Opinione scritta da Elena72
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Perdersi nella malattia, ritrovarsi nell'amore
“Le piaceva avere qualcosa che le rammentasse le farfalle. Si ricordava di quella volta, aveva sei o sette anni, che in giardino si era messa a piangere per la sorte delle farfalle dopo aver scoperto che vivevano solo per pochi giorni. Sua madre l'aveva consolata spiegandole che per le farfalle non era triste e che solo perché la loro vita era breve non significava che fosse tragica. Guardandole svolazzare sotto il sole caldo tra le margherite del giardino, sua madre le aveva detto: "Vedi, hanno una vita meravigliosa". Ad Alice faceva piacere ricordarlo.” (p.118)
Alice ha 50 anni, un matrimonio felice, tre figli, è una docente e ricercatrice universitaria ad Harvard: viaggia, studia, si occupa dei figli e trova anche il tempo per fare jogging. Ma un giorno, proprio durante la sua corsa quotidiana, si accorge di non sapere più in quale punto di una piazza girare per poter tornare a casa. Alice inizia così a "perdersi". Gli scherzi della memoria si fanno sempre più frequenti, sempre più inquietanti: stress? Depressione? No, purtroppo. Le visite e i controlli medici escludono tutte le altre cause e arrivano a confermare una triste condanna: forma presenile di Alzheimer. "Avrebbe preferito morire che perdere il controllo della sua mente" eppure è proprio ciò che la vita ha in serbo per lei: Alice e la sua famiglia da questo momento dovranno imparare a convivere con una progressiva demenza. Alice è cosciente di ciò che le sta accadendo, ne soffre molto, ma non rinuncia a lottare per tentare almeno di rallentare i processi degenerativi della malattia e accetta di sottoporsi ad una terapia sperimentale che, purtroppo, si rivelerà inutile. Alice sa che le resta poco tempo prima di spegnersi, eppure continua a praticare jogging, esercita la sua mente con letture e film, arriva anche a fondare una comunità di mutuo aiuto per persone come lei affette da questo morbo. Ma soprattutto Alice vuole dare e ricevere amore: chiede, anzi quasi pretende, che il marito le stia vicino, affianca con tutto il suo affetto i figli nelle loro scelte di vita e testimonia con coraggio la sua esperienza durante un convegno per sostenere i malati di Alzheimer e i loro familiari. Il discorso tenuto da Alice durante la conferenza annuale dell’Alzheimer’s Association rappresenta il messaggio che l’autrice, con il suo romanzo, ha voluto lasciare: “Sentirsi diagnosticare l'Alzheimer è come essere marchiati con una lettera scarlatta. È quello che sono adesso, una persona affetta da demenza. E il modo in cui, per un certo periodo, mi definirò io, e poi continueranno a definirmi gli altri. Ma io non sono quello che dico o quello che faccio o quello che ricordo. In realtà sono molto di più. [...]
Per favore, non limitatevi a guardare la nostra lettera scarlatta e a cancellarci dalla vostra vita. Guardateci negli occhi e parlate con noi. Non spaventatevi e non prendetela come un'offesa personale quando faremo degli errori, perché li faremo. Ripeteremo le stesse cose, cambieremo posto alle cose e ci perderemo. Ci dimenticheremo come vi chiamate e cosa avete detto due minuti prima. Faremo anche del nostro meglio per compensare e nascondere le nostre lacune cognitive. [...]
I miei ieri stanno scomparendo, i miei domani sono incerti, e allora per cosa vivo? Vivo giorno per giorno. Vivo nel presente. Uno di questi domani dimenticherò di essere stata qui davanti a voi a tenere questo discorso. Ma solo perché presto me ne dimenticherò non vuol dire che l'oggi non conta.” (p. 252)
Anche se la malattia porta via tutto con sé, la capacità di percepire l’amore rimane intatta, così come la possibilità di donarlo: questo, dunque, il grande messaggio che ci lascia l'autrice.
Lisa Genova, neuropsichiatra americana, ha saputo sapientemente inserire in questo romanzo spiegazioni scientifiche e vicende umane: in maniera struggente ed emozionante, dà voce ai pensieri confusi di Alice e trascina il lettore nel dramma della malattia. Attraverso la lettura si percepisce l'angoscia della protagonista e la sensazione di impotenza che ne deriva. La scrittura della Genova è precisa, lucida, impietosa sulle caratteristiche di questo morbo, ma anche molto coinvolgente, scorrevole, a tratti commovente. L'autrice descrive la storia sia dal punto di vista della protagonista, sia facendoci percepire lo smarrimento dei familiari e il difficile percorso di accettazione che essi devono affrontare perché, oltre ad assisterla, devono imparare a convivere con una donna molto diversa da quella di un tempo: non è più la madre forte, la moglie determinata, ma è ormai una donna fragile, insicura, incapace di far fronte anche ai bisogni più elementari dell’esistenza.
Coinvolta, come familiare, dal dramma di questo terribile morbo, ho trovato questa lettura di grande impatto emotivo, ma estremamente utile, "terapeutica". Mi ha fatto riflettere e versare lacrime, ma soprattutto mi ha aiutata a rielaborare una perdita: perché a perdersi, in questa malattia, non è soltanto chi ne è direttamente colpito, ma anche chi vi assiste, giorno dopo giorno, impotente.
