Opinione scritta da Chiara77

230 risultati - visualizzati 51 - 100 1 2 3 4 5
 
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Ottobre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

L'amante del bandito

“Ella rabbrividiva. Le sembrava di aver le gambe pesanti, come da ragazzetta quando l’avevano costretta a calzare le scarpe alte nuove, e desiderava andare a piedi nudi, ritornare scalza, ritornare bambina.”

Marianna Sirca e Simone Sole sono due personaggi apparentemente liberi, che hanno conquistato con fatica questo status. Lei, una donna ormai benestante, senza vincoli familiari, forte della sua solitudine e indipendenza. Lui, un bandito, un fuorilegge che non deve rendere conto a nessuno, soltanto, eventualmente, alla propria coscienza.
Entrambi sono arrivati a questo punto delle loro esistenze non senza sofferenza, non senza aver faticato e attraversato un cammino difficile. Marianna è stata mandata, ancora bambina, a vivere con uno zio prete; ha dovuto rinunciare al calore di una famiglia, alla spensieratezza, alla giovinezza. Simone ha deciso di intraprendere la vita del bandito per estrema insofferenza nei confronti della sua condizione di servo, per il senso di ingiustizia e di rivalsa che gli esplodeva dentro con la consapevolezza di essere completamente misero e senza speranze di emancipazione. Entrambi pensano di essere liberi e padroni del proprio destino finché non si innamorano. Sarà questa passione che svelerà loro che invece liberi non lo sono: sono assoggettati alle regole e alle convenzioni sociali. In particolare Simone, che per sfuggire alla propria condizione è deliberatamente uscito dal contesto legale, se vuole ora riappropriarsi dei diritti che spettano a chi sta dentro alla società civile, come sposare una donna, deve per forza scontare una pena, deve perdere la sua libertà e la sua indipendenza ed affrontare il carcere.
Un romanzo molto lineare nella trama, dalle splendide descrizioni, con il quale Deledda si confronta con la figura del brigante. Ne viene fuori una narrazione lontana sia dal verismo sia dai cliché letterari che presentavano la figura del brigante come avvolta in un’aura romantica e mitica. Qui il protagonista maschile non ha niente dell’eroe; diventa un bandito per sottrarsi ad una condizione di miseria, ma non è un fuorilegge particolarmente cattivo, è solo un ragazzo che cerca di tirare avanti in modo illegale ma non facendo troppo male al prossimo. Quando dovrebbe mostrare davvero coraggio e fare una scelta di vita coerente con i suoi valori, non ce la fa, non ci riesce.
Marianna invece è una figura femminile forte, una donna che difende la sua indipendenza ed emancipazione – ricordo che il romanzo è datato 1915- anche se alla fine deve per forza accettare anche lei la realtà di quel tempo e le regole di quella società.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Storia e biografie
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Settembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

La discriminazione delle italiane

“Le ragazze, oggi, siedono sulle spalle di giganti. Ed è bene che lo sappiano. E che lo sappiano anche gli uomini, fosse solo per ridurre il loro terrore delle donne forti e i loro pregiudizi nei confronti di quelle “devianti”. Serve per scrivere una storia plurale, più complessa, magari contraddittoria, ma senz’altro più completa. Le scrittrici l’hanno raccontata. Tocca a noi, per costruire un presente più consapevole, il compito di inserirle nelle nostre fonti autorevoli e dare ascolto alla loro voce.”

Il saggio di Valeria Palumbo “Non per me sola” ci offre una lettura della storia delle italiane prendendo come punto di partenza i romanzi delle scrittrici troppo spesso senza una degna motivazione, dimenticate. Questo studio quindi inizia dall’analisi delle opere di autrici come Grazia Deledda, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Anna Maria Ortese e molte altre, purtroppo semi sconosciute, per raccontare la difficile condizione della donna in Italia dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni ’80-’90 del Novecento, quando le rivendicazioni dei movimenti femministi hanno trovato una prima applicazione concreta nella società.
Ciò che più emerge dalla lettura di questo interessantissimo saggio è proprio la cruda chiarezza di quanto la donna sia stata discriminata per lungo tempo e di quanta strada le donne italiane di oggi abbiano percorso rispetto a un secolo e mezzo fa. E’ evidente che tuttora sono presenti nella nostra società episodi di violenza sulle donne, discriminazione, retaggi di una cultura maschilista e retrograda, ma, leggiamoci queste pagine per rinfrescarci un po’ la memoria su quello che voleva dire essere donna soltanto un centinaio di anni fa. Palumbo infatti prende come punto di partenza lo studio delle opere delle scrittrici ma compie in realtà una accurata analisi storica analizzando anche fonti giuridiche, statistiche, canzoni popolari, dipinti, che ci restituiscono chiaramente il quadro reale della effettiva condizione femminile nell’Italia ottocentesca e novecentesca. Si tratta di una umanità pesantemente vessata, discriminata, oppressa. Le venivano negati i più basilari diritti politici e civili ed era esclusa dalla sfera pubblica, veniva pesantemente ostacolata negli studi, nel lavoro, nella libertà di movimento, obbligata a subire un destino di solo sacrificio e rassegnazione.
Noi sappiamo tutto questo ma sarà utile leggere queste pagine per acquisire una maggiore consapevolezza della nostra emancipazione. Infatti l’interrogativo che più forte emerge dalla riflessione provocata da questa lettura è: perché le donne hanno accettato questo ruolo subalterno per tanto tempo, perché hanno subito tutta questa sopraffazione così a lungo senza protestare? Spesso noi donne abbiamo talmente introiettato i modelli culturali maschilisti e patriarcali che abbiamo pensato seguendo questi stereotipi senza nemmeno interrogarci sulla loro effettiva bontà.
Alla luce di tutto questo, perché quindi continuare a escludere dal canone degli autori studiati a scuola quasi tutti i nomi delle scrittrici italiane? Potremmo provare ad introdurne qualcuna di comprovata qualità letteraria che, attraverso il suo punto di vista alternativo sul mondo, metta in luce una narrazione storica più inclusiva.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    26 Settembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Attrazione fatale

Tony è un uomo sposato, con una figlia di sei anni. Di origini italiane, ha avviato un’impresa mettendosi in proprio da poco tempo. Trascorre una vita tranquilla e modesta in un paesino della provincia francese. Siamo negli anni Sessanta del Novecento. Unico diversivo alla serena monotonia familiare, le relazioni extraconiugali. Per Tony sono soltanto sesso, le vive con naturalezza, quasi fossero il normale completamento della relazione con la moglie. Considera infatti impossibile e anche da evitare l’appagamento sentimentale coniugato con quello sessuale: da una parte quindi “l’amore” per la brava moglie, madre premurosa, operosa, tranquilla e non desiderata, dall’altra il soddisfacimento della sua libido con altre donne.
Finché un giorno, sfortunatamente per lui, intreccia una relazione con un’amante troppo focosa e appassionata e soprattutto, un po’ fuori di testa. La donna è disposta a tutto per compiere quell’amore carnale e proibito con Tony. Sì, perché, sebbene il quieto e inconsapevole protagonista maschile non riesca quasi nemmeno a comprenderlo, alcuni esseri umani si lasciano trasportare dalle passioni, dalle ossessioni, e se non sono del tutto sani di mente ed equilibrati, possono arrivare a commettere azioni criminali e violente.
Devo ammettere che non sono riuscita ad apprezzare del tutto questo romanzo. Pubblicato nel 1963, “La camera azzurra” mi ha fatto l’impressione di uno scritto datato. Vi è descritta una società e una piccola borghesia che abbraccia valori e prospettive che mi sono sembrati un po’ troppo lontani da quelli attuali. Una società patriarcale e maschilista in cui l’uomo si sceglie una moglie che sa già di non poter apprezzare come partner sessuale ma che “ama molto”. La figura femminile è rappresentata secondo i due estremi opposti cliché di moglie devota, servizievole e noiosa e amante impudica, appassionata e pazza criminale.
Non so, forse ho letto questo romanzo nel momento sbagliato, oppure l’ho valutato sulla base di parametri che in realtà non sono molto attinenti con questa narrazione. Questa storia racconta una passione insana e sfrenata che porterà orrore in alcune esistenze che si trascinavano tranquille nella monotona provincia francese. Un tema che può senza dubbio essere ancora di estrema attualità ma che a me personalmente è sembrato troppo calato in una determinata mentalità arretrata e un tantino fastidiosa. E questo aspetto mi ha impedito di gustare la lettura come avrei voluto.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Settembre, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

"Il mondo taceva mentre noi morivamo"

“Il mondo taceva mentre noi morivamo”

A tutti noi, almeno a quelli che più o meno hanno la mia età, è stato ripetuto quando erano piccoli e facevano i capricci a tavola: “Mangia e non ti lamentare. Pensa ai bambini del Biafra.” Sì, perché attraverso echi di notizie lontane e fotografie di drammatica e crudele realtà riguardanti questo piccolo Stato africano si poteva intuire che cosa significasse avere veramente fame. Ma il Biafra oggi chi se lo ricorda? E sono chiare e conosciute le vicende che hanno portato alla sua nascita e alla sua così veloce dissoluzione? Cosa è stato esserci davvero lì, in mezzo ai bambini che arrostivano topi o che litigavano per una lucertola fritta? E che morivano a migliaia per kwashiorkor? Tra i profughi che dovevano difendersi dai continui bombardamenti aerei, lasciare le loro case, subire violenze e stupri?

Leggere “Metà di un sole giallo” ci aiuta a capire meglio. Pur essendo un romanzo, permette di seguire le complicate vicende che portarono alla guerra civile in Nigeria, con la formazione e dissoluzione del piccolo stato del Biafra, che durò dal 1967 al 1970.

Il romanzo si apre nei primi anni Sessanta nella cittadina universitaria di Nsukka, dove un ragazzino di tredici anni, Ugwu, va a vivere diventando il domestico di un giovane ricercatore, Odenigbo. La narrazione segue tre dei protagonisti di questa storia, oltre ad Ugwu, anche Olanna, la bellissima compagna di Odenigbo e Richard, un inglese che si innamora dell’Africa e dei suoi abitanti e sceglie il Biafra come propria patria. Attraverso le vicende dei personaggi, che si snodano in un arco temporale che va appunto, dai primi anni Sessanta alla fine del Biafra, nel 1970, possiamo immergerci completamente in quell’atmosfera, comprendere le profonde divisioni che interessavano la popolazione nigeriana in quell’epoca, divisioni sia sociali ed economiche che culturali, etniche e religiose, che purtroppo diedero origine ad una sanguinosa guerra civile. Inoltre possiamo anche seguire con un certo coinvolgimento le vicende private dei protagonisti, l’amore, la gelosia, il tradimento, le passioni che li travolgono e che si intrecciano tra loro e con la Storia.

Si tratta di un romanzo in un certo senso epico, che sa raccontare la guerra e l’amore, senza mai diventare banale, patetico o ripetitivo. Complimenti all’autrice.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Agosto, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

"Le donne dovrebbero essere libere"

“L’età dell’innocenza”, pubblicato nel 1920, fu il primo romanzo scritto da una donna a vincere il prestigioso premio Pulitzer per la narrativa.
Vi si narra una tormentata storia d’amore nella New York di circa cinquant’anni prima, ancora lontana sia dalla guerra che dal clima del ruggente decennio dell’età del jazz. La società che viene magistralmente rappresentata da Wharton è un universo chiuso, statico, nel quale i soggetti, tutti ricchissimi e preoccupati soltanto di andare all’Opera o dare una cena di lusso, si conoscono tutti ed interagiscono tra loro interpretando sempre lo stesso ruolo nella ripetitiva commedia dell’esistenza. In questo clima opprimente e soffocante, anche se sostanzialmente fatto di lusso e ozio, Newland Archer, un giovane rampante e intelligente, si affaccia sulla soglia dell’età adulta. Ha avuto alcune relazioni sentimentali ma adesso è in procinto di sposarsi con una ragazza carina ed irreprensibile, prodotto perfetto di quella noiosa ed onorabile società della vecchia New York. Improvvisamente però, in questo ambiente calmo e stagnante, irrompe la presenza di una donna arrivata dall’Europa, costretta a separarsi dal marito, affascinante e diversa da tutte le altre: Ellen Olenska.
Mentre Newland si dibatte fra la necessità di seguire ciò che la tradizione richiede da lui e l’inesprimibile desiderio di andare oltre tutto questo, noi lettori possiamo seguire con interesse crescente come la penna dell’autrice, precisa e tagliente, presenti tutta la situazione. La voce di Newland infatti non sembra la voce di un uomo della sua epoca, ma rispecchia invece molto più probabilmente il punto di vista di Wharton: e questa sua coscienza così progressista sulla condizione femminile ce lo rende senza dubbio amabile. Così Newland ricerca una compagna che sia al suo stesso pari per amarla davvero, ma non la trova in sua moglie. La candida May infatti incarna perfettamente ciò che la società alto-borghese patriarcale e maschilista voleva che fosse una donna, cioè un essere non istruito, senza alcuna altra esperienza amorosa eccetto il marito, senza una propria professione né indipendenza economica, completamente dedita fino al sacrificio nei confronti dei figli e del marito. Tutto ciò non la rende una compagna allo stesso livello dell’uomo con cui confrontarsi.
Newland comprende – e qui è chiaro che parla Wharton e non Newland- che le donne dovrebbero essere libere per essere veramente felici ed esprimere pienamente loro stesse. Invece la vecchia società opprimente e noiosa le condanna ad un destino segnato e, di conseguenza, condannerà allo stesso destino di rassegnazione ed infelicità anche quell’uomo che abbia la sfortuna di comprendere a quale soffocante ingranaggio si trovi inchiodato. Ma, per un uomo, alla fine sarà sempre un ingranaggio d’oro e ricoperto di velluto.

“ In realtà vivevano tutti in una specie di mondo di geroglifici, dove la cosa reale non era mai né detta né fatta e neppure pensata, ma soltanto rappresentata tramite una serie di segni arbitrari; […]”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    17 Agosto, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Una storia d'amore

“Io stesso ero stato troppe volte in pericolo e non lo potevo dimenticare appena era passato: ora volevo una cosa sola in quella camera con il profumo di Helen e degli abiti, col letto e con la penombra. Possederla con tutto ciò che avevo, con tutto ciò di cui ero capace, e l’unica cosa che mi addolorava e infrangeva il sordo tormento della perdita era l’incapacità di possederla ancora più e ancora più profondamente delle possibilità che la natura concede. Avrei voluto stendermi sopra di lei come una coperta, avere mille mani e mille bocche, essere una perfetta forma concava di lei per sentirla dappertutto, senza alcun intervallo, pelle contro pelle, e tuttavia col dolore primordiale di poter essere soltanto pelle contro pelle e non sangue nel sangue, con l’impossibilità di fonderci invece di stare soltanto l’uno accanto all’altra.”

In una Europa sconvolta e imbarbarita dall’odio e dalla violenza nazista e dalla guerra c’è ancora la possibilità di vivere una meravigliosa ed intensa storia d’amore.
Si appresta a scendere la notte a Lisbona, in un giorno del 1942, all’ombra di una nave che sta per salpare per l’America. Due uomini si incontrano per caso: uno dei due ha quasi completamente perduto la speranza di potersi imbarcare e così salvarsi la vita, l’altro ha appena perso invece la ragione che lo spingeva a cercare questa salvezza. Ma adesso sente l’implacabile necessità di raccontare la sua storia. Ha infatti avuto in dono l’incredibile esperienza dell’amore e adesso non vuole che rimanga soltanto nei suoi ricordi; ha bisogno di narrare, di rendere partecipe del sentimento speciale che ha provato e di ciò che ha vissuto almeno un altro rappresentante dell’umanità. E chi può essere più disposto ad ascoltare questa storia di un uomo che condivide lo stesso destino del narratore, un altro fuoriuscito, un altro profugo, un altro fuggiasco che cerca con ostinazione una via di salvezza, che cerca senza quasi più speranze di salire su un’arca, sull’imbarcazione che può rappresentare la possibilità di essere salvi e continuare a vivere? Chissà, forse il narratore offrirà all’ascoltatore qualche altro dono oltre alla sua storia.
Un romanzo intenso “La notte di Lisbona”, che ci catapulta in un tempo che per fortuna sembra lontanissimo, un tempo segnato da odio e violenza e ne mette in risalto l’intrinseca insensatezza. Ci mostra dall’interno la condizione del rifugiato, la precarietà di un’esistenza in fuga continua, la paura, la necessità di saper reagire attraverso l’intelligenza. Ci mostra un mondo caratterizzato da azioni spregevoli e incomprensibili ma anche da gesti estremamente solidali e profondamente umani. Eppure, alla fine, questo romanzo non è la storia, pur drammatica ed avventurosa di profughi durante la seconda guerra mondiale: questo romanzo è il racconto di una storia d’amore, unica, irripetibile e bellissima come sanno essere solo le autentiche storie d’amore.

“ –Bene- sospirò e voltò il viso che posava tra le mie mani come in una coppa. Io stavo seduto e non dormivo. Ogni tanto sentivo le labbra di lei contro le mie dita e mi parve di sentirne le lacrime, ma non dissi nulla. L’amavo molto e pensavo di non averla mai amata, nemmeno quando la possedevo, come in quella sudicia notte tra il rumore di chi russava e lo strano sibilo che fa l’urina cadendo sul carbone. Stavo zitto e il mio io era spento dall’amore.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Agosto, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Laide e non Beatrice

Antonio Dorigo è un professionista affermato di quasi cinquant’anni, vive a Milano negli anni Sessanta del Novecento, è scapolo. Ha sempre considerato le donne come creature irraggiungibili e lontane; si è sempre considerato poco desiderabile, non attraente per le ragazze che veramente gli piacevano. Così per calmare il bisogno fisico dell’amore si concede di andare con le prostitute: spesso giovanissime, belle, disinibite e soprattutto sempre disponibili in cambio di denaro. Finché un giorno, proprio durante uno di questi incontri a pagamento, conosce una ragazzina dai lunghi capelli neri e dal nome certamente significativo a livello letterario: Laide.
E’ facile pensare all’esatto opposto della dantesca Beatrice: mentre la prima conduce il suo amante in Paradiso elevandolo dalla sua condizione terrestre di peccatore grazie alla purezza di un legame platonico, la seconda trascina il suo uomo, noioso borghese, nel vortice di una relazione carnale che gli procura tanta infelicità quanta vita. Laido infatti è qualcosa di sporco, sporco nel senso di immorale, osceno. Proprio quanto può esserci di più lontano dal Paradiso, dalla beatitudine e dall’esaltazione della donna che porta l’uomo su un livello spirituale più elevato. No, Laide trascina Dorigo in una specie di incubo fatto di bugie, gelosia e dolore: il problema è che il nostro ingenuo se ne innamora.
Lui stesso si meraviglia e si sbigottisce di fronte a questo inatteso avvenimento: proprio quando ormai ha un piede dentro la vecchiaia, proprio quando ormai è troppo tardi, anche lui viene travolto da quella sublime energia vitale che sembra muovere tutto l’universo, quella spinta che ci fa senza dubbio comprendere di essere vivi.

“Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo –che bello- e qualcosa di grande entra nell’animo nostro. Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, le montagne, i mari, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora.”

Ma si tratta di una relazione malata, di una passione che, seguendo alla lettera il significato etimologico del termine, porta dolore e sofferenza.
Attenzione però, non è Laide che è oscena, sporca, indifferente alle sofferenze di lui e insensibile: è il loro legame che è sbagliato, fondato su rapporti di potere e soldi, interessi che non hanno niente in comune con il sentimento dell’amore.
Un romanzo, in conclusione, che ha la forza di raccontare una storia apparentemente banale e squallida con la potenza della Letteratura, che la fa quindi diventare universale, commovente, catartica.
Veramente è l’amore che muove il sole e le altre stelle, per quanto la sua realizzazione pratica in una determinata esistenza, in un dato periodo storico e condizione sociale sia così tremendamente difficile da risultare quasi impossibile

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Luglio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Una mancata evoluzione

Giulia Caminito ci consegna un romanzo dalla scrittura potente, dallo stile coinvolgente e particolare.
Fin dalle prime pagine si viene catturati dalla forte espressività della prosa che ci narra la storia di una bambina nata in una famiglia povera, a Roma. L’io narrante è quello della protagonista, della quale conosceremo il nome soltanto verso la fine del romanzo -fra l’altro senza dubbio un nome-ossimoro rispetto alla personalità della ragazza-.
La voce della giovane racconta della sua vita, all’inizio, com’è naturale, in seno alla famiglia, in cui emerge la figura carismatica della madre, Antonia, e in seguito del suo personale percorso di formazione e crescita dalla tarda infanzia al periodo della maturità nell’età adulta. Questa vita scorre in un contesto oggettivamente difficile, soprattutto dal punto di vista economico. Il padre infatti, dopo un grave incidente sul lavoro è rimasto paralizzato: poiché stava lavorando in nero però non ha diritto a nessun tipo di sussidio economico. La famiglia è composta, oltre che dai genitori e dalla protagonista, da un fratello più grande, nato da una precedente relazione della madre e da due gemelli più piccoli. Il comune tarda ad assegnare loro un luogo dignitoso dove vivere e Antonia lotta con tutte le sue armi e le sue forze per ottenerlo e per mantenere con il suo lavoro, anche in questo caso precario e non regolarizzato, tutta la famiglia. Sarà necessario spostarsi da Roma in un paesino in provincia, sul lago di Bracciano, per avere l’illusione di partecipare ad una vita regolare e dignitosa.
Il romanzo si dispiega sugli anni della crescita della protagonista; lei viene spesso messa a dura prova dalla realtà dei fatti e reagisce sempre con cattiveria, impara a difendersi con violenza, reagisce al dolore con aggressività. Diventa la possibilità del riscatto sociale della sua famiglia perché studia con profitto nelle migliori scuole in città, a Roma. Frequenta le stesse lezioni dei ricchi e con risultati migliori a livello di voti. Lo studio però non è presentato nel romanzo come un mezzo di crescita personale, di acquisizione di strumenti critici per osservare la realtà. Non diventa mai una lente che permette di mettere a fuoco valori e prospettive. Al contrario lo studiare della protagonista è mostrato come un atto meccanico che non le fa ottenere niente altro che ottimi voti. E quando la professoressa di italiano del liceo le consiglia, in modo offensivo e fortemente denigratorio, di intraprendere degli studi che le permettano di lavorare e guadagnare presto, vista la sua condizione sociale, la ragazza decide per ripicca di scegliere la facoltà di Filosofia. Continua così con il metodo collaudato e meccanico di uno studio sterile, che non le dà niente in profondità ma le fa macinare esami, rifiutando però, con orgoglioso sdegno, di inserire nel piano di studi quegli esami che le avrebbero permesso di lavorare come insegnante nelle scuole.
Emerge da questo romanzo la grande rabbia della protagonista nei confronti della sua vita e della società. E’ una rabbia però a cui non corrisponde mai un reale desiderio di riscatto: sì, lei reagisce ai soprusi con determinazione, con violenza, con cattiveria, ma è una reazione che tende essenzialmente a distruggere e non a costruire. Si potrebbe pensare ad una evoluzione mancata, una implosione, che lascia nel lettore una sensazione di inquietudine e smarrimento.
Un buon romanzo nel complesso, di cui ho apprezzato particolarmente lo stile.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Luglio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Vite buttate via

“ – Ho scritto anche contro il delitto perpetrato con un pretesto politico, in nome di una patria dove una manciata di persone armate, con il vergognoso sostegno di un settore della società, decide chi appartenga a quella patria e chi debba lasciarla o scomparire. […]
- Ho cercato di evitare i due pericoli che ritengo più gravi in questo tipo di letteratura: i toni patetici, sentimentalistici, da un lato; dall’altro, la tentazione di fermare il racconto per prendere in maniera esplicita una posizione politica. Per farlo, secondo me, ci sono le interviste, gli articoli o i dibattiti come questo.- […]
- Ho voluto rispondere a domande concrete. Come si vive intimamente la disgrazia di aver perso un padre, un marito, un fratello in un attentato? Come affrontano la vita, dopo un delitto dell’ETA, la vedova, l’orfano, il mutilato?”

Xabier, figlio di una vittima dell’ETA, si ritrova ad assistere alla presentazione di un libro durante le Giornate sulle Vittime del Terrorismo e sulla Violenza terrorista a San Sebastiàn. Sta parlando uno scrittore; difficile non cogliere nelle sue parole le parole che userebbe lo stesso Aramburu per presentare il suo celebrato romanzo “Patria”.
“Patria” è senza dubbio un’opera costruita con queste motivazioni di fondo: non si tratta di un testo di approfondimento sull’ETA, ma di un romanzo che getta luce sulla vita quotidiana delle persone che hanno preso parte, volenti o nolenti, all’attuazione dell’uso della violenza a sostegno di una causa ideologica.
Attraverso una narrazione fatta di frasi e capitoli brevi e concisi, che alternano il punto di vista di vari personaggi appartenenti a due famiglie di origini basche, nell’arco temporale che va all’incirca dagli anni Ottanta del Novecento al 2010/11, l’autore ci racconta una vicenda che è profondamente radicata nel territorio basco ma che potrebbe interessare anche altre realtà, tutti quei luoghi in cui sono state fatte delle scelte di usare la violenza per motivazioni politiche.
Il lungo romanzo di Aramburu, in grado di mantenere sempre alta l’attenzione e il coinvolgimento del lettore grazie all’uso sapiente dell’alternarsi dei piani temporali e della scelta stilistica di usare un linguaggio immediato e fortemente espressivo, sembra accompagnarci proprio in questo tipo di riflessione: cosa può provocare un atto così inumano ed estremo come quello di scegliere deliberatamente di assassinare delle persone? L’atto è giustificato da motivazioni ideologiche ma questo cambia qualcosa in quella vita stroncata? E in quella dei suoi familiari? In fondo, anche gli assassini sono in primo luogo delle persone, degli esseri umani, magari arrivati a un atto tanto estremo per ragioni abbastanza banali, spinti da impulsività, ignoranza, immaturità. E le vittime? Come si presenta la storia personale e familiare di un uomo assassinato in nome di un teorico ideale?
In “Patria” possiamo leggere, grazie alla letteratura, una storia possibile in risposta a questi interrogativi. Una vicenda coinvolgente, che racconta come la quotidianità di due famiglie, inizialmente legate da una forte amicizia, sia stata sconvolta per sempre dal fatto tragico che un componente di una di queste famiglie viene ucciso dall’ETA, mentre nell’altra famiglia uno dei componenti è entrato da tempo a far parte della stessa organizzazione terroristica. La storia e la lotta armata entrano nelle vite dei protagonisti e noi li seguiamo nella tensione, nel dolore e nella ricerca del perdono e della pace.
Sicuramente un ottimo romanzo, che ha meritato il successo ottenuto. Da leggere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Tornare a casa

Glory e Jack, due degli otto figli del reverendo Boughton, sono di nuovo a casa, a Gilead. Sono gli unici figli che, in qualche modo, non si sono realizzati nella vita adulta, non hanno un lavoro stabile, una posizione sociale salda, una loro famiglia regolare.
Glory è la più piccola di casa Boughton, è sempre stata una ragazza intelligente e devota, troppo ingenua e sensibile però, così si è lasciata ingannare e illudere. La sua vita sembra essere pervasa dai rimpianti.
E Jack… Jack invece è la pecora nera, il figlio ribelle, scapestrato, colui che si è sempre comportato male e ha deliberatamente voltato le spalle alla sua famiglia.
Adesso sono tornati, in quella che un tempo è stata la loro casa, l’ambientazione della loro felicità infantile, ad occuparsi dell’anziano padre.
Un romanzo profondamente intimistico, intriso di malinconia e di riflessioni esistenziali e religiose. La scrittura di Robinson riesce ad accompagnarci lungo i sentieri di emozioni e sensazioni estremamente familiari ma alle quali è molto difficile dare voce.
Il senso di frustrazione di Glory, di calma tristezza per tutto quello che non c’è stato nella sua vita, un’esistenza fatta di promesse non mantenute.
Il senso di colpa di Jack, il suo sentirsi inadeguato, l’ombra rispetto alla luce della sua famiglia, il tormento continuo dato dall’essere consapevole di non stimarsi e di non riuscire a cambiare.
Queste, in sintesi, le coordinate che danno vita ad una narrazione estremamente lenta, tesa a scandagliare due anime inghiottite dalla loro solitudine.
Ho trovato questo romanzo meno riuscito rispetto a “Lila”, i personaggi mi sono sembrati eccessivamente statici e troppo ripiegati su loro stessi.
In ogni caso siamo di fronte ad una lettura densa di calma malinconia, che mette in luce ciò che si trova sotto la superficie di molte esistenze e che la penna di Marilynne Robinson riesce a descrivere benissimo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto o vuole leggere "Lila" e "Gilead".
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Oltrepassare il confine

Dopo aver – finalmente - letto anch’io questo classico fra i classici della letteratura cosa posso esprimere con la mia modesta opinione che non sia già stato scritto in fiumi di pagine da illustri critici e lettori? In ogni caso scriverò qualche parola anch’io su “Delitto e castigo”, semplicemente per condividere questa esperienza di lettura, che mi è sembrata significativa.
Raskòl’nikov è uno studente universitario povero; di una povertà che gli ha fatto perdere la dignità, una povertà di cui lui non si sente responsabile ma che subisce con frustrazione e rabbia. Ritiene che la società gli abbia fatto dei torti, si sente profondamente umiliato dalla sua condizione, vorrebbe di più. Si considera infatti non solo un uomo che meriterebbe il successo, ma proprio un uomo al di sopra degli altri, in virtù delle sue qualità e caratteristiche; si autovaluta più intelligente, più giusto, più forte degli altri. Questa convinzione gli insinua nella testa un’idea, l’idea che uno come lui possa elevarsi dalla mediocre condizione in cui normalmente rimangono impantanati gli altri e fare tutto, qualsiasi cosa. Uno come lui può sostituirsi anche a Dio – ammesso che un Dio esista- e decidere chi può vivere e chi può morire. Può compiere quindi un orrendo atto di violenza, anche uccidere un suo simile e continuare a vivere tranquillamente la propria vita, in virtù di questa sua conclamata eccezionalità.
Ebbene, nelle circa 700 pagine in cui si dipana il romanzo, Dostoevskij ci racconta il fallimento di questo progetto così grandioso, ma anche, come possiamo facilmente intuire fin da subito, così assurdo.
Come può un essere umano, anche dotato e intelligente, attraversare quella linea di confine che separa il far parte dell’umanità e quindi accettare implicitamente il diritto alla vita delle altre persone, dal tirarsene fuori, dall’andare oltre?
Seguiamo Raskòl’nikov nel suo progetto visionario, nel suo fallimento, nella sua incapacità di sostenere un tale peso, il peso di potersi elevare ma anche distaccare, esternare dall’altra umanità. Questo sembra essere veramente impossibile. E’ impossibile recidere tutti i legami, è impossibile attraversare davvero quella linea di confine, perché, pur ritenendosi diverso, migliore, anche un super uomo rimarrà parte di quel gruppo da cui si vorrebbe distaccare. La sua natura sarà sempre quella di un essere umano.
Raskòl’nikov è un personaggio scomodo, ma estremamente riuscito. Nel romanzo si avvicendano molti altri personaggi significativi: Sonja ad esempio, che sembra essere un po’ il corrispettivo di Raskòl’nikov. Lei è costretta dalla necessità a compiere azioni moralmente discutibili, ma rimane innocente nell’anima e per questo sarà l’unica in grado di far riflettere il nostro protagonista.
E a fare da sfondo a queste complicate vicende, una san Pietroburgo che allo stesso tempo attrae e respinge; costruita su una palude, quindi sull’acqua, ma un’acqua torbida e stagnante come il cuore e la coscienza di Raskòl’nikov.
In conclusione quindi, un romanzo cupo e profondamente triste, denso di significati simbolici e filosofici tali da renderlo una lettura sicuramente imprescindibile per qualsiasi persona che si interessa di letteratura. Ultima annotazione e consiglio: non aspettate tanto quanto ho fatto io a leggere questo romanzo, perché il fatto che sia così celebre e noto mi ha purtroppo in molti punti un po’ rovinato il piacere della lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Agli appassionati di Letteratura
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    15 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Amica Artificiale

Ancora un romanzo distopico l’ultimo uscito di Ishiguro dopo l’assegnazione del Premio Nobel del 2017. “Klara e il sole” è uno scritto coinvolgente, che sa trattare con incisività tematiche molto attuali e interessanti e allo stesso tempo sa emozionare e catturare il lettore.

Klara è un androide femmina che, dall’interno di un negozio specializzato, aspetta pazientemente di essere comprata da un bambino/adolescente per diventare la sua Amica Artificiale. Un giorno una ragazzina con evidenti problemi di salute si avvicina alla vetrina e sembra non volere nient’altro che Klara.

Mentre ascoltiamo dalla voce narrante della stessa androide la storia della sua esistenza siamo portati a chiederci se la nostra Klara sia veramente una creatura dell' Universo. E la risposta, seguendo le sue parole così ingenue e sincere, non può che essere un sì. Certo, Klara è una creatura come tutte le altre che popolano questo mondo – o meglio, che popolano quel futuro mondo immaginario ma probabilmente non così lontano- che, a modo suo, vive, spera, prega, invecchia e soprattutto ama ed entra in relazione con chi le sta intorno.
Non c’è dubbio che Klara sia viva: chi l’abbia creata e perché può aprire interrogativi etici inquietanti, ma Klara, in quel mondo distopico, forse non così distante dal nostro, indubbiamente vive.

Si tratta di un romanzo che sicuramente verrà paragonato a “Non lasciarmi” dello stesso autore: in effetti è costruito in modo simile, racconta infatti una storia emotivamente coinvolgente per dare modo al lettore di aprirsi a riflessioni di carattere etico e morale più profonde. In ogni caso non l’ho trovato assolutamente ripetitivo o noioso, la vicenda di Klara è nuova, affascinante ed autentica di per sé.

Infine, un ultimo apprezzamento per il modo del tutto efficace con cui Ishiguro ha dato voce ad un androide, che risulta credibile e realistico. Sarà difficile dimenticare questa amica così speciale.

“ – Mr Capaldi pensava che dentro Josie non ci fosse niente di tanto speciale da non poter essere proseguito. Diceva alla Madre che aveva cercato dappertutto e non l’aveva mai trovato. Ma adesso credo che non cercasse nel posto giusto. C’era invece qualcosa di molto speciale, ma non era dentro Josie. Era dentro quelli che l’amavano.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
"Non lasciarmi" dello stesso autore.
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Giugno, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

"E ora era finita, doveva morire!"

Tutti sappiamo che dobbiamo morire, è un fatto conseguente semplicemente al fatto di essere nati. Ogni essere umano lo sa, ma trovarsi faccia a faccia con la morte è difficile, è un qualcosa che vorremmo negare in qualsiasi modo, rimandare o ignorare. Si tratta di un evento che è bene che stia il più lontano possibile da noi, sembra suggerire l’istinto di sopravvivenza.
Tolstoj invece ci consegna questo lungo racconto narrando – in una maniera notevolmente realistica e per questo, in alcuni punti, davvero toccante- gli ultimi mesi di vita di un uomo.
Ivan Il’ic è un giudice rispettabile, di mezza età, una persona perbene, onesta, ordinaria, che trascorre i suoi giorni appagando i suoi piccoli desideri quotidiani. Pensa di avere ancora molto tempo a disposizione e vive una vita tranquilla ma vuota e priva di significato profondo. Ivan Ilic potrebbe rappresentare chiunque di noi; forse è per questo che il testo risulta così scioccante nel suo realismo.
Infatti, un giorno come un altro, arriva la Morte. Arriva da lontano e lo prende lentamente, non in un colpo solo: egli raggiunge quindi in un modo straziante la consapevolezza che il suo tempo è scaduto. Ivan Il’ic si rende conto che presto morirà e noi lettori lo seguiamo nel suo percorso di riflessione, di disperazione e di abbandono finale. Lo seguiamo in quel passaggio che nessuno vorrebbe intraprendere e che sembra mettere in luce tutta la falsità e ambiguità che caratterizza la vita e le nostre relazioni. Con la chiarezza che ci dà la consapevolezza che il nostro tempo è finito, cosa possiamo apprezzare davvero? Ecco che tutto quello che prima sembrava riempire l’esistenza, il trascinarsi stanco di giornate laboriose ma insignificanti, i piccoli banali piaceri da accostarvi per alleggerirle, le relazioni basate sulla consuetudine e sulle regole ma prive di sentimento, tutto questo si rivela senza senso e rende il momento del trapasso ancora più doloroso.
In conclusione quindi, questa opera breve di Tolstoj può darci la possibilità di fare una riflessione scomoda e crudele ma anche credibile e, forse, necessaria.

“Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Gli venne in mente che i suoi timidissimi tentativi di ribellione contro ciò che la gente dell’alta società considerava buono, tentativi appena abbozzati, ch’egli si era sempre affrettato a reprimere, potevano essere quelli autentici, e tutto il resto, errore. Il suo lavoro, il suo modo di vivere, la sua famiglia, i suoi interessi mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    16 Mag, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Tutto ciò che possiamo pensare è un tipo di verità

La signora Duszejko vive da sola sul limitare della foresta che segna il confine tra Polonia e Repubblica Ceca, sull’Altopiano circondato dalle Montagne Argentate che delimita la Conca di Klodzko.

In questo luogo solitario, battuto dal vento in estate e sommerso dalla neve in inverno, la donna trascorre le sue giornate compilando oroscopi, bevendo tè nero e cercando di resistere ai suoi improvvisi e misteriosi Disturbi. Ha alcuni selezionatissimi amici, in particolare un giovane appassionato della poesia di Blake e il suo vicino di casa, ordinatissimo e pulitissimo, che lei chiama affettuosamente Bietolone.

Una volta alla settimana la signora Duszejko si reca nel vicino villaggio dove insegna inglese ai bambini della scuola primaria.

La narrazione si apre con un evento violento e drammatico: la morte improvvisa dell’altro vicino di casa, cacciatore di frodo e gran brutta persona. Da questo momento in poi si susseguono diversi omicidi; le vittime sono tutte cacciatori, tanto che lentamente emerge nella mente della signora Duszejko una teoria tanto assurda quanto possibile, verosimile, concreta: sono gli Animali a volersi vendicare di questi uomini cattivi.

La nostra narratrice ci accompagna nel racconto di questi mesi, alla fine dei quali, fra traduzioni di Blake, incontri con diverse forme di vita umana e animale e svariate comunicazioni alla Polizia, al lettore viene rivelato chi è in realtà l’assassino dei cacciatori.

Olga Tokarczuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2018, confeziona un romanzo accattivante nelle premesse: una protagonista eccentrica e, apparentemente, simpatica, un’ambientazione intrigante, personaggi ricchi di umanità pur stando ai margini della società. Tutto questo però è soltanto l’involucro, l’essenza di questa storia è ben diversa: si tratta di una storia in realtà tristissima, che svela tutta la sofferenza, la solitudine e la bruttezza che si nasconde nella natura umana. E il “sugo di tutta la storia” lo si comprende soltanto alla fine, a lettura ultimata.

Un boccone apparentemente appetitoso ma che, quando viene masticato, rivela tutto il suo spiacevole sapore amaro.

“ […] E penso che coincida con una mia Teoria. Ritengo infatti che la psiche umana sia nata per tutelarci dal vedere la verità. Per non consentirci di scorgerne direttamente il meccanismo. La psiche è il nostro sistema di difesa: si adopera per non farci mai comprendere ciò che ci circonda. Si occupa principalmente di filtrare le informazioni, sebbene le possibilità del nostro cervello siano enormi. Perché quel sapere non sarebbe sostenibile. Ogni minima particella del mondo si compone infatti di sofferenza.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

I nostri legami imperfetti

Jacopo ha trentun anni, lavora ai servizi sociali del Comune ed ha una voragine al posto della vita sentimentale. La situazione peggiora quando sua madre viene ricoverata in una clinica dopo essere stata trovata a vagare in stato confusionale vestita da sposa. La degenerazione del suo sistema nervoso rende necessaria una degenza in quella clinica per persone non più autosufficienti.

Il racconto di Jacopo quindi si dispiega alternando piani temporali del passato, in cui si rievocano suoi episodi dell’infanzia e dell’adolescenza, a momenti del suo presente. Dal passato di Jacopo emergono ricordi impressi di densa malinconia: una famiglia mancata, la quotidianità vissuta in un quartiere degradato di Napoli, il Rione delle mosche, occupando un appartamento in modo abusivo, le prime fallimentari esperienze amorose. Su tutto questo mare di solitudine e tristezza affiora, come una barca sulla superficie dell’acqua, la figura carismatica e problematica della madre: una donna bellissima e profondamente legata al figlio, ma anche una persona estremamente complicata, con serie difficoltà a mantenere relazioni stabili e mature, probabilmente già segnata dalla malattia dell’Alzheimer.
Nel presente Jacopo ha un’occupazione stabile, ha sensibilmente migliorato la sua condizione sociale, ma continua a vivere un’esistenza segnata da un inquieto sconforto, caratterizzata da relazioni superficiali ed inappaganti.

Un romanzo profondamente malinconico ed intimistico, in grado di scavare sotto la superficie degli avvenimenti per proporre una riflessione su questi nostri legami imperfetti, su queste nostre famiglie disfunzionali, sulla profonda frustrazione e infelicità che permea così tante delle nostre esistenze e relazioni. Mi ha ricordato, per certi aspetti, lo stile di Lorenzo Marone degli esordi, con la narrazione di storie di personaggi solitari che cercano di afferrare un contatto con il prossimo. Ho letto molti commenti su questo romanzo che ne denotano l’ironia; la stessa fascetta riporta una frase di Viola Ardone che dice: “Un racconto di graffiante bellezza e di spietata ironia”. Devo ammettere che io non sono riuscita a cogliere l’ironia di questo testo; se pure c’è in alcuni passaggi, mi è sembrata particolarmente amara.
Ho percepito invece una profonda tristezza che emerge dalle pagine, sostenuta da una scrittura trasparente e diretta.

In conclusione, un romanzo in grado di suscitare nel lettore una certa empatia verso il protagonista e un discreto coinvolgimento nei confronti della narrazione, nel complesso una lettura piacevole e di buona qualità letteraria.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

L'amore mancato

Sensazioni di delicata malinconia, triste nostalgia e rimpianto scaturiscono dalla lettura del romanzo di Mario Tobino, “Il perduto amore”.

Il tenente Alfredo e la contessina Romana Augusta Ludovici, chiamata Dedé dagli affetti, si conoscono in un ospedale da campo in Libia, durante la seconda guerra mondiale. Lei è una privilegiata che ha scelto di fare la crocerossina per vivere un’altra avventura; bella e molto consapevole del suo fascino, è altrettanto fredda e calcolatrice. Lui invece è un giovane intelligente e appassionato, ha conosciuto i veri orrori della guerra, si rende perfettamente conto delle nefandezze e contraddizioni del regime; è un medico con il sogno segreto di fare Letteratura.
Fra i due avviene quel mistero che non è dato comprendere né spiegare, nasce l’amore. E’ un sentimento forte, che li coinvolge entrambi e dai luoghi di guerra della Libia li segue al loro rientro in Italia.
Ma in Italia Dedé non ha la lucidità di afferrare ciò che la sorte le ha regalato; non riesce a comprendere subito l’unicità, la preziosità di quel sentimento.
L’amore non è un bene che si compra al mercato: è vero, persone al mondo ce ne sono tante, le possibilità di trovare un marito ricco e con un’eccellente posizione sociale sono innumerevoli per una ragazza giovane, molto bella e aristocratica. Ma l’amore è un sentimento misterioso, sconvolgente e imprevedibile: non si può scegliere di chi innamorarsi, l’amore accade, è inutile cercare di inquadrarlo in impensabili calcoli razionali.

“ Fino ad allora tutte le volte che era stata abbracciata, ricevuto infuocate richieste, stretta nei balli, baciata col suo mezzo consenso, non aveva mai vibrato, non aveva ricambiato, non aveva sentito nulla, solo stupita spettatrice. […]
Mentre invece con Alfredo, subito, e sempre di più, le era successo un languore, un piacere, le ore passavano tra le sue braccia come troppo brevi minuti, e si sentiva un’altra, non si interrogava ma si sentiva viva, beatamente viva. Era questo l’amore? La felicità?”

Un romanzo delicato e malinconico, l’ennesimo sull’amore mancato. E’ come se la letteratura prediligesse queste narrazioni, come se le storie d’amore più adatte da essere raccontate fossero proprio queste, dove la felicità che dà l’amore non viene afferrata mai, dove l’opportunità di vivere la vita intensamente e con pienezza viene sempre per qualche più o meno condivisibile motivazione, rifiutata.

Forse amare davvero, donarsi davvero, fa troppa paura. O forse è più facile rispecchiarsi nel dolore e nel fallimento che nella realizzazione della felicità. Chissà, probabilmente quella felicità che nasce dall’amore romantico, per sua stessa natura immensa ed intensa, è anche effimera, e si realizza pienamente solo in un meraviglioso istante.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Le notti bianche
Zio Vanja
Il giardino dei Finzi Contini...
In generale storie di amore mancato
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Libri per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    18 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

In viaggio verso la serenità

“Guardo il fiume ed è passato un tempo interminabile.
Sono una libellula sull’acqua, leggera. Volo in questo tempo sospeso sul fiume. Con tanto rumore dentro, eppure senza far rumore. Piena d’aria e proprio per questo, vuota. Libera dal dolore. Dalla felicità. Da quello che penso di dover essere. Da quello che penso debba essere il mondo.”

Un romanzo intenso e poetico. È un peccato che sia confinato nella letteratura per ragazzi.

Scritto con un linguaggio fluido e allo stesso tempo lirico, ci accompagna nella seconda avventura di Bianca e di Siria-Maria. Due donne, una giovanissima e l'altra anziana, segnate dalla vita, che cercano il loro pezzettino di serenità, di cielo limpido e di acqua pura in cui lavare le loro ferite. A volte l'impossibile si realizza, l'importante è non soffermarsi troppo a pensarci su. Se hai bisogno di andare, vai. Spesso la meta del viaggio è il viaggio stesso e le persone che incontri percorrendolo.

Consigliato a tutti, non solo ai ragazzi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Poesia straniera
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    18 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Riconciliamoci con la poesia

In questo mese di marzo, dedicato alla poesia, vorrei scrivere due parole per ricordare la grandissima poetessa Wislawa Szymborska. Soprattutto vorrei utilizzare questo spazio per dare risalto e un minimo di visibilità alle sue imperdibili poesie. Come affermò qualche anno fa Roberto Saviano in una nota trasmissione televisiva, Szymborska “è una poetessa che rimette al mondo le parole”, è una poetessa che riesce a farti riconciliare con la poesia. Sono completamente d’accordo.

Leggiamo poesie per farci suggestionare dalla musicalità, dal ritmo, dalla particolarità delle parole, per farci trasportare, dalla parola scritta, attraverso un percorso di sensazioni ed emozioni, in territori di riflessioni e conoscenza nuovi.

A volte tuttavia bisogna riconoscere con onestà che la poesia può allontanare; quando le parole entrano in una torre bellissima, originale ed architettonicamente perfetta ma dove è vietato l’accesso a tutti, eccetto a quei soliti due o tre che hanno la fortuna di abitarci, quindi l’unica possibilità è ammirare la torre da un luogo lontanissimo, se riesci a scorgerla sei fortunato. Ecco, le poesie di Szymborska sono esattamente il contrario. Le poesie di Szymborska sono una casa accogliente e confortevole che ti invita ad entrare, ti invita a restare e a usufruire di tutte le sue comodità.

Quando una poetessa riesce a scrivere con semplicità ed ironia di temi grandissimi, riuscendo a dire quasi sempre qualcosa che ci tocca in profondità, soprattutto facendosi sempre capire, a quel punto quella poetessa compie il miracolo: ti riconcilia con il desiderio di leggere poesie. Quindi, prendete questa raccolta, apritela e leggete. Leggete e riconciliatevi con la poesia. Leggete e riprendetevi la meraviglia, l’emozione, la suggestione e la riflessione che sa dare leggere poesia.

“Qualche parola sull’anima

L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.

Giorno dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.

A volte
nidifica un po’ più a lungo
solo in estasi e paure dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.

Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valigie
o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
e anche questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno alla chetichella.

E’ schifiltosa:
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
E’ presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessuno li guarda.

Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Marzo, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

La difficoltà di essere giovani

“La giovinezza è un’arte, ci vuole tempo per acquisirla. Parecchi anni dopo sono finalmente diventata giovane.”

Come spesso accade con i romanzi di Amélie Nothomb, il poco tempo necessario alla lettura è inversamente proporzionale a quanto il breve scritto possa risultare spiazzante.
La protagonista di “Gli aerostati” è Ange, una studentessa di filologia all’Università di Bruxelles. Appena entrata nell’età adulta, si crogiola in quella condizione dolce-amara di solitudine e libertà che caratterizza spesso questo momento di passaggio. E’ soddisfatta dagli studi che ha scelto, che la interessano e la appassionano, ma non ha delle relazioni soddisfacenti nella sua nuova vita a Bruxelles. La sua coinquilina è una persona un po’ particolare, con la quale è molto difficile instaurare un legame, gli altri studenti sembrano ignorarla completamente.
Ange, per guadagnare qualcosa, decide di pubblicare un annuncio per offrire lezioni private di letteratura francese e grammatica agli studenti delle superiori. E’ così che conosce Pie, un ragazzo di sedici anni completamente disinteressato alle discipline umanistiche e letterarie e del tutto incapace di instaurare legami significativi con altri esseri umani.
Nel romanzo si parla di problemi di dislessia da parte di Pie. Su questo punto specifico ritengo che l’autrice, se non ha trattato l’argomento in questo modo volutamente per realizzare una qualche metafora sull’impossibilità di leggere e decifrare i segni della nostra esistenza, ha dimostrato molta superficialità e completa ignoranza della questione. Nothomb infatti liquida il noto disturbo specifico dell’apprendimento come scarso interesse verso la lettura e la letteratura, e sinceramente al giorno d’oggi non credevo ci fossero ancora molte persone che si approcciano al problema in questo modo, figuriamoci una scrittrice di successo.
Pie infatti, guidato dal fascino della giovane insegnante, inizia a leggere con passione e velocità grandi classici e capolavori della letteratura mondiale, superando magicamente qualsiasi oggettiva difficoltà, per poi disquisirne in modo brillante con Ange.
I due sono entrambi molto soli e Pie in particolare ha difficoltà ad interagire nel mondo reale. Ange quasi risplende in questa sua dimensione di studiosa solitaria e libera che viene disprezzata dai coetanei ma amata da persone di età diverse dalla sua.
Infine ci troviamo gettati in una conclusione alla Nothomb, sorprendente: ci prende in contropiede, ci cattura e ci fa pensare e ripensare a questo breve romanzo anche dopo che lo abbiamo finito di leggere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi apprezza lo stile Nothomb
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Febbraio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

La stanchezza di vivere

Un romanzo che ci pone davanti ad una profonda stanchezza di vivere, questo “Chiaroscuro” di Raven Leilani. Se pensiamo che la protagonista ha solo ventitré anni, possiamo assaporare fino in fondo il retrogusto piuttosto amaro che si nasconde in questa narrazione.

Edith è giovane ma già profondamente sola; usa il sesso per colmare il senso di vuoto che contraddistingue la sua vita. In una New York frenetica e indifferente lei è afroamericana, orfana, donna. Sembra incapace di continuare a lottare in una battaglia in cui ha già perso in partenza, sembra troppo stanca per volere davvero aspirare alla felicità. Non ha la forza per venir fuori dallo squallore in cui si è trovata e sembra voler semplicemente sopravvivere. Spesso, rivolgendosi a se stessa, si ripete che è felice di essere viva, ma è evidente che questo mantra di auto convincimento è poco efficace. In parallelo infatti emerge dal suo flusso di pensieri il concetto che se fosse morta sarebbe tutto molto più semplice.

Mentre cerca un salvagente negli incontri sul web conosce Eric, un uomo che ha il doppio dei suoi anni ed è sposato. Quando Edith perde il lavoro e si trova in gravi difficoltà economiche, il regno della possibilità che siamo abituati ad associare all’America rivela invece il suo lato più oscuro. Semplicemente la società in cui Edith vive è del tutto indifferente alla sua sorte, gli unici che le rivolgono attenzione sono appunto il suo amante, Eric, e sua moglie Rebecca. Quest’ultima decide di ospitare Edith nella loro casa coniugale, di offrirle vitto, alloggio e un po’ di soldi. Lo fa essenzialmente per desiderio di controllo all’interno della relazione disfunzionale con il marito. Eric e Rebecca hanno adottato una figlia afroamericana, Akila, di tredici anni, che riesce ad instaurare un qualche tipo di legame con Edith.

Si tratta quindi di una lettura che definirei, in conclusione, un pochino disturbante nel suo mettere in luce lo squallore diverso di esistenze diverse. Tutte caratterizzate da un forte senso di solitudine, di incapacità di realizzare legami profondi con gli altri, soffocate da eccessivo individualismo, in un vuoto dove sembrano fare la differenza soltanto i beni materiali. Un romanzo, in ogni caso, riuscito, proprio perché questa tristezza e stanchezza di vivere che vi viene rappresentata emerge con nitida chiarezza.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Una commedia?

Liubov Andreieivna Ranievskaia torna in Russia con sua figlia Ania, dopo aver soggiornato per un lungo periodo a Parigi.
Ritorna nella sua casa natale, ritrova, in una danza di emozioni crescenti, le stanze dove ha trascorso la sua infanzia e soprattutto rivede il meraviglioso e immenso giardino dei ciliegi che circonda la proprietà.
Liuba, che cela nel suo nome l’etimologia della parola “amore”, non ha avuto una vita semplice. Viene definita dal suo stesso fratello come una donna poco seria; e questo perché non si è mai concretamente interessata alle questioni materiali ma si è come dispersa alla ricerca di quella felicità che può portare solo l’amore.

“ Liuba: Oh, i miei peccati… Io ho sempre buttato via i soldi senza ritegno, e ho sposato un uomo che non sapeva far altro che debiti. Mio marito è morto di champagne – beveva da far paura – e per mia disgrazia mi sono innamorata di un altro, ho ceduto, e proprio in quel preciso momento – e questo è stato il mio primo castigo, una mazzata in testa – ecco che lì nel fiume… si è annegato il mio bambino, e io me ne sono andata all’estero, andata via proprio per non tornare più, non vedere più quel fiume… Ho chiuso gli occhi, sono fuggita, come un’indemoniata, e lui dietro… spietato, brutale. […]”

Liuba e il fratello Gaiev fanno parte del ceto dei ricchi possidenti russi, siamo nei primissimi anni del Novecento, la servitù della gleba è stata abolita nel 1861.
Cechov rappresenta questi proprietari terrieri come una classe sociale sulla via della decadenza, Liuba non ha assolutamente la capacità di far fronte in qualche modo alle difficoltà economiche che le si presentano davanti. E’ solo in grado di crogiolarsi in sentimenti di dolce nostalgia, in sogni effimeri, in poetici voli dell’immaginazione. Ritiene volgare e gretto doversi preoccupare di problemi economici. Sarà Lopachin, un servo che è stato capace di emanciparsi che invece approfitterà della situazione e trarrà vantaggio dall’inconcludenza di quelli erano stati i suoi ricchi signori.
Un personaggio che sicuramente getta luce interpretativa sull’intera opera è Firs, l’anziano servitore della famiglia, colui che ha accudito Liuba e Gaiev fin da quando erano bambini e che, incredibilmente, viene dimenticato nella casa ormai vuota dai suoi padroni che se ne vanno via. Mentre si sente l’inquietante rumore della scure che abbatte uno dopo l’altro gli alberi del giardino dei ciliegi, a Firs non rimane che esclamare con triste meraviglia: “Chiuso. Partiti… Di me si son dimenticati… Non importa… io mi siedo qui… E vuoi vedere che sua signoria non ha neanche messo su la pelliccia, è partito col soprabito… Io non ci ho pensato… Gioventù scriteriata! La vita è passata, e io è come se non l’ho vissuta.[…]”
Nel teatro di Cechov è difficile dare una definizione univoca e precisa delle sue opere ed “Il giardino dei ciliegi” non fa eccezione: si tratta davvero di una commedia?
In realtà leggendo o vedendo rappresentata questa pièce dobbiamo considerare che la ricerca del nostro autore consisteva essenzialmente nel meravigliarsi del quotidiano e cercare di rappresentarlo nelle sue opere. Ecco perché il teatro di Cechov è caratterizzato da una trama quasi evanescente, dalla quale emerge, più che forte comicità o tragicità, quel senso di malinconica e poetica ineluttabilità che spesso è proprio della vita reale.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consiglio, oltre alla lettura, di assistere alla rappresentazione teatrale.
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Gennaio, 2021
Top 50 Opinionisti  -  

Cercando la verità

E’ la mattina di sabato 19 settembre 1931, a Monaco splende un caldo sole autunnale, quando al commissario Sigfried Sauer viene affidato un incarico molto delicato. Deve indagare su una morte violenta, avvenuta nelle ore precedenti, in un’abitazione a dir poco molto in vista, esattamente nell’appartamento dove abita il leader del partito nazionalsocialista, Adolf Hitler, in Prinzregentenplatz numero 16.
Il crimine violento su cui il commissario Sauer e il suo collega e grande amico commissario Helmut Forster, detto Mutti, devono indagare, riguarda la morte della nipote di Hitler, Angela Maria Raubal, chiamata affettuosamente Geli.
La ragazza era giovane, bella, vivace e seducente, e Hitler non se ne separava quasi mai, infatti la faceva vivere nel suo appartamento. Era uno zio e un tutore molto attento e affezionato … Oppure il legame fra Geli e il capo dei nazisti nascondeva qualcos’altro? Qualcosa di torbido, oscuro, forse addirittura era una relazione sporcata dall’ombra dell’incesto e di strane perversioni?
Sicuramente l’indagine per il commissario Sauer non si presenta semplice da svolgere: il fatto in sé sembra inizialmente poter essere soltanto un suicidio, ma ben presto l’investigatore si trova invischiato in macchinazioni politiche, false piste, rimescolamento di prove, catena di sospetti suicidi che interessano i testimoni. La verità non è quello che sembra, la verità è nascosta, seppellita e oscurata; la verità è troppo scomoda per essere rivelata e ci sono persone pronte a tutto pur di mantenerla nel suo comodo oblio.
Il commissario Sauer però non vuole arrendersi. Geli era una persona, era una ragazza giovane. Geli era viva. Sauer non vuole rassegnarsi alla logica della sopraffazione e della violenza, vuole che sia fatta luce sulla verità, il bene più prezioso. Ci riuscirà? Oppure verrà anche lui fagocitato dal duro meccanismo della legge del più forte che vince su tutto?
Il romanzo ha senza dubbio il merito di aver riportato all’attenzione dei lettori un episodio di cronaca realmente accaduto, attraverso un accurato lavoro di ricerca e documentazione svolto dall’autore, di cui la bibliografia riportata in appendice ci dà un’idea. E non si tratta di un semplice fatto di cronaca ma di un episodio che ci fa aprire una finestra sulla storia: attraverso l’evento volutamente dimenticato della morte violenta di Geli infatti, abbiamo la possibilità di ripercorrere le atmosfere, i luoghi, la dimensione sociale degli anni in cui il nazismo si sta affermando come il partito più importante in Germania.
Possiamo apprezzare quindi “L’angelo di Monaco” su diversi livelli, sia come un buon giallo, coinvolgente e ricco di tensione, sia come un interessante romanzo storico.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi apprezza i gialli.
A chi ama i romanzi storici.
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    26 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La morte e la vita immaginata

“Perché la vita che viviamo o pensiamo di vivere avviene tutta nei pochi centimetri quadrati della nostra scatola cranica, che gli eventi memorabili e unici della nostra esistenza accadono nella nostra testa, che la vita, quella che pensiamo di aver vissuto e che ci è concesso di recuperare quando giungono i tempi dei bilanci, quella vita è avvenuta nell’intimità dei nostri pensieri, sconosciuta agli altri e all’universo. Che noi non siamo quello che abbiamo vissuto: siamo quello che abbiamo pensato, immaginato, sperato, desiderato, dimenticato.”

Astolfo Malinverno è il bibliotecario di una fiabesca cittadina calabrese, Timpamara. Sicuramente per volere della forza potente ed arcana del fato, un giorno si ritrova anche a fare il custode del cimitero del paese.
Il nostro protagonista è zoppo, orfano dei genitori che ha amato e che lo hanno amato intensamente. E’ un essere solitario e profondamente buono, creato in ogni sua sfumatura dalla penna dell’autore con lo scopo di essere apprezzato da noi lettori. E in effetti non è possibile altra scelta, soltanto quella di prendere il povero Malinverno in simpatia e sperare che finalmente anche lui abbia la possibilità di vivere l’amore, perché lo merita davvero.

Fin dalle prime pagine del romanzo ci troviamo catapultati in una storia che si svolge in un indeterminato passato, in un luogo quasi magico, una storia che cerca di attirare il lettore in un’atmosfera sospesa, impalpabile e densamente segnata dai buoni sentimenti.

L’autore è senza dubbio profondamente colto e nel romanzo sono disseminate decine di citazioni e di riflessioni sulla vita, sulla morte, sull’amore, sul valore e sulla potenza della lettura e della letteratura.
In teoria quindi gli elementi per trovarci di fronte ad un romanzo solido, piacevole e stimolante ci sono tutti: una storia particolare, ambientata in un cimitero – anche se ultimamente forse, è un’ambientazione un po’ troppo frequentata- un protagonista che suscita tenerezza ed empatia, uno stile che si apre a molteplici riferimenti letterari e profonde considerazioni. Non a caso ho scritto “in teoria”. Perché purtroppo, nella mia personalissima esperienza di lettura, tutti questi elementi che dovevano garantire l’apprezzamento del romanzo, non sono riusciti a combinarsi e a fondersi in modo armonico. Come in una ricetta in cui gli ottimi ingredienti, per una qualche indecifrabile motivazione, non riescono a mescolarsi e dar vita ad un buon piatto.

Lo stile dell’autore mi è sembrato eccessivamente prolisso e dispersivo e le continue digressioni sulla letteratura e sul senso della vita non mi sono sembrate sostenute da una trama abbastanza forte e coinvolgente.

In conclusione quindi, un romanzo che sicuramente può piacere ed essere apprezzato – sul web ho letto soltanto recensioni positive- ma che con me non ha funzionato. La sua componente eccessivamente centrifuga rispetto alla storia principale non mi ha convinta.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    26 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il sacrificio è un'idea sorpassata

Minimum Fax ripropone in una nuova edizione il romanzo di Mary McCarthy, “Il gruppo”, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1963.
Il libro racconta alcuni episodi della vita di un gruppo di otto ragazze, tutte laureate al prestigioso Vassar College nel 1933; la narrazione si focalizza su alcune vicende personali delle protagoniste, che vivono a New York, negli anni che vanno dalla Grande Depressione all’inizio della seconda guerra mondiale.

Si può senza dubbio definire un romanzo corale in quanto nessuna delle ragazze ha un ruolo di maggior rilevanza rispetto alle altre, anche se la scena si apre e si chiude con cerimonie che riguardano Kay, a cui tutte le altre partecipano.

Le protagoniste hanno condizioni economiche, carattere, interessi culturali, sociali, opinioni politiche ed orientamento sessuale diversi, ma appartengono tutte all’alta borghesia statunitense ed hanno conseguito un prestigioso titolo di studio.

Non è difficile comprendere quanto questo romanzo abbia potuto avere un forte impatto sul pubblico dei lettori, sia a livello di vendite – fu un successo editoriale- sia perché scandalizzò e fu ritenuto mediocre da una buona parte della critica maschile tradizionale.

Leggiamo infatti molte pagine su incontri sessuali, contraccezione, allattamento, vita matrimoniale più o meno nevrotica, descrizioni di abitazioni, arredamento, suppellettili e vestiti, mischiate a riflessioni culturali, sociologiche e politiche, che riguardano sempre le stesse protagoniste. Sono donne, ma sono pur sempre delle laureate al Vassar. Sono donne, ma sono esseri pensanti, ciascuna con le proprie peculiarità, più o meno costrette nel loro ruolo sociale, più o meno arriviste, superficiali, intelligenti, insoddisfatte o altruiste. Dalle pagine di McCarthy non emerge nessun tipo di predilezione, né di accusa né di lamentela nei confronti della condizione femminile: semplicemente queste donne sono descritte in un modo che vuole essere il più possibile realistico. L’autrice anzi sembra quasi compiacersi del ritratto completamente non idealizzato che fa delle sue protagoniste, che rimangono statiche, incapaci ad evolversi a livello personale pur vivendo in un’epoca di sviluppo a livello sociale.

In conclusione quindi, un romanzo solo apparentemente superficiale o destinato ad un pubblico femminile; in realtà è un libro ancora oggi apprezzabile, se non per i particolari episodi narrati, per la sapiente e tagliente analisi della società che vi viene rappresentata.

“ – Quelli erano i tuoi tempi, mamma-, disse Dottie, paziente. – Adesso non è più necessario fare sacrifici. Nessuno deve scegliere tra sposarsi e fare l’insegnante. Ammesso che sia mai stato così. Sono state le più bruttine del tuo anno a diventare insegnanti, ammettilo. E tutti sanno, mamma, che non si può riportare un uomo sulla retta via; finirà per trascinarti con sé. Ci ho pensato tanto, quando ero all’Ovest. Il sacrificio è un’idea sorpassata. Un’autentica superstizione, mamma, come le pire delle vedove in India. Quello a cui adesso punta la società è la piena realizzazione dell’individuo-”.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
E.J. Howard, La saga dei Cazalet
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Dicembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Continuare a vivere?

“Convivere con quel pensiero non era facile, aveva scoperto quel piccolo nucleo esplosivo che molti esseri umani hanno che se eccitato e innescato si spacca, deflagra e ci fa dare il peggio di noi; ci trasforma in belve che si scagliano addosso ai diversi, ai deboli, agli emarginati. E fra un po’ considererò l’eugenetica come una ricerca non del tutto disprezzabile.”

Nora e Pasquale hanno subito una perdita devastante, probabilmente la perdita in assoluto più devastante per un essere umano, perché non naturale, perché sfida il corso del tempo e le logiche regole biologiche: la morte del proprio figlio. E’ successo ormai da alcuni anni, ma non moltissimi, dopodiché il dolore li ha compressi in una specie di sospensione dell’esistenza, ha spazzato via ogni altro sentimento, prospettiva, speranza; è rimasto spazio soltanto per quello, per il dolore.

Finché in un giorno come un altro di questa squallida sopravvivenza, Nora, in treno, viene sconvolta da un incontro scioccante e crudele: vede l’assassino del figlio che viaggia tranquillamente, respira, cammina; è seduto, poi alla sua fermata si alza e scende. La donna è scossa ed agghiacciata per l’accaduto: infatti l’assassino del figlio era stato arrestato, processato e condannato. Era stato in carcere, per circa cinque anni, dopodiché, scontata la sua pena, era uscito e adesso stava tranquillamente vivendo la sua vita.

E’ possibile per un genitore sopravvivere alla morte del figlio? E’ possibile attraversare quel dolore e andare avanti? E’ possibile perdonare chi ha tolto la vita al proprio figlio, o semplicemente accettare che quest’ultimo continui a vivere la propria, di vita?

Manzini ci fa riflettere su tematiche molto difficili, inquietanti; con questo romanzo ci vuole mettere di fronte a riflessioni scomode. Ognuno di noi infatti ha una sua etica e morale su determinate questioni, sa quale posizione prendere su precisi argomenti; ma l’autore sembra volerci suggerire che invece, messi davanti a eventi estremi, chissà come reagiremmo. Chiunque legga questo libro si pone queste domande. Spesso sosteniamo delle tesi con argomentazioni che si basano soltanto sulle emozioni e sugli istinti, oppure, al contrario, che si basano solo su ragionamenti: attenzione, sembra suggerirci questo romanzo. E’ importante cercare di comprendere, prima di giudicare.

Questo, secondo me, il pregio maggiore del libro, sostenuto anche da una scrittura piacevole e diretta. Un buon romanzo quindi, che offre interessanti spunti di riflessione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantascienza
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    16 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il bisogno di pensare

Come ci fa notare Neil Gaiman nella sua Introduzione all’edizione Mondadori del celeberrimo “Fahrenheit 451”, la narrativa distopica non vuole fare predizioni sul futuro, in realtà vuole parlare del presente. E Ray Bradbury sicuramente voleva scrivere del suo presente, degli Stati Uniti del 1953, nel suo “Fahrenheit”, quando le trasmissioni televisive erano il miglior passatempo possibile e la Guerra Fredda era percepita come un pericolo reale e concreto. Ma alla fine Bradbury ha scritto un classico, cioè ha scritto un romanzo che ha parlato, che parla e parlerà a più generazioni, perché parla ancora oggi a noi, di noi.

