Opinione scritta da Belmi
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Non la migliore Torregrossa
“Glielo spiego per l’ultima volta, si tratta di omicidio quando uno, pure che è fimmina, l’ammazzano e basta. Nel femminicidio invece c’è una violenza ideologica che si protrae nel tempo e si vuole annientare l’autonomia della vittima. È chiaro adesso?”
Giuseppina Torregrossa ritorna al giallo e ripropone i protagonisti di “Panza e prisenza”. Marò è stata promossa e si dedica ai casi di anti-femminicidio, Sasà, invece, non è soddisfatto del suo destino e la relazione con Marò non sembra procedere per il meglio.
Fra i due, il ruolo principale è quello di Marò che si ritrova a dover risolvere un caso non semplice perché la vittima è in vista e soprattutto ha molte similitudini con la nostra protagonista che oltre alle indagini dovrà pensare anche a se stessa e al suo futuro.
Come di consuetudine, la Torregrossa ambienta i suoi libri in Sicilia, qui siamo a Palermo e questa volta le Sante a cui chiedere aiuto sono più di una. Si prova con la santuzza Rosalia, che questa volta sembra non aver voglia di ascoltare le preghiere dei devoti, che così sono costretti a invocarne altre per ricevere “aiuto”, perché il caldo non sta rendendo facile la vita agli abitanti.
Ho letto diversi libri di quest’autrice e amo molto il suo stile ma come “giallista” un po’ perde. La
Torregrossa mette l’amore per la sua terra nei suoi romanzi e trascina sempre il lettore, dove vuole lei. Con i gialli invece mancano quelle digressioni o quelle ambientazioni che ti fanno “volare” in Sicilia. Specialmente nelle prime cinquanta pagine mi sono proprio sentita spaesata, era tutto un susseguirsi di situazioni sconnesse fra loro con lo scopo di presentare i vari protagonisti, che invece di aiutarti ad ambientarti, non ti facevano ancora entrare nella lettura. Questa volta sono molte le accuse al popolo “siculo” che l’autrice presenta.
Il basilico poi pensavo avesse un ruolo più “evocativo”, invece rimane abbastanza marginale. Insomma non la migliore Torregrossa, questo non toglie il fatto che l’autrice sa scrivere e che rimane per me una scrittrice veramente valida.
Buona lettura.
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Nel paese che non c'è più
Chi visitando la Val Venosta non è rimasto incantato a osservare l’affascinante campanile che svetta sul lago di Resia? Chi non si è fermato a scattare almeno qualche foto per preservarne il ricordo?
Io l’ho fatto, ma dopo aver letto questo libro, ripenserò a quelle foto con un po’ di malinconia.
Marco Balzano con il suo nuovo romanzo ci porta a Curon e ci fa conoscere la storia del paese attraverso la sua protagonista, Trina, che ha molto da dire alla figlia. La valle è situata vicino al confine Svizzero e durante il periodo fascista non ha passato proprio un bel periodo.
Considerati dai fascisti troppo tedeschi e dai tedeschi troppo italiani, gli abitanti si sono trovati divisi. Cresciuti con una lingua, il tedesco, si ritrovano a dover imparare l’italiano per sopravvivere, ma cambiare l’animo, lo spirito e lo stile di vita dei “montanini”, non è mai stato facile.
“Resto qui” racconta di gente semplice, di persone che sono nate e cresciute in una valle e che non vogliono abbandonarla, anche se forse andarsene, sarebbe stata la soluzione più semplice; parla anche di amore per le tradizioni e la propria cultura e dell’importanza della famiglia.
Le vicende scorrono velocemente e la storia va di pari passo alla narrazione. Pur essendo un romanzo, le fonti storiche sono attendibili e le vicende dei protagonisti sono toccate a molti abitanti di Curon e dintorni. Quella che oggi è una bellissima attrazione turistica, si porta dietro il dolore di un popolo.
Consiglio questo libro, ne sono rimasta molto colpita.
Una madre che scrive a cuore aperto alla propria figlia, un padre che non riconosce più il figlio, un prete che prega, ma al momento giusto si arma anche.
Buona lettura!!!
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Il vicequestore imperfetto
“Mi rendo conto che mi sono divertito come un ragazzino coi trenini elettrici, la speranza è quella di restituire al lettore anche solo una piccola parte della gioia che queste storie mi hanno regalato”.
Antonio Manzini presenta così la sua nuova raccolta di racconti, composta da cinque indagini con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone.
Ho “conosciuto” Rocco Schiavone qualche anno fa con il primo libro della serie “Pista nera”. La “conoscenza” era finita subito perché il protagonista non era proprio nelle mie corde, Manzini per i miei gusti aveva osato troppo.
Ho iniziato quindi la lettura con diffidenza, ma lo stile dell’autore mi ha subito coinvolto ed è riuscito a farmi vedere uno Schiavone, sempre corrotto, imperfetto e un po’ troppo fuori dagli schemi, ma anche simpatico, ironico e di cuore.
Le indagini in realtà sono quattro anche perché un racconto (per me il più bello) tocca un argomento che non ha a che fare con le indagini ma con tanto divertimento e simpatia, si parla della partita di pallone fra questura e magistratura, una vera chicca!
Per quanto riguarda gli altri, ogni vicenda comprende circa una quarantina di pagine e lo spazio per le indagini non è molto, quindi più che indagare, con questi racconti, si ha la possibilità di conoscere Schiavone e le varie interazioni che ha con i suoi colleghi, i superiori e come, anche se ancora molto imperfetto, ha cuore e tanta simpatia e ironia.
Da quello che ho letto in giro, queste non sono proprio storie nuove per gli amanti che hanno seguito l’intera serie, ma sono una ripetizione e molti si sono un po’ sentiti “presi in giro” dalla pubblicazione.
Per chi come me, invece, se le ritrova davanti per la prima volta, sarà davvero difficile non divertirsi.
Mi hanno così divertito che sto ripensando di dare una seconda opportunità alla serie…
Buona lettura!
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Scrive come parla
Avete mai visto in televisione il programma condotto da Alberto Angela?
Un uomo capace di farti vedere con occhi nuovi una cosa che molte volte hai guardato e pensato di aver ben osservato, ma che dopo ti rendi conto delle lacune che avevi.
Con questo libro l’autore ci porta in un viaggio lungo duemila anni, un viaggio che coinvolge uno dei capolavori più famosi al mondo, San Pietro.
Quante volte uno si è trovato ad ammirarla convinto di averne scoperto gran parte dei segreti; con questo libro si renderà conto che c’è ancora tutto un mondo da vedere con occhi più consapevoli.
Il viaggio è lungo e parte da molto lontano, arrivando ai giorni nostri. Lo scritto è intervallato da immagini molto belle e cartine che aiutano molto. Alberto Angela riesce a mettere la sua passione e l’amore per l’arte anche nello scritto. Non sarà difficile trovare “!”, spiegazioni semplici anche per i meno esperti, curiosità e molti aneddoti.
Si parte dal basso, per salire sempre più; ogni angolo di San Pietro verrà messo in luce con le sue peculiarità, la sua storia e anche i suoi cambiamenti.
Per chi già lo conosce “televisivamente” parlando, posso assicurare che anche lo scritto non annoia mai; per chi invece non lo conosce e vuole approfondire la storia di San Pietro, con questo testo troverà risposta a tante domande e potrà conoscere anche aree non accessibili a molti.
Lo consiglio agli appassionati di arte, cultura e a chi volesse farsi un bel lungo viaggio!
Buona lettura!
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Una ventata di freschezza
Prima di iniziare ho sfogliato qualche pagina senza leggerle e subito mi è presa la noia, un’altra ragazza giovane che non è capace di scrivere un libro e deve utilizzare pezzi presi qua e là, con molti spazi bianchi che intervallano le varie parti.
Ma è bastato iniziare la lettura che subito ho capito che in questo caso la situazione era diversa.
Marzia Sicignano ha vent’anni, anche lei come molte altre ha avuto la possibilità di pubblicare il suo primo libro grazie alla rete che l’ha fatta conoscere, quello che la distingue da molte altre è l’approccio che l’autrice ha.
La Sicignano parla di un argomento che prima o poi tocca un po’ tutti, il “primo amore”, quello con la “A maiuscola”, quello che per la prima volta ti toglie il fiato e ti fa pensare che il prima è solo una vecchia storia. So di essere un po’ troppo poetica, ma la giovane autrice, con questo libro, mi ha fatto sentire un po’ Proust con la sua madeleine. Difficile, dopo aver letto le sue parole, non pensare al proprio di primo amore.
In un alternarsi di prosa, poesia “moderna” e disegni, siamo catapultati nel mondo giovanile del primo amore, quello che mostra le fragilità e le insicurezze; quello che non ti fa dormire la notte e che per paura di vederlo finire non te lo fa vivere fino in fondo.
Il cambiamento fra prosa e poesia invece di impoverire, arricchisce, e le immagini poi sono davvero molto significative e ben fatte. Non conoscevo l’autrice, ma il suo libro mi ha coinvolta ed emozionata e mi piace soprattutto il fatto che leggendo le interviste che ha rilasciato, non si sia montata la testa e che tenga i piedi ben saldi a terra. Brava!
“Forse è solo un puntino,
la nostra storia,
tra tutti gli altri puntini
che sono le storie degli altri
e che,
messi insieme,
fanno una terra fatta
a tratteggi,
forse la nostra storia
non avrà cambiato il mondo
forse non avrà fatto nessuna differenza
ed è solo una storia come un’altra
ma per me è speciale,
io dico che è speciale
perché è la nostra”.
Lo consiglio!
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Il lutto della Cultura
“Piccoli equivoci senza importanza” è una raccolta di undici racconti che l’autore ha scritto trovando ispirazione in vari luoghi. Non sono un’amante dei racconti ma questi li ho trovati davvero fuori categoria.
Ogni racconto parla di un argomento diverso e sono ambientati in luoghi diversi. Si parla di Rebus, di viaggi, d’isole, di lutti, d’incanti e di equivoci. Si respira l’aria italiana, quella portoghese, quella parigina ma non solo, Tabucchi ci porta anche nella lontana India e a bordo di un traghetto.
Sono tutti racconti molto particolari, ricchi di suspense, enigmi e anche di “fantasmi”. In ognuno aleggia un’aria piena d’inquietudine e mistero; da alcuni sono stati definiti racconti metafisici, infatti, ho riscontrato delle sensazioni che solo le opere di De Chirico possono suscitare.
La cosa curiosa è che il racconto che dà il titolo alla raccolta è anche quello che mi è piaciuto meno.
Brevi storie, molta intensità. La scomparsa di quest’autore, personalmente, l’ho vissuta davvero come “il lutto per la Cultura”.
Nelle sue note si può leggere questa bellissima frase:
“Più che un rammarico per quanto ho scritto è un rimpianto per ciò che non potrò leggere”.
Spesso anch’io mi rendo conto che non riuscirò a leggere tutto quello che vorrei, anche perché la lista delle prossime letture aumenta sempre invece di diminuire; a differenza dell’autore però, io provo rammarico anche per i suoi scritti e soprattutto per quelli che non potrà più realizzare.
Lo super consiglio!
Buona lettura!!!
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La gabbia
Prima di iniziare la recensione di questo libro, devo assolutamente fare delle premesse che sicuramente serviranno a far capire meglio la mia valutazione. Lorenzo Ostuni è un ragazzo di ventitré anni, diventato “famoso” per un suo canale YouTube (che non conosco); grazie a tutte le visualizzazioni, che le sue idee gli hanno portato, oltre ad aver ricevuto un premio da Google, ha all’attivo molte collaborazioni con nomi importanti e addirittura la Panini ha realizzato delle figurine a lui dedicate. Il libro rientra nella narrativa per ragazzi quindi per lo stile dovrò basarmi su questo, considerando anche che ha ricevuto l’aiuto di Jacopo Olivieri.
La storia parte in maniera coinvolgente, Ray, il nostro protagonista, si ritrova chiuso in una cella senza sapere niente finché sullo schermo appare una scritta:
“Tra poco la porta si aprirà.
Riceverai altre istruzioni.
In seguito.
Ci sono altri. Uno mente.
Dovete andarvene
Da qui o morirete.
Avete 60 ore”.
Ostuni crea un romanzo, che a breve credo avrà anche un seguito, ispirato molto ad altre serie dispotiche già uscite in precedenza; inoltre pur non essendo un’amante dei videogiochi, ho riscontrato molte similitudini, specialmente nei tempi e nelle azioni. Rimarrà sorpreso chi per la prima volta si troverà a leggere questo genere, per gli altri non sarà difficile riscontrare qualche somiglianza con Hunger Games, Maze Runner e altri. Lo schema è molto simile, anche se qualche novità c’è.
Lo stile è davvero elementare e qualche volta anche un po’ confusionario soprattutto nelle descrizioni, anche perché ti ritrovi a concentrarti sulle immagini quando invece dovrebbe venire abbastanza naturale. Comunque l’idea non è male è sono sicura che ai ragazzi piacerà anche perché Favij (questo è il suo nome d’arte) riesce a coinvolgere e soprattutto utilizza la “furbata” (o chi per lui) di realizzare un libro di 180 pagine che scorre velocemente e incuriosisce.
Lo consiglio ai ragazzi e agli amanti dei dispotici, per gli altri astenersi dalla lettura! Il mio punteggio è per i ragazzi, il mio voto personale sarebbe stato più basso.
Buona lettura!
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Un mostro silenzioso e affamato
“Se c’è una cosa che ho imparato è che per scuotere un cuore che ha sofferto ci vuole il doppio dell’amore che ha perso”.
Quanti tipi d’amore conosciamo? Spesso questa parola può avere un significato riduttivo, altri la usano esagerando, ma il bello dell’amore è che ha talmente tante sfaccettature che tutte, più o meno, arrivano al cuore.
Susanna Casciani torna in libreria con il suo secondo libro “Sempre d’amore si tratta”. Il titolo e la copertina, che vista da lontano può apparire come qualcosa di “tenero e romantico” in realtà mostra un cuore fatto di spilli, entrambi davvero ben scelti.
La protagonista è Livia, ma invece di conoscerla e viverla in prima persona, la vediamo con gli occhi degli altri. Un’istantanea dopo l’altra tutti quelli che sono stati a contatto con lei, chi da una vita, chi per poche ore, mostrano e raccontano di una bambina, poi ragazza e infine donna che vede i suoi sogni e desideri cambiare, una persona che affronta qualcosa che spesso sfugge al nostro controllo.
