Opinione scritta da cristiano75
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Le tragiche vicende del giovane Arkadij
Nelle complesse vicende del giovane protagonista di questo romanzo, Arkadij, si possono forse scorgere alcune note autobiografiche della travagliata vita del grande scrittore russo.
Pubblicato nel 1875, quando l'autore aveva superato cinquanta anni, narra le vicende appunto di un ragazzo che da Mosca si trasferisce a San Pietroburgo e qui si avranno una serie di avventure, più o meno negative che faranno del giovane eroe protagonista del romanzo, una figura ambigua, dura e particolarmente incline all'isteria.
Questo romanzo, non posso collocarlo tra i capolavori del grande Dostoevskij, di certo non è ai livelli di "Delitto e castigo" "I fratelli Karamazov", due opere inarrivabili.
E' questo adolescente, un opera si complessa, curata nel descrivere i tratti dei personaggi come il protagonista e suo padre, che lo ha avuto da una avventura con una serva (altro tema caro allo scrittore russo, i rapporti ambigui tra le varie classi sociali dell'Impero Russo).
Ma rimane pur sempre un opera minore, in cui forse lo scrittore riversa i propri ricordi di quando era giovane, i traumi che aveva vissuto da ragazzo, come la terribile uccisione da parte del padre da parte dei contadini.
Soffriva di epilessia lo scrittore e dopo alterne vicende fu anche condannato a morte, con la pena che gli fu revocata poco prima di essere condotto al patibolo, cosa che segnerà drammaticamente la sua stabilità mentale.
Tornando al romanzo, ci sono una moltitudine di personaggi, ne nascono, ne spariscono per poi riapparire all'improvviso, come fossero fantasmi divenuti nuovamente uomini.
E' una trama un pò ingarbugliata, dove a mio parere, uno dei momenti più elevati è la viscerale passione che il ragazzo avrà nei confronti prima della sorellastra e poi della donna di cui è invaghito pure il padre....in queste pagine di passione cocente si rivela il punto più alto e interessante della penna dell'autore, che riesce a tratteggiare in maniera spietata e gelida come un folle sentimento, non solo sia destinato a portare sull'orlo della follia chi ne è vittima, ma allo stesso tempo conduce a rivolti drammatici per tutte le persone in gioco.
Come sempre il tono del discorso è gelido, asettico, impregnato di negatività e che prelude in ogni momento a un eventuale dramma che cova dietro l'angolo.
Le complesse vicende di questa famiglia russa, hanno come sfondo la tanta amata San Pietroburgo, con le sue meravigliose strade, le notti bianche e i gelidi infiniti inverni.
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Si può "disubbidire" a tutto, ma non alla femmina
Moravia resta Moravia.
In assoluto il mio autore italiano preferitò.
Sarà per la sua scrittura analitica e introspettiva.
Sarà per il suo amore verso Roma e i quartieri bene della capitale, in cui con sguardo scrutatore tira fuori nefandezze e ipocrisia.
Sarà per la sua capacità quasi soporifera di descrivere persone e ambienti e creare un mondo ovattato dove le persone possono anche farsi la guerra, ma sempre mantenendo un tono mite e distaccato.
Questo breve racconto è l'analisi lucida e spietata, su un giovincello di buona famiglia, con genitori distanti e troppo concentrati ad accumulare denari e bene, che vittima delle classiche crisi adolescenziali decide di "rinunciare" a vivere.
Una sorta di "nichilismo" che fa l'occhiolino al più classico Dostoevskij, ma che vede nel momento più alto del romanzo, piombare una femmina (descritta non come una bellezza Hollywoodiana) che riesce a risvegliare i sopiti sensi del nostro giovine eroe.
Moravia riesce come sempre a tratteggiare, anche fin troppo alcune volte, ogni dettaglio dell'azione, a centellinare le parole come fossero pallottole, per colpire e tener desta l'attenzione del lettore.
Per esempio, in questa breve opera, riesce a condensare in poche pagine una crisi di tutta un epoca, che riguarda un po tutte le epoche, con questa "distanza" tra genitori e figli, incomprensioni, gelosie, sopraffazioni, autoritarismo, ribellione......
Ho saputo che su lungotevere della Vittoria, a Roma, vi è la casa-museo, dello scrittore, ecco un buon posto dove andare una volta passata questa emergenza sanitaria mondiale!
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Persi nel nulla della natura più estrema
Provate a cercare "Omsk" su Google Maps.
Focalizzate il punto in cui si trova.....una terra di nessuno, spersa per quel meraviglioso transcontinente EuroAsiatico, che è la Russia.
Poi immaginate cento e più anni fa, l'inverno implacabile siberiano, la neve, i lavori forzati, la nebbia, i vestiti di fortuna, la morte come unico sollievo, gli alberi ghiacciati e il territorio brullo infinito.
Odio, rabbia, disperazione, promiscuità, la consapevolezza di non uscirne vivi. Freddo, gelo, privazioni e ancora freddo insopportabile, le mani che si ghiacciano, le dita dei piedi congelate, nasi che si staccano....ecco abbiamo un esempio vero di inferno in terra.
Sembra. che il genio dello scrittore ne rimase talmente provato da quella esperienza, che la sua salute mentale, quando miracolosamente ne uscì fuori, ne risultò provata e devastata, che poi quell'aurea di depressione, di sconfitta, di mestizia si sia riversata inesorabilmente nei capolavori che ci ha regalato nel corso della sua esistenza.
Come dice il titolo illuminante: sono queste delle memorie che provengono dai già morti, dai resti viventi di disperati, che il potere russo confinava ai margini estremi del proprio infinito territorio, per costruire strade, lastricare terreno, posare binari, erigere case, devastare foreste, in nome del progresso che si sarebbe da li a poco tinto di rosso, come il sangue che questi reietti della società avrebbero versato inesorabilmente, per pagare a caro prezzo le proprie malvagie azioni in alcuni casi, o opinioni che andavano contro il potere di allora.
Naturalmente chi si pone davanti a questo reale reportage da queste lontane e inaccessibili terre, deve avere cuore e coraggio per sopportare fino a che punto possa spingersi la follia e la cattiveria umana. In cambio avrà almeno uno scorcio su quello che spesso viene definito: un inferno in terra.
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In poche pagine, tutta l'esistenza dell'uomo
Cosa può desiderare di più il sottomesso, umile, impiegato Akakij Akakievic? un bel cappotto caldo che lo ripari dal terribile infinito inverno di Pietroburgo e che gli dia la dignità di un uomo evoluto, alla moda, pulito e magari anche desiderato da qualche donna.
E il nostro eroe cosa fa per procurarsi questo indumento? si prostra al potere, si sottomette ai propri capi, ingoia bocconi amari dai suoi colleghi.
Eppure non demorde e dalla sua stanzuccia, sogna questo cappotto caldo, se lo vede già indosso e il tempo scorre, le giornate si fanno corte e fredde, incombe la notte.
Una cosa mi stupisce in questo piccolo immenso capolavoro, ennesimo, che esce dalle mente feconda di questi giganti russi che hanno segnato, con il loro pensiero l'umanità: riuscire in poche pagine a descrivere il destino e la vita di un uomo, che è poi uguale e identica al destino di tutti noi.
La lotta per il lavoro, il desiderio spasmodico di piacere agli altri, la bramosia per un oggetto, la sottomissione all'autorità, il freddo che ci gela le membra, il timore del calare della notte e ritrovarsi in un luogo deserto, davanti all'ignoto.
La scena nella immensa piazza di Pietroburgo, ammantata dalla neve, con le luci che sfumano nella notte e le due figure che si scrutano in lontananza e i pensieri del protagonista, che si fanno man a mano che ci si avvicina al proprio destino, cupi, malati, estremi. Si percepisce quasi di essere con lui in quella scena che segnerà irrimediabilmente il suo destino.
E' un piccolo grande capolavoro, un saggio di psicologia che ci regala la visione di una società miope e cinica, forgiata nella cattiveria, nell'astio, nella sopraffazione. Dove non vi è posto per gli umili, gli sconfitti, i sottomessi, i conformisti.
E allora il cappotto è metafora del volersi proteggere non solo dal rigore invernale, ma anche dall'altrui cattiveria. Rintanarsi fra quelle stoffe calde è come quando dopo un brutto incubo ci rigiriamo nelle coperte e cerchiamo riparo nel calduccio confortante del nostro letto.
Ma il destino a in serbo sempre una sorpresa per tutti noi. Chissà se bella o brutta, basta vivere e forse lo scopriremo.
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Il bene e il male che è in ognuno di noi
Al pari di Frankenstein e di Dracula, questo immortale, gotico, sanguinario romanzo ha attraversato epoche e generazioni, ma ha sempre mantenuto un fascino oscuro sull'immaginario collettivo.
Questi tre romanzi, hanno un filo conduttore che li lega e per certi versi li rende similari: la lotta senza tempo tra bene e mane, la sete di potere e il desiderio di vendetta e morte che aleggia nel cuore delle persone (o dei mostri) quando vanno in lotta con i propri simili per appagare i propri desideri e bramosie.
E' un romanzo, abbastanza breve, che si legge quasi di un fiato, da cui sono state ricavate infinite opere teatrali, musicali, televisive e cinematografiche.
Chi tra di noi, almeno una volta nella vita, vedendo il comportamento di una persona non ha pensato di essere di fronte a un classico esempio di dr Jekyll e Mr Hyde.
Chi non si è meravigliato per il proprio modo di agire o di pensare, che magari un momento ci si sente in armonia con il mondo tutto e subito dopo si è in lotta con ogni essere vivente.
Il romanzo assume i toni del giallo e lascia con il fiato sospeso fino alla fine, portandoci in un'atmosfera da incubo, dove da un momento all'altro sembra che qualcosa di veramente brutto possa accadere.
Meravigliosa è la descrizione dei luoghi in cui si svolge l'azione, talmente dettagliata che ci si trova subito catapultati nell'atmosfera disturbante del racconto.
La cupa, tetra, orgiastica Londra del XIX secolo. I vicoletti bui della città, dove di notte sembra poter accadere qualsiasi nefandezza.
Sporca, spietata, austera, umida e impregnata da un odore di putridume e dissolutezza la grande città si determina al comportamento dei sui abitanti, li fa vivere nell'ansia, li avvolge in un'atmosfera di mistero e di oblio che portano i vari personaggi che si incontrano nel racconto, quasi alla soglia della follia e a quello sdoppiamento della personalità che è il sintomo sinistro che fa si che ci si possa aspettare qualunque comportamento da una persona.
Non esisterebbe il bene, se non vi fosse il male, come d'altronde non ci sarebbe salita se poi subito dopo non si incontrasse una discesa. Tutta la storia dell'uomo è un contrapporsi di situazioni e stati d'animo e come dice anche l'autore in una parte del romanzo:
"Se sono il primo dei peccatori, io sono anche il primo a soffrire".
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Dracula
Cernobyl vs Corona Virus
Un tre settimane fa, prima che tutta la situazione precipitasse e ci trovassimo reclusi in casa, da un giorno all'altro, avevo comprato questo libro a Roma.
Ora leggendolo, nel mio isolamento domiciliare, quello che mi sconvolge sono le tantissime similitudini, con quello che accadde quella maledetta notte di tanti anni fa. Allora ero bambino e solo di sfuggita potevo comprendere l'incubo e l'orrore che si stava propagando per tutta Europa.
Ora in piena crisi Corona Virus, tante immagini mi tornano alla mente, sfogliando le pagine di questo atroce reportage, che l'autrice, con immane coraggio ha scritto, vagando come un fantasma tra i fantasmi, tra le terre desolate intorno al reattore, dove nascosti come selvaggi, braccati dalla milizia, la gente si era rifiutata di essere deportata e attendeva silenziosa e sola il sopraggiungere dell'estrema libertà che a noi tutti dona la morte.