Credo che la trama sia nota più o meno a tutti, almeno nelle sue linee essenziali: Montag è un pompiere che vive nel mondo di un ipotetico futuro, dove i vigili del fuoco non hanno il compito di spegnere gli incendi, di salvare vite e custodire i beni dell’umanità e della cultura ma, al contrario, sono chiamati a bruciare i libri.

Molto evidente e – temevo prima di leggere il romanzo- forse un pochino scontato il simbolismo espresso da Bradbury: mi sembrava troppo ovvio che la rappresentazione di un’umanità che avesse perso la voglia di leggere e fosse diventata inerte e passiva ci avrebbe resi sgomenti e ci avrebbe fatto orrore. Invece devo ammettere che, pur nella sua semplicità e facile evidenza, la metafora di “Fahrenheit 451” arriva potente e diretta al nostro raziocinio di persone che vivono nel XXI secolo.

Non si tratta solo di parlare di libri e di lettura, non si tratta soltanto ovviamente di condannare un’eccessiva fruizione di programmi televisivi (nel nostro tempo poi potremmo parlare di eccessivo utilizzo di videogiochi o di social media): la riflessione riguarda aspetti più profondi inerenti al bisogno di pensare e quindi di diventare attivi, creatori, proprio degli esseri umani. Colui che legge in “Fahrenheit” è l’uomo di cultura, di cultura umanistica in particolare, lo storico, il filosofo, il linguista: colui che si interroga sul significato delle cose e, con le sue riflessioni si discosta momentaneamente dalla logica utilitaristica fine a se stessa. In un mondo in cui ha vinto definitivamente l’idea che ciò che conta è solo il lavoro e il divertimento dopo il lavoro, in cui – di conseguenza?- governa un regime totalitario, non c’è altra scelta che dichiarare fuori legge chiunque senta forte l’esigenza e il bisogno di pensare.

Ma può essere veramente sopportabile vivere in questo modo? Forse all’inizio può sembrare divertente, evitare i problemi, trascorrere le ore in una rassicurante pausa rispetto alle preoccupazioni, alle difficoltà, allo studio e ai pensieri impegnativi. Ma dopo? Trascorrere un’esistenza fasulla, anestetizzati davanti a uno schermo, senza più la capacità di percepire il nostro senso di essere nel mondo: non è possibile tollerarlo davvero. Può portare soltanto all’oblio e alla distruzione. Montag intuisce tutto questo e ne diventa consapevole quando incontra Clarisse McClellan, una ragazza dagli occhi luminosi che ha il brutto vizio di fare caso al mondo intorno a sé. Non è governata solo da una coscienza annebbiata e stordita, come la maggior parte delle persone che vivono nel mondo distopico di “Fahrenheit”. Da quel momento anche Montag si risveglia, comprende che non può più accettare quel tipo di esistenza e comincia a combattere.

“ -[…] Solo una settimana fa, spruzzando cherosene con la mia pompa, pensavo che fosse divertente.-
Il vecchio annuì. -Quelli che non sono capaci di costruire finiscono per dar fuoco alle cose. E’ una verità antica come la storia e come la delinquenza giovanile.”

“Fahrenheit 451” è quindi senza dubbio un classico moderno, un romanzo che ancora oggi è attuale; che ci fa ricordare anche in questo nostro tempo presente quanto sia importante il nostro bisogno di pensare, di riflettere e di creare e costruire qualcosa di nostro relazionandoci con il mondo intorno a noi, entrando in connessione con il nostro io più profondo e di conseguenza con le altre persone.





Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    01 Novembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Venere

Noga è una musicista professionista di origini israeliane, suona l’arpa nell’orchestra olandese di Arnhem.
Alcuni mesi dopo la morte di suo padre viene invitata a trascorrere un breve periodo in Israele dal fratello, che spera di convincere l’anziana madre a lasciare il vecchio appartamento di Gerusalemme e a trasferirsi in una comoda casa di riposo. A causa di una curiosa clausola nel contratto di affitto dell’appartamento, che non può essere lasciato disabitato, Noga dovrà vivere lì, mentre la madre trascorrerà tre mesi di prova nella casa di riposo a Tel Aviv. La donna, quarantaduenne, single, completamente assorbita dalla sua carriera di musicista, inizialmente non vorrebbe acconsentire alla richiesta del fratello, ma ben presto cede alle sue responsabilità di figlia devota.
Il ritorno in Israele, la vita nell’appartamento della propria infanzia, nel quartiere dove è cresciuta, che si sta sempre più popolando di ebrei ortodossi, il periodo di forzato allontanamento dall’amata arpa, diventano un’occasione che fa riemergere questioni irrisolte del passato di Noga.
Noga, che porta il nome del pianeta più luminoso vicino al sole, Venere, è infatti una donna che ha scelto volontariamente di non avere figli. Questa scelta ha causato la fine del suo matrimonio con l’amato Uriah, che l’ha lasciata perché incapace di accettare una simile volontà, e l’allontanamento da Israele e dai suoi familiari per andare a suonare in un’orchestra olandese.
Stavolta quindi Yehoshua vuole portarci, attraverso la narrazione di una storia elegante, intrisa di musica classica, non priva di simbolismo e leggera ironia, ad affrontare un tema piuttosto controverso e di grande attualità: la scelta, in particolare di una donna, di non voler essere madre, di non voler realizzare pienamente il senso della sua vita biologica e non mettere al mondo dei figli, appunto.
Una scelta che appare istintivamente contro natura, tanto più se compiuta da una rappresentante del genere femminile: cosa può spiegare, cosa può motivare un atto di volontà tanto assurdo? Nessuno dei familiari di Noga sembra giudicarla o condannarla per una tale decisione ma nessuno riesce nemmeno a comprenderla: ogni persona che le vuole bene tende a scusarla in qualche maniera, ma nessuna dimostra di averla profondamente, autenticamente, capita. Purtroppo -mi viene da aggiungere- nemmeno l’autore. Infatti, sebbene Yehoshua cerchi apparentemente di non schierarsi su una posizione precisa, la sua opinione al riguardo della particolare tematica è fin troppo evidente. Certamente il personaggio di Noga è presentato in modo amabile, affettuoso. Ma non emerge mai il conflitto interiore che pure una scelta del genere avrà provocato, non emerge mai il tormento e il dolore che qualsiasi persona avrebbe provato se si fosse trovata nella situazione della nostra protagonista.
Noga mentre è in Israele fa la comparsa per guadagnare qualcosa, ma anche per divertirsi. Inoltre, sempre durante i mesi di vita israeliana, spesso è rappresentata mentre dorme. Un simbolismo fin troppo evidente e forse, davvero troppo giudicante e semplificatorio: una donna che non ha voluto essere madre, ha rifiutato il ruolo di protagonista per quello di semplice comparsa della propria esistenza. Una donna che è un’artista, vivace, bella, intelligente, ma che sfugge al proprio dovere di vivere davvero rifugiandosi nel sonno e nei sogni. Avrei preferito che un tema così complesso e interessante venisse trattato in modo più profondo e che non riportasse un solo punto di vista e un’unica angolazione per essere approfondito. Questo, a mio modesto parere, rende “La comparsa” un bel romanzo, ma che rimane troppo lieve, leggero e sospeso in superficie.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Ottobre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Viaggio attraverso un mondo morto

“Erano poche le notti in cui, sdraiato nel buio, non provava invidia per i morti.”

E’ la mancanza della vita ciò che colpisce fin da subito il lettore che si immerge nelle prime pagine del romanzo “La strada” di Cormac McCarthy.

Attraverso uno stile evocativo ed ipnotico, caratterizzato da abbondanza di frasi nominali e dialoghi basici, l’autore ci conduce sulla strada di un mondo morto, insieme ad un padre e un bambino che non vogliono arrendersi al niente che li circonda.

Il cielo è grigio ed un sottile strato di cenere si posa su ogni cosa. Pini, aceri, erba, meli, felci, ortensie e orchidee: tutto è rigorosamente, inevitabilmente morto. Nessun uccello che vola più nel cielo, nessuna forma di vita animale che si aggira in quella terra desolata e lugubre. Anche il mare ha perso per sempre il suo colore. Sono rimasti soltanto alcuni esseri umani, la maggior parte dei quali si trascina su strade deserte e città spopolate pronti a macchiarsi di qualsiasi abominio pur di continuare la loro squallida esistenza.

E’ in mezzo a questo terrificante scenario che i due protagonisti, padre e figlio piccolo, camminano, cercando di raggiungere una meta ideale, vagando fra case disabitate e rifugi sotterranei alla ricerca di scatolette di cibo dimenticate, coperte ed altri oggetti utili per sopravvivere ancora qualche giorno. I due non cedono alla barbarie di chi ha dimenticato di distinguere il bene dal male. Non vogliono e non possono darla vinta alla morte che li circonda e preme per inghiottirli nel suo nulla eterno.

“La strada” rappresenta un’esperienza di lettura che, una volta ultimata, lascia più interrogativi aperti rispetto a quelli che ci si potevano aspettare. E’ un romanzo costruito con l’obiettivo di portarci ad elaborare una riflessione, a formulare dei pensieri. Ci avvolge nella sua cupa e fredda atmosfera di cenere e morte per far risaltare ancora di più il bisogno che abbiamo di calore, di vita, di umanità.


Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Famiglia genetica, legale, economica, filosofica,

“Costanza decise di tuffarsi. Come aveva fatto con la proposta di Henry. Avrebbe cavalcato l’onda fin dove l’onda l’avrebbe portata prima di infrangersi, o prima che lei stessa finisse contro uno scoglio.”

Dopo “I formidabili Frank” è ancora una volta la famiglia il fulcro della narrazione del nuovo libro di Michael Frank. Stavolta non siamo di fronte ad un memoir ma ad un classico romanzo.
Tutto inizia in Italia, a Firenze, dove Costanza, una donna di circa quarant’anni che fa la traduttrice, incontra Henry e suo figlio Andrew in una piccola pensione dove tutti e tre stanno trascorrendo un periodo di vacanza. Costanza ha per metà origini italiane, sua madre è ligure, mentre il padre, morto quando lei era adolescente, era statunitense. Sia Costanza che Henry ed Andrew vivono a New York, ma è nella pensioncina di Firenze che scatta l’inaspettata ed intensa attrazione fra i tre. Prima si conoscono Costanza ed Andrew. Lui è un ragazzo che deve frequentare l’ultimo anno delle superiori, è introverso e tormentato. Si è appena lasciato dalla sua ragazza, non ha un buon rapporto con il padre che considera troppo egocentrico e narcisista e dal quale non si sente amato fino in fondo. Poco dopo si conoscono anche Costanza e il padre di Andrew, Henry. Lui è un famoso medico specializzato nella fecondazione assistita, sicuro di sé, volitivo ed intraprendente in apparenza, in realtà ancora sofferente ed insoddisfatto dopo la separazione dalla moglie avvenuta ormai sei anni prima. Anche Costanza è un personaggio particolare, una donna molto bella ma non più giovane, è rimasta vedova da circa un anno di un famoso scrittore di cui stanno per essere pubblicati i diari postumi. Costanza ed Andrew diventano amici, anche se uno dei due è coinvolto sentimentalmente. Poco dopo Henry e Costanza iniziano una relazione molto intensa e promettente. Entrambi hanno un fortissimo desiderio di superare le loro solitudini e ritrovare la felicità che solo l’amore condiviso può offrire. Così, quando pochi mesi dopo si rivedono a New York, decidono immediatamente di andare a vivere insieme. Costanza vorrebbe avere un figlio e stranamente Henry subito la appoggia e anzi, quasi la spinge a perseguire questo obiettivo, nonostante si conoscano da pochissimo tempo. Quali motivazioni spingono veramente Henry a comportarsi così? Perché è quasi più ossessionato di Costanza nella ricerca di quel futuro figlio? Forse soltanto a causa della sua professione? Oppure c’è qualcosa che viene tenuto nascosto?

Michael Frank scrive un romanzo apparentemente molto lineare e leggero, in realtà abbastanza sofisticato e complesso. I temi trattati, la famiglia, la genitorialità intesa come fatto biologico, sociale o culturale, le relazioni fra le persone, che si portano dietro quasi sempre degli spazi misteriosi, sicuramente sono stati trattati e dibattuti in molti luoghi culturali diversi e vari. Tuttavia questo romanzo ha il pregio di riproporli con originalità e freschezza. In particolare, sono i personaggi ad essere tratteggiati in modo inedito perché, pur non suscitando grande simpatia e di conseguenza nemmeno molta empatia nel lettore (eccetto il tormentato, giovane e puro Andrew), riescono lo stesso a catturare l’attenzione e a suscitare l’interesse verso la storia narrata, anche e malgrado, la loro antipatia, la loro insincerità, la loro codardia.
Un buon romanzo, in grado di portare il lettore in luoghi conosciuti ma anche inaspettati.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Hannah e Michael

“Scrivo questa storia perché le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perché quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire.”

Questo l’incipit di “Michael mio” di Amos Oz: un romanzo che ci porta nel desolato paesaggio di un matrimonio inaridito e nella calma e, allo stesso tempo, disperata tristezza di Hannah.

Due giovani come tanti altri, frequentano l’Università: lui è iscritto a Geologia, lei a Letteratura. Una mattina si incontrano per caso sulle scale del collegio Terra Sancta di Gerusalemme, lei aveva perso l’equilibrio e lui l’afferra per un braccio, evitandole una brutta caduta. Una storia come tante altre quella di Hannah e Michael: si piacciono, iniziano a frequentarsi. Sono giovani, hanno voglia di costruire un futuro insieme. Lei crede di volere un uomo come Michael, affidabile, responsabile, razionale e studioso; comprende quasi subito che lui è anche noioso ma, da brava ventenne degli anni Cinquanta del Novecento, non dà molto spazio a questi segnali di allarme: lo sposa quasi subito.

Da quel momento assistiamo -attraverso le sue stesse parole perché è proprio lei la voce narrante del romanzo-, al lento ed inesorabile spegnimento di Hannah. Apparentemente non dovrebbe andare così: Michael è un bravo marito, studia e lavora incessantemente, la ama di un amore sobrio e maturo, razionale e costruttivo. Molto presto hanno un figlio, Yair. Nemmeno la maternità sembra dare un senso alla vita di Hannah: ma cosa starà cercando? Perché non si sa accontentare della serena freddezza e malinconica solidità della sua esistenza?

E’ come il canto lugubre e nascosto di una creatura insoddisfatta ma che non si oppone alla corrente degli eventi, questo romanzo. Hannah continua a sognare, ad occhi aperti e nel sonno; Hannah continua a seguire la direzione del vento che la spinge verso la sua quotidianità. Lentamente la abbandonano, uno dopo l’altro, strati di vitalità e gioia di vivere in un vortice triste ed inesorabile ma mai disperato o spaventoso. Come il sopraggiungere dell’autunno, come diventare vecchi: un lento declino avvolge ogni cosa nelle profondità malinconiche dell’ineluttabile, di ciò che deve essere, di ciò che sarà.

“La terribile monotonia dei giorni. L’autunno sta arrivando. Nel pomeriggio il sole illumina la finestra rivolta verso ovest, proiettando disegni di luce sul tappeto e sulla fodera delle poltrone. A ogni movimento delle cime degli alberi, fuori, i disegni di luce oscillano dolcemente. Cambiano forma, continuamente, in modi complicati. Al tramonto i rami dell’albero di fichi sembrano infuocati. Le voci dei bambini che giocano in cortile suggeriscono una lontana ferocia. L’autunno sta arrivando. Mio padre diceva che in autunno la gente è più calma e più saggia.
Essere calmi e saggi: che monotonia!”


Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ama la Letteratura d'Autore
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Devi sopravvivere!

“Jurek sentì lo sguardo dei suoi occhi azzurri fisso su di sé, percepì il suo respiro e udì le sue parole: devi sopravvivere, Jurek. No, non aveva detto Jurek. Ecco, era rimasto in vita, per questo aveva dimenticato il suo nome, i nomi dei fratelli e delle sorelle e perfino il volto di sua madre, inghiottito dalla voragine che si era aperta nel suo cuore quando era scomparsa.”

Uri Orlev scrive la vera storia di Yoram Friedman, che, a otto anni, rimase improvvisamente solo, in un Paese in guerra. Non solo. Il piccolo era anche braccato, come se fosse una bestia feroce e non un inoocuo bambino, dai nazisti. Doveva quindi nascondersi e sopravvivere, a soli otto anni, circondato da distruzione e violenza, da una natura ora protettiva ora pericolosa, da persone pronte ad aiutarlo oppure a tradirlo e sfruttarlo.

Leggendo questo libro si ha proprio la sensazione –consentitemelo, anche se forse sembra banale- che la realtà davvero a volte supera la fantasia e che l’essere umano davvero può essere capace di sprofondare in abissi di cattiveria ma anche di elevarsi su vette di forza di volontà, inventiva, intelligenza, vitalità e dolcezza.

Srulik (questo il nome originario di Yoram), costretto a vivere nel ghetto di Varsavia con i suoi genitori e i quattro fratelli, in un caldo giorno di fine giugno, mentre fruga nell’immondizia in cerca di cibo, si perde: la mamma, che era al suo fianco, un momento dopo non c’è più. Lui non riesce più a ritrovare la stanza del ghetto dove abitavano. Comincia così una lunga, travagliata ed incredibile avventura che lo porterà ad evadere dal ghetto e a rifugiarsi nella foresta Kampinoski e nei villaggi limitrofi, per perseguire un unico e fondamentale obiettivo: sopravvivere. Il percorso da compiere non sarà soltanto di tipo pratico: per sopravvivere Srulik dovrà dimenticare chi era e diventare un altro. Da Srulik diventerà Jurek. Questa trasformazione sarà necessaria per compiere l’incredibile prova che gli è stata richiesta; e per fortuna non rimarrà irreversibile.