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Amare malgrado tutto
Siamo a Gilead, immaginaria cittadina dello Iowa, nella seconda metà degli anni ’50 in un'America attraversata dall'eco di forti tensioni razziali; Glory, 38 anni, la più giovane dei figli del pastore presbiteriano Robert Boughton, torna a casa con un bagaglio di fallimenti e delusioni per assistere l'anziano padre ormai vedovo e prossimo alla morte. Alla porta si presenta inaspettatamente anche Jack, uno degli otto fratelli Boughton, la pecora nera della famiglia, lo scapestrato, quello che fin da giovane combinava guai e faceva parlare tutta la cittadina, sparito da vent'anni senza lasciare traccia, assente perfino ai funerali della madre e ora misteriosamente ricomparso senza dare troppe spiegazioni. Glory, sensibile e premurosa, si prende cura sia del padre, ormai infermo, sia del fratello, provato nel fisico e tormentato nell'animo da una vita costellata di errori e sofferenze. La “casa” è il luogo fisico e simbolico attorno a cui ruota tutto il romanzo costituito da pochissime azioni, ripetitive, che si svolgono per lo più all'interno dell'abitazione: l'accudimento del padre, la preparazione dei pasti, la sistemazione del giardino e i tentativi di Jack di far ripartire il motore di una vecchia automobile ferma da anni nella stalla di casa. L'intreccio è costituito quasi esclusivamente dai dialoghi tra padre e figlio, tra l'anziano reverendo Boughton e l'amico congregazionalista Ames, ma soprattutto tra fratello e sorella. Jack e Glory si prendono cura l'uno dell'altra con premura e discrezione, aprono a poco a poco il loro cuore, si raccontano i rispettivi fallimenti, i dolori a lungo soffocati ed inespressi, l'incapacità di essere totalmente sinceri con il padre per paura di deluderne le aspettative, la difficoltà di sentire la “casa” come un rifugio in cui poter tornare, ma soprattutto un luogo in cui poter restare: “la chiamano casa, ma nessuno si ferma”. Una storia intima, una dolorosa confessione ma anche, o forse soprattutto, un romanzo che parla dei dubbi della fede, della possibilità del perdono, della speranza di salvezza. Può il figliol prodigo tornare sulla retta via? Come possiamo accogliere chi ci ha fatto soffrire? Le risposte che la Robinson ci dà sono sia quelle tratte dalla Bibbia e dalla sua fede calvinista (numerose le citazioni dalle Sacre Scritture), sia quelle che scaturiscono dal cuore dei suoi personaggi:
“Si deve perdonare per poter capire. Fino a quando non perdoni ti difendi dalla possibilità di capire” (p. 46) "Amarlo malgrado tutto era il triste privilegio dei legami di sangue" (p. 72)
“Una persona può cambiare. Tutto può cambiare” (p. 232)
"Era convinta di essersi salvata dalla vergogna e dal fallimento nudo e crudo grazie al bene che era in grado di fare al fratello" (p. 258)
Eppure in questa storia, come nella vita reale, non è tutto così semplice: Glory continua a vivere di ricordi e rimpianti, il vecchio padre non sembra essere in grado di perdonare il figlio fino in fondo e lo scapestrato Jack non dà l'impressione di essersi completamente redento. Tra un dialogo e l'altro, un tentativo di chiarimento e una parola di troppo che fa precipitare nelle reciproche incomprensioni, le domande del lettore restano in sospeso e mantengono viva la curiosità, creano una certa tensione: cosa nasconde Jack nel suo tormentato passato? Per quale motivo le lettere che ogni giorno da anni spedisce ad una donna tornano al mittente? Perché, conscio dell'imminente morte del padre, Jack decide di ripartire? L'ultima parte del romanzo spiega solo in parte i retroscena della vita misteriosa e dissoluta di Jack e il finale aperto lascia spazio alla debole speranza che qualcosa di buono sia stato seminato e che prima o poi, forse, se ne vedranno i frutti.
Marilynne Robinson è nata nel 1943 nell’Idaho e vive da anni nello Iowa, dove insegna scrittura creativa. Ha vinto il Pulitzer nel 2005 grazie a Gilead, che insieme a Casa e Lila costituisce una trilogia. Ha ricevuto nel 2012 la “National Humanities Medal” attribuita direttamente dal Presidente degli Stati Uniti 'per la grazia e intelligenza della sua scrittura' e da Obama è stata intervistata nel settembre 2015 dopo che il Presidente aveva dichiarato di aver letto ed apprezzato Gilead. E' stata ospite in Italia nel 2016 per ricevere il Premio Mondello per il miglior autore straniero e in quell'occasione Michela Murgia ha spiegato il motivo per cui la Robinson merita la nostra attenzione: “Ho scelto Marilynne Robinson perché con i suoi libri – in particolare la trilogia composta da Gilead, Casa e Lila - in questi anni si è mostrata capace più di altri di rendere narrativamente il dono perduto dell'epica contemporanea. […] Sembra non esserci epica letteraria possibile in un tempo pensato come una sequenza di istanti contemporanei intercambiabili, eppure Robinson ne ha scritta una. […] Di quel filo non spezzato abbiamo un disperato bisogno”.
