Opinione scritta da La Lettrice Raffinata

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Aprile, 2024
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Nonostante tutto, ho voglia di cioccolata calda

Dopo aver ottenuto una buona visibilità a livello nazionale ed internazionale, "Perché hai paura?" è approdato anche sulle coste nostrane e -per merito di una sinossi accattivante e di alcuni consigli da parte di altri lettori- è finito nei miei radar. La promozione sui volumi editi da SEM mi sembrava un'ottima occasione per acquistalo, anche se a conti fatti mi sarebbe convenuto aspettare l'uscita dell'edizione Universale Economica… pazienza! Ciò che conta è aver recuperato un titolo decisamente valido, anche se non per tutti: attenzione ai trigger warning!

La narrazione si apre con una premessa ambientata all'Università di Tours, dove il docente François Villemin sta tenendo una lezione particolare; l'uomo spiega infatti ai suoi studenti che non troveranno alcun riscontro documentato degli eventi di cui parlerà. A questo punto comincia la prima parte nella quale le vicende si spostano in Normandia; qui vediamo l'alternarsi di due linee temporali: una nel 1949 -anno in cui la governante Suzanne "Suzie" Hurteau viene assunta per prendersi cura di un gruppo di bambini durante una sorta di vacanza estiva su un'isola misteriosa- ed una nel 1986 con protagonista Sandrine Vaudrier, giornalista nonché nipote di Suzanne che approda a sua volta sull'isola dopo la morte della nonna.

Questo spunto iniziale purtroppo non rende minimamente l'idea della complessità del romanzo, che a più riprese è riuscito a stupirmi con dei colpi di scena capaci di ribaltare tutte le certezze di chi legge. Non si tratta di un'indagine in cui bisogna accompagnare l'investigatore di turno per far luce su un crimine, anzi le informazioni vengono elargite in abbondanza e con pochissime riserve da parte dei personaggi; eppure si costruisce pian piano un intreccio complesso, che poggia su una struttura per nulla prevedibile. In realtà qualcosa si può anche intuire, ma soltanto quando ormai si è ad un passo dalla rivelazione di turno, e questo per me ha reso i colpi di scena ancora più intriganti.

Ad eccezione di alcune sbavature, mi sento di promuovere anche lo stile di Loubry, che indubbiamente è molto abile nel creare delle ambientazioni cupe e claustrofobiche, perfette per trasmettere un senso di inquietudine ed ambiguità. Mi piace poi come l'autore descriva alcune azioni dei personaggi dando voce ad elementi naturali o ad oggetti inanimati, donandogli una sorta di personalità. È inoltre molto abile nel caratterizzare i suoi personaggi, in particolare i protagonisti che si discostano parecchio dagli stereotipi dei generi thriller e horror, risultando così decisamente credibili nelle loro azioni.

Ma quali sarebbero le sbavature di cui accennavo? si tratta principalmente dell'eccessiva artificiosità dei dialoghi, sia nella scelta del lessico che nella formalità fuori luogo; in alcune parti del testo questo elemento sarebbe stato anche calzante, ma adottarlo sempre lo rende poco funzionale e fastidioso. Non posso dire di aver apprezzato neanche i repentini cambi di prospettiva, a volte nel corso di una singola scena, che confondono inutilmente le idee al lettore su chi sia il personaggio sul quale deve focalizzare la sua attenzione.

In più di un caso poi non ho in tutta onestà capito quale fosse la logica dietro la divisione dei capitoli in paragrafi, perché tra l'uno e l'altro non cambiavano il momento o l'ambientazione, e neppure il POV di riferimento. In quanto inguaribile ottimista -nonché lettrice che ha veramente apprezzato questo romanzo- voglio dargli il beneficio del dubbio ed immaginare che l'intenzione fosse quella di dividere anche graficamente le riflessioni interne dei personaggi.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Marzo, 2024
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Le lodi non possono mancare

Preceduto dalla copertina (forse) meno inguardabile tra i quattro orrori sfornati da E/O, sono approdata al capitolo più valido della celeberrima tetralogia di Ferrante. Almeno per ora, perché il mio inguaribile ottimismo mi spinge ovviamente a sperare che l'ultimo volume sappia non solo concludere la serie in modo magistrale, ma anche superare in bellezza "Storia di chi fugge e di chi resta". Un terzo libro che mi ha quindi soddisfatta appieno -dal contenuto alla forma-, riuscendo perfino a rendermi gradevole il punto di vista di Lenù. Non sempre, ma lo considero già un bel passo in avanti.

Dopo un prologo ambientato nel presente, la narrazione ci riporta nella Napoli a cavallo tra la fine degli anni Sessanta ed una metà abbondante degli anni Settanta. Dopo il successo ottenuto con la pubblicazione del suo esordio narrativo, Lenù è in procinto di sposarsi con Pietro Airota, pur continuando ad essere segretamente infatuata della sua cotta adolescenziale Nino; poco prima del matrimonio, una visita imprevista la porta però a riavvicinarsi a Lila, scoprendo com'è cambiata nel frattempo la sua vita. Sullo sfondo, assistiamo alle piccole beghe tra le famiglie del rione, ma anche ai macro contrasti socio-politici in atto in Italia ed in Europa in quel periodo.

I difetti in questo testo sono a dir poco marginali, nonché ampiamente compensati dai suoi pregi. Ho trovato un po' di confusione negli spostamenti fatti dai personaggi, perché in alcuni casi li reputo mal motivati, specie considerando le difficoltà di muoversi da una regione all'altra ai tempi; anche l'utilizzo ridondante di certi termini e strutture (ad esempio, ho perso il conto di quante volte venga usato un verbo poco comune come lodare) poteva essere in parte limitato in fase di editing. In generale ci sono poi diverse coincidenze fin troppo fortuite -e penso in particolare al fatto che tutti finiscano per realizzare di conoscersi tra loro-, ma possono essere giustificate in parte con la sospensione dell'incredulità ed in parte con una sorta di metafora che porta il rione napoletano ad ingigantirsi, accorpando nelle proprie dinamiche interne l'intera Nazione.

Ma passiamo senza indugio ai punti di forza, primo tra tutti la caratterizzazione dei personaggi; non parlo solo delle due protagoniste (sempre raccontate in modo magistrale nelle loro motivazioni, nelle loro paure, nella loro rabbia), ma del cast nel suo insieme perché nessun comprimario per quanto poco presente viene descritto in modo approssimativo o sciatto. E se il mio apprezzamento per Lila è ormai cosa nota, in questo terzo capitolo anche Lenù ha saputo stupirmi, infatti è migliorata come personaggia in generale e come voce narrante in particolare: risulta più autocritica verso di sé e consapevole degli altri con il passare del tempo, e nonostante una sua certa ottusità rallenti l'arrivo di determinate rivelazioni, ho trovato il suo POV sicuramente più piacevole in questo volume rispetto ai precedenti.

L'altro grande pregio sono chiaramente le tematiche, che mai come in questo volume si concentrano sulla femminilità e sui ruoli di genere, raccontando la frustrazione di tante donne imprigionate in relazioni infelici. Ferrante riesce inoltre ad inglobare questo tema all'interno del contesto storico e sociale -mostrando un carosello di situazioni in cui ci si può rivedere oppure scoprire una prospettiva inedita-, senza però accantonare il fattore emotivo che rende tanto verosimili i suoi caratteri. E nonostante questa non sia palesemente una tetralogia da leggere per la sua trama, reputo molto interessante come la premessa del volume permetta di contestualizzare in modo più solido la serie intera, seppure l'intreccio non diventi mai la priorità.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Marzo, 2024
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Bachman l'aveva presa meglio

Pur apprezzandone gli spunti inusitati, i libri pubblicati da King con il nome Richard Bachman non rientrano tra i miei preferiti dell'autore; allo pseudonimo va però dato del credito, perché ha chiaramente ispirato la trama de "La metà oscura", una storia talmente autoreferenziale da far impallidire perfino la self-insert presente in The Dark Tower. Per quanto mi riguarda trovo brillante il modo in cui il caro Stephen ha saputo mettere a frutto perfino lo smascheramento del suo alter ego, ricavandone una narrazione che ben bilancia horror paranormale e mystery thriller.

Dopo le tragiche vicende di "Cujo", torniamo per la prima volta con un romanzo completo nei pressi della cittadina di Castle Rock, dove il protagonista Thaddeus "Thad" Beaumont e la moglie Elizabeth "Liz" hanno la loro residenza estiva. Come molti altri personaggi kinghiani, l'uomo è uno scrittore di talento che ha raggiunto la fama pubblicando diversi libri sotto lo pseudonimo di George Stark; quando il collegamento tra lui e la sua controparte fittizia sta per essere svelato da un fan eccessivamente zelante (e con non troppo vaghe tendenze ricattatorie), Thad decide di seppellire metaforicamente e non solo Stark nel cimitero di Castle Rock, per poi riprendere a scrivere con il suo vero nome. Da subito diventa chiaro che l'alter ego -ben più di un nome di fantasia stampato sulla copertina dei suoi romanzi!- non ha alcuna intenzione di farsi da parte, e vuole anzi rivalesti contro chi ha contribuito alla sua eliminazione.

La narrazione acquisisce quindi una piega spaventosa abbastanza in fretta, e devo dire che questo elemento è stato gestito decisamente bene: anche per merito di alcuni espedienti fantastici, si vengono a creare dei validi momenti di tensione legati alle scoperte a cui approdano i protagonisti oppure alla vendetta di Stark. Ho apprezzato anche la scelta di includere alcuni capitoli dal punto di vista di quest'ultimo, perché così si riesce sia a capire meglio la sua prospettiva sugli eventi che a leggere una stessa scena da due angolazioni contrapposte.

Tra i pregi non potevano che ricadere poi i personaggi, tra i quali la mia preferenza va ad Alan J. Pangborn -nuovo sceriffo di Castle Rock, che sicuramente avrò occasione di incontrare in altre storie- ed a Rawlie DeLesseps, collega di Thad dalla personalità più interessante di quanto non appaia ad una prima occhiata ed al quale viene affidato un ruolo a dir poco vitale per l'economia della narrazione. Inoltre, i nomi di protagonisti e comprimari porteranno i lettori kinghiani a delle simpatiche associazioni d'idee con altre sue opere; sempre in tema di citazioni, a parte gli ovvi riferimenti alla località fittizia nel Maine, è poi presente una generosa strizzata d'occhio che ho molto apprezzato, ad un personaggio decisamente importante nella serie The Dark Tower.

Quello che ho apprezzato un po' meno è invece la gestione delle tempistiche narrative: in più punti ho avuto l'impressione ci fossero delle scene fuori posto, o meglio che inserite in un altro punto del volume avrebbero dato un risultato migliore. Un esempio su tutti è rappresentato dal prologo stesso, in cui non solo si spiega nel dettaglio tutto quello che Pangborn scoprirà soltanto verso il finale, ma viene anche posto in evidenza il collegamento tra la carriera di Thad come scrittore e lo sviluppo dell'identità di George Stark. L'indagine di Alan risulta quindi infruttuosa per il lettore, ma anche poco utile per i personaggi stessi, i quali ottengono solo una conferma tardiva delle loro supposizioni; questo rappresenta un altro dei difetti del romanzo, ossia la scarsa utilità di buona parte del cast alla risoluzione dell'intreccio. Capisco che il focus dovesse essere sull'antagonismo tra Thad e George, ma così si sviliscono terribilmente gli altri caratteri, specie quello di Liz che più volte tenta di rendesi utile senza ottenere nessun risultato concreto.

Personalmente ho individuato poi un deciso rallentamento del ritmo nella parte centrale, causato in parte dalle già citate scene in "disordine", perché al lettore sono già state fornite le informazioni necessarie per capire bene dove si andrà a parare, e diventa quindi noioso dover aspettare che anche i personaggi ci arrivino a loro volta. Pur non essendo affatto schizzinosa, credo poi che alcuni degli elementi horror presenti qui rasentino il gore tipico della prosa di Bachman: aka, un filino troppi dettagli disgustosi fini a se stessi. Non si tratta propriamente di un difetto, ma trovo infine necessario tenere conto che questa è una delle storie ambientate a Castle Rock -che non formano propriamente una serie, ma sono collegate tra loro-, e se da un lato questo è un punto a favore perché permette al lettore di scoprire un microcosmo formato da personaggi e luoghi ricorrenti, dall'altro nasconde una piccola insidia: si rischia di incappare in spoiler indesiderati leggendo i volumi senza seguire l'ordine di pubblicazione.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Marzo, 2024
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Chissà perché non ha fatto carriera...

Se errare è umano e perseverare è diabolico, allora chiamatemi Diavolina! non perché io abbia delle capacità pirocinetiche, ma per la frequenza con cui riesco ad incappare in libri pieni di elementi che so da principio finirò col detestare. È il caso de "La donna della cabina numero 10", il titolo più celebre di Ware, un'autrice britannica di suspense (il mio primo campanello d'allarme!); gli altri trigger per la sottoscritta sono la protagonista giornalista non troppo professionale (come nel terribile "Le sorelle" di Douglas), vittima di un recente shock (come nel discutibile "La ragazza di prima" di Delaney) e per questo considerata inaffidabile (come nel narcolettico "La moglie imperfetta" di Paris). A dispetto di questi e molti altri precedenti, la cara Ruth sarà riuscita a convincermi?

Per capirlo partiamo dall'intreccio, che ha a sua volta un celebre precedente -anche se positivo, in questo caso- con "Istantanea di un delitto" di Christie perché, come la svampita Mrs Elspeth McGillicuddy, la trentaduenne Laura "Lo" Blacklock è la sola testimone di un omicidio del quale non ha nessuna prova tangibile, motivo per cui non viene presa sul serio dagli altri personaggi. A differenza della personaggia creata dalla cara Agatha, Lo non ha per amica la formidabile Miss Jane Marple, quindi deve impegnarsi personalmente in quello che è anche un ambiente ostile a suo modo: la donna si trova infatti a bordo della lussuosa Aurora Borealis -una nave da crociera in scala ridotta per ricconi- dove, anziché scrivere articoli sul viaggio inaugurale come dovrebbe, cerca di capire se nella cabina vicina alla sua sia stato commesso un delitto.

Al termine di ognuna delle sette parti in cui il volume è suddiviso sono inoltre presenti dei documenti di diversa natura (si spazia dai commenti sui social alle e-mail, fino ad arrivare agli articoli dei quotidiani locali) che servono a fornire una sorta di prolessi; il lettore viene così informato che, dopo essersi imbarcata sulla Aurora Borealis, Lo non ha dato più notizie di sé a familiari ed amici, e per questo viene ritenuta scomparsa. Più del mistero sul delitto avvenuto a bordo della nave, questi brevi scorci nel futuro hanno giovato a tenere viva la mia curiosità verso la storia, e sono senza dubbio un escamotage narrativo valido.

Tra i punti di forza del romanzo annovero inoltre la prosa, che riesce a mantenere un buon equilibrio tra divertimento e tensione, e la costruzione del cast. Pur non andando ad approfondire troppo nessun personaggio, Ware riesce a rendere tutti un po' sospetti ed ambigui; ecco perché il lettore non arriva subito ad individuare il colpevole, anche se impiega sicuramente meno tempo di quanto ne serva alla protagonista. Promuovo inoltre il tentativo (non riuscitissimo, ma sorvoliamo) di includere delle tematiche meno superficiali e la scelta dell'ambientazione: trovo che un mistero risulti molto più interessante quando vengono limitati gli spostamenti degli indiziati, e per ottenere questo risultato la nave da crociera funziona ottimamente.

Purtroppo per me il volume non supera però il minimo sindacale, e mi sembra di essere stata perfino generosa se penso a quanto risulta anticlimatico e stucchevole l'epilogo, considerando che si tratta di una vicenda abbastanza cruda fino a quel punto. Ancor prima di arrivare al finale, avevo poi individuato dei difetti nel modo caotico in cui viene portata avanti l'indagine (forse per distrarre l'attenzione del lettore sugli indizi giusti?) e nella leggerezza con cui si sorvola su una scena di tentata violenza sessuale.

Come in molti altri titoli di questo genere, il vero scoglio insuperabile è stato però la caratterizzazione della protagonista. Penso che l'intenzione fosse quella di rendere Lo una personaggia un po' spiacevole -come capita spesso di leggere nei thriller psicologici degli ultimi anni- ma personalmente l'ho trovata solo estremamente miope (in tutti i sensi!) nonché molto svogliata ed inadatta al suo lavoro: qualunque giornalista avrebbe subito cominciato a buttar giù delle bozze per una dozzina di articoli da quanto le succede in questo libro! c'è davvero da meravigliarsi che Lo non abbia ottenuto alcuna promozione in dieci anni di "duro lavoro"?

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    19 Marzo, 2024
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T-R-A-M-E! (nel caso vi fosse sfuggito)

Tra innumerevoli alzate di occhi al cielo, continua la mia esplorazione del continente fantastico di Erilea con il secondo volume della saga Throne of Glass. Devo dire che pur impegnandosi ben poco per mettere una pezza alle mancanze della serie, "La corona di mezzanotte" risulta a mio avviso una lettura d'intrattenimento più valida del precedente capitolo; un po' perché avevo già grossomodo un'idea del tono non troppo impegnativo dato alla storia, un po' perché l'intreccio si dimostra un filino meno prevedibile.

Intreccio che ci ricongiunge ai protagonisti due mesi dopo il duello grazie al quale Celaena è stata nominata ufficialmente paladina del re di Adarlan, ruolo nel quale viene incaricata di eliminare figure scomode ed invise al sovrano; la ragazza attua però una ribellione silenziosa, aiutando a scappare le sue presunte vittime, come una versione al femminile del cacciatore di Biancaneve. Superata questa premessa, nel corso del volume vediamo svilupparsi tre sottotrame parallele: la nascita di una nuova romance per la protagonista, il continuo delle sue indagini magiche (e non solo, dal momento che si accenna anche a vari complotti politici) e la scoperta di presunti poteri magici da parte del principe Dorian.

Proprio questa storyline è diventata il primo tra i pregi del volume, in modo alquanto inaspettato -visto che la caratterizzazione del personaggio di Dorian non mi fa propriamente impazzire-, ora posso almeno sperare migliori in futuro; speranza alla quale si aggiunge quella che Roland si dimostri più di un carattere ancor più frivolo e cascamorto del cugino, introdotto solo per mettere quest'ultimo in una luce migliore. Rimanendo nell'ambito dei personaggi, ho apprezzato che Maas cercasse un po' meno di farci piacere a tutti i costi la sua protagonista self-insert, nonché l'introduzione di nuovi caratteri grazie ai quali la narrazione si sposta in parte fuori dai confini stantii del castello. Pur essendo (per ora) un personaggio del tutto inutile al proseguo della trama, promuovo magnanimamente anche Mort: non dirò chi sia per evitare spoiler, ma l'ho trovato davvero brillante sia nella sua ideazione che nelle linee di dialogo.

Un altro punto a favore è dato dalla presenza di alcuni momenti più seri e riflessivi, come i confronti tra Celaena e Chaol; forse non saranno riuscitissimi se consideriamo il tono leggero dato alla serie, però contribuiscono a dare più equilibro al ritmo. Mi piace molto anche come si sta espandendo pian piano il world building, aggiungendo nuovi luoghi, creature ed oggetti incantati: nulla di troppo originale o coerente (specie a livello di sistema magico), ma sto trovando davvero divertente calarmi in questo mondo fantastico. È approvata in parte anche la sottotrama romance: per me rimane inspiegabile il modo in cui è stata risolta, però di base è un rapporto strutturato in modo credibile ed equilibrato; peccato che poi Celaena venga colpita da un attacco di visione tubulare dal quale non rinsavisce neppure davanti alle prove provate.

Le altre debolezze del volume riguardano principalmente l'intreccio, che nel primo capitolo era solo terribilmente scontato mentre qui manca proprio di solidità, oltre ad essere farcito da momenti in cui i personaggi sembrano regredire allo stato infantile, perché altrimenti si arriverebbe subito alla risoluzione. In particolare, si ricorre a forzature che poi devono pure essere giustificate: è il caso della capatina notturna di Celaena in biblioteca -dopo aver passato tutta la giornata a fare acquisti di libri nuovi!-, solo per farle incontrare un certo personaggio. Abbiamo poi scene come il confronto tra il re e la cantante che dimostrano come lo stesso ruolo di paladina ricoperto dalla protagonista (sul quale poggia l'intera serie!) sia alla fin fine inutile, ed altre in cui i personaggi ottengono informazioni in modo troppo fortuito o senza prove tangibili.

In ambito stilistico abbiamo poi un sostanzioso punto a sfavore, sia perché la cara Sarah si dilunga in descrizione di luoghi che definire inverosimili -e quindi impossibili da immaginare- è un garbato eufemismo, sia per l'utilizzo eccessivo del corsivo per enfatizzare determinate parole; come non bastasse, questo espediente porta spesso a puntare l'attenzione sul termine sbagliato all'interno della frase. In realtà quest'ultima osservazione potrebbe riguardare solo l'edizione italiana, la cui cura grafica e contenutistica non è affatto aumentata; abbondano infatti refusi grammaticali ed errori di digitazione, e non solo: perfino un appunto della traduttrice è finito nella stampa definitiva!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Marzo, 2024
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Più antologia che romanzo

Più volte ho rimarcato il mio scarso apprezzamento nei confronti della spy story, un sottogenere che non mi attira per nulla e mi ha quasi sempre deluso, anche quando c'erano di mezzo autori come la cara Agatha; è stato il caso del dimenticabile "Avversario segreto" e de "L'uomo vestito di marrone", che da mesi cerco inutilmente di dimenticare. Ma se alla solita ricetta -fatta di complotti internazionali e spie trasformiste- aggiungessimo un buon taglio di detective belga? il risultato sarebbe una porzione abbondante di "Poirot e I Quattro" una pietanza decisamente insolita nella bibliografia christieana.

Il primo motivo per cui questo romanzo si può considerare anomalo è da ricercarsi nella sua genesi: nasce infatti da una serie di storie brevi pubblicate settimanalmente sulla rivista The Sketch, poi incorporate in una narrazione più lineare. La storia parte con il ritorno in Inghilterra del capitano Arthur Hastings, che ridiventa il biografo di Poirot ancor prima di appoggiare il piede sul suolo britannico, dopo la sua trasferta in Argentina; il buon Hercule è impegnato ad indagare su un'organizzazione criminale nota come I Quattro, mandanti e a volte esecutori dei delitti che -di capitolo in capitolo- dovrà risolvere. Non si tratta quindi in una sola, grande indagine quanto di far luce su tanti, piccoli crimini nella speranza di arrivare pian piano a smascherare i membri del gruppo.

Pur essendomi divertita parecchio durante la lettura, i punti a favore di questo romanzo sono ben pochi. Tra questi c'è la ritrovata dinamica tra Poirot e Hastings, che rende sicuramente spassose le scene in cui si stuzzicano a vicenda; risultano carini anche i riferimenti ai romanzi precedenti, che mi hanno fatto inoltre apprezzare di aver ricominciato la serie su Poirot in ordine cronologico! Se siete poi in cerca di un romanzo che sia fruibile come raccolta di racconti è senza dubbio un'opzione da valutare: si può tranquillamente lasciar passare del tempo tra una missione contro I Quattro e l'altra, e questo perché non è necessario tenere a mente degli indizi in vista di un grande colpo di scena finale.

E proprio il finale è uno degli aspetti che ho trovato meno riusciti in questa narrazione, forse perché mi aspettavo una risoluzione meglio strutturata dopo pagine e pagine in cui non si fa altro se non sbandierare l'enorme acume dei Quattro. Quest'ultimi non sembrano di conseguenza degli avversari tanto temibili, al punto che Poirot ritiene di potersi anche dare all'ippica (o meglio, alla coltivazione di zucche) dopo averli sconfitti. L'unico a creare veramente dei problemi ai protagonisti è il Numero Quattro, un personaggio al quale viene assegnata però una storia personale che rende quantomeno inverosimile la sua appartenenza ad un'organizzazione del genere.

La mia principale difficoltà con questo romanzo è che mi è sembrato poco misterioso, per essere un mystery. Ovviamente si tratta di impressioni soggettive, ma ho davvero sentito la mancanza di un vero caso da risolvere, con tanti possibili sospettati; qui alla fin fine si conoscono già i colpevoli, almeno a grandi linee, quindi a Poirot non rimane che spiegare pazientemente alle autorità come sono stati orchestrati i vari crimini. Ciliegina sulla torta, la demonizzazione delle rivoluzioni, qui viste unicamente come prova tangibile dei complotti dei Quattro per spingere gli Stati verso il caos ed instaurare un nuovo ordine mondiale. Ma il buon Hercule non vuole passare per paranoico, proprio no!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    08 Marzo, 2024
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Come piazzare nella sinossi un triangolo in un YA

Dopo essere rimasta piacevolmente colpita da "Raybearer", ero molto curiosa di scoprire come Ifueko avesse completato la sua duologia d'esordio sia perché dubitavo ci fosse abbastanza materiale da giustificare un sequel lungo quanto il primo volume, sia per la prossima pubblicazione in Italia: una volta tanto fa piacere poter dare la propria impressione su un libro prima della sua uscita.

La narrazione in "Redemptor" riprende appena qualche giorno dopo la conclusione del precedente capitolo, e ruota in gran parte attorno alla missione affidata a Tarisai dagli abiku: formare un suo personale concilio legando a sé i sovrani vassalli dell'impero di Aritsar. Nel frattempo la ragazza è determinata a sfruttare al meglio il potere nelle sue mani per migliorare la vita dei cittadini più umili, vessati dai nobili che controllano le principali attività produttive. Fanno da sfondo alcune parentesi romantiche molto carine, ma per nulla imprescindibili a livello di trama.

