Opinione scritta da La Lettrice Raffinata

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Agosto, 2023
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Una storia del Poirot-verso, senza Poirot

Questa lettura mi ha confermato che non riesco ad apprezzare davvero le storie in cui Christie mescola al mystery degli elementi di spionaggio; infatti, "L'uomo vestito di marrone" presenta tutte le debolezze soggettive che già mi avevano fatto storcere il naso nel precedente "Avversario segreto" (con protagonista la coppia di avventurieri Tommy e Tuppence), con in più nuovi difetti decisamente oggettivi che lo fanno slittare in fondo alla mia classifica di gradimento dei romanzi della cara Agatha letti finora.

Non nego che la trama ad un primo acchito possa risultare interessante: si parte dalla Londra degli anni Venti, dove la protagonista Ann Beddingfeld assiste casualmente ad un incidente mortale nella metropolitana e decide di impegnarsi affinché la verità su questo caso venga svelata. La giovane non tarda a collegare la disgrazia ad un delitto per il quale è ricercato il cosiddetto "uomo vestito di marrone" e, seguendo una pista, finisce per imbarcarsi su un piroscafo in partenza da Southampton e diretto in Sud Africa. A bordo, Ann capisce di essere ormai coinvolta in una storia molto più grande di lei: non si parla più di un singolo omicidio, ma di una vera e propria rete criminale intessuta dal misterioso "Colonnello". Ad affiancare la narrazione in prima persona dal punto di vista della nostra avventuriera ci sono gli estratti dal diario personale di un altro passeggero, tale Sir Eustace Pedler, che chiariscono alcuni retroscena facendo spesso qualche passo indietro sulla linea temporale.

La scelta di portare due POV dalle voci tanto diverse da un tocco di particolarità alla storia ed è uno dei punti di forza del romanzo; peccato ce ne siano pochi altri. Mi sono piaciuti i confronti tra Sir Pedle ed il segretario Pagett, ma ho trovato spassosi anche i dialoghi tra i passeggeri del piroscafo durante le serate o tra Ann e la sua nuova amica Susan Blair. In un paio di scene, ho apprezzato poi il piglio deciso di Ann, inoltre ritengo che l'intreccio ed i personaggi secondari vengano gestiti abbastanza bene.

Accantonati i pochi elogi passiamo ai difetti, oltre al fatto che si tratta in fondo di una spy story, genere per nulla di mio gusto. Innanzitutto, il romanzo inizia con una serie di scene velocissime: assistiamo ad un gran numero di eventi senza avere neppure un attimo per metabolizzarli, e con noi la protagonista che in effetti non sembra turbata più di tanto dalle disgrazie in cui è coinvolta. Per quanto riguarda il lato mystery, molte delle intuizioni di Ann derivano in realtà da indizi che le cadono letteralmente addosso, e come farsi poi mancare il prolisso spiegone del villain nell'epilogo?

Esclusi i rari momenti di risolutezza menzionati prima, Ann si dimostra poi un personaggio terribile: è talmente decisa a voler fare da sé che non contatta mai le autorità, neppure quando la sua stessa vita è in pericolo, e dimentica tra una pagina e l'altra tutte le sue velleità di giornalista e di paleontologa. Ma la miglior dimostrazione della sua stupidità riguarda la parte romance, che non solo si basa sul più istantaneo dei instalove, ma poggia su presupposti tossici e disfunzionali visti dalla rintronata Ann come terribilmente romantici.

Ci sarebbe poi di che parlare in relazione al colonialismo e le sue conseguenze, per i quali manca un qualunque pensiero critico, ma visto il contesto storico direi che era inevitabile; ciò non toglie che potrebbe risultare fastidioso per i lettori contemporanei. Farà invece piacere a molti rivedere il colonnello Race, se come me già l'avevate incrociato in altri titoli dell'autrice (nel mio caso, è stato con "Poirot sul Nilo").

Per quanto riguarda le mie prossime incursioni nella bibliografia di Christie, credo che mi limiterò ai miei cari Poirot e Miss Marple, perché con i suoi altri protagonisti non sto avendo granché fortuna. Meglio rimanere sul mystery classico, lasciando da parte spy story e romance!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Agosto, 2023
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Criminale o scrittore come uniche carriere

I romanzi di Thilliez mi hanno incuriosito per diversi anni, e finalmente mi sono decisa a cominciare con "Il manoscritto", uno dei suoi libri più apprezzati. E posso dire di aver scelto decisamente bene: spero soltanto che le sue altre opere siano altrettanto convincenti -oppure, perché no, migliori-, perché non vorrei essermi già sciupata quanto di meglio avesse da offrire la sua bibliografia.

Il volume viene introdotto da una prefazione in cui J-L. Traskman, figlio del fittizio scrittore Caleb Traskman, spiega di aver trovato un romanzo incompiuto del padre dopo la sua morte e -in collaborazione con l’editore- di aver aggiunto una conclusione che reputa adatta. Questa premessa ci traina in un thriller composto da due linee narrative: la prima riguarda la romanziera Léane Morgan, segnata da un lacunoso passato e dal rapimento della figlia Sarah avvenuto anni prima, costretta a tornare nella sua casa a Berck-sur-Mer quando il marito rimane vittima di un'aggressione che mette in moto una sequenza di scoperte sconcertanti; dall'altro lato troviamo Vic Altran, un poliziotto dotato di una memoria incredibile, impegnato in un caso che diventa via via sempre più complicato.

La complessità dell'intreccio è senza dubbio il principale punto di forza del romanzo, e devo ammettere di essermi divertita molto a cercare di risolvere il giallo al fianco dei protagonisti, e questo ha contribuito a mantenere vivo il mio interesse verso il libro, nonostante lo stessi leggendo in un periodo abbastanza frenetico ed impegnativo. In effetti, qualche svolta sono riuscita anche ad azzeccarla, ma sono così tante che indovinarle tutte è impossibile. La conclusione in un primo momento mi ha lasciato perplessa, ma ragionandoci meglio trovo che sia ben contestualizzata rispetto alla premessa del romanzo stesso.

Mi sono piaciute molto le continue sovrapposizioni ed i temi del doppio e dello specchio, perfetti per una storia misteriosa ed oscura in generale, e per questa storia misteriosa ed oscura in particolare. Gli altri pregi di questo titolo sono individuabili nei ben delineati personaggi principali -che presentano degli sviluppi caratteriali non scontati- e nel ritmo incalzante: ogni nuova rivelazione porta ad ulteriori misteri da svelare, risultando in una perfetta lettura di intrattenimento, se riuscite a tollerare la violenza.

Superato questo scoglio non indifferente (specialmente facendo una media dei romanzi dello stesso genere), due principali difetti si distinguono nella lettura. Il più evidente riguarda alcuni dialoghi, che spesso sono un po' troppo compassati; si percepisce chiaramente che sono stati studiati a tavolino, anziché dare una sensazione di naturalezza. In questo modo si fatica parecchio anche a distinguere le voci dei singoli personaggi, che a prescindere da fattori come la condizione fisica del momento o la propria estrazione sociale parlano tutti in modo formale.

Durante la lettura si può inoltre notare come alcune azioni -in particolare degli antagonisti- sono forzate e palesemente inserite per far procedere le varie indagini, altrimenti si arenerebbero; cerco di fare un esempio privo di spoiler: se avessi il sospetto fondato di essere pedinata, non lascerei la porta di casa aperta così da permettere al mio potenziale aggressore di entrare in tutta tranquillità! Diciamo che si tratta di ingenuità narrative da accettare con una condiscendente alzata degli occhi al cielo, perché in fondo lo sappiamo dalla prima pagina che si tratta di un'opera di fantasia.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Agosto, 2023
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Nihal, ti presento Goku

Primo capitolo in una serie molto chiacchierata negli ultimi anni, anche per merito di un'edizione italiana esteticamente meravigliosa, "La guerra dei papaveri" è stata per certi versi una lettura inaspettata. Della trama in realtà sapevo ben poco, e forse questo mi ha permesso di godermi di più la lettura perché la storia presenta uno sviluppo molto più ampio di quanto la premessa lasci intendere.

Il mondo creato da Kuang è fortemente ispirato a quello reale per quanto riguarda la definizione delle nazioni presenti, ma anche per gli eventi alla base della narrazione: la guerra del titolo fa riferimento alle Guerre dell'oppio, seppur privata dell'effettiva contesa commerciale. Qui troviamo contrapposti l'impero Nikan -governato dall'Imperatrice Su Daji- e la Federazione di Mugen, che ingaggia battaglia per delle mire espansionistiche, sobillata dal suo nuovo Imperatore Ryohai.

In questo scenario si muove la protagonista (e nostro quasi esclusivo POV) Fang Runin "Rin". All'inizio della narrazione viene presentata come giovane orfana della precedente guerra che la famiglia Fang cerca di costringere ad un matrimonio combinato; per non dover sottostare a quest'imposizione, la ragazza si impegna a studiare per l'esame del k?j?, che le permetterebbe di iscriversi alla prestigiosa Accademia militare di Sinegard. In realtà, la parte un po' adolescenziale e formativa del romanzo serve soltanto a gettare le basi per quello che succede da metà volume in poi.

Non che la trama compia delle svolte imprevedibili, anzi: nessun colpo di scena in questa storia riesce effettivamente a stupire; però la premessa legata al mondo dell'Accademia potrebbe far immaginare un tipo di storia diverso da quello che poi la cara Rebecca intreccia. C'è infatti un'enorme differenza di tono tra le scene ambientate nella scuola e quelle legate alla guerra, e immagino che a livello emotivo possa essere stata una scelta intenzionale per colpire il lettore, ma l'impressione finale è di aver letto due libri completamente diversi per contesto e linguaggio uniti assieme a forza.

Questa disomogeneità riguarda anche il sistema magico immaginato dall'autrice, che presenta un Pantheon di divinità elementari da poter evocare per ottenere delle abilità; in particolare, si passa da un ambiente totalmente estraneo al sovrannaturale, che ritiene la magia una mera superstizione, ad uno in cui si fa ricorso ai proprio poteri anche per attività quotidiane (come accendere un fuoco da campo) e senza alcun tipo di segretezza. Questa dissonanza non mi ha comunque impedito di trovare molto interessante il world building, che spero venga approfondito nei seguiti.

Gli altri punti di forza del romanzo sono tutti collegati ai personaggi, ed in particolare alla protagonista. All'apparenza Rin potrebbe ricadere nel cliché dello SFC, invece si rivela nient'affatto perfetta, ed ho apprezzato il suo percorso di crescita proprio per come sa riconoscere e farsi forza degli errori commessi. Ci sono anche alcuni comprimari degni di nota, come Chen Kitay ed il l?osh? Jiang Ziya, ma anche Yin Nezha che inizialmente sembra ricalcare a sua volta un tropo fastidioso, e invece... Menzione d'onore per il l?osh? Jun Loran, un serio lavoratore ingiustamente bistrattato da un collega sfaticato.

Il principale problema del romanzo sta nelle esagerazioni, nel suo voler essere sopra le righe ad ogni costo, tanto da ricordare molto alcuni celebri manga sh?nen da cui trae anche elementi narrativi. Ho trovato eccessivi tanti aspetti: i termini e le espressioni incongruenti con il contesto (quelle in inglese o troppo moderne, nonché parole come "marziale" che in questo mondo non dovrebbero esistere), le volgarità e la violenza così sovrabbondanti da ottenere il risultato opposto, l'aspetto e le capacità di personaggi come Altan Trengsin che nulla hanno da spartire con la verosimiglianza.

L'effetto nel complesso è comunque molto divertente, sicuramente capace di intrattenere i lettori. E questo vale anche per me, infatti ora sono estremamente curiosa di continuare la trilogia, che tra l'altro vedrei perfetta come serie TV.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Agosto, 2023
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Premessa alle ortiche

Ammetto di non essermi informata particolarmente prima di iniziare a leggere "Il giardino dei Finzi-Contini"; basandomi soltanto sulla sinossi e sulle informazioni ricevute nel prologo. Cosa mi aspettavo, dunque? un romanzo che attingesse a piene mani all'esperienza personale dell'autore per raccontare una storia sul valore della memoria, del non dimenticare le persone care e le ingiustizie che hanno patito. Forse per questo sono rimasta un filino basita quando ho realizzato che il narratore mi stava portando in tutt'altra direzione, accantonando il dramma della persecuzione subita dagli ebrei in Italia sotto il regime fascista, per raccontare della sua fissazione giovanile degna di una puntata di Amore criminale.

Una trama vera e propria questo libro non ce l'ha (ma questo è l'ultimo dei problemi, fidatevi!), ci si limita a seguire l'anonimo narratore mentre questi illustra il suo rapporto con la famiglia Finzi-Contini, alla quale è unito dalla fede ebraica ma diviso dalla classe sociale. Non che il protagonista sia povero, anzi: basti pensare che negli anni Trenta possiede un telefono in casa; però i Finzi-Contini sono su tutt'altro livello, con delle linee dedicate nelle camere di ogni membro della famiglia, ma soprattutto con un parco grande una decina di ettari tutt'attorno alla villa. È in questo giardino che il narratore si relaziona per la prima volta con i Finzi-Contini, diventando amico del figlio Alberto ed invaghendosi della figlia Micòl.

Non voglio dire che si tratti di un romanzo terribile, e ritengo giusto contestualizzarlo nel periodo storico in cui è stato scritto; però il pensiero che ancora oggi venga suggerito come lettura nelle scuole mi perplime, specie pensando a quante biografie esistono sull'argomento dell'olocausto. E forse avrei preferito proprio un'autobiografia sull'esperienza personale di Bassani in quanto ebreo vissuto in quegli anni (è vero che il protagonista condivide con lui parecchi tratti, ma il filtro del romanzo non trasmette le stesse emozioni) o magari un saggio, visto lo spazio che viene dato nel testo alla situazione politica. Tra l'altro quest'ultima è la sola parte che promuovo assieme al prologo, perché mostra bene come ci fossero stati d'animo diversi all'interno della comunità ebraica, con molti che non pensavano affatto si arrivasse alla deportazione anche in Italia.

L'unico altro aspetto positivo sono i dialoghi, che ho trovato ben scritti e a tratti perfino divertenti: una piccola oasi di pace nel delirio della prosa. Il caro Giorgio infarcisce la narrazione con frasi lunghissime, continuamente interrotte da subordinate in una quantità che andrebbe dichiarata illegale, ricorrendo spesso a trattini e parentesi nonché a battute rivolte al pubblico; come risultato, il lettore perde completamente il filo del discorso dall'inizio della proposizione principale a quando -cinque righe e svariate secondarie dopo- questa viene conclusa. L'esagerazione tocca anche le descrizioni dell'abbigliamento e delle azioni compiute dai personaggi; per mio gusto, avrei investito quelle righe per spiegare le tante ricorrenze ebraiche che vengono citate, e su cui ammetto di essere del tutto ignorante.

Ma almeno la critica al fascismo si salva? per quanto possa sembrare assurdo e perfino maligno da parte mia, devo dire di averla percepita pochissimo: in pratica qui le leggi razziali hanno il solo scopo di portare avanti la narrazione, come quando il protagonista viene escluso prima dal circolo di tennis e poi dalla biblioteca, per dargli delle ragioni di avvicinarsi sempre più alla famiglia Finzi-Contini. Non escludo comunque che il problema possa essere tutto mio, perché magari ho travisato il testo; testo che comunque non ha cercato in alcun modo di avvantaggiarmi perché, pur essendo pieno di parole e frasi intere in lingue e dialetti vari, queste sono seguite solo in una manciata di casi dalla relativa traduzione. Probabilmente è tra quelle righe misteriose che si nascondeva il vero messaggio del romanzo.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    11 Agosto, 2023
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Quello sarebbe il finale?

Dopo averla sentita lodare da chiunque e dalle loro madri -in senso letterale, perché perfino mia madre me l'ha consigliata-, mi sono decisa ad iniziare una delle serie italiane più famose al mondo con "L'amica geniale". Devo dire che il troppo hype ha su di me un effetto respingente quasi sempre, e forse per questo rimandavo di continuo la lettura; un vero peccato, perché quando finalmente l'ho iniziata non riuscivo più ad appoggiare il libro.

Una trama vera e propria questo volume non ce l'ha, pur non peccando di una premessa di partenza: ai giorni nostri Elena "Lenù" Greco riceve una telefonata dal figlio della sua amica di sempre Raffaella "Lila" Cerullo, preoccupato perché quest'ultima sembra essere sparita nel nulla. Nel tentativo di creare una sorta di ritratto dell'amica, Lenù inizia a trascrivere tutto ciò che ricorda del loro passato, a cominciare dall'infanzia in un rione difficile della Napoli degli anni Cinquanta. Il romanzo procede poi per episodi, ed arriva presto a raccontare anche la loro adolescenza fino ai sedici anni.

La struttura episodica del volume è uno dei pochi aspetti che mi hanno fatto storcere un po' il naso; sia perché ingarbuglia inutilmente la narrazione -dal momento che le vicende descritte non seguono sempre un ordine cronologico-, sia per le tante sottotrame aperte strada facendo, ma prive di una chiara conclusione: come ha fatto la maestra Oliviero a scoprire il talento di Lila? alla fine è stato risolto il problema dell'impermeabilità delle scarpe create da Lila e Rino? Lenù è riuscita a giustificare in qualche modo il suo ritorno precipitoso da Ischia?

Il solo altro difetto (decisamente più soggettivo) che ho potuto riscontrare è la caratterizzazione di Lenù, perché a tratti risulta un po' ripetitiva come narratrice, e devo ammettere che ho mal sopportato la sua totale mancanza di volontà: passa l'intero volume a cercare delle figure di riferimento dalle quali dipendere, poi dice di volersi emancipare da loro, ma finisce soltanto per sostituirle con altre. Voglio comunque considerare che in questo volume è ancora una ragazzina, quindi spero migliori nei seguiti.

Messi da parte questi piccoli nei, il romanzo vanta molti punti a suo favore. Il primo a balzare all'occhio è sicuramente lo stile, sempre curato e puntale senza per questo sacrificare la chiarezza o la fluidità della prosa. Subito dopo si palesa la solidità dell'ambientazione, che si tratti delle descrizioni dei luoghi vere e proprie o della fedeltà al contesto storico in cui i personaggi si muovono; il rione e le altre zone di Napoli raccontati dalla cara Elena sono realistici e tangibili, e la sua penna da l'impressione di trovarsi proprio lì.

Altro grande pregio è la caratterizzazione di protagonisti e comprimari, e questo non è per nulla scontato visto quanto è numeroso il cast. Eppure tutti i personaggi sono definiti e mantengono una loro concretezza nel corso dell'intero libro: molti potranno risultare fastidiosi o perfino ripugnanti, ma Ferrante è abile nel mostrare cosa ha spinto ognuno nel punto in cui si trova, senza voler dare una giustificazione bensì con il fine di illustrare uno specifico retroscena socio-culturale. Ho apprezzato poi come sono state gettate le basi per trattare il tema dell'emancipazione femminile, un argomento che mi auguro sarà notevolmente ampliato nel resto della tetralogia.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    08 Agosto, 2023
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Elezioni di un futuro passato

Dopo fin troppi libri deprimenti e rivoltanti (in senso buono, però) e prima di deprimermi e rivoltarmi probabilmente ancora di più con l'ultimo volume di Chaos Walking, ho pensato di prendermi una pausa con un titolo che rientra sempre nel filone della distopia, ma con un tono del tutto diverso. Proprio lo stile ironico di Chesterton è il primo elemento a saltare all'occhio ne "Il Napoleone di Notting Hill", una storia intrisa di allegorie che l'autore ha scelto di ambientare in un futuribile (almeno per lui) 1984, forse l'anno più caro agli appassionati del genere.

L'intreccio è bizzarro quanto lo sono i suoi protagonisti: in una realtà dominata dal colonialismo più ipocrita, il popolo inglese adotta un sorteggio casuale per scegliere il prossimo sovrano, senza tener conto che potrebbe trattarsi di un incompetente o perfino di un criminale; perché, come dice giustamente James Barker ad inizio volume, quelli sono in fondo rischi comuni anche alle monarchie ereditarie ed alle democrazie. È così che l'impiegato dall'inusuale senso dell'umorismo Auberon Quin si ritrova ad essere Re ed inizia una politica di ritorno al Medioevo, trasformando i quartieri di Londra in minuscoli feudi per preservarne l'individualità; questa burla porta però nel tempo a conseguenze imprevedibili.

Come già accennato, la prosa satirica di Chesterton si fa notare subito, e contribuisce a rendere la lettura molto divertente, adottando a più riprendere un umorismo quasi caustico, specialmente quando si sofferma su riflessioni di critica sociale; non è un caso che il capolavoro di Orwell sia stato in parte ispirato da questo romanzo. In effetti alcune riflessioni sono incredibilmente attuali, come la denuncia dell'assimilazione culturale forzata enunciata dal ex Presidente del Nicaragua.

A dispetto del tono surreale, l'intreccio ideato da Chesterton è ben studiato e porta a tanti collegamenti che uniscono in modo indissolubile le esistenze di re Auberon e di Adam Wayne: tanto folleggiante l'uno quanto concreto l'altro, i loro caratteri sono agli antipodi per quanto riguarda l'attitudine, eppure finiscono per capire di essere le due facce di un'unica medaglia. Un altro elemento assolutamente positivo è l'edizione realizzata da Lindau, completa di appendici e note che spiegano i tanti giochi di parole presenti nel testo.

Sull'altro piatto della bilancia abbiamo dei personaggi secondari decisamente macchiettistici -che al di fuori della narrazione non hanno una loro vera identità- ed una trama priva di un giusto ritmo: le vicende sembrano procedere per episodi, in pratica.

Trovo poi giusto precisare che il futuro (relativo) presentato dal caro Gilbert non è per nulla futuristico! a livello concettuale sembra anzi rivolgersi verso il passato e non soltanto per le assurde trovate di re Auberon. Nonostante questo, il romanzo si dimostra visionario e all'avanguardia; ha infatti il merito di aver ispirato tante storie scritte in seguito -in primis il già accennato "1984"-, ma anche di aver previsto alcuni degli eventi chiave del Novecento europeo e non solo. Al massimo si può tacciare Chesterton di eccessivo ottimismo, visto che immagina un mondo in pace dopo la fine delle grandi guerre, non ancora avvenute quando lui scriveva questa storia.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    04 Agosto, 2023
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In pratica, Miele è Gilderoy Allock (ma meglio)

Tra tutti i volumi companion de La Prima Legge, "Red Country" è sicuramente quello su cui ho sentito meno opinioni: anche tra i fan più accaniti di Abercrombie, saranno in pochi a definirlo il loro libro preferito. Nonostante fatichi a distinguersi, questo romanzo ha molti punti a suo favore, specialmente per come riesce ad introdurre degli elementi di originalità all'interno dell'universo espanso, a cominciare dall'ambientazione.

Le vicende si svolgono nel continente ad ovest del Midderland, una terra ancora priva di leggi che ricorda parecchio una versione stereotipata ed un po' cinematografica del Selvaggio West: vediamo avventurieri pronti a partire per la corsa all'oro, tribù di selvaggi con la passione per l'amputazione di appendici varie e carovane in viaggio alla ricerca di una terra incontaminata dove cominciare una nuova vita. Un contesto ben diverso da quello simil-medievale dei capitoli precedenti, nel quale si muovono i due POV principali: la mancata affarista Shy Sud -impegnata nel salvataggio dei fratelli rapiti- e Tempio, inizialmente presentato come il legale al seguito dell'immancabile Nicomo Cosca e della sua Brigata della Fausta Mano.

Attorno ai due protagonisti, ruotano un gran numero di personaggi singoli e di gruppi, che rendono la storia più dinamica ed interessante, ma contribuiscono anche alla poca linearità della trama: l'effetto è quello di seguire dei caratteri lasciati allo sbando, anziché incanalati in una narrazione prestabilita dall'autore. Le vicende narrate rappresentano in effetti il primo scoglio all'apprezzamento del romanzo, perché tutte le svolte sono estremamente prevedibili e la scelta di presentare tante, piccole sfide al gruppo protagonista (invece di una grande missione da portare a termine) non aiuta a consolidare la tensione narrativa.

Tensione che viene ulteriormente smorzata dagli antagonisti, che si dimostrano dal primo all'ultimo una grossa delusione: nessuno di loro si pone neanche lontanamente come una vera minaccia, quindi il lettore non riesce mai a preoccuparsi davvero per la sorte dei protagonisti. Anche le morti non colpiscono più di tanto, oltre ad essere stranamente poche in confronto con gli altri libri della saga.

Ma allora dove sono gli aspetti positivi che vi avevo promesso? a parte la già citata, nuova ambientazione, abbiamo due protagonisti di tutto rispetto. Shy e Tempio mi sono piaciuti molto perché presentano dei caratteri per nulla scontati, che nel corso del volume vengono sviluppati in modo decisamente interessante, e complementare: se lei deve capire come essere più dolce e tollerante (con gli altri, ma anche verso se stessa), lui deve imparare la determinazione perché la via più semplice non è quasi mai quella giusta. Attorno a loro orbitano alcuni comprimari interessanti -in primis, Ro e Corlin-, ma soltanto loro riescono veramente a spiccare ed ottenere il giusto spazio per evolvere come personaggi completi.

Ancora una volta lo stile di Abercrombie si dimostra poi brillante e sagace, perfetto per raccontare questo genere di storie. La sua prosa da il meglio quando descrive delle scene di scontro o nei capitoli in cui alterna un gran numero di POV per trattare un singolo argomento o descrivere una specifica vicenda sotto prospettive diverse. Molto gradito anche il ritorno di tanti personaggi dai capitoli precedenti: un motivo in più per recuperare la serie integralmente ed in ordine, così da cogliere le molte citazioni e non incappare in spiacevoli spoiler.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Agosto, 2023
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In cui Todd minaccerebbe perfino un albero

Il primo volume di Chaos Walking non mi ha propriamente folgorato: certo la serie, rispetto a libri simili per target e genere (anche usciti negli anni successivi) presenta degli aspetti di originalità e delle scelte narrative abbastanza coraggiose; però speravo davvero che il sequel riuscisse ad arrestare il ritmo frenetico e dare una verosimiglianza maggiore agli eventi raccontati. Posso dire che "Chaos. Il nemico" è riuscito almeno in parte a soddisfare le mie aspettative, e anche a stupirmi con elementi che non avevo affatto previsto.

La narrazione presenta un seguito diretto di quanto avvenuto nell'epilogo di "Chaos. La fuga" perché, arrivati ad Haven -adesso ribattezzata Nuova Prentisstown-, Todd e Viola vengono separati e strettamente controllati dal Sindaco Prentiss e dai suoi uomini; il ragazzo riceve l'incarico di lavorare in un insolito allevamento, mentre la nuova colona si trova confinata in una sorta di sanatorio dove viene reclutata come apprendista, nonostante le sue scarse competenze in ambito medico. In città non tutti sono però pronti ad accettare passivamente il governo dispotico del neo nominato Presidente, ed è questo a dare il via all'intreccio che si sviluppa per la gran parte del secondo volume.

Un aspetto da subito evidente, e che ritengo una scelta positiva, è l'introduzione del POV di Viola: di certo rende più dinamica la narrazione, perché vediamo diverse scene da entrambe le prospettive, oppure alcuni dei passaggi più ricchi d'azione diventano dei veri e propri ponti tra i punti di vista dei due ragazzi. Ci sono altri miglioramenti rispetto al primo libro, come il focus su dei temi più maturi, affrontati ed approfonditi in modo serio eppure comprensibile per il pubblico di riferimento; la trama mi è sembrata poi meglio strutturata -con meno pattern ripetuti- ed anche alcuni personaggi secondari ottengono un maggiore sviluppo: in particolare, devo dire che l'evoluzione di David "Davy" Prentiss Jr non mi ha lasciata indifferente, per quanto rimanga un carattere problematico.

Inoltre, mi hanno colpito molto le riflessioni di Todd sulla condizione degli Spackle e sul suo ruolo in questo, soprattutto nella scena della numerazione che reputo una delle più convincenti e d'impatto del romanzo. E se nel primo libro ci si focalizzava sui diversi modi di gestire il Rumore, qui l'analisi diventa più ampia e ci si chiede quale sia l'atteggiamento migliore nei confronti di un'autorità opprimente ed ingiusta; a mio avviso vengono dati degli ottimi spunti di riflessione, forse solo nel finale questo tema viene un po' sacrificato in favore della parte più movimentata della narrazione.

Non tutte le problematiche sono però state risolte: il ritmo continua ad essere troppo incalzante per approfondire al meglio le singole scene, rimangono anche diverse trovate che definirei infantili, evidenti specialmente perché provengono dai personaggi adulti, come i nomi dei due schieramenti. Continua poi il massacro un po' casuale di personaggi secondari a malapena abbozzati, che porta a chiedersi perché l'autore abbia voluto inserirli nella storia in principio.

E se è vero che l'intreccio sembra pensato in modo meno casuale, le svolte di trama rimangono estremamente prevedibili; dall'inizio alla fine del volume, i protagonisti sono gli unici a stupirsene ancora. A mio gusto personale poi, trovo che la voce di Viola non abbia un carisma pari a quella di Todd: in sostanza, il suo punto di vista è utile per la narrazione, ma non è riuscito a trasmettermi le stesse emozioni.

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Romanzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    01 Agosto, 2023
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L'improbabile tramonto dell'editoria

Anni fa acquistai all'usato una copia di "Panorama" dopo averne sentito parlare per la prima (e unica) volta da un qualche bookinfluencer, che lo consigliava definendolo una storia ambientata in una realtà distopica non troppo lontana dal nostro presente. Il mese che ho scelto di dedicare a questo genere letterario mi sembrava quindi il momento perfetto per recuperarlo; a conti fatti, potevo tranquillamente scegliere un qualunque altro momento, perché qui di distopia ce n'è ben poca.

La storia viene narrata da un anonimo scrittore che, anni prima, è stato additato come l'autore di un romanzo di grande successo; per ovviare al fraintendimento -e in mancanza della vera penna dietro al volume in questione-, l'editore suggerisce di spostare l'attenzione mediatica su Ottavio Tondi, ossia il lettore che ha scovato il manoscritto e l'ha portato alla pubblicazione per merito della sua insistenza. Il punto di vista ci porta in realtà in un futuro prossimo in cui il narratore racconta per sommi capi la vita di Ottavio, fino al crollo che l'ha portato a seguire ossessivamente una certa Ligeia Tissot sul popolare social Panorama.

L'idea alla base di questo social network è uno dei punti di forza di questo titolo: pur non essendo nulla di totalmente inedito -in particolare per le regole restrittive che gli utenti sono costretti a sottoscrivere-, Panorama risulta una buona metafora di una certa fascia della società occidentale contemporanea: pronta all'aggressività e desiderosa di mettere in mostra la propria quotidianità online, come dei carcerati volontari.

Tra gli aspetti più riusciti del volume rientrano anche i tanti riferimenti al mondo della letteratura e dell'editoria che, ad un lettore appassionato soprattutto ai grandi classici, faranno sicuramente piacere. Per quanto mi riguarda, ho apprezzato lo stile molto curato e ricco di citazioni di Pincio, e forse proprio questo ha reso ancor più fastidiosi i lati negativi della lettura.

In primis mi ha deluso la scelta di accantonare Panorama per la maggior parte del volume: avrei voluto venisse dedicato più spazio a questo social, che mi è sembrato un po' sacrificato in favore della storia di Ottavio. Onestamente ho trovato poi confuso il vicino futuro immaginato dall'autore, motivo per cui non saprei dire se si possa categorizzarlo come distopico, anche solo in parte; è probabile che lo stesso Pincio non volesse fornire un quadro completo, ma così non si riesce a spiegare come l'editoria sia scomparsa.

L'elemento che meno mi è piaciuto riguarda però i personaggi; in particolare, il modo in cui vengono descritti i caratteri femminili è a dir poco svilente: nel mondo immaginato da Pincio ci sono soltanto donne stronze e prostitute, e nessuna di loro è meritevole un briciolo di rispetto logicamente. Ancor peggiore è la caratterizzazione di Ottavio, un protagonista decisamente spiacevole nei suoi comportamenti e nelle sue opinioni (per quanto soltanto immaginate dal narratore), motivo per cui non è riuscito proprio ad ispirarmi compassione. Diciamo che questo volume rientra nei fin troppi casi in cui ho desiderato ardentemente un protagonista diverso, perché la penna di Pincio mi è sembrata davvero sprecata su un individuo simile.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Luglio, 2023
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Copertina approvata da Elios

Dopo l'esperienza di lettura non proprio entusiasmante de "La canzone di Achille", ammetto che ero un po' restia a recuperare altro di Miller, nonostante i suoi libri siano osannati dai più. Una copia acquistata all'usato di "Circe" mi aspettava però sullo scaffale della libreria; un po' per questo, ma anche perché vengono spesso definiti come due romanzi molto diversi tra loro, ho preso coraggio ed iniziato questo famosissimo retelling mitologico.

Il volume vuole essere una sorta di racconto di formazione, per quanto possa apparire bizzarra una definizione simile applicata ad una divinità immortale. Seguiamo infatti la titanide dalla sua infanzia nella dimora del padre Elios fino all'esilio sull'isola di Eea, passando attraverso le storie più o meno celebri di cui è protagonista, ma anche alcuni aneddoti che l'autrice sceglie di associare alla sua figura, collegati in particolare al fratello Eete ed alla sorella Pasifae. In questo modo la cara Madeline riesce a rendere più sostanziosa ed elaborata una narrazione altrimenti monotona, e questo è uno dei maggiori pregi del romanzo.

Un altro aspetto che ho apprezzato è il coraggio di mostrare una protagonista patetica ed insicura: Circe è decisamente lontana dal concetto comune di entità divina, e la narrazione permette di capire molto bene le ragioni per cui lei sia senta tanto simile ai mortali. Attraverso la sua protagonista, l'autrice riesce a trattare in modo accurato anche la sindrome dell'abbandono e la discriminazione di genere, che porta inevitabilmente a parlare anche di violenza fisica ed abusi psicologici; va precisato che Miller sceglie di glissare sui momenti più crudi, rendendo il testo accessibile un po' a tutti.

Per mio gusto personale, sono stata poi sollevata dallo scoprire che non si trattava di una storia d'amore; sembrerà magari un'osservazione acida anziché un complimento, ma preferirei di gran lunga rileggere le miserie nella vita di Circe piuttosto che affrontare nuovamente la relazione tossica spacciata per grande amore tra Patroclo e Achille. Un elemento sul quale rimango indecisa è invece lo stile, perché da un lato lo trovo scorrevole e facile da affrontare, ma dall'altro sono rimasta interdetta di fronte ad alcune metafore: non riesco ancora a capire cosa voglia rappresentare di preciso una serpe di un tempio sulla sua ciotola di panna.

Anche l'intento dell'autrice rientra tra gli aspetti che non mi convince appieno. Voleva chiaramente raccontare le motivazioni ed i sentimenti di una figura nota soprattutto per le sue azioni malvagie, però credo che un'operazione simile nel contesto del mito greco sia insensata: a differenza delle fiabe, in cui i ruoli di buono e cattivo sono decisamente netti, nella mitologia non ci sono personaggi totalmente positivi o negativi, motivo per il quale sono diventati spesso protagonisti di tragedie celebri nelle quali si trasformano da vittime a carnefici a seconda del contesto. Il romanzo vorrebbe anche trasmettere un messaggio femminista, peccato che Circe sia l'unico personaggio femminile a venire valorizzato e mostrato in un'ottica positiva: tutte le altre personagge sono descritte come stronze, vanesie ed indolenti, con un'eccezione che da sola non riesce a compensare una sensazione diffusa di acredine tra donne.

L'altro grosso difetto di questo romanzo riguarda il lato fantasy, perché nonostante la protagonista sia una maga, tutto ciò che riguarda la magia è approssimativo e spiegato spesso per metafore. L'elemento fantastico ha inoltre un efficace funzione paraculo, specialmente per quanto riguarda le informazioni fornite dalla narratrice in prima persona: mi sono soffermata più di una volta a chiedermi come facesse Circe ad avere determinate conoscenze, e posso attribuire unicamente alla magia la sua conoscenza del centimetro -che come unità di misura verrà adottata alla fine del Settecento-, della molla (ideata soltanto nel Rinascimento) o del pedigree, un termine inglese derivato dal francese e risalente al 1400. E cosa dire dell'achillea, pianta così chiamata in onore dell'eroe greco da Linneo nel diciottesimo secolo? mi auguro si tratti un easter egg burlone dell'autrice, perché quando Circe la menziona nel testo per la prima volta, Achille non era neanche nato.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Luglio, 2023
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The Good Place incontra Il figlio del cimitero

Ho acquistato la mia copia di "Lincoln nel Bardo" nell'incredibilmente lontano 2019, per poi abbandonarla in libreria fino a quest'anno, per la precisione quando ho trovato il titolo incluso nella lista dei 100 classici di nuova generazione. Il mio interesse verso il libro si è quindi riacceso, pur avendo le idee decisamente poco chiare sul contenuto dello stesso; idee che la scarna sinossi e la mancanza di qualsivoglia introduzione non mi hanno aiutano di certo a riordinare. Ma tranquilli: se questo titolo vi stuzzica, posso farvi io da guida!

Il volume si basa su un evento storico reale, ossia la morte prematura di William Wallace "Willie" Lincoln, terzogenito del sedicesimo Presidente degli Stati Uniti; Saunders si concentra in particolare sul momento in cui il buon Abraham si recò nel cimitero per dare un ultimo abbraccio al corpo del figlio, e sull'aneddoto intesse una trama fantastica. In questo romanzo le anime dei defunti rimangono inizialmente ancorate alla loro tomba, prima di poter andare oltre; Willie però non vuole lasciare il padre e questo porterà l'uomo ed alcuni degli altri fantasmi che popolano il cimitero a lavorare di concerto per impedire che rimanga bloccato lì.

Il principale e più evidente pregio del volume riguarda la sua peculiare struttura narrativa; tanto peculiare da avermi fatto desiderare appunto un qualche tipo di preparazione alla lettura. Le vicende storiche sono riportate attraverso un grande assortimento di citazioni da fonti reali e fittizie, che tentano di fornire un quadro degli eventi partendo da tante prospettive diverse. Per contro, la parte sovrannaturale del libro si avvicina molto ad un ibrido tra un testo teatrale -dal momento che ogni battuta è seguita dal nome dello spirito che la pronuncia- ed una testimonianza fornita in retrospettiva, perché i personaggi adottano quasi sempre il tempo passato per descrivere le azioni proprie e degli altri.

L'originalità è un fattore che apprezzo sempre, quindi non potevo che promuovere questa prosa bislacca. Mi hanno convinto anche la commistione tra Storia ed elementi fantastici ed il tono spesso umoristico con cui si trattano argomenti decisamente cupi, senza dare però una sensazione di frivolezza. Inoltre, pur non essendo un elemento centrale, la caratterizzazione dei fantasmi principali è ben fatta: risultano molto divertenti, ma al contempo trasmettono anche delle emozioni più profonde.

Questo è in gran parte merito delle tematiche che il libro tratta, in particolare l'elaborazione del lutto ed il razzismo, affrontato con un sguardo molto critico al passato (ed al presente) degli Stati Uniti. La perdita di una persona cara ed il significato della morte stessa sono comunque i temi centrali, analizzati dai punti di vista di spettri che hanno indoli e storie molto diverse, e questo fornisce un caleidoscopio di prospettive da scoprire.

Sull'altro piatto della bilancia colloco la poco sostanziosa trama ed il concetto stesso di Bardo: vista la premessa, mi sarei aspettata di vedere Abraham Lincoln viaggiare in una dimensione altra (magari eterea e nebbiosa) per un ultimo confronto con il figlio; diventa chiaro abbastanza presto che il Lincoln nel titolo è invece Willie, bloccato nel Bardo che nient'altro è se non la condizione di fantasma. Rimango convinta poi che l'edizione beneficerebbe di un'introduzione, ma penso sia comunque da elogiare il lavoro di traduzione che è riuscito a mantenere le tante peculiarità del testo originale, in cui parecchi personaggi si esprimono in modo aulico, o per contro estremamente rozzo.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Luglio, 2023
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Roland Castoro, raccontaci una storia!

Nel mio viaggio attraverso il Medio Mondo, ho deciso di seguire l'ordine di lettura indicato anche su Goodreads anziché quello cronologico di pubblicazione, quindi dopo la digressione dedicata alla giovinezza di Roland ed alle sue avventure in quel di Mejis, mi sono imbarcata in un'ulteriore digressione con "La leggenda del vento", volume composto da due novelle narrate dal pistolero stesso al suo ka-tet.

Mentre sono in viaggio sul Sentiero del Vettore, i protagonisti vengono infatti sorpresi da uno starkblast, una sorta di tempesta estrema che congela ogni cosa al suo passaggio. Dopo aver trovato riparo nella città fantasma di Gook, Eddie, Susannah e Jake chiedono a Roland di intrattenerli con qualcuna delle sue incredibili storie; così si giunge al racconto dello skin-man, che a sua volta serve ad introdurre la fiaba che da il titolo al volume.

Quest'ultimo racconto sembra una vera e propria leggenda, oltre ad essere il più corposo e, per mio gusto, godibile dei due: pur rimanendo all'interno dei confini e della lore del Medio Mondo, seguiamo un protagonista nuovo e per nulla scontato -il giovane Tim Ross- e lo vediamo interagire con un misterioso (si fa per dire) individuo identificato da un grande mantello nero; seguendo il percorso tracciato da quest'ultimo, il ragazzino si trova ad attraversare la Foresta Infinita, luogo pieno di pericoli mortali ma anche di scoperte incredibili. Di questa novella ho apprezzato in particolare la prosa decisamente calzante ed il ruolo giocato dal figuro mantelluto, che forse in questo contesto mostra il meglio di se. Purtroppo non mancano le descrizioni dei seni delle personagge, anche quando si tratta di fatine luminose o enormi draghesse, che saranno creature di fantasia ma essendo simili ai rettili ero convinta non dovessero allattare.

Per quanto riguarda la vicenda dello skin-man, una sorta di licantropo capace di assumere la forma di diversi animali al quale Roland da la caccia, non l'ho trovata più di tanto interessante. La trama si dipana senza nessuna svolta imprevedibile, nonostante si tratti teoricamente di un giallo, e l'introduzione di Jamie DeCurry come spalla di Roland mi ha fatto rimpiangere Cuthbert e Alain, che caratterialmente riuscivano a bilanciarlo meglio. Gli elementi horror invece sono ottimi, e nel complesso mi è piaciuto vedere finalmente Roland in azione in qualità di pistolero, incaricato di portare a termine una vera missione.

Essendo stato pubblicato otto anni dopo la conclusione della serie principale, questo libro non poteva ovviamente influire troppo sulla narrazione al presente, però penso che il caro Stephen potesse impegnarsi un po' di più per giustificare l'introduzione delle due novelle principali. Pur non essendo quindi indispensabile, rimane comunque un volume carino per i fan della serie; forse si potrebbe apprezzarlo di più leggendolo al termine della saga, per ritrovare i personaggi ed i luoghi amati: dopo un volume come "La sfera del buio", che già rallentava la narrazione per dedicarsi a dei lunghi flashback, avrei preferito concentrarmi sulla ricerca di Roland e del suo ka-tet nel presente.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Luglio, 2023
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Per chi si sente orfano de La signora in giallo

Dopo l'esperienza di lettura narcolettica de "La sfera del buio", cercavo un libro dal ritmo decisamente più incalzante, e possibilmente con una densità inferiore di sessismo per pagina. Così sono approdata a "Il Club dei delitti del giovedì", che nella quarta di copertina prometteva una storia divertente, con un intreccio capace di catturare già dalla prima pagina. E direi che una volta tanto sono contenta di non dover tacciare una sinossi di avermi illuso con false promesse.

La trama non presenta nessun elemento inedito, specialmente se siete appassionati del genere mystery, ma riesce nondimeno ad intrattenere. Nella residenza per anziani di Coopers Chase, un quartetto di arzilli pensionati si diletta a far luce su vecchi casi di cronaca nera, fondando il Club che da il titolo al romanzo; quando un omicidio viene commesso proprio nelle vicinanze del complesso, Elizabeth, Joyce, Ibrahim e Ron iniziano ad indagare per proprio conto, convinti di poter contribuire alla risoluzione del caso. Non volendo fare in alcun modo spoiler, questo è tutto ciò che posso dire sulla trama, però l'intreccio si va progressivamente ad ampliare includendo un gran numero di personaggi, e altrettanti sospettati: infatti un po' tutti sembrano avere segreti da nascondere, nonché le capacità necessarie a portare a termine un delitto.

Si sarà capito che questo libro con me ha fatto centro, ma non voglio per questo nascondere i suoi difetti. Ho menzionato la presenza di un ampio cast, e temo si tratti di un eufemismo: i personaggi sono tantissimi, al punto che a volte si fatica a tenerli tutti a mente, e questo rende ovviamente difficile un approfondimento adeguato anche solo per tutti i protagonisti; come conseguenza, alcuni dei caratteri sono parecchio stereotipati e del tutto privi d'introspezione. Dal punto di vista oggettivo, lo stile è decisamente caotico e crea dell'inutile confusione; non ho ben capito che effetto tentasse di rendere Osman con i continui cambi dei tempi verbali o con la scelta di passare dal narrare i fatti in modo organico al rivolgersi direttamente al lettore. Non escludo che possa essere un problema legato alla traduzione, nella quale sono presenti anche diversi refusi.

In relazione all'edizione italiana ho riscontrato anche un problema più soggettivo: dal momento che nel testo abbondano riferimenti culturali e giochi di parole, avrei apprezzato la presenza di qualche nota esplicativa a fondo pagina, per coglierli più facilmente. Parlando sempre di gusto personale, ho trovato la partenza un po' veloce e mi sarei aspettata di leggere qualche pagina in più sulla formazione del gruppo protagonista, prima che iniziasse l'indagine vera e propria.

Su tutti questi piccoli nei ho chiuso tranquillamente un occhio perché il romanzo vanta ben più numerosi pregi, il cui primo e più importante è un solido intreccio del mistero, che riesce a mantenere vivo l'interesse fino all'ultima pagina. Questo ritmo incalzante è un altro punto a favore, aiutato da una narrazione dinamica che alterna un gran numero di POV e li integra con gli stralci dal diario in cui Joyce annota i passi in avanti fatti dal loro gruppo.

Ci sono poi degli elementi che ho molto apprezzato come il tipo di umorismo, tra commenti sarcastici e battute in cui si tirano in ballo argomenti grevi come la morte; è decisamente la mia tazza di the, anche se mi rendo conto non sia adatto proprio a tutti. Mi è piaciuto molto vedere poi come il caro Richard sia riuscito a creare una commistione di mystery e humor -unita ad una prosa fresca e brillante, che non mi sarei aspettata da un esordiente- includendo inoltre diversi momenti seri, nei quali si analizzano i lati più difficili della terza età, come il rapporto con le nuove generazioni, le malattie, la perdita di memoria ed energia. Ammetto che ho trovato decisamente emozionanti questi passaggi, anche perché non rallentano affatto la narrazione e riescono perfino ad amalgamarsi al lato mystery.

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Narrativa per ragazzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Luglio, 2023
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Getta a terra quei punti di sospensione, Patrick!

Dopo un primo capitolo promettente ed un secondo ancor più promettente, sono approdata alla conclusione di Chaos Walking aspettandomi una lettura valida, ma sempre con il timore di venire delusa da come Ness avrebbe deciso di terminare la serie. Pur non liberandosi mai del tutto dai difetti che hanno caratterizzato questa trilogia, penso che "Chaos. La guerra" abbia saputo mettere dignitosamente la parola fine alla storia di Todd Hewitt. Magari non proprio la parola fine, ma andiamo per gradi.

Come nello stacco tra i primi due libri, la narrazione si ricollega direttamente all'epilogo di "Chaos. Il nemico", con le tre fazioni pronte ad entrare in guerra ed il ricognitore dei nuovi coloni appena atterrato su Mondo Nuovo con un arsenale in grado di spostare gli equilibri del potere. Di facciata, ogni leader sembra determinato a raggiungere la pace, ma alle proprie condizioni e senza tenere in alcuna considerazione le eventuali perdite di vite; in questo scenario incerto, Todd e Viola cercano di fare del proprio meglio per evitare la catastrofe e potersi finalmente riunire. Ai loro POV si aggiunge una terza voce, ossia quella dello Spackle identificato con la banda numero 1017.

Quest'ulteriore aggiunta ai POV attraverso i quali vediamo svilupparsi la storia rientra senza dubbio tra i punti a favore del romanzo: la voce associata a 1017 si discosta parecchio dalle altre due, risultando decisamente riconoscibile ed affascinante, perché riflette il suo modo unico di pensare. In questo terzo capitolo mi sono piaciuti molto anche lo sviluppo interessante dato ai rapporti di Todd con Viola e con il Sindaco e la buona (ed abbastanza matura) gestione delle dinamiche di potere, grazie alle quali vediamo cambiare in modo drastico i ruoli dei personaggi nel corso del volume.

Il cuore di questo libro è però nel conflitto: tra la Discordia umana e la moltitudine della Terra, tra l'armata del Sindaco e i terroristi dell'Assalto, e tra i singoli personaggi; che si tratti di uno scontro di dimensioni abnormi o un contrasto di vedute tra allievo e maestro, tutte queste battaglie vengono analizzate riflettendo sulle diverse motivazioni che le hanno generate, senza dare per giusta una fazione da principio. In questo contesto, mostrano il meglio di sé i dialoghi, che permettono degli ottimi confronti, spesso anche sul piano emotivo; inoltre sono presenti diversi monologhi interessanti, come quello fatto da Viola ai soldati sulla collina in uno degli ultimi capitoli.

Purtroppo neppure in questo libro la serie riesce ad emanciparsi dal suo ritmo frenetico, né dalla propensione di Ness per scrivere dei colpi di scena che non stupiscono nessuno. Personalmente ho trovato poi un po' noiose la ripetitività di alcune scene (un po' di editing in più avrebbe giovato al romanzo in generale!) e la decisione di chiudere quasi tutti i paragrafi con delle frasi drammatiche ad effetto; il tutto per creare della tensione che però nel concreto si risolve da sola in un paio di pagine al massimo. L'epilogo è un altro aspetto sul quale ho diverse riserve, più che altro soggettive, temo: un paio di eventi chiave mi sono sembrati poco verosimili, e questo ha minato un po' il mio coinvolgimento emotivo.

Rispetto ai volumi precedenti, trovo che i nuovi personaggi introdotti qui non siano stati approfonditi a sufficienza, infatti nessuno di loro rientra tra i miei preferiti della trilogia. Un dettaglio che invece non sono sicura si sia palesato soltanto in quest'ultimo libro o se fosse presente dall'inizio e io non l'abbia mai notato è l'utilizzo smodato dei punti di sospensione: si arriva ad avere pagine intere nelle quali ogni singola frase termina con tre puntini! Patrick caro, c'è un limite tra il voler trasmettere la tensione nella prosa e il mitragliare il foglio a caso, e quel confine penso tu l'abbia saltato a piè pari.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Luglio, 2023
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Hercule passione parrucchiere

Le edizioni in rigida con i bordi colorati di Mondadori sono tanto belline, ma anche tremendamente scomode da leggere e trasportare. Per questo ho dovuto optare per un volume ben più minuto e maneggevole da alternare durante la lettura de "La dea in fiamme". In modo tutt'altro che sorprendente, la mia scelta è ricaduta su un romanzo della cara Agatha; nella fattispecie, una delle storie più conosciute ed apprezzate tra quelle con Hercule Poirot come risolutore.

Rispetto alle precedenti avventure dell'ineffabile detective belga, "L'assassinio di Roger Ackroyd" presenta un cambio di voce narrate: il non troppo brillante capitano Hastings viene qui accantonato (con la scusa di un fantomatico viaggio in Argentina) in favore di James Sheppard, medico nella cittadina di King's Abbot. L'uomo si trova indirettamente coinvolto in un caso di omicidio -come suggerisce l'insospettabile titolo- sul quale giunge a far luce il suo nuovo vicino, un coltivatore di zucche dilettante che si è appena ritirato dopo anni di proficuo impegno come investigatore.

Devo confessare che prima di leggere gli ultimi capitoli non capivo proprio cosa avesse di tanto originale questa storia, al punto che molti christiani la annoverano tra le loro preferite; non c'era neppure la "scusa" di un adattamento famoso, che potesse dar lustro a questo romanzo in particolare all'interno di una serie (quella dedicata alla figura di Hercule Poirot) così vasta. E poi ci sono arrivata, forse un attimo prima di quanto previsto, ma non posso che profondermi in lodi per il modo a dir poco geniale con cui l'autrice ha saputo strutturare il mistero e scelto sempre le espressioni più calzanti per sviare il lettore, pur non mentendogli mai.

Oltre ad un intreccio narrativo impeccabile, nel quale si arriva pian piano a districare una fitta rete di menzogne dette per le motivazioni più disparate, il volume può vantare altri punti di forza, in primis la voce narrate: il dottor Sheppard dimostra una maggiore ricettività rispetto al buon Hastings, nonché una scelta lessicale ricercata, e forse per questo risulta più piacevole da seguire. Mi sono piaciuti anche i tanti momenti divertenti, con Poirot sempre pronto a blastare gli altri personaggi con la sua sottile (ma non per un lettore affezionato) ironia; ho inoltre trovato esilaranti i battibecchi tra i fratelli Sheppard, due personaggi decisamente interessanti che mi spiace non siano ricomparsi in altri romanzi di Christie. Per lo meno posso consolarmi pensando che Caroline è stata una sorta di prototipo per creare la mia adorata Miss Marple.

Non riesco proprio a trovare qualcosa che non vada in questo titolo. Volendo cercare il pelo nell'uovo, si potrebbe al massimo notare come la narrazione si focalizzi principalmente sulla risoluzione del mistero, senza dare alcuno spunto di riflessione al lettore: le uniche parentesi estranee al giallo sono riservate all'umorismo e all'elemento romantico, immancabile nelle storie della cara Agatha.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Giugno, 2023
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Zia Cord novella Contessa de Polignac

Dopo ben tre mesi -periodo durante il quale il caro Stephen mi ha comunque tenuto compagnia con altre storie- ho fatto un nuovo passo nella mia ricerca della Torre Nera con "La sfera del buio", un quarto volume che pur portando un po' avanti l'avventura di Roland di Gilead e del suo ka-tet nel presente, concede una quantità di spazio agli avvenimenti del lontano passato in cui il protagonista era ancora un ragazzo, e questa scelta non mi ha convinto per nulla. Ma partiamo dalla trama.

Il quarto volume si apre esattamente dove "Terre desolate" si era interrotto, con i personaggi principali a bordo di Blaine il Mono, aka il nostro amichevole treno senziente aspirante suicida di quartiere; per salvarsi dallo schianto, devono proporre un indovinello che neanche questa brillante intelligenza artificiale sia in grado di risolvere, almeno non prima del capolinea di Topeka. Nella seconda e nella terza parte, il focus si sposta invece nel passato, subito dopo il duello che decreta la nomina a pistolero di Roland; lui ed il suo vecchio ka-tet vengono mandati dai genitori verso est, nella Baronia di Mejis, dove si trovano coinvolti nei giochi dei potenti locali.

E cominciamo subito parlando del racconto fatto da Roland, che presenta alcune difficoltà. La prima si potrebbe definire soggettiva, perché personalmente ho faticato non poco a farmi andare giù il contesto in cui sia ambientano queste vicende, in particolare per il sessismo che trasuda da ogni dialogo; non posso dire di aver fatto i salti di gioia neppure per come vengono descritti i personaggi femminili: dopo un po' mi è sorto il dubbio che King fosse tenuto per contratto a menzionare forma e consistenza dei loro seni ad ogni singola scena. La narrazione si focalizza inoltre su eventi di cui già si conosce o si può intuire il finale, e per questo le svolte di trama risultano del tutto inefficaci. Questo attacco di tedmosbyte sarebbe poi anche accettabile se avesse una motivazione più solida; scopriamo come Roland sia giunto a conoscenza della Torre Nera e il fatto che lui ne parli agli altri li riporta sul Sentiero del Vettore, però non mi sembra una giustificazione sufficiente per quasi settecento pagine di romance adolescenziale.

L'età dei personaggi nei flashback è quasi una problematica a parte, perché rende alquanto inverosimile ciò che riescono a fare ed il modo in cui si esprimono, oltre a stonare parecchio con il tono generale della serie, a mio avviso. Sulla storia d'amore tra Roland e Susan vorrei stendere poi un velo pietoso: l'ennesimo caso di instalove che mi sarei volentieri evitata, e neppure ben consolidato in un secondo momento, a differenza di quello tra Eddie e Susannah. Ho notato poi che diverse scene si ripetono praticamente identiche senza motivo, e temo di aver perso il conto di quante volte Susan mandi a quel paese la zia e sembri dirle addio per sempre, salvo poi vederle di nuovo assieme dieci pagine più in là!

Si sarà capito che il tanto spazio dato al passato di Roland, specie in un momento così emozionante per la ricerca della Torre Nera, non mi ha fatto impazzire; eppure questo romanzo ha anche dei pregi non trascurabili. In primis ho apprezzato l'introduzione di nuovi personaggi ed luoghi, che vanno ad ampliare aspetti del world building già accennati, o a mostrarne di totalmente inediti. Mi è piaciuta molto anche la scena d'apertura, con il confronto tra i protagonisti e Blaine: a mio parere è la migliore del romanzo. Rispetto ai volumi precedenti inoltre, credo che la prosa e la scelta del lessico siano state maggiormente curate, in particolare nella creazione di alcune allegorie e metafore che ben si adattano all'ambientazione.

In modo un po' inaspettato, mi è piaciuta anche la caratterizzazione di Susan Delgado, specialmente per come si mostra determinata e riesce a tenere testa agli altri, perfino nei momenti peggiori. Ma forse l'aspetto che più mi ha convinto è rappresentato proprio dalla sfera del titolo: il suo potere e la fascinazione che esercita sui personaggi giocano un ruolo fondamentale, e mi hanno ricordato parecchio il voyeurismo alla base dei reality show, creando un bel parallelismo tra fantasy e contemporaneità.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Giugno, 2023
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Mystery per solutori impazienti

Per questa recensione voglio cominciare chiarendo un dubbio che mi era sorto qualche tempo dopo aver acquistato "Donne che non perdonano"; avevo infatti scoperto che questo era il secondo libro in una duologia composta anche da "Il gioco della notte", uscito tre anni dopo ma indicato ovunque come il primo capitolo in questa fantomatica serie. Dopo aver letto entrambi desidero rassicurare chiunque sia interessato a recuperarli: non si tratta in alcun modo di due storie collegate! semplicemente l'editore svedese ha ben pensato di farne un'edizione bind up, unendo le due novelle in modo del tutto arbitrario, soltanto perché tutte e due raccontano episodi di vendetta familiare.

Ma passiamo nello specifico a questo fantomatico prequel, o forse sequel. La vicenda si svolge nell'arco di una sola notte a Skuru, una località nella contea di Stoccolma: è l'ultimo dell'anno ed un quartetto di ragazzi si riunisce per festeggiare. Liv, Max, Martina e Anton sono amici fin da bambini ma alcune esperienze traumatiche li hanno portati ad allontanarsi negli ultimi tempi; un gioco da tavolo, tanto alcool e qualche sostanza non meglio identificata sono la miccia che da voce ai loro sentimenti, tra i quali spicca il risentimento verso i genitori, a loro volta impegnati in una festa nella villa vicina.

Preferisco parlare subito e in breve dei lati positivi di questa lettura, per poi passare ai motivi per cui la ritengo a dir poco problematica. Di certo è un libro che si legge con grande facilità e molto velocemente; si lascia divorare al tal punto che potreste perfino essere così fortunati da non fare troppo caso ai passaggi più fastidiosi della narrazione. Un altro elemento a suo favore sono le prospettive dei quattro protagonisti, che permettono di capire come ognuno reagisca alle azioni degli altri. Se poi vi piace leggere di famiglie ricche e snob che nascondono più di uno scheletro nell'armadio, potreste farvi qualche gustosa risata alle spalle dei personaggi.

E ora, con la coscienza messa a tacere, posso dilungarmi sui motivi per cui questo titolo mi ha fatto perfino rimpiangere "Donne che non perdonano", con il quale in realtà condivide il difetto principale, ossia la superficialità nell'affrontare temi molto pesanti. Nello specifico, qui Läckberg vorrebbe parlare di pedofilia, violenza domestica e disagio adolescenziale, il tutto viene però trattato con una tale fretta da rendere impossibile approfondire alcunché, lasciando anzi il lettore nel dubbio di non aver neanche capito bene cosa sia successo.

Arriviamo così al secondo problema, ovvero le incongruenze nella narrazione, sulle quali la cara Camilla mette spesso un grosso cerotto (cit.) facendo cambiare idea ai personaggi da una pagina all'altra, senza neppure prendersi la briga di trovare una motivazione. Liv detesta Anton perché la definisce puttana un giorno sì e l'altro pure? nessun problema: basta che lui le chieda scusa a caso e lei scoprirà di amarlo! Non sono poi riuscita a rimanere seria di fronte ad alcuni dialoghi, troppo compassati e formali considerando che i protagonisti sono degli adolescenti completamente ubriachi e fatti.

L'ultima problematica riguarda proprio l'età dei personaggi principali, che ha spinto alcuni lettori ad etichettare il libro come YA: nulla di più sbagliato! Non solo perché il ritratto del comportamento adolescenziale risulta molto approssimativo, ma soprattutto per il modo frivolo con cui vengono tratteggiate le situazioni difficili in cui si trovato i quattro ragazzi, affrontandone alcune male e sorvolando sulle altre come se l'autrice se ne scordasse tra una pagina e l'altra.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Giugno, 2023
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Femminismo da social justice warrior

Aspettavo da tempo di provare la penna di Läckberg, ma preferivo evitare di cominciare la sua serie più nota (e anche lunga) e per questo due anni fa ho recuperato una copia di "Donne che non perdonano", all'epoca etichettato come volume autoconclusivo e ora parte di una duologia. In realtà, le vicende raccontate in questo libro raggiungono una conclusione, quindi si può affrontare tranquillamente senza doversi preoccupare di eventuali prequel o sequel.

La narrazione ci porta in diversi angoli della Svezia, sulle tracce di tre donne dalle vite molto diverse, unite però dallo stesso desiderio di rivalsa nei confronti dei propri mariti. L'ex giornalista Ingrid Steen scopre di essere stata tradita dalla persona per la quale ha rinunciato alla sua carriera, la maestra elementare Birgitta Nilsson è stanca di subire in silenzio le percosse e Victoria Brunberg ha visto sfumare ben presto la promessa di una vita migliore lontano dalla Patria russa, diventando poco più di oggetto per l'uomo che l'ha acquistata. La sofferenza si trasforma quindi in odio feroce, tanto da identificare nell'omicidio l'unica soluzione ai loro problemi.

Sulla carta, questa premessa gettava la basi per una storia dall'enorme potenziale, e in realtà sono ancora convinta di poter annoverare tra i pregi del libro l'idea alla base. Oltre a quest'ultima, i punti di forza riguardano la caratterizzazione delle protagoniste -che raccontano diverse sfumature della moralità grigia- e le tematiche che il libro affronta, tristemente attuali e per nulla leggere.

Per contro, il peggior difetto sta proprio nel modo in cui i temi della discriminazione di genere e della violenza domestica vengono messi in scena. Innanzitutto l'autrice non vuole spingere il lettore a riflettere, ma si accontenta di ingozzarlo con la sua visione delle cose, risultando ripetitiva e per nulla elegante. Per delineare poi gli antagonisti ricorre a caratteri stereotipati e macchiettistici, che fanno quasi ridere anziché inquietare.

Per quanto riguarda la trama, ho trovato diversi sviluppi poco verosimili, nonché incongruenti con le premesse narrative. Non mi è piaciuta neanche la piega che ha preso la vendetta di Ingrid, andando ad includere l'amante del marito, ed in generale ho trovato ridicolo che nessuna delle protagoniste si ponesse il benché minimo dubbio su quanto stava facendo. A coronamento del tutto abbiamo un epilogo degno di una commedia degli equivoci e non di un thriller: appena letto sono letteralmente scoppiata a ridere; almeno fino a quando non mi sono resa conto che anche l'ultima frase conteneva un'incongruenza. Bene così.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    08 Giugno, 2023
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Chi mangia in compagnia...

Da parecchi anni desideravo leggere un romanzo di Yoshimoto, un'autrice molto apprezzata e prolifica, che mi avrebbe potenzialmente dischiuso le porte ad una bibliografia vastissima. Dopo aver letto "Kitchen" non progetto di fiondarmi a recuperare qualunque cosa abbia scritto la cara Banana, però rimane un'autrice che mi piacerebbe approfondire almeno un po' nel caso capitasse l'occasione.

Questa novella segue una studentessa universitaria di Tokyo, tale Mikage Sakurai, che all'inizio della storia si trova completamente persa dopo la morte della nonna, la sua unica parente con la quale conviveva da anni. La ragazza arriva così ad accettare un po' d'impulso l'offerta di ospitalità di Y?ichi Tanabe e di sua madre Eriko, dei semplici conoscenti che diventeranno per lei qualcosa di molto simile ad una nuova famiglia. Le due parti che compongono questa storia sono seguite da un racconto che si concentra su una narrazione diversa: la giovane Satsuki deve affrontare la perdita del fidanzato Hiroshi; l'incontro casuale (o forse predestinato) con la misteriosa Urara la potrebbe aiutare a superare il lutto.

La distinzione fra le due storie e molte altre informazioni utili sono incluse della postfazione a cura dello stesso traduttore, che da un lato ho letto con genuino interesse ma dall'altro l'avrei forse trovata più utile se inserita all'inizio del volume; anche per comprendere meglio il contesto culturale che ha ispirato l'autrice. A parte questa piccola osservazione, penso che l'edizione italiana sia stata realizzata ottimamente, sia nella traduzione sia nei contenuti.

Mi è piaciuto molto anche il modo in cui Yoshimoto ha trattato diversi aspetti legati al lutto: con grande dolcezza ed eleganza senza però cadere nella retorica, rendendo così la lettura accessibile a tutti. A mio avviso l'autrice è molto brava poi a rendere su carta i sentimenti che provano i personaggi, pur utilizzando poche, semplici parole; alla fine, di Mikage abbiamo una visone a 360 gradi, che va dai suoi sentimenti per Y?ichi alla sua passione per la cucina. La presenza di elementi fantastici, in parte vicini alla fantascienza e in parte al realismo magico, dona un'ulteriore velo di meraviglia alla lettura.

Per contro non sono riuscita a trovare la storia di Satsuki emozionante quanto quella di Mikage: pur avendo molti punti di contatto a livello contenutistico, la prima pecca di tutti le allegorie legate al mondo della cucina così importanti nel racconto principale; leggendo prima quest'ultimo, si ha un effetto calante nella propria esperienza di lettura.

Voglio infine dedicare qualche riga alla rappresentazione LGBT+, presente in entrambi i racconti ma con diverse modalità. Bisogna innanzitutto tenere a mente il contesto storico-culturale in questi personaggi si muovono, molto lontano da quello contemporaneo dei lettori occidentali. Questo porta ad alcune frasi poco felici, che però penso vengano in parte compensate da un bel passaggio in cui proprio un personaggio queer parla della sua esperienza. Come in ogni altro elemento, anche in questo caso il racconto "Moonlight Shadow" funziona decisamente meno bene, soffermandosi soltanto su preconcetti superati.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    05 Giugno, 2023
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Felicemente nella minoranza

Con più di un dubbio mi sono finalmente decisa a completare la tetralogia L'Attraversaspecchi, ad un anno di distanza dalla lettura del primo volume. Purtroppo aver sentito tanti pareri negativi su "Echi in tempesta" mi spingeva a rimandarne sempre la lettura, perché personalmente avevo apprezzato molto la serie fino a quel momento e non volevo proprio vederla sciupata con una conclusione indegna. E una volta messa (virtualmente) la parola fine a questo commento penso proprio che andrò a leggermi qualche recensione dettagliata, perché non mi riesco a capire cos'abbia deluso così tanto i lettori in questo romanzo.

Come tra i primi due libri, la narrazione riprende subito dopo l'epilogo de "La memoria di Babel", con un nuovo cataclisma che sembra mettere in pericolo la stabilità delle arche, causando crolli randomici; per impedirlo, Ofelia e Thorn si infiltrano separatamente all'osservatorio delle Deviazioni, dove sperano di trovare nuove informazioni sull'Altro e Dio. Parallelamente continuiamo a seguire la piccola Vittoria, alle prese proprio con quest'ultimo, al momento impegnato in una non troppo riuscita imitazione di Renard.

Proprio questo punto di vista secondario mi da lo spunto per iniziare ad analizzare gli aspetti che ho meno apprezzato del titolo, ma comunque non così gravi da inficiare l'esperienza di lettura dell'intera serie. Le informazioni che acquisiamo attraverso il POV di Vittoria sono presentate in modo frammentario e vengono ribadite anche in altre scene, quindi non posso fare a meno di ritenere i suoi capitoli un'aggiunta quasi inutile; non che sia spiacevole da leggere, solo un po' tediosa quando altrove stanno succedendo cose ben più importanti. A livello stilistico non ho poi apprezzato la scelta di inserire interi paragrafi composti da interrogative dirette, che la cara Christelle sfrutta come escamotage per riepilogare cosa i personaggi sappiano in un dato momento; personalmente ho trovato fastidioso dover leggere queste sfilze di domande, e ritengo ci fossero modi più eleganti di ottenere il medesimo risultato.

Un altro elemento che mi ha fatto storcere il naso riguarda le molte rivelazioni che vengono fatte nel corso del volume, atte a rispondere ai misteri sorti dei capitoli precedenti. A mio avviso le conclusioni alle quali arriva Ofelia non vengono sempre giustificare in modo efficace: a seconda della situazione in cui si trova, ha delle visioni che convenientemente mostrano tutto, oppure qualche personaggio attacca uno spiegone, oppure ancora lei stessa ha un'intuizione senza alcun fondamento comprensibile. Ci tengo a precisare che questo non vale per tutti i casi, e comunque nel complesso le spiegazioni che vengono fornite a livello di world building mi sono sembrate convincenti; il problema è il modo in cui arrivano al lettore.

Il romanzo ha ovviamente altri punti a suo favore. Innanzitutto la prosa si dimostra ancora una volta molto scorrevole, seppur non manchino neanche le minuziose descrizioni dei bizzarri luoghi in cui la protagonista si ritrova. Di Ofelia ho appezzato poi come continui la sua crescita, specialmente in contrapposizione con i tanti che le vorrebbero imporre un ruolo o un pensiero diverso. Mi ha stupito anche di più leggere come Dabos abbia finalmente dato spazio ad un'analisi approfondita di Thorn, in relazione alle sue motivazioni e debolezze. Il finale lascia alcuni elementi marginali in sospeso (mi viene da pensare che l'autrice avesse in mente di pubblicare qualche racconto, magari), ma credo che quelli principali abbiano ottenuto una chiusura più che soddisfacente.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Mag, 2023
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Omero si starà rivoltando nella tomba

In base alla trama e ad alcune recensioni che ne avevo letto, avevo l'impressione che "Rose Madder" mi sarebbe piaciuto parecchio, eppure ne ho procrastinato per un bel po' la lettura nonostante la Random TBR mi imponesse di completarla entro giugno. La ragione sta nelle tematiche scelte da King per questo romanzo, che sono tutto fuorché leggere e mi mettevano una certa angoscia, pur sapendo che lui aveva le capacità per trattarle nel modo corretto. E così effettivamente è stato, però si tratta senza dubbio di un romanzo molto triggerante, che va letto nel giusto stato mentale.

La premessa narrativa è semplice ma riesce indubbiamente a colpire nel segno: dopo quattordici anni passati ad accettare in silenzio abusi di ogni genere da parte del marito, Rose "Rosie" Diana McClendon trova infine il coraggio di scappare da casa e cercare rifugio in una grande città del Midwest. Il suo tentativo di condurre una vita normale viene però ostacolato da Norman Daniels -che non prende per niente bene la scelta della moglie di lasciarlo- e da un misterioso quadro, al quale Rosie si sente legata come per magia. Il dipinto serve ad introdurre l'elemento paranormale della storia, che diventerà sempre più importante nella narrazione, e perfino decisivo per la risoluzione finale.

Questo lato della storia è forse il motivo principale per cui non l'ho apprezzata quanto speravo: fatica molto ad amalgamarsi in una vicenda tanto ancorata ad eventi verosimili ed ambientazioni reali, dove sentir parlare di quadri magici stona parecchio. Vorrei evitare di fare spoiler, ma devo specificare che il dipinto apre a sua volta le porte ad una parentesi legata alla mitologia classica; mitologia che il caro Stephen sfrutta in modo non proprio ortodosso, mescolando senza ritegno nomi ed eventi in una sorta di antologia destrutturata. Un altro aspetto che potrebbe scoraggiare parecchi è costituito dalle scene di violenza -numerose e grottesche-, che si sommano alle tematiche trattate e rendono la lettura non adatta ai lettori impressionabili o sensibili.

Accantonati però i difetti, passiamo ora ai tanti motivi per cui questo romanzo mi è piaciuto e vorrei consigliarlo anche ad altri, con le dovute precauzioni. E comincerei proprio dal prologo, che è senza dubbio una partenza d'impatto, per nulla edulcorata e con una buona dose di dettagli raccapriccianti, che però non risultano essere fini a se stessi. Come già accennato, il libro tratta poi dei temi molto forti ed attuali -principalmente abusi domestici e violenza di genere, ma anche discriminazione di determinati gruppi sociali- rappresentati non solo nelle scene di violenza fisica, ma anche nelle riflessioni di Norman, che rimandano ad un modo di pensare fin troppo comune ai giorni nostri come trent'anni fa.

L'elemento che ho trovato più riuscito sono però i personaggi; non tanto quelli secondari che, pur caratterizzati come sempre con cura, non risultano particolarmente memorabili, quanto la protagonista e la sua nemesi: per loro King delinea dei ritratti psicologici disturbanti, ma anche estremamente credibili. E se da un lato Rosie acquisisce maggiore sicurezza in se stessa, dimostrando un temperamento ben più energico di quanto ci si aspetterebbe, dall'altro Norman segue una prevedibile (ma non per questo meno shockante) discesa nella completa follia, pur riuscendo ad architettare dei piani di tutto rispetto. La presenza del duplice punto di vista permette inoltre una narrazione senza momenti morti, perché quando la storia di Rosie non presenta eventi rilevanti ci si sposta su Norman e viceversa.

Rispetto all'incipit esplosivo, il finale si trascina un po' troppo e perde di efficacia, ma mi sento comunque di dare qualche punto in più per le strizzatine d'occhio a "Misery" e al mondo de La torre nera: aver conosciuto entrambe queste storie da poco è stata una fortuna, altrimenti mi sarei persa tutti i riferimenti per esempio a Paul Sheldon, al quale staranno fischiando le orecchie per quante volte vengono menzionati i suoi romanzi, e non proprio in termini lusinghieri.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Mag, 2023
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Dormi come benzodiazepina comanda

Negli ultimi mesi ho sviluppato una teoria del complotto: Feltrinelli si è imposta come linea editoriale di pubblicare unicamente romanzi con protagonisti che io reputo orribili nel migliore dei casi, e da prendere a legnate sui denti nel peggiore. "Il mio anno di riposo e oblio" segue questo trend infelice, raccontandoci la struggente storia di una giovane donna newyorkese -ricca, bella e annoiata- con la quale qualunque lettore più chiaramente legare già dalla prima pagina. Ma forse il problema sono io, con il mio scarso livello di empatia, perché questo titolo è finito anche nella recente classifica dei 100 classici di nuova generazione, stilata però sempre dalla diabolica Feltrinelli.

La trama quasi surreale mi aveva in realtà molto incuriosito: l'anonima protagonista racconta l'anno passato in uno stato semi-comatoso autoindotto, con l'obiettivo di sfuggire ad un'esistenza che non sopporta più: il sonno sarà la sua medicina, ed è certa che a lungo andare la guarirà. Chissà cosa farà succedere Moshfegh con questo materiale originale tra le mani? mi chiedevo; e la risposta sembra essere «tutt’altro», perché il volume non ha un intreccio degno di questo nome, limitando la narrazione a quanto già detto nella sinossi. Il romanzo accantona la trama in favore di un'analisi psicologica dei personaggi, che hanno invariabilmente dei comportamenti abietti e perfino criminali.

La protagonista, i suoi genitori, la sua amica Reva, il suo ex Trevor, la dottoressa (o spacciatrice mancata, a seconda dei punti di vista) Tuttle, la sua vecchia titolare Natasha, l'artista sperimentale che espone nella galleria in cui lavorava Ping Xi, tutti sono deprecabili. Ovviamente questa è una scelta intenzionale dell'autrice, ma trovarmi davanti un simile cast dopo un mese di cast analoghi è stata una batosta: personalmente avrei voluto prendere tutti a sberle per fargli entrare in testa che o si decidevano a risolvere in modo serio i loro problemi, o la smettessero di lamentarsene con la sottoscritta. Come la caratterizzazione, tutti gli altri aspetti del romanzo che ho trovato fastidiosi sono tali di proposito, ad esempio la narrazione caotica in cui abbondano i passaggi repentini da un argomento all'altro -in alcuni casi, all'interno di un singolo paragrafo-, che rendono bene lo stato mentale della narratrice.

Lo stesso senso di sconnessione si prova leggendo i dialoghi: spesso non si capisce quale sia il nesso tra domanda e risposta, e questo riguarda sia la strafattissima protagonista che gli altri personaggi, teoricamente lucidi. Forse però ad infastidirmi di più sono stati i continui tentativi di shockare il lettore, con un inutile abuso di volgarità e comportamenti sopra le righe, con una quasi totale assenza di verosimiglianza che mi ha fatto pensare ad una versione al femminile di Chuck Palahniuk (autore che analogamente vira un po' troppo verso il surreale per i miei gusti), e con un finale sconvolgente. Se a metà libro non hai già capito dove la cara Ottessa stia andando a parare con luoghi e date.

Mi rendo conto che questa non sembra una recensione vera e propria, quanto piuttosto un elenco dei motivi per cui questo libro pur avendo tanti elementi validi mi ha fatta sbuffare e lasciata perplessa come una novella Nazaré Tedesco, e per questo voglio concludere con una nota più dolce. Se è vero che Moshfegh non ha puntato sulla trama, continuo a considerare intrigante la premessa e reputo la svolta legata all'assunzione dell'Infermiterol ben pensata, perché aggiunge un tocco di sorpresa nella storia.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Mag, 2023
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Per le note ho sacrificato più di una diottria

Ammetto che, per quanto trovassi la sinossi intrigante, "Jonathan Strange e il signor Norrell" è uno dei libri di cui rimandavo sempre la lettura, senza farmi troppi problemi; mi capita sempre così con i volumi particolarmente lunghi usciti da abbastanza tempo da non avere più un grande hype attorno a loro. Essermelo ritrovato nel sorteggio della mia Random TBR mi ha però obbligato a farlo rientrare tra le letture dei primi sei mesi dell’anno, e nel complesso sono contenta sia andata così: senza una sorta di obbligo avrei procrastinato ancora una lettura di certo impegnativa (in termini temporali, più che altro!) ma allo stesso tempo decisamente piacevole.

Clarke ci porta in una versione alternativa dell'Inghilterra di inizio Ottocento, dove la magia esiste ed è nota a tutti ma da centinaia di anni non viene più praticata attivamente dai maghi britannici, che sembrano aver perduto le conoscenze necessarie ed essersi allontanati dalle creature fatate per rivolgere la loro attenzione soltanto alla teoria. A tentare di dare nuovo lustro a questa disciplina -contribuendo nel contempo allo sforzo bellico contro l'esercito napoleonico- è Gilbert Norrell, mago dello Yorkshire che acquisisce un ruolo sempre più importante nella società londinese grazie ai suoi incantesimi stupefacenti. Alla rigida disciplina e all'estrema riservatezza di Norrell fa da contrappeso lo spigliato e talentuoso Jonathan Strange, un neofita delle arti magiche che predilige incantesimi più scenografici e sperimentali, motivo per il quale il loro sodalizio di maestro e allievo non dura a lungo.

Questo accenno di trama vi potrebbe sembrare lacunoso, e in effetti lo è; ma d'altro canto la storia raccontata dalla cara Susanna è talmente articolata -e popolata da dozzine di personaggi- che farne un sunto è una vera impresa. Questo è forse il primo ostacolo da superare per cominciare ad apprezzare il romanzo: bisogna farsi forza, cercando di memorizzare quanti più nomi possibili (una piccola appendice a fine volume sarebbe stata assai gradita dalla sottoscritta) e venendo a patti con una narrazione che si prendere comodamente i suoi tempi per mostrare retroscena e aneddoti assortiti. Con il procedere della lettura si viene inevitabilmente catturati dalla prosa di Clarke, che adotta uno stile perfetto per l'età georgiana, in cui le vicende sono teoricamente ambientate; tra location tanto fiabesche quando oscure, il senso di mistero e inquietudine della storia viene reso ottimamente.

Personalmente ho apprezzato molto anche l'umorismo della voce narrante (un anonimo conterraneo dei protagonisti): sottile e pungente, da il suo meglio nelle note che pur essendo quasi sempre opzionali meritano di essere lette per farsi qualche risata. Pur non essendo tutti memorabili, i personaggi sono poi ben caratterizzati, mettendo in chiaro i loro difetti, anche se non in modo palesemente fastidioso; un lavoro ancor più attento è stato fatto sui due protagonisti, in particolare puntando l'attenzione sulla loro dicotomia sia a livello caratteriale che in merito agli opposti approcci nei confronti della magia. Il romanzo propone anche alcuni spunti di riflessione sulla condizione vissuta da determinate categorie -come le donne ed i neri- nel passato, ma questo tema non diventa mai centrale nella narrazione.

Ma veniamo ai tasti dolenti, che si fanno ancor più amari se penso a quanto del mio tempo ho dedicato a questa lettura. Come già accennato, il ritmo del volume è tremendamente lento a causa dei cambi frequenti e repentini di prospettiva e di una trama troppo dispersiva; se poi l'epilogo riuscisse a far convergere tutte le linee narrative non mi lamenterei più di tanto, ma il finale per assurdo è molto frettoloso e non riesce a dare una conclusione degna alle storie di tutti i personaggi. Personaggi che affollano in modo esagerato il libro, venendo spesso abbandonati in un limbo fuori scena per decine di pagine.

Visto il mestiere svolto da Norrell e Strange, mi sarei poi aspettata qualche chiarimento in più sul sistema magico, che rimane invece fumoso e quasi astratto. Ho poi qualche riserva sulla scelta di includere la prospettiva del villain principale, perché rende noioso dover aspettare centinaia di pagine prima che i protagonisti arrivino a determinate scoperte; ad avermi veramente frustrato è stata proprio la lentezza con cui i personaggi univano i puntini, passando per dei poveri mentecatti che impiegano anni per raggiungere conclusioni palesi.


NB: Libro letto nell'edizione TEA, dal catalogo Longanesi

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Mag, 2023
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Assumere lontano dai pasti

Sempre in cerca di libri originali, che sappiano stupirmi, mi sono imbattuta in "Sirene", consigliato come distopico decisamente insolito per tono e tematiche. Posso confermare senza dubbio che la storia immaginata da Pugno è riuscita a sorprendermi ben più di quanto mi aspettassi, e anche a disgustarmi come pochi altri titoli. E nonostante la mia voglia di originalità possa dirsi soddisfatta, temo che la sensazione di disgusto rimarrà quella predominante ora che ho concluso la lettura.

Il mondo descritto dalla cara Laura è ad un passo dall'apocalisse: le risorse della Terra sono esaurite, un'epidemia incurabile ha decimato la popolazione e vivere alla luce del sole è una condanna a morte. In questo contesto ogni nuova possibilità viene sfruttata senza ritegno, e così succede infatti alle sirene, scoperte solo da qualche decennio ma già portate quasi all'estinzione dagli umani, che le allevano a ritmi innaturali per potersi cibare della loro pregiata carne e non solo. In uno di questi stabilimenti lavora come sorvegliante Samuel, alle dipendenze della yakuza; spinto da un desiderio al quale neanche lui sa dare un nome, l'uomo si accoppia con una delle sirene, dando vita ad una nuova specie.

Sembra proprio l'inizio di una storia avvincente, vero? Sì, peccato che questo sia in pratica l'intero contenuto del libro a livello d'intreccio, e che venga dettagliatamente anticipato già nella sinossi. Ci sarebbero anche dei tentativi di rendere la trama più complessa, ma vanno a naufragare contro gli scogli del foreshadowing: come posso essere in ansia per la sorte di un personaggio, se già so per certo che è stato scoperto dai suoi nemici? Assieme ad uno stile fin troppo asettico per trasmettere un'emozione diversa dal disgusto, queste anticipazioni azzerano purtroppo la tensione narrativa.

Il disgusto è certamente voluto, e deriva non solo dalle scene raccapriccianti mostrate o raccontate, ma anche dalla caratterizzazione del protagonista. In realtà, questo è l'ennesimo mondo futuristico popolato soltanto da persone orribili, quindi il caro Samuel non dovrebbe spiccare più di tanto, invece è riuscito a nausearmi dalla prima all'ultima pagina. Ripeto, sicuramente era proprio quello l'intento dell'autrice, però a mio parere si esagera un po' con il gore, soprattutto per la ripetitività e se si tiene conto di quant'è breve il volume.

Tra un brivido e l'altro, questo titolo mi ha dato anche qualche appiglio per salvarlo. Innanzitutto scopriamo un world building forse non sempre chiarissimo ma con tanti elementi originali, in particolare nell'ottica di una fantascienza non troppo lontana dal nostro presente. Approvo poi in pieno la critica all'allevamento intensivo e all'oggettificazione femminile, rappresentata in modo abbastanza chiaro dal personaggio di Sadako come pure dalle sirene tenute in cattività dagli uomini. Rimango però convinta che -con questi spunti- si potesse fare qualcosa di più, magari strutturando una trama più articolata: le idee alla base non mancavano.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Aprile, 2023
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Il papà di Celebrity Hunter, in pratica

King in versione Bachman non mi aveva convinta appieno con "La lunga marcia", che avevo trovato troppo sopra le righe per i miei gusti; pensavo però fosse un problema legato alla giovane età dei personaggi (e dello stesso autore, al momento della prima stesura), ovviabile con un protagonista adulto, meno impulsivo. Riponevo quindi le mie speranze di rivalutare lo pseudonimo del caro Stephen con "L'uomo in fuga", e proprio questo è stato il mio sbaglio.

Non vorrei essere fraintesa: il romanzo ha molti punti a suo favore, a cominciare dallo spunto che da il via alla trama. In un futuristico (ma non troppo) 2025, la disuguaglianza sociale è più accentuata che mai: perfino le città sono letteralmente divise, con un quartiere riservato alle persone più agiate ed i bassifondi in cui sopravvivono a fatica i tanti poveri; a prescindere dal proprio reddito, tutti sembrano comunque ossessionati dalla tri-vu -un'evoluzione della nostra televisione- in cui imperano i giochi a premi che vedono disperati concorrenti rischiare la vita per migliorare la propria condizione economica. Tra questi c'è Benjamin "Ben" Stuart Richards che, per poter pagare le cure mediche necessarie alla figlioletta Catherine "Cathy", accetta di partecipare a L'uomo in fuga, diventando così la persona più ricercata degli Stati Uniti.

Sulla carta seguiamo quindi un uomo maturo e con delle responsabilità non indifferenti; a conti fatti però Ben è avventato quasi quanto Raymond fin dalla prima pagina, quando sembra decidere completamente a caso che i Giochi organizzati dalla Rete (un ibrido di governo totalitario ed emittente televisiva) siano l'unica soluzione. Semplicemente, come protagonista non mi è piaciuto: pur cogliendo ed apprezzando i riferimenti autobiografici nelle sue motivazioni mi è sembrato agisse troppo impulsivamente, sia nelle scelte felici che in quelle pessime; inoltre tiene un atteggiamento sprezzante nei confronti di chiunque, etichettando tutti come nemici, e trattando in maniera a dir poco svilente le donne che incontra. Ma nessuno osi neppure guardare di striscio la sua Sheila, guai! e l'attitudine da maschio alfa ritorna anche nel suo non voler accettare il lavoro da prostituta della moglie, mentre è ovviamente giusto che lui rischi la vita per lo stesso motivo.

Il resto del cast non è certamente più amabile: King dipinge una società corrotta in ogni senso, dove è completamente scomparsa l'empatia, dove tutti gli uomini sono stronzi senza motivo mentre le donne vengono ridotte a poco più che oggetti. L'unica mosca bianca è l'attivista Bradley Throckmorton, per mio gusto il solo personaggio ad ispirare delle emozioni positive, e a non ricalcare in modo evidente uno stereotipo stantio.

Per fortuna, gli aspetti positivi non si riducono all'idea di base e ad un solo personaggio. Pur facendo sorridere il lettore contemporaneo per il suo futurismo decisamente vintage, il world building è ben pensato e si dimostra più che un mero orpello, andando ad incidere sulla trama. Dietro la patina della storia d'azione infatti, si scopre pian piano un romanzo che fa della critica sociale il suo focus; per denunciare il divario economico ma anche per parlare di ambientalismo e controllo mediatico. Messaggi forse eccessivamente strombazzati nel testo, ma non per questo meno validi, e sorprendentemente attuali a oltre quarant'anni dalla pubblicazione del romanzo.

Un altro elemento a favore è dato dall'ottima tensione narrativa, che cresce esponenzialmente nel corso della storia -andando anche a correggere il ritmo altalenante dei primi capitoli- e raggiunge il suo culmine nell'adrenalinico finale. Azzeccata a mio avviso anche la scelta di rendere la società stessa la nemesi di Ben, delineando un mondo decisamente triste nel quale neppure le azioni più coraggiose e giuste riescono a renderti un eroe.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Aprile, 2023
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Elementare, mio caro Hastings

Con grande lentezza -ma senza particolare ansia, visto che il tempo per recuperare i classici c'è sempre- procede la mia esplorazione nella corposa "serie" di volumi dedicati alla figura di Hercule Poirot, sicuramente l'investigatore più famoso creato da Agatha Christie. Dopo una partenza randomica ho corretto il tiro, e ora sto seguendo grosso modo l'ordine di pubblicazione; e infatti, dopo avervi parlato dei suoi primi due romanzi, andiamo adesso ad analizzare l'antologia di metà anni Venti "Hercules Poirot indaga".

Composta da undici racconti brevi se non brevissimi, questa raccolta è in realtà una sorta di ripubblicazione di storie già comparse nel corso del 1923 sulla rivista inglese The Sketch. Il narratore ha sempre la voce del capitano Arthur Hastings, grande amico e biografo ufficioso del detective belga, che segue quest'ultimo mentre risolve casi di omicidio, recupera gioielli rubati o salva in extremis vittime di rapimento. Hastings non è il solo personaggio ricorrente, infatti in diversi racconti rivediamo l'ispettore di Scotland Yard James Japp, già comparso in "Poirot a Styles Court".

Come sempre, le storie così brevi non riescono a darmi la stessa soddisfazione dei romanzi, e pur partendo avvantaggiata perché già conosco i due personaggi principali, trovo che il resto del cast sia composto da figure bidimensionali al massimo. Anche le ambientazioni e la prosa non vengono troppo curati, con la conseguenza di doversi focalizzare esclusivamente sull'intreccio, che per fortuna è quasi sempre molto valido e capace di colpire pur con poche pagine a disposizione. Un'altro aspetto ben riuscito è l'umorismo, in particolare nelle frecciatine non proprio sottili che Poirot lancia ad Hastings ed alla sua scarsa perspicacia.

Per quanto spassoso da leggere (soprattutto quando è convinto a torto di aver capito tutto) il POV del capitano ha il deficit di rendere in alcuni casi la risoluzione un po' troppo facile: in pratica è sufficiente ignorare completamente ciò che lui da per assodato per individuare il colpevole. Questo però non rendere meno godibile la lettura, anche perché a volte Hastings si limita a seguire Poirot da mero spettatore, senza neppure azzardare una delle sue ipotesi campate per aria.

Per quanto mi riguarda, i racconti che ho apprezzato maggiormente sono "Il furto di gioielli al Grand Metropolitan" e "La sparizione del signor Davenheim", perché in entrambi i casi una parte della rivelazione finale enunciata da Poirot mi ha del tutto spiazzata: sono sicuramente le storie che reputo più interessanti e, pur non contando più di una ventina di pagine l'una, capaci di lasciare il segno.

Non sarà quindi all'altezza dei romanzi veri e propri, eppure mi sento di consigliare questa antologia, sia ai lettori che come me intendono recuperare ogni testo disponibile sull'immodesto detective belga, sia a chi non l'ha ancora conosciuto e vorrebbe farsi un'idea sul personaggio senza dedicarci troppo tempo. Ed in particolare agli orfani dei racconti di Arthur Conan Doyle, che troveranno nella dinamica tra Poirot ed Hastings molti punti in comune con il duo composto da Sherlock e Watson.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Aprile, 2023
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Aggiornamento non richiesto

Presentato come una versione moderna del classico di George Orwell, "2084. La fine del mondo" aveva attirato la mia curiosità proprio quando avevo terminato la lettura di "1984" ed ero a caccia di suoi cloni. Dopo averlo lasciato per un bel po' in wishlist, l'ho infine recuperato all'usato e, a lettura ultimata, posso dirmi contenta che sia andata così: se lo avessi pagato a prezzo pieno, adesso sarei molto più contrariata.

Le vicende immaginate da Sansal sono ambientate in un lontano futuro in cui la gran parte del pianeta si trova sotto il controllo di uno Stato teocratico chiamato Abistan. Qui abita tra gli altri Ati -il nostro del tutto ininfluente protagonista- che, durante un periodo di ricovero in un sanatorio molto isolato, inizia ad interrogarsi sulle incongruenze nelle verità assolute imposte da Yölah e dal suo Delegato Abi. Ad esclusione dell'elemento religioso che va a sostituire con la fede l'amore per la Patria, questo mondo non è affatto diverso da quello orwelliano: ci sono comitati per sorvegliare la lealtà dei cittadini, ogni spostamento deve essere approvato dall'autorità, si premia chi denuncia i crimini altrui, ed il profeta Abi viene perfino identificato come Bigaye (una storpiatura di Big Eye, ossia il Grande Fratello che vigilava su Winston Smith) e rappresentato con un solo grande occhio nei manifesti propagandistici.

Anche l'abiling mostra delle similitudini nette e dichiarate con la neolingua, infatti entrambe mirano ad una semplificazione del lessico e vengono imposte come linguaggi universali. Pur essendo una sorta di derivato (o meglio, di seguito ideale) del futuro di Orwell, il world building di questo romanzo non pecca completamente di originalità: è interessante leggere della commistione tra la modernità degli elicotteri e la pochezza con cui vive la gente comune, come anche tra la realtà concreta e gli elementi folkloristici; a questo proposito, non mi sarebbe dispiaciuto vedere davvero i V, di cui nel testo si parla spesso senza però mostrarli mai in azione.

Questo forse è il primo difetto di questo titolo a palesarsi: tutto viene raccontato al lettore, ma (quasi) mai mostrato, tanto che i dialoghi si possono contare sulle dita di una mano. E per questo ogni relazione sembra artefatta e macchinosa, rendendo impossibile provare empatia per i personaggi; come posso credere che Ati si commuova per la sorte di Nas se nel testo non li vedo mai interagire realmente? Va da sé che questo problema si ripercuote anche sulla caratterizzazione dei protagonisti, poco più che abbozzati e con delle motivazioni imposte dall'alto anziché spontanee conseguenze della loro indole.

La prosa non è eccessivamente ostica, ma spesso si sofferma a spiegare più e più volte i medesimi concetti, mentre per contro da per certo che basti menzionare una sola volta il significato di una sigla incomprensibile per farla memorizzare a colpo sicuro al lettore. Ne consegue un nebuloso senso di confusione: grosso modo potrete capire cosa stia succedendo, ma probabilmente vi rimarrà sempre il dubbio su cosa sia l'Associazione libera dei Civici e in cosa si differenzi dai Credenti giustizieri, per esempio.

Problematiche a parte, credo che per un neofita del genere non sia una lettura pessima: magari io ho letto troppi romanzi distopici per farmi ancora stupire. Oltre ad alcune intuizioni interessanti sul world building, ci sono anche un paio di svolte non scontate sul finale e del potenziale nei personaggi di Toz e Ram; peccato che rimanga solo questo, un potenziale che non potrà mai esprimere il meglio di sé.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    17 Aprile, 2023
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Come evitare un triangolo amoroso in un YA

Sembra sia la mia croce in questo periodo imbattermi in libri validi sotto tanti punti di vista, che però mi deludono quando si arriva alla trama vera e propria. È successo anche con "Raybearer", e non sapete quanto mi dispiaccia visto che questo titolo aveva le carte in regola per ambire al massimo della valutazione. Si tratta comunque dell'opera di esordio per Ifueko, quindi sono certa che avrà tempo per migliorare.

La vicenda ha come ambientazione un continente fantastico, popolato da spiriti naturali e da persone dotate di poteri paranormali; su buona parte di questo territorio governa l'impero di Aritsar, con a capo l'imperatore Olufbade ed il suo concilio composto da undici fedelissimi provenienti da altrettanti regni vassalli. Tra queste persone esiste un vincolo magico -atto a tutelare l'incolumità del regnante- che li unisce come fossero una famiglia, e ora è giunto il momento in cui il principe ereditario Ekundayo "Dayo" formerà il suo concilio personale; per questo la protagonista Tarisai "Tar" giunge a corte dal regno di Swana.

Questo in realtà è solo un breve sunto del concept che da il via alla storia: la trama è molto più ricca ed articolata ma, come già accennato, anche parecchio prevedibile. Nessuno dei colpi di scena funziona appieno, perché un lettore non troppo distratto avrà già intuito dove si va a parare con svariati capitoli d'anticipo. Si tratta del principale difetto del romanzo, assieme all'utilizzo di alcuni cliché ricorrenti nel target YA e a qualche ingenuità narrativa, che però fa più che altro sorridere con condiscendenza.
Un altro elemento che potrebbe non andare a genio a molti è la presenza di diversi salti temporali, non solo tra l'infanzia della protagonista e la narrazione al presente, ma anche in frangenti successivi. Personalmente non l'ho trovata una scelta infelice, nonostante mi sarebbe piaciuto seguire i personaggi in modo più continuativo.

Sotto tutti gli altri aspetti, penso invece che questo titolo sia effettivamente un'ottima lettura. Innanzitutto abbiamo un world building a dir poco affascinante: ricco di dettagli e ben ideato, va ad includere degli elementi di geopolitica e religione che difficilmente si trovato in un libro per ragazzi. Anche il sistema magico si dimostra interessante e spiegato con cura, nonostante la sottotrama dedicata ai Redemptor rimanga scollegata dalle altre vicende per buona parte del volume.

Approvatissimi i personaggi, non solo per il modo in cui vengono caratterizzati, ma anche per l'inclusività che li contraddistingue: rappresentano infatti etnie, culture e orientamenti sessuali diversi. Pur reputando valido il cast nel suo insieme, devo ammettere di aver apprezzato in particolare Woo In e (ovviamente!) Tarisai, una protagonista che si distacca dagli standard senza però diventare un'insoffribile Mary Sue. Trovo ben strutturati anche i legami tra i personaggi principali, e questo vale sia per quelli sentimentali sia per la famiglia che Tar riesce finalmente a creare con Dayo e gli altri membri del concilio.

Oltre al valore dei rapporti familiari, il romanzo affronta parecchi temi, per nulla infantili ma esplorati in un'ottica adatta al target; in particolare, si parla di xenofobia e maschilismo, dell'importanza di preservare le tradizioni locali e di come si possano affrontare degli abusi fisici o psicologici, e questo viene analizzato attraverso i punti di vista di diversi personaggi, nonostante la narrazione sia in prima persona.
Infine, non posso esimermi dal decantare le lodi di questa edizione, che non solo mi ha catturata da subito grazie alla stupenda cover ed ai dettagli grafici, ma è anche arricchita da contenuti extra: sono infatti presenti una mappa, un glossario ed un elenco dei personaggi con tanto di pronunce e regni di provenienza! Così si rende completo un fantasy.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Aprile, 2023
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Inciuci in stile Beautiful negli anni 50

Dopo essermi dedicata principalmente ai racconti brevi che la vedono protagonista durante il 2022, voglio continuare la mia esplorazione nella ricca selezione di titoli su Miss Marple anche quest'anno, concentrandomi però su alcuni romanzi completi; ho notato più volte che la penna di Christie risulta infatti più efficace in una storia con maggiore respiro. Volendo procedere in ordine cronologico, la mia tappa successiva è stata "Giochi di prestigio", scritto ed ambientato nei primi anni Cinquanta, in cui pertanto non mancano i riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale, conclusasi solo pochi anni prima.

La narrazione si apre con un incontro tra Jane Marple e la sua vecchia amica Ruth Van Rydock, agiata statunitense in visita in Inghilterra; le due finiscono ben presto per parlare di Caroline "Carrie" Louise Serrocold, sorella di Ruth dalla vita familiare a dir poco complessa, tra svariati matrimoni, figli e nipoti assortiti. Su richiesta dell'amica preoccupata, Miss Marple si reca quindi in visita a Stonygates per mettere a frutto la sua conoscenza enciclopedica della natura umana e capire se Carrie Louise sia o meno in pericolo. Da questo spunto, il romanzo si sposta nella tenuta -dalla quale è stato ricavato anche un istituto riabilitativo per giovani criminali-, dove Miss Marple incontrerà la famiglia Serrocold e le tante persone che le orbitano attorno.

Ci troviamo di fronte ad un cast decisamente numeroso, forse troppo soprattutto se consideriamo la lunghezza esigua del volume e la rapidità con cui vengono introdotti sia a Miss Marple che a noi lettori. Credo che sarebbe risultato più naturale presentare solo i personaggi realmente importanti una volta portata la narrazione a Stonygates, ma da buona fan degli intrighi familiari non mi posso lamentare troppo.

Un problema più consistente è dato invece dalla rappresentazione datata della salute mentale: mi rendo conto che non sia di certo il focus del volume -che punta semplicemente a raccontare la risoluzione di un delitto- ma ho trovato comunque fastidioso il modo in cui la famiglia Serrocold ed il personale dell'istituto parlano dei "pazienti", stigmatizzando la malattia oppure associandola direttamente alla tendenza criminale. In realtà, questo difetto potrebbe anche non essere percepito come tale, in base alla sensibilità di ognuno; il pretesto di trama non troppo convincente è invece un aspetto più soggettivo, anche se non inficia di certo la lettura nel suo insieme.

Nonostante la valutazione più che positiva, non ho individuato tantissimi punti a favore di questa lettura. Il mio parere si basa principalmente sulla presenza in scena di Miss Marple fin dal primo capitolo (a differenza di storie come "Il terrore viene per posta", nelle quali è protagonista sono di nome) e sulla resa dell'intreccio: per quanto mi riguarda, ammetto candidamente di non aver individuato né il colpevole né il movente fino alla fine, e questo perché Christie ha saputo confondere le acque, sfruttando con maestria i rapporti contorti tra i vari personaggi. Il romanzo si merita poi un punto aggiuntivo per aver evitato di calcare troppo la mano sulle relazioni sentimentali, come invece succede in altri titoli della cara Agatha.

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Narrativa per ragazzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    12 Aprile, 2023
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Chaos Telling

Negli ultimi anni mi sto staccando sempre più dal target YA, ma ci sono ancora delle serie per ragazzi che attendono sugli scaffali della mia libreria in paziente attesa di essere lette, ed io sono intenzionata a recuperarle tutte prima o poi; una di queste è Chaos Walking di Patrick Ness, trilogia distopia abbastanza popolare qualche anno fa, alla quale mi sono finalmente decisa a dare una possibilità in occasione di una TBR tematica proprio su questo genere.

Lo spunto iniziale di "Chaos. La fuga" anticipa solo una piccola parte di una storia decisamente più sostanziosa: il quasi tredicenne (o più che quattordicenne, a seconda dei punti di vista) Todd Hewitt vive nel cosiddetto Mondo Nuovo a Prentisstown, una cittadina in cui un morbo ha ucciso tutte le donne e reso i pensieri degli uomini percepibili a chiunque. Pochi giorni prima del suo passaggio all'età adulta, la vita di Todd viene stravolta quando scopre un angolo di silenzio nel costante Rumore generato dai pensieri dei suoi concittadini.

All'apparenza il titolo italiano potrebbe suonarvi alquanto banale per il genere di storia raccontata, ma devo dire che si è rivelato molto più calzante del previsto, e questo perché il romanzo si concentra sulla continua fuga di Todd e di un secondo personaggio che -nell'arco di qualche capitolo- diventa chiaramente il suo coprotagonista. Una narrazione molto dinamica che permette comunque una valida evoluzione del carattere di Todd, che cambia moltissimo nel corso del romanzo, imparando soprattutto a gestire le sue reazioni.

Oltre al protagonista, i punti di forza di questo volume sono sicuramente la scorrevolezza della prosa e la presentazione di un world building per nulla scontato, che viene esplorato un po' per volta: forse non sarà il mondo fantascientifico più originale o strutturato di sempre, ma si dimostra solido e conserva del potenziale anche per i seguiti.

Purtroppo anche la parte del titolo italiano (e del titolo originale della trilogia) in cui sia accenna al caos è molto calzante: la narrazione è a dir poco confusa, e non per l'insolito linguaggio utilizzato da Todd, ma per la scelta di fargli omettere informazioni che, in quanto narratore in prima persona, non dovrebbe nascondere ai suoi lettori. Contribuisce a generare del caos anche il ritmo troppo rapido, tanto da rendere il dipanarsi dell'intreccio spesso poco chiaro; solo poche scene ottengono spazio a sufficienza nel testo per essere descritte in modo comprensibile e soddisfacente.

Un discorso molto simile si può fare per i personaggi secondari, che sono decisamente troppi e rimangono in scena un paio di pagine o poco più: sicuramente non abbastanza per essere caratterizzati a dovere e dimostrarsi interessanti. Non mi hanno fatto impazzire neppure la presenza di numerosi dei ex machina (che puntualmente compaiono dal nulla proprio quando il protagonista si trova impossibilitato a continuare nella sua missione da sé) ed il modo in cui vengono spiegati gli avvenimenti passati, contraddicendo in buona parte la premessa stessa del romanzo.

In chiusura mi concedo però una nota più che dolce, ossia l'edizione italiana. Spesso mi trovo a dover criticare traduzioni raffazzonate e copertine sciape, questa volta invece Mondadori ha fatto un lavoro più che buono, specialmente nell'adattare il linguaggio peculiare degli abitanti di Mondo Nuovo, regalando ad ogni cittadina un accento unico. Buona anche la resa visiva dei pensieri di uomini ed animali, realizzata con delle grafiche particolari.


NB: Libro letto nell'edizione Mondadori con il titolo "Chaos. La fuga"

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Aprile, 2023
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O muori da eroe...

Questa è una recensione tutt'altro che facile da scrivere, e non perché il libro mi abbia delusa (mi sono accorta negli anni che in quei casi le parole non mi mancano affatto!) ma perché la mia opinione positiva si scontra con una buona fetta di altri lettori che hanno bocciato in pieno la svolta principale del romanzo. Quando ho iniziato "As Good As Dead" ero proprio curiosa di capire se sarei rimasta anch'io delusa da questo epilogo, che ha un rating comunque alto ma in netto calo rispetto ai primi due libri, ed ho quindi priorizzato l'ultimo volume della trilogia A Good Girl's Guide to Murder rispetto alle mie altre serie in corso. A lettura ultimata, posso tirare un sospiro di sollievo: ho adorato come Jackson ha scelto di gestire la struttura della storia e trovo che i personaggi si mantengano del tutto coerenti con il loro percorso di crescita.

La trama ci porta alcuni mesi dopo l'epilogo di "Good Girl, Bad Blood", del quale vediamo chiaramente gli effetti sull'equilibrio psicologico di Pip, che non è ancora riuscita a superare ciò a cui ha assistito. Per riprendere le redini della sua vita, la ragazza inizia ad interessarsi ad un nuovo caso che la allontani da Little Kilton e dai suoi segreti; una serie di piccoli fatti inspiegabili la porteranno però a capire che c'è un ultimo mistero da risolvere. La narrazione parte da questo spunto e da molti altri indizi presi direttamente dai capitoli precedenti, ma si sviluppa in modo nuovo tanto da risultare nettamente divisa tra le due parti che compongono il volume.

Ho apprezzato moltissimo come Jackson sia riuscita a intessere una trama convincente sia a livello del singolo libro, sia nel quadro più ampio della trilogia: una volta arrivati all'epilogo diventa palese come lei abbia pianificato questa serie dalla primissima pagina. Un altro aspetto che trovo ben gestito è quello dell'atmosfera, perché pur rimanendo negli ormai noti confini della cittadina inglese l'autrice riesce a trasmettere un senso di cupezza ed angoscia -in particolare in un paio di scene non proprio da YA-, perfetto per il tipo di storia che si è andata creando di libro in libro.

Questo ci porta ovviamente alle tematiche, che mai come ora sono mature e comportano parecchi trigger warning, nella fattispecie per violenza fisica e psicologica (anche domestica), patologie psicologiche, ruolo delle forze dell'ordine o del sistema giudiziario e PTSD. Penso che la CE abbia fatto benissimo ad aggiungere un avviso ai lettori in tal senso perché questo volume contiene delle scene decisamente pesanti, per quanto contestualizzate e gestite molto bene nella storia.

Al pari con la trama, i personaggi sono l'aspetto più valido del titolo, in particolare i due protagonisti. Sì perché, dopo due libri in cui non riuscivo ad inquadrare del tutto il suo ruolo, Ravi fa una rimonta incredibile e, abbandonata la fase comic-relief, ottiene finalmente il suo "momento al sole". Pip si conferma una protagonista incredibile, anche se potrebbe non piacere a tutti la sua svolta in questo libro; personalmente l'ho trovata ben giustificata e in linea con la sua storia complessiva, inoltre ho apprezzato come l'autrice abbia dedicato più spazio alle sue riflessioni, andando oltre il lato mystery del libro. Ben gestito anche il resto del cast, ma mai indagato a fondo.

Per il mio gusto personale, trovo difficile contestare qualcosa a questo romanzo. Dovendo trovargli un paio di difetti per forza, farei presente che ci sono molti meno elementi mixed media rispetto agli altri (seppur la cosa sia giustificata) e a livello di trama l'intreccio si risolve in modo un po' troppo conveniente per essere verosimile al 100%. Ma d'altro canto si tratta di un'opera di fantasia, quindi non fatevi venire i miei stessi dubbi: continuate la serie appena verrà tradotta in italiano, oppure puntate direttamente all'edizione in inglese che non è inaffrontabile.


NB: Libro letto in lingua originale

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Aprile, 2023
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Come nacquero le fanfiction

Andando contro la mia TBR -approssimativa è vero, ma che prevedeva tutt'altro- e la mia abitudine di lasciar stagionare i libri sullo scaffale prima di affrontarli, ho iniziato la lettura di "Misery" appena me n'è stata regalata una copia. Ho ceduto alla tentazione sia perché si tratta di uno dei titoli del caro Stephen che ero più curiosa di recuperare, sia per la sua presenza fissa nella maggior parte delle classifiche sui migliori romanzi kinghiani: volevo verificare di persona se meritasse tante lodi.

Lo spunto narrativo è abbastanza noto, e ben si adatta a creare un intrigante thriller psicologico: il noto scrittore Paul "Paulie" Sheldon rimane vittima di un incidente d'auto che gli causa gravissime ferite alle gambe; l'uomo viene soccorso da Anne "Annie" Marie Wilkes, che lo porta a casa sua e gli confessa di essere una sua grande ammiratrice, nonché ex-infermiera. Quello che potrebbe sembrare il più clamoroso colpo di fortuna di sempre si rivela però l'inizio di un incubo, perché la donna soffre di vari problemi psicologici non diagnosticati (tra i quali probabilmente il disturbo borderline e la sindrome di Polle) ed è intenzionata a tenerlo prigioniero, specialmente dopo aver scoperto che nel suo ultimo romanzo Paul ha "ucciso" Misery Chastain, il personaggio preferito di Annie.

Fin dalla prima pagina, ho capito che chi aveva redatto quelle classifiche non sbagliava affatto: questo è effettivamente uno dei libri più riusciti del caro Stephen. Perché proprio dalla prima pagina? perché l'inizio in medias res catapulta il lettore nella tragedia che Paul sta vivendo, senza indorare in alcun modo la pillola e senza preparare il terreno raccontando l'antefatto, che viene invece sviscerato pian piano nei capitoli successivi. Una partenza decisamente d'impatto che approvo in pieno, così come mi sento di promuovere lo stile di King, qui particolarmente ispirato: ho amato in particolare l'utilizzo convincente delle metafore, come l'immagine dei piloni spezzati che rappresentano le gambe rotte dello sfortunato scrittore.

Il mestiere che accomuna l'autore al suo protagonista è importante anche per il tono dato alla storia e per come viene posta particolare attenzione all'ispirazione letteraria, alla curiosità morbosa di chi legge ed ai dettagli tecnici legati a questo lavoro; il risultato è una storia a tratti metaletteraria, decisamente originale. L'aspetto che però mi ha colpito di più è la caratterizzazione dei due protagonisti: ho adorato immergermi nella storia per scoprire come Paul tenti di liberarsi dalle costrizioni fisiche e mentali che lo imprigionano, sfruttando ogni minuzia a suo vantaggio; Annie invece mi ha convinto soprattutto per il modo in cui viene delineata, raccontando un tipo di carattere per nulla scontato in un'antagonista, eppure a dir poco perfetto.

Ma non ci sono proprio difetti in questo romanzo? certo, però sono del tutto trascurabili. L'unico davvero evidente credo sia la premessa, che poggia su una serie di coincidenze poco verosimili; c'è anche della misoginia randomica, ma che in parte mi sento di giustificare vista la situazione in cui si trova il protagonista, nonché nostro POV quasi esclusivo, e anche il periodo in cui il libro è stato pubblicato. Molto più fastidiosi i refusi, specialmente quelli presenti nei momenti meno opportuni, che non si possono ignorare e spezzano purtroppo la tensione.

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Romanzi
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    31 Marzo, 2023
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Trasferta ad Hakodate

Con questo terzo capitolo, la serie antologica di Kawaguchi si conferma un intermezzo agrodolce per staccare tra letture più cupe o pesanti. "Il primo caffè della giornata" è sempre composto da quattro novelle, fruibili come storie indipendenti ma strettamente collegate dai personaggi ricorrenti, dall'ambientazione, e ovviamente dalla famiglia Tokita, che ormai conosciamo molto bene.

Rispetto ai capitoli precedenti è evidente da subito una grossa novità: non siamo più a Tokyo! la narrazione ci porta infatti ad Hakodate, città portuale dell'isola di Hokkaido, dove Nagare Tokita si è momentaneamente trasferito con la cugina Kazu e la nipote Sachi per occuparsi dell'altra caffetteria di famiglia, durante l'assenza della madre Yukari. Come tra i primi due libri, anche in questo caso abbiamo un salto in avanti di otto anni circa, che ci porta nel 2030; un futuro non poi così lontano dalla contemporaneità, ma sappiamo che mai come in questa serie il tempo è relativo.

Gli intrecci narrati nelle singole novelle non si allontanano dal tono stabilito dai capitoli precedenti: a dare il via all'azione è quasi sempre una persona che soffre per la perdita di un caro defunto, e cerca nella possibilità di viaggiare nel tempo un'ultima occasione di confronto. Le storie che mi hanno convinto maggiormente sono state "La figlia", incentrata sul dramma familiare di Yayoi Seto e di sua madre Miyuki, e "La sorella minore", in cui si analizza invece il rapporto tra le sorelle Reiko e Yukika Nunokawa; in entrambi i casi ho trovato ben riuscita la combinazione tra fattore emotivo ed intreccio fantascientifico.

Gli altri due racconti non sono propriamente sull'estremo opposto, ma per qualche aspetto non mi hanno convinto del tutto: "Il comico" mi è sembrato eccessivamente simile alla prima novella a livello di trama, mentre de "L'uomo che non sapeva dire «ti amo»" non mi è piaciuta la conclusione, anche se si tratta di un'impressione personale. Gli altri elementi non troppo riusciti sono le continue ripetizioni nei dialoghi -a dir poco snervanti, soprattutto se leggete la raccolta come volume unico-, la caratterizzazione troppo esagerata per i miei gusti del personaggio di Sachi e l'introduzione di una nuova ambientazione, che rende ancora più assurde ed inspiegabili le regole dei viaggi nel tempo.

Nel complesso però la lettura mi è piaciuta parecchio, in primis per i tanti collegamenti ai volumi precedenti che rispondono a diverse domande lasciante in sospeso, come l'assenza di Nagare da Tokyo quando Kei arriva dal passato alla fine del primo libro. È stato carino poi veder cresce ancor di più la famiglia Tokita, non solo con una nuova generazione ma anche con l'introduzione di Yukari, presente in scena solo per poche pagine eppure essenziale in ognuno dei racconti.

E se è vero che leggere delle storie con un messaggio di fondo abbastanza simile può sembrare noioso, in realtà si nota come l'autore provi a dare delle sfumature maggiori alle motivazioni dei personaggi, e anche dei dettagli personali quando descrive le loro emozioni. Per quanto mi riguarda, trovo sempre molto appassionante anche mettere assieme pagina dopo pagina i piccoli pezzi che in un secondo momento contribuiranno a formare le novelle successive.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    27 Marzo, 2023
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Intrattiene. E basta

Ricevuto come regalo per Natale, "Una morte perfetta" rappresenta il classico thriller nel quale cerco rifugio nei periodi particolarmente frenetici, specialmente dal punto di vista lavorativo. C'è chi si rilassa con letture romantiche e spensierate, e poi ci sono io, che preferisco una storia piena di gente morta malissimo, purché sia ricca d'azione e colpi di scena. Prima di continuare il commento devo però fare una premessa: questo volume sarebbe il quarto di una serie ancora in corso, che conta già diciotto libri! e non tutti sono stati portati in Italia; non avendo scelto di acquistare questo titolo, io l'ho quindi affrontato come fosse un autoconclusivo -consapevole del rischio di perdermi riferimenti ai vari prequel/sequel- e penso sia fruibile in questo modo senza troppe difficoltà.

L'intreccio principale riguarda il ritrovamento del cadavere di una donna sfigurata all'interno del laboratorio Westerley, una struttura praticamente segreta in cui si svolgono esperimenti legati alla decomposizione dei corpi. Mentre cerca di risalire all'identità della vittima e al movente dell'assassino, la detective ispettore Kimberly "Kim" Stone si trova a prendere in mano parallelamente un'indagine su un vecchio caso -portato alla sua attenzione dalla giornalista Tracy Frost-, oltre a doversi barcamenare tra sviluppi inaspettati e coincidenze quasi carrambesche.

I lati positivi di questa lettura, per quanto mi riguarda, sono ben pochi; e proprio per questo, penso valga la pena dedicarci qualche riga. Il ritmo serrato con cui si sviluppa la storia si può notare fin dalla prima pagina: riesce a mantiene vivo l'interesse del lettore, anche per merito di capitoli brevi, a volte quasi telegrafici. Mi è piaciuta molto la caratterizzazione di Tracy, forse l'unico personaggio solido del romanzo; di lei ho apprezzato sia la risolutezza del carattere che come vengono raccontate le sue difficoltà fisiche e psicologiche. Potrei dire che avrei voluto fosse più presente nella storia, invece ritengo lo spazio datole perfettamente bilanciato.

Esauriti purtroppo gli elogi, passiamo alle problematiche che ho riscontrato durante questa lettura. Innanzitutto, questo chiaramente non è un giallo, però mi deluso notare quanto fosse prevedibile la risoluzione dell'intreccio, oltre a poggiare su una serie di coincidenze a dir poco ridicole. Ad eccezione di Tracy, la caratterizzazione dei personaggi è decisamente inconsistente: spesso l'autrice si premura di metterci a conoscenza di alcune loro qualità che però non trovano riscontro nella narrazione; un esempio è la presunta mancanza di tatto di Kim -della quale viene "accusata" dal suo superiore-, un deficit totalmente smentito in più scene, tra le quali quella in cui consola Catherine.

In generale, trovo che lo stile non abbia nulla di personale, e la scelta di Marsons di soffermarsi spesso su dettagli del tutto inutili -come l'abbigliamento dei personaggi- è decisamente frustrante. Com'è frustrante l'inserimento di scene fini a se stesse, vedasi l'intera sottotrama legata al dottor Daniel Bate: alquanto inutile, così come il suo contributo all'indagine, che poteva tranquillamente ricadere su un altro personaggio. Relativamente alla prosa devo menzionare anche l'utilizzo bizzarro dei pronomi, che passano dall'essere ripetuti anche quando non servirebbero, all'essere omessi così da rendere incomprensibili alcuni passaggi, specialmente nei dialoghi.

L'edizione italiana ci ha messo del suo, con una copertina non solo randomica ma davvero mal realizzata; la presenza di termini fuori luogo ed espressioni poco calzanti, mi fa poi pensare ad una traduzione raffazzonata, impressione rafforzata dai diversi refusi presenti nel testo. La ciliegina su questa edizione non certo nobilitante? la sinossi, in cui viene anticipato un avvenimento che si concretizza solo nell'ultimo terzo del volume, rovinando anche quel poco di suspense.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Marzo, 2023
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(arrivando con gran calma alle) Terre desolate

Il primo libro mi ha deluso, il secondo mi ha stupito, ed il terzo? diciamo che "Terre desolate" ha saputo mantenere grosso modo il livello settato dal suo predecessore, andando ad ampliare ancora di più il mondo fantastico creato da King, ma senza quella marcia in più a livello di trama che ormai temo di non potermi più aspettare da questa serie.

La narrazione parte quando Roland si è ormai ripreso dagli avvenimenti de "La chiamata dei tre", almeno sul piano fisico: la sua mente è ora divisa tra due linee temporali che gli ingarbugliano i ricordi e lo stanno portando alla pazzia. Per salvare Roland, Eddie, Susannah e Jake lavorano di concerto per riportare quest'ultimo nel Medio-Mondo, com'era scritto nel suo destino; il gruppo protagonista trova inoltre un Vettore, che conduce proprio alla fantomatica Torre Nera, e decide ovviamente di seguirlo fino a Lud, una città tanto bizzarra quanto decadente.

Il caro Stephen approfitta delle pellegrinazione dei nostri eroi per introdurre diversi nuovi personaggi, come sempre caratterizzati in modo ottimale; tra gli altri ho trovato particolarmente interessanti Tick-Tock "Ticky" e Blaine il Mono, purtroppo meno presenti in scena tanto quando avrei voluto, ma che reputo delle valide aggiunte al cast, e in special modo il secondo penso abbia un grande potenziale. Non ci sono solo nuovi caratteri, ma anche delle nuove ambientazioni, o meglio vengono ampliati i confini noti al lettore del Medio-Mondo; location da conoscere attraverso le immaginifiche descrizioni dell'autore, e da esplorare per ottenere qualche conoscenza in più a livello di world building.

Rispetto ai volumi precedenti, ho apprezzato la scelta di dare più spazio ai POV di tutti i protagonisti, soprattutto quello di Eddie che è il mio preferito, rendendo la storia meno Roland-centrica. Anche i legami tra loro mi sono sembrati più genuini e credibili nei piccoli gesti d'intesa e d'affetto. Un punto di forza totalmente soggettivo è dato invece dai paradossi temporali: un espediente narrativo che amo (quasi) sempre.

Ho amato molto meno la prevedibilità con cui si sviluppa la trama, inficiata anche da un ritmo decisamente lento che non sprona di certo a continuare la lettura. Mi sarebbe piaciuto leggere inoltre più scene dal punto di vista di Susannah, che mi è sembrata a tratti messa in secondo piano rispetto al resto del gruppo. A volume ultimato devo poi evidenziare che il titolo e la cover di questa edizione sono poco rappresentativi del contenuto effettivo: più che mostrare una parte della storia raccontata nel libro, anticipano quello che ne è alla fin fine l'epilogo, quindi vi consiglio di non farvi delle aspettative basandovi su questi elementi.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Marzo, 2023
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L'assaggiatrice insipida

Smaltire almeno in parte i tanti titoli Feltrinelli accumulati in libreria sembra essere diventato uno dei miei propositi di questo 2023. Tre anni fa, incapace di resistere alla promozione da me ribattezzate "Prendi 2, spendi poco", mi sono trovata tra le mani una copia de "Le assaggiatrici", romanzo storico tra i più celebri di Postorino anche per merito dei tanti premi che ha ricevuto. Di questa storia però io sapevo ben poco e mi sono quindi affidata alla sinossi, peccato che questa prometta una lettura un po' diversa da quella effettivamente presentata dal libro.

La vicenda si svolge nella Prussia orientale, a cavallo tra il 1943 ed il 1944, e -almeno sulla carta- racconta le vite di dieci donne assunte per assaggiare i piatti destinati al Führer. A conti fatti Rosa Sauer, voce narrante del romanzo, è la sola ad ottenere un ruolo di primo piano ed una vera introspezione: nata e cresciuta a Berlino, si ritrova a vivere a Gross-Partsch -nei pressi della cosiddetta Wolfsschanze, la Tana del Lupo- presso i genitori del marito, impegnato a combattere sul fronte russo. Diventata giocoforza una delle assaggiatrici, Rosa inizia a stringere dei legami di amicizia con le altre donne, mentre sullo sfondo possiamo intravedere le battute finali della Seconda Guerra Mondiale.

Pur essendo un elemento fondamentale nella narrazione, il conflitto rimane sempre in secondo piano e ci sono ben poche conseguenze dirette nelle vite quotidiane delle assaggiatrici; in sostanza, mentre la sinossi sembra sottintendere che si trovino costrette a scegliere tra una morte per stenti e del cibo potenzialmente avvelenato, in realtà nessuna di loro sembra troppo patita, così come nessuna intraprende questo lavoro in virtù di una scelta: vengono infatti costrette dai militari. L'altra ragione per cui reputo la presentazione del romanzo falsante è che porta ad aspettarsi dei tentativi di avvelenamento, mentre nell'effettivo non ne viene descritto neanche uno; e dire che la scelta di raccontare dei personaggi fittizi anziché scrivere una vera biografia di Margot Wölk (una delle assaggiatrici di Hitler nella caserma di Krausendorf) avrebbe permesso a Postorino di prendersi qualche liberà in più.

Sul piano della ricostruzione storica si rimane invece molto fedeli, e questo ovviamente denota un buon lavoro di ricerca, grazie al quale l'autrice riesce a mescolare eventi reali alla finzione del romanzo in modo omogeneo. Penso che tra gli aspetti positivi rientrino anche lo spunto iniziale -abbastanza originale, pur con i limiti di cui ho già parlato- e la prosa decisamente particolare adottata da Postorino, nella quale si intrecciano stralci di dialoghi e pensieri della protagonista alla narrazione degli eventi.

Ci sono poi alcuni personaggi secondari con del potenziale, come Elfriede e la Baronessa von Mildernhagen, delle quali però non sappiamo più di tanto, oltre a delle riflessioni sulla solidarietà femminile. Riflessioni che vanno purtroppo a collidere con quella che è la caratterizzazione di Rosa, ed il suo ruolo all'interno del libro: come protagonista è troppo inattiva, e per questo la sua storia prosegue in base alle decisioni altrui, che lei segue passivamente. Mi rendo conto che con il personaggio di Rosa la cara Rosella voleva probabilmente rappresentare il sonnambulo popolo tedesco nel suo insieme, ma un carattere così sciapo non mi va proprio a genio, tanto meno in una protagonista.

Ho riscontrato inoltre un po' di difficoltà nel seguire i dialoghi, non sempre chiarissimi quando ci sono più di due personaggi in scena, e a farmi coinvolgere dalla trama. Questo perché presenta delle frasi che anticipano gli eventi, non solo nel contesto storico ma anche per quanto riguarda i personaggi fittizi, con il risultato di annullare di fatto la suspense. Il finale tenta un colpo di coda dal punto di vista emotivo, ma ormai era troppo tardi: avevo perso qualunque interesse nel provare empatia per la dimenticabile Rosa. Sul lato romance invece preferisco soprassedere in pieno e fingere non sia presente, anziché far volare improperi a destra e manca.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    11 Marzo, 2023
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2 matrimoni felici su 2 in un grimdark: miracolo

Con il tempo mi sono accorta che tendo ad orbitare quasi sempre verso romanzi di media lunghezza, perché i titoli troppo brevi raramente mi convincono in pieno, e per contro quelli con 500 pagine o più mi intimidiscono: penso sempre che potrei leggere due libri "normali" anziché uno così lungo! Ed ecco perché ho aspettato tanto per recuperare i volumi companion de La Prima Legge, ma la bella esperienza di lettura de "Il sapore della vendetta" mi ha spronata a continuare anche con gli altri; ed infatti parliamo di "The Heroes" che ovviamente ho impiegato più di una settimana per completare. Per fortuna la prosa di Abercrombie riesce sempre a trascinarmi nel Mondo Circolare, rendendo intrigati i suoi tomoni.

Lasciata la Styria, la narrazione ci porta questa volta nel continente settentrionale dove, ad otto anni dalla conclusione de "L'ultima ragione dei re", è in corso un conflitto che vede contrapporsi gli Uomini del Nord sotto la guida di Dow il Nero contro una coalizione formata dai soldati fedeli a Mastino e l'esercito dell'Unione (qui tradotto come Alleanza) capitanati dal Lord Maresciallo Kroy. Scontento per il protrarsi della guerra, il Primo Mago Bayaz raggiunge l'armata ed ordina di convogliare le forze in un'unica, grande azione militare; si arriva così al cuore del romanzo, che racconta principalmente i tre giorni di battaglia nella città di Osrung e nella campagna vicina, dove sorgono alcuni circoli di pietre tra i quali quello noto come gli Eroi.

La storia è quindi estremamente circoscritta -sia nel tempo sia nello spazio- ma si intuisce facilmente che le ripercussioni di questi eventi non saranno tanto importanti per il volume in sé quanto per quelli successivi ambientati nello stesso universo narrativo. Questa prospettiva alletterà magari i fan del caro Joe, però ha come rovescio della medaglia una trama troppo dipendete dagli altri libri: non tanto da rendere la lettura incomprensibile, ma abbastanza da lasciare perplesso chi ci si approcci convinto di leggere un romanzo autoconclusivo a tutti gli effetti.

Un difetto che reputo totalmente soggettivo riguarda invece i POV principali: a differenza degli altri titoli di Abercrombie ho faticato non poco ad apprezzare questi protagonisti. Quelli che più mi hanno convinta sono Finree "Fin" dan Brock ed il Principe Calder, soprattutto per come risultano vitali nella risoluzione dell'intreccio; anche Curden lo Strozzato ha un buon arco narrativo nell'insieme, mentre il Colonnello Bremer dan Gorst non sarà un personaggio particolarmente accattivante ma regala comunque qualche battuta divertente. A non essermi proprio andati giù sono stati il Caporale Tunny e Beck, specialmente quest'ultimo che non ha neppure il merito di fungere da comic relief; la sua storia poteva essere tranquillamente omessa o accorpata ad altre. Anche perché questi sei non sono gli unici POV presenti: una buona parte del numeroso cast racconta almeno un paragrafo dalla sua prospettiva, aggiungendo anche pensieri e opinioni sugli altri.

Proprio l'intrecciarsi di queste prospettive è uno degli aspetti più particolari e riusciti del romanzo, perché risulta molto utile per descrivere le scene più caotiche in modo comprensibile ed interessante, con il punto di vista che passa da vittima a carnefice e viceversa, in un crescendo incalzante. In generale, tutti i combattimenti vengono descritti in modo verosimile, dando anche spazio alle emozioni dei personaggi, senza per questo sacrificare la chiarezza del testo.

Ho apprezzato particolarmente il buon mix di personaggi già noti (tra gli altri ritornano Mastino, Ishri e Brivido) con alcuni del tutto inediti, che si uniscono all'intreccio di base dell'universo narrativo, ed infatti mi aspetto di vederli ancora presenti nei seguiti. Anche dividere a metà lo spazio dato alle due fazioni è stata una valida scelta: seppur tutti i personaggi scritti da Abercrombie siano discutibili nella migliore delle ipotesi, nei volumi precedenti si era sempre portati a patteggiare per un determinato gruppo, mentre qui viene posto l'accetto proprio sull'assenza di una parte nel giusto.

L'edizione italiana presenta poi un problema tutto suo, ossia la combinazione di una traduzione spesso farraginosa, dei nomi diversi rispetto agli altri volumi ambientati nel Mondo Circolare e dei refusi sempre più numerosi con il procedere della lettura. Speriamo quindi in una ripubblicazione che non solo renda nuovamente disponibile questo titolo nel nostro Paese, ma gli ridia anche dignità.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Febbraio, 2023
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Un americano alla corte di Re Artù, al contrario

Nonostante diversi spunti interessanti, "L'ultimo cavaliere" mi aveva lasciata decisamente tiepida. Da quanto ho capito spulciando qua è là, sembra però essere opinione universale che dal secondo libro in poi la saga The Dark Tower vada solo migliorando; di conseguenza, sono approdata a "La chiamata dei tre" con un certo ottimismo, aspettandomi dei passi in avanti soprattutto a livello di solidità della trama.

Trama che riprende esattamente dove si era interrotta, ossia sulla costa del Mare Occidentale; qui Roland Deschain si ritrova a vagare dopo il confronto con l'uomo in nero. Quando è allo stremo delle forze, il pistolero raggiunge una misteriosa porta in mezzo al nulla che, una volta varcata, gli permette di cominciare a realizzare il futuro predetto dalla sua nemesi. Il resto del volume si concentra infatti sulla formazione del gruppo che in virtù del ka (in parte destino prestabilito, in parte legame mistico, in parte energia spirituale) dovrà accompagnarlo nel suo viaggio verso la fantomatica Torre Nera, soffermandosi principalmente sulle vite passate di questi individui prima di raggiungere il Medio-Mondo.

La trama quindi è migliorata? non proprio: sicuramente l'introduzione di nuovi personaggi promette una narrazione più dinamica nel proseguo della serie, ma d'altro canto gli eventi rilevanti sono molto prevedibili e si sviluppano in modo lento e un po' ripetitivo. Non aiuta l'inserimento di alcune scene filler, decisamente noiose perché il lettore può intuire con facilità in che direzione il caro Stephen voglia spingere i suoi personaggi.

Prima di passare agli aspetti più riusciti del volume, vorrei spendere qualche parola su un altro difetto abbastanza rilevante, soprattutto se consideriamo quanto viene sottolineata nel testo l'importanza del legame tra i protagonisti. Già il rapporto padre/figlio tra Roland ed il piccolo John "Jake" Chambers mi era sembrato un po' prematuro nel primo libro, ma qui raggiungiamo nuove vette di affetto istantaneo; e penso sia all'amicizia con Edward "Eddie" Dean -che, nonostante l'evidente spietatezza del pistolero, gli diventa subito fedele-, sia alla relazione romantica di quest'ultimo con la cosiddetta Signora delle Ombre: qui siamo proprio a livello di instalove! King cerca di giustificare il tutto con il ka, che a questo punto penso sia un po' una scusa per velocizzare lo sviluppo dei legami.

Sull'altro piatto della bilancia abbiamo però parecchi elementi positivi, oltre alla promessa di una trama più consistente in futuro. In primis, è genuinamente divertente leggere del modo straniato in cui Roland interagisce con il nostro mondo: ogni invenzione moderna lo lascia sbalordito, inoltre si meraviglia di continuo per quanto siano economici ed accessibili beni rarissimi nel Medio-Mondo, come la comune carta. Come già accennato, i suoi nuovi comprimari risultano molto interessanti, e anche sorprendenti perché non rappresentano i caratteri canonici che solitamente si associano alle avventure fantasy incentrate sul viaggio eroico.

L'altro grande punto di forza del romanzo è rappresentato dai personaggi secondari e dalle comparse, delineati con tanta cura da rimanere facilmente impressi. Alcuni in realtà sono in scena per pochissime pagine -come l'assistente di volo Jane Dorning, il medico praticante George Shavers o il farmacista perennemente ulcerato Katz-, ma in quello spazio il caro Stephen riesce a caratterizzarli in modo dettagliato e verosimile, senza necessariamente ricorrere a cliché abusati. Ci sono inoltre personaggi talmente ben scritti ed approfonditi che avrebbero potuto ambire a ruoli più importanti: è il caso del narcotrafficante Enrico "Rico" Balazar, che in un altra storia non avrebbe sfigurato come villain principale.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Gennaio, 2023
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Cinque acque chete

Oramai un paio di anni fa lessi "L'uomo che voleva uccidermi", un thriller decisamente atipico in cui l'attenzione del lettore non veniva indirizzata tanto sulla tensione quanto sul contrasto generazionale, che portava ad un crescendo di incomprensioni ed ansie tra i personaggi. Da allora ho notato che tanti lettori rimangono delusi dai libri di Yoshida, forse perché si aspettano delle narrazioni piene di azione ed intrighi; per quanto mi riguarda, la sua prosa presenta una variatio che trovo molto gradevole, quindi ho recuperato alla prima occasione (leggasi, promozione) anche "Appartamento 401". Che poi è rimasto a stagionare per un annetto in libreria, come da copione.

La trama ci porta in una Tokyo un po' nascosta, in cui si muovono giovani disillusi alla ricerca di un'indipendenza che sembra nulla più di un sogno del passato. In un piccolo appartamento della prefettura di Setagaya convivono quattro amici in modo non proprio legale; mentre ci racconta le loro vite, il caro Sh?ichi porta avanti una trama per nulla adrenalinica eppure inquietante, capace di ispirare un sottile senso di disagio. Il lettore può percepire chiaramente che c'è qualcosa di strano in questa abitazione, senza però capire nel concreto di cosa si tratti.

Il volume è privo di capitoli in senso canonico: risulta diviso in parti, ognuna riservata al punto di vista di uno dei cinque coinquilini; sì perché, nel corso della narrazione un nuovo ragazzo si installa sul divano dell'appartamento, aggregandosi al gruppo anche a livello amicale. In base al POV vediamo non solo il passato di ogni singolo protagonista, ma anche la sua prospettiva sugli eventi del presente: in questo modo possiamo capire come ognuno di loro interpreti a proprio modo il comportamento degli altri, giudicando senza capire del tutto il contesto.

A cambiare non è solo il filtro attraverso cui si assiste alle vicende, ma anche il tono della narrazione: i protagonisti raccontano infatti la storia in prima persona ed ognuno di loro adotta un suo personale linguaggio, cosa che ho molto apprezzato perché nei romanzi corali è spesso difficile rendere distintive le diverse voci. Oltre a questo elemento ed al senso di turbamento che si diffonde pian piano nel testo -in una sorta di smooth horror- promuovo sicuramente il modo in cui Yoshida affronta tematiche relazionali e sociali, svelando una realtà geograficamente lontana ma in cui diventare degli adulti equilibrati è più difficile che mai, non diversamente dall'Italia.

Una menzione d'onore se la meritano il POV di S?ma Mirai, uno dei personaggi più problematici ma allo stesso tempo con la quale è impossibile non empatizzare almeno un po'; e poi c'è l'edizione italiana che una volta tanto posso elogiare: molto curata la traduzione (dal testo giapponese, per fortuna!) e davvero utili i contenuti extra, ossia elenco dei personaggi, guida alle pronunce e glossario dei termini lasciati in lingua originale.

I difetti del volume sono marginali e decisamente soggettivi; alcuni lettori finiranno sicuramente per non apprezzare l'assenza di tensione ansiogena e la rapidità con cui si risolvono i misteri proposti all'interno della storia. Stesso discorso per la caratterizzazione dei personaggi (ad esempio, io ho sopportato con grande fatica la parte dedicata a ?kouchi "Koto-chan" Kotomi) e le tante battute, che in alcuni momenti potrebbero suonare un po' fuori luogo. Per quanto riguarda il finale, anche a me non ha fatto impazzire l'idea di lasciare molte cose in sospeso, ma ritengo si adatti bene alla prosa dell'autore.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Gennaio, 2023
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Livello di trauma: due Bambi e mezzo

"La collina dei conigli" rientra nella categoria dei libri che nel corso degli anni mi è capitato di trovare in tante liste dedicate a consigli di lettura, ma al tempo stesso avevo l'impressione di non averne mai sentito parlare in modo chiaro da nessuno. Vedendola associata anche all'argomento della distopia, il mio interesse verso questa storia ha continuato ad aumentare, e ora sono finalmente riuscita a recuperarla per farmene un'impressione personale.

La narrazione si delinea nel corso di un'estate e l'ambientazione sono le colline dell'Hampshire. La trama parte dalla conigliera di Sandleford, dove sono nati e cresciuti i fratelli Moscardo e Quintilio; quest'ultimo è dotato di poteri di preveggenza e capisce che la loro colonia è in grave pericolo. Non riuscendo a convincere il Coniglio Capo a far migrare tutti, i due radunano una decina di conigli che sono disposti a seguirli per raggiungere il Colle Watership, dove fra molte difficoltà fonderanno una nuova conigliera.

Di base questo romanzo è una favola per bambini, quindi l'intreccio non è per nulla complesso e presenta non soltanto un fucile di ?echov, ma la sua intera armeria; di conseguenza la lettura può risultare a tratti noiosa, affrontando una storia a dir poco prevedibile. A rendere ancor più lento il dipanarsi della vicenda contribuiscono i racconti su El-ahraiará -una sorta di coniglio primigenio celebre per la sua astuzia che viene venerato al pari di un eroe mitologico-, carini a loro modo ma alla fine dei conti niente più che filler: uno o due al massimo sarebbero stati sufficienti.

Oltre a questi ed altri difetti marginali, come la poca chiarezza per quanto riguarda il ruolo da protagonista di Moscardo nella premessa oppure la difficoltà del distinguere i personaggi secondari perché scarsamente caratterizzati, il libro non ha grosse pecche. Forse il problema maggiore riguarda il target, perché pur risultando perfetto per dei giovani lettori sotto tanti aspetti, la mancanza di un glossario, la scelta del lessico e la presenza di parecchia violenza potrebbero confondere e turbare un bambino che si approcci a questo titolo senza alcuna guida.

Con il giusto approccio questo romanzo però può dare molto. Entrare nel mondo immaginato da Adams, in cui i conigli hanno una loro società -dal linguaggio "lapino" alla mitologia-, è davvero affascinante, e così anche conoscere il gruppo protagonista: Quintilio, Mirtillo e Parruccone nascono come macchiette, ma poi ottengono una valida crescita. Moscardo poi è un caso a parte, perché in un primo momento non sembra capace di prendersi sulle spalle il destino dei suoi compagni, ma pian pano prende coraggio ed assume un ruolo di leadership per il quale si scopre molto portato; mi è piaciuto molto leggere i suoi ragionamenti e le sue insicurezze, che lo rendono un personaggio capace di trasmettere delle emozioni credibili nonostante il contesto lontanissimo dalla civiltà umana in cui si muove.

Ho apprezzato molto le riflessioni che il testo suggerisce, su temi di etica, giustizia e ruoli sociali; sono resi semplici per il pubblico di riferimento, ma non si tratta di messaggi banali. E anche l'edizione si conquista un mezzo voto in più: non solo presenta una cover ipnotica, ma può vantare anche una traduzione davvero curata, nella quale le peculiarità del testo originale sono state mantenute se non nella forma almeno nella sostanza.

Quindi, una storia che per tanti aspetti sarebbe ottima ancora oggi come lettura per i bambini: le descrizioni ricche di fascino, i personaggi caricaturali, la semplicità dell'intreccio ed i validi messaggi veicolati. La forma però risulta troppo astrusa per essere fruibile da una simile audience, e lo stesso vale per la violenza fisica ed emotiva. Da leggere con un adulto accanto, o ad un'età più matura (ma con la stessa voglia di essere catturati da una favola di quando si era piccoli).

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Gialli, Thriller, Horror
 
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2.5
Stile 
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    18 Gennaio, 2023
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Falsa partenza

Negli ultimi anni sto cercando di affrontare di volta in volta alcune serie particolarmente lunghe che mi intimidiscono per la loro fama o per la mole dei volumi, impegnandomi a completarle entro dicembre così da non trascinare la stessa storia per troppo tempo. Per il 2023 la scelta è ricaduta su The Dark Tower -visto che ho da poco recuperato anche l'ultimo romanzo nella stessa edizione dei precedenti- e sono partita a bomba con "L'ultimo cavaliere", ben consapevole che da molti è considerato un inizio fiacco, incapace di rendere giustizia al resto della saga; e direi che questo è anche il mio pensiero, almeno rigardo la prima parte della frase non avendo ancora letto i seguiti.

La trama alla base di questa narrazione sembra abbastanza lineare: il pistolero solitario Roland Deschain vaga in una landa desertica sulle tracce di un misterioso individuo, chiamato semplicemente l'uomo in nero. Durante il suo viaggio Roland incontra John "Jake" Chambers, un ragazzino finito in questa realtà post-apocalittica a seguito di un incidente capitatogli nel nostro mondo. Mentre i due continuano ad inseguire l'uomo in nero, la narrazione si sofferma su diversi flashback che vanno a mostrare principalmente il passato del pistolero e come sia cambiato il cosiddetto Medio-Mondo negli ultimi decenni.

Questa narrazione frammentata è uno dei motivi per cui il volume risulta caotico e non proprio semplice da decifrare nel suo contenuto, a dispetto della brevità; una motivazione però c'è: in origine questa era una serie di racconti distinti, poi raccolti in un solo volume. Ed in realtà, quella che troviamo pubblicata oggi è una versione riveduta e corretta dallo stesso King vent'anni dopo, per motivi di continuità con il resto della serie. Questo non toglie sia un punto a sfavore della godibilità della lettura, al pari del sistema magico che pare incredibilmente nebuloso: un buon esempio in questo senso è l'uomo in nero, che ha la capacità di spostarsi tra realtà parallele, eppure scappa a piedi da Roland; allo stesso modo il pistolero -pur ripetendo in più occasioni di non essere un mago- dimostra di possedere tantissime nozioni legate al soprannaturale e pratica in prima persona dei rituali magici.

Gli altri elementi che reputo poco efficaci nel romanzo sono legati in realtà al mio gusto personale, ed in particolare alla mia insofferenza verso alcuni cliché davvero vecchi. Mi riferisco in primis alla caratterizzazione dei protagonisti, decisamente scontata e basata su ruoli già visti in migliaia di altri libri; la loro evoluzione di conseguenza è a dir poco prevedibile, e credo non siano caratteri che riescano a stupire e distinguersi. Stendiamo poi un immaginario velo pietoso sull'immotivata sessualizzazione di ogni personaggio femminile -e in alcuni casi si tratta di ragazzine, con scene ai limiti della pedofilia- e sull'ennesimo caso di moglie nel freezer, un espediente narrativo che sono davvero stanca di leggere.

Non ho però solo aspre critiche per questo titolo. Troviamo infatti un'ambientazione decisamente inusuale, che sono curiosa di esplorare di più, ed una prosa arcaica, come se si stesse raccontando una storia epica d'altri tempi, molto adatta alla narrazione in cui vengono ripresi elementi biblici e del ciclo arturiano. Ho trovato poi carino il rapporto tra Roland e Jake, nonostante sembri svilupparsi in maniera un po' troppo veloce per i miei gusti. La lettura è inoltre arricchita da alcune illustrazioni molto belle, capaci di rappresentare bene i momenti più salienti.

Nonostante la narrazione caotica e gli stereotipi per me più che superati, il romanzo presenta degli elementi di originalità, considerando l'epoca di pubblicazione; inoltre, le ultime pagine mi hanno decisamente colpita, e ora sono interessata a capire come continuerà la storia nei prossimi volumi.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Gennaio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

Un'indagine per tutti, con una soluzione per pochi

Ennesimo caso di un libro al quale non ero particolarmente interessata, ma che ho comunque voluto recuperare durante una promozione un paio di anni fa, convinta tra l'altro si trattasse di una storia autoconclusiva. Capirete quindi la mia perplessità quando vidi la dicitura sulla copertina de "Il guardiano dei coccodrilli" che lo indicava come il primo capitolo di una serie, quando nell'immagine presente sullo store online non c'era nessuna scritta! Poco male, perché l'indagine al centro della narrazione ha una sua conclusione soddisfacente in questo volume, che lo rende quindi fruibile come standalone.
La narrazione si dipana nell'arco di pochi giorni di un caldo agosto a Copenaghen e parte con il ritrovamento del cadavere di una giovane donna in un appartamento del centro città; a rendere inusuale l'omicidio sono gli orribili tagli che deturpano il viso della vittima. Mentre gli investigatori Jeppe "Jeppesen" Kørner ed Anette Werner portano avanti l'indagine, la proprietaria del condominio ed aspirante scrittrice Esther de Laurenti inizia a sospettare che esista un legame tra il delitto e la trama del manoscritto al quale sta lavorando.
Oltre a questi tre punti di vista principali, il libro segue brevemente anche la poliziotta Sara Saidani, che si occupa del lato informatico delle indagini. Devo dire di aver apprezzato la caratterizzazione di tutte e tre le protagoniste femminili: non ricalcano affatto degli stereotipi, ed ognuna di loro si dimostra forte a modo proprio. Più in generale, ho apprezzato come nessuno dei personaggi venga dipinto in una luce totalmente positiva o negativa: sia tra le persone coinvolte nel delitto sia tra gli investigatori sono presenti individui buoni che purtroppo sbagliano ferendo il prossimo, o figure capaci di commettere azioni malvagie con una valida motivazione.
Ho trovato ben riuscito anche l'intreccio, che dimostra una struttura complessa eppure solida, le descrizioni ricche di dettagli della città di Copenaghen ed il modo in cui viene raccontata l'indagine, rendendola comprensibile anche ad un neofita. In particolare, penso a come l'autrice sia riuscita a delineare in modo chiaro e verisimile i vari passaggi compiuti dalla polizia, includendo anche tanti elementi di contemporaneità (in primis, i social) che aiutano a svecchiare in parte un genere -quello del giallo con il detective depresso per protagonista- un po' stantio.
Ovviamente non è stata una lettura priva di difetti, seppur scusabili dal momento che questo è solo l'esordio di Engberg. A mio avviso, quasi tutti i personaggi maschili ricalcano dei cliché piattini, compreso Jeppe dal quale mi aspettavo uno sviluppo meno prevedibile. Mi ha poi infastidito scoprire che la parte secondo me più intrigante ed originale dalla trama (ossia il collegamento tra l'omicidio ed il romanzo di Esther) impiegasse fin troppo per concretizzarsi.
Nel complesso però lo reputo un libro più che valido, ma non so ancora se recupererò gli altri volumi della serie perché in Italia hanno toppato l'ordine di pubblicazione e, per ora, risultano disponibili solo il terzo ed il quarto capitolo della pentalogia purtroppo.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Dicembre, 2022
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La perfetta lettura dicembrina

Dopo le quintalate di violenza scritte da Abercrombie, sentivo la necessità fisica di rifugiarmi in una lettura di tutt'altro tono, e la cara Kerstin mi sembrava una buona scelta perché i suoi romanzi hanno sempre il potere di stamparmi un sorriso sciocco sulla faccia. In questo senso, "Il castello tra le nuvole" non mi ha affatto delusa, sebbene io non sapessi praticamente nulla della storia a causa della vaghissima sinossi, e non avessi neppure ben chiaro che genere di libro mi stessi apprestando a leggere.
La trama di certo si dispiega con grande calma, andando a costruire pian piano un quadro composto da una moltitudine di personaggi bizzarri, e svelando solo nel finale quale fosse tra i tanti il filo da seguire effettivamente. A compensare un cast tanto vasto abbiamo un'ambientazione per contro decisamente limitata: tutti gli avvenimenti si concentrano nello Château Janvier, un castello sulle Alpi svizzere adattato ad albergo di lusso dalla famiglia Montfort; qui lavora come praticante la diciassettenne Fanny Funke, che si troverà nel corso della storia a svolgere mansioni di ogni tipo, e perfino a dover sventare delle inaspettate azioni criminali.
Purtroppo sull'intreccio non mi posso sbilanciare più di tanto, perché davvero fino alle ultime cinquanta pagine non si hanno avvisaglie di alcun tipo, il che rende difficile anche capire quale dei tanti spunti presenti sia quello a cui il lettore dovrebbe porre principalmente attenzione. Nella storia non manca infatti una componente romance, oltre ad elementi riconducibili al genere mystery ed anche quale accenno di paranormale, vista la fama sinistra di cui gode il castello.
Oltre all'oggettiva difficoltà ad interpretare la storia dentro questo romanzo, i difetti sono circoscritti alla parte finale del volume, in cui abbiamo una (delle poche) scena d'azione troncata tristemente a metà e delle rivelazioni un po' troppo inverosimili per non far alzare gli occhi al cielo. Anche il cast composto da un'infinità di personaggi -alcuni con nomi veramente difficili da memorizzare- mi ha messa in difficoltà; in questo la traduzione non ha aiutato affatto, con parecchi refusi proprio nei nomi che mi hanno reso ancora più ostico distinguerli.
Il romanzo compensa però queste mancanze con una prosa scanzonata, che non solo evita di prendersi sul serio, ma spesso arriva all'autoironia; ad esempio, citando i libri gialli in cui il mistero si districa in poche pagine, per poi risolvere a sua volta una sparizione nell'arco di un capitolo. L'essere sopra le righe in maniera voluta diventa anche la cifra stilistica della narratrice: Fanny è risoluta senza essere per forza incosciente, spiritosa senza arrivare alle offese gratuite nei confronti degli altri. La considero insomma un valido punto di vista in una simpatica storia per ragazzi.
Tra i tantissimi comprimari ovviamente devo segnalare un paio di preferenze, perché ho trovato decisamente divertenti il piccolo tiranno Don Burkhardt junior, l'improbabile addetto alla lavanderia Pavel e Ben Montfort, ovvio interesse amoroso che però si distingue da tanti suoi colleghi dei romanzi YA non essendo per nulla il classico bel tenebroso dal passato tormentato. A mio avviso, risulta una piacevole variatio.
Per concludere, devo dirmi fortunata ad aver optato per leggere questo libro proprio nel periodo natalizio, perché non solo la storia è ambientata a dicembre ma descrive dei luoghi che sono l'essenza stessa delle feste invernali. Consigliatissimo per chi sceglie le sue letture in base alle vibes stagionali.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Dicembre, 2022
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Styria: terra di sicari scarsi e mercenari pigri

Quasi due anni dopo aver completato la trilogia La Prima Legge, mi sono finalmente decisa a tornare nel mondo fantastico creato da Abercrombie con "Il sapore della vendetta", prima storia companion in una sorta di serie composta da romanzi autoconclusivi e racconti che fanno da ponte tra le due trilogie principali.
L'azione questa volta si concentra sulla Styria, isola ad est dell'Unione divisa tra tanti staterelli in perenne contrasto tra loro, non a caso qui assassini prezzolati e compagnie mercenarie sono molto richiesti. Da "L'ultima ragione dei re" sono trascorsi pochi anni, ma nel Mondo Circolare è già tempo per nuove guerre; a mettere in moto gli eventi è infatti la sete di potere del Granduca Orso di Talins: ad un passo dal diventare sovrano, il nobile si persuade che i fratelli Monzcarro "Monza" e Benna Murcatto, generali delle Mille Spade al suo servizio, mirino a loro volta al trono e per questo li fa uccidere. Sopravvissuta miracolosamente alla trappola, Monza giura vendetta verso l'uomo che le ha portato via tutto e chi lo ha aiutato.
Pur essendo il motore dell'azione, quello di Monza non è l'unico punto di vista all'interno del romanzo, ma è solo il primo in un ricco cast di personaggi vecchi e nuovi. Tra i grandi ritorni abbiamo Caul il Brivido, Nicomo Cosca e Shylo Vitari, che qui giocheranno un ruolo decisamente più rilevante rispetto a La Prima Legge; rivediamo anche alcune figure importanti per le sorti del conflitto che continua imperituro nell'intero Mondo Circolare, come Ishri e Zolfo. I POV inediti riguardano invece l'avvelenatore Castor Morveer, l'ex carcerato Ghigno e, più avanti nella storia, il misterioso sicario Casimir "Cas" dan Shenkt.
Come nella serie madre, questi personaggi sono il grande punto di forza della prosa del caro Joe; pur non essendo in nessun caso delle belle persone, riescono in poche scene ad entrare nel cuore. L'alta qualità dei loro ritratti psicologici permette inoltre all'autore di strutturare delle ottime relazioni, che vanno dall'attrazione romantica, al legame familiare, al disprezzo più genuino; quanto se non più che nei volumi precedenti, si parla anche delle dinamiche interne ai giochi di potere, in questo caso tra i vari nobili a capo delle regioni styriane, inizialmente non così rilevanti per la trama ma via via sempre più importanti per la risoluzione finale.
Nel romanzo non mancano poi battaglie di ogni tipo e violenza decisamente sopra le righe, entrambi elementi che personalmente ho apprezzato, seppur mi renda conto che da un lato potrebbero turbare un lettore più sensibile e dall'altro non sempre risultano verosimili: in diverse occasioni i personaggi vengono feriti gravemente, ma basta lasciar trascorrere qualche giorno e, alla scena successiva, li si ritrova in perfetta salute.
Tra i pregi voglio infine includere i colpi di scena -soprattutto nella parte finale- per nulla banali e capaci di dare quel quid che sembrava mancare alla trama, ed il modo in cui si affronta il tema della vendetta. Quella di Monza non è infatti l'unica della quale si parla in questa storia, anzi: tutti i personaggi sono mossi da un desiderio di rivalsa gli uni verso gli altri, tanto che i più fedeli alleati si trasformano nei peggiori nemici e viceversa; trovo che Abercrombie sia stato bravo nel veicolare un messaggio di base paternalistico, senza per questo risultare affatto pedante.
Nonostante i miei elogi, il romanzo ha diversi difetti, primo tra tutti l'edizione italiana: ad oggi quasi introvabile (e forse è un bene) è decisamente scarsa, sia nella qualità dei materiali che nella svogliatezza della traduzione, palesemente priva di un minimo di revisione. Non mi ha poi fatta impazzire la fretta con cui si passa da una scena all'altra, come se mancasse qualche pagina a fare da ponte, e la scelta di non approfondire più di tanto alcuni personaggi decisamente interessanti come l'apprendista avvelenatrice Day, alla quale mi aspettavo fosse dato più spazio.
Ci tendo a sottolineare questa valutazione è molto più personale del solito: in genere cerco di analizzare i libri in modo distaccato, tenendo conto dei problemi anche in quelli che mi colpiscono in positivo, ma questa volta riconosco di essermi lasciata guidare dal cuore, e anche un po' dalla nostalgia per il Mondo Circolare che mi mancava più di quanto pensassi.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Dicembre, 2022
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Crollo scongiurato (per ora...)

Giro di boa della serie, "La memoria di Babel" si discosta parecchio dai due volumi precedenti, e non solo per il cambio della location principale. Vediamo infatti l'introduzione di un buon numero di nuovi caratteri, che contribuiscono a dare più movimento alla narrazione; ma soprattutto abbiamo una trama che si focalizza quasi esclusivamente sul mistero di fondo della serie, accantonando i giochi di potere di Polo o le sottotrame legate agli abitanti di Amina.
Il volume mette una distanza anche temporale da "Gli scomparsi di Chiardiluna", infatti parte con un sostanzioso salto in avanti di quasi tre anni. Ritroviamo Ofelia nuovamente su Anina, sotto stretta sorveglianza da parte delle Decane; la giovane trova ben presto un modo per allontanarsi, e decide di dirigersi verso la multietnica Babel, in cui spera di poter individuare tracce di Thorn ma anche alcuni indizi sul passato del loro misterioso antagonista. Nel libro sono presenti inoltre dei capitoli con un punto di vista alternativo, che permettono all'autrice di mostrarci gli sviluppi della situazione a Polo ed i passi in avanti compiuti dagli altri protagonisti, in particolare Archibald.
Inizialmente questo secondo POV mi sembrava un po' superfluo, invece verso il finale di dimostra più utile, e diventa chiaro che si rivelerà perfino fondamentale per la risoluzione della tetralogia. I difetti effettivi di questo terzo capitolo sono in realtà ben pochi: un inizio debole a livello narrativo, dei colpi di scena incapaci di sorprendere realmente il lettore e l'introduzione di nuovi poteri in pratica copiati da altri già presenti nella serie. Anche la conclusione non mi ha fatta impazzire, perché si vanno a creare diversi nuovi enigmi da risolvere mentre le risposte ottenute sono ben poche.
Nel complesso queste mancanze non riescono a sminuire un romanzo più che solido, capace di regalare nuove descrizioni immaginifiche per Babel -in particolare per lo stupendo Memoriale- e per i suoi bizzarri abitanti, ma anche di introdurre una valida critica ad una società forzatamente perbenista, in cui i problemi vengono nascosti anziché affrontati. Ho apprezzato anche i tentativi della cara Christelle di inserire della diversità, prima quasi del tutto assente, con risultati abbastanza soddisfacenti: non sono troppo convinta di come ha scelto di rappresentare la disabilità, ma mi fa comunque piacere che si sia resa conto di poter rendere meno omogeneo il suo cast.
Cast che qui viene notevolmente ampliato, e devo ammettere che ho trovato molto interessanti tutti i nuovi personaggi; quelli che più mi hanno colpita sono sicuramente Elizabeth, Octavio e Blasius. Approvo in pieno anche lo sviluppo caratteriale di Ofelia, in particolar modo perché si dimostra più risoluta e perspicace: in poche parole, diventa una protagonista per cui vale la pena fare il tifo!
Per tutti questi aspetti, mi sento abbastanza convinta di poterlo definire il capitolo migliore della serie, nonostante ci fornisca molte meno risposte di quante avrei voluto. Sono molto combattuta invece per quanto riguarda l'ultimo volume: da un lato non posso fare a meno di avere alte aspettative in base a quanto letto finora, dall'altro so bene che dovrei ridimensionarle perché la maggior parte dei lettori hanno trovato la conclusione non all'altezza. Spero quindi di ricadere nella minoranza.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    05 Dicembre, 2022
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A.A.A. Sinonimi di "dire" cercasi

"Ragazze elettriche" è un altro esempio di titolo che mi ha incuriosita principalmente per il suo spunto, dal grande potenziale sulla carta. Da parecchio lo volevo recuperare, e scoprire che l'anno prossimo diventerà una serie TV per Prime Video mi ha dato la spinta necessaria a metterlo finalmente nei primi posti della mia TBR. Peccato che, come spesso accade, l'esecuzione non renda giustizia all'idea di base; ma partiamo dall'insolita premessa.
Il libro inizia con uno scambio di lettere tra una certa Naomi (forse, l'alter ego dell'autrice?) e lo scrittore Neil Adam Armon; l'uomo le chiede di leggere una bozza del suo romanzo storico intitolato proprio "Ragazze elettriche", ed è così che prende il via la narrazione principale. In questo meta-romanzo ci troviamo in un ipotetico futuro prossimo, che vediamo attraverso parecchi POV: i principali sono quelli della sindaca statunitense Margot Cleary, dell'aspirante giornalista nigeriano Olatunde "Tunde" Edo, della criminale inglese Roxanne "Roxy" Monke e di Alison "Allie" Montgomery-Taylor, che diventerà ben presto nota come la guida religiosa Madre Eve. Tutte queste figure si muovono in una società sconvolta dalla rivelazione che le donne hanno sviluppato un potere elettrico con il quale ferire o manipolare le persone; la narrazione ripercorre per macro eventi i dieci anni successivi alla prima manifestazione pubblica di questa abilità.
La premessa sembra davvero intrigante, e lo è in un primo momento, ma credo che lo sviluppo effettivo l'abbia in parte sprecata. Alcuni passaggi della narrazione sono confusi, altri decisamente semplicistici vista la complessità del world building creato; inoltre la scelta di far progredire la storia molto velocemente -con frequenti balzi temporali di mesi o anni- rende difficile entrare in sintonia con i personaggi, perfino con gli stessi protagonisti. Inoltre la trama compie dei capitomboli logici per raggiungere un determinato obiettivo; la poca verosimiglianza caratterizza anche l'introduzione meta-narrativa, ma in quel caso si tratta di un dettaglio marginale.
Ci sono poi alcuni personaggi che non ho minimamente apprezzato -Roxy in primis- perché penso non fossero così vitali per la trama in sé. Più in generale, trovo che i protagonisti non abbiano avuto degli archi narrativi soddisfacenti: la delusione peggiore per me è stata Allie, che fino all'epilogo era il mio personaggio preferito. E la parte finale rappresenta un altro tasto dolente perché è farcita di fin troppe scene di violenza gratuita ed introduce un romance a dir poco fuori luogo con il resto della storia.
Messa così, sembra che io abbia detestato questo romanzo. In realtà trovo ci siano diversi lati positivi, oltre all'ottima idea di fondo: mi è piaciuto lo stile, a volte quasi telegrafico, ma sicuramente fluido; per quanto riguarda il mondo immaginato da Alderman, penso che il concept sia stato sviluppato in modo abbastanza coerente, seppur non ci vengano mostrate le conseguenze della cosiddetta Giornata delle Ragazze in tutto il mondo.
Di fondo, credo che questo sia un libro difficile da apprezzare: agli uomini non andrà a genio vedersi rappresentare esclusivamente da caratteri ripugnati, ma anche alla donne non farà piacere l'idea che una società in cui i ruoli sono invertiti presenti gli stessi identici difetti di quella attuale. Nonostante tutto rimango molto curiosa di vedere la serie TV quando finalmente uscirà, perché a mio avviso questa storia potrebbe rendere meglio in quel formato. Chissà che il carisma degli attori non contribuisca a migliorare un po' anche i personaggi!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Dicembre, 2022
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Da grandi poteri...

Da quando ho iniziato ad appassionarmi alla prosa e alle idee di Stephen King, ammetto che mi piacerebbe recuperare pian piano un po' tutta la sua bibliografia. In realtà, "La scatola dei bottoni di Gwendy" non era tra i titoli più interessanti a mio avviso, però la CE ne ha proposto l'edizione economica in una promozione che non potevo lasciarmi scappare; come la maggior parte delle promozioni librose di cui cado puntualmente vittima, tra l'altro. Questo per dire che ho cominciato la lettura senza troppe aspettative, mantenendo però qualche speranza visto lo spunto interessante alla base della storia.
Il libro si domanda infatti cosa farebbe una persona qualunque se avesse il potere di distruggere un luogo nel mondo a suo piacere. È quando succede alla dodicenne Gwendy Peterson quando, durante la sua corsetta quotidiana sulla cosiddetta Scala dei Suicidi, viene avvicinata dal misterioso Richard Farris; l'uomo le consegna una scatola magica che le cambierà la vita, realizzando ogni suo segreto desiderio, ma dandole anche la possibilità di far scomparire un continente o perfino l'intero pianeta.
Come in ogni storia nella quale il protagonista diventa custode di un potere immenso, questo spinge Gwendy a sentirsi in qualche modo responsabile per ogni evento tragico colpisca le persone a lei vicine, oltre a comportare degli svantaggi: la scatola sembra infatti esercitare un magnetismo malato e diventa in poco tempo fonte di incubi ricorrenti. A mio parere però il potenziale di quest'idea non viene sfruttato appieno, sia nel corso della storia (perché non si raggiungono mai i picchi horror che mi aspettavo) sia nella sua conclusione, che svincola la ragazza da ogni responsabilità senza una vera presa di consapevolezza da parte sua.
Per questo Gwendy risulta una protagonista non troppo convincente: mi sarebbe piaciuto molto vedere una sua progressiva involuzione, a causa della tentazione generata dalla scatola, invece rimane sempre un personaggio quasi totalmente positivo. Anche il resto del cast non spicca particolarmente, con la sola eccezione di Farris, un personaggio già noto ai fan di King che qui penso abbia resto meglio a livello caratteriale rispetto al ruolo da lui giocato in un romanzo precedente.
Oltre ad un concept di base davvero intrigante, tra gli elementi positivi di questa novella devo citare le bellissime illustrazioni che la arricchiscono e i collegamenti a diverse opere del caro Stephen: ad esempio, Gwendy abita a Castle Rock e questo ci permette di sentir menzionare un certo sceriffo Bannerman. Tra gli aspetti meno riusciti devo invece aggiunge il formato scelto per questo libro, perché si ha l'impressione che un racconto anche incisivo sia stato diluito forzatamente, aggiungendo personaggi inutili e battute fini a se stesse. Viceversa, sfruttando la stessa idea in una trama più articolata, si sarebbe potuto ottenere un valido romanzo.
Alla fin fine ho trovato carina la storia di Gwendy ma ripensando a com'è stata gestita la narrazione, in particolare nell'epilogo, non mi sento granché invogliata a recuperare i seguiti, almeno per ora. Anche perché dalle loro sinossi non mi sembra portino contenuti inediti rispetto a quanto già visto in questo volume.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Novembre, 2022
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Più romance, meno fantasy. Ed è un bene!

Mentre leggevo "Half Bad", scoprii che Netflix stava lavorando ad una serie TV basata sull'opera di Sally Green, e per questo mi sentivo molto invogliata a recuperare i romanzi prima dell'uscita, ma senza troppa fretta visto che non sembrava esserci una data certa. Verso la fine di ottobre, e decisamente in sordina, è uscito però "The Bastard Son & The Devil Himself"; e cosa sarebbe? si tratta del titolo tanto lungo quanto inspiegabile del suddetto adattamento. Fatta la necessaria associazione e resami conto di non essere neppure a metà trilogia, eccomi qui a parlare di "Half Wild", così da avvicinarmi al momento in cui potrò guardare la serie TV.
La narrazione riprende poco dopo l'epilogo del primo romanzo: il Mezzo Codice Nathan Byrn vaga per i boschi della Svizzera nella speranza di ritrovare l'amico Gabriel "Gabby"; il ragazzo in realtà mira a salvare l'amata Annalise O'Brien, ma viene ben presto coinvolto nell'Alleanza formata da Incanti e Mezzo Sangue per fermare lo strapotere dei Cacciatori. Assieme a due nuovi personaggi, Nesbitt e Victoria van Dal, il protagonista viaggia molto in tutta Europa -visitando tra le altre Spagna e Norvegia- ma nonostante i molti spostamenti la trama procede in modo decisamente lento, accelerando un po' soltanto verso il finale.
Come nel primo capitolo, abbiamo quindi una prosa caratterizzata da un scarso ritmo ma un ottimo sviluppo sia delle relazioni interpersonali che della crescita individuale del protagonista. L'autrice si focalizza in particolare sul rapporto di Nathan con il padre e sul percorso che lo porta a prendere consapevolezza del suo Dono, però molto spazio viene dato anche al lato romance: ammetto che non mi aspettavo fosse una tematica centrale ma credo sia stata trattata bene, risultando emozionante e connessa al pregiudizio, ossia il contrasto alla base dell'intera serie.
Ho apprezzato molto anche la scelta di mostrare diversi nuovi Doni e come questi vengano sfruttati con creatività, nonché l'approfondimento sui personaggi secondari, sia quelli già presenti in "Half Bad" che quelli introdotti qui, con la sola eccezione di Annalise: nonostante sia una dei protagonisti l'ho trovata decisamente sottotono, quasi priva di una vera personalità, e capace di agire soltanto in funzione della trama.
Oltre alle debolezze già presenti nel primo volume, come il misero intreccio e gli antagonisti solo abbozzati, il difetto principale di questo libro è forse l'estrema facilità con cui Nathan riesce ad avere la meglio in qualsiasi scontro: con il procedere della lettura risulta impossibile preoccuparsi per la sua salvezza, visto quanto sembra essere potente. Non mi ha fatta impazzire neppure la scelta di lasciare off-page o limitare di molto le morti di diversi personaggi, anche importanti.
Nel complesso, continuo ad apprezzare questa trilogia e spero di completarla a breve, sia per non dimenticare qualche dettaglio fondamentale della trama che per poter finalmente recuperare anche la serie TV.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    25 Novembre, 2022
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Waters non (mi) delude mai

Eccomi arrivata al mio appuntamento annuale con la fantastica Sarah Waters, che purtroppo pubblicata poco e mi costringe a centellinare i suoi romanzi. Quest'anno ho fatto un altro recupero nei suoi titoli meno recenti con "Affinità", un libro caratterizzato da atmosfere gotiche ed elementi paranormali decisamente inquietanti, che mi ha ricordato parecchio la prosa di Shirley Jackson.
La trama in sé è molto scarna: ci troviamo a Londra negli anni Settanta dell'800 e la narrazione ruota attorno alla gentildonna Margaret "Aurora" Prior che, per superare un periodo buio a seguito della morte del padre, inizia a frequentare la sezione femminile della prigione di Millbank in qualità di visitatrice. Già nella sua prima giornata nel carcere, la donna rimane colpita da Selina Ann Dawes, una medium imprigionata per aver causato involontariamente il decesso della sua mecenate durante una seduta spiritica.
Il volume è scritto in forma di diario, seguendo i POV delle due protagoniste: i capitoli di Selina raccontano lo sviluppo della sua carriera come sensitiva fino al momento dell'arresto; quelli di Margaret partono poco più di un anno dopo, e portano avanti la vicenda principale nel presente. Come detto, gli avvenimenti degni di nota sono pochi, però l'alternanza tra i due punti di vista riesce a creare un senso di angoscia e mistero, perché fino all'ultimo ci si chiede se Selina abbia realmente dei poteri paranormali oppure sia soltanto una abile truffatrice. Oltre al lato mystery, c'è una buona componente romance, che a sua volta gioca molto sulla tensione romantica e su un'attrazione quasi morbosa.
Mi sembra superfluo dire che la staticità della trama è l'unica critica concreta verso questo titolo: non c'è praticamente azione, però si tratta di una scelta motivata. Se proprio devo trovare un difetto, potrei menzionare il poco spazio che viene dato ai personaggi secondari, ma anche in questo caso è la narrazione stessa a non permettere di approfondire le loro storie. Ed è un peccato, perché avrei letto volentieri qualche pagina in più per esempio sul personaggio di Agnes Nash, la falsaria impenitente che difende a spada tratta il suo stile di vita.
Seppur messe in secondo piano, le figure delle detenute risultano interessanti e permettono di inserire la tematica della condizione di vita nelle carceri; ovviamente il contesto storico influisce su questo aspetto, però non mancano spunti di riflessione ben adattabili alla realtà contemporanea, perché in fondo la natura umana non cambia nell'arco di 150 anni. Il romanzo va inoltre ad analizzare altri temi abbastanza pesante, come l'elaborazione del lutto e la difficoltà di trovare il proprio posto in una società che non ci accetta per come siamo.
Tra i punti di forza devo ovviamente menzionare la caratterizzazione delle protagoniste, approfondita e tridimensionale, e la prosa di Waters che si conferma ancora una volta essere davvero curata, tant'è che nonostante l'assenza di una trama sostanziosa, il ritmo risulta estremamente scorrevole. La ricostruzione storica è ottima, e la si apprezza soprattutto nei dettagli relativi alla vita nella prigione di Millbank, che la cara Sarah ha descritto in ogni aspetto con grande attenzione.
E poi questa è la lettura autunnale per eccellenza: gli elementi gotici e l'aura soprannaturale che accompagnano il lettore per l'intera lettura si intonano perfettamente a questo periodo dell'anno, e fanno rimanere con il fiato in sospeso fino all'inaspettato -e incredibilmente brillante- finale.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Novembre, 2022
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Entrata per l'inferno

Con "Città del fuoco celeste" termina la mia epopea (quasi) annuale nell'universo narrativo Shadowhunters creato da Cassandra Clare, che ancor oggi sta sfornando nuovi libri e nuove serie sui Cacciatori di demoni. Per quanto mi riguarda non provo un particolare interesse verso sequel o spin-off assortiti -almeno per il momento-, ma la consapevolezza di avere una dozzina abbonante di potenziali letture a mia disposizione mi conforta un po'.
L'ultimo volume della saga ci porta alla resa dei conti tra gli Shadohunters con i loro alleati (almeno sulla carta) e Sebastian, supportato invece dagli Ottenebrati ossia i Cacciatori che sono stati spinti a bere dalla Coppa Infernale ed ora sono completamente ai suoi ordini. Mentre si arriva pian piano allo scontro decisivo, l'autrice ne approfitta per chiudere gran parte delle sottotrame introdotte negli scorsi libri, ma non solo: presenta anche personaggi e dinamiche atte a preparare il terreno per un paio di volumi spin-off e soprattutto per la trilogia sequel, con protagonisti Emma Carstairs e Julian Blackthorn.
Questo è uno dei tasti dolenti della lettura: Clare è talmente impegnata nell'introdurre questi nuovi personaggi che concede loro molto più spazio del dovuto, infatti il contributo che danno alla storia poteva tranquillamente ricadere su altri caratteri, specialmente in un cast già molto ricco di suo. Da questo punto di vista si è guardato forse un po' troppo al lato economico, cercando di capitalizzare sull'interesse dei lettori per i progetti futuri. Gli altri aspetti che mi hanno fatto storcere il naso sono la gestione della sottotrama di Maureen -totalmente sacrificata, a dispetto della buona base- e il finale interminabile: dal momento del climax all'ultima pagina ci sono fin troppe scene di riempitivo, tra strizzare d'occhio ai fan dell'universo narrativo e momenti di autopromozione.
Nel complesso però penso che il romanzo svolga bene il suo compito, in quanto conclusione della serie, soprattutto perché mette in scena dei combattimenti in grado di far temere per le sorti dei personaggi, almeno quelli secondari. Ho apprezzato poi l'inserimento di diversi confronti più seri del solito, in cui si affrontato tematiche mature con i giusti toni ed i protagonisti fanno dei passi in avanti sia come singoli individui che come coppie.
Però, dal momento che questo è l'ultimo capitolo della saga, volevo inserire un breve commento su come la cara Cassandra ha saputo concludere gli archi narrativi dei personaggi principali; ovviamente omettendo i cognomi per evitare spoiler casuali.
Clarissa "Clary", non l'ho mai apprezzata particolarmente, e non è un segreto: detesto che faccia sempre delle scelte avventate senza mai risponderne solo perché è la specialissima protagonista; la sola nota positiva è che con il procedere della serie al suo POV se ne aggiungono di ben più interessanti. Il suo arco narrativo comunque ha un paio di bei momenti, e uno di questi è proprio in "Città del fuoco celeste".
Jonathan Christopher "Jace", chi si somiglia si piglia, e infatti lui è un altro personaggio che ho mal tollerato fin da subito; semplicemente, non sopporto il cliché del ragazzo tenebroso e tormentato (e direi che è una costante, in famiglia…) che riesce in qualunque cosa dalla lotta all'arte, però le sue interazioni con Simon sono davvero divertenti: urge una bromance su loro due!
Simon, che nella cosiddetta "prima trilogia" non mi diceva molto, mentre da "Città degli angeli caduti" in poi è diventato uno dei miei personaggi preferiti, e sicuramente il mio protagonista preferito. Il suo epilogo è fin troppo positivo per i miei gusti, però continuo ad apprezzare l'evoluzione del suo carattere.
Isabelle "Izzy", altro personaggio che ho molto rivalutato durante la serie, quando finalmente ha avuto spazio per mostrare il suo vero io, oltre lo stereotipo della femme fatale. Mi è piaciuta sia nelle interazioni familiari che in quelle romantiche; sarò impopolare, ma io la preferisco ad Alec.
Alexander "Alec", la sua parabola è l'opposto della sorella, perché in un primo momento mi piaceva parecchio, ma l'evoluzione scelta per lui dall'autrice dal quarto libro non mi ha fatta impazzire; in parte si redime, ma secondo me senza un vero impegno da parte sua. Nell'epilogo però mi ha commosso, anche se mi rendo conto che l'intera scena fosse volta a pubblicizzare "Le cronache di Magnus Bane".
Magnus, in questo caso mi accodo con piacere allo stuolo dei suoi fan, perché al suo carisma è impossibile resistere. Non ho nulla da obiettare sul suo percorso, anche se forse avrei visto bene una conclusione meno blanda e qualche momento in cui mostrasse maggior decisione nelle sue scelte.
Sebastian, aka l'ennesimo antagonista deludente nell'universo narrativo Shadowhunters, che passa dall'essere onnipotente al perdere tutto nell'arco di mezza pagina. Mi sarei aspettata anche in questo caso qualcosa in più, visto quanto spazio l'autrice gli aveva dedicato nel quinto libro, e invece...
Maia, che mi è piaciuta fin da subito; nel corso della serie c'è stato solo un momento in cui il suo comportamento non mi ha convinta particolarmente, ma anche quello è stato sviluppato al meglio. Non posso che essere soddisfatta per il suo epilogo, che definirei meritatissimo senza dubbi.
Raphael, un tasto dolente, perché anche lui mi ha intrigato dall'inizio e quindi avevo delle aspettative piuttosto alte; si intuirà facilmente che la conclusione della sua storia non mi è piaciuta affatto, soprattutto per l'assenza di un minimo di introspezione. Stesso si può dire tra l'altro per la maggior parte dei vampiri presenti nella saga.
Le fatine, che rimangono quasi sempre marginali, anche se intuisco saranno importanti in The Dark Artifices. Non mi hanno mai incuriosito più di tanto, ma per lo meno mantengono un certo fascino dovuto agli elementi folkloristici che le caratterizzano.
Angeli e demoni assortiti, dai quali ci si potrebbe aspettare grandi gesta e battaglie epiche, ma no. Soprattutto i secondi sono una vera tristezza e oscillano tra l'inutilità (vedasi il dispensabile Azazel) ed il disonore di farsi sconfiggere con facilità da un gruppetto di adolescenti male in arnese; fossero rimasti in disparte, avrebbero fatto miglior figura.
Gli adulti, ossia i grandi assenti, cosa abbastanza frequente nelle serie per ragazzi quindi in linea di massima non lo reputo un problema, anzi ci si potrebbe leggere una sottile critica ad una società fossilizzata in rituali desueti e inutili, che inoltre mettono in pericolo la comunità. La maggior parte di loro porta a casa la pagnotta (letteraria), però Jocelyn non la digerisco proprio: per quanto piagnucoli rimane la causa del 90% dei problemi di questa storia e, senza particolare impegno, si becca pure un bel finale. Non c'è giustizia.

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