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Non si perdona un'infanzia rovinata
C'è molto della biografia dell'autrice in questo romanzo della Némirowsky: Hélène odia sua madre, Bella, donna vanesia e anaffettiva e cresce con un'istitutrice francese, Mademoiselle Rose che, seppur con molti limiti, sostituisce la figura materna. Il padre, Boris Karol, si dedica agli affari e al gioco d'azzardo dilapidando grandi fortune. Bella frequenta un giovane amante, Max, tra l'indifferenza del marito e l'ostilità della figlia e la famiglia Karol resta negli anni infelicemente unita, salvaguardando apparenze e fragili equilibri. Sullo sfondo della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa i Karol, per sfuggire ai conflitti, viaggiano tra Ucraina, Finlandia e Francia e la piccola Hélène ha così l'occasione di innamorarsi di Parigi, città dove vorrà tornare per godere, infine, della sua solitaria libertà.
'Il vino della solitudine' è un romanzo in cui il tema dominante è un leitmotiv caro all'autrice: la sofferenza che una figlia prova nel sentirsi trascurata, non amata, da una madre incentrata esclusivamente su se stessa. Il punto di vista è quello della giovane Hélène, bambina intelligente, amante dello studio e dei libri “per la loro facoltà di dare l'oblio”, ma soprattutto sensibile, riflessiva e chiusa in se stessa. Il rapporto con Bella è, per la giovane, devastante ed insanabile: “nutriva nei confronti di sua madre un odio strano che sembrava crescere con lei; che, come l'amore, aveva mille ragioni e nessuna”. Hélène cresce “affamata di solitudine, di silenzio, di una malinconia amara di cui si sarebbe riempita l'anima fino a saziarla di odio e di tristezza”, sentimenti che sviluppano nella ragazza una sete di vendetta per tutto ciò che la madre le ha fatto patire nell'infanzia e nell'adolescenza. Cresciuta e ormai consapevole della propria femminilità, Hélène assume, prima inconsapevolmente e poi volutamente, tutti quegli atteggiamenti civettuoli che tanto aveva odiato in Bella. Gli uomini diventano per lei oggetti di conquista perché “non si ama un uomo per se stesso, lo si ama contro un'altra donna” e quella donna è sua madre. Cinica e disincantata Hélène persegue nel suo obiettivo fino a privare Bella di ciò a cui tiene maggiormente: la considerazione, le attenzioni e l'affetto di Max. Raggiunto lo scopo, a Hèlène non resta che gustarsi il calice amaro del vino della sua solitudine per poi staccarsi definitivamente dagli affetti familiari: "Non ho paura della vita” pensò "Sono stati solo anni di apprendistato. Terribilmente duri, è vero, ma che mi hanno temprata, hanno rafforzato il mio coraggio e il mio orgoglio. E questo mi appartiene, è la mia ricchezza inalienabile. Sono sola, ma la mia solitudine è aspra e inebriante".
La Némirowsky ha una penna tagliente, un bisturi che seziona l'anima; attingendo dalla propria dolorosa esperienza biografica, delinea con meticolosità quasi ossessiva la conflittualità tra la figlia e la madre facendo percepire al lettore tutta la sofferenza di quel rapporto. 'Il vino della solitudine' fu pubblicato in Francia nel 1935; sappiamo che l'autrice, prossima ad essere arrestata e deportata, stilando l'elenco delle sue opere sul retro del quaderno di "Suite Francese", accanto a questo titolo scrisse «Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky» e non è difficile trovarvi delle analogie tra la vita dell'autrice e la trama del romanzo: un padre assente, dedito solo al culto degli affari e una madre superficiale e insensibile che non manca mai di rimproverare la figlia per la sua goffaggine. L'unica figura positiva è quella della tenera e protettiva governante Rose che la Némirovsky descrive pensando alla sua cara Marie che le infuse l'amore per la Francia.
In Hélène troviamo tutto il dolore della scrittrice, la sofferenza di tutte le creature non amate dalla propria madre che per sempre patiranno di una ferita insanabile:
«Non si perdona un'infanzia rovinata...[...]Mi sembra che non si possa mai maturare come gli altri: siamo marci da una parte e acerbi dall'altra, come un frutto esposto troppo presto al freddo e al vento...»
Ho trovato questo romanzo avvincente ed intrigante, sofferto e profondo, come tutti quelli di questa autrice.
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"Mamma! papà!" ma i morti non risposero
«Mi ha abbandonato - pensò la vecchia. - Non mi ha atteso. Per quarantotto anni ho conosciuto ogni suo pensiero. E ora non so che cosa si porterà dietro”. Etelka ha settantasei anni quando Vince, il compagno di una vita, muore di cancro lasciandola sola con Iza, una figlia ormai adulta e medico affermato che, dopo la separazione dal marito, ha deciso di vivere a Budapest. Iza, oberata di lavoro, porta via dal paesino la mamma rimasta sola e la isola nella nuova casa della capitale provvedendo a tutti i suoi bisogni come una figlia modello. Ma è questa la soluzione giusta? Pretendere che l'anziana donna “si riposi”, cioè non cucini, non faccia la spesa, non si relazioni con persone estranee, non prepari nemmeno il caffè, praticamente non si muova dalla sua camera per non compromettere la perfetta esistenza della figlia? Etelka, provata dal lutto e sradicata dal suo ambiente, dai suoi oggetti e dalle sue abitudini, si chiude sempre più in se stessa e in ciò che della vita le è rimasto: “Non avrebbe mai creduto che il ricordo potesse trasformarsi in una attività così intensa. La vecchia si raccontò la propria vita, frammento dopo frammento”. La svolta, tragica ed ineluttabile, si ha nel momento in cui Etelka decide di tornare, da sola, al paese in cui è sepolto Vince per la posa della lapide sulla tomba del marito; l'evento è per la donna un'inesorabile presa di coscienza: “Ora a settantasei anni, davanti a quella lapide, sapeva che i morti muoiono completamente e che non si può donar loro qualcosa, né con i rimorsi, né con il dolore, né con l'amore.” Ormai indifferente a tutto, all'amore, al dolore e anche alla paura, dopo aver subito e sopportato per mesi le volontà altrui, Etelka prende finalmente la sua decisione, quella che la porterà su una strada senza ritorno.
