Opinione scritta da Chiara77

230 risultati - visualizzati 101 - 150 1 2 3 4 5
 
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Gennaio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Indimenticabile Pereira

Pereira è un giornalista, per molti anni si è occupato di cronaca, adesso dirige la pagina culturale di un modesto giornale del pomeriggio, il “Lisboa”. Siamo in un afoso e luminoso agosto del 1938, a Lisbona. In Europa si aggirano le inquietanti ombre del fascismo e del nazismo e nella vicina Spagna si combatte una feroce guerra civile fra repubblicani e nazionalisti.

Pereira è stanco, solo, vedovo, è grasso, ed il suo essere grasso è solo l'esteriorizzazione di un suo disagio interiore. Pereira non ha elaborato il lutto della morte della moglie e in generale della sua vita passata, della sua giovinezza. Vive in un eterno passato ed uno dei suoi pensieri ricorrenti riguarda la morte: sarà forse eretico se non crede nella resurrezione della carne?
Ma in quell'agosto portoghese, sospeso tra caldo opprimente e brezze atlantiche, tra un'omelette alle erbe aromatiche ed una limonata, si verifica un evento.

«Bisognerebbe che conoscessi meglio gli ultimi mesi della sua vita, disse il dottor Cardoso, forse c'è stato un evento. Un evento in che senso, chiese Pereira, cosa vuol dire con questo? Evento è una parola della psicoanalisi, disse il dottor Cardoso, non è che io creda troppo a Freud, perché sono un sincretista, ma credo che sul fatto dell'evento abbia ragione senz'altro, l'evento è un avvenimento concreto che si verifica nella nostra vita e che sconvolge e turba le nostre convinzioni e il nostro equilibrio, insomma l'evento è un fatto che si produce nella vita reale e che influisce sulla vita psichica, lei dovrebbe riflettere se nella sua vita c'è stato un evento. Ho conosciuto una persona, sostiene di aver detto Pereira, anzi, due persone, un giovanotto e una ragazza.»

Pereira dunque conosce un giovane, Monteiro Rossi, e la sua fidanzata, Marta. Il ragazzo si è laureato in Filosofia con una tesi sulla morte e Pereira pensa di assumerlo come praticante al “Lisboa” per fargli scrivere necrologi di scrittori scomparsi. Monteiro Rossi in realtà non ha la stessa passione di Pereira per la morte: fin dal primo colloquio mette in chiaro che a lui interessa la vita. Da quel momento l'esistenza di Pereira comincia lentamente a cambiare, l'anziano giornalista non riesce più a sostenere la sua posizione di cauta neutralità nei confronti di ciò che sta avvenendo in Europa ed in Portogallo: non può più evitare di prendere una posizione netta e di pagarne direttamente le conseguenze. La sua idea era già in lui, ma adesso non è più possibile metterla a tacere soffocando l'insoddisfazione e il senso di colpa in una limonata piena di zucchero o nel triste parlare con il ritratto della moglie morta. Nella confederazione delle anime che governano il suo io sta cambiando l'anima egemone che guida tutte le altre. Non c'è nessun'altra possibilità.

Incredibilmente bello questo romanzo di Tabucchi, finito di scrivere il 25 agosto 1993, da leggere e rileggere con rinnovato apprezzamento, stupore, meraviglia. Tabucchi, con il suo capolavoro, ci consegna una storia che sa parlare alla nostra coscienza civile e sociale, risvegliandola, e allo stesso tempo sa rivolgersi anche alla nostra umanità, facendoci immedesimare nel disagio, nella voglia di reagire e di vivere, nella determinazione e nel coraggio dell'indimenticabile Pereira.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    11 Gennaio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

L'evoluzione di Martin

Martin è un ragazzo di vent'anni, un marinaio. Robusto, muscoloso, non sa parlare in modo corretto ed elegante, non sa come comportarsi tra la ricca borghesia altolocata di San Francisco. Ma Martin è attratto irresistibilmente dalla bellezza, la bellezza di un quadro, la bellezza della musica, la bellezza meravigliosa della cultura. Vuole intraprendere un percorso di formazione per diventare una persona capace non solo di comprendere la bellezza ma anche di saperla forgiare, di poterla egli stesso far nascere, attraverso la sua intelligenza straordinaria. Sarà l'amore a dare il via alla sua incredibile evoluzione: grazie all'amore Martin si ubriaca di vita e si inebria di cultura; grazie all'amore intravede la trascendenza del reale, la possibilità del superamento della gretta vita materiale, l'esistenza della spiritualità, la potenza che ha l'essere umano di riuscire ad abbattere i propri limiti. Così Martin, rimasto folgorato ed abbagliato dal bellissimo miraggio dell'amore per Ruth, una pallida ragazza borghese, che si sta laureando in Lettere, decide di elevarsi dalla sua iniziale condizione di popolano: inizia a leggere, studiare, riflettere profondamente sulla vita, sulla società, sull'arte e progetta di diventare uno scrittore famoso e ricco che potrà finalmente sposare la sua amata. Seguiamo Martin nel suo percorso di evoluzione che lo porterà, però, troppo lontano: egli fa dei progressi straordinari, eccessivi probabilmente, perché non solo raggiunge Ruth ma la supera di gran lunga, oltrepassa la mediocrità borghese e arriva a delle vette dove, sembra dirci l'autore con sconsolata tristezza, non è più possibile la felicità; dove la vita invece che bellezza, energia, possibilità, diventa un peso eccessivo ed insopportabile.
Un romanzo travolgente, imperdibile, appassionato e tragico: da leggere senza dubbio.

«And at the instant he knew, he ceased to know.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Amore, potere e un omicidio

“La pista di ghiaccio” è il primo romanzo scritto da Roberto Bolaño, pubblicato in Spagna nel 1993 e riproposto nell'edizione Adelphi nel 2018 con la traduzione di Ilide Carmignani.
Tre voci si alternano nella narrazione, quella di Remo Morán, Gaspar Heredia e Enric Rosquelles, per raccontare avvenimenti che si sono svolti a Z, una cittadina sulla Costa Brava, nel corso di una lunga estate che sfocia fino all'inizio dell'autunno e alla conseguente fine della stagione turistica. Enric, Gaspar e Remo saranno protagonisti di una vicenda particolare, che culminerà nel brutale omicidio di una donna. Non stiamo leggendo un giallo o un thriller, più semplicemente ci troviamo di fronte ad una storia di ordinaria umanità. Il desiderio di due di questi uomini, Enric e Remo, si indirizza verso una giovane e bellissima ragazza, Nuria, promettente campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Nuria intesse una relazione con entrambi, anche se di natura completamente diversa. Gaspar invece, Gasparín per gli amici, è il testimone principale dell'evento attorno a cui ruota la narrazione: ma si tratta di un testimone che non giudica e che non si fa per niente incantare dalle apparenze.
Bolaño sembra giocare con noi lettori regalandoci una storia apparentemente complessa e intricata, in realtà abbastanza lineare, semplicemente molto umana. La maestria dell'autore riesce a catturarci attraverso la tecnica delle “confessioni incrociate”, che in seguito hanno spopolato nelle serie televisive e a farci assaporare così uno spaccato di vita: l'amore carnale e quello platonico, la violenza, la gelosia, la corruzione, la difficoltà a realizzarsi nella società e la facilità con cui se ne viene estromessi quando invece se ne era ai vertici. Niente è come sembra, è necessario avere uno sguardo più attento, più profondo, scavare di più nel contorto, contraddittorio e sorprendente animo umano.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Politica e attualità
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    28 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La violenza in politica

Il saggio storico di Francesco Benigno, professore di Storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa, si propone in primo luogo di ricondurre un fenomeno altamente complesso, come il terrorismo, alla sua dimensione storica. Secondo l'autore infatti la produzione scientifica su questo scottante tema si è dedicata a lungo alla ricerca di una formula definitoria del fenomeno, che fosse capace di spiegarlo in maniera univoca. La storia invece è stata troppo spesso messa da parte negli studi sul terrorismo. La storia infatti non si presta a dare risposte predeterminate, la storia registra la molteplicità e la variabilità delle esperienze del passato e ci sbatte in faccia che non tutti i fenomeni sono circoscrivibili ed inquadrabili nell'osservazione da un solo punto di vista.
Prendiamo il terrorismo, appunto. Non a caso Benigno sottotitola il suo lavoro “Saggio storico sulla violenza politica”, perché è proprio della violenza usata in politica che stiamo parlando. Non ha senso distinguere il mondo in persone buone e terroristi, non ha senso presentare il terrorista come il male incarnato in una persona: non ha senso, perché, semplicemente, non ci aiuta a capire. L'autore invece ci invita a ripartire dalla storia per iniziare a capire: precisamente il saggio inizia con la Rivoluzione francese, il periodo storico in cui per la prima volta è stato usato il termine “terrorista” in senso dispregiativo, da quando cioè ha iniziato ad essere considerato un'accusa infamante. Il libro analizza quindi due secoli e mezzo di storia di violenza politica: partendo da Robespierre si parla di Mazzini, dei populisti russi, degli anarchici, del rapporto tra terrorismo e bolscevichi, della guerra totale nel cuore del Novecento, della decolonizzazione in Algeria, degli “anni di piombo” in Europa e in America Latina, fino ad arrivare agli attentati dell'11 settembre e al terrorismo islamico.
Benigno quindi studia e ci ricorda la storia della violenza usata in politica: infatti lo stesso termine “terrorista”, per alcuni è il male assoluto, per altri è invece un combattente per la libertà. Il terrorismo nasce dall'idea che la violenza possa avere una forza rigeneratrice, che dalla violenza possa venir fuori una società nuova e migliore. Qualunque causa che abbia utilizzato la violenza per raggiungere il suo scopo allora può essere definita terrorista. Anche gli Stati nel corso della storia non hanno esitato ad usare la violenza contro persone innocenti, pensiamo a Dresda, a Hiroshima, alla guerra totale innescata dalla Prima guerra mondiale: possiamo ancora affermare che il coinvolgimento della popolazione civile è una specificità del terrorismo? Pensiamo anche a momenti storici e personaggi avvolti da un'aura di eroismo e fascino come ad esempio Ernesto Che Guevara: siamo certi che non abbiano mai usato violenza contro degli innocenti? Inoltre, come non considerare, accanto al terrorismo, il controterrorismo: i due elementi, pur avendo obiettivi e protagonisti coinvolti opposti, in numerose occasioni si sono trovati ad utilizzare le stesse tecniche e gli stessi metodi.
In conclusione quindi, un saggio davvero molto interessante, che vuole riportare il lettore alla dimensione storica del fenomeno. La prospettiva tipicamente storica infatti studia la molteplicità e la variabilità degli eventi e dei processi così come si sono svolti nella realtà sottolineando quindi quanto un fenomeno come il terrorismo sia contraddittorio e non facilmente ascrivibile ad un'unica verità. Un solo appunto che mi sento di fare è che il libro è stato scritto in un modo che non è propriamente appetibile per un lettore medio. Ci sono molti altri saggi storici scientificamente ineccepibili ed altrettanto interessanti che hanno però anche il pregio di farsi leggere con piacere. Questo, purtroppo, non ha tale pregio, anche se il contenuto è trattato in modo veramente molto approfondito.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Lo consiglio agli appassionati di storia e a chi legge abitualmente saggi storici perché lo stile è per addetti ai lavori.
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Dicembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Io cerco la vita

«Solo io starò sveglio. Io non voglio dormire, voglio impazzire. Non cerco nessuna giustizia, io, cerco la vita. Che è più o meno il contrario della giustizia. Ho già dormito abbastanza, d'ora in poi sarò sveglio come un grillo. Sono scampato alle grinfie di quei vecchi pazzi, sono uscito dalla loro loro follia, sono uscito vivo una volta per tutte dal loro sogno, perché non appartengo a loro. Fuori dal loro ammattimento di redenzione, fuori dalla giustizia. Saluti. Che dormano fino a domani. Io sono solo e sveglio e ora comincia il viaggio.»

Kibbutz di Granot, inverno 1965. Yonatan Lifschitz, 26 anni, è nato e cresciuto in quel luogo. Si è sposato da poco con una ragazza bellissima e strana, Rimona, ma la loro unione è stata già logorata dalla tristezza e dal lutto: hanno dovuto affrontare prima un aborto, poi la morte della loro prima neonata. Ne sono rimasti entrambi feriti in profondità, ma hanno manifestato reazioni opposte: Rimona si è chiusa nella sua malinconia, Yonatan invece vuole andarsene, lasciare tutti e vivere una vita diversa, che gli appartenga veramente, non vivere la scelta di vita compiuta dai suoi genitori.
Suo padre, Yolek, segretario del kibbutz, venuto a conoscenza del progetto del figlio, come risposta gli affida la gestione dell'autorimessa.
Intanto l'inverno si trascina lento sulle vite dei personaggi, è un inverno piovoso, estenuante, lungo nel suo trascorrere inesorabile. Una sera arriva nel kibbutz un ragazzo strano, Azariah: arrivato da chissà dove ed estremamente solo, ha l'unico sogno di essere accolto nel kibbutz. Il giovane ha un fascino particolare, cita Spinoza, è attratto da Rimona e sembra voler prendere il posto di Yonatan. La stagione delle piogge continua, interrotta da un giorno di primavera anticipata. Ma per quanto il tempo – e la meravigliosa prosa di Amos Oz- possano trascorrere apparentemente all'infinito senza che accada nulla, improvvisamente qualcosa succede.
Come nella vita, quando i giorni si susseguono alle notti, sempre uguali e attraversati da un infinito inverno piovigginoso che però nasconde dentro di sé la tensione e l'anelito ad uno spasimo esistenziale, e all'improvviso arriva davvero la primavera, e sconvolge i giorni, che diventano luminosi, e le notti, che si trasformano in lunghe veglie, così nel romanzo di Oz c'è una svolta imprevista e tutto ciò che doveva avverarsi si avvera.
Questo ovviamente, proprio come nella vita, non porterà alla soluzione razionale delle situazioni assurde, sconvolgenti o incresciose: il mistero dell'esistenza rimane intatto e non conoscibile da noi poveri esseri umani. Ognuno deve percorrere la sua strada, attraversare il proprio destino, ma, per dirla con le parole dello stupendo personaggio di Shrulik, quale sarà il senso di tutto questo? Alla fine, è inutile illudersi, non lo sappiamo.

« La terra è indifferente. Il cielo immenso e indecifrabile. Il mare? Misterioso. Le piante. Le migrazioni degli uccelli. La pietra tace sempre. La morte è forte, tanto, presente ovunque. Siamo tutti impregnati di crudeltà. Ognuno di noi è un po' assassino: se non con gli altri, con se stesso. L'amore, ancora non lo afferro, e certo non farò in tempo ad imparare. Il dolore è un fatto compiuto. Ma malgrado tutto ciò, so anche che possiamo fare qualcosa. Possiamo, e perciò siamo tenuti a farlo. Tutto il resto – chi lo sa? Chi vivrà, vedrà. Invece di dilungarmi, questa sera suonerò un po' il flauto. Ci sarà pure posto anche per questo. Il senso quale sarà? Non lo so.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    18 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Vera, Nina, Ghili, e Rafael

Nel suo ultimo romanzo “La vita gioca con me”, David Grossman ha raccontato, in forma liberamente romanzata, la storia di Eva Pani? Nahir, una donna conosciuta e stimata in Iugoslavia, che era stata internata nell'isola di Goli Otok, uno dei gulag di Tito. Eva e Grossman erano legati da una forte amicizia e lei voleva che lo scrittore trasformasse in romanzo la vicenda che aveva vissuto e che raccontasse anche la storia di sua figlia, Tiana Wages. E così l'autore ha dato vita ai personaggi di Vera e Nina, che animano questo intenso romanzo accompagnate dagli altri due protagonisti della narrazione, Ghili e Rafael.
Vera è una donna forte, profondamente viva ed energica, ha raggiunto la ragguardevole età di novant'anni e in quella occasione tutta la sua famiglia si è riunita per festeggiarla. La narratrice di questa storia è la nipote di Vera, Ghili, una donna ormai prossima alla quarantina che ci racconta della sua famiglia molto particolare attraverso un diario, quaderni scritti a mano su cui annota ricordi, idee, intuizioni, pensieri. Alla festa per il novantesimo compleanno di Vera torna in Israele Nina, figlia di Vera e madre di Ghili, una persona tormentata ed estremamente fragile, che non ha mai superato il trauma subito a sei anni e mezzo, quando, nella Iugoslavia degli anni Cinquanta del Novecento, suo padre morì e sua madre fu internata nel campo di rieducazione sull'isola di Goli Otok. Nina sembra essere capace soltanto di rifiutare le persone che più l'hanno amata e che le sono state più vicino: soprattutto Rafael, il suo compagno e padre di Ghili, che ha trascorso tutta la vita con l'intenzione e il desiderio fortissimo di amarla; ma anche la figlia Ghili, da lei abbandonata a soli tre anni e mezzo; e la madre, verso la quale prova un risentimento antico e coriaceo per averla
lasciata sola quando fu deportata sull'isola di Goli Otok. Eppure il legame fortissimo tra Rafael, Ghili, Nina e Vera rimane vivo e profondamente intenso, nonostante la lontananza, l'abbandono, il rifiuto, il tradimento. E quando Nina ancora una volta mostra la sua fragilità, ed è costretta a chiedere aiuto alla sua famiglia perché le sta accadendo qualcosa che non potrà affrontare da sola, i quattro decidono di intraprendere un viaggio speciale. Andranno in Croazia, nella cittadina natale di Vera, ?akovec, e successivamente sull'isola di Goli Otok, dove la donna era stata segregata per circa tre anni. Un viaggio che li porterà a ricercare le loro origini e l'origine del loro legame, così indissolubile ed allo stesso tempo così carico di risentimento, segreti inconfessabili e amarezza. Potranno rievocare l'infanzia di Vera, l'amore che l'aveva unita così profondamente al padre di Nina, Miloš, ripercorrere l'itinerario che l'aveva portata sull'isola di Goli Otok, sentire la sua sofferenza, comprendere o condannare le sue scelte. L'idea è quella di realizzare un documentario sulla storia di Vera da poter rivedere nel futuro: per non perdere del tutto la memoria del passato, per riappropriarsi finalmente delle scelte, anche sbagliate, che hanno segnato la loro vita per sempre.
Un romanzo coinvolgente, che tratta i temi della memoria e del ricordo come base per poter costruire un futuro migliore. E che ci fa riflettere sulla natura dei legami familiari: indissolubili, necessari ed imperfetti, sublimati e scalfiti dalla vita ma che rimangono una priorità della nostra umile umanità.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
260
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    01 Novembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

"Questa è la morte dell'aria"

«Com'è facile credere di sapere e non sapere niente, - pensai. - Com'è facile essere all'oscuro, forse è il nostro stato naturale. Anche Tomás probabilmente lo è, non solo io, non solo io. Anche lui nel suo mondo contraddittorio, torbido e inquieto, e di certo lo è rispetto alle cose che mi riguardano».

Berta e Tomás si sono conosciuti giovanissimi, poco più che bambini. A quel tempo lui era un ragazzo attraente, dal carattere ironico, propenso allo scherzo e alla leggerezza. Rifuggiva l'introspezione, sembrava non interessarsi alla comprensione profonda di sé stesso. Di padre inglese, aveva anche la cittadinanza britannica ed era perfettamente bilingue, con una straordinaria propensione per l'apprendimento delle lingue straniere. Anche Berta era una ragazza molto piacente, una bellezza temperata, con la tendenza al sorriso. In molti avrebbero voluto diventare il suo fidanzato, ma lei sceglie Tomás: nessun dubbio e una incrollabile determinazione a diventare Berta Isla de Nevinson.
Quando Tom e Berta si mettono insieme hanno appena compiuto quindici anni. Finito il liceo, Tomás va a studiare in Inghilterra, ad Oxford, e, proprio mentre sta per concludere il quarto anno e laurearsi, qualcosa accade. La sua vita prende una direzione inaspettata, diversa da quella che lui pensava, da ciò che avrebbe voluto scegliere. Torna comunque a Madrid e sposa Berta ma non è più lui. É cambiato, è diverso, nasconde qualcosa e non può parlarne con nessuno, nemmeno con la propria moglie. Berta a poco a poco si rende conto della situazione ma non vuole abbandonare Tomás, non vuole mettere fine alla famiglia che ha creato con lui e all'antico progetto di cui si era innamorata durante l'adolescenza. Eppure il marito è sfuggente, opaco, torbido, nasconde una enorme parte di sé stesso: non è più solo il ragazzo simpatico e brillante che Berta conosceva, è anche qualcun altro, è più persone insieme. Compie azioni moralmente discutibili, che gli tolgono il sonno, è costretto a vivere una vita che non ha scelto interpretando molti personaggi diversi: cosa rimane del vero Tomás in quelle esistenze inquiete?
Marías in questo bellissimo romanzo intriso di letteratura, profondissimo e coinvolgente, si interroga sul tema dell'identità. Chi è veramente una persona? E, soprattutto, quanto possiamo conoscere per davvero un altro?
Ogni esistenza ed ogni persona è segnata da eventi che accadono, da incontri che segnano inesorabilmente e che portano a cambiare, a trasformarsi, a intraprendere una metamorfosi continua ed indefinita. É una pura illusione pensare di conoscere perfettamente l'altro, anche quando è colui che respira sul cuscino accanto al nostro.
Tomás e Berta sono dei personaggi che hanno vissuto un'esistenza particolare, segnata da eventi fuori dell'ordinario rispetto alla maggioranza delle persone, ma alla fine il romanzo ci fa riflettere sulla consapevolezza che l'identità di chiunque è mutevole e sfuggente, impossibile da conoscere e comprendere fino in fondo. Spesso inoltre la vita si sviluppa in modo indipendente rispetto alle nostre scelte precise. Certo rimangono i ricordi e l'immaginazione, che plasma e dà rilevanza a ciò che è stato importante e cancella ciò che invece non lo è stato.

«Appena chiudevo l'album tornavo a non immaginarlo più, e nulla esiste senza immaginazione. Perfino quando le cose succedono e fanno parte del presente, perfino allora è necessaria l'immaginazione, perché solo lei dà rilievo ai fatti e ci insegna a distinguere, mentre avvengono, le cose memorabili da quelle che non lo sono.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Pirandello
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Ottobre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Vite sospese

«Avvertì la propria inadeguatezza di essere umano, e la cosa che desiderò maggiormente fu andarsene; poi si rese conto che anche quel desiderio era una sconfitta, vergognosa per giunta, tanto che non riusciva quasi più a guardare Annie negli occhi.»

“Turbolenza” di David Szalay è uno di quei libri che, appena finiti, vorresti ricominciare da capo, per cogliere meglio tutto il sotteso e ciò che alla prima lettura si intuisce soltanto.
Il testo è costituito da dodici racconti che hanno per titolo ciascuno una tratta aerea e per protagonista un essere umano con le proprie paure, il proprio dolore, le proprie illusioni, le proprie speranze. Ognuno di questi personaggi viaggia in solitudine sull'aereo e, casualmente o con premeditazione incontra ed entra in contatto, nel racconto che lo riguarda, con il protagonista del racconto successivo. Il libro ha una struttura perfetta, circolare.
Szalay, attraverso la metafora del viaggio aereo vuole indagare le persone nella loro essenza più profonda e, forse, anche più scontata. Il volo è una metafora della vulnerabilità della condizione di esseri umani, una condizione che ci rende indifesi, che alla fine ci fa sentire piccoli e smarriti in questo vastissimo universo. E così cadono le maschere, sono inutili gli alibi, le omissioni e le recriminazioni. La vita scorre fra un taxi in ritardo lanciato verso l'aeroporto e l'incontro di una notte in un'anonima camera d'albergo.
Ogni personaggio è solo e messo di fronte alle proprie fragilità: inutile fingere in quello spazio sospeso a dodicimila metri d'altezza, meglio scrutarsi dentro, comprendere e accettare che ciò che ci rende indifesi e inadeguati, alla fine è anche quello che ci caratterizza come persone. Qualcosa che ci fa sentire a disagio, ma che alla fine è anche la nostra forza.

«C'era la finestrella di vetro smerigliato che diffondeva il verde del giardino, a cui l'appartamento non aveva altro accesso, e la citazione di Kennedy incorniciata sul muro di fianco all'interruttore della luce: “Perché, in ultima analisi, ciò che ci unisce è che abitiamo tutti questo piccolo pianeta, respiriamo tutti la stessa aria, abbiamo tutti a cuore il futuro dei nostri figli. E siamo tutti mortali.” »

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Ottobre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un matrimonio

Tom e Louise sono una coppia in crisi coniugale. Hanno deciso di rivolgersi ad una consulente matrimoniale e tutte le settimane, poco prima della seduta, si ritrovano nel pub di fronte alla casa della terapista per bere qualcosa e parlare un po'.

Il libro di Nick Hornby, “Lo stato dell'unione” è una pièce teatrale e non un romanzo. È costituito quasi interamente dalle battute che si scambiano i due coniugi nel pub prima di entrare dalla consulente matrimoniale, che costituisce l'unica ambientazione. L'autore interviene pochissimo e solo per fornire qualche indicazione didascalica su qualche stato d'animo o sommaria descrizione.

I dialoghi sono taglienti, talvolta ironici, talvolta amari e ci raccontano un matrimonio che sta finendo: Tom e Louise non avevano quasi niente in comune quando si sono messi insieme, a parte le parole crociate e il desiderio di diventare genitori, si sono uniti per formare una famiglia ma cosa li ha tenuti insieme? Il sesso. Ed ora che la stanchezza, i problemi di lavoro dell'uno, la tendenza ad annoiarsi dell'altra li hanno allontanati non riescono più a fare sesso (almeno non fra di loro). Il matrimonio è sull'orlo del baratro: riusciranno a salvarlo? Più che gli incontri con la consulente matrimoniale, saranno decisivi gli appuntamenti preliminari al pub: tra un sorso di vino bianco e una pinta di birra sarà possibile per Tom e Louise sviscerare sogni, dubbi e desideri e dirsi, finalmente con sincerità, cosa vogliono cambiare e cosa vogliono salvare del loro matrimonio.

“Lo stato dell'unione” è un libro che si legge in un soffio, vi strapperà qualche risata e vi trasmetterà un po' di malinconia. L'amore, quando diventa un matrimonio che dura da tanto tempo, si trasforma, cambia e risente della stanchezza, delle insoddisfazioni personali, della difficoltà a comunicare dei coniugi.

“ «No, non... Stiamo uscendo dal seminato. Ma forse è questo che ci aspettiamo da un matrimonio. Una macchina a moto perpetuo che non esaurisce mai l'energia. Però noi abbiamo dei figli, un mutuo, tua madre, mio padre, il lavoro, il non lavoro... Come fa uno a non sentirsi oppresso da tutto questo?»”

Non resta che parlarne in modo brillante e pungente, mescolando la tristezza all'ironia, con leggerezza.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Storia e biografie
 
Voto medio 
 
4.6
Stile 
 
4.0
Contenuti 
 
4.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    28 Settembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Elsa e Alberto

Anna Folli ci guida, attraverso questo saggio documentatissimo e molto coinvolgente, alla scoperta o riscoperta di due figure leggendarie della nostra letteratura, Alberto Moravia ed Elsa Morante.
L'idea centrale è quella di raccontare la loro storia d'amore, assolutamente fuori dall'ordinario, profondissima e allo stesso tempo lacerante. Un connubio che li legò indissolubilmente per tutta la vita, pur essendo un legame sui generis e non etichettabile in categorie prestabilite. In realtà nel libro di Anna Folli possiamo trovare molto di più: non solo la storia d'amore tra Elsa e Alberto, ma anche una biografia ricchissima ed avvincente di entrambi i grandi scrittori, che diventa un interessantissimo approfondimento riguardo al contesto in cui furono scritte alcune delle più rilevanti opere letterarie del Novecento italiano.
Elsa e Alberto, così diversi in tutto: lei appassionata e sognatrice, lui razionale e metodico. Lei così bisognosa di amore totalizzante, lui così curioso ed attratto dalla pluralità del fascino femminile.
Elsa che, presa dall'ansia creativa, non pensa minimamente agli obblighi della vita quotidiana, che si disinteressa completamente delle incombenze di cui dovrebbe farsi carico come donna e moglie. Elsa che si arrabbia tremendamente se viene chiamata “signora Moravia” o se qualche giornalista osa chiederle qualcosa riguardo al marito famosissimo scrittore, mentre lei stenta a raggiungere il successo. Elsa che, però, riversa il suo bisogno di amare sui giovani, sui bambini e sui gatti, sentendo spaventosamente la frustrazione di non essere diventata madre.
E Alberto che invece è attratto irrimediabilmente dalle donne libere ed emancipate, che vuole accanto soprattutto una compagna che sia in grado di tenergli testa, volubile ed originale fino a provocargli sofferenza. Alberto che ama viaggiare, che teme più di tutto la noia, la banalità della vita quotidiana che spegne vitalità e genio creativo. Alberto che, pur essendo uno dei maggiori intellettuali italiani, non si monta la testa e continua a scrivere.
Eppure, entrambi così fuori dell'ordinario, con delle esistenze segnate da momenti difficili, da mancanze e tormenti, che hanno reso possibile il manifestarsi del loro genio creativo; hanno sublimato attraverso la letteratura dolori, desideri, solitudine e amore, e ci hanno regalato delle opere straordinarie.
Una lettura che lascia dentro un po' di inquietudine e la consapevolezza che, come scriveva Saba a Elsa Morante «[...] tutte le vite sono, in un senso o nell'altro, delle vite mancate: l'arte è lì per soccorrere a queste mancanze. Se non ci fossero, l'arte non avrebbe senso: non corrisponderebbe più ad un bisogno...»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi è interessato alla letteratura italiana del Novecento.
A chi vuole leggere o rileggere le opere dei due grandi scrittori.
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La voce di Briseide

«Alle donne si addice il silenzio»

Se è vero che la storia viene raccontata e tramandata dai vincitori, è altrettanto vero che per molti secoli la letteratura ha avuto la voce quasi esclusiva dei maschi. Alle donne si richiedeva di essere sottomesse, di arrendersi placidamente alla propria sorte e soprattutto di essere silenziose. Mai soggetti narranti, al massimo oggetti vuoti ed esteriori di racconti con protagonisti gli uomini.

Pat Barker ha cercato, ai nostri giorni, di restituire invece una voce a quei soggetti della letteratura che nell'Antichità non l'hanno potuta avere: le donne appunto. Possiamo così leggere una riscrittura dell'Iliade fatta dal punto di vista di Briseide. Quante volte, leggendo questo classico dei classici, questa storia immortale che ha sconfitto il tempo per innumerevoli generazioni, ci siamo trovati al cospetto di questa ragazza! Una schiava, un premio di guerra del famoso eroe Achille. Quante volte ci siamo soffermati a riflettere su quello che poteva voler dire ciò? Essere una schiava, essere un premio di guerra. Pat Barker ci conduce in questo territorio inesplorato e ci fa rivivere la famosa guerra attraverso la voce atterrita e disincantata di Briseide.

«[...] A furia di ripensare al mio tentativo di fuga, mi ero convinta di aver voluto evadere non tanto dall'accampamento degli achei, quanto dalla storia di Achille; avevo tentato, e non ci ero riuscita. Perché questa, badate bene, era la sua storia: la sua ira, il suo dolore. Che io fossi in collera, che soffrissi anch'io, non importava. E invece eccomi di nuovo lì, ad aspettare il momento in cui lui avrebbe deciso che era ora di andare a dormire: ancora in trappola, ancora imprigionata dentro la sua storia, senza una parte autentica da poter definire mia.»

La narrazione si apre con l'assedio da parte degli achei della città di Lirnesso, alleata di Troia. Ben presto i guerrieri greci la espugnano e uccidono tutti i maschi. Briseide è la giovane moglie del re Minete e, insieme alle altre donne, viene fatta prigioniera e portata come trofeo di guerra nell'accampamento greco sulla spiaggia alle pendici della città di Troia. Sarà scelta come premio da Achille, sarà la sua schiava. Briseide è una sopravvissuta: ha visto morire, trucidata per mano di Achille, tutta la sua famiglia. La sua vita precedente non esiste più, non ha più uno status sociale, parenti, protezione. Ma ciò che è più difficile da sopportare è diventare la concubina dell'assassino dei suoi familiari, dello spietato uccisore dei suoi fratelli, di Achille. Briseide è una schiava, è costretta a servire, curare, assecondare i desideri sessuali dei propri nemici. Inizialmente è fiera ed orgogliosa, e prova repulsione verso altre donne che mostrano condiscendenza e attaccamento verso i greci. Eppure con il tempo ogni confine è destinato a sfumarsi, ogni netta separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione della guerra. É vero, la posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. Una sorte che accomuna tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti.
É in questo contesto che può prendere vita e diventare reale un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore, o un gesto ospitale e rispettoso verso il più acerrimo nemico.

«Tuttavia è alle ragazze che penso più spesso. Arianna, che sul tetto della cittadella mi aveva teso la mano prima di gettarsi nel vuoto. Oppure Polissena, che solo qualche ora prima aveva detto: “Meglio morire sulla tomba di Achille che vivere ed essere schiava”. Sul promontorio soffiava un vento freddo, e io rimasi lì, a sentirmi volgare, stupida e abietta al cospetto della loro fiera purezza. Ma poi il bambino scalciò. Premetti forte una mano sulla pancia e mi rallegrai di aver scelto la vita.»

In conclusione quindi, un romanzo riuscito, che, pur facendoci riconsiderare l'Iliade con uno sguardo diverso, ne conserva comunque la potenza e la grandezza letteraria.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    01 Settembre, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Fantasmi

Il romanzo di Evelina Santangelo, “Da un altro mondo” è un testo che sicuramente si guadagna un certo livello di attenzione e sconcerto da parte del lettore. Almeno questo è ciò che è successo a me: pensavo di trovarmi di fronte ad una narrazione convenzionale, che tocca temi ed argomenti attuali con sensibilità ma si ferma lì. Invece non è una narrazione convenzionale, è certamente un romanzo che parla di argomenti attuali e scottanti, che tocca nervi scoperti della nostra società con grande sensibilità, ma ha l'ambizione di non fermarsi a questo, ha l'ambizione di essere letteratura.
In effetti l'autrice lo dichiara nella “nota finale su fatti reali”: questo libro nasce da una domanda molto significativa che lei si è fatta, “cosa significa fare letteratura in tempi bui” ? “Da un altro mondo” è la risposta a questa domanda.
Ci sono tre storie parallele nel romanzo che si susseguono da una parte all'altra dell'Europa: c'è Karolina, una donna di mezza età che vive a Bruxelles e che deve affrontare la scomparsa del figlio Andreas, c'è Khaled, un ragazzino immigrato clandestinamente per lavorare in un cantiere edile, c'è Orso, un anziano molto scorbutico che vive nella Pianura Padana emiliana. Ciò che colpisce di più dei personaggi è la loro solitudine. Vivono in un tempo e in luoghi come sospesi, fuori dalle normali coordinate spazio-temporali. Tutti e tre sono accomunati dall'impossibilità di trarre conforto e aiuto dai propri simili: nessun familiare o amico che li comprenda e li sostenga. La società stessa li respinge, vivono in luoghi dove è stato perso, sembra, il senso di solidarietà, di empatia, di rispetto verso gli altri. É un mondo che non è reale, è un mondo ovattato, sotterraneo, dove vivono i fantasmi. É un mondo che ha perso la capacità di accogliere e proteggere ed è diventato spettrale, dove creature immateriali si manifestano guardando gli uomini con le sembianze silenziose e atterrite di bambini morti.
Evelina Santangelo ha voluto raccontare alcune ossessioni e paure che pervadono il nostro tempo in modo diverso: ha dato concretezza agli spettri e, allo stesso tempo, ha raccontato cose inverosimili e assurde che invece sono accadute veramente. Tutto ciò dà vita ad un romanzo originale e forte. Ci colpisce e ci porta con sé fra realtà e immaginazione alla ricerca di una chiave di lettura alternativa su ciò che avviene intorno a noi e dentro di noi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Scienze umane
 
Voto medio 
 
4.2
Stile 
 
3.0
Contenuti 
 
4.0
Approfondimento 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'amore dura o brucia?

É sempre piacevole ed interessante parlare d'amore. Massimo Recalcati, famoso psicoanalista italiano, si propone di fare proprio questo: non è possibile infatti tenere “lezioni” sull'amore o ridurre l'amore ad un concetto. Così, in questo breve e scorrevolissimo saggio, l'autore approfondisce il discorso sull'amore elaborato inizialmente come copione per il ciclo di trasmissioni televisive “Lessico amoroso”, andate in onda su Rai 3 da gennaio a marzo 2019.

L'amore dura o brucia? É possibile che un amore resista all'usura del tempo e continui ad essere amore? Partendo dal miracolo dell'incontro, Recalcati ci guida attraverso questo discorso sull'amore in riflessioni molto interessanti. Da cosa scaturisce il desiderio? Un figlio è sempre e solo una moltiplicazione dell'amore tra i due? É possibile il perdono dopo il tradimento? E a che prezzo? Da dove nasce la violenza in amore?

Arriviamo alla conclusione del breve scritto senza ovviamente raggiungere alcun tipo di certezza in più rispetto a prima della lettura: qualche amore dura, molti altri finiscono male. É comunque piacevole ed interessante parlare d'amore ed approfondire qualche aspetto di questa nostra natura umana.

«Ogni volta l'amore ci salva dalla ferita del mondo.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    22 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Inadeguata appartenenza

Un libro, quello di Claudia Durastanti, che non è propriamente un'autobiografia, non è esattamente un diario, non è un memoir in senso stretto. É un testo molto originale, scritto come un insieme di frammenti che, stranamente, non appesantiscono la lettura ma al contrario, la accelerano.
Si tratta, semplificando, di riflessioni fatte da una giovane intellettuale che comprendono molte citazioni tratte da libri e da film e che si aprono anche un po' sul privato dell'autrice, narrando alcune vicende della sua famiglia e, in particolare, raccontando la persona, sicuramente fuori dal comune, della madre. Si tratta comunque di una narrazione fatta sempre dall'esterno, dal di fuori, mai dall'interno. Ecco perché sono sospesi tutti i giudizi, tutte le eventuali valutazioni. Sono sospesi anche i sentimenti, le emozioni: è un racconto lucido, letterariamente ben costruito, polverizzato in mille nuclei che alla fine sembrano ricomporsi. Una storia privata quindi altamente rielaborata e filtrata dalla letteratura.
La vicenda biografica di Claudia Durastanti è abbastanza diversa dalla maggior parte delle esistenze, che si srotolano in una serie di circostanze piuttosto comuni e banali. In primo luogo l'autrice è figlia di due genitori sordi, che sono, al di là della disabilità, due veri e propri “personaggi”. La madre soprattutto è una donna molto alternativa, lontana dalle convenzioni. Per come viene presentata sembra davvero la protagonista di un romanzo o di un film. Inoltre l'autrice è nata negli Stati Uniti e all'età di circa sei anni si è ritrovata a vivere invece in uno sperduto paesino della Basilicata. Dalle stelle alle stalle si potrebbe pensare. La parabola dell'emigrante al contrario. Tutto questo concorre a far sperimentare all'autrice una condizione di estraneità e di sradicamento che diventerà però anche la sua maggiore forza.
In conclusione, un testo scritto con intelligenza e maestria. Personalmente questo voluto distacco mentre si raccontano episodi anche drammatici della propria vita non mi ha particolarmente entusiasmato. Forse avrei preferito un testo di fiction dove potermi immedesimare e dove poter scavare insieme ai personaggi fra i sentimenti e le emozioni che la vita ci mette di fronte, più che leggere una serie di distaccate riflessioni scritte con un'ottima prosa. Ma questa è soltanto la mia opinione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Futuro

“Il grande futuro” fa parte della Trilogia dell'Altro, tre romanzi di Giuseppe Catozzella che vogliono raccontare lo Straniero attraverso tre momenti topici: la Guerra, il Viaggio e l'Approdo.
Questo romanzo (che io ho letto per ultimo) dovrebbe quindi rappresentare il primo volume dell'ideale Trilogia, perché, appunto, racconta la guerra. Si tratta di una guerra molto lontana nello spazio rispetto a noi, eppure reale, della quale ci sono arrivate eco indefinite di distruzione e morte riportate dai mezzi di comunicazione.
L'autore, prima di scrivere il romanzo, ha voluto conoscere questa realtà in modo più concreto: si è recato al confine tra Kenia e Somalia ed ha preso contatti con alcuni giovani fondamentalisti islamici. Uno di loro gli ha raccontato la sua storia, che ha dato vita a questo romanzo.
Lo stile è volutamente fiabesco, la sintassi è estremamente lineare, le frasi sono formate da poche parole evocative. Sono stati intenzionalmente tolti dal testo i riferimenti spazio-temporali precisi. Catozzella ha infatti dichiarato, in alcune interviste che si possono facilmente trovare sul web, che questa scelta è nata dalla volontà di rendere la storia di Amal universale come una fiaba o una leggenda.
Tornando alla trama, il romanzo racconta la crescita e la formazione di un ragazzo nato in un villaggio africano, da qualche parte fra Somalia e Kenia. Ancora piccolo, il bambino salta in aria su una mina e miracolosamente sopravvive grazie ad un tempestivo intervento al cuore. La madre cambia il nome al bambino, che da Alì diventa Amal, Speranza. Amal cresce irrequieto: suo padre è un servo e anche a lui dovrebbe toccare quella sorte. Il suo migliore amico è anche il figlio del padrone di suo padre. Tutto ciò calato in una quotidianità fatta di violenza e di guerra. I due amici giocano sparando con un fucile, vanno a spiare i guerriere ribelli islamici, i Neri, che intanto rapiscono, picchiano, uccidono. Lo stesso fa anche l'Esercito Regolare: in realtà non vi è differenza fra il modus operandi delle due parti in guerra.
Amal compie un percorso molto difficile: in lui sono presenti due forze contrapposte, quella del bene e dell'amore e quella della rabbia cieca e della violenza. Le sperimenterà entrambe, fino in fondo.
Un romanzo che ci racconta dall'interno cosa vuol dire nascere e crescere in un Paese in guerra, dove è normale essere rapiti da bambini per andare a morire come martiri o “guerrieri di luce” oppure, se femmine, diventare le schiave sessuali di questi guerrieri. É normale nel senso che è un destino comune, di cui nessuno si scandalizza più, certo è una vita infelice, squallida e senza speranza. Una vita che toglie la voglia di vivere e fa desiderare di poter passare in Paradiso prima possibile, dopo aver compiuto i più feroci atti di violenza.
Fra i tre romanzi della Trilogia dell'Altro (che comprende anche “Non dirmi che hai paura” ed “E tu splendi”) questo è quello che mi è piaciuto di meno. Non sono riuscita ad entrare in empatia con il protagonista, forse a causa dello stile eccessivamente fiabesco che non permette un approfondito scavo psicologico là dove invece lo avrei sentito necessario. In ogni caso lo consiglio, è una storia che può arricchire il lettore riportando in forma romanzata anche un punto di vista diverso dal nostro e che alla fine si apre alla speranza ed al futuro.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
"Non dirmi che hai paura"
"E tu splendi" dello stesso autore
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

"Ma voi piacete a voi stessa?"

«-Ma voi piacete a voi stessa?- le chiese, come se fosse davvero curiosa di saperlo.
Mary esitò un attimo e ci pensò su.
-No, per niente, veramente,- rispose. - Non ci avevo mai pensato, prima d'ora.»

Mary è una bambina di dieci anni, antipatica, scontrosa e brutta. Non è stata desiderata dai suoi genitori, in particolare, la madre preferiva andare alle feste invece di occuparsi di lei. Certo, è una ragazzina ricca, figlia di inglesi, agiati colonizzatori, nell'India dei primi anni del Novecento. Mary ha molti servitori che si occupano di lei, tanto che non sa nemmeno vestirsi da sola. È molto viziata ma anche profondamente infelice, anche se ancora non lo sa.
Improvvisamente un'epidemia di colera fa morire tutta la famiglia di Mary e tutti i suoi domestici. La bambina viene affidata ad uno zio e spedita in Gran Bretagna, nello Yorkshire, a Misselthwaite Manor. Qui, in un maniero con più di cento stanze, circondato da ettari ed ettari di terreni, Mary inizia a prendere consapevolezza di sé: forse, se sta antipatica a tutti e tutti le risultano odiosi, ci sarà qualcosa dentro di lei da cambiare, qualcosa che può essere migliorato, trasformato.
Martha, una ragazza che le fa da cameriera, comincia a parlarle di un misterioso giardino segreto, dove, circa dieci anni prima, è avvenuto un drammatico incidente che ha gettato Misselthwaite Manor e i suoi abitanti nella tristezza. Lo zio di Mary, Archibald Craven, è un uomo molto strano: non vuole vedere la nipote e quasi si disinteressa della sua esistenza, salvo provvedere generosamente a tutti i suoi bisogni materiali. Il signor Craven trascorre lunghi mesi all'estero e non vuole che alcuno possa più entrare nel giardino dove un tempo era stato felice: ha fatto chiudere la porta con una chiave, che poi è stata seppellita sotto terra.
Mary, attratta dal giardino ed aiutata dai consigli di Martha, comincia ad uscire fuori, a fare delle amicizie con esseri umani ed animali. L'energia vitale che si sprigiona dalla natura la salverà e con lei salverà anche un altro bambino, reso collerico e malato dall'indifferenza e dalla solitudine in cui ha dovuto vivere fino a quel momento.
Una lettura che ha il sapore della fiaba, densa di buoni sentimenti, di fiducia e ottimismo. Si può cambiare se veramente lo vogliamo, si può essere felici se la smettiamo di pensare soltanto a noi stessi ed iniziamo ad interessarci agli altri, alla natura, agli animali, alle piante. Solo così potremo sentire la forza vitale che pervade ogni cosa e trasformarla in una splendida magia.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Ai bambini e ragazzi di circa dieci, undici anni. A tutti gli adulti a cui piacciono le fiabe, le storie semplici ma profonde.
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Storie di donne

Un sapore amaro caratterizza i vari racconti che compongono questo scritto di Anita Nair, piccole narrazioni che raccontano storie di donne: donne abbandonate, insoddisfatte, sottomesse, donne vittime di violenza, perseguitate, abusate, ma anche donne coraggiose, indipendenti, talentuose.

Il romanzo presenta una struttura un po' particolare: tutto inizia e ruota attorno alla storia di Srilakshmi, che si svolge in India nel 1965; lei è una donna apparentemente appagata, ha raggiunto fama e notorietà come scrittrice, nello stesso tempo è una scienziata, una zoologa che insegna al college. In realtà Srilakshmi è una donna sola, ha rifiutato di sposarsi a 16 anni come hanno fatto le sue sorelle, ha voluto studiare, non ha voluto essere al servizio di un uomo per poter inseguire i suoi autentici desideri. Ha raggiunto il suo obiettivo ma al prezzo di essere continuamente giudicata, in una società ancora fortemente patriarcale e maschilista. Non ha voluto seguire le regole che le avrebbero imposto un marito scelto dalla famiglia, di conseguenza, secondo la morale comune, adesso deve rinunciare completamente all'amore. Così, in un giorno feriale, un lunedì limpido e luminoso, si toglie la vita. La sua anima però non è libera di raggiungere un Aldilà o di reincarnarsi in qualche altra creatura; il suo spirito rimane intrappolato in questo mondo e, per ragioni che non voglio svelare a chi eventualmente vorrà leggere il libro, si ritrova, molti anni dopo la morte, in un albergo di lusso dei giorni nostri, il “Near the Nila”. É in questo hotel che il fantasma di Srilakshmi entra in contatto con le storie di quelle donne di cui parlavo inizialmente. Ed è per questa particolare struttura narrativa che, con “Sapore amaro” possiamo leggere sia un romanzo breve -la storia di Srilakshmi- sia una raccolta di racconti, che ci narrano le vicende di diverse donne, protagoniste di storie difficili, aspre, tormentate, penose, che hanno a che vedere con la condizione femminile.

C'è Urvashi, una donna di mezza età, benestante, insoddisfatta del proprio matrimonio, che viene perseguitata dal suo amante. C'è Najma, giovane insegnante deturpata con l'acido da un uomo che era stato da lei rifiutato. C'è la piccola Megha, bambina di 6 anni violentata da un pedofilo. C'è Brinda, straordinaria campionessa di badminton che ha sacrificato l'infanzia e l'adolescenza per le vittorie sportive. C'è Liliana, una ragazza italiana la cui vita rischia di andare in pezzi dopo aver fatto una sciocchezza ad una festa che è stata ripresa e diffusa su internet. E non è finita qui. Ci sono altre storie, altre vite di donne che vengono raccontate.

In conclusione quindi, una lettura apparentemente poco impegnativa ma in realtà molto stimolante per chi è interessato alla questione femminile nel mondo odierno. Un romanzo che permette di entrare in contatto con alcune storie molto attuali e molto tristi e che lascia un retrogusto particolarmente amaro. Amaro come il sapore di una vespa, inghiottita da una bambina troppo ingenua ed orgogliosa pensando di poter gustare miele dolcissimo e che invece lascia in bocca un gusto particolarmente acre.

«Una mattina, mentre mi trovavo presso l'alveare, una delle api si lanciò contro di me emettendo un forte suono iroso. Come mi si avvicinò, aprii la bocca. L'ape ci volò dritta dentro e io l'addentai, pronta a ricevere il miele di cui la sapevo piena.
Non avevo mai sentito un sapore tanto fetido e acre. [...]»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi è interessato alla condizione femminile.
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    01 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Cem tra Edipo e Sohrab

Cem è un ragazzo di 17 anni quando si reca ad Öngören come apprendista di Mahmut Usta per la costruzione di un pozzo. Il giovane è stato costretto a lavorare durante l'estate per guadagnarsi un po' di soldi dopo che il padre ha abbandonato lui e la madre, lasciando una ferita profonda nella sua psiche, che va ben al di là delle momentanee ristrettezze economiche. In realtà Cem aveva già iniziato a lavorare come aiutante in una libreria ed il suo sogno per il futuro era quello di diventare scrittore. In quella mitica estate il giovane impara a scavare pozzi, si sente incredibilmente attratto da quella profondità che scende nelle viscere della Terra: la preferisce addirittura al cielo stellato. Nello stesso tempo ne ha paura.

«Il cielo era blu, ma il luccichio delle stelle sembrava aver colorato il mondo di arancione. E io, come seduto su una gigantesca arancia sospesa nello spazio, cercavo invano di addormentarmi nell'oscurità. Anziché levarmi fino al cielo per raggiungere le stelle luccicanti, fantasticavo di penetrare il suolo sul quale ci eravamo sistemati. Ma era giusto?»

Il mastro cavapozzi Mahmut Usta prende subito in simpatia Cem e fra loro si instaura un rapporto che ricorda una relazione padre-figlio: il protagonista ha però sentimenti contrastanti nei confronti del suo vero padre e di conseguenza anche nei confronti di Mahmut Usta. Ad Öngören inoltre Cem si innamora per la prima volta: si tratta di una donna più grande di lui, che fa l'attrice nella compagnia itinerante che si trova nel paese per l'estate. La donna sembra riconoscerlo: cosa potrà mai nascondersi dietro il suo sorriso beffardo ed enigmatico?
Mentre all'inizio la narrazione scorre lentamente e sembra che non succeda niente, improvvisamente la storia ha una svolta, gli eventi si susseguono incalzanti: dopo quell'estate Cem abbandonerà per sempre il sogno di diventare scrittore.

“La donna dai capelli rossi”, romanzo del premio Nobel turco Orhan Pamuk vuole indagare e far riflettere sul rapporto padre-figlio, un tema certamente non nuovo in letteratura. Pamuk infatti ripercorre famosi miti ed antiche favole dell'immaginario collettivo sia occidentale che orientale e li attualizza nella vicenda del protagonista del suo scritto. Attraverso la storia di Cem, che si intreccia alla storia di Edipo e a quella di Sohrab, Pamuk ci porta in luoghi scomodi e spesso nascosti della nostra anima, da esplorare con molta attenzione perché ci procurano fastidio.
Si tratta di un romanzo fortemente simbolico, volutamente psicanalitico. Molto suggestivo il collegamento con la letteratura antica, con l' “Edipo re” di Sofocle e con “Il libro dei re” di Firdusi. Una lettura molto affascinante, forse solo un pochino troppo smascherata l'intenzione di fare alta letteratura da parte dell'autore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Letteratura d'Autore
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Perché le cose succedono come succedono?

Nell'esperienza di ogni lettore ci sono libri che sono piaciuti molto o poco, libri che hanno aiutato a comprendere delle cose, libri che sono stati dimenticati in fretta e altri che invece hanno accompagnato delle riflessioni per anni... E poi ci sono i libri che hai amato, che ti sono entrati nel cuore attraverso la mente e che vorresti leggere e rileggere più volte per ripercorrere quelle emozioni e quei pensieri che ti hanno ispirato: ecco, “Lila” per me può essere annoverato fra questi ultimi.
Siamo nell'Iowa, nella piccola cittadina di Gilead, negli anni successivi alla Grande Depressione, quando una giovane donna di passaggio entra in Chiesa per ripararsi dalla pioggia battente. L'anziano pastore calvinista sta predicando in quel momento, ma all'improvviso incontra lo sguardo della donna: i due si guardano e si vedono, si riconoscono. Da quel momento le loro esistenze saranno toccate inaspettatamente dalla grazia, avranno finalmente la possibilità di gioire del conforto di una famiglia e del calore dell'amore dopo aver vissuto, fino a quel momento, nella solitudine.
“Lila” fa parte della trilogia scritta da Marilynne Robinson, di cui fanno parte anche “Casa” e “Gilead”. In questo romanzo (l'ultimo in ordine cronologico ad essere stato pubblicato) l'autrice si concentra sulla figura della moglie del vecchio predicatore John Ames: è scritto in terza persona e ci racconta, in un originale alternarsi dei piani temporali che seguono i pensieri e i ricordi della protagonista, la storia di Lila. Si tratta di un'esistenza particolarmente segnata da esperienze dure, difficili, a volte incomprensibili. Ma Lila non riesce, non può rassegnarsi alla solitudine, al dolore, alla vergogna, senza sentire il richiamo di qualcos'altro.

«Lui si strinse nelle spalle. - Ma visto che è qui, forse potrebbe raccontarmi qualcosa di sé?
Lei scosse il capo. - Di questo non parlo. É solo che ultimamente mi sono chiesta perché le cose succedono come succedono.»

Lila si pone delle domande, cerca di comprendere il profondo mistero che si cela nella vita di ogni persona. Chi mai potrà arrivare a dare delle risposte convincenti? La stessa fede spesso apre inquietanti interrogativi più che spiegare tutto.
Rimane la dolcezza di un incontro, il conforto dell'amore, la gioia inattesa della maternità, mentre continuiamo a vivere sfiorando soltanto il mistero dell'esistenza.
Una lettura meravigliosa, in grado di regalare emozioni profonde e far riflettere attraverso la sensibilità sapiente dell'autrice.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Letteratura d'autore
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'amore è sempre letale

“La donna giusta” di Sandor Márai narra, attraverso quattro punti di vista, veri e propri monologhi travestiti da dialoghi, un triangolo amoroso sullo sfondo di una Budapest a cavallo tra gli anni precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale: quello che aveva coinvolto un ricco borghese, sua moglie e la donna di cui l'uomo si era perdutamente innamorato prima di sposarsi, un amore impossibile che non rimane impossibile per sempre.

Dopo aver letto “Le braci”, che considero un vero e proprio capolavoro, devo ammettere che quest'altra opera del famoso scrittore ungherese non mi ha convinta completamente.
Il testo è composto da quattro parti: originariamente Márai, nel 1941, aveva dato alle stampe il libro con solamente le prime due parti, quelle che raccontavano il punto di vista della prima moglie e del ricco borghese. Nel 1949 lo scrittore aggiunse il terzo monologo e nel 1980 fece pubblicare il libro con l'aggiunta di questo terzo punto di vista rielaborato e dell'epilogo.
Ebbene, sinceramente, ho sentito queste ultime due parti come vere e proprie “aggiunte”, giustapposizioni fin troppo artificiose ad un romanzo che nella prima parte, invece, mi era piaciuto molto. É evidente che la Vita e la Storia si sono messe in mezzo e Márai ha ritenuto opportuno aggiungere pagine e pagine (troppe, secondo il mio modesto parere) per ampliare la narrazione con elementi di critica al regime ungherese di quel periodo storico e riferimenti alla sua situazione biografica. Non discuto il valore intrinseco di queste aggiunte e posso senz'altro capire le motivazioni dell'autore ma quello che mi chiedo è: non poteva elaborare e sviluppare queste idee in un altro romanzo? Ho trovato le ultime due parti veramente lunghe, prolisse e un pochino pesanti.

Detto ciò, “La donna giusta” rimane una lettura interessante e che fornisce ottimi spunti di pensieri da rielaborare. Vengono trattati i temi cari all'autore: la passione amorosa, il tradimento, l'amicizia, con l'aggiunta di una riflessione più approfondita su classi sociali e cultura.
Esiste davvero la persona giusta? É possibile sentirsi appagati e pienamente soddisfatti dalla propria condizione familiare e sociale, se pure queste sono delle ottime condizioni? No, sembra rispondere l'autore attraverso il punto di vista di uno dei suoi personaggi.

«E improvvisamente ho capito che non c'è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun'altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c'è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c'è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l'unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce [...]»

Esiste soprattutto, direi, l'insoddisfazione. Un male di cui sembrano soffrire tutti i personaggi di questo romanzo: la prima moglie perché sente di non essere amata veramente, il ricco borghese perché si sente intrappolato nella sua vita che somiglia ad una prigione dorata, l'altra donna, perché non arriva mai a comprendere né ad amare il marito e tende a cercare (anche lei) sempre altro. Insofferenza, noia, frustrazione, si stendono come una coperta sopra la vera natura dell'uomo, sui suoi istinti primordiali che, se seguiti fino in fondo, non possono che portare comunque all'infelicità. La passione non può che essere sofferenza, eppure l'uomo non si può sottrarre alla sua forza devastante.

«E ora sto per dirti una cosa, nel caso non la sapessi già: l'amore, quello vero, è sempre letale. Mi spiego meglio: il suo scopo non è la felicità, l'idillio fino a che morte non ci separi, le romantiche passeggiate mano nella mano, sotto i tigli in fiore, attraverso i quali si intravede la fioca luce del lampione che illumina il portico, finché appare la casa che ti accoglie avvolgendoti con i suoi freschi effluvi... Questa è la vita, non è l'amore. L'amore è una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante. Sai, quando ormai non si vuole più nulla per sé, quando non si cerca l'amore per essere più sani, più tranquilli, più appagati, ma si vuole soltanto per essere, in modo totale, anche a costo di perire. »

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Luglio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Robin e Cormoran

Bianco letale” è il quarto romanzo della serie dei gialli con protagonista Cormoran Strike, scritti da J.K.Rowling, che ha scelto di firmarsi con lo pseudonimo di Robert Galbraith.
Si tratta, anche in questo caso, di un giallo classico: l'intreccio è abbastanza complesso ma si riesce a seguire senza difficoltà.
Rispetto al precedente volume, che virava più al noir, ho notato che stavolta la Rowling ha di nuovo messo al centro il tema dell'investigazione e della risoluzione dell'enigma, più che indugiare su particolari violenti e raccapriccianti. Detto questo, non pensate che si tratti di un romanzo anche tendenzialmente lento o con poco ritmo: la Rowling è stata bravissima a dare alla narrazione un andamento estremamente coinvolgente, in cui si susseguono i colpi di scena e lasciano spazio ad un finale ricco di adrenalina. Il risultato è che le quasi 800 pagine del romanzo scorrono con la leggerezza di un soffio di vento.
Inoltre, in questo quarto capitolo assume ancora più importanza la relazione tra Cormoran e Robin , si delinea chiaramente l'attrazione fra loro, un connubio professionale che dilaga in sentimenti ben più profondi, ma che i due protagonisti, bloccati da una serie di malintesi, emozioni inespresse, parole non dette e partner sbagliati, fanno fatica ad ammettere.
Nella Londra delle olimpiadi del 2012 Cormoran viene assunto dal ministro della Cultura, Jasper Chiswell, che circa 6 anni prima aveva compiuto un'azione che all'epoca non era contro la legge, ma in quel momento invece lo era diventata, e per la quale viene ricattato da un losco personaggio dell'estrema sinistra, Jimmy Knight, in combutta con Geraint Winn, marito della ministra dello Sport, Della Winn. Negli stessi giorni Strike viene raggiunto nel suo studio da un ragazzo psicotico, Billy Knight, fratello dello stesso Jimmy che ricattava Chiswell, e, in preda ad una crisi emotiva, racconta al nostro detective che, molti anni prima, aveva assistito all'omicidio di un bambino, nella tenuta dei Chiswell, dove lui e la sua famiglia vivevano e dove suo padre lavorava.
Ci sarà qualcosa di vero nella storia di Billy? E come si collega tutto questo con il ricatto fatto a Chiswell? Cosa c'entra il fratello di Billy, Jimmy? E il marito della ministra della Cultura, Geraint Winn, che ruolo ha in tutta questa faccenda?
Il lettore lo scoprirà, seguendo l'indagine di Strike, tra colpi di scena, pedinamenti, travestimenti, ricevimenti dell'alta società e lugubri scavi di probabili tombe di bambini uccisi.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
I precedenti romanzi della serie.
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Mag, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Triste triste triste

Confesso che mi sento un po' a disagio a scrivere la recensione di questo romanzo. Prima di iniziarlo avevo letto solo valutazioni positive: lettori entusiasti e critica unanime sul fatto che fosse un capolavoro. Non avrei mai immaginato che potesse non piacermi... E invece.
Innanzi tutto non sono riuscita a percepire la voce narrante, quella del ragazzino Momò, come autentica. Le sgrammaticature e i termini lessicali volutamente sbagliati non bastano, secondo me, a rendere il fluire dei pensieri di un ragazzo. Il flusso di coscienza del protagonista sembra piuttosto appartenere ad un adulto o anche ad un anziano, che per sembrare bambino storpia le parole. E già questo mi è bastato per non entrare in sintonia con il romanzo.
Di conseguenza, anche il contenuto non l'ho avvertito come estremamente emozionante e coinvolgente, come è invece accaduto agli altri lettori. E' vero, è una storia triste. É una storia tristissima: una storia di abbandono, di solitudine, di vita degradata e rinnegata ai margini della società. É la storia di un amore: quello fra l'orfano Momò e la donna che lo ha cresciuto, tenendolo in casa inizialmente in cambio di soldi, Madame Rosa.
Il messaggio del romanzo è evidente e molto bello: può nascere affetto anche nelle situazioni più difficili. A volte le persone che si trovano ai gradini più bassi della scala sociale hanno un'umanità ed una sensibilità straordinarie. L'amore filiale non si prova a comando verso i genitori biologici ma verso le persone che si sono prese cura di noi. Tutti concetti espressi in questo romanzo che sinceramente apprezzo e condivido appieno. Di solito amo questo tipo di storie, che mirano alla nostra empatia e fanno leva sulla nostra sensibilità. Stavolta purtroppo qualcosa non ha funzionato: probabilmente non riuscendo a cogliere come autentica la voce narrante non è scattato il meccanismo empatico che ci fa entrare nel romanzo e soffrire e gioire insieme ai personaggi.
Alla fine così ho trovato “La vita davanti a sé” fastidiosamente deprimente, infarcito di luoghi comuni e forzatamente buonista. Ovviamente è solo la mia personale opinione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Storia e biografie
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Mag, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Mogli, madri, amanti di re

Nella Francia dell'età moderna le donne non avevano certo una vita ricca di possibilità ed appagante. Non dimentichiamoci che il genere femminile ha subito per secoli discriminazioni ed abusi: siamo state considerate a lungo stupide, inadeguate a svolgere un qualsiasi incarico pubblico di responsabilità e potere. Le donne venivano ritenute esseri umani di serie B, persone da sottomettere completamente all'autorità maschile che non avevano né libertà personale né una propria identità giuridica: erano semplicemente figlie, mogli, vedove. Soltanto quest'ultima condizione, quella della vedovanza, poteva garantire una minima autonomia civile.
É in questo contesto che si dipana la splendida narrazione di Benedetta Craveri, illustre studiosa di Letteratura francese, che, con una prosa vivace ed un'accurata documentazione storica, ci racconta la biografia di molte mogli, madri ed amanti di re di Francia durante l'Antico Regime. Mogli, madri ed amanti: mai regine esse stesse, perché in Francia, durante l'età moderna, vigeva la legge salica, per cui le donne erano escluse dalla successione al trono, che poteva avvenire soltanto attraverso la linea di discendenza maschile.
Quale poteva essere allora in questa situazione storico-sociale, “il potere delle donne”? Possiamo facilmente immaginarlo e sicuramente dopo aver letto questo saggio lo avremo chiarissimo: il potere di una madre nei confronti di un figlio, il potere di un'amante nei confronti del suo uomo: riuscire a farsi amare, a farsi desiderare, stimolare il maschio intellettualmente, sessualmente o emotivamente con lo scopo di acquisire una posizione di preminenza, specialmente nel caso in cui questo maschio fosse socialmente e politicamente importante come un re.
Benedetta Craveri ci accompagna così in un percorso di conoscenza di queste figure femminili che, attraverso le loro azioni hanno provato quanto poco fondamento avessero in realtà le teorie discriminatorie che le volevano, in quanto donne, incostanti, incapaci, irrazionali.
Ogni capitolo è incentrato su una di queste protagoniste della storia della monarchia francese: si va da Caterina de' Medici, che nel 1533 andò in moglie a Enrico d'Orléans, fino ad arrivare a Maria Antonietta, giustiziata il 16 ottobre 1793 nel pieno della Rivoluzione francese, passando per Margherita di Valois, Gabrielle d'Estrées, Maria de' Medici, Madame de Montespan, Madame de Maintenon e molte altre.
Una lettura lettura interessantissima e molto piacevole, che mi ha lasciato però una riflessione amara in testa: la consapevolezza dei secoli in cui noi donne siamo state discriminate. Infatti l'unico modo per contare qualcosa nella società era comunque subordinato all'affetto o al desiderio di un uomo. Molto triste, secondo me.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Mag, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Le cose cambiano

Quinto capitolo di avventure per la ghostwriter Vani Sarca.
Enrico Fuschi, antipatico ed insopportabile editore capo delle prestigiose Edizioni l'Erica, è scomparso. Vani, il commissario Berganza, Riccardo, la storica segretaria di Enrico, Antonia, e l'improbabile redattrice ancora in fase di stage, Olga, sono preoccupati da morire. Vani, in particolare, è scossa dal senso di colpa. Enrico si sarà suicidato? Ma dove sarà andato a finire? Fra una falsa pista ed un'intuizione geniale, Vani e Berganza intraprenderanno una informale ma serratissima caccia alla persona scomparsa, che li porterà fino a Londra e poi nelle Langhe, ma soprattutto li condurrà a scoprire le motivazioni passate che hanno spinto Enrico a diventare quello che è, ossia una persona estremamente antipatica ed insopportabile ma capace di compiere gesti di generosità e bontà.
Alice Basso costruisce quest'ultimo romanzo della serie facendo funzionare magistralmente il meccanismo che combina ironia e suspense, che è stato alla base di tutta la serie con protagonista la ghostwriter Vani Sarca. Mentre però leggendo il romanzo precedente, “La scrittrice del mistero”, avevo avuto qualche perplessità rispetto al modo in cui nella storia principale veniva ad essere inserito il giallo, stavolta mi è sembrato che tutto si incastrasse in modo perfetto. Quest'ultimo romanzo mi ha convinta pienamente, l'enigma da risolvere invoglia la lettura e nello stesso tempo fa un affondo significativo nella vita di uno dei personaggi principali della narrazione. Il lettore è coinvolto, è tenuto col fiato sospeso, vuole sapere come andrà a finire e intanto si lascia intrattenere dalla prosa brillante e squisitamente ironica di Alice Basso. Se siete alla ricerca di un thriller o di un giallo intricato e dalle atmosfere noir però tenetevene alla larga, perché una delle caratteristiche principali di questo romanzo è l'umorismo.
Ormai Vani non è più quella di un tempo, quella che si lasciava scivolare tutto addosso, l'asociale alla quale non importava (almeno apparentemente) di niente e di nessuno. L'abbiamo seguita nel corso di questi romanzi e l'abbiamo vista intessere relazioni importanti. Ha trovato il vero amore dopo una brutta delusione, ha trovato dei veri amici. Ha formato ciò che può essere chiamato “famiglia”, anche se non con i suoi consanguinei – eccetto sua sorella Lara, con la quale ha ritrovato un certo legame. Adesso è il momento di cambiare, di evolvere: nella vita, come nei romanzi d'avventura, le cose cambiano. A volte il cambiamento fa soffrire, non ci piace, ci mette a terra, ma bisogna imparare ad accettarlo e affrontarlo senza eccessiva paura, cavalcando l'onda e non facendocene sommergere, soltanto così la trasformazione può essere positiva e portarsi dietro bellissime novità.
Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, capace di far trascorrere delle ore piacevolissime fra risate e una genuina voglia di sapere come si concluderà la vicenda. A impreziosirlo agli occhi di un appassionato di letteratura, il fatto che sia anche un libro che parla di libri in modo colto, brillante e divertente. Ci mancherai, Vani Sarca!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ha letto i precedenti romanzi della serie.
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Aprile, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Si può perdere un paese

« -Nessuno ti ha trasmesso l'Algeria. Cosa credevi? Che un paese passa nel sangue? Di avere la lingua cabila nascosta da qualche parte nei cromosomi e che si sarebbe risvegliata quando avessi messo piede in questa terra? »

“L'Arte di Perdere” di Alice Zeniter è un romanzo denso, corposo, voluminoso, che racconta la storia di una famiglia che è stata costretta a lasciare la propria terra ed ha dovuto fare i conti con l'abbandono delle proprie radici.
La narrazione si apre in Algeria, anzi, precisamente in Cabilia, negli anni Cinquanta del Novecento: in questa prima parte del romanzo il protagonista è Alì, primogenito e capofamiglia, che, per un caso fortuito, comincia ad arricchirsi e a diventare benestante nel suo piccolo villaggio. Dopo la fine della seconda guerra mondiale l'Algeria comincia a rivendicare l'indipendenza: Alì e la sua famiglia si trovano nel mezzo di un conflitto sanguinoso e difficile. Da entrambe le parti vengono commessi abusi e violenze nei confronti della popolazione civile ed Alì, spinto ancora una volta dal caso, dalla sorte, si ritrova dalla parte sbagliata: dalla parte dei perdenti. Dovrà lasciare l'Algeria e rifugiarsi in Francia. Nella seconda parte del romanzo il protagonista diventa Hamid, primogenito di Alì, nato in Algeria ma costretto a fuggirne da bambino. Hamid si scontrerà con tutte le classiche problematiche degli immigrati: la sua famiglia, ricca e potente nel villaggio in Cabilia, si trasforma in Francia in persone che appartengono al gradino più basso della scala sociale. In più, Hamid è tormentato dalla condizione di harki, di traditori, che lui e i suoi rivestono rispetto agli altri immigrati algerini: la sua risposta è quella del rifiuto più totale nei confronti delle sue origini e anche, fino ad un certo punto, della sua stessa famiglia. La terza parte del romanzo ha infine una protagonista femminile, Näima, una delle figlie di Hamid. Lei si sente francese al cento per cento, eppure in qualche modo è attratta dall'idea di riscoprire le proprie origini.
Si tratta di un romanzo che permette di addentrarsi nelle pieghe della storia della guerra di liberazione dell'Algeria in modo forse un po' più piacevole che se leggessimo un saggio. L'autrice si è documentata benissimo e sicuramente si tratta di una lettura di qualità. Purtroppo non posso dire lo stesso riguardo al coinvolgimento emotivo, che personalmente ho provato poco. Mi è sembrata una storia un pochino fredda, non sono riuscita ad entrare in empatia con nessuno dei personaggi della prima parte del libro. Un po' più di coinvolgimento l'ho provato nei confronti di Hamid e Näima, ma anche qui mi è sembrato che l'autrice volesse realizzare il romanzo perfetto e scrivere proprio quello che ci si aspettava che avrebbe scritto, quindi mi sono sentita poco presa dalla lettura e un po' annoiata. In conclusione, un romanzo che consiglio, anche se ha deluso in parte le mie personali aspettative, che forse erano eccessivamente alte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Aprile, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'ultima estate di Dad Lewis

Nel corso di una lunga e calda estate seguiamo Dad Lewis verso il suo ultimo giorno di vita. Dad è un anziano settantasettenne, vive a Holt, immaginaria cittadina del Colorado, dove Kent Haruf ambientava tutte le sue narrazioni. Ad accompagnarlo in questi ultimi giorni di vita ci sono la fedele moglie Mary e l'amata figlia Lorraine. Ad accompagnarlo ci sono anche i fantasmi di ricordi e persone che sono per lui rimpianto o rimorso: in primo luogo il figlio Frank, che non è lì, un'assenza che pesa sul cuore anche se il vecchio burbero non vorrebbe ammetterlo. Le giornate scorrono pigramente ad Holt, e l'esistenza di Dad viene in contatto con le signore Johnson, Willa ed Alene, madre e figlia, brave e generose, che vivono con il loro carico di rimpianti e fierezza, con la piccola Alice, che ha da poco perso la madre per un cancro al seno ed ora vive con la nonna, Berta May, la vicina di casa della famiglia Lewis, con il nuovo pastore, Lyle, che vive la sua missione attraverso l'adesione ai valori evangelici in modo un po' troppo estremo, almeno per gli Stati Uniti in guerra contro il terrorismo.
Vorrei citare la nota del traduttore, Fabio Cremonesi, alla fine del testo : “Ci sono libri che fanno entrare nel nostro campo visivo cose che prima non c'erano e altri libri, più rari, meno appariscenti, che fanno vedere cose che avevamo già sotto gli occhi senza saperlo. Benedizione è uno di questi ultimi e lo è in tutto e per tutto, per le storie che racconta e per il modo in cui le racconta: [...]” Esatto. É proprio quello che potrete leggere aprendo “Benedizione”: esperienze che abbiamo provato tutti, relazioni caratterizzate dalla fiducia, dall'amore, dall'incomprensione, dal rimorso... così umane, vivide e reali che possiamo emozionarci, piangere e sentire pena o vicinanza per questi personaggi immaginari. Una prova grandissima per uno scrittore ed un'autentica soddisfazione per un lettore. Infine, un'ultima osservazione sullo stile di Haruf, così semplice ed essenziale ma così particolare, così efficace nel descrivere ambienti e situazioni e così perfetto nei dialoghi: uno stile fra i migliori in cui mi sia imbattuta. Una lettura bellissima che consiglio ai pochi che non conoscono Kent Haruf e non sono ancora mai stati ad Holt.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    22 Aprile, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Ventoteneide

A coloro che pensano che la Letteratura italiana contemporanea di qualità sia finita e che per questo leggono soltanto classici o autori stranieri, vorrei consigliare questo libro. Soprattutto a chi apprezza il romanzo storico.
Siamo a Ventotene, isola in cui, durante il fascismo, venivano confinati gli oppositori al regime. C'erano socialisti, comunisti, sostenitori di Giustizia e Libertà, anarchici... Centinaia e centinaia di persone confinate in una piccola isoletta circondata dal mare, private della libertà perché avevano osato mettere in dubbio in qualche modo il fascismo, perché avevano, in una maniera o in un'altra, continuato a pensare con la loro testa e non si erano fatti zittire e piegare dalla dittatura. Una situazione certamente difficile da sopportare. Eppure la concentrazione di tante menti pensanti, di tante persone coraggiose pronte ad affrontare prove durissime pur di opporsi al fascismo generò comunque qualcosa di positivo: l'opportunità di confrontare idee, di farsi animare da miti personali e da fantasie, che contribuirono sicuramente alla rinascita di un'Italia e di un'Europa diverse.

«Alle proibizioni del libretto rosso se ne aggiungevano altre, in base al capriccio dei militi o del direttore. […]
Eppure, si pensava e si creava. Pasta-e-fagioli aveva concentrato lì molte tra le menti migliori nate nei primi vent'anni del secolo. Il regime non poteva pretendere che quei cervelli smettessero di funzionare. Nonostante le restrizioni, la censura, le angherie, quelle menti si influenzavano a vicenda.
E così, a Ventotene c'era più libertà di pensiero che nel resto d'Italia.
Tanta che poteva dare alla testa. »

Il narratore e protagonista della vicenda è un giovane originario di Ferrara, Erminio Squarzanti,
che non è riuscito a laurearsi in Lettere proprio a causa delle sue idee antifasciste. Erminio aveva già pensato alla tesi, “I mari Adriatico, Ionio e Tirreno e gli arcipelaghi d'Italia nei miti greci”, ma le sue argomentazioni, pur riguardando la Letteratura greca, erano troppo lontane dalle idee che potevano risultare gradite ai fascisti. E così, invece di laurearsi, era giunto sull'isola di Ventotene come confinato politico. Lì conosce molti antifascisti, alcuni, come Sandro Pertini, diventano per il giovane punti di riferimento. Occorreva infatti continuare a sperare e non abbattersi, perché il momento in cui sarebbero stati rilasciati e avrebbero potuto dare il loro contributo attivo ad un'Italia non più fascista, sarebbe arrivato presto.
Una mattina del novembre 1939 arrivò sull'isola un fisico romano, Giacomo Pontecorboli. Spossato dall'infelice condizione di confinato, Giacomo aveva attirato fin da subito l'attenzione di Erminio, che vi aveva riconosciuto alcuni tratti della sua stessa personalità. Quando Giacomo, dopo qualche tempo, racconta una storia del tutto assurda che sembra uscire dal romanzo di Wells, “La macchina del tempo”, Erminio e gli altri compagni non gli credono, ma poi... Forse la storia di Giacomo, al pari della storia di Erminio, non deve essere creduta, ma solo interpretata.

«Immaginarla era una cosa: l'essere umano può immaginare l'irreale, vedere il mai avvenuto, è questo a distinguerlo dagli altri animali. Non solo questo, certamente, ma anche. Ascolti una favola e vedi il lupo che parla con l'agnello, la rana invidiosa del bue, la sfida tra la lepre e la tartaruga. Leggi un romanzo e vedi i personaggi mai vissuti amarsi, combattere, tradirsi, morire. Leggi l'Odissea e vedi Atena assumere le sembianze di Mente, di Mentore, di Telemaco...
Immaginarla era una cosa. Ma crederla vera, quella scena con la macchina del tempo, era un altro paio di maniche.»

Non ha importanza se le storie di Giacomo e di Erminio siano reali o soltanto immaginate: sono delle metafore del pensiero dei dissidenti, di chi non voleva conformarsi al regime. A Ventotene il tempo scorreva davvero più velocemente perché le idee di chi non voleva arrendersi al fascismo e voleva costruire un futuro diverso aprivano il tempo stesso a nuove possibilità.

«Noi siamo come Pirra e Deucalione. Trascorremmo anni su un'arca nel Tirreno, mentre un diluvio sommergeva il vecchio mondo. Quando fu il momento di scendere, venne ad accoglierci Atena, dea delle guerre per giusta causa. Le chiedemmo nuovi compagni e compagne, per riprendere la lotta. Lei ci fece gettare in aria una pietra dopo l'altra, e le colpì col suo scudo.
Dopo il diluvio, la Resistenza.
Ogni pietra un partigiano. »

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Aprile, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La perdita della memoria

Il romanzo “Il tunnel” di A.B.Yehoshua si apre nel bel mezzo di un colloquio fra medico e paziente: Zvi Luria, settantatreenne ex ingegnere stradale, accompagnato dalla moglie, sta facendo decifrare l'immagine di una risonanza magnetica al neurologo. Purtroppo non ci sono dubbi: è stata rilevata un'atrofia del lobo frontale, con probabile degenerazione neuronale... insomma: demenza senile, perdita della memoria. Zvi e la moglie sono molto preoccupati, li attende un percorso lungo e doloroso. La loro reazione al responso del medico però non è di cieca disperazione, di autocommiserazione o di completa perdita di ogni speranza. Il medico suggerisce a Luria di cercare di rallentare la malattia attraverso la giusta disposizione di spirito: mantenersi attivo in ogni senso, non fuggire la vita ma, al contrario, cercarla, sguazzarci dentro.
E questo è proprio ciò che l'anziano ingegnere farà nel corso del romanzo. Forse la sua malattia non è qualcosa di completamente negativo, forse, in fondo in fondo, lo può liberare dalla scorza di razionalità e doveri che lo ha avviluppato e protetto da sempre. Da adesso in poi Luria dovrà trovare dei percorsi alternativi per continuare un'esistenza che si sta profondamente trasformando ma che non è ancora finita. Dovrà imboccare un tunnel oscuro, attraversarlo ed arrivare dall'altra parte per ritrovare la luce, per mettere in collegamento le due parti della sua vita: quella prima e quella dopo la malattia.
Luria infatti, su suggerimento della moglie, ricomincia a lavorare: viene preso come assistente non retribuito da un giovane ingegnere stradale figlio di un vecchio collega che si sta spegnendo a causa di un tumore. L'uomo, che si chiama Assael Maimoni, deve progettare una strada segreta nel deserto per conto dell'esercito e per realizzarla dovrà far approvare la costruzione di un tunnel: è necessario evitare ad ogni costo che venga spianata una certa collina, perché è il rifugio di una famiglia di profughi senza identità, non più palestinesi, non ancora israeliani. Il giovane ingegnere chiede aiuto a Luria e lo coinvolge nel lavoro: grazie alla sua esperienza e rispettabilità l'anziano può ancora dare un contributo rilevante, nonostante la demenza.
Il romanzo di Yehoshua tratta diversi temi: senza dubbio il tema della malattia è centrale in quest'opera. La malattia del protagonista è infatti accompagnata dalla descrizione di altre malattie che colpiscono anche altri personaggi. Come si affronta la progressiva perdita di fondamentali abilità fisiche e psichiche? É possibile continuare a vivere senza sprofondare nel baratro della disperazione? La risposta che dà l'autore sembra essere positiva: il romanzo infatti, pur affrontando un tema tanto triste, non è pervaso dall'angoscia e dall'oscurità ma anzi dalla dolcezza, dall'ironia, dalla delicatezza. Come se volesse trasmettere comunque un messaggio di speranza: nonostante le sofferenze e le contrarietà, è ancora possibile la condivisione, la tenerezza, l'affetto, che possono davvero fare la differenza nel destino dell'essere umano.
Come sempre nelle sue opere l'autore tratta le tematiche prese in esame sia da un punto di vista individuale che collettivo; per Yehoshua infatti l'essere umano non può essere scisso dal contesto storico sociale e geopolitico in cui vive. Così, anche ne “Il tunnel” ci sono riferimenti alla situazione israeliana ed al conflitto con i palestinesi. Ad esempio, di fronte alla malattia tutte le persone sono soltanto esseri umani, tutte le differenze e le ostilità sembrano annullarsi e dissolversi. E forse una perdita della memoria in alcuni contesti socio-politici non sarebbe così negativa, in quelle situazioni in cui l'identità di un popolo o di un gruppo viene strumentalizzata per rimarcare i conflitti e le differenze, mentre sarebbe desiderabile cercare un collegamento, una via di comunicazione, un tunnel.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti di viaggio
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Mobilitare il coraggio contro la retorica della pa

Paolo Rumiz racconta, in questo libro di non fiction, un itinerario dell'anima: un pellegrinaggio interiore che l'ha portato sulla via dei monasteri benedettini per riscoprire le radici autentiche dell'Europa.
Un giorno di qualche anno fa infatti, mentre sta compiendo un cammino nei luoghi del terremoto appenninico, arrivando a Norcia vede, tra le rovine, la statua di San Benedetto. É incredibilmente intatta tra le macerie e porta la scritta «San Benedettino. Patrono d'Europa». Per Rumiz è una specie di folgorazione, un segno da cogliere: in un'Europa tartassata dai nazionalismi di ritorno, che si sta chiudendo in se stessa e rifiuta l'accoglienza degli Ultimi, in un'Europa xenofoba e razzista dominata dalla paura, che fine ha fatto il messaggio di San Benedetto? Quel messaggio che mette al centro l'ascolto, l'accoglienza, il lavoro e lo studio che hanno come fine quello di celebrare lo splendido Creato e quindi Dio, l'operosità buona che riesce a cogliere i doni dall'ambiente senza distruggerlo, la letizia che nasce in un'esistenza che non nega la spiritualità ma anzi la comprende e la vive appieno?

«Un vento profumato penetrava le rovine e io sentivo che nel mio mondo parole chiave come silenzio, dedizione, spirito di sacrificio erano state liquidate o avevano smarrito il loro senso. La stessa parola “Europa” si era perduta. I fondamenti della cultura cristiana – compassione e solidarietà- erano diventati un reato. Sulla pelle dei disperati, un'intera classe politica faceva le prove generali di una spietatezza che sicuramente sarebbe ricaduta sui nostri figli, ma noi eravamo incapaci di accorgercene.»

Rumiz pensa quindi di andare di persona a visitare diversi monasteri benedettini, in Italia, Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Ungheria, per ritrovare lo spirito che ha guidato il monachesimo e comprendere quanto da quello spirito possiamo ancora oggi trarre insegnamento e ispirazione per muoverci in un presente piuttosto fosco.
Anche i primi monaci benedettini vissero in un'epoca molto difficile: l'impero romano d'Occidente era caduto e i territori italici erano circondati ed attaccati da popolazioni violente e bellicose. Ebbene, che cosa hanno fatto i benedettini in questa situazione? Si sono aperti all'altro, l'hanno ascoltato e accolto: hanno praticato la solidarietà, il lavoro manuale, lo studio e la lettura, la carità. In questo modo hanno conquistato i conquistatori, li hanno convinti a diventare cristiani ed a far parte del loro mondo. In questo modo è nata l'Europa.
Il destino dell'Europa, secondo Rumiz, non può essere altro che questo: accoglienza, integrazione, solidarietà e democrazia. Il destino dell'Europa è scritto nella sua posizione geografica, una penisola che dall'Asia si protende verso l'Oceano Atlantico: nella storia è sempre stata il punto d'arrivo di migrazioni di popoli che, non potendo attraversare il mare, si sono stanziati qui.
L'Europa è un'anomalia democratica stretta fra giganti che vorrebbero toglierla di mezzo. La salvezza dell'Europa non può che essere rappresentata dall'unione e non certo dal riaffiorare di sterili nazionalismi.

« “[...] Basta guardare le mappe per capire che in tanti vorrebbero toglierci di mezzo. Sono riuscito a spiegarlo persino ai bambini delle elementari. Ho disegnato per loro l'Europa alla lavagna con intorno i pericoli che la minacciano. A nord, le lusinghe di Putin. A est, il focolaio mai spento dei Balcani e dell'Ucraina, i reticolati, i nazionalismi etnici, le mire della Cina. A ovest, i dazi di Trump, l'autolesionismo di Brexit, la Catalogna. A sud, il mare dei naufraghi, l'islamismo violento, le dittature, la guerra, le bombe sui civili. Mai nella storia abbiamo avuto tanti problemi in comune, ho detto ai piccoli scolari. Poi ho chiesto: 'In mezzo a tutto questo, voi cosa fate? Restate uniti o vi dividete?'. 'Uniti, uniti!' hanno gridato. Lo capiscono anche i bambini. L'Europa delle nazioni invece, anziché compattarsi litiga, alza reticolati, abbatte regole di garanzia, mette in discussione le conquiste democratiche. Rinnega le radici cristiane. Dimentica Benedetto...” »

É necessario quindi mobilitare il coraggio contro la retorica della paura: comprendere e smontare i meccanismi che ci stanno portando all'autodistruzione.
Rumiz scrive un testo luminoso ed illuminante che si muove tra racconto di viaggio, percorso spirituale, lucida analisi della situazione europea attuale. Quasi su ogni pagina mi sono soffermata, ho letto e riletto alcuni passaggi, ammirando la prosa elegante ed efficace, le riflessioni amare ma necessarie, la speranza ferita ma mai abbandonata di un intellettuale che ci costringe ad interrogarci sul presente riscoprendo le nostre radici storiche in modo serio ed appassionato.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La trasformazione di Tara

Tara Westover è cresciuta alle pendici di una montagna nell'Idaho: ultima di sette fratelli, ha avuto un'infanzia ed un'adolescenza molto particolari che ha voluto raccontare nel memoir che sembra un romanzo, “L'educazione”. Adesso Tara è una storica, dopo una laurea alla Brigham Young University, ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia a Cambridge.
La sua è una vicenda sconvolgente e drammatica ma anche bellissima perché ci racconta di una persona dalla forza e dal coraggio straordinari e ci ricorda quanto l'educazione, l'istruzione e la conoscenza siano potenti ed abbiano la facoltà di risollevarci da una vita misera ed infelice. La luce della ragione che finalmente rischiara un'esistenza ottenebrata dalle false credenze, dal fanatismo religioso e dalla superstizione: Tara ha vissuto nella sua giovane vita ciò che ha caratterizzato l'evoluzione del pensiero occidentale in secoli di storia.
Cresciuta in una famiglia di mormoni integralisti, Tara non è mai andata alla scuola pubblica; lei ed i suoi fratelli non potevano andare all'ospedale, essere curati da un medico, prendere medicine, avere un certificato di nascita, mettersi la cintura di sicurezza in macchina. Erano guidati da un padre fanatico, probabilmente affetto da disturbo bipolare e da una mamma sottomessa all'autorità maschile. In questa situazione spesso pericolosa, aggravata dalla presenza di un fratello molto violento che la maltratta psicologicamente e fisicamente, Tara riesce a superare l'esame di ammissione al College ed inizia a conoscere tutto ciò che non le era mai stato spiegato durante l'infanzia e la prima adolescenza. A diciassette anni infatti, non ha mai sentito la parola “olocausto” e pensa che l'Europa sia uno stato e non un continente. Comincia a capire che probabilmente non esiste un complotto di federali che vuole uccidere tutta la sua famiglia, come pensava suo padre.
Tara non può fare altro che mettere una distanza fra se stessa e una parte della sua famiglia, è una scelta che diventa inevitabile, necessaria, ma è anche estremamente dolorosa. Ciò che forse mi ha colpito di più nella lettura del memoir, e che lo ha reso autentico nella mia percezione, è stata la narrazione di questa sofferenza nell'essere rifiutata dalla famiglia: l'educazione l'ha liberata ma ha provocato anche dolore. Sarebbe stato enormemente più facile rimanere là sulla montagna: seppellire le violenze sotto tonnellate di negazione e rimozione, fare la brava donna che accetta l'autorità maschile senza discutere, sfornare bambini confidando solo nell'aiuto di Dio e di qualche rimedio omeopatico. Avrebbe continuato ad avere l'affetto e l'approvazione della propria famiglia ed a vivere secondo ciò che le era stato inculcato. Invece no. Tara ha avuto la forza di seguire un'altra strada, di aprirsi al mondo esterno ed alla conoscenza, ha avuto l'incredibile energia che ci vuole per attuare una metamorfosi, una trasformazione. E dopo non era più la stessa ed ha dovuto rimanere fedele a questa nuova Tara, diversa, evoluta, cambiata, grazie all'educazione.

«Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.
Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento.
Io la chiamo un'educazione.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a tutti
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Libri per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    17 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Verso la libertà

Maurizio Quarello ci regala una storia ambientata nel 1945 e che ha a che fare con la sua famiglia: è per questo e perché lui è essenzialmente un illustratore che ci troviamo davanti ad uno splendido silent book, un libro senza parole, in cui parlano soltanto i meravigliosi disegni.
Dicevo che si tratta di una storia che nasce come privata, infatti è la storia dei nonni dell'autore, Maria e Maurizio, che, nel '45, come tutti coloro che vissero in quel periodo storico, affrontavano la guerra. Maurizio era un partigiano e sfidava i rischi e la violenza della lotta antifascista, Maria lo sosteneva da casa attraverso preoccupazione e solitudine.
Vengono così raccontati alcuni episodi significativi di quell'inverno del 1945, quando era necessario far fronte al pericolo, mantenere autocontrollo e sangue freddo, anche nelle situazioni più rischiose e difficili. Finché l'inverno non lasciò il posto ad una timida primavera, la guerra giunse al momento risolutivo: vi furono vincitori e vinti.
Un silent book in grado di comunicare emozioni intense, primordiali. Un testo da leggere e rileggere più volte per notare particolari, sfumature e peculiarità che al primo sguardo possono andare perduti. Una storia semplice ma in grado di metterci di fronte a temi profondi e significativi come il coraggio di combattere per una giusta causa, la drammaticità della guerra, l'umanità che accomuna, alla fine, i vinti e i vincitori.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    17 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Ferdinando e Patrizia

Ferdinando e Patrizia sono una coppia di mezza età che vive a Genova. Non hanno figli, hanno sempre trascorso la loro esistenza insieme mandando avanti una rosticceria. La loro vita quotidiana scorre tranquilla, fra ritmi ed abitudini ormai consolidati e rassicuranti: nessuno dei due vuole cambiare, nessuno dei due cerca l'evoluzione e la trasformazione, sono felici nella loro immobilità. Inaspettatamente però, Ferdinando, per il suo cinquantesimo compleanno vuole un farsi un regalo insolito, vuole chiudere la rosticceria per un paio di giorni ed andare via, concedersi un viaggio. Patrizia non è d'accordo, all'inizio oppone qualche resistenza, poi acconsente. Decidono di andare a Milano, una destinazione forse un po' banale e facilmente raggiungibile, ma dove entrambi non sono mai stati. Così, litigando un po' perché Patrizia ha paura che questa gita possa cambiarli in qualche modo, partono ed arrivano a Milano. Si chiude così la prima parte del romanzo.
Non è difficile immaginare che in quei due giorni succederà qualcosa di sconvolgente (non è difficile anche perché viene tranquillamente spoilerato nella quarta di copertina, impedendo al lettore anche di poter provare quel minimo piacere prodotto da un po' di suspense) e Ferdinando si ritroverà da solo e dovrà prendere atto in modo traumatico e violento che nessuna esistenza può ripetersi sempre uguale a se stessa senza ammettere il cambiamento.
Questo romanzo sinceramente non mi è piaciuto, lo ammetto subito e senza nascondere una certa delusione. Ne avevo sentito parlare benissimo infatti, come di un testo di alta letteratura, di un autore che si discosta dai poveri scrittori italiani contemporanei che scrivono per lo più robetta per vendere, per scrivere romanzi di indiscussa qualità letteraria. Ed infatti non voglio assolutamente smentire tutto ciò, il libro è molto originale, strano. La prosa di Vaccari è sicuramente di qualità, nel senso che usa un registro alto, scrive delle descrizioni che lasciano letteralmente senza fiato: direi che ha uno stile barocco. Purtroppo a me personalmente non piace. Ho faticato nella prima parte a leggere pagine e pagine di inutili descrizioni delle pietanze della rosticceria, pagine e pagine di descrizioni del quartiere Marassi di Genova: va bene, l'autore sa scrivere, mi ripetevo. Ma noi poveri lettori dobbiamo subire tutta questa noia? Solo per dire di avere dei gusti letterari raffinati e di qualità? Come dicevo prima, non fa per me.
Nella seconda parte il testo diventa ancora più difficile da leggere, con delle incursioni (che ammetto di non aver molto capito) nel distopico, ma non troppo. Fino ad un finale assurdo e inaspettato.
Si tratta senza dubbio di un romanzo particolare, scritto in modo altisonante e ridondante, che non si lascia definire in modo schematico, insolito e singolare. Per me lo è stato troppo.


Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Marsiglia e Silke

Quando Silke arriva a Marsiglia è ancora febbraio ma il gelido inverno che trionfava ad Innsbruck sta già lasciando spazio alla primavera. Un insolito vento caldo la accarezza e, piano piano, comincia a sciogliere il ghiaccio che si porta dentro.
Inizia così il romanzo di Nicola Lecca, “I colori dopo il bianco”, che racconta il percorso di crescita e formazione di una ragazza tirolese, Silke, che lascia la natale Innsbruck e una famiglia ricca di denaro ma povera d'amore per sfuggire alla freddezza e all'infelicità. Silke decide di andare a vivere a Marsiglia, una città colorata, pulsante di vita, di desiderio e di speranze, ma anche di sporcizia e violenza, tanto concreta da diventare essa stessa un personaggio del romanzo.
La giovane donna è stanca della perfezione apparente che regna da sempre nella sua famiglia e dopo un episodio che è stato considerato dai suoi genitori particolarmente drammatico e che ha convinto suo padre a cacciarla di casa, Silke ha deciso di iniziare finalmente a vivere a pieno, ha voluto lasciare il freddo e l'ordine esasperato per cercare di raggiungere il mare, l'amore, la felicità.

«È stato allora: è stato in quel momento che ho deciso di andare via dal gelo e di salvarmi.
L'istinto della vita ha prevalso su quello della morte. E, per contrasto, ha evocato palme, sole, mare, allegria e confusione.
Non sarei mai potuta fuggire fra altre montagne.
Volevo andare nel posto più diverso possibile da quello in cui ero stata reclusa.
E così ho pensato al mare: e a Marsiglia.
Proprio come Thomas Bernhard, anch'io ho scelto di andare nella direzione opposta.»

Certo il percorso non sarà così facile, non è mai troppo facile. Ci saranno momenti complicati, momenti in cui la scelta fatta sembrerà sbagliata, oppure troppo pericolosa ed esasperante. Ma Silke è forte e molto coraggiosa e comprende che la vita a volte ci pone davanti a prove dolorose, altre volte invece è generosa e ci offre una miriade di possibilità. Bisogna avere il coraggio di provare ad afferrarle, queste possibilità.
Un romanzo che è come un raggio di sole primaverile: carico di speranza e ottimismo, è in grado di regalarci un momento di benessere, sognando il mare e la felicità.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Storia e biografie
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuti 
 
4.0
Approfondimento 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Un animale diverso dagli altri

Yuval Noah Harari, professore di Storia alla Hebrew University di Gerusalemme, ci regala questo saggio che vuole tracciare una sintesi della storia dell'umanità dalle origini fino ai giorni nostri. Un progetto sicuramente molto ambizioso che Harari porta a termine in modo impeccabile, attraverso una trattazione degli argomenti sempre molto chiara, a tratti anche avvincente, e soprattutto molto ben documentata e rigorosamente attendibile dal punto di vista storico.
L'autore intende chiarire come un animale di nessuna importanza, come era appunto l'umano che viveva in Africa orientale circa due milioni di anni fa, sia potuto diventare l'umano di oggi, che, simile ad un dio, sta pesantemente condizionando l'ecosistema circostante e sta causando la distruzione e la manipolazione degli altri esseri viventi per assecondare il proprio benessere e il proprio divertimento, purtroppo spesso non avendo ben chiaro il senso del suo stesso agire.
Per spiegare questa eccezionale evoluzione, che non ha avuto lo stesso esito in nessun altro animale, Harari prende in esame tre importantissimi momenti chiave della storia dell'umanità: la Rivoluzione cognitiva, la Rivoluzione agricola e la Rivoluzione scientifica. Attraverso un'analisi estremamente razionale dei processi storici, lontana da luoghi comuni e da idee che non si fondano su basi concrete, Harari spiega perché siamo come siamo: smonta qualsiasi nostra credenza, mito e valore attraverso spiegazioni logicamente perfette. In sostanza, noi esseri umani siamo gli unici animali che credono veramente alle storie immaginarie che popolano la loro testa: è questo che ci ha resi “diversi” dagli altri animali e che ci ha fatto inventare le religioni, il commercio, il denaro, i diritti umani. Niente di tutto questo esiste davvero: l'essere umano però ci crede e ci crede non da solo, ma coinvolgendo tutti i propri simili. Questo rende possibile un tipo di cooperazione che non esiste in nessun altro gruppo di animali: gli altri animali infatti possono collaborare solo tra pochi esemplari che si conoscono personalmente, l'essere umano può cooperare e collaborare con migliaia, milioni di altri esseri umani che non ha mai conosciuto personalmente soltanto perché questi ultimi credono alle stesse storie immaginarie a cui crede lui.
Si tratta di un saggio veramente molto interessante (a volte coinvolgente, a volte un po' deprimente quando smonta i valori ed i miti in cui il lettore crede) che consiglio a tutti, anche e soprattutto per la straordinaria abilità dell'autore nello spiegare con parole ed esempi comprensibili ed efficaci argomenti a volte molto complessi.
Concludo con un'ultima osservazione su qualcosa che invece non ho apprezzato: la tendenza di Harari a spingersi oltre la trattazione della sua tesi, arrivando a inserire nel saggio delle previsioni per il futuro. Sinceramente ritengo che la storia sia una disciplina molto utile, che serve soprattutto per gettare luce su chi siamo ora e che ci fa comprendere e valutare in maniera migliore il presente, non che lo storico abbia la sfera di cristallo per prevedere il futuro. Quindi, quando l'autore si lancia in improbabili valutazioni su cosa succederà da adesso in poi, mi sembra che la sua ottima credibilità vacilli un pochino.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    01 Marzo, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'incarnazione del verbo to crave

Claude è un giovane di 25 anni innamoratissimo della sua ragazza, Reine. Un giorno, in modo completamente inaspettato, Reine comunica a Claude che sta per sposarsi e non con lui. Ha scelto un uomo che le garantirà una vita non mediocre: il vicepresidente di una grande società di elettronica che la porterà a vivere a Parigi in uno splendido appartamento sulla rive gauche. Reine lo ama? Non lo ama? Domande in realtà superflue: Reine ha scelto come marito il candidato ideale, questo è ciò che conta.
Inizia da queste premesse il nuovo libro di Amélie Nothomb, “I nomi epiceni”: un romanzo che indaga la vendetta, la collera e la sofferenza che nasce dal rifiuto, dal mancato amore di chi invece sarebbe stato chiamato ad offrirlo, questo amore.
L'autrice si diverte a tratteggiare un personaggio infimo, Claude, che non sa superare un abbandono da parte della donna amata e ne rimane letteralmente sconvolto: soccombe alla collera e trama un'assurda vendetta, travolgendo nel suo gioco perverso una ragazza ingenua che diventerà sua moglie, Dominique, e soprattutto la sua stessa figlia, Épicène. Quest'ultima dovrà affrontare la sofferenza maggiore.

«Dentro di sé l'adolescente sapeva che la sua battaglia contro il padre sarebbe stata molto più dura di quella che opponeva sua madre al marito. Dominique doveva trionfare sull'amore: praticamente aveva già vinto. Épicène doveva trionfare sull'odio: era un groviglio inestricabile.»

Nothomb racconta questa storia, per molti versi non convenzionale, facendo luce su atteggiamenti e comportamenti cattivi e turpi che però, purtroppo, caratterizzano spesso le relazioni familiari.
In conclusione, ci troviamo di fronte ad un romanzo breve ma intenso per il suo stile corrosivo e lapidario: una lettura coinvolgente per riflettere sull'amore da un'altra prospettiva.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Inquietanti presenze...

“Il giro di vite” di Henry James rende chiara ed evidente l'idea che un grandissimo scrittore non deve fare tutto: quando scrive deve saper lasciare la metà dell'azione al lettore che leggerà il testo. So che è un'affermazione un po' banale e scontata, dopo che fiumi d'inchiostro di critici letterari hanno scandagliato l'opera in ogni sua parte. Eppure, secondo il mio modesto parere, la grandiosità di James e de “Il giro di vite” sta semplicemente qui: esiste una storia, una narrazione che funziona nel suo significato letterale, ma esistono anche molte altre interpretazioni che ogni semplice lettore può fare leggendo questa storia: saranno giuste? Saranno sbagliate? Chissà. La magia della scrittura si rinnova ogni volta nel pensiero di chi sta leggendo.
Un gruppo di amici sta trascorrendo i giorni delle feste natalizie riunito in una vecchia casa, passando il tempo a raccontarsi storie insolite ed agghiaccianti. Uno fra questi amici, Douglas, ne riporta una che gli era stata regalata dalla stessa protagonista che l'aveva vissuta: un'istitutrice bella ed intelligente. La donna, quando era ancora piuttosto giovane ed inesperta, aveva risposto ad un annuncio di richiesta di lavoro: un gentiluomo molto attraente le aveva chiesto di andare a fare l'istitutrice per due suoi nipoti rimasti orfani, un maschio e una femmina, nell'aperta e solitaria campagna inglese. L'uomo le ricorda che se avesse accettato il posto non avrebbe dovuto disturbarlo con gli eventuali problemi che si sarebbero potuti presentare: avrebbe dovuto assumersi tutta la responsabilità del ruolo accettato senza chiedere più il suo aiuto. La giovane istitutrice, un po' turbata per la strana richiesta, accetta e si reca nella tenuta di campagna, a Bly.
Appena arrivata conosce la piccola Flora, una bambina deliziosa ed apparentemente perfetta; tutto sembra andare bene ma una strana e sinistra inquietudine si impadronisce dall'istitutrice e voce narrante del racconto. Intanto il fratello di Flora, Miles, arriva preceduto da una strana lettera nella quale si spiega che il bambino è stato espulso dalla scuola, senza fornire spiegazioni dettagliate sull'accaduto. Ma come è possibile? Sembra così virtuoso e gentile!
Mentre trascorrono i giorni in questa irreale perfezione che nasconde sinistri presagi, l'istitutrice, una sera, passeggiando e sognando di rivedere il bel gentiluomo zio dei suoi protetti, ha una visione tremenda e scioccante. Vede un uomo, certamente non quello che avrebbe voluto vedere, che la sta fissando con insistenza. La narratrice è sconvolta dalla paura: chi è quell'uomo? E' un essere vivo oppure no? E che cosa vuole dal piccolo Miles? Ma le strane apparizioni non sono finite qui ed interesseranno anche la sorellina, Flora. I bambini sono in pericolo? Chi è che vuole fare loro del male? Degli esseri ormai morti che vogliono corrompere le loro anime? E l'istitutrice riuscirà a proteggerli e a salvarli?
Preferisco fermarmi qui e non rivelare tutta la trama del romanzo, nel caso ci fosse qualcuno che ancora non lo ha letto. Infatti è sicuramente un testo che si presta a più interpretazioni ma può essere inizialmente gustato come un racconto di fantasmi. Durante e dopo la lettura affioreranno i dubbi, le perplessità, le differenti spiegazioni: chiuso il libro, continuerete a pensarci per un bel po'.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Amore e morte

Watanabe Toru, ormai trentasettenne, sta arrivando in Germania con l'aereo. Pochi istanti dopo l'atterraggio gli altoparlanti del velivolo cominciano a diffondere a basso volume “Norvegian Wood” dei Beatles. Watanabe si sente male, un'intensa malinconia e nostalgia lo costringono a ricordare eventi e persone che popolarono i suoi anni giovanili, in particolare un periodo che va dal 1968 al 1970, mentre frequentava l'università a Tokio. Attraverso un lungo flashback che comprende tutto il romanzo, Watanabe ripercorre quegli anni e il ricordo diventa concreto, diventa una nuova realtà da rivivere con gli occhi della mente e dell'emozione. Una persona in particolare ritorna subito alla memoria: Naoko, ragazza bellissima e pericolosamente fragile, della quale Watanabe si era innamorato. I due si rivedono per caso per le strade di Tokio mentre stanno frequentando il primo anno di università: non si erano più incontrati dal funerale di Kizuki, migliore amico di lui e fidanzato di lei, morto suicida a soli 17 anni. Iniziano così una frequentazione, durante la quale Watanabe si innamora sempre più di Naoko, più intensamente quanto più lei mostra i sintomi di un disagio psicologico che si fa sempre più grave, fino a diventare vera e propria malattia mentale. Quando Naoko si allontana per questi motivi, Watanabe conosce ed inizia a frequentare un'altra ragazza, Midori. Midori è completamente diversa da Naoko, anche lei ha sofferto parecchio nella sua giovane esistenza ma è molto più vivace, vitale e disinibita.
“Norvegian Wood” è una narrazione che ci porta a fare un viaggio fra i sentimenti, fra le emozioni e le inquietudini che si incontrano tra l'adolescenza e i primi anni della vita adulta: l'amore che nasce e che finisce, -un amore non platonico ma completo, in cui il sesso ha una componente di fondamentale importanza,- l'amicizia, il senso di responsabilità. L'io narrante è un ragazzo che ha sostanzialmente dei buoni principi morali, è sensibile ed altruista, ma rimane sempre concreto, reale, credibile.
Il romanzo trasmette un intenso senso di inquietudine, malinconia e tristezza: ma la luce sulla vita, sul futuro e sull'amore non si spegne mai, pur parlando di morte, malattia, solitudine. Forse è proprio questa la forza e la bellezza di “Norvegian Wood”.

«Posai a terra l'ombrello e strinsi Midori sotto la pioggia. Intorno a noi c'era solo il rumore sordo di pneumatici di auto in corsa sulla tangenziale che ci avvolgeva come una specie di nebbia. La pioggia continuava a cadere ostinata e silenziosa, inzuppando i nostri capelli, scorrendo sulle nostre guance come lacrime, rendendo più scure la sua giacca di jeans e la mia giacca a vento gialla di nylon.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Vivian Maier

Negli ultimi mesi sono fioccate le biografie romanzate di talentuose fotografe, ed anche “Dai tuoi occhi solamente” racconta una parte della vita di Vivian Maier, eccezionale fotografa morta nel 2009, delle cui opere straordinarie siamo venuti a conoscenza soltanto da poco tempo.
Francesca Diotallevi, rimasta affascinata dalla figura di questa donna così fuori dall'ordinario, che per tutta la vita non ha mai cercato la notorietà, ha deciso di scrivere un romanzo-biografia, nel quale racconta, attraverso dei salti temporali, sia l'infanzia e l'adolescenza di Vivian, sia il 1954-55, periodo di cui si conosce poco o nulla della reale vita della fotografa, durante il quale l'autrice immagina che la Maier abbia lavorato come bambinaia a New York, presso la famiglia Warren.
Il personaggio di Vivian Maier è sicuramente interessante e non sorprende che abbia catturato l'attenzione di una scrittrice. (Fra l'altro Diotallevi non è l'unica ad aver avuto questa idea, perché ad ottobre 2018 è uscito anche “Vivian” di Christina Hasselholdt, sempre una biografia romanzata della Maier.)
Vivian Maier infatti era una fotografa dal talento eccezionale, che però per tutta la sua vita si è sempre tenuta per sé la sua arte: ha tirato avanti svolgendo dei lavori umili e poco retribuiti, come la bambinaia. Ha vissuto abbracciando la solitudine: non si è mai sposata né ha avuto figli, rimanendo al servizio di questa o quell'altra famiglia. Di solito non sviluppava nemmeno i suoi rullini, scattava fotografie meravigliose rubando alcuni attimi della vita degli altri, attimi che da quel momento sono diventati eterni. La Maier aveva stipato tutte le sue cose in un magazzino: questi oggetti, dal momento in cui lei non si curò più di pagare l'affitto, vennero prima acquistati da un banditore d'aste e in seguito da John Maloof, il figlio di un rigattiere, che comprò per 380 dollari circa tutti i beni della fotografa, fra cui i suoi tremila negativi e moltissimi rullini di pellicola non sviluppata. Da quel momento John Maloof si è reso conto del talento della fotografa che aveva scattato quelle fotografie ed ha fatto una ricerca fino a scoprire che erano di Vivian Maier, una donna che ha sempre vissuto nel più completo anonimato. Si rimane come minimo incuriositi: è possibile, nella società attuale, imbattersi in una persona del genere? E cosa l'avrà spinta a rimanere sempre sola e a non mostrare mai la sua arte? Capisco quindi la scelta della scrittrice di costruirvi su una storia.
Francesca Diotallevi ha ricostruito l'infanzia e l'adolescenza di Vivian Maier documentandosi accuratamente, ha poi inserito una parte romanzata (gli anni del 1954-55 a New York) e sopratutto, si è interrogata in maniera credibile ed interessante sulla natura dell'arte. Attraverso il confronto fra scrittura e fotografia, rappresentati dai personaggi del signor Warren e di Vivian, l'autrice ha fatto una interessante riflessione sul talento, il successo, l'arte e l'artista. Il romanzo quindi costituisce senza dubbio una lettura di qualità, uno scritto pregevole e consigliato, anche se, secondo il mio modesto parere, non particolarmente avvincente e coinvolgente.
Infatti possiamo entrare nella psicologia di Vivian, interrogarci sull'arte, cogliere ed apprezzare le belle citazioni letterarie ma ciò che manca a questo libro è una forte e definita personalità: non è una biografia, perché mancano le fonti per poterne scrivere una completa, non è un romanzo, perché al momento che iniziamo la lettura già sappiamo tutto quello che accadrà e soprattutto non accadrà. Si tratta di una forma troppo ibrida per il mio gusto personale, ma che sicuramente può essere letto con piacere ed apprezzato.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La forza del ricordo

«È vento d'uragano, e viene dalla notte. Piomba nel portico, lo attraversa, oltrepassa fischiando i cancelli che separano il portico dal giardino, e intanto ha disperso a forza chi ancora voleva trattenersi, ha zittito di botto, col suo urlo selvaggio, chi ancora indugiava a parlare. Voci esili, gridi sottili, subito sopraffatti. Soffiati via, tutti: come foglie leggere, come pezzi di carta, come capelli di una chioma incanutita dagli anni e dal terrore...»

Nella Ferrara degli anni Trenta del Novecento è ambientato anche “Il giardino dei Finzi-Contini”,da molti ritenuto il capolavoro di Giorgio Bassani. L'io narrante, di cui non viene mai svelato il nome, è lo stesso che abbiamo già conosciuto negli altri racconti lunghi “Dietro la porta” e “Gli occhiali d'oro” e che, insieme a “L'Airone” e “L'odore del fieno” costituiscono il Romanzo di Ferrara.
In una domenica d'aprile del 1957 il nostro protagonista-narratore trova finalmente la forza di scrivere dei Finzi-Contini, una famiglia ebrea dell'alta borghesia ferrarese che aveva frequentato nel 1938-39 e di cui, purtroppo, non era rimasto più nessuno. Sarà proprio visitando una tomba etrusca, durante una gita domenicale a Cerveteri, che il ricordo della tomba monumentale dei Finzi-Contini nel cimitero ebraico di Ferrara tornerà con forza nella mente a chiedere di ripercorrere il passato, di raccontare la storia di persone che si erano amate e perdute per sempre.
Torniamo quindi a Ferrara insieme a Bassani, poco dopo la promulgazione delle leggi razziali. Tutti i giovani ebrei ferraresi vengono espulsi dal Circolo del Tennis Eleonora d'Este: è in questa situazione che Alberto e Micòl Finzi-Contini invitano i loro coetanei a giocare a tennis nella loro villa, circondata da un immenso parco. Anche il narratore viene invitato e accetta di buon grado: i Finzi-Contini e la loro domus magna lo attirano irrimediabilmente. Soprattutto è Micòl che lo attrae: bellissima, bionda, intelligente e vivace, non sembra possibile altra alternativa che innamorarsene perdutamente. Per circa un anno, dall'autunno del 1938 all'estate del 1939 il nostro narratore frequenta assiduamente Micòl e la casa dei Finzi-Contini, il padre di lei Ermanno, il fratello Alberto, l'amico di Alberto, Giampiero Malnate. Mentre attende Micòl, che si era trasferita a Venezia per concludere la tesi, sperando che la loro storia si concretizzi, il narratore si sente affascinato anche dalla frequentazione della di lei casa e famiglia.
Una storia che si snoda lungo i binari malinconici del ricordo: potrebbe essere una semplice storia d'amore giovanile, delicata e inafferrabile come spesso è la vita. Però non è soltanto questo. Micòl e il narratore si sono avvicinati a causa della discriminazione che li ha colpiti entrambi in quanto ebrei, la discriminazione e l'esclusione dalla società ha reso possibile un loro avvicinamento che altrimenti forse non ci sarebbe mai stato. La necessità di ripercorrere il passato nasce dalla necessità di raccontare di questa esclusione: rimane infatti la consapevolezza che per molti ebrei non c'è stata la serie di giorni trascorsi dopo quegli avvenimenti. Rimane quindi soltanto la forza del ricordo, che fa rivivere queste persone nella narrazione di chi le ha amate.

«E mi si stringeva come non mai il cuore al pensiero che in quella tomba, istituita, sembrava, per garantire il riposo perpetuo del suo primo committente – di lui, e della sua discendenza-, uno solo, fra tutti i Finzi-Contini che avevo conosciuto ed amato io, l'avesse poi ottenuto, questo riposo. Infatti non vi è stato sepolto che Alberto, il figlio maggiore, morto nel '42 di un linfogranuloma; mentre Micòl, la figlia secondogenita, e il padre professor Ermanno, e la madre signora Olga, e la signora Regina, la vecchissima madre paralitica della signora Olga, deportati tutti in Germania nell'autunno del '43, chissà se hanno trovato una sepoltura qualsiasi.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

L'Oriente e l'Occidente

“Stupore e tremori” racconta la reale esperienza vissuta dalla scrittrice Amélie Nothomb nel 1990, quando per un anno fu assunta da una grande multinazionale giapponese. La giovane Amélie, allora ventiduenne, sognava di tornare a vivere in Giappone, dove era nata e cresciuta fino all'età di cinque anni (in quanto figlia di un diplomatico belga). La Nothomb era stata assunta come traduttrice, essendo capace di parlare perfettamente francese e giapponese.
Il sogno ben presto si infrange contro la dura realtà della vita in un'importante azienda giapponese: i rapporti sono improntati alla totale ed acritica sottomissione verso i propri superiori, c'è una rivalità quasi fanatica fra i dipendenti, soprattutto fra le poche donne. Amélie si ritrova a svolgere compiti inutili, come fare più e più volte migliaia di fotocopie senza poter usare il vassoio di alimentazione automatica, servire caffè fingendo di non conoscere il giapponese, oppure, essere volutamente lasciata senza un qualsiasi compito, per indurla prima possibile a chiedere le dimissioni. Ma in Giappone non è così semplice: lei aveva firmato un contratto per un anno e chiedere le dimissioni prima avrebbe avuto il clamoroso significato della sconfitta, molto più che rimanere a svolgere un lavoro che giorno dopo giorno diventava sempre più inutile ed umiliante.
Si rimane stupefatti da un simile modo di condurre un'azienda, dove le vessazioni e le “punizioni” inflitte a coloro che vengono ritenuti inferiori nella gerarchia sono considerate più importanti di una effettiva ricerca del profitto, che in fondo una persona meritevole può portare alla multinazionale. In altre parole, sono rimasta stupita non tanto dal fatto di constatare un clima di estrema competizione e feroce rivalità, quanto dal fatto che l'azienda accetti di tenere una persona (e pagarla) per svolgere mansioni umilianti ma soprattutto inutili e che non portano a nessun guadagno, pur di assecondare il piccolo potere di un superiore fanatico. Ma forse sto ragionando troppo da occidentale. Probabilmente è questo il punto centrale che la Nothomb ha messo in luce: la differenza tra mentalità occidentale e mentalità giapponese, due mondi che difficilmente possono comprendersi fino in fondo, anche se sono attratti l'uno dall'altro.

«-Sì.- continuai. - Tra lei e me c'è la stessa differenza che esiste tra Ryuichi Sakamoto e David Bowie. L'Oriente e l'Occidente. Dietro il conflitto apparente, la stessa curiosità reciproca, gli stessi malintesi che nascondono un desiderio autentico di capirsi. »

L'io narrante ci mostra, aiutata da un'ottima corazza fatta di ironia, le peculiarità del mondo del lavoro giapponese, sulla base della sua esperienza.
“Stupori e tremori” è davvero molto interessante. E cosa dire dello stile dell'autrice? Sicuramente un'altra caratteristica che ci farà apprezzare questo testo. La vicenda, pur drammatica, viene narrata con un'acuta ironia che fa trasparire in ogni pagina come alle vessazioni e ai soprusi l'io narrante contrapponga sempre fiducia in sé e forza di volontà.
Questa esperienza è andata male a causa dell'assurda testardaggine nel volerla punire prima ancora di averle fatto provare a fare niente? Dovrà lasciare il Giappone dove sperava di stabilirsi per sempre? Pazienza. L'autrice ha già iniziato a lavorare ai suoi manoscritti. Un successo davvero meritato, quello della Nothomb.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    20 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Il male di crescere

Leggere “Dietro la porta” di Bassani è stato un po' come tornare indietro nel tempo: ricordare certe emozioni e sensazioni tipiche dell'adolescenza, degli anni del liceo, risentirle fare male e allo stesso tempo osservarle da fuori, come da dietro una porta.
L'io narrante è lo stesso giovane ebreo che avevo già incontrato nel romanzo “Gli occhiali d'oro”, che è il narratore/alter ego dello stesso Bassani. In questo romanzo breve o racconto lungo, il protagonista-narratore si trova in prima liceo, dopo aver superato la quinta ginnasio con una piccola difficoltà rappresentata dall'aver dovuto riparare matematica. Il nostro si trova in un momento di smarrimento e solitudine perché il suo migliore amico, Otello Forti, con cui aveva diviso il banco fin dalle elementari e con cui tutti i pomeriggi studiava, è stato bocciato e mandato a studiare in un collegio a Padova. Le due quinte ginnasiali A e B vengono riunite in un'unica classe e il nostro narratore non ha nessun vero amico in quella classe.

«Sono stato molte volte infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione. Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l'ottobre del 1929 e il giugno del '30, quando facevo la prima liceo.»

Solo chi ha trascorso quel periodo della vita come un periodo fortemente critico, angosciante e pieno di solitudine può comprendere le parole dell'autore. Io le comprendo perfettamente. Non sempre l'adolescenza è il periodo migliore della vita, come afferma, di solito, chi l'ha già superata da un pezzo.
Il giovane protagonista si ritrova, il primo giorno di scuola, a non avere nessuno accanto, ma il temutissimo professore di latino e greco lo fa andare vicino al primo della classe, Carlo Cattolica. Fra i due tuttavia non riesce a svilupparsi un'amicizia: sono entrambi intelligenti e di buona famiglia, ma Carlo è il classico “ragazzo perfetto”: a scuola un rendimento altissimo, bello, alto, sicurissimo di sé, contornato da compagni che vogliono solo la sua approvazione, già fidanzato in casa. Il nostro narratore invece è molto più inquieto ed ombroso, ha risultati eccellenti solo nelle materie che ama, non in tutte, fisicamente è poco più di un bambino, è abbastanza solitario perché serio ed introverso. Fra i due c'è stima e rispetto ma non legano in profondità.
Al rientro dalle vacanze natalizie l'equilibrio di questa situazione è rotto dall'arrivo in classe di un nuovo compagno: Luciano Pulga, che non ha i libri, è appena arrivato da Bologna. Subito il giovane protagonista si offre di aiutarlo; all'uscita da scuola lo accompagna in libreria per ordinare i testi scolastici che gli mancano e il Pulga gli racconta che vive con i suoi in una pensione di second'ordine; al contrario di Cattolica e del narratore, Pulga non è ricco. Suo padre fa il medico condotto in un piccolo paesino vicino a Ferrara. Fra i due nasce una frequentazione: Pulga tutti i pomeriggi va a fare i compiti dal narratore, approfittando della sua bravura scolastica e dell'ospitalità di sua madre. Non si tratta più però di un'amicizia infantile: il giovane protagonista piano piano si rende conto della sua ingenuità e che non tutte le persone, nel mondo degli adulti del quale sta faticosamente iniziando a far parte, sono degne di stima e fiducia. Non tutti sono riconoscenti per la tua generosità e buona fede, anzi, spesso la realtà è popolata da personaggi meschini, invidiosi e traditori. Crescere purtroppo comporta anche comprendere questa verità perché si prova sulla propria pelle.
Un piccolo capolavoro, questo breve romanzo di Bassani. Scritto negli anni Sessanta e ambientato negli anni Trenta del Novecento, mi è sembrato che descrivesse la mia adolescenza, che si è svolta negli anni Novanta. Nel realismo con cui gli eventi sono raccontati troviamo dei sentimenti e delle emozioni universali: in questo caso la solitudine, la malinconia, la disillusione, l'ingenuità tradita, ma anche la difficoltà ad esprimersi, a spiegarsi e a scontrarsi con gli altri di un ragazzo che si sta penosamente incamminando verso l'età adulta.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Mona

Il romanzo d'esordio della scrittrice statunitense Jen Beagin, “Facciamo che ero morta”, è incentrato sulla figura della protagonista, Mona.
Mona è una giovane donna di venticinque anni che lavora come donna delle pulizie e fa volontariato distribuendo kit di siringhe nuove ai tossicodipendenti. Il romanzo si apre trasportandoci subito in medias res: Mona sta distribuendo kit puliti quando nota un tossico e scatta l'amore a prima vista.

«L'aveva soprannominato Mister Laido per l'aspetto e i vestiti sporchi. I capelli erano lunghi e formavano un groviglio che solo un bel trattamento all'olio caldo sarebbe riuscito a districare. La faccia era un elaborato reticolo di rughe. Ma era alto, aveva le spalle larghe e, dovendo o volendo, sarebbe stato in grado di prenderla di peso e fare il giro dell'isolato o salire una rampa di scale, cosa che non si poteva certo dire dei suoi fidanzati precedenti. Però si era innamorata soprattutto dei suoi occhi, così scuri e sinceri, che sembravano dire: “Tu sei qui”. »

Fin da subito ci rendiamo conto che Mona è un po' particolare: non solo perché ha scelto di fare la colf, pur essendo giovane e angloamericana, non solo perché si innamora di un tossico poco pulito molto più vecchio di lei che ha in programma di autodistruggersi, ma soprattutto perché è molto sola, triste, con probabili disturbi mentali che le derivano da traumi vissuti nell'infanzia.
Il romanzo apparentemente potrebbe ricordare “Eleanor Oliphant sta benissimo”, con il quale ha in effetti dei punti di contatto. Innanzi tutto perché entrambi narrano la storia di una giovane donna ferita dalla vita durante l'infanzia, che riporta in età adulta diverse turbe psicologiche. Però la somiglianza è solo apparente. Il romanzo di Gail Honeyman narra con determinazione una vicenda di ascesa: dalla solitudine all'amicizia, dal disturbo mentale alla sua guarigione, dalla tristezza alla speranza. E' evidentemente costruito per venire incontro al gusto del lettore, che si sente appagato dalle storie che evolvono in una certa direzione.
“Facciamo che ero morta” non è così. C'è il tentativo di superare il passato e giungere ad una condizione di vita migliore, che procuri minore sofferenza, infatti ad un certo punto, spinta da un evento traumatico, Mona lascia il New England e si trasferisce a Taos, in New Mexico. Il suo percorso di evoluzione rispetto al passato però non è lineare, né facilmente comprensibile. Mona è un personaggio strano e complesso, grottesco in diversi aspetti, e, nel New Mexico non farà altro che incontrare personaggi altrettanto strani, ambigui e a volte grotteschi, se pure sempre molto differenti da lei. Si tratta di un romanzo di formazione molto originale.
Lo consiglio se amate le storie un po' alternative, con personaggi e situazioni lontani dall'essere esemplari e perfetti, ma piuttosto grotteschi e bislacchi, che vogliono raccontare la difficoltà e la tristezza del vivere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ha letto e apprezzato Fabio Genovesi in "Chi manda le onde" e "Esche vive". L'accostamento è venuto spontaneo perchè sia Genovesi che Beagin hanno costruito delle storie un po' grottesche con personaggi strani e diversi che agiscono su un fondo di tristezza. E' evidente invece la lontananza nei contenuti fra questi romanzi.
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    15 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Sopravvalutato

Rosa Sauer è una giovane donna originaria di Berlino trasferitasi a Gross-Partsch nell'autunno del 1943. Il marito, Gregor, era partito da anni come soldato e Rosa, dopo essere rimasta orfana dei genitori, decide di trasferirsi a casa dei suoceri.
Una mattina viene prelevata da un pulmino per diventare, insieme ad altre nove donne, assaggiatrice di Hitler. Rosa non ha scelta: tutti i giorni, volente o nolente, dovrà sedersi ad una tavola potenzialmente avvelenata e masticare il cibo del Führer. Mentre scorrono lenti i tragici mesi di quel periodo, Rosa aspetta il marito Gregor, ripensa alla sua vita passata ed instaura una specie di amicizia con alcune delle colleghe assaggiatrici.

«Come si diventa amiche? Ora che ne riconoscevo le espressioni, che addirittura le anticipavo, i volti delle mie compagne mi sembravano diversi da quelli che avevo visto il primo giorno.
Succede a scuola, o sul posto di lavoro, nei luoghi in cui si è obbligati a passare tante ore della propria esistenza. Si diventa amiche nella coercizione.»

La trama scorre molto lentamente finché ci sarà una svolta dal punto di vista sentimentale nella vita della protagonista.
Il romanzo è vincitore del Premio Campiello del 2018 ed ha avuto un gran successo fra critica e lettori. Purtroppo sarò una voce fuori dal coro perché a me invece non è piaciuto granché.
Innanzitutto, a livello di contenuto, è molto povero: non succede quasi niente e la storia rimane sullo sfondo, una bella cornice fuori dal quadro; qualche episodio volutamente inserito in mezzo ad una storia d'amore impossibile con l'affascinante cattivo. Ed anche la storia d'amore rimane fredda e poco coinvolgente.
So che in molti hanno lodato lo stile della scrittrice: ahimé, anche su questo aspetto non sono riuscita ad apprezzare il romanzo. L'autrice ha un modo di scrivere esageratamente retorico, che in diversi momenti sfiora la banalità.

«Eccoli, gli occhi di Gregor, gli occhi che mi avevano setacciata, il giorno del colloquio allo studio, quasi volessero rovistare dentro, individuare il nucleo, isolarlo, sfrondare il resto, accedere direttamente a ciò che mi rendeva me.»

É uno stile che può piacere, potrebbe essere definito elegante e raffinato. Io purtroppo ci ho letto invece tanta artificiosità non accompagnata da un contenuto coinvolgente.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
220
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La necessità di avere un domani

Genova, anni Trenta del Novecento. I Rimon sono ebrei e benestanti e conducono un'esistenza come tanti altri tra quotidianità e conflitti familiari. Alessandro, figlio di Marc ed Emilia, è un bambino che a soli 4 anni ha imparato a leggere e scrivere, solo osservando le sue cugine più grandi che già lo facevano. Viene mandato a scuola precocemente e si pensa ad una sua probabile “genialità”. Soprattutto la madre Emilia, donna rancorosa ed irritabile, incapace di riconoscere la sua fortuna, fa delle doti di Alessandro l'aspettativa primaria e lo scopo di tutta la sua vita.
Alessandro inizia a frequentare il ginnasio a soli 9 anni e, insieme alla solitudine e alle difficoltà legate al difficile inserimento tra ragazzi molto più grandi, il bambino dovrà ben presto affrontare anche la certezza del fatto che lui non è affatto un genio. Magari è stato precoce, sicuramente è molto sveglio e intelligente, ma non è un genio. La rivelazione è presa in maniera positiva da tutta la famiglia, dal padre Marc, dagli zii e dal nonno, eccetto che dalla madre, che ne rimane invece profondamente delusa. Mentre Alessandro cresce, la storia privata della famiglia Rimon inizia inesorabilmente ad intrecciarsi con la Storia con la S maiuscola. I Rimon sono ebrei e ben presto la loro quotidianità viene sconvolta dalle Leggi razziali. Alessandro deve lasciare la scuola, il padre e lo zio non possono più esercitare le loro professioni.

«Gli sembrava che tutto procedesse come se un treno, dopo aver deragliato, continuasse la sua corsa sul terreno. Infido, pieno di buche, ma pur sempre terra ferma e in qualche modo rassicurante. La spinta umana a rassegnarsi è davvero così forte? Quello che ieri era sembrato insostenibile, oggi si riusciva a inghiottirlo quasi senza fatica.»

Il padre di Alessandro, Marc, di origine belga e con passaporto inglese potrebbe facilmente lasciare l'Italia e trasferirsi in Gran Bretagna. Emilia però non vuole saperne, non comprende la gravità della situazione e non vuole lasciare la sua famiglia d'origine e il suo Paese natale. Fra riunioni di famiglia e lezioni alla scuola ebraica passano inesorabili i mesi e gli anni, finché la situazione diventa veramente pericolosa e il rischio di essere deportati ed uccisi è sempre più concreto...

“Questa sera è già domani” racconta la vicenda realmente accaduta, anche se comunque romanzata, al marito dell'autrice, Luciano Tas. É un altro testo che ha a che fare con la memoria, un'operazione necessaria sia per le persone che hanno vissuto sulla loro pelle il razzismo, la discriminazione e le violenze, sia per tutti noi nati successivamente, perché riusciamo ad imparare qualcosa da ciò che è stato. Un romanzo, secondo la mia opinione, pienamente riuscito: la vicenda umana di Alessandro si intreccia perfettamente con gli avvenimenti storici e ci racconta anche il suo percorso di formazione e il cammino che dall'infanzia lo conduce verso l'età adulta. Gli aspetti psicologici, la forza e l'istinto di sopravvivenza, la necessità di avere un domani, la ricerca e la coscienza di identità singola e di gruppo che caratterizzano il protagonista di questa vicenda emergono dal romanzo in maniera vivida ed efficace.

«Ci hanno levato tutto, ma qualcosa, chiamatelo come volete, se non è retorico possiamo provare a dirlo. Ci hanno regalato di forza un'identità, molti di noi non la volevano, non ci pensavano per niente, ma è andata così. E ora che ci hanno gettato questa corda sarebbe dissennato non aggrapparvisi. Senza qualche corda saremmo ancora di più niente.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La schiavitù dei moderni

« Che razza di mondo è, pensò Cora, quello in cui una prigionia perenne è il tuo unico rifugio? Era libera dalla schiavitù o ancora sotto il suo giogo: come descrivere la situazione di una fuggiasca? La libertà era qualcosa che cambiava forma mentre la si guardava, così come un bosco è fitto di alberi visto da vicino ma dall'esterno, da un campo aperto, se ne vedono i veri limiti. Essere liberi non aveva nulla a che fare con le catene o con la quantità di spazio a disposizione. »

Il romanzo di Colson Whitehead “La ferrovia sotterranea”, è una finestra aperta su uno dei drammi più violenti e disturbanti della storia: la schiavitù.
Forse in quanto europea ed italiana non ho mai riflettuto veramente a fondo su questa pagina, magari l'ho fatto per la schiavitù dell'età antica, che rimane però molto lontana dal nostro tempo. Negli Stati Uniti invece la schiavitù che ha coinvolto i neri rimane una piaga aperta e sanguinante ed è un argomento da cui non si può prescindere per capire il razzismo e la discriminazione che riguarda tuttora una parte della società americana.
“La ferrovia sotterranea” permette al lettore di immergersi in questa tremenda realtà e rimanerne abbastanza scioccati. Si tratta di una narrazione dal ritmo serrato, molto coinvolgente e allo stesso tempo soffocante, opprimente.
Cora è una giovane schiava di una piantagione della Georgia. Vive quotidianamente gli abusi e le atrocità che caratterizzano la vita di ogni schiavo. Un giorno, grazie alla proposta di un amico, Caesar, decide di tentare la fuga. Quasi nessuno è mai riuscito nell'impresa, ma alcuni anni prima ce l'aveva fatta proprio la madre di Cora, Mabel. La ragazza infatti non le ha mai perdonato di averla abbandonata in quel modo. Caesar racconta a Cora una strana storia: esiste una ferrovia sotterranea con treni dal passaggio irregolare ma costante, che li porterà lontano dalla Georgia, verso la libertà. In realtà negli Stati Uniti dell'Ottocento “la ferrovia sotterranea” era costituita dalla rete di relazioni e favori attraverso i quali gli abolizionisti aiutavano i neri a fuggire. Non era una reale ferrovia con treni e binari. Colson Whitehead ha avuto l'idea, sicuramente brillante, di immaginare invece che si trattasse di una ferrovia concreta che, lungo misteriosi binari sotterranei, conducesse gli schiavi fuggitivi nei vari Stati americani, e di costruirci intorno un originale romanzo.
Non stupisce che quest'opera abbia vinto il Pulitzer e il National Book Award nel 2017: racconta una pagina della storia americana senza censure, in modo avvincente ed appassionante.
L'unica nota un pochino dissonante che ho avvertito in questo romanzo, che mi ha convinta quasi del tutto, è stato il velo di distacco e freddezza con cui la vicenda viene raccontata. L'autore si è concentrato un po' troppo sulla trama e sul contenuto e ha un pochino mancato, secondo il mio modesto parere, l'obiettivo di farci entrare completamente in empatia con la protagonista.
Nel complesso, una lettura abbastanza angosciante in grado di farci riflettere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Un matrimonio?

«Era una sensazione meravigliosa essere adulti eppure ancora giovani. Essere sposati ma non rassegnati. Essere legati eppure liberi.»

Roy e Celestial sono una coppia di afroamericani sposati da circa un anno e mezzo. Lui proviene da una famiglia modesta di una piccola cittadina della Louisiana, Eloe. Lei invece è originaria di Atlanta, in Georgia, e i suoi genitori hanno realizzato il sogno americano: partiti come semplici insegnanti, sono diventati milionari.
Roy, rappresentando la parte economicamente più debole nella coppia, è maggiormente ambizioso: vuole fare soldi, realizzarsi ed aiutare anche la giovane moglie ad emergere come artista. Tutti i sogni e le promesse del futuro però si interrompono in modo netto e brutale durante una visita che i due fanno ai genitori di lui, ad Eloe. Invece di fermarsi a dormire a casa dei suoi, Roy decide di trascorrere la notte in un motel: si viene così a formare la catena di coincidenze famosa come “trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato”. Infatti quella sera nel piccolo hotel una donna viene violentata e sarà accusato e condannato come colpevole proprio Roy.
“Un matrimonio americano” non è un legal thriller: non aspettatevelo. L'errore giudiziario viene in qualche modo subito accettato e quasi dato per scontato dai protagonisti, in quanto neri.
La narrazione si concentra invece sugli effetti che può avere una situazione del genere nella vita di chi ne è stato purtroppo vittima. In particolare qui si analizzano i sentimenti di due giovani sposi che hanno trascorso poco più di un anno insieme e sono stati obbligati per un'ingiustizia a separarsi. Il marito è certamente colui che deve subire le conseguenze più devastanti, ma anche la moglie, con le sue scelte sempre cercate e volute e mai subite, dovrà affrontare la sua parte di infelicità.

«Avevamo pensato che saremmo riusciti a parlarne, a venirne fuori ragionando. Ma qualcuno avrebbe pagato per quel che era successo a Roy, proprio come Roy aveva pagato per quel che era successo a quella donna. C'è sempre qualcuno che paga.»

La bravura dell'autrice risiede proprio nel rendere questi personaggi reali, molto lontani da stereotipi o topoi letterari: Roy e Celestial sembrano quasi uscire dalle pagine di carta e materializzarsi sotto i nostri occhi con le loro paure, le loro incertezze, i desideri a cui non intendono rinunciare e le speranze che si trasformano con l'incedere della vita.
Un romanzo che mi ha trascinata nella vicenda narrata: ho pensato a tutte le vittime degli errori giudiziari, a quanta sofferenza e disperazione possa scaturire da una situazione del genere, che può senza dubbio rovinare una vita ed un matrimonio.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Deboli e prevaricatori

“Li aveva sempre di fronte, quei piccioni, sul tetto che copriva la casa del Meloni in canottiera e della dirimpettaia senza età. Anche fra quegli uccelli i prevaricatori godevano di rispetto e raramente erano messi in fuga, mentre i deboli venivano aggrediti senza che nessuno dei compagni venisse in soccorso.”

Gina è la protagonista del breve romanzo di Anna Luisa Pignatelli, “Ruggine”. É una donna anziana e sola, l'unico essere a cui è legata è il suo amato gatto Ferro, grazie al quale ha avuto il suo soprannome di Ruggine. Vive in un piccolo, bellissimo ma oltremodo opprimente paesino che si staglia nella campagna toscana.
La lettura di questo romanzo non può lasciare indifferenti: fa parte di quella categoria di testi che ti fa male, perché racconta una storia estremamente triste, incresciosa, soffocante. Per certi versi mi ha ricordato “Orfani bianchi” di Manzini, poiché narra una vicenda di solitudine, abbandono, sopraffazione e prevaricazione che lascia una sensazione di tristezza e scoraggiamento. Nonostante tutto, possiamo però leggervi anche di un'incredibile forza di alcuni esseri umani, che mostrano risorse impensabili nelle situazioni più difficili e pagine che si aprono ad uno straordinario lirismo.
Gina è un'anziana sola e afflitta da molti dolori, di diversa natura, vive grazie alla magra pensione che le ha lasciato il marito ormai morto. Abita in due stanzette in un paesino popolato prevalentemente da anziani e persone meschine e cattive, che vorrebbero vederla morta per impossessarsi della casa. La donna viene considerata una specie di strega a causa di una situazione che lei ha vissuto in realtà come vittima, ma della quale viene invece considerata responsabile. La vecchietta non ha tuttavia perso la speranza e continua a lottare finché è possibile, fino all'ultimo, andando alla vana ricerca di solidarietà e umanità, e ricevendo in cambio invece continue forme di violenza e vessazioni. Gina è una vittima perché è sola, perché è anziana, ma soprattutto perché le sono stati gli strumenti per potersi difendere: istruzione e cultura. Ha una mente vivace, un'intelligenza acuta e la capacità di non arrendersi mai, ma le manca la possibilità di difendersi giocando con le stesse carte di chi la vuole prevaricare. Non sa come muoversi in un mondo che sembra completamente ostile e cattivo e di cui conosce solo le regole della prepotenza, così, semplicemente, subisce ogni cosa senza potersi opporre a niente. Comprende però che un'esistenza diversa sarebbe stata possibile ma le è stata negata: forse è un motivo di dolore ancora maggiore.
Un'ultima osservazione sullo stile dell'autrice: una prosa semplice che si innalza improvvisamente in picchi lirici e altrettanto velocemente assume espressioni regionali toscane: si tratta di uno stile che sa catturare il lettore e tenerlo incollato alle pagine fino all'amara conclusione della narrazione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    26 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I diversi per la società

“Gli occhiali d'oro” di Giorgio Bassani è un romanzo breve o racconto lungo che fa parte del “Romanzo di Ferrara”.
La narrazione in prima persona ha la voce di uno studente ebreo di Lettere di circa vent'anni, probabilmente alter ego dello stesso Bassani. Il giovane ricorda una vicenda che coinvolse uno stimato otorinolaringoiatra di origini veneziane, Athos Fadigati, che nei tardi anni Trenta del Novecento viveva ed esercitava la professione a Ferrara. Il dottor Fadigati apparteneva alla ricca borghesia cittadina ma un'ombra gravava sulla sua vita privata: era infatti sospettato di essere omosessuale, una condizione che sicuramente nell'Italia fascista del 1937 non era contemplata, era considerato un vizio, un peccato, una grave colpa da dissimulare e da non mostrare in pubblico.
Il racconto è costruito in modo magistrale: si parla dell'omosessualità di Fadigati per arrivare a parlare dell'emarginazione sociale, a cui ben presto sarà sottoposto anche l'io narrante, in quanto ebreo.
La narrazione scorre intrisa di realismo, sono descritti ambienti, paesaggi e situazioni come se le potessimo vedere e come se ci trovassimo lì anche noi. Leggendo, ho avuto la sensazione ( forse sarebbe da aggiungere un -purtroppo- ?) di trovarmi in un mondo non molto lontano e diverso da quello di oggi. Pur notando i particolari tipici di quell'epoca storica, la descrizione degli atteggiamenti e delle emozioni dei personaggi mi sono sembrate vicinissime e molto moderne: la penna di Bassani mi è sembrata di un'attualità sconcertante nel descrivere l'emarginazione sociale, che si nasconde sempre dietro alibi più o meno rassicuranti, ma che ha il solo scopo di separare, marginalizzare, distruggere, chi è considerato “diverso”.
Il trattamento che la società attua nei confronti dell'omosessuale Fadigati infatti anticipa e riflette quello che sarà il comportamento da mettere in atto nei confronti degli ebrei: il narratore e il medico sono due vittime, due elementi “estranei” della società, due diversi da escludere. E' interessante notare la reazione completamente diversa che i due oppongono a questo trattamento: l'uno si arrende, l'altro combatte.
In conclusione, una lettura che non può lasciare indifferenti, che affronta un tema ancora molto attuale e che stimola pensieri e riflessioni.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantascienza
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il potere della fantasia

Non credo che esistano libri solo per ragazzi, o solo per donne, o solo per qualcuno in particolare. O meglio, se ci troviamo davanti ad uno di questi testi “solo per” probabilmente saremo di fronte a libri mediocri. Se invece abbiamo avuto la fortuna di leggere un romanzo meraviglioso, poco importa che sia catalogato come lettura per ragazzi.
E' proprio quello che mi è accaduto leggendo “La storia infinita” di Michael Ende, pubblicato in Italia per la prima volta nell'ormai lontano 1981. Avevo visto il film al cinema da bambina (e confesso che quando sento la colonna sonora mi emoziono ancora), ma in effetti il libro è ancora più bello.

“ Le passioni umane sono una cosa molto misteriosa e per i bambini le cose non stanno diversamente che per i grandi. Coloro che ne vengono colpiti non le sanno spiegare, e coloro che non hanno mai provato nulla di simile non le possono comprendere. Ci sono persone che mettono in gioco la loro esistenza per raggiungere la vetta di una montagna. A nessuno, neppure a se stessi, potrebbero spiegare perché lo fanno. Altri si rovinano per conquistare il cuore di una persona che non ne vuole sapere di loro. E altri ancora vanno in rovina perché non sanno resistere ai piaceri della gola, o a quelli della bottiglia. Alcuni buttano tutti i loro beni nel gioco, oppure sacrificano ogni cosa per un'idea fissa, che mai potrà diventare realtà. Altri credono di poter essere felici soltanto in un luogo diverso da quello dove si trovano e così passano la vita girando il mondo. E altri ancora non trovano pace fino a quando non hanno ottenuto il potere. Insomma, ci sono tante e diverse passioni, quante e diverse sono le persone.
Per Bastiano Baldassarre Bucci la passione erano i libri.”

Bastiano Baldassarre Bucci è un bambino di circa dieci anni, grassoccio, non particolarmente coraggioso né sportivo, con un rendimento scolastico molto basso, tanto che l'anno precedente è stato pure bocciato; non ha amici, anzi, i compagni di scuola lo bullizzano e lo tormentano. La madre è morta e il padre sembra non accorgersi nemmeno della sua esistenza. Ma Bastiano ha una passione: i libri. Ed anche lui ha un talento speciale: sa inventare e raccontare storie. E questo lo salverà. Certo, non sarà affatto facile. Dovrà compiere un'impresa straordinaria, entrare fisicamente in un libro speciale e realizzare il suo percorso di formazione.

“[...] Da allora il bambino iniziò un lunghissimo viaggio, da un desiderio all'altro, e ogni desiderio che si realizzava lo conduceva a un altro. E non erano soltanto desideri buoni, bensì anche cattivi. […] Però, per ogni desiderio esaudito, il bambino perdeva una parte dei ricordi del mondo dal quale era venuto. A lui non importava molto, perché, tanto, non ci voleva più tornare. Così continuò a desiderare e desiderare, e alla fine aveva speso quasi tutti i suoi ricordi, senza i quali non si possono avere desideri. Ormai non era quasi più un essere umano, era diventato piuttosto molto simile a un Fantasiano. E la sua vera volontà non l'aveva ancora trovata. […] Da ultimo, la sua strada lo portò alla Casa che muta, perché vi restasse fino a quando non avesse trovato la sua vera volontà. La Casa che muta, infatti, non si chiama così soltanto perché cambia se stessa, ma perché cambia anche quelli che ci abitano. E questo era molto importante per il bambino, perché fino a quel momento egli aveva sempre voluto essere un altro, ma non aveva mai desiderato di cambiare se stesso.”

Consiglio la lettura di questo romanzo a tutti, anche agli adulti, anche a chi non ama particolarmente il fantasy: è un libro che celebra la potenza dei libri, l'importanza di lasciarsi trasportare dalla fantasia nelle storie che stiamo leggendo per trarne una nuova forza, per crescere e trovare noi stessi. Qualunque appassionato lettore, di qualsiasi età, non potrà che apprezzarlo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

La seduzione della conoscenza

“Trascrivo senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell'abate di Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell'uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amore di scrittura.”

Così affermava Umberto Eco nella prefazione a “Il nome della rosa”, il 5 gennaio 1980: “scrivere per puro amore di scrittura”, senza preoccuparsi dell'attualità, e consegnarci così un'opera che è diventata un classico della nostra Letterarura.
La voce narrante è quella di Adso da Melk, un monaco ormai anziano che, mentre sente approssimarsi l'ora della fine della sua vita terrena, rievoca, scrivendoli sulla pergamena, dei fatti che si svolsero nel 1327, quando era un giovane novizio e viaggiava per l'Italia insieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville. Adso accompagna Guglielmo, un frate francescano di origini inglesi, in una delicata missione diplomatica che si sarebbe svolta in un'abbazia benedettina dell'Italia centro-settentrionale, della quale non viene riferito il nome, celebre soprattutto per la sua ricchissima biblioteca. L'abbazia sarebbe stata infatti il luogo d'incontro tra un gruppo di francescani seguaci dell'imperatore Ludovico il Bavaro e una delegazione proveniente dalla corte avignonese di papa Giovanni XXII. Ma quando Adso e Guglielmo arrivano sul posto scoprono che il monastero è stata funestato di recente da una morte violenta: un monaco giovane ma già famoso come maestro miniatore, Adelmo da Otranto, era stato trovato morto qualche giorno prima, precipitato in fondo ad un burrone. L'abate, avendo constatato le grandi doti logico deduttive di Guglielmo, gli chiede di indagare sull'accaduto. Ben presto il francescano si rende conto che tutto il mistero ruota attorno alla biblioteca del monastero, alla volontà di renderla inaccessibile e alla sete di conoscenza che invece divora i monaci. Le morti violente intanto continuano a susseguirsi durante i sette giorni della permanenza di Adso e Guglielmo all'abbazia. Il giovane novizio vivrà un bel po' di avventure memorabili, parteciperà a dibattiti teologici, filosofici, storici, conoscerà eretici, mistici, uomini di potere ed inquisitori e riuscirà anche ad innamorarsi in modo carnale e terreno.
“Il nome della rosa” è sicuramente una di quelle opere che è in grado di parlare al lettore ogni volta che la si legge o rilegge, al di là del tempo storico in cui è ambientata. Si tratta di un romanzo molto complesso, che presenta vari livelli di lettura: c'è la trama investigativa, il mistero da risolvere secondo deduzioni logiche, ci sono le dissertazioni e divagazioni sulla storia e sulla filosofia medievale, che in certi punti possono risultare un pochino troppo lunghe, ma che rendono questo romanzo unico e non paragonabile ad altri romanzi storici coevi, c'è un continuo gioco di citazioni colte ed erudite predisposto dall'autore. Su tutto però mi sembra che prevalga l'amore e il desiderio verso i libri, verso la cultura: la seduzione della conoscenza. Questo è il tema centrale del romanzo: il desiderio di apprendere, di sapere, di comprendere, di imparare: di leggere.

“ «Il bene di un libro sta nell'essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. […]”

Il bene supremo è poter accedere alla conoscenza, il male supremo è costituito da chi la impedisce, da chi, pensando di essere l'unico portatore della verità, impedisce agli altri di poter liberamente conoscere.

“«Era la più grande biblioteca della cristianità,» disse Guglielmo. «Ora,» aggiunse, «l'Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D'altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.»
«Il volto di chi?» domandai stordito.
«Jorge, dico. In quel viso devastato dall'odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell'Anticristo, che non viene dalle tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un Paese lontano. L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. […]”

Come non riconoscere un'estrema attualità in queste parole proprio nei nostri tempi storici?
Eco voleva scrivere una storia lontana da noi, ma una storia di libri non può che riguardarci ancora.


Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
230 risultati - visualizzati 101 - 150 1 2 3 4 5

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)

Altri contenuti interessanti su QLibri

L'antico amore
Fatal intrusion
Il grande Bob
Orbital
La catastrofica visita allo zoo
Poveri cristi
Se parli muori
Il successore
Le verità spezzate
Noi due ci apparteniamo
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Delitto in cielo
Long Island
Corteo
L'anniversario
La fame del Cigno