Un libro che si legge tutto d’un fiato, un’avventura incredibile che coinvolge la mente, il cuore, il corpo del protagonista e ci lascia sbalorditi nel constatare da quanta incredibile forza, intelligenza e capacità può essere animato un bambino.

Consigliato soprattutto ai ragazzini dagli undici ai tredici anni, può senza dubbio essere letto con soddisfazione anche dagli adulti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Meditazione sull'anima

E’ una lunga meditazione sull’amore e anche, di conseguenza, sull’anima, questo romanzo di Abraham B. Yehoshua, “Ritorno dall’India”, scritto nell’ormai lontano 1996.
Una minuziosa narrazione in prima persona che all’inizio ha il sapore di una confessione affascinante ed inquietante allo stesso tempo e che lentamente si trasforma in una rivelazione assurda ed incredibile. Sì, il protagonista di questo romanzo ci racconta la storia di un innamoramento, una storia che potrebbe essere narrata in modo banale, in fondo. Ma Yehoshua è tutto fuorché un autore banale, così racconta l’amore esattamente per quello che è: qualcosa di irragionevole, irrazionale, insensato ed anche un po’ paradossale; qualcosa che ci mette in contatto con la nostra anima, che squarcia il velo di buonsenso, logica e coerenza che normalmente la tiene avvolta –l’anima- e la mostra per un lungo istante in tutta la sua strana e forse un po’ ridicola, realtà.

Benyamin Rubin, giovane medico specializzando in chirurgia, figlio unico di genitori di origine inglese molto razionali, viene scelto per accompagnare il direttore sanitario dell’ospedale in cui lavora, Lazar, e sua moglie, in India. Lo scopo del viaggio è quello di riportare a casa la figlia dei Lazar, che si è ammalata di epatite e si trova in difficoltà per il ritorno in Israele. Il dottor Rubin viene scelto per la sua apprezzata scrupolosità, perché viene considerato un medico capace di analizzare il quadro clinico complessivo della malattia del paziente, non solo un chirurgo che taglia le viscere della gente. In realtà Benyamin vorrebbe essere proprio e semplicemente un ottimo chirurgo, ma non ne ha la capacità fino in fondo: infatti non sarà scelto per essere assunto in chirurgia, gli viene preferito l’altro specializzando. Lui, in compenso, potrà accompagnare i Lazar nel viaggio in India; dopo, potrà pensare eventualmente ad una specializzazione in medicina interna, o forse in anestesia. Ed è proprio durante questo viaggio –non a caso un viaggio in India- che il giovane e razionale medico entrerà in contatto con la propria anima, con la propria spiritualità, che, per quanto possa essere negata e sottovalutata nella nostra società occidentale, fa innegabilmente parte di noi esseri umani. E in che modo potrà entrare in stretto contatto con la sua anima e con il suo io più profondo il serio, affidabilissimo ed ambizioso dottor Rubin? Nel modo più semplice, direi: attraverso l’amore. Benji infatti si innamora perdutamente, ma non di qualcuno che lui stesso, la società, il buonsenso e la razionalità avrebbero senz’altro approvato. Lo scopo del suo amore non è realizzare un progetto logico, formare una famiglia, mettere al mondo figli, avere della compagnia. No. Lo scopo del suo amore, anzi, del suo innamoramento, è quello di fargli finalmente dare voce alla spiritualità.

Un romanzo quindi che vi porterà, con la sua storia apparentemente strana ed illogica, a compiere una lunga e forse, per alcuni aspetti, inquietante, meditazione sull’amore e sull’anima.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ama la Letteratura d'Autore
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Storia e biografie
 
Voto medio 
 
4.4
Stile 
 
4.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Gli amanti

“I piaceri dell’amore che insieme abbiamo conosciuto sono stati tanto dolci che non posso né odiarli né dimenticarli. Dovunque vada, li ho sempre davanti agli occhi e il desiderio che suscitano non mi lascia mai. Anche quando dormo le loro fallaci immagini mi perseguitano. Persino durante la santa Messa, quando la preghiera dovrebbe essere più pura, i turpi fantasmi di quelle gioie si impadroniscono della mia anima e io non riesco nemmeno a pregare. Invece di piangere pentita per quello che ho fatto, sospiro, rimpiangendo quello che ho perduto”.
Dall’Epistolario, lettera di Eloisa ad Abelardo.


Régine Pernoud ci guida, attraverso una rigorosa analisi delle fonti storiche (sulle quali però, è doveroso ricordarlo, è tuttora in corso un dibattito fra gli storici circa la loro piena attendibilità) nella rievocazione della vicenda dei due famosi amanti medievali.
Il grande pregio dello scritto di Pernoud è quello di aver “disinquinato” la storia di Eloisa e Abelardo dall’immagine che è stata tramandata nel corso dei secoli. Si tratta infatti di una vicenda che ha richiamato l’attenzione di molteplici generazioni con il suo “valore di segno”: i nomi di Eloisa e Abelardo, gli amanti indissolubilmente legati prima dalla passione carnale, poi dalla sublimazione del loro amore in ambito religioso dopo aver dovuto subire un destino tragico, richiamano il tipo di rapporto interpersonale all’interno della coppia e simboleggiano anche, andando più in profondità, il rapporto tra fede e ragione in ogni singola persona.
Lo scopo dello scritto di Régine Pernoud è quindi quello di restituirci il quadro della situazione e della vicenda inserendoli nel mondo in cui i protagonisti erano realmente vissuti, quel mondo del XII secolo con la sua sensibilità e la sua propria attualità. Pernoud cerca di cancellare l’alone borghese che si è depositato su questi personaggi nel corso dei secoli per restituirceli nella loro originalità, attraverso un’accurata ricostruzione storica che fa parlare i testi; in particolare, la “Lettera a un amico” che costituisce l’autobiografia di Abelardo e il celeberrimo Epistolario fra i due.
Pietro Abelardo è un giovane brillante con la passione e il talento per la dialettica, ossia l’arte del ragionare e del discutere. Raggiunge Parigi e in breve tempo completa il suo percorso di studi e diventa lui stesso uno stimato maestro. E’ una persona estremamente egocentrica, razionale, calcolatrice: studia con freddezza di sedurre e prendersi come amante una giovane ragazza, famosa, oltre che per la sua bellezza, anche per l’intelligenza e per la passione che dedicava agli studi, Eloisa appunto. Ovviamente poi gli eventi non andranno esattamente come lui si immaginava e la vita stessa fornirà ad Abelardo delle lezioni da dover essere apprese. La vicenda con Eloisa diventerà molto presto qualcosa di ben diverso da ciò che lui aveva previsto e segnerà tragicamente ma anche spiritualmente le esistenze di entrambi per sempre.
Il modo di raccontare di Pernoud è avvincente e brillante; oltre alla vicenda biografica dei due protagonisti vengono trattati aspetti e problemi relativi alla realtà del XII secolo: in particolare viene approfondita la quotidianità del mondo universitario: come si studiava, come si insegnava, come sono state poste le basi della filosofia scolastica, che raggiungerà l’apice nel secolo successivo con Tommaso d’Aquino.
In conclusione quindi, siamo di fronte ad un saggio storico consigliatissimo per approfondire ma anche, in fondo, per sognare, ricordando una delle più famose storie d’amore del passato.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Agli appassionati di storia e biografie
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

La vita, a volte, è una prigione

A Starkfield, un villaggio del Massachussetts occidentale, è pieno inverno. La neve sommerge il paesaggio e i cieli pallidi e indifferenti contemplano la vita, o piuttosto, la sua esatta negazione, delle creature che qui trascorrono i loro giorni.
Fra gli abitanti di Satrkfield emerge la figura di un uomo, da cui traspare un’insolita forza unita ad una profonda tristezza: Ethan Frome.

“ Sembrava parte di quel paesaggio muto e malinconico, un’incarnazione del suo gelido dolore, con tutto quel che di caloroso e sensibile c’era in lui ben sepolto sotto la superficie; il suo silenzio però non aveva niente di ostile. Sentivo solo che viveva chiuso in un isolamento morale troppo radicato per poterlo scalfire per caso, e avevo l’impressione che quella solitudine non fosse soltanto il risultato della sua situazione personale, per quanto tragica, ma che celasse in sé, come aveva lasciato intuire Harmon Grow, il freddo profondo accumulato in tutti quegli inverni passati a Starkfield.”

Quale terribile storia si nasconde dietro la sovrumana sopportazione di questo strano personaggio?
Attraverso una narrazione elegante e allo stesso tempo struggente, in cui la malinconia del paesaggio invernale di Starkfield diventa lo specchio del ghiaccio che ha ricoperto l’anima del protagonista, Edith Wharton costruisce un breve romanzo intenso ed inquietante.
Ethan è un uomo buono, onesto; una persona solida ed introversa ma che ricerca l’affetto e la compagnia dei propri simili. Sarà proprio questo bisogno di sfuggire alla solitudine che lo porterà, molto giovane, a commettere un grave errore: sposare la donna sbagliata.
Ma è giusto continuare a vivere in una gabbia formata da sbarre di dovere e responsabilità? E quando si presenta invece la felicità davanti a te sotto forma di un nuovo amore, dolce, sincero ed appassionato, che dà un senso allo scorrere del tempo, cosa si può fare? Cedere al desiderio oppure rimanere intrappolati per sempre in una situazione angosciante?

“La cruda realtà dei fatti gli si chiuse intorno e si sentì come un ergastolano che viene ammanettato dal secondino. Non c’era via d’uscita… nessuna. Era prigioniero a vita, e il suo unico raggio di sole stava per spegnersi.”

Il meccanismo narrativo di “Ethan Frome” vi terrà in sospeso fino alla fine, quando la vicenda esploderà e vi ritroverete davanti ad un finale che avevate previsto, ma forse non del tutto.
Perché veramente, a volte, la vita è una prigione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    16 Agosto, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Malinconica resilienza

Sandro Veronesi torna a vincere il Premio Strega in questo particolarissimo anno 2020 con il romanzo “Il colibrì”.

Attraverso l’alternanza di piani temporali, lettere, email, chat Whatsapp, testi di interventi a convegni, inventari di oggetti e simili, viene raccontata la vita di Marco Carrera. Una vita come tante ma, proprio per questo, diversa da tutte le altre. Una vita attraversata da profondissimi lutti, segnata dall’appartenenza a una famiglia disfunzionale, solcata da un unico amore impossibile, reso eterno proprio dalla sua incapacità di realizzarsi.

Marco appartiene alla ricca borghesia italiana di provincia, figlio di un’architetto e di un ingegnere che sono rimasti insieme per il bene della famiglia, ma che in realtà si sono amati per un tempo brevissimo. Cresciuto a Firenze, Marco deve affrontare la depressione della sorella maggiore che arriva fino all’inevitabile tragedia, l’impossibilità voluta dal destino (o forse anche da qualcun altro) di vivere concretamente la storia d’amore con la donna della sua vita, molti altri dolori e lutti, alcuni dei quali gravissimi, che l’esistenza gli propone regolarmente. Il nostro protagonista affronta tutto in modo molto dignitoso, cercando di non farsi sopraffare dalle tragedie ed opponendo al dolore sempre una sua solida resilienza.

Un romanzo quindi che ci regala una storia malinconica che invita alla riflessione, al porsi domande e interrogativi legati alla sfera personale, al nostro modo di vivere la famiglia, l’amore, gli affetti che ci circondano, le responsabilità che a volte ci soffocano e altre volte ci danno la forza per andare avanti. Un romanzo che ci mette di fronte ad alcuni aspetti della nostra intimità, della nostra sfera personale, ma allo stesso tempo rimane leggero, delicato e lieve. Questo contrasto può essere considerato la sua forza, ma anche, per certi aspetti, la sua debolezza.


Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Alla prova durante l'epidemia

“Anche le pulci prendono la tosse” è il nuovo romanzo di Roberto Costantini. Viene definito “noir” ma non ne ha l’essenza, secondo il mio modesto parere. L’autore stesso dichiara che questa storia “è arrivata tutta insieme, nello spazio tra il tg della sera e la notte”, nel doloroso periodo del lockdown. Ebbene, nel corso della lettura si percepisce benissimo che si tratta di un romanzo scritto “di pancia”, sull’onda dell’emozione causata dall’eccezionalità del momento storico che abbiamo vissuto. Non è una narrazione che ha la pretesa di offrirci la profondità di uno scavo introspettivo nella personalità dei personaggi; piuttosto, l’intento dell’autore sembra essere quello di regalare uno sguardo critico su certe realtà dell’Italia di oggi, non attraverso un racconto verosimile ma grazie alla mediazione di un’ironia fortemente amara.

Ci troviamo quindi davanti ad un romanzo che racconta le vicissitudini di alcune persone di un paesino della provincia di Bergamo fra febbraio e la fine di marzo 2020. Sono personaggi di varia estrazione sociale e diverso ambito lavorativo: alcuni sono proprio dei criminali senza scrupoli, altri semplicemente dei perdenti: tutti conducono una vita vuota e senza alcun senso. Abbiamo la professoressa che non è ascoltata né considerata da nessuno; l’infermiera che inscena un incidente stradale pur di mettersi in malattia e non andare a lavorare; il poliziotto fallito che segretamente progetta di uccidere l’anziano padre; l’imprenditore che in realtà è un pericoloso criminale; il gestore di un ristorante che è invece un bordello, fanatico della religione, e così via. Nel romanzo domina un’ironia grottesca che riduce questi personaggi a delle caricature un po’ allucinate di loro stessi. Al termine della vicenda alcuni, proprio grazie alla dilatazione della percezione del bene e del male favorita dall’estremizzarsi degli eventi causata dal coronavirus, riusciranno a riscattarsi, altri invece rimarranno nel loro elemento di malvagità.

La storia scorre e si lascia leggere con facilità, sostenuta da uno stile semplice e leggero.

Il messaggio che sembra voler trasparire da queste pagine è che il covid 19 è riuscito a dissipare quella nebbia che ruotava intorno a molte esistenze, restituendo dignità a quelle persone che in fondo non erano veramente cattive ma solamente inette, e facendo definitivamente sprofondare nel fango della crudeltà i veri malvagi. Si tratta di una lettura che può far trascorrere delle ore piacevoli e che sottintende qualche riflessione, anche se forse un po’ troppo semplicistica per alcuni aspetti.

E’ importante, infine, ricordare che tutti i diritti d’autore di questo libro saranno devoluti a favore degli ospedali, nell’ambito della campagna di Rcs con La7 “Un aiuto contro il coronavirus”.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Classici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Luglio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Bene e male

“I libri che il mondo chiama immorali sono quelli che rivelano al mondo la sua vergogna. Tutto qui.”

E’ abbastanza difficile scrivere un commento su questo celeberrimo classico: chiunque conosce il romanzo, chiunque conosce la trama, anche se magari non ha letto il libro; chiunque ha già letto e scritto recensioni su recensioni. Comunque, proviamoci lo stesso.

Dorian è un ragazzo bellissimo e ingenuo, ha vissuto fino a quel momento un’esistenza pura e innocente, inconsapevole del bene e del male. Ha incontrato un pittore, Basil Hallward, che si è innamorato perdutamente di lui: Dorian è diventato ciò che può dare vita e splendore all’arte di Basil, la sua fonte di ispirazione, tanto che il pittore ha iniziato a ritrarlo in uno splendido ritratto. Un giorno, nello studio di Basil, Dorian incontra Lord Henry Wotton, un giovane aristocratico che vive una vita dissoluta e completamente sganciata dalle convenzioni sociali, delle quali si disinteressa con ostentata fierezza. Dorian rimane immediatamente affascinato da Lord Henry, si lascia sedurre senza opporre alcuna resistenza dalle sue idee riguardo al ritenersi superiori alle regole morali.
Il giovane protagonista scopre così improvvisamente il lato oscuro che si cela dentro ogni essere umano. Si rende conto della dualità che caratterizza ogni persona: il bene e il male, l’apparenza e la sostanza, l’esteriorità e l’interiorità, l’aspetto fisico e l’anima, la giovinezza e la vecchiaia. Nel testo questa scissione si materializza appunto in Dorian e nel suo ritratto, che rappresentano fisicamente i due aspetti opposti di una realtà unica, quella della personalità del protagonista.

L’autore voleva porre l’accento su questo aspetto: l’essere umano non è unico e inscindibile ma è –almeno- formato dalla sua parte luminosa e dall’altra sua parte in ombra. Entrambe formano e danno vita ad ogni persona, nessuno è un unico ma si scinde fra bene e male. La lettura di quest’opera mi ha più volte fatto ripensare ad un altro romanzo inglese pubblicato all’incirca nello stesso periodo (ultimi anni del XIX secolo), ossia “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson. La letteratura successivamente è andata oltre questo dualismo, presentandoci gli esseri umani non scissi in sole due parti ma frammentati in molteplici maschere e mossi da innumerevoli pulsioni ed istinti diversi.

Il contrasto che sconvolge la vita di Dorian Gray non si esaurisce in quello fra bellezza e gioventù contro bruttezza e vecchiaia ma sicuramente riguarda anche un conflitto morale ed etico fra una persona pura ed innocente ed un’altra cattiva e perversa.