Libro intenso, struggente, drammatico, bellissimo. L'autrice scava nel cuore e nella testa dei personaggi facendone emergere ogni segreta vibrazione, ogni sfumatura: la penna della Szabò dipinge il romanzo come un quadro, pennellata dopo pennellata, toccando e ritoccando protagonisti e comparse tra luci e ombre fino alla perfezione. Il testo, in terza persona, assume i punti di vista dei personaggi facendoci percepire la realtà ora con gli occhi di Etelka, ora con quelli della figlia Iza, figura controversa e complessa. Brava bambina, impeccabile studentessa, moglie irreprensibile, figlia ammirevole, Iza anela ad una perfezione che attrae e respinge: chi si avvicina a lei ne rimane conquistato ed annientato. Cosa rimproverarle? L'incapacità di comunicare, l'impossibilità di amare. Iza agisce infatti più per un ferreo senso del dovere che per genuini slanci d'affetto; con il suo comportamento condanna gli altri, ma soprattutto se stessa, ad una inconsolabile solitudine. Etelka, fragile e insicura in una terra che non riconosce più come sua, in un mondo che cambia troppo velocemente, legata a vecchie abitudini e ad oggetti logori, ma carichi di ricordi vive con la figlia in un rapporto di estraneità che la condurrà all'isolamento e alla depressione.
A chi ha letto “La porta” (1987), noto capolavoro della Szabò, non potranno sfuggire le analogie tra Magda e Iza, Emerenc ed Etelka; “La ballata di Iza” (Pilatus, in ungherese, 1963) anticipa infatti di oltre vent'anni le tematiche care all'autrice: l'incomunicabilità, la solitudine, l'ineluttabilità dello scorrere del tempo, la conflittualità tra ciò che si deve e ciò che è giusto fare, tra le voci della ragione e quelle del cuore.
Ho letto questo libro con calma, sentendo sulla mia pelle il dolore di Etelka, rivivendo nei miei pensieri le contraddizioni di Iza: ho sofferto con loro, pagina dopo pagina; come madre e come figlia ho interiorizzato e rielaborato l'importanza di saper ascoltare davvero chi ci sta accanto e l'urgenza di dire alle persone a noi care quanto le amiamo prima che sia troppo tardi.
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Testa o cuore?
“Non so cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l'ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni”. E' ormai anziana la donna che rievoca in un lungo flashback l'evento che sconvolse la sua vita: il ritorno dell'uomo a cui da sempre e per sempre è rimasta legata in un vincolo soprannaturale e demoniaco: “Ho fatto di tutto per mettermi in salvo. Ma il nemico continuava a seguirmi.” A quarantacinque anni Eszter è ancora un'avvenente signora circondata dalla stima e dall'affetto di poche ma fidate persone e vive serena insieme alla governante Nunu nella casa che ha ereditato dal padre. Un telegramma annuncia il ritorno di Lajos e “come una sonnambula” Eszter viene svegliata all'improvviso da un dormiveglia durato vent'anni. L'incontro, tanto atteso quanto insperato assume ben presto le caratteristiche di uno scontro, di un duello dal quale uno dei due uscirà vincitore e l'altro sconfitto. Come se il tempo non fosse mai trascorso, Lajos “riemerge dal passato per annunciare con voce commossa, di voler mettere a posto ogni cosa”, di essere ancora innamorato di Eszter, anzi, di averla sempre amata nonostante ne abbia sposato la sorella Vilma, ormai morta. Eszter, incredula, cerca di controbattere, ma Lajos incalza, passa dalle lusinghe alle accuse, dal ruolo di carnefice a quello di vittima in un crescendo di tensione e colpi di scena. Come comportarsi di fronte alle proposte di Lajos? Decisione non facile da prendere per Eszter, perché Lajos non è solo un amante apparentemente devoto, è anche e soprattutto uno scialacquatore, un inconcludente, un donnaiolo e un approfittatore. E questo Eszter lo sa, ma sa anche quanto “le decisioni fatali, quelle che determinano il profilo caratteristico del nostro destino siano molto meno consapevoli di quanto supponiamo”. Cosa è giusto seguire nella vita? Il cuore o la ragione?
Marai è un maestro nel delineare personaggi ambigui, poliedrici, ammalianti. I dialoghi (spesso monologhi) sono degni del copione di un dramma pirandelliano, in cui ognuno mostra la propria verità, perché una verità assoluta non esiste. Sta a noi lettori giudicare: condannare o assolvere secondo la nostra coscienza.
