Opinione scritta da Vita93
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Alea iacta est
Uno dei mezzi moderni più rapidi che ha a disposizione un aspirante scrittore per tentare di farsi conoscere è il cosiddetto self-publishing, una realtà in crescita costante che a fronte di milioni di volenterosi appassionati rimasti sconosciuti, ha permesso di emergere ad autori come Amanda Hocking e Hugh Howey. Anche “Il cappotto della macellaia”, romanzo a tinte noir scritto dall’argentina Lilia Carlota Lorenzo, ha raggiunto vette tali in termini di vendite derivanti dall’auto-pubblicazione da non poter non attirare l’attenzione delle case editrici.
Questo simpatico libro, ambientato nel 1943 in un minuscolo paese della pampa argentina, ha preso spunto da un fatto di sangue realmente accaduto e che l’autrice ha appreso dalla madre e dalla nonna, che erano solite frequentare la località.
Palo Santo. 207 abitanti. Tutti sanno tutto di tutti, in una sfilza infinita di pettegolezzi paesani.
Una realtà tanto piccola quanto autosufficiente. Una strada, un emporio, una parrucchiera, una merciaia affascinante e audace, un macellaio con a carico una figlia ingorda e una moglie superba, una sarta, uno sfaticato cacciatore, una scuola, un barbiere in pensione e una telefonista. Ognuno convinto che la vita avrebbe potuto servirgli un mazzo di carte migliori.
Ma questo “non impedisce agli abitanti di sentirsi come se vivessero nell’ombelico del mondo. Non se ne andrebbero mai”.
E certamente non se ne andrebbero proprio ora che sta per avvicinarsi la data di un matrimonio, uno dei pochi eventi capaci di spezzare la monotona routine di Palo Santo.
Il testo, da affrontare con leggerezza e divertimento, sorprende per la vivacità di uno stile ironico e grottesco, con una genuina dose di cattiveria e scurrilità necessarie a tratteggiare una schiera di comparse universalmente negative. Ed è curioso paragonare le dinamiche sociali tra i bizzarri personaggi, costretti dal destino e dalla geografia ad una convivenza forzata in un luogo ristretto, a tutte quelle situazioni che ci vedono protagonisti di piccoli microcosmi, siano essi una classe scolastica, una famiglia o un ambiente lavorativo, dove può capitare che incomprensioni, insoddisfazioni e gelosie abbiano talvolta la meglio sul quieto vivere.
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Rights and duties
“Visto per Shanghai”, discutibile versione italiana dell’originale “A Loyal Character Dancer”, è il titolo del secondo romanzo della serie che ha per protagonista Chen Cao, Ispettore Capo del Dipartimento di Polizia di Shanghai.
Un testimone di nazionalità cinese, tenuto sotto torchio dalle autorità americane, ha acconsentito a fare la propria parte in un imminente ed importante processo, a condizione che la moglie Wen Liping possa intraprendere un viaggio da Shanghai per raggiungerlo.
Il problema è che la donna è scomparsa.
Chen viene affiancato dall’ispettrice a stelle e strisce Catherine Rohn, attesa in terra orientale per collaborare alla ricerca di Wen e motivo di fermento tra gli alti quadri del Partito. Chen dovrà mantenere il più possibile illibata l’immagine del paese mostrandone l’efficienza, intrattenendo l’illustre ospite e dandole l’idea di una Cina in costante crescita economica dopo i fatti di Tienanmen del 1989. “Dai del nostro corpo di Polizia un’immagine appropriata”.
Il trentacinquenne Ispettore Capo si conferma una delle figure più singolari che il panorama del giallo contemporaneo possa offrire.
Laureato in letteratura inglese e americana, poeta e traduttore, esperto di alta cucina tradizionale, Chen ha davanti a sé una carriera in rapida ascesa, grazie all’ideologia di Deng Xiaoping tesa a favorire, anche per quanto riguarda ruoli operativi nel Dipartimento di Polizia, chi è in possesso di una formazione culturale di un certo livello. "Se ti impegni a sufficienza in qualcosa, comincia a fare parte di te, anche se non ti piace veramente e sai che quella parte non è vera” era, non a caso, una frase spesso ripetuta nel primo romanzo della serie.
Il mistero della scomparsa di Wen è accompagnato da riflessioni sulla condizione politica, economica e sociologica della Cina degli anni ’90, in una convivenza tra spinte verso la modernità e rispetto delle antiche tradizioni, soffermandosi in particolare su alcuni problemi strutturali come le dimensioni degli squallidi alloggi popolari, il sovraffollamento di Shanghai, la politica del controllo delle nascite.
Xiaolong, inoltre, culla e ritma la narrazione con numerosi e brevi componimenti poetici, mai fuori contesto e oserei dire inevitabili, considerato che sia l’autore che il protagonista hanno un’innata passione per la poesia.
