scrittura personale sempre motivata dall'amore che egli porta per gli altri e per tutta l'umanità, ha inteso con questo libro indicare 14 maestri e compagni di cammino. Non sono personaggi facili sui quali scrivere. Sono: Nicola Abbagnano, Hans Urs von Balthasar, Giacomo Biffi, Fratel Ettore, Oriana Fallaci, Luigi giussani, Nicola Matteucci, Riccardo Muti, Giuseppe Prezzolini, Joseph Ratzinger, Angelo Scola, Madre Teresa, Giovanni Testori, Karol Wojtyla. Nomi, come si vede, che appartengono al secolo ed al millennio scorsi ma che di certo continueranno a vivere e far sentire la loro presenza in questo nuovo secolo del terzo millennio.

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Scienza e tecnica
 
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galloway Opinione inserita da galloway    22 Mag, 2008
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Il sè virtuale

La lettura di questo libro mi ha fatto pensare a quelle patologie che alcuni studiosi contemporanei hanno definito “patologie compulsive”. Nascono tutte dal “sè” che in questo caso diventa “digitale”.

Come ogni altra innovazione tecnologica, Internet consente un accertato miglioramento nella vita delle persone, ma secondo molti rappresenta anche un pericolo per chi non ne sappia usufruire in maniera adeguata. E' ormai assodato che l’uso eccessivo di Internet porta progressivamente delle difficoltà soprattutto nell'area relazionale dell'individuo, il quale viene assorbito dalla sua esperienza virtuale, rimanendo “agganciato” alla Rete. Essere “agganciati” significa abboccare al gancio o all’amo come si fa con i pesci. Facile esere presi, difficile liberarsi una volta che il “gancio” ha fatto presa.

A questo scopo c’è stato addirittura chi ha proposto l’introduzione di una guida, un manuale chiamato MDSDM che sta per Manuale Diagnostico Statistico Disturbi Mentali, perchè di veri e propri disurbi mentali si tratta. Il tutto racchiuso sotto il nome di una sindrome IAD, Internet Addiction Disorder.

Come la droga e l’alcool anche il computer o internet possono creare dipendenza. Agli inizi tutto sembrava essere una forzatura. Con passare del tempo e con la velocità con la quale viaggiano sul mercato le tecnologie informatiche, le cose sono diventate serie, molto serie.

I disturbi accertati più diffusi sembrano essere riportabili a queste condizioni caratteristiche tipiche dell’assunzioni di drighe ma riferibili anche all’assunzione di computer in termini di tempo:

· Dominanza (salience): L’attività o la droga dominano i pensieri ed il comportamento del soggetto, assumendo un valore primario tra tutti i suoi interessi;

· Alterazioni del tono dell’umore: l’inizio dell’attività o l’assunzione della sostanza provoca cambiamenti nel tono dell’umore, il soggetto può esperire un aumento di eccitazione o maggiore rilassatezza come diretta conseguenza dell’incontro con l’oggetto della dipendenza;

· Tolleranza: bisogno di aumentare progressivamente la quantità di droga o l’attività per ottenere l’effetto desiderato;

· Sintomi d’astinenza: malessere psichico e/o fisico che si manifesta quando s’interrompe o si riduce il comportamento o l’uso della sostanza;

· Conflitto: conflitti interpersonali tra il soggetto e coloro che gli sono vicini, e conflitti intrapersonali interni a se stesso, a causa del suo comportamento dipendente;

· Ricaduta: tendenza a ricominciare l’attività o l’uso della droga dopo averla interrotta.

Come si vede droga e strumento viaggiano sulla stessa linea di condotta. L'uso di Internet o di simili servizi in rete viene impiegato per alleviare o evitare i sintomi di astinenza· Si accede spesso ad Internet con più frequenza e per periodi di tempo più lunghi di quanto era stato preventivato · Persistente desiderio o tentativi falliti di cessare o controllare l'uso di Internet· Una grande quantità di tempo spesa in attività legate all'uso di Internet (per esempio effettuare prenotazioni su Internet, cercare nuovi browser nel Web, ricercare fornitori su Internet, organizzare files o scaricare materiale).· Importanti attività sociali, lavorative o ricreative vengono sospese o ridotte a causa dell'uso di Internet· L'uso di Internet continua nonostante la consapevolezza di avere persistenti o ricorrenti problemi fisici, sociali, occupazionali o psicologici, i quali molto probabilmente sono stati causati o esacerbati dall'uso di Internet (perdita del sonno, difficoltà coniugali, ritardi negli appuntamenti del primo mattino, negligenza nei doveri professionali, oppure sentimenti di abbandono negli altri significativi.