Dopo Le Braci (stupendo) volevo leggere altro di Marai e L'eredità di Eszter non ha deluso le mie aspettative. Mi ha incollata alle pagine dall'inizio alla fine in un crescendo di suspance, mi ha fatto riflettere, ma soprattutto mi ha lasciato un interrogativo in sospeso. Alla chiusura del libro mi sono chiesta: e io cosa avrei fatto al posto di Eszter? E' proprio vero che “gli amori infelici non finiscono mai”.
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"L’amore mi fa schifo”
La storia è ambientata a Barcellona negli anni Trenta, Aloma è rimasta orfana da bambina e vive nella casa paterna con il fratello maggiore Joan, sua moglie Anna e il piccolo Dani, il bambino che ha preso il nome di Daniel, il fratello morto suicida in quella stessa casa a diciotto anni. Aloma si dedica alle faccende domestiche, cura il nipotino, ama il giardinaggio e la lettura, non ha amiche né relazioni: "L’amore mi fa schifo”, afferma la protagonista nell'incipit del romanzo. La sua vita monotona viene scossa all'improvviso dall’arrivo di Robert, fratello della cognata Anna: un uomo misterioso e affascinante che viene dall’Argentina; di questo personaggio non si sa nulla, né della sua vita privata, né il motivo per cui è tornato presso i parenti. Aloma, semplice e spontanea, cade vittima del fascino di Robert e si lascia, suo malgrado, travolgere da una passione che cambierà per sempre il suo destino.
L'evolversi della vicenda sentimentale scandisce la crescita personale di Aloma: attraverso le speranze deluse, i rancori e le umiliazioni la protagonista prende coscienza della grettezza degli uomini, ma acquisisce anche la consapevolezza della propria dignità e della propria autonomia. Le ultime pagine del romanzo descrivono Aloma che varca la soglia del cancello del suo giardino: “Prima di uscire in strada, passò le dita sul ferro del cancello (…) Si strinse con forza le mani perché non le tremassero tanto. Le strade erano tranquille. Da un muro pendeva un rosaio senza rose. Lontano, il rumore sordo della città, ragazze che affrontavano la vita, senza illusioni.” La casa e il giardino, rifugio che permette di isolarsi dalla realtà esterna, sono nel romanzo un simbolo che rappresenta ciò che protegge la protagonista dal mondo esterno; superare quella soglia significa dunque per Aloma conquistare l'indipendenza.
Aloma è un'opera giovanile (del 1938) di una delle più importanti scrittrici catalane, già nota in Italia per Piazza del diamante (1962) e Via delle Camelie (1966); spesso paragonata a Virginia Woolf, la Rodoreda sa cogliere e descrivere con maestria le sfumature dell'animo femminile e trasmette un'immagine di donna fragile, ma con una grande forza interiore. L'atmosfera è malinconica, le tematiche affrontate sono la solitudine, l'incomunicabilità, la maternità, il desiderio della donna di essere autonoma e indipendente soprattutto da un punto di vista emotivo; il romanzo mi è piaciuto, l'ho trovato ben scritto, coinvolgente e ancora molto attuale; ho ammirato la protagonista per la sua autenticità, la sua dignità, il suo coraggio.
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Il dolore dei figli dura per sempre
“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”.
Possono una madre e una figlia ricucire il loro rapporto dopo anni di incomprensioni e silenzi?
La storia inizia a New York, in una stanza di ospedale. Una madre inaspettatamente si presenta al capezzale della figlia, Lucy, costretta ad una lungodegenza per una complicanza post-operatoria. “Ciao Bestiolina” le dice la donna, come se il tempo non fosse mai trascorso, come se la figlia fosse ancora piccola; ma Lucy è ormai adulta, si è sposata ed ha avuto due bambine. Non si vedono da anni, ma subito tra le due si ricrea una certa intimità fatta di ricordi, pettegolezzi, discorsi banali. La madre veglia la figlia per cinque giorni e il piano temporale si sposta nel passato; Lucy fa riemergere dai ricordi i traumi dell'infanzia: la povertà materiale ,“vivevamo in un garage”, ma soprattutto la povertà affettiva dei suoi genitori. Dalla sua memoria riaffiorano un padre violento e una madre incapace di “pronunciare quelle parole: ti voglio bene”. Lucy crescendo si riscatta grazie allo studio, si ferma ogni giorno a scuola oltre le ore di lezione, si appassiona alla letteratura e persegue il suo sogno: scrivere il romanzo della sua vita. Ma la vita, purtroppo, non è una storia alla quale possiamo cambiare il finale, “se vivi per vent'anni con una persona, il romanzo è quello”. Il piano temporale si sposta di nuovo: Lucy è una donna matura, si è separata dal marito e ha raggiunto l'obiettivo di diventare scrittrice seppur con profondi sensi di colpa per aver trascurato le figlie. Il cerchio si chiude, la storia si ripete. “Mamma”: parola talvolta sussurrata, talvolta urlata, legame che per sempre segna la nostra esistenza e quella dei nostri figli.
Può dunque il rapporto tra una madre una figlia ricucirsi dopo anni di silenzi ed incomprensioni? La Strout lascia a noi la riposta, ma ci fa intendere che ciò che ci ha segnato non si può cancellare: il dolore dei figli dura per sempre.
Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo breve, la lettura scorre rapida, la scrittura è asciutta, essenziale, ma mai banale; ogni frase offre lo spunto a numerose riflessioni.