Premetto che per le prime cento pagine circa, questo sequel non mi sembrava per nulla all'altezza di "Raybearer", almeno per come lo ricordavo: avevo l'impressione venissero aggiunti troppi elementi narrativi in modo casuale e caotico. Pian piano il romanzo acquista però un suo ritmo ed i nuovi personaggi ottengono una giusta dimensione; di conseguenza, la seconda metà abbondante del volume è riuscita a convincermi, con qualche piccola riserva di cui parlerò più avanti.

Alcuni aspetti che già funzionavano nel primo libro ritornano, perfino migliorati! è il caso della rappresentazione -gestita in modo maggiormente approfondito- e della caratterizzazione della protagonista, che riesce a crescere molto soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza con qui affronta il suo nuovo ruolo. Apprezzabile anche l'analisi dei suoi traumi passati (che riguarda in realtà diversi tra i personaggi principali) e l'allegoria della sindrome dell'impostore, qui personificata dagli ojiji che le mettono continuamente pressione per farla sentire in difetto a prescindere dal suo impegno.

Mi sono piaciuti molto anche gli emozionanti momenti di riflessione in cui i personaggi si confrontano tra loro; qui vediamo approfondito tra gli altri il rapporto di Tarisai con alcuni personaggi già presenti nel primo libro (in primis Dayo, Ye Eun e Sanjeet) e le sue interazioni con i regnanti dei quali dovrà ottenere la fiducia. Mi azzardo a dire di aver preferito questa seconda famiglia della ragazza, seppur venga mostrata poco, perché adesso è lei a doversi conquistare l'affetto dei suoi fratelli e sorelle: non apprezzare Dayo era praticamente impossibile, mentre Tarisai ha diverse ombre nel suo passato quindi devono essere fatti dei passi in avanti da entrambe le parti per arrivare infine al legame familiare.

Oltre ad una partenza non troppo convincente, sull'altro piatto della bilancia troviamo l'inserimento di un inutile triangolo amoroso (potendolo intravedere già dalla sinossi, i miei occhi si sono immediatamente alzati al cielo!) e di un numero eccessivo di nuovi personaggi in un cast abbastanza numeroso di suo; come conseguenza alcuni di quelli rimasti dal primo volume vengono purtroppo accantonati per gran parte del libro.

Per quanto riguarda il sistema magico, vediamo anche qui dei nuovi elementi, e non tutti risultano efficaci perché la sensazione è che siano troppo convenienti e utili a far proseguire la narrazione in determinate direzioni quando rischia di arenarsi. Nonostante si riprenda in corsa, la trama mi è sembrata decisamente confusa in più punti, e nonostante questo rimane alquanto prevedibile: spero che nei suoi prossimi lavori la cara Jordan possa migliorare da questo punto di vista.

L'ultima nota (dolente) è riservata all'edizione. Se per la mia copia di "Raybearer" avevo solo lodi, le modifiche apportate al seguito non mi sono affatto piaciute. In particolare, l'utile glossario è stato eliminato quando si sarebbe dovuto al contrario ampliarlo, e la mappa che rappresentava l'intero continente è stata sostituita da una piantina della capitale, esteticamente bellina ma del tutto inservibile.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    04 Marzo, 2024
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Multiverso e body horror: combo vincente

E rieccomi a leggere horror fuori stagione, ma questa volta per un motivo assolutamente valido dal momento che "The Book of Accidents" (arrivato in Italia con il sottotitolo "Il libro delle cose sconosciute") è stato paragonato a Dark, una delle mie serie TV preferite. Ero quindi molto curiosa di scoprire se il paragone fosse calzante, per questo l'ho letto appena acquistato; a lettura ultimata, capisco perché queste storie siano state accostate: molti elementi le accomunano, ma dove Dark ha puntato più sul lato sci-fi, Wendig si è invece concentrato sull'aspetto horror andando a creare un romanzo che mescola molti generi diversi per ottenere una narrazione tanto cupa quanto affascinante. Ma forse non per tutti.

Parlare della trama non è affatto facile: da un lato si rischia di scivolare nello spoiler, dall'altro di non dire abbastanza per incuriosire i potenziali lettori. Il setting è un paesino della Pennsylvania, in cui si trova la misteriosa località di Ramble Rocks; qui si trasferisce Nate Graves con la sua famiglia, nella vecchia casa ereditata dall'odiato padre. Sia lui che la moglie Maddie ed il figlio Oliver assistono ad eventi bizzarri o sembrano avere capacità paranormali; il tutto si complicherà con la comparsa di Jake, nuovo amico di Oliver che nasconde più di un segreto.

Questa è meno della punta dell'iceberg che compone il romanzo perché il volume, pur avendo un ritmo ben equilibrato, impiega parecchie pagine per arrivare al nocciolo della questione e permettere al lettore di chiarirsi almeno in parte le idee su apparizioni inspiegabili e abilità quasi magiche. Da parte mia vi posso solo garantire che il caro Chuck non lascia nulla al caso e non rimarrete con dei quesiti in sospeso.

Al pari della trama, anche i personaggi risultano ben studiati ed analizzati a fondo, in particolare i Graves che ho trovato degli ottimi protagonisti, sia come singoli individui che come famiglia. In generale, l'autore cerca di rendere i personaggi non stereotipati; ci riesce nel caso dei comprimari, ma non posso dirmi altrettanto soddisfatta sul fronte degli antagonisti, un po' piattini. L'unica eccezione è Jake, un personaggio veramente sfaccettato e sul quale avrei letto volentieri qualche pagina in più.

Anche sul world building immaginato da Wendig non posso dirvi troppo ma vi assicuro che è decisamente interessante, e personalmente l'avrei sfruttato per basarci un'intera serie; nonostante la trama poco lineare, l'ambientazione risulta comunque comprensibile, ed i personaggi stessi ne parlano in più frangenti. Senza scendere troppo nel dettaglio, si tratta di luoghi cupi ed inquietanti, che trasmettono angoscia già nelle primissime pagine. Per non farsi mancare nulla, il caro Chuck rincara la dose abbondando in dettagli macabri che spaziano dallo splatter al post-apocalittico.

Lo stile del romanzo è solido; non ho notato troppo l'affinità con King, al quale viene spesso accostato, in compenso trovo che lo spunto su cui si basa la storia avrebbe potuto tranquillamente essere quello di un romanzo del caro Stephen. Per quanto riguarda le tematiche invece non sono entusiasta; l'autore va infatti ad inserire diversi messaggi a sfondo sociale assolutamente validi ma non sempre ben contestualizzati: ad esempio, la critica sulla differenza di trattamento tra bianchi e neri espressa da Fig è inserita in un momento (la prima settimana di lavoro di Nate) in cui quel commento ha ragion d'essere, ma lo stesso non si può dire di quando l'argomento viene tirato in ballo da Jake, che lo fa durante una scena in cui l'attenzione dei personaggi e del lettore è focalizzata sulla scoperta della magia.

In sostanza,un libro che si prende il suo tempo per esprimere appieno il potenziale che indubbiamente nasconde tra le sue pagine, e per questo chiede a lettore un piccolo atto di fede. Dategli qualche capitolo di fiducia e vi saprà ricompensare.


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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    01 Marzo, 2024
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Un mystery senza misteri

Edizioni E/O ha una gran fortuna: che tanti lettori parlino bene dei romanzi da loro pubblicati e mi incoraggino spesso e volentieri a recuperarli; perché se al contrario dovessi basare il mio interesse soltanto sulle copertine che propongono, mi terrei ben lontana dalle loro edizioni. Questo mi è successo di recente con la serie L'amica geniale, ed è ricapitato ancora con "Amabili resti", un titolo che certamente affronta temi molto pesanti ma non credo proprio si meriti una cover capace di far scappare a gambe levate il potenziale acquirente nella direzione opposta. Anche se avessi voglia di leggere una storia più seria, credo che mi terrei alla larga da un volume presentato in questo modo! Per merito di alcune recensioni favorevoli mi sono però fatta forza, e ora non posso che esserne... moderatamente felice.

La narrazione ci porta nella città di Philadelphia, nella Pennsylvania del dicembre 1973, quando la quattordicenne Suzanne "Susie" Salmon scompare in modo repentino e misterioso. Nonostante la sinossi prometta di assistere ad un'intricata indagine, il lettore viene informato fin dalle primissime pagine che la ragazza è stata adescata da un vicino, tale George Harvey; l'uomo, che si rivela essere un serial killer, le fa violenza, la uccide e ne fa a pezzi il cadavere, per poi sbarazzarsi abilmente delle prove ed allontanare da sé ogni sospetto. Il punto di vista non è però quello dell'omicida, né delle forze dell'ordine impegnate ad investigare o della famiglia Salmon, ma della stessa Susie; dal suo Cielo personale, la ragazza continua a seguire le vicende terrene, mentre attende di raggiungere una sorta di pace interiore.

E partiamo quindi dai dolorosi punti a favore del romanzo (dolorosi perché vengono pian piano spodestati da altrettanti punti a sfavore), dal momento che la partenza d'impatto rientra sicuramente in questa categoria: raramente ho letto incipit tanto riusciti, nonché abbastanza crudi e diretti! forse solo "Rose Madder" è riuscito ad ispirarmi una reazione simile. Da subito scopriamo anche l'insolito POV, che da ricercatrice dell'originalità non potevo che apprezzare, sia per il tono scelto per Susie sia per le possibilità offerte a livello narrativo. Ho apprezzato molto anche il modo in cui vengono raccontate le reazioni dei vari personaggi, in particolare della famiglia Salmon: magari non saranno sempre in linea con i desideri del lettore, ma le ho trovate decisamente verosimili.

Per quanto riguarda le tematiche affrontate, ritengo che l'autrice sia stata molto coraggiosa nel parlare tanto chiaramente e senza remore di violenza sessuale, un tema delicato di per sé e ancor più pesante se si considera la sua storia personale. A livello di prosa invece il mio elogio è frenato da una sorta di riserva; perché se da un lato ho adorato l'ottimo uso delle metafore fatto da Sebold, che rendono estremamente potenti alcune scene -nonché più digeribile la violenza-, dall'altro non mi è piaciuta la scelta di mantenere la narrazione non sempre lineare. Questo senso di confusione permea anche i dialoghi, dove abbondano i sottintesi lasciati alla libera interpretazione del lettore; inoltre l'idea di realizzare dei capitoli tematici, in cui si parte da un luogo o da un evento per seguire più personaggi o scene, per quanto carina rende l'esperienza di lettura caotica senza ragione.

Altri difetti soggettivi riguardano la visione un po' stereotipata della vita in Cielo (mi sembra sia la stessa di tanti film basati sullo stesso concept), alcune scelte narrative relative al finale che ho trovato di cattivo gusto, ed un contesto storico non sempre reso al meglio: più volte mi sono proprio dimenticata che la storia era ambientata dai primi anni Settanta in poi. Personalmente reputo poi poco coerente la scelta di permettere a Susie di vedere anche eventi passati, pensieri e ricordi dei vari personaggi.

Il problema principale è però nella dispersività della trama, che racconta semplicemente le vicende successive alla tragedia iniziale, senza mai focalizzarsi su un intreccio specifico. L'unico filone con un minimo di concretezza è quello della missione auto-assegnatasi da Jack Salmon per smascherare l'assassino della figlia, e anche quella perde progressivamente d'importanza; la narrazione lascia poi intendere un ruolo più centrale per la figura di Ruth Connors -in quanto unica personaggia ad essere stata in contatto diretto con l'anima di Susie-, ma anche lei ha un ruolo circoscritto e marginale. Del contributo dato dalle forze dell'ordine, non parliamo neanche!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Febbraio, 2024
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Più spin-off che sequel

Cerco sempre di leggere i volumi all'interno di una serie abbastanza ravvicinati, così da non dover fare riletture o cercare (inutilmente) dei riassunti online, ma nel caso di "Realm of Ash" (portato in Italia da Fanucci con il titolo "Il regno delle ceneri") avrei potuto lasciar passare tranquillamente altro tempo dal momento che gli elementi in comune con il primo capitolo di The Books of Ambha (da noi, I libri di Ambha) sono pochi e vengono ribaditi in modo estremamente chiaro. Questo volume si presenta infatti come uno spin-off de "L'impero di sabbia" (in originale "Empire of Sand") e vuole raccontare la storia di Arwa, la sorella minore di Mehr, che lì avevamo incrociato solo fugacemente da ragazzina.

La narrazione si ambienta circa dodici anni dopo la conclusione del primo capitolo: ritroviamo Awra nelle vesti di giovane vedova di un ufficiale, morto in un misterioso attacco al Darez Fort del quale la donna è l'unica superstite. Convinta che il suo sangue amrithi metterà in pericolo la sua famiglia, Arwa decide di passare il resto della vita in un eremo; qui incontra l'anziana Gulshera, tramite la quale capisce di poter contribuire alla salvezza dell'impero ambhan, ormai in decadenza.

Avrete forse notato che questa non è proprio la sinossi in quarta di copertina, ma sembra sia una costante dei romanzi di Suri: quanto la CE ci promette non si concretizza prima di un centinaio di pagine. Quindi sì, ad affiancare Arwa abbiamo un coprotagonista di nome Zahir, ma non aspettatevi di incontrarlo da subito; in generale la prima parte del volume procede molto lentamente e si arriva per gradi a quello che sarà il conflitto al cuore della narrazione.

Questo ritmo placido potrebbe scoraggiare alcuni lettori, ma permette all'autrice di esplorare con i giusti tempi il carattere dei suoi protagonisti, e se in un primo momento li ritenevo meno convincenti rispetto a Mehr ed Amun, con il procedere della storia ho trovato sempre più interessante la loro evoluzione individuale e lo sviluppo romantico. Anche in questo libro abbiamo infatti una sottotrama sentimentale, forse un po' marginale ma decisamente ben scritta.

Ad differenza del primo volume qui troviamo degli elementi di fantapolitica, grazie alla presentazione della famiglia regnante e del palazzo imperiale, tra le altre ambientazioni. Nel corso della narrazione vengono poi introdotte anche altre location, molto apprezzate specialmente perché la cara Tasha ha un grande talento nell'arricchire le descrizioni dei luoghi con tanti elementi affascinanti ed esotici. L'edizione si guadagna un punto in più per aver aggiornato la mappa, cosa che raramente succede nelle serie.

Un altro aspetto che ho molto apprezzato è la scelta di affrontare delle tematiche decisamente mature, in particolare viene trattata l'elaborazione del lutto e del trauma in relazione alla strage di Darez Fort, evento che ha colpito profondamente Arwa nelle sue certezze. Mi sono piaciute anche le riflessioni sui sacrifici necessari per salvare un popolo, senza doverne condannare per forza un altro nel processo.

Oltre alla lentezza iniziale, mi hanno invece lasciata tiepida i personaggi secondari e gli antagonisti: messi vicino ad Arwa e Zahir si nota chiaramente come siano meno caratterizzati. Ho trovato poi un po' noioso dover aspettare che la protagonista arrivasse a determinate realizzazioni, che noi lettori avevamo già analizzato ampliamente in "Empire of Sand".

Alla fin fine, ho assegnato la stessa valutazione del primo libro, ma forse questo mi è piaciuto leggermente di più, soprattutto per lo sviluppo dei protagonisti e per i temi analizzati. Peccato non siano collegati in modo più netto: una giustificazione a questo viene fornita, ma l'ho trovata non del tutto convincente, soprattutto pensando al tanto tempo passato.


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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Febbraio, 2024
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Il grimdark per ragazzi esiste!

Dopo aver esplorato un po' tutti i continenti del Mondo Circolare, ho pensato di prendermi una pausa dall'universo narrativo de La Prima Legge, ma non per questo precludermi la prosa sempre sopra le righe del caro Joe. Ho cominciato così la lettura della trilogia Il Mare Infranto, una serie rivolta ad un pubblico giovane che nonostante il diverso target riesce a mantenere inalterati gli elementi caratteristici dell'estetica grimdark, glissando però su dettagli grafici e scene gore.

La premessa de "Il mezzo re" è altresì un classico del genere: dopo l'improvvisa morte del padre e del fratello maggiore, il giovane principe Yarvi è costretto ad abbandonare il percorso per diventare ministrante, ritrovandosi suo malgrado sovrano del Gettland; carica con la quale assume anche il solenne impegno di vendicare la morte dei propri familiari, caduti vittime di un'imboscata nel Vansterland, regno confinante e da sempre nemico. La sua missione subisce però un cambio di rotta, tanto brusco da trasformarlo in uno schiavo rematore sulla galea mercantile Vento del Sud, dalla quale parte poi il suo percorso di rivalsa, sempre con l'obiettivo di far giustizia contro i suoi antagonisti.

Già da questa premessa capirete che il romanzo ha una marcia in più rispetto ad altri titoli dello stesso autore, proprio perché segue una vera trama anziché un'accozzaglia di eventi messi lì per giustificare l'introspezione dei personaggi. Per onestà ci tengo a precisare che l'intreccio in questione non presenta svolte davvero imprevedibili -con una sola, inaspettata eccezione verso il finale-, ma conferma la sua solidità sia nel delineare il percorso di crescita del protagonista, sia nella ciclicità della vicenda: abbiamo quindi un ritorno al punto di partenza, con un contesto ben diverso tutt'attorno. Ho apprezzato che Abercrombie abbia saputo dare il giusto spazio alle difficoltà incontrate da Yarvi sul piano ideologico ma soprattutto su quello fisico (a causa della sua disabilità), perché lo fa con leggerezza ma senza un intento denigratorio.

Un altro enorme pregio di questo romanzo è rappresentato dalla sua ambientazione: se è vero che non si tratta di nulla di nuovo sotto il sole per quanto concerne il genere fantasy, non si può negare come la narrativa per ragazzi raramente presenti dei world building tanto curati e vasti. È poi molto carino il modo in cui viene inserito l'elemento della found (in tutti i sensi!) family, che mi auguro avrà modo di risaltare anche nei seguiti.

Per quanto riguarda i personaggi, solitamente il punto di forza nei libri del caro Joe, ho invece sentimenti contrastanti: da un lato ho adorato la caratterizzazione di Yarvi -specialmente per come reagisce di fronte alle difficoltà e per la sua determinazione priva di troppi scupoli- e credo ci siano diversi comprimari interessanti da esplorare maggiormente nel corso della serie; dall'altro alcuni personaggi risultano un po' stereotipati, oltre a poter vantare dei nomi a dir poco astrusi. È il caso della mercantessa Ebdel Aric Shadikshirram, che mi è sembrata una versione al femminile del non troppo compianto Nicomo Cosca, o della Regina Dorata: a parte la propensione per il commercio, è una copia carbone di Lady Catelyn Stark di Game of Thrones.

A parte queste similitudini e la già menzionata mancanza di colpi di scena efficaci, i difetti di questo titolo sono individuabili in una narrazione troppo veloce -specialmente nei primi capitoli, dove di diverse scene cruciali si vedono soltanto gli effetti- e nella vaghezza del sistema magico, che è quasi la norma nel grimdark ma visto quanto spesso vengono menzionati gli elfi mi sarei aspettata qualche informazione in più a riguardo. Ed infine abbiamo l'edizione! che avrà anche il pregio di aver mantenuto la mappa originale, ma ha senza dubbio devastato il testo con una traduzione densa di refusi, rendendo alcune frasi incomprensibili. Ciò rallenta purtroppo una lettura che avrebbe altrimenti tutte le carte in regola per correre a briglia sciolta.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Febbraio, 2024
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A me non pare tutto OK

Rimandare per tanto tempo la lettura di un libro può portare a diverse conseguenze negative: non provare più interesse per la sinossi, ritrovarsi con una storia invecchiata malino, rendersi conto che forse non è più la lettura adatta a noi. Per me "Cattive compagnie" ricade in quest'ultima categoria perché, da quando ho acquistato la mia copia al momento in cui mi sono finalmente decisa a leggerla, ho sviluppato una certa avversione verso le autrici britanniche di suspence, il sottogenere del thriller domestico e gli scrittori stranieri che decidono di ambientare (parte del)le loro narrazioni in Italia per trattare la tematica della criminalità organizzata. E indovinate un po' quale titolo rientra in tutte e tre queste casistiche?

In realtà lo spunto di partenza sembra interessante: una donna inglese, Kate Grey, fatica a superare la morte del marito Charles "Charlie" Benson, avvenuta in circostanze tragiche ma anche poco chiare. Una foto che ritrae casualmente un uomo identico al suo adorato Charlie spinge Kate ad intraprendere un viaggio verso la città di Miami, nell'insensata speranza che il marito possa essere ancora vivo; viaggio nel quale sarà accompagnata da Luke Broussard, da sempre amico di Charlie. Nel primo terzo del volume, la narrazione al presente viene inoltre interrotta da dei flashback che mostrano com'è nata e si è evoluta la relazione tra Kate ed il marito.

Pur non avendo disprezzato del tutto questa lettura, mi trovo davvero in difficoltà nel trovarci dei pregi; e questo perché suddetti pregi sono compensati da difetti paralleli, oppure risultano così blandi da passare quasi inosservati. Diciamo che ho trovato carina la scelta di raccontare una protagonista un po' anticonformista, nonché decisamente spietata nella sua determinazione. Mi è piaciuto anche che Newman abbia investito tempo ed attenzione nella descrizione delle diverse ambientazioni, rendendo la prosa abbastanza curata in queste parti del testo.

Un altro punto a favore (con riserva) è rappresentato dai colpi di scena: alcuni sono resi davvero prevedibili dalla piega che prendono i dialoghi stessi, ma altri riescono in effetti a stupire, rendendo la lettura anche divertente in alcuni punti. Peccato che per stupire i lettori la cara Ruth sia stata costretta a provocare ai suoi personaggi degli attacchi di stupidità fulminante. È il caso dell'immotivata decisione della protagonista di togliersi i guanti in una determinata scena, ma in questa osservazione rientrano tranquillamente anche tutte le azioni compiute dagli antagonisti, nel finale e non solo: davvero non si capisce perché Kate non si faccia due domande sulle incongruenze in ciò che le viene raccontato!

Descrizioni a parte, la prosa ha secondo me ampi margini di miglioramento. A cominciare dall'eccessiva informalità nella narrazione, specie se accostata a delle linee di dialogo a volte fin troppo artificiose e ricercate. Boccio poi in toto la scelta di rendere la protagonista la voce narrante, perché se è vero che seguiamo sempre e solo lei durante la storia, non penso sia sensato da parte sua nascondere di proposito delle informazioni vitali; specie considerato che questo testo dovrebbe essere una sorta di racconto interiore. Un'ulteriore pecca nello stile di Newman è data dall'umorismo, ridondante e poco efficace: non penso sia necessario dedicare una pagina intera ad un'infelice battuta sul russare, neanche fossimo in un cinepanettone.

E concludiamo con qualche lamentela personale, come la discutibile edizione italiana nella quale parecchie frasi vengono tradotte in modo letterale, senza quindi tenere in considerazione giochi di parole o modi di dire inglesi. Mi ha fatto storcere il naso il modo superficiale con cui l'autrice ha parlato delle malattie mentali, delle persone di colore (con un simpatico sillogismo che li associa alla violenza di default) e della criminalità organizzata. Non farete fatica ad immaginare anche quale sia la mia opinione su una protagonista che si dimostra incapace di fare alcunché senza un uomo alto e muscoloso al suo fianco, per poi disdegnare senza possibilità di riscatto tutte le personagge femminili nelle quali incappa.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Febbraio, 2024
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Qualcuno liberi Max!

Prima di iniziare a leggere "Archenemies" (arrivato in Italia con il sottotitolo "Nemici giurati"), secondo volume nella trilogia Renegades di Marissa Meyer, mi ero lamentata perché non ne capivo la trama. Adesso ho compreso il motivo: non c'è alcuna trama! semplicemente si continua a seguire le storyline già avviate, con Nova che tenta di recuperare l'elmetto di Ace senza farsi sgamare dai Renegades e Adrian impegnato ancora nella ricerca di informazioni sulla morte della madre, nonché nel dimostrare le buone intenzioni di Sentinel.

Per tutto il libro si aspetta inutilmente le prevedibili rivelazioni sulle identità segrete dei due protagonisti, mentre l'autrice si prendere queste quattrocento e passa pagine per deliziarci con scene e personaggi filler: qualcuno mi deve spiegare il ruolo di Callum in tutto ciò! a tratti quasi speravo si rivelasse un villain. Non mancano inoltre degli sviluppi MOLTO fortuiti nella trama (ehm... Vitality Charm... ehm... cianografie) e delle contraddizioni con quanto successo nel primo capitolo.

E pensavate di poter leggere un libro o una serie YA senza l'imprescindibile scena del ballo? Stolti!
Devo ammettere però che questo romanzo ha anche degli aspetti positivi, primo tra tutti quello di saper intrattenere al pari di una serie TV trasmessa su CW. Anche se non credo si possa considerarlo proprio un complimento...

Il libro porta delle ottime riflessioni, già accennate in "Renegades", come la necessità di avere una propria indipendenza dagli eroi ed il valore di un giudizio ufficiale in contrapposizione alla giustizia sommaria delle squadre di Renegades; tematiche che, con qualche accortezza, si possono ben adattare alla nostra quotidianità. Anche lo sviluppo della romance tra Nova e Adrian ottiene parecchio spazio, e si riconferma uno dei punti di forza della serie; non si arriva mai a svelare le carte, ma la tensione si mantiene viva senza tediare troppo.

Inoltre, ho apprezzato che Meyer abbia spiegato più nel dettaglio i poteri dei personaggi principali, assegnando anche dei limiti che in un primo momento non erano troppo chiari.


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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    19 Febbraio, 2024
Top 50 Opinionisti  -  

Il cattivo ha un elmetto... allora è X-Men

Dopo aver concluso la tetralogia The Lunar Chronicles volevo leggere qualcos'altro di Marissa Meyer; avendo scartato l'autoconclusivo "Heartless", ho puntato la sua trilogia sci-fi da poco approdata in Italia che inizia con il volume dal quale prende il nome, ossia "Renegades".