In questo senso la rete diventa uno spazio psicologico in cui il soggetto proietta i propri vissuti e le proprie fantasie. Questo spazio può facilmente prevaricare sulla vita reale, contribuendo allo sviluppo di una vera e propria dipendenza dal mondo virtuale. Le numerose attività che si possono svolgere on-line fanno sì che l’Internet Addiction Disorder non sia una categoria omogenea di disturbi, ma si manifesti sotto varie forme:

1. Cybersexual Addiction: uso compulsivo di siti dedicati al sesso virtuale e alla pornografia. La dipendenza dal sesso virtuale è uno dei più frequenti sottotipi dell’ Internet Addiction.

2. Cyber-Relational Addiction: la tendenza ad instaurare relazioni amicali o amorose con persone incontrate on-line. Le applicazioni maggiormente utilizzate da questi soggetti saranno quindi le e-mail, ma soprattutto le chat ed i newsgroup. Progressivamente le relazioni virtuali divengono più importanti di quelle reali ed il soggetto si isola, vivendo in un mondo parallelo, popolato da persone idealizzate. Anche in questo tipo di dipendenza gioca un ruolo molto importante l’anonimità, che permette di presentarsi agli altri con identità del tutto inventate, sulla base dei desideri più profondi.

3. Net Compulsions: i tre principali comportamenti compulsivi che si possono mettere in atto tramite Internet sono: gioco d’azzardo, partecipazione ad aste on-line, commercio in rete ed altro

Queste attività hanno diverse caratteristiche in comune: la competizione, il rischio ed il raggiungimento di una immediata eccitazione.


4. Information Overload: la ricerca di informazioni tramite la “navigazione” sul World Wide Web. Il bisogno di reperire informazioni sta diventando un problema per molte persone che passano molto tempo a ricercare informazioni sulla Rete sperimentando un senso di eccitazione quando riescono a trovare ciò che stavano cercando.
5. Computer Addiction: la tendenza al coinvolgimento in giochi virtuali, giochi di ruolo interattivi in cui il soggetto partecipa costruendosi un’identità fittizia. L’anonimato consente di esprimere se stessi liberamente e di inventare dei personaggi che sostituiscono la vera personalità dell’individuo. E’ come nel teatro greco: gli attori indossano delle maschere per interpretare vari personaggi, che poi si toglieranno una volta scesi dal palco scenico. Su Internet si possono sperimentare sé alternativi e costruirsi una vita parallela, che può essere così coinvolgente e gratificante da assumere un’importanza addirittura maggiore di quella reale. Il soggetto vive così una sorta di sdoppiamento, intrappolato nel bisogno di uscire dalla propria vita quotidiana per trasformarsi nel personaggio virtuale, sul quale proietta tutti i suoi desideri e le sue illusioni.

Si può osservare, allora, che la Rete possiede caratteristiche allettanti in particolare per quei soggetti con bassa autostima o con difficoltà relazionali: la dimensione dell’anonimato, che favorisce la disinibizione, la possibilità di trovare supporto sociale on-line e di creare identità parallele a quella reale, possono facilmente rappresentare fattori di rischio per lo sviluppo di una vera e propria dipendenza da Internet. Tutto nasce e ci riporta al “sè” che da primitivo e originario diventa “digitale” e “virtuale”.

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galloway Opinione inserita da galloway    22 Mag, 2008
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Grazie Allam

Ho comprato questo libro per soddisfare una curiosità che ha diverse facce. La prima riguarda chi l’ha scritto: Magdi Allam, conosciuto ed apprezzato giornalista di origine egiziana, naturalizzato ormai italiano, sia per cultura che per comportamenti, tanto da poter aggiungere alla sua identità addirittura il nome di Cristiano. I suoi giudizi e la sue valutazioni giornalistiche sono sempre puntuali ed ineccepibili, come lo sono i suoi articoli sul Corriere. La seconda curiosità è stata quella di vedere come la pensa un uomo che appartiene, per origine e radici, ad un’altra cultura ed un altra religione, lontana e diversa dalla nostra, anche se in fondo convergenti. La terza, forse la curiosità più decisiva, è stata quella di volere avere una verifica ai tanti dubbi, personali e collettivi, che in questa epoca di relativismo invasivo, una persona comune come me e tanti altri milioni di veri, apparenti o presunti credenti cristiani e cattolici, hanno bisogno, per dare un senso alla propria fede.



Il libro appare scritto sotto l’immediato e forte impatto emotivo che l’autore ha subito il giorno in cui ha ricevuto dalle mani di Benedetto XVI i sacramenti del battesimo, cresima, eucarestia. Non a caso essi danno il titolo ai capitoli iniziali del libro. Ognuno di questi è preceduto da brevi introduzioni in corsivo che iniziano tutte con la frase “grazie Gesù”. Segue una lunga appendice contenente i messaggi solidarietà, i ringraziamenti e un indice dei nomi.