I capitoli sono costruiti come istantanee in un'alternanza tra passato e presente e le vicende della protagonista sono narrate in prima persona. L'atmosfera è raccolta, intima, leggendo questo libro ho avuto la sensazione di essere lì, in quella stanza di ospedale, tra l'andirivieni di medici ed infermiere, ad ascoltare una donna che decide di aprire il suo cuore per raccontarci le ferite della sua anima.
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"Non riesco ad amarti quanto ti amo"
Siamo a Gilead, in America, negli anni della Grande Depressione. Lila è cresciuta tra vagabondi e prostitute, tra campi di mais e alloggi di fortuna; ha venduto il suo corpo in un bordello, ha lavorato come donna delle pulizie, ha imparato a leggere ma soprattutto ha dovuto imparare a sopravvivere. Lila conserva con affetto pochi oggetti: uno scialle, un vestito, un cappotto e un coltello. "Altri avevano case e città e nomi e cimiteri. Lei aveva solo quel coltello. E la paura e le solitudine e il rimpianto". Sono i regali e i ricordi che la legano a Doll, una senza tetto che l'ha rapita quando Lila era una bambina gracile, piena di graffi e croste, trascurata e denutrita. Doll è stata per lei una madre, le ha dato affetto, le ha insegnato a vivere, l'ha difesa fino a macchiarsi di un delitto. L'esistenza di Lila ha una svolta quando, spaventata e sola, in un giorno di pioggia entra in una chiesa e vede l'anziano predicatore John Ames: i loro sguardi si incrociano e i loro destini da quel momento si uniscono. Ames la accoglie come se la conoscesse da sempre, si prende cura di lei con dolcezza, rispetto e fiducia. Due vite piene di ferite aperte si incontrano e si curano a vicenda con le uniche medicine che possono guarire l'anima: l'amore e la fede. Il reverendo vede in Lila la grazia che Dio gli ha concesso dopo troppi lutti e tanta solitudine. Lila vede in John tutto ciò che le è sempre mancato: un padre, un marito, una casa, una famiglia. John resta colpito dalle domande di Lila sul senso della vita, sul perché della sofferenza; si commuove di fronte alla profondità delle sue riflessioni e alla genuinità e generosità delle sue azioni. Lila e John concepiscono un figlio: il dono più bello e più grande che entrambi potessero desiderare. Lila vive la gravidanza in uno stato di grazia, custodisce nel grembo il suo bambino, lo coccola abbracciandosi il pancione, parla con lui raccontandogli i suoi pensieri, confidandogli ricordi e segreti. John, già avanti negli anni, non si cura dei giudizi della gente, si fida di Lila, la protegge e la ama incondizionatamente.
Marilynne Robinson è un'autrice calvinista, nelle sue pagine si respira una fede autentica, non urlata da un pulpito, ma sussurrata tra le mura domestiche. Lila è un personaggio che prende vita pagina dopo pagina tra luci e ombre, tra presente e passato, tra dati oggettivi e ricordi. La scrittura della Robinson è poetica, evocativa, profonda e impreziosita da citazioni bibliche (mai disturbanti perché sempre funzionali al racconto e alla caratterizzazione dei personaggi).
Ho trovato questo romanzo molto toccante, profondo, terapeutico. Lo consiglio a chi desidera prendersi una pausa di riflessione, un po' di tempo per meditare su ciò che serbiamo nell'intimo e spesso, gelosamente, custodiamo; solo quando un'anima incontra ascolto e rispetto può lasciarsi accogliere ed amare e "questo è uno dei pochi lati buoni della vita: nessuno ti può conoscere se non glielo permetti".
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Vite come satelliti
Come le lune ruotano misteriosamente intorno ai loro pianeti, così le vite delle donne gravitano attorno agli affetti che determinano le traiettorie delle loro esistenze. Ne "Le lune di Giove" la Munro ci fa incontrare le protagoniste ad un bivio della loro esistenza, nel momento in cui prendono coscienza degli abbagli, dei fallimenti, delle insane relazioni con uomini prevaricanti ed insensibili ai quali hanno concesso troppo potere sulle loro vite. "C'è un limite alla quantità di sofferenze e di scombussolamento che si è disposti a sopportare in nome dell'amore, come c'è un limite al disordine che siamo disposti a ignorare in una casa. Non si può conoscere in anticipo, ma quando lo raggiungi, te ne ne accorgi" (p. 157). E quando una donna se ne accorge, scatta qualcosa e da quel momento la sua vita avrà il sapore dolce amaro della consapevolezza e del distacco. "Quando cominci veramente a lasciar perdere, succede così. Ti prende dentro una fitta di dolore segreta, inaspettata. E subito dopo un senso di leggerezza. Vale la pena rifletterci, sulla leggerezza" (p. 157).
In quasi tutti i racconti si respira un'aria di malinconica rassegnazione e aleggia l'ineluttabilità di un destino crudele. Emblematico a tal proposito "L'incidente", racconto nel quale due amanti vengono interrotti proprio nel momento in cui giunge la notizia che darà una svolta alle loro vite: la tragica morte del figlio di lui sara' l'occasione per legittimare la loro relazione.