La vicenda è ambientata in una metropoli statunitense che sembra però essere diventata una sorta di città-stato; in questa realtà sono presenti individui con dei superpoteri -per nascita o acquisiti casualmente- e da sempre perseguitati dalle persone comuni, fino a quando il villain Ace Anarchy non si oppone al governo ed instaura, per l'appunto, l'anarchia nella città. Questa situazione porta alla comparsa di svariate gang criminali che si disputano il territorio facendo valere la legge del più forte; solo diversi anni dopo verranno fermati dal gruppo dei Renegades, eroi che ristabiliscono l'ordine a Gatlon City per poi diventarne custodi e governanti.

La storia segue i punti di vista alternati di Nova, nipote di Ace dotata di poteri collegati al sonno che mira a smantellare la nuova società fondata sulla venerazione dei supereroi, ed Adrian, animatore di disegni e figlio dell'eroina Lady Indomitable, per l'omicidio della quale vuole far giustizia.

Il romanzo è sbilanciato: da un lato ci da poche informazioni e dall'altro perfino troppe. Non sappiamo quasi nulla del mondo oltre i confini della città, e il world building in generale è gestito in modo parecchio infantile; per averne un buon esempio basta leggere la scena iniziale della parata! Sono invece troppi i personaggi (senza contare che hanno uno o due alias a testa), le battute "da fumetto" e perfino la lunghezza del volume, soprattutto considerando che la trama è estremamente prevedibile.

Nonostante questi difetti, ho trovato il libro molto d'intrattenimento e, pur avendo dato la stessa valutazione, lo ritengo un inizio di serie migliore rispetto a "Cinder" con il quale ha anche diverse somiglianze, come la protagonista appassionata di tecnologia, le esclamazioni inventate e il segreto sul quale ruota la storia d'amore, che in questo caso ho trovato gestita meglio di quella tra Cinder e Kai. Anche se Adrian si è dovuto impegnare davvero poco per superare il nostro caro imperatore del Commonwealth Orientale!

Promuovo in toto la rappresentazione presente nella storia, molto varia e ben contestualizzata, nonché le riflessioni che il romanzo propone al lettore, specialmente sul ruolo delle forze dell'ordine e dei governanti, e su chi si possa definire un eroe.


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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Febbraio, 2024
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Qui Sine Secretum Est Vestrum

Sono rimasta talmente colpita dalla serie A Good Girl's Guide to Murder che appena è arrivata la notizia della pubblicazione di un nuovo romanzo da parte di Jackson ho deciso di fare un preordine, scelta rarissima per me. Avrò fatto bene a dare tanta fiducia alla cara Holly? non proprio, perché forse aspettare l'uscita e leggere prima qualche recensione mi avrebbe preparata meglio a questa lettura, che è abbastanza diversa dalla sua prima trilogia.

Le differenze si notano già a partire dall'ambientazione: lasciamo la provincia inglese per spostarci negli Stati Uniti dove un gruppo di sei amici sta facendo un viaggio in camper per raggiungere Gulf Shores, dove intendono trascorrere la loro spring break. La narrazione è in terza persona, però si focalizza principalmente sui pensieri della diciottenne Redford "Red" Kenny, una ragazza affetta da ADHD che soffre anche di PTSD a seguito di un evento tragico del suo passato. Inoltre Red ha problemi economici, e proprio questo ha spinto i suoi amici ad optare per un viaggio on the road anziché prendere l'aereo come altri loro coetanei; il camper però si ferma in mezzo alla campagna della Carolina del Sud, e non per un banale incidente: fuori dal veicolo un cecchino è pronto a sparare se uno dei ragazzi non rivelerà il segreto del quale è a conoscenza.

Questa è l'idea alla base del romanzo, ma si impiega oltre metà volume per arrivare al punto in cui i personaggi desistono almeno in parte dai tentativi di fuga e capiscono che l'unica via d'uscita per loro è svelare questo fantomatico segreto. In sostanza, il ritmo è molto più lento di quanto mi aspettassi, basandomi sulla sinossi e sul genere di storia raccontata. Oltre a questo problema, la narrazione pecca di una buona introspezione di tutti i protagonisti -che pure sono davvero pochi- e devo dire di non essere rimasta troppo stupita neanche dai colpi di scena: seppur ben studiati, non riescono a impressionare come vorrebbe l'autrice perché sono presenti troppi elementi di foreshadowing. Un'ulteriore difetto riguarda il modo in cui viene dipinto il mondo della mafia, ma in questo caso penso si tratti di un gusto quasi esclusivamente soggettivo.

Queste problematiche si possono però perdonare parzialmente visti i tanti pregi del libro. In primis, si nota una crescita dello stile di Jackson -sia nella scelta del lessico, sia nella capacità di generare dell'ottima tensione narrativa-, tensione che ha un crescendo nel corso della storia e riesce così a trasmettere tutte le emozioni provate dalla protagonista. Ovviamente il climax di questa escalation ansiogena arriva nelle ultime pagine, con la parte più incisiva e riuscita del volume.

Ho apprezzato inoltre come la cara Holly ha reso su carta la degenerazione della cosiddetta civiltà in un arco temporale molto breve, mostrandoci nel finale dei caratteri decisamente diversi da quelli presentati all'inizio. Valida anche la caratterizzazione dei protagonisti, che in poche pagine riescono a diventare familiari, siano simpatici oppure completamente detestabili. E seppur io abbia trovato un po' tediosa la parte centrale, mi è piaciuto leggere di come il gruppo cerca di escogitare dei piani intelligenti ma credibili per scappare.

Tutto considerato, penso di aver inaugurato l'anno con una lettura valida, specialmente perché dal target YA ormai mi aspetto sempre delle mezze delusioni. Parlando a livello emotivo, vi potrei consigliare di chiudere un occhio sui difetti: è una storia che può trasmettere tanto, dietro la patina del thrillerone.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    13 Febbraio, 2024
Top 50 Opinionisti  -  

Dissing alla Mattel

Un sacco di pareri positivi mi aveva portato ad iniziare la lettura di "Tanti piccoli fuochi" con le migliori intenzioni, nonostante la sinossi proposta nell'edizione italiana non fosse chiarissima circa l'effettivo contenuto. E se in un primo momento ero pronta ad accodarmi alla schiera dei fan di questo romanzo, nella seconda metà del volume diversi elementi hanno fatto vacillare il mio apprezzamento, portandomi alla fine ad assegnare un voto comunque positivo, ma con meno entusiasmo di quanto mi augurassi.

Riassumere la trama non è facilissimo, perché il romanzo si dipana seguendo un gran numero di vicende, che in alcuni casi ottengono una risoluzione chiara, mentre in altri vengono come lasciate in sospeso perché il lettore possa inserire un finale di suo gradimento. Il cuore della storia è comunque Shaker Heights, una città dell'Ohio progettata per rendere felici i suoi abitanti, a patto che ne rispettino con precisione le regole. Alla fine degli anni Novanta qui si trasferisce Mia Warren, una fotografa di talento che spera di aver trovato una dimora stabile per crescere la figlia adolescente Pearl; il modo scanzonato ed istintivo di vivere della donna viene messo da subito a confronto con quello della sua padrona di casa, Elena Richardson, che ha invece passato tutta la vita a seguire felicemente i dettami di Shaker Heights.

Come accennato, attorno a questo contrasto ruotano molte altre vicende. Alcune riguardano i rapporti tra i figli delle due donne, altre le origini misteriose di Pearl, altre ancora il caso mediatico che scoppia quando una collega di Mia riconosce come sua la bambina appena adottata da una coppia di amici di Mrs Richardson. A fare da collante in tutte queste sottotrame è il tema della maternità, che viene esplorato in una moltitudine di prospettive e contesti diversi -parlando anche di casi un po' estremi- ma sempre con l'intento di spingere il lettore a riflettere e farsi un'opinione in merito.

Uno dei punti di forza del romanzo è proprio l'intenzione di mostrare visioni alternative -a volte opposte-, delle quali la bella prosa di Ng riesce a mettere in luce i pregi ed i difetti. Ho trovato poi interessante come la stessa Shaker Heights diventasse un elemento centrale in questi conflitti, rendendola ben più che una semplice l'ambientazione. Mi è piaciuto anche vedere come si sviluppassero i rapporti tra la famiglia Richardson e le Warren, inoltre ho trovato ottima la scelta avviare la narrazione con una scena di foreshadowing davvero potente, che senza dubbio riesce a catturare da subito il lettore nella storia.

Per contro, quando sono arrivata a scoprire cosa avesse causato quella specifica scena, il mio entusiasmo era in parte scemato, per varie ragioni. In primis la trama comincia a presentare una serie di rivelazioni dai toni parecchio soapoperistici, con tanto di sceneggiate e personaggi che corrono da un posto all'altro in preda all'emozione del momento. Ho faticato inoltre a capire su quali elementi dovessi porre l'attenzione in una narrazione fin troppo corale; questo è reso difficoltoso anche dalla struttura episodica del testo (con alcuni salti temporali di intere settimane) e dalla sinossi, che non presenta in modo onesto il romanzo perché si concentra su degli sviluppi relativi alla seconda metà del volume.

Proprio nella seconda metà, il mio apprezzamento di questa lettura ha subito un netto calo perché non mi è piaciuta la brusca interruzione dovuta all'inserimento di un flashback troppo lungo, ma anche per il modo in cui l'equilibrio tra Mrs Richardson e Mia si spezza, facendo diventare quest'ultima l'eroina senza difetti in un romanzo che fino a quel punto era più equo e verosimile. Pur avendo trovato poi carina la metafora del fuoco, con le diverse scintille che potrebbero portare a degli incendi, non mi è sembrata molto sottile e dopo un po' risulta anche ridondante. Anche il finale non ha saputo convincermi del tutto, perché lascia troppe storyline in sospeso, per i miei gusti e per il tempo che era stato dedicato ad esse fino a quel punto.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Febbraio, 2024
Top 50 Opinionisti  -  

I segreti di Pulcinella

Ormai da qualche anno seleziono di volta in volta una serie particolarmente corposa e, anziché leggerne un capitolo ogni tre o quattro mesi come da mia abitudine, mi impegno per portarla a termine entro la fine dell'anno in corso. In questo modo riesco a seguire la storia in questione in modo meno dispersivo, nonché ad impormi di recuperare finalmente delle saghe che aspettano da eoni in libreria. In questo 2024 la scelta è ricaduta su Il trono di vetro, com'è stata recentemente ribattezzata la serie d'esordio della popolarissima Sarah J. Maas.

Dopo una valutazione dei diversi ordini di lettura proposti, ho optato per seguire la data di pubblicazione dei singoli volumi, cominciando quindi da "Il trono di ghiaccio". Un primo romanzo che fa forse sorgere un po' troppi quesiti in merito agli avvenimenti del passato (quesiti che quasi certamente trovano risposta nelle novelle), ma abbastanza solido da poter interessante il lettore e convincerlo a continuare la serie. La narrazione segue diversi POV, ma si concentra in particolare sulla diciottenne Celaena Sardothien, celeberrima assassina del regno fantastico di Adarlan; la ragazza è inizialmente costretta ai lavori forzati nelle miniere di Endovier per scontare i suoi crimini,e proprio qui riceve la visita inaspettata del principe ereditario Dorian Havilliard. Il giovane le offre una promessa di libertà se risulterà vincitrice in un torneo per individuare il nuovo paladino del sovrano, lavoro che dovrà poi svolgere per quattro anni.

Da questo spunto la trama si sposta definitivamente nella capitale Rifthold, dove assistiamo alle varie fasi della competizione, e al contempo iniziamo a scoprire due importanti sottotrame: da un lato viene raccontata la sete di conquista del re di Adarlan, impegnato a sottomettere tutte le nazioni vicine tra cui Eyllwe, regno della principessa Nehemia Ytgen; dall'altro una serie di misteriose morti tra i partecipanti al torneo lascia intendere che qualche bestia mostruosa possa aggirarsi per il castello. Devo ammettere che questi spunti, più della vicenda principale (il cui esito è scontato), hanno mantenuto viva la mia attenzione durante la lettura; una vera fortuna perché alcuni di questi elementi verranno di certo ripresi nei volumi successivi.

Un altro punto a favore del volume è rappresentato dal world building, che non sarà troppo originale né estremamente dettagliato, ma si dimostra sufficientemente solido per la storia che viene portata avanti, nonché ricco di potenzialità per il continuo della saga: sono genuinamente curiosa di scoprire nuovi angoli del continente di Erilea! Per quanto riguarda i personaggi principali, quelli che ho trovato più coerenti e interessanti sono il capitano delle guardie reali Chaol Westfall e la principessa ribelle Nehemia; entrambi hanno delle motivazioni credibili e si comportano di conseguenza.

Per contro, Celaena mi ha convinto decisamente meno nel suo ruolo di protagonista. Avrei voluto che Maas si soffermasse sul suo lato più risoluto e sfacciato, mettendo in chiaro come non si faccia problemi a pretendere ciò che vuole ed ignorando le opinioni altrui; Celaena invece vuole essere un po' troppe cose: esigente e cortese, sfrontata ed imbarazzata, sensuale e pudica, forte e debole. Oltre a renderla poco verosimile, ciò la porta a cambiare la propria scala di valori tra una pagina e l'altra (si dispiace per i carcerati suoi pari, definendoli perfino schiavi, e poi non si fa problemi a schioccare le dita perché le domestiche la assistano ad ogni ora del giorno e della notte) e a risultare poco coerente nel suo obiettivo: se vuole soltanto essere libera ed è davvero così talentuosa in tutto ciò che fa, perché non scappa quando ne avrebbe l'occasione?

Gli altri personaggi mi sono sembrati alquanto prevedibili (il duca cattivo, il rivale nerboruto, la rivale stronza, etc.), compreso il principe Dorian, che ricalca uno stereotipo decisamente fastidioso. Tutti dimostrano poi motivazioni e reazioni sproporzionate rispetto a ciò che le ha generate, specialmente quando si tratta di detestare la povera Celaena. Il testo è inoltre pregno di affermazioni contraddittorie, a distanza di poche righe l'una dall'altra, probabilmente perché la storia è nata in formato episodico. Qualunque sia la causa, alcuni passaggi risultano di certo poco chiari, non saprei se per colpa del testo originale o dell'edizione nostrana; di sicuro c'è solo che possiamo imputare alla traduzione italiana i passaggi immotivati dal tu, al Lei, al Voi all'interno dei dialoghi.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Febbraio, 2024
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C'è un po' di libro in questo Donald Trump

Dal momento che nel 2023 ho letteralmente raddoppiato il numero dei libri di King letti, con risultati quasi sempre positivi, come potevo non cominciare anche l'anno nuovo con una delle storie del caro Stephen? In questo caso ho optato per "Billy Summers", uno dei suoi titoli più recenti, nonché uno dei pochi esponenti di questa categoria ad aver ottenuto un riscontro decisamente favorevole tra i fan dell'autore. E c'era da aspettarselo, vista la passione per il mondo della letteratura che traspare da ogni pagina di questo volume.

Certo, dallo spunto non si direbbe: il protagonista non sembra infatti un amante delle belle lettere! Cecchino fenomenale, William "Billy" Summers si mostra al mondo come una persona tutt'altro che brillante, con l'hobby dei fumetti ed un espressione non troppo sveglia; in segreto, coltiva però l'amore per i grandi classici della letteratura occidentale, che riesce a leggere tra un omicidio e l'altro. Un amore che ha l'occasione di sfruttare durante il suo ultimo incarico: bloccato per qualche mese nella cittadina di Red Bluff, Billy si finge un aspirante scrittore mentre aspetta il momento giusto per colpire il suo bersaglio. Questa situazione inedita è solo la prima di una serie di novità nella vita del sicario.

Devo ammettere che ho trovato molto divertente seguire Billy mentre pianifica la missione -e si destreggia tra varie identità- perché, sebbene la sua non sia una storia leggera ed allegra, ne risultano alcuni momenti più divertenti e delle scene d'azione ricche di suspense. Il ritmo è poco uniforme, eppure la lettura non si arena mai in momenti di stallo o noia; questo è in parte merito della scelta di alternare alla narrazione al presente alcuni corposi flashback che raccontano la vita di Billy, dall'infanzia sregolata all'esperienza nell'esercito. Pur non apprezzando troppo le vicende a sfondo militare, ho trovato interessante leggere anche questa parte del romanzo, che ovviamente è vitale per portare il protagonista al punto in cui si trova ad inizio libro.

Un altro dei punti di forza di questo titolo si cela nelle sue tematiche, che per contro rendono alcune scene non adatte a qualunque lettore. Si parla moltissimo di giustizia in questo romanzo, ragionando su a chi spetti amministrarla e quali colpe sia tanto gravi da meritare la morte; King non arriva però dall'alto ad impartire una lezione o ad enunciare la sua visione indiscutibile del mondo, ma si limita a mostrare delle diverse prospettive sull'argomento, così che chi legge possa farsi una propria opinione. Altri temi rilevanti sono quelli della violenza di genere e della pedofilia, in questo caso condannati senza possibilità di appello, seppure l'autore cerchi di fare dei distinguo e ventilare la possibilità che alcune persone si possano genuinamente pentire dei propri crimini.

Concludo la parentesi sui pregi del volume parlando della sua punta di diamante: Billy Summers stesso. Ho apprezzato specialmente il modo non banale in cui è stato caratterizzato, nonché la fedeltà mantenuta ad una sua particolare visione del mondo. Nel corso del romanzo viene introdotto un altro personaggio molto importante, che ritengo sia stato scritto altrettanto bene -in proporzione allo spazio avuto-, ma non posso assolutamente dire di più per rimanere spoiler free. Niente spoiler anche per le citazioni ad altre opere kinghiane, ma vi posso garantire che non mancano, e sono parecchio evidenti.

Questo titolo non presenta propriamente dei difetti tragici, quanto piuttosto delle piccole sbavature che a tratti rendono la lettura meno immersiva; e non sto parlando delle continue stoccate a sfondo politico di King o della sua conclamata grassofobia, di cui non sembra essersi ancora liberato. Uno di questi difetti riguarda i personaggi secondari: tante volte ho elogiato la sua bravura nel creare dei caratteri credibili con poche linee di dialogo, ma in questo caso i comprimari risultano invece poco brillanti, rasentando in alcuni casi degli stereotipi quasi caricaturali. Ho individuato poi un problema collegato alla tensione narrativa: le cause sono gli ostacoli che si rivelano meno insormontabili di quanto promesso e gli antagonisti, sulla carta temibili ma a conti fatti facili da battere.

Pur avendo apprezzato ogni parte del volume presa singolarmente, nel complesso ho avuto l'impressione di un intreccio poco lineare, con delle scene belle ed emozionanti ma non sempre utili per far proseguire la storia di Billy. La linea di trama che si sviluppa da metà libro ha poi talmente tanti punti in comune con la prima metà della graphic novel "V for Vendetta" che onestamente mi stupisce il caro Stephen non sia finito in beghe legali con quel gran permaloso di Alan Moore.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    02 Febbraio, 2024
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I rischi del leggere troppi mystery

Che una buona fetta dei romanzi di Christie siano fruibili come parte di una serie, perché contengono una quantità di riferimenti gli uni agli altri, non è una novità. "I Sette Quadranti" però non si limita a fare dei piccoli cenni a "Il segreto di Chimneys", ma ne riprendere le ambientazioni (in particolare, la tenuta al centro della storia), diversi personaggi centrali, nonché la figura del Sovrintendente Battle, risolutore principale in entrambe le narrazioni.

La storia parte proprio nella residenza di Lord Catheram, per l'occasione affittata dal magnate dell'industria Sir Oswald Coote; tra i suoi ospiti c'è Gerald "Gerry" Wade, un dormiglione al quale gli amici pensano di fare uno scherzone mettendo di nascosto otto sveglie nella sua camera. La burla però non riesce: al mattino Gerry viene trovato morto e le sveglie sono diventate sette, una circostanza quantomeno bizzarra che, unita ad altri avvenimenti degni di nota, spingono Lady Eileen "Bundle" Brent -la figlia di Lord Catheram- a voler indagare. Questo la porta a rincontrare il già citato Sovrintendente Battle e a scoprire l'esistenza della società segreta chiamata i Sette Quadranti.

Devo ammettere che inizialmente non riponevo troppe speranze in questa serie minore della cara Agatha, in particolare per gli elementi di spionaggio centrali nei due intrecci, visto che le spy story non mi convincono mai del tutto. In questo caso poi c'era un'ulteriore aggravante dal momento che la trama mi faceva pensare non poco a "Poirot e I Quattro", uno dei peggiori romanzi dell'autrice britannica a mio parere. Invece, la risoluzione finale ha saputo fornire una prospettiva inaspettata ed originale alla storia, oltre a rispondere con puntualità ai tanti misteri disseminati nel testo.

Anche la caratterizzazione di Bundle, protagonista de facto del romanzo, mi è piaciuta molto: è una personaggia risoluta e testarda, ma non incosciente per il gusto di esserlo. Il resto del cast è per lo più funzionale alla storia, ma tra loro spiccano la goffaggine di William "Bill" Eversleigh, la pedanteria di George "Ranocchio" Lomax e l'ironia pungente di Lord Catheram, per me protagonista morale di questa simil-duologia.

Inaspettatamente mi senso di promuovere anche il tono molto avventuroso e dinamico della prosa -che ben si intona alla sottotrama dello spionaggio industriale- e l'elemento romance, più incentrato sul lato comico tanto da creare dei momenti genuinamente divertenti, anche se non sempre nelle giuste tempistiche. Non mi ha convinto troppo neppure il ritmo della narrazione, poco omogeneo e non abbastanza incalzante nel finale, dove si sarebbe potuto ottenere un effetto ancor più drammatico ed emozionante.

Mi aspettavo poi qualcosa di più dal personaggio di Battle che, a dispetto di quanto viene rivelato in questa storia, continuo a trovare poco carismatico se confrontato con gli altri detective creati dalla penna di Christie. Speravo ottenesse più spazio anche la spiegazione sulle modalità dei delitti, di solito centrali in un giallo, qui invece relegate ad un chiarimento sbrigativo dato alla protagonista, senza che lei abbia avuto modo di investigare per conto proprio su questo lato del mistero.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    26 Gennaio, 2024
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Se Agatha Christie avesse scritto (male) "Shining"

Dopo anni ed anni di traduzioni illeggibili e volumi tenuti insieme più dallo Spirito Santo che dalla colla della rilegatura, avevo deciso di non acquistare più nuovi titoli pubblicati da Newton Compton. Ho scelto di fare uno strappo alla regola per "A cena con l'assassino", che si presentava come un romanzo nelle mie corde dal punto di vista della trama, con l'aggiunta di una struttura del testo abbastanza peculiare da intrigarmi. Così in poco tempo è stato aggiunto alla wishlist, donato alla sottoscritta da qualche anima pia e finito in cima alla TBR, tanto ero curiosa e ben disposta verso questo titolo. Scommetto che sentite già l'invece in arrivo...

La narrazione presenta un'ambientazione che non mi stanca mai: nella campagna dello Yorkshire sorge Endgame House, da decenni la dimora della famiglia Armitage, una dimora austera e dalla fama sinistra, con tanto di labirinto annesso. Qui il cadavere della madre dell'aspirante stilista Lily Violet è stato ritrovato in circostanze poco chiare, e sempre qui la giovane donna torna vent'anni dopo per far luce su questo mistero, ma non solo perché nel frattempo anche la morte della zia Liliana sembra tutt'altro che naturale. Questi tragici eventi e molti altri indizi portano la protagonista a capire che qualcuno all'interno della famiglia è disposto a fare qualsiasi cosa per diventare proprietario della tenuta.

Dal momento che ritengo importante cercare qualche punto di forza anche nei libri (soggettivamente o meno) peggiori, partiamo dagli aspetti positivi di questo titolo. Nonostante l'esecuzione non mi abbia entusiasmato, continuo a pensare che l'idea di includere dei giochi enigmistici rivolti alla protagonista ma anche ai lettori sia brillante; allo stesso modo mi sento di promuovere con riserva la rappresentazione di personaggi queer fatta da Benedict -che ho trovato un po' ridondante e forzata in alcune scene- ma voglio premiare comunque l'intenzione propositiva.

In modo più personale e frivolo, penso meriti un plauso la copertina, che risulta stilosa ed al contempo riesce a presentare molto bene il contenuto effettivo del volume. Tra i pregi mi sento di annoverare anche il buon ritmo e la leggerezza che permea gran parte della narrazione, rendendola per lo meno divertente.

E ora passiamo purtroppo ai tanti difetti. Il primo e più palese è la scelta di affidare la storia ad un narratore esterno; non ha senso per una quantità di motivi: seguiamo sempre e solo Lily, i suoi pensieri permeano l'intero testo, i riferimenti agli abiti ed ai marchi rimandano al suo lavoro di stilista... quindi perché mai lei non è la voce narrante del romanzo?!? I problemi della prosa purtroppo non si esauriscono qui, perché troviamo un utilizzo bislacco delle virgole e delle battute di dialogo innaturali e prive di logica tra domanda e risposta. Si potrebbe pensare che la "colpa" sia dei giochi di parole presenti nel testo, invece non è così.