Oscar Wilde voleva ammonire il lettore rispetto all’ipocrisia dilagante nella società vittoriana del suo tempo e puntare il riflettore sugli aspetti oscuri, ma reali, presenti in ogni persona, anche quella che esteriormente si presenta come la più lontana possibile dal male.

Un classico sicuramente imprescindibile, un romanzo che costituisce una pietra miliare nella letteratura e non può mancare nel bagaglio culturale di ogni lettore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    22 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Desolazione

Una scrittura davvero molto particolare quella di Herta Muller, premio Nobel per la letteratura nel 2009; uno stile che non si può dimenticare facilmente e che caratterizza profondamente il romanzo. La scrittrice non prende per mano il lettore accompagnandolo amorevolmente lungo il tragitto che dovranno compiere insieme, al contrario, gli mostra sommariamente da lontano il percorso che dovrà intraprendere, da solo: sarà un viaggio molto faticoso ed impervio, costellato di particolari che potrebbero far facilmente perdere l’orientamento.
Questa è, a grandi linee metaforiche, l’esperienza di lettura del romanzo “La volpe era già il cacciatore”. L’autrice ci conduce in una terra desolata, dove ogni dettaglio assume proporzioni abnormi, la prosa è costellata di metafore, sineddoche e metonimie che devono essere costantemente interpretate. Dietro lo stile, dietro la fatica del lettore per cercare di ricostruire un minimo di trama e non annegare nel mare dell’incomprensione, si nasconde la storia di Adina, una maestra che vive in Romania durante gli ultimi tempi del regime di Ceausescu. Adina ha una cara amica, Clara, che intreccia una pericolosa relazione clandestina con un uomo ambiguo, Pavel. Molto significativa è la descrizione, o meglio, l’evocazione, di una certa quotidianità, di un certo tipo di società sospesa tra inquietudine e repressione, tra passato, presente e futuro.

“Un vapore caldo esce dalla bocca del bambino. E’ invisibile. Fuori, sotto i pioppi aguzzi, lo si vedrebbe. Rimarrebbe sospeso in aria un istante, nel silenzio. E si porterebbe via da sé. Nell’aria si vedrebbe quel che ha detto la bocca. Il che non cambierebbe niente. Anche quel che si vedrebbe nell’aria sarebbe là solo per sé, non disponibile. Come ogni cosa nelle strade è là solo per sé e non disponibile, la città solo per sé, la gente in città solo per sé. Solo questo freddo tagliente è là per tutti, non la città.”

In conclusione, una lettura che sicuramente lascia il segno. Non scegliete questo romanzo se volete una storia capace di coinvolgervi con facilità, se volete trovare una narrazione che vi accolga e a cui abbandonarvi. Sceglietelo se volete approfondire lo stile di una scrittrice molto particolare, se amate più la scrittura di ciò che viene narrato. In questo caso potrete apprezzare fino in fondo un romanzo di alto livello ma che richiede una concentrazione ed una fatica intellettuale non indifferenti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi ama la Letteratura d'autore.
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    02 Giugno, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

American Dirt

“E’ un ciclo, pensa Lydia. Ogni giorno un orrore nuovo, e quando finisce, subentra quel senso di distacco surreale. Una specie di incredulità verso quanto hanno appena sopportato. La mente ha i poteri magici. Gli esseri umani hanno i poteri magici.”

Sulla fascetta di accompagnamento a questo romanzo possiamo leggere queste parole di Stephen King: “Sfido chiunque a leggere le prime sette pagine di questo libro e a non finirlo”. Di solito non do molta importanza a questo tipo di frasi, che hanno senza dubbio lo scopo di fare pubblicità al libro e invogliare il lettore di turno a comprarlo. Ma in questo caso la frase è autentica.

Il romanzo si apre con un incipit folgorante: un bambino è in bagno a fare la pipì e per puro caso non viene colpito in testa da un proiettile che entra dalla finestra. Prima che riesca a capire cosa sta accadendo sua madre lo spinge nella doccia e i due si nascondono lì, mentre i sicari assoldati dal capo di un cartello di narcotrafficanti stanno sterminando tutta la loro famiglia.
Siamo ad Acapulco, in Messico. La vita di Lydia e Luca viene stravolta così, in un giorno di festa. Ma non c’è tempo per il lutto, non c’è tempo per la disperazione: Lydia sa chi è il mandante che ha fatto sterminare tutti i suoi cari, lei e suo figlio si sono salvati per caso. Adesso la sfida è sopravvivere, non farsi uccidere, fuggire.

Inizia così un viaggio che tiene il lettore con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina, il viaggio per raggiungere gli Stati Uniti, dove Lydia spera di poter essere finalmente al sicuro dalla violenza dei narcotrafficanti. Madre e figlio si ritrovano a compiere il percorso che molti migranti irregolari compiono quotidianamente: ciascuno spinto dalla propria personale motivazione dettata dalla disperazione, dall’impossibilità di trovare un’altra alternativa alla violenza e alla sopraffazione. Perché ogni essere umano vuole sopravvivere in fondo, malgrado la storia di dolore che si porta alle spalle, malgrado le infinite insidie che si nascondono nel viaggio stesso, che può facilmente diventare esso stesso origine di tribolazione e male senza fine. Ogni essere umano ha diritto a vivere in pace ed anche, possibilmente, ad un po’ di felicità.

"Il sale della terra" mi ha colpita molto perché l’autrice è riuscita benissimo a coniugare una scrittura coinvolgente, che non risulta mai pesante o noiosa ma che fa desiderare il prezioso momento della lettura, ad una notevole profondità dei temi trattati. Riesce a scavare senza risultare banale o stucchevole fra sentimenti ed emozioni, riesce a far commuovere e a far riflettere il lettore.
Ho letto che questo romanzo negli Stati Uniti è al centro di una polemica perché l’autrice è bianca (ha solo una nonna portoricana) e secondo alcuni intellettuali non doveva permettersi di scrivere riguardo agli immigrati messicani, che nel testo sono presenti degli stereotipi e che, invece di questo romanzo, si sarebbero dovuti pubblicizzare degli scritti di autori messicani. Mi sembra una discussione molto lontana dalla nostra realtà italiana. Il romanzo secondo me ha ottime caratteristiche per essere apprezzato: molto coinvolgente dal punto di vista della trama, riesce a far entrare il lettore in profonda empatia con i personaggi, racconta una storia realistica e ci fa riflettere di più su alcune questioni di attualità. E’ stato scritto senza dubbio per toccare alcuni tasti sensibili, per affrontare il tema dell’emigrazione e della violenza legata ai cartelli dei narcotrafficanti prevalentemente dal punto di vista emotivo. E’ stato scritto per avere successo, per essere letto con soddisfazione da molte persone. Sinceramente a me tutto questo non sembra un difetto: il romanzo mi è piaciuto tantissimo e lo consiglio a tutti.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Discreto young adult

Il romanzo di Kevin Brooks “Lucas. Una storia di amore e odio” fa parte della cinquina finalista del Premio Mare di Libri, che decreta il migliore young adult pubblicato nel 2019.
Racconta di un incontro molto significativo, quello avvenuto fra la protagonista, Caitlin, di quindici anni, e Lucas, un ragazzo più o meno suo coetaneo che arriva, in un giorno d’estate, nell’isola in cui Cait abita con il padre.
Lucas è diverso dagli altri adolescenti, in realtà è diverso rispetto a tutti gli altri abitanti dell’isola: viaggia da solo, si procura il cibo pescando, ha uno speciale modo di comunicare con gli animali e con la natura. Mentre Cait ne rimane subito affascinata, gli altri abitanti dell’isola si dimostrano ostili, cattivi, vogliono che il ragazzo se ne vada. La piccola comunità sembra avere come capi solo persone pervase di odio, piene di pregiudizi, molto vicine alla follia violenta.
Il romanzo è ben scritto, le ambientazioni e le descrizioni sono affascinanti e sicuramente può essere gustato da lettori adolescenti. E’ presente il tema dell’incontro-scontro con il diverso, con la persona che non è facilmente incasellabile in uno schema conosciuto e quindi rimane a rischio di essere rigettata e respinta dalla comunità. Fino ad arrivare agli eccessi della calunnia e della violenza gratuita.
Tutto risulta forse un po’ troppo schematico per un lettore più maturo, ad esempio, è molto netta la divisione tra “buoni” e “cattivi”; inoltre, forse qualche pagina è di troppo e in alcuni punti rallenta eccessivamente il ritmo della narrazione. Tuttavia, nel complesso, si tratta di un romanzo che può essere molto apprezzato dai giovani lettori e che può contribuire a far maturare e consolidare la passione per la lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Ai lettori adolescenti
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    27 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Questo senso di dignità

Colson Whitehead vince nuovamente il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2020 con questo romanzo, “I ragazzi della Nickel”. Ancora una volta un’opera che affonda le sue radici sul tema del razzismo e della violazione dei diritti civili. L’autore infatti aveva già vinto il Pulitzer nel 2017 con “La ferrovia sotterranea”, che raccontava la storia di una schiava in fuga per la libertà.
Questo romanzo invece è ambientato negli Stati Uniti negli anni Sessanta: le sfumature fantastiche de “La ferrovia sotterranea” sono scomparse ed anche quel certo distacco e freddezza che avevo percepito in quella precedente lettura. Stavolta la storia mi ha subito coinvolta anche emotivamente, pur nella sua crudeltà e violenza, pur nella sua estrema tristezza, è rimasta una storia capace di commuovere, una storia di dignità, di rispetto, di amicizia ed anche, sì, una storia nella quale la luce della speranza non viene definitivamente spenta.
Elwood è un ragazzo di colore che vive a Tallahassee, quattrocento chilometri a sud di Atlanta. E’ intelligente e capace, meticoloso, uno studente modello; lavora in una tabaccheria per aiutare la nonna e mettere da parte i soldi per andare al college.
Un giorno si trova nel classico posto sbagliato al momento sbagliato: fa l’autostop per arrivare al college e sale su un’auto rubata. Da quel momento il suo mondo, i suoi sogni e i suoi progetti precipitano. Viene rinchiuso in una specie di riformatorio, la Nickel. Non ha la possibilità di controbattere in alcun modo rispetto all’ingiustizia che ha subito. L’unica persona che costituisce la sua famiglia, la nonna Harriet, spende tutti i risparmi per pagare un avvocato che si dimostrerà un impostore.
Elwood, rinchiuso alla Nickel, subirà, come gli altri ragazzi, una serie di soprusi, abusi, violenze, pestaggi. La logica a quel punto è: sopravvivere mantenendo un profilo basso e aspettare di uscire in qualche modo. Eppure, malgrado il buonsenso e la razionalità gli suggeriscano queste semplici mosse, Elwood non si piega all’annientamento. Lui è resistente. Lui è umano, è onesto, vuole giustizia, vuole dignità.
Alla Nickel fa amicizia con Turner, un ragazzo molto diverso da lui ma ugualmente umano e non del tutto sottomesso all’ingiustizia.
Il libro è un’opera di fantasia ma è ispirato alla vera storia della Dozier School for Boys di Marianna, in Florida.
E’ un romanzo da leggere, coinvolgente, straziante, toccante. Per riflettere, per non dimenticare l’importanza dei diritti umani, per riaffermare il nostro senso di dignità.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Mag, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Tutto un equilibrio sopra la follia

“Perché la vita è un brivido che vola via
E’ tutto un equilibrio sopra la follia
Sopra la follia…”
Perdonatemi l’incursione nella cultura pop e la citazione della famosa canzone “Sally” di Vasco Rossi in apertura alla recensione di questo romanzo di Yehoshua. Ma è proprio questa frase che mi sono trovata a canticchiare mentre procedevo con la lettura: eh sì, la vita è proprio tutto un equilibrio sopra la follia, sembra suggerirci la sapiente ed esperta penna del grande autore israeliano. Ed è anche un equilibrio piuttosto precario, dal quale qualcuno facilmente può scivolare e cadere giù.
Israele, fine anni ’70 del Novecento. Yehudà è appena tornato dagli Stati Uniti per ottenere il divorzio dalla moglie Na’ omi: si tratta di una coppia di coniugi di mezza età con tre figli adulti, che già da alcuni anni stanno vivendo separati. Yael, la figlia maggiore, ha già due bambini, quindi Yehudà è già nonno. Perché adesso vuole il divorzio? Lui attualmente vive negli Stati Uniti ed ha un’altra compagna, più giovane. Ha lasciato Israele in seguito ad un fatto gravissimo che ha portato lui ad una specie di fuga e sua moglie Na’ omi in una clinica psichiatrica. Ma ora vuole il divorzio legale, ne ha bisogno.
Così, nella settimana di Pasqua, seguiamo i protagonisti di questa storia, i componenti della famiglia Kaminka, fra Tel Aviv, Gerusalemme ed Haifa, assistiamo agli avvenimenti direttamente dalla testa e dalle azioni delle persone coinvolte. Sì, perché il romanzo è scritto attraverso il flusso di coscienza dei vari personaggi; iniziamo la lettura proprio dal racconto un po’ sconclusionato e sicuramente non facilissimo da seguire, almeno all’inizio, del nipotino di Yehudà, il piccolo Gadi. In seguito, insieme allo scorrere dei giorni, ci ritroveremo ad entrare nei ragionamenti di Yehudà, dei suoi figli, di sua nuora e dei suoi generi, della stessa Na’ omi; faremo anche un salto temporale nell’anno successivo, necessario per comprendere meglio e senza strani dubbi l’evoluzione della trama.
Che commento si può fare sullo scrittore Yehoshua? Credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che ci troviamo ai vertici della letteratura di qualità.
I punti di vista dei personaggi sono riportati secondo un flusso di coscienza che può forse risultare un po’ faticoso da seguire ma che ci permette di entrare nella mente degli attori della narrazione.
La vicenda riguarda una famiglia, le complesse relazioni che si intrecciano con le persone che si amano e quindi, contemporaneamente, si odiano anche un po’, persone che si apprezzano e si disprezzano, che si cercano e si sfuggono.
Il rapporto con l’altro è sempre complicato, difficile, mai scontato o banale, in tutti i vari livelli della scala sociale: una tematica che ritroviamo spesso nelle opere di Yehoshua e, oserei dire, un po’ in generale nella letteratura israeliana.
In conclusione quindi, una lettura affascinante, magnetica, potente: sicuramente da non perdere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Momenti lucciola

Secondo capitolo della Trilogia di Bois Sauvage, animato da personaggi e da una storia completamente nuovi e diversi rispetto al precedente “Salvare le ossa”.
La narrazione alterna il punto di vista di Jojo, ragazzino di tredici anni, di Leonie, sua madre, e di Richie, e lascio scoprire al potenziale futuro lettore chi esso sia.
Siamo di nuovo a Bois Sauvage, Jojo vive con i nonni materni, che per lui costituiscono le vere figure genitoriali. La madre Leonie, infatti, molto giovane, molto presa dal legame intenso e burrascoso con il suo compagno, molto dipendente da droghe, sembra essere completamente priva di istinto materno. Si dimentica e si disinteressa di curare ed accudire i propri figli, ma soffre quando questi ultimi non la considerano come una vera e propria madre.
I nonni di Jojo invece sono molto accoglienti e protettivi e riescono a dare ai figli di Leonie il calore e la protezione di una famiglia, ma un grande dolore si sta abbattendo anche su di loro: la nonna è ormai da qualche tempo gravemente malata, ha un tumore e non le resta molto tempo ancora da vivere.
Jojo è a sua volta il punto di riferimento per la sua sorellina più piccola, Kayla, per la quale sopperisce alle cure e all’affetto mancanti da parte della madre.
Il padre di Jojo, Michael, è un bianco e all’inizio del romanzo si trova in carcere. Buona parte della narrazione è infatti costituita dal viaggio “on the road” fatto da Leonie, i suoi figli e un’amica per andare a prenderlo dalla prigione e riportarlo a casa.
Rispetto al precedente romanzo qui la penna di Jesmyn Ward è meno lirica, più colloquiale ed immediata. Emerge con più risalto il tema del razzismo e allo stesso tempo l’autrice si apre anche a elementi spirituali che diventano facilmente sovrannaturali e magici.
In conclusione, un romanzo che può senza dubbio essere annoverato nella “Letteratura d’autore”, maliconico ed appassionato allo stesso tempo.