Il racconto che ho preferito è stato l'ultimo, quello che dà il titolo alla raccolta. Parla di una donna che sta vivendo un momento di particolare crisi, come madre e come figlia. Suo padre deve infatti affrontare una delicata operazione al cuore dalla quale, molto probabilmente, non potrà risvegliarsi. Una delle sue figlie, la più amata ma anche la più ribelle, se n'è andata di casa e non ha mantenuto contatti stabili con la famiglia. A differenza della protagonista, sia il padre, sia la figlia sono figure forti che determinano in autonomia il loro destino. Il dialogo sul significato dei nomi dei satelliti di Giove è l'ultimo confronto che la protagonista ha con il padre prima del fatidico intervento. Il finale aperto lascia spazio alla speranza, alla possibilità di ritrovare la figlia e di rivedere il padre dopo l'operazione e fa chiudere il libro con un sospiro di sollievo.
Non è la prima opera della Munro che leggo e questa autrice di solito mi piace; "Le lune di Giove" però mi ha lasciata perplessa, con labili emozioni e poche pagine su cui avrei voluto ritornare. I racconti sono costruiti, come sempre, in modo impeccabile, i personaggi scandagliati nell'intimo, i luoghi descritti dettagliatamente; eppure l'ingranaggio della lettura gira a fatica, forse per un eccesso di virtuosismi, per un surplus, a mio parere, di elucubrazioni mentali. Consigliato comunque, perché la Munro, come tutti i grandi della letteratura, sa far emergere ciò che abbiamo dentro ma non riusciamo ad esprimere.
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Non siamo i nostri deficit
La malattia è la condizione umana per eccellenza: "gli animali si ammalano, ma solo l'uomo cade radicalmente in preda alla malattia" (p.11)
'L'uomo che scambio' sua moglie per un cappello' è uno dei tanti pazienti che hanno avuto la fortuna di essere conosciuti, curati e descritti dal dottor Oliver Sacks (1933-2015), neurologo e psichiatra inglese, accademico in diverse università americane, ma anche autore di numerosi bestsellers tra cui "Risvegli" da cui fu tratto un celebre film nel 1990. Il dottor Sacks, con con grande umanità e professionalità, ha saputo relazionarsi fino in fondo con i suoi pazienti, ha sempre voluto vedere la persona al di la' della patologia e i talenti oltre le mancanze. "I nostri test, i nostri approcci, le nostre valutazioni sono insufficienti. Ci rivelano solo i deficit, non le capacità, ci forniscono solo dati frammentari e schemi, mentre abbiamo bisogno di vedere una musica, un racconto, una serie di azioni vissute, un essere che si comporta spontaneamente nel suo modo naturale" (p. 240). Ogni persona, qualunque sia il disturbo che la affligge, può mettere in atto strategie per arrivare a compensare la sua disabilita', ma Sacks va oltre: ci dimostra come in ognuno di noi possa emergere un talento che che può farci sentire "speciali" nonostante la malattia. Anzi, in alcuni casi è proprio la patologia a consentire esperienze che in altro modo non si potrebbero sperimentare. Interessante a tal proposito il capitolo relativo alla sindrome di Tourette in cui si racconta di un uomo che preferiva non assumere farmaci nel weekend per poter essere pienamente se stesso, con i suoi tic, ma anche con uno straordinario e sfrenato talento musicale favorito proprio dalla sua sindrome.
La musica, il teatro, il canto, il disegno possono far emergere ciò che, in altre forme, alcune persone non riescono ad esprimere ed assumono quindi una valenza più che terapeutica. Rebecca, disabile mentale grave, si sente se stessa solo sul palcoscenico; José, incapace di esprimersi verbalmente, fa disegni più belli e più vivi dei soggetti originali e Martin che invece ama il canto, è trasfigurato dalla musica tanto che "tutto ciò che vi era in lui di patologico scompariva, lasciando solo concentrazione ed entusiasmo, integrità e salute" (p. 252).
Ho letto il saggio di Sacks con grande interesse, mi ha incuriosita sugli aspetti straordinari e misteriosi della psiche, ma soprattutto mi ha ricordato che non esistono "casi", ma solo e sempre persone e non esistono ostacoli che non possano essere superati se sappiamo vedere oltre la disabilita' e la malattia.
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Bisognerebbe dilatare il tempo
"Si capisce sempre troppo tardi che bisognerebbe dilatare il tempo finché possibile, finché si riesce".
Affascinata da "La porta" ho deciso di leggere anche quest'opera della Szabo', ma dopo le prime pagine sono rimasta bloccata ed indecisa se lasciarla o proseguire. Ho fatto fatica ad entrare nella storia, a capire i personaggi e i tempi della narrazione: gli sbalzi tra presente e passato e le diverse voci narranti fanno di questo romanzo una lettura un po' impegnativa, ma sono anche gli elementi che la rendono affascinante ed enigmatica. Via Katalin è la strada in cui vivevano spensierati quattro bambini con le loro famiglie fino agli anni della seconda guerra mondiale, fino al giorno in cui, proprio al fidanzamento di due dei protagonisti, Iren e Balint, Henriett viene uccisa da un soldato e Blanka, sorella di Iren, seppur inconsapevolmente, verrà in parte considerata responsabile di questa morte. I personaggi, ben delineati nei loro rapporti e nella loro evoluzione, hanno in sé qualcosa di insolito e misterioso, attraggono e respingono il lettore suscitando sentimenti ed emozioni contrastanti nel corso della vicenda. Iren e Balint si cercano e si allontanano, in un rapporto d'amore ambiguo mai pienamente e contemporaneamente corrisposto che, tuttavia, li tiene inspiegabilmente legati nel corso delle loro esistenze e li porterà, alla fine del romanzo, a stare insieme nel vano tentativo di recuperare la felicità della giovinezza ormai perduta. Blanka è una figura controversa, un personaggio che agisce d'impulso pensando di fare il bene, diviene invece suo malgrado capro espiatorio dell'infelicita' e degli errori altrui. Henriett, la giovane timida ed insicura uccisa dal soldato a sedici anni, mi ha colpita in modo particolare perché, con la sua fragilità e la sua ingenuità, determina e condiziona le vite degli altri personaggi. Henriett è presente nella storia sia prima, sia dopo la sua morte: si palesa infatti tra le pagine come un fantasma, per continuare a "vivere" insieme ai suoi amici senza essere da loro riconosciuta; questo espediente dà alla storia un tocco di struggente malinconia, fa costantemente riflettere su ciò che è stato e su ciò che avrebbe potuto essere.