Le similitudini con il nostro tempo, sono nel senso di impotenza che si vive ora alle prese con questo virus, ancora non del tutto conosciuto dalla comunità scientifica e medica.
Il camminare per strade deserte, il guardarsi già a decine di metri di distanza con occhi feroci e cattivi, pensando che quello che a breve andremo a incrociare o che si è seduto di fronte a noi in metro, sia un untore, un probabile portatore del virus.
Il senso di sfiducia nei confronti delle autorità, che ogni giorno sembra non riescano a dare una risposta unica e decisa alle limitazioni negli spostamenti.
A Cernobyl, come scrive il premio Nobel, di questo libro, accadde la stessa cosa. Le persone venivano recluse in casa.
Venivano considerati dei reietti gli scampati al reattore, erano isolati socialmente (un po come sta accadendo ora, con il Nord d'Italia visto come un lazzaretto), portavano addosso la vergogna per un qualcosa che non erano stati minimamente responsabili.
La morte aleggia in ogni pagina, si fa presente in ogni pensiero e riflessione.
Qualche mattina fa ero in fila (a distanza di sicurezza da altri esseri, come se fossimo tutti appestati, come i contaminati della maledetta centrale nucleare) per comprare qualcosa al supermarket. Non si sentiva voce, saluto, solo si scrutava la diffidenza negli occhi della gente, il cercare di tenersi il più lontano possibile l'uno dall'altro, un clima da incubo che mi ha mestamente accompagnato verso casa.
In giro nessun bambino, pochissime auto, qualche temerario in bici....in lontananza cupo si vedeva la sagoma dell'enorme ospedale Gemelli.
In questo clima da tragedia mi sono venute in mente le parole di un Genio dell'Umanità, di un Illuminato che vedeva, provava, pensava cose che sono state alla portata di pochi uomini esistiti e penso a Tolstoj, Gogol, Platone, Socrate, insomma questi eletti da Dio:
"Io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani. Guarda, Natalia, il cielo! È una meraviglia!"
-Le notti bianche-
FEDOR DOSTOEVSKIJ
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Meglio dello Xanax
Purtroppo si è rivelata una grande delusione.
Dopo aver visto il cupo film Joker, che valso il premio oscar al grande attore Joaquin Phoenix, mi credevo di aver trovato il libro per rivivere le gesta del disperato clown ed invece ne sono rimasto fortemente deluso.
L'idea germinale è ottima, la storia ha tutto per diventare un lungo discorso sulla solitudine dell'uomo che non si allinea alle idee della massa.
Dello sconfitto dalla vita, che a causa di un infortuno al lavoro si ritrova da solo in una stanza di uno squallido albergo a riflettere sulla sua esistenza e sulla strada che lo porterà al disastro economico e alla fine da vagabondo.
Come dicevo nel titolo, invece la lettura si è ben presto tramutata in una lotta tra il sottoscritto e il desiderio di dormire.
Se soffrite di insonnia, se la camomilla non vi fa nulla, se Xanax o ansiolitici vari non riescono a conciliarvi con il sonno, se rimedi naturali come il fiore di Bach non può niente per farvi addormentare, allora forse c'è un rimedio per voi: questo libro....
Almeno nel mio caso ha avuto effetti stupefacenti....praticamente ogni quattro pagine lette gli occhi mi si chiudevano e una terribile, liberatoria, meravigliosa ondata di sonnolenza aveva la meglio su di me......
Più di una volta, mi sono risvegliato con il libro rovinosamente caduto sul petto o di lato.....
Tale sonnolenza è forse dovuta allo stile di scrittura terribilmente scialbo e monocorde.
O forse l'argomento trattato (praticamente le rimembranze di un pagliaccio fallito, con una gamba malconcia, solo e sperduto in una topaia di albergo in cui passa tutto il suo tempo a ricordare una storia d'amore con una femmina che alla fine lo lascia con il primo venuto).....
Decine e decine di pagine in cui praticamente non succede nulla e la cosa più eccitante è quando il nostro "eroe" va alla ricerca, vana, di un pacchetto di sigarette tra i cassetti della stanza puzzolente che lo ospita.
Insomma se avete nostalgia di una bella e salutare dormita, forse avete trovato la lettura che fa per voi.
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La ricerca dell'abisso
Forse il più grande scrittore della storia. Sicuramente uno dei geni assoluti dell'umanità.
Una esistenza intera a porre domande a se stesso e conseguentemente al lettore.
Una ricerca spasmodica per comprendere quali siano i veri valori della società. la morale che spinge le persone a compiere le azioni quotidiane. La ricerca del bene nel male e viceversa.
Essendo una persona con un anima e un pensiero fuori dall'ordinario, la vita di questo immenso scrittore è stata di certo non facile, con attacchi di depressione, domande senza risposta, amori tormentati, gioco d'azzardo e comportamenti ambigui.
Egli aveva eletto come gesto autodistruttivo il gioco d'azzardo e vi si era applicato così bene e così tenacemente da scriverci questo libro che è una sorta di auto confessione, uno sfogo, un urlo verso l'infame vizio del gioco.
Ogni persona affetta da ludopatia (e sembra che l'Italia sia uno dei paesi maggiormente afflitti da questo vizio) dovrebbe leggere questo breve romanzo che prende il lettore per mano e lo fa sprofondare nell'incubo del vizio a cui pare non vi sia rimedio.
Ogni cosa, interesse, aspirazione, gioia è barattata in cambio dell'ebrezza del gioco.
Non è importante vincere o perdere, l'importante è giocare, scommettere e gettare la propria anima sul tavolo da gioco.
Dostoevskij come ogni giocatore accanito è stato spesso vicino alla bancarotta. Ha provato la vergogna di chiedere denari in prestito, di barattare il proprio talento per avere le somme da sacrificare al casinò.
Nel libro, attraverso una profonda introspezione del protagonista, ci troviamo pure noi davanti al circo del gioco, alle persone rovinate, alle speranze bruciate, agli stipendi di un mese volatilizzati nell'arco di un ora, al limbo nero della perdita che può portare a estreme conseguenze come al suicidio.
Come ogni opera di questo genio assoluto, ci si immedesima nei personaggi, si vivono i loro pensieri, le loro angosce, la loro affannosa e spesso inutile ricerca della felicità e poi della redenzione.
Nel libro si evoca il sentimento di una persona disperata, vittima di se stesso e delle proprie debolezze.
Quasi ne prova gioia a perdere il denaro, a umiliarsi per trovarne altro con cui continuare a alimentare il suo vizio, la sua autodistruzione.
I propri demoni interiori hanno la meglio sulla capacità di conservazione della persona, non gli danno scampo. Lui lo sa, ma preferisce giocare e poi ancora giocare. Come una grande roulette che non smette mai il suo giro, con la pallina che rimbalza impazzita da un numero a un altro, da un colore a un altro.....in quel folle girovagare lungo la ruota della casualità, questa piccola pallina bianca ha la capacità di determinare per sempre i destini delle persone, di procurare loro o gioie infinite o disperazioni senza uscita. E' li l'adrenalina, non è nel vincere o nel perdere, è solo nel gioco.
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Eppure non mi dice nulla
Le cose son due: o della mia infanzia non mi è rimasto nulla oppure questo breve racconto è uno dei libri più sopravalutati della storia.
L'ho letto almeno tre volte nell'arco di diversi anni e momenti della vita e tutte le volte non mi ha mai suscitato sentimento alcuno. Nessuna emozione nulla di nulla.
Eppure non credo di aver avuto una infanzia o una adolescenza particolarmente traumatica o vuota.
Non mi sono mancati fantasia e immaginazione, eppure quando apro questa opera, così famosa e conosciuta, proprio non riesco ad immedesimarmi nei personaggi e nei disegni dell'autore.
Trovo piatta tutta la narrazione, ripetitiva, senza particolari slanci di immaginazione.
E poi ma perchè sto piccolo principe deve sempre essere biondo e bianco come la neve?
Non potevano disegnare un bel bimbetto nero con i capelli scuri?
Tutte immagini stereotipate, convenzionali.....il serpente cattivo, la volpetta simpatica, l'uomo d'affari triste e sconsolato.....e vabbè sotto con altri clichè.....
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Il problema principale per l'uomo: è l'uomo
Che poi la fattoria degli animali, intesi come porci (tra tutti quelli che poteva scegliere il buon scrittore) non sono altro che uomini camuffati.
Prendiamo ogni tipo di ideologia: fascista, comunista, socialista oppure prendiamo ogni tipo di sistema politico: repubblicano, democratico.....prendiamo ora ogni tipo di sistema religioso: cristiano, buddista, ebraico, musulmnano.....etc etc etc.....il problema non è la forma di come si determina il potere.....il problema è l'uomo stesso (o il porco) che una volta volta che scala le vette gerarchiche non diviene alto che un altro essere corrotto dalla ricchezza e dal proprio trono.
In parole povere, se quando eravamo dei semplici sudditi pieni di belle idee romantiche, di voglia di uguaglianza, giustizia, fraternità e menate di questo tipo, appena riusciamo ad ottenere il potere (si badi bene, non solo il potere politico o sociale, ma anche per esempio il potere in un gruppo amicale, in famiglia, al lavoro, a scuola) diventiamo degli altri tiranni che non pensano ad altro che assoggettare i propri simili e far crescere il più possibile la propria egemonia economica e sociale.
Quindi l'uomo è un essere fallibile, abietto, ipocrita e dalla falsa morale.
La famosa frase: il potere logora chi non c'è l'ha......nel libro di Orwell viene esaltata dalla figura degli uomini-porci che all'inizio si crogiolano nel fango e nelle loro romantiche idee di giustizia e parità sociale ed economica fra tutti, ma una volta ascesi alla vetta del potere viene a loro instillato il veleno della lussuria, dell'orgia dantesca dell'ingordigia e alla fine si ritrovano da schiavi a padroni senza pietà per i loro simili.
Le prede si sono tramutate in predatori. Lunga vita al Re.
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I demoni
la meravigliosa Francesca Neri
Ero giovane, erano i meravigliosi anni 90 ed ero follemente innamorato di una delle più belle e talentuose attrici italiane: Francesca Neri.
Le età di Lulù era naturalmente uno dei mie film preferiti. Con la Francesca in tutta la sua bellezza conturbante.
Qualche giorno fa passando per uno dei mercatini di libri vicino alla stazione Termini mi imbatto in questo libro di cui non sapevo neanche l'esistenza e subito come un lampo mi torna alla memoria il lungometraggio erotico con la dolce mia musa.
Quindi acquisto questo libro e me lo leggo in brave tempo.
Il bello di questa lettura è stato che ogni tanto mi venivano alla mente alcune immagini del film. Particolarmente forti e scabrose (o almeno per quegli anni erano scabrose, ora con tutto quello che si vede su internet, sembrano un film con la bella addormentata nel bosco).
La narrazione è fluida, abbastanza scorrevole infarcita di dettagli erotici alle volte gratuiti e di scarso rilievo.
L'autrice da l'idea di stare a scrivere come una propria biografia di un determinato periodo della sua esistenza, partendo da adolescente fino ad arrivare a una giovane età da donna e in cui sperimenta varie situazioni sentimentali e sessuali.
Almeno nel mio caso, è una delle poche volte che il film supera per qualità il la versione stampata.
Il pregio del volume è che se si estrapola il contesto sociale in cui è ambientato si può avere una fugace visione della Spagna franchista conservatrice e bigotta.
Ci sono questi moti di protesta giovanili, le incarcerazioni, le pulsioni irrefrenabili della gioventù, l'omosessualità e situazioni varie che magari potrebbero risultare indigeste se somministrate tutte in un volume di circa 250 pagine.
Per il resto, Francesca Neri rimarrà sempre con la mia Jolie Angelina l'ideale di bellezza a cui aspiro.
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Juliette
Tutto ciò che sai è falso
Leggendo le pagine di questo cupo ed oscuro romanzo, ho pensato a un film che bene o male ricalca un po le orme degli argomenti trattati da Orwell. Il film è di circa venti anni fa: "sesso e potere" con due immensi attori: Hoffman e De Niro.
Entrambe le opere in sintesi ci dicono che tutto ciò che vediamo in tv o che pensiamo di sapere della realtà circostante è falso ed è tutta una menzogna.
Sono concetti duri e crudi che effettivamente trovano una loro verità nel fatto che se effettivamente vedessimo la realtà per quella che è, magari il giorno dopo non ci si vestirebbe per andare a scuola oppure andare a lavorare o a un cinema.
L'uomo ha bisogno di certezze e speranze.
Che gli sono fornite o meglio inculcate attraverso mass media, religione, politica, sport, famiglia, amici etc etc.
Spesso quando vedo un barbone in strada mi chiedo: "ma effettivamente questo qui è un senza casa vero oppure e un attore messo li per recitare una parte come monito a tutti noi per mandarci a lavorare, sottostare alle angherie di colleghi, capi o dei clienti, perchè sennò rischio di finire come lui sul ciglio di una strada?"
Sono anni che ormai non guardo certi programmi alla tv, oppure sento o vedo il telegiornale....
Prendiamo una notizia riguardo un missile lanciato su un territorio qualunque....ci fanno vedere una casa distrutta, macerie, magari qualche persona che urla o piange e diamo per sicuro (perchè la voce fuori campo del giornalista c'è lo dice) che un razzo sparato da una nazione ha distrutto un territorio in un altra nazione....ma come facciamo ad essere certi che veramente quelle immagini sono state filmate nei posti che ci stanno dicendo? chi ci assicura che quella casa distrutta si trovi effettivamente nel posto che loro dicono? che quelle persone non siano su un set cinematografico, o siano dei figuranti pagati dai mass media per creare un certo tipo di notizia?
Pensiamo alle immagini che ci dicono che sono riprese nello spazio, con i vari astronauti filmati a fluttuare in una cabina di astronave.....ecco chi ci assicura che quelle immagini della terra siano reali e non create attraverso la computer grafica? chi ci certifica con certezza che quegli astronauti siano ripresi nel cosmo o effettivamente si trovino in qualche studio dove viene simulata l'assenza di gravità?
Il grande inganno è dare per certe delle informazioni e acquisirle come vere solo perchè sono enunciate da quei mezzi "di informazione" che tutti ritengono attendibili e fonte di verità, tipo i tele giornali della sera o le notizie sui quotidiani a tiratura nazionale.
Si pensi a un telegiornale della sera. Una grafica accattivante, un giornalista o una giornalista dal volto rassicurante, vestiti bene, con un gesticolare tranquillo e pacato, si inizia con le informazioni di politica, si prosegue, con le notizie di cronaca (spesso nera), poi si smorzano i toni, parlando di come vanno i saldi invernali, di chi si è fatto il VIP, dove vanno in vacanza le persone e poi si anestetizza la realtà parlandoci di sport o spettacolo....ecco fatto ora possiamo andare a dormire tutti felici e contenti......
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Agonia parte seconda
Agonia parte prima: l'America
Agonia parte seconda: il Castello
Agonia parte terza: il Processo
Il Castello, con la C maiuscola, poichè non dovete immaginare un placido castello sopra una collina, bensì un vero è proprio regno dotato di vita propria, di proprie leggi e soprattutto di una predilezione a sottomettere e far impazzire i propri sudditi.
Come sempre il buon Kafka decide che per il lettore deve essere una lenta agonia trovarsi al cospetto dei propri scritti.
Essendo egli un genio della letteratura riesce talmente tanto a far immedesimare chi legge i suoi romanzi con il proprio protagonista principale (come sempre con la K iniziale e spesso solo con questa lettera) che alla fine della lettura ci si sente proprio esausti, come se fossi davanti a una lenta e inesorabile agonia.
In questo romanzo, che per altro, è molto voluminoso, come le altre due agonie, il povero K, viandante si ritrova per sua enorme sventura in un villaggio, dal qual troneggia inaccessibile un Castello.
Il nostro eroe per una serie di sfortunatissime circostanze si troverà a dover fronteggiare il potere assoluto e autarchico di chi abita in quel castello.
Chiaro atto di accusa dello scrittore contro la ottusa, vergognosa e senza animo oppressione che il potere esercita contro i suoi sottoposti e sui cittadini.
L'agonia è lenta, implacabile, senza speranza. Come negli altri due romanzi citati, sin dalla prima pagina si entra in una dimensione da incubo, che poi sfocerà appunto nei disastri finali.
Io credo che il caro Kafka avesse degli incubi ricorrenti, una visione pessimistica e senza speranza che lo ha portato a scrivere, si dei capolavori, ma anche dei mattoni micidiali di angoscia e disperazione che si trasmettono inevitabilmente nel lettore.
Utilizza una tecnica, ben cara anche ai russi dell'ottocento, la descrizione minuziosa, dettagliata, precisa, sia del pensiero dei vari personaggi, sia dei luoghi in cui l'azione volge.
In questa maniera, ci si trova catapultati nella dimensione dello svolgimento dell'azione.
Si ha come la sensazione di essere proprio dentro al romanzo, fianco a fianco con i vari personaggi della storia.
Va da se, che se la trama è tragica e senza speranza, si provocherà un senso di angoscia e frustrazione che ci accompagnerà per tutta l'opera.
Quindi se avete un momento di malinconia, sconforto, depressione oppure vi è morto il canarino, ecco io eviterei questo romanzo.
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l'America
Agonia parte prima
Agonia parte prima: l'America
Agonia parte seconda: il Castello
Agonia parte terza: il Processo
Sicuramente il Kafka è uno dei più grandi scrittori della storia. Però quando ci si mette per creare un vero e proprio stato di disagio, malessere e di frustrazione nel lettore, non lo batte proprio nessuno.
Ma andiamo con ordine.
Questi tre libri che ho citato, sono diciamo la summa del pensiero kafkiano.
Cioè tutti e tre trattano di argomenti completamente differenti, ma tutti e tre vogliono solo ribadire una cosa: l'agonia dell'uomo davanti al meccanismo implacabile sociale.
La capacità dello scrittore e di creare dei romanzi dove sin dalla prima pagina si avverte una mancanza totale di fiducia e di positività, facendo entrare il lettore nell'animo disperato del protagonista, che ha sempre l'iniziale per K.
In questo romanzo l'America si narra delle tragedie di varia natura che vedono per protagonista un emigrato che cerca fortuna nel nuovo mondo.
Il tono cupo e spettrale del racconto pervade sin dalla prima pagina tutto lo svolgimento dell'azione.
A questo va ad aggiungersi il fatto che tutti e tre i libri sono dei tomi dalla grandezza non indifferente, quindi per portare al termine la lettura ci vuole anche un certo coraggio e una certa dose di masochismo a mio avviso.
Non credo di aver mai letto dei libri più negativi ed oscuri come quelli del buon Kafka.
Lui ha perfettamente ragione. Il singolo non può nulla contro i meccanismi stritolanti del sistema capitalistico e industriale in generale.
Ogni forma di ribellione o ogni tentativo di prevalere sulle leggi, sulla società, sulla spietatezza del Dio denaro, sono miserevolmente condannati a fallire.
Avete mai visto su Youtube, quelle scene delle vacche nei macelli, che pur fiutando il sangue che viene da dentro una stalla, continuano a camminare verso il loro ineluttabile destino? ebbene leggendo questi romanzi sembra proprio di rivivere una scena di terrore come questa delle mucche.....un uomo solo che piano piano si avvicina al proprio giorno del giudizio, senza che nessuno voglia o possa aiutarlo a sfangarla.
Indicazioni utili
il castello
American Gigolò nella francia dell'800
Libro abbastanza piatto.
Mi è sembrato di vedere il film con il buon Richard Gere ventenne che faceva innamorare ogni pollastrella gli capitasse a tiro, in cambio poi di un po di vil denaro di impiegare per i propri sollazzi.
Il libro del francese rievoca una Francia malata di edonismo e servilismo verso la bellezza e il danaro.
Questo baldo giovane, di bell'aspetto si diverte a creare scompiglio tra le vegliarde della aristocrazia transalpina. E' senza scrupoli e senza amor proprio.
Dona se stesso alle donne, specialmente quelle più mature (diciamo) in cambio di privilegi vari e di aiuti alla propria ascesa sociale.
Naturalmente leggendo il romanzo si prova un certo senso di disagio ad immaginare un uomo che usa il proprio corpo e fascino per arricchirsi.
La società sin dai tempi del Paleolitico vedeva la prostituzione, come un fenomeno prettamente femminile, invece si vede che la cultura di massa non ha mai compreso appieno che il fenomeno della mercificazione del corpo non ha sesso.
Sta qui la grandezza dell'autore che far calare un velo sull'ipocrisia della cultura borghese, palesando attraverso questo libro, il fatto che possano esserci anche gli uomini in una posizione di inferiorità rispetto alle donne.....quando invece la cultura ha sempre affermato il contrario.
Non dico che il libro sia questo gran capolavoro o sia una lettura imprescindibile, però ammetto che curiosità e interesse verso le vicende di questo giovane virgulto, mi hanno catturato dalla prima al l'ultima pagina.
Diciamo che è un manuale, per chi volesse iniziare una nuova professione)
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Una città da fiaba
Anni e anni fa ho letto per la prima volta questo bellissimo e breve romanzo, di questo autore ai più sconosciuto e ne rimasi colpito ed affascinato.
La descrizione di questa cittadina incantata, le stradine avvolte dalla nebbia, i canali che baciano le casette arroccate sulle sponde. I ponti sospesi quasi invisibili quando calano le nebbie e poi questo incontro casuale del protagonista con una donna, che ha le sembianze quasi di un fantasma e che in qualche maniera stravolgerà la sua esistenza.
Letto il libro la prima volta, come dicevo, cominciai a sognare di andarci a Bruges per perdermi in questo cuore Medioevale europeo, assaporare il fascino antico e oramai quasi sparito di queste ultime cittadine sospese tra antico e moderno.
Fortunatamente anni dopo mi recai con sommo piacere in questo gioiello di città belga, durante un viaggio tra Olanda e Belgio e mi misi ad errare come l'eroe del libro per le viuzze, i vicoletti e i ponti sospesi nel tempo. Quale godimento di animo poter riassaporare le pagine del libro dal vivo, quale emozione rivedere, sebbene un pochettino cambiate, le case e i locali in cui il personaggio narrato si perdeva in fantasticherie e sogni.
Purtroppo a differenza del protagonista non trovai la mia amata per le favolose calli cittadine, ma ho vissuto per una giornata le magiche avventure di un novello esploratore in giro libero e felice in una città incantata e meravigliosa, dove il tempo pare fermarsi e cristallizzarsi per sempre in un epoca remota e da sogno.
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Film e libro connubio perfetto
Il film della grandissima coppia Hoffman Mc Queen è storia cinematografica.
Il libro è una piacevole scoperta.
Pensi alla Guyana Francese e immagini una terra invasa dal sole, rigogliosa di vegetazione e accarezzata dal mare oceanico.
Poi vedi il film e leggi il libro e lo spettacolo idilliaco che ti eri fatto mentalmente diventa un incubo.
La storia di questo condannato, uguale alla storia di altri migliaia di condannati portati oltre oceano a provare sulla propria pelle tutto il male che l'uomo possa compiere.
E' un cazzotto in faccia alla tanto famigerata retorica francese: "egalite liberte fraternite" di cui i nostri cuginetti vanno tanto fieri.....ve la spiega il libro e poi il film questa frase tante volte letta, ascoltata e pubblicizzata ovunque.
Egalitè: talmente tanto uguali che mentre alcuni marciscono vivi dimenticati su una terra selvaggia arsa dal sole e dal vento, altri se ne stanno bene bene spaparanzati a pochi metri a prendere il sole.
Libertè; quella che si desidera quando dolore e follia hanno il sopravvento e spingono il condannato a buttarsi da un dirupo nel mare piuttosto che continuare a farsi tormentare dal suo stesso fratello.
Fraternitè; questa poi è la chicca finale, la presa per i fondelli a cui si arriva quando il tuo carceriere (quindi colui che rappresenta uno Stato e la sua autorità) ti tormenta impunito difeso della legge, che visto che c'è scritto da qualche parte, che uno ha commesso un delitto o un peccato allora, il nostro fraterno torturatore può far di noi ciò che vuole.
Gran bella coscienza quella Francese che dal 1852 al 1953 spediva su questa "isola del diavolo" tutti i reietti che si macchiavano di determinati crimini.
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Spettacolo puro, luce per la mente.
Credo sia uno dei romanzi più grandiosi, belli, nostalgici, schietti, vivi, onesti mai scritti della letteratura nord americana.
Le riflessioni di questo ragazzo, il suo senso di insicurezza, la sua voglia di fuggire al mondo, la felicità per la piccola sorella ritrovata, il suo vagabondare per l'immensa terra yankee. La New York cinica e amichevole.
Un libro che racchiude lo spirito pionieristico e avventuroso di un popolo. La mancanza di punti di riferimento, la solitudine portata all'estremo.
E' un romanzo che si può dire di formazione, di riflessione sulla condizione marginale di tutti coloro che decidono di non adattarsi a una società ottusamente povera di immaginazione.
Dove la concretezza, la ricerca del successo, i buoni voti a scuola paiono essere le sole cose cui far riferimento, tralasciando il fatto che ogni traguardo raggiunto, che ogni desiderio perso, che ogni aspirazione sacrificata, mai ci saranno ridati.
Cosa fa allora il nostro baldo giovine Holden, comincia la sua marcia verso l'ignoto, il suo rifiuto per certe regole costituite, il suo fantasticare attraverso le strade cittadine.
Non ha una meta, quello che conta è il cammino, lo spirito di avventura, che è il più pericoloso, ma spesse volte anche quello che riserva maggiori gratificazioni.
Non importa raggiungere un arrivo, importa provarci e soprattutto porre a frutto quello che si incontra.
Fuggire da ogni cosa, lasciare indietro la sicurezza della propria condizione agiata borghese, gli affetti, la calda stanzetta di casa. Il cammino è lungo, il popolo americano è un popolo senza radici, in costante movimento, alla ricerca di una valle dell'Eden cui forse mai giungerà.
Nel destino di questo ragazzo vedo le lande arse dal sole della Death Valley, le strade infinite battute da un vento senza sosta che ricopre di sabbia i fuggevoli passi del cammino umano.
In un film ho ascoltato questa frase profetica:
“L'animo americano è duro, isolato, stoico e assassino. Non si è mai sciolto.” D.H. Lawrence
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Il mostro che è in noi
La vicenda è nota a tutti. Sin da piccoli si conoscono le fattezze di questo mostro, creato da altri cadaveri, costretto a vagare per il mondo e dimenticato da tutti.
E' il destino di coloro che per aspetto fisico o anche mentale non vengono accettati dal mondo cosi detto
"civile".
Infatti leggendo l'opera ci si può chiedere chi veramente sia il vero mostro: il Frankstein, venuto al mondo non per sua colpa, oppure gli uomini e suo padre che gli danno una caccia spietata.
Non credo sia difficile nel nostro quotidiano avere esempi di comportamenti intolleranti verso chi è "diverso" dalla comune massa.
In una società dove la bellezza e il denaro sono valori assoluti, dove la pervasività dei social e di selfie condizionano il vivere quotidiano, ecco che esce fuori l'intolleranza verso coloro che invece, magari per un difetto fisico, per un'anomalia nel volto, per un incidente o per un semplice scherzo del destino, si trovano catapultati sin da piccoli in una realtà da incubo poichè le loro fattezze non collimano con il gusto degli altri.
Ora, non voglio giungere agli estremi del personaggio del libro, però basta pensare a quando si andava a scuola e c'era la compagna di banco tormentata dai ragazzini perchè "paffutella", oppure il ragazzino preso di mira perchè basso o con qualche brufolo.....figurarsi se uno si presentasse in una classe con qualche imperfezione fisica.
Chi di noi non ha almeno una volta sentito un sentimento di repulsione o addirittura di odio, verso una persona che non ci piaceva fisicamente o aveva qualche difetto.
E' qualcosa di umano, che non si può giudicare, però ci si dovrebbe sempre chiedere cosa c'è al di la dell'apparenza? cosa si cela dietro un volto? cosa ci fa rendere intolleranti verso un qualcosa che non ci aggrada?
Ecco il vero mostro non è colui che nell'aspetto fisico e fuori dal "normale", il vero mostro è la società che lo isola, lo umilia e lo porta a comportamenti estremi.
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Chi non conosce il Vampiro
Chissa se il buon Stoker quando ha preso in mano la penna per scrivere del Dracula, aveva in mente di creare forse il personaggio più conosciuto della letteratura mondiale insieme a quell'altro buon tempone di Frankestein?
Un libro questo del succhiatore di sangue, che è uno dei più belli e affascinanti mai scritti riguardo a un personaggio che pare di fantasia (anche se cronache mediche, riferiscono di esseri umani dediti a nutrirsi con il sangue, nel corso dei secoli).
L'atmosfera e fantasticamente Gotica.
Il castello in cui vive l'essere tenebroso è localizzato in una zona montagnosa della Romania.
L'immaginario collettivo ha in questo personaggio un essere negativo, abietto e senza anima che si nutre della linfa vitale degli uomini.
Il nostro eroe predilige, naturalmente, belle giovincelle, candide e dalla pelle perfetta per affondarci le sue fauci e nutrirsi del caldo fluido.
E' un romanzo anche con risvolti un poco erotici e marpioneschi.
Infatti se si pensa che spesso anche nei raccondi più hard, ci sono questi esseri vampireschi dediti alla lussuria.
Intatti il castello del nostro simpatico pipistrello è teatro anche di scene un po forti, piccanti.
Il pipistrellone non si fa mancare nulla. Torture medioevali. Gabbie per contenere le malcapitate.
Sotterranei in cui può accadere di tutto.
E' il signore delle tenebre, predilige la notte, quando con il buio escono fuori i veri istinti animaleschi degli uomini.
E' un opera che quindi non è solo horror, ma anche su certi spunti di tipo antropologico e psicologico, poichè vuol far cadere le tenebre che avvolgono i comportamenti umani, quando non sono sotto gli occhi di tutti....quello che si cela, dietro alla facciata, alla maschera che le persone assumono davanti agli altri, ma che poi cade e si svela l'animo oscuro che è dentro la società.
Dracula è quindi simbolo del male, della lussuria ma anche dell'ipocrisia che pervade le azioni umane.
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Leggi Benjamin e vedi Pitt
Non ero a conoscenza di questa meravigliosa e breve storia, fin quando non ti vedo il bel Pitt su un manifesto pubblicitario affianco alla meravigliosa Blanchett.
Come non comprare questo libricino (malgrado il prezzo assurdo sopra i 10 euro) dopo aver visto il bel film di Hollywood.
Certo che nello scrittore vi deve essere proprio un talento geniale e pazzoide per poter pensare una storia talmente assurda e bella che non può non suscitare domande nel lettore, riguardo al senso della vita e allo scorrere del tempo.
Il libro è di poche pagine ma veramente intenso. Il finale è bellissimo e mi ha messo un brivido.
Mi sarebbe piaciuto che la storia fosse più lunga, poichè è troppo gustoso pensare a cosa accadrebbe se uno nascesse vecchio per poi tornare indietro nell'età e diventare pian piano sempre più giovane.
Di certo ne gioverebbe l'esperienza di vita, poichè iniziado da vecchi si comincerebbero a comprendere delle cose e dei valori che da giovani uno non fa proprio caso.
La vita è beffarda, perchè quando si diventa anziani si pensa sempre al: "che darei ora che so certe cose, per poter tornare indietro ed essere un baldo giovane".
Infatti tra le tante "fregature" dell'invecchiare c'è proprio il fatto che quando si fa poi esperienza di certe cose, poi purtroppo non si ha più la forza poi di poterle rifare o farle meglio.....
Si dice sempre: "se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse".......
Certe volte vedo questi cari turisti vecchietti arrancare esausti per i monumenti di Roma, quasi cotti dal sole o dalla camminata....e penso: ma a questi chi jelo fa fare? non potevano farlo da giovani questo viaggio?
Oppure guardo mio padre, come si perde a fantasticare appresso a qualche ragazzetta.....e penso: chissà cosa darebbe il vejardo per poter tornare indietro e conquistarle tutte....se solo lo avesse saputo prima.....
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New York hardcore
Se il primo romantico tropico era ambientato a Parigi, questo invece è ambientato nella Grande Mela.
E quale luogo di perdizione poteva essere più adatto per il nostro eroe per continuare la sua opera di fecondazione del genere umano.
Anche qui c'è poco da riassumere: noia, voglia di lavorare pari alla felicità di un tacchino il giorno del ringraziamento, voglia di inseminare ogni bipede che passi a tiro e soprattutto voglia di bighellonare dal mattino alla sera.
Credo che la parte più alta e meravigliosa di questo scritto, mezzo pornografico e mezzo serioso, sia quando il nostro indomito eroe scrittore suo malgrado si ritrovi a lavorare in un ufficio popolato da rifiuti umani e bugiardi incalliti.
E' veramente una parte spassosissima e incredibilmente bella, in cui il disperato dipendente decide in maniera subdola e folle di mandare alla rovina chi gli ha dato il lavoro.
E' una riflessione amara e lucida sull'inutilità del lavoro, la falsità dei colleghi, il miserabile e vergognoso mito dell'amore che costringe le persone a crearsi magari una famiglia sorretta da bugie, tradimenti, ripicche, odio.
Non si salva nessuno, la lettura è altamente indigesta per i moralisti e i perbenisti.
Ma è anche vera: se dobbiamo un giorno crepare, cosa diavolo perdiamo a fare il tempo in un ufficio? ore e ore a lottare contro colleghi, boss, segretarie, ruffiani, mangiasoldi, falliti?
Se il tempo è finito, limitato, non conviene a questo punto darsi alla pazza gioia? fare ciò che più ci aggrada?
Valori, morali, regole, paure a cosa servono se poi ci aspetta il grande buio?
Lo scrittore si pone queste domande e la sua unica risposta prima di perire è: accoppiamoci, deprechiamo il denaro e il lavoro. Lasciamo fare la famiglia ad altri, poichè abbiamo ben di meglio da passare il tempo......divertiamoci e sporchiamoci fin dentro all'anima. Tanto tutto è inutile.
Genio.
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Parigi hardcore
Questo Cancro è ambientato a Parigi.
Poi verrà il Capricorno ambientato a New York.
Il filo comune di entrambi è: vivere di nulla, bighellonare e soprattutto fottere ogni cosa che si muove.
E' un libro lussurioso e anarchico.
Se avete morali, vi prude se sentite parlare di sesso, se credete che il lavoro, la professione, la carriera, accumulare danaro, sia il massimo della vita, allora mi sa che questa lettura potrebbe disturbarvi un pochino.
E' il classico libro, come lo definisco io, senza ne capo ne coda, che potrebbe durare un milione di pagine come cinque righe.
Ci sono una serie di strampalati avvenimenti che accadono per le sudice vie di una sporchissima Parigi, mai così lontana dai suoi fasti e le sue strade scintillante.
Ci sono degli esseri che si accoppiano in maniera selvaggia per ogni dove.
Il nostro eroe scrittore ha talmente alta la repulsione per la fatica e il lavoro che preferisce essere torturato piuttosto che muovere un dito.
Chissà come riesce malgrado essere scannato al midollo, a inzuppare il biscotto per ogni anfratto.
Immaginate uno straccione, un fallito, un derelitto, uno con la pancia gonfia per la fame, riuscire a pucciare ogni gallinella gli passi sotto al becco.
Ora io non sono sicuro che lo scrittore fosse completamente savio quando ha scritto questa opera così romantica, però mi appare assai curioso che abbia praticamente fecondato tutta la capitale francese senza avere un quattrino in tasca. Per mia esperienza di solito quando mi approccio a una femmina, la prima domanda è: che lavoro fai? manco il nome mi chiedono....dovrebbero imparare dalle francesi a sto punto......
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Come ti creo il mito americano
Gli americani sono geniali nel creare il proprio mito, nell'esportarlo al mondo e porre le basi del loro impero.
Hanno usato nei decenni, libri, film, attori, attrici, cantanti, musiche, tirato su città scintillanti, autostrade infinite, paesaggi da sogno.
Questo romanzo di Kerouac rientra a pieno titolo tra le pietre miliari che hanno fatto degli Stati Uniti la nazione di riferimento nelle mode e nei costumi del mondo occidentale.
Un libro che ha un fascino senza fine, sin dalla leggenda che narra, che l'autore usasse anche la carta igenica delle stazioni di servizio che incontrava lungo il suo pellegrinare tra uno stato e un altro, per tirare giù le proprie riflessioni.
E un America, sporca, malfamata, popolata da straccioni, rifiuti umani, battone, drogate, perdigiorno.
Autostrade a 12 corsie. Tir. Stazioni di servizio messe nel nulla.
Si incontrano questi due ragazzi, poi si uniscono anche le femmine e vanno da una parte all'altra del paese senza un apparente meta.
Leggendo le pagine, come si fa a non sognare questa libertà, questo gusto dell'ignoto, il fascino di rimediare un dollaro per prendersi un panino.
Fare all'amore sotto una volta stellata.
Il destino di questi ragazzi è anche il destino di un popolo intero, che è sempre stato un popolo nomade, senza un identità precisa, pieno di contraddizioni e contrasti.
Spietato e dissoluto, marchiato a fuoco dal Dio del dollaro.
Praterie sconfinate, sogni senza fine.
Dopo tanti anni i due amici si ritroveranno, saranno quasi estranei, la vita li ha segnati e devastati, ma avranno con loro i ricordo di un periodo della propria esistenza in cui contava solo l'amicizia, l'amore e la libertà. Vi sembra poco?
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Insomma, mezza delusione
La lettura del Don Chisciotte, può spaventare.
Sono quei romanzi infiniti di migliaia di pagine, tipo Guerra e Pace, che uno si dice sempre: ma chi me lo fa fare? tra sei mesi sto ancora con questo romanzo in mano.....
Eppure ero incuriosito da questa storia che pervade l'immaginario umano mondiale ed è riprodotta un po ovunque, dai film ai fumetti alle locandine nei teatri, ai disegni animati e via discorrendo.
E' se non sbaglio il secondo libro più letto venduto al mondo, ma comunque tra i testi più venduti e riprodotti sul globo.
Quindi figuratevi con quale emozione e aspettative mi sono posto, un po di tempo fa a leggere questo tomo infinito.
Ebbene dopo mesi di lettura, ne sono rimasto profondamente deluso.
Come ho sempre notato nella maggior parte dei libri che superano le 500 pagine e vanno anche a 1000 e più, purtroppo è difficile che gli autori non cadano in enormi lunghissimi momenti di noia, che facciano ripetizioni di azioni e persone e che comunque non stanchino il lettore.
Credo sia normale, anche perchè sarebbe impossibile mantenere alta l'attenzione di un lettore quando si debbono scrivere testi enormi e quasi infiniti.
Il Don Chisciotte ha una prima parte molto bella, entusiasmante, vitale, allegra, geniale in cui il nostro eroe con il fido scudiero sono alle prese con delle avventure bizzarre, buffe, esaltanti e spesso anche commoventi.
Poi dopo questo inizio folgorante e geniale il libro precipita in un baratro senza fine. Diventa un mattone indigeribile, con scene e avvenimenti senza filo logico, ripetitivi, tristi. Anche Don Chisciotte diventa triste e noioso....io sono testardo e quindi tra mille fatiche e ripensamenti ho voluto portare a compimento la lettura, ma debbo dire che alla fine della lettura mi è rimasta solo amarezza e delusione, per questo immenso romanzo che poteva essere scritto in massimo 300 pagine.
Sicuramente la sua fama è dovuta molto di più ai due protagonisti che sono buffi e originali, piuttosto che alla vera qualità dello scritto.
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Insopportabile
Alla seconda lettura a distanza di tempo, posso francamente dire di aver detestato questo romanzo, che non mi capacito come riesca a trovare così tante opinioni favorevoli.
Detestabile la figura del protagonista amato dalla sprovveduta.
Sembra un amore sadico e platonico. Dove c'è un buzzurro che usa parole e atteggiamenti da boscaiolo e dall'altra parte c'è una colombella con gli occhiettini umidi che ogni volta che viene trattata male dal suddetto individuo, cade in un amore ancora più folle e disperato.
L'unica cosa bella di questo romanzo, sono le descrizioni dei selvaggi territori inglesi, con la brughiera, le colline, il vento perenne, le foglie che volano ovunque e quel triste desiderabile paesaggio di fine autunno quando freddo e tempesta creano un mix irresistibile che ha dato vita a tanti romanzi e pellicole.
Purtroppo il romanzo mantiene questo livello di tensione tra i due protagonisti, che alla fine snerva proprio.
La lettura in certe parti diventa un campo minato, poichè non si riesce proprio a capire cosa spinga la fanciulla tra le braccia di questa specie di orco, capace solo di urlare e avere un espressione corrugata e malinconica.
Per fortuna ogni libro ha una fine, sennò qui ci sarebbe proprio da versare lacrime amare per la sventurata.
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T'ho fregato!!!
La fine del racconto sembra proprio dire questo: "t'ho fregato, amico mio"
Se c'è un racconto classista, questo è il più eclatante.
I ricchi sono cattivi e intolleranti. Gli umili buoni e altruisti.
E' sempre difficile riuscire a dare un giudizio su un libro, che si professa storico e tratta il tema dell'Olocausto.
In questo breve romanzo si incontrano e scontrano due mondi diametralmente opposti.
Da una parte un giovane ebreo che deve fare i conti con l'inizio dell'onda antisemita, dall'altra un solitario figlio di sangue blu che ha una famiglia simpatizzante per baffetto.
In mezzo a questo casino, si dirama l'inizio della fine della Germania nazista.
Il testo è gradevole, qua e la ripetitivo, con un velato sentimento di angoscia e di rassegnazione che pervade gran parte della narrazione.
Il finale è la parte più interessante, frizzante e per certi versi inattesa di tutto il racconto.
Solitamente i libri che trattano il secondo conflitto mondiale, sono dei polpettoni indigeribili, questo testo invece scorre via leggero e velocemente, mantenendo sempre un tono abbastanza gaio in relazione al tema trattato, forse perchè il vero conflitto non è ancora scoppiato quando i due giovincelli si conoscono e per certi versi sembrano anche essere attratti l'un con l'altro....nel loro rapporto infatti si supera un po quel sottile limite che divide un amicizia da un qualcosa di più affettuoso e intimo. Poi parliamo di un secolo fa, quindi certe cose era meglio celarle oppure magari etichettarle come "amicizia".
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Babbo a me tutto, a te la polvere
Una società malata, che potrebbe essere di un secolo fa, come attuale.
Francese per nazione di nascita dell'autore, ma che può benissimo rispecchiare qualunque nazione nel globo.
Cosa accade quando un genitore si riduce sul lastrico per i figli? non accade nulla di tanto inimmaginabile, la prole feconda, il genitore finisce alla polvere.
Leggendo il romanzo, ci si chiede cosa allora rappresenti la famiglia, intesa come un unico organismo dove le varie parti debbano sostenersi l'un l'altro per far fronte alla società spietata, esterna.
Invece nulla di tutto questo, il male è proprio in seno alla famiglia, al gruppo familiare, in questo caso portato all'estremo con l'angheria delle figlie verso il vegliardo.
Un po come andare in una casa di cura qualsiasi, oppure osservare nonnini ai giardinetti da soli o con il cagnolino, o vedere badanti che accompagnano teste canute.....mi chiedo sempre: ma questi signori, non hanno figli? non hanno nipoti che possono fare loro compagnia?
Mi sono sempre guardato dal fidarmi dai falsi ideali imposti da una società miope e cinica. Familiari, amici, conoscenti, non mi hanno mai suscitato una simpatia totale, una piena fiducia verso il prossimo.
Il romanziere attraverso questo cupo romanzo, ci scaraventa in faccia la triste realtà.
Quando si invecchia, quando si perdono le risorse economiche, si può diventare motivo di imbarazzo anche per la propria prole, così tanto amata e cresciuta.
Allora il vecchietto, la vecchietta si rifugiano nella loro tana in attesa di un gesto di amicizia che mai arriva.
Dopo aver letto il romanzo, mi sono messo a osservare un po il mio vicinato.
Ebbene, essendo questo un paese anziano, non ho trovato difficile individuare delle similitudini con i personaggi di Balzac.....vecchietti che aspettano magari la domenica per vedere un figlio o un nipote....se va bene.....come se la vita fosse solo la domenica.....
Mi preservo da codesta triste fine e rimango scapolo e senza ingorda prole.
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Le zampette dello scarafaggio
Metto uno alla piacevolezza, poichè leggere un libro, dove si ha sempre in testa che a riflettere c'è uno scarafaggio, insomma non è che sia così godurioso.....
Per il resto è sempre il solito buon Kafka, che a differenza dei suoi tre monumentali: Processo, Castello, America, qui ha voluto esprimere la sua cupezza, la sua visione oscura della realtà, attraverso poche pagine.
Non per questo i risvolti psicologici e sociali sono inferiori agli altri tre romanzi.
Il titolo originale è: la metamorfosi di un commesso viaggiatore.
Cosa accadrebbe se uno si risveglia trasformato in insetto.
Ora forse, il nostro scrittore ha preso spunto da il "Naso" di Gogol, dove anche li uno si scopre all'improvviso trasformato nel suo aspetto fisico.
La paura di tutti noi, di non piacere più al prossimo, di imbruttirci, invecchiare, all'improvviso non risultare più gradevoli alla società che ci ha accolto.
Naturalmente qui si arriva allo stremo, con dei passaggi del romanzo, francamente molto duri e che in Spagna direbbero: "me da asco"... mi fa schifo...
La scena per esempio di quando gli tirano al povero enorme bacarozzo una mela in uno sterno, a me ha fatto venire i brividi... poi lo scrittore, essendo genio, riesce proprio a farti entrare nella psiche disturbata dell'insetto uomo...
Il film che ha ripreso il tema trattato dal libro, a mio parere è la "Mosca" di Cronemberg altra pellicola disturbante e a tratti schifosa proprio, ma che tratta bene o male lo stesso tema.
Alla fine la domanda è sempre la stessa: ma le persone che ci vogliono veramente bene, o che sembra ci vogliano veramente bene, come reagirebbero se da un giorno all'altro perdiamo la nostra piacevolezza e bellezza di persone? ci sarebbero ancora vicino? ci vorrebbero ancora bene? sarebbero disgustate? ci caccerebbero? la risposta purtroppo non ci conforta...
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Idda aveva un boyfriend
Come non ricordare le prime frasi del capitolo uno del Padrino nella sua versione cinematografica....con un enorme Marlon Brando!!!
La saga di una famiglia, scritta da Puzo, che poi avrebbe avuto un clamoroso seguito cinematografico, con pellicole indimenticabili.
Il romanzo ripercorre le vicende di una famiglia italiana e i suoi traffici illeciti tra l'Italia e la Nueva York (nel dialetto degli emigranti in Little Italy).
Vari fratelli più o meno violenti, astuti e belli che decidono di mettersi sotto i piedi il sistema Yankee e di conquistare il nuovo mondo.
Useranno metodi soft, ma spesso volte ricorreranno a violenze e minacce.
E' un epopea completa, che ha in se già il germe della sua autodistruzione, del decadimento di un intero sistema corrotto e corruttibile che ha nel Dio denaro, la giustificazione di ogni azione commessa.
La Mafia e il suo essere, il suo operare, le sue regole, i codici morali non scritti, i limiti dell'azione, un compendio per comprendere bene anche i legami con i vertici della politica e degli uomini d'affari.
Non si salva nessuno, sono tutti sporchi e cattivi, ognuno a modo suo, ognuno per la sua strada quando poi le cose naufragano.
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Conoscere un Lager
Anni fa, avevo fatto una "gita" ad Auschwitz e ne ero rimasto sconvolto e pietrificato.
Poi leggendo questo libro, avevo dato un senso agli orrori commessi in questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini.
L'autore ha il pregio, di raccontare questa immane tragedia, mantenendo sempre un tono abbastanza distaccato, freddo, non esaltato, non drammatizzato.
Sembra solo che voglia raccontare quello che succedeva, senza dover farcire il linguaggio con frasi ad effetto o superlativi, che andrebbero a nuocere il resoconto storico e umano che egli ha così fin troppo perfettamente descritto.
Il tema è molto delicato, soggetto a miriadi di interpretazioni.
Levi è stato un partigiano anti fascista, appunto deportato ad Auschwitz. Come ne sia uscito vivo è puro miracolo, come abbia avuto la forza di scrivere quello vi accadeva è qualcosa di veramente unico e grandioso, poichè le atrocità che ha visto o sopportato, a mio avviso sono qualcosa che già difficilmente uno può cercare di riportare alla mente, figurarsi mettere il tutto su carta, i dettagli, le torture, la fame, il freddo, la paura che logora. Ci vuole coraggio e grande cuore.
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Rendere famosa la Magliana
Come con Gomorra, anche questo libro, attraverso la trasposizione cinematografica, ha perso la sua valenza di inchiesta e di denuncia, in favore di una mitizzazione della malavita.
Spesso mi capita di sentire, in special modo, i ragazzi che parlano dei personaggi di questi due romanzi, come se fossero particolarmente fighi e da rispettare.
Questo accade, perchè quando un libro ha successo, subito le case cinematografiche mettono su una sceneggiatura dove poi i personaggi principali hanno fattezze attrattive e parlano in maniera tale da essere recepiti e spesso emulati, dal popolo.
Il libro in particolar modo, è scritto bene, con parti a mio avviso particolarmente erotiche, che servono a mantenere alto l'interesse del lettore.
La storia è intrigante, non si salva nessuno, dai mafiosi che primeggino nella capitale, alla politica (e come possono mancare i politici), alle prostitute, ai borgatari di periferia.....è un grande minestrone di schifezze assortite, dove non c'è morale e via di uscita.
Certo alcuni fatti paiono poco verosimili, sembrano calcati, romanzati, portati allo stremo per tirate avanti la matassa della trama, che si fa un po complicata ed ingarbugliata.
Il romanzo, rende famoso uno dei quartieri marginali della città, ne esalta l'aspetto violento e oscuro, anche se secondo me non è proprio così, visto che la Magliana è anche un posto dove si può vivere bene e tranquillamente.
E' un tutti contro tutti, tipo le lotte fra bande di italiani, irlandesi e americani nella New York di trent'anni fa.
Particolare la figura del Dandy, uno che ama la moda, le donne belle, il lusso e lo stile inglese of curse.....
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Redrum o Murder
Cosa legge il piccolo nello specchio della stanza: redrum......che al contrario si legge murder.....la follia abbia inizio, signore e signori.....
Già di se la trama è spettacolare: un albergo enorme e vuoto isolato dal mondo, sulle montagne canadesi (che poi esiste pure nella realtà). Una famigliola che cerca di sbarcare il lunario accettando lavori impossibili. Un bimbo che vede al di là delle percezioni visivi e poi lui: il guardiano dell'Overlook Hotel con la scia di sangue che si porta dietro.
E si, perchè come dicono anche i proprietari della struttura, la solitudine, l'isolamento, le lunghe notti invernali, il silenzio posso avere effetti negativi sulla psiche dei soggetti.
Siamo ai vertici di uno dei più grandiosi capolavori cinematografici mai diretti.
Non sono un grande amante di King, almeno di quello attuale che ormai tira fuori libri come io mi taglio i peli della barba ogni mattino, ma questo romanzo è un portento.
Anche se, stranamente il film a mio avviso è molto migliore rispetto all'opera scritta.
Se nella pellicola i tempi sono costipati, nel libro purtroppo il King cade sempre nello stesso sbaglio: allungare la pappardella con avvenimenti e situazioni che spesso rasentano il ridicolo.
Kubrik è andato giù duro a tagliare ed accorciare diversi passaggi, anche perchè senno il film sarebbe durato 15 ore.
Nel libro comunque ci sono delle scene veramente forti, dure, spaventose.
Uno dei passaggi più belli è quando comincia la mente del custode a vacillare e sente le feste nei piani della struttura. Una vocina gli dice che tra poco bisognerà dare una lezioncina al marmocchio, che si impiccia di cose che non sono di sua competenza e anche alla mogliettina che mette il suo nasino ovunque.....
Certe volte quando ripenso alla storia del romanzo e alle scene del film, mi chiedo con curiosità, come sarebbe veramente se uno venisse rinchiuso per mesi con un altro paio di persone in una struttura gigantesca isolata dal mondo esterno.....poi mi sale qualche brivido e penso che la cosa migliore e non sapere mai la risposta......
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Godimento pieno
Datemi questo libro, poi fatemi vedere la pellicola omonima, del genio dei registi della storia e mi farete felice.
L'ultra violenza al ritmo di uno dei illuminati della storia: Ludwig van Beethoven.
Uno dei pochi esempi in cui libro e film sono sullo stesso piano. Capolavoro uno, capolavoro l'altro.
La violenza nuda, cruda, senza motivo.
Il folle ghigno del drugo capo. La clinica psichiatrica popolata da cannibali umani, sia tra i dottori, che tra i secondini, per non parlare della follia che albeggia nelle menti degli internati.
Nessuno si salva, in questa società inglese, di un futuro prossimo.
Violenza, possibilmente ultra, stupri, barboni bastonati, vecchi decrepiti sporchi e cattivi, famiglie disgregate, città cupe e malinconiche, gruppi di diseredati che vagano con bastoni in mano, donne stuprate, medici sadici, guardie violente e lussuriose, delinquenti in erba che si dissetano con latte corrotto da anfetamine.
Sesso compulsivo, occasionale, disperato. Il discorso senza logica della massaia e del paparino che si dondola davanti alla televisione.
Padre e madre, che abbandonano il figlio mettendogli in camera un estraneo.
C'è tutto ciò che porta al caos, al nichilismo, al delirio sociale.
Il film (anche se oggi alcune scene possono sembrare un po datate) è violento e crudo, con una fotografia magistrale.
Il libro usa un linguaggio che mischia fantasia, frasi senza senso e cruda realtà.
Non cercate speranza, ottimismo, bellezza in queste pagine o nelle immagini.....abbandonatevi al futuro distopico che attende l'umanità e la sua fasulla modernità.
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La solitudine in tutta la sua spietatezza
"La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo."
Le profetiche amare riflessioni di un enorme, grandissimo, unico Robert De Niro che fanno da sipario a uno dei più grandiosi, affascinanti, ineguagliabili, capolavori della cinematografia mondiale: "Taxi Driver", diretto del visionario Martin Scorsese.
Quando per puro caso, sono venuto a sapere che c'era un libro che appunto si ispirava al film (caso singolare ed inverso, in cui è la pellicola cinematografica ad ispirare un opera letteraria), io che amo visceralmente questo capolavoro, mi sono messo a cercare in internet ed ho tirato fuori una copia del libro (perchè non credo sia possibile da reperire nelle librerie che si trovano sotto casa).
Premetto subito, che purtroppo la traduzione dall'inglese all'italiano, almeno per la prima parte del racconto è fatta veramente male, con errori evidenti di battitura e di grammatica.
Poi però fortunatamente, nella seconda metà del libro, il traduttore mettendoci più impegno ha tirato fuori un testo come si deve e quindi la lettura risulta scorrevole e piacevole.
Il libro, come il film, narra le vicende allucinate di un tassista di New York, reduce dal Vietnam, che si ritrova catapultato in una vita ancora più alienante e folle di quella sperimentata in guerra.
La megalopoli lo stritola e lo ingoia. Vaga tra vie ambigue e tetre.
Fa la conoscenza con la peggiore risma umana. Intorno a lui solo violenza e sporcizia.
Cerca una redenzione in una ragazza conosciuta per caso, ma quando anche in questo fallisce, decide che è arrivata l'ora di vendicarsi di una realtà che ormai lo fa vivere ai margini......è una parabola sublime che racconta in maniera spietata il destino di solitudine cui gli uomini si condannano nelle grandi città.
E' curioso, come appunto in queste nostre enormi realtà cittadine, popolate da milioni di anima, diventa sempre più difficile riuscire a trovare persone e amicizie vere con cui anche solo colloquiare e raccontare un po di se.
L'interpretazione di De Niro può essere annoverata nei vertici delle recitazioni di ogni tempo.
Il libro lucidamente disegna i pensieri disperati del protagonista, fino alla sua resurrezione quando si imbatterà in un angelo di bambina che darà nuova speranza al protagonista.
Se in una cosa gli americani sono dei maestri irraggiungibili è nel riuscire a delineare in maniera perfetta e completa le psicologie dei personaggi che vivono nel loro contesto sociale e cittadino.
La solitudine come arma per difendersi dal male esterno e allo stesso tempo come strumento per capire se stessi e da qui tracciare la propria nuova via esistenziale.
Fatevi un regalo, se ancora non lo avete fatto: andatevi a vedere questo film meraviglioso e se vi aggrada, cercatevi pure una copia del romanzo. Non credo ve ne pentirete.
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Un uomo da marciapiede.
Il cuore oscuro dell'America
Affresco tremendamente reale dell'inferno vietnamita.
Libro da cui poi è stato tratto, uno dei più grandi capolavori (se non il più grande capolavoro) della cinematografia mondiale, del genio visioniaro di Stanley Kubrik "Full Metal Jacket".
Un libro, che come recita il titolo, è composto da una serie di articoli elaborati da un corrispondente di guerra, che suo malgrado si trova catapultato nella oscura, inaccessibile, tenebrosa e mortifera foresta vietnamita.
L'autore racconta in prima persona le fatiche immani, le sofferenze e le atrocità che hanno macchiato per sempre la coscienza di centinaia di migliaia, se non milioni di persone.
Ci racconta di come un paese asiatico sia stato completamente devastato, annientato da una forza esterna che ha usato ogni mezzo per cercare di portare a termine un conflitto che sin dall'inizio di preannunciava catastrofico.
Le pagine di questo libro trasudano sangue e sofferenza.
Alcuni passaggi sono un vero schiaffo in faccia, un cazzotto nello stomaco.
Gli elementi più brutali, sono quando vengono descritti i vari modi in cui si smembravano i nemici, oppure l'autolesionismo per tornarsene a casa mezzi impazziti. Intere colline e montagne completamente rase al suolo o devastate per stanare il nemico.
Centinaio di migliaia di soldati completamente allo sbando nella giungla impenetrabile.
Un conflitto che ha coinvolto civili, bambini, donne, anziani, animali....non ha risparmiato nulla e nessuno.
Naturalmente la propaganda si faceva forte con il classico "esportiamo la democrazia", che poi in definitiva non era altro che dire: esportiamo un po di morte e distruzione. Ci sono riusciti.
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Grandioso affresco della Russia di metà Novecento
Avrei voluto mettere 5 stelle a ogni voto, però è difficile dare un giudizio pieno riguardo la "piacevolezza" del libro, se questo tratta di malattie mortali e follie all'interno di un padiglione oncologico russo.
Per il resto è un romanzo, meravigliosamente attuale e reale.
In cui disperazione e speranza si determinano ai malati condannati nella maggior parte dei casi a una morte lenta e tremenda.
Il libro si concentra sulle vicende di un malato in particolare, che sembra avere una certa ascendenza sulle femmine che lavorano all'interno del padiglione.
Il lettore viene catapultato allora in questo strano e affascinante mondo di un ospedale dove si cerca in ogni modo di riuscire a dimenticare la sofferenza a cui si è soggetti, appunto raccontando la propria storia, provandoci con una bella infermiera o facendo la corte a una dottoressa particolarmente avvenente.
Il grande autore russo, premio Nobel proprio per questa Opera, riesce, come nella migliore tradizione di Santa Madre Russia, a tracciare perfettamente gli aspetti psicologici dei personaggi che orchestrano l'opera.
La lettura è molto fluida, ma non piacevole. Poichè, almeno io, sono stato per tutto il romanzo in attesa del dramma conclusivo, con la morte che aleggia in ogni pagina, come figura nascosta ma incombente sui destini delle persone.
Certo che se uno avverte qualche dolorino o in qualche maniera è un poco ipocondriaco, non credo sia questa una delle letture migliori da farsi.
Per il resto, c'è una grande speranza che comunque veleggia forte per tutto il racconto.
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L'idea germinale per Apocalypse Now
Libro oscuro e negativo.
L'esplorazione di una terra selvaggia si trasforma in una lunga e a tratti poco comprensibile, riflessione sul destino dell'uomo e sulla sua natura fondamentalmente malvagia ed ambigua.
Da questo romanzo, Coppola trae idea per dirigere uno dei maggiori capolavori del cinema mondiale: Apocalypse Now.
Il libro, come dicevo, è il classico romanzo senza ne capo ne coda.
Nel senso che potrebbe non avere mai fine, si basa su una serie di idee e riflessioni, che toccano ogni aspetto della vita dell'uomo e del suo continuo pellegrinaggio da un luogo a un altro.
Se vi sentite un poco abbattuti o malinconici, non credo sia questa una lettura adatta.
Troppa negatività. troppa disperazione, troppi pensieri oscuri e senza uscita.
Praticamente si compie il percorso indicato nel titolo: si penetra nel "cuore di tenebra" della razza umana, che più penetra nelle foreste selvagge inesplorate e più si scopre quanto profondo e buio possa essere il pensiero dell'uomo.
Se vi leggete il libro e poi vi sorbite pure le tre ore e passa del film, al quel punto siete pronti a poter sopravvivere proprio a tutto.......
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La Francia feconda
Gran bel libro.
Con una storia semplice e lineare che potrebbe riguardare chiunque.
Il nascondersi dal mondo, nel sentirsi diversi e allo stesso tempo trascorrere il tempo cercando di imparare il più possibile e arricchirsi dentro.
Cosa accade quando una persona, non nasce con delle caratteristiche fisiche che per la società sono essenziali per la propria ascesa sociale? succede che la persona in questione si isola e combatte il sistema opprimente creando un proprio mondo e trovando da se i modi per ritagliarsi uno spazio tra gli altri.
Il libro è molto delicato, tocca temi importanti e spesso dimenticati. Essendo stato scritto diversi anni fa, in periodi in cui il "selfie" ancora non esisteva, con i social che non avevano completamente ridisegnato e devastato i rapporti reali tra le persone, è questo un romanzo anticipatore appunto dei cupi e fasulli periodi che presto avrebbero portato la nostra società sempre più verso il culto di se stessi, dell'edonismo e della ipocrita socievolezza della rete.
I protagonisti sono due persone agi antipodi, almeno per età ed estrazione sociale. Una ragazzina agiata e un portiera semi anziana di un palazzo signorile. Entrambe vivono nel proprio modo una sorta di vita limite, ai margini della società.
La Parigi delle luci, dei boulevard, della ricchezza ostentata, ma anche la capitale della solitudine e dell'a apparenza.
Spesso sento la frase fatta, ridicola: "nasciamo tutti uguali"......provate a dirlo alle due splendide creature protagoniste del libro....sarei curioso di sentire la loro risposta.
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La mia steppa
In russo "stiep".
Ho letto questo breve racconto da ragazzo e fortuna a voluto che fidanzandomi con una splendida ragazza russa, qualche anno dopo, in treno da Mosca ad Astrakan sul mar Caspio, ho potuto godermi appunto gli sconfinati, spazi immensi della steppa. Circa 30 ore di treno nel nulla assoluto o quasi, con qualche fermata per rifocillarsi in stazioni fuori dal mondo.
Una cosa che notavo guardando fuori dal finestrino, del treno in corsa era la sorprendente aderenza del racconto di Cechov con il paesaggio che mi si palesava difronte.
Campi infiniti, piatti o con in lontananza alcuni tetti scoscesi di isbe russe.
Il sole implacabile a picco su una terra riarsa e dove spesse volte sembrava di essere in un paesaggio lunare.
Il buon Cechov, ama soffermarsi sulla natura che è ovunque durante il viaggio del protagonista. Una natura muta e immutabile del tempo.
Indifferente ai drammi umani. Ecco un attinenza con quel mio viaggio è proprio questa sensazione che si prova vagando per quegli spazi immensi: ci si sente come delle formichine, degli esseri privi di qualunque possibilità di reazione o di determinazione nei confronti di una natura incontaminata e senza fine.
Il mio sguardo vagava nell'immensità delle distese aride russe e mi pareva quasi di essere il ragazzino del romanzo che all'improvviso come in sogno vede il suo destino come un granello di sabbia rispetto all'immensità del creato e del tempo.
Ogni volta che riprendo in mano questo romanzo, non posso che provare un leggero velo di malinconia a ricordare i giorni felici con la mia bella ragazza russa, che mai scorderò e che mi ha regalato la possibilità di vedere quanto possa essere grandiosa e meravigliosa Madre Natura.
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Un buon romanzo italiano
Non sono un grande lettore di romanzi italiani, soprattutto di quelli contemporanei.
Però questo libro di Giordano, il suo primo, mi ha piacevolmente colpito.
Non ci sono personaggi di altissimo spessore, non c'è un intreccio complicato.
Bensì la piacevolezza del racconto è racchiuso nel grande senso di umanità che pervade la narrazione dall'inizio alla fine.
C'è l'amicizia fra questi due ragazzini dell'Italia settentrionale, che riescono a emergere da un mondo dove gli adulti oramai hanno finito di sognare e portano al baratro anche le piccole anime con cui hanno a che fare.
I ragazzini sono come due "numeri primi gemelli" vicinissimi tra loro, ma comunque mai in totale contatto, che sembrano sempre sul punto di collimare, va subentra un ostacolo (un numero) a tenerli distanti e separati. Un po il destino dell'umanità che sembra sempre sul punto di poter trovare un via di redenzione univoca, ma che alla fine è destinata a restare separata e soprattutto a non riuscire a superare il proprio singolo interesse personale.
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Agonia parte terza
Agonia parte prima: l'America
Agonia parte seconda: il Castello
Agonia parte terza: il Processo
La triologia di Kafka sull'ineluttabile destino dell'uomo stritolato dal sistema comprende queste letture: il processo, il castello e l'America.
Il processo è forse quello leggermente più scorrevole dei tre tomi.
Ma a mio avviso per leggere Kafka, bisogna armarsi di una pazienza e una forza di animo che scoraggerebbero anche il lettore più cocciuto.
L'autore vuole con il processo, tirare un atto di accusa contro ogni sistema burocratico e legislativo, dove in una selva di articoli, leggi, processi, contro processi, appelli si entra in un meccanismo perverso e totalmente assurdo, dove le parti in causa finiscono alla fine per soccombore o meglio ancora finiscono quasi alla soglia della follia.
In questa opera, ci viene messo sotto il naso, un meccanismo legislativo che vede il cittadino come un semplice spettatore di una commedia tragicomica il cui finale sembra non arrivare mai.
E' una macchina infernale che una volta messa in atto pare non abbia più un sistema di arresto.
Il protagonista, suo malgrado, sarà costretto a far fronte a una serie di norme, leggi, personaggi che sembrano come organizzati in modo tale da creare un girone dantesco dove non vi è la fine di uscita e dove ogni persona dovrebbe guardarsi bene dal caderci dentro.
Per Kafka, secondo me, la società non da scampo alle persone.
E' sicuramente un autore molto negativo. Dai diversi testi che ho letto di lui, non ho mai trovato un clima sereno e disteso nei vari racconti. Ogni romanzo è come un lento inesorabile precipitare verso la disperazione dei personaggi che ne sono i protagonisti.
Egli è un realista, poichè sa bene che la società così come è strutturata è atta a reprimere il singolo, per potersi preservare, assicurare il potere a una ristrettissima elité, alla faccia della tanto paventata democrazia e che la legge è uguale per tutti.....
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Ogni luce è destinata a spegnersi
"Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato."
Un libro ambiguo, dall'inizio alla fine. Un monito forse scagliato alla faccia oscura del lusso e delle paillettes, dei party senza fine, delle fuoriserie, delle donne dai facili costumi, dell'amore come redenzione da una vita di bagordi e di estremi...,insomma un monito al lato invisibile della ricchezza sfrenata e senza fondo.
Gatsby è quasi un personaggio Kafkiano, incomprensibile nel suo procedere per gran parte del libro.
Di lui non si sa nulla o meglio no si ha interessa a sapere nulla. Infatti quello che contata è che comunque non lesina lo sperpero dei soldi per far contenti i suoi ospiti o comunque i personaggi che come lupi gli ruotano attorno.
La ricchezza immensa del protagonista non ha un perchè. Non se ne conosce l'origine, come non si sa bene da quale universo parallelo sia piovuto questo personaggio, che nel film ha il faccione di Leo Di Caprio e che malgrado una vita nella dissolutezza, cova ancora un amore verso una leggiadra fanciulla che troppe volte gli è sfuggiata per situazioni avverse.
Il libro è micidialmente lento, malgrado l'argomento dovrebbe stimolare la fantasia del lettore.
Confesso che per lunghi tratti mi sono profondamente annoiato, ma poi all'improvviso la storia sembra prendere quota e dare un senso anche alla stessa esistenza del nostro eroe.
Si intuisce comunque che è quasi una romanzo dove si alternano dei momenti concreti in cui ci sono chiari esempi di situazioni aderenti alla realtà, con momenti abbastanza prolissi dove si entra quasi in una dimensione da sogno.
Le parti che possono suscitare maggiore attenzione nel lettore, dovrebbero essere quelle in cui si descrivono i vari incredibili lussi a cui si dedica il nostro buon riccone americano. Le mega ville. Queste feste dove ci sono più imbucati che invitati. Naturalmente la descrizione di donne bellissime e "leggere".
Fiumi di champagne. Vestiti da mille e una notte.
A chi non è mai venuto, per una volta, leggendo il libro o guardando la pellicola, di partecipare a una festa di tale portata.
Insomma se volete perdervi nel sogno di una vita da divi di Hollywood o da sceicchi degli Emirati, questo libro potrebbe essere per voi, per capire la differenza abissale, tra classi sociali, tra gli esseri umani.