Il libro ha poco o niente di teologico o dottrinario, è la testimonianza di un percorso personale alla ricerca dei diritti fondamentali della persona che solo il cristianesimo sa affermare sia come individuo che come comunità. Non a caso le parti conclusive del libro, l’appendice e l’indice dei nomi, sono dense di nomi e di messaggi diretti all’autore. Una prova provata, a mio modesto parere, della ricerca ed affermazione da parte dell’autore di affermare la sua individualità di credente che vuole ritrovarsi dentro una comunità di fede e di ideali universali. Un libro, quindi, che è anche un documento a futura memoria.

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galloway Opinione inserita da galloway    21 Mag, 2008
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L'era del C. A. C.

La Wikinomics, ovvero l’era del C.A.C.

In questi ultimi anni i tradizionali sistemi di collaborazione tra la gente, come ad esempio le riunioni, le conferenze, i congressi, sono stati superati e sostituiti da sistemi collaborativi che agiscono su scala planetaria. Sono nate enciclopedie elettroniche, sofisticati sistemi operativi, fondi comuni e molti altre cose del genere creati da migliaia, se non milioni di persone. Non a caso molti politici che detengono il potere temono la crescita di queste temibili comunità di massa, ma i “Wikinomisti” non la pensano affatto così. Un gran numero di aziende, infatti, ha cominciato a tastare il polso di quello che è stato chiamato il “genio collettivo” e delle capacità innovative della gente e quindi del pubblico.

La rapida e universale diffusione di Wikipedia, l’enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, è diventata la metafora di un nuovo modo di concepire l’economia e il business: la Wikinomics. È il mondo in cui milioni di persone sono interconnesse tramite e-mail, blog, network, community, chat e usano Internet come la prima piattaforma globale di scambio. È il mondo della collaborazione, della comunità, dell’auto-organizzazione che si trasformano in forza economica collettiva di dimensioni globali. È’ il luogo in cui consumatori, lavoratori, fornitori, business partners e anche concorrenti sfruttano la tecnologia per innovare insieme. Nella Wikinomics le scelte di collaborazione sono infinite. Per esempio: ci si può collegare a una comunità internazionale di scienziati per partecipare alla ricerca sul genoma umano; si possono produrre clip informative per YouTube o sperimentare nuove idee nella comunità di Second Life; ci si può unire alla divisione virtuale del R&D e di aziende come Procter & Gamble e contribuire allo sviluppo di nuovi prodotti; si può partecipare al design delle funzioni interattive della prossima BMW. Questa nuova partecipazione, detta “peer production”, sta cambiando il modo in cui beni e servizi vengono inventati, prodotti, commercializzati e distribuiti su scala globale.

Questi fondamentali cambiamenti avvenuti nella tecnologia, nella demografia e nel business sono alla base di un libro che sta avendo un grande successo. Supportato da una ricerca costata oltre nove milioni di dollari e condotta da uno studioso di fama e di successo, Don Tapscott, la “Wikinomia” mostra alle masse il modo in cui esse possono partecipare alla gestione dell’economia come mai prima d’ora. Tutti possono scrivere storie, notizie, informazioni, mixare musica, studiare il genoma umano, progettare software, scoprire il rimedio per una malattia, manipolare testi scolastici, inventare nuovi cosmetici e perfino costruire nuovi motocicli.

La vita di molte aziende sarà condizionata in maniera decisiva nel loro rapporto con i clienti e col pubblico in particolare. Sarà anche quest’ultimo, formato da tanti milioni di singoli individui e persone con la loro realtà personale, a condizionare i comportamenti e le abitudini che si muoveranno non più o non tanto in maniera gerarchica bensì in una serie di ecosistemi che interagiscono orizzontalmente.

Nel corso dei secoli le società commerciali si sono organizzate secondo linee strettamente gerarchiche. Ogni membro all’interno dell’azienda era sottoposto ad un’altro: impiegati-direttori, venditori-clienti, produttori-fornitori, società-comunità. C’è stato finora sempre qualcuno a controllare in cima alla catena di comando. Anche se le gerarchie non stanno scomparendo del tutto, cambiamenti profondi avvengono all’interno della tecnologia, della demografia e dell’economia globale facendo nascere nuovi e potenti modelli di produzione basati sulla comunità, sulla collaborazione e sull’auto-organizzazione piuttosto che sulla gerarchia e sul controllo.

Milioni e milioni di persone usano i blog, le wiki, le chat, le connessioni dirette e indirette per far sentire la propria voce, in un flusso continuo chiamato “blogosfera”. Ci sono impiegati che svolgono il proprio lavoro collaborando alla pari con strutture orizzontali creando aree lavorative chiamate appunto “wiki workplace”. Clienti che diventano “prosumers”, vale a dire “produttori-consumatori”, concorrenti tra di loro, pronti a creare merci e servizi piuttosto che essere dei semplici consumatori finali. Le cosìdette catene di forniture funzionano meglio quando il rischio, il guadagno e le capacità per il completamento dei progetti, inclusi quelli che possono riguardare ad esempio la produzione di auto, moto ed aerei, sono distribuiti in una serie di strutture collegate a livello planetario che operano alla pari.