Via Katalin è un libro che non mi ha lasciata indifferente, ha risvegliato in me emozioni e ricordi; mi ha fatto pensare al tempo dell'infanzia, alla vita che fugge, ai rapporti tra amici, tra sorelle, al destino, a ciò che avremmo voluto essere e a ciò che invece siamo diventati.
In conclusione, sono felice di aver superato lo scoglio iniziale e di averne proseguito la lettura perché Via Katalin è un bel libro che consiglio di assaporare e meditare con calma.
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Inquietanti intuizioni, scomode verità
Otto racconti ambientati a Carstairs, Ontario, dove tutti, chi più chi meno, hanno un segreto da svelare. Omicidi, tradimenti, morti tragiche, violenze tra le mura domestiche segnano le vite delle protagoniste che accettano, con una certa rassegnazione, il loro destino consapevoli che "è buona regola trarre il maggior piacere possibile dalle cose anche quando non si è felici" e "in fin dei conti la vita si riduce a un buon caffè e a una stanza dove sdraiarsi ". "Segreti svelati" è il racconto che dà il titolo alla raccolta, tra tutti il più inquietante e il più enigmatico. Durante una gita la giovane Heather Belle scompare misteriosamente e non sarà più ritrovata; Maureen, la protagonista del racconto, coglie forse la verità "e la sua memoria avrà uno spasmo, ma non le rivelerà mai appieno il momento in cui le è sembrato di osservare un segreto svelato, qualcosa che non fa trasalire finché non pensi di cercare di raccontarlo". E la Munro ce lo racconta, questo segreto, ma come sempre chiede la nostra attenta partecipazione, nulla ci deve sfuggire: frammenti di vita, lettere e ricordi compongono, o meglio, scompongono episodi che il lettore deve ricostruire. Lo stile impeccabile della Munro si conferma anche in questa raccolta del 1994 rivelandone, ben prima dell'attribuzione del Nobel, la straordinaria tecnica narrativa.
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Parole non dette, antichi rancori
La seconda raccolta della Munro, pubblicata nel 1974, ma edita in Italia solo nel 2016, conferma le grandi qualità di questa autrice fin dai suoi esordi. Della Munro adoro soprattutto lo stile, essenziale, tagliente, incisivo. Ti fa entrare nelle vicende che racconta attraverso il punto di vista delle protagoniste, ti fa vivere le loro emozioni, i loro pensieri, i loro drammi e i loro desideri. Mi piace perché il tempo del racconto è frammentato, oscilla tra presente e passato, è filtrato dai ricordi. Ma ciò che più apprezzo di questa autrice è il ruolo che dà al lettore: gettato 'in medias res' egli si deve infatti impegnare per scoprire chi sta parlando e di chi si sta parlando, deve ricostruire la trama e dare senso al racconto che va riassemblato come i pezzi di un puzzle. "Una cosa che volevo dirti da un po'" è il titolo del primo di tredici racconti e suggerisce anche la tematica di tutta la raccolta: frasi non dette, antichi rancori, segreti mai svelati custoditi da madri, mogli, sorelle, amiche, amanti per preservare fragili, ma preziosi, equilibri esistenziali.
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Le ombre delle nostre vite
"Io non prendo una storia e non la seguo come se fosse una strada che mi porta da qualche parte, con prospettive e deviazioni precise lungo il percorso. Io entro dentro una storia e mi ci muovo avanti e indietro, mi stabilisco di qua e di là, ci sto dentro per un po' di tempo". Così Alice Munro definisce, in un'intervista del 1982, il suo modo di scrivere. Ed è proprio questo stile narrativo che fin da subito mi ha conquistata, uno stile frammentario, incentrato su particolari messi a fuoco durante la narrazione, un insieme di immagini e dettagli che il lettore deve via via assemblare come i pezzi di un puzzle per poter comprendere il quadro finale e potergli dare un senso. La maggior parte delle voci narranti e delle protagoniste di questa raccolta sono bambine, adolescenti o giovani madri alle prese con le difficoltà e le sofferenze che ogni essere umano, prima o poi, si trova costretto ad affrontare: il passaggio dall'infanzia all'età adulta, il desiderio di realizzarsi, i rapporti conflittuali e contraddittori con i familiari, la malattia, la morte, il tradimento, il senso di colpa. Quindici racconti in cui la voce delle donne emerge, seppur debole e malinconica, dalle ombre della nostra grigia esistenza
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