Però, perchè naturalmente quando vi è così tanta bellezza e lusso, vi deve essere un però (quasi a essere un monito a tutti coloro che bramano una siffatta esistenza) il sogno di Gatsby come la sua stessa vita non è altro che un enorme limbo, che ben presto svelerà una realtà tutt'altro che amabile, lussuosa e scintillante come eravamo stati abituati a leggere per gran parte dell'opera.
Il finale, lo reputo tra i più poetici e profetici di tutta la letteratura mondiale.
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Condannato il protagonista, condannato il lettore
Credo che un libro, più angosciante, pesante, terribilmente veritiero di questo non ne ho letti.
Mi è arrivato questo volumetto e pensavo fosse una lettura abbastanza scorrevole, ma poi nello sfogliare le pagine ed entrare sempre più nella psicologia e nella disperazione del condannato a morte, avevo proprio la sensazione che quel patibolo mi stesse aspettando a me.
Anche questa è la magnificenza della vera letteratura e di questo autore.
E' un lento, inesorabile cammino verso la forca, fatto di amare riflessioni, di impotenza, di consapevolezza di non aver sfruttato al meglio la vita e la salute.
E' una realtà da incubo, con le persone che si assiepano sotto la forca, come se stessero andando a guardare uno spettacolo di avanspettacolo.
Nessuno si salva, il condannato è condannato per sempre dalla società, che è a sua volta popolata da derelitti, rifiuti umani, da persone che traggono piacere nel vedere l'altrui disperazione.
Ecco date queste premesse potete immaginare, o voi che lo leggerete, in che razza di mattone state per imbattervi.
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Tedio e noia
Precursore dei tempi. Un libro che è riuscito nella non indifferente impresa, di uccidermi ogni fantasia di continuare la lettura del ciclo di romanzi denominati dallo scrittore del "Rougon-Macquart".
Praticamente agli albori del consumismo più sfrenato di massa, riservato naturalmente a chi ha le capacità economiche di stare appresso a mode e sfizi, l'autore inizia una filippica di caratteri epocali volta a metterci in guardia dai danni del consumismo.
Siamo nella Parigi dei lustrini e delle luci, dove interi quartieri, case, palazzi, strade vengono profondamente modificati, se non distrutti, per far posto appunto ai primi prototipi di centri commerciali.
Diciamo che di certo l'autore non ci va giù leggero, con le femmine e il maniacale impulso a comprare, spendere, riempire la propria vita di oggetti.
Difatti il così paventato "paradiso dello signore" del titolo, non è altro che un enorme fecondo ventre di un commercio infinito di oggetti, vestiti, profumi e tutto ciò che riempie le esistenze che non trovano altro che godimento nell'effimero.
Un libro che dall'inizio alla fine non fa altro che ripetere sempre gli stessi concetti. Come vedersi un paio di milioni di puntate di Beautiful e poi capire che dei protagonisti non è cambiato nulla, come se il tempo per loro facesse un baffo.
Ora dopo questa lavata di capo del nostro Zola, me ne guardo bene dall'andarmi a comprare un paio di scarpe nuove da ginnastica e anzi mi vado a prendere un buon libro con cui farmi compagnia nelle lunghe sere di solitudine romana.
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- sì
- no
Formichine ovunque
Premesso: non ho mai letto volentieri gli autori italiani, figurarsi quelli contemporanei.
Ma debbo ammettere che questo libro è uno spettacolo, una forza della natura che prende dalla prima pagine e va dirompente fino all'apocalittico finale.
Me lo gusto ogni volta, con un piacere proprio godurioso.
Questa storia stramba di un amore folle fra padre e figlio emarginati da una lurida, sporca, corrotta società, dove vivono residui umani senza arte e ne parte.
I toni sono foschi, crudi, cupi.
Ci sono le ragazzine viziate sugli scooter, i cani che azzannano, i masturbatori seriali, le televisioni perennemente accese, gli assistenti sociali allupati come un eremita sulla punta estrema del K2.
C'è violenza che sgorga in ogni pagina e poi ci sono loro, le formichine che invadono la testa del protagonista e lo rendono folle, lo accecano e quasi lo conducono nella valle dell'Eden.
Un romanzo corale, dove ogni personaggio è disegnato in maniera impeccabile, sia dal punto di vista psicologico che fisico.
L'autore prova proprio un godimento unico a farci vedere quanto sporca e putrida sia la vita in provincia, dove sembra che nulla debba mai accadere, dove c'è il "buon vicinato", lontano dal caos cittadino e dalla solitudine delle grandi metropoli.
Eppure in questo contesto quasi bucolico, si annida il seme della violenza, della follia, del desiderio di distruggere gli altri tanto per farlo, perchè è "come Dio comanda".
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Un Latin Lover senza remore nella Praga occupata
Come cantava Venditti in una sua famosa canzone degli anni 80: "non leggi neanche Milan Kundera".....
e no mio caro Antonello, me lo sono letto Kundera e posso dirti che sicuramente è molto meglio la tua canzone......
Sarà la voglia dell'autore di descrivere i particolari sessuali dei protagonisti e soprattutto l'infinita miriade di conquiste del protagonista principale, il Brad Pitt dei medici di Praga, descritto come un conquistatore senza freni e inibizioni.....praticamente mezzo libro si concentra sulle avventure del buon Tomas e l'altro mezzo vuole fare una filippica tediosa e infinita contro i sistemi socialisti e le disavventure a finire sotto quei cattivoni dei Russi.
Bastano queste cose per rendere questo romanzo un pappone di proporzioni cosmiche, che ucciderebbe pure la pazienza di un monaco Tibetano alle prese con lo sciopero della fame e della sete.
Poi una cosa assolutamente insopportabile e questa latente misoginia che sembra pervadere l'opera dall'inizio alla fine, con la donna come essere che deve tollerare le scappatelle del proprio maschio e anzi dove proprio porsi domande oppure ribellarsi. Insomma miei cari siamo quasi alle pagine rosa dei volumi che si trovavano in edicola, quando ancora io andavo a scuola con le Timberland.
E poi vi raccomando il finale, che non vi racconto perchè non mi pare giusto che io solo debba essermi sorbito tutta questa insostenibile leggerezza dell'essere che paventa l'autore.....un concetto quello di "leggerezza" che l'autore forse non aveva ben in mente mentre si apprestava a scrivere delle avventure/disavventure sessuali del suo amato chirurgo.......
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Monumento alla letteratura mondiale
Questo infinito romanzo è forse uno dei più grandiosi libri mai scritti.
Un inno all'amore verso la letteratura, che un genio tra mille fatiche ha donato per sempre all'umanità.
I miserabili hanno avuto miriadi di adattamenti cinematografici, teatrali, pubblicitari.
E' tra i libri più famosi e importanti della storia.
Quando si ha in mano questo libro, si ha sempre un po di timore di non riuscire a finirlo.
Eppure la storia è talmente fluida, gradevole, coinvolgente che le pagine (almeno nel mio caso) me le sono letteralmente divorate.
Non tutto il libro è allo stesso modo gradevole. Ci sono molte parti prolisse e tediose.
Alcuni personaggi sono veramente odiosi e meschini, che si sente quasi repulsione a continuare a leggere di alcune vicende.
Ma la grandezza di quest'opera è nel fatto che riesce a far luce su un'infinità di meccanismi psicologici e sociali che sono alla base della convivenza tra gli uomini.
I miserabili del titolo, non sono solamente individui con difficoltà economiche o barboni. Quì il concetto si allarga a quasi tutti gli strati sociali. Essere un miserabile per esempio può riguardare un nobile o un poliziotto che usa il proprio potere per sottomettere il prossimo.
Un miserabile è colui che perde la strada maestra e si ritrova in una solitudine senza possibilità di salvezza.
I miserabili sono tutti coloro che hanno barattato i proprio valori per raggiungere ricchezze sfrenate o soddisfare immondi desideri.
La popolazione che descrive il genio francese, spazia su tutte le caste sociali, nessuno si salva dal suo occhio indagatore e da chirurgo dell'animo umano.
La storia di fondo è abbastanza semplice e lineare, quello che la rende unica è proprio questo scandagliare in maniera quasi maniacale i mille segreti che si nascondono nel cuore delle persone e che indirizzano i comportamenti al di là se uno ha da mangiare del caviale pregiato o da rosicchiare un osso lasciato da un cane randagio.
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Quando la vendetta supera l'offesa
Libro monumentale, che va letto con molto calma e pazienza.
La prima parte è una montagna russa tra noia e avventura.
Se da una parte la scena del matrimonio può risultare a tratti di un tedio quasi mortale, quando si giunge nelle scene del carcere si respira finalmente il genio visionario dell'autore.
La seconda parte del libro è dedicata alle vendette che il nostro eroe attuerà verso coloro che hanno rovinato la sua esistenza e quella delle persone amate.
Anche qui si rischia di non finire l'opera, poichè molte scene sono assai prolisse e ripetitive, con personaggi anche abbastanza irritanti.
Ma la fatica di proseguire la lettura è proprio quando si giunge a leggere le varie meravigliose vendette che ci mostrano quanto odio possa annidarsi nel cuore di una persona.
La vendetta calerà con tanto impeto e dolore che lo stesso protagonista ne viene colpito e prova anche dei sensi di rimorso.
Diciamo subito che molti potrebbero paventare una sorta di clemenza, di perdono verso chi ha compiuto dei gesti gratuitamente cattivi, eppure io durante tutta la lettura del romanzo non attendevo altro che leggere come il protagonista avrebbe portato a compimento i suoi diabolici piani.
E' difficile poter giudicare una persona e i suoi comportamenti se non si è vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Credo che il grande pregio dell'autore in questo monumentale romanzo, sia quello di riuscire a far immedesimare completamente il lettore nella scena e negli stati d'animo dei vari protagonisti. Quindi non risulterà troppo difficile giustificare i meccanismi psicologici che portano il Conte di Montecristo a fare piazza pulita di tutti coloro che si sono anteposti tra lui e la felicità.
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Gli anni 80 nella loro cruda realtà
Romanzo per certi versi storico.
Di una cruda realtà, da cui è stato tratto un grandissimo film che ha segnato con altri la mia adolescenza.
Il libro è un lento viaggio verso gli effetti devastanti delle droghe di allora, che andavano ancora via endovena.
Ci pensò poco dopo lo spetto dell'Aids a porre un freno a quella che era una epidemia sociale che riguardava tutta Europa e gran parte del mondo.
L'eroina, il male assoluto. In questo libro, per chi possiede fegato, si entra nel mondo devastato di questi poveri angeli appena sbocciati e si assapora l'amaro viaggio, spesso senza ritorno, nelle atroci morti per overdose.
La Berlino descritta è cupa, violenta, perversa, malvagia, spietata. Un città dove vive l'alienazione totale dei disgraziati che per diverse ragioni trovano un conforto nelle droghe.
Vendono se stessi, non sono più che una pallida idea di esseri umani. La droga li annienta completamente e li riduce allo stato delle bestie.
Il libro lucidamente e spietatamente, ci porta lentamente a conoscenza con un sotto mondo fatto di disperazione e morte dove alla fine tutti potrebbero cadere.
Infatti quando si giudica un drogato, si dimentica quali possano essere i motivi che lo portano a compiere certi gesti. E' solo debolezza o vi è dell'altro.
La protagonista è una ragazza come molte altre, con sogni e delusioni. Amicizie, una famiglia, i primi amori. Tutto sembra andare bene, ma poi ecco che nei vicoli oscuri della grande metropoli si nasconderanno quei demoni che la porteranno verso un destino non augurabile neanche al peggior nemico.
Il libro non è piacevole. E' duro e crudo come pochi. E' bello come il film. E' una gemma, spesso dimenticata.
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