Molte società che guardano in questa direzione e si comportano di conseguenza, piuttosto che combattersi tra di loro, preferiscono costituire con la loro clientela delle grandi comunità in rete le quali raccolgono milioni di adesioni sotto forma di partecipazioni creative verso iniziative orizzontali inimmaginabili prima.

Questi modelli di comportamento vanno ben oltre la produzione di software, musica, pubblicazioni, prodotti farmaceutici e si estendono ad ogni tipo di prodotto che faccia parte dell’economia globale. Man mano che si diffonde questo modo di lavorare molti sono portati a pensare che questa collaborazione di massa sia un danno piuttosto che un bene in quanto, ad esempio, il concetto di “open source”, sul quale si basano prodotti quali Linux e Wikipedia, costituiscano un vero e proprio attacco ai diritti leggittimi ed ai bisogni delle società di fare profitti.

Il libro si sforza di dimostrare, al contrario, che l’esplosione di fenomeni di collaborazione in massa accesi in rete di recente, come MySpace, InnoCentive, Flickr, Second Life, YouTube e the Human Genome Project, siano delle prove che dimostrano il contrario. Molte aziende di grandi dimensioni, come ad esempio la Boeing, la BMW e la Procter & Gamble, hanno scelto queste politiche ottenendo un taglio dei costi con immediate innovazioni ottenute dalla collaborazione con i clienti e i soci.

Il libro stesso di cui stiamo parlando è d’altronde un esempio di collaborazioni incrociate che ha visto nascere studi collaborativi su quella che viene spesso chiamata la Nuova Rete o Web 2.0 e su come le società coinvolte in questo nuovo modus operandi si stanno comportando. Milioni e milioni di individui collegati tra di loro possono partecipare all’innovazione, alla creazione della ricchezza e dello sviluppo sociale in maniera inimmaginabile prima d’ora. E quando queste masse di persone inizieranno a collaborare potranno concorrere a creare benessere nelle arti, nelle scienze, nell’istruzione, nella gestione del governo. L’intera struttura economica non potrà non trarne profitto e vantaggio quando tutte queste comunità entreranno a pieno regime.

Per avere successo non basterà soltanto intensificare le strategie di gestione esistenti. Si dovrà pensare in maniera diversa, a come essere competitivi e fare profitto in questa nuova scienza collaborativa che chiamano “Wikinomia”. E’ più di “open source” , “social networking”, “crowdsourcing”, “smart mobs”, “crowd wisdom”, tutte nuove espressioni di fresco conio, che non sono solo di moda, ma che descrivono una realtà in movimento, alla quale nessuna cultura può sfuggire e perciò veramente globale. In effetti la sintesi va ritrovata nell’acronimo C.A.C. che sta per: Connessione -Accesso-Controllo. Tutti possono Connettersi per avere Accesso e assumere poi il Controllo della propria vita e quella degli altri. Nel bene e nel male. Speriamo nel bene.

http://www.wikinomics.com/

http://wikicourse.pbwiki.com/I-principi-della-Wikinomics

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galloway Opinione inserita da galloway    21 Mag, 2008
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Il ragazzo vecchio

Ragazzo. Che meravigliosa parola. Essere un ragazzo. Avere vent'anni. «Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», la frase a effetto con cui Paul Nizan apre il suo Aden Arabia è una sciocchezza d'autore. Sono stati scritti un'infinità di saggi sulla vecchiaia, dal celeberrimo De senectute di Cicerone al recentissimo Memorie di un vecchio felice. Elogio della tarda età di Pietro Ottone, e tutti, salvo rarissime eccezioni, tendono, in un'orgia di retorica, di ipocrisie e di rimozioni, a darne un'immagine edulcorata, accattivante o, quantomeno, a giustificarla, a fornirle un senso e uno scopo, a farsene una ragione. Non esistono invece saggi sulla giovinezza. Per la semplice ragione che la giovinezza non ha bisogno di essere giustificata, né di farsene una ragione, né di darsi uno scopo e un senso, o anche un non-senso, che non siano quelli della vita stessa. Perché la giovinezza è la vita, la vecchiaia già l'ombra della morte.



Lo stesso Cicerone si smaschera da solo quando scrive: «È una vecchiaia infelice quella costretta a cercare argomenti per difendersi». E tutto il suo libricino è una patetica arringa per perorarne la causa. E così Ottone. Nessuno scriverebbe mai «Memorie di un giovane felice». Perché non è un titolo. Non fa notizia, come il cane che morde l'uomo. Non sorprende.