“La sera, quand’ero sdraiato sulla mia branda e River mi puliva le ferite, quei momenti brillavano intorno a me come lucciole nel buio. Io li prendevo tra le mani e prima di ingoiarli li trattenevo per un attimo, una manciata di luce dorata.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    28 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Holt

Storie di ordinaria umanità. Questo ci troviamo di fronte leggendo “Canto della pianura” di Kent Haruf.
Tom Guthrie è un professore di storia americana al liceo, ha due figli preadolescenti e una moglie infelice che non vuole più stare con lui.
Victoria Roubideaux è una diciassettenne incinta, abbandonata prima dal suo ragazzo, con cui ha avuto una relazione senza importanza, e dopo dalla sua stessa madre, che non vuole più tenerla in casa con sé.
I fratelli Mcpheron sono due anziani allevatori, scapoli, che vivono nel mezzo della campagna, diciassette miglia a sud di Holt. Malgrado il loro apparente isolamento sono due persone generose ed aperte verso la vita e verso i propri simili.
Ike e Bobby, i due figli di Guthrie, non più bambini, non ancora adolescenti, si affacciano alla vita attraverso esperienze di solitudine e sofferenza, ma il canto della pianura sembra voglia sussurrare che oltre a queste, sono possibili anche la solidarietà, la vicinanza, l’appartenenza.
Storie di ordinaria umanità ma, proprio per questo, di umanità straordinaria si susseguono nell’immaginaria cittadina di Holt, in Colorado.
Seguiamo i personaggi che danno vita a questo malinconico romanzo mentre trascorre lentamente il ventoso autunno e sopraggiunge il freddo inverno, mentre pian piano torna la primavera e la vita che nasce, rinasce e si trasforma intrecciando le diverse esistenze degli abitanti di Holt.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Aprile, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

L'inverno dentro

Titì è morto. In un gelido giorno d'inverno, su una banchina della stazione, a Parigi. Il freddo che aveva dentro era stato più pungente degli 8 gradi sotto zero che c'erano per strada. Il suo unico vero amico, Rico, decide che non può più rimanere a Parigi, non dopo la morte di Titì. Pensa così di intraprendere un ultimo viaggio, fino al sud, fino a Marsiglia, per rivedere il mare e rivivere un ricordo bello della sua gioventù. Ormai la vita di Rico è andata completamente alla deriva, lui è del tutto estraneo alla società, è un clochard, un senzatetto. Alcolizzato. Senza speranza.
É da qualche giorno che ho concluso la lettura di questo toccante romanzo e ancora non mi ha del tutto abbandonata quel profondo senso di malinconia, inquietudine e tristezza che sprigiona da queste pagine. Ciò che più colpisce è la totale e profonda mancanza di speranza per Rico e per gli altri personaggi che popolano questa storia: un'umanità del tutto sconfitta, che non chiede più nulla, sa di essere definitivamente approdata dalla parte degli ultimi, dei disperati, dei perdenti, ed è un viaggio dal quale non si torna più indietro. Sono possibili ancora gesti di solidarietà, di amicizia, d'amore fra queste persone ma non è più possibile credere, neanche come lontana chimera, nel miraggio della felicità. La vita li ha violentati, abbrutiti e distrutti. Non è possibile opporre più nessuna reazione, eccetto l'accettazione di questa condizione di esclusi. Le uniche emozioni che possono provare sono ormai il dolore, la sofferenza, la nostalgia.
Un romanzo toccante, duro, che riesce a farci immergere pienamente in questa disperazione e dal quale riemergiamo più umani e consapevoli della crudeltà che ci circonda.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Il viaggio di Aaron

“Il treno di cristallo” di Nicola Lecca è un romanzo di formazione e insieme un itinerario di viaggio. Si potrebbe dire quindi che è un percorso vissuto dal protagonista non solo attraverso le ferrovie e le città europee che visita, ma anche un cammino compiuto verso le proprie origini e verso la consapevolezza della propria identità.

Aaron vive a Broadstairs, nel Regno Unito, con sua madre Anja. Ha solo diciotto anni, lavora nella famosa gelateria Morelli della sua cittadina ed ha una relazione virtuale con una ragazza che non ha mai incontrato, Crystal. I soldi sono pochi, Aaron e Anja sono emigrati dalla Croazia. Una brutta depressione affligge Anja ma la piccola famiglia non può permettersi uno psicoterapeuta.
Mentre Aaron sta cominciando a pensare ad un ultimatum da dare a Crystal (o si decide ad incontrarlo, oppure romperà questa relazione a distanza) arriva, inaspettata, una busta proveniente da Zagabria, la città dove lui e sua madre sono nati. É del notaio Dano Porcic, che gli annuncia la morte di suo padre e lo invita ad andare a Zagabria per l'apertura del testamento. Aaron non sapeva che il padre fosse ancora vivo, sua madre gli aveva raccontato che era morto mentre lei era incinta. Quale verità si può nascondere dietro a tutto ciò? Inoltre, secondo le volontà testamentarie, il padre di Aaron ha predisposto per il figlio un viaggio in Interrail per raggiungere Zagabria, non un semplice e diretto biglietto aereo.

Il ragazzo quindi inizia un avventuroso viaggio durante il quale saranno toccate le città di Amburgo, Praga, Szentgotthàrd, Lubiana, fino a giungere a Zagabria. Un itinerario che durerà una decina di giorni e che gli farà vivere esperienze che fino a quel momento non aveva mai provato nell'ambiente ovattato e triste di Broadstairs, aiutandolo ad andare verso l'età adulta. E a Zagabria sarà svelata anche la verità sulla sua identità, che sua madre gli aveva tenuta nascosta in tutto il periodo della sua giovane vita.

In conclusione, quindi, una lettura piacevole e coinvolgente, in linea con gli altri romanzi dell'autore. Un viaggio che può aiutarci ad evadere momentaneamente dalle preoccupazioni e dalle ansie che attanagliano questi giorni difficili. Un percorso di crescita compiuto in questa nostra Europa, che può concludersi soltanto con un messaggio di speranza per il futuro.

«Il guaio è che quando non ci si può guardare negli occhi diventa difficile capire le intenzioni degli altri. Perché la voce può pure riuscire a mentire. Gli occhi, invece, non ci riescono quasi mai.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A tutti
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Marzo, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Amore e malattia

« Ogni profondo rapporto umano – amicizia, amore, e quello strano legame che unisce, per la vita o per la morte, due nemici – comincia con la sensazione che qualcuno ci sfiori: una sensazione surreale, simile a quelle che si hanno in sogno. A un tratto, in mezzo alla folla estranea, ti sfiora uno sguardo, una voce, e ti senti svenire, ti sembra di aver già vissuto quell'istante e di sapere tutto quello che poi accadrà, persino le parole e i gesti: ed è la realtà più seria e fatale, e al tempo stesso è come un sogno... Così cominciano i legami più importanti.»

É il terzo anno dall'inizio della seconda guerra mondiale, in un alberghetto in mezzo ai monti della Transilvania, durante le festività natalizie. Un io narrante che ci rivela ben poco di sé stesso, uno scrittore, sta trascorrendo qualche giorno di vacanza in montagna, ma il cattivo tempo imperversa e lui vorrebbe andarsene, si sente costretto in quel luogo che lo obbliga ad un'indesiderata vicinanza con gli altri turisti. Fra gli ospiti dell'albergo da quattro soldi, con estrema sorpresa, riconosce Z., un celebre musicista che aveva conosciuto alcuni anni prima a Budapest, nel salotto di un diplomatico e della sua bellissima e coltissima moglie. Z. intratteneva un'ambigua relazione con questa signora. Intanto nella locanda avvengono dei fatti che portano ad una conversazione più intima Z. e lo scrittore: il musicista svela di non poter più suonare, a causa di una malattia che ha bruciato un nervo motorio di due dita della sua mano. Gli confida inoltre che ha raccontato tutta la sua esperienza per iscritto. Qualche mese dopo lo scrittore apprende della morte di Z. ed anche di essere stato da lui nominato nelle disposizioni testamentarie come destinatario del suo manoscritto.

Possiamo così entrare nella vicenda centrale del romanzo, narrata in prima persona dallo stesso Z. Siamo all'inizio della guerra, circa tre anni prima, Z. viene invitato dallo stesso ambasciatore italiano a tenere un concerto a Firenze. All'inizio l'idea lo seduce, decide di accettare, pensa che sarà semplicemente una piacevole parentesi al termine della quale potrà riprendere tranquillamente la sua vita. Ma la realtà si rivelerà diversa. Già durante il viaggio si rende chiaramente conto che invece niente sarà più uguale a prima: la sua vita cambierà completamente. Poco dopo il concerto infatti viene colpito da dolori estremi e talmente intensi che viene prontamente ricoverato in una clinica. Si tratta di una malattia misteriosa della quale nessuno sembra voler pronunciare il nome: provoca a Z. dolori lancinanti che solo le iniezioni di oppiacei possono lenire per poche ore notturne. Ci vorranno giorni e mesi per affrontare la malattia, ci vorrà la volontà di guarire, l'energia che tiene in vita ma che può, allo stesso tempo, far ammalare, la forza di Eros.

Un romanzo, “La sorella”, che è riuscito a toccare alcune delle mie corde più intime e personali. Si parla di malattia, di cura, di guarigione, certo, ma alla fine, come nelle altre opere di Márai che ho letto, si parla di passione, di amore, dell'impossibilità di vivere una vita autentica e tranquilla. La forza travolgente dell'Eros ci corrompe, ci fa ammalare, spezza quel sereno equilibrio che costituisce la nostra armonia. É un'energia impetuosa, brutale, potentissima, che fa male. Ma si può vivere senza?

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Le braci
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Febbraio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Scelte difficili

Emma è una donna di mezza età, è sposata con Fausto ed ha una figlia adolescente che non comprende. É una donna molto insoddisfatta, Emma, per le scelte che ha compiuto e che sembra aver subito più che aver veramente voluto, una donna molto sola, che non si sente amata dalla figlia e che non appare provare forti sentimenti per nessuno e niente. Non ama il suo lavoro, un lavoro che le è piovuto addosso per ripiego, non sembra provare granché nemmeno per il marito, arrivato in un momento difficilissimo della sua vita e che appare tollerato per puro ripiego.
Emma infatti, quando frequentava l'università, è rimasta incinta: ciò ha condizionato pesantemente la sua vita, rendendola una serie di situazioni non scelte ma accettate in nome del senso di responsabilità, un insieme di seconde possibilità che si sono rivelate in tutta la loro tristezza proprio per quello che sono: seconde possibilità, ripieghi, realtà a cui Emma è arrivata per mancanza di meglio.
In questa vita scialba e grigia si aggiunge l'incapacità della donna di comprendere la figlia, che le è sempre sembrata lontana e inaccessibile ma che, con l'adolescenza, ha alzato un vero e proprio muro di incomunicabilità nei suoi confronti. Fino ad arrivare al giorno in cui Matilde, la figlia inaccessibile, comunica ai genitori di essere incinta, a soli diciotto anni. L'evento imprevisto non avvicina affatto le due figure femminili, anzi, se possibile le allontana ancora di più. Matilde va a cercare l'aiuto di una vecchia amica della madre, Irene, che è diventata una suora di clausura. L'inaspettato (e un po' inverosimile) avvicinamento di Matilde alla vecchia amica materna renderà possibile un chiarimento fra Irene ed Emma, che non si erano più viste né parlate da diciotto anni.
“Insegnami la tempesta” è un romanzo sull'incomprensione e sull'incomunicabilità insita nei rapporti umani, che certamente non risparmia le relazioni genitori-figli. La vita, la letteratura, la psicoanalisi, ci insegnano anzi che il legame madre-figlia o padre-figlio è spesso difficile ed in alcuni casi profondamente problematico: siamo quindi di fronte ad un tema interessante e coinvolgente. Purtroppo, non credo che l'autrice sia pienamente riuscita a costruire su questa avvincente tematica un altrettanto appassionante romanzo. La narrazione è costruita facendo intuire al lettore la centralità e l'importanza di alcuni momenti e personaggi, mentre invece quei momenti e personaggi scorrono quasi senza lasciare traccia...
In conclusione, un romanzo che si fa leggere, che riesce anche ad aprire spiragli di riflessione personale, ma che sicuramente non può dirsi indimenticabile o imprescindibile.

«Che figlio è quello immune dal bisogno? Le creature che hanno urgenza di noi non sono mai quelle che scegliamo. Ne vorremmo altre, che invece sfuggono come se traessero energia dalla nostra volontà di renderci insostituibili. Il bisogno è una dinamica squilibrata.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    15 Febbraio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Autobiografia catartica

Jonathan torna dall'università, è un giorno come tanti, è l'11 gennaio 2016. Non si sente bene, gli sta venendo la febbre. Non si tratta di una banale influenza, di una febbre che si dissolverà entro pochi giorni: la febbre di Jonathan non va più via.
Comincia così un percorso che attraversa tutto il libro, scisso su due piani temporali distinti: da una parte c'è il presente, la febbre che non passa, la spossatezza, l'incapacità di compiere le azioni della vita quotidiana che fino al giorno prima erano solo un'ordinaria routine, dall'altra c'è il passato, Jonathan bambino cresciuto a Rozzano, quartiere periferico di Milano, la sua infanzia segnata dal divorzio dei genitori, la presa di coscienza di avere un'identità sessuale diversa da quella della maggior parte delle altre persone.
“Febbre” è un'autobiografia ed insieme la testimonianza di un uomo sieropositivo. Jonathan ha l'HIV. Lo seguiamo nel racconto tra passato e presente. Un passato che ci narra di un'esistenza difficile (ma ci sono esistenze facili?), di un bambino che vive a Rozzano, un paese caratterizzato da grandi palazzoni di case popolari e dal disagio sociale dei suoi abitanti. Jonathan cresce tra il dolore per la fine prematura della sua famiglia e la consapevolezza di essere omosessuale. A lui infatti, maschio, piacciono i bambini. Fin dall'asilo si rende conto di questa realtà.
Intanto,tornando al presente, seguiamo Jonathan nei tormenti dati dall'incertezza del non conoscere da quale malattia si è stati colpiti, fino ad arrivare alla diagnosi della sieropositività. Lo vediamo naufragare in una disperazione negata, non accettata, che si trasforma in depressione, passività, incapacità di reagire, fino alla riappropriazione di una forza e di un coraggio che lo fanno emergere dal dolore.
Jonathan riesce a riprendere a vivere pienamente, ma si tratta di una vita nuova, diversa. Lui è una persona diversa, una persona che ha l'HIV ma che non vuole rimanere confinata nella vergogna e nella paura del giudizio sociale. Per questo Jonathan racconta, racconta tutto, senza veli, senza finzioni letterarie, senza artifici retorici: lui si mostra e ci mostra com'è stato, com'è, senza vergogna, senza pudore, senza paura. Un'autobiografia densa, cruda, catartica. Da leggere.

«Ho conosciuto lo sradicamento silenzioso, il vuoto della non appartenenza. Mi sono abituato all'idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto. Esporre il copione, il regolamento. Appropriarsi a proprio modo dello spazio dell'esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Gennaio, 2020
Top 50 Opinionisti  -  

Ado, dove sei?

Pietro Gerber è uno psicologo infantile: usa l'ipnosi per curare i traumi dei suoi piccoli pazienti, per insegnare loro a mettere ordine in una memoria resa fragile dal dolore in modo che possano imparare a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
In un piovoso giorno di fine inverno riceve una misteriosa telefonata: una collega lo contatta dalla lontanissima Australia e gli parla di una sua paziente, Hanna Hall, che probabilmente soffre di amnesia selettiva. La dottoressa Walker la sta curando con l'ipnosi e, durante una seduta, Hanna ha ricordato un evento violento avvenuto proprio in Toscana, dove viveva quando era bambina. Hanna sta arrivando a Firenze e Theresa Walker chiede a Gerber di occuparsi di lei: anche se lui cura solitamente minori, potrà rivolgersi alla bambina che è ancora dentro Hanna.
Fin dal primo incontro, Gerber ed Hanna manifestano una strana attrazione l'uno verso l'altra. La giovane donna, attraverso le sedute di ipnosi, riporta alla luce della sua memoria una storia molto particolare ed inquietante. Da bambina si spostava in continuazione con i genitori, conducendo un'esistenza molto singolare: vivevano in luoghi isolati e occulti al resto del genere umano, gli estranei erano un pericolo grandissimo da evitare in ogni modo. Perché Hanna e i genitori rifuggivano ogni contatto sociale? Cosa nascondevano? Perché avere tanta paura degli altri? E, soprattutto, cosa c'era veramente dentro una piccola cassa di legno sigillata con la pece, che la famigliola si portava sempre dietro, che veniva di solito sepolta sottoterra in prossimità dell'abitazione in cui i tre si trovavano? Cosa vuole Hanna da Gerber? É veramente una paziente che ha bisogno d'aiuto oppure è una pericolosa criminale?
Naturalmente il lettore potrà avere delle risposte a tutti questi interrogativi, una volta ultimata la lettura di questo nuovo thriller di Donato Carrisi. Purtroppo, rispetto ai precedenti romanzi dell'autore, ho trovato quest'ultima opera un po' sottotono. Mi spiego meglio: ricordo che quando leggevo “L'uomo del labirinto” di sera non riuscivo a staccarmi dalla lettura e, quando decidevo finalmente di smettere, ero turbata e non riuscivo a prendere sonno facilmente. Stavolta invece mi capitava di addormentarmi sulla pagina. Certo, è anche vero che questo è un romanzo che segue il filone de “La ragazza della nebbia”, non quello del “Suggeritore” o del “Tribunale delle anime”. É un thriller più realistico, senza sequenze troppo violente, eccessivamente angoscianti e sconvolgenti. Però... Alla fine la storia non mi è sembrata così intrigante e il finale, non è un tipico finale alla Carrisi, che di solito, invece di sciogliere le tensioni le accresce.
In conclusione, si tratta di un thriller che si legge volentieri, ma che non brilla per originalità e che non suscita particolare coinvolgimento.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
230 risultati - visualizzati 51 - 100 1 2 3 4 5

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Identità sconosciuta
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
Incastrati
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Chimere
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Tatà
Valutazione Utenti
 
3.0 (2)
Quando ormai era tardi
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Intermezzo
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
La fame del Cigno
Valutazione Utenti
 
4.8 (2)
L'innocenza dell'iguana
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Long Island
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Assassinio a Central Park
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)

Altri contenuti interessanti su QLibri

L'antico amore
Fatal intrusion
Il grande Bob
Orbital
La catastrofica visita allo zoo
Poveri cristi
Se parli muori
Il successore
Le verità spezzate
Noi due ci apparteniamo
Il carnevale di Nizza e altri racconti
Delitto in cielo
Long Island
Corteo
L'anniversario
La fame del Cigno