“Visto per Shanghai” è un romanzo meno brillante rispetto al precedente episodio, ma conferma la qualità di una serie lontana dai luoghi comuni del genere e capace di unire la tensione tipica del giallo alla scoperta di una cultura lontana dalla nostra.
“La luce del sole arde dorata,
non possiamo recuperare il giorno
dall’antico giardino
in un album del passato,
iniziamo il nostro gioco,
o il tempo non perdonerà”.
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Stand by me
“Vorrei che la mia intera vita fosse composta da prime volte”. È un’affermazione di Lucien Carr, il personaggio interpretato da Dane DeHaan nel film “Kill your darlings”.
L’adolescenza è il periodo che incarna maggiormente l’essenza di questo pensiero, perché in quegli anni schizofrenici proviamo emozioni nuove, chiassose, intense, tentando di scoprirci in una serie di esperienze che hanno il sapore unico della prima volta.
Anche Demo, il timido e impacciato sedicenne protagonista del romanzo, si trova in una situazione che non si era mai verificata prima. Siamo a Milano, nell’agosto del 1982. La famiglia è partita per le vacanze e lui è rimasto a casa per preparare gli esami di riparazione di italiano e latino, pregustando la prospettiva di un mese di agognata libertà da trascorrere insieme ai migliori amici. Per la prima volta si sente il padrone di casa. Anzi, il padrone di due case. Perché con Fabiano, coetaneo carismatico e coraggioso, ha scoperto una piccola abitazione abbandonata sul Naviglio della Martesana. È una di quelle scoperte capaci di cambiare il corso un’estate intera. Il rifugio, rinominato “regno degli amici”, accumula ben presto sigarette, alcolici, hashish, giochi di società, musica e riviste erotiche.
Alla festa si aggiungono Elia, detto il Profeta, uno stralunato dispensatore di sentenze e aforismi incomprensibili a tutti tranne che a se stesso, ed il maturo e riflessivo Ric Velardi (personaggio ricorrente nei libri di Montanari).
Intorno ai ragazzi una Milano calda, vuota, periferica e colma di luoghi sconosciuti fino a poco tempo prima, forse perché troppo affollati per essere notati.
Il romanzo di formazione non rappresenta una novità in ambito letterario, con schemi e procedure ormai collaudati a cui l’opera di Montanari non sfugge. Un gruppo di personalità molto differenti le une dalle altre, l’incoscienza giovanile priva del calcolo delle conseguenze, il flusso continuo di dubbi e pensieri che trovano terreno fertile in una testa ancora troppo sgombra, il tipico cameratismo maschile, la speranza che l’amicizia duri per sempre e sia assoluta. In un’età in cui i sentimenti vengono estremizzati e le litigate e i tradimenti assumono dimensioni da poema epico, è commovente la capacità di fidarsi ciecamente dei propri migliori amici, nella romantica e tenera sensazione che ci saremo sempre gli uni per gli altri, colonne portanti di un futuro incerto. L’amicizia adolescenziale non è totalizzante e inebriante come l’amore, ma forse sa essere più pura, sincera, incondizionata.
Ecco, l’amore. Un sentimento possessivamente esclusivo, che qui trova fisionomia nelle vesti di una selvaggia quattordicenne e spazio in un terreno di scontro antitetico con l’amicizia. È da questo contrasto che Montanari, con la consueta abilità, dà una sterzata alla vicenda e con cinismo mescola comico e tragico, sacralità e contaminazione, bellezza e violenza, inesperienza e scoperta.
Parafrasando il finale di uno splendido film come “Stand by me”, probabilmente non avrò mai più amici come quelli che ho avuto da adolescente. Gesù, ma chi li avrà?
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At the light of the sun
Contea di Finnmark, estremo nord della Norvegia. Uno spacciatore di hashish, in fuga da Oslo ed in cerca di redenzione, trova rifugio in un piccolo villaggio chiamato Kasund. Deve nascondersi, perché il più potente boss della droga di tutto il paese lo sta cercando. Il suo soprannome è il Pescatore, perché ha un negozio di pesce e soprattutto non smette mai di cercare un debitore, fino a che non lo ha risucchiato dall’oscurità di qualsiasi nascondiglio. Come quella volta che due dei suoi spacciatori sparirono dopo aver tentato di fregarlo, e nei mesi successivi si vociferava che le polpette di pesce del suo negozio fossero più saporite del solito, in virtù di uno sconosciuto ingrediente.
La vicenda criminale corre parallela alla descrizione della geografia del territorio, nonché a brevi ma interessanti approfondimenti socio-culturali. La particolarità dell’ambientazione e l’originalità della popolazione locale residente a Kasund suscitano curiosità. I sami sono un popolo con una forte identità culturale e si mantengono alla larga dal processo di assimilazione agli stili di vita norvegesi, finlandesi, svedesi. Praticano antichi culti religiosi, rifiutando la dissolutezza e predicando la lontananza da qualsiasi atto ritenuto colpevole di insidiare l’integrità della morale umana.