I Latini, che erano meno ipocriti di noi, più concreti e meno abituati a mentirsi addosso, parlano di atra senectus, cupa vecchiaia. E atra vuol dire anche funesta, triste, fosca, oscura, nera. E buia. La vecchiaia è soprattutto buia. Si abbassano tutti gli orizzonti. Si fa sera. Cala la notte e non ci sarà una nuova alba.



Senectus ipsa est morbus (Terenzio): la vecchiaia è in sé una malattia dicevano ancora i Latini. Ma mentre da una malattia, anche la più grave, si può sempre sperare di guarire, dalla vecchiaia no. E infatti Seneca, correggendo Terenzio, aggiunge enim insanabilis morbus est, in verità è una malattia insanabile. È un decadere inesorabile. È come un grafico di Borsa quando tira l'Orso: ci può essere qualche picco apparentemente all'insù ma in una linea che non fa che scendere. Lasciato un gradino si sa che non lo si risalirà più. E la scala va giù, sempre più giù.



A nessuno, in nessuna epoca della Storia, è mai piaciuto invecchiare, benché nelle società premoderne il vecchio avesse almeno la compensazione di godere di un naturale prestigio. Ma noi, anche per le buone ragioni che diremo più avanti, abbiamo, al di là delle retoriche di rito, un autentico orrore della vecchiaia. Tanto che non osiamo più nemmeno nominarla. La chiamiamo «la terza età» (siamo arrivati anche alle iperboli della «quarta età»). E continuiamo a spostarne in avanti l'inizio. A rigore non dovrebbero più esserci vecchi, tanto abbiamo portato in là questo inizio. Secondo un recente sondaggio l'85% degli ottantenni rifiuta di considerarsi vecchio. E un savonese di quell'età mi ha detto, stupito: «Nu capisciu. Una vota ghean tanti vegi» (Non capisco. Una volta si vedevano in giro tanti vecchi). Evidentemente pensava che fossero tali solo quelli più anziani di lui e faceva una certa fatica a trovarne.



Con tanto tempo a disposizione, da vecchi si può leggere, si può andar per mostre, si possono fare insomma molte di quelle cose che nella giovinezza e nella maturità, occupati nella vita, non si aveva il tempo di fare. Ma tutto ciò ha perso il suo senso. Si impara per impiegare in qualche modo la propria conoscenza. Quella del vecchio è a fondo perduto, come di chi componga, disfi e ridisfi continuamente un puzzle. Eppure, poiché sente che il tempo stringe, gli monta una sorta di ossessione, alla Bouvard e Pecuchet, di conoscenza onnivora; vuol leggere tutto, vedere tutto, impadronirsi di tecniche e di scienze di cui non gli è mai importato nulla e, di fatto, continua a non importargli nulla.



«Quest'anno mi sono fatto il Nepal». Non è amore di conoscenza, è una nevrosi catalogatoria, da album di figurine di collezionisti bambini. È mettere una tacca su un coltello che ha perso il filo e non serve più. Non è un piacere ma un dovere, una faticaccia consumata sui pullmann dei tour operator specializzati nella «terza età» o su traghetti carontei, più infernali di quelli dei boat people alimentati almeno dalla speranza, dove ogni tanto qualcuno si accascia e muore...



Eppoi in questi tour c'è anche il fastidio di dover stare fra vecchi, e i vecchi, in linea di massima, detestano la compagnia di chiunque ma su tutto non sopportano gli altri vecchi. «Un mondo popolato in maggioranza da vecchi mi farebbe orrore» disse lo psicologo Cesare Musatti quando aveva novant'anni ed era quindi al di là di ogni sospetto. Che sia solo o in compagnia, che si muova o stia fermo, il vecchio non ha scampo. È un uomo braccato. Sta aspettando solo la morte. E lo sa. E disperdere i pochi giorni o anni che gli restano in attività ormai prive di senso e di direzione, tanto per «ammazzare il tempo», lo frustra profondamente. Passano, inutili, i giorni, uno dopo l'altro, e intanto il tuo cuore già stanco batte e si logora. E ti monta una rabbia, un furore impotente perché stai sprecando gli ultimi sgoccioli della tua vita ma non puoi fare diversamente. Non si può «ammazzare il tempo». È il tempo che ammazza noi.

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galloway Opinione inserita da galloway    21 Mag, 2008
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Contro i manuali di scrittura creativa

Mi occupo di lettura e di scrittura da quando sono nato, si può dire. Intendiamoci, leggo e scrivo come fanno milioni di altre persone. Nulla di eccezionale. Non sono famoso per niente. Ma di queste due abilità ne ho fatto una passione.

Niente lustro, niente successo, niente soldi. Ma non è che questi miti siano poi molto importanti. La cosa decisiva per il nostro argomento è il fatto che la lettura e la scrittura appartengono al mio DNA. Per famiglia, per tradizione, per passione, per industria, per lavoro, insomma per vivere in maniera piacevole facendo ciò che piace di più, leggere e scrivere, appunto. La scrittura, oggi, non è più come una volta. Ricordate? Esistevano gli scrivani un tempo. C’era gente che non poteva permettersi una penna e si affidava a chi questa la sapeva usare.

Oggi, invece, tutti scrivono, e molti credono di saperlo fare per svariate ragioni: per soldi, per vanità, per esibizionismo, per comunicare, per hobby, per perdere tempo, per lavoro e via scrivendo. Stiamo, comunque, sicuramente meglio che in passato.

Quando mi capita, e accade spesso ancora, purtroppo, di trovarmi nell’ufficio postale della piccola frazione dove vivo e di essere invitato a firmare come testimone per qualche vecchietto che deve ritirare la pensione e non sa ancora firmare, mi si stringe il cuore. Mettere il graffio della mia firma accanto a quella croce di quel povero cristo mi fa sentire inadeguato e in colpa. Eppure, sono ancora milioni gli analfabeti totali nel nostro paese.

Ma non è di questo che volevo parlare. Era mia intenzione, infatti, parlarvi non di come imparare a scrivere, e magari anche a leggere, ma di “come scrivere come un kamikaze”.

Tutti sappiamo chi erano e chi sono oggi questi signori del suicidio, ma non avrei mai immaginato che esistono anche soggetti che usano questa tecnica per scrivere … suicidandosi. Non credo, comunque, che lo facciano davvero, dopo di avere scritto ciò che devono scrivere e che lo hanno fatto nel modo richiesto. Mi piacerebbe sapere piuttosto gli effetti del metodo su questi atleti della scrittura che, immagino, sarà scrittura elettronica. Non è pensabile, infatti, che possano scrivere come abbia fatto, che so James Joyce con quella sua incredibile calligrafia, il suo immortale “Ulisse”. Che faranno dopo? Cambieranno mestiere o che? Questa sorta di immersione totale nella parola scritta mi fa pensare, per contrappeso, alla immersione totale che i membri del parlamento, di qualsiasi parlamento nel mondo, fanno lasciandosi annegare nel mare delle parole parlate delle sedute. Parole parlate e parole scritte si incontrano e si scontrano a spese dei pensieri e si annullano nel silenzio perduto.

Da un sito americano nasce l’idea di proporre un concorso di scrittura del tutto particolare: vince chi riesce a scrivere nell’arco di un mese un romanzo di circa cinquantamila parole. Il suo nome è Nano Wrimo, ovvero National Novel Writing Month, è un programma on-line per chi ha pensato spesso di scrivere un racconto ma è stato spaventato dallo sforzo e dal tempo necessari per portare avanti il proprio progetto.

Gli autori del sito parlano di “approccio kamikaze”, tuffarsi nella scrittura senza inibizioni e limitazioni di sorta, affrontare rischi; parola chiave: scrivere, scrivere sempre, in qualsiasi ora del giorno e della notte. Avendo a disposizione solamente un mese, l’aspirante scrittore dovrà rinunciare al lavoro di editing, che consiste nel revisionare, tagliare delle parti, aggiungerle, trovare sinonimi, e concentrarsi solamente sulla creazione.

I partecipanti provengono da tutte le parti del mondo, è sufficiente registrarsi sul sito Nano Wrimo, inviare un profilo personale, fornire qualche cenno sul proprio stile di scrittura, se lo si possiede, e mandare qualche foto. Via, via che i maratoneti-scrittori andranno avanti con la stesura del romanzo, il sito offrirà loro incoraggiamento, specialmente a chi, arrivato a metà dell’opera, non riesce ad andare avanti, a chi, guardando a ritroso il proprio capolavoro, pensa che si tratti di una schifezza, a quelli colti dal blocco dello scrittore, dalla paura della pagina bianca.

Il concorso ha inizio il primo di ogni mese e termina entro la mezzanotte dell’ultimo giorno dello stesso mese. In questo periodo è necessario scrivere come pazzi, dimenticare cene fuori, sport, impegni di altro genere e concentrarsi solo sulla stesura del proprio romanzo. Al maratoneta della scrittura andrà un bel certificato di vincitore e un’icona web.

L’idea del sito è sottesa da un diverso concetto di scrittura: l’importante non è la qualità di ciò che si scrive, ma la quantità. Non è detto che nella produzione in grandi quantità non si nasconda anche la qualità: spesso ciò che si scrive di getto ha il dono dell’immediatezza, della spontaneità e risulta molto più diretto di ciò che è stato rimaneggiato a lungo, revisionato tante volte, che risulta indubbiamente più costruito. D’altra parte è anche vero che incoraggiando chiunque a scrivere montagne di pagine senza un minimo di pratica e di criterio si rischia di incrementare un serie di aspiranti scrittori mediocri, e di dover leggere romanzi mediamente lunghi e altamente noiosi.

Nano Wrimo è orgoglioso di comunicare sulla propria home page, che circa sessantamila partecipanti nel 2005 hanno aderito al proprio bando di concorso, che in diecimila sono riusciti a concludere il proprio romanzo e che tutti coloro che all’inizio del mese sono entrati come attori disoccupati, insegnanti delle superiori, commesse con il pallino dello scrittura, sono usciti come romanzieri, o quasi. (Claudia Garano)

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galloway Opinione inserita da galloway    21 Mag, 2008
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Può un bibliomane recensire se stesso?

La domanda non è peregrina, nè tanto meno provocatoria, è solo una domanda possibile e plausibile: può uno che scrive in rete e altrove, in cartaceo o in digitale, può questa persona scrivere del suo ultimo libro scritto per il recupero di una antica piccola Chiesa in Costa d'Amalfi, disponibile anche in rete gratis? Io credo di sì, se si pensa che ognuno deve credere in quello che fa.



Se non ci crede prima lui stesso, chi ci deve, dopo tutto, credere? Forse chi scrive per criticare, senza sapere cosa ha letto e se ha letto? Chi si crede un critico, addetto, quindi, a stroncare o a leccare chi ha scritto qualcosa? Chi scrive per invidia contro, ritenendosi il depositario di tutte le qualità artistiche possibili, oppure uno che lo fa solo perchè è pagato per farlo, e adula senza sapere ciò che scrive?



Ecco, allora, perchè ho deciso di recensire io stesso il libro che è in rete ed è dipsonibile a stampa. Dopo tutto, il volume ha un fine non speculativo e i proventi dovranno servire a salvare un'antica Chiesa di un minuscolo Villaggio in Costiera Amalfitana che rischiano di scomparire.

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galloway Opinione inserita da galloway    19 Mag, 2008
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Il 68 rovesciato

“Rovesciare il 68″ è un libro molto particolare, sia per il contenuto che per la forma in cui è scritto. Il testo, infatti, si presenta in forma di brevi paragrafi indipendenti e significativi, collegati l’uno all’altro dal nesso narrativo che ne fa un vero e proprio saggio storico politico.

Nel suo insieme il libro è un “pamphlet” nella migliore tradizione saggistica dei “pamphleteers” anglo-sassoni. La forma breve e indipendente del paragrafo ne permette una lettura cadenzata online.

Non ho mai parlato con Marcello Veneziani ma è come se lo conoscessi da sempre in quanto lo leggo sin da quando era il direttore de “Il Settimanale” scomparso da tempo, ed anche prima.

Ho letto molti suoi libri e leggo i suoi articoli su “Libero” ed ovunque la sua apprezzata firma appare. Chi desidera conoscere la sua biografia può andare qui al link Marcello_Veneziani.

Ecco il primo paragrafo della sua premessa al libro intitolata “Per farla finita con il 68″ che in un certo qual modo conferma e giustifica questa recensione che vuole essere un servizio non solo alla diffusione, lettura e studio dell’importante libro di Veneziani, ma anche la possibilità di una lettura mirata ed allargata anche ad interventi esterni di approfondimento.

Chi scrive si trova ad avere qualche anno in più di Veneziani e ad aver subito le violenze di quei fuochi fatui sia da un punto di vista mentale che familiare. Fuochi fatui dai quali riuscì a fuggire ma dai quali qualche altro a lui vicino non ha fatto mai ritorno. Se queste sono le premesse di Veneziani, bene, posso dire che sono anche le mie.

Mi sento di poter condividere con lui questo percorso di lettura e dalle sue parole ricevere la giusta chiave di comprensione di un periodo cruciale della mia esistenza e della storia del nostro Paese.

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galloway Opinione inserita da galloway    19 Mag, 2008
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Il senso della vita

Mai come in questo caso il titolo che ho scelto per recensire questo libro, l'ultimo di De Crescenzo, è indicativo. In effetti leggere De Crescenzo significa dare un senso alla vita di tutti e di ciascuno. E questa volta possiamo farlo consolandoci anche con caffè napoletano.



In effetti leggere De Crescenzo è come calarsi dentro la vita preparandosi a conoscerla da più punti di vista. Perchè questo è il segreto di chi ama Napoli e i libri che Luciano De Crescenzo ci scrive sopra.



Le scarpe spaiate, le disgrazie, l'ozio, il dubbio, la "immonditia", il grande fratello, la libridine, Aristippe e internet, il computerese che va a letto col PC, Dante e Pippo, Gregorio XIII e Sabrina Ferilli, la nascita dell'uomo con la pizza, il terrorista con la smorfia, l'incomunicabilità dei maccheroni, i sogni a prezzi stracciati, sono solo alcuni dei temi di cui Luciano si occupa con leggerezza ed eleganza, profondità e raziocinio, logica e pragmatismo.



Il mondo diventa più leggero, vivibile, anche attraente e gioioso, dopo di avere bevuto questi sorsi di saggezza antica filtrati attraverso la lente del presente, serviti in tazzine di caffè come solo a Napoli sanno fare: amaro, nero e ristretto.

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galloway Opinione inserita da galloway    18 Mag, 2008
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La strada del mondo

Ho letto questo libro tutto di un fiato. In termini pratici dirò di avere fatto il viaggio Napoli-Bologna senza accorgermene. Una prosa scarna, frasi brevi, niente incisi, parentesi, virgolette, capitoli ed altri segni di punteggiatura.
La narrazione scorre a tutto tondo, senza corsivi, senza note solo uno scorrere rapido fatto di paragrafi brevi e spaziati. Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell'oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po' di tepore e qualche barlume di vita.
Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po' di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo.
E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore. Un capolavoro. Buona la traduzione ma credo che vada letto in lingua originale.

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galloway Opinione inserita da galloway    18 Mag, 2008
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Sperare per cambiare

"Abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini".

Ho appena ultimato la lettura del libro di Tremonti e credo che sia un testo che merita di essere più che letto, studiato ed approfondito. I temi svolti sono molto attuali, i problemi affrontati ancora da risolvere e andranno a fare parte della politica che qualsiasi governo dovrà affrontare entro e non oltre il 2030.

Il libro è chiaramente un pamphlet politico nella migliore tradizione della saggistica anglosassone. Ho la vaga impressione che sia stato scritto molto velocemente tenendo bene in vista la scadenza elettorale. In effetti, lo stile è molto scorrevole, quasi giornalistico, ma questo non è un difetto in quanto lo rende fruibile anche da chi fa fatica ad addentrarsi nei discorsi tecnici sia della politica che dell'economia. Il che non è un male tenendo presente che anche il grosso pubblico deve abituarsi a partecipare alle grandi discussioni che coinvolgono una comunità nazionale, anche oltre i propri confini.

Sarebbe stato opportuno che l'autore avesse stilato alla fine del libro una bibliografia essenziale di riferimento, che facesse da guida per ulteriori approfondimenti. Visto il successo delle vendite, nulla vieta che in una nuova riedizione possa essere aggiunta anche in previsione di nuovi incarichi che l'autore andrà ad assumere nel prossimo futuro immediato dopo le elezioni.

In definitiva dirò che il libro è chiaramente un libro di "destra" nel senso antico, tradizionale e moderno del termine. Basta qui ricordare le sette parole-obiettivi sulle quali Tremonti basa la sua ricetta per superare la paura e alimentare la speranza per il futuro: valori, identità, famiglia, autorità, ordine, responsabilità, federalismo.

Idee chiare e forti sulle quali tutti i partiti avranno idee ed opinioni diverse. Tutti farebbero bene comunque a rifletterci su. Voglio dire su quello che Tremonti dice, per convincersi che sono idee nuove perchè in fondo sono antiche, e come si sa non c'è mai nulla di nuovo sotto il sole.

Il guaio è che gli uomini devono prima sbagliare per comprendere che le idee di prima erano quelle giuste. Non so se mi sono spiegato. Resta questo, comunque, un libro da leggere, anzi, da studiare. L'ho già detto. Studiare sia da destra che da sinistra.

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Il libro di Tremonti è consigliabile a chi soffre del male dell'economia fatta di quotidianità e previsioni.
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Religione e spiritualità
 
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galloway Opinione inserita da galloway    31 Marzo, 2008
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Ecclesiaste vs Qoelet

Qoelet è un libro vecchio di oltre due millenni ma conserva intatta la sua modernità. E' senza dubbio uno dei pochi libri-sintesi nel senso che i suoi contenuti appartengono agli uomini di tutti i tempi e di tutte le razze. E così sarà anche per l'avvenire. Chi vuole davvero andare alla ricerca del senso della vita, deve necessariamente leggere questo libro. Anzi, lo deve leggere e rileggere. Lo studio svolto da Ravasi in questa edizione è davvero straordinario: scava nelle storia delle parole, opera confronti, riporta fonti, insomma sviscera il testo e si resta ammirati per la profonda erudizione e per la semplicità della presentazione. Non so quante volte nel corso degli anni ho letto il testo, ogni volta che l'ho riletto vi ho scoperto qualcosa di nuovo e di diverso. Ora con il lavoro di Gianfranco Ravasi il lettore ha la possibilità di andare addirittura oltre le parole di chi scrive. Si ha quasi l'impressione di raggiungere la vera Parola, quella di Dio. Perchè, in fondo e dopo tutto, Qoelet a questo mira: affermare su tutto la Parola del Creatore.

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Le porte del peccato
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