Come per l’altro libro l’autrice continua a scrivere utilizzando frammenti, vorrei vederla per una volta cimentarsi in qualcosa di diverso. Il tema è davvero molto forte, il libro parte un po’ a rilento diventando pagina dopo pagina sempre più coinvolgente. Un libro che può aiutare a capire e avvicinare, persona che hanno provato o subito questo tipo di malattia.
L’argomento è trattato utilizzando un linguaggio semplice, spesso forse anche con una leggerezza un po’ “esagerata”, comunque il messaggio arriva forte e chiaro. Credo che in questo libro l’autrice abbia messo molto di suo, forse più che nell’altro e soprattutto l’ho trovata più matura, anche se ancora nello stile qualche pecca l’ho riscontrata.
In conclusione, un libro molto profondo anche se leggero (l’ossimoro in questo caso è necessario), la leggerezza è dovuta alla frammentazione dell’opera che qualcosina va a togliere all’insieme. Non è sicuramente una lettura rosa, qui il fazzoletto serve ma le emozioni sono ben diverse da quelle di un romance. Chi ha bisogno di un argomento leggero scelga un altro titolo, chi invece vuole cimentarsi in qualcosa di più profondo e toccante ma non pesante, può avvicinarsi a questo testo e riapprezzare il valore delle piccole cose.
“Sul serio. Lo sai, Camilla? La magia non ha a che fare con le streghe e con i libri di incantesimi e non è vero che non esiste come dicono in tanti. La magia esiste eccome e si trova nei piccoli gesti gentili che le persone certe volte decidono di compiere”.
Buona lettura!
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Le ragazze vanno al fronte
Svetlana Aleksievic pubblica un libro che per molti è scomodo, il perché lo si può capire dopo la lettura. Il suo intento comunque era un altro:
“Scrivo la storia dei sentimenti… La storia dell’anima… Non la storia della Guerra né delle Stato né le Vite degli eroi, ma la storia del piccolo essere umano scaraventato, dalla semplice esistenza che conduceva, negli epici abissi di un evento colossale. Nella grande Storia”.
Il libro è composto da testimonianze di donne che hanno vissuto la seconda guerra mondiale, si passa da semplici stralci a conversazioni più lunghe, ognuna vuol dire la sua esperienza, la sua guerra. Questo non è un semplice libro storico, questa è la loro verità.
L’autrice da spazio a tutte, dalle combattenti in prima linea, ai sanitari, alle lavandaie, ai partigiani e alle civili. Pagina dopo pagina davanti a noi si presenta il volto femminile della guerra, quello emozionale, quello ricco di piccoli dettagli, quello che ti strazia il cuore e ti fa vedere la tua vita sotto un’ottica diversa. Se il solo leggerle è così toccante, m’immagino l’autrice cosa può aver provato sentendo le protagoniste raccontare la loro esperienza.
Questa lettura porta “il suo carico”, è impossibile non sentirsi coinvolti ed emozionati davanti queste vite straordinarie. Donne giovanissime che già a sedici anni partivano volontarie per la Patria, una Patria che però gli ha fatto pagare uno scotto troppo caro.
Per molti anni hanno taciuto la loro verità, ma una volta iniziato, tutto è venuto a galla. Un libro che consiglio per la profondità degli argomenti trattati e anche per la scelta dell’autrice di dividere il libro in capitoli, ognuno con un argomento più interessante dell’altro. È una lettura che fa riflettere e piangere.
Buona lettura!!!
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Sergentmagiú ghe rivarem a baita?
Mario Rigoni Stern, ma per i più il Sergentmagiú, con il suo libro “Il sergente nella neve” racconta uno spaccato molto importante di vita e di storia.
Il libro è diviso in due parti, la prima è “Il caposaldo” dove gli alpini, vicino al fiume Don, hanno scavato delle trincee; siamo in pieno inverno e stare in Russia non è certo un piacere, fra il freddo e i russi, i nostri soldati non se la passano proprio bene. La seconda parte è “La sacca”, ovvero la ritirata dalla Russia.
Non è la prima volta che leggo un libro storico, scritto anche dal protagonista, ma quello di Rigoni è davvero impressionante. Il Sergente maggiore racconta come vivevano, quello che mangiavano, come si spartivano i compiti, il terrore e il coraggio. Le vite raccontate sono vite vere, persone che sono partite per combattere per qualcosa che credevano giusto e si sono ritrovati circondati da neve, e a rendersi conto che in fondo gli invasori erano proprio loro e che gli altri difendevano solo casa propria.
Se la prima parte è più statica, la seconda ci porta un passo dopo l’altro verso la “baita” ovvero il ritorno, ma come ben sappiamo, non tutti hanno potuto rivederla quella baita tanto sognata.
Rigoni racconta la sua verità e porta anche noi in quel freddo russo, dove il fuoco di un’isba può salvarti la vita, dove l’unione fa la forza e dove la ragione può abbandonarti da un momento all’altro. Evidenzia inoltre le differenze che anche nell’esercito esistevano e come quelli che inviavano ordini e comandi difficilmente erano poi in prima linea a eseguirli. Un semplice soldato non sapeva mai niente.
Quello che mi ha colpito in tutto questo dolore e freddo è l’umanità che ne viene fuori, soprattutto nella scena in cui Rigoni si ritrova in un’isba con dei soldati russi che stanno mangiando e nel momento in cui ti aspetteresti di tutto, ti ritrovi davanti una umanità che ti tocca e ti scalda il cuore.
“Ritornò il silenzio. Tra noi e Cenci si sentiva qualche breve raffica di mitra.
Sul fiume gelato vi erano dei feriti che si trascinavano gemendo. Sentivamo uno che rantolava e chiamava – Mama! Mama!
Dalla voce sembrava un ragazzo. Si moveva un poco sulla neve e piangeva. – Proprio come uno di noi, - disse un alpino: - chiama mamma”.
Bellissimo libro, lo consiglio.
Buona lettura!!!
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Il dossier
“Un evento mirabile e misterioso s’è verificato in Vigàta il 21 marzo 1890, Venerdì Santo, durante la sacra rappresentazione della Passione di Cristo, popolarmente detta il “Mortorio”: il ragioniere Antonio Patò, direttore della locale sede della “Banca di Trinacria”, funzionario irreprensibile, marito integerrimo e padre amoroso di due vivacissimi bambini, oltre che apprezzato Giuda nella predetta rappresentazione, come da copione è precipitato, al termine di questa, nella botola approntata per aprirsi, con meravigliosa verosimiglianza, sotto i piedi del traditore di Cristo, ma non è più riemerso per ricevere l’applauso del pubblico e poi rientrare nei consueti suoi panni di cittadino modello. Scomparso nel nulla, volatilizzato. Ma unni sinni ì Patò?”
“Murì Patò o s’ammucciò?”
Ho letto la vecchia versione edita da Mondadori, uscita nel 2000. Camilleri ci presenta il dossier con cui le forze congiunte della Polizia, dei Carabinieri, della Chiesa, della stampa, dei familiari, degli abitanti e di “illustri” turisti, si sono cimentate nella ricerca di Patò.
L’autore con ogni mezzo cartaceo e non, ci racconta la realtà siciliana di fine ottocento. Utilizza lettere, scritte sui muri, biglietti anonimi, interviste, protocolli, materiale riservato, dispacci a mano, articoli di giornali e soprattutto tanta ironia.
A tratti il libro diventa davvero esilarante e fra le righe possiamo leggere quello che spesso altri tentano di celare.
Per chi come me ha letto Montalbano, ritornare a Vigàta e Montelusa è sempre un piacere, specialmente quando la narrazione è così divertente.
“Mi fici pirsuaso ca quel grannissimu curnuto di raggiuneri…
MODERI I TERMINI!
…ca quel curnutu di raggiuneri…
TI HO DETTO DI MODERARE I TERMINI!
E non li moderai? Il grannissimu ci lo livai, ma u curnuto ci resta!”.
Un libro che consiglio anche se il passare da un articolo giornalistico, a una lettera scritta in corsivo, a una scritta a macchina e così via non è proprio il massimo, all’inizio bisogna entrare nel meccanismo e ricordarsi tutti i nomi, poi la lettura diventa solo un piacere!
Buona lettura!!
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Per mano mia
“Non ancora pensò. Ho da fare. Devo aiutare il destino: quello che non succede per conto suo, lo devo far succedere io.
Per mano mia”.
Quante volte quello che desideriamo non arriva e allora l’unica speranza per realizzare il nostro sogno e aiutare il destino è proprio quello di forzare un po’ gli eventi e quale modo migliore, se non farlo per “mano propria”.
De Giovanni questa volta ci proietta nella vera Napoli, quella del presepe e del mare. Con una penna come sempre deliziosa racconta l’importanza che questa popolazione da al presepe e la sua simbologia.
Per risolvere il caso il commissario Ricciardi e il fidato brigadiere dovranno andare ad indagare fra la gente del mare, i pescatori. L’autore racconta le difficoltà della vita e soprattutto come l’egoismo e il menefreghismo possono davvero rovinare la vita degli altri.
Entrambi i nostri uomini di punta vivranno il loro dramma personale e soprattutto Maione, in questo episodio, non vivrà più nell’ombra del commissario ma comincerà a brillare di luce propria.
Il dialogo finale fra De Giovanni e Enrica è veramente eccezionale.
Che dire, anche con questo episodio l’autore non delude e coinvolge il lettore su più piani fra cui quello emotivo. Chi sceglierà Ricciardi? Maione riuscirà a resistere alla voglia di vendetta? Lo consiglio.
Buona lettura!!!
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Non è abbastanza
“Abbastanza” è il secondo libro di Sofia Viscardi, diciannovenne milanese. Non ho letto il primo e visto il secondo non credo proprio che mi avvicinerò all’altro.
Siamo all’inizio del quinto anno e quattro ragazzi completamente diversi si ritrovano a incrociare le loro vite. C’è il bulletto e ripetente Leo, c’è il secchione Marco, la dark Ange e la stramba Cate. Quattro personalità diverse che però presto capiranno che stando insieme, possono dare alla loro vite, che fino a quel momento non sono state abbastanza, qualcosa in più.
La trama e l’intero libro possono essere riassunti così e già questo non è un punto a favore. Il vero principio che risalta e dà “valore” al libro è l’amicizia, purtroppo accompagnata da tante altre parti scontate, che non insegnano niente e anzi fanno dubitare del fine che potremmo dire educativo del libro. Insomma i giovani non ci fanno una bella figura.
Lo stile è veramente elementare, intervallato da parti più filosofeggiate che vorrebbero dare uno spessore maggiore al libro ma che in realtà proprio non ci riescono. È vero che va considerato che “l’autrice” ha diciannove anni, ma questo è pur sempre il suo secondo libro e che oltretutto non è proprio regalato visto il prezzo di copertina. Ho provato anche a mettermi nei panni di una lettrice più giovane ma sono sicura che anche mia cugina di vent’anni avrebbe molto da ridire su questa lettura.
La poca maturità si percepisce anche nella scappatoia di raccontare e alternare presente e passato con dei mini racconti che di scrittura in se hanno veramente poco. Scelta secondo me un po’ infelice è anche quello di inserire il finale dopo poche pagine, di questo però credo che la colpa non vada data alla giovane autrice ma chi le ha consigliato o gli ha permesso di fare così.
Non è il primo libro del genere che leggo, ma posso tranquillamente dire che le altre volte il contenuto, lo stile e il messaggio erano molto più validi. Inoltre fra i giovani di oggi per fortuna molti hanno valori sentimenti e caratteri più forti.
Che dire, purtroppo non è abbastanza.
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Sulla mia pelle
“Nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso”.
Lea ha quarantanove anni, è un’affermata scrittrice e attrice di teatro; la sua vita va avanti anche se non è felice. Un passato con una madre “molto particolare” e un presente non semplice non la rendono serena.
La vita è imprevedibile e quello che pensi sempre che possa succedere agli altri, invece, un giorno bussa alla tua porta. Nessuno è mai pronto e difficilmente lo può essere una donna ansiosa con un marito che la reputa la sua disgrazia.
“Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto”.
Daria Bignardi racconta in prima persona la svolta della vita di Lea, quando tutte le sue priorità sono rimesse in gioco e la protagonista dovrà finalmente affrontare se stessa. Nuovi incontri, riflessioni, poche risposte e molte domande e soprattutto un’ansia costante.
L’autrice racconta le varie fasi della malattia e noi li viviamo “sulla pelle” di Lea.
Il viaggio non sarà semplice e difficilmente il lettore non si sentirà coinvolto, spesso anche domandandosi se le scelte della protagonista siano o no condivisibili. Ma proprio il fatto di porsi queste domande, la fa diventare più umana e vicina a noi, così tanto da voler spesso allungare una mano per poterla sorreggere nei momenti più bui.
“Non ci sono differenze tra sani e malati, tranne una: i malati hanno più voglia di vivere”.
“Storia della mia ansia” è un libro molto interessante, che consiglio sicuramente alle persone che stanno vivendo una fase particolare della propria vita, ma non solo; l’autrice manda più di un messaggio e anche se non lo fa con uno stile eccelso, i destinatari più ricettivi non mancheranno di coglierlo.
Lo consiglio e lo reputo più adatto a un pubblico femminile, vi lascio con quest’ultima frase:
“Non si prendono decisioni in tempo di guerra”.
Buona lettura!!
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Decadenza
Un uomo e una città, che detti così, possono sembrare due identità distinte, ma entrambi sono accomunati da una cosa, la decadenza, il non voler cedere e rimanere a galla seppur consapevoli che il destino ha in serbo altro per loro.
Gustav Aschenbach è un famoso scrittore che decide di partire e dopo qualche ripensamento trova la meta adatta al suo scopo, Venezia. Un uomo abituato a parlare di bello ma che fisicamente sta decadendo, solo grazie alla presenza del giovane polacco Tadzio ritrova un guizzo di vitalità. Per Aschenbach, Tadzio non è solo un ragazzo e un nome, per lui diventa una ragione di vita che riattiva tutta una serie di atteggiamenti ed emozioni che Mann volutamente esagera, rendendo bene l’idea della fase che il protagonista sta vivendo.
Mann è esemplare anche nel descrivere una Venezia che si avvicina a un punto critico e seppure molti continuino, in maniera decisa, a voler celare il vero pericolo, ormai la sua decadenza è così palese e
tangibile che resta poco da fare.
Un piccolo romanzo che attiva molti pensieri. Difficile non riflettere sulla follia (l’infatuazione) che colpisce il protagonista, uno stravolgimento tale nell’anima e nel corpo che solo una penna valida poteva rendere così manifesta e ben descritta. L’altro aspetto che mi ha particolarmente colpito è l’egoismo, il protagonista pur di non rinunciare alla vista dell’amato non avvisa del pericolo imminente.