Il Finnmark è un luogo inospitale, brullo. “Sembra Marte”. Un concentrato di pascoli, corsi d’acqua da cui pescare merluzzi ed abitazioni malmesse, esposte alla potenza dominatrice della natura. Nonostante siano terre tradizionalmente associate ad un clima freddo e rigido, il romanzo è ambientato nei mesi estivi, con la costante presenza di un sole che, a causa di affascinanti fenomeni astronomici, non tramonta mai. Sarà il nascondiglio ideale per il protagonista?
Il romanzo, sequel di “Sangue e neve” e ambientato anch’esso nel 1977, conserva pregi e limiti del predecessore. Anche stavolta siamo di fronte ad un titolo minore nella vasta produzione letteraria di Nesbo, imparagonabile alla serie incentrata sul poliziotto Harry Hole (che curiosamente ha una madre di origine sami), ma comunque in grado di garantire una piacevole lettura d’evasione.
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Schiavo delle abitudini
Il romanzo narra le vicissitudini di un sicario norvegese, Olav Johansen, che stride con l’immaginario tradizionale del malavitoso, rappresentandone quasi un’antitesi.
Non è un valido rapinatore, soffre di dislessia, non sa provvedere alla riscossione dei crediti a causa di uno scarso feeling con l’aritmetica, è una schiappa nelle vesti di protettore perché si innamora facilmente delle prostitute e non sa controllarsi quando ne vede qualcuna in pericolo.
In compenso è un perfetto sicario, un killer preciso e discreto al servizio di uno dei boss della droga di Oslo.
Per svolgere adeguatamente il suo compito, Olav cerca sempre di seguire due regole. “Un uomo deve pagare le conseguenze dei propri errori”. Non fa una piega. E “Fa’ quel che devi fare ma non avvicinarti troppo”. E qui il protagonista faticherà a mantenere il buon proposito, specialmente quando il boss gli chiede di eliminare la propria moglie, sospettata di tradimento.
Non si può non provare empatia per Olav, un sentimentale che avrebbe desiderato proseguire gli studi universitari ma a cui la vita ha concesso carte misere fin dalla nascita tra un padre alcolizzato e violento, incontri sbagliati e scelte sfortunate. Un insicuro che, nonostante la spietatezza della propria professione, suscita simpatia.
L’efferato assassino dall’animo gentile non costituisce una novità in ambito letterario. Né tantomeno cinematografico, dal momento che si parla di una possibile trasposizione del romanzo sul grande schermo. Ma la mancanza di originalità è compensata dalla bravura e dall’esperienza dell’autore che, con uno stile fluido e accattivante, tratteggia un protagonista gradevole e ben caratterizzato.
Lo stesso non si può affermare per alcuni personaggi secondari, tra i quali i gangster e la cosiddetta femme fatale, che risultano appena abbozzati e vagamente stereotipati.
Pur considerando i limiti di un romanzo che resta ad ampia distanza dall’ottima qualità della serie incentrata sull’investigatore Harry Hole, questa breve opera del nativo di Oslo rappresenta ad ogni modo una lettura veloce, piacevole e vivace.
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You have to let me go
Ashecliffe Hospital è un manicomio criminale per malati mentali, specializzato in trattamenti innovativi. Sorge su un’isola al largo di Boston, Shutter Island, che in lontananza assomiglia ad un relitto sospeso sul mare. Una paziente risulta scomparsa. Il caso viene affidato al Dipartimento di Stato, in particolare all’agente federale Teddy Daniels e al collega Chuck Aule. Teddy, celebre per la sua bravura, è vittima di frequenti emicranie, rafforzate da recenti eventi traumatici quali gli orrori della seconda guerra mondiale e la perdita della moglie. Ma non è impresa facile scoprire i segreti del manicomio né quelli del dottor Cawley, sostenitore della forza della terapia della parola e dei rapporti interpersonali tra i pazienti, in un’epoca simbolo dello scontro tra la vecchia scuola fautrice dell’efficacia dell’elettroshock e delle lobotomie per la cura dei problemi psichiatrici, ed i nuovi approcci mediante psicofarmaci.
Come spesso capita nei libri di Lehane, è riduttivo definire “L’isola della paura” (titolo infelice, tanto che la versione italiana cinematografica ha saggiamente conservato quello originale) come un thriller. È un romanzo originale, ricco di colpi di scena, caratterizzato da una suspence hitchcockiana ed un’ambientazione suggestiva e claustrofobica.
