Opinione scritta da Donnie*Darko

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    18 Luglio, 2014
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All'inferno!

Madison ha tredici anni e un grosso problema. E' deceduta per overdose di marijuana (!) e ora si ritrova dannata all'inferno.
Ovviamente gli inferi concepiti da Palahniuk, pur essendo tutt'altro che confortevoli, si differenziano di molto dall'immaginario comune in cui si viene sottoposti per l' eternità a torture indicibili.
Siamo in zona più fantasy che horror, ed il luogo in questione appare più come un campionario di variegate assurdità. Celle di prigionia, demoni più buffi che terrorizzanti, call center e uffici dagli insormontabili ostacoli burocratici (cosa che mi ha ricordato alcuni vecchi Dylan Dog) costituiscono la torrida oltretomba della giovane protagonista. Fuoco e supplizi non mancano, ma a catturare l'attenzione sono i posti attraverso i quali la prematuramente trapassata peregrinerà per raggiungere niente meno che Satana.
Ci imbattiamo in panorami buoni per la fiera del disgusto: abbiamo l'oceano di sperma sprecato, la palude dei feti abortiti, il deserto di forfora, ecc...un susseguirsi di livelli in stile videogame che Madison cercherà di superare in compagnia di un poco funzionale gruppo di adolescenti volutamente stereotipati.
Più leggero, appena ammantato di quella denuncia sociale di cui l'autore solitamente si fa carico, "Dannazione" appare come l'ennesima sperimentazione di un autore non più brillante come ad inizio carriera.
La fantasia è applicata al meglio solo a sprazzi, ci sono pene del contrappasso modellate sui tempi odierni e infinite liste -tipiche di Palahniuk, quanto la fissa per il cinema- di personaggi famosi a cui lo scrittore affida ruoli più o meno intriganti. Altro punto di rottura è la definizione della nostra eroina, tutt'altro che una perdente contravvenendo la regola del suo creatore da sempre alleato di alienati, paranoici e disillusi. Madison è una leader, durante l'ascesa nella scala gerarchica degli inferi rammenta la sua vita terrena tenendo in piedi una trama sicuramente dalla buona vis comica, anche se intrisa di una certa drammaturgia con in evidenza il menefreghismo e l'ipocrisia dei genitori.
Appena velate troviamo sfumature thriller inerenti la dipartita della nostra, sino ad un finale in cui prenderanno maggior consistenza rivelando le vere cause della morte.
Non un gran Palahniuk, in principio ci si diverte e le prime pagine scorrono bene, a lungo andare però si raggiunge un livello di saturazione e la noia inizia a far capolino, anche perché il meccanismo sembra incepparsi divenendo schiavo di trovate bizzarre abbastanza gratuite.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    17 Luglio, 2014
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Trittico dell'infelicità

"Mio figlio è il solo problema che resta senza soluzione".
Emblematica questa frase, scritta in una lettera inviata ad un conoscente e firmata Albert Einstein: genio assoluto, eminenza scientifica riconosciuta ovunque, eppure con un fardello straziante in fondo al cuore. Un figlio schizofrenico internato appena ventenne in manicomio a Zurigo, è l'"onta" che quest'uomo capace di incredibili scoperte non sa come affrontare e di conseguenza rifugge.
Si allontana, con inquietudine crescente di pari passo col susseguirsi degli anni, ma anche con egoismo e una codardia tipica di quelle persone non avvezze alla sconfitta, terrorizzate davanti difficoltà con le quali non riescono a scendere a patti.
Seksik porta a galla con un racconto a tre voci la pena di questo rapporto vissuto in modo sporadico e per nulla affettuoso; oltre allo scienziato e al figlio Eduard c'è Mileva, prima moglie del luminare e madre del ragazzo.
Tra biografia e romanzo si dipana la storia di questa famiglia costretta alla separazione. Un racconto toccante in cui ci si fa carico di un dolore veemente spesso inespresso o modificato dalle circostanze; le sofferenze di tutti e tre i personaggi impregnano le pagine venendo esposte secondo personalità di notevole efficacia. L'analisi più straziante riguarda Eduard, accudito dalla madre ed al tempo stesso perduto per sempre tra i ricordi di una fanciullezza stoppata bruscamente dalla malattia su talentuose promesse.
L'autore si mostra empatico col dramma celato dietro alla fama e al successo, cala il lettore in una storia ispirata alla corrispondenza che Einstein tenne con la moglie e con amici come Michele Besso e Carl Seeling. L'affresco storico gioca un ruolo determinante per le sorti dei protagonisti, in particolare con Albert, costretto dall'ascesa nazista alla fuga in America e poi ancora perseguitato dai Maccartisti.
Il ritratto è quello di tre figure alla deriva e irrimediabilmente sole: Eduard e la consapevolezza di una vita destinata all'infelicità, Mileva sacrificata alle intemperanze del figlio e infine Albert, tanto geniale quanto manchevole nel ruolo paterno.
Seksik si concentra sull'uomo privato, lambisce solamente la vita da celebrità riferendo di un Einstein inedito, molto umano e fallace, cogliendo le insicurezze di un uomo disastroso negli affetti con un figlio lontano (il primogenito Hans Albert), un altro perso nei suoi deliri mentali, una moglie adorata e poi lasciata cadere in disgrazia e infine un dolore, ai più sconosciuto, con le fattezze di una bimba scomparsa prematuramente.
Ottimo romanzo, lo consiglio anche a chi (come il sottoscritto) ad Einstein non si è mai più di tanto interessato.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    15 Luglio, 2014
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Orrori dal mondo contadino

Ottima questa raccolta di racconti in cui Eraldo Baldini, come sua abitudine, riesce a fondere il meglio delle più inquietanti tradizioni agresti con una realtà immota ed atavica, associabile all'apparente quieto vivere di piccoli paesini di campagna, di minuscole comunità dimenticate dai più.
Qui l'orrore prende vita: antiche leggende, superstizioni, piccole e grandi crudeltà prettamente umane, oltre che una strenua chiusura verso chi quel microcosmo non può comprenderlo -rischiando tra l'altro di comprometterlo- stanno alla base dei brevi scritti.
E' un po' come ascoltare vecchie storie di paura per bocca di qualche parente o conoscente anziano avvezzo alla vita di campagna, novelle alle quali non crede nessuno eppure hanno uno strano potere perturbante. Il tutto magari la sera durante l'infuriare di un temporale, seduti davanti a una camino: ecco l'apprensione montare, nonostante la compagnia rassicurante e il luogo accogliente. Allo stesso modo le parole dell'autore scavano nell'inconscio facendo affiorare paure sconosciute, facendo cozzare al meglio la bellezza di quei panorami incontaminati con qualcosa di estremamente pericoloso strisciante sotto la radiosa superficie.
Baldini è antropologo oltre che romanziere, conosce bene la gente e il folklore dei luoghi presentati, è nato in quella zona a cavallo tra il mare della Romagna e la pianura padana, qui immerge i protagonisti in incubi ancestrali utilizzando argomenti a lui cari: ci sono l'incapacità di comprendersi di due mondi separati solo da pochi chilometri, la crudeltà infantile e l'ingiustizia nei confronti del "diverso", l'amore negato. Sono i misteri di zone un po' magiche e al tempo stesso rese difficilmente addomesticabili per via di una natura rigogliosa, depositaria di non detti che è meglio restino tali.
Interessante notare il legame tra la terra e la mitologia rurale: troviamo La Borda (già presente in "Mal'aria") ma anche altre presenze come La Vecchia nel Pozzo o il Gorgo nero, tutte strettamente legate al lavoro nei campi, capaci di influenzare in negativo la mente degli uomini raggiungendone il lato più oscuro.
Lo stile di scrittura asciutto e preciso fa la differenza, regalando compattezza ad un tema variato su più fronti (non manca un racconto piuttosto divertente).

Ne esistono due edizioni: la prima contiene dodici episodi, la seconda diciotto, entrambe vedono la postfazione di Francesco Guccini.

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Racconti
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    11 Luglio, 2014
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Gli scheletri del re

Dopo "A volte ritornano" un'altra antologia di brevi storie per il Re del brivido. Diciannove racconti, due poesie e un "lungo" che, secondo il mio gusto personale, è il fiore all'occhiello del tomo.
Sto parlando de "La Nebbia", in cui una piccola cittadina a seguito di un temporale viene ricoperta da una coltre impenetrabile, non è un fenomeno naturale, all'interno di essa si nascondono infatti creature ataviche affamate di carne umana. Ne è stato tratto anche un bel film dal finale leggermente modificato, reso ancora più crudele.
King dà spazio a multiformi paure, da quelle più classiche a quelle più stravaganti. L'incedere narrativo e le creazioni spaventose sono quelle dei tempi d'oro, i racconti sono stati elaborati nell'arco di ben diciassette anni, ovvero nel periodo più fertile in cui l'autore sfornava i suoi romanzi più celebri e amati.
I segmenti spaziano furiosamente tra i generi attenendosi su un livello qualitativo generalmente notevole. Sul fronte classico impossibile non citare "La scimmia", dove un innocuo giocattolo lancia il suo influsso mortale su svariate persone, o ancora "La zattera" (anche questo traslato su pellicola, è un mediometraggio inserito in "Creepshow") in cui una macchia senziente di inquinamento fagocita i bagnanti di un placido lago.
Non solo il soprannaturale, c'è anche la violenza quotidiana riscontrabile nella follia omicida di "Caino scatenato" o "Marcia nuziale" (questo per la verità tra i meno riusciti), non mancano i serial killer con il protagonista di "Consegne mattutine-Lattaio nr.1" piuttosto sui generis.
Abbonda la fantascienza: l'eccessiva curiosità di un bambino fa da perno a "Il viaggio", altrettanto crudele è "Sabbiature", mentre ne "Il word processor degli dei" ci si sollazza con le nuove tecnologie addizionate a poteri celesti.
Lo scrittore del Maine torna malinconico riflettendo sulle varie stagioni della vita, ci sono le paure infantili de "La nonna" e l'avvicinarsi della fine ne "Il braccio", sposa il surreale nel poco riuscito "Tigri!", affronta il cannibalismo (autoinferto) in uno degli episodi più sconvolgenti e da me preferiti, ovvero "L'arte di sopravvivere".
"La scorciatoia della signora Todd" e "Il camion dello zio Otto" denotano felicemente la passione per dimensioni parallele e realtà intersecate alla nostra.
Ovviamente ci sono racconti abbastanza scontati o o insipidi, "Nona" o "L' immagine della falciatrice" ne sono un esempio lampante; comunque sia è un King che non sbraca nel prolisso e azzecca i finali (com'è noto un po' il suo tendine d'Achille), per un libro pregevole che potrebbe regalarvi qualche incubo notturno.

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Fantascienza
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    09 Luglio, 2014
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Ai confini della realtà

La bizzarra creatività di Lansdale non ha portato in dote solo noir, thriller e romanzi di formazione - ovviamente sempre ammantati di sfumature pulp, horror e western- ci sono anche scritti a dir poco strambi tra le sue opere, nella speciale categoria tra i più riusciti giusto menzionare il breve e spassosissimo "Bubba Ho Tep" e appunto "La notte del Drive-in".
In apparenza un delirante omaggio ai b-movie sin dal contesto ambientale, ovvero l'Orbit, il più grande cinema a cielo aperto del Texas, dove quattro amici si trovano vittime di un incubo assurdo, paragonabile a una di quelle sconclusionate pellicole con le quali pensavano di allietare la serata.
In breve prende forma una situazione di panico, dapprima più o meno controllato poi sfociante in un vero massacro. L'assenza di regole, di mezzi di sostentamento e la coabitazione forzata favoriscono un'involuzione comportamentale aberrante, con ferino istinto di sopravvivenza a farla da padrone e a indurre i malcapitati a macchiarsi degli atti più deplorevoli. Lansdale non muove scontante critiche all'indole umana, accetta la regressione come un dato di fatto addebitando il tutto all'istinto animalesco connaturato, semmai punta il suo sguardo accusatore nei confronti di una realtà socioeconomica corrotta, irrispettosa del prossimo e ammorbata dal becero consumismo; qui ben evidenziato da bevande gassate, dolciumi e pop-corn che per qualche giorno saranno unica fonte di sostentamento.
Non è un caso che a menare le danze siano il "Re del pop-corn" prima, e nel secondo capitolo Popalong Cassidy, uomo con al posto della testa una tv, come a sottolineare l'influenza nefasta dei mass media perpetrata mediante programmi di dubbio valore.
La conformazione fisica di questi personaggi ne determina il ruolo di baubau dell'era moderna, ibridi mostruosi che hanno sostituito il vecchio uomo nero, inoltre rendono bene la stravaganza della storia, perennemente sopra le righe e punteggiata da situazioni a dir poco grottesche non estranee a momenti molto crudi.
Lansdale amalgama tutto nel calderone dell'eccesso non dimenticandosi l'innata propensione per il sarcasmo e l'umorismo nero senza scivolare in ridicole astrusità.
Dietro l'apparente patina decerebrata c'è una lettura attuale feroce e implacabile; questa non è altro che la punizione per l'umanità, approntata da una divinità crudele probabilmente fatta a nostra immagine e somiglianza.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    07 Luglio, 2014
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Il fascino dell'azzardo

Uno studente modello di giurisprudenza e un balordo di strada. Cos'hanno in comune? più di quanto si possa immaginare.
I loro nomi sono Giorgio e Francesco: il primo figlio della borghesia barese, il secondo dei vicoli malfamati della città.
Due ragazzi in balia della corrente di un passaggio verso l'età adulta spesso ostico da gestire. Si specchiano, si ammirano in modo esclusivo, cercano nell'altro ciò che manca nella loro vita trovando similitudini nonostante origini così diametralmente agli antipodi.
La fragilità e la durezza si fondono in un tutt'uno e sotto le spacconate si cela un'amicizia che sublima in una solidarietà identitaria. Le luci della Bari solare e accogliente si fondono col turpe volto ombroso urbano fatto di violenza, giocate clandestine, droga, piccoli e grandi crimini. La strana coppia sposa la realtà del buio divenendone parte integrante, avvinghiandosi in un tuffo verso il basso sperando di non toccare mai il fondo, pur sapendo che lo schianto potrebbe segnare la fine di ogni sogno.
In parallelo si snoda la storia del tenente Chiti alla caccia di uno stupratore seriale, è una sorta di summa dei due ragazzotti, un uomo che ha lasciato da tempo lo stato embrionale per trovare certezze tuttavia non sempre inattaccabili.
Le difficoltà della crescita, le insicurezze, la strada verso il successo da raggiungere pur seguendo percorsi immorali, sono le basi su cui Carofiglio innalza un romanzo non sempre equilibrato ma incalzante, duro e delicato al tempo stesso, notevole nell'approfondire un rapporto tra coetanei che sfuma in complesse dinamiche ben approfondite dall'autore. Semmai è la storia a non scorrere sempre in maniera fluida, trovando ostacoli in certe forzature mirate alla conclusione della storia.
E' anche uno sguardo al passato remoto, straniante e malinconico, eppure capace di segnare per sempre una vita adulta ormai lontana da quei giorni in cui il sentirsi al di fuori degli schemi, convinti di tenere in scacco la vita, è prassi giovanile tanto comune quanto pericolosa.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    04 Luglio, 2014
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Cinque sorelle per cinque suicidi

Sorelle Lisbon. Un sogno, un' utopia romantica, una divinità pentacefala, un' idealizzazione estrema e dolce del mondo femminile. Questo secondo il pensare di chi negli anni si è crogiolato nella rievocazione di un'adolescenza fatta di passioni incontenibili, ma anche investita dal gelido soffio della morte.
Dipartita volontaria, decesso autoinferto, suicidio: stessa decisione per le ragazze, passate nel mondo dei più nel giro di un anno. Amore spassionato e senso di colpa per la comunità giovanile ossessionata dalla misteriosa (im)perfezione di quei corpi ricoperti da abiti sempre stuzzicanti nonostante non di foggia recentissima e piuttosto mortificanti delle forme, dei loro capelli profumati, di labbra agognate raggiunte solo da pochi eletti.
Il peso della vita sulle cinque sorelle, prigioniere di una madre dispotica e di un padre senza nerbo, incatenate a una casa che deperisce assieme a loro. Ragazze, non ancora donne, bloccate eternamente tra fanciullezza ed età adulta, entrate in un mito che le eleva al di sopra di tutto prima che la natura umana ne porti a galla debolezze, fragilità, fino a soffocarne tramite la convenzione sociale ogni enigmatico fascino.
Le Lisbon fendono la memoria perchè non allineate, comprese nel loro gesto estremo anche da chi in un primo momento aveva stigmatizzato. Ricordate per sempre come quegli amori struggenti, feroci, destabilizzanti, mai consumati, cristallizzati in una casa-albero divenuta altare alla memoria.
Piccole donne incapaci di comprendere il mondo circostante, il loro passaggio terreno impresso in piccole istantanee e oggetti che iniziano a sfocare col diradarsi dei capelli e le pancette prominenti, di chi, allora aitante, le aveva desiderate, spiate, a suo modo amate.
Sempre molto scorrevole, spesso descrittivo, Eugenides con piglio tra il malinconico e il sognante ci immerge nell'epopea di un'esistenza troppo breve, paragonabile a quella dell'effimere crisope, onnipresenti nel quartiere seppur solo per qualche battito di ali.
Cala il sipario, non sul ricordo, alimentato dall'autore che trova picchi di incredibile pathos e restituisce al lettore un amore platonico eppure talmente veemente da sopravvivere alla morte e all'implacabile scorrere del tempo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    02 Luglio, 2014
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Z = fine (?)

Non è certo l'abusato tema dei morti viventi a solleticare l'attenzione in questo romanzo firmato da Max Brooks. L'autore convince soprattutto per la struttura narrativa, ovvero una serie di interviste, praticamente dei racconti brevi disposti a formare una specie di documento storico.
L'apocalittico conflitto è concluso, la Terra letteralmente stravolta e dilaniata, l'umanità guarda avanti e un intrepido giornalista gira il mondo per raccogliere le esperienze personali dei sopravvissuti; questo per comprendere il loro dramma e riferire come una tragedia simile abbia potuto colpire e mettere in ginocchio una società talmente avanzata da pensare erroneamente di essere inattaccabile.
Brooks un po' come alcuni registi ai tempi d'oro dell'horror cinematografico, sagaci nell' utilizzo allegorico della minaccia per soffermarsi sui mali della società; nello specifico impossibile non pensare a George A. Romero.
Il gigante dai piedi d'argilla viene mostrato in tutta la sua fragilità, incapace di far fronte ad un virus che dal famigerato paziente zero si propaga in ogni dove; a seguire giungono le riflessioni sull'egoismo insito nella natura umana e la bramosia sotto forma di aspetti economici ad umiliare ogni logico parametro di sicurezza.
Si viaggia ai quattro angoli del globo: dall'India al Cile, Dal Giappone all'Antartide, dagli Usa all' Europa sino alla misteriosa fine della Corea del Nord. I resoconti provengono dalle memorie di molteplici personaggi: militari, scienziati, studenti, gente comune ma anche i principali responsabili dello sfacelo oltre a coloro che si si distinsero nella strenua lotta per la salvezza.
Max Brooks opera una ricostruzione certosina riferendo di drammi su piccola o vasta scala, svariando tra il singolo individuo e l'umanità tutta mediante uno stile incalzante, affilato come il bisturi di un chirurgo e capace di creare notevole tensione in parecchi episodi.
Ci sono delle inevitabili pause, ma alcuni momenti fanno davvero rabbrividire cogliendo l'essenza di un mondo disperato, decimato, impaurito, raggirato, eppure in grado di rialzarsi facendo tesoro dei propri errori.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    01 Luglio, 2014
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Scottish porno

Torna lo scalmanato, nonchè tossico e alcolico, gruppetto di nevrotici che incendiò a suo tempo le pagine dell'instant cult "Trainspotting".
Edimburgo è nuovamente l'habitat grigio delle occasioni perdute in cui i nostri vivacchiano alla meno peggio, questa volta a fare da trait d'union tra le varie storie personali, inevitabilmente convergenti in un esplosivo finale, è Sick Boy, sempre più aderente alla voce "fallito" eppure pieno di idee strampalate e al limite del possibile: in ultimo quella di lanciarsi nell'industria del porno e finalmente svoltare rimpinguando il decrepito conto in banca.
I personaggi si raccontano e Welsh ne coglie bene l'aspetto di perdenti in continua lotta con il mondo circostante, molestati dai fantasmi di un passato non certo all'acqua di rose.
A seconda di chi racconta lo stile narrativo muta, divenendo ora zoppicante, ora scorrevole, ora greve, ora acuto; un po' come accadeva in "Colla" e non è un caso che alcuni dei personaggi di quel romanzo si miscelino alle vecchie conoscenze glorificate anche nel film di Danny Boyle.
Il tutto per uno spaccato urbano al solito sordido, in cui Spud continua ad essere perso nella sua dipendenza dalle droghe e Begbie nella sua violenza incontrollata e mostruosa, mentre Renton, fuggito ad Amsterdam e bollato come traditore, rientra in città per saldare i vecchi conti pur intuendo il mare di guai che lo attende al varco.
Welsh è meno concentrato questa volta sulla critica sociale, eleva l'amicizia come valore insindacabile pur dando forma al proprio pensiero secondo un approccio grottesco e spesso amorale. Deride l'effimera forza del denaro denotando come la bramosia sia spesso all'origine di ogni male. Allo stesso tempo non calca la mano, resta sul lieve e sul divertito pur non dimenticando la propria inclinazione al politicamente scorretto, ben inquadrato nel tema a luci rosse che funge da motore per la corale vicenda.
Il dissoluto e tanto osteggiato porno così diventa sistema di riscatto seguendo una provocatoria logica, ben mirata a colpire il cuore della Scozia più puritana.
Il mix di sfumature è in perfetto bilico sul filo del tragicomico rafforzato da un linguaggio spesso molto colorito. Welsh è noto per non aver peli sulla lingua e in questo caso, stimolato dal pruriginoso tema, sembra divertirsi un sacco a scandalizzare a più riprese pur risultando più tollerabile e meno oltraggioso rispetto ad altri suoi romanzi.
Tra le new entry abbaglia la studentessa-massaggiatrice ed aspirante pornostar Nikki, sicuramente uno dei migliori personaggi scaturiti dalla penna del folle Irvine.
Peccato per qualche passaggio fine a se stesso e a qualche momento prolisso, nel complesso però diverte.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    27 Giugno, 2014
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Faccia di bronzo

Sembra un povero stolto Nick Corey, uomo senza spina dorsale e privo di carattere. Riveste l'incarico di sceriffo di Potts County, cittadina di poche anime posizionata in qualche polveroso buco del Texas. Oppresso dall'odiosa moglie, pusillanime coi poteri forti, tira a campare con un'unica ambizione: quella di essere rieletto possibilmente facendo il meno possibile.
Si potrebbe pensare ad una vittima predestinata, ed invece il nostro assomiglia più ad un serpente acquattato tra le rocce, pronto a mordere chiunque osi infastidirlo. L'ostentata pacatezza, l'accondiscendenza, le debolezze, nascondono invece sordidi piani studiati a puntino da una mente tanto perversa quanto industriosa.
Ciò gli permette di rigirare le situazioni regolarmente a suo favore, di continuare a lucrare grazie al suo lavoro senza muovere un dito e di gestire ben due amanti.
Uccide senza batter ciglio e induce gli altri a farlo in sua vece tramite giochetti psicologici degni del miglior manipolatore di menti.
La spietatezza è alimentata non da mero individualismo, Jim Thompson "giustifica" infatti in maniera molto interessante l'agire del protagonista. Non dipende solo dal beneficio personale che egli trae da certi comportamenti, è soprattutto un distorto senso di giustizialismo a guidarlo; Nick odia il genere umano, si sente quasi un inviato divino chiamato a spazzare dal pianeta quanta più feccia possibile. Ed in effetti Thompson descrive un mondo crudele, razzista, violento, in cui sotto l'imbellettata superficie perbenista e bigotta si nasconde l'aberrante marciume.
Abbiamo quindi un giustiziere guidato da un proprio codice, incapace di scindere il bene dal male senza che ciò determini la "bontà" del suo sporco operato; del resto secondo la sua visione ognuno è degno di essere vittima in quanto tassello rivoltate di un mondo senza valori.
L'autore così facendo irride anche la politica in generale, con le sue maschere di facciata e i giochini di potere mirati all'egocentrico benessere.
Un bel noir, ricco di umorismo e ferocia, punteggiato da sottili quanto drammatiche strategie di conservazione. Lo stile di Thompson è asciutto, privo di barocchismi, molto incisivo nel descrivere la bruttezza di Potts County e del suo infido tutore dell'ordine.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    26 Giugno, 2014
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Nei pensieri del ragno

La mente di Dennis Cleg è il fulcro di questo romanzo in cui Patrick McGrath fionda mirabilmente il lettore tra immagini, pensieri e ricordi disastrati dalla malattia.
Narrato in prima persona dal protagonista è un viaggio ora triste, ora repellente, ora malinconico, nell'infermità psichica. E' un' aggrovigliata ricerca (non si sa quanto voluta) della verità, di un passato pauroso nel quale la memoria è stata sepolta e in cui a dominare è il rimosso.
Reminiscenze frammentate riemergono da un trascorso inserito nel depresso panorama industriale dell'East End Londinese. Dennis è figlio indesiderato della working class, ha un padre ubriacone e fedifrago, una madre amorevole e molto fragile che gli ha affibbiato quel nomignolo ("spider") tanto bizzarro.
La sua mente è come la tela di un ragno in cui restano invischiate, come prede più o meno divorate o decomposte, particelle di una tragedia che ha costretto Dennis ad una lunga degenza in manicomio. Da allora sono passati vent'anni, ma Spider continua a non capire e a rielaborare l'accaduto, torna alla sua infanzia denotando esigenze infantili per poi riemergere in un presente incomprensibile all'interno del quale non può integrarsi.
Mc Grath scava insieme al suo protagonista sino a raggiungere l'insanabile e terrificante punto di non ritorno, giungendo alla lacerazione definitiva di una mente destinata all' inesorabile deteriorarsi in un progressivo declino verso il buio.
Il grigiore di Londra è il colore dei ragionamenti obnubilati di Dennis, perennemente a caccia di indizi in una narrazione destrutturata, efficace nel sostenere i vari salti temporali nella struggente involuzione.
L'autore restituisce la cognizione dell'inadeguatezza e il senso di colpa, li deforma sfruttando l'ambiguità del suo personaggio che resta in bilico tra l'essere vittima degli eventi e fautore del proprio tragico destino.
Signor romanzo da cui David Cronenberg ha tratto l'omonimo film con protagonista l'ottimo Ralph Fiennes.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    24 Giugno, 2014
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Piccolo, brutto e cattivo

Pigmeo sembra un giovane studente come tanti inserito in uno scambio culturale con gli Stati Uniti. Originario di un paese non meglio identificato, non appena giunto sul suolo americano, comincia a mettere in pratica il suo piano. Infatti in realtà non è altro che una cellula terroristica decisa a mettere a ferro e fuoco Washington durante una premiazione.
Fin da piccino è stato indottrinato alla cieca obbedienza tramite una rigida educazione di stampo militare, l’odio verso il capitalismo e in particolar modo nei confronti degli Stati Uniti sono la sua unica ragione di vita.
Palahniuk riferisce i pensieri e le emozioni del protagonista, elabora una presa di coscienza sorprendente, ma lo fa adottando uno stile di scrittura a dir poco ostico ed irritante. Pigmeo infatti non conosce alla perfezione la lingua del paese in cui è ospitato, si esprime infischiandosene della sintassi e trasgredendo ogni regola grammaticale. Siamo ai limiti della comprensione, indi per cui lo sforzo richiesto è massiccio, l’autore si diverte sbeffeggiando ogni schema e rischia grosso indispettendo il lettore.
Se però si riesce a entrare nell’ottica di questo linguaggio indigesto la cui traduzione, immagino, non sia stata una passeggiata, si entra a contatto con il cuore pulsante del romanzo: qui c’è l’ America del finto perbenismo, del vizio e dell’ ipocrisia, il tutto distillato dagli occhi di un ragazzino che da un regime ostentatamente assolutista si trova prigioniero di un’altra dittatura, forse ancor più subdola perché celata sotto le spoglie di una democrazia umiliata, calpestata, forse mai esistita.
L’ambiente con cui si trova ad interagire è fortemente improntato sul possesso, sull’ apparire e sull’ individualismo; si galleggia a vista in un vuoto pneumatico incarnato dall’ apatia delle nuove sessocentriche generazioni e dall’ignoranza di adulti distratti, razzisti e inadatti al ruolo del genitore.
E’ un romanzo respingente sia come stile di scrittura, sia per il cinismo con cui mette alla berlina l’autonomia del singolo, in fin dei conti schiavo, secondo Palahniuk, ad ogni latitudine di una società marcescente.
Capisco chi lo troverà un semplice cumulo di sterco, per quanto mi riguarda ho faticato maledettamente a trovare la giusta sintonia con lo stile di scrittura, dopodiché ne ho apprezzato l’incedere dissacrante e “cattivo”. Certo, una simile rivoluzione linguistica ha ben poco di piacevole, l’idea di fondo (forse per l’autore ingegnosa) è a mio parere molto discutibile.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    20 Giugno, 2014
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Un valzer non proprio viennese

Ogni famiglia che si rispetti ha la sua brava pecora nera. In questo caso corrisponde ad un certo Bill, giovanotto scavezzacollo che con il suo "Club dei Disastri" (un nome, una garanzia), girovaga per il Texas orientale a combinarne di cotte e di crude. Fino ad alzare l'asticella della demenza e del pericolo, precipitando così in un guaio in cui rischia di lasciarci la pelle dopo che alcuni dei suoi compari sono passati a miglior vita in modo tutt'altro che misericordioso.
Urge l'aiuto di zio Hank, vessillo di un sogno americano simboleggiato dalla splendida e maliziosa moglie, da due figli adorabili e un impiego tranquillo come proprietario di un videonoleggio. Non mancano la bella casa, il cane e l'ampio giardino, insomma, l'idillio domestico per antonomasia. Peccato che quel sogno raggiunto con fatica e spirito di sacrificio possa dissolversi in un attimo, demolito di riflesso dalle scempiaggini del nefasto nipote, il quale, potendo puntare solo sullo zio per tirarsi fuori dai pasticci, lo coinvolge in un orrendo gioco al massacro.
Solito Lansdale verrebbe da dire, in questo che è uno dei primi romanzi scritti dal folle texano pubblicato in Italia solo anni dopo; chi conosce il buon J.R. non avrà problemi a riconoscere i suoi tratti distintivi con personaggi eccentrici dalla battuta pronta (meglio se greve e/o pungente), inseriti in un ambiente in cui la violenza striscia nel buio pronta ad abbattersi sugli inermi viandanti con efferato impeto.
E su questa foga furiosa è imperniato "Il valzer dell'orrore", una girandola di situazioni limite, spesso faticose a digerirsi, fortunatamente stemperate dalla consueta ironia mista ad una leggerezza narrativa che permette di spezzare la gravità dei momenti più espliciti.
Lansdale lavora sul clichè molto americano dei valori famigliari, manda in pezzi un mondo dorato e poi lo ristruttura a suo modo, ovvero sbeffeggiando la convenzionalità a partire dall'inserimento di discutibili affetti ritrovati pronti a difendere con ogni mezzo quel piccolo angolo di serenità.
Nella speranza che questa volta la pecora nera cambi colore o per lo meno resti confinata nel suo recinto.

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Fantascienza
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    19 Giugno, 2014
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Zoo verticale

Contenuti molto attuali in questo romanzo di J.G. Ballard, il quale immagina un condominio ultra moderno ed isolato dal resto del mondo come cartina tornasole della società.
Il fabbricato è strutturato seguendo un ordine gerarchico basato sulla disponibilità economica, i meno abbienti stanno ai piani bassi, i più ricchi in alto, quasi a toccare il cielo come divinità del nuovo credo consumistico.
Ballard si lancia in una disamina al vetriolo della natura umana rimasta invariata nei secoli nonostante il perfezionamento tecnologico. Il condominio infatti si tramuta in un mattatoio nel momento in cui l'assenza di regole espone ad un decadimento morale/comportamentale.
E' l'istinto animalesco a prevalere, gli inquilini si scagliano l'uno contro l'altro, dapprima irritati da alcune tipiche scaramucce da vicinato poco cortese, quindi da problemi inerenti la tanto decantata sicurezza e comodità, per poi implodere in una vera e propria guerriglia.
La regressione scorre di pari passo con l'azzeramento lento ma inarrestabile di quell'avanguardia scientifica così tranquillizzante; la storia vede ancora una volta opposti chi non ha nulla e chi ha fatto dell'opulenza il suo stile di vita, mentre lo status primitivo impera raggiungendo i più bassi istinti inerenti la mera sopravvivenza e la riproduzione.
Non c'è una vera causa scatenante, Ballard è irremovibile nel pensare all'uomo come al predatore più spietato, l'unico al mondo incapace di gestire una convivenza mirata al benessere della comunità . Alla base di questo disfattismo c'è anche l'innegabile distacco dal reale, il condominio è un microcosmo indipendente con le sue zone "bene" e i suoi ghetti. Una sorta di fortezza da cui non vi è più bisogno uscire: supermercati, palestre, negozi, locali, ristoranti sopperiscono ad ogni bisogno lasciando le persone in uno stato di impasse evolutiva.
Forse Ballard vede addirittura oltre, nel 1975 conosce il futuro che attende l'umanità, il condominio è (mi si perdoni la metafora azzardata) il centro commerciale di oggi.


« Senza saperlo, [Royal] aveva costruito un gigantesco zoo verticale, con centinaia di gabbie accatastate l'una sull'altra. E allora, per cogliere il senso di tutti i fatti avvenuti nei mesi precedenti, bastava capire che quelle creature brillanti ed esotiche avevano imparato ad aprire gli sportelli. »

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    17 Giugno, 2014
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Rancori di un insospettabile

Una ragnatela di eventi predisposti a disegnare la mostruosità dell'uomo medio; con questo arguto escamotage Herman Koch ci trascina nell'apatico sopravvivere di Fred Moorman. Quasi cinquantenne gravato da insoddisfazione esposta seguendo tortuosi ragionamenti di raro cinismo, generati dalla grande insofferenza nei confronti di qualsiasi essere umano gli ronzi intorno.
Dietro le scalmane verbali ci sono pensieri inconfessabili, nella sua mente spesso prende forma una violenza inaudita, una ferocia totalitaria ed insensata. Fondamentalmente è un codardo, vive di fantasticherie ed è incapace di farsi rispettare.
Mal sopporta ma accetta rassegnato il bighellonare del cognato, odia l'anziana inquilina del piano terra che regolarmente gli appesta casa con effluvi tutt'altro che gradevoli, ne farebbe di ogni al presentatore televisivo dal sorrisone infingardo. Eppure si limita a gingillarsi con le sue fantasie, almeno fin quando incontra il piacente Max G., suo vecchio compagno di scuola da sempre dedito a traffici poco chiari.
Koch analizza quest'uomo incapace di alimentare la propria vita, lo fa sfruttando salti temporali gestiti con padronanza assoluta del ritmo narrativo per mettere in luce una morale corrotta, una fascinazione per un male che può diventare radicale soluzione all'intolleranza.
Il protagonista è la personificazione del nulla, talmente anonimo da non essere neppure descritto dall'autore. Un uomo comune dentro cui si contorce la rabbia in attesa di essere soddisfatta da mani e menti ignote.
Sembra non accadere niente di clamoroso, ed invece il lettore viene pungolato tramite sospetti e indizi disseminati lungo un percorso di quotidianità fittizia fino al crescendo finale in cui i favori esigeranno la giusta contropartita.
Romanzo amaro ed incalzante, efficace nel descrivere l'orrore dietro l'apparente normalità.

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Racconti
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    13 Giugno, 2014
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Incipit promettenti, poi la noia

Sarò sincero: sono partito con grandi aspettative e ho proceduto con entusiasmo all'acquisto leggendo di un estro creativo decantato un po' ovunque. Francamente sono rimasto abbastanza deluso, o meglio, piuttosto apatico nell'accogliere gli affabili ghirigori narrativi dello scrittore israeliano.
E' una serie di racconti senza infamia nè lode, venata da un umorismo sottile, spesso surreale e di tipico stampo yiddish. Complessivamente non malvagio, si legge con facilità, ma definirlo spassoso e divertentissimo, addirittura geniale, mi pare esagerato.
In effetti tre/quattro racconti sono parecchio brillanti e invogliano la risata, ma su un totale di trentotto mi sembrano una rappresentativa esigua.
Lo stile di Etgar Keret è sicuramente interessante, senza fronzoli, molto fluido ed avvolgente, in grado di trasformare la banalità del quotidiano in qualcosa di oscillante tra l'umoristico e l'inquietante. In questo caso lo spunto irrazionale è spesso utilizzato in maniera indiscutibilmente azzeccata, anche se poi, a conti fatti, ciò che resta a fine lettura è un senso di incompiutezza. Forse perchè gli incipit sono spesso invitanti, seguiti però da una conclusione che arriva sempre sul più bello.
La cosa interessante è notare come in poche righe l'autore riesca a far trasudare intenso uno spirito amaro, spesso cinico, quasi minaccioso eppure lieve allo stesso tempo. Sembra un divertissement dell'autore, giocoso col lettore nel sfidarlo ad abbracciare le sue elaborate fantasticherie.
Keret celebra l'esaltazione del caos secondo una realtà filtrata attraverso coordinate grottesche, cercando di esorcizzare l'imponderabile connaturato alla vita.
Tuttavia, a mio modesto parere, più noia che piacere.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    11 Giugno, 2014
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Rumble tumble per Tillie

Risate e tensione sono come al solito ben amalgamate nelle avventure della stravagante coppia made in Texas formata da Hap Collins e Leonard Pine. Investigatori, avventurieri, cialtroni o giustizieri poco cambia. Nonostante ambiscano semplicemente ad avere qualche dollaro in tasca e scolarsi in veranda birre ghiacciate a iosa finiscono sempre in mezzo a guai.
Questa volta la penna di J.R. li trascina sino in Messico dove cercheranno di salvare Tillie -la figlia degenere della compagna di Hap- dal bordello in cui è imprigionata, costretta a svolgere il lavoro più antico del mondo sotto la "supervisione" di un branco di pazzoidi sanguinari.
Il viaggio sarà ovviamente costellato da incontri al quanto improbabili, la bizzarria della premiata coppia infatti non sembra bastare al buon Joe per rendere il romanzo fuori dagli schemi, e Lansdale accelera senza freni, si diverte un mondo a creare figure grottesche ed inserirle con acume nella sua storia debitrice al pulp e al western. Il ritmo è regolarmente invidiabile, sostenuto da un linguaggio eufemisticamente "colorito" e da abbondanti dosi di violenza.
Hap e Leonard, da buoni samaritani quali sono, sdrammatizzano a favore del lettore battibeccando di continuo in stile buddy movie, rendendo le varie nefandezze affatto disgustose. L'autore gioca divinamente con l'eccesso dei personaggi, campioni nel menare le mani o a premere un grilletto e schiappe nel dare prova di buona creanza: questi sono gli antieroi della nuova frontiera. Barbari di un west moderno ma sempre letale, divisi in fazioni manichee dove il buono, per quanto non irreprensibile, cerca di metter un freno ai soprusi cui assiste o subisce. Un ottimo romanzo, forse il migliore della serie, parecchie le situazioni esilaranti alternate con somma maestria ad un profluvio di eventi drammatici.

E ora, con permesso, torno a sedermi nella mia sgangherata veranda, non prima di aver stappato una birra ghiacciata ed essermi riempito la bocca con del tabacco da masticare.
Buona lettura! Vostro affezionato redneck!

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    10 Giugno, 2014
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Non siamo come voi

Un perverso triangolo, una serie di atti ribelli che sfociano nel sadismo. Tatuaggi e piercing ad immortalare la volontà di andare contro un mondo alienante e standardizzato. Tutto questo fino a raggiungere inevitabili conseguenze mortali e con esse forse la catarsi, mentre la trasformazione in altro -tramite lo split tongue (biforcazione della lingua)- ovvero un metaforico ibrido uomo/serpente, determina la rabbiosa esigenza di fuggire e urlare la propria diversità.
Romanzo duro che guarda alla ribellione adolescenziale in sottrazione, evitando giudizi sommari o assoluzioni buoniste. Si legge velocemente e non solo per l'esiguo numero di pagine, la Kanehara mostra infatti buon piglio narrativo e sensibilità non comune nel trattare l'argomento del disagio giovanile. Ed il ritratto che ne esce porta a risposte desolanti, fumose, non riferibili a un' esigenza ben focalizzata, bensì ad un essere contro per forza usando come arma il proprio corpo.
Lo specchio generazionale cozza contro le ataviche tradizioni di una paese (il Giappone) da sempre ancorato fortemente al proprio passato, una battaglia tramite la quale si tenta lo smarcamento andando a negare il conformismo in modo veemente; anche l'amore non si sottrae a questa esigenza, rimodellato in barba ad ogni schema precostituito.
Debutto coraggioso, magari imperfetto ma interessante, dove l'urlo di una gioventù emarginata lascia indifferente l'anestetizzata società odierna.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Giugno, 2014
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All'inferno senza possibilità di ritorno

Edward Bunker ha passato buona parte della sua vita in prigione, è un ex galeotto, indi per cui conosce bene ciò di cui parla denotando gran mestiere nell'inchiodare lo spettatore alla pagina. La realtà trasuda con veemenza amara dai suoi romanzi basati su personaggi che ha incontrato, situazioni criminali in cui ha sguazzato, dinamiche da emarginati, soprusi e violenze (subite e perpetrate) vissute in prima persona.
Con uno stile semplice e diretto trascina nelle sue storie popolate da figure border-line; in questo caso tre uomini legati da un destino infame, decisi al ritiro non prima di aver piazzato il colpo della vita, quello che ti regala una pensione dorata da trascorrere possibilmente su spiagge incontaminate in compagnia di avvenenti fanciulle.
Purtroppo la realtà non coincide sempre coi sogni, soprattutto se ti sei fatto un bel po' di anni in gattabuia e la criminalità è cambiata in peggio, perdendo quel piccolo barlume morale di cui erano depositari i malviventi dei tempi andati.
Ora sono le gang a dominare la scena, l'abuso di droga inasprisce la lotta per impossessarsi del territorio e Bunker analizza l'avanzare di questo nuovo modus operandi delittuoso riflettendo non solo sui cambiamenti cui è stato sottoposto il suo mondo, ma soprattutto sulle assenti opportunità cui sono soggetti alcuni individui, stigmatizzati fin dalla nascita a causa dell'ambiente in cui sono cresciuti o per via del ceto sociale d'appartenenza. L'autore senza ricorrere a j'accuse sguaiati indica come colpevole sia il singolo che il sistema giudiziario statunitense, esibito oscenamente nella sua anacronistica essenza di ingranaggio mal funzionante, vetusto deterrente dedicato alla repressione e indifferente al problema del reinserimento.
Un romanzo feroce e disilluso, in cui la finzione diventa mezzo per costruire una critica costruttiva mai assolutoria nei confronti di chi ha sbagliato gettando al vento la propria vita.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    05 Giugno, 2014
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Non entrate in quella palude

Tra Ravenna e Ferrara, a sud del Delta del Po, c'è un luogo in cui la mortalità infantile è elevatissima. E' il 1925, ad indagare viene inviato Carlo Rambelli, un ispettore della sanità originario di quei luoghi in cui la vita è ancora scandita dai ritmi inalterati di una natura dal fascino ambiguo, complice di oscuri segreti che la gente del posto è determinata a tenere celati.
L'orrore è seppellito dalla fitta nebbia, oppure nell'acqua stagnante degli acquitrini dove le zanzare pullulano, confuso tra i versi di vecchie e paurose filastrocche che mettono in guardia riguardo la "Borda", un essere del quale è saggio aver timore.
L'ambientazione è incisiva in un romanzo che non lascia tregua, in cui la leggenda tenebrosa, la storiella tramandata di generazione in generazione, si mescolano con un presente sempre più coercitivo, in cui il potere del regime comincia a far sentire il suo peso attraverso uomini indottrinati a dovere e cresciuti nella più becera ignoranza. I luoghi sono palesemente ostili, pervasi da un sentore malsano (la mal'aria del titolo, non solo quindi da intendersi come la nota malattia); la situazione è sin da subito minacciosa, quasi claustrofobica, mentre ostacoli di problematico abbattimento rendono faticosa la ricerca della verità. Il livello ansiogeno si innalza col procedere della lettura sino ad un epilogo indimenticabile, crudele e di una durezza ostica da digerire.
Semplici ma ben delineati i personaggi disposti come un puzzle macabro intorno al protagonista: su tutti spiccano l'avvenente contadina Elsa e il cane del padrone, ovvero la camicia nera Bellenghi, elementi distanti ma inequivocabili simboli di un microcosmo chiuso e retrogrado.
In poco più di 150 pagine Baldini crea una realtà atavica e spaventosa, commuove e avvince, spaventa con atmosfere soffocanti immerse in un paesaggio di intenzionale isolamento, naturale sepolcro di non detti che debbono restare tali.

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Avventura
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    03 Giugno, 2014
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Sergio Leone si rivolta nella tomba

Si, sono proprio loro. I mitici personaggi dell'indimenticabile capolavoro di Sergio Leone, ovviamente orfani di Sentenza (il Cattivo), ormai sepolto sotto due buoni metri di terra al cimitero di Sad Hill.
Nelson Martinico immagina questi vecchi "gunfighters" vent'anni dopo: Tuco (il Brutto) è appena uscito di prigione, il Biondo (il Buono) ha messo in piedi un circo itinerante. C'è ancora una parte del bottino da recuperare, per cui Tuco si mette sulle tracce del Biondo al quale dà la caccia anche John Wiseacre, ovvero il figlio vendicativo ed ambizioso di Sentenza.
Sincero ma abbastanza insipido questo omaggio allo spaghetti-western per via di una storia molto esile, tra l'altro completamente strutturata su dialoghi di spessore discutibile. Si va da beceri scambi di battute tipici del cinema o della letteratura di frontiera a piatte digressioni esistenziali, inerenti disparati argomenti tra cui religione e letteratura.
Assente ingiustificata l'azione: i duelli e le sparatorie si risolvono in poche righe e non sono quasi mai raccontati, bensì ripresi a proiettili sparati e cadaveri in terra, come è quasi totale l'assenza delle descrizioni riguardo ambienti, caratteristiche fisiche, abbigliamento, ecc...
Una scelta che rende il lavoro di Martinico tanto scorrevole quanto privo di elementi efficacemente contestualizzanti, oltre che di palpabile tensione e di quello spirito epico che sta alla base di ogni rispettabile avventura western.
Non mancano dubbi su alcuni personaggi illustri, Buffalo Bill e Mark Twain sembrano infilati a forza nella narrazione (lo stesso dicasi per gente come Wyatt Earp), inoltre il Biondo così loquace e colto non convince.
L'idea di fondo si salva, ma solo quella.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    30 Mag, 2014
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Senza veli e senza storia

La cara vecchia Hollywood dei tempi d'oro messa a nudo (senza veli) dai ricordi di una gloriosa star del cinema ormai decaduta e dimenticata dai più, ovvero Katherine Kenton.
L'attrice non è però sfuggita alle luride grinfie di un giovane quanto affascinante cacciatore di doti, bramoso di sedurla e accelerare l'inevitabile incontro della futura consorte con L'Oscura Signora, il tutto per dare alle stampe una biografia postuma ed infangante da cui trarre fruscianti dollaroni.
La fidata Hazie, da una vita domestica dell'ex attrice, è l'ultimo baluardo posto a difesa di quel monumento abbandonato e lasciato a deperire nel suo angolo imbellettato.
Palahniuk si mostra ancora più nozionista del solito lasciandosi dietro una scia infinita di nomi, date e aneddoti a corollario di una storia complessivamente poco intrigante, discreta giusto nel finale alla buon'ora un attimo ritmato. Sembra una soap-opera sudamericana riscritta in salsa lisergica; insomma molti sbadigli e poco mordente, con la solita critica sociale abbastanza sciapa soffocata dai vezzi e lazzi di un'eta -cinematograficamente parlando- irripetibile. L'autore si rivela caustico verso un mondo per il quale è palesemente scisso tra sentimenti di odio ed amore, allo stesso tempo omaggia, per sua stessa ammissione, attori e registi prima idolatrati e ora rimossi dalla memoria dei più.
Un altro esperimento narrativo per Palahniuk dopo Pigmeo (che a me, povera mosca bianca, era piaciucchiato), il cui risultato non può dirsi esattamente folgorante.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    29 Mag, 2014
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"Luccicanza" poco luccicante senza l'Overlook

All'idea del Re ormai sfornito delle sue migliori cartucce mi sono praticamente rassegnato, però è giusto affermare che "Doctor Sleep" sia un seguito dignitoso di "Shining" e quindi consigliabile agli amanti dello scrittore. E' realizzato secondo uno schema ben noto ai fans, con numerosi rimandi più o meno rielaborati ad altri suoi scritti anche se alcuni personaggi giungono troppo ripresi, se non addirittura ricalcati, da cose già viste..ops, lette.
Il limite di King più evidente è forse questo, quello di non addentrarsi più in sentieri oscuri e non battuti (e per il re del brivido è un bel paradosso) ma preferire viaggiare comodo in prima classe a bordo di situazioni tipiche della sua narrativa, che, dopo una marea di libri, diventano per forza un attimo stantie e polverose.
Inoltre qualche parte descrittiva di troppo è come al solito presente, ma nel complesso il ritmo è di quelli invidiabili. Non male la risalita dall'autodistruzione di Dan, ferocemente provato dai fatti dell' Overlook Hotel, il mastodontico albergo qui scomparso coi suoi labirintici corridoi e le stanze infestate da sinistre presenze.
Lo sguardo nostalgico all'infanzia questa volta è risparmiato grazie alla vitalità di Abra, in quello che è una sorta di passaggio di consegne col protagonista. Aleggia invece oscuro l'avvicinarsi della morte, il timore della vecchiaia con i membri del Vero Nodo, e gli ospiti dell'ospizio in cui Dan lavora, ad incarnare alla perfezione questa paura che King, alle soglie dei 70 anni, probabilmente inizia a maturare. Da qui, probabilmente, una sorta di comprensione nei confronti dei "cattivi", con a seguire sciorinato un altro punto fermo dell'autore: l'immancabile e impari lotta del coraggioso e (in apparenza) mal assortito gruppetto contro un Male potente e atavico.
La chiusura è potabile anche se forse incapace di coinvolgere pienamente. Beh, visti alcuni finali di King (mi rotolo ancora nei rovi per quello di "It") bene così.
Entusiasmo un po' più che tiepido. Comunque ritrovare il vecchio zio Steve anche non su livelli incommensurabili è sempre un piacere.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    28 Mag, 2014
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Zombie iberici

Non un romanzo che brilla per originalità - impossibile non pensare a "Io sono leggenda", tanto per spiattellare uno tra i titoli più rinomati sul tema - eppure la storia dell'intraprendente avvocato galiziano in balia di un mondo in cui gli esseri umani si sono tramutati in qualcosa di tremendamente pericoloso in fin dei conti acchiappa.
Non tanto per la prima parte, piuttosto noiosetta, quanto per la seconda, dove comincia ad interagire con i pochi scampati all'epidemia.
Si denota uno stile semplice ma efficace nel creare tensione senza dimenticare un pizzico di indispensabile ironia. Passaggi action dal buon impatto e un discreto approfondimento psicologico del protagonista, con relativa trasformazione dettata dall'istinto di sopravvivenza, fanno di questo romanzo una lettura piacevole soprattutto per gli amanti del genere. Ci sono tutti gli ingredienti del filone ben amalgamati: il senso di minaccia perenne, gli attacchi dei non morti, fino alla lotta spietata in un mondo imbarbarito, non solo dall'assenza della più semplice tecnologia, ma anche dalla scomparsa di ogni morale che tramuta ogni incontro in un potenziale pericolo.
Loureiro poi riesce spesso a restituire un grande senso di impotenza, acuito da una solitudine viscerale che sconvolge più volte il protagonista avvolto da un mondo senza più luce.
Fortunatamente un moto di speranza accende le basi per il capitolo successivo, seconda tranche della trilogia zombesca in salsa iberica che sicuramente porterò a termine.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.3
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4.0
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3.0
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    27 Mag, 2014
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Vincenti per un attimo

La sezione suicidi è un luogo poco considerato al Quai des orfevres, responsabile ne è il Commissario Guérin, tipo decisamente pittoresco e pieno di nevrosi celate sotto un'apparente calma piatta. Ad affiancarlo l'altrettanto strambo Lambert, un allampanato e sensibile agente preso ferocemente di mira dai colleghi. La strana coppia incrocia la propria strada con uno pseudo hippy americano non convinto della morte dell'amico intimo Alan, deceduto sul palco a seguito di uno spettacolo estremo per incalliti voyeur.
Alcuni dei suicidi avvenuti a Parigi, secondo l'eccentrica forma mentis di Guérin, uso a trovare collegamenti tra gli avvenimenti più disparati, potrebbero davvero nascondere un filo d'Arianna conducente a qualcuno che trae godimento o profitto nell'istigare dei poveracci ad ammazzarsi.
Tra noir e poliziesco un libro molto particolare, presenta la peculiarità più intrigante nell'amabile ricercatezza inerente la costruzione narrativa e l'avvicendarsi degli eventi.
Figure strampalate, humor sottile ed un racconto cervellotico, non sempre di facilissima fruizione per via di collegamenti e situazioni ammassate con mestiere come in un rompicapo per risolutori esperti, fanno di questo romanzo una lettura intrigante e fuori dagli schemi.
La definizione degli elementi in gioco è molto buona, come la descrizione minuziosa dell'habitat in cui i nostri si muovono. Non ci sono infallibili eroi, il lavoro di Varenne trasuda realismo depresso, disincanto e misere speranze di redenzione; con sconfitti tramutati in vincitori solo per un fugace attimo.
La scrittura asciutta appaga e coinvolge, non si tratta di un giallo inteso nel senso stretto del termine, lo dimostra anche il finale, decisamente indigesto per chi ama le spiegazioni cristalline ed inattaccabili.
Ah, con la Vargas l'accostamento mi pare azzardato. Visto il paragone letto qua e là mi pare doveroso specificare i quasi nulli punti di contatto.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    22 Mag, 2014
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Devin cresce al sinistro luna park

In molti hanno accolto con entusiasmo questo nuovo romanzo del Re facendomi ben sperare, considerata la mia accorata militanza da fan di vecchia data.
Purtroppo mi sono trovato ben presto ad accogliere con decrescente trepidazione le peripezie del giovane Devin. La tensione è molto discontinua e il percorso di maturazione del protagonista poggia su basi che lo scrittore ha già sviscerato (e molto meglio) in altri suoi romanzi.
Comunque resta una lettura piacevole e agile, con figure amabili, a tratti anche commoventi, ed un' ambientazione stereotipata forse ma non utilizzata banalmente, in cui il macabro e l'allegro da sempre si fondono in qualcosa di magicamente ambiguo..
King riesce a plasmare secondo le sue regole narrative questo (non) luogo in un habitat quasi onirico, in cui sogni e incubi si affastellano senza soluzione di continuità, mettendo per la prima volta il protagonista davanti alle bellezze della vita, miscelate a quelle inevitabili paure più o meno giustificate.
In questo caso tutto inizia con un omicidio perpetrato anni prima, da cui poi si è generata quella che secondo opinione comune è solo una leggenda, Devin scoprirà suo malgrado che ogni leggenda ha il suo carico di verità. E dovrà rischiare parecchio per venire a capo del dilemma ben sospeso tra ghost-story e thriller classico.
Un King nostalgico come solo lui sa essere, anche ricattatorio ma in maniera mai sgradevole. Prende per il cuore il lettore, lo porta in spazi a lui congegnali e tra rimpianti, occasioni colte e sprecate, stille di vita assorbite fino in fondo e una consapevolezza quasi fatalista davanti all'imponderabile costruisce una storia disponendola secondo uno schema a lui più che congeniale, in cui sguazza che è un piacere.
Storia tutto sommato gradevole ma priva di folgoranti lampi di classe, ottima per il lettore neofita un po' meno per chi il buon Stephen lo segue da più di vent'anni conoscendone ogni malizia.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    21 Mag, 2014
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Poche idee non confuse

Un Lansdale abbastanza monocorde, con ostinato sguardo rivolto ai punti cardine della sua narrativa più disimpegnata. Storia di crescita forzata nel vecchio west in un' epoca di grandi cambiamenti, la tecnologia avanza ma la violenza continua a dilagare.
Il giovane Jack rimasto orfano e defraudato degli unici affetti su cui contare si imbarca in un'impresa impossibile, almeno se affrontata in solitaria. A dargli man forte e accrescere le possibilità di successo una coppia di strampalati border-line, quasi degli Hap & Leonard primordiali, ovvero un nano tanto letale quanto colto e un nero gigantesco accompagnato da un maiale altrettanto mastodontico dall'attitudine canina.
Alla scombinata combriccola si aggiungono uno sceriffo dal viso deturpato e una prostituta gentile, incarnazione della grazia, in un luogo dove sembra possano germogliare solo brutture. Ogni personaggio è ben inserito nell'economia del racconto, per quanto poi la presenza femminile risulti una felice voce fuori dal coro, basilare per la maturazione del protagonista e nello spezzare il succedersi di pestaggi e sparatorie con parentesi tra il romantico e il pruriginoso.
Il gruppo eterogeneo si inoltra nella foresta impenetrabile, sono "buoni" molto sui generis, in quanto tutt'altro che simboli di integrità morale. Il conflitto si scatena con una personificazione del male estrema, una banda di tagliatori di gole della peggior risma, capaci di atti orripilanti.
"La foresta" è romanzo di formazione d'ambientazione western venato dalla tipica e spesso greve ironia dello scrittore texano, con discrete dosi di violenza e qualche momento prolisso di troppo. Discreta la definizione dei personaggi principali, praticamente inesistente quella dei cattivi (e questo è un peccato in quanto le potenzialità si sprecano).
Come fan dell'autore lo ritengo un lavoro apprezzabile, però a mio avviso i romanzi da leggere assolutamente del buon Joe R. sono altri.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    20 Mag, 2014
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Un ragazzino coraggioso

Dell è un ragazzino come tanti nell'America degli anni '60. Ha speranze e passioni, oltre due genitori amorevoli ma incasinati che per un debito compiono ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato da loro: una rapina. Vengono incarcerati e Dell, abbandonato anche dalla gemella, trova rifugio in Canada, presso l'ambiguo e affascinante Arthur Remlinger.
Scritto benissimo è una sorta di romanzo di formazione che si sofferma soprattutto sulle psicologie dei personaggi. In particolar modo l'autore narra in prima persona e tenta di sviscerare al meglio i fatti cercando di estrapolare la vera anima dei personaggi. Impresa ardua, con la natura umana difficilmente sondabile soprattutto nei suoi anfratti più bui, comunque assolta dall'autore con gran senso della misura . Dell poi non è un eroe, e nemmeno un ragazzino particolarmente intraprendente, resta sullo sfondo, quasi trascinato dagli eventi che tenta sempre di analizzare, incapace di amalgamarsi con il mondo circostante.
Ford però riesce nel portare a galla con delicatezza il tormento e la paura dettati dalla lontananza da casa, dall'assenza della tranquillizzante routine famigliare, oltre all'urgenza spaventosa del dover crescere in fretta. Allo stesso tempo riveste con una corazza in apparenza facilmente scalfibile il suo protagonista, in realtà molto più robusto di quanto ci si possa aspettare. Un'autodifesa impenetrabile adeguata a un microcosmo glaciale nel quale si ritrova catapultato senza comprenderne le coordinate principali, fondato su ambiguità e malizie di coloro che lo attorniano, ovviamente ignote a chi è ancora troppo immaturo per apprendere le leggi spietate della sopravvivenza.
La lettura scorre bene anche se a tratti la ripetizione di certi concetti e dei quesiti che balenano nella testa confusa del ragazzo, oltre che la (spesso superflua) descrizione minuziosa degli ambienti, tolgono un po' di respiro al tutto. La piccola epopea di Dell però affascina, e gli eventi descritti, mai furbescamente enfatizzati, avvincono nella sensibile semplicità con cui vengono riferiti.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    19 Mag, 2014
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Promettente debutto

Il debutto di Fabio Deotto si segnala per la costruzione di un meccanismo ben oliato tramite una narrazione destrutturata in flashback.
I fatti sono quelli tragici avvenuti durante una notte primaverile nell'agglomerato cementizio (ed umano) del titolo.
Una lettura che spazia con coerenza aneddotica tra i vari livelli temporali, perdendosi solo in qualche digressione di troppo o in riflessioni non sempre necessarie.
Deotto sembra specchiarsi a volte nel suo stile diretto ed amabile -mai elementare- non riuscendo a sfruttare in toto il malessere di cui è permeato il romanzo.
I personaggi sono interessanti ed eterogenei, per l'esattezza abbiamo a che fare con un bimbo particolarmente sensibile e la sua iperprotettiva madre, una coppia dedita a riti esoterici e sesso estremo, un anziano genio paraplegico e un'attrice decaduta e ora sul baratro della follia. A far chiarezza è chiamato un commissario di polizia dai sensi di colpa (letteralmente) vomitevoli.
Sarebbe occorsa un' asciugatina qua e là, oltre ad una migliore definizione delle figure in gioco, che addizionate a quelle secondarie, diventano davvero numerose.
Piacevole nonostante alcuni passaggi frettolosi e degli "stop" che minano un po' il ritmo.

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Fantascienza
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    16 Mag, 2014
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Lola corre

Inquietante discesa agli inferi della dodicenne Lola che in un futuro non troppo lontano vede la crisi economica e sociale distruggere ogni sua certezza.
Lei, di famiglia borghese, assiste impotente al disfacimento di quel mondo da cui ha sempre tratto protezione e amore. Ora un incedere feroce scandisce senza sosta una regressione crudele, mentre all'esterno la violenza impazza all'insegna di una continua guerriglia tra esercito e poveracci ridotti alla fame.
Doloroso e incalzante, scritto stile diario mediante una proprietà linguistica che sfiorisce con l'avvicinarsi dell'abisso per sposare uno slang da "strada", questo romanzo colpisce duro dipingendo una realtà ben poco fantascientifica, dove pochi si arricchiscono e i più devono sottostare a un violento stato di polizia.
E' un futuro da incubo quello immaginato da Womack, il quale partendo dall'annullamento di ogni diritto sfalda la società attuale per volere di un governo dispotico intenzionato a piegare le masse tramite un clima di serrato terrore.
Il microcosmo è quello di Lola, solo una bambina in balia degli eventi, ciò che la attornia è un mondo impaurito, aggressivo, denudato di ogni sua conquista civile.
Adeguarsi al clima violento o resistere cercando uno spiraglio di speranza?
Se non altro coraggiosamente Lola proverà a mantenere integra la propria dignità.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    16 Mag, 2014
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Mafiosi in Normandia

Costretti all'esilio i Manzoni, ora conosciuti come Blake, sono una famiglia americana che sbarca, come loro connazionali parecchi anni prima, sul suolo di Normandia.
Ma non sono soldati, bensì una famiglia che vive sotto la protezione del FBI, dopo che Fred/Giovanni, ex boss mafioso, marito di Maggie e padre di Warren e Belle, è diventato uno tra i più famosi pentiti al mondo.
Inutile dire che i migliori sicari di Cosa Nostra gli siano alle calcagna per fargli una crudele festicciola.
Poggiando su aneddoti di vita criminale, goffi tentativi di integrazione, felice descrizione di sogni, illusioni, manie e malinconie a causa della lontananza dall'amato New Jersey, Tonino Benacquista offre un'accattivante spaccato di vita quotidiana molto sui generis, ricorrendo spesso ad un umorismo sottile ed efficace nel rendere meno inquietanti le violenze che non mancano di certo.
Qualche mese fa ne è uscita la versione cinematografica diretta da Luc Besson direi dignitosa, nulla più; il romanzo fortunatamente intriga fin dalle prime pagine, tiene un ritmo vertiginoso per buona parte della storia e offre una descrizione dei personaggi per nulla banale in un contesto da favola bucolica presto insozzato dallo scorrere del sangue.
Commedia nera fuori dai canoni per un autore che miscela bene tragedia e farsa.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    14 Mag, 2014
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La vita scorre, anche senza June

Affresco corale e popolare del quartiere di Red Hook, ovvero l'ex zona portuale di Brooklyn ormai caduta in disgrazia.
Un intrecciarsi di esistenze attorno alla sparizione di una giovanissima del posto. Più che sulle indagini l'autrice si concentra su alcune figure residenti in quel luogo dimenticato dai più. C'è Val con i suoi sensi di colpa, Jonathan che affoga nell'alcol i dolori del passato e i suoi fallimenti, il solitario Cree che vorrebbe fuggire ma non trova il modo, quindi Fadi, ovvero il proprietario dal cuore d'oro del mini-market e infine l'enigmatico quanto talentuoso writer Ren.
Tutti personaggi tormentati in cerca di un barlume di felicità che sembra regolarmente ignorarli. C'è una gran voglia di riscatto, oltre che di essere accettati e non più giudicati, mentre la solidarietà pare ancora esistere, isolata magari, eppure pervicace nel sostenere anime alla deriva non rassegnate all'emarginazione.
Il romanzo è piuttosto ritmato, forse ha l'unico difetto di mettere sul piatto parecchi argomenti/personaggi e non svilupparli sempre bene.
Ivy Pochoda dà voce ai ceti meno abbienti con buona dose di originalità, a mio modesto parere "Visitation street" è da ritenersi un debutto più che incoraggiante.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    14 Mag, 2014
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Il fascino del male

Josef Mengele, uno dei tanti mostri generati dal nazismo si è rifugiato in Argentina. Nell'aspra Patagonia si imbatte in una famiglia che solletica il suo interesse.
A ridestare certi sensi depravati è Lilith, dodicenne imprigionata in un corpo troppo minuto per la sua età ma indiscutibilmente proprietaria di quei geni ariani da cui il medico/macellaio è ossessionato da sempre.
Con subdola arguzia si infila nella quieta routine famigliare, guadagnandosi fiducia e soprattutto rispetto incondizionato da parte della sua preda designata, attratta dai modi di quel signore sempre elegante e ben educato.
Le attenzioni del dottore non tarderanno a rivelarsi morbose e la ragazzina diventerà l'ennesima cavia su cui accanirsi con pericolosi esperimenti genetici.
Buon romanzo di Lucia Puenzo (da cui è stato tratto l'omonimo film diretto dalla scrittrice stessa), ottimo nella definizione del mostro, di cui scandaglia la psicologia con perizia certosina. Convincente anche nella costruzione del rapporto tra il medico e l'inconsapevole vittima basato su una sorta di infatuazione; ovviamente acerba e astratta quella della bimba per l'uomo, dettata da puro aberrante interesse scientifico quello dell'ex gerarca. Il romanzo zoppica un po' nella definizione dei personaggi marginali e lascia a desiderare nell'epilogo che, pur tenendo sulla corda, non avvince più di tanto.
Si legge comunque tutto d'un fiato ed è incisivo nel dimostrare il subdolo attecchire in un ambiente sano ma sprovveduto, abbindolato facendo leva sull'ingenuità dei vari elementi in gioco.
Ci si potrebbe vedere un nesso con l'ascesa del Reich in Germania e in Europa, in realtà non so quanto voluta. Sicuramente è emblematico riguardo un modus operandi particolarmente caro al male.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    13 Mag, 2014
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Apoteosi del niente

Un gruppo di ragazzini attraverso un gioco surreale e sempre più efferato cerca di dar senso alla propria esistenza, o meglio, dimostrare a un loro coetaneo autoesiliatosi su un albero che la vita vale la pena di essere vissuta appieno, che tutto ha un senso profondo nell'ottica di un mondo sicuramente crudele, ma dal quale si possono prendere le distanze.
A impressionare è il punto di vista scelto, ovvero quello infantile, in teoria non ancora intaccato da amarezze sfocianti nel cinismo e nell'insoddisfazione.
Da questi sentimenti tipicamente disillusi e adulti la Teller costruisce con stile asciutto ed amaro una perdita dell'innocenza che rimanda ad un'età matura, in cui la ferocia e il sopruso regnano incontrastate.
Un parallelismo generazionale coraggioso e discutibile quanto si vuole, ma efficace nel far collimare atteggiamenti ormai ascrivibili ad una società corrotta, matrigna di bimbi generati da quel malessere, pronti ad accogliere il seme del male scadendo nell'immoralità e nella crudeltà gratuita.
Un ottimo romanzo, tra l'altro oggetto di numerose critiche all'epoca dell'uscita soprattutto in Francia e Spagna. Tuttavia la violenza è più psicologica che altro, anche se i passaggi "forti" non mancano.

“Non c‘è niente che abbia un senso” disse. “È tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena fare niente. Lo vedo solo adesso”.
“Si va a scuola per trovare un lavoro, e si lavora per potersi riposare. Perché non riposarsi fin dall’inizio allora?”

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    12 Mag, 2014
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Welsh dalle polveri un po' bagnate

Meno rabbioso, scurrile e squilibrato del solito. Non c'è ombra dell'irriverenza di "Tolleranza zero" o Porno", neppure della ferocia e del malessere di "Trainspotting" o "Il lercio", anche l'ironia in stile "Colla" (sempre con uno sguardo ficcante sul sociale) pare stemperata.
L'autore scozzese sembra un po' in vacanza nell'occasione, narra di una storia d'amore e riscatto, ovviamente a suo pittoresco modo, ambientata in un sobborgo di Edimburgo tra un fantino fallito e una danarosa ragazzetta.
Sempre piacevole il differente approccio di scrittura a seconda di chi narra i fatti, con alcuni passaggi (come quello del sermone) a dir poco esilaranti. La storia però stenta ad in ingranare, soprattutto se paragonata al delirante mondo, soprattutto proletario, che Welsh riesce regolarmente ad inquadrare con sguardo lucido e disincantato. Non c'è la solita cupezza, mista ironia e cinismo. E' più un divertissment scorrevole con isolati lampi creativi.
Nel complesso piacevole, anche se minore.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    09 Mag, 2014
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Il riscatto del "sacerdote"

Incalzante storia ambientata nella campagna molisana e nello specifico in un podere fuori dal tempo dove la terra avara non dona più frutti.
Qui il "sacerdote" (un ex prete che ha sciolto il voto) lavora ostinatamente rinchiuso nel suo mondo fatto di gesti rituali ed immutabili.
Tutto cambierà con l'arrivo di una giovane straniera costretta a partorire figli per l'aberrante mercato di infanti e organi gestito dalla camorra. Il passato risalente a quando il sacerdote risiedeva in Germania torna potente a ricordare una verità nascosta che è fardello insopportabile per il protagonista e dal quale questi vorrebbe riscattarsi con ogni mezzo.
Gran bel romanzo, scritto in maniera molto scorrevole e con un intreccio che avvince senza sosta balzando tra i lontani echi dell'emigrazione italiana e un presente fatto di una realtà rurale, atavica, quasi primitiva, miscelata con la nuova criminalità capace di attecchire ovunque e di imporsi nei più disparati "settori".
Il 26enne Piccirillo (già apprezzato per "Zoo col semaforo" che io non ho letto) è nuovo autore da tenere sicuramente sott'occhio.

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Romanzi erotici
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    08 Mag, 2014
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Porno=specchietto per le allodole

Cassie Wright è una pornostar sul viale del tramonto, è comunque decisa a battere ogni record nell’ ambito dell'intrattenimento per adulti, il suo obiettivo consta nel far sesso con 600 uomini in una sola giornata e dar vita alla più imponente gang bang mai vista.
In attesa, in uno squallido locale, tra i tanti improvvisati attori, spiccano tre tizi.
Il giovane n.72, convinto di essere il figlio della donna, il n. 137, ovvero un divo della tv caduto in disgrazia e il n. 600, ex pornoattore di fama mondiale e compagno di Cassie in innumerevoli pellicole.
A completare il bizzarro quadretto la coordinatrice del cast Sheila, elemento solo in apparenza marginale.
Non è un sordido resoconto di performance sessuali, bensì una riflessione, come spesso capita in Palahniuk, sulla società odierna e sui vizi che la ammorbano. Ovviamente lo stile è il solito, surreale ed estremo, caratterizzato da un’ironia decisamente caustica applicata al malessere dei protagonisti.
Non tra i migliori del buon Chuck, ma ai fans mi sento di consigliarlo, anche per l’idea di partenza irriverente sviluppata attraverso un racconto che utilizza il porno per contrapporre la purezza di alcuni sentimenti all’ arrivismo più becero: quello dell’apparire ad ogni costo e votato all’ immancabile dio denaro.

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Fantascienza
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    07 Mag, 2014
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Memoria corta

Hitler è tornato, si risveglia ai giorni nostri in un campo abbandonato a Berlino.
Dopo l'iniziale straniamento comincia a studiare ciò che lo attornia rimuginando su come tornare al potere. Non tarda a capire che oggi come allora la comunicazione è l'arma vincente, impossibile quindi non pensare alla tv e ai beoti (leggi potenziali elettori) che prendono per oro colato ciò che essa vomita quotidianamente.
Vermes mimetizza da commedia un romanzo che sotto la superficie più disimpegnata mostra invece uno spaccato sociale preoccupante, dove la memoria storica è puramente accessoria e un ometto buono giusto per il cabaret può influenzare le masse.
Si ride amaro mentre la società odierna viene sbeffeggiata con elegante ironia, tra le righe si intravede una Germania ancora una volta incapace di vedere il male avanzare, camuffato subdolamente da panacea per tutti i problemi, tra cui quello del "diverso" è sempre buon capro espiatorio, perfetto per ottenere consensi.
A parte qualche passaggio un po' veloce il romanzo piace nella sua vena critica verso un mondo che di fatto non cambia mai e incappa sempre negli stessi tragici errori.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Mag, 2014
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Vita criminale di un mariuolo "per bene"

Storia vera rievocata in flashback dal "mariuolo" Stelletella, ovvero Salvatore Capone (in realtà Gaetano Di Vaio, oggi stimato produttore cinematografico), fin dall'infanzia votata alla delinquenza, al soldo facile e all' (ab)uso di droga, sino all'inevitabile reclusione a Poggioreale e relativa riconquista della libertà affrontata con piglio nuovo di zecca.
Un bel romanzo, agile nella descrizione della micro e macro criminalità partenopea con le sue rigorose tradizioni e dinamiche. Dramma e spensieratezza, affetto, amore e morte si miscelano in un racconto duro, tuttavia alleggerito con simpatia dal tipico umorismo napoletano.
Ne esce un nostalgico percorso di formazione in cui l'orgoglioso e indipendente protagonista cresce espiando le proprie colpe, nonostante le subdole sirene della camorra in più di un' occasione lo sfiorino pericolosamente.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Mag, 2014
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Le prede non ci stanno

Madre e figlia in fuga. Due donne spaventate che si isolano in un cottage di campagna per sfuggire ad una società violenta alla quale non sanno rispondere.
In fin dei conti sono solo topolini spaventati ed è giusto che si rintanino in un luogo dove possano essere notate il meno possibile.
Però si sa, se disturbati, soprattutto nella loro tana, i topi possono mordere e fare parecchio male.
Bel thriller dall'ambientazione rurale e giocato sul ribaltamento dei ruoli. Dinamico, asciutto e in parecchi frangenti anche feroce con colpi di scena magari non sbalorditivi ma comunque sempre ben congegnati.
Buona la definizione del personaggio di Shelley (la figlia) che narra in prima persona gli sconvolgenti fatti avvenuti a Honeysuckle Cottage.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    05 Mag, 2014
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Manicomi e inquietanti presenze..connubio vincente

Una donna ricoverata in ospedale psichiatrico in evidente stato confusionale, sporca e con segni di percosse su tutto il corpo. Un'infantile cantilena inquietante .
La Dottoressa Ellen Roth desidera far chiarezza soprattutto quando la paziente scompare nel nulla, non prima di averla messa in guardia sulla pericolosità del suo aguzzino, ovvero il fantomatico e sinistro Uomo Nero.
Thriller psicologico di buonissima fattura, costruito con arguzia e intensità narrativa seppur non privo di qualche forzatura. Tutto sommato però la storia avvince, scritta in maniera scorrevole e mai fiaccata da clamorosi cali di ritmo. I lettori avvezzi al genere potrebbero intuire la verità un po' prima del crudo epilogo, resta tuttavia la voglia di scoprire come Wulf Dorn chiuda il cerchio. E l'autore fa centro.

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Romanzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    05 Mag, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Ritratto sociale problematico

Uno schiaffo durante un barbecue tra parenti e amici di vecchia data: la vittima è il piccolo e viziatissimo Hugo, il colpevole un adulto di nome Harry. Basta questo gesto per portare a galla antichi rancori, alimentare gelosie trattenute da troppo tempo e spezzare quel velo di ipocrisia che teneva cementata con difficoltà l'allegra combriccola.
Il mondo descritto è uno spaccato sociale credibile, Tsiolkas è abile nel pescare dalla quotidianità quei piccoli grandi orrori di cui si nutre la società attuale senza cercare escamotage particolarmente drammatici o sbalorditivi. Sta nella semplicità la bellezza di questo romanzo, in cui ogni capitolo è dedicato a un personaggio di cui si riferiscono i sogni, le aspettative, ma soprattutto la fragilità e l'insicurezza oltre che una profonda solitudine. Un coro a tante voci discordanti, specchio di un paese (l'Australia), in cui le culture e le razze più disparate convivono con più fatica di quanto si immagini.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    04 Mag, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Commento

Inizio '800. Francesco è un mandriano con a carico l'anziana madre e Lucia, l'adorata figlioletta. Viene costretto dal proprio "padrone" a partire per la campagna di Russia di Napoleone. Arruolato in artiglieria abbandona con la morte nel cuore quei luoghi rurali e ameni in cui ha passato la sua vita per avventurarsi in territori conosciuti solo per sentito dire.
L'orrore della guerra non tarderà a manifestarsi, se l'arrivo a Mosca risulterà meno pericoloso o duro del previsto, sarà il ritorno, una ritirata sferzata da neve e gelo implacabili, senza viveri e con equipaggiamento a dir poco inadeguato, a trasformare la gloriosa armata in un branco di straccioni falcidiati da stenti, malattie e dai continui attacchi delle truppe cosacche e tartare.
Baldini questa volta l'orrore lo mostra attraverso un noto fatto storico portando a galla senza mezzi termini la crudeltà e la ferocia dell'uomo. In mezzo a questo mare di disperazione e sangue Francesco annaspa, rischia più volte la morte consapevole di essere precipitato all'inferno ma determinato a non trasformarsi in un mostro come tanti suoi commilitoni.
Il mezzo per restare attaccato al suo mondo è Berto, un cavallo da traino, oltre all'amico di infanzia Tonio.
Toccante e crudo, scritto con il solito stile limpido, "Nevicava sangue" è a mio avviso uno dei migliori lavori del bravo Eraldo Baldini.

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