Il finale è la degna conclusione di una follia. Ho visto che dal libro è stato tratto un film di Visconti che sicuramente guarderò.
Concludo dicendo che è un libro intenso, breve ma di non semplice lettura. Date un’opportunità a quest’opera, non ne rimarrete delusi.
“Allora avrebbe potuto posare la mano, in segno d’addio, sul capo del fanciullo che era stato lo strumento di una divinità beffarda e poi, ritirandosi, fuggire da quella palude. Ma nello stesso tempo si sentiva infinitamente lontano dal voler realmente compiere un simile passo. Era un passo che lo avrebbe riportato indietro, che lo avrebbe restituito a se stesso, ma niente teme maggiormente chi è fuori di sé che il rientrare in se stesso”.
Buona lettura.
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Una Kinsella diversa
Nella vita sono molti gli insegnamenti che riceviamo, alcuni li dimentichiamo mentre altri rimangono più impressi nella memoria. Mio nonno, che non c’è più, mi diceva sempre che per conoscere fino in fondo una persona prima dovevamo mangiarsi insieme diversi “sacchi di sale”; mia nonna, che tuttora è al mio fianco, invece mi dice sempre che le sorprese non le vuole ricevere perché a lei non piacciono.
Scusate il lungo preambolo, ma questa premessa può essere utile al lettore che si avvicinerà a questo romanzo.
Dan e Sylvie stanno insieme da ormai ben dieci anni e hanno due splendide gemelle di cinque anni (adorabili).
“Siamo sempre stati quel tipo di coppia. Uniti. Profondamente connessi. Ci leggevamo nel pensiero. Finivamo uno le frasi dell’altra. Pensavo che non ci riservassimo più sorprese. E questo dimostra quanto poco ne sapessi”.
Una coppia perfetta che con tutto l’ottimismo possibile si ritrova a fare una visita insieme. Il dottore allegramente gli comunica che poiché l’aspettativa di vita è aumentata, possono ritenersi felice di sapere che trascorreranno ancora insieme i prossimi sessantotto anni.
Quella che doveva essere una semplice visita rivoluzionerà invece il modo di pensare e gli equilibri della coppia “perfetta”. Quello che parte come una commedia divertente, sfiorando anche il grottesco, a un certo punto cambia registro affrontando tematiche più profonde.
Il libro parte lentamente e solo dopo aver superato la metà, ingrana in maniera più coinvolgente. Una Kinsella insolita che affronta il matrimonio mostrandone più aspetti. Segreti, sospetti, fiducia, passato e futuro, tutto verrà messo in discussione, in un crescendo di emozioni ed equivoci. Spesso quello che crediamo di sapere è davvero molto lontano dalla realtà. Fino a che punto conosciamo gli altri, ma soprattutto quanto ci conosciamo?
Un libro che si presenta come una commedia ma che in realtà fa riflettere il lettore. Dare una valutazione al libro non è facile, da una parte andrebbe valutato come letteratura rosa, anche se alla fine il libro non lo è del tutto. Valutarlo come romanzo creerebbe il problema inverno. Posso dire che la Kinsella ha utilizzato uno stile rosa per raccontare una storia che oltre a tinte rosa ne ha molte di più.
L’autrice è riuscita a sorprendermi raccontando una storia molto diversa dalle altre. Lo consiglio a un pubblico femminile consapevole, questa non è la solita storia rosa. In maniera molto chiara la Kinsella mette in risalto la mente femminile analizzandone tutte le sue contraddizioni e soprattutto mettendo in evidenza tutte le paranoie che ci facciamo.
““Capisco l’idea di “tenere vivo il matrimonio”. La capisco benissimo. Ma le sorprese, no”. Scuote la testa con una certa enfasi “Le sorprese hanno la brutta abitudine di andare a finire male””.
Buona lettura!
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Pulitzer? Si e no…
“Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile”.
“La ferrovia sotterranea” è il libro vincitore dell’ambito premio Pulitzer e del National Book Award; Colson Whitehead, autore di questo romanzo, era già stato finalista al Pulizter nel 2012 con un altro libro.
La copertina e il titolo già introducono i lettori al tema, siamo in America, durante l’Ottocento quando il colore della pelle voleva dire tutto:
“Se il destino dei negri fosse stato di essere liberi, non sarebbero in catene. Se il destino dei pellerossa fosse stato di conservare le loro terre, le possiederebbero ancora. Se i bianchi non fossero stati destinati a conquistare questo nuovo mondo, ora non ne sarebbero i padroni”.
Siamo in Georgia, uno degli stati in cui gli schiavi subivano le peggiori atrocità e dove interminabili campi di cotone li aspettavano ogni giorno. Un nero doveva solo lavorare e sottostare a ogni capriccio del padrone, ma fra loro, due tentarono la fuga, Caesar e Cora, ad aspettarli c’era la ferrovia sotterranea e tutta la sua storia.
Whitehead racconta la vita dei neri durante la schiavitù e con l’”aiuto” della sua protagonista narra le vicende di una fuggiasca che si ritrova in più stati, alcuni più tolleranti, altri meno. Il destino di Cora è quello che anche molti altri si sono trovati ad affrontare, dove trovare un aiuto disinteressato e una sorsata di libertà sembravano cose impensabili.
L’autore si è meritato il Pulitzer? Dal punto di vista del tema trattato sicuramente, sono altri i punti che secondo me non vanno. Quello che subito risalta è lo stile dell’autore, uno stile che secondo il mio parere manca di qualità, qui un autore ad esempio a livello di Coetzee avrebbe fatto la differenza. L’altro elemento che non mi ha particolarmente convinto è come l’argomento è stato trattato; vengono presentate situazioni davvero forti con esempi molto chiari che però toccano solo fino ad un certo punto il lettore, questo da un lato rende il libro adatto a chiunque, dall’altro perde la profondità dell’argomento.
Un libro di cui consiglio comunque la lettura, che ci ricorda che le “brutte” cose non sono successe solo in Europa e che in America al tempo della schiavitù moltissimi bianchi e neri liberi, si sono messi al servizio di persone meno fortunate di loro, rischiando anche la propria vita ma credendo in qualcosa.
“Dopo tutti quegli scampati pericoli, era ancora allo stesso punto in cui si trovava da mesi: bloccata dalla bonaccia. A metà fra la partenza e l’arrivo, in transito come la passeggera che era diventata dandosi alla fuga. Appena il vento avesse ripreso a soffiare si sarebbe rimessa in movimento, ma per ora c’era solo il mare uniforme e infinito”.
“Si fidò del fatto che la guidava l’unica alternativa dello schiavo: ovunque, ovunque tranne che da dove stai scappando. Il criterio che l’aveva condotta fin lì. Avrebbe trovato la fine dei binari o ci sarebbe morta sopra”.
Buona lettura.
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Pearl
La Riley torna nelle librerie con il quarto libro della serie “Le Sette Sorelle”, questa volta è il turno di CeCe, che chi come me avesse già letto il precedente libro ha già un po’ conosciuto.
Cece, o meglio Celaeno, dopo il distacco dalla sorella Star, ha deciso di andare a cercare il suo passato, gli indizi indicano tutti un continente fra i più affascinanti o almeno per me lo è, l’Australia.
Come di consuetudine presente e passato si alternano e dalla fredda Scozia siamo catapultati nella bollente Australia sulle tracce di un personaggio davvero affascinante, Kitty Mercer.
La Riley affronta argomenti davvero importanti, siamo in Australia nei primi anni del Novecento, dove per molti questo era il paese delle opportunità e della rinascita o almeno lo era, per gli uomini con la pelle bianca. La popolazione locale, nata su questa terra, dove un tempo viveva in libertà, si ritrova a vivere in schiavitù anzi “civilizzata” dai bianchi; quelli sono gli anni in cui gli aborigeni e i mezzosangue non se la passavano proprio bene.
Il presente ci racconta la vita di una confusa Cece che dopo una sosta in Thailandia, si ritrova nell’Outback australiano, sulle tracce della sua famiglia. Personalmente non ho provato molta simpatia per questa protagonista, trovandola spesso arrogante, impulsiva e sempre alla ricerca di una spalla su cui fare affidamento. Nell’altro capitolo sembrava che fosse lei quella forte ma dopo aver letto questo libro i dubbi sono insorti.
Per quanto riguarda il passato, che per fortuna rappresenta gran parte del romanzo, posso dire di aver sognato ad occhi aperti. La storia è davvero toccante e intrigante. Kitty e Camira con le loro forti personalità fanno onore al genere femminile. So benissimo che questa è solo una storia, ma le emozioni provate sono davvero molto forti. La storia delle perle, la vita difficile degli aborigeni, la sofferenza ma anche la speranza, faranno sospirare e incantare le amanti del genere.
Dopo “La ragazza nell’ombra” che non mi aveva particolarmente colpito, con questo nuovo romanzo la Riley convince e riesce a mettere in secondo piano la protagonista Cece dando luce a un passato davvero da scoprire.
“L’amore è il sentimento più altruistico ed egoistico di tutti, Celaeno; altruismo ed egoismo sono facce della stessa medaglia e non si possono separare. Il bisogno di amore combatte sempre con il desiderio che la persona amata sia felice.”
Un libro adatto alle amanti del genere a cui lo consiglio vivamente.
Buona lettura!
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Lealtà
Quando passi una vita pensando solo al bene del tuo padrone, ogni giorno inizia e finisce come quello prima e come quello dopo. Una vita leale, impeccabile e con la mente impegnata al lavoro, ma i tempi cambiano e anche i padroni; arriva un momento in cui ti ritrovi davanti un’opportunità che dopo mille riflessioni ti ritrovi a prendere al volo.
Stevens è un maggiordomo, ma non uno qualsiasi, è un grande maggiordomo di una delle grandi famiglie inglesi, il suo padrone è Lord Darlington ma la guerra è finita e anche molte grandi dinastie hanno finito i loro anni d’oro. Un ricco americano, Mr Farraday, ha comprato tutto e con tutto intendo casa e domestici per poter vivere lo splendore inglese di una volta. Ovviamente Stevens fa parte del pacchetto “casa”, ma questo padrone non è come l’altro, questo gli consiglia di lasciare per la prima volta la residenza e di approfittare di qualche giorno di libertà per intraprendere un viaggio.
Stevens non sa che quel viaggio metterà in discussione tutta la sua vita.
Ishiguro con uno stile impeccabile riesce a rendere allettante una storia che non ha nessuna base per esserlo. Una storia che ha tutti gli elementi per essere lenta e monotona, invece porta il lettore all’interno di un viaggio introspettivo che oltre a mettere in difficoltà il grande maggiordomo, inevitabilmente porta anche il lettore a porsi molte domande che continuano anche dopo la lettura.
Mi sono avvicinata a quest’autore perché volevo leggere qualcosa del nuovo Premio Nobel e ne sono rimasta particolarmente colpita. Il suo stile è così coinvolgente da non farti sentire semplice spettatore ma parte integrante del pensiero del protagonista e della sua storia.
Un libro introspettivo, riflessivo e non adatto a tutti.
Buona lettura!
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Amaro da digerire
Silone è in Svizzera, esiliato, lontano dal suo paese ma pur sempre attivo. Questo romanzo inizia così:
“Una sera che la nostalgia si era fatta in me pungente, con mia grande sorpresa ho trovato sull’uscio della mia abitazione, seduti contro la porta quasi addormentati, tre cafoni, due uomini e una donna, che senza esitazione ho subito riconosciuti per Fontamaresi…. Quello che han detto, è in questo libro”.
Siamo a Fontamara, un piccolo paesino sperduto in Abruzzo abitato da cafoni, ma chi sono i cafoni?
““E noi?” gli rispondemmo. “Non siamo cristiani anche noi?”
“Voi siete cafone” ci rispose quello. “Carne abituata a soffrire””.
Gente abituata a soffrire ma non solo, anche credulona:
““Ecco, intendiamoci”, riprese Innocenzo “intendiamoci, non si tratta di tasse, vi giuro su tutti i santi che non si tratta di pagare. Se si tratta di tasse, che Dio mi tolga la vista”.
Vi fu una piccola pausa, giusto il tempo di permettere a Dio di esaminare il caso. Innocenzo conservò la vista.
“Continua” gli comandò Berardo”.
Ricapitolando, gente abituata a soffrire, credulona e perennemente “fregata”:
““La legge è fatta dai “cittadini”, è applicata dai giudici, che sono tutti “cittadini”, è interpretata dagli avvocati, che sono tutti “cittadini”. Come può un contadino aver ragione?””
Con questa premessa volevo cercare di chiarire la posizione dei cafoni e soprattutto il periodo storico, quello degli anni ’30, in cui queste vicende si svolgono. Silone in prima persona, grazie ai suoi tre protagonisti, racconta i fatti avvenuti che riguardano la popolazione di Fontamara, ma direi di qualsiasi paesino del tempo. La sua visione è molto ampia perché raccoglie le testimonianze viste dalla parte delle donne, dalla parte degli uomini e anche dalle future generazioni grazie alla parte che viene raccontata dal figlio. In tutto questo narrare spicca la figura di Berardo, ovvero colui che più di altri rappresenta bene quello che l’autore vuol raccontare e far arrivare al lettore.
Con un linguaggio semplice e diretto, come solo quello dei cafoni può essere, Silone racconta un capitolo molto triste della nostra storia dove il bene di pochi prevale su tutto. Parole che lasciano davvero l’amaro in bocca soprattutto per la loro veridicità. L’ironia non manca.
Silone non delude, dopo “La scuola dei dittatori”, che mi aveva piacevolmente colpito, mi ritrovo qui a consigliare anche la lettura di questo romanzo. Un autore ironico, diretto e molto attuale.
Buona lettura!
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Abbiamo fatto clic
La dedica al libro introduce in modo molto chiaro l’argomento di questo libro:
“Per mia sorella Marija che, essendo sempre più avanti degli altri, ha da poco impalmato un uomo più giovane”.
I protagonisti di questo nuovo libro della Premoli sono Julie, scrittrice trentaseienne di romanzi rosa Regency e il suo nuovo vicino di casa, Terrence, un musicista molto giovane e famoso. Per chi come me avesse già letto anche “È solo una storia d’amore”, la protagonista è una delle scrittrici amiche di Laurel.
Come per il precedente romanzo, la Premoli rimette in luce il fatto che essere scrittrici di rosa e di storici, non ti qualifica come una scrittrice di serie b, anche se in quest’ultimo lavoro rimarca molto meno l’argomento andando invece, come ormai succede in tutti i suoi ultimi libri, a parlare molto di politica. La Premoli critica in maniera per niente velata il presidente americano e tutto quello che riguarda la sua politica.
Politica a parte, posso tranquillamente dire di aver letto con piacere questo libro, ho ritrovato la Premoli dei primi tempi, cosa che negli ultimi libri non era successo, tanto da chiedermi, se li avesse scritti lei (visto le voci che girano su internet). La trama come prevede qualsiasi romanzo rosa è abbastanza prevedibile, quindi non voglio dire niente, ma la sua prevedibilità non toglie piacevolezza alla lettura.
La sua protagonista è una donna un po’ ambigua, con scarsissima autostima ma con la faccia tosta di uscire con un abbigliamento molto discutibile.. devo dire che nel carattere di lei e nella costanza di lui, ho trovato delle analogie con i protagonisti di “Ti prego lasciati odiare”..che l’autrice abbia deciso di ritornare sui primi passi?
Comunque alle fan della Premoli posso dire che questo romanzo mi è piaciuto, non sono riuscita a staccarmi dalle pagine e mi sono fatta anche delle grasse risate, la vicina è una dei pezzi forti della storia. Trovo poco convincenti il titolo e la copertina che per me non rispecchiano minimamente il libro anche perché la protagonista ha problemi con il tempo..ma solo per via dell’età e il gatto non ce l’ha!
Buona lettura amanti del rosa, la Premoli è finalmente tornata!
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Verso la fine
“Se ne stava seduto nella veranda davanti a casa, sorseggiando una birra e stringendo la mano della moglie. Il fatto era che stava morendo. È di questo che parlavano. Prima della fine dell’estate sarebbe morto. Entro l’inizio di settembre quel che restava di lui sarebbe stato ricoperto di terra nel cimitero tre miglia a ovest della città. Qualcuno avrebbe scolpito il suo nome su una pietra tombale e sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito”.
Dopo aver letto “Canto della pianura” e “Le nostre anime di notte”, eccomi con un altro libro di Haruf. Un autore che si distingue bene per il suo stile e per le tematiche scelte soprattutto nel modo di trattarle.
Siamo come sempre a Holt e stiamo accompagnando Dad Lewis verso la fine. Dad non è solo, con lui ci sono la fedele moglie e la figlia, ma la morte è comunque una cosa che si affronta da soli. La sua non è una morte accidentale, di quelle non prevedibili dove un momento ci sei e l’altro non più. Dad sa di avere poco tempo e quando senti l’orologio continuare a battere e la tua fine avvicinarsi, i pensieri si affollano nella mente. Una vita la sua che può sembrare come molte altre e proprio per questo non sempre è stata perfetta. Sono molti gli sbagli cui Dad vorrebbe porre rimedio, ma come tali sa che ormai il tempo è passato, ma questo non limita il dolore che prova.
Come ogni cittadina che si rispetti, sono molte le persone che si avvicinano alla famiglia nel momento del dolore, ma ognuna di esse porta con sé qualcosa, anche il loro “bagaglio” non è leggero. Fra gli altri spicca sicuramente la figura del reverendo Lyle.
“Che tempo fa oggi fuori? Ancora troppo caldo?
Dicono che verrà a piovere, rispose Lyle.
Potrebbe. In effetti sta diventando scuro.
Ai contadini non farà piacere, vero papà? Disse Lorraine.
No, se devono mietere il grano. Per quelli che coltivano mais fa lo stesso.
Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle.
Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto”.
Un Haruf che continua a sorprendere per la semplicità dei suoi protagonisti e per i temi scelti. Vivo da trent’anni in una corte e capisco bene le dinamiche “delle piccole comunità” e mi ritrovo pienamente nelle sue parole.
Rispetto agli altri l’ho trovato leggermente meno piacevole, rimane comunque un libro di altissimo livello.
Buona lettura!
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Un antipasto che si può saltare
Dopo aver letto ben quattro romanzi della serie di Ricciardi, la “paura” di leggere il quinto e al momento ultimo libro sul Commissario, mi ha indotto ad approfondire gli altri libri scritti da De Giovanni sul suo coinvolgente protagonista e la mia idea è caduta proprio sul titolo “L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi”.
“Non è simpatico, Ricciardi. Non è comunicativo, né allegro. Non affascina, non incanta. Ma sapete una cosa? Quando se ne va mi manca. E aspetto il suo ritorno con una gran voglia di ascoltare di nuovo quella voce bassa, e il ricordo del suo dolore”.
Cosa potevo trovare di meglio che gli inizi del tanto citato protagonista? Ebbene, ringrazio intanto la buona stella che mi ha fatto leggere prima gli altri e poi questo, perché il titolo può davvero trarre in inganno. Le prime indagini sono relative a tre casi: l’omicidio Carosino; i vivi e i morti e Mammarella.
Il primo è praticamente la replica, anzi la riduzione sbrigativa del romanzo uscito con il titolo “Il posto dì ognuno. L’estate del Commissario Ricciardi”. In trenta pagine è raccontato quello che poi sarà ripreso nel terzo della serie, ovviamente con personaggi meno caratterizzati e alcuni addirittura mancanti; la lettura di questo racconto mi avrebbe fatto guastare interamente l’altro che invece ho davvero apprezzato.
Per quanto riguarda gli altri, sono casi in cui il Commissario, sempre in una manciata di pagine, risolve il caso andando soprattutto a raccontare le sue sensazioni sul Fatto ed è evidente la poca personalità che il Commissario svilupperà poi in seguito.
L’unica cosa carina (edizione Rizzoli) che può interessare è la parte finale ovvero quella che riguarda “Come è nato Ricciardi”, per il resto una lettura che personalmente si può saltare. Il libro non dà niente di più, anzi potrebbe anticipare qualcosa che poi sarà approfondito e revisionato in maniera magistrale dall’autore.
In conclusione, per me è “un antipasto” che si può saltare per andare “a portate” più consistenti.
“I vivi e i morti, pensava Ricciardi. I vivi sembravano già morti, i morti pensano di essere vivi. Chi sono io, allora? Sono vivo, o forse già morto e nessuno me l’ha detto?”.
Buona lettura.
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- no
Per ora il migliore della serie
Napoli è in subbuglio, non solo per l’acqua che continua ad inondare la città e sembra non dare tregua ai suoi abitanti, ma e soprattutto per una visita inaspettata, il Duce sta per arrivare. Se Ganzo solitamente è un tormento e una spina nel fianco del Commissario, con questo arrivo imminente non darà tregua a nessuno, la città deve presentarsi al meglio e soprattutto deve dimostrare che il fascismo vive e cresce in una Napoli ordinata e fedele.
Come sempre Ricciardi non è interessato a queste cose e un caso che sembra già concluso all’inizio non lo convince fino in fondo e neanche Ganzo e l’arrivo del Duce riusciranno a fermarlo perché questa volta il caso coinvolge un bambino.
“Se c’era una cosa che odiava erano i bambini morti. La sensazione di spreco, di rinuncia, di occasioni perdute. Un popolo, una civiltà si qualifica dalla cura per la propria infanzia, aveva letto in un libro. Non ne usciva bene, quella città”.
Il lettore verrà toccato in profondità e più conoscerà la storia del piccolo Tetté più capirà la cattiveria umana che si accanisce sugli indifesi, su coloro che pur di ricevere una sola carezza venderebbero l’anima al diavolo.
Rispetto agli altri racconti della serie, ho trovato un De Giovanni molto più poetico, quelle che potrebbero sembrare delle digressioni le ho invece trovate un vero tocco di delicatezza e poesia, c’è una descrizione dell’acqua davvero toccante e suggestiva.
Un Ricciardi sempre più in difficoltà si troverà di fronte anche a nuove svolte sentimentali, sono un po’ preoccupata per lui, si trova in mezzo a più fuochi.
L’incontro finale fra l’autore e il Dottor Modo conclude il libro in maniera eccezionale. Posso dire che questo per ora è il mio preferito, un vero capolavoro nel suo genere, bravo De Giovanni, ogni volta riesci a stupirmi e i tuoi personaggi sono eccezionali.
“Capone, non m’incanti: tu sei un ladro. E uno dei peggiori, perché non sembri un ladro. Io apprezzo quelli che escono di notte, con i ferri sottobraccio, vestiti di scuro: noi li acchiappiamo e li sbattiamo dentro, noi facciamo i poliziotti e loro i ladri. Non negano e, una volta che non sono riusciti a scappare, si rassegnano. Fanno i ladri. È il loro mestiere. Al contrario, quelli come te sono la rovina di questo posto. Fanno finta di essere onesti, e invece sono marci”.
Buona lettura!!!
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Oltre il passato
Ultima opera di un’autrice che ha scritto molto e che cosa curiosa, ho scoperto che da ben trentacinque anni a questa parte, inizia ogni libro l’8 gennaio.
Un’autrice che pur avendo scritto tanto io conosco poco e nulla, vuoi per il pessimo approccio che ho avuto con il libro “Paula” in passato o vuoi per le ultime opere che hanno avuto recensioni non molto alte.. comunque mi sono ripromessa di approfondirla meglio.
Con “Oltre l’inverno” siamo in piena bufera e Brooklyn non è proprio pronta a tutta questa neve che sta bloccando la città. Una moltitudine di persone in una grande città, ma sono tre quelle che interessano a noi:
“Nei tre giorni successivi, mentre la bufera iniziava a stancarsi di castigare la terra per andare a dissolversi nell’oceano, le vite di Lucia Maraz, Richard Bowmaster e Evelyn Ortega si sarebbero legate inestricabilmente”.
Tre persone diverse, tre cittadinanze diverse e tre passati diversi ma tutti accomunati da qualcosa da cui non si riesce ad andare oltre.
Isabel Allende mette a nude le vite dei suoi protagonisti riportando a galla passati da dimenticare. L’Allende parla del suo Sud America, del passato ma anche del presente, toccando il tema dell’immigrazione clandestina e della malavita e di tutto il marcio che toglie la speranza alle persone, che pur nel buio, cercano di trovare la loro piccola fiamma per continuare, anche se sono in molti quelli che s’impegnano per spegnerla del tutto.
Due over 60 e una ragazzina balbuziente si metteranno in gioco e cercheranno di risolvere un problema che ormai è diventato comune, affrontando molte difficoltà che andranno a toccare nel profondo i protagonisti.
Tanto di cappello all’autrice per le tematiche trattate pur essendo cose di cui ho già letto, uno sguardo da chi le ha conosciute più da vicino è sempre importante. Quello che personalmente invece non posso negare è la poca empatia trasmessa. La storia si alterna fra presente e racconti passati e nel passato sono molte le cose toccanti che succedono, ma restano solo in superficie, come se il lettore si trovasse a leggere di una catastrofe su un giornale, non come se leggesse la sofferenza che il protagonista sta provando e ha provato. Posso fare un esempio per spiegarmi meglio: sono una lettrice che assimila (effetto spugna) quello che legge e la mia sensibilità mi spinge sempre ad abbandonare alcune letture la sera per evitare di rivivere certe scene appena lette..questo libro l’ho potuto tranquillamente leggere la sera, perché pur trattando argomenti molto forti, mi sono scivolati addosso. Li ho recepiti, li ho letti e poi ho voltato pagina e quando si legge certi argomenti, non si dovrebbe mai solo voltare pagina.
Spero di essere stata chiara, una storia interessante per le tematiche ma molto meno per quello che trasmette e quel tocco di giallo ci può stare come no..
Buona lettura.
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La gelosia
Siamo come di consuetudine a Napoli, dove l’estate con il suo caldo intenso mette a dura prova i nostri protagonisti, neanche l’ombra sempre dare sollievo, ma i problemi per il commissario e il suo fedele aiutante sono ben più gravi. Un nuovo sentimento gira per la città, un sentimento che rischia di distruggere tutto quello che incontra: la gelosia.
“Ho conosciuto un’altra perversione, l’ennesima corruzione dell’amore che porta alla morte, all’assassinio. E siccome l’ho conosciuta, la posso riconoscere. L’amore, il peggior nemico, percorreva spesso vie contorte: ma la gelosia era diritta come un fuso. Come la fame, l’altra grande generatrice di delitti, era improvvisa e violenta; ma aveva ben altre radici, affondate nella follia dell’egoismo e del possesso. E sapeva anche attendere”.
Questa volta Ricciardi dovrà come sempre cercare di non “pestare i piedi” a molte persone durante le sue indagini perché la morte si è presa la giovane Duchessa Adriana, una donna che si è goduta la vita e che forse non sempre è stata al posto suo.
Ognuno ha il suo posto e li dovrebbe stare, senza mai osare, ma la vita porta a delle svolte e queste spesso possono farci trovare al posto in cui non dovremmo essere e soprattutto nel momento sbagliato.
De Giovanni continua a incantare, leggermente sottotono rispetto al precedente, questo libro tiene alta la voglia di continuare la lettura per vedere come si evolveranno le nuove situazioni. Adoro questa serie perché in ogni “puntata” oltre al caso da risolvere c’è anche un’evoluzione interna, dove i vari protagonisti si mettono in gioco e rischiano, si espongono, ma soprattutto sono molti i sentimenti che suscitano; posso dire con tranquillità di essermi affezionata a tutti e che ogni volta sono davvero una buona compagnia. Consiglio la lettura della serie seguendo l’ordine di pubblicazione perché altrimenti si rischia di perdersi le varie dinamiche fra i protagonisti.
Vi lascio con questa frase davvero significativa:
“Ricordava l’interrogatorio del duca, la voce rantolante, il caldo terribile, l’odore di morte soffocante della stanza di lui; ma ne ricordava anche le parole, che lo avevano colpito nell’anima. Un uomo muore quando non significa più niente per nessuno”.
Buona lettura.
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Più bello del primo
“Dietro la finestra, dall’altra parte della strada, una ragazza con gli occhi bagnati di lacrime e il telaio in mano guardava dalla sua parte. In alto, in bilico sul tetto, la primavera volteggiò e sorrise”.
Secondo capitolo e seconda stagione per il commissario Ricciardi; Napoli si sta svegliando dopo il lungo inverno e l’aria frizzantina della primavera, con le sue prime giornate di sole, sta risvegliando tutta la popolazione. Ricciardi e il suo fedele brigadiere Maione avranno ben più di un grattacapo perché oltre all’indagine anche le loro vite private sentiranno “il cambio di stagione”.
Una Napoli che come sempre da una parte affascina e dall’altra t’indigna. Una vecchina cartomante è uccisa brutalmente, chi può odiare a tal punto una donna che dovrebbe donare speranza? Come può la bellezza diventare un problema tale da portare a commettere delle follie per vivere serenamente? A cosa può arrivare un uomo per salvare la famiglia? Può un amore che dura da anni spegnersi per un dolore condiviso e può un amore neanche sbocciato già finire sul nascere?
De Giovanni con questo secondo capitolo mi ha conquistato, se già con il primo libro mi aveva affascinato al punto da farmi continuare la lettura della serie, qui mi sono trovata davanti un’opera di maggior rilievo sia dal punto di vista stilistico che della trama.
Un libro che trovo riduttivo definire un giallo perché questo libro va oltre, c’è sì il giallo da sbrogliare, ma c’è anche tanta ironia, sarcasmo, amore e profondità. Con una delicatezza travolgente mi sono trovata a seguire passo passo i protagonisti di questo libro e soprattutto mi sono ritrovata con Ricciardi dietro quella finestra.
L’intervista finale dell’autore con Maione è la ciliegina sulla torta.
“Maione allargò le braccia. – Ma che schifo di città. Uno fa uno starnuto alla stazione e qualcuno al Vomero dice: salute!”
“’O Padreterno nun è mercante, ca pava ‘o sabbato”.
Lo consiglio!
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Un Doerr meno coinvolgente
Leggere due libri dello stesso autore, pubblicati con quindici anni di differenza, non sempre è un bene. Ho “conosciuto” il premio Pulitzer del 2015 proprio con il romanzo che l’ha fatto vincere ovvero “Tutta la luce che non vediamo”, un libro che ho particolarmente apprezzato.
Ora invece mi trovo ad aver ultimato “Il collezionista di conchiglie”, una raccolta di racconti che risale al 2002. I racconti sono ben otto, chi più lungo chi meno. Lo stile dell’autore è sempre sublime, quello che non mi ha convinto sono le storie. Alcune mi sono arrivate, altre pur avendole finite da pochi giorni, trovo già difficoltà a ricordarle.
I temi sono molto vari, come anche i protagonisti. Quello che mi è rimasto particolarmente impresso è “Certi treni”. Ho apprezzato in alcuni le ambientazioni, in altri i personaggi e le tematiche, ma nell’insieme, anche dopo tutte queste cose, quello che mi porto dietro alla fine della lettura è veramente poco.
Per lo stile lo consiglierei, per il contenuto ci penserei.
Vi lascio con due piccole frasi:
“Cose che passi la vita a schivare, e ti ritrovi a cercarle”.
“Per ritrovare una cosa, disse, l’unico modo è perderla, prima”.
Buona lettura.
Io vedo il dolore
Forse sono una delle poche che ha fatto il “percorso” inverso..infatti, ho conosciuto De Giovanni con la nuova serie “I Guardiani” e poi incuriosita dal suo stile, sono andata alla “caccia” del Commissario Ricciardi.
Siamo a Napoli durante il periodo fascista e quando molti cercano di dimostrare che “Nulla per la gente, soprattutto nulla per la stampa: la città fascista è pulita e sana, non conosce brutture. L'immagine del regime è granitica, il cittadino non deve avere nulla da temere; noi siamo i custodi della sicurezza”, c'è un uomo che invece vuole vederci chiaro e arrivare alla verità anche se questo può far storcere molti nasi.
Il caso che Ricciardi si trova fa le mani è molto importante, riguarda l'assassinio del famoso tenore Vezzi, un uomo stimato da Mussolini ma odiato da tantissimi altri. Come sempre il Commissario per risolvere il caso segue la sua prassi: “le sue indagini non avevano requie: una volta cominciate, finivano solo con la soluzione del caso. Né notte, né giorno, e neppure domenica, fino a quando il colpevole non era in galera. Come se, ogni volta, la vittima fosse un suo parente; come se l'avesse conosciuta personalmente”.
De Giovanni ha creato un personaggio davvero originale, un uomo che pur essendo nobile e ricco mette la sua vita al servizio della giustizia, con un carattere singolare, che pur essendo scorbutico ed evasivo, entra subito nelle simpatie del lettore, o almeno nella mie, soprattutto con i suoi “dialoghi” con Enrica e la tata e il suo amore per le sfogliatelle. Anche il suo vice e il medico legale Modo sono due personaggi davvero interessanti che fa piacere incontrare nella lettura.
Ho trovato un De Giovanni ovviamente più acerbo rispetto alla nuova serie (i dieci anni l'hanno fatto maturare) però ho ritrovato la sua passione anche qui per il soprannaturale. Nella nuova serie lo usa con troppa abbondanza, qui invece mi ha fatto un po' rivivere il film “Il sesto senso”:
“Io vedo il dolore. Vedo il rimpianto, la sofferenza. Sento l'eco dell'amore che scompare, gli artigli che si spezzano nell'ansia di trattenere l'ultimo lembo della vita che se ne va. Sento l'urlo che accompagna la caduta nell'abisso. Quello che sento è l'ultimo pezzo della vita, non il primo della morte. Dovresti saperlo”.
Un'ultima cosa, ho letto la versione Einaudi che include anche “Incontro con Ricciardi”, un bellissimo scambio di battute fra il protagonista e l'autore, davvero imperdibile.
Mi dedicherò anche agli altri libri della serie.
Buona lettura!
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Tempi folli ad Holt
“Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo lo sia. Non so. E nemmeno mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C'è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto neppure un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione”.
Dopo aver letto “Le nostre anime di notte”, Haruf mi riaccompagna nella “sua” Holt. “Canto della pianura” mi è sembrato più un urlo muto. La cittadina di Holt in superficie sembra quieta e calma, ma basta poco per rendersi conto che sotto nasconde un tumulto. I protagonisti sono molti e gli argomenti trattati sono forti e attuali ma affrontati con la delicatezza che ormai mi aspetto da questo autore. Quando parlo di delicatezza non intendo con omissioni per indorare la pillola, no, Haruf va fino in fondo ma sa farlo nel modo giusto.
Ogni personaggio ha le sue sfide da affrontare,ma i fratelli McPheron, Harold e Raymond, mi sono arrivati e rimasti nel cuore.
“Mi dici adesso che cavolo di storia era quella che le hai raccontato nel furgone?
Quale storia? chiese Raymond.
Quella della giovenca che aveva ingoiato il filo di ferro. Dove diavolo l'hai pescata? Io non me ne ricordo proprio.
Me la sono inventata.
Te la sei inventata, disse Harold. Fissò il fratello intento a osservare la stanza. Cos'altro ti inventerai?
Qualunque cosa, se serve”.
Se da una parte l'assenza di punteggiatura che differenzia un discorso diretto da uno indiretto può disorientare il lettore, dall'altra mi sono resa conto che mi spinge ancora di più a prestare maggiore attenzione.
“Canto della pianura” è un libro che fa riflettere, indignare (non potrò mai dimenticare quello che fa Sharlene) e arrabbiare, ma anche sperare. Fatevi cullare dalle bellissime parole di questo autore, che con uno stile delicato e sincero, racconta quanto può essere dura la vita, ma che insieme alle persone giuste, quello che è una difficile montagna da scalare, può diventare una dolce collina su cui passeggiare.
Lo consiglio.
Buona lettura.
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La maledizione della strega
Torna la Lackberg con la serie ambientata a Fjällbacka, che ha come protagonisti Erica e Patrik. Questa volta la sensibilità del lettore verrà veramente toccata profondamente, perché il caso ruota intorno a una bambina di quattro anni..anzi due perché sembra che non sia la prima volta che una cosa del genere capiti nella tranquilla località svedese. La polizia come sempre parte con le sue indagini e come ogni libro di questa seria, anche Erica è pronta a dare il suo contributo. Il passato e il presente sono collegati?
Sono sempre stata una seguace di questa scrittrice e i suoi primi romanzi li ho sempre letti con grande piacere, finché non lessi “La sirena”, il sesto della serie. Con quello la Lackberg mi aveva deluso e mi aveva indispettito il fatto che riuscisse a “sfornare” un romanzo all'anno andando, almeno secondo il mio parere, a perdere di qualità. Trovarla davanti con questo nuovo lavoro invece mi ha fatto pensare alla Camilla dei primi tempi. Sinceramente ho notato un po' di differenza rispetto agli altri lavori, non tanto nello stile ma nella scelta della trama. Questa volta le indagine sono sempre importanti ma le ho sentite più sfuggenti e meno incisive, ero abituata ad un Patrik più “attivo”, però quello che si è perso da una parte, si è guadagnato dall'altro. L'autrice ha dato molta parte ai sentimenti e alle persone, i veri protagonisti sono loro, con le loro personalità, mettendo in seconda luce il caso.
Un aspetto questo, che può sembrare strano in un giallo svedese ma che io ho apprezzato molto. Inoltre ho apprezzato il messaggio che l'autrice manda al mondo interno e non solo alla sua adorata Svezia. Nel libro si parla tra le altre cose di immigrazione “Solo che era così maledettamente difficile farsi piacere gli svedesi. Irradiavano diffidenza e lo guardavano come se fosse un essere inferiore. Non solo i razzisti. Con quelli era facile confrontarsi. Mostravano apertamente ciò che pensavano, e le loro parole rimbalzavano sulla pelle. Erano gli svedesi comuni quelli più difficili da affrontare. Quelli che in realtà erano brave persone, che si consideravano tolleranti, aperti. Quelli che leggevano della guerra nei giornali, che si rammaricavano di quanto fosse terribile, che donavano soldi alle organizzazioni umanitarie e vestiti per la raccolta di indumenti, ma che non si sarebbero mai sognati di ospitare un rifugiato in casa propria”.
Come ho detto all'inizio, questo romanzo tocca profondamente il lettore perché i temi trattati non finiscono qui. Si parla di bullismo, di violenze, di pagare per le colpe altrui e soprattutto di mancanza di libertà, quella che non ti permette di essere te stesso. E in tutto questo che ruolo ha una storia del 1672?
"Era una parte della tensione di quel lavoro. Un attimo prima sembrava tutto impossibile, l'attimo dopo si aveva il cosiddetto "effetto ketchup" e una tessera del puzzle dopo l'altra finiva al proprio posto".
Un libro che mi ha subito attratto dalle prime pagine, al punto da farmi finire le 677 pagine, che lo compongono, in breve tempo. Lo consiglio sia agli amanti dell'autrice sia agli altri. I libri di questa serie è preferibili leggerli in ordine, non tanto per i casi, che solitamente sono uno separato dall'altro, quello che vi perdereste sono le “vicende domestiche”. I protagonisti sono i soliti e con il passare dei libri anche la loro vita si evolve ed è più semplice capire le varie dinamiche e seguire i vari drammi e soprattutto i momenti di felicità perché per fortuna dopo tanto orrore sorge il sole.
Buona lettura!!
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Dall'ombra? No dall'armadio...
“Non aveva mai osservato una famiglia, nemmeno la sua, come chi scruta al microscopio il comportamento di una colonia di microrganismi. E i risultati di quell’esame provocavano in lui stupore e confusione”.
Damián Lobo è spagnolo, ha quarantatre anni e dopo venticinque anni di lavoro, nella solita ditta, si ritrova disoccupato. Le sue mansioni non sono più necessarie e tutto quello che era il suo mondo, viene rivoluzionato.
“Mi resi conto di averlo rubato perché ero fuori di testa, perché avevo paura del cambiamento di vita che quel fatto supponeva, paura del futuro. La paura è una delle sensazioni più devastanti, ci trasforma in animali. E io avevo paura. La paura era la causa del furto e di tutto quello che accadde dopo in una strana concatenazione di eventi”.
Millás, con il suo nuovo libro “Dall’ombra”, crea un romanzo davvero originale e insolito. Se la trama può sembrare un po’ visionaria, quello che colpisce è l’argomento di base e soprattutto le peculiarità del suo protagonista.
Damián è un uomo che continuamente immagina di dialogare con il presentatore di un reality di cui lui, ovviamente, è il protagonista, un dialogo allucinante ma mai imbarazzante. Una vita passata nell’ombra che solo nella sua testa diventa invece eccezionale. Un protagonista che con questi dialoghi racconta molto del suo trascorso, cesellato di fallimenti e abbandoni, con una vita vissuta sempre dietro le quinte. Ma proprio questo “dietro le quinte” gli darà la possibilità di potersi riscattare e rimettersi in gioco.
La trama è davvero particolare e come dicevo prima, sfiora il visionario, ma lo stile ironico e per niente celato dell’autore danno un senso alla lettura. Millás critica apertamente la televisione spazzatura, parla delle problematiche infantili e adolescenziali e soprattutto racconta la disperazione che può colpire un uomo che per tutta la vita ha fatto un lavoro e, a quell’età, fra la non più giovinezza e la vecchiaia molto lontana, deve reinventarsi.
Gran parte del libro è raccontato dall’interno di un armadio, non un armadio qualsiasi, ma uno che ha una storia tutta sua.
La sensazione che mi ha accompagnato nella lettura non è stata quella della claustrofobia, ma quella di un uomo che affronta i suoi fantasmi e cerca di cacciare quella solitudine che l’ha accompagnato per tutta la vita.
Lo consiglio, anche se è un libro che va considerato nel suo insieme.
Buona lettura!
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Ci vuole coraggio
“Lui la fissò, rimase a osservarla incuriosito, cauto.
Non mi dici nulla. Ti ho lasciato senza parole? Chiese lei.
Penso di sì.
Non parlo di sesso.
Me lo stavo chiedendo.
No, non intendo questo. Credo di aver perso qualsiasi impulso sessuale un sacco di tempo fa. Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?
Sì. Credo di sì".
Per la prima volta mi trovo nella Holt di Haruf e la sua realtà, ai miei occhi, è tangibile. I protagonisti sono Addie Moore e Louis Waters, entrambi settantenni, stanno affrontando una fase particolare della loro vita. Una vita già “impostata” su binari ben delineati che grazie al coraggio, invece di arrivare al capolinea, prende una strada nuova.
Come spesso succede, il coraggio e la voglia di vivere non sempre vengono presi nel modo giusto dagli “altri” e come in tutte le cittadine che si “rispettino” le voci e le malelingue non mancano mai.
"Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L'ho fatto per troppo tempo - per tutta la vita".
Haruf con una delicatezza sconvolgente affronta un tema davvero molto toccante. Addie è una vera forza della natura che tenta in tutte le maniere di non farsi piegare e Louis è così sorprendente nella sua seconda gioventù.
Due anime che si incontrano la notte e fanno sperare.
“Addie spense la luce. Dov’è la tua mano?
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre.”
Buona lettura!
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Sono umani anche loro!
L’amore è un sentimento forte e molti autori hanno tratto, proprio da quest’emozione, ispirazione per le proprie opere. L’amore spesso è provato ma a volte anche raccontato da altri, ma cosa succede se l’amore riguarda due scrittori? Uno trarrà ispirazione dall’altro? Ci sarà gelosia? Aiuto reciproco? Competizione?
Marialaura Simeone, con il suo “Amori letterari” risponde a queste domande e anche a molte altre.
L’amore può avere diverse sfaccettature; può essere tormentato, a senso unico, platonico o legare due persone per tutta la vita. I protagonisti sono coppie conosciute, che hanno dato il loro contribuito alla storia della letteratura e molti capolavori, che abbiamo la possibilità di leggere, derivano da questi connubi.
L’autrice racconta come si sono incontrati, le evoluzioni, spesso gli scontri e a volte anche le rotture.
Quello che sicuramente traspare da queste pagine è la potenza dell’amore, che in ogni sua sfaccettatura condiziona e ha condizionato i grandi autori.
Stralci di lettere e citazioni da opere, rendono questo sentimento più tangibile e reale. La cosa che mi ha colpito è l’umanità e l’intimità che questa lettura suscita. Conosciamo le debolezze dei nostri autori preferiti, i loro gusti, il loro carattere e soprattutto l’evolversi delle loro carriere. Ai nostri occhi diventano più umani. Purtroppo spesso l’amore può essere anche deleterio e non mancheranno anche finali non proprio rosa.
In particolare ho apprezzato le parti in cui “lui parla di lei” e “lei parla di lui”, un approccio più intimo e diretto.
Davvero una piacevole lettura, l’unica pecca è stata la scelta di differenziare i vari caratteri (di scrittura), se da una parte è utile a far capire il cambio di argomento, dall’altro, alcuni caratteri li ho trovati poco leggibili. Non fatevi fermare dalla grafica, questo libro merita una lettura, sono molto gli aneddoti e le curiosità che vi potrete trovare davanti.
Non posso fare a meno di consigliarlo e ringraziare chi l’ha consigliato a me.
Buona lettura!!!
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Schiavi del tempo
“Arriva un momento in cui si deve scendere a patti con quello che si è stati, quello che si è e quello che ci si augura di diventare. Arriva un momento in cui diventa doveroso provare a fare pace con le proprie sconfitte, e a scavare in quel magma, a tratti nauseante, della nostra coscienza, in cerca di risposte”.
Scegliere di leggere “Bastardi senza amore” non è stata una cosa semplice, sono ben due gli ostacoli che ho trovato davanti; il primo è sicuramente il titolo, l’altro è la copertina.
Comunque superato questo primo step, la Sparaco presenta subito il suo protagonista. Svevo è un uomo all’apice della carriera, narcisista, volubile e soprattutto “bastardo”. La sua vita è scandita dal tempo e dal lavoro, il resto è tutto in secondo piano. Come spesso succede, una vita vissuta all’eccesso può prima o poi chiedere “il saldo” ed è proprio questo, quello che succede, Svevo perde il controllo di se e soprattutto del suo tempo.
Dopo aver letto, “Sono cose da grandi”, posso confermare che l’autrice ama molto raccontare storie di attualità. Quella che può sembrare una storia banale e prevedibile, in realtà è una storia molto reale.
Sono molte le persone che al giorno d’oggi, perdono “la bussola” e da un momento all’altro si ritrovano a dover riscrivere la loro vita. La Sparaco presenta un caso specifico ma che rappresenta bene la categoria.
Questo è un romanzo molto particolare in cui l’autrice alterna frasi memorabili (che alzano la media dello stile) a frasi che invece lasciano davvero poco (da qui le tre stelle). Non solo, la storia a una prima lettura sembra davvero “molto rosa” ma la potenzialità di questo libro arriva dopo, quando le domande si affollano nella testa e soprattutto vedi la veridicità della narrazione.
Il mondo è pieno di persone come Svevo, alcune perdono “la bussola” e poi riescono a farsi una nuova vita che permette loro di assaporare tutti i piaceri della vita, altre invece da quel baratro non riusciranno mai più a uscire.
Una lettura particolare che indirizzerei più a un pubblico femminile, anche se le riflessioni fanno bene a tutti.
Buona lettura!
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Un manuale di sopravvivenza
"Questa lettera ha inizio d’estate, l’estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha cominciato a tremare. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l’ho avvertito dentro di te”.
Non sono un’amante della televisione, ma il caso ha voluto che la mia attenzione fosse catturata dalla voce di una donna, quella donna era Simona Sparaco. Con dolcezza parlava del suo nuovo lavoro, del suo essere una mamma single che si è ritrovata ad affrontare “Le cose da grandi” con il suo piccolo di quattro anni. L’argomento mi ha subito incuriosito e non avendo mai letto niente di quest’autrice, me ne sono procurata una copia.
“Sono cose da grandi” parla delle paure, del sopravvivere in un mondo che sembra “andare sempre peggio”, in cui la paura più grande di una madre “È quella di consegnare suo figlio al mondo”.
L’autrice si mette a “nudo” con questa lunga lettera che sembra un vero e proprio manuale di sopravvivenza per il suo Diego. Parla della quotidianità, delle sfide di ogni giorno da affrontare e soprattutto da superare. Di quanto i bambini possono spiazzarci con le loro domande e della difficoltà di crescere un figlio con il padre dall’altra parte del mondo.
Non solo, la Sparaco affronta anche i pericoli che vengono da fuori, di come sia difficile spiegare a un bambino come mai la terra trema o perché una persona possa decidere di fare del male a un altro.
La sincerità dell’autrice, ma direi la sincerità di una madre, si può ritrovare in questa frase: “La verità, amore mio, è che ti sprono a non lasciarti schiacciare dal terrore, ma sono io a essere terrorizzata”.
Se alcune parti, molto divertenti possono far ricordare un altro padre scrittore ovvero Bussola con il suo “Notti in bianco, baci a colazione”, le similitudini si fermano qui; questo libro è più profondo e si percepisce in maniera molto tangibile la fragilità e le paure dell’autrice.
Il libro scorre velocemente, conta meno di cento pagine, la pecca può essere quella di aver pensato a un libro scritto sotto forma di una lettera che però è composta di numerosissimi paragrafi che passano da un argomento all’altro e te che sei lì che aspetti il continuo ti ritrovi che lei è già andata oltre.
Comunque una piacevole lettura che mostra come il cuore di mamma e sempre il cuore di mamma.
Buona lettura!
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Tanto Tolstoj in questi racconti
“I Cosacchi e altri racconti” è un volume composto da sei racconti. In ognuno di essi Tolstoj mette molto della sua vita e del suo pensiero.
Iniziando dai Cosacchi, è davvero riduttivo definirlo un racconto visto che conta ben 180 pagine, lo potremmo considerare un romanzo breve. Qui viene raccontata la vita dei Cosacchi “Un buon cosacco sfoggia la conoscenza della lingua tatara e, se fa baldoria, parla in tataro anche con suo fratello. Ciononostante, questo piccolo popolo cristiano, ficcato in un angolo della terra, circondato da stirpi maomettane semiselvagge e da soldati, si considera ad un alto grado di sviluppo e ritiene uomo solo un cosacco; guarda tutti gli altri con disprezzo” e di Olenin “Più Olenin si allontanava dal centro della Russia, più sembravano lontani da lui tutti i suoi ricordi, e più si avvicinava al Caucaso, più la sua anima si rallegrava”.
Con questo e con “Due ussari”, Tolstoj racconta fra le righe la sua esperienza come militare e la polemica nei confronti degli ufficiali. Di come un viaggio nella natura e lontano dalla città possa far capire i veri piaceri della vita “Se solo mi si presentano al posto della mia chata, del mio bosco e del mio amore quei salotti, quelle donne con i capelli impomatati sopra gli altrui boccoli messi sotto, quelle labbra che si muovono con affettazione, quelle deboli membra nascoste e deformi e quel mormorio dei salotti, costretto ad essere una conversazione e che non ha alcun diritto di esserlo, - provo una nausea intollerabile” e nel caso dei Cosacchi, del fascino di questo popolo e delle sue tradizioni, in particolare le donne che nella società ricoprono un ruolo fondamentale.
Le tradizioni popolari si possono ritrovare anche in altri due racconti, per la precisione in “Polikuska” e “Cholstomer”. Nel primo si evidenziano le dure condizioni di vita del popolo russo e della diffidenza nei confronti dello stato durante il reclutamento. Nel secondo, primeggia l’amore per i cavalli e la facilità con cui l’autore ne racconta ogni minimo dettaglio rende comprensibile il fatto che abbia davvero passato tanto tempo ad osservarli.
Con “Memorie di un pazzo, Tolstoj gioca con la coscienza del suo protagonista e come questa possa risvegliarsi, “Mi sentii un infame. Dissi che non potevo comprare quel fondo, perché la nostra convenienza sarebbe stata basata sulla povertà e il dolore di altre persone. Lo dissi, e improvvisamente mi illuminò la verità di ciò che avevo detto”.
Infine i “Tre morti”, in una manciata di pagine l’autore riproduce una parabola della vita che non può lasciare indifferenti.
Un volume che consiglio vivamente sia agli amanti di Tolstoj, sia a chi volesse avvicinarsi a quest’autore, questa serie di racconti mi sembra l’ideale per immergersi nel mondo russo e in tutto quello che un giovane Tolstoj aveva voglia di raccontare.
Intensi, significativi e semplicemente splendidi, una raccolta che merita almeno una lettura.
Buona lettura!!!
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Bello ma esageratamente lento
“Papà è rimasto fermo e silenzioso a studiare l’armadio per un tempo infinito. Lo ricordo perché a me scappava la pipí, ma non volevo andare a farla perché a quel punto, a furia di vedere sparire la gente, avevo paura che uscito dal bagno non avrei trovato più nessuno”.
Ercole è un ragazzino torinese di quattordici anni, la vita gli ha fatto mancare tanto ma gli ha anche donato una sorella, Asia, su cui poter contare. Un’infanzia costellata da delusioni lo porta a fare scelte che condizioneranno la sua vita. Un amore che nasce, uno che ricompare, un padre a cui badare e la vita che cambia e spesso noi, non siamo pronti a seguirne tutte le sue evoluzioni.
Fabio Geda racconta una storia che può essere simile a molte altre “In fondo, l’unico vero problema che io e Asia abbiamo mai avuto, quand’eravamo piccoli, erano gli agguati delle persone che cercavano di aiutarci; perché di fatto la nostra vita era così polverosa e irregolare che fare in modo che non se ne accorgesse nessuno era impossibile”, quello che lo contraddistingue è lo stile e il punto di vista che l’autore decide di seguire.
“Se penso a quante cose avevamo da dirci e a come evitavamo accuratamente di dirle c’è da non crederci. È straordinaria la nostra capacità di fare finta di niente, di soffocare le domande; perché per quanto non sapere possa farci stare male, c’è sempre la possibilità che la risposta possa farci stare peggio”.
Una storia davvero molto triste e dura che però vista con gli occhi di un adolescente fa un effetto diverso. Gli escamotage per non farsi trovare e vedere dalle “persone di cuore” mettono in luce come spesso il bene che gli altri vorrebbero per “noi” non è poi quello che “i più piccoli” cercano.
Ho apprezzato il protagonista anche se la sensazione di "lentezza" accompagna tutta la lettura. Altra cosa che personalmente non ho apprezzato è la scelta di non evidenziare la differenza fra un discorso diretto e uno indiretto, Geda non fa distinzione e se questo all’inizio può contraddistinguere il suo stile alla fine stanca il lettore o almeno me.
Il testo, a parte queste cose che ho evidenziato, è comunque piacevole e interessante. Ricordo che il protagonista è un adolescente e come tale il linguaggio scelto dall’autore fa riferimento a quell’età.
Vi lascio con questa frase:
“Sapevo di avere Viola alle spalle, le sentivo il fiato e intravedevo gli spruzzi del remo nell’acqua. E sapevo che non mi sarei dovuto voltare a cercarla. Procedevamo allo stesso ritmo, negli occhi la partenza, che quella la si conosce sempre, e nel respiro una quieta fiducia, come quella di certe anime scalze mentre risalgono i fiumi in cerca della sorgente”.
Buona lettura!
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Un De Giovanni diverso ed è solo l’inizio…
Il professore Marco Di Giacomo e il suo assistente Brazo, specializzati in Storia delle religioni, non sono proprio il fiore all’occhiello dell’Università di Napoli. In particolare, il professore è stato più volte ridicolizzato per le sue idee e le sue ricerche un po’ fuori dagli schemi. Come se i problemi per i due non fossero già molti, gli viene anche affibbiato come compito quello di scortare, in giro per Napoli, la giornalista tedesca Ingrid. Visto che i due non sono molto “pratici” in questioni di donne, il professore decide di coinvolgere anche la nipote, Lisi.
I quattro si ritrovano partecipi di fatti che metteranno le loro vite su binari diversi.
De Giovanni inizia questo nuovo ciclo, abbandonando completamente lo stile dei precedenti. La storia parte veramente bene, con la presentazione dei vari protagonisti e devo dire che Di Giacomo e Lisi occupano subito un posto d’onore nelle mie simpatie, anche il resto del gruppo non è da meno. Se l’inizio è veramente alla grande, durante la lettura, la frenesia di andare avanti un po’ diminuisce anche a causa della trama, che per gran parte del libro lascia un po’ allo sbando il lettore, non riuscendo bene a capire da chi bisogna guardarsi le spalle e da chi no.
Tutto questo smarrimento nel finale viene un po’ ridimensionato e qualcosa ci viene svelato e soprattutto riviene accesa la curiosità e la voglia di sapere come la storia procederà. Si, questo è solo l’inizio e la fine non lascia molte idee sul continuo.
“I Guardiani”, per aiutare il lettore che si vuole avvicinare a questo nuovo testo, ha qualche similitudine con i libri di Dan Brown; non abbiamo il Professore Langdon ma Di Giacomo e gli altri, sono una super squadra di specialisti di culti religiosi. Il problema per il lettore più razionale sarà quello di aprire la mente perché gran parte del libro segue “schemi” non consueti (con l’aggiunta del paranormale). Culti religiosi, una Napoli insolita e molto ignoto sono gli ingredienti di questa nuova avventura di De Giovanni che ha tutti i requisiti per diventare una serie davvero interessante.
Uno stile ben leggibile, ironico e divertente ma anche molto dettagliato e minuzioso, qui si vede bene il gran lavoro che ha fatto l’autore, perché gli argomenti trattati non sono proprio semplici e la cura al dettaglio non può passare inosservata. Un buon inizio, con molta curiosità per il seguito.
Buona lettura!
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Un artigiano della cultura
“Non sono venuto a far discorsi” è una raccolta di scritti selezionati dall’autore stesso, che raccontano la vita di un uomo, un grande uomo. Si parte dal lontano 1944 fino al 2007.
“Ci sono due cose che mi ero ripromesso di non fare mai: ricevere un premio e tenere un discorso”.
Un Marquez personale, sincero e ironico, che nella sua avversione ai discorsi e ai premi ci racconta la sua vera natura.
Sono molti i temi toccati dall’autore, da quanto nel lontano 1944 fece, a diciassette anni, il suo primo discorso. Si parla di cultura, di politica, di amore per un paese che l’ha accolto e un altro che l’ha generato, di amicizia e di temi di attualità.
Una serie di discordi che ripercorrono una vita e ne affrontano le varie tappe salienti come il discorso tenuto in Svezia per il ritiro del Nobel e quello dedicato ai giornalisti. Marquez ci racconta le sue verità, i suoi aneddoti e come è nata la sua passione per la scrittura. Tra le altre cose anche uno spaccato del suo quotidiano e la sua fortuna con il libro “Cent’anni di solitudine”.
Potrei continuare ancora, ma quello che voglio far capire è che questo è un libro che va letto, non solo per gli amanti dell’autore, che così avranno la possibilità di conoscere un Marquez più intimo, ma anche per gli altri, perché davanti si troveranno gli scritti di un uomo che non ha avuto paura di dire la sua verità, anche se poteva essere una verità scomoda.
Un Marquez brillante, che con il passare degli anni (e quindi dei discorsi) cambia e si evolve. L’ho trovato sincero, ironico, serio nei momenti giusti e diretto quando c’era bisogno di una scossa. Vi lascio con qualche estratto:
“E questo mi consente di dirvi una cosa che posso sapere solo adesso, dopo aver pubblicato cinque libri: il mestiere dello scrittore è forse l’unico che diventa più difficile quanto più lo si pratica. La facilità con cui mi sedetti una sera a scrivere quel racconto non può essere paragonata alla fatica che mi costa adesso riempire una pagina”.
“In realtà, l’utilizzo professionale ed etico del registratore è ancora da inventare. Qualcuno dovrebbe insegnare ai giornalisti che non è un sostituto della memoria, ma un’evoluzione dell’umile blocco per gli appunti che ha prestato così buon servizio alle origini del mestiere. Il registratore sente ma non ascolta, registra ma non pensa, è fedele ma non ha cuore, e alla fine dei conti la sua versione letterale non sarà altrettanto affidabile di quella di chi fa attenzione alle parole vive dell’interlocutore, le valuta con la sua intelligenza e le giudica con la sua morale”.
Buona lettura!!!
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Essere l'altra
Quando penso all’amore ho tra le altre cose, l’immagine di una bella coperta calda che mi avvolge, che mi scalda e mi conforta, ma se l’amore è addosso allora questa immagine si modifica e diventa qualcosa di più opprimente, di soffocante.
Sara Rattaro con il suo nuovo romanzo “L’amore addosso” mette in “ballo” molte cose. Se l’inizio può quasi sembrare da telenovela, il messaggio che arriva è bello forte.
La protagonista è Giulia, una donna non proprio nelle mie corde. Un passato pesante che si porta dietro, l’ha resa molto diversa dalla donna che poteva diventare “Tu non l’avresti mai fatto. Sono gli altri che scelgono per te”. Una donna divisa a metà, non solo nel ruolo di moglie e amante ma anche nel ruolo di quella che poteva essere e di quella che non è diventata. Dall’esterno la sua sembra una vita appagante, titolare di un’agenzia di comunicazione, sposata con un uomo facoltoso scelto da lei e circondata da una famiglia compatta. Basta veramente poco per rendersi conto che invece Giulia dentro di se nasconde un mondo.
Sara Rattaro mette in difficoltà il lettore più tradizionalista presentando una storia che fa riflettere e giudicare più volte, arrivando addirittura a “storcere il naso”. Una protagonista che da una parte la scusiamo, dall’altra la accusiamo. Se Giulia avesse avuto una madre meno opprimente, la sua vita sarebbe stata diversa? Se i segreti, anche quelli più innocui si potessero confessare, non si vivrebbe meglio? L’amicizia fra uomo e donna può esistere? Ognuno di noi può dare risposte diverse, anche la Rattaro da le sue e con “L’amore addosso” affronta molti argomenti scottanti.
Un libro che parla di un amore soffocante, di un amore mai condiviso, d’incomprensioni e di scelte sbagliate “Il desiderio è quell’impulso innato che spesso ci mette nei guai”.
L’autrice utilizza una scrittura semplice, diretta e molto chiara, senza l’utilizzo di un linguaggio aulico. All’interno del libro si trovano diverse parti scritte in corsivo, in quelle la Rattaro da il meglio di se.
Un libro che colpisce, che fa indignare in alcune parti e sperare in altre. Un libro più indicato per un pubblico femminile.
Vi lascio con questa frase:
“”Devi portarti addosso un dolore enorme”.
“No, addosso mi porto tutto il suo amore”.
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C’è abbastanza odio per tutti
Fino a ieri non sapevo dell’esistenza dell’autrice norvegese Anne Holt che con ben due serie è diventata una delle autrici scandinave più famose. Per colmare questa lacuna mi sono subito messa a leggere “La paura”.
Adocchiando le altre recensioni sono partita un po’ prevenuta nei confronti dell’autrice. Non molti commenti positivi per un’autrice che ha scritto davvero molto.
“La paura” è ambientato principalmente tra Oslo e Bergen, siamo ovviamente in Norvegia e il periodo non è dei più caldi, il Natale è alle porte e la Vigilia si tinge di rosso. Il vescovo Eva Karin Lysgaard viene accoltellata in mezzo alla strada, una donna così amata e rispettata che diventa difficile trovare il movente. Per cercare di rendere il tutto più “chiaro” da Oslo viene chiamato il detective Yngvar Stubø anche perché di cadaveri ne vengono ritrovati più di uno..non sarà però il solo a occuparsi di questa storia, molte menti collaboreranno fra loro.
Non sono un’amante dei thriller troppo forti e gli horror mi fanno proprio paura, quindi quando ho visto il titolo, ero un po’ “impaurita”. Anne Holt mostra molti tipi di paura, come quella di perdere un figlio, di sentirsi in pericolo, di aver perso l’amore e altre sue sfaccettature; ma la sua paura rimane solo su carta, non tocca il lettore. Solitamente per la sera mi riservo sempre letture più leggere per poter “accompagnare” meglio il sonno, il fatto che abbia continuato la lettura di questo testo anche “dopo cena” dovrebbe rendere bene il contenuto dell’opera.
“La paura” è ben scritto, sono abituata ai nordici e anche se questo è poco adrenalinico, la mente del lettore è stimolata e ben attiva, per cercare di capire la giusta pista da seguire. Inizialmente la Holt esagera, disorienta il lettore con storie disconnesse, alternate e “condite” poi con molti protagonisti, con nomi ovviamente impensabili da pronunciare. Ma poi la situazione migliore, quando s’incomincia a capire dove l’autrice vuol andare a parare e così diventa più semplice far tornare i vari tasselli nell’ordine giusto.
Anne Holt mostra la società norvegese, ce ne fa apprezzare la sua solidarietà e la sua apertura mentale; al contempo mostra però anche una Norvegia in cui i tempi stanno cambiando, dove la crisi e gli impieghi “pubblici” non sono poi così diversi dai nostri. Credo che la Holt in questo libro abbia messo qualcosa di se, ho letto la sua biografia ed è difficile non riscontrare qualche collegamento personale con lei, specialmente nella scelta dell’argomento principale del romanzo.
In conclusione, un buon giallo, con una trama interessante anche se la parte centrale, che ho preferito, mette un po’ in ombra il finale che sicuramente è fatto bene ma non incisivo come invece avrei preferito. Impossibile non innamorarsi di Kristiane e Ragnhild, la loro presenza arricchisce la storia.
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Morti viventi
“Sarebbe falso affermare che questo romanzo è pura immaginazione. Non ho fatto altro che esasperare le logiche del reale e dare nomi e inventare storie per degli esseri che possiamo incrociare ogni giorno per strada. Esseri di cui perfino lo sguardo ci è insopportabile. Voglio dire che leggendo queste pagine chiunque può riconoscersi. I vivi e i morenti”. Nota dell’autore.
“Il sole dei morenti” è l’ultimo romanzo scritto da Izzo prima della sua prematura scomparsa. Ormai dopo vari libri letti, lo stile dell’autore mi è familiare. Sono abituata alla sua malinconia, al peggio che la società può offrire, ma pur essendo pronta, questo libro mi ha comunque colpito profondamente.
L’autore solitamente mostra la bruttura della società, dove le persone possono solo sperare di migliorare la loro condizione, di risollevarsi e di credere in un futuro migliore. Storie dure, tristi, spesso senza lieto fine. Questo romanzo invece fa doppiamente male, perché Izzo ci porta in quel mondo popolato dai “morti viventi”, persone che hanno avuto la loro possibilità di felicità e che se la sono sprecata. Chi per un motivo, chi per un altro, da una vita “normale” si sono ritrovati per strada, diventando dei senzatetto. Oltre al dolore e alla sofferenza, la loro vita è popolata dai ricordi, di quello che poteva essere e poi non è stato. Il rimpianto li accompagna a ogni loro passo traballante, dove spesso l’alcol è l’unica risorsa per affogare quel mare di ricordi.
Rico è il nostro protagonista, un uomo che ha perso molto, anzi tutto e che lungo il suo cammino ha incontrato altri come lui. Da una Parigi fredda e desolante arriviamo a una Marsiglia baciata dal sole e dal mare. Una vita intera da raccontare e da seguire in cui piccoli errori possono rovinare un’esistenza. Cattiveria e solidarietà, Izzo come suo solito non ci risparmia niente.
Izzo mostra quelle anime perdute raccontando la loro storia, ricordandoci quanto la miseria fa paura. Impossibile non riflettere sulla propria vita e su come altri l’hanno perduta.
Malinconico, spietato e ancora più duro degli altri libri dell’autore. Non posso fare a meno di consigliarlo con la consapevolezza che l’autore presenta il peggio della società, quello che spesso cerchiamo di evitare spostando lo sguardo, Izzo ce lo sbatte in faccia.
Buona lettura!
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Solidarietà
Mare aperto, orizzonte sgombro, una rotta da seguire e sempre un porto dove sbarcare e da cui subito ripartire. Donne dai mille colori da vivere e lasciare, lontano da tutti, in mezzo al mare per sentirsi vivi. Questo è quello che ama un marinaio, ma cosa succede se “Proprio un giorno senza futuro, pensò Diamantis. Non osava dirsi che quel giorno era come tutti gli altri. Cinque mesi. Già cinque mesi che i marinai dell’Aldébaran erano lì. Attraccati, relegati laggiù, in fondo ai sei chilometri della diga del Largo. Lontani da tutto. Senza niente da fare. E senza un soldo”, a quel punto diventa un marinaio perduto.
Izzo come suo solito ci porta nella sua Marsiglia e ci racconta la sua paura per l’avvenire del Mediterraneo. Malinconico come suo solito, sono molti i protagonisti di questa storia. Ognuno con il suo bagaglio di disavventure ma tutti con la voglia di andare avanti anche se il rischio di perdersi è dietro l’angolo.
Sono molti gli argomenti che tocca l’autore, si parla come sempre di prostituzione, emarginazione, culture che si intrecciano, miti e leggende e scelte di vita tutte viste da angolazioni diverse.
Ma quello che mi è arrivato direttamente al cuore è il motivo per cui Izzo ha scelto questo argomento.
L’autore è venuto a mancare nel 2000, nel 1997 raccontava questo: “Il dramma sempre più frequente vissuto da tanti marinai in tanti porti francesi. Da Marsiglia a Rouen, numerosi cargo sono ancora oggi bloccati. Gli equipaggi, spesso stranieri, vivono a bordo in condizioni difficilissime, nonostante un’immancabile solidarietà. Ci tenevo a rendere omaggio al loro coraggio e alla loro pazienza”.
Quello che può spaventare di quest’autore è la disperazione che si legge fra le righe e l’ingiustizia della vita che Izzo non si fa remore di mostrare. Nonostante tutto questo, non posso fare a meno di consigliarlo, Izzo sta diventando uno dei miei autori preferiti, e dopo aver letto la trilogia su Montale anche questo romanzo non mi ha deluso anzi...
Buona lettura!!!
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Il Coyote e Beep Beep
Antonio Maria e Maria Antonietta sono i protagonisti della “Commedia nera n.1”, con cui Recami inizia un nuovo ciclo, centrato sugli incubi sociali, con il paradosso del rovesciamento del buono con il cattivo.
I protagonisti sono una coppia che ribalta completamente lo stereotipo maschile e femminile. Maria Antonietta è un commissario della polizia, autoritaria, prepotente, egoista e abbastanza crudele; Antonio Maria è il marito malato, costretto a casa, che dopo aver subito soprusi per anni, vuole dare una svolta alla sua vita.
““Uomini maltrattanti? Uomini maltrattanti? Ma che sta dicendo? È mia moglie che esercita questi tipi di violenza su di me, e a proposito del maltrattamento economico vorrei aggiungere che io è una vita che lavoro in casa, e non mi è stato riconosciuto niente..””
Recami stravolge completamente quello che “solitamente” siamo “più” abituati a vedere; in questo romanzo la situazione viene completamente capovolta raggiungendo anche punte molto alte di grottesco.
L’intento dell’autore è molto chiaro, ovvero quello di presentare la società facendo “divertire” il lettore, creando questa commedia degli “equivoci”. “L’operatrice non sapeva come comportarsi. “Beh, guardi, questo è un numero verde per casi di violenza sulle donne…il nostro centro propone anche un servizio per maschi che vogliono affrontare il loro problema di Maltrattanti, ma non forniamo consulenze, non prendiamo appuntamenti per casi opposti, ove ce ne fossero..la cosa esula dalle nostre competenze..””.
Partiamo dal presupposto che non conosco l’autore e questo è il primo libro che leggo di lui. Un romanzo che nell’arco di una giornata si legge senza problemi, caratterizzato da una penna piacevole, scorrevole e sicuramente ironica e in alcuni casi divertente. Il romanzo, dal mio punto di vista, era partito in maniera profonda, affrontando una tematica davvero molto importante, questo elemento purtroppo si perde dopo poco, quando l’autore (volontariamente) alimenta il grottesco fino all’esagerazione. Qualcuno di voi ha mai guardato i cartoni animati con il Coyote e Beep Beep? Avete presente l’astuzia del Coyote? Beh, Antonio Maria prenderà ispirazione da lui per “liberarsi” di Beep Beep o meglio della sua Maria Antonietta.
Lodevole l’iniziativa dell’autore, ma non posso dire che questo libro mi abbia lasciato qualcosa. Sicuramente piacevole da leggere ma troppo esagerato. Gli eccessi vanno sempre saputi gestire.
Buona lettura!
Esistono gli incidenti?
Per chi fosse alla ricerca di adrenalina, suspense e colpi di scena, posso tranquillamente dire che continuare la lettura di questa recensione e quindi la lettura del libro, è una cosa inutile.
Noah Hawley nel suo libro racconta la storia di una tragedia “Che cosa è successo nei diciotto minuti tra il momento in cui le ruote si sono staccate dall’asfalto e quello in cui l’aereo ha toccato la superficie dell’oceano? C’erano guasti meccanici?”.
Siamo in America è su un jet privato si trovano undici persone: tre fanno parte dell’equipaggio; poi abbiamo i Klipling, (una coppia molto facoltosa), la famiglia Bateman (una ricchissima famiglia), composta dai genitori David e Maggie, una bambina di nove anni e il fratellino di quattro e la loro guarda del corpo; a quest’omogeneo gruppo di ricchi si unisce Scott Burroughs, uno squattrinato pittore che stona un po’ con il resto.
Dopo soli diciotto minuti di volo l’aereo precipita e solo in due si salvano, il piccolo JJ e Scott. Le dinamiche dell’incidente o presunto tale restano ancora oscure, cosa è realmente successo su quel volo? Come mai Scott è riuscito a salvarsi? “Forse è solo un tizio che è salito sull’aereo sbagliato e ha salvato un bambino”?
“Prima di cadere” oltre che raccontarci il presente ovvero il susseguirsi degli eventi, scava anche sui singoli protagonisti, raccontandoci di ognuno di loro il passato ma soprattutto i segreti, fino all’arrivo su quel maledetto volo. Sono molte le teorie avanzate: complotto, terrorismo, arte, incidente o destino? Gli scheletri nell’armadio dei singoli passeggeri sono veramente molti. Tra le persone che si ritrovano a “indagare” risaltano sicuramente la figura dell’ingegnere Gus e l’ingestibile presentatore televisivo Bill.
Hawley cerca più volte di depistare il lettore e sicuramente lo fa arrabbiare quando mostra in maniera piuttosto realista come viene gestita la tragedia dal mondo dei media. La privacy sembra non esistere e quello che sembra ovvio alla fine potrebbe non esserlo. Quante volte da eroi si diventa sospettati?
L’autore riesce a gestire veramente bene la situazione e l’attenzione del lettore non cala pur mancando colpi di scena e situazioni adrenaliniche. In maniera posata, chiara e intrigante (questo elemento non manca) Hawley mi ha tenuto incollata alle pagine, e stiamo parlando di un libro che ne conta ben 463. L’unica pecca la posso trovare sul finale, che viste le aspettative create “si sgonfia” un pochino, questo non incide però sul fatto che l’autore che è al suo quinto libro abbia fatto un buon lavoro.
Buona lettura!
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Noi siamo americani!
Tutto ha inizio quando il contenuto del seminterrato dell’hotel Panama torna alla luce dopo molti anni. Tutti sono in attesa di vedere cosa la nuova proprietaria dell’albergo possa aver trovato nascosto li, per destare tanto stupore..ma quando emerge.. in mano porta un ombrello, ma non un semplice ombrello, ma un parasole giapponese. Come mai si trovava là sotto?
Tutto quello che Henry aveva sotterrato nel suo cuore, alla vista di quel semplice parasole, si smuove e ricordare quello che ha cercato di dimenticare ridiventa ancora una volta impossibile e la sua memoria che con il passare del tempo è rimasta lucida non può far a meno di tornare agli occhi giapponesi di Keiko.
Questo romanzo racconta quello che molti, inclusi i protagonisti, hanno voluto dimenticare. Il libro alterna presente e passato, un passato che ricorda gli anni durante la seconda guerra mondiale, quando avere gli occhi a mandorla in America non era “proprio sicuro”.
Henry è cinese e ha dodici anni, e il padre pur essendo un nazionalista convinto, vuole che il figlio venga considerato americano. Henry quindi si ritrova a essere evitato dagli altri bambini cinesi che lo chiamano “diavolo bianco” e odiato dai compagni di scuola bianchi che lo considerano giapponese al punto che è costretto a indossare un distintivo con la scritta “Io sono cinese”. La sua vita è un incubo, finché l’incubo non viene condiviso con Keiko.
Solo che a un certo punto “Il conflitto che era parso così lontano tutto a un tratto sembrava più vicino che mai”. “Durante la guerra, la comunità giapponese venne evacuata, in teoria per la sicurezza dei suoi membri, i quali ricevettero solo pochi giorni di preavviso, quindi vennero costretti a entrare nei campi d’internamento, situati in aree isolate della regione. Un senatore dell’epoca - se non sbaglio, era il rappresentante dell’Idaho – li definì “campi di concentramento”. No, non erano dei posti terribili come quelli, tuttavia fu un’esperienza che cambiò la vita di molte persone”.
Jamie Ford con la sua penna dà voce a una storia che non “è stata molto sotto i riflettori”. Abbiamo sentito spesso parlare di queste cose accadute in altri paesi, ma su questa sono pochi gli autori che si sono pronunciati. Va detto che la storia è rimasta in ombra anche “a causa” dell’orgoglio giapponese che non voleva più sentirne parlare.
“Il gusto proibito dello zenzero” è un libro intenso che affronta argomenti importanti come il razzismo, il nazionalismo, la solidarietà, l’identità culturale e l’amore oltre il colore della pelle. Lasciatevi affascinare da queste pagine, non ne rimarrete delusi.
Buona lettura!
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Doña Amelia
Siamo in Cile, a metà degli anni ottanta, sotto la dittatura del generale Pinochet. A causa di un cane, due persone molto eterogenee si trovano a contatto.
Da una parte abbiamo il giovane sovversivo Miguel Flores che mentre è in fuga dalla polizia si ritrova a inciampare in un cane e quindi arrestato. La sentenza è delle più semplici, l’esilio. La sua metà è un paesino di campagna a qualche ora dalla città e li incontrerà la Signora Amelia, una ricca latifondista.
“E lei grandissima stronza, la oligarchia in odore di fascismo solo per questioni di classe, sfruttatrice di contadini, lei ti ha teso una mano”.
Marcela Serrano ci porta nella sua terra e ne racconta le ingiustizie e le sue incongruenze. La storia affronta temi importanti come l’esilio, la vita di campagna, la lotta di classe, la fiducia, la tortura e il perdono. A differenza di “Dieci donne” qui ho trovato una Serrano un po’ più superficiale. Sono molte le cose che dice, ma sono molte di più quelle che non dice. Se molte le possiamo immaginare grazie alla lettura di altri testi e quindi colmare le lacune con quelle, rimane comunque il fatto che la Serrano non mi ha mai fatto entrare nella storia. Alla fine della lettura la sua scelta può essere comprensibile quando i “nodi vengono al pettine”, ma non sufficiente per scusarla.
Mi aspettavo un testo diverso conoscendo “le corde” che quest’autrice è capace di toccare; questa volta sono poche le corde toccate, direi solo leggermente “pizzicate”. Importante come sempre l’argomento scelto, mai dimenticare un passato, poi così non proprio lontano..
“Ascoltami bene, gli aveva detto, ora ti leggo un pensiero di Imre Kertész, lo scrittore ungherese che poco tempo fa ha vinto il Nobel: “Nessuna persona torturata, nessuna, rimane senza macchia, lo so perfettamente e non chiedermi perché. Non potrai mai più parlare di innocenza, al massimo di sopravvivenza””.
Buona lettura.
Juden sind dappertutto unerwünscht
Tutto inizia con un ricordo e da lì si ritorna al passato, un passato di cui la memoria serba ancora molto. In queste giornate dedicate alla Memoria ho deciso di accostarmi a una lettura che ne fosse sia rappresentativa ma anche differente dalle altre. Questo romanzo ha reso il servigio per cui l’avevo scelto.
Siamo a Ferrara e il nostro protagonista nonché io narrante, racconta la sua giovinezza e come la sua vita sia cambiata nel momento in cui essere un ebreo, è diventato qualcosa di scomodo, d’indesiderabile.
Quando le leggi razziali incominciano a far “cambiare” stile di vita agli ebrei, un gruppo di ragazzi si ritrova nel giardino della villa Finzi-Contini, lì dove i cambiamenti non sembrano arrivare e fra una partita di tennis e l’altra sono molti gli argomenti su cui si discute e diverse le opinioni in merito.
Bassani in quel giardino racchiude un gruppo eterogeneo; c’è chi vive non pensando a quello che succede intorno, chi pensa che i comunisti siano i migliori, chi pur essendo ebreo si è iscritto al partito. Ma con il passare del tempo tutti più o meno sono consapevoli che quella è l’ultima stagione che potranno passare così e il tempo purtroppo gli darà ragione.
Già dalle prime pagine sappiamo l’epilogo della storia ma questo “memoriale” rimane comunque davvero toccante. In Alberto all’inizio avevo trovato un degno protagonista per gli indifferenti di Moravia “Infatti riapparve subito, e adesso, seduto davanti a me, nella poltrona da cui lo avevo veduto ritrarsi su poco prima con una lievissima ostentazione di fatica, forse di noia, mi considerava con la strana espressione di simpatia distaccata, oggettiva, che in lui, lo sapevo, era il segno del massimo interesse per gli altri del quale fosse capace”, per poi ricredermene dopo poco.
Bassani tocca argomenti importanti, si passa dalla letteratura all’amore, dall’essere rispettabili a diventare indesiderabili, dalla speranza che Mussolini non sia come Hitler. Il suo libro è una perla rara; delicato, puro e non violento ma chiaro e diretto. Uno stile, il suo, aulico ma al tempo stesso semplice. Anche con delicatezza il messaggio arriva e anche molto chiaro.
Vi lascio con questa frase:
“Dunque, come dicevo, quella mattina mi era venuta la bella idea di passarla in biblioteca. Senonché avevo avuto appena il tempo di sedermi a un tavolo della sala di consultazione e di tirar fuori quanto mi occorreva, che uno degli inservienti, tale Poledrelli, un tipo sui sessant’anni, grosso, gioviale, celebre mangiatore di pastasciutta e incapace di mettere insieme due parole che non fossero in dialetto, mi si era avvicinato per intimarmi d’andarmene, e subito”.
Buona lettura!
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Nessuno può governare senza colpe
Il cittadino Nicolaj Salmanovic Rubasciov, membro del Comitato centrale del Partito, già commissario del Popolo, già comandante della II Divisione dell’Esercito Rivoluzionario, insignito dell’Ordine della Rivoluzione per Impavidità dinanzi al Nemico del Popolo, viene arrestato in nome della legge. Non è il suo primo arresto ma questa volta dall’altra parte non c’è il nemico, ma tutto quello in cui ha sempre creduto scoprendo che “I lupi si divorano tra loro”.
Siamo nell’Urss di fine anni Trenta, nel momento in cui le “purghe” staliniane stanno imperversando, “Rubasciov sapeva d’essere in una cella d’isolamento e di dovervi restare fino al momento di venire fucilato”. Siamo in un paese in cui “Tutti i discorsi terminavano con la conclusione che compito principale del Partito era quello di vigilare, di denunciare ogni abuso senza pietà e che chiunque non avesse adempiuto a questo dovere si rendeva complice degli ignobili sabotatori”.
Nell’attesa della sua ora, fra un interrogatorio e l’altro, in Rubasciov prende atto un cambiamento interiore che lo porterà a rivalutare tutta la sua esistenza e le sue azioni. Con maestria Koestler scava la mente del suo protagonista portando a galla molti degli interrogativi che alcuni seguaci del Partito si sono posti. “Fino a quell’istante non aveva mai immaginato la morte dell’Arlova così particolareggiatamente.
Essa aveva sempre rappresentato per lui un avvenimento astratto; gli aveva lasciato un senso di profondo malessere, ma egli non aveva mai dubitato della rettitudine logica della propria condotta. Ora…il suo modo di pensare trascorso gli sembrava pura follia”.
Rubasciov impersona il dubbio, quel bivio in cui la vecchia strada s’incontra con la nuova. Koestler ci mostra il volto dell’Urss nel momento in cui chi era buono oggi, poteva diventare cattivo il giorno dopo, e lo mostra con un’immagine che mi ha particolarmente colpito “Fotografie e ritratti scomparivano dalle pareti da un giorno all’altro; v’erano rimaste appese per anni, nessuno le aveva mai guardate, ma ora quelle macchie sul muro, che sembravano macchie di luce, saltavano agli occhi”. Non vi è mai successo di rimuovere qualcosa che era appeso da molto tempo e di continuare a vedere quell’alone fino alla nuova imbiancatura..non lasciando dubbi sull’oggetto che c’era prima…
Koestler scrive questo romanzo nel 1940 con il chiaro intento di presentare un’accusa contro il totalitarismo. La piccola introduzione che troviamo a inizio libro ci aiuta a comprendere meglio l’intendo dell’autore “I personaggi di questo libro sono immaginari. Le circostanze storiche che determinarono le loro azioni sono reali. La vita di N.S. Rubasciov è una sintesi della vita di molti uomini che furono vittime dei cosiddetti processi di Mosca. L’autore ne ha conosciuti personalmente diversi. Questo libro è dedicato alla loro memoria”.
Potrei continuare a parlare di questo libro ancora a lungo ma voglio fermarmi qui; già durante la lettura in me era nata la consapevolezza che questo libro mi avrebbe “accompagnato” anche dopo la fine. Non posso fare a meno di consigliarlo, non è un libro “crudo". Voglio lasciarvi con quest’ultimo estratto:
“Rubasciov si levò bruscamente. Aveva capito: la notizia era stata trasmessa attraverso undici celle, dai vicini del 380. I detenuti delle celle fra il 380 e il 402 formavano un collegamento acustico attraverso il buio e il silenzio. Erano inermi, impotenti, chiusi fra le loro quattro mura; questa era la loro forma di solidarietà”.
Buona lettura!!!
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