Nonostante abbia letto tutti i gialli della cara Agatha, Benedict non riesce poi ad intrecciare una trama mystery davvero sorprendente, e questo è causato anche dalla scarsa caratterizzazione dei personaggi, che sono al meglio irritanti nella loro prevedibilità ed al peggio monodimensionali. Anche la protagonista non brilla particolarmente: sarà anche un asso nel risolvere gli anagrammi, ma deve aver concentrato su quello il suo unico neurone perché per il resto dimostra un'idiozia abissale, nonché un totale disinteresse per la propria sicurezza. Confidavo che almeno il finale riuscisse a risollevare la situazione, e invece... Oltre alla volontà di shockare il lettore, l'epilogo non ha un briciolo di senso, e rende definitivamente ridicola una premessa già assurda di suo: a parte veder morire qualche personaggio e riuscire ad imbastire una mezza dichiarazione d'amore, cos'ha ottenuto la protagonista che non fosse già suo di diritto a pagina uno?

Come in altre occasioni, il colpo di grazia lo da l'edizione italiana; capisco comunque la difficoltà nel tradurre i tanti giochi di parole, e non mi lamenterò di questo. Mi sento però in diritto di evidenziare la scarsa qualità delle immagini stampate, i tanti refusi presenti nel testo (che spesso riguardano i nomi dei personaggi stessi) ed i numeri delle pagine sbagliati nelle soluzioni a fine volume. Una rilettura anche distratta avrebbe permesso di sistemare per lo meno questo errore, imbarazzante in un libro che vuole presentarsi come intelligente.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Gennaio, 2024
Top 50 Opinionisti  -  

Ned Flanders aveva preso meglio la morte di Maude

Tempo fa mi lagnavo di quanto spesso mi deludessero le autrici britanniche di romanzi thriller, e per questo mi ripromettevo di riflettere molto attentamente prima di dare una possibilità a delle nuove penne in questa categoria. A quanto pare dovrò estendere il veto anche nei confronti dei loro colleghi uomini! tutto merito di Anthony Capella, scrittore inglese che ha scelto di scrivere un romanzo incentrato su protagoniste femminili, parlando di tematiche femminili e con un punto di vista esclusivamente femminile, e l'ha fatto adottando uno pseudonimo volutamente privo di genere. Bastano però poche pagine per capire come "La ragazza di prima" non possa che essere opera di un uomo. Un uomo con la sensibilità di un coltello a serramanico.

La narrazione è divisa tra due linee temporali e ruota attorno al il numero 1 di Folgate Street, nel sobborgo londinese di Hendon; qui sorge una residenza minimalista nell'estetica e ricca di dispositivi all'avanguardia, opera del noto architetto Edward Monkford. Nel passato vediamo Emma Matthews ed il fidanzato Simon fare carte false per poter affittare la casa, dopo il trauma di una rapina nella loro vecchia abitazione; tre anni più tardi troviamo Jane Cavendish in una situazione analoga, mentre cerca di voltare pagina a seguito del lutto per la figlia che stava per dare alla luce.

Questa ridondanza voluta è uno dei pochi aspetti che redimono in piccola parte il romanzo: ho trovato interessante leggere due versioni delle stesse situazioni, delle stesse dinamiche e delle stesse relazioni, inquadrate però da diverse prospettive. L'autore fa della ripetizione e della sensazione di déjà vu il nucleo centrale della sua storia, e credo che il risultato sia a suo modo interessante. In generale, promuovo anche la prosa semplice ed il ritmo incalzante, che rendono la lettura decisamente scorrevole.

L'altro pregio di questo titolo è il concetto della smart house come versione moderna delle case infestate nelle narrazioni horror classiche; trovo che questo spunto abbia un grosso potenziale, ed è anche il motivo per cui mi sono interessata inizialmente al libro. Purtroppo questo elemento viene evidenziato soprattutto nella prima parte, mentre verso metà libro è accantonato in favore di altri aspetti, e torna a palesarsi soltanto nel finale.

Già esaurite le lodi, passiamo alle mie critiche su questo romanzo. In primis abbiamo un intreccio che non risulta mai sorprendente: le svolte sono tutte molto prevedibili per chi bazzica un minimo il genere, e verso l'epilogo sembra che Delaney stesso abbia rinunciato a stupire. La trama è inoltre svilita dai comportamenti assurdi dei personaggi stessi, che servono solo a creare tensione fine a se stessa: due esempi sono la scena del mazzo di gigli e quella del tatuaggio, momenti che vorrebbero sembrare drammatici ma risultano quasi ridicoli.

Pur non essendo un'esperta, ho trovano poi assurdo il modo in cui viene raccontato il funzionamento del sistema giudiziario inglese, per tacere di quello sanitario: c'è da pregare di non avere mai bisogno di alcun tipo di assistenza di quel Paese! Ma se questo aspetto è alla fin fine accettabile per ragioni di trama, ho trovato per contro agghiacciante la superficialità con cui vengono trattate tematiche molto gravi -come l'aborto e gli abusi domestici- con il solo intento di sconvolgere chi legge, ma senza farne un briciolo di analisi critica; tutto questo rende a mio avviso la lettura anche incredibilmente triggerante.

Non sono riuscita ad apprezzare neanche la caratterizzazione delle due protagoniste, che ho trovato a dir poco fiacca; immagino che l'autore volesse descrivere dei personaggi facilmente manipolabili, ma il risultato è quello di renderle due mentecatte incapaci di intuire quali saranno le conseguenze delle loro azioni. L'omogeneità della prosa purtroppo non aiuta a rendere interessanti le voci di Emma e Jane che risultano anzi praticamente identiche, e si possono distinguere solo per l'assenza delle virgolette nei capitoli dal punto di vista della prima. Amarum in fundo, trovo quantomeno bizzarro che il solo personaggio per il quale Delaney si è sentito in dovere di specificare l'etnia sia il delinquente nero.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Gennaio, 2024
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Beethoven Gone Wrong

Ultimamente mi sono imbattuta in una serie di letture mediocri e non all'altezza delle aspettative che le sinossi stesse creavano. Per ritrovare un po' di piacere nella lettura, ho ripiegato quindi su uno dei miei autori preferiti, andando a pescare tra i suoi primi lavori "Cujo", un titolo che mi sembra rientri tra i più apprezzati dai fan del caro Stephen. E oltre a potermi felicemente accodare alla fila dei suoi estimatori, sono anche contenta sia riuscito a tenermi compagnia in un periodo parecchio impegnativo e stressante.

Il romanzo ci riporta a Castle Rock, località kinghiana già al centro di una delle sottotrame de "La zona morta" (il cui epilogo qui viene spoilerato, tra l'altro), nell'estate del 1980; il Cujo del titolo è il mastodontico San Bernardo del giovane Brett Camber, il figlio del meccanico locale. Mentre insegue un coniglio selvatico, il cane viene morso da un pipistrello e contrae una forma particolarmente violenta di rabbia, che lo trasformerà in una sorta di mostro idrofobo pronto ad attaccare chiunque abbia la sventura di trovarsi sul suo cammino. Questo evento unisce le vicende della famiglia Camber con quelle dei Trenton, da pochi anni trasferitisi nell'immaginaria cittadina del Maine.

Questo spunto di trama temo non renda al meglio il contenuto del romanzo, anche perché la vicenda al cuore della narrazione impiega parecchie pagine prima di acquisire concretezza: il primo terzo del volume risulta così un po' lento e macchinoso. Si tratta di un difetto sul quale però soprassiedo tranquillamente; per contro mi ha un po' infastidito non fosse presente una divisione in capitoli, ma questo è dato dal mio essere una pedante completista.

L'unico altro (serio!) punto debole del romanzo penso sia nella sottotrama legata alla Adworx -la società pubblicitaria avviata da Victor "Vic" Trenton con il suo amico Roger-, perché per quanto utile a dare il via alla trama, da un certo punto in poi perde gran parte della sua rilevanza e risulta perfino una fastidiosa aggiunta in alcuni momenti nei quali la tensione è al massimo.

Passando invece ai punti di forza, posso includere proprio la tensione che il caro Stephen riesce a creare, in particolare nel crescendo finale che porta il lettore a correre quasi da una pagina all'altra, in angoscia per la sorte dei personaggi. Ho trovato molto ben gestito anche l'elemento horror: dosato con giudizio e decisamente inquietante, con qualche accenno anche alla possibilità che ci sia di mezzo qualcosa di sovrannaturale nella furia del gigantesco San Bernardo.

Sul piano della prosa, ho apprezzato molto come siano stati descritti i pensieri di Cujo, mantenendoli abbastanza semplici da essere verosimili ma per nulla scontati o banali; li ho trovati particolarmente toccanti nella scena in cui vede Brett prima della sua partenza. Altro aspetto interessante è la sensazione di storie diverse che confluiscono in una narrazione più complessa: anche se in un primo momento potrebbe risultare poco chiaro leggere di tanti personaggi senza legami netti tra loro, pian piano ogni evento prende il suo posto nel disegno tragico e grottesco di King.

Ciò che ho personalmente apprezzato di più è però la buona rappresentazione fatta di problematiche ancora attualissime, come la violenza domestica e il revenge porn. Mi ha colpito scoprire come Cujo stesso diventi nel corso della storia l'allegoria di un uomo all'apparenza innocuo e amichevole che, posto in una condizione di difficoltà come l'umiliazione, reagisce con modo crudele nei confronti di una donna cercando di limitare la sua libertà e facendo leva sull'affetto che prova per i figli, con la conseguenza di innescare una catena di reazioni altrettanto brutali.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    05 Gennaio, 2024
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In cui Stephen King non avrebbe scritto "22.11.63"

Il lato positivo di pescare dei titoli in modo casuale dalla propria TBR è senza dubbio quello di dare finalmente una possibilità a delle storie che si ha un po' dimenticato; sull'altro piatto della bilancia, bisogna considerare il rischio di incappare in un romanzo diverso rispetto alla vaga impressione che se ne ha. Personalmente, ricordo di aver acquistato "Fatherland" all'usato diversi anni fa attirata soprattutto dalla particolare ambientazione ucronica; quando mi sono infine decisa ad iniziare la lettura ho realizzato che purtroppo quello non sarebbe stato l'elemento principale nella storia.

Qualche parola sul contesto fantastorico va comunque spesa: ci troviamo a Berlino in una versione alternativa del 1964, nella fattispecie una versione in cui Adolf Hitler è ancora al potere e l'intera Europa è sotto il controllo diretto o meno del Terzo Reich, mentre i suoi nemici storici si sono dovuti arrendere o accettare la pace. A dispetto dell'insolito setting la storia parte come il più classico dei noir, con il tipico investigatore -nel caso in questione, Xavier "Zavi" March della Kripo- divorziato e stacanovista impegnato a far luce su un decesso sospetto. Questi due elementi si scontrano quando il protagonista realizza che dietro la presunta morte accidentale ci potrebbero essere degli individui collegati al partito nazionalsocialista.

Nonostante non venga sfruttata quanto mi sarei aspettata, l'ambientazione rimane uno degli aspetti migliori di questa lettura: è stato un interessante esperimento mentale scoprire una situazione geopolitica da un lato molto diversa da quella reale (ad esempio, qui la Guerra Fredda vede la Germania contrapporsi agli Stati Uniti), dall'altro con degli elementi in comune, come l'Unione Europea che è presente ma si rivela un'istituzione fantoccio dei nazisti per controllare meglio gli altri Paesi europei.

Sento di poter promuovere poi tranquillamente la prosa di Harris -che non avrà particolari guizzi, ma ha una buona resa specie nei dialoghi- e l'intreccio del giallo, capace di catturare l'attenzione del lettore. Per quanto sia prevedibile, anche il finale contribuisce a portare questo romanzo alla sufficienza; l'ho apprezzato per la coerenza ed il coraggio di non scadere in un lieto fine forzato.

Purtroppo i pregi per me terminano qui: quando ho cominciato la lettura mi aspettavo davvero di individuare molti più elementi positivi, ma anche nei punti di forza ci sono lati meno riusciti. Prendo ad esempio il world building immaginato dal caro Robert, che viene appesantivo sia da una gran quantità di spiegazioni fin troppo prolisse e piazzate nei momenti meno opportuni, sia da una dubbia utilità ai fini della storia raccontata: la stessa vicenda avrebbe potuto tranquillamente avere come ambientazione la Germania reale dei primi anni Quaranta. Questo porta un senso di frustrazione, perché si ha investito parecchio tempo per conoscere un mondo quasi inedito senza che fosse in fin dei conti indispensabile.

La caratterizzazione è un altro punto debole a mio avviso, perché March si dimostra il tipico protagonista di una narrazione mystery noir nella storia personale e nel comportamento; vista la premessa, ero convinta si sarebbe rimostrato un personaggio grigio e sfaccettato invece non ha neanche mezzo tentennamento. Devo ammettere di non aver capito neppure cosa lo renda tanto speciale: dal mio punto di vista la storia della foto ritrovata non è sufficiente per stravolgere completamente la visione del mondo di un individuo cresciuto in una società così indottrinata, come viene dimostrato tra l'altro anche dei comportamenti degli altri personaggi più avanti nella storia.

Infine, con il rischio di sembrare una volta in più l'antiromantica per eccellenza, devo bocciare anche la parentesi romance. Non solo penso sia priva di basi concrete, ma anche nello sviluppo della relazione ho avuto l'impressione mancassero dei passaggi; cercando di evitare spoiler, menziono la scena dell'incubo che proprio non ho capito cosa dovesse trasmettere, o quali conseguenze abbia avuto per i personaggi. Quando poi l'interesse amoroso di March gli confida un certo dettaglio sulla sua precedente relazione diventa chiara (e preoccupante!) una sua debolezza verso le dinamiche di potere sbilanciate, che ovviamente il testo non individua come tale.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Dicembre, 2023
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O delle fisime di Rasia

Fiero esponente della categoria libri-dimenticati-sullo-scaffale-per-secoli, "Cose da salvare in caso di incendio" è l'ennesimo caso di un titolo che probabilmente avrebbe continuato a languire nella mia libreria non fosse stato sorteggiato per la Random TBR. E anche dopo averlo ripescato per l'occasione non sono riuscita ad entusiasmarmi più di tanto alla prospettiva di questa lettura dalla sinossi sciapa e -come avrei scoperto in seguito- capace di spoilerare anche le poche svolte di trama presenti.

Io non intendo essere altrettanto spietata, pertanto vi dico solo che il romanzo è ambientato nella Brooklyn dei giorni nostri e si concentra sul rapporto tra Vaclav e Yelena "Lena", due giovani emigranti russi che cercano nella compagnia reciproca un porto sicuro dalle tante difficoltà di trasferirsi in un Paese straniero, primo tra tutti lo scoglio della lingua inglese. Vaclav trae coraggio dai genitori, che lo incoraggiano nella sua passione per l'illusionismo e nell'ammirazione dei suoi idoli Harry Houdini e David Copperfield, dei quali intende seguire le orme; Lena vive invece una situazione più complicata, perché neanche a casa riesce a ritagliarsi un proprio spazio e ad essere amata.

Questa premessa mi aveva da subito fatto pensare ad una storia carina; e -purtroppo o per fortuna- carino è l'aggettivo che più facilmente assocerei alla lettura del debutto di Tanner. Carina è la riflessione sugli ostacoli all'integrazione incontrati dai bambini immigrati in un Paese dalla mentalità tanto diversa, carina è l'analisi dei pensieri dei genitori in questa specifica situazione, carino è leggere dell'impegno decisamente ingenuo eppure genuino con cui Vaclav tenta di allestire il suo spettacolo di magia nel Sideshow di Coney Island, carino è il fatto che l'autrice sfrutti la sua esperienza lavorativa per creare una storia fantastica ma capace di ispirare empatia nel concreto. Carino per me non è però sinonimo di sufficiente.

Tra i pregi di questo titolo possiamo annoverare anche la scorrevolezza della prosa, merito dei periodi forse fin troppo brevi: si ha l'impressione di leggere a singhiozzi ed immergersi nella storia di Vaclav e Lena può risultare per questo un po' difficile. In generale, lo stile della cara Haley non mi ha fatto impazzire: l'ho trovato pretenzioso e a tratti troppo retorico per i miei gusti. Ed è un peccato perché in alcuni romanzi una bella scrittura può compensare in pieno una storia povera di contenuto; ma non in questo caso.

La trama è infatti ridotta all'osso: una sequela di situazioni abbastanza stereotipate nelle storie con protagonisti degli adolescenti, con pochi eventi chiave diluiti in pagine di digressioni e giri di parole che cercano in ogni modo di allungare il brodo e non spiattellare subito i colpi di scena; colpi di scena che chiunque con un briciolo di attenzione ha già indovinato a pagina uno. Come accennato, la CE italiana ha messo anche del suo spoilerando tutto lo spoilerabile già nella quarta di copertina, oltre a non aver voluto fare neppure un piccolo sforzo per tradurre i termini in russo con una nota a fondo pagina e ad aver presentato il libro in modo fuorviante.

Arrivata all'ultima pagina, posso infatti dire che questo titolo non è affatto una storia d'amore, perché il rapporto tra Vaclav e Lena è una triste co-dipendenza data dal bisogno di possesso di lui e dall'opportunismo di lei. Inoltre la sottotrama dell'illusionismo, tanto rilevante nella sinossi, si perde verso la metà del volume e non viene più ripresa attivamente. Per quanto mi riguarda, ho poi trovato molto fastidiosi i comportamenti delle madri dei protagonisti, per quanto buone siano sulla carta le loro intenzioni: i pensieri e le azioni di Rasia risultano pesanti da sopportare -specie per l'infantilismo con cui si approccia al figlio- e la sicurezza con cui Emily arriva a demonizzare la terapia quando Lena ne ha così chiaramente bisogno mi ha fatto rabbrividire. Sta' a vedere che forse la zia anafettiva era il male minore?!?

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Dicembre, 2023
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Gli Antari sono rari come i Targaryen, mi pare

Salire sul treno dell'hype quando il titolo è in voga, incuranti di eventuali prequel, sequel, spin-off e crossover che potrebbero essere pubblicati in un secondo momento? oppure aspettare con stoica rassegnazione non solo la dipartita dell'autore, ma che la stessa casa editrice dichiari ufficialmente conclusa la serie? Tra questi poli estremi, tendo ad orbitare verso il secondo, ma fino a un certo punto; quindi ho sì aspettato diversi anni prima di decidermi a cominciare la trilogia Shades of Magic, ma senza alcun progetto in merito al recupero dei fumetti prequel (dei quali in ogni caso sulle coste nostrane è arrivato solo un volume su tre!) o della serie sequel da poco cominciata negli U.S.A.

Con "Magic" la cara Victoria ci porta in un mondo praticamente uguale al nostro nei primi anni dell'Ottocento, ma legato ad altre tre realtà parallele in cui la magia è all'ordine del giorno; ad accomunare queste dimensioni alternative sono alcuni punti fissi come la città di Londra, presente in tutte ed identificata dai colori grigio, rosso, bianco e nero. Tra le diverse versioni della capitale inglese possono muoversi solo un tipo speciale di maghi chiamati Antari, ed il protagonista Kell è uno degli ultimi di questa stirpe. Mentre consegna messaggi tra le varie famiglie reali, l'uomo si vede affidata una pietra misteriosa proveniente dalla perduta Londra Nera, il cui potere darà vita ad una rocambolesca missione per mettere questo pericoloso artefatto al sicuro. Al POV di Kell si affianca pian piano quello di Delilah "Lila" Bard, ladra della Londra Grigia con il sogno di diventare una piratessa e pronta a tutto per vivere un'avventura.

Con questa interessante premessa, e con un world building complesso ed affascinante, questa lettura era partita più che bene. E se è vero che nei primi capitoli la narrazione al presente viene purtroppo interrotta da una quantità di flashback e spiegazioni relative al sistema magico, con il procedere della storia il ritmo diventa incalzante, anche per merito del tono scanzonato e divertente adottato dall'autrice. Mi sento di annoverare tra i pregi del libro anche i tentativi di inclusività fatti dalla cara Victoria, non sempre convincenti (una persona nera non è semplicemente abbronzata!) ma incoraggianti.

Pur non avendo apprezzato il cast nella sua interezza -e non ce ne sarebbe comunque stato modo, visto che tanti caratteri sono soltanto abbozzati-, posso dire che la caratterizzazione di Lila mi è piaciuta, in modo un po' imprevedibile in realtà, perché non mi sembra sia una personaggia molto popolare tra i fan della serie; il suo essere risoluta e sfacciata però mi ha convinto, soprattutto in contrasto con la fiacchezza di Kell, che segue il trend dei protagonisti maschili non troppi brillanti di Schwab, per me inaugurato con August in Monsters of Verity. Percepisco parecchio potenziale anche nel personaggio di Holland, che sono certa otterrà un ruolo più rilevante nei seguiti.

Ma prima di pensare ai prossimi volumi, vediamo cosa non ha funzionato in questo: perché il mio entusiasmo iniziale si è progressivamente smorzato? soprattutto per le tante, troppe forzature: l'autrice sembra incapace di trovare delle motivazioni e degli espedienti credibili, tanto che gli stessi personaggi ammettono di non sapere perché compiano determinate azioni! Un buon esempio è quello della scena in cui Kell riceve l'amuleto proveniente da Londra Nera: com'è possibile che creda alla storia del parente moribondo quando le dimensioni sono divise da trecento anni? Ancor più eclatante è il piano degli antagonisti, che renderebbe fieri Lord Voldemort e Crouch Jr. per quanto è inutilmente contorto.

Non posso dire di aver gradito troppo neanche le esagerazioni -specialmente nei dialoghi sopra le righe- e la fretta con cui sia arriva al finale, trasformando minacce apocalittiche in ostacoli da superare con un saltello. Anche il sistema magico non mi ha convinto appieno perché risulta poco chiaro nelle modalità di utilizzo e nei limiti della magia, e questo incide soprattutto sulla figura degli Antari: avere una simile quantità di talenti magici a disposizione rende ogni problema meno credibile. Da come agisce Holland poi, sembra possiedano perfino poteri di preveggenza e telepatia, altrimenti non si spiega come abbia fatto ad indovinare in quale locale Lila sarebbe entrata casualmente o che l'orologio era per lei un oggetto tanto significativo; il tutto senza aver scambiato con la ragazza più di due parole in croce.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Dicembre, 2023
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Roland si arrabbia con King... E allora Jon Snow?

Il mio percorso verso la Torre Nera non era decisamente cominciato nel migliore dei modi: un primo libro poco convincente, due più validi a livello narrativo ma decisamente lenti e datati, e un interminabile flashback che avrei ridotto di qualche centinaio di pagine; anche le novelle midquel non mi avevano fatto gridare al miracolo. Però ho perseverato, arrivando in primis ad affezionarmi ai protagonisti, ma anche a leggere finalmente dei volumi meglio ritmati, nei quali tutto il world building precedente trova motivo d'essere. Sono quindi approdata con moderato entusiasmo alla prima pagina de "La Torre Nera", curiosa di scoprire se la conclusione si sarebbe dimostrata all'altezza di questa gargantuesca saga.

Ad aprire il volume è la nascita di Mordred, già parzialmente raccontata ne "La canzone di Susannah", poi si passa a narrare di come il ka-tet di Roland tenta di riunirsi nel Medio Mondo, non prima di aver messo al sicuro la rosa nella Manhattan del Mondo Cardine. Una volta superate queste prime difficoltà, i protagonisti sono chiamati a fermare i Frangitori imprigionati nel Devar-Toi -che da decenni stanno picconando mentalmente i Vettori-, ma non sarà questa l'ultima prova da superare per arrivare alla Torre Nera; molti altri ostacoli si pongono sul loro cammino, in entrambe le realtà tra le quali si muovono.

Questo aspetto mi ha lasciata spiazzata: davo per certo che arrivati a questo punto della serie saremmo andati più spediti verso la risoluzione finale, invece la missione di partenza viene continuamente interrotta da quest secondarie e digressioni su personaggi di contorno. Da un lato questo rende ancora più intrigante il già corposo world building della saga, ma dall'altro rallenta il buon ritmo che si era consolidato nei due volumi precedenti. Diventano poi più evidenti che mai gli elementi di retcon ai quali ricorre King per creare collegamenti ai quali dubito avesse pensato vent'anni prima; potremmo però dare una giustificazione a questo aspetto se pensassimo alle tempistiche di pubblicazione della serie.

Non ho apprezzato neppure l'eliminazione fin troppo rapida di personaggi molto importanti: non farò nomi per evitare spoiler, ma si tratta di caratteri ai quali era stato dedicato parecchio spazio nei precedenti volumi, quindi non mi aspettavo proprio venissero tolti di mezzo tanto velocemente. Il problema più evidente riguarda però le scene che il caro Stephen ha scelto di includere in questo volume, e penso in particolare all'intera prima parte, che avrei preferito leggere come finale de "La canzone di Susannah": si sarebbe così dato un maggior senso di conclusione a quel libro, ed al contempo alleggerito un poco questo mattone!

Ma bando alle lagnanze, e passiamo invece agli aspetti positivi. Innanzitutto mi sono piaciute molto le scene multiprospetiche, dal sapore quasi cinematografico, che riescono a dare dinamismo alla storia e nel contempo mostrano dei punti di vista inaspettati; viene infatti dato parecchio spazio ai POV degli antagonisti, palesando come spesso non siano individui puramente malvagi ma mirino soltanto al proprio benessere, mentre Roland ed il suo ka-tet sono pronti a sacrificare qualunque cosa (e chiunque) per impedire il crollo della Torre. Un altro espediente intelligente è quello del foreshadowing, che permette di creare una forte aspettativa nei confronti di alcune scene più emozionanti.

Trovo che l'autore abbia svolto un lavoro inappuntabile per quanto riguarda l'evoluzione dei personaggi principali, che crescono rimanendo però fedeli alla propria caratterizzazione; penso in particolare a Roland, che all'inizio della saga faticavo ad accettare come protagonista, e pur non adorandolo ancora alla follia riesco di certo a capire meglio la sua prospettiva, e credo abbia fatto enormi passi in avanti rispetto a "L'ultimo cavaliere". E nonostante molti siano rimasti delusi, io voglio includere anche il finale tra i punti di forza: penso sia la conclusione perfetta per il tipo di storia che è stata costruita in questi otto libri; il suo retrogusto dolceamaro non sarà per tutti i palati, ma non si può negare che fosse l'epilogo inevitabile.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    01 Dicembre, 2023
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Senso della vita cercasi

In un'editoria sempre più settoriale e specialistica è insolito imbattersi in un titolo che travalichi i limiti del target, intrecciando una storia adatta un po' a tutti perché capace di ispirare delle riflessioni negli adulti come nei ragazzi coetanei dei protagonisti. Teller però è riuscita in questa impresa, e l'ha fatto con una novella dalla prosa brillante e ricca di spunti; perché seppur "Niente" si possa leggere nell'arco di poche ore, è anche vero che veicola delle idee affatto scontate e riesce a creare un'atmosfera in trasformazione, spensierata nella prima pagina e a dir poco disturbante nell'ultima.

La narrazione si apre sul primo giorno di scuola nella cittadina danese immaginaria di Tæring, quando lo studente Pierre Anthon ha una desolante epifania: la vita non ha veramente un senso, ma è soltanto una pantomima che distrae le persone dal nulla in cui presto scivoleranno. Il ragazzo comincia pertanto a passare le sue giornate su un susino, da dove deride i suoi ex compagni che ancora perdono tempo sui libri; a questo punto gli altri studenti decidono di dimostrare il suo errore, iniziando a costruire una catasta con tutto ciò che per loro ha un significato. Non si tratta però di contributi spontanei: pian piano questo progetto diventa una scusa per costringere gli altri a cedere quanto hanno di più caro, e il tutto degenera fin troppo velocemente.

Questa rapidità eccessiva è forse uno degli aspetti che meno mi hanno convinto nella lettura. È anche vero che, se la cara Janne si fosse presa più tempo per sviluppare la storia, probabilmente il risultato sarebbe stato fin troppo bizzarro ed inverosimile: questo testo richiede già una corposa dose di sospensione dell'incredulità, soprattutto per la totale mancanza di controllo da parte delle famiglie dei protagonisti, visto che la vicenda è ambientata nei primi anni Novanta e non secoli fa.

L'altra mancanza più palese del testo è rappresentata dalla caratterizzazione dei personaggi, che risultano quasi indistinguibili gli uni dagli altri. Neppure la narratrice Agnes dimostra una vera personalità oltre al desiderio di vendetta verso la compagna che la obbliga a cedere i suoi sandali nuovi; volontà di ferire il prossimo che in questo insolito contesto la accomuna al resto del gruppo anziché renderla speciale. La sola cosa che permette di identificare i vari studenti è la ripetizione ossessiva di soprannomi e caratteristiche fisiche, perché anche nelle reazioni praticamente tutti mostrano una terribile assenza di empatia e solidarietà reciproca.

Pur celando una storia ben più spaventosa di quanto ci si potrebbe aspettare, questo volume ha molti punti a suo favore, tra i quali mi azzarderei ad includere anche il coraggio di mostrare dei personaggi così giovani prendere decisioni tanto crudeli, con la consapevolezza di danneggiarsi a vicenda in questo modo. Mi è piaciuto come l'autrice abbia saputo delineare una storia in aperto contrasto con il mito dell'innocenza infantile, riuscendo comunque ad essere credibile.

Ho trovato poi interessante leggere del modo in cui i ragazzi reagivano alle provocazioni di Pierre Anthon; dopo le sassate iniziali, pensano subito ad utilizzare degli oggetti per provargli l'esistenza del senso della vita, mentre un adulto avrebbe probabilmente tentato di ribattere sul piano concettuale. Promuovo senza dubbio anche la prosa di Teller: asciutta eppure evocativa e d'impatto, ottima per rendere sia la spietatezza dei protagonisti che la rapidità con cui la sfida sfugge loro di mano. E questa sensazione di ineluttabilità arriva chiara e forte al lettore, che non può far altro se non assistere mentre Agnes si aggrega di buon grado alla follia collettiva.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    24 Novembre, 2023
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Nino sarà mica discendente di Priapo?

Nonostante qualche piccolo difetto, "L'amica geniale" si era rivelata la lettura affascinante e coinvolgente che tutti mi avevano promesso. Eppure ho esitato parecchio prima di prendere in mano la mia copia di "Storia del nuovo cognome"; vi potreste chiedere come mai, specie se avete in mente l'emozionante conclusione del primo libro. La ragione è estremamente sciocca e superficiale, ma non per questo meno vera: trovo le copertine di questi volumi la quintessenza della depressione! appena le vedo, ogni interesse per il contenuto al di sotto viene eclissato dal senso di malinconia che mi trasmettono queste foto, adatte al massimo per un opuscolo religioso.

Ma andiamo alla trama, che la casa editrice annuncia di non volerci spoilerare nella sinossi. Più semplicemente, non c'è proprio nulla da spoilerare: come nel primo volume, la narrazione segue la vita quotidiana delle giovani Raffaella "Lila" Cerullo ed Elena "Lenù" Greco, la nostra voce narrante. Il primo capitolo riprende in parte la premessa del libro precedente, con l'anziana Lenù che ripensa a quando, verso la metà degli anni Sessanta, l'amica le affidò un plico di quaderni contenenti i suoi pensieri della giovinezza; grazie alla lettura di questi diari, la donna riesce a colmare diverse lacune nella narrazione, mostrando anche il punto di vista di Lila o descrivendo degli eventi ai quali non assiste in prima persona. Le vicende raccontate partono dal matrimonio di Lila e Stefano Carracci, passano per gli ultimi anni di liceo ed il periodo universitario di Lenù ed approdano a quando quest'ultima -ormai diventata una giovane donna dal futuro promettente- fa ritorno al rione e scopre com'è cambiata nel frattempo la vita della sua amica d'infanzia.

A contornare le vite delle due protagoniste, abbiamo il solito cast di parenti ed amici, che si fa via via sempre più numeroso e variegato. Leggere le interazioni tra questi personaggi è uno degli aspetti che più ho apprezzato: che si tratti di momenti d'affetto o di contrasti astiosi, Ferrante riesce ad evocare sempre delle reazioni genuine nelle quali è semplice interpretare i sentimenti delle parti coinvolte. Questo porta ovviamente ad dover sopportare la presenza di parecchi caratteri terribili -scritti di proposito per ispirare delle emozioni molto negative-, ma non credo incida sulla godibilità del testo.

Esattamente come i personaggi, anche le ambientazioni vengono tratteggiate con cura, tanto che ogni luogo riesce a trasmettere delle sensazioni diverse: dalla caoticità del rione napoletano, all'elitarismo dell'università di Pisa, alla spensieratezza della spiaggia ad Ischia; rendendo la narrazione più dinamica, l'autrice ha anche più margine di manovra in questo senso. Allo stesso modo i rapporti tra i personaggi si fanno più complessi, senza per questo dare un senso di realizzazione alle loro vite: tutto può ancora succedere, tutto può ancora cambiare, chi oggi si sente arrivato domani potrebbe scoprirsi il vinto.

A frenarmi dall'assegnare il massimo della valutazione sono il POV di Lenù ed il focus un po' eccessivo sulle relazioni sentimentali, specie quando erano presenti tanti altri spunti interessanti da poter affiancare al tema centrale dell'amicizia tra Lenù e Lila, come il valore dell'istruzione, la situazione politica dell'epoca o le disparità sociali. Per quanto riguarda la voce narrante, la mia critica è data dal modo eccessivamente ingenuo con cui descrive le azioni degli altri: lo capirei se ne stesse parlando al presente da giovane, ma è ormai una donna anziana ed ha già vissuto le conseguenze di queste azioni, quindi non ha senso simuli una simile ignoranza.

Altro piccolo neo è la prevedibilità delle svolte di trame, tutte facili da indovinare o perfino suggerite dalla prosa stessa. Pur amando gli intrecci più complessi, non lo considero però un difetto vero e proprio, perché la narrazione stessa ha un'impronta prevalentemente domestica e non punta certo a sorprendere il lettore con degli avvenimenti eccezionali. In compenso, apprezzerei davvero una sfoltita al cast: non dico di introdurre un serial killer, ma in questa serie c'è fin troppa gente per i miei gusti!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    21 Novembre, 2023
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Le orge dionisiache le immaginavo più trasgry

All'inizio dell'estate mi ero ripromessa di sfruttare questa stagione per recuperare alcuni retelling di miti classici che da un po' languivano nella mia libreria, e -basandomi sulle sinossi- contavo di essermi tenuta per ultimo il migliore. Con un ribaltamento che renderebbe fiero Alessandro Borghese, "Arianna" si è invece rivelato il più deludente dei tre titoli, dimostrando tutte le debolezze tipiche delle riscritture tanto in voga negli ultimi anni.

La narrazione si mantiene grossomodo fedele al mito e segue la principessa Arianna dall'infanzia trascorsa presso la corte del padre a Cnosso, passando per gli anni dell'età adulta a Nasso ed arrivando al confronto tra Dioniso e Perseo, nel quale l'autrice la immagina coinvolta in prima persona. Nella parte centrale del volume, al punto di vista di Arianna viene affiancato quello della sorella minore Fedra, con un ruolo che preferisco lasciarvi scoprire nella lettura, ma sempre attinente nei punti principali alla storia originale. La principale differenza sulla quale ha scelto di focalizzarsi Saint è la crudeltà dei personaggi maschili, tutti descritti come bugiardi, opportunisti ed indifferenti alle conseguenze delle proprie azioni; lungi da me voler dire che fossero perfetti, ma questa generalizzazione mi è risultata fastidiosa.

Non mi posso dire fan neppure della prosa della cara Jennifer, caratterizzata da dialoghi tanto lunghi quanto retorici sfruttati per raccontare degli avvenimenti che magari sarebbe stato più interessante veder mostrati in modo diretto; in questo modo invece, si assiste ad interminabili monologhi in cui il personaggio di turno illustra ad Arianna gli eventi che riguardano ad esempio Dedalo, Medusa o Ippolito. A mio avviso, con un po' di impegno, si sarebbe potuto ovviare o almeno arginare questa problematica.

Anche la caratterizzazione dei personaggi non mi ha convinta affatto, e penso in particolare ai coprotagonisti. L'autrice cerca di dare loro una personalità, ma allo stesso tempo vuole a tutti i costi rispettare la lore: ecco perché ci ritroviamo con una Pasifae apatica che però maledice comunque le amanti di Minosse, oppure un Teseo -abbastanza sveglio per sconfiggere mostri e dar lustro alle proprie gesta- raggirato da una ragazzina di tredici anni. Ad aumentare il senso di confusione contribuisce il modo bizzarro con cui sembra trascorre il tempo.

Pur considerando valida la scrittura di Arianna, ho trovato poi fastidiosa la sua propensione per l'indolenza; Fedra risulta leggermente più interessante ma compare troppo poco, ed il tanto sbandierato affetto fraterno che dovrebbe teoricamente legarle non ha delle solide basi in queste pagine, nelle quali entrambe lasciano trascorrere anni interi prima di tentare di ritrovarsi. Ultima, e forse peggiore, nota dolente è l'intreccio, per cui questo non sembra un vero romanzo ma piuttosto una raccolta di episodi con dei personaggi ricorrenti; per questo motivo si rimane perplessi di fronte alle mal strutturate svolte di trama.

È proprio un titolo dal quale stare alla larga, quindi? non credo. Potrebbe piacervi se non conoscete questi personaggi e siete curiosi di scoprire la loro storia, o al contrario se già vi piacciono moltissimo e volete leggere una versione leggermente romanzata (ma quasi sempre fedele) dei loro miti. Inoltre il messaggio di fondo -sull'ingiustizia patita da tante donne a causa dei loro uomini- non è per nulla malvagio, e si accompagna anche a delle riflessioni sulla maternità, mostrata da diverse prospettive.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    15 Novembre, 2023
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Copiare da se stessi è considerabile plagio?

Ormai tra i miei obiettivi da lettrice mi sono posta in via definitiva quello di recuperare tutti i romanzi ed i racconti su Miss Marple (e anche su Hercule Poirot, ma in quel caso il traguardo è decisamente più lontano). Seguendo sempre l'ordine cronologico, rimaniamo ancora nei primi anni Cinquanta quando venne pubblicato "Polvere negli occhi", ennesimo caso di un titolo storpiato senza ragione. O forse la ragione è da ricercare nel termine inglese rye, che nello stesso periodo stava facendo sospirare i traduttori de "Il giovane Holden".

Il romanzo ci porta come in molte altre opere della cara Agatha nella campagna inglese dove sorge la dimora dell'imprenditore Rex Fortescue. L'uomo d'affari muore a causa di un strano malore dopo aver fatto colazione; ciò spinge la polizia a sospettare di un avvelenamento, e ad avviare la conseguente indagine. Il delitto del capofamiglia dei Fortescue non è purtroppo l'unico presente nel romanzo, e questo porterà una certa vecchina appassionata di lavoro a maglia ad interessarsi al caso.

Di base ci troviamo quindi in un contesto familiare ai christiani, che di certo apprezzeranno la struttura del mistero ed il delicato acume con cui Miss Marple riesce a districare l'intreccio. Il romanzo ha dalla sua anche la presenza di alcuni personaggi decisamente brillanti e svincolati dai soliti stereotipi: è il caso della professionale governante Mary Dove, del bislacco dottor Bernsdorff e dello stesso ispettore Neele, che conduce l'indagine in modo alquanto intelligente.

Mi è piaciuta molto la scelta di alternare tanti POV, perché in questo modo si riesce sia a portare avanti la trama mystery, ma anche a far sorgere il dubbio nel lettore per quanto dichiarato da alcuni personaggi, oltre a poter inserire dei momenti più leggeri e divertenti: la scena iniziale, con il caos generato dalle dattilografe di Fortescue, risulta parecchio comica.

Eppure nel complesso il volume supera di poco la sufficienza... perché? Innanzitutto soffre di un problema comune a diversi altri capitoli della serie su Miss Marple, ovvero la scarsa presenza proprio di Miss Marple; pur riuscendo a venire a capo del mistero, la presunta protagonista compare solo in una manciata di scene, e questo rende le sue deduzioni un po' troppo rapide per essere credibili, specialmente perché non si presenta come un genio dell'investigazione in stile Poirot.

In secondo luogo, la risoluzione del caso è parecchio scontata, e non perché io abbia sviluppato uno straordinario intuito, ma perché ha diversi elementi in comune con un romanzo precedente di Christie stessa; la complessità dell'intreccio è penalizzata anche dal modo in cui l'autrice sottolinea degli indizi nella narrazione. Abbiamo inoltre delle sottotrame rimaste in parte irrisolte, quasi lasciate alla libera interpretazione del lettore: capisco che l'intento fosse quello di complicare la trama, ma solitamente nei gialli si cerca di spiegare al meglio le motivazioni di tutti i personaggi, per arrivare con chiarezza alla scoperta del colpevole.

Infine, un difetto che riguarda solo la sottoscritta, e chi come me acquista i libri della cara Agatha all'usato: la traduzione. Negli anni successivi è stata fortunatamente rifatta, ma nella mia vecchia copia sono presenti diversi refusi, nonché termini tradotti in modo scorretto. Però parliamo di un volume pubblicato negli anni Settanta, quindi nessuna meraviglia.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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4.3
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    10 Novembre, 2023
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Il caso della domestica perf... ah, no!

Ultimo romanzo con la mia adorata Miss Marple pubblicato negli anni Cinquanta, "Istantanea di un delitto" potrebbe aggiudicarsi un posto sul podio dedicato ai volumi in cui compare l'ineffabile sferruzzatrice inglese. Sarò onesta: in un primo momento la premessa inusuale di questa storia mi aveva lasciato un po' spiazzata, ma quando ho visto profilarsi all'orizzonte una decadente dimora vittoriana (o elisabettiana, a voler dar credito al proprietario) con tanto di potenziali eredi squattrinati di un vecchio taccagno, ho capito di aver trovato pane per i miei denti.

Come accennato, l'inizio è però diverso dal solito: mentre viaggia sul treno che la porterà ad incontrare l'amica Jane Marple, Elspeth McGillicuddy assiste ad un omicidio sul treno affiancato al suo. La donna riporta subito il crimine alle autorità, le quali purtroppo possono fare ben poco dal momento che nessun cadavere viene ritrovato; Miss Marple però è certa che la sua amica non si sia immaginata nulla, e per questo comincia un'indagine personale per trovare il corpo. Questo porta all'introduzione nella vicenda di Lucy Eyelesbarrow -una sorta di governante dalle mille risorse- e della famiglia Crackenthorpe, capeggiata dal viscidissimo Luther.

Quando le indagini hanno cominciato a ruotare attorno all'angusta Rutherford Hall il romanzo è diventato davvero interessante, e mi sono messa d'impegno per indovinare l'identità del colpevole; mi sembra inutile precisare che non ci sono andata neanche vicino! Questo rientra tra i pregi soggettivi del romanzo, assieme all'abbondante ricorso al black humor nel corso dell'intero volume -un tipo di ironia che adoro- e alla presenza dell'ispettore Dermot Craddock, personaggio ripreso ed approfondito da "Un delitto avrà luogo", nonché figura che contribuisce a rendere più ricco e credibile l'universo narrativo marpleiano.

Passando a delle osservazioni più oggettive, troviamo ad esempio un intreccio creato in modo magistrale, che dissemina il testo di indizi senza per questo fornire la giusta chiave di lettura, e questo rende il mistero brillante e complesso. Abbiamo poi un cast composto da personaggi decisamente carismatici, che in un paio di casi vengono analizzati più a fondo in modo da creare caratteri intriganti e descrivere dinamiche inaspettate. Come quasi sempre nelle narrazioni christiane sono inoltre presenti delle sottotrame romantiche, che però in questo caso si dimostrano abbastanza originali, nonché ben amalgamate alla vicenda principale.

Al solito, per apprezzare del tutto i libri della cara Agatha è necessario chiudere un occhio sui commenti datati. Personalmente mi sarei inoltre aspettata una presenta più massiccia di Miss Marple, visto che compare da subito nella storia, ma capisco il limite narrativo da questo punto di vista. Per contro non capisco proprio l'utilizzo continuo del prefisso "ultra", che rende a dir poco bizzarre alcune linee di testo; e dire che la traduzione risale a poco più di trent'anni fa! A mio avviso ci sarebbero stati dei modi per tradurre "highly" e "very" meno di cattivo gusto.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Novembre, 2023
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Viaggio nel tempo in modalità facilitata

Sempre in cerca di storie incentrate sui viaggi nel tempo ed i loop temporali, sono incappata nell'ultimo lavoro di McAllister, che avevo una mezza idea di recuperare in lingua. Quando ho saputo dell'imminente traduzione italiana, mi sono precipitata a preordinare una copia che ho iniziato a leggere non appena è stata consegnata dal corriere; tale era il mio interesse per "Posto sbagliato, momento sbagliato". Avrò fatto bene ad auto-procurarmi un simile hype? Ni, ma procediamo con ordine.

La vicenda si apre sulla città di Crosby, nella contea del Merseyside, in una notte di fine ottobre. L'avvocata Jennifer "Jen" Brotherhood è ancora sveglia e sta aspettando il ritorno a casa del figlio Todd, ma quando il ragazzo arriva inizia una colluttazione con un passante che culmina dell'accoltellamento di quest'ultimo. Jen è devastata da questo gesto privo di un'apparente ragione, ma il vero incubo inizia al risveglio, quando si rende conto di essere tornata al giorno precedente il delitto. Da questo spunto comincia la missione della donna per svelare il mistero ed impedire al figlio di diventare un assassino.

Pur nutrendo sempre più dubbi con l'andare avanti della lettura, devo dire che questo incipit continua a convincermi: mi sembra un'ottima idea su cui strutturare una storia thriller che va poi ad inglobare altri generi, dalla fantascienza al chick-lit. Mi sento di promuovere anche il ritmo della narrazione -che rende il romanzo estremamente scorrevole- e la gestione del loop temporale, qui sfruttato in un modo tutt'altro che banale: mi sarei aspettata di assistere ad una sorta di giorno della marmotta, invece Jen comincia un vero e proprio viaggio nel passato, risvegliandosi ogni volta in uno dei suoi corpi precedenti.

L'elemento più riuscito è però l'intreccio mystery legato al delitto commesso da Todd: mi è piaciuta l'idea di seguire un'indagine al contrario, partendo dal crimine per arrivare a comprenderne passo passo le ragioni. Su questa (ultima) nota positiva grava però l'ombra di un difetto, perché il mistero rimane tale fino all'ultima pagina solo per la protagonista; l'autrice sceglie infatti di includere dei capitoli aggiuntivi -da un diverso punto di vista- che lasciano intuire le rivelazioni finali ai lettori già da metà volume.

Le altre problematiche di questo titolo si concentrano sulla gestione della struttura narrativa e la caratterizzazione della protagonista. Ho fatto una gran fatica ad apprezzare Jen, a causa soprattutto della lentezza con cui arriva alla maggior parte delle scoperte: diciamo che non è la più sveglia della cucciolata! inoltre ho trovato un po' frustrante il suo continuo paragonarsi alle altre donne, che sono descritte invariabilmente come bellissime, mentre lei si sente un cesso. La godibilità della prosa è invece mortificata dal senso di predestinazione che permea la storia di Jen -a causa del quale non si riesce a provare una vera tensione- e dai passaggi repentini da una scena all'altra, specialmente quando ci sono dialoghi che vengono troncati di netto.

Rimango poi combattuta per le domande lasciare all'interpretazione dei lettori nel finale e per come l'autrice cerca di enfatizzare l'importanza di Jen in quanto madre; da un lato questo permette di rendere più credibile l'espediente fantascientifico, ma dall'altro si crea un effetto ridondante, in cui sembra di leggere sempre gli stessi pensieri.

Le mie lamentele conclusive sono più che altro dei pet peeves, ad esempio il nome Kelly, che mi mandava in confusione ogni volta perché il mio cervello lo etichettava in automatico come un nome femminile. Non mi ha fatto impazzire neppure la presenza di così tanti brand menzionati nella narrazione (a volte sembrava di essere dentro ad uno spot pubblicitario!) e la qualità del volume: considerato anche il prezzo, la copertina poteva essere realizzata in un cartoncino più solido.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Novembre, 2023
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Brevi istantanee dal fronte troiano

Resami conto di avere in libreria diversi titoli etichettabili come retelling mitologici, ho pensato fosse una buona idea recuperarne uno al mese durante il periodo estivo; mi sembrava il momento ideale per affrontare un sottogenere che purtroppo non mi entusiasma più come un tempo. Per il mese di giugno sono dovuta correre un po' ai ripari, perché era ormai l'ultima settimana e non pensavo di poter affrontare una lettura troppo lunga, quindi ho ripiegato sul relativamente breve "Il canto di Calliope".

La narrazione si apre proprio sulla musa della poesia epica che irride un anonimo (ma forse non troppo) poeta impegnato a narrare delle donne collegate alla guerra di Troia, le quali diventano così protagoniste di uno o più capitoli all'interno del volume. L'intreccio si snoda attraverso diversi registri narrativi e senza seguire un ordine cronologico: si passa dalle troiane superstiti impegnate ad introdurre alcune storie mentre attendono di conoscere il proprio destino, a Penelope che racconta le disavventure del marito tramite delle missive, agli intermezzi di Calliope, l'unica a rivolgersi direttamente al lettore, con un tono affatto formale. L'obiettivo è lampante: mostrare un lato in ombra di una storia universalmente conosciuta, nella quale però sono quasi esclusivamente i personaggi maschili a risaltare, e trattare il tema della guerra dal punto di vista delle vittime collaterali e delle persone che rimangono a casa, aspettando il ritorno di chi combatte al fronte.

Un'idea niente male sulla quale basare un libro: non sarà del tutto inedita, ma ho apprezzato l'intenzione e la scelta di dare spazio anche a figure misconosciute, oltre alle prevedibili Elena, Cassandra o Briseide. Tra i meriti di questo titolo rientra poi l'ottimo lavoro di ricerca svolto dall'autrice che, in concerto con le frequenti ripetizioni di nomi e ruoli, permette anche ad un neofita della mitologia classica di avere un quadro degli eventi principali che vanno da ben prima del matrimonio tra Teti e Peleo fino alle battute conclusive dell'Odissea.

Ho apprezzato anche la decisione di portare in scena i ritratti di così tante donne, in modo da poter mostrare dei lati della femminilità meno convenzionali: Haynes cerca di includere punti di vista diversi andando oltre i prototipi della madre e della figlia, ma anche mostrando alcuni pensieri decisamente negativi -perfino brutali- che di solito non verrebbero associati a delle figure femminili.

Essendo un testo così vario, ho delle opinioni contrastanti sulle diverse parti, ad esempio ho trovato molto divertenti le lettere di Penelope per il tono ironico con cui parla degli ostacoli che hanno impedito il ritorno a casa di Odisseo. Per contro, i capitoli POV delle divinità mi hanno trasmesso un forte senso di disagio perché la cara Natalie descrive questi individui onnipotenti ed immortali come dei ragazzini privi di qualsivoglia profondità e coerenza; nella postfazione precisa che si tratta di una scelta intenzionale, ma io non sono riuscita a farmela piacere.

Un altro difetto riguarda la disomogeneità nel tono e nel contesto: da un lato si passa da battute informali (neanche i personaggi si trovassero al bar sotto casa) a dialoghi che nessuno mai farebbe in modo spontaneo, dall'altro l'autrice sembra indecisa se tenere in considerazione l'elemento fantastico o puntare su una narrazione più verosimile. Questo effetto si percepisce anche nelle scene in cui Ecabe e le altre troiane vanno a presentare i capitoli dedicati alle singole personnagge, perché i loro dialoghi risultano forzati, per nulla naturali: si capisce chiaramente che sono del tutto funzionali alla narrazione.

In generale, ritengo che sarebbe stato meglio puntare su un saggio, visto qual era l'intento dell'autrice, perché questa accozzaglia di biografie romanzate risulta inutilmente ostica da seguire. A dispetto delle tante ricerche condotte da Haynes poi, questa Grecia dell'età del bronzo (per quanto mitica) mi è sembrata molto "americana", con tante parole ed espressioni tipiche della lingua inglese, oltre alla presenza di animali che fino al Sedicesimo secolo gli europei non avevano mai visto.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    30 Ottobre, 2023
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Paura: ventidue variazioni sul tema

Terza antologia pubblicata dal caro Stephen, "Scheletri" è composta da ben 22 storie che spaziano su un ampio range di generi, ambientazioni e toni. Come per le precedenti raccolte dell'autore, ho pensato di scrivere dei commenti specifici ed assegnare delle valutazioni individuali per ogni narrazione; il voto dato al volume nel suo insieme è invece il risultato della media, arrotondato per eccesso. Ed il merito va tutto a "L'arte di sopravvivere", con ogni probabilità!


"La nebbia" - tre stelline e mezza
L'unica novella all'interno della raccolta (tanto da essere disponibile anche come volume singolo) si ambienta nei pressi di Long Lake, nel Maine. Protagonista e voce narrante è l'illustratore David "Dave" Drayton, che si trova a vivere una specie di odissea con il figlioletto Billy "Big Bill" quando una strana nebbia popolata da creature lovecraftiane cala sulla città. Una lettura inquietante nei momenti di calma e terrificante quando i mostri attaccano i personaggi, che si basa su una premessa narrativa decisamente accattivante. Purtroppo il tono non mi ha convinto per nulla: sarà colpa del POV scelto o dello straniamento che colpisce i personaggi, ma comunque sia questi cambi repentini incidono sulla credibilità della storia. Non mi è piaciuta affatto neanche l'introduzione di una sottotrama "romance" del tutto evitabile e la scelta di dare tanto rilievo ad elementi e caratteri poi eliminati o dimenticati senza troppi pensieri.

"Tigri!" - due stelline
Raccontino ambientato in una scuola elementare in cui il piccolo Charles vive nel terrore della signorina Bird, un'insegnante particolarmente interessata al lessico utilizzato dai suoi alunni, anche per frasi comuni come la richiesta di andare al bagno. Una storia che con tutta la buona volontà non sono proprio riuscita a capire: fino ad un certo punto potrebbe sembrare una sorta di metafora delle paure del protagonista, ma poi tutto diventa fin troppo bizzarro. La brevità del testo ed il finale inconcludente non aiutano a farsi un'idea più chiara.

"La scimmia" - quattro stelline e mezza
La storia che ha ispirato la copertina originale della raccolta è incentrata su un giocattolo per bambini, in particolare una scimmia a molla; questo oggetto perseguita fin dall'infanzia Hal Shelbrun, causando la morte di una persona o di un animale a lui cari ogni volta che batte i piatti. Tornato dopo anni nella casa della sua infanzia, l'uomo si ritrova davanti l'odiato giocattolo e deve fare il possibile per evitare che la sua famiglia venga presa di mira. Una premessa che ho trovato davvero intrigante e ben sviluppata, mostrando come la tensione causata dalla presenza della scimmia rendesse anche Hal violento e irascibile; molto interessante anche l'intreccio dell'azione nel presente con i piccoli flashback che raccontano gli attacchi precedenti del giocattolo. L'unica pecca è rappresentata dai momenti horror che non sono davvero tali: mi aspettavo più tensione, specialmente nel finale.

"Caino scatenato" - quattro stelline
Un altro racconto decisamente bizzarro collegato al mondo della scuola, che però in questo caso mi ha convinto. Siamo nel campus di un college e gli studenti stanno sgomberando le loro stanze per tornare a casa durante le vacanze; Curt Garrish però ha altri progetti, progetti che includono un fucile con mirino di precisione. Entrare nell'ottica di questo racconto non è facilissimo, così come accettare che finisca praticamente quando sei appena riuscito a farti un'idea della situazione. In compenso abbiamo una prospettiva unica -e non poco disturbante-, oltre ad una prosa che trasmette benissimo la sensazione della follia implacabile di Garrish.

"La scorciatoia della signora Todd" - due stelline e mezza
Il primo racconto che ci porta a Castle Rock, una località ben nota ai lettori del caro Stephen, dove troviamo il guardiano Homer Buckland impegnato a raccontare all'amico Dave Owens alcuni eventi bizzarri legati alla prima moglie di Worth Todd, Phelia. La donna aveva una grande passione per la guida, ed in particolare per esplorare nuove scorciatoie, che attraversano però dei luoghi quasi fantastici. Di questa storia ho apprezzato molto l'idea dei passaggi fatati in cui ci si può facilmente perdere, che permettono di viaggiare più rapidi ma possono anche essere parecchio pericolosi. Il modo in cui si arriva a trattare questo argomento però è bocciato: un antefatto troppo prolisso, riferimenti mitologici casuali e meno gore di quanto mi sarei aspettata.

"Il Viaggio" - tre stelline
Una storia che parte da un contesto decisamente fantascientifico: in un futuro lontano diverse centinaia di anni Mark Oates sta per trasferirsi su Marte con la sua famiglia per motivi di lavoro; mentre aspettano di poter partire, l'uomo decide di distrarre i figli raccontando di come lo scienziato squattrinato Victor Carune abbia inventato il Viaggio (una sorta di teletrasporto) negli anni Ottanta. Seppur abbozzato, il lato fantascientifico mi ha convinto, così come la scelta di alternare il punto di vista di Carune a quello di Mark; anche il finale risulta d'impatto e parecchio disturbante. Il world building però è a dir poco raffazzonato, inoltre diversi personaggi hanno comportamenti inspiegabili.

"Marcia nuziale" - una stellina e mezza
Ambientato durante gli anni del proibizionismo, questo racconto ricalca fedelmente gli stereotipi del mondo malavitoso dell'epoca. La narrazione è portata avanti da un anonimo musicista che viene ingaggiato con la sua band dal mafioso Mike Scollay, per intrattenere gli ospiti durante il matrimonio della sorella Maureen. La caratterizzazione di quest'ultima è purtroppo l'unico elemento che ho apprezzato; se la sua storia avesse avuto più spazio, forse mi sarebbe piaciuto di più. Il contesto storico e sociale descritto non è di mio gusto, e questo mi ha impedito di digerire le continue osservazioni grassofobiche e xenofobe del narratore; inoltre, la storia prosegue con un ritmo troppo veloce, impedendo di apprezzare la trama stessa.

"Ode del paranoide" - quattro stelline
Nella prima opera in versi dell'antologia, King descrive i pensieri di un uomo affetto dal disturbo paranoide della personalità e per questo convinto di essere controllato e minacciato di morte da numerosi agenti dell'FBI. Non leggendo praticamente mai poesie, non mi sento in grado di valutare la qualità del testo da questo punto di vista. In compenso, credo che queste poche pagine sappiano rendere molto bene l'ossessività ed il progressivo deterioramento delle riflessioni di una persona malata, tratteggiando delle idee sempre più folli.

"La zattera" - quattro stelline e mezza
Forse una delle storie più inquietanti presenti in questa antologia ci porta su una zattera ancorata su Cascade Lake; qui quattro amici intendono passare una serata assieme, ma notano ben presto una strana macchia iridescente nell'acqua, che sembra aspettare solo di poterli ghermire uno dopo l'altro. Tutti gli elementi di questo racconto mi hanno convinto: personaggi e dinamiche, ritmo e sviluppo, tensione e gore. E allora cosa mi ha impedito di dargli il massimo della valutazione? ovviamente la parentesi "romance", non solo inutile ma prova provata di quanto siano scombinate le priorità del protagonista Randy "Pacho".

"Il word processor degli dei" - tre stelline
Un altro esempio di storia dal potenziale interessante, con un'esecuzione poco soddisfacente. L'insegnante ed aspirante scrittore Richard Hagstrom riceve un regalo postumo dal nipote Jonathan "Jon"; si tratta di un word processor assemblato dal ragazzo utilizzando materiali di scarto, ma che rivela di poter non solo computare testi: è anche una lampada del genio tecnologica, perché ogni frase scritta o cancellata altera la realtà. La brevità del testo rende purtroppo banale un racconto decisamente promettente, perché in così poche pagine non si percepisce quasi nulla del conflitto interiore che dovrebbe turbare il protagonista, e anche gli altri personaggi vengono ridotti a macchiette di poco conto.

"L'uomo che non voleva stringere la mano" - quattro stelline e mezza
Seguito dichiarato de "Il metodo di respirazione" -ultima novella della raccolta "Stagioni diverse"-, anche questo racconto si apre sul misterioso club manhattanito del 249B, dove ritroviamo tra gli avventori l'avvocato David Adley, e dove continua a prestare servizio il solerte maggiordomo Stevens. La storia questa volta viene raccontata da George Gregson e riguarda Henry Brower, un uomo tormentato con cui decenni prima giocò a poker proprio nel club. Pur nei limiti semplicistici di una narrazione così breve, devo dire di aver apprezzato parecchio sia l'idea alla base che il modo in cui è stata concretizzata. Buona anche la risoluzione finale e la scelta di sfruttare il concept già presentato del club: sarebbe stato un peccato relegarlo ad un'unica novella, anzi non mi spiacerebbe se l'autore l'avesse ripescato anche in storie più corpose.

"Sabbiature" - tre stelline e mezza
Racconto di stampo fantascientifico abbastanza classico ambientato su un pianeta ricoperto interamente di sabbia sul quale precipita la nave federale ASN/29; Bill Shapiro e Rand riescono a salvarsi, ma quest'ultimo finisce ben presto per essere ammaliato dalle pericolose dune dell'interminabile deserto. Generalmente non apprezzo le narrazioni sci-fi di questo tipo, ma devo ammettere che la svolta horror non mi è dispiaciuta per nulla, così come l'angosciante conclusione. Certo, sarebbe stato carino spendere qualche parola in più per delineare i personaggi e dare qualche elemento di world building, ma nel complesso lo promuovo tranquillamente.

"L'immagine della Falciatrice" - quattro stelline
Scritto da un giovanissimo King, questo raccontino si concentra sul dialogo tra il collezionista Johnson Spangler ed il curatore Carlin, che gli sta per mostrare un raro specchio Delver di epoca elisabettiana. L'oggetto è estremamente bello e prezioso, ma porta con sé una fama sinistra: alcune persone vedono nel riflesso la Falciatrice e ne vengono come segnati. Uno spunto non particolarmente brillante ma ben gestito, con un crescendo di tensione interessante. Ammetto di avere un soft spot per i vecchi oggetti maledetti, e questo da un lato mi ha fatto provare subito simpatia per la storia, ma dall'altro ha creato dell'aspettativa per una conclusione più d'impatto che a conti fatti manca.

"Nona" - cinque stelline
La seconda storia collegata a Castle Rock, con riferimenti netti alla novella "Il corpo", vede come protagonista e voce narrante un anonimo studente universitario, che si trova a fare l'autostop nei pressi della fittizia città del Maine; inizialmente presentato come un personaggio dal carattere mite, lo vediamo degenerare e trasformarsi in un uomo estremamente violento, e questo è associato all'incontro con una ragazza di nome Nona. Su questo racconto non ho nulla da eccepire: le tempistiche sono ottime, la scrittura del protagonista è contorta e disturbante al punto giusto, l'alternarsi di passato e presente rende tutto più interessante, ma soprattutto gli elementi horror che ci vengono promessi sono poi effettivamente mantenuti, risultando shockanti ed essenziali per la trama.

"Per Owen" - due stelline
Poesia ancor più breve della prima, dedicata in questo caso al figlio minore di King ed incentrata su un dialogo tra i due. L'autore sta accompagnando il bambino a scuola, e Owen immagina una scuola diversa, nella quale gli studenti sono dei frutti antropomorfi. In questo caso, oltre a non poter valutare la lettura da un punto di vista analitico -non essendo per nulla abituata a leggere ed analizzare testi in versi- mi sento in difficoltà anche a dare un parere soggettivo: a parte mettere su carta un bel momento di condivisione con il figlio, non ho visto significati ulteriori nel testo.

"L'arte di sopravvivere" - cinque stelline
Una storia che presenta due tropes narrativi tra i miei preferiti (ma che non posso menzionare per evitare spoiler), e per questo è partita decisamente avvantaggiata. Il racconto è impostato come un diario tenuto dal chirurgo Richard "Pine" Pinzetti, che si trova intrappolato su un'isola deserta dopo il naufragio della nave Callas, sulla quale stava viaggiando con due pacchetti di eroina da importare negli Stati Uniti. La narrazione ha un tono conturbante e ossessivo, che rende bene i pensieri del protagonista e contribuisce a delineare un carattere verosimile e memorabile. Ho trovato poi molto interessante il modo in cui viene strutturato l'intreccio, analizzando i limiti della mente di Richard: adoro leggere storie estreme di sopravvivenza proprio per vedere fino a che punto il personaggio di turno sia disposto ad arrivare.

"Il camion di zio Otto" - quattro stelline e mezza
Si torna nuovamente nei confini dell'inquietante Castle Rock con una storia di vendette e maledizioni incentrato su un vecchio camioncino Cresswell rosso, divenuto proprietà di Otto Schenck -zio del nostro narratore Quentin- dopo la morte del suo socio George McCutcheon; una morte tanto improvvisa quanto spaventosa. Grazie ad un ritmo impeccabile, il racconto riesce a creare un ottimo crescendo nella tensione narrativa, che raggiunge il suo culmine nel rivoltante finale. In sostanza, è una storia horror che svolge egregiamente il suo compito, anche a livello di ambientazione; forse si poteva dare giusto un po' di spazio in più alla caratterizzazione dei personaggi.

"Consegne mattutine (Lattaio N.1)" - due stelline e mezza
Un raccontino principalmente atmosferico che ci porta in una placida cittadina della Pennsylvania; il lattaio Spike Milligan è impegnato ad effettuare le sue consegne mattutine di latte ed altre bevande, arricchite di volta in volta con inaspettate sorprese. Una storia che riesce a dare vita ad un'interessante transizione dalla tranquillità iniziale all'angoscia dell'epilogo. L'idea di base ha inoltre del potenziale, nonostante questo non venga sfruttato al massimo. Mi sarebbe poi piaciuto ricevere qualche chiarimento in più sulle motivazioni di Spike o magari delle informazioni relative al suo passato, ma per quelli bisogna aspettare il racconto successivo (o forse no?).

"Quattroruote: la storia dei bei lavanderini (Lattaio N.2)" - due stelline
In questo seguito alla storia precedente, seguiamo Johnny "Rocky" Rockwell e Leo, operai di una lavanderia; Rocky sta cercando un'officina che revisioni in tempo la sua auto, e per fortuna si imbatte nel garage di Bob "Calze Dure" Driscoll, un suo vecchio compagno di scuola. Attraverso le riflessioni di Rocky ed altri accenni nel testo, veniamo a sapere che lui conosce Spike Milligan e lo crede un serial killer. Se il primo racconto non riusciva a gestire al meglio lo spunto, qui abbiamo uno spreco di potenziale ancora maggiore: in queste poche pagine c'era materiale per ricavare almeno una novella sostanziosa, che chiarisse meglio le backstory dei vari personaggi ed inquadrasse in modo più netto cause ed effetti delle vicende narrate. Capisco l'intenzione di giocare sul detto/non detto, ma credo che in questo caso la fretta abbia rovinato una storia davvero intrigante.

"La nonna" - quattro stelline e mezza
Nell'ultima capatina a Castle Rock di questa antologia, vediamo l'undicenne George Bruckner costretto a rimanere a casa da solo con l'anziana nonna, della quale lui ha sempre avuto paura. Il racconto crea degli ottimi momenti di tensione, resi ancor più spaventosi perché filtrati dalla prospettiva di un ragazzino che viene influenzato dai commenti sentiti nel corso degli anni. Promuovo anche la caratterizzazione di George ed il modo in cui viene conclusa la sua avventura. Il lato paranormale invece scricchiola un po': rispetto al resto, sembra parecchio caricaturale.

"La ballata della pallottola flessibile" - quattro stelline
Un meta-racconto che ruota attorno al mondo dell'editoria: ad una festa in giardino il redattore Henry Wilson inizia quasi per caso a raccontare la storia di Reg Thorpe -una sorta di autore maledetto, morto suicida anni prima-, soffermandosi in particolare sulla loro corrispondenza dai toni morbosi e sull'ossessione condivisa per i Fornit, folletti che vivono all'interno delle macchine per scrivere. Di questa lettura ho apprezzato sia l'espediente sia lo svilupparsi dell'intreccio, che lascia fino alla fine il lettore nel dubbio sulla veridicità delle parole di Henry. Non mi hanno invece convinto la caratterizzazione di quasi tutti i personaggi femminili (escludere alcune linee di testo avrebbe risolto facilmente il problema) e l'elemento fantastico, forse un po' troppo infantile per adattarsi bene al contesto spaventoso.

"Il Braccio" - quattro stelline e mezza
Nell'ultima storia ci avventuriamo nel fiume Willamette, nei pressi di Portland, approdando sull'Isola delle Capre; qui vive una comunità immaginaria molto chiusa, che ha sempre risolto da sé i propri problemi. La protagonista Stella Flanders è la più anziana residente dell'isola, che non ha mai lasciato per raggiungere la terraferma. Meno spaventoso di altri, questo racconto si sofferma maggiormente sull'elemento emotivo: abbiamo sì un potenziale lato paranormale (legato in particolare agli spiriti dei defunti), ma l'attenzione è posta sulla perdita delle persone care e sulla solitudine. La mia valutazione non è data soltanto dall'emotività: trovo validi anche la caratterizzazione di Stella ed il modo in cui King ha tratteggiato la piccola comunità isolana; non siamo ai livelli di Derry, ma ci andiamo abbastanza vicini.

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Anticonformista, ma non troppo

Seconda parte della readalong dedicata a Susanna Tamaro, potremmo definire "Il vento soffia dove vuole" come il seguito ideale del suo celeberrimo "Va' dove ti porta il cuore". Infatti entrambi i volumi si presentano come degli epistolari, nei quali la voce narrante è quella di una donna non più giovanissima che desidera raccontare la sua esperienza di vita -e fornire qualche consiglio- ai familiari.

In questo caso la protagonista è la professoressa di biologia Chiara che, per la prima volta da anni, si trova a passare le vacanze natalizie a casa da sola. Non è stata però abbandonata dalla sua famiglia, anzi: lei stessa li ha incoraggiati a far visita agli amici e a dedicarsi ai loro hobby; nel mentre, lei si cimenterà nella stesura di tre lettere, da consegnare alle figlie -Alisha e Ginevra- ed al marito Davide. In ogni missiva, la donna ripercorre alcuni episodi del suo passato, svelando segreti e dispensando insegnamenti.

Proprio alcuni di questi insegnamenti rappresentano per me uno degli aspetti meno riusciti del volume; sarà una preferenza personale, ma i messaggi pro-life, le sviolinate al cattolicesimo e la demonizzazione del mondo contemporaneo (con tanto di endorsement ai cambiamenti climatici) mi hanno infastidita parecchio: ho avuto l'impressione che l'autrice ficcasse a forza alcune frasi in bocca alla sua protagonista per veicolare in modo evidente le proprie idee. A questi slogan irritanti si aggiungono le riflessioni nostalgiche di Chiara, indubbiamente utili per inquadrarla in quanto boomer, ma un po' pedanti e ripetitive. Per mio gusto non ho poi apprezzato la motivazione alla base di questo romanzo, nonostante sia gestita meglio rispetto al primo libro; proprio la corrispondenza tra i due mi ha dato la sensazione di una minestrina riscaldata.

Lasciando per un attimo da parte le mie impressioni, ho notato altre problematiche, come i dialoghi: non solo sono molto più presenti rispetto a "Va' dove ti porta il cuore" -rendendo poco credibile la finzione dell'epistolario-, ma si tratta molto spesso di battute artificiose e farcite di retorica, con il risultato di far sembrare i personaggi tutto fuorché spontanei. Non ho trovato per nulla riuscita poi la caratterizzazione di Davide che, a differenza degli altri personaggi, viene descritto in termini tanto idealizzati da renderlo a dir poco inverosimile. Inoltre questo non è un titolo che consiglierei a chi vuole un minimo di trama, perché le svolte in tal senso sono pochissime: ci si limita a seguire le vicende più o meno quotidiane di Chiara e della sua famiglia.

Quindi, per chi sarebbe invece una valida lettura? indubbiamente per i lettori che cercano una prosa sempre curata e ricca di metafore evocative, in questo caso legate soprattutto al mondo della natura. Lo apprezzerà molto anche chi ha un debole per i momenti potenti a livello emotivo, che qui vengono raccontati in modo da rendere decisamente credibile la voce narrante. In generale, è una lettura piacevole e dai toni misurati, che nonostante questa placidità riesce a trasmettere con chiarezza l'affetto profondo ed il legame familiare tra i personaggi.

Personaggi che dimostrano poi delle caratterizzazioni valide e non scontante come ci si potrebbe aspettare, perché più di uno rivela dei tratti imprevedibili. Come voce narrate poi Chiara è nettamente superiore ad Olga, anche soltanto perché cerca attivamente di mostrare empatia nei confronti della sua famiglia e non si limita ad enunciare una scusa dietro l'altra per i suoi errori. Anche se di errori veri e propri è difficile parlare in questa versione parmense della famiglia del Mulino Bianco!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    23 Ottobre, 2023
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Horror classico, angoscia attuale

Con "L'ospite" sono arrivata a cinque libri della cara Sarah letti, cinque libri ai quali ho dato il massimo della valutazione. Vi chiederete forse perché io non li abbia recuperati tutti subito, dal momento che ho adorato alla follia la sua prosa dalla prima pagina di "Ladra"; la ragione è da ricercarsi nella mia propensione per la parsimonia: sapendo che ha scritto soltanto sei romanzi e -per il momento- non sembra essere in procinto di pubblicarne altri, ho stabilito di centellinare al più possibile la sua bibliografia. E per gustarmeli al massimo, li conservo sempre per la stagione autunnale, quando il talento dell'autrice nel tratteggiare location inquietanti e relazioni conflittuali rende al meglio.

Nella sua penultima opera, Waters ci porta una seconda volta nell'Inghilterra post-bellica, in particolare nella campagna dello Warwickshire dove sorge Hundreds Hall, l'imponente tenuta della famiglia Ayres. Qui il dottor Faraday -aka, il nostro narratore in prima persona- si reca all'inizio del volume, per curare la domestica Betty; nonostante l'appartenenza a due classi sociali diverse, questa prima visita farà nascere un'amicizia tra il medico e gli ultimi esponenti della famiglia Ayres: Angela -la vedova del Colonnello-, la figlia Caroline "Caro" ed il figlio Roderick "Rod". Quest'ultimo in particolare sta cercando di salvare la Hall da quello che pare un inevitabile tracollo economico e strutturale; la casa però non collabora, anzi sembra decisa a rendere impossibile la vita all'intera famiglia, prima con fastidiosi dispetti e poi con violenti attacchi.

Se conoscete un po' le narrazioni dell'autrice noterete subito degli elementi inusuali, in primis la presenza concreta di un lato fantastico, legato al poltergeist che sembrerebbe infestare Hundreds e turbare la tranquillità dei suoi abitanti. Nonostante l'inaspettata variatio, questo aspetto ha contributo ancor di più a tenermi incollata alle pagine, perché fino all'ultimo sono rimasta in dubbio sulla concretezza di quanto succedeva e sulla credibilità di ciò che i personaggi riferivano al narratore. Senza dubbio anche la prosa tanto scorrevole quanto curata di Waters ha contribuito attivamente a mantenere sempre vivo il mio interesse per questa storia.

La potenza dell'ambientazione, che nel caso dell'opprimente Hall diventa in pratica la vera protagonista della storia, invece me l'aspettavo. Allo stesso modo, mi aspettavo l'estrema verosimiglianza nella caratterizzazione dell'intero cast, composto da personaggi a tutto tondo tra i quali spicca la famiglia Ayres, e soprattutto Caroline della quale mi spiace veramente non sia presente il punto di vista perché è una personaggia dal carattere per nulla scontato, e si trova al centro di dinamiche molto interessanti. Non intendo però lamentarmi del POV di Faraday dal momento che fornisce una prospettiva particolare sia per quanto riguarda la natura dei rapporti che instaura con i diversi membri della famiglia Ayres, sia per il piglio critico con cui si approccia al paranormale, vista la sua attività di medico.

Tra stile, personaggi ed atmosfere impeccabili, l'unica critica che mi sento di muovere a questo libro è la limitatezza della trama; gli eventi che formano l'intreccio non sono per nulla imprevedibili, ma questo perché l'intenzione è quella di rimandare alle storie dei romanzi gotici vecchio stile. Anche il comportamento a tratti bizzarro degli Ayres -tanto attaccati alle tradizioni vittoriane da non potersi adeguare ad una realtà in cui il loro ruolo di aristocratici non ha più valore- risulta perfetto per definire una storia dal piglio moderno eppure in grado di trasmettere le stesse sensazioni di un classico ottocentesco.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    20 Ottobre, 2023
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Erin True Crime

Come rischiarare una nuvolosa e triste giornata autunnale? ma con un nuovo libro di uno tra i propri autori preferiti, ovviamente! Ecco perché, a dispetto di una TBR strabordante di titoli in attesa da anni, lustri e perfino decenni, ho deciso di scegliere "Joyland", approdato sui miei scaffali soltanto all'inizio di settembre come regalo molto gradito. Dal momento che il mio umore in effetti è migliorato, non rimpiango affatto di avergli dato la precedenza!

La narrazione è affidata allo studente universitario Devin "Dev" Jones che, nell'estate 1973, si trasferisce ad Heaven's Bay nella Carolina del Nord per lavorare come Allegro Aiutante nel parco divertimenti Joyland. Qui il giovane scopre che il Castello del Brivido è stato il teatro di un macabro delitto anni prima; decide per tanto di far luce sulla vicenda, dando finalmente pace allo spirito della vittima, che sembra infestare l'attrazione comparendo sporadicamente a visitatori e membri dello staff.

Pur essendomi gustata appieno questa lettura, non voglio nasconderne i difetti. Un primo problema è dato dalla sinossi, che confonde parecchio le idee su quale sia la storia da seguire ed anticipa troppe informazioni, arrivando addirittura a spoilerare un evento legato al finale! Comunque, la poca chiarezza della trama non è da imputarsi solamente a chi ha curato l'edizione: nella prima metà del volume infatti, vengono sottolineati degli elementi molto diversi tra loro, e per questo risulta difficile capire quale sia il filone narrativo principale.

Da un punto di vista più soggettivo, devo ammettere di non aver gradito più di tanto la parentesi romance, a mio avviso troppo fine a se stessa. Neppure il finale mi ha convinto appieno, perché lascia alcune sottotrame in sospeso, oppure fornisce una spiegazione poco chiara; e penso in particolare a come viene risolto il problema dell'infestazione spettrale.

Ma lasciamo da parte le lagnanze per concentrarci sugli aspetti più riusciti. Innanzitutto, ho apprezzato fin dalla prima riga il tono spigliato e irriverente del protagonista, ottimo per rappresentare un narratore maturo che guarda con ironia alla sua giovinezza. Mi hanno colpito in positivo poi le piccole anticipazioni che costellano l'intero romanzo, perché rendono più interessante la narrazione, creando dell'aspettativa. Dopo anni di lodi al caro Stephen sembra ormai superfluo, ma non posso che menzionare anche l'ottima caratterizzazione di protagonisti e comprimari, creati mescolando tratti inediti con qualche cliché, con il risultato di ottenere dei personaggi memorabili ed immediatamente accattivanti.

Personalmente mi è piaciuto molto il modo in cui viene rappresentata la crescita di Devin, all'inizio descritto come un ragazzo insicuro sul suo avvenire, che pian piano impara ad accettare i propri difetti ed a farsi forza dei sui pregi; la risoluzione che leggiamo nel finale è una bella metafora della sua neonata consapevolezza. Un'ulteriore elemento positivo a mio parere è dato dall'atmosfera, che risulta perfetta per la fine dell'estate, trasmettendo un senso quasi sognante di nostalgia. E probabilmente, proprio averlo letto in questo periodo dell'anno mi ha permesso di apprezzarlo così tanto.

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Romanzi storici
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    16 Ottobre, 2023
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Benvenuti nel Paese degli stereotipi

Un'eterna ricerca contraddistingue la vita di ogni lettore, ed è quella per individuare i propri scrittori preferiti; se possibile, autori con delle bibliografie corpose, che forniscano un buon numero di volumi da poter recuperare. Per me, Tracy Chevalier rappresentava proprio la candidata ideale per questo ruolo: una scrittrice parecchio apprezzata, impegnata in uno dei miei generi preferiti (il romanzo storico), con una decina di volumi pubblicati, e tutti già tradotti in italiano! Cosa mai poteva andare storto? Vediamolo partendo dalla trama de "La Vergine azzurra", il suo romanzo d'esordio, nonché il titolo con cui ho scelto di cominciare la valutazione della sua prosa.

La narrazione si ambienta principalmente in Francia e Svizzera ed alterna due linee temporali: nella prima seguiamo la popolana Isabelle "la Rossa" du Moulin alla metà del Cinquecento, nella seconda arriviamo ai giorni nostri ed all'ostetrica Ella Turner; quest'ultima si è da poco trasferita nella Patria della quiche e della tour Eiffel per seguire il marito, un architetto di successo. Le due storie hanno moltissimi punti in comune, a cominciare dalle ricorrenze nei nomi dei personaggi per arrivare alle svolte più significative negli intrecci, inoltre si intuisce da subito che le donne sono imparentate ed hanno un aspetto fisico molto simile.

E già da qui si potrà indovinare come la trama prenda una piega surreale che personalmente non sono riuscita ad apprezzare, soprattutto per la poca coerenza e la totale assenza di chiarimenti. In parole povere bisogna accettare che tra Isabelle ed Ella (ma non solo?) esista un legame mistico grazie al quale la seconda riesce a ricostruire fuori scena la vita della prima, o almeno alcuni elementi. Tutto questo risulta a mio avviso forzato ed inutilmente contorto, tanto da rendere a più riprese incomprensibile una narrazione per il resto lineare.

Per quanto riguarda la prosa della cara Tracy in senso lato, l'ho trovata a tratti decisamente bizzarra, e penso in particolare ad alcuni dialoghi ed alla dinamica di certe scene, quasi incomprensibili per quanto i personaggi agiscono in modo caotico, senza tenere in minimo conto le conseguenze delle proprie azioni. Personaggi che risultano poi problematici anche per la mancanza di una vera caratterizzazione: la maggior parte di loro vive soltanto in funzione del ruolo che sono destinati a svolgere nell'intreccio; una volta raggiunto quell'obiettivo, l'autrice non esista a farli praticamente scomparire tra un pagina e l'altra.

Analizzando invece le due vicende in modo individuale, la maggior problematica nella storia di Ella è il comportamento infantile della protagonista stessa, nonché la presenza di un certo trope romance che trovo molto discutibile. Per quanto riguarda Isabelle, la narrazione dei capitoli che la riguardano mi è sembrata troppo frammentaria, con salti di anni ed anni tra un paragrafo e l'altro; il lettore è così costretto ad indovinare come i personaggi reagiscano dopo determinate rivelazioni. Un esempio su tutti è il momento in cui Isabelle ed Etienne annunciano alla famiglia di lui che si sposeranno; purtroppo non sapremo mai cos'aveva intenzione di fare il padre uscendo con un'ascia in mano perché la scena successiva ci porta direttamente alla terza gravidanza della donna, ormai sposata da anni.

Devo ammettere però che in questa lettura non ho individuato solo difetti. In primo luogo mi sono piaciuti molto i collegamenti tra le storie di Isabelle ed Ella, specialmente quando vengono affrontate le difficoltà dell'essere madri e del sentirsi accettate da una nuova comunità. Ho trovato inoltre solida l'ambientazione storica, il che rende più credibile la parte dedicata ad Isabelle. Nel complesso, la prosa di Chevalier presenta diversi elementi interessanti che magari, con la maggior esperienza acquisita in anni di pubblicazioni, mi permetteranno di apprezzare la lettura de "La ragazza con l'orecchino di perla", aka il romanzo con cui progetto di darle una seconda possibilità.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    11 Ottobre, 2023
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ma quindi... gli archibugi?

Che fatica portare a termine una serie quando non ci sta convincendo del tutto! Ecco perché ho procrastinato negli ultimi mesi la lettura de "La dea in fiamme", capitolo conclusivo di The Poppy War, una trilogia che tutti sembrano adorare alla follia. E questo mi fa sentire ancor più una voce fuori dal coro, non solo perché la trovo decisamente migliorabile, ma anche per i difetti oggettivi sui quali la maggioranza degli altri lettori sembra aver chiuso tranquillamente un occhio, mentre io non ce l'ho proprio fatta.

Passando a questo terzo volume, l'azione si sposta avanti di pochi mesi, durante i quali la Coalizione del sud alla quale si è affiliata Fang Runin "Rin" ha intrapreso una campagna per liberare le province meridionali dalle bande armate dei federati, nella timorosa attesa che la Repubblica termini la guerra di repressione al nord e -di conseguenza- possa puntare l'attenzione su di loro. La trama va via via concentrandosi sui tentativi fatti da Rin per liberare il suo Paese dai coloni esperiani e dai loro alleati, ricorrendo ad azioni militari ed espedienti magici a seconda del frangente. Al termine del romanzo, è stato incluso anche "L'abisso della fede", a metà tra raccolta di racconti e flusso di coscienza dal punto di vista di Yin Nezha, per mostrare la sua prospettiva su alcuni eventi; un contenuto extra carino, ma sicuramente non indispensabile per comprendere la trama e neppure il suo personaggio.

Devo dire che non so bene come valutare questo libro, perché temo di comunicare un'idea sbagliata. In breve, io c'ho trovato una caterva di difetti eppure rimane parte di una serie che nel complesso consiglierei, tenendo sempre conto dei tanti TW presenti. Vediamo quindi per primi i pregi: innanzitutto, il romanzo può vantare un buon ritmo, supportato da molte scene d'azione ben scritte che donano dinamicità alla storia. Sorprendentemente mi ha convinto anche la conclusione, che reputo adatta alla piega presa dalla trama non solo in questo terzo volume; per mio gusto personale, avrei preferito che la protagonista arrivasse per gradi all'epifania finale, ma apprezzo comunque il percorso fatto.

Assieme alle ambientazioni sempre deliziose da scoprire, le tematiche rimangono il punto di forza principale della trilogia; in questo libro ci si concentra sulla critica al colonialismo, solo marginale nei capitoli precedenti. Forse non verrà presentato nel modo più discreto e sottile di sempre, ma è un tema ben sviluppato e viene presentato sotto diverse prospettive, mettendo in luce punti forti e deboli della vita più semplice condotta dai nikaniani contro il progresso tecnologico promesso dagli esperiani.

Purtroppo, per quanto mi riguarda i pregi finiscono qui: per qualcuno potranno sicuramente bastare, ma visto il successo riscosso da questa serie io mi aspettavo qualcosina di più. Il difetto peggiore può essere tranquillamente riassunto in una sola parola: informazioni. Le informazioni che vengono fornite sul passato di questo mondo fantastico, togliendo quell'elemento fiabesco così intrigante nel primo libro e sostituendolo con nozioni concrete in contrasto con quanto affermato in precedenza. Le informazioni fornite dal narratore -teoricamente oggettivo e onnisciente- che puntualmente si dimostrano fasulle, ad esempio quando all'inizio del romanzo afferma che Rin ha ormai imparato a non fidarsi ingenuamente degli altri, per poi essere smentito in pieno nelle centinaia di pagine seguenti. Le informazioni logistiche, che sembrano arrivare alla protagonista ed i suoi alleati di turno per intercessione divina; davvero non si spiega la facilità con cui riescono ad ottenere determinate conoscenze: mi sarei stupita di meno se fosse comparsa Nüwa, la mistica lumaca della creazione, per riferire loro le ultime notizie. Le informazioni di cui Rin sembra scordarsi in modo a dir poco conveniente, come il ruolo giocato da Su Daji fino alla fine de "La repubblica del drago", per poter indirizzare la storia in determinate direzioni. In sintesi, le informazioni date ai lettori causano confusione e fanno emergere incongruenze, tra l'altro facilmente individuabili con una semplice rilettura fatta dall'autrice, dall'editor, dalla traduttrice o da chiunque altro abbia messo le mani su questo testo.

L'altro grosso problema riguarda l'intreccio narrativo. Pur apprezzando l'esperienza di lettura nel suo insieme, non ho potuto fare a meno di notare la presenza di moltissimi filler: scene ripetitive che già dalla sinossi sai non porteranno avanti la trama, quindi perché investire decine e decine di pagine per la lotta contro le bande di federati, se poi i protagonisti stessi sembrano dimenticarsi della loro presenza? Un ragionamento simile vale per le altre minacce sul percorso di Rin, perché ognuna viene eliminata senza che lei debba fare alcunché e a dispetto della sua mancanza di piani concreti e lungimiranti. Infine, ci sono le sottotrame sprecate, in una frenetica corsa verso l'epilogo, come quelle dei nuovi sciamani o delle armi esperiane; l'elemento narrativo che più mi è dispiaciuto veder sciupato riguarda la Triade: un vero spreco di potenziale (e di pagine)!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    06 Ottobre, 2023
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Testo quotabilissimo

Quest'anno ho avuto la fortuna di poter partecipare alla mia prima readalong in occasione dell'uscita della nuova edizione di "Va' dove ti porta il cuore", realizzata da Solferino a quasi trent'anni dalla prima pubblicazione di uno dei romanzi italiani più celebri all'estero. Prima di questa lettura, il mio solo incontro letterario con Tamaro era stato "Ascolta la mia voce", un libro ben scritto ma con una trama farcita di convenienze narrative; con questo nuovo approccio sarà andata meglio? Nì, ma diciamo che qui si tratta principalmente di gusto personale.

Il volume si presenta come una lunga lettera scritta da Olga alla nipote, al momento impegnata in un viaggio negli Stati Uniti, altrimenti nota come la terra dei cactus e dei coyote. L'anziana si sta faticosamente riprendendo dopo un malore, e proprio da questa situazione nasce l'idea di mettere su carta i pensieri di oggi ed i ricordi di ieri, per lasciare qualcosa alla ragazza nel caso dovesse rimanere sola. Con questa premessa, Olga inizia un viaggio nel passato: cominciando dalle difficoltà nel dover crescere la nipote, continuando con vari ricordi -dall'infanzia alla sua vita da adulta-, per arrivare infine a svelare il suo più grande segreto.

Inquadrato il contesto, partiamo dagli aspetti positivi e -nella fattispecie- da una grande conferma: la cara Susanna scrive benissimo: la sua prosa è estremamente scorrevole, nonostante non pecchi di diversi guizzi peculiari. Il tono della voce narrante risulta inoltre verosimile, perché la presenza di pochissime battute di dialogo è in linea con il concetto di memoir. Ho appezza anche le efficaci metafore, che mostrano i pensieri di Olga attraverso degli esempi alla portata di tutti.

L'altro grande punto a favore di questo romanzo sono le valide descrizioni dei rapporti interpersonali. Puntando la luce soprattutto sui contrasti generazionali, l'autrice riesce a raccontare delle relazioni genuine, che ben riflettono quelle presenti nella vita reale. Di conseguenza, anche i problemi sorti tra la narratrice e le persone nella sua vita sembrano molto concreti, simili ai conflitti che tutti noi ci troviamo ad affrontare.

Come anticipato però non sono riuscita ad appezzare l'esperienza di lettura. Lo scoglio principale per me è stato la caratterizzazione della protagonista: già dalla premessa (decidere di non dire nulla alla nipote sul suo stato di salute, privandola della possibilità di avere un ultimo confronto) si capisce come Olga sia una persona codarda ed arrogante, sempre pronta a riversare sugli altri le proprie colpe. Per ogni suo errore non manca di incolpare i genitori troppo esigenti, il marito troppo assente, la figlia troppo stupida, la società troppo giudicante; a rendere ancora più fastidiosa questa sua retorica è l'assenza di un'altra prospettiva, per cui bisogna prendere per buona la sua versione dei fatti a scatola chiusa.

Passando però a delle critiche meno soggettive, abbiamo una ricercatezza lessicale un po' eccessiva -se consideriamo il contesto semplice e spontaneo di una lettera scritta di getto- e delle riflessioni che al giorno d'oggi stonano parecchio. Penso in particolare a come vengono demonizzate la figura dello psicologo e la scelta di andare in terapia; la voce narrante è estremamente autoreferenziale, e per questo vede la psichiatria come un'attività truffaldina che peggiora soltanto la condizione mentale dei pazienti. Una situazione analoga riguarda il femminismo, del quale Olga stravolge il significato stesso: a suo avviso questo movimento ha l'obiettivo di ridurre gli uomini a mero accessorio delle donne, uccidendo nel mentre i sentimenti genuini. Sentimenti genuini che invece abbondavano nei matrimoni combinati o di interesse, giusto?

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Ottobre, 2023
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Mamma Orso...

La lettura di "Shorefall" mi dimostra quanto sia rischioso aspettare mesi e mesi prima di continuare una serie, specialmente se non troppo famosa e per questo priva di una fanbase che ci martelli il cranio a suon di fanart e meme. Riconosco quindi che, se avessi letto prima il secondo capitolo di The Founders Trilogy forse sarei entrata subito in sintonia con la storia e non avrei sfoggiato per cento e passa pagine un'espressione da pesce lesso che non capisce chi sia chi. A discapito di questo mea culpa, rimango convinta che i romanzi di Bennett in generale e questa trilogia in particolare siano delle vere gemme nascoste, per questo sono stata felicissima della recente pubblicazione in Italia di questo seguito.

Un po' come la sottoscritta, anche la narrazione si concede un bel salto in avanti di quasi tre anni, rispetto al finale di "Foundryside". I protagonisti hanno ormai avviato una solida attività, e non si interessano soltanto a togliere il monopolio dello scriving alle compagnie mercantili, ma anche a diffondere codici di ogni tipo tra le nuove imprese che sono sorte nei Commons, diventando così una sorta di impresa di servizi. A gettare un'ombra sui loro progetti futuri è la minaccia dell'inaspettato ritorno del più potente tra gli ierofanti, deciso a riportare l'umanità sotto il suo controllo.

Tra sequenze d'azione mozzafiato e piani geniali, questo seguito conferma tutti i punti di forza del primo romanzo: un sistema magico complesso, un world building solido e vitale per la storia, e dei personaggi a tutto tondo. Qui troviamo inoltre un maggior approfondimento sulla caratterizzazione proprio dei protagonisti, soffermandosi in particolare sui legami tra loro che prima erano stati solo abbozzati e adesso si dimostrano essere decisivi nell'economica della narrazione, oltre che di impatto a livello emotivo. Confesso che alcune interazioni tra loro mi hanno colpito molto, e ho trovato diversi dialoghi genuinamente commoventi.

Tra i punti di forza di questo titolo possiamo annoverare anche il ritmo incalzante che va a caratterizzare l'intero volume, nonché i nuovi sviluppi nel sistema magico ed i dettagli sul passato del mondo immaginato da Bennett, che ne vanno ad arricchire e rendere più interessante la lore. Personalmente ho poi apprezzato come la storia si apra con l'unica prospettiva di Sancia "San" Grado, ma vada in seguito ad includere quelle degli altri protagonisti e anche di diversi personaggi di contorno; il risultato è una narrazione quasi corale, che permette di comprendere i diversi approcci alle tematiche affrontate.

Fatico sempre a trovare qualcosa che non vada nei romanzi del caro Robert; l'unico difetto potrebbe essere il finale, inaspettatamente aperto a differenza dei suoi titoli precedenti. Dalla prospettiva di un lettore nostrano però, la maggior pecca di questa trilogia temo rimanga la continua presenza di nomi cringe in fanta-italiano, spesso mescolato con spagnolo ed inglese, giusto per dare più colore; il più esilarante per me è stato Participazio: personaggio che compare in giusto tre scene, ma che per merito del suo nome è riuscito a farmi sganasciare per più di metà libro.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Settembre, 2023
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Tre investigatori per ogni mistero, di media

Dove trovare rifugio dopo un libro farcito di personaggi orribili e psicodrammi assortiti? per me la risposta non può che essere un romanzo della cara Agatha, in cui generalmente imperano i buoni sentimenti, nonostante non manchino mai disgrazie e delitti di ogni tipo. In realtà ero un po' titubante su "Il segreto di Chimneys", perché temevo si sarebbe rivelata una storia di spionaggio simile a "L'uomo vestito di marrone", che non mi era piaciuto particolarmente; in realtà la spy story qui fa sono da introduzione a quello che è il cuore del romanzo, ossia un murder mystery nella miglior tradizione christieana.

La storia si apre in Sudafrica dove la guida turistica Anthony Cade viene incaricato dal suo vecchio amico James "Jimmy" McGrath di consegnare un misterioso manoscritto ad una casa editrice londinese, in cambio di un sostanzioso compenso; una volta arrivato in Inghilterra, l'uomo scopre che molte persone desiderano appropriarsi di questo documento -con mezzi più o meno leciti- e questo lo porta ad essere coinvolto nell'intrigo diplomatico che ha come sfondo la sontuosa magione di Chimneys, dimora di Lord Caterham in cui sta per avere luogo un incontro dal quale dipendono le sorti del fittizio Stato balcanico della Herzoslovacchia.

Come accennato, dopo una corposa prima parte nella quale vengono introdotti i tanti personaggi ed il lettore ha tempo per familiarizzare con la situazione politica e la storia recente herzoslovacca, il volume vira in modo netto verso il giallo classico. Se da un lato questo cambio di rotta ha fatto impennare il mio apprezzamento per il romanzo, dall'altro leggere una sinossi nella quale esso viene presentato come si trattasse dello spunto iniziale -dal quale si svilupperà poi l'intera storia- potrebbe lasciare interdetti: si rischia di essere non poco confusi quando, per i primi dieci capitoli, del fantomatico nobile balcanico ucciso non c'è neppure l'ombra.

A parte una sinossi che anticipa più di quanto dovrebbe, il romanzo soffre di un altro paio di difetti: nulla di grave, ma credo valga la pena nominarli. Il primo è la presenza di troppi POV, che si aggiungono a quello iniziale di Anthony; questa scelta a mio avviso crea dei problemi specialmente andando avanti nella narrazione, perché in pratica ogni personaggio tenta di risolvere qualche mistero, generando così più confusione che risposte effettive. Abbiamo poi una rappresentazione non particolarmente felice di alcune popolazioni, che i protagonisti britannici descrivono con un misto di condiscendenza e luoghi comuni ormai superati; Christie non ci risparmia neppure un velatissimo endorsement al colonialismo e alla monarchia, qui contrapposta alla fallace democrazia post-rivoluzionaria. Se penso poi alla mia edizione nello specifico, potrei opinare anche su una traduzione che arranca in più punti, ma sono certa che dagli anni novanta ad oggi questo problema sia stato tranquillamente risolto.

Tutte queste problematiche sono però marginali, e si accantonano facilmente di fronte ad un mistero orchestrato in modo geniale, che riesce a tenere il lettore incollato fino all'ultima pagina con la curiosità di vedere al loro posto tutti i tasselli del puzzle. Personalmente ho poi apprezzato i caratteri dei personaggi principali: non solo Anthony, ma anche Virginia e Battle -figura ricorrente in altri romanzi dell'autrice-, che riescono a dimostrarsi brillanti e al contempo spiritosi. Mi sono divertita molto a seguire sia loro che i tanti comprimari, tra i quali spicca il povero Lord Caterham, sempre più disperato per le disgrazie accadute sotto il suo tetto e prontissimo a partire per una vacanza appena tutto si sarà risolto. Come lo capisco!

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    25 Settembre, 2023
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Imperfetta perfezione

Arrivata all'ultimo capitolo della trilogia d'esordio di Green mi trovo ancora una volta a mangiarmi virtualmente le mani: perché ho aspettato così tanto per recuperare questa serie? In realtà una risposta c’è, ed è anche razionale a suo modo: mi è capitato di leggere tanti libri per ragazzi usciti nello stesso periodo che mi hanno spesso delusa per mancanza di originalità. La cara Sally invece è riuscita a stupirmi, ed è questo il motivo principale per cui sono convinta che -a prescindere dai suoi difetti- The Half Bad Trilogy mi rimarrà nel cuore.

In "Half Lost" la narrazione ruota ancora una volta attorno alla guerra tra il dispotico Consiglio degli Incanti Bianchi e l'Alleanza degli Incanti Liberi, notevolmente indebolita dopo la Battaglia di Bialowieza. Dopo varie missioni in solitaria, volte più a ritrovare Annalise che a colpire i Cacciatori, Nathan capisce di dover ottenere un maggiore vantaggio se vuole sgominare una volta per tutte il regime di Soul O'Brien; parte da questa premessa l'ennesima quest che porterà il protagonista e Gabriel oltreoceano in cerca del cosiddetto amuleto vardiano, teoricamente capace di rendere chi lo possiede invincibile.

Com'era prevedibile, punti forti e difetti non cambiano molto in questo ultimo volume, e questo vi farà forse intuire che la mia valutazione è dettata più dalle emozioni che dal contenuto effettivo. Come nei due romanzi precedenti abbiamo infatti un world building volutamente lacunoso, che non viene approfondito neppure quando si parla di come rivoluzionare il governo degli Incanti o nel momento in cui i personaggi devono incontrare Incanti provenienti da altri Paesi. Anche l'intreccio non diventa particolarmente complesso, anzi: alcuni elementi vengono ripescati dai volumi precedenti per ottenere in modo un po' conveniente una nuova funzione; bisogna però ammettere che nel finale si percepisce un bel senso di chiusura per diversi personaggi (tra cui Annalise, in un modo abbastanza inaspettato), segno che il protagonista non è il solo ad essere cresciuto durante la trilogia.

Non c'è dubbio però che Nathan sia il cuore pulsante della storia, e con quest'ultimo volume è riuscito ancora una volta a farmi ridere di gusto alle sue battute sarcastiche, ma anche commuovere. In particolare, ho adorato i suoi confronti con Arran, Celia e Ledger, oltre a qualunque interazione con Gabriel. Raramente ho trovato in una narrazione rivolta in primis ad un pubblico giovane un protagonista così complesso, forte eppure fragile, e ben consapevole delle sue contraddizioni; a mio avviso pochi comprimari riescono a dimostrarsi alla sua altezza (oltre a quelli già citati, forse solo Van e Nesbitt), e sicuramente nessuno degli antagonisti, che per l'ennesima volta si fanno desiderare in scena per poi consegnare una performance alquanto scadente.

È evidente che non faccio per nulla fatica ad individuare dei difetti in questo romanzo, quindi mi sorge il dubbio di essere stata forse troppo generosa con il mio voto; razionalmente penso di sì, e proprio su questo punto ammetto di essere rimasta per un bel pezzo in ambasce. Però in alcuni casi bisogna premiare in qualche modo il coraggio di un autore a creare una storia diversa dal solito, soprattutto se c'è il rischio che finisca nel dimenticatoio o, peggio, venga adattata in una serie Netflix di discutibile qualità.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    22 Settembre, 2023
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Alla faccia della self insertion

A meno di un mese dalla lettura dell'epilogo de "I Lupi del Calla", rieccomi a proseguire il mio viaggio verso la Torre Nera con il sesto volume "La canzone di Susannah". Dietro tanta fretta (almeno per i miei standard) c'è il ritmo incalzante finalmente acquistato dalla serie, perché ora il caro Stephen sta mettendo a frutto i tanti elementi di world building che nei primi capitoli potevano sembrare nulla più di informazioni scollegate. Non so se si tratti di operazioni di retcon o meno, ma devo dire di aver apprezzato l'intrecciarsi delle varie linee di trama.

La narrazione continua direttamente dal finale del quinto libro, e questo comporta la divisione del ka-tet. Susannah è infatti stata trasportata nella New York del 1999, dove Mia cerca l'aiuto dei sodali del Re Rosso per poter dare alla luce il suo pargolo demoniaco; nello stesso luogo e tempo arrivano anche Jake e Callahan -con l'immancabile Oy al seguito-, portati lì più dal ka che da un'effettiva intenzione. Proprio per questo Eddie non può seguire la sua dolce metà, ma è costretto ad accompagnare Roland nel Maine degli anni Settanta, dove prosegue la loro missione per mettere al sicuro da Balazar e soci il terreno su cui cresce la rosa perspeciale.

Ci troviamo quindi di fronte ad un deciso cambio di ambientazione, scelta che ho apprezzato perché da una smossa alle dinamiche narrative, portando ad esempio il saccente Roland a doversi affidare alle conoscenze moderne di Eddie. Come già accennato, ci troviamo inoltre di fronte ad un romanzo in cui l'azione la fa da padrona, con scene molto rapide che fanno procedere con maggior velocità la trama senza però sacrificare la coerenza narrativa e sfruttando dettagli inseriti nei volumi precedenti per fornire dei collegamenti.

Credo che le mie parti preferite siano state quelle dedicate a Susannah e Mia, in particolare per come il loro rapporto si evolve rispetto a "I Lupi del Calla": qui sono costrette dal nuovo contesto a stringere una sorta di alleanza, che porta la pistolera ma anche noi lettori ad ottenere nuove informazioni e tanti chiarimenti sulla lore dell'Onni-Mondo. Per quanto riguarda l'elemento meta-letterario, ammetto di averlo trovato un po' cringe in un primo momento, ma mi ha poi convinto nell'insieme della storia; riesce anche a fornire una spiegazione carina del perché tanti libri di King siano collegati a questa serie.

Serie che comunque non si monda di tutti i suoi difetti in questo sesto (o settimo, a seconda dei punti di vista) capitolo. Ad esempio, per quanto Mia si prodighi in spiegazioni su demoni elementari ed affini da un lato, dall'altro il caro Stephen inserisce concetti del tutto inediti (come quello dei twim o dei Frangitori) senza fornire alcuna spiegazione, e nonostante questo i personaggi ne parlano ampiamente come fossero informazioni già discusse più e più volte nei libri precedenti. Non mi ha fatto impazzire neppure la facilità con cui sembra procedere la missione di Roland ed Eddie: la strada dei due pistoleri non è propriamente priva di ostacoli, però gli aiuti che ricevono per superarli agevolano eccessivamente il percorso, e questo fa calare di parecchio la tensione.

E cosa dire del finale? a mio avviso risulta un po' troppo insoddisfacente. Bisogna sicuramente considerare che l'ultimo romanzo è uscito solo qualche mese dopo, e non ad anni di distanza come i primi volumi della saga. Ritengo però che si potesse dare più completezza per lo meno alla parte riservata a Jake e Callahan, perché la loro risulta essere poco più di una comparsata quando la premessa lasciava presagire un ruolo ben più sostanzioso.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    19 Settembre, 2023
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Tra risate e noia

Nonostante alcuni difetti imputabili in gran parte alla giovane età dell'autrice, "La guerra dei papaveri" è un romanzo che mi ha divertito ed intrattenuto, specialmente per merito di un world building molto affascinante e di una protagonista per nulla scontata. E direi che questi due fattori si riconfermano in pieno nel seguito "La repubblica del drago", in particolare l'imprevedibilità della nostra Fang "Runin" Rin, sempre più scatenata e (auto)distruttiva.

La trama parte tre mesi dopo la conclusione del primo capitolo; ritroviamo i cike alle dipendenze della regina dei pirati Moag, che sfrutta i loro talenti per eliminare scomodi avversari, promettendo in cambio armi e finanziamenti per orchestrare l'assassinio dell'Imperatrice Su Daji. La narrazione si allontana ben presto da questo spunto per portare in scena i protagonisti di un conflitto di tutt'altra portata: capitanate dal signore della guerra Yin Vaisra, le province del sud danno il via ad una secessione che mira a sostituire l'impero Nikan con una repubblica. Ovviamente Rin e i suoi alleati vengono trascinati in questa ribellione, e con loro gli esperiani, appena giunti dal continente occidentale per portare al popolo nikariano la vera fede e anche qualche fucile.

Ben consapevole che questo viene considerato da molti il volume migliore della trilogia, parlo subito degli aspetti più riusciti, così volendo potete saltare a piè pari il resto della recensione, dove cercherò di spiegare cosa mi porta a ritenere invece più valido il primo romanzo. Tra i punti a favore posso includere senza dubbio le nuove ambientazioni: finalmente possiamo esplorare meglio l'impero Nikan, ricco di luoghi affascinanti descritti con attenzione sia nelle location sia nei personaggi che le popolano. Il world building si amplia anche per merito di alcuni approfondimenti sul passato di questo mondo fantastico, che arricchiscono la narrazione e rispondono a più di un interrogativo.

Sul fronte dei personaggi, ho apprezzato molto la caratterizzazione di Yin Vaisra (una figura estremamente sfaccettata, che spero avrà spazio anche nell'ultimo capitolo) e lo sviluppo del rapporto tra Rin e Kitay. Il cambiamento che più ho gradito però è la maggiore omogeneità nel tono adottato perché, pur non lesinando sui momenti più divertenti, questi si amalgamano molto meglio ai temi pesanti, sempre presenti e rilevanti: in particolare, viene posta maggior attenzione sul tema del colonialismo, e l'autrice ci spinge a riflettere parecchio sul dramma dell'assimilazione culturale forzata.

Ma passiamo all'altro piatto della bilancia. Alcuni difetti del primo libro ricompaiono, e penso soprattutto ai dialoghi incredibilmente informali a prescindere da quanto siano importanti le figure nobili o politiche coinvolte, ma altri sono del tutto nuovi, e anche inaspettati. Partiamo dai personaggi: ne vengono introdotti molti inediti, ma la maggior parte sono poco più di macchiette; per contro, parecchi di quelli rimasti da "La guerra dei papaveri" vengono ridimensionati o resi sciapi dal punto di vista caratteriale.

La narrazione poi soffre di una terribile lentezza, con degli schemi che si ripetono per più scene. Questo è dato sia dal tentativo della cara Rebecca di rendere verosimile la parte dedicata alla campagna militare, sia dalla mancanza di uno scopo che sproni la protagonista a portare avanti la storia: quello di uccidere l'Imperatrice diventa ben presto un pensiero secondario, mentre Rin si annulla nelle azioni belliche. Tutto questo è credibile? sicuramente sì, ma è anche molto noioso da leggere in una storia fantastica dalla quale mi aspettavo battaglie epiche tra sciamani ultrapotenti.

Ultima nota amara, la parentesi dedicata ai ketreyani. Trattandosi di personaggi mai visti prima, non scenderò nel dettaglio per evitare spoiler, ma ho trovato la loro comparsa molto conveniente nel migliore dei casi ed in netta contraddizione con quanto detto in precedenza sul gruppo dei cike nel peggiore. Spero in maggiori chiarimenti nell'ultimo volume.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    14 Settembre, 2023
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Un retelling fin troppo fedele

Dopo tanti libri che promettevano (almeno nella mia testa) di essere ispirati dai miti nordici, per poi non mantenere nulla, ecco finalmente un romanzo che è davvero una riscrittura di quelle leggende in senso ampio, e più nello specifico della figura della gigantessa Angrboda. L'altra faccia della medaglia? si è rivelato una grossa delusione su diversi aspetti, anche se sospetto che il problema sia più che altro soggettivo.

La narrazione non si affida ad una trama vera e propria, seguendo passo passo la vita adulta di Angrboda e rifacendosi in gran parte a quelle che sono notoriamente le tappe verso il Ragnarok; nel concreto possiamo individuare due filoni principali, infatti nella prima metà del libro sono presenti molti cenni ad una presenza maligna che perseguita la protagonista nei sogni, mentre nella seconda parte l'attenzione viene posta sui tentativi della strega per salvare la figlia Hel. Il problema maggiore di questa trama è la sua eccessiva fedeltà al materiale originale, e questa non è una lamentela nata solo dal gusto personale: nella mitologia vengono infatti tollerati degli eventi privi di logica, mentre nella narrativa questo non può succedere. In pratica, con la scusante dell'ineluttabilità del fato o della natura innata di certi personaggi, l'autrice giustifica comportamenti assurdi e svolte di trama senza senso.

Una conseguenza collaterale è quella di far sembrare i personaggi estremamente fatalisti, oppure ottusi. E questo è vero specialmente nel caso della protagonista, e tenete conto che già di suo Angrboda è proprio il tipo di personaggio che non riesco a digerire: remissiva ed altruista al punto da immolare l'intera vita al benessere degli altri, altri che la prendono a pizze in faccia dalla mattina alla sera! questo suo carattere mi infastidisce soprattutto perché, visti il titolo e la premessa, mi aspettavo una figura femminile molto risoluta, perfino malvagia nella sua determinazione. Mi consola un po' il concept alla base, perché la cara Genevieve per creare la sua Angrboda ha avuto l'ottima idea di mescolare assieme più personaggi del mito, ed il risultato è decisamente interessante.

Con gli altri personaggi in compenso va molto meglio, ed in particolare ho apprezzato Hel, Skadi e Loki, nonostante in questa storia ricopra un ruolo ancor più spiacevole del suo canonico. Questi caratteri rendono bene specialmente nelle relazioni interpersonali, come familiari o amici della protagonista, che sono scritte in modo convincente ed intimo; altrettanto non si può dire per dei rapporti sentimentali, che risultano invece alquanto malsani, a dispetto degli evidenti sforzi dell'autrice per renderli romantici ad ogni costo. L'altro tema che il romanzo affronta, in questo caso molto bene, è quello della solitudine e, collateralmente, del bisogno di appartenenza ad un gruppo o una famiglia.

Per quanto riguarda lo stile di Gornichec, si ha spesso la sensazione che viri troppo verso il narrato, limitandosi a mostrare i fatti compiuti ed evitando invece di soffermarsi sulle motivazioni dietro a questi. Si tratta di un problema accentuato dal POV di Angrboda, che essendo l'unico per quasi tutto il volume non permette al lettore di assistere a molte scene chiave se non a posteriori; questo potrebbe essere straniante soprattutto a chi non conosce la mitologia alla base. Un altro difetto stilistico è la disomogeneità nel tono scelto, per cui vediamo accostati momenti molto pesanti con scene leggere e spensierate, accostamento che rende i personaggi spesso incoerenti, come la stessa Angrboda che passa dall'essere giustamente furibonda al perdonare qualunque sopruso con una serenità tale da meritarsi una sberla ridestante.

Sul world building non ho molto da dire perché è soltanto abbozzato e non viene mai chiarito come i personaggi si muovano da un mondo all'altro o cosa impedisca loro di farlo; nell'appendice a fine volume ci sarebbe anche un utile glossario, ma secondo me risulta decisamente spoileroso per un neofita. Pur essendo un elemento fondamentale nella storia, anche il lato magico viene lasciato un po' a se stesso, scelta giusta nel contesto mitico ma un po' frustrante nel caso cercaste delle spiegazioni sull'origine e l'estensione dei poteri, ad esempio.

Tirando le somme, penso sia uno di quei casi in cui almeno in parte la colpa è mia, perché avevo aspettative troppo alte e non sono riuscita a farmi piacere la protagonista fin dalla prima pagina: essendo una storia character driven questo è un grosso punto a sfavore. Se voi riuscirete invece ad apprezzare Angrboda, probabilmente potreste adorare questo libro, ma dovrete comunque chiudere un occhio sui difetti oggettivi della prosa.


NB: Libro letto in lingua originale

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    11 Settembre, 2023
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Un addio sottotono

Quarto volume nella serie antologica che ha reso celebre il caro Toshikazu, "Ci vediamo per un caffè" rappresenta per me l'ultimo capitolo in questa narrazione; non perché mi abbia deluso enormemente, ma per la concomitanza tra delle storie troppo simili tra loro per accendere la mia curiosità ed un'edizione italiana sempre più pigra ad ogni nuova pubblicazione: ormai non si accontentano di mentire spudoratamente nelle sinossi, ma piazzano anche un bel refuso nella prima pagina del libro! Quindi, pur sapendo che la serie sta ancora continuando con successo in Patria, preferisco fermarmi qui; ma prima di scrivere la parola fine, andiamo a vedere cosa ci riserva questa quarta raccolta.

Le vicende ambientate nel presente si collocano un anno dopo rispetto a "Finché il caffè è caldo", andando quindi ad anticipare quanto già raccontato nei due seguiti precedenti. Ci troviamo nuovamente nella filiale di Tokyo, con Nagare e Kazu Tokita dietro al bancone della caffetteria in cui è possibile viaggiare nel tempo, seguendo un decalogo di regole a dir poco restrittivo. Come sempre sono presenti quattro novelle, tra le quali la prima ha la funzione aggiuntiva di illustrare il contesto; di volta in volta, nuovi avventori giungono come al termine di un pellegrinaggio, con la speranza di poter risolvere problemi emotivi e sentimentali incontrando qualcuno nel passato.

Andiamo subito a vedere i -purtroppo pochi- punti a favore di questo volume. Innanzitutto, se cercate solo una nuova raccolta con le stesse vibes e gli stessi buoni sentimenti, potrete apprezzarla al pari delle tre precedenti; inoltre, se la trasferta passata/futura ad Hakodate non vi ha fatto impazzire, sarete sicuramente felici di ritrovare l'ambiente familiare della filiale di Tokyo. Per quanto mi riguarda, questi aspetti non mi interessano più di tanto, però ho trovato molto valida la storia di Sunao Hikita: un racconto diverso da tutti gli altri per idea e risoluzione. Non è affatto male neanche la novella che vede come protagonisti la studentessa universitaria Michiko Kijimoto e suo padre Kengo; forse un filino pedante, ma con una valida contestualizzazione ed una svolta finale non scontata.

Potrete forse indovinare che le altre due storie non mi siano troppo piaciute. In realtà, il racconto su Hikari Ishimori e la proposta di matrimonio ha il solo difetto di essere troppo zuccherosa da mandar giù; per contro quello di apertura su Monji Kadokura non l'ho per nulla apprezzato, perché concede uno spazio eccessivo al riepilogo delle varie regole ed arriva troppo rapidamente ad una conclusione a malapena abbozzata.

Ritornano poi l'infelice particolarità dei dialoghi, nei quali è sempre ostico capire l'intonazione, e le fin troppo frequenti ripetizioni: se alla pagina X mi hai presentato Tizio identificandolo come il padre di Caio, non è necessario ribadire questa parentela alla pagina X+1! Rispetto agli altri capitoli, credo che ad avermi tanto deluso sia stata la scelta di non sviluppare ulteriormente la storia della famiglia Tokita e non inserire alcun nuovo elemento relativo ai viaggi nel tempo. Peccato, perché questi erano proprio gli aspetti per i quali avevo continuato a leggere la serie, pur trovandola un po' ridondante. In buona sostanza, avrei forse fatto meglio a fermarmi già al terzo libro.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Settembre, 2023
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Ricostruendo un delitto

"Le origini del male" è un romanzo in cui sono incappata quasi per caso mentre sceglievo i libri da acquistare per ricevere in omaggio l'ennesimo plaid realizzato da Feltrinelli. La copertina ha catturato subito la mia attenzione per le sue vibes inquietanti, mentre la sinossi mi faceva pensare a "L'abito da sposo" -letto ed apprezzato lo scorso anno-, inoltre ero curiosa di scoprire come You-jeong avesse gestito il tropo del narratore non affidabile.

L'incipit infatti ci proietta in una situazione decisamente insolita, nella quale il protagonista non ricorda di essere finito: lo studente sudcoreano Han Yu-jin si risveglia nel suo letto completamente sporco di sangue; subito capisce di non essere ferito, ma il quadro non si fa meno preoccupante quando, nell'arco di poche pagine, trova il cadavere della madre sul pavimento della cucina. Da qui inizia una sorta di indagine durante la quale Yu-jin cerca di recuperare i ricordi della giornata precedente, e non solo: deve infatti spingersi sempre più nel passato per capire cosa l'abbia portato a compiere un simile gesto.

La narrazione non segue una struttura familiare ai lettori occidentali, ma si articola in quattro macro-capitoli -lunghi un'ottantina di pagine ciascuno- in cui alla ricostruzione nel presente si alternano dei corposi flashback che permettono di analizzare meglio la storia familiare del protagonista, con particolare attenzione al suo rapporto con Kim Ji-won, la madre sempre in ansia per la sua salute. Viene indagato anche il rapporto conflittuale con la zia materna Kim Hye-won, interessante nonché fondamentale nell'economica della storia, mentre mi sarei aspettata qualcosa in più per quanto riguarda la figura del fratello adottivo Kim Hae-jin, relegato ad un ruolo meno attivo di quanto sottinteso inizialmente.

Lo stesso discorso vale per il padre, morto anni prima ma che avrebbe potuto ottenere un po' di spazio nei flashback, anche solo per mostrare quale fosse la sua opinione in merito ai problemi del figlio. La mancanza di queste prospettive è l'unico difetto concreto del romanzo, anche se personalmente ho trovato discutibile la scelta di tradurre il testo dall'inglese (con il risultato di farci credere che Seul e dintorni siano pieni di luoghi dai nomi molto amerihani) e anche l'inserimento di fin troppi salti temporali: l'impressione è che l'autrice volesse rendere più complessa una trama abbastanza lineare.

Oltre all'ottima analisi delle relazioni familiari del protagonista, rigorosamente disfunzionali e influenzate dalle pressioni sociali, ho trovato ben riuscito il ritratto psicologico di Yu-jin che si delinea pian piano nel corso della narrazione: la premessa crea un ingannevole senso di empatia verso di lui, ma quest'impressione iniziale va scemando mentre il lettore si rende conto delle sue azioni e dei suoi pensieri.

Seppur non sia il focus principale, credo che l'intreccio sia stato pensato con attenzione e, pur procedendo con grande pacatezza, riesca a mettere in scena delle valide svolte narrative. In sostanza, mi sto sempre più appassionando ai thriller asiatici: dopo Yoshida, anche la cara Jeong finisce nella lista degli autori di cui (traduzioni permettendo!) vorrei recuperare un po' tutto.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    04 Settembre, 2023
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Trovasi amore a pagina 30

Anni fa lessi "Pazze di me", un romanzo del quale ricordo a malapena la premessa -soprattutto per merito dell'adattamento cinematografico-, ma nel complesso non devo averlo reputato una lettura atroce perché qualche anno dopo ho acquistato un bind-up con altri tre libri di Bosco. Di certo, anche il prezzo irrisorio deve aver giocato un ruolo chiave in questo mio acquisto impulsivo che mi porta ora, ad anni di distanza, a dover parlare di "Cercasi amore disperatamente".

Non vi saprei dire se questo romanzo abbia una trama vera e propria, e probabilmente non ve lo saprebbero dire nemmeno gli editori visto che la sinossi oscilla tra la vaghezza più assoluta e delle informazioni fuorviante ad essere gentili. Di base seguiamo la trentenne Arianna, una donna che ha passato la sua vita a tentare in ogni modo di contrariare i genitori, dopo aver capito di non poterli rendere orgogliosi; a causa di un evento tragico (o così ci vuole far credere la prosa), Arianna lascia il suo grande amore per tornare a casa e cominciare una nuova vita, nella quale verrà coinvolta nei problemi di amici e parenti nonché in una (e solo una, capito CE?) relazione decisamente tossica.

Le problematiche di questo titolo sono molteplici, e per la maggior parte sono dovute al periodo "storico" in cui è stato scritto ed ambientato: non parliamo di un secolo fa, ma di certo la sensibilità attuale è ben diversa da quella degli anni Novanta. Ecco perché ho trovato irrigante la superficialità con cui si parla di violenza di genere e molestie, nonché le frequenti battute sull'orientamento sessuale e l'aspetto fisico dei personaggi. Ovviamente tutti questi aspetti vengono gettati nella prosa con leggerezza, per poi subito passare alla scena successiva; il risultato non è quello di alleggerire i momenti più drammatici, ma di sfruttare problemi seri solamente per ricavarci delle squallide battutine.

Avrete capito che questo tipo di umorismo non è proprio di mio gusto; ammetto di non aver gradito neanche la narrazione episodica e la prosa del tutto informale, elementi con una loro giustificazione ma che personalmente non riesco ad apprezzare. Sui personaggi preferirei stendere un velo pietoso, perché sono del tutto bidimensionali nella loro caratterizzazione, specialmente gli antagonisti: nulla più che macchiette, e troppo stupidi per essere veri. Allo stesso modo non risulta vera neanche l'ambientazione, in cui ogni cosa è surreale; capisco che tutto sia filtrato dalla confusa prospettiva di Arianna, ma vengono descritte delle situazioni -legate ad esempio alla Legge o al mondo del lavoro- a dir poco inverosimili.

Vista la situazione, spero apprezzerete il mio impegno nel ricercare degli elementi positivi. Possiamo quindi dire che la prosa senza pretese (e vorrei ben vedere!) della cara Federica rende la letture molto veloce. Ho in parte apprezzato anche i tentativi di trasmettere dei messaggi alla fin fine positivi, nonché il sottinteso che l'amore tanto cercato dalla protagonista era quello verso la madre. Su quest'ultima riflessione non metterei però la mano sul fuoco: forse ho voluto leggere tra le righe più di quel che c'era in realtà.

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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    01 Settembre, 2023
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Poveri piatti...

Pur avendo introdotto più di uno spunto interessante, "La sfera del buio" non mi aveva troppo entusiasmato nel suo insieme; per quanto riguarda "La leggenda del vento", l'ho trovato piacevole da leggere ma praticamente privo di contenuto, come tra l'altro mi aspettavo essendo stato inserito nella saga a posteriori. Ho cominciato quindi la lettura de "I Lupi del Calla" con la speranza di veder finalmente procedere con un buon ritmo la trama orizzontale, ma ero allo stesso tempo decisa a mettere un freno alle mie aspettative, già duramente provate dai capitoli precedenti.

Avevamo lasciato i nostri eroi in viaggio sul Sentiero del Vettore, ed è proprio qui che li ritroviamo; in particolare stanno per raggiungere Calla Bryn Sturgis, una cittadina popolata da contadini ed allevatori e funestata dalle incursioni dei Lupi, banditi forniti di armi avveniristiche a caccia di bambini sui quali condurre bizzarri esperimenti. Il gruppo dei pistoleri viene quindi reclutato per opporsi ai Lupi, con il supporto di alcuni tra i cittadini più coraggiosi, oltre ad un volto noto per i kinghiani di vecchia data. Il libro ruota attorno a questo scontro ma è anche utile ad introdurre altre sottotrame, tra le quali spiccano l'urgenza di salvare il terreno sul quale si trova la rosa vista da Jake in "Terre desolate" e le conseguenze per il corpo di Susannah dopo l'incontro con il demone nello stesso libro.

Come forse avrete intuito, questo volume mi è piaciuto ben più di tutti i precedenti; non è di certo un capolavoro -e ai suoi difetti arriveremo-, ma è di gran lunga il meglio strutturato nell'ottica della saga: riesce a contestualizzare moltissimi degli elementi introdotti finora ed a trarne nuovi sviluppi appassionanti. Ad esempio, viene approfondita la sottotrama dell'Iride del Mago, che a sua volta serve ad ampliare il sistema magico alla base della serie. È poi molto bello vedere i protagonisti impegnati per la prima volta in una vera missione da pistoleri, durante la quale possono rinsaldare il loro legame come ka-tet.

Personalmente ho apprezzato anche gli elementi horror, disgustosi al punto giusto ma di certo non adattati a tutti. Piacerà in modo più trasversale la storia raccontata da un "nuovo" personaggio: a differenza di quanto successo con il fin troppo prevedibile passato di Roland ne "La sfera del buio", qui si rimane veramente avvinti e con la curiosità di conoscere tutte le sue traversie, nonostante questo blocchi per un bel po' la narrazione. Vengono inoltre introdotti diversi comprimari decisamente interessanti, che penso sia un vero peccato non aver sfruttato per più di un libro; credo meritino almeno una menzione Tian Jaffords e le Sorelle di Oriza, dei pistoleri mancati a modo loro.

E arriviamo infine al difetto principale di questo volume, strettamente collegato alla trama: la poca sostanza negli eventi raccontati. In pratica, la narrazione si basa su una manciata di scene chiave, diluite in un mare di intermezzi. Intermezzi a tratti anche interessanti, ma che alla lunga mi sono venuti un po' a noia, perché già sapendo dove sarebbero andati a parare i protagonisti e vederli tentennare per pagine e pagine risulta fastidioso. Questa lentezza nel ritmo viene inoltre ripagata con un finale emozionante, ma troppo affrettato per dare modo al lettore di gustarsi del tutto il piano messo in atto dai pistoleri. In poche parole, se sperate di leggere interi capitoli dedicati all'epica battaglia contro i Lupi, dovreste ridimensionare di molto le vostre aspettative.

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