Il nativo di Boston si conferma scrittore di ottimo livello, capace di passare efficacemente da un genere all’altro. Dalla saga hard boiled con protagonisti la coppia di detective Patrick Kenzie ed Angie Gennaro all’eccellente noir “La morte non dimentica” (“Mystic River”), dagli influssi storici di “Quello era l’anno” a “L’isola della paura”, che presenta alcuni tratti tipici dei cosiddetti enigmi della camera chiusa, in un affascinante percorso investigativo, psicologico, umano.
L’amore, altro tema centrale del romanzo, è simboleggiato da strazianti sequenze oniriche, peraltro degnamente raffigurate nella rappresentazione cinematografica del maestro Martin Scorsese, datata 2010, con la partecipazione di Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow.
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Deep web
Il prolifico autore americano Jeffery Deaver, in quasi trenta anni di onorata carriera, ha toccato ogni sfumatura racchiusa nel torbido universo della scrittura di genere thriller.
Poteva mancare un thriller tecnologico nella sua sterminata attività letteraria? Ovviamente no.
“Profondo blu”, datato 2001, è ambientato nella Silicon Valley, area metropolitana della Baia di San Francisco. Una zona famigerata per la presenza di sedi principali di numerose aziende innovatrici, tecnologiche ed avanguardiste, tra le quali ricordiamo Amazon, Apple, Google, Facebook, Microsoft, Netflix.
È qui che un folle hacker omicida, grazie ad un diabolico programma, riesce ad entrare nei computer di chiunque, scoprendone i segreti. È un camaleonte, un mago del travestimento convinto di replicare nella vita reale un violento gioco di ruolo con omicidi e livelli di difficoltà sempre più elevati.
Il termine hacker, in realtà, non è corretto. Un hacker è colui che sfrutta le proprie capacità informatiche per curiosare, esplorare i dettagli dei sistemi programmabili e sperimentare come estenderne l'utilizzo. “Guardare e non toccare”.
L’omicida è piuttosto un cosiddetto cracker, mosso da scopi distruttivi.
A dargli la caccia, in una frenetica lotta contro il tempo, sono l’Unità Crimini Informatici della Polizia di Stato della California, il detective Frank Bishop e Wyatt Gillette, un hacker condannato per aver violato la legge federale sulla privacy informatica e che gode di un permesso speciale per collaborare nella cattura dell’assassino.
“Profondo blu” è un thriller intrigante, incentrato su un mondo, quello della tecnologia, che ormai ci circonda e ci influenza quotidianamente. E che per assurdo conosciamo pochissimo. La realtà informatica è in continuo mutamento, e in questo senso è doveroso constatare che i quindici anni trascorsi dalla pubblicazione del romanzo sono evidenti, tra tecnologie che non esistono più, file preistorici e iconici floppy disk.
Ma è un aspetto marginale che non toglie valore ad una vicenda ritmata e piena di colpi di scena, a conferma dell’abilità narrativa del nativo di Glen Ellyn.
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Football genius
Il Leeds United, club antico e prestigioso oggi relegato ai margini del calcio inglese, ha costruito gran parte del proprio palmares nel decennio 1964-1973 sotto la guida di Don Revie, allenatore vincente e amato da giocatori e tifosi, ma spesso accusato di trasmettere alla squadra comportamenti aggressivi tutt’altro che sportivi.
Alla vigilia della stagione 1973-1974 Revie accetta l’incarico di allenare la nazionale inglese, e la panchina vacante del Leeds viene occupata da Brian Clough, amante di un bel calcio veloce che premia la tecnica individuale. “Fu come se Adolf Hitler fosse stato eletto leader del partito laburista”. Clough, l’eroe che ha portato il Derby County dalla Seconda Divisione al titolo di campioni d’Inghilterra nel 1971-1972. Per un solo punto di vantaggio, proprio sul Leeds United.
C’è un piccolo problema: Clough odia il Leeds. Lo sporco Leeds.
“Il Leeds ha vinto tanto. Ma non ha vinto bene, non ha saputo indossare la corona”. E odia Don Revie, superstizioso e scaramantico.
“Un bel colpo di fortuna - dice Don - forse Dio era dalla tua parte”.
“Non credo nella fortuna - dici - e non credo in Dio”.
“E allora in che cosa credi?” chiede.
“In me - gli dici - in Brian Howard Clough”.
Odia lo stadio, la dirigenza e quei giocatori che da avversario ha spesso accusato di essere sleali, simulatori, fallosi.
David Peace prende spunto dalla realtà per raccontare, in forma romanzata, i famosi 44 giorni di Clough alla guida del Leeds.
“Il maledetto United” alterna la narrazione dell’attuale incarico di Clough, i ricordi della carriera da calciatore interrotta prematuramente per un infortunio e quelli dei precedenti lavori che lo hanno reso noto sulle panchine di Hartlepools, Derby County e Brighton.
Il testo rimbalza ritmicamente tra l’ossