Opinione scritta da cesare giardini

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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Aprile, 2023
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Pip e il "Mostro del nastro adesivo".

Holly Jackson è una giovane scrittrice inglese, laureata in letteratura e scrittura creativa all’università di Nottingham e insegnante di inglese. Non le mancano certo coraggio e creatività, se a 15 anni aveva già scritto il suo primo romanzo e se in pochi anni è riuscita a completare una trilogia imperniata su un fantasioso ed enigmatico personaggio, una ragazza con straordinarie abilità investigative, Pip Fitz-Amobi. Il romanzo è del 2021, e segue altri due dai titoli abbastanza significativi (“Come uccidono le brave ragazze” e “Brave ragazze cattivo sangue”): andrebbero letti in sequenza, poiché nel terzo sono abbastanza continui, soprattutto nella prima parte, i riferimenti a situazioni e personaggi dei primi due episodi. La ragazza ha una famiglia (genitori e fratellino), un amico del cuore ed è in procinto di iscriversi all’Università: maneggia internet, social e cellulari con la consueta abilità dei giovani e dà una mano alla locale stazione di polizia, risolvendo abilmente casi complicati. In questo ultimo thriller, è perseguitata da uno stalker che le invia messaggi minacciosi e che lei crede di identificare con un pericoloso serial killer autore di ben cinque omicidi negli anni passati. Pip ha paura, la polizia non sembra crederle, anche perché il supposto serial killer sta scontando la sua pena in prigione, pur essendosi sempre dichiarato innocente. Ma Pip è angosciata, si sente minacciata ed in pericolo di vita. E’ infatti rapita, imbavagliata con un particolare nastro adesivo nel capannone di una ditta, in attesa di una morte certa: il vero mostro si rivela, un personaggio già noto, insospettabile, dal comportamento irreprensibile. Pip riesce rocambolescamente a liberarsi e ad uccidere a martellate il rapitore. Quello che succede dopo è un susseguirsi incalzante di colpi di scena incredibili: Pip ha sì vendicato le ragazze uccise, ma è pur sempre un’assassina, cerca di far ricadere la colpa su uno stupratore sfuggito alla giustizia, aiutata dal fidanzato, ma alcuni indizi non convincono appieno la polizia del posto … Il finale è incandescente: dubbi, perplessità, incertezze, finchè …
Riuscirà Pip a cavarsela ? La scrittrice ci lascia un enigma da capire e risolvere, come oscura ed enigmatica è tutta la storia e soprattutto lo è la protagonista, apparentemente fragile, sempre sull’orlo di una crisi emotiva che la costringe ad assumere di nascosto potenti psicofarmaci, ma ben decisa a risolvere situazioni difficili e complicate.
Confesso che tutta la storia, intricata ed abbastanza coinvolgente, pur apprezzando l’indomito coraggio della giovane Pip, non mi ha pienamente convinto: vorrei non essere frainteso, ma tutto ciò che accade sembra scorrere come in un fumettone truculento, dove le azioni si affastellano l’una sull’altra tra spargimenti di sangue, pianti, lampi di gioia e voragini oscure di rimorsi e desideri di vendetta. Alla fine tutto viene lavato via, restano pochi ricordi : sono anche convinto che questo terzo romanzo della trilogia piacerà ai più giovani, che sicuramente si sentiranno emotivamente più coinvolti dalle avventure della giovane investigatrice, una specie di eroina dai nobili sentimenti e dal cuore che più puro non si può.

(PS: per curiosità, segnalo un metodo singolare per alterare la rigidità post mortem e la formazione delle macchie ipostatiche in un cadavere, ed alterare di conseguenza l’ora della morte: infilarlo in un’auto ed azionare raffreddamento e riscaldamento. L’ingegnosità di Pip per sviare le indagini non conosce ostacoli !)

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I primi due thriller della trilogia di Holly Jackson, "Come uccidono le brave ragazze" e "Brave ragazze cattivo sangue".
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Romanzi autobiografici
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    24 Aprile, 2023
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Esercizio letterario o storia d'amore?

Annie Ernaux accosta in questo breve saggio autobiografico (sono appena una cinquantina di pagine) presente e passato, rivivendo una sua esperienza sentimentale con un ragazzo ben più giovane di lei. E’ un’opera del 2012, in prossimità dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura all’autrice, premio che consacra comunque un’eccellenza letteraria ben meritata.
L’opera, più che un saggio, è un esercizio letterario, un’accurata rivisitazione di esperienze vissute: il rapporto della Ernaux con il giovane amante è solo, a parer mio, il racconto (forse poco coinvolgente dal punto di vista emotivo) di un rapporto erotico quasi fosse una somma di ricordi affastellati di esperienze più lontane nel tempo: sentimenti già provati, già sperimentati, rivissuti con la curiosità di riprovarli in età diversa e con un diverso coinvolgimento. Il piacere del rapporto è forse la consapevolezza del deja-vu, qualcosa che già conosci e le cui conseguenze hai già provato in epoche diverse, meno mature.
Devo confessare che il saggio non mi ha pienamente convinto: la scrittura manca di calore, è più ragionata, introspettiva, lontana dalle emozioni trasmesse negli ultimi due libri letti della Ernaux: “Una donna” del 2018 e “L’evento” del 2019.
“Il ragazzo” è una provocante e singolare esercitazione letteraria, più vicina a ricordi che a sentimenti ed emozioni.
Del resto Annie Ernaux vive per la scrittura, tanto da affermare che “ non esiste piacere superiore a quello della scrittura di un libro”.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    23 Aprile, 2023
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Sognando la California ...

Dopo la trilogia sul narcotraffico (“Il potere del cane”, “Il confine” e “Il cartello”) con le imprese di Art Keller, ecco il secondo episodio (dopo “Città in fiamme” ) della trilogia dedicata ad un nuovo personaggio: Danny Ryan. E’ scampato ad una guerra di mafia che ha devastato il New England, tra la mafia irlandese e quella italiana, che si contendono traffici portuali, contrabbando e droga, e sta fuggendo con il vecchio padre, il figlioletto Ian e pochi amici fidati: mafiosi, poliziotti e FBI lo vogliono morto, lui ha come meta la California, dove vorrebbe vivere serenamente, non più obbligato a nascondersi. Lo cercano il capoclan Peter Moretti, accusandolo di essersi impossessato di un carico di eroina e l’FBI che lo incolpa di aver ucciso un agente, per altro corrotto, durante un’imboscata. Danny si nasconde, confidando anche nell’aiuto di Madeleine, la madre, ex show girl, amica di politici, imprenditori, attori, donna di potere, alla quale Ryan affida in custodia il piccolo Ian. In combutta con agenti FBI organizza un colpo alla villa fortificata di un pericoloso e feroce trafficante: asportano milioni a palate, se li spartiscono, e Danny può iniziare una vita più agiata e tranquilla. Il padre, ricoverato in ospedale, muore: Danny si reca al capezzale, evita un’imboscata di alcuni sicari, eliminandoli e salvando la pelle. Nel frattempo viene ucciso il rivale Moretti e Danny può rilassarsi trovando un po’ di quella tranquillità da sempre cercata.
Siamo ora in California, nel 1989. Negli Studios di Hollywood, dove girano milioni a palate, alcuni produttori iniziano a girare un film sulle vicende della mafia irlandese e italiana. La notizia suscita un terremoto: il clan di Danny e Danny stesso, con vari tentativi in stile mafioso, tentano di infiltrarsi nella gestione della vicenda, riuscendo ad ottenere compartecipazioni e addirittura percentuali sugli incassi futuri. Danny ci mette una buona parte del suo patrimonio, è presente sul set e conosce la bellissima protagonista, Diane Carson una star dalla vita complicata, con precedenti di droga e alcool. Sboccia un amore travolgente, che suscita invidia e rancori: un delitto dai torbidi risvolti e lo scandalo suscitato dalla notizia sulla stampa che Danny era un mafioso e che aveva assassinato un agente dell’FBI inducono Danny ad abbandonare Diane, che, disperata, si suicida.
Danny fugge, è ancora una volta braccato da mafia e FBI, ma riesce a salvarsi. Siamo nel 1991, ritroviamo Danny in preghiera sulla tomba del padre. L’ultima parte del romanzo è un incontro con una comunità hippy, dove, convinto da una ragazza, assume sostanze allucinogene: tenebre fitte lo avvolgono, inizia un lungo sogno nel quale come in un film ripercorre tratti della sua vita, rivede amici e nemici che non ci sono più, anime perse, rivive speranze, illusioni, rimorsi, la malattia della moglie morta di cancro, i demoni dell’infanzia, le guerre di mafia, il suicidio della donna che amava, il desiderio di ritornare da Ian e dalla madre, di riuscire ad essere un buon padre …
Danny sembra chiedersi (ed è il titolo di questa terza parte del romanzo) : “cosa vogliono le anime dei morti ?”, ripreso dal VI libro dell’Eneide di Virgilio, quando Enea discende agl’Inferi.
Danny cerca risposte, si interroga sul passato, vuole una soluzione per i tormenti che l’assillano, spera di dimenticare e trovare finalmente quella serenità che, forse, non ha cercato abbastanza. Il lungo monologo dell’ultimo capitolo, un soliloquio immaginario, senza interruzioni, di svariate pagine, mi ricorda il finale dell’Ulisse di Joyce, quando Molly conclude il romanzo con un ininterrotto fluire di ricordi, sogni e immagini del passato.
E’ merito di Don Winslow se la figura di Danny Ryan giganteggia, al di là del bene e del male: non per nulla il romanzo è ispirato alla grande letteratura, l’Eneide di Virgilio, in ordine di citazioni al Libro III, I e VI, facendo percorrere al protagonista un itinerario irto di pericoli dal New England e dalle guerre sanguinose tra mafie contrapposte all’apparente tranquillità di città da sogno, Hollywood e Las Vegas, dove scorre facile denaro macchiato di sangue.
Lo stile è quello consueto di Don Winslow, può piacere o non piacere, ma lascia comunque segni indelebili: ruvido, diretto, scarno, con dialoghi essenziali, ficcanti, tipici della malavita e del suo gergo.
Consiglio la lettura, in attesa del terzo episodio della trilogia (“Città in cenere”), previsto per l’inizio del 2024.


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Il primo romanzo della trilogia, "Città in fiamme", di Don Winslow.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Aprile, 2023
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Il furto dei gioielli degli Zar.

Il maresciallo Pietro Binda, uno dei personaggi più amati di Piero Colaprico, al suo sesto episodio, è in pensione. La moglie non c’è più, lui si consola con Alba, una brava donna, portinaia dello stabile dove vive e dove ha messo in piedi una specie di agenzia investigativa, una scrivania, un po’ di scartoffie, una pistola ben nascosta. Siamo nel 1985, anni bui per Milano, scioperi, sommosse, delitti irrisolti, un’atmosfera cupa sull’eco dell’attentato di piazza Fontana di qualche anno prima. La visita improvvisa di una bellissima donna russa, modella ed ex pallavolista figlia di una celebre violinista scomparsa nel nulla anni addietro, ricorda al maresciallo una torbida storia risalente al 1972.
Il 1972 è appunto l’anno in cui comincia la storia. Pietro Binda, in servizio effettivo, è chiamato a risolvere un caso ingarbugliato: un cadavere decapitato è appeso al ponte di ferro dei Navigli, vestito da donna, in bocca un biglietto con la scritta in cirillico “Gioiello”, la testa ritrovata poco lontano con attorno una corda di violino attorcigliata. Spariscono anche un magazziniere del Conservatorio ed una celebre violinista russa, Victorjia Novgorodova: i due si conoscevano, il giovane procurava a Victorjia, residente all’Hotel Diana, giovani donne da smistare ad amici russi. Entra in scena un agente del KGB russo: trovare assolutamente Victorjia, pena il rapimento delle figlie residenti in Russia. La trama si complica, si scopre che l’impiccato è il magazziniere e che il primum movens di tutta la vicenda è l’attività segreta di Victorjia: il furto sistematico dei gioielli degli Zar e la loro sostituzione con pietre preziose false, durante i viaggi dell’artista da Mosca a Milano e viceversa.
E’ un valore immenso sottratto ai rivoluzionari, una storia che mette in moto servizi segreti russi e italiani, oltre che alte sfere della polizia, spie e faccendieri vari. Un probabile colpevole viene incastrato, dopo altri svariati delitti, processato e condannato: finirà ucciso da un ergastolano in un carcere sardo, e tutto sembra spegnersi. Passano gli anni, torniamo al 1985: Binda non ha mai creduto alla colpevolezza del principale indagato, si darà da fare per conto suo e riuscirà a chiarire molti particolari irrisolti, ma non tutti, anche a costo di rischiare la vita.
Il romanzo è complesso e intrigante: personaggi apparentemente irreprensibili dai comportamenti ambigui, agenti dei servizi segreti, alte cariche pubbliche fomentano depistaggi cercando di trarne il massimo vantaggio e creando anche situazioni a volte inverosimili. Ma tutto serve a non allentare la tensione ed a favorire un clima particolare, tipico di quegli anni in cui si temeva potessero accadere agitazioni sociali e politiche. Lo stile di Colaprico è tipico del giornalismo d’inchiesta: attento, preciso, denso di approfondimenti.
C’è spazio anche per momenti che sottolineano aspetti più intimi del protagonista: il ricordo affettuoso della moglie perduta, l’affetto per altre compagne della sua vita, dalla paziente Alba a Teresa dell’Antimafia, bonaria e materna la prima, appassionata di libri e di camminate in montagna la seconda. E poi la musica: Mahler e Beethoven hanno il potere di far momentaneamente dimenticare al maresciallo le asprezze di un mestiere duro, difficile e poco appagante.
Poco appagante, è vero. Infatti, il caso è ufficialmente chiuso, ma in realtà irrisolto, visto che il vero colpevole è ancora latitante. Ma il maresciallo Pietro Binda, ormai pensionato, è convinto che anche alla sua età, settant’anni (siamo ormai nel 1999), non bisogna mai perdere la speranza chi siano finalmente svelati la mente e l’esecutore dei delitti di quel lontano 1972.



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Aprile, 2023
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Guerra aperta tra Stato e clan mafiosi.

Piero Colaprico ha indubbiamente scritto un thriller come pochi altri sanno, un thriller che ti coinvolge emotivamente, caratterizzato da un vortice di personaggi volutamente non ben definiti, sempre al limite tra il lecito e l’illecito, con la consapevolezza ben radicata che il fine giustifica i mezzi, e che per il cosiddetto trionfo della giustizia non ci sono limiti invalicabili e neppure certezze assolute. Siamo, più o meno negli anni ’80, a Ranirate, una cittadina tra Milano e Varese (il nome è ovviamente di fantasia), dove spadroneggiano senza problemi due clan mafiosi legati alla ‘ndrangheta del Sud: quello comandato da “Kurt” Spanò (droga e racket), e quello capitanato da un vecchio boss, don Rocco (usura), arroccato in una villa principesca fortificata con annesso ristorante da 250 posti. Il protagonista, Corrado Genito, è un ex agente per la sicurezza dello Stato, in carcere per aver salvato con mezzi illeciti un ostaggio e fatto evadere da Orso, funzionario dei servizi segreti, con uno scopo ben preciso: indagare sui clan e possibilmente ridurli all’impotenza, anche se un ventilato matrimonio tra Kurt e Ada, nipote di don Rocco, sembra sancire una tregua cui potrebbero seguire nuovi loschi traffici. Il compito sembra immane, ma Genito si mette subito all’opera: riesce ad acquisire un bar del posto, lo trasforma in un ritrovo con annesso night sotterraneo, lo rifornisce di ballerine prelevate da un notissimo locale milanese ed assolda personale e buttafuori, aiutato da un amico, un vecchio lestofante che si dimostrerà amico fidato sino alla fine. Non mi dilungherò sull’evoluzione della vicenda: basti sapere che il sindaco del paese è colluso con la mafia e che numerosi sono gli scontri, soprattutto tra Genito e gli Spanò, con pestaggi a sangue ed ammazzamenti. Genito riesce anche a scardinare la cassaforte dei Corallo, introducendosi nella loro villa blindata, incolpando, con uno stratagemma, Kurt del furto, ed impossessandosi di un considerevole malloppo: non ha però fatto i conti con Orso, il suo protettore doppiogiochista, che lo inganna invitandolo ad un incontro addirittura con un potente senatore ed ex ministro, un personaggio viscido, amico di corrotti e corruttori. L’area di Ranirate deve essere sgombrata dalla malavita locale per far posto ad un grandioso malaffare edilizio. Il finale è da mozzafiato, ai limiti dell’inverosimile: Genito riesce a sfuggire ad un agguato, ottiene confessioni rivelatrici, tenta di riemergere da situazioni apparentemente irreversibili riuscendo alla fine a salvarsi e ad ottenere una sua personale vittoria grazie all’intervento inatteso di un potente alleato, una sorta di “deus ex machina”, arrivato nel momento e con le modalità giuste. Insomma, un vero e proprio colpo di scena che stravolge le forze in campo.
Per sommi capi questa è la vicenda, complicata ed intrigante: tralascio l’intervento di Francesco Bagni, un ispettore della Omicidi grande amico di Genito, già protagonista di altri romanzi, ritenuto morto per responsabilità del protagonista ma riapparso alla fine del giallo, e le vicende di vari personaggi femminili, tra i quali la già citata Ada, che Genito tenta di proteggere e mettere in salvo con fortune alterne.
Lo stile è prettamente giornalistico, arrembante, crudo, pieno di riferimenti alla malavita che sembra infiltrarsi dappertutto con metodi persuasivi o crudamente violenti, senza pietà né ripensamenti. A dimostrazione che Tangentopoli (ricordo che il termine è stato coniato dallo stesso autore) non è finita e che infiltrazioni di una nuova e più astuta criminalità sembrano essersi spartiti Milano e il suo territorio. Non a caso, riporta Colaprico, lo stesso Totò Riina sosteneva (in un’intercettazione del 2013) che “Milano è la capitale del crimine”.
Qualche esagerazione nella costruzione del protagonista, il roccioso Genito: sembra inverosimile che da solo sia in grado di opporsi a clan mafiosi capaci di ogni efferatezza, ad amministratori collusi, a politici corrotti, a collaboratori poco fidati e succubi di poteri occulti, ma l’autore ha voluto raffigurare in lui una specie di eroe, nello stesso tempo audace e guardingo, capace di opporre a mali estremi, estremi rimedi, senza porsi troppi problemi morali e con una strategia speciale, quella del gambero : “ vola leggero come una farfalla, pungi forte come un’ape, ma non farti avanti, cammina indietro come i gamberi”.
Il romanzo è comunque avvincente, senza momenti di pausa. Alla fine l’autore, prima dei consueti ringraziamenti, pubblica un breve glossario di alcuni termini malavitosi: scopriamo così che “ciucco” non vuol dire solo ubriaco, ma anche falso, che “diocesi” significa anche luogo sicuro, che “pulla” è una ragazza a volte facile e che “zanza” è sinonimo di truffatore.
Da leggere, riflettendo su nuove realtà che vanno emergendo: una nuova criminalità, più sofisticata e non facile da individuare, abilissima nel mimetizzarsi, rappresentata da abilissimi e insospettabili trafficanti d’alto bordo collusi con politici e politicanti corrotti.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Aprile, 2023
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Gli anni di piombo.

Non sapevo che Paolo Colaprico, giornalista e scrittore, avesse per primo coniato il famoso termine “Tangentopoli”, per indicare il giro di bustarelle e corruzione che pesava come un macigno sul comune di Milano, prima ancora dell’avvento di Mani Pulite, che aveva coinvolto il Pio Albergo Trivulzio. Siamo nei cosiddetti Anni di Piombo, dal 1960 al 1980, caratterizzati dall’attentato con bomba alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, dalle violenze di piazza, dalla lotta armata al terrorismo. La vicenda narrata è proprio di quegli anni: in un quartiere bene di Milano, tra porta Venezia e porta Vittoria, viene assassinato nella sua auto e davanti alla sua abitazione un famoso psichiatra, il professor Eleuterio Rupp. Interviene la Mobile, ispeziona lo studio, vastissimo, scrivania in mogano, biblioteca strapiena, anche di ritagli dell’attentato alla Banca: il poliziotto che indaga è Sebastiano Nesi, detto Tanone, amante della collega Martina. Un colpevole viene trovato: il dottor Accursio, un medico fuori di testa, sbattuto in carcere e incriminato senza validi motivi. Ma Tanone non è convinto, continua ad indagare,e, con sorpresa, incontra nell’appartamento di Rupp un generale dei carabinieri, Cataldo, ex fascista ed amico della moglie dell’ucciso, un’autentica carogna che ha fatto rapidamente carriera. Tanone indaga troppo,scopre qualcosa, si sente spiato, pedinato, trova in casa una microspia: pensa di scrivere, temendo per la sua vita, una specie di diario giornaliero, a futura memoria. Infatti, viene trovato crivellato di colpi in casa 12 giorni dopo l’omicidio di Rupp, contemporaneamente al suicidio di un collega della DIGOS, marito di Martina: una messinscena ben costruita, per simulare un delitto di gelosia. Ma Tanone, nei suoi appunti, lascia una traccia, una specie di quiz enigmistico, che l’ispettore Francesco Bagni rientrato in servizio riesce a risolvere: una sigla, Anello, una setta di servizi segreti deviati, responsabile della bomba di Milano. Bagni è riuscito a trovare il diario di Tanone, ha fatto nuove scoperte, compresa l’identità dell’assassino di Rupp: viene però sequestrato da un gruppo armato, trasportato fuori Milano e minacciato di morte se non rivela quello che sa. Chi comanda il gruppo sarà una sorpresa, come pure il finale del romanzo.
Questa in estrema sintesi la vicenda narrata. Leggendo, si entra nel clima infuocato di quegli anni, anni di corruttori e corrotti, anni di vendette politiche e di decisioni contro certi settori prese anche dall’estero. C’era in ballo il pericolo comunista, e per il bene della nazione non si esitava ad estremizzare atteggiamenti, fino a veri e propri omicidi. Colaprico se la cava egregiamente: lo stile è tipicamente giornalistico, coinvolgente ed incalzante, la figura di Nesi, il poliziotto che si espone in prima persona, è tratteggiata con cura, direi quasi con affetto, come si deve ad un servitore dello Stato vittima di poteri occulti, ma amante della giustizia e della verità, a qualunque costo.
Molti i riferimenti storici a personaggi dell’epoca , dal ricordo dell’anarchico Valpreda (è stato anche coautore con Colaprico dei primi 3 romanzi della serie con il maresciallo Binda 2001-2002) al commissario Calabresi (sparato alle spalle) ed all’anarchico Pinelli “volato” via da una finestra della Questura milanese.
Tempi di rancori non sopiti del tutto, tempi in cui nello Stato, secondo una massima di allora, dettavano legge “personaggi neri come corvi dentro, bianchi come colombe fuori, in corpo fiele, in bocca miele”.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Aprile, 2023
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Un finto sequestro riuscito.

E’ il secondo romanzo di Francesco Muzzopappa, del 2014, e narra le tragicomiche vicende di una nobildonna torinese, la contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. La poverina, si fa per dire, ha conosciuto ben altri splendori nella sua vita, giunta ormai intorno al settantesimo anno: la dimora sta decadendo, il marito è morto in un evitabile incidente d’auto, la servitù si è ridotta ad un solo fedelissimo maggiordomo, Orlando, l’unico figlio, Emanuele, è un perfetto cretino che sperpera soldi e non sa fare nulla. Per di più, se la fa con una ballerina bionda e procace, avida di denaro, alla quale ha scioccamente donato l’unico inestimabile gioiello di famiglia, il diamante Koh-I-Noor, conservato gelosamente dalla madre come unica risorsa. La bionda è tinta, purtroppo, commenta la contessa: una bionda autentica può anche essere stupida, ma una bionda tinta “sa essere letale”. Una chiamata dalla banca preoccupa la contessa: l’ha chiamata Anna, che segue le vicende del casato e la informa sulla situazione disastrosa del patrimonio, solo il rientro del famoso diamante potrebbe riequilibrare le sorti. Ed ecco l’imprevisto: una rapina, tutti a terra, la malcapitata contessa si ritrova strattonata da un rapinatore, trascinata in macchina, una sgommata e via. Qui inizia il bello: la contessa non si spaventa, architetta un piano per trasformare il rapimento in un finto sequestro, con tutte le conseguenze più comiche che tragiche del caso. Tutto è bene quello che finisce bene, basti dire che il casato alla fine rifiorisce e che al bravo e paziente Orlando si affiancano due nuovi dipendenti, pescati dove nessuno l’avrebbe immaginato.
Francesco Muzzopappa è come detto al suo secondo romanzo: predomina il lato burlesco della storia, un occhio ad Achille Campanile ed una complicità più intensa con Wodehouse, per una narrazione vivace, brillante, con spunti e ricordi, alternati al presente, di una vita trascorsa tra agi e preoccupazioni.
Interessante l’intervista all’autore alla fine del romanzo: tra gli autori preferiti cita Campanile, mentre il suo scrittore umoristico preferito è Wodehouse. Afferma anche giustamente che il genere umoristico è preso sul serio solo da cinema e TV, mentre in letteratura è considerato un genere minore: il senso dell’umorismo si può però coltivare, basta “scendere dal piedistallo” !
E, aggiunge l’autore, “imparare a non prendersi troppo sul serio”.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Aprile, 2023
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Buchi bianchi fluttuanti come libellule ...

Confesso subito, prima di iniziare, la mia ignoranza sul tema: salvo un’infarinatura di Fisica al liceo ed un facile esame sulla stessa materia al primo anno di Medicina, gli argomenti che tratta Rovelli sono stati sempre lontani dai miei interessi. L’arrivo della pensione, però, mi ha stimolato, come penso abbia fatto con tanti altri, nello spingermi a curiosare in campi non ancora esplorati: uno di questi è stato la struttura dell’atomo (come conseguenza allo studio della cellula?), con particelle annesse e relativi quanti, e poi, dal piccolo all’immensamente grande, l’universo (anche se Cechov nei Quaderni scriveva che”forse l’universo si trova dentro al dente di qualche gigante”!). Amici cari, qui si rischia di perdersi: dopo 15 miliardi di anni, abbiamo scoperto solo l’altroieri (circa 400 anni fa, merito di Copernico e Galileo)) che la Terra gira intorno al Sole e addirittura solo circa trent’anni fa la Chiesa riconobbe il torto di aver allora condannato l’incolpevole Galileo. E poi, tutto un susseguirsi di inebrianti scoperte: le galassie che fuggono, la velocità di espansione dell’universo e la relativa costante di Hubble, le migliaia di stelle della nostra galassia (noi siamo, pianeti e Sole compresi, un insignificante puntino periferico), per non parlare del famoso big bang iniziale sul quale discutono anche i ragazzini delle elementari. Anche i misteriosi buchi neri sono ormai una realtà, dimostrata e osservata, come ci racconta Rovelli: corpi celesti di ogni dimensione con gravità talmente elevata da non lasciar uscire neppure la luce. Ma Rovelli ha un’intuizione: la possibilità che teoricamente possano esistere anche i buchi bianchi, esponendoci una ricerca sull’argomento nel suo ultimo saggio, “Buchi bianchi”.
Il saggio inizia con le ricerche sui buchi neri, dall’esame del loro orizzonte all’ingresso negli stessi, un lungo imbuto fino al massimo della gravità, dove il tempo scorre più lento. E’ l’occasione per ricordare che in montagna (più lontana dal centro della terra, quindi gravità meno forte) il tempo scorre più veloce (ovviamente si tratta di millesimi di secondo!) rispetto al livello del mare (gravità più forte), ove il tempo scorre più lentamente. Concetti non facili per un profano: e Rovelli giustamente ammonisce che proprio la convinzione che le nostre intuizioni naturali siano giuste ci impedisce di imparare. Bisogna imparare (lo sosteneva anche Galileo!) a disimparare! In fondo al buco nero la gravità che, afferma Rovelli, è una distorsione dello spazio-tempo, è massima e il tempo scorre lentissimo.
Quando Rovelli comincia a trattare i cosiddetti buchi bianchi, introduce oltre alle proprietà quantistiche di spazio e tempo, anche altri concetti: ad esempio i “grani di spazio” (quanti di spazio) analoghi ai “grani di luce” (i fotoni), con tanto di regole matematiche delle teorie quantistiche. Dal buco nero a quello bianco, c’è un procedimento inverso: è come girare un film al contrario. “Stella di Planck” è il nome che si dà all’intero fenomeno: la stella che sprofonda nel buco nero, il rimbalzo, il buco bianco “fino a che tutto esce di nuovo”.
Questo passaggio è stato studiato in forme diverse, non ci sono certezze, solo la convinzione di “avere in tasca la verità”.
Rovelli si dilunga poi sulla “informazione” contenuta in un buco nero e sul fatto che, quando la stella rimbalza in buco bianco, questo risulta più piccolo, non ha energia per crescere e finisce per sparire.
E se, conclude l’autore, la famosa “materia oscura”, quella misteriosa polvere invisibile che pullula nell’universo, fosse costituita da miliardi di piccoli buchi bianchi che “ribaltano il tempo dei buchi neri e fluttuano lievi nell’universo come libellule …” ?
Così finisce il saggio di Rovelli. Se nella prima parte dedicata prevalentemente ai buchi neri ci ho capito qualcosa, nella seconda, quasi tutta teorica e avvolta, almeno per me, nel mistero e rivolta soprattutto a chi ha nozioni non superficiali di fisica quantistica e astronomia, ho solo avuto intuizioni fuggevoli: resta il fascino di nozioni ancora tutte da approfondire e verificare e lo stupore per chi si dedica con entusiasmo e dedizione alla ricerca.
Lo stile è scarno, privo di sottigliezze: Rovelli scrive come parla, senza maiuscole e con punteggiatura approssimativa. Si esprime con la mente e con il cuore, con frequenti richiami danteschi e con l’entusiasmo di chi ha dedicato e dedica tutta la vita agli argomenti che tratta.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Marzo, 2023
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Un testamento molto originale

Francesco Muzzopappa, scrittore, copywriter e pubblicista radiofonico, ha pubblicato una dozzina di romanzi, tra i quali questo “Sarò breve” del 2022, l’undicesimo. Confesso che l’autore, a me finora sconosciuto, è stato una gradita sorpresa: uno di quegli autori che inizi a leggere per conoscerne lo stile narrativo e gli argomenti trattati e poi, poco a poco, non ti fermi più, con la curiosità di chi ha trovato un prezioso amico, un personaggio con il quale hai molto in comune nei più disparati momenti della vita. E’ una specie di testamento, consistente in lettere che l’autore invia prima di esalare l’ultimo respiro a parenti, amici o conoscenti che hanno condiviso momenti della sua vita, riflettendo su quanto di positivo ha ricevuto e puntualizzando garbatamente su momenti di disaccordo o incomprensione. Il protagonista si chiama Ennio Rovere, nasce da famiglia poverissima, cresce con la passione per mobili tipo Chippendale, osservati casualmente su una rivista: un colpo di fulmine che segnerà la sua vita e, superando caparbiamente ostacoli d’ogni genere, lo porterà ai massimi livelli come imprenditore, prima nel campo dei mobilifici, poi, con il “maledetto” avvento del “fai da te” (leggi : Ikea), nella riconversione in quello delle casse da morto d’autore. Tutta la sua vita è raccontata in sedici lettere testamentarie, inviate a chi gli ha voluto più o meno bene: sono storie di vita in comune, nelle quali Ennio mette a nudo, con commozione e arguzia, i suoi rapporti con le persone che lo hanno accompagnato nel suo percorso terreno.
La prima lettera è dedicata alla prima moglie, Piera, un amore iniziato bene e finito male, insulti, incomprensioni e lanci di piatti e dischi (anche un 45 giri raro di Julio Iglesias!). E poi una serie di lunghi messaggi alla figlia Greta, una secchiona che riesce a risanargli l’azienda, al genero Andrew, anima semplice e cuore puro, al nipote che sogna di diventare astronauta, a Penelope, passione destinata a naufragare senza un vero perchè, alla seconda moglie, Anita, psicoterapeuta, amore grande e sofferte ingiustificate gelosie, al figlio Vittorio, un ragazzo con un quoziente intellettivo straordinario, alla dolcissima nipotina adottiva Min-so, coreana, a Kate, la figlia avuta da Penelope, comparsa improvvisamente dopo diciotto anni. Non mancano le lettere indirizzate a persone di fiducia: l’insostituibile autista Franco, Pilar, la colf di famiglia, la segretaria Mimma, Lucio, grafico della ditta e responsabile dell’ufficio stampa, i dipendenti tutti e l’ incomparabile dentista di famiglia professor Tomasi. Un affettuoso ricordo pure all’adorato cane Giulio.
Dalla tipologia dei destinatari si capiscono le qualità umane del mittente, un uomo che ricorda i compagni di tutta una vita e lascia a tutti, oltre ad un aiuto sostanzioso, un ricordo indelebile di sé e tanti rimpianti.
Lo stile è garbato, a volte ironico e pungente, per lo più velato da un’intima commozione: scorre sotto gli occhi del lettore l’analisi della vita di un uomo perbene, che tanto ha avuto e tanto ha dato. Lui stesso afferma alla fine: “posso dire di aver avuto una vita meravigliosa, a eccezione di quest’anno in cui sono morto”. Non mancano neppure gli spunti umoristici, disseminati qua e là nel testamento, e gli ultimi desideri: il funerale deve essere “allegro”, la lapide semplice (“ nome, cognome e data di fine spettacolo”) e, colpo di scena, ingegnose le disposizioni finali per una vendetta esemplare contro la famosa catena di magazzini svedesi, che ha fatto “abbassare la saracinesca” a molte aziende del mobile della Brianza. Una vera, inattesa sorpresa che lascio scoprire ai lettori!


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    24 Marzo, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

La donna che muore due volte

Cristina Cassar Scalia, nei ringraziamenti a fine libro, ha definito la vicenda narrata “stramba”, ed in effetti stramba e malandrina lo è: basti pensare che si inizia con una donna morta che non è veramente morta, ma ha indotto gli inquirenti a crederla morta, per poi rintanarsi sul continente, ritornare in Sicilia e finalmente essere elegantemente fatta fuori con il determinante aiuto di un farmaco. Meglio procedere con ordine. Tutto inizia una mattina autunnale, prima delle cinque, quando due pescatori su una barca con lampara (un giornalista ed un pediatra) scorgono sulla costa catanese un tizio che trascina una grossa valigia e la getta tra gli scogli: poco dopo una telefonata alla Mobile segnala la scomparsa di una donna da un villino in affitto sul lungomare. Entra in azione la protagonista della fortunata serie, il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, in questo secondo episodio della serie (ne seguiranno altri cinque, l’ultimo nel 2023), coadiuvata dai suoi bravi sottoposti e guidata dal capo della Mobile, il corpulento Tito Macchia: si aggiungerà un prezioso collaboratore, un ex commissario ottantatreenne, Biagio Patanè, sempre presente in tutti gli altri thriller con le sue intuizioni ed i suoi consigli. Allora, si scopre che la donna scomparsa si chiama Lorenza Iannino, un avvocato di un noto studio legale di Catania diretto da un famoso e potente cattedratico, Elvio Ussaro, un soggetto viscido, colluso con mafiosi e immanicato con politici e politicanti, punto di riferimento per trame di corruzione e malaffare. Nel villino della donna, che è anche una delle amanti di Ussaro, si tengono festini a base di sesso e droga, durante uno dei quali la Iannino scompare: c’è del sangue sulle poltrone, si collega il fatto alla valigia gettata tra gli scogli, si cerca il cadavere in mare. Iniziano interrogatori, ispezioni, indagini su cellulari e intercettazioni, viene a galla una rete di collusioni sospette e legami pericolosi, che formano, capitolo dopo capitolo, una matassa aggrovigliata, apparentemente inestricabile. Si scoprono i boss fornitori di droga, qualche avvocato dello studio fa rivelazioni che incrinano il muro di omertà: tutto sembra accusare Ussaro, ma, come detto all’inizio, la Iannino ricompare viva e vegeta, ma viene eliminata con una metodica singolare (e un po’ inverosimile). Chi è l’assassino? Come negli altri thriller della serie, lo sapremo solo nelle ultime pagine e sarà una vera sorpresa.
Lo stile è coinvolgente, brillante, tiene alta l’attenzione e la curiosità: molti i termini dialettali ed i modi di dire propri del catanese. Conosceremo anche i personaggi di contorno, sempre presenti nella serie: l’eterno fidanzato di Vanina ed il suo rapporto difficile e tormentato con la poliziotta, il ricordo del padre di Vanina ucciso venticinque anni prima dalla mafia, Bettina, la padrona di casa ed i suoi ghiotti manicaretti, l’amico medico legale Adriano Calì e la sua passione per la filmografia d’autore. Spesso la Guarrasi viene accostata, per un paragone, al commissario Montalbano di Camilleri, ma ritengo che la poliziotta ideata dalla Cassar Scalia per le sue caratteristiche personali (un pacchetto di Gauloises al giorno, una voracità spettacolare per dolciumi e piatti tipici siciliani, una collezione unica di film d’autore riguardanti la sua Sicilia) e le sue attitudini professionali (intuizioni sorprendenti e tempestive capacità decisionali) sia un personaggio unico, ottimamente strutturato a tal punto, a mio giudizio, da non temere confronti.
Al romanzo, il massimo dei voti per stile e contenuto, un punto in meno per piacevolezza, per qualche inverosimiglianza (quell’uso “strambo”, lo constaterà il lettore, di un anticoagulante e dell’aspirina!).







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Gli altri libri della serie dedicata al vicequestore Guarrasi, di Cristina Cassar Scalia.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Marzo, 2023
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Due giovani ispettrici allo sbaraglio

Dopo la serie fortunata dedicata all’ispettrice di polizia Petra Delicado, Alicia Gimenez Bartlett propone nel giallo “La presidente” una coppia di protagoniste, le sorelle Berta e Marta Mirailles, due giovani ispettrici appena uscite dall’accademia di polizia. Sono sulla trentina, con caratteri assai diversi: Marta, la più giovane, estroversa, loquace, golosa, Berta, di due anni più anziana, introversa, riflessiva, reduce da una cocente delusione amorosa. Nel Paese regnano corruzione e cinismo, nel Partito dominante sono frequenti malversazioni e comportamenti illeciti, coperti da omertà anche ad alti e altissimi livelli. Un personaggio di spicco, Vita Castellà, presidente della Comunità Valenciana e custode di segreti e maneggi, viene trovata morta in una stanza d’albergo, poco tempo prima di una sua deposizione ad un processo coinvolgente un potente faccendiere, Arnau, immanicato con il potere, sodale e poi acerrimo nemico della vittima. La morte è dovuta ad avvelenamento da cianuro, ma ad alto livello si decide di propendere per un infarto, plausibile dato il tipo di vita disordinato e la stazza della morta (“ una balena spiaggiata”): la decisione delle autorità è quella manzoniana di “sedare e sopire”, senza troppo indagare sulle cause del decesso, e di affidare le indagini alle due neoispettrici, facilmente manovrabili e poco esperte. Ma le due ragazze sono ben lontane dall’idea che di loro si sono fatti i grandi capi (dal dirigente della Polizia Nazionale al capo della polizia di Valencia) e si mettono con grande impegno, pur sotto traccia, ad onorare il loro nuovo ruolo, barcamenandosi con astuzia tra ricerca dei colpevoli e informative anonime e addomesticate ai superiori. Sono aiutate, di nascosto, dall’addetto stampa di Vita, un giornalista gay disperato per essere stato abbandonato dal suo fidanzato, e un commissario apparentemente incorruttibile: ne scoprono piano piano di malefatte, ma resistono astutamente a tentativi di allontanamento da certe indagini, lavorando e investigando con pazienza certosina su presunti colpevoli con appostamenti, pedinamenti, interrogatori. All’avvelenamento di Vita seguono altri delitti: l’assassinio di una testimone mascherato da suicidio, il brutale assassinio di una testimone e di un colpevole, il suicidio (vero) del mandante.






Non ci sono sopravvissuti, il caso è chiuso, inchiodando però con la prova del DNA i maggiori
indiziati: le giovani ispettrici hanno risolto il caso, ma nulla deve trapelare. Dall’alto, dirigenti di polizia vengono rimossi dall’incarico e confinati in sedi periferiche, un vecchio giudice è invitato a dimettersi, Berta e Maria invitate al silenzio: ma le due ragazze non ci stanno, sono orgogliose del lavoro fatto . “Decidiamo di starcene zitte e rimanere in polizia, o andiamo a raccontare tutto a un giornale e tanti saluti?” dice Marta alla sorella. “Non lo so, Marta, non lo so”. “Continuarono a pensarci per un pezzo finchè il sonno le vinse completamente”.
Resta l’interrogativo: sapranno le novelle ispettrici prendere la decisione giusta? Cederanno al malcostume imperante o riusciranno a far emergere i valori in cui credono? Alicia Gimenez Bartlett non ce lo dice: sappiamo che si è sempre battuta in difesa dei diritti civili, ben note sono le sue posizioni contro le discriminazioni nei confronti degli omosessuali (nel romanzo ci sono diverse figure di questo tipo) e contro le malversazioni della politica e la corruzione del potere. Le sue giovani poliziotte si sono battute con orgoglio, astuzia e senso del dovere, ma la lotta sarà dura e il malaffare difficile da estirpare.
Il giallo si legge restandone coinvolti fino alla fine. Le protagoniste sono ben analizzate, con i loro diversi caratteri e le loro peculiarità: agiscono non sempre all’unisono, ma sono complementari formando un duo investigativo efficace. Sarebbe un peccato non rivederle coinvolte in una nuova prossima indagine.





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I gialli della scittrice (la serie con Petra Delicado)
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Marzo, 2023
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Ombre che nascondono delitti inconfessabili.

Alex North è uno scrittore inglese al suo secondo thriller, che racconta le vicende, dalla giovinezza alla maturità, del protagonista, Paul Adams: il thriller infatti si svolge su due piani temporali diversi, distinti in “Ora” e “Allora”, che impegnano non poco il lettore a memorizzare, per non perdere il filo, personaggi ed episodi a distanza di venticinque anni. Paul è un ragazzo normale, va regolarmente a scuola ed annovera, tra gli amici, un tipo strano, Charlie, dotato di un forte carisma: questi ha fantasie sinistre, si impone sui compagni più deboli raccontando sogni tremendi ed invitandoli ad “entrare” l’uno nei sogni dell’altro dopo una sorta di “incubazione”. Aggiungiamo ai personaggi un ambiente grigio e poco invitante, la periferia di una cittadina inglese circondata da un’impenetrabile foresta (Le Ombre!) che incute paura, una realtà minacciosa intrisa di legami complicati, dove gli adolescenti più forti manipolano diabolicamente i più deboli, creando sordi desideri di vendetta o di emulazione.
Avviene un primo terribile omicidio, su istigazione di Charlie: un giovane del gruppo, reo confesso, è arrestato, altri si disperdono, Charlie scompare. Passano gli anni, Paul ha velleità di scrittore, sembra dimenticare il passato che invece riaffiora minaccioso: un nuovo delitto sconvolge la comunità, mentre sui social e nel dark web si incrociano messaggi misteriosi. Una poliziotta, Amanda, indaga a tentoni, si cerca Charlie che pare orchestrare i misfatti, mentre Paul si riavvicina a sua madre, da cui si era allontanato: una madre ormai anziana, ricoverata per segni di demenza ma che custodisce segreti, conserva ritagli compromettenti di giornali, intuisce oscuri pericoli, mette in guardia il figlio. Oscuri pericoli che si materializzano: una maniglia insanguinata, una bambola di pezza rivelatrice, ombre minacciose che si disperdono nella vicina foresta. La madre di Paul muore portandosi nella tomba segreti non svelati del tutto: lascia un incolmabile vuoto nell’animo del figlio, venendogli a mancare l’unica ancora di salvezza. Il finale è abbastanza confuso, il vero colpevole non è facilmente individuabile, lasciando nel lettore la sensazione di qualcosa di incompiuto: resta comunque la capacità dell’autore di aver saputo collegare il presente ad un lontano passato, un passato pieno di ombre, ombre che mimetizzavano in sordi rancori desideri di vendetta per gli omicidi commessi e mai del tutto chiariti.
Lo stile è elegante e raffinato, l’introspezione psicologica dei principali personaggi è minuziosa e convincente, soprattutto per il protagonista che, nella morte serena della madre, sembra ritrovare nuovi stimoli per sopravvivere e maggior fiducia in sé stesso.
Nel complesso il thriller lascia un po’ di amaro in bocca: una cappa grigia e densa di misteri irrisolti sembra avvolgere tutta la narrazione, che si conclude con un finale convincente solo per Paul, il protagonista, ma che non risolve altre vicende concomitanti, lasciando in sospeso una chiara motivazione di alcuni dei delitti commessi.







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Il precedente thriller di Alex North, "L'uomo dei sussurri"
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Marzo, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

I conti con il passato di un professore di liceo.

Il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, il personaggio protagonista della fortunata serie di Cristina Cassar Scalia, è in pericolo: il proiettile trovato sul tavolo di casa sua è una velata minaccia mafiosa, che costringe la Mobile di Catania ad assegnarle una scorta giorno e notte. Un nuovo caso viene alla luce: nella grotta di un pub sotterraneo si scopre il cadavere di un vecchio professore di filosofia, Vincenzo La Barbera, accoltellato a morte. E’ uno strano personaggio: di famiglia benestante, in rotta con un padre autoritario e vecchio stampo, aveva abbandonato casa sua frequentando una comunità hippy ed adeguandosi per un certo periodo alla loro vita disordinata, droghe di ogni genere comprese. Cambiando vita, si era poi dedicato al recupero di tossicodipendenti ed all’insegnamento di filosofia al liceo classico, fino alla pensione, guadagnandosi la stima di alunni e colleghi, ma non del padre che non l’aveva mai perdonato per i suoi atteggiamenti spregiudicati, giungendo addirittura a diseredarlo. Il professore, una volta in pensione, aveva scelto come dimora una barca a vela bene attrezzata, cedutagli da un lontano parente. Le indagini brancolano nel buio, la vita del professore viene analizzata a fondo, sono interrogati amici, conoscenti e la compagna della vittima, risalendo anche ai frequentatori della vecchia comunità. Viene presa in considerazione l’ipotesi di una vendetta mafiosa da parte di spacciatori, che non vedevano di buon occhio la benemerita attività del professore nel recupero dei tossicodipendenti. Non viene neppure trascurata un’altra pista, l’intenzione cioè della vittima di rivelare finalmente, dopo tanti anni, segreti sulla scomparsa dalla comunità, trentacinque anni prima, di tre ragazzi eroinomani, ritrovati poi sepolti un una fossa.
Ma, come ormai è consuetudine nei thriller dell’autrice, la verità viene a galla solo alla fine: il colpevole va cercato in un ambito completamente diverso, che solo l’abilità e la pazienza della bravissima Vanina riesce a scoprire, scavando come sempre nel passato.
Devo dire che il thriller ha qualche lungaggine di troppo e una miriade di sospettati: un intreccio apparentemente inestricabile, che non sempre riesce a convincere e coinvolgere il lettore. Il ritmo non è quello solito, le indagini sembrano andare troppo a rilento, manca il consueto brio presente negli altri thriller della serie. Lo stile narrativo però è sempre incisivo e brillante, soprattutto nei siparietti ove regna apparentemente la calma: Vanina ha sempre con sé la scorta, non può frequentare bar e ristoranti, ed è costretta a godersi i cibi preferiti sulla scrivania, cibi che “spazzola” sempre da vera golosa, accompagnati da una quantità industriale di cioccolato, che conserva nei cassetti, e dalle immancabili sigarette. Riesce anche a godersi i manicaretti che le prepara Bettina, la padrona di casa, a ristabilire un rapporto affettuoso con il patrigno, a tentare di riallacciare un rapporto durevole con l’eterno fidanzato Paolo Amalfitano, a beccarsi una solenne ramanzina dal burbero e imponente capo della Mobile, Tito Macchia, per essere una sola volta, da incosciente, sfuggita al controllo della scorta.
Il gruppo investigativo è sempre quello, da Spanò e Lo Faro (paragonabili per caratteristiche rispettivamente a Fazio e Catarella del commissario Montalbano di Camilleri) , via via fino all’intramontabile ex commissario Biagio Patanè, al quale non par vero di dare un determinante contributo alle indagini della Guarrasi.
Alla fine dell’ultimo capitolo, il solito colpo di scena riguardante Paolo Amalfitano: cosa accadrà in seguito? Lo sapremo in uno dei prossimi romanzi.

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Altri romanzi della fortunata serie.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Marzo, 2023
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Un nuovo papa: Vaticano in rivolta.

Glenn Cooper, nei ringraziamenti finali, definisce la sua opera “un romanzo controverso”. Ed in effetti lo è, per l’argomento trattato e le recensioni molto critiche soprattutto da parte di cattolici integralisti e da ambienti conservatori. Siamo a Roma, ed è in corso nella Cappella Sistina l’elezione di un nuovo papa: gli scrutini si susseguono per giorni e le fumate nere non lasciano speranza di una scelta condivisa. Come sempre, si fronteggiano due gruppi di porporati, giunti da ogni parte del mondo: i conservatori, ligi alla dottrina e chiusi ad ogni riforma ed i cosiddetti progressisti, aperti alle novità ed a ripensamenti su idee e strutture cristallizzate nei secoli. Ci si confronta, si discute, i voti tendono a raggrupparsi intorno a due figure degli opposti schieramenti: il cardinale Speranza, ultraconservatore, ed il cardinal Moreno, di Bogotà, dell’ala progressista. Per uscire dall’impasse, si tenta di far convergere i voti su una terza figura, il cardinale inglese Anthony Budd. Per saggiare il nuovo candidato, il segretario di Stato Caliceti, esponente dell’ala più conservatrice, fa visita a Budd per conoscerne gli indirizzi, e resta allibito nel sentire alcune sue convinzioni, favorevoli, ad esempio, all’uso del preservativo, al sacerdozio delle donne, se votate al celibato, alla possibilità di annullamento dei matrimoni, all’accettazione dell’omosessualità. Budd, comunque, ottiene la maggioranza dei voti, viene eletto papa, e, in nome di Dio, accetta con spirito di servizio, scegliendo l’appellativo di Innocenzo IV. Poco dopo l’elezione, accade un evento gravissimo, il rapimento di Moreno, amico di Budd, da parte delle Forze Armate Rivoluzionarie colombiane ed il novello papa è costretto ad accorrere in Colombia a mediare il rilascio. Ritorna da trionfatore, ma un odioso ricatto lo travolge. Emerge dal passato una relazione medica che certifica la sua condizione di transgender, definizione cosiddetta “ombrello” che qualifica soggetti, nel caso specifico, con identità di genere che non corrisponde a quella determinata alla nascita. Budd, cioè, è uomo, ma si sente intimamente donna, fin da bambino: un’infanzia tormentata, con un padre brutale e ottuso che lo copriva di insulti, picchiandolo a sangue e confinandolo per giorni in cantina. Budd non cede al ricatto (milioni di sterline, altrimenti la notizia verrà divulgata), e prende una straordinaria iniziativa: sarà lui stesso a comunicare alla stampa la sua condizione, senza paure e nella convinzione che la sua storia possa portare a qualcosa di buono, “a un dialogo sulle diversità e a una maggiore tolleranza, alla volontà di trattare tutti col rispetto che meritano, essendo tutti figli di Dio”.
Ma non sarà purtroppo così. Lo scandalo turba la Chiesa, un papa dichiaratamente transgender non può, non deve occupare il soglio di Pietro, il gruppo dei conservatori aumenta, grazie anche al voltafaccia di alcuni sostenitori di Budd, si moltiplicano maldicenze e sospetti, seguiti da inviti sempre più pressanti alle dimissioni, per il bene, ovviamente, delle istituzioni ecclesiastiche, e da un vero e proprio attentato, sapientemente preparato da nemici occulti, attentato in cui perderà la vita un cardinale suo carissimo amico e confidente. Budd tenta ancora di resistere a calunnie e insinuazioni, forte dei versi di Isaia (“ Le persone che sono diverse, perfino emarginate da alcuni, non sono emarginate dal Signore”) e di Giovanni (“Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre”), ma alla fine cede allo sconforto e prende una decisione: dopo un’accorata e rabbiosa invocazione a Dio (“ … è questa la ricompensa per le privazioni che ho sopportato? La mia distruzione? Ho bisogno di sentire la tua voce, adesso, Signore!”), lascia che si compia la tragedia, un atto terribile ed inatteso. La cattiveria e l’ipocrisia dei conservatori hanno vinto, il cardinale Speranza, animatore della ostinata campagna denigratoria, viene eletto nuovo papa. La tradizione ha vinto, la Chiesa a modo suo ha vinto.
Il romanzo è complesso, molte sono le figure di secondo piano ed i ricordi d’infanzia che aiutano a comprendere la personalità del “nuovo papa”, vittima sacrificale di un sistema immutabile e condizionante. L’autore dimostra di conoscere bene gli ambienti vaticani, che descrive con ricchezza di particolari, ben documentati. La conclusione è controversa, forse neppure Innocenzo XIV crede più in un Dio giusto e misericordioso, che non sembra aiutare lui, uomo profondamente buono e moralmente integro, nei confronti di un sistema incentrato sul potere e su interessi esclusivamente personali.
A mio giudizio, è l’eterna lotta tra conservazione e riforme che, in un’istituzione millenaria come la Chiesa, non riesce a fare un risolutivo passo avanti.
Da leggere comunque, e giudicare.


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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    06 Marzo, 2023
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Da Cuba alla Sicilia: un'indagine "rognosa".

Non c’è tregua per il bravo vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, della Mobile di Catania. In una grossa auto parcheggiata in aeroporto viene rinvenuto il cadavere di uno strano personaggio, Esteban Torres, cubano di nascita ma con cittadinanza americana e italiana, residente in Svizzera ma con un appartamento anche a Catania, in via dei Saponari al 187. La poliziotta è a Palermo, città che ama, città di ricordi: la caccia a Frezza, l’ultimo mafioso ancora in fuga dei quattro che molti anni prima le hanno assassinato il padre, finisce in un nulla di fatto, e anche l’incontro con l’ex fidanzato Paolo del Dipartimento Antimafia non risolve le questioni in sospeso tra i due. Non le resta che tornare a Catania, dove l’attende un’indagine lunga ed estremamente complessa. Anche perché in un pozzo di un Hotel di Taormina viene ritrovato un secondo cadavere, quello di tale Roberta Geraci, organizzatrice di eventi e amante di Torres.
Le indagini guidate da Vanina con il supporto della sua affiatatissima squadra e di un abilissimo ex commissario ultraottantenne, già da anni in pensione ma con un fiuto da segugio, spaziano su larga scala dall’Italia agli Stati Uniti, dove il Torres ben noto alla Polizia del posto, aveva contatti con la criminalità organizzata, rapporti con il business del gioco d’azzardo e rapporti con la mafia catanese. Tabulati telefonici, intercettazioni, interrogatori di ex mogli di Torres: vicenda più complessa non poteva essere, anche perché entra in scena un nipote di Torres, gigolò di professione e amante a ore della Geraci. Tutto sembra indirizzare le indagini sulla pista mafiosa, ma come al solito nei thriller con la Guarrasi, la verità sta da un’altra parte, guarda caso proprio nella salita dei Saponari, con un ultimo colpo di scena ( e non il solo!).
Una storia “ad alto tasso di rognosità”, ardua da seguire per la moltitudine di personaggi implicati e la complessità delle indagini: a stemperare la tensione ci sono gli incontri di Vanina con le amiche, con Bettina, la sua padrona di casa, con gli amici di sempre, il medico legale Adriano e il suo compagno Luca, con Paolo Amalfitano e le ombre del passato. Per non parlare delle frequentazioni di trattorie locali, che riescono a soddisfare la golosità ossessiva dell’attivissima e insonne poliziotta a qualsiasi ora.
La Sicilia questa volta è in secondo piano: non fa da sfondo maestoso e luccicante come in altri romanzi, riemerge solo ricordando il traffico caotico che intasa le vie di Catania, le disastrate condizioni delle autostrade che collegano Messina a Catania e Catania a Palermo e, in positivo, l’invidiabile posizione dell’appartamento di Vanina, alle pendici dell’Etna, “tre vani vista mare”.
Lo stile è scorrevole, i personaggi sono ben delineati, in particolare i collaboratori di Vanina, ognuno con le sue peculiarità e le studiate strategie per mettersi in luce e acquistare meriti.
Si imparano nuovi termini dialettali e nuovi modi di dire catanesi: ad esempio la differenza tra due categorie di ragazzotti catanesi anni Novanta, i “monfiani” e i “mammoriani”. Lascio la scoperta alla curiosità dei lettori.
Non voglio neppure svelare la sconvolgente sorpresa proprio all’ultima pagina del thriller: una scoperta da brividi, che lascia con il fiato sospeso …

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    05 Marzo, 2023
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Uno speciale caffè per tornare al passato.

“Ci vediamo per un caffè” è il quarto romanzo di una saga di Toshikazu Kawaguchi, scrittore e sceneggiatore giapponese, ambientato, come gli altri, in una caffetteria singolare, con gli stessi personaggi: è un luogo leggendario, dove accadono cose strane e dove addirittura si può tornare al passato. Ci sono però alcune regole: le più importanti sono che, qualsiasi cosa succeda nel passato, non si può cambiare il presente e che il viaggio a ritroso dura finché un particolare caffè servito al tavolino rimane caldo. Ma le stranezze non sono solo queste: bisogna sedersi su una particolare sedia appena questa si libera, essendo costantemente occupata da una figura femminile biancovestita (un fantasma?) che sfoglia un libro. Queste le premesse alle quattro storie narrate: nonostante le regole siano ”estremamente irritanti”, come le definisce l’autore, ci sono persone che decidono di visitare la caffetteria per rivivere il loro passato e porre rimedio a comportamenti che hanno segnato profondamente la loro vita.
Le storie sono esemplari e commoventi: la vicenda di un marito, sempre occupato dal lavoro e da continui viaggi, che trascura la moglie, in coma vegetativo a seguito di un incidente, la padrona di un cane che non riesce ad essere presente alla morte del suo adorato animale, la ragazza che non sa decidersi di fronte ad una proposta di matrimonio, la figlia che non sa corrispondere all’affetto del padre.
Sono trattate tematiche universali, affetti non corrisposti, rimpianti per ciò che poteva essere e non è stato. Si riscoprono affetti perduti, ci si riconcilia con persone che ormai non ci sono più, si tenta di giustificare un percorso di vita sbagliato anche se, purtroppo, il presente non può essere mutato. A volte basta una sola frase, come quella del quarto episodio, quando Michico, la figlia ribelle, sta per esaurire il tempo concessole nel passato e, asciugandosi le lacrime, riesce finalmente a sussurrare al padre che sta per lasciarla “… sono felice di essere tua figlia”.
Ritornando al passato, si fanno i conti con la propria coscienza e gli affetti perduti: è una sorta di miracolo che non cambia il presente ma che permette di ripercorrere la propria vita e rimediare a lacerazioni apparentemente insanabili ed a tormenti ai quali si vuole a tutti i costi porre fine.
Tutti avrebbero potuto agire diversamente, ma hanno avuto il coraggio di ritornare al passato e di rievocare l’accaduto sotto altri aspetti per poter vivere il presente serenamente e senza rimorsi: imparare dai propri errori è ciò che conta veramente, sembra ammonirci l’autore. La caffetteria serve a questo: l’idea è originale ed ha rappresentato un fenomeno editoriale di grande successo, sia in Giappone che all’estero, soprattutto in Italia. In fin dei conti possono essere considerate favole per adulti, che accarezzano l’anima e stimolano buoni sentimenti. Gli episodi raccontati sono esemplari e toccano comportamenti della vita di tutti i giorni: sembrano scelti dall’autore con cura, a rappresentare esempi di vita comuni e abbastanza frequenti, vicende che accadono e fanno riflettere, costringendo a rimpianti quando ormai il tempo è scaduto e non è più possibile porre rimedi. La caffetteria speciale è, purtroppo, solo una originale e fantastica invenzione letteraria, che aiuta però ad immaginare un futuro più sereno.
Lo stile è semplice, scorrevole come quello di una bella fiaba: non traspaiono intenti educativi, ma solo il desiderio di stimolare curiosità e riflessioni. Predominante il ricorso al colloquio, abbastanza frequente l’utilizzo di suoni onomatopeici. Allo stile non mi sento di dare un voto superiore a 3, al contenuto invece 5, se non altro per la trovata geniale, mentre assegno 4 alla piacevolezza, anche se nuoce un po’ la ripetitività degli argomenti.
Buona lettura!




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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Marzo, 2023
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La pediatra e il cappellano di Sua Santità.

Il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, mi è proprio entrata nel cuore e nel cervello. Questo è il quinto thriller con lei protagonista, e posso solo confermare un giudizio letto non ricordo dove: formidabile. Merito naturalmente di una mia collega, la dottoressa Cristina Cassar Scalia, che riesce (quanto la invidio!) a confezionare storie che, quando cominci, non le lasci più, restando agganciato a trame che t’avviluppano e che non vanno mai a finire come ti aspetti. Vanina scava, scava, perché, come lei stessa ne è convinta, “le cose non sono mai come sembrano”.
Questa volta la prima sorpresa è il ritrovamento di un cadavere, si saprà poi che è quello di una pediatra dell’Ospedale, in una sala del Grand Hotel della Montagna, sull’Etna, la “muntagna” di Catania: abiti scomposti, ecchimosi, segni di strangolamento. All’arrivo dei poliziotti, il cadavere non c’è più: la seconda sorpresa è che ne vengono trovati due nella cappella di un cimitero, lo stesso dell’hotel più quello del titolare della cappella, pure lui strangolato, un famoso monsignore, addirittura cappellano di Sua Santità. I due cadaveri accostati, uniti da un fiocco rosso, e circondati da lumini, a formare una macabra messinscena.
Entrano in azione Vanina e la sua impareggiabile squadra: dal capo supremo, il mastodontico Tito Macchia, che non nasconde più il suo legame con la morosa Marta Bonazzoli, all’ispettore Spanò ed ai vari “carusi” e “picciotti”, fino ad un ex commissario in pensione, l’onnipresente Biagio Patanè, che non sopporta la vita casalinga (ha una moglie impicciona e possessiva!) e riesce a dare sempre un parere non scontato. Li ho voluti citare quasi tutti, perché formano un tutt’uno solidale e compatto, fedelissimi (pure la figura apicale) a Vanina, che ha (finalmente!) concesso ai sottoposti di chiamarla cameratescamente “capo”.
Naturalmente partono le indagini a tutto campo: interrogatori e riscontri a familiari, conoscenti, colleghi, ispezioni in chiese e Ospedale. Proprio nel nosocomio salta fuori un caso di anni prima: la morte di una bambina, inevitabile, che aveva scatenato l’ira dei parenti, una ben nota famiglia mafiosa, con insulti e minacce di morte alla stessa pediatra. L’uccisione della dottoressa e del prete (che era stato cappellano anche in Ospedale) era forse un’atroce vendetta mafiosa? Un’allusione ad un accertato legame sentimentale tra i due?
Così pare ma, come ci ha abituati l’autrice in quasi tutti i suoi gialli, Vanina scava nel passato con pazienza certosina, ben consapevole che, come al solito, non tutto è come sembra: il colpevole viene alla fine incastrato, e non è, classico colpo di scena, quello che il lettore si aspetta.
Il romanzo è scorrevole, ben costruito, Vanina comanda e decide con un intuito infallibile, alternando il lavoro con le solite golose pause culinarie e le numerose Gauloises: c’è un pensiero che la turba nei momenti di tregua, il ricordo del padre ucciso dalla mafia e la difficoltà di scovare l’ultimo colpevole ancora libero. E poi un altro pensiero: il suo amato Paolo Amalfitano, sostituto procuratore alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che riemerge sempre e che le riserva un’ultima sorpresa nel capitolo finale.
Sullo sfondo, naturalmente, una Catania invernale e soprattutto “a muntagna”, l’Etna dalla cui sommità innevata inizia il racconto: una maestosa, splendida realtà, “in contrasto con il sole di Catania a due passi dal mare, ma con la neve a portata di mano”.
Chiudo con un’illuminante convinzione del commissario in pensione Biagio Patanè, che condivido in pieno: “… non c’è niente da fare. A 83 anni crogiolarsi nei propri acciacchi è severamente vietato. Perché uno tanto fa che alla fine se li peggiora da solo. L’unica è ignorarli”.
Da memorizzare!



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    23 Febbraio, 2023
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La vendetta diabolica di una "poveraccia".

Jake, la moglie Edie e Ryan sono tre amici, un trio apparentemente affiatato e consolidato fin dai tempi della scuola: Jack fa lo sceneggiatore televisivo e cinematografico, con poca fortuna e scarsi successi, Ryan lavora in ambito finanziario ed è di grande aiuto per Jake prestandogli denaro, Edie sembra apparentemente innamorata del marito ed ha una malattia alla retina che non le permette una visione chiara soprattutto quando la luce scarseggia. Tutto sembra filare liscio, anche quando passano lunghi periodi in una dimora isolata nei pressi di una scogliera a picco sul mare circondata da una fitta foresta: l’incanto è interrotto bruscamente da un inspiegabile delitto, quando Jake viene trovato riverso in una pozza di sangue con il cranio fracassato e Ryan, accanto a lui, disperato e inebetito, con un pezzo di vetro in pugno. Moglie affranta, Ryan che non sa spiegarsi: un’analisi a ritroso nel tempo dimostra che l’amicizia fra i tre protagonisti non era così idilliaca, e che dal passato emergevano invidie e risentimenti, tanto da causare frequenti litigi tra moglie e marito e rapporti sempre più teneri tra Edie e Ryan. Dal passato emerge anche una indecifrabile figura femminile, apparentemente amica di Edie e con un’adolescenza difficile e tormentata: sarà la protagonista delle fasi conclusive del thriller. Edie, ipovedente, sola, abbandonata, in un mondo per lei senza luce, non si fida più di nessuno e sembra avere gli occhi chiusi anche sull’evolversi della vicenda e non rendersi conto che storie del passato possono ripresentarsi ed esigere una spiegazione.
La Hawkins mostra grande abilità nello studio psicologico dei personaggi, dosando abilmente i colpi di scena e descrivendo con stile scarno ed efficace gli attimi drammatici che preludono la conclusione del thriller.
In conclusione, un buon thriller, da decifrare nella diabolica conclusione, enigmatica quanto il trio dei personaggi coinvolti.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    22 Febbraio, 2023
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Due delitti di cinquant'anni fa.

E’ il primo thriller della serie con protagonista il vicequestore Giovanna Guerrasi, detta Vanina, in servizio a Catania. E’ una donna dalle straordinarie capacità investigative, cocciuta, con un carattere non facile, single per scelta dopo la fine di una relazione difficile, tormentata ancora, a distanza di più di vent’anni, dall’uccisione del padre da parte della mafia. Il lavoro è la sua unica ragione di vita, anche se ama i vecchi film in bianco e nero sulla sua Sicilia, le sigarette (esclusivamente Gauloises) e la buona tavola. L’Etna da qualche giorno non dà pace ai catanesi, ed una sottile polvere nera “che fa l’aria fumosa” sembra offuscare il cielo e coprire ogni cosa. Ma l’attenzione di Vanina si concentra subito su un nuovo caso: nello scantinato di una villa fatiscente, abbandonata dal 1959 e abitata saltuariamente dal figlio, Alfio, di un noto ricco faccendiere del posto, Gaetano Burrano, viene rinvenuto un cadavere mummificato, lì giacente da più di cinquant’anni e identificato in seguito come quello di una nota maitresse del più rinomato bordello di Catania. Partono le indagini, complicate dal tanto tempo passato: la squadra di Vanina inizia a lavorare sodo, aiutata da un vecchio commissario in pensione cui non par vero di rendersi di nuovo utile, con le sue conoscenze e la sua esperienza. Le ricerche in un lontano passato sono estremamente difficoltose e complesse, anche perché viene alla luce che anche Gaetano era stato ucciso circa cinquant’anni prima ed era stato condannato come colpevole un suo uomo di fiducia, risultato poi innocente. Non mi dilungo oltre, lascio ai lettori la curiosità di seguire Vanina nello sbroglio della matassa, non facile a tal punto da far perdere talvolta a chi legge il filo del racconto. Gli indagati sono molti, vecchi e nuovi, l’intreccio tocca tutta una rete di interessi, risentimenti e tradimenti, poteri occulti, false piste, una striscia di sangue che continua fino ai giorni nostri e che mette a dura prova Vanina e la sua équipe, a dimostrazione, come afferma la Guerrasi che “… spesso le cose non sono come sembrano: non dimenticate mai questa regola basilare”. E infatti solo nei capitoli finali, come spesso accade nei thriller dell’autrice, vengono alla luce i veri colpevoli dei vari delitti (non sono solo due!) in seguito ad un filone investigativo nuovo rispetto alle indagini primitive.
Il romanzo è infarcito di Sicilia: non solo il mare e le spiagge, il cibo regionale, i paesaggi con l’Etna in attività sullo sfondo, ma anche il dialetto soprattutto nei colloqui e, non da ultimo, la poderosa cineteca di Vanina con quasi tutti i classici in bianco e nero della filmografia locale.
Giovanna Guerrasi è un personaggio quanto mai indovinato. E’ stata definita da un critico letterario “formidabile” ed in effetti la sua figura domina la scena: sia quando dà ordini perentori ai collaboratori, che la seguono senza esitazioni quasi affascinati dal suo carisma, sia quando si concede momenti di tregua. Scopriamo allora un’altra poliziotta, con i ricordi del padre assassinato da una gang mafiosa e di un colpevole ancora latitante o i rimpianti per un amore lontano, ma sempre vivo nei suoi pensieri: Vanina sembra allora diventare fragile, indifesa, e trova compensazione nelle amiche sigarette o in bar e ristoranti della sua zona per cappuccini, brioches e qualche manicaretto della cucina siciliana che ”spazzola” con soddisfazione da vera buongustaia. Una forte e decisa donna del sud, Vanina, che si oppone con rabbia e determinazione al crimine, disposta a tutto, anche a pagare le conseguenze di scelte sbagliate: ha una squadra che non tentenna e che soprattutto riconosce in lei il capo indiscusso e capace.
Una sorpresa nell’ultima pagina: possono riaprirsi antiche ferite o ridare un senso alla vita tormentata della poliziotta di Catania. I prossimi romanzi chiariranno (forse) il dilemma.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    21 Febbraio, 2023
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Un cadavere in carrozza.

I tre giorni di festa in onore di Sant’Agata stanno per finire. Siamo a Catania, primi di febbraio, due studentesse francesi iscritte ad un corso Erasmus dell’università entrano per curiosità nel Palazzo degli Elefanti, sede del Comune, e scoprono all’interno di un’antica carrozza (detta “ del Senato”), parcheggiata nell’androne, il cadavere di un uomo con la gola tagliata. Con le urla delle ragazze inizia il thriller ed entra in scena l’équipe investigativa guidata dal brillante vicequestore Giovanna Guerrasi, la Vanina di una serie ben collaudata: l’esperta poliziotta è ben nota per le sue capacità, ha un carattere difficile, è benvoluta dai suoi e ammirata dal suo capo, Tito Macchia, un omone grande e grosso che dirige la squadra Mobile. Il nome della vittima, Vasco Nocera, amplia le ricerche a parenti vicini e lontani e approfondisce le ricerche sulla vittima, un anziano sfaccendato, implicato in compravendite di immobili e altri traffici, separato dalla moglie ma immischiato in avventure galanti. Le indagini sospettano una vendetta amorosa, anche perché vengono alla luce validi motivi che potrebbero suffragare un delitto per gelosia, ma la nostra Vanina, che ama scavare in profondità valutando anche i riscontri apparentemente meno significativi, riesce a individuare un filone ben lontano dalle evidenze, una storia legata addirittura alla seconda guerra mondiale e ad una serie di ingiustizie, truffe ed eventi anche delittuosi. Assicurato alla giustizia il vero colpevole, Vanina non tralascia un’altra ricerca che le sta a cuore: rintracciare, grazie all’aiuto dei colleghi di Palermo, l’ultimo latitante della banda che uccise suo padre vent’anni prima. Ne conseguono diversi viaggi a Palermo, la sua amata Palermo, dove c’è anche qualcuno che, ricambiato, le vuole bene.
Il personaggio di Vanina si impone con naturalezza: fossimo in ambiente cinematografico, si direbbe che buca lo schermo, con i suoi pregi e le sue abitudini, in primis l’abuso di Gauloises, la passione per la buona cucina e gli spuntini disseminati qua e là. La scrittrice è riuscita a creare una figura di poliziotta che entra subito nelle simpatie del lettore, dura e burbera quando occorre con i sottoposti, fragile e stizzita quando, ad esempio, percorre la Catania-Palermo, una delle autostrade più disastrate d’Italia, a gran velocità. Il lavoro è la sua priorità, un lavoro ossessivo e minuzioso, che rende insonni le sue notti, con la speranza, afferma che “… a un certo punto della vita la priorità è scialarsela il più possibile e come meglio si crede”. Neppure lei sa quando questo “certo punto” si presenterà.
Lo stile narrativo è puntuale ed essenziale. Nei colloqui è ben dosata l’espressione dialettale. Una Sicilia invernale fa da sfondo naturale alla vicenda; non è una Sicilia da cartolina, ma è quella in cui opera la nostra poliziotta, caratterizzata da una città, Catania, ricca anche di locali alla moda, ristoranti etnici, ritrovi festaioli. Del resto la scrittrice stessa afferma in un’intervista alla Gazzetta del Sud di sentire la Sicilia come “un vero e proprio personaggio dei suoi libri, capace di essere una grande attrattiva sui lettori”.
Un thriller consigliabile, anche per l’abilità dell’autrice di far convergere l’attenzione su un determinato filone di indagini per poi spiazzare il lettore con un colpo di scena magistrale, a coronamento di una serie di indizi raccolti pazientemente nei capitoli finali.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Febbraio, 2023
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L'assassinio di due gelatai a Catania.

La protagonista di una serie di gialli di Cristina Cassar Scalia, medico oculista e scrittrice, è Giovanna Guerrasi, detta Vanina, vice questore aggiunto alla Mobile di Catania. Nata a Palermo, dopo un periodo alla Questura di Milano è rispedita nella sua Sicilia, ma a Catania, destinazione non molto gradita ma comunque accettata senza problemi. Vanina è donna di forte carattere, burbera, buongustaia, appassionata di cinema e accanita fumatrice, ben nota nell’ambiente perché figlia di un ispettore di polizia ucciso dalla mafia una ventina d’anni prima. Nel romanzo deve indagare sull’assassinio di un famoso gelataio catanese, Agostino Lomonaco, padrone di alcune gelaterie della città: lo trovano dietro il bancone con il cranio fracassato, e Vanina con la sua squadra dà il via a indagini difficili e complicate, che coinvolgono i due figli, la moglie e un vecchio collaboratore, Ruggero Cammarata, che vende gelati con il carretto e aveva (e forse ha ancora) un legame affettivo con la moglie del collega, tanto da far dubitare sulla paternità della figlia.
Vanina sa il fatto suo, ama scavare nel passato degli indagati, non si lascia ingannare da sospetti fuorvianti: debiti di gioco e smercio di droga indirizzano il fiuto della brava Guerrasi nella direzione giusta, aiutata da una squadra ben addestrata. Il colpevole, che ha intanto commesso un altro delitto, confessa, e Vanina, soddisfatta, convoca tutta la sezione nel suo ufficio. “Picciotti, siete stati bravi anche stavolta, ho fiducia in voi”, li premia la Guerrasi, autorizzandoli a chiamarla “capo”, come era accaduto con la sua precedente squadra di Palermo.
Leggendo non si può non ricordare il Montalbano del compianto Camilleri: Vanina sembra una versione femminile del commissario camilleriano, anche lei ha una vita sentimentale vaga e con appuntamenti saltuari, anche lei vive per il suo lavoro, con collaboratori ben caratterizzati, anche lei ha la sua trattoria preferita, dove “spazzola” con gusto i piatti preferiti. Anche se, dobbiamo dirlo, la Sicilia della scrittrice non è quella di Camilleri , come lei stessa afferma in un’intervista a ilLibraio.it, ma quella che lei stessa vede e nella quale vive, una Sicilia antica e contemporanea insieme, “ quella del passato ma anche quella degli aperitivi e dei ristoranti giapponesi”. E’ una Sicilia che avvolge con i suoi profumi e il suo calore tutta la storia, rendendone l’ambientazione unica e suggestiva, e poi c’è una città affascinante in cui succede tutta la vicenda, Catania, con il suo traffico incessante, le sue contraddizioni e le sue peculiarità, ben diversa da Palermo, la città più amata da Vanina.
Lo stile è semplice, lineare, scorrevole, impreziosito da termini dialettali, soprattutto nei dialoghi, e da modi di dire tipicamente siciliani: si legge con piacere, invogliati a vivere un’altra avventura della poliziotta siciliana.

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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Febbraio, 2023
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Le luci e i carrelli.

“Guarda le luci, amore mio”, sussurra una mamma alla bambina nel passeggino: sono le luci del supermercato di un grosso centro commerciale francese, luci che illuminano un’umanità variopinta che va e viene, un’onda in perenne movimento sempre in cerca di qualcosa da depositare nel carrello. Qualche scrittore ha forse dedicato parte del suo tempo a descrivere in un articolo giornalistico quelle isole di consumismo e di aggregazione che sono i centri commerciali, nessuno come Annie Ernaux, che si è impegnata in un saggio autobiografico sulle sue visite prevalentemente all’Auchan, una famosa catena di supermercati. E’ un mondo a parte, un’esperienza che l’autrice descrive in tutti i particolari, traendone sensazioni nuove a contatto con un’umanità dalle mille sfaccettature. Le osservazioni sono acute e inducono a riflettere su gusti, tendenze, comportamenti: ad esempio sul rapporto tra la merce sul nastro trasportatore e la tipologia dell’acquirente, sul divieto di sfogliare giornali e gli stessi sgualciti da lettori occasionali, sul centesimo in meno di taluni prodotti per dare l’illusione di un costo più conveniente, sulle frenetiche giornate in varie occasioni (festa della mamma, festività natalizie o pasquali …), sul grigiore dei reparti discount con prodotti impilati o ammucchiati in cassoni …
E poi le file alle casse, quando ci si guarda in silenzio aspettando il proprio turno con l’ingiustificato timore che la gente giudichi i nostri acquisti, la salita sulle scale mobili e le occhiate furtive a quelli della scala opposta, le lungaggini dei pagamenti con assegni che frenano le code e accendono commenti impazienti, la strana sensazione che il tempo non scorra e che ci sia un presente “ripetuto miriadi di volte”, la stranezza delle ore serali, quando la gente è poca e si comincia a chiudere … E poi ancora l’accorato ricordo di un recente incendio in Bangladesh, in una fabbrica di “schiavi” (112 morti) addetti alla confezione di felpe e t-shirt per il nostro consumo.
La Ernaux sembra arrendersi di fronte all’imperante consumismo, si adegua, osserva senza proteste eccessive: mostra stupore, meraviglia di fronte a questi centri di aggregazione, conformandosi alle mode ed ai gusti del momento. Ma è anche conscia che questo tipo di vita collettiva prima o poi sparirà, soppiantato da nuovi sistemi commerciali individualistici tipo gli acquisti on-line o drive-in.
“Guarda le luci, amore mio”. Traduco: guarda le luci, goditi pure questi momenti, lasciati trasportare dall’onda della folla che consuma, ma non lasciarti ingannare, è solo un momento che passa e non lascia tracce.


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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Febbraio, 2023
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Una foresta maledetta.










E’ una delle ultime avventure di Mike Bennett, il poliziotto di New York già protagonista di una quindicina di gialli: chi lo segue sa che è vedovo, padre di una numerosa figliolanza e nipote di un anziano pastore di una chiesa locale. Si batte contro gli spacciatori che infestano la città, ha un figlio minorenne che si droga e, nell’indagine per scoprire i fornitori di droghe, ne uccide uno. Il figlio va in galera, colpevole di spaccio, gettando nella disperazione la famiglia e il nonno, appena ripresosi da un infarto. Queste vicende occupano quasi metà del romanzo: stanco e sfiduciato, Mike propone un periodo di vacanza alla famiglia, affittando una villa nel Maine, isolata ai margini di una foresta e sulle rive di un lago.
La vacanza si trasforma in un incubo: lo spaccio prospera anche nella cittadina più vicina, dove lavora una vecchia collega di Mike, e la scomparsa di due giovani induce i due poliziotti ad indagare, scoprendo nella foresta sepolture di individui morti per abuso di droghe o fatti fuori per regolamento di conti tra spacciatori. Il boss dello spaccio, temuto e protetto, viene alla fine individuato e arrestato, grazie anche alla collaborazione di una giovane solitaria e stravagante, cresciuta in un ambiente malsano ma ansiosa di redimersi.
E’ la traccia di un giallo ovviamente più complesso ma prevedibile in tutti i suoi momenti e abbastanza banale. Lo stile è essenziale, senza particolari approfondimenti, a parte l’ovvia condanna dello spaccio come vera piaga diffusa della società a tutti i livelli, le ripetute preghiere pre e postprandiali del vecchio nonno e la strana condanna del vegetarianismo (“Grazie al cielo, non siamo vegetariani e mangiamo carne a mezzogiorno e sera”).
Detto ciò, il giallo è l’ennesima produzione di un “brand” ormai funzionante a meraviglia: romanzi a palate, centinaia di milioni di copie vendute, uno staff editoriale ben oliato, uno stuolo di collaboratori e di coautori che, dal 2002, scrivono per l’autore: sembra infatti che da tale data solo il 20% dei romanzi sia opera esclusiva di Patterson, diventato ormai soprattutto amministratore del suo marchio.
Un romanzo pieno di buoni sentimenti ma privo di ambizioni letterarie. Premio i buoni sentimenti, con un bel 3 complessivo.










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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    11 Febbraio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

Le ambiguità di un particolare momento storico.

Il bravo commissario De Luca ritorna in questo giallo di Carlo Lucarelli: colpevole di aver militato nella polizia politica fascista e di aver indagato troppo sulla morte di un noto Onorevole democristiano dopo la fine della guerra mondiale (vedi “La via delle Oche” dello stesso autore), è ricattato, processato e sospeso dal servizio. Riprenderà dopo alcuni anni, confinato, sotto falso nome, ai Servizi segreti per la sua abilità investigativa. Deve trovare l’assassino della moglie di un famosissimo scienziato, il professor Mario Cresca, eliminato dagli stessi Servizi in un “combinato” incidente d’auto contro un camion, per timore che passasse ai russi dati riservati. Ma Stefania, la moglie, affogata in una vasca da bagno, chi l’ha fatta fuori? Questo deve ad ogni costo scoprire De Luca, da bravo “cane da tartufo”, come viene definito dai suoi superiori (“… vedi De Luca, per fare lo sbirro ci vuole un cuore di cane, ma di razza diversa. Ci sono i questurini comuni che hanno un cuore di cane da guardia, ci sono quelli della Mobile che ne hanno uno di cane da caccia. Tu sei cane da tartufo, ragazzo mio …”).
E De Luca indaga, in una Bologna invernale, resa vivibile da osterie accoglienti e da locali dove le canzonette dell’epoca si fondono con i primi ritmi jazz, sempre controllato e sorvegliato con discrezione, in ambienti nei quali non sai mai distinguere chi ti è amico da chi ti è ostile e segue ogni tuo movimento. E’ veramente un intrigo, molto intricato ma nel contempo intrigante: suscita la curiosità di chi legge, ma talvolta si perde il filo del racconto, navigando tra certezze e sospetti. I Servizi segreti vanno per le spicce: in nome del “bene supremo dello Stato” e nel timore di pericolose invadenze dei sovietici, sempre con un occhio nostalgico al passato, hanno assoldato un ex SS per i lavori sporchi e le soluzioni terminali. C’è anche spazio per una delicata storia d’amore tra De Luca ed una cantante di musica jazz, un’italiana nata all’Asmara, che ha fatto la lotta partigiana e che ricorda molto la bell’abissina di “Via delle Oche” dello stesso autore. Il povero De Luca rischia anche di essere eliminato, in un incidente d’auto combinato, perché sa troppe cose: ma sembra essere un errore, forse un avvertimento, sembrano scusarsi i Servizi segreti, perché non tutto può filare sempre in modo perfetto. Durante il ricovero ospedaliero, lo assiste un vecchio collega, Pugliese, allontanato dalle indagini romane sul famoso caso Wilma Montesi, forse per essersi avvicinato pericolosamente ad una verità imbarazzante. Ma, tornando all’indagine affidata a De Luca, la signora Stefania chi l’ha ammazzata? Questo caso doveva risolvere De Luca e questo caso, a modo suo, riesce a risolvere: il colpevole ovviamente c’è, ma non è mai stato neppure lontanamente sospettato. Solo un abile “cane da tartufo” come De Luca scopre un’imprevedibile verità: un colpo di scena veramente magistrale di Lucarelli, che mette però nei guai De Luca. Il nostro ex commissario è venuto a conoscenza di troppi segreti e teme per la propria incolumità: alla fine, promette di tacere, ma vorrebbe, in cambio, essere reintegrato nella Mobile.
E’ solo una traccia dell’intrigo, che ha molte sfaccettature e, come sfondo, una Bologna fredda ed innevata: siamo tra dicembre 1953 e gennaio 1954, l’Italia si sta risollevando dalle rovine della guerra, tra il boom economico e le incertezze di una guerra fredda sempre più evidenti, complicate da un calo notevole di consensi per il partito dominante, la Democrazia Cristiana. Lucarelli sa cogliere il momento particolare del Paese, interpreta le ambiguità di un’Italia divisa tra fazioni opposte e narra vicende che sottolineano bene le incertezze e le storture del particolare momento storico.
Lo stile è come di consueto scarno, essenziale, senza inutili fronzoli e divagazioni. Il giudizio non ottimale sul contenuto e la piacevolezza risente della difficoltà per il lettore di seguire una trama complessa, costellata da eventi a volte forzati ai limiti della credibilità. Interessante l’idea di far precedere i vari capitoli da titoli e notizie dei giornali e dei periodici più popolari dell’epoca.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    07 Febbraio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

La verità nascosta

“Italiani votate, fate votare, votate bene !”. Dai manifesti che tappezzavano le città tutti erano invitati ad andare alle urne per le prime elezioni libere dopo la fine della seconda guerra mondiale. Era il 1948, la neonata Repubblica Italia si apprestava al voto in un clima di crescente tensione politica e sociale: il fascismo era sconfitto, il pericolo comunista incombeva, era in atto uno scontro di civiltà in cui si fronteggiavano la Democrazia Cristiana da una parte, il Fronte Popolare dall’altra con contrapposizioni continue, esasperazione, demonizzazione dell’avversario. Anche nella polizia c’erano evidenti contrasti tra chi era rimasto fedele al vecchio regime e chi invece aveva simpatizzato per le forze partigiane: l’atmosfera non era idilliaca ed il bravo commissario De Luca, che, da membro della polizia politica fascista, aveva sempre fatto il suo dovere con i vecchi padroni (i partigiani volevano addirittura fucilarlo!), era stato retrocesso a vicecommissario addetto alla Buoncostume. Ed ecco che, proprio in questa veste, gli capita di indagare su un omicidio scoperto in un bordello bolognese di infima categoria, dove un serafino (così era chiamato l’uomo di fatica, una specie di tuttofare) viene trovato impiccato. Liquidato sbrigativamente come suicidio, De Luca non ne è convinto e ostinatamente vuol far chiarezza, osteggiato in tutti modi. Il suo dovere è perseguire i colpevoli, indipendentemente dal colore politico e dal particolare momento storico. Altri omicidi si susseguiranno per coprire una verità che deve assolutamente rimanere nascosta, per il bene del Paese, una verità terribile che riguarda il decesso di un grosso esponente politico democristiano, un Onorevole tutto “Casa e Chiesa”, avvenuto proprio nel bordello incriminato dove si era recato nottetempo per incontrarsi con una giovanissima biondina. De Luca riuscirà ad arrestare un colpevole, per traffico di armi, ma sarà messo a tacere tramite un odioso ricatto riguardante il suo passato fascista: reo di aver fatto il suo dovere fino in fondo, attenderà, alla fine del romanzo, le decisioni del nuovo questore e del giudice istruttore, ai quali dovrà presentarsi.
Intanto la Democrazia Cristiana ha vinto le elezioni politiche, ma ci saranno a luglio dello stesso anno (1948) sommosse popolari per l’attentato a Togliatti, capo del Partito Comunista: la bella vittoria, quanto mai opportuna, di un grande Gino Bartali al Tour de France riuscirà a placare gli animi.
Il giallo è piacevole e si legge con curiosità anche per la narrazione puntuale di vicende storiche del passato, vicende che ricordo benissimo perché mi hanno riportato ai miei anni giovanili ed al clima del tutto particolare del dopoguerra. Lucarelli ha il pregio di fondere sapientemente le storie poliziesche che racconta, con il più grande respiro della Storia, incidendo profondamente nel contesto di quegli anni, sondando umori, aspettative, ambiguità e torbidi interessi personali. Ne esce il quadro di un Paese che ha comunque saputo sollevarsi dalle tragedie della guerra, anche se a costo di grandi sacrifici per alcuni ed a caro prezzo per altri.
Ricordo infine che “Via delle Oche” ha vinto nel 1996 il Premio Scerbanenco per il miglior giallo “noir”, cioè per quel tipo di romanzo in cui il protagonista, un “duro” tutto d’un pezzo che perseguita i malviventi, è nel contempo perseguitato da un sistema politico corrotto: proprio il personaggio interpretato dal bravo De Luca.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    04 Febbraio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

Il commissario Marino sul filo del rasoio ...

Per uno come me che ha passato l’ottantina da diversi anni, il titolo del libro di Lucarelli evoca una canzoncina degli anni Quaranta del secolo scorso, “Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora s’avvicina …”, un motivetto che, come ricorda anche l’autore, non era visto con simpatia dati i riferimenti razziali. Alle elementari preferivano farci cantare “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza ecc. ecc.”, più consona agli ideali di allora. Detto ciò, la bell’abissina del titolo è una bella meticcia, innamorata persa di Attilio, uno strano giovane di Cattolica, figlio di un potente personaggio del posto, uno che, partendo da umile pescatore, aveva fatto fortuna costruendo un impero di traffici immobiliari più o meno leciti in Africa e in Italia, protetto dal regime. Attilio e Weinì (così si chiama l’abissina) sono i due personaggi attorno a cui ruota tutta la vicenda: ingenua lei, freddo e calcolatore lui, fascista per convenienza, sicuro e protetto da un sistema che gli permette di comportarsi come meglio gli conviene. E poi c’è il commissario Marino, antifascista, in contatto con esponenti di Giustizia e Libertà: riesce a barcamenarsi, anche se si sospetta di lui, tanto da farlo pedinare da due scagnozzi del partito. Intanto Marino scopre in Attilio un pericoloso assassino, che uccide periodicamente giovani donne con difetti fisici: teme per Weinì, la mette in guardia, cerca di smascherarlo e di salvare la giovane in un finale travolgente (posso dire anche un po’ inverosimile) che ovviamente non rivelo, proprio alla vigilia dell’annuncio fatidico del Duce. L’Italia entrerà in guerra a fianco dell’alleato tedesco, l’avvenire appare radioso ai colleghi del nostro commissario, che finge contentezza brindando ad un sereno avvenire.
La storia si dipana su due filoni. Una storia con la esse minuscola fatta di molti personaggi, fascisti e antifascisti, indagini locali, scoperte agghiaccianti, scontri e accuse, bevute e balli al ritmo delle canzonette di allora e dei primi ritmi, appena tollerati, della musica d’oltreoceano (definita dal Duce “perversa e negroide”).
E poi c’è la Storia, il regime che impone le sue ferree leggi, comprese le odiose leggi razziali che impedivano addirittura rapporti sessuali con persone di razza diversa, le attività clandestine, l’impunità di personaggi che proprio grazie alle coperture politiche potevano fare affari di ogni tipo ed arricchirsi illecitamente. E questa Storia non risale a tempi remoti, ma ha caratterizzato la nostra vita abbastanza recentemente, alcuni decenni fa. Aveva ragione Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scriveva: “La storia dell’uomo non presenta altro che un passaggio continuo da un grado di civiltà ad un altro, poi all’eccesso di civiltà e finalmente alla barbarie , e poi da capo”.
Carlo Lucarelli procede magistralmente sui due filoni, anche se vanno segnalate alcune inesattezze riguardanti situazioni e date: il figlio di Mussolini, ad esempio, diventerà abile jazzista ben dopo la fine della guerra e non, come scrive l’autore, nel 1940, quando aveva solo 13 anni. Piccoli refusi, che non intaccano la piacevolezza della lettura e la capacità dello scrittore di far rivivere periodi e ambienti ben noti a chi ancora ne ha ricordi indelebili. Concordo infine con chi accosta Lucarelli a Raymond Chandler: il commissario Marino del romanzo ricorda il Philip Marlowe dell’autore americano, disincantato e ironico, ma pronto all’occorrenza ad usare metodi sbrigativi e violenti.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    01 Febbraio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

"Mia madre è priva di storia, c'è sempre stata".

Annie Ernaux annunzia la morte della madre, avvenuta il 7 aprile, in una casa di riposo dell’ospedale di Pontoise, dove era ricoverata, ormai ottantenne, per morbo di Alzheimer.
Così inizia, in modo scarno, il ricordo di una donna, madre, amica e nemica, guida e conforto, legame indissolubile con un mondo lontano ma sempre vivo e ben radicato nel cuore e nella mente dell’autrice. E’ un diario di un centinaio di pagine, la cronaca completa e volutamente minuziosa di una vita: con la consueta prosa essenziale e apparentemente fredda, la Ernaux, dopo aver descritto con lucida commozione i momenti del funerale e dell’inumazione, ripercorre anno dopo anno, la vita di sua madre, una donna di umili origini, dotata di una volontà ferrea e di un non comune coraggio. Dalla frequentazione della scuola fino a 12 anni al lavoro in una corderia, dove trova più avanti negli anni il futuro marito, con il quale rileva uno spaccio alimentare, che, faticando duramente, riesce a mandare avanti da sola, anche negli anni bui dell’occupazione tedesca. Non si scoraggia mai, si tinge i capelli, ci tiene ad apparire bella e ad emergere dal mondo da cui proviene, soprattutto per il bene della figlia e per cercare di darle quello che lei non aveva potuto avere: scuola ed educazione. Nascono i primi conflitti, Annie, adolescente, vuole la sua libertà, le schermaglie con la madre lasciano il segno: la ragazza cresce, la madre sembra non accettare il desiderio di indipendenza della figlia, le sue idee, l’allontanamento dalle pratiche religiose …
Gli eventi si susseguono: Annie si sposa, il padre muore di infarto, la madre resta sola. I rapporti si riallacciano, la famiglia di Annie ospita la madre in più periodi fino alla comparsa dei primi segni di demenza, si rende indispensabile il ricovero in ospedale, poi in casa di riposo fino alla morte.
Il pianto disperato della figlia fa capire che i conflitti sono sanati da tempo e che ritorna prepotente il rapporto che non è mai veramente venuto meno: un legame profondo, che, pur non trasparendo dalla dettagliata cronaca di una vita, sempre si intuisce, sta nascosto tra le righe quasi per pudore, per non mettersi troppo a nudo, per non rivelare sentimenti profondi inesprimibili in parole. Sentimenti che Guy de Maupassant aveva magistralmente espresso in queste poche righe: “ Si ama la propria madre quasi senza saperlo, perché è naturale come vivere, e avvertiamo la profondità delle radici di tale amore solo al momento della separazione finale”.
La Ernaux descrive e trasmette le vicende di un mondo che non c’è più e nel quale ha vissuto anche momenti felici: la morte della madre rompe, afferma l’autrice, il legame con il mondo da cui proviene e che ha visto madre e figlia l’una specchio dell’altra.
“… era lei a unire la donna che sono alla bambina che sono stata”.

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Altri saggi di Annie Ernaux
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    29 Gennaio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

Marlowe, cavaliere senza macchia e senza paura.

Leggendo questo romanzo di Raymond Chandler ho colmato una lacuna. Non avevo mai letto nulla di Chandler, pur avendo visto diversi film tratti dai suoi romanzi, uno de quali interpretato da un affascinante ed enigmatico Humphrey Bogart: impermeabile, cappello floscio, sigaretta, un’icona di tempi passati, che mi sembra di rivedere scorrendo le pagine di “Il lungo addio” e rivivendo le vicissitudini di Philip Marlowe, l’investigatore privato protagonista, quasi al termine di una lunga carriera, rassegnato a scomparire lentamente dalla scena pubblica, sempre lasciando cuori infranti e segni indelebili dei suoi interventi: un perdente, all’apparenza, ma sempre in grado di risolvere i casi più complicati.
Siamo poco prima della metà del secolo scorso, in una Los Angeles viva e pulsante, una città in cui convivono miliardari, boss malavitosi, poliziotti corrotti in un intreccio inestricabile di interessi. La trama è molto complessa, riconducibile essenzialmente alle vicende di un celebre scrittore, Roger Wade, che, in preda all’alcoolismo ed a comportamenti violenti nei confronti della moglie, non riesce a terminare un suo romanzo: Marlowe è chiamato in aiuto, la vicenda si complica con gli omicidi dello stesso Wade e di una sua amante, figlia di un ricchissimo possidente locale. La polizia ha fondati sospetti: la comparsa di un personaggio dato per morto ed il suicidio di una delle protagoniste porrà fine a tutta la storia, che ha in serbo, lungo il suo dipanarsi, molte sorprese. Marlowe interviene da par suo, collaborando con la polizia, resistendo (ma non sempre) alla corte di donne affascinanti e, quando occorre, mettendo ko con colpi ben assestati pericolosi ceffi della malavita. Il personaggio è fondamentalmente malinconico, ligio alla convinzione che spesso il fine possa giustificare mezzi non proprio ortodossi: conserva sempre il suo aplomb, anche dopo bevute, pestaggi, sparatorie, con l’immancabile pacchetto di sigarette e qualsiasi tipo di bevanda alcoolica a disposizione. Alcuni critici hanno voluto vedere nello scrittore Roger Wade una sorta di autoritratto di Marlowe: stessi vizi, stessi tormenti, una malinconia di fondo rivelatrice di una sostanziale insoddisfazione nei confronti della propria vita e del proprio lavoro. Quello che Wade non ha è il ferreo autocontrollo di Marlowe, in qualsiasi circostanza: gli permette di sopravvivere, in un ambiente difficile, denso di pericoli.
Il romanzo è indubbiamente un capolavoro. La scrittura, ricca di spunti ironici e di profonde riflessioni, è ottima e scorre ora lenta e maestosa , ora impetuosa e piena di slanci improvvisi, con colpi di scena e trovate geniali.
Tra le curiosità, nel cap. 13 è descritto una specie di divertente catalogo, quasi completo a mio giudizio, di bionde: della tipologia fanno parte, secondo Marlowe/Chandler, la biondina graziosa che trilla e cinguetta, la biondona statuaria che ti tiene a distanza con un’occhiataccia azzurro ghiaccio, la bionda che ti guarda dall’alto al basso, la bionda tenera e disponibile (e alcolizzata!), la biondina briosa un po’ maschiaccio, la bionda pallida languida e ombrosa, la bionda sontuosa da esposizione che sopravvive ad almeno tre boss della malavita …
Ma non è tutta rose e fiori la vita di un investigatore privato. E, a conclusione della storia, ce lo spiega bene l’autore, con un memorabile ritratto di Philip Marlowe: “… e così è trascorsa la giornata di un investigatore privato. Che cosa spinga un uomo ad accettare una vita del genere, non lo sa nessuno. Non si diventa ricchi, non capita spesso di divertirsi: a volte ti pestano o ti sparano o ti sbattono in prigione. Ogni tanto, più di rado, si finisce perfino ammazzati. Un mese sì e uno no viene voglia di mollare tutto e di trovarsi un lavoro serio, almeno finchè si è in tempo e non si mostrano i primi segni di senilità …”.
Nonostante Chandler fosse più apprezzato dagli sceneggiatori cinematografici (quasi tutti i suoi romanzi sono stati tradotti in film) che dai critici letterari dei suoi tempi, “Il lungo addio” ha vinto nel 1955 il premio Edgar Award per il miglior romanzo giallo: a testimonianza sia del valore del romanzo nel campo del giallo investigativo, sia della raffinatezza della scrittura.




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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    22 Gennaio, 2023
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La solitudine di una donna.

Annie Ernaux ricorda in questo libro una sua interruzione di gravidanza, un “evento” avvenuto circa trent’anni prima, nel 1963, all’età di 23 anni: un’esperienza drammatica, che deve aver segnato profondamente la sua vita, in un periodo in cui l’aborto era considerato illegale, chi lo praticava o favoriva pesantemente perseguito ed i medici coinvolti radiati dall’Albo. Dopo un rapporto con un ragazzo che frequentava abitualmente, Annie si accorge di un ritardo nel ciclo: frequenta l’università, vive in uno studentato, riesce ad ingannare i genitori nelle visite a casa ma non a superare una sensazione di inadeguatezza nell’attesa di porre rimedio ad una situazione nuova e inaspettata, che genera paura, sconforto ed il timore di non saper trovare una soluzione. Soluzione che cercherà disperatamente: prima consultando amiche fidate, poi recandosi da un medico, infine ritrovando l’amico del cuore che le starà svogliatamente vicino preferendo in seguito allontanarsi ed assistere agli eventi da “spettatore”. Finalmente un’amica le darà un indirizzo: una “fabbricante di angeli” porrà rimedio alle sue sofferenze con l’introduzione di una sonda che, pochi giorni dopo, provocherà l’aborto. L’espulsione dell’embrione ed il taglio del cordone ombelicale avverrà, con l’aiuto di un’amica fidata, nello studentato, ma occorreranno un ricovero ospedaliero ed un raschiamento per interrompere una copiosa emorragia.
Annie sembra rivivere, avrà scoperto l’indifferenza del prossimo, il cinismo delle strutture sanitarie, il muto rimprovero dei cosiddetti benpensanti, le leggi del momento aggirate da attività clandestine ben remunerate. Si convincerà che l’attesa di un figlio non desiderato ed il desiderio di abortire sono assimilabili allo stato di povertà della sua famiglia, non certo benestante: ma Annie è forte, ha la forza ed il coraggio di raccontare tutto, minuziosamente, perché non esistono realtà da nascondere e realtà da portare alla luce. Tutto va narrato, senza false paure o incertezze, tutto va messo in parole, soprattutto, scrive l’autrice, “quella che mi pare un’esperienza umana totale, della vita e della morte, del tempo, della morale e del divieto, della legge, un’esperienza vissuta, dall’inizio alla fine , attraverso il corpo”.
“…. e forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo, che il mio corpo, le mie sensazioni, i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intelligibile e di generale, la mia esistenza dissolta nella testa e nella vita degli altri”.
Oggi Annie Ernaux è sempre in prima linea nelle battaglie per la difesa dei diritti civili e della libertà assoluta delle persone: la sua testimonianza è oggi un monito per chi si ostina ad ostacolare o addirittura persevera nel negare i più elementari diritti umani.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    19 Gennaio, 2023
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"Lottare contro la lunga vita dei morti".

“ L’altra figlia” è la sorellina dell’autrice, morta di difterite nel 1938, all’età di sei anni, due anni prima della nascita di Annie Ernaux. Il romanzo è un racconto di poco meno di cento pagine sull’indelebile ricordo della piccola, presente in una vecchia foto ingiallita incollata su un libretto: un ricordo che non si attenua con il passare del tempo e che induce Annie ad una serie di considerazioni su un passato ormai lontano, ma sempre sorprendentemente evocato, ed un presente che non è solo insieme di ricordi, ma riflessioni profonde sulla vita, sulla morte, su quello che poteva essere e non è stato. In famiglia non se ne è mai parlato: i silenzi dei genitori sembrano evocare un dolore mai interamente sopito, qualcosa di indicibile talmente grande e sofferto da non poter neppure far riemergere ricordi. Solo un giorno, che l’autrice ricorda benissimo, la madre si lascia andare a confidenze con un’amica: Annie ascolta di nascosto, e viene a sapere che la sorellina era “buona”, mentre lei si comporta invece da “saputella, insolente e pestifera”. La rivelazione suscita rabbia e dolore : la sua vita cambia, nasce una crescente diffidenza nei confronti dei genitori, il confronto con la sorella suscita sensi di colpa, curiosità mista ad una inconfessabile gelosia. Le sembra quasi che la morte della piccola possa aver permesso a lei di sopravvivere, soprattutto quando, colpita da una grave infezione tetanica, riuscirà miracolosamente a cavarsela, grazie anche, secondo la madre, all’acqua benedetta ottenuta durante un pellegrinaggio a Lourdes. L’ingenuità della madre sembra placare Annie, in fin dei conti capisce che vogliono bene anche a lei e che lei stessa nutre per loro un affetto profondo, forse non interamente manifestato.
Il lungo racconto non può considerarsi narrativa, e neppure un diario: sembra una lunga lettera alla piccola scomparsa, l’esposizione di sensazioni, piccoli fatti, minuziose riflessioni, a volte intense, profonde, toccanti, soprattutto quando viene affrontato quel demone oscuro che è la vita, il destino, il rimpianto di come poteva essere e non è stato e soprattutto la convinzione che “ tu (la sorella) sei morta perché io sopravvivessi …”.
Annie Ernaux non desidera essere sepolta accanto ai suoi, perché si considera lei stessa “l’altra figlia”, quella fuggita via, lontano da loro. Immaginando di rivolgersi direttamente alla sorella che non c’è più, le sussurra che vuole “saldare un debito immaginario, dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato, oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra”.
“Lottare contro la lunga vita dei morti”.
Ecco, questa breve frase è forse la sintesi di tutto, dolore, rimorso, rimpianti, speranze.
Lo stile narrativo è scarno, severo, evocativo: leggendo, ognuno di noi potrà sicuramente trovare riflessi della propria vita.





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Altri libri della scrittrice.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    17 Gennaio, 2023
Top 50 Opinionisti  -  

Un delitto irrisolto del 1963.

“Marcello! Marcello! Marcello!, please, wake up! Marcello!...” L’incipit del romanzo fa riemergere ricordi lontani, quel “Marcello” gridato da una splendida Anita Ekberg ad un altro indimenticabile Marcello, la fontana di Trevi, Fellini, la Dolce vita.. Ed è proprio in quel periodo, gli anni Sessanta del secolo scorso, che Giancarlo De Cataldo ambienta il suo breve romanzo facendo magicamente rivivere la Roma di quei tempi, Via Veneto e dintorni, i flash dei paparazzi, la vita notturna luccicante di bar e ritrovi popolati da attori, giornalisti, ragazze pronte a tutto pur di conquistare una particina in un film, scrittori in cerca di fama e registi a caccia di spunti …
In questo ambiente vaga un giovane giornalista di un’importante testata, Marcello Montecchi, responsabile di una rubrica di spettacoli e cronaca mondana. E’ di origini romagnole, il padre lo vorrebbe alla guida dell’azienda familiare, lui lo accontenta una settimana all’anno, raggiungendolo sulle spiagge dell’Adriatico, ma la sua vita è a Roma, lì si trova come a casa sua. Chi lo chiama svegliandolo è Marianne, una bellissima modella di Oslo con cui convive: lo vogliono al giornale, una ragazza è stata uccisa con sette coltellate sul pianerottolo di un condominio. E’ Greta Muller, una biondina graziosa che Marcello conosceva bene, piuttosto timida, arrivata a Roma in cerca di lavoro, “un agnello in mezzo a un branco di lupi”, apparentemente indifesa ma ben determinata a trovarsi un posto nel mondo dello spettacolo.
Iniziano ovviamente le indagini, a Marcello piace interessarsi anche di cronaca nera, ha degli agganci, diverse sono le persone che Greta frequentava, tra le quali Thomas, un giovane industriale tedesco. E poi c’è Momo, un curioso tipo che conosce tutti, sa tutto, ricatta, è sempre al verde e campa stampando in proprio un giornaletto scandalistico, chiedendo e offrendo favori. Il caso passa poco a poco in seconda, poi in terza pagina, poi nel dimenticatoio. Un anno dopo però, ecco una telefonata a Marcello: un tale afferma di sapere tutto, accusa un fantomatico fratello ma si scopre che è un mitomane desideroso di pubblicità. Nel frattempo, il nostro Marcello, lasciato da Marianne ormai insofferente della vita che fa e dell’ambiente, vuole intraprendere la carriera di scrittore: presentato a Moravia e Pasolini, si sente preso in giro e rinuncia alle sue velleità letterarie.
Passano dieci anni, Marcello si è sposato, ha una figlia di tre anni. Momo, il vecchio trafficone, gli presenta un tale, ex carabiniere, che ha scritto un giallo in cui ripercorre le tappe del vecchio delitto: vuole fargli importanti rivelazioni, ma muore in un incidente d’auto.
Passano altri quindici anni. Marcello ha lasciato la moglie, lavora ora nel settimanale dello stesso gruppo editoriale, sembra precocemente invecchiato: rivede Marianne ad un concerto, ricorda il tempo che fu e rimpiange un passato di speranze e progetti mai avverati. E’ contattato anche dallo strano strampalato individuo di venticinque anni prima, che gli lascia due buste contenenti, lui afferma, prove del vecchio delitto. Congetture, ipotesi e l’indicazione di una persona da contattare, uno strano personaggio che dovrebbe sapere tutto, astuto e sfuggente.
Marcello è stanco, provato, deluso, sceglie di andare anticipatamente in pensione. Va a trovare Momo, ricoverato in una casa di riposo, convinto che sappia la verità sul famoso delitto: Momo, quasi morente, gli confida i sospetti su Thomas, l’intervento dei servizi segreti per proteggerlo, i sospetti su altri personaggi. Sta per uscire intanto il libro di una collega che ripercorre la storia di due famosi industriali, sempre in guerra tra loro: si dà il caso che uno sia proprio il vecchio amico tedesco di Greta, Thomas, divenuto nel tempo un potente e ricchissimo imprenditore.
Cala il silenzio sulla malcapitata Greta: il caso resta irrisolto, tra accuse, sospetti, notizie false e depistaggi. Marcello sale in macchina, se ne va, piange per non essere riuscito ad individuare un assassino: viaggiando immagina che la dolce Greta, vittima di un mondo crudele e insensibile, sia con lui, le chiede almeno un nome, ma lei gli sussurra di non averlo visto in volto, presa alle spalle prima di essere accoltellata …
“Neanche lei allora, neanche lei avrebbe mai saputo”.
Naturalmente il romanzo è più complesso, innumerevoli sono i personaggi, molti gli incontri con figure illustri dell’epoca: c’è anche il ricordo della morte di Papa Giovanni e di uno dei suoi ultimi discorsi. Lo stile è scorrevole, con qualche inesattezza ( un errore nel cognome dei personaggi, lo scambio di una persona per un’altra) ed un susseguirsi degli eventi a volte non ben chiarito, anche per i salti temporali tra le varie parti del romanzo, dal 1963 al 1988. La figura del protagonista, Marcello, ne esce un po’ evanescente, priva di una netta caratterizzazione, forse in modo voluto: lo richiedevano, probabilmente, sia il tipo che l’autore ha voluto rappresentare, sostanzialmente deluso da una vita banale con qualche ambizione letteraria ma senza particolari interessi, soprattutto politici, sia l’ambiente mondano e dispersivo in cui era costretto a lavorare.
Affascinante invece l’ambientazione: quella Roma felliniana, rutilante e crudele, dove certi delitti fanno quasi parte di una sceneggiatura obbligata, resta dentro e non si dimentica facilmente.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Gennaio, 2023
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Il declino di un indimenticabile investigatore.

Harry Bosch, il detective di Los Angeles della famosa e fortunata serie di Michael Connelly, si è ritirato dal servizio attivo e, con la collega Renée Ballard, svolge privatamente attività investigative: il duo, molto affiatato, si scioglie quando la Ballard viene richiamata in servizio e messa a capo di una nuova Unità Casi Irrisolti, sponsorizzata da un noto politico locale, Jake Pearlman, che vuole far luce sul brutale assassinio della giovanissima sorella Sarah, avvenuto molti anni prima (nel 1996) e mai risolto. Naturalmente la Ballard vuole Bosch nel suo team: lui accetta (è il quinto giallo della serie Ballard-Bosch), anche come volontario, senza distintivo né pistola, ricostituendo così il già sperimentato e affiatato duo. I casi irrisolti sono molti, giacciono in faldoni nei sotterranei (“la biblioteca delle anime perse”, la chiama Bosch), in attesa di essere riesumati e riesaminati, alla luce anche delle più moderne tecniche investigative: spicca su tutti la vicenda della famiglia Gallagher (padre, madre e due figli), sequestrati, portati nel deserto e uccisi con una pistola sparachiodi da un killer ignoto. Ma la priorità va ovviamente alla soluzione del caso che più interessa Pearlman, la morte della sorella. Gli investigatori si danno da fare, Bosch indaga da par suo, contravvenendo alle regole imposte dalla Ballard e sempre insofferente alla disciplina, convinto come sua abitudine che giustizia vada fatta a qualunque costo: qualche screzio sembra incrinare la pluriennale amicizia con la collega, ma alla fine la soluzione del caso, grazie anche all’aiuto di genetisti per il reperto di un DNA sospetto e di una singolare genealogista (è anche sensitiva), viene alla luce in modo inaspettato: il killer, autore anche di altri omicidi a sfondo sessuale, è una persona insospettabile che fa addirittura parte del nuovo team investigativo, sa che Bosch è sulle sue tracce, tenta di eliminarlo ma, alla fine, messo alle strette si suicida. Non resta che dedicarsi al caso Gallagher: i sospetti convergono sul collaboratore di Gallagher, titolare di un’impresa di macchinari per l’edilizia, Finbar Mac Shane, sparito dalla circolazione dopo la scomparsa della famiglia. Bosch procede minuziosamente, indagando anche per conto suo: è ormai anziano, stanco, le ferite per lo scontro a fuoco con l’assassino di Sarah lo hanno indebolito, ma non si dà per vinto. Scova il colpevole, sta per essere sopraffatto ma riesce ad avere la meglio e ad eliminarlo. Ballard, all’oscuro della sua iniziativa, lo trova infine sul luogo dello scontro finale: Bosch ha risolto il caso Gallagher, ma sembra rassegnato, indebolito anche dagli effetti del contatto con il Cesio radioattivo che da qualche anno ( vedi “La fiamma nel buio” del 2020) sta compromettendo la sua salute. L’ultimo commovente atto che compie, come promesso ai parenti una volta concluso il caso, è quello di spargere al vento, nel deserto, le ceneri dei Gallagher, accompagnato da Renée Ballard: “è un mondo pieno di rabbia, le persone fanno cose che non ti aspetteresti mai”, dice. Ammirando i fiori bianchi che spuntano dalla sabbia (le “Stelle del deserto”), Bosch sembra infine trasmettere a Renée la speranza in un futuro migliore: “… sono fiori incredibili, forti e implacabili, resistono al caldo e al freddo, a qualunque cosa provi a fermarli … sono come te”.
E’ un romanzo piacevole, ben costruito, scritto con il consueto stile essenziale, preciso, che connota e caratterizza i due personaggi principali, già ben collaudati in opere precedenti. Non mancano importanti figure secondarie, ben caratterizzate: ad esempio il politico ed un suo tirapiedi che vogliono esclusivamente per interesse personale risultati immediati, la figlia di Bosch, poliziotta che trepida per le indagini e la salute di un padre ormai anziano, una collaboratrice che crede di avere poteri extrasensoriali, fortemente osteggiata dalla Ballard e da Bosch, abituati ad utilizzare dati concreti e prove tangibili.
E’ ben nota la passione di Bosch per la musica: il passare degli anni ha modificato i suoi ascolti, tendenti in questo ultimo romanzo a preferire ritmi più lenti ed inclini alla malinconia, valga per tutti il celeberrimo “Whiter shade of pale”, una languida melodia dei Procol Harum che Bosch ascolta come sempre in solitudine, pensando al passato, a tempi forse più felici.
“La stella del deserto” va letto da chi ama il genere poliziesco, anche per capire risvolti meno noti del protagonista, la sua voglia di rendersi ancora utile nonostante le difficoltà legate all’età, alla malattia e ad un inesorabile declino: potrebbe anche essere una delle ultime avventure di un grande detective, difficilmente dimenticabile.



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    31 Dicembre, 2022
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Il dolore e la speranza in un futuro migliore.

E’ il tredicesimo capitolo della serie dedicata al commissario napoletano Ricciardi, siamo nell’aprile del 1939, un mese primaverile particolare e suggestivo, un mese di profumi, novità, sorprese, ma anche di rimpianti e ricordi che scavano nell’anima e rinnovano dolori mai sopiti. E’ il caso di Ricciardi, ancora sconvolto per la dolorosa perdita dell’adorata moglie Enrica, cinque anni prima: vive parlandole come se ci fosse ancora, la sofferenza è attenuata dalla presenza della figlia, Marta, affidata alle cure di una cara amica, la contessa Bianca di Roccaspina, ed alle solerti attenzioni di una premurosa istitutrice, Nelide. Il momento storico non è dei migliori: il duce e l’alleato tedesco progettano guerre ed invasioni, le camicie nere spadroneggiano, ogni tanto qualcuno, specialmente se ebreo od omosessuale, scompare definitivamente o finisce perseguitato e recluso nel carcere delle isole Pontine. La vita a Napoli prosegue tra speranze e mugugni; il profumo del mare penetra nei vicoli e nelle strade, ove un’umanità variopinta tira a campare impegnata in traffici e attività di ogni genere. Un brutto giorno, però, viene casualmente scoperto un orribile delitto: in un boschetto alle spalle di un caseggiato in rovina vengo ritrovati, l’uno sull’altra, i cadaveri di due giovani: lei con la gola tagliata, lui con il cranio fracassato. Ricciardi inizia ad indagare e scopre, grazie all’aiuto di un amico medico legale e antifascista, che il giovane ucciso è il secondo ufficiale di una nave da trasporto e, clandestinamente, porta messaggi alle famiglie di oppositori del regime reclusi alle Pontine. Scopre anche che il delitto non è opera di fascisti: un funzionario dei servizi segreti, infatti, gli rivela che i servizi hanno occhi dappertutto e sanno tutto, ma non intervengono se le attività clandestine non mettono seriamente in pericolo la stabilità del regime. Dopo una lunga e complessa serie di indagini, emergono come veri colpevoli alcuni componenti della famiglia della ragazza uccisa: la poveretta, rifiutando un matrimonio con un boss della zona, aveva inconsapevolmente condannato a morte sé stessa ed il suo innamorato.
Si intreccia con il racconto principale un’altra storia, che coinvolge un collaboratore di Ricciardi, il brigadiere Maione ed una sua amatissima figlia adottiva: quando si fa vivo uno zio americano della ragazza, ricchissimo, deciso a portarsela via, scopre con l’aiuto del commissario che il lontano parente è un truffatore ricercato dalla polizia, speranzoso solo di mettere gli artigli sulla cospicua eredità della nipote. Suo malgrado sarà costretto a tornarsene oltreoceano con le pive nel sacco.
Confesso di non aver mai letto nulla di Maurizio De Giovanni, e sono rimasto piacevolmente impressionato dal suo stile narrativo: uno stile ricco di sfumature, che scava nell’animo dei personaggi e ne mette a nudo sentimenti, rimpianti, paure. La dolorosa ossessione del commissario Ricciardi nei confronti della moglie perduta, i suoi colloqui ricordandola, verranno guariti solo da una gita con la figlioletta Marta al parco, dove gli sembrerà di iniziare una nuova vita dedicandosi interamente alla bimba.
“Aprile che dà speranze, aprile che ne toglie, aprile che sussurra parole terribili, con il tono della poesia”.
Ma c’è anche un altro aprile, sotto i cieli lontanissimi di un altro continente.
“Aprile piovoso, aprile freddo. Aprile che sembra l’autunno. Aprile dall’altra parte del mondo”.
Un’altra storia, laggiù, dov’è nata un secolo fa una struggente melodia, “Caminito”, la musica composta nel 1923, il testo aggiunto nel 1926. Poche pagine di Maurizio De Giovanni sul testo (“piccola strada su cui ogni sera correvo cantando il mio amore, non dirle se ritornasse a passare che fu solo il mio pianto a bagnarti”) e su una misteriosa cantante, “bella, di una bellezza animale, felina”, fuggita dall’Italia per la paura di essere rapita, torturata, forse uccisa. Una cantante che si esibisce in un caffè e, accompagnata dal suono del bandoneon, interpreta bene la melodia del tango, ma non sa “viverla” immedesimandosi nel dolore senza speranze , buio, inestinguibile del testo: il suo personale dolore invece, le fa notare il maestro di canto, non è così profondo, sembra intravvedere una lontana speranza, un sogno realizzabile “di mare, di primavere che sembravano primavere, di occhi verdi e di speranze”.
“Bastava saper aspettare”, conclude l’autore.
E sarà probabilmente un’altra storia…



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Dicembre, 2022
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Il ritorno della legalità a Biloxi.

Il romanzo, ponderoso (più di 500 pagine), è ambientato a Biloxi, una città balneare del Mississippi affacciata sul Golfo del Messico. Siamo nei primi decenni del dopoguerra, fiorisce l’industria del frutti di mare ma anche una frizzante vita notturna: locali, attività e traffici più o meno leciti, gioco d’azzardo, smercio di alcoolici (la legalizzazione avverrà solo nel 1990) e prostituzione, il tutto sotto gli occhi permissivi di sceriffi e politici conniventi e corrotti. Qui vivono i “ragazzi” di John Grisham, discendenti di terza generazione da immigrati croati: sono Hugh e Keith, nati nel 1948, figli il primo di Lance Malco, boss potente e indiscusso della malavita locale, il secondo di Jesse Rudy, titolare integerrimo di un ben avviato studio legale. I due ragazzi crescono ben affiatati, stesse scuole, stessi svaghi, ma inevitabilmente con il passare del tempo i loro rapporti si affievoliscono, attratti dalle orme paterne. Il romanzo è il racconto dettagliato del contrasto tra i padri prima ed i figli in seguito, la criminalità organizzata e la legge, i cattivi contro i buoni. Nel corso di una trentina d’anni, le vicende narrate mettono gli uni contro gli altri, in un susseguirsi incalzane di tranelli e di vicende giudiziarie: i Rudy devono lottare non solo contro le illegalità palesi dei rivali ma anche contro la complicità di uno sceriffo corrotto, i Malco sembrano quindi avere la meglio grazie anche a corruzioni, connivenze ed al l’aiuto determinante di un killer professionista, che sbriga le faccende più sporche. Il giovane Hugh si mette a rapinare gioiellerie con alterni successi che lo costringono a scomparire per un po’, mentre Keith si laurea brillantemente in legge e il padre diventa procuratore distrettuale. Intanto un uragano, Camille, devasta la città: i Malco sono a terra, le compagnie assicuratrici stentano a sganciare soldi per la ricostruzione, si susseguono processi con esiti alterni. La malavita riesce poco a poco a rialzare la testa, ma un infiltrato introdotto dal procuratore negli ambienti malavitosi svela molti segreti: viene a galla la corruzione di poliziotti e di giurati ai processi, costringendo Malco, per evitare guai peggiori, a dichiararsi colpevole e finire in galera.
Gli eventi precipitano, inizia l’ultima parte del thriller, la più emozionante: un attentato a palazzo di giustizia eliminerà Jesse Rudy e segnerà finalmente l’intervento dell’FBI. Le minuziose indagini scopriranno il mandante, Hugh, che verrà condannato a morte. Keith, intanto, diventato procuratore, avrà un ultimo colloquio in carcere con l’ex amico che sembra pentito e lo saluta con un malinconico e rassegnato “ ci vedremo dall’altra parte…”. Termina con questa frase il romanzo: i buoni trionfano ( anche lo sceriffo corrotto farà una brutta fine) e Keith, osannato e stimato da tutti, diventerà probabilmente il nuovo governatore dello Stato.
Quest’ultimo legal thriller di Grisham narra quindi l’eterna lotta tra il bene ed il male, una specie di guerra personale tra una famiglia di specchiate virtù e con grandi responsabilità ed un clan criminale della costa del Mississippi, da troppo tempo libero di agire impunemente, protetto da sceriffi corrotti e con legami pericolosi con le mafie del posto. Grande spazio, soprattutto nella seconda metà del libro, ha la componente “thriller” del racconto, con impennate emozionanti del racconto ed inaspettati e ben studiati colpi di scena. Preponderanti comunque sono le vicende legali, narrate con la consueta consumata abilità da Grisham: processi, dibattimenti, scaramucce tra difensori e pubblici ministeri, colloqui ed accordi segreti , tutto è raccontato con la dovizia di particolari propria di chi tratta la materia con perfetta conoscenza di ogni procedura. Lo stile narrativo è più scarno, asciutto dove si narrano eventi delittuosi: frasi brevi, concise, essenziali, si va subito in un rapido crescendo di emozioni al cuore della situazione ed all’esposizione dei fatti.
Un’ultima osservazione. E’ nota la decisa presa di posizione di John Grisham contro la pena di morte, ancora oggi, sia pur raramente, comminata in 14 Stati americani prevalentemente del sud, Texas in testa: l’odiosità di tale pena è sottolineata in due libri di Grisham, “Innocente” del 2006 e “Io confesso” del 2016. Il lettore potrebbe quindi stupirsi dell’atteggiamento di Keith il protagonista positivo del romanzo che nega la grazia al condannato. Ritengo però che l’autore, immedesimandosi nel clima dell’epoca, abbia voluto far prevalere nella decisione di Keith, presa a malincuore e dopo un lungo colloquio con il condannato, il dolore insanabile per l’uccisione del padre. Ma Il vero e sincero convincimento di Grisham nei confronti della pena capitale, l’autore lo esprime con le parole del governatore dello Stato nell’ultimo colloquio con il protagonista: “… se uccidere è sbagliato perché consentiamo allo Stato di uccidere? Davvero lo Stato può essere tanto ipocrita da ergersi al di sopra della legge e autoassolversi se commette un omicidio?”.
In conclusione ritengo “I ragazzi di Biloxi” uno dei migliori romanzi di John Grisham, sia per la consueta bravura nella descrizione di fatti e personaggi, sia per la perfetta ambientazione in un periodo della storia americana, quello postbellico del secolo scorso, particolarmente ricco di contraddizioni.




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Altri romanzi di John Grisham
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    09 Dicembre, 2022
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Succede anche questo a Vigata ...

La casa editrice Sellerio è riuscita a mettere insieme sei brevi racconti di Andrea Camilleri, due inediti (“La prova” e “La guerra privata di Samuele, detto Leli”) e quattro pubblicati in antologie o allegati a quotidiani. Sono sei testimonianze dell’amore incondizionato dell’autore per la sua terra d’origine, oltre che della sua ben nota bravura.
I racconti sono suddivisi ognuno, come di consueto, in quattro capitoli e spaziano temporalmente dai primi anni dell’Ottocento al secondo dopoguerra del Novecento. I personaggi sono come sempre ben caratterizzati, con minuzioso puntiglio, ed hanno tutti qualcosa da insegnarci.
Ad esempio, nel racconto introduttivo ( “La prova”) si racconta di un giovane, Lollo, molto pio e riservato che non vuole avere rapporti con la fidanzatina prima del matrimonio: per fugare sospetti, si combina un suo incontro con una prostituta (ai tempi le case chiuse erano ancora aperte) che, ben pagata, certifichi la sua idoneità. Sembra tutto filare liscio e funzionare, ma il matrimonio nasconde, ahimè, un trucco: la moglie, ingannata, non si scompone, anzi trova molto più appagante spassarsela finalmente con chi la soddisfa.
Di altro tenore è “L’uomo è forte”: una fabbrica chiude, un povero cristo si trova senza lavoro, si perde d’animo, prova a cercare un impiego qualsiasi senza esito. E’ la moglie quella forte che non si abbatte, dà coraggio al marito, lo sprona e finalmente trova una sistemazione decente in un allevamento di cani, compreso un alloggio decoroso.
Nel terzo racconto (“La targa”) siamo a Vigata durante il fascismo: un vecchio camerata muore d’un colpo durante un litigio con chi non la pensa come lui. Diventa una vittima dell’antifascismo, una specie di eroe, degno di avere una via a lui dedicata. Una via si trova, “Via dei Vespri Siciliani”, si cambia la targa, la si intitola al camerata defunto ma, scavando nel passato, ecco affiorare dubbi sul cosiddetto eroe: un passato turbolento da giovane garibaldino con propensione ai furti e poi da socialista facinoroso e addirittura assassino di un noto fascista. La targa, dopo vari cambiamenti di diciture, tornerà finalmente a celebrare i Vespri Siciliani.
Nel quarto racconto (“La guerra privata di Samuele, detto Leli”) protagonista è un ragazzo ebreo, Samuele: siamo negli anni Trenta, il poveretto subisce al ginnasio vessazioni di ogni tipo, insulti e minacce, vittima designata di episodi continui di discriminazione razziale. L’amico Camilleri, suo compagno di classe, cerca di difenderlo in tutti modi ma è lo stesso Leli che trova modi ingegnosi per rifarsi dei soprusi subiti quotidianamente, boicottando e sbeffeggiando professori e istituzioni.
“La tripla vita di Michele Saracino”, il quinto racconto, si svolge nei primi anni del Novecento. Il malcapitato, per errori anagrafici e scambi di persona, viene accusato via via di ogni nefandezza, collusione con il nemico, disfattismo e istigazione alla rivolta: quando scoppia la prima guerra mondiale, viene mandato subito in prima linea sperando che ci lasci la pelle. Così avviene, infatti: il suo corpo, trovato in mezzo ad altri e irriconoscibile, verrà scelto per ironia della sorte come quello degno di rappresentare il Milite Ignoto, con tutti gli onori del caso.
L’ultimo racconto (“ I quattro Natali di Tridicino”) è il più commovente. Narra la storia di un pescatore, Tridicino, arrivato ultimo di una serie di fratelli, tutti deceduti in tenera età. Una vita esemplare, tutta dedicata al lavoro, con tenacia, sempre pronto a sfidare il mare, a studiare con tenacia venti e correnti marine, ad imparare nuove tecniche, come, ad esempio, fendere le trombe marine più pericolose e sopravvivere negli uragani. Sposa una dolce ragazza, Angelina, che gli darà un figlio, Tano. Quando la moglie, ancora giovane, verrà a mancargli, non riuscirà a darsi pace, si perderà d’animo pensando d’aver perso un sicuro punto d’appoggio ed ogni speranza, ma, nel ricordo struggente di Angelina e di alcune meravigliose conchiglie regalatele, troverà nuovi stimoli per migliorare e continuare a vivere. Il racconto sembra banale, pieno di buoni propositi, ma, a mio parere, ricalca e descrive pienamente la vita non certo semplice di tanta ingegnosa gente di mare, tenacemente legata alla propria terra, ai propri cari ed al lavoro.
Sono sei racconti, un mosaico di personaggi coloriti e vivaci che caratterizzano Vigata, il paese immaginario tanto caro all’autore , teatro di tanti fatti e fatterelli, comici e tragici: lo stile è quello tipico di Camilleri, lucido e ironico nello stesso tempo, uno stile che sa mescolare come sempre il comico al tragico, emozionando il lettore e facendolo riflettere anche su malaugurati periodi del secolo scorso.
Il dialetto siciliano è lingua di grande fascino: ho appreso tre nuove parole (almeno per me), “calera”, immagino che sia il colera, “astrechi”, gli austriaci, e, la più fantasiosa di tutte, “dragunara”, una terribile e spaventosa tromba marina assimilabile ad una “cuda di draguni”, accompagnata da tempesta di vento con rovesci violentissimi di acqua...
Voglio citare, a conclusione, una frase di Camilleri che, leggendo anni fa un suo libro, mi ha colpito, a testimonianza del lavoro che ogni scrittore dovrebbe impegnarsi a svolgere avendo come stimolo non ultimo anche un sentimento d’amore per chi sta leggendo : “Alla base di ogni scrittura c’è un paziente, scrupoloso, estenuante lavoro di rifinitura, di correzione, di messa a fuoco, di puntualizzazione, di calibratura, che costituisce la qualità e la forza del buon artigiano”.
(da: “ Come la penso: alcune cose che ho dentro la testa”, 2013).

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Altri racconti di Andrea Camilleri.
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Romanzi
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    26 Novembre, 2022
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Sperare in un futuro migliore?

Paolo Giordano, il quarantenne scrittore torinese con un dottorato in fisica teorica, autore del famoso romanzo “La solitudine dei numeri primi” e vincitore dei premi letterari Strega e Campiello, conferma con “Tasmania” la sua bravura. Il romanzo è una particolareggiata cronaca di vita, un’indagine su un futuro che temiamo, forse non abbastanza, e che più o meno consciamente tentiamo di cambiare con risorse e progetti non sempre condivisi.
Paolo (è l’autore stesso l’io narrante) si rende conto dei pericoli che corre il nostro pianeta: i rapidi cambiamenti climatici (surriscaldamento, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento degli oceani) mai così evidenti come in questi ultimi anni, l’incombente pericolo nucleare, l’instabilità sociale e le guerre avvicinano sempre più rapidamente il nostro mondo, secondo una scala ideata da alcuni scienziati, a quel famoso temuto anno zero, l’anno dell’Apocalisse e della fine di tutto. L’autore appare fortemente preoccupato, amareggiato per il fatto che si corra ai ripari solo saltuariamente e con iniziative singole e poco convinte: i dati scientifici sono noti a tutti, ma tutto sembra procedere affidando sempre ai posteri le soluzioni. E la vita continua, anche per Paolo: una vita che corre su due binari, da una parte le incombenze professionali frammentate in corsi universitari, incontri con amici, viaggi di studio, dall’altra il pensiero fisso al futuro che incombe, l’esplorazione di internet alla ricerca di testimonianze sulle tragedie di Hiroshima e Nagasaki, e di notizie specifiche sugli effetti delle radiazioni e su particolari di vendette terroristiche (una serie raccapricciante di decapitazioni).
Molti, descritti magistralmente, sono i personaggi del romanzo, a cominciare da Lorenza, la moglie che non può più avere figli ma che gli porta in dote un figlio, Eugenio, avuto in precedenza: Lorenza è forte, lo ama profondamente, lo rassicura nei tanti momenti difficili, è una compagna che perdona e rincuora. E poi gli amici: Novelli, docente di fisica, radiato dall’Università per aver scritto, in contrasto con le lotte per la parità di genere, che le donne scienziate sono meno capaci dei colleghi maschi; Giulio, l’amico del cuore, separato dalla moglie e con un figlio piccolo, Adriano; Karol, un prete che si innamora di una ragazza e si confida con Paolo chiedendogli consigli e sostegno; Curzia, una giornalista indecifrabile con cui l’autore ha un rapporto altalenante, sempre sull’orlo di una svolta sentimentale che non si concretizza. Paolo viaggia molto, Parigi e Roma sono le sue mete, dedicandosi nel frattempo a preparare un libro sulla bomba atomica: interviste ai sopravvissuti giapponesi, studi sull’esplosione, sui lampi di luce prodotti, sulla profondità dei crateri, sull’altezza del fungo, sulle radiazioni e sugli scritti di Maria Curie, sulle simulazioni di esplosioni di bombe analoghe nel mondo.
Un pericolo incombe sempre. Paolo lo avverte, lo sente, soffre per l’indifferenza diffusa, anche gli amici a poco a poco si allontanano: Novelli, che, fra l’altro, è uno dei maggiori esperti di nuvole e riesce a carpirne i messaggi nascosti, ricorre per essere riammesso all’università e si comporta in modo sfuggente, Giulio emigra in Sudafrica per un posto di ranger al Parco Kruger, Curzia si dimostra gelosa dei successi di Paolo, che è una firma del Corriere, mentre lei scrive su un giornale meno noto… Solo Lorenza è vicina a Paolo, e lo assiste amorevolmente quando lui si sottopone ad un intervento chirurgico. Ma il pensiero della bomba è sempre presente e ricompare prepotente nel terzo e ultimo capitolo del libro: “Le radiazioni” (i primi due sono titolati “In caso di Apocalisse” e “Le nuvole”). Nell’ultimo breve capitolo, Paolo è in Giappone, accompagnato dall’amico Giulio, per assistere alla commemorazione annuale del lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La cerimonia si svolge con cerimonie rievocative commoventi, appelli alla pace ed al disarmo, preghiere silenziose, offerte di fiori e liberazione di colombe: i morti, riflette Paolo in una sorta di visione onirica e sdrammatizzante, si polverizzano ma gli atomi continuano ad esistere, ad emettere radiazioni, che potrebbero conservare memoria di quello che è stato ed a far rivivere in un certo senso tutti morti, del presente e del passato… Un sogno, una suggestione che Paolo tiene per sé, senza comunicarla all’amico Giulio, una visione consolatoria, che può indurre alla commozione e ad un pianto liberatorio: del resto, conclude Paolo, “scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere”.
E la Tasmania del titolo? E’ un’isola a sud dell’Australia, con “buone riserve di acqua dolce, si trova in uno Stato democratico, non ospita predatori per l’uomo e, essendo un’isola, è facile da difendere, perché ci sarà da difendersi…”. E’ il suggerimento di un amico a Paolo, un ultimo rifugio dove sopravvivere in caso di catastrofe ambientale o nucleare. Un sogno ad occhi aperti, un luogo immaginario e quasi surreale: ognuno di noi ha la sua Tasmania dove fuggire, dimenticare, salvarsi cercando protezione e conforto.
Paolo Giordano ha scritto un bel romanzo, dove la frammentazione degli episodi, anche banali, di una vita quotidiana dai ritmi ripetitivi e le riflessioni aspre su temi di fisica teorica e certe paure giustificate di un “peggio” sempre più incombente si fondono in un unicum che sintetizza la vita dell’autore: Paolo esorcizza le paure del nostro secolo scrivendo un saggio sulle bombe atomiche e sognando un’isola irraggiungibile, noi possiamo sperare in un futuro migliore solo confidando nella saggezza degli uomini.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Novembre, 2022
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La vergogna delle proprie origini.

Ognuno di noi vorrebbe lasciare un’impronta del suo passaggio terreno in modo da venir ricordato il più a lungo possibile prima di scomparire per sempre nel nulla. Anche Annie Ernaux ci ha lasciato, a questo scopo, numerose memorie autobiografiche sulla sua vita e sui principali eventi che l’hanno caratterizzata, tra i quali “La vergogna” (pubblicato da Gallimard nel 1997 e, in Italia, da L’Orma nel 2018), un testo che ripercorre l’infanzia della scrittrice ed un successivo periodo scolastico, argomenti che in effetti dividono il libro in due parti. Nella prima, è narrato un evento terribile che verrà ricordato con angoscia dalla piccola Annie: un furioso litigio tra i genitori seguito da un tentato omicidio della madre da parte del padre, armato di roncola, un’immagine di violenza domestica che resterà impressa indelebilmente nella mente della figlia provocando un sentimento di vergogna nei confronti dei genitori, tranquilli e sereni in pubblico, sguaiati e volgari nell’intimità. Una vergogna che la piccola proverà anche per le origini modeste della famiglia, la scarsa cultura, il tipo di linguaggio, il conformismo in ambito sociale, le difficili condizioni economiche. Insomma, vergogna per le proprie origini: una vergogna che emergerà anche nella seconda parte del libro, quando Annie inizierà a frequentare una scuola cattolica privata, retta da insegnanti religiose, a contatto con compagne di diverso ceto sociale. Costrizioni e divieti, insegnanti rigide, il “lei” obbligatorio, ingresso agli uomini proibito tranne che ad un vecchio giardiniere, il tutto scandito da atti di devozione e preghiere ad ogni piè sospinto. Nonostante tutto, la ragazza se la cava bene, condizionata però da un costante senso di inferiorità rispetto a compagne più fortunate, convinta di non appartenere alla categoria delle persone perbene, che non bevono, non alzano le mani e si vestono come si deve: “potevo pure presentarmi con un grembiule nuovo, ma non somigliavo più alle altre ragazzine della classe”. Un senso di vergogna che proverà anche durante un pellegrinaggio a Lourdes con il padre: i due saranno emarginati, durante il viaggio, dal resto della comitiva costituito da persone o coppie più facoltose, anche in occasione di una sosta sulla spiaggia di Biarritz, dove Annie sprovvista di costume, tutta vestita e con le scarpe ai piedi, proverà ancora una volta, “in mezzo a corpi abbronzati e in bikini”, un senso di profonda inadeguatezza. Ricorderà anche la rabbia del padre, che, al ristorante, si lamentava di essere stato trattato con disprezzo perché “non faceva parte della clientela elegante che ordinava alla carta”.
Nell’ultima parte del libro, la Ernaux si dilunga nella descrizione del paese in cui è nata e cresciuta, tipico della provincia francese del dopoguerra: è un quadro minuzioso, particolareggiato, accompagnato da riflessioni sulla sua famiglia, la religiosità tutta superficiale della madre, i pettegolezzi, le abitudini consolidate, i gesti quotidiani che distinguono gli uomini dalle donne, i rapporti con gli altri, tutti condizionati da regole e codici immutabili, tutti convinti che non ne possano esistere altri.
Annie Ernaux inizia la stesura del libro nel 1994, convinta che tutto nell’esistenza della sua famiglia d’origine sia stato fonte di vergogna, “la latrina in cortile …, gli schiaffi e le parolacce della madre …, i clienti avvinazzati …, l’appartenenza ad una classe che la scuola privata trattava con disprezzo e ignoranza …”, e che la vergogna fosse diventata ormai il suo “stile di vita”.
Ora, conclude, non ha più nulla in comune con la ragazzina di quei lontani anni, tranne il ricordo lancinante di quella tremenda scena del litigio tra padre e madre, scena che non l’ha mai abbandonata e che l’ha spinta a scrivere il libro.
Lo stile narrativo è il tratto caratteristico della Ernaux: preciso, stringato, lucido, racconta semplicemente i fatti così come sono avvenuti, senza approfondimenti avventati né giudizi superficiali. Bastano i fatti, nudi e crudi, a sottolineare il coinvolgimento emotivo di chi narra, anche a distanza di anni, anche se i ricordi tutti, tranne il più dirompente, sono ormai sbiaditi e superati da una vita soddisfacente.
Nelle autobiografie della Ernaux, la vergogna intesa come turbamento interiore verso ciò da cui si proviene è sempre in primo piano, un nemico difficile da annientare: con il tempo, però, tende a sbiadirsi, con la consapevolezza di aver superato i momenti difficili della vita confidando, contro tutto e tutti, nelle proprie forze e nella speranza di una vita migliore. La vergogna si è trasformata in compassione, la compassione in comprensione e, forse, in tenerezza.



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"Gli anni" e "Il posto" di Annie Ernaux.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Novembre, 2022
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Un padre ed una figlia divisi dal ceto sociale.

Questo saggio autobiografico di Annie Ernaux, che, ricordo, ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2022, narra la storia delle sue origini, della sua condizione sociale e del “posto” che occupa nella vita, posto che muta nel tempo e che la porta con il passare degli anni ad un tipo di esistenza diverso ed al successo. Le sue origini ci rimandano ad una famiglia contadina di fine Ottocento, tanta fatica e tanto lavoro, pochi ricordi dei nonni e della loro vita semplice e dura. Ma è la figura del padre quella cui è dedicato il libro, un padre di origini modeste, un onesto lavoratore che, a modo suo, tenta una promozione sociale irta di difficoltà, passando dal lavoro dei campi a quello di operaio e, infine, alla gestione di un bar drogheria. Il rapporto tra padre e figlia tende lentamente ad affievolirsi con il proseguire degli studi di Annie, il padre sembra non capire l’attitudine allo studio della figlia, che vorrebbe impegnata in qualche attività di sostegno alla famiglia: di qui nascono incomprensioni, velati rimproveri, una figlia in cerca di un “posto” diverso, un padre legato a concetti arcaici, comportamenti immutati ed immutabili, frasi e detti di un buon senso superato dai tempi e da certe forme di progresso, insomma, come si direbbe oggi, un padre all’antica. Nel 1967, all’età di 68 anni, il padre muore nel suo letto , probabilmente per una forma di tumore invasivo. “E’ finita”, sussurra la madre sconsolata scendendo la scala che porta alla camera, è finita l’agonia di questo pover’uomo proprio due mesi dopo che la figlia Annie ha ottenuto con pieno merito l’abilitazione all’insegnamento in un liceo.
Il libro che Annie Ernaux dedica al padre, pubblicato da Gallimard nel 1983 e, in Italia, da L’Orma un anno dopo, è un atto d’amore verso il genitore, una persona umile e senza colpe: l’autrice confessa di essersi piegata al volere del mondo in cui vive “un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto”.
Ed è forse inconsapevolmente divisa tra due sentimenti: da una parte il suo sguardo punta lontano, cosciente che la vita cui tende è ben altro, con nuovi interessi e nuove mete, dall’altro sente con infinita tenerezza di avere un legame profondo con il padre, fatto di rimpianti per non averlo capito a fondo e di nostalgia per una vita più semplice e genuina, confusa ormai nei ricordi di un passato lontano.
Il distacco tra padre e figlia però resta forte, il divario culturale sempre più profondo, la figlia convinta ormai di non avere più nulla da dire, il padre chiuso nella sua vita di tutti i giorni, con le sue solite frasi abitudinarie, le sue conclusioni affrettate, i suoi modi di conversare privi di quell’ironia che è “la marca di un saper conversare che la povera gente non ha, ma che trionfa al piano di sopra, tra la borghesia…”.
Il libro narra tutto questo, il profilo della figura del padre, prima sfocato, si evidenzia sempre più, prima nel tentativo di ricondurre la figlia al posto che la condizione sociale le ha assegnato, poi nella pacata accettazione di una vita tranquilla da pensionato, vita apparentemente serena ma di breve durata.
Lo stile narrativo è quello consueto di Annie Ernaux, teso, raffinato, senza inutili divagazioni. E’ il racconto della sua esperienza individuale, un’autobiografia di un periodo cruciale della sua vita, in cui sono esposti i fatti in modo semplice, così come sono avvenuti. C’è però una tenerezza di fondo, quasi un velato rimpianto per non aver saputo cogliere la richiesta, muta e inconsapevole, di un tentativo di dialogo.
“Il posto” ha vinto in Francia il Premio Renaudot nel 1984, un riconoscimento annunciato per consuetudine simultaneamente al più famoso Premio Goncourt.


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"Gli anni" e "La vergogna" della stessa autrice.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Novembre, 2022
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Gli anni di una donna coraggiosa.

Finalmente un premio Nobel azzeccato, dopo le scelte discutibili degli ultimi anni. Annie Ernaux, forse non molto nota in Italia anche se non pochi sono i libri ormai tradotti, ha vinto diversi premi letterari, uno degli ultimi proprio in Italia, il premio Mondello (Sezione autore straniero, 2022). Molte sono le sue opere, la maggior parte di carattere autobiografico, tra cui la trilogia “Gli armadi vuoti”, “Ce qu’ils disent ou rien” e “La femme gelée”, 1974-1981 e “Il posto” del 1983, incentrato sul tradimento che prova l’autrice nell’aver abbandonato la classe dominata, l’operaia, per unirsi alla classe dominante. E poi c’è questo gioiello letterario, “Gli anni”, pubblicato nel 2008 da Gallimard e, in Italia, da L’Orma: non è un romanzo nel senso comune del termine e nemmeno una biografia algida e ordinata, ma una autobiografia appassionata e dolente, una storia della propria esistenza nel flusso plurale di altre esistenze e nelle vicende storiche della Francia, in un arco di tempo che va dal 1940, anno di nascita dell’autrice, agli albori del terzo millennio. La Ernaux, nata da famiglia modesta, laureata in legge, insegnante di lettere in un liceo di Rouen, ha una vita familiare piuttosto tormentata: due figli, abbandonata dal marito, un amante giovanissimo, simpatizzante di movimenti femministi e strenua sostenitrice dei diritti civili compreso il diritto all’aborto, scriverà il suo primo romanzo nel 1974, ritirandosi infine dall’insegnamento dopo il 2000 ed iniziando la stesura de “Gli anni”.
E’ una sorta di catalogo di quanto è successo nella sua vita, con continui riferimenti alla Storia francese, una narrazione che si può definire collettiva, una visione documentata e struggente dell’epoca in cui la Ernaux ha vissuto e che descrive citando avvenimenti, personaggi, vittorie e sconfitte, con partecipazione convinta e decisa, commentando tutto alla luce delle proprie idee politiche ben radicate e sofferte.
La narrazione inizia con una specie di catalogo dei primi ricordi, sbiaditi, di persone e di cose, dei primi turbamenti, dei primi anni del dopoguerra, della scuola con classi divise per sesso, della guerra d’Algeria che sembrava un buon intervento francese contro popolazioni ritenute barbare e pericolose. Annie cresce, si laurea, i primi agi le migliorano la vita, le nozze ed i figli sembrano dare un’impostazione nuova ai suoi rapporti con l’ambiente sociale, nonostante il ritorno malaugurato in politica di un De Gaulle invecchiato e sbeffeggiato, ma ecco il Sessantotto: la liberazione da ogni tabù, l’uguaglianza, la libertà di leggere e scrivere si impongono, la vita sembra cambiare, si accavallano troppi avvenimenti, la destra e la sinistra si scontrano mentre l’immigrazione permea le periferie delle città, di Parigi in particolare. Le donne fanno finalmente sentire la loro voce e le loro proteste, Annie è una tenace seguace del diritto all’aborto e rivendica i diritti conquistati. C’è una foto ingiallita che la ritrae negli anni ’80: la mamma è morta, il marito l’ha lasciata, i figli ormai lontani. Lei è sola, mentre avvenimenti internazionali importanti sono alle porte: la caduta del muro di Berlino, l’invasione dei tedeschi dell’Est, la guerra del Golfo, Eltsin che prende il potere, gli immigrati che, da ricchezza, diventano un problema per il numero sovrabbondante e le difficoltà di integrazione, la paura dell’AIDS che limita la libertà sessuale e la rende quasi impraticabile per paura del contagio. I Presidenti francesi si succedono, il consumismo impera sovrano, cellulari e PC non sembrano portare maggior benessere e soprattutto felicità (si stava meglio prima?). Una foto del ’99 mostra una Annie con i primi segni di vecchiaia, i figli, la compagna di uno di loro. L’autrice è sempre battagliera: sognava un altro mondo, non l’attuale (siamo agli inizi del 2000) dominato dagli Americani e dalla loro arroganza, “conquistatori senza ideali, oltre ai dollari ed al petrolio”. La vita è sempre precaria, i figli sono laureati, ma con lavori saltuari e supplenze; intanto cadono le Torri Gemelle, Putin sostituisce Eltsin, il mondo islamico comincia a modernizzarsi ed a far paura, mentre la Cina incute preoccupazione puntando tutto sull’economia e invadendo il mondo con merce a basso costo. Il consumismo è sempre più sfrenato, nuovi prodotti tecnologicamente avanzati invadono il mercato, i centri commerciali sono invasi da gente affamata di novità. La Ernaux, ormai pensionata, proprio quando Chirac prende il potere scongiurando il pericolo di un Le Pen alla guida del paese, inizia a preparare il suo nuovo libro (“Gli anni”), raccogliendo memorie ed appunti.
Quanto esposto è solo una rapida, incompleta carrellata sui più importanti temi trattati dall’autrice. Nella narrazione, la Ernaux si pone domande, riflette su tutto e tutti, compresa la religione cattolica: pur riconoscendone la supremazia morale sulle altre, ne sottolinea il declino con l’avvento della libertà sessuale, che contribuisce ad annullare la principale sfera d’influenza della chiesa, cioè sesso e relativi peccati. Ci parla anche delle sue storie d’amore, una in particolare con un uomo molto più giovane di lei (gli dedicherà anche un romanzo, “Il ragazzo”, 1983): è una donna che ha molto amato, senza inibizioni né tabù, illudendosi di raggiungere una felicità appagante, e che ha lottato con tenacia per difendere le conquiste delle donne ed i diritti civili, illudendosi di dare un contributo alla costruzione di un mondo nuovo, diverso da quello in cui ha vissuto. E’ comunque consapevole che la vita è degna di essere vissuta, pur con delusioni e rimpianti, nella disamina struggente della sua epoca, quasi fosse una “rivincita contro la morte e quel nulla in cui precipitano tutte le cose”. Il “nulla” non la spaventa, nella convinzione di aver lasciato un’impronta sia pur piccola su tutto: sulle piccole cose, sulle persone, sul flusso stesso della Storia. Vorremmo infatti tutti salvare dal tempo la nostra vita perché, come commenta il poeta Guido Mazzoni, “la accogliamo come se fosse solo nostra, tutto ciò che abbiamo, ma non è così”.
Anche di questo è consapevole la Ernaux, quando afferma che “la vita è una scala in salita…che si perde nella nebbia”. Resteremo solo nei ricordi, sempre più sbiaditi, di chi verrà dopo di noi, e poi, con tutto quello che ci ha accompagnato, scompariremo per sempre, “nella massa anonima di una generazione lontana”. Alla stesura del libro che si accinge a scrivere, la scrittrice affida la speranza di “salvare qualcosa del tempo in cui non saremo più”.
Lo stile narrativo di Annie Ernaux è impeccabile, raffinato, rigoroso, apparentemente privo di coinvolgimenti emotivi e nello stesso tempo affascinante: è uno stile che scava fino all’osso, essenziale, privo di banalità, tanto da poter includere l’autrice tra le maggiori e più originali scrittrici francesi contemporanee, degna di appartenere, secondo il saggista Pierre Bras dell’Università La Sorbona di Parigi, a quel piccolo gruppo che ha il passo dei classici.

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Altri libri di Annie Ernaux, soprattutto "Il posto" e "Il ragazzo".
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    23 Ottobre, 2022
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La vendetta di una ragazza disperata.

Colle San Martino è un paesino sulle colline laziali, trecento anime circa, una vita grama e tanta solitudine. Le famiglie tirano avanti alla meno peggio, con lavori saltuari, rapporti sociali ridotti al minimo, corrosi da sordidi segreti e speranze ormai sopite. Su tutti e tutto dominano due personaggi: il boss del posto, Cicci Bellè, un signorotto prepotente e volgare, padrone indiscusso e temuto di ogni cosa, chiuso per lo più nel suo palazzo con i suoi servitori ed un figlio trentenne minorato con un cervello da bambino, e il parroco del paese, padre Graziano, un’ambigua e losca figura di prete che vive a sbafo, ospite di una famiglia del posto, ha un’amante segreta e un figlioletto, predica come gli conviene e razzola malissimo. Protagonista indiscussa è Samantha, una ragazza diciassettenne, liceale, ansiosa di evadere da un ambiente troppo ristretto e soffocante; è molto legata a suo padre, Enzo, un tipo burbero, solitario, amante della caccia, incapace di farsi strada nella vita e di trovare un lavoro stabile, vittima di continui ricatti da parte di Bellè per il mancato pagamento di affitti arretrati della casa. Samantha è una ragazza tenace, volitiva, in camera ha un poster raffigurante una donna lupo, capelli scompigliati, occhi gialli, corpo mozzafiato e lunghi artigli al posto delle mani. Eventi avversi le sconvolgono la vita: scopre di essere incinta, il ragazzo responsabile l’abbandona, si innamora di un altro che, sapendola in attesa di un figlio, la lascia, disperata e incompresa. Non c’è limite al peggio quando la madre accetta come ultima risorsa per sopravvivere una singolare proposta di Bellè, quella cioè di favorire il matrimonio tra il figlio deficiente, invaghitosi della ragazza, e Samantha. I vantaggi per la povera famiglia senza soldi sono tanti: un vitalizio, l’annullamento dei debiti, la dimora nel palazzo. Samantha si sente trattata come merce, fugge, urla il suo rifiuto, ma poco a poco, la voglia di sopravvivere ad ogni costo prende il sopravvento: convola a nozze, prende possesso del palazzo e detta, fredda e vendicativa, le sue leggi. Nuovi eventi si susseguono, il suicidio di Enzo, la fuga dell’amante russa e del figlioletto del prete, l’assassinio del figlio di Bellè, la tragica morte di padre Graziano: la mala erba (Bellè e Graziano) ormai non è più in grado di nuocere, ma al suo posto c’è una lupa affamata e determinata, che esige, ben determinata e senza dilazioni, gli affitti degli immobili del posto, non ripristina giustizia ma perpetua un altro tipo di mala erba, relazioni perfide, cattiverie e malignità. La vittima diventa carnefice, è la vita che costringe a diventare lupi, disperati e solitari, e ad imporre la legge del più forte.
E’ un paese di provincia quello di cui narra la storia Antonio Manzini, un paese in cui viviamo un po’ tutti, con le nostre speranze, i nostri risentimenti, le nostre solitudini, un paese in cui hanno buon gioco i poteri forti di ogni genere, quelli che tarpano le ali, impongono la loro prepotenza con tutti i mezzi, anche i più subdoli e imprevedibili. Padre Felipe, il successore di Graziano, sembra mite e sprovveduto, ma già ha iniziato a scroccare i pasti presso famiglie locali ed a preannunciare l’arrivo dal lontano Perù di una fantomatica sorella (l’amante?) con figlio al seguito: la storia si ripete, immutabile, tutto può cambiare purchè tutto resti come prima.
Lo stile narrativo è apprezzabile come sempre, i personaggi sono innumerevoli, ben delineati, con connotazioni precise e calzanti. Solo nel finale, la storia appare un po’ dispersiva, come se l’autore volesse affrettarne la conclusione, saltando da un personaggio all’altro a discapito della fluidità del racconto.
Leggendo il romanzo, mi sono venuti alla mente due riferimenti. Il primo è letterario, ed è una bella e notissima poesia di Quasimodo (”Ognuno sta solo sul cuor della terra – trafitto da un raggio di sole – ed è subito sera”) che mi fa pensare alla esasperata solitudine, quasi da emarginati senza spiragli di luce né speranze, dei personaggi di Manzini, arroccati in una sorta di limbo isolato dove il potente prevarica ed il debole è costretto a soccombere. Il secondo è cinematografico, ed è il celeberrimo giuramento di Rossella O ‘Hara in “Via col vento”, che ben si adatterebbe alla Samantha del romanzo di Manzini: “Giuro davanti a Dio che…non mi batteranno. Supererò questo momento e quando sarà passato non soffrirò più la fame né io né la mia famiglia, dovessi mentire, truffare, rubare o uccidere…”.
Qualche attinenza c’è, non vi pare?


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Altri romanzi di Antonio Manzini.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    13 Ottobre, 2022
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Una firma che può valere un tesoro.

Augusto Prinivelli è il protagonista di questo nuovo romanzo di Andrea Vitali. E’ un bravo giovane, di bell’aspetto, perito industriale, orfano di entrambi i genitori, e vive a Bellano, allevato da Tripolina, una vecchia zia un pò svanita, proprietaria di un caseggiato fatiscente: un bar a piano terra e cinque inquilini il cui affitto, riscosso puntualmente dall’Augusto alla fine di ogni mese, permette alla zietta di vivere dignitosamente. Augusto, 25 anni, lavora a Lecco presso la ditta di minuterie metalliche di un burbero Bazzi Vinicio, padre di Birce: costei, ragazza dai modi spicci, già fidanzata due volte, belloccia ma dotata di un naso non proprio diritto con narici ben evidenti (due “canne fumarie”!), circuisce il mite Augusto, per sposarselo e sistemarsi definitivamente. Così avviene ed ecco porsi il problema della “firmetta” del titolo: la famiglia Bazzi, pratica e astuta, preme perché Tripolina firmi un atto di vendita del palazzo al nipote, in modo da acquisirlo per abbatterlo, costruire un nuovo insediamento e fare soldi. Quando la zietta decide di entrare in un ricovero diretto da suore e firmare la cessione del caseggiato alle religiose, la famiglia, in preda al panico, assilla in tutti i modi il povero Augusto per far cambiare la decisione a Tripolina. I tempi stringono, le mosse vanno accelerate, l’Augusto deve convincere la zia ma… La conclusione è del tutto inattesa: certamente vantaggiosa per la famiglia Bazzi, ma a quale prezzo!
Il romanzo, come del resto gli altri di Andrea Vitali, si legge piacevolmente. I personaggi sono tanti, ognuno ben caratterizzato e con certe sue peculiarità. Impareggiabile la descrizione, famiglia per famiglia, degli inquilini di Tripolina: Benassi Gastone, sarto con consorte timorata di Dio e figlio sacerdote, Corti Sigismondo, messo comunale con figlia sempre al cesso, Middia Salvatore, manovale, appassionato di fritture, Cremia Osvaldo, operaio, sindacalista a modo suo, sciupa femmine con figlio deficiente, Perbuini Lisetta, amante di gatti randagi e povera in canna, che morirà improvvisamente e sarà rimpiazzata nel suo trilocale da una soda e prosperosa profumiera, Gemma Imperati. La quale Gemma si meriterà una parte non secondaria nel fluire degli avvenimenti.
Avvenimenti suddivisi come al solito in capitoli di lunghezza difforme (non ne ho mai capito il perché): alcuni brevissimi, di poco più di una pagina, altri più corposi, altri ancora suddivisi in più sottocapitoli. Osservazione curiosa a parte, la scrittura è ricca di espressioni gergali, sfumature ironiche, voci dialettali e stili espressivi colloquiali che arricchiscono il contenuto narrativo rendendo quasi il lettore partecipe della storia e delle emozioni che suscita. Storia popolare, dei primi anni del dopoguerra, ma con personaggi sempre vivi ed attuali. Personaggi dai nomi improbabili, come sempre nei romanzi di Vitali; questa volta non citerò i nomi più curiosi, ma tre soprannomi azzeccati: la “Sgangherata” (Mingazzi Avalena, segretaria di Bazzi Vinicio, per il suo modo di fare scomposto e inopportuno), la “Gnagnolina” (l’edicolante di Bellano, per il suo modo strano di parlare) e “Sapienza Domestica” (Bazzi Voluina, moglie di Vinicio, dispensatrice di consigli e vigilatrice del focolare domestico).
Il romanzo costituisce, come quasi tutti quelli di Andrea Vitali, una lettura d’evasione, piacevole e rilassante, ed insegna anche che la vita, tutto sommato, vale la pena di essere vissuta.

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Altri romanzi di Andrea Vitali.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    30 Settembre, 2022
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Un attacco alla sicurezza degli Stati Uniti.

Alex Cross, protagonista di tante avventure nei romanzi di James Patterson, questa volta è alle prese con un diabolico intrigo a livello nazionale. Il nostro eroe, esperto in scienze comportamentali, consulente dell’FBI e titolare di un Ph.D. in psicoterapia, è chiamato a lottare contro un nemico occulto, che insidia ed annienta una dopo l’altra le principali istituzioni degli Stati Uniti. Si sono appena svolti i solenni funerali della Presidentessa Catherine Grant, deceduta per un malore a 47 anni, e, cinque giorni dopo l’elezione del nuovo Presidente, viene assassinata un’importante senatrice, Elizabeth Walker, il cui killer viene a sua volta successivamente eliminato da un altro killer, ben noto, l’ungherese Kristina Varjan. E’ l’inizio di una serie di delitti, apparentemente slegati tra loro, che colpiscono via via il Presidente pro tempore del Senato, eliminato durante un ricovero in Ospedale, un sergente della polizia nella sua vettura, lo speaker della Camera dei Rappresentanti ed il Segretario si Stato in un ranch, la Segretaria del Tesoro, e, addirittura il nuovo Presidente USA appena eletto colpito insieme al Segretario della Difesa. Ovviamente lo Stato è in subbuglio, allarmi e truppe ovunque, confini allertati, aeroporti sorvegliati: viene nominato un Presidente facente funzioni, Larkin, che suscita qualche sospetto. Cross, alla guida di un comitato di difesa pubblica, è convinto che dietro tutti i delitti sia celato un gigantesco disegno destabilizzante, organizzato da grandi potenze straniere, in primis Russia, Cina e Corea del Nord, contro le quali il neo Presidente ordina attacchi informatici creando le premesse per una guerra mondiale e sgomento ovunque. Larkin è sostituito da una nuova figura, il senatore Talbot, apparentemente più adatto: alcuni assassini vengono scoperti, Cross riesce pazientemente a dipanare l’intricata vicenda ed a portare alla luce una verità inattesa e sconvolgente, che rivela occulte complicità tra poteri politici (il nuovo presidente) e privati (programmatori di videogiochi e reclutatori di killer nel deep web), intese a fare soldi a palate sfruttando scommesse on line, autorizzate dal nuovo presidente anche sui giochi d’azzardo e gli sport elettronici.
Un finale quindi inatteso, forse troppo, che corona tutta una vicenda che definire confusa e inverosimile è poco. La sola figura vera e dolente, anche se secondaria, del romanzo è forse quella di una strana paziente di Cross, dalla doppia tormentata personalità. La giovane è in cura da Cross in veste di psicoterapeuta, ma quando lo cerca disperatamente per un aiuto, Cross non può rispondere, impegnato in ben altro: la soluzione della vicenda è tragica ed è narrata alla fine del thriller, lasciando l’amaro in bocca. Ma è forse l’unica vicenda verosimile di tutto il romanzo.
Comunque, tutta la storia, assai poco plausibile, si lascia leggere soprattutto per la curiosità di sapere come va a finire: purtroppo una conclusione tutta interna agli USA, senza coinvolgimenti internazionali e assai banale. Tanto rumore e tanti morti importanti per una sporca faccenda di soldi.



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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    20 Settembre, 2022
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"...eravamo due solitudini perfette, due monadi".

Indubbiamente si resta affascinati dalla scrittura di Mario Desiati, recente vincitore del Premio Strega con questo romanzo. Giornalista, autore di saggi, poesie, presente in antologie e vincitore di altri premi letterari, Desiati è pugliese, di Locorotondo, ma vive a Martina Franca, città che vive e respira nei suoi romanzi, lasciando trasparire il grande amore dello scrittore per la sua terra. Il suo romanzo, a mio parere, è un suggestivo inno d’amore per i luoghi in cui è nato, ora malinconico e dolente, pieno di rimpianti, ora ammirato e profondo, ricco di citazioni e di ricordi. E’ quindi un romanzo d’amore, amore per una terra piena di contraddizioni e di bellezza, non solo, ma anche amore per la libertà, soprattutto la libertà di amare.
Ce lo spiega la storia narrata, una vicenda apparentemente lineare, semplice, ma irta di incomprensioni tra i due principali protagonisti, diversi e nello stesso tempo simili, due poli che si attraggono e si respingono, ognuno con le sue pulsioni, ma sereni solo quando si cercano, si respirano l’un l’altro, trovando nel loro rapporto una serenità altrove persa o dimenticata.
Sono giovani, si chiamano Claudia e Francesco. Vivono a Martina Franca: Claudia è estroversa, ribelle, sogna un futuro diverso, forse lontano dalla terra d’origine ove cercare e provare nuove esperienze, Francesco è più timido, schivo, legato al mondo parrocchiale della sua città, alle funzioni religiose ed a personaggi dai comportamenti a volte discutibili. La rivelazione che Claudia gli fa in modo provocatorio sulla relazione tra il padre di lei, primario ospedaliero, e la madre di lui, infermiera, è un fulmine a ciel sereno che turba Francesco, e mina le sue sicurezze. I due giovani si avvicinano, si frequentano, un legame tenace di amicizia li spinge a stare sempre insieme: passano l’esame di maturità, la frequentazione dell’Università sembra separarli, lei alla Bocconi di Milano, lui a Scienze Politiche a Bari. Lei, che ha già soggiornato a Londra, dopo la laurea si trasferisce più lontano, a Berlino, ove trova lavori saltuari, lui , nelle pause dei vari impieghi, la va a trovare, prima a Milano, poi a Berlino, dove vive con lei nuove esperienze in locali notturni estremi, ove ogni rapporto sessuale è permesso. Sembrano, e forse sono, due anime perse, alla disperata ricerca di un’identità che non trovano: lui sembra trovarla in un amico straniero con il quale stringe un forte rapporto affettivo, lei trova amici e amiche con cui divide l’appartamento e il letto, cercando un rapporto duraturo che possa dare un senso alla disperata ricerca di sé stessa e di una vita più serena, perché “non essere mai sé stessi per tutta la vita è un dolore”.
Trovano la pace solo quando sono insieme: lei provocatoria, lui più timido, ma l’affetto che li lega, condizionato forse dalla provenienza dalla stessa terra, è più forte di ogni altra passione. Sono due “spatriati”, come suggerisce il titolo del romanzo: cacciati dalla patria, secondo la Treccani, ma anche, secondo il dialetto martinese, disorientati, raminghi, storditi. Lontani dalla loro terra, Francesco e Claudia perdono le loro certezze, ma sanno nel contempo che solo guardando lontano possono ritrovarsi e accettarsi anche se “a Martina Franca i cieli hanno maledette unghie affilate e non si può andar via senza graffi”.
Alla fine si ritrovano a Martina Franca. Francesco cerca Claudia, inoltrandosi tra vigne e frutteti, lei sembra nascondersi, poi si incontrano, si scontrano, finiscono a terra, poi restano seduti all’ombra della pergola, leggendo poesie convinti segretamente che ogni verso sia stato scritto per loro. E Francesco, che è la voce narrante, termina così: “cantiamo canzoni e recitiamo versi più vecchi di noi, siamo fuori dal tempo e abbiamo l’illusione di essere salvi”. E’ solo l’illusione, di una effimera pace interiore, sembra volerci dire l’autore: l’importante è però cercare di essere sempre liberi di amare, non importa chi e come, e allontanarsi, come scrive la Ginzsburg in “Caro Michele”, “dalle cose che fanno piangere”.
La scrittura di Desiati, come dicevo all’inizio, è affascinante, ricca di riflessioni profonde e di riferimenti letterari, riguardanti soprattutto poeti e scrittori pugliesi, quali Raffaele Carrieri, Maria Corti, Rina Durante, Maria Marcone, Vittorio Bodini, quest’ultimo forse il più noto e amato, come afferma lo stesso Desiati: le loro opere sono citate qua e là nel racconto, assieme ad altri autori (la de Céspedes, Tondelli, Salinger, Scott Fitzgerald…), quasi ad affermare il potere salvifico della letteratura.. Numerosi sono anche i riferimenti musicali, classici e moderni, che, assieme a quelli letterari, sono minutamente descritti in una lunga nota alla fine del romanzo, intitolata, non a caso, “Note dallo scrittoio o stanza degli spiriti”, a conferma di una minuziosa e dettagliata ricerca non solo bibliografica.
Infine, vorrei citare una riflessione dell’autore che mi ha colpito: ”nelle famiglie non esistono segreti, ma solo dei patti dolorosi, a volte miserabili, a volte irrinunciabili, dei “non detti”. E nei “non detti” ci sono le verità profonde, le crisi, la lotta tra il bene e il male, l’origine delle relazioni e di tutti i traumi”. Ecco, forse anche questi “non detti” hanno spinto Claudia a fuggire lontano dalle sue origini, e Francesco ad inseguirla in cerca di un’agognata salvezza.


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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    19 Settembre, 2022
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Orribili delitti in una vecchia villa disabitata.

Ecco un altro romanzo del prolifico James Patterson, questa volta in collaborazione con David Ellis, avvocato e noto scrittore di thriller e polizieschi, una decina dal 2001 al 2012: una collaborazione che ha dato ottimi frutti, essendo, a mio parere, “Trappola di sangue” uno dei migliori thriller degli ultimi anni. Siamo nella zona orientale di Long Island, nei pressi di New York, ove si alternano aree semideserte a zone con ville lussuose: proprio una di queste ville, abbandonata da anni e dall’aspetto sinistro, al n.7 di Ocean Drive, è il luogo ove avvenivano negli anni passati ed avvengono tuttora brutali delitti. Qui, siamo ai primi capitoli del thriller, uno dei principali personaggi del romanzo, Noah Walker, viene bloccato dalla polizia durante un incontro clandestino con la sua amante e accusato, con tanto di prove, dei delitti di cui sopra e per di più dell’assassinio del capo della polizia locale, zio di Jenna Murphy, una giovane poliziotta, che diventerà in seguito la protagonista di tutta la vicenda. Jenna non è convinta della colpevolezza di Noah e inizia ad indagare. Emergono nuove prove, che scagioneranno, con molti dubbi, Noah. Si scoprono intanto nuovi delitti, anche di molti anni prima, imputabili ad una ricca famiglia padrona della villa, gli Holden: famiglia di psicopatici, inclini a delitti seriali fino agli anni ’90 del secolo scorso. L’ultimo Holden, a seguito di una relazione con la moglie del guardiano del cimitero (altro personaggio di spicco del romanzo), ha lasciato e abbandonato un neonato di cui nel tempo si sono perse le tracce. Il piccolo sarà sopravvissuto e, da grande, sarà stato proprio lui a perpetuare la catena di delitti degli avi? La brava poliziotta indaga tra mille ostacoli e difficoltà, ma, forse colpevole di aver scoperto troppi segreti, verrà destituita dal servizio dal nuovo capo della polizia, che non vede di buon occhio l’eccessiva intraprendenza di Jenna, convinto della colpevolezza di Noah. I colpi di scena si susseguono, nuovi indizi sembrano indicare di nuovo proprio in Noah il sadico mostro autore degli ultimi delitti, il thriller non ha momenti di tregua: soprattutto dai capitoli centrali in poi, il ritmo si alza, la poliziotta, libera da vincoli, agisce per conto proprio, incoraggiata da un servizievole amico, Justin, disposto a tutto pur di aiutarla. Le incursioni di Jenna nella villa maledetta si susseguono mettendo a repentaglio la sua vita e portando anche alla luce episodi misteriosi e tormentati della sua infanzia. C’è poi una rivelazione finale sconvolgente: chi sono veramente il neonato abbandonato anni e anni prima e il servizievole amico di Jenna, sempre pronto a darle una mano? Anche il più smaliziato lettore di gialli resterà sorpreso e dovrà rivedere tutta la storia sotto altri punti di vista.
Raramente ho letto un thriller così appassionante, soprattutto con la curiosità impellente di conoscerne gli sviluppi e di vedere “come va a finire”: il romanzo ha la capacità di tenerti sulla corda, pagina dopo pagina, coinvolgendoti con improvvisi cambi di prospettiva e con sapienti colpi di scena (forse troppi!) che, trasformando i cosiddetti “buoni” in “cattivi”, e viceversa, ti inducono a riconsiderare certi aspetti della narrazione e ad alimentare nuove aspettative. Forse possono essere spiazzanti i salti temporali, con la narrazione di eventi accaduti anni prima: a mio parere sono giustificati, per la miglior comprensione di tutta la narrazione.
Sappiamo che la produzione di James Patterson è sempre stata prevalentemente commerciale, non per niente è forse lo scrittore con il maggior numero di copie vendute: la quantità, salviamo alcuni romanzi, ad esempio quelli scritti in collaborazione con Bill Clinton, pregiudica a volte la qualità. Con “Trappola di sangue”, forse anche per l’apporto di un noto e già affermato scrittore di thriller, David Ellis, James Patterson si riafferma grande giallista con uno stile narrativo più incisivo e curato, e con un romanzo nel suo complesso sorprendente, che lascia il segno e non si dimentica facilmente.



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Racconti
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Settembre, 2022
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Camilleri e Montalbano sono sempre vivi!

La Casa Editrice Sellerio ha pubblicato sei racconti postumi del grande Camilleri, mettendo insieme in questo volume materiale eterogeneo pazientemente raccolto, prodotto dallo scrittore tra il 2007 e il 2018. Tutto è spiegato dettagliatamente in una “Notizia” alla fine del volume: veniamo così a sapere che i racconti non sono compresi nelle cinque antologie che Camilleri ha pubblicato dal 1998 al 2014, ma che hanno origini le più svariate, da una pubblicazione a puntate sul mensile di Roma “Il Nasone di Prati” (“La finestra sul cortile”) ad un’edizione fuori commercio riservata ai clienti di Unicredit (“Il figlio del sindaco”) , mentre i rimanenti quattro racconti (“Una cena speciale”, “Notte di Ferragosto”, “La calza della befana” e “Ventiquattr’ore di ritardo”) sono inseriti in antologie a tema della Sellerio.
I racconti sono di varia lunghezza, cinque su sei suddivisi in brevi capitoli. I personaggi e l’ambiente sono i consueti: un commissario Montalbano sempre sul pezzo, nemico delle pratiche burocratiche d’ufficio ma sempre allerta e disponibile quando si presenta un caso interessante, il bravo insostituibile Fazio, l’onnipresente Catarella, tanto volonteroso quanto incomprensibile, il vice Mimì Augello, l’algido questore Bonetti Alderighi, l’impareggiabile verandina con vista sulla spiaggia e sul mare, le passeggiate rilassanti al molo, e l’eterna e paziente fidanzata Livia. Una considerazione sulla pazientissima Livia: questa volta, sempre speranzosa, pensa di fare una sorpresa a Montalbano, annunciandogli a Ferragosto il suo arrivo in Sicilia, ma il nostro fa capire esplicitamente che avrebbe preferito una bella scorpacciata di arancini, già prenotata a casa della fedele domestica Adelina. A proposito, non sapremo mai se Camilleri aveva programmato in un futuro romanzo un esito felice del rapporto, con tanto di matrimonio, botti e luminarie. Sarei tentato di rispondere negativamente: il grande amore di Montalbano è sempre e solo stato il suo lavoro, al quale il commissario ha dato tutto sé stesso e dal quale ha ricevuto grandi soddisfazioni.
I racconti sono sei, esposti con il consueto stile narrativo in dialetto siciliano. Nel primo si racconta di un cadavere trovato sulla spiaggia, proprio davanti alla verandina di Montalbano: il poveretto, ucciso con una overdose, paga il fatto di aver scoperto un traffico illecito proprio da parte della Società dove lavorava. Nel secondo, si parla di un pizzo non pagato alla mafia: il proprietario dà fuoco lo stesso al suo negozio, per ottenere un risarcimento dallo Stato, finisce in galera ma salva la pelle. Montalbano, nel terzo racconto, va a Roma per un corso di aggiornamento. Il titolo evoca il film “La finestra sul cortile”, e dalla finestra del suo alloggio il commissario scopre personaggi strani e movimenti sospetti. Nella notte di Capodanno del quarto racconto, Livia annuncia all’ultimo momento il suo arrivo in Sicilia e rompe le uova nel paniere a Montalbano, che pregustava una scorpacciata di arancini dalla fedele Adelina. I due vanno ad una festa in costume, dove il commissario, dopo aver gustato arancini altrettanto buoni, individua ed arresta un pericoloso latitante. Nel quinto racconto, un ricco industriale è ingannato dalla giovane amante, che si serve dei gioielli che lui le regala per fuggire con un prestante giardiniere e farsi una nuova vita: riceve pure i complimenti da uno smaliziato Montalbano. Nell’ultimo racconto, un padre, dopo un furioso litigio, assassina l’amica del figlio, di cui è innamorato: darà la colpa al figlio, assicurandogli protezione e assistenza legale, ma c’è un particolare che lo inchioderà…
La lettura scorre piacevole, Camilleri è sempre una garanzia, e bene ha fatto la Casa Editrice Sellerio a recuperare questi racconti. Resta comunque il rimpianto di non poter più leggere le indagini dell’amato commissario e le battute dei suoi fidati collaboratori: ma resta, insuperabile anche in questi racconti, come scrive il critico Salvatore Silvano Nigro, “l’intelligenza analitica del commissario che, indulgente quando necessita, sa sfogliare i palinsesti delle varie vite con le quali viene in contatto nel disordine quotidiano”.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    07 Settembre, 2022
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L'assassino che meno ti aspetti.

E’ il terzo romanzo di Joel Dicker della serie Marcus Goldman, dopo “La verità sul caso Harry Quebert” del 2012 e “Il libro dei Baltimore” del 2015. Alaska Sanders è una ragazza piena di vita, reginetta di bellezza, vincitrice di numerosi concorsi e aspirante star del cinema: ha tutto dalla vita, ma, dopo un litigio con il padre che le aveva sottratto dei soldi ed il furto di un prezioso orologio appartenente al padre, da lei stessa organizzato per ripicca, abbandona la famiglia dopo essere stata accusata di far uso di marjiuana e fugge da Salem a Mount Pleasant, una piccola città del New Hampshire, dove convive con un giovane, Walter, alternando momenti di pacifica convivenza a litigi furiosi. Siamo nel 1999, una diecina d’anni prima della narrazione: una notte Alaska viene trovata assassinata sulla riva di un lago ed il suo ritrovamento segna l’inizio della storia. Ci saranno indagini frettolose, verrà incolpato Walter che coinvolgerà a sua volta un amico, Eric, una lite furiosa all’interno dei locali della polizia avrà esiti letali per Walter stesso (reo confesso) ed un poliziotto. Morale: Eric, rimasto unico colpevole, sarà condannato all’ergastolo. Ma, siamo ora nel 2010, nuovi indizi affiorano, lo scrittore Marcus Goldman (alias Joel Dicker) ed il sergente Perry Gahalowood, suo inseparabile burbero amico, non si danno per vinti ed iniziano nuove indagini, con l’aiuto della sorella di Eric (l’ergastolano), Lauren, poliziotta, che, tra l’altro, ha dato vita ad un movimento per la liberazione del fratello ritenuto innocente. Ha inizio una serie interminabile, intricata e complessa di indagini, con sopralluoghi, interrogatori, ricerca disperata e affannosa di indizi: possibili colpevoli riescono a dimostrarsi innocenti e viceversa, i personaggi coinvolti sono numerosi e non è certo semplice per il lettore seguire la trama narrativa, anche per le frequenti digressioni temporali in cui vengono esposti in modo dettagliato fatti narrati per sommi capi o per sentito dire al momento del racconto. Emerge anche un altro omicidio, quello di una ragazza fragile ed emotiva, Eleanor, che sarà collegato in qualche modo alla fine di Alaska, ma anche il tentato omicidio di un poliziotto, Kazinsky, avrà lo scopo di far sparire uno scomodo testimone. Eric verrà riconosciuto, sia pure con molti dubbi, innocente e scarcerato, riproponendo agli investigatori il quesito iniziale: chi ha ucciso Alaska? La parte finale del lunghissimo romanzo è forse la più avvincente e rocambolesca, ricca di colpi di scena: si scoprirà anche che Alaska era bisessuale e che aveva intrecciato relazioni amorose con Sally la madre di Walter, con una certa Samantha e con un’avvocatessa poi coinvolta nelle indagini. Un medico psicoterapeuta sembra essere il maggiore indiziato dell’assassinio delle due giovani: messo alle strette, fuggirà e si suiciderà. Ma il vero colpevole, un personaggio che nessuno aveva mai sospettato, emergerà alla fine e sarà una vera sorpresa. Naturalmente Marcus Goldman ha tutti gli elementi per scrivere il suo nuovo romanzo, “Il caso Alaska Sanders”, spronato da un ritrovato Harry Quebert, suo mentore ed ammiratore, che ogni tanto, durante le indagini, si fa vivo, dando preziosi consigli ed incoraggiamenti.
Che dire? Il romanzo è ponderoso ed impegna severamente la memoria del lettore. Le continue digressioni temporali rallentano il ritmo narrativo, e lo rendono a volte noioso e ripetitivo. Anche se numerosi e ben congegnati sono i colpi di scena, la storia ha momenti poco convincenti ed inverosimili: certe coincidenze sembrano create apposta, ad effetto, senza approfondimenti e giustificazioni. Lo stesso scrittore, nel racconto Marcus Goldman, pecca di troppi momenti autocelebrativi, che nel contesto stonano con le vicende raccontate.
Lo stile è scorrevole, senza impennate: vi si narrano semplicemente le vicende, così come avvengono, un lungo “fumettone” con tanti momenti di suspence, come nei romanzi d’appendice che si pubblicavano tanti anni fa sui giornali, a puntate.
Un romanzo comunque da leggere, soprattutto per chi ha già letto i precedenti. Ed anche per chi non teme di addentrarsi in una vicenda sempre più complicata man mano scorrono le pagine, confidando in tanta pazienza ed in un’ottima memoria.



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"La verità sul caso Harry Quebert" dello stesso autore.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    07 Settembre, 2022
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Sulla tutela dei minori in Norvegia.

Ci si immagina la Norvegia come un classico paese “perfetto”, dove tutto funziona correttamente, i diritti civili sono rispettati, la criminalità non segna pesantemente la vita d’ogni giorno, tutti vivono nel rispetto reciproco e nell’osservanza responsabile di leggi e regolamenti. Anne Holt, scrittrice, avvocato, ministro norvegese della Giustizia negli anni 1996/97, ci mostra in questo terzo romanzo della serie riguardante le indagini dell’investigatrice privata ed ex avvocato Selma Falck che non è proprio così, e che anche la Norvegia ha le sue pecche, i suoi lati oscuri, e che nelle cosiddette alte sfere non tutto appare limpido e incorrotto. Il romanzo inizia con un prologo ( siamo nel 2010), nel quale viene raccontato l’episodio di una povera donna che ospita uno sconosciuto, gay, e, dietro compenso, gli propone un rapporto come ultima possibilità per rimanere incinta, rapporto che lui, a modo suo, accetta scomparendo subito dopo. La narrazione vera e propria inizia nove anni dopo. Siamo ad Oslo, nel 2019, la protagonista Selma Falck, seduta al bar in compagnia di una parlamentare è ferita da una pallottola che colpisce a morte l’amica. Il dubbio che l’assassino abbia voluto colpire lei la tormenta, anche perché vive sola, soffre di crisi di panico e, per di più, si accorge che qualcuno ha forzato la serratura del suo appartamento, lasciando strane tracce. Selma, impaurita, inizia ad indagare, passando in rassegna uomini che l’avevano in passato molestata, avvalendosi anche dell’aiuto di un ex poliziotto, di un vecchio cliente che installa nella casa microspie e telecamere nascoste e di un giornalista amico, incaricato di decifrare documenti segreti e compromettenti che fanno intuire che anche in Norvegia i tempi stanno cambiando e che certi diritti umani, riguardanti soprattutto la tutela dei minori ed i servizi sociali, sono cinicamente calpestati. La trama si complica quando vengono alla luce altri due delitti: un importante giudice viene trovato impiccato in un bosco (la messa in scena è di un suicidio) ed il ministro dell’infanzia e della famiglia muore in modo straziante ferito da un miniproiettile contenente un potentissimo veleno, la ricina. L’assassino ha così colpito i tre principali poteri dello Stato: quello legislativo (la parlamentare), l’esecutivo (il ministro) ed il giudiziario (il giudice). E’ compito di Selma e della polizia indagare per districare la matassa, ovviamente tra ostacoli, depistaggi di ogni genere e documenti falsificati, ma alla fine il misterioso assassino viene alla luce e bloccato, proprio mentre sta per eliminare Selma, un ostacolo scomodo alle sue mire.
Il colpevole è collegabile al prologo, e, nel romanzo, riveste un ruolo importante, non suscitando mai sospetti: la sua è una sorta di vendetta contro lo Stato, reo di aver sottratto un minore ai nonni adottivi, affidatari ma privi in effetti di diritti, una vendetta contro un atteggiamento autoritario riguardante la tutela dell’infanzia e delle famiglie di fatto. Ewa, la nonna defraudata, conferma a Selma che “il sistema norvegese è stato costruito partendo da un atteggiamento di forte realismo, il che è molto positivo: non deve però mai trasformarsi in cinismo”. Quel cinismo che ha indotto l’assassino a compiere i suoi delitti.
Le malefatte sono ormai di dominio pubblico, Selma è soddisfatta e si riconcilia con figlia e nipotino (che si erano allontanati da lei temendo coinvolgimenti pericolosi), ma non tutto sembra cambiare per il meglio: un gelido e sinistro capo della sicurezza incontra Selma e la mette in guardia dall’indagare in certe carte segrete e su certi apparati dello Stato.
Anne Holt ha indubbiamente scritto un bel romanzo, interessante e coinvolgente, mettendo in luce lati oscuri di alcuni importanti servizi sociali: soprattutto nel sistema di tutela dell’infanzia molti sono gli aspetti positivi ma alcuni sono quanto meno assai discutibili. Lo stile è stringato e incisivo, anche se a tratti indulge ad approfondimenti che poco hanno a che fare con il racconto. Certe divagazioni sulla vita passata di Selma rallentano il ritmo narrativo, così pure la descrizione di minuziose indagini informatiche difficili da comprendere per i non specialisti.
Il giudizio complessivo è comunque positivo: la figura di Selma, il suo carattere difficile, la sua caparbietà nella ricerca della verità, le sue paure e le sue crisi fanno della protagonista un personaggio variegato difficilmente dimenticabile dal punto di vista professionale e soprattutto umano. Particolarmente toccante il suo rapporto affettivo con il nipotino, rivisto dopo mesi di forzata lontananza: e Selma “avvertì un guizzo di calore e di felicità, al pensiero che adesso era tutto finito e che la vita era di nuovo sicura”.

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Altri romanzi di Anne Holt, soprattutto quelli della serie Selma Falck.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    30 Luglio, 2022
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Una morte accidentale che accidentale non è.

Il bravo ispettore di polizia Mario Fagioli aveva già dato il meglio di sé quando, infiltrato in una cosca calabrese, aveva dimostrato coraggio e furbizia: ora, prossimo alla pensione, vivacchia nel commissariato romano di viale delle Medaglie d’Oro, senza grandi prospettive, rimpiangendo il passato e tirando sera mangiando pizzette e compilando turni di lavoro. E’ sempre sottotiro del commissario capo, però, che tenta di scuoterlo affidandogli compiti poco impegnativi: questa volta dovrà recarsi nel più bel condominio della zona, “Parco della Vittoria”, un palazzo pretenzioso degli anni settanta, con tanto di portiere e giardino condominiale, dimora di autorevoli personaggi della Roma che conta (procuratori, questori, politici e funzionari o le loro vedove). Ai piedi di uno scalone viene rinvenuto il cadavere dell’amministratore condominiale, Michele Noci, inquilino del palazzo, marito di Mimosa, moglie ricchissima, rassegnata e devota: arzillo e gran donnaiolo, nonostante l’età avanzata, aveva il compito principale di visitare periodicamente gli altri condomini controllando che tutti pagassero le quote spettanti e vigilando su tutto e tutti, aiutato da Sadu, portinaio rumeno avido di soldi, gran faccendiere e confidente delle anziane inquiline, maritate e non. Il cadavere è lì, l’ispettore cerca di allontanare curiosi e impiccioni, osserva segni e postura: arriva il medico legale, la polizia scientifica, tutto sembra convalidare l‘ipotesi di una caduta accidentale, proprio quello che il commissario si aspetta, data la notorietà degli inquilini e le eventuali rogne che potrebbero subentrare, ma il nostro ispettore non è troppo convinto, ed inizia ad indagare, piano per piano, con pazienza ed insospettabile tenacia. Il palazzo è un covo di pettegolezzi, le vecchie si spiano a vicenda: il focoso amministratore che, tra l’altro, assume Viagra credendolo un integratore, è notoriamente l’amante fisso di tal Cavallona, così detta per la falcata equina, dei piani bassi, e contemporaneamente è concupito da Rosa Tea, moglie di un notaio dei piani alti, segretamente innamorata di Michele, un mai dimenticato amore di gioventù. Fatto sta che per una serie di sfortunate coincidenze, il poveretto cade dalle scale preso a ombrellate dalla Cavallona dopo aver assaggiato dei dolci di Rosa Tea avvelenati (ma poco, poco, solo per spaventarlo) con stricnina: ma non basta, mentre l’amante fissa tenta di rianimarlo iniettandogli dosi spropositate di Strofantina, sopraggiunge la moglie, Mimosa, che, per vendicarsi finalmente dei tradimenti, gli dà una padellata in testa. Insomma, una sorta di omicidio colposo collettivo, ma il bravo ispettore vuole individuare la causa vera della morte e la vera colpevole: non se ne parla proprio, lo redarguisce il commissario, troppi soni gli inquilini di spicco, accidentale sembra la caduta ed accidentale deve essere la morte. Tutt’al più, se si deve incolpare qualcuno, arrestiamo un povero giardiniere, abusivo occupante del locale caldaie, o il malcapitato ed infido portiere rumeno.
Fagioli, dopo aver saggiamente consigliato giardiniere e rumeno di allontanarsi da Roma, torna tra le quinte, sconsolato e amareggiato: per fortuna c’è sempre Lidia la verdurara, e il calendario sulla scrivania che gli suggerisce di avere pazienza. All’agognata pensione, grazie anche al riscatto della laurea, manca sempre meno, sempre meno…
Un altro piccolo capolavoro di Giuseppina Torregrossa, che, con il suo stile garbato e ironico, delinea personaggi della quotidianità, descrivendone nei minimi particolari vizi (tanti) e virtù (poche). Protagonista è il rassegnato ispettore Fagioli, un passato da ribelle che cerca ma non riesce a trovare nel lavoro di poliziotto la soluzione delle sue aspettative di giustizia: viene risucchiato in attività che non premiano la sua professionalità e, quando finalmente si batte cocciuto per risolvere il caso descritto nel romanzo, gli viene impedito di agire, secondo quanto insegna il ben noto motto latino “quieta non movere, mota quietare”: disilluso, cerca nel cibo e in Lidia le uniche fonti di consolazione nell’attesa dell’imminente pensione.
La Torregrossa è molto abile nel passare dalla descrizione del carattere del buon ispettore, sfortunato e malinconicamente rassegnato, alla sottile perfidia con cui si addentra nei meandri di tutt’altro mondo: quello in cui la fanno da padroni i cosiddetti potenti, rappresentati da un amministratore spregiudicato e sciupafemmine, sicuro sempre del proprio fascino di conquistatore, abituato a considerare le donne come oggetti da usare ed a zittire critiche ed insinuazioni.
Il romanzo è godibile e si legge con curiosità. Potrei aggiungere che si tratta di un tipico libro da portarsi in vacanza, per trascorrere qualche ora serena e tranquilla.

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"Chiedi al portiere" di Giuseppina Torregrossa e altri romanzi della scrittrice.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    23 Luglio, 2022
Top 50 Opinionisti  -  

Le ingiustizie del sistema giudiziario.

Sono tre storie che John Grisham, con la consueta maestria, ci propone. Scritte molto bene, trattano temi di grande importanza, coinvolgendo subito il lettore con argomenti che lasciano il segno e che inducono a molte riflessioni. Nella prima, che occupa quasi la metà dell’intero volume, ritroviamo un personaggio caro all’Autore, quel Jack Brigance avvocato già protagonista di altri legal thriller. Un vecchio amico dello studio legale, Mack Stafford, scompare e non dà più notizie di sé. Brigance riceve un bel giorno un suo messaggio dalla Costa Rica: un invito ad una vacanza esotica, dove il fuggitivo chiarirà la sua posizione. Mack sta divorziando dalla moglie Lisa, malata terminale di cancro, ed è fuggito dopo essersi impossessato di parte di un risarcimento milionario spettante ad alcuni agricoltori lesionati da una motosega difettosa: ora sembra pentito, ha nostalgia della famiglia, delle due figlie soprattutto, e vorrebbe rivederle, chiedere scusa delle malefatte. Riesce ad incontrarsi con Margot, la maggiore, sempre clandestinamente e con l’aiuto dell’amico Jack: sono incontri difficili, Margot lo rimprovera duramente, lui implora un perdono che tarda a venire. Alla fine la figlia sembra capirlo, la tensione si allenta, si decide a chiamarlo finalmente “papà”, ma una nuova indagine costringe di nuovo Mack alla clandestinità: il ghiaccio però si è rotto, Margot attenderà di nuovo un suo ritorno con rinnovate speranze in un futuro migliore.
Il secondo racconto porta il lettore nel braccio della morte di un carcere americano, dove un giovane, che ha partecipato ad una rapina finita con l’assassinio del derubato da parte del complice, attende l’iniezione letale. Mancano poche ore, ed il ragazzo, quindicenne all’epoca dei fatti, rivive gli anni passati in cella: ha lo stanzino tappezzato di libri, centinaia, che una anziana signora si era sempre premurata di inviargli, e che hanno costituito il suo unico svago. Molto ha letto e moltissimo ha appreso, consultando anche un vocabolario che conosce quasi parola per parola, e si commuove quando la benefattrice viene a conoscerlo: è un colloquio commovente, lui, solo al mondo, la considera quasi una madre, e riesce a convincerla a riprendersi tutti i libri dopo la sua morte, libri che altrimenti sarebbero stati bruciati. Arriva il momento fatale, ed il condannato esprime l’ultimo desiderio: è il 26 giugno, c’è la luna piena (“luna fragola”, perché alla fine di giugno inizia la maturazione delle fragole) ed il ragazzo grazie alla compiacenza di un guardiano amico, s’incanta per pochi minuti nella contemplazione del cielo, luna e stelle: ricordi e rimpianti, una vita sprecata ma vissuta fino all’ultimo nell’acquisire conoscenze e nell’affinare una sempre maggiore consapevolezza di sé.
Infine, nel terzo racconto gli “avversari” del titolo sono due fratelli ai quali il padre, Bolton Malloy, famoso avvocato finito in galera per omicidio della moglie, ha lasciato uno studio legale tra i più famosi della città, il Malloy&Malloy. I due non si parlano, hanno caratteri diametralmente opposti, uno, Rusty, è democratico, impetuoso, pasticcione, temerario, l’altro, Kirk, repubblicano, veste in modo raffinato, è più tranquillo, riflessivo, non si espone più di tanto. Hanno diviso il palazzo, sede dello studio, in due: ognuno ha il proprio ufficio ed i propri collaboratori. Ma c’è una segretaria, Diantha, amica del padre, che vigila sui due: ha in mano l’amministrazione, e conosce pregi e difetti dei due rampolli. Lo studio non va bene, vengono perse cause importanti, ci sono ammanchi notevoli: l’unica che si salva è proprio la furba Diantha. che riesce a farsi intestare un terzo dello studio ed a manovrare abilmente per cacciare sul lastrico i due incapaci ed a godersi, in Svizzera ovviamente, una cospicua fetta del patrimonio rimasto e messo al sicuro nell’elvetica Federation Bank.
Ancora una volta John Grisham si conferma maestro del legal thriller. I temi trattati nei tre racconti sono di grande attualità e coinvolgono il lettore emotivamente con una narrazione incalzante, che tende a sfatare l’opinione che i gialli su materie legali abbiano ritmi più lenti o momenti di scarso interesse. Certamente abbonda la terminologia in uso negli studi legali, ma l’attenzione del lettore è tenuta sempre viva, con sapienti attimi di tensione e soprattutto con convinti ed insistenti riferimenti a situazioni di attualità. Nel primo racconto, un padre colpevole cerca disperatamente un perdono non facile e lotta per ottenere almeno un riavvicinamento, e poi chissà. Nel secondo, la condanna della pena di morte è inequivocabile, e le uniche figure positive sono il condannato ed una compassionevole, amabile benefattrice. Nel terzo, vengono alla luce le storture, gli inganni, la corruzione del mondo giudiziario, dove tutto può accadere e la vera giustizia resta, forse incompresa, sullo sfondo.
Insomma, una vera giustizia non è di casa in un sistema giudiziario antiquato e facilmente corruttibile, come quello descritto da John Grisham nei suoi tre racconti: l’autore, perfettamente consapevole, ne traccia un quadro amaro che lascia tuttavia intravedere spiragli di speranza in un futuro migliore.

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Altri legal thriller di John Grisham.
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    16 Luglio, 2022
Top 50 Opinionisti  -  

Un documento che poteva cambiare il mondo.

Colter Shaw, il cacciatore di ricompense protagonista di una serie, per ora breve, di romanzi di Jeffery Deaver, sgominata la setta fanatica di Osiride (”Gli eletti”) è alla ricerca in questo thriller di una serie di documenti, uno in particolare, che il padre, in seguito assassinato barbaramente, aveva nascosto prima di morire in una misteriosa borsa: materiale segreto e compromettente, cercato anche da un’organizzazione criminale (la BlackBridge) che, tra l’altro, tramite una capillare rete di spacciatori, diffondeva droga in quartieri di San Francisco allo scopo di alterare la tipologia degli abitanti e favorire la speculazione edilizia: naturalmente con la strisciante connivenza di faccendieri corrotti, di politici, di frange della polizia e di alcune multinazionali. Il documento, sottratto alla BlackBridge da un agente dell’organizzazione ( pure lui assassinato), era finito nelle mani del padre di Shaw che dopo varie peripezie era riuscito ad occultarlo. Il documento, così ostinatamente ricercato, ha un’importanza fondamentale: si tratta di un emendamento dei primi anni del secolo scorso che riformava la Costituzione dello Stato e permetteva alle multinazionali di rivestire cariche pubbliche di importanza strategica, una sorta di capitalismo al potere, con tutte le conseguenze nefaste del caso. Il terremoto di San Francisco del 1906 ed il conseguente smarrimento degli atti procedurali avevano bloccato l’iter, già approvato da referendum popolare, del documento in questione: fondamentale quindi l’importanza di ritrovarlo, sia da parte di multinazionali interessate, sia da parte di Colter per impedire il sovvertimento delle Istituzioni. Il thriller diventa di capitolo in capitolo sempre più appassionante: Colter deve seguire le tracce lasciategli dal padre, le gang criminali controllano ogni suo movimento giungendo più volte allo scontro fisico e ad atti terroristici. Il nostro eroe non è solo, ha l’appoggio del fratello ritrovato e di poche altre persone fidate: teatro della vicenda è una San Francisco periferica, con i suoi quartieri controllati da bande di spacciatori, locali equivoci, aree dismesse e pericolose, con costruzioni fatiscenti, sporcizia e disperati alla ricerca di cibo e soldi. Gli agguati sono frequenti, i colpi di scena non mancano. Colter riesce anche a dedicarsi alla sua attività di base, quella di cacciatore di ricompense: una madre cerca una figlia scomparsa, che Colter ritroverà, ma sulla vicenda se ne innesterà un’altra che metterà in pericolo la vita di Colter stesso. Insomma, una trama emozionante, che coinvolge molti personaggi: tra questi, un facoltoso imprenditore, titolare di un impero finanziario, che vuole a tutti i costi impadronirsi del famoso documento e che finirà assassinato in modo rocambolesco. Naturalmente Colter e soci avranno la meglio: i misfatti della BlackBridge verranno scoperti e arrestati i responsabili. E il documento che avrebbe dovuto cambiare il mondo? Smarrito, poi ritrovato, di nuovo fatto sparire e successivamente riportato alla luce, viene messo alla fine in condizioni di non poter più nuocere a nessuno, grazie ad un magistrale ed assolutamente inatteso colpo di scena finale dovuto ad un astuto sotterfugio di Colter.
Un thriller avvincente, degno del miglior Jeffery Deaver, più solido e meglio strutturato del precedente romanzo dell’autore, “Gli eletti”, del quale è il proseguimento. Lo stile ricorda le trilogie di Don Winslow, soprattutto la trilogia del Cartello, il cui protagonista, Art Keller, assomiglia per certi versi al Colter Shaw di questo thriller. A mio parere, si riesce a cogliere una evidente differenza: nei romanzi di Winslow il lettore si sente trascinato nel vivo dell’azione, sembra quasi viverla in prima persona, mentre nei gialli di Deaver, il lettore, pur coinvolto, sembra solo spettatore di quanto accade. Probabilmente la descrizione dei luoghi e l’ambientazione più accurata anche nei particolari, inducono il lettore di Winslow a sentirsi letteralmente trasportato nel vivo dell’azione. Ciò nulla toglie alla bravura di Deaver, soprattutto nel suscitare emozioni e nel descriverci una San Francisco come raramente capita nella letteratura “thriller”.



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Altri thriller di Jeffery Deaver, in particolare "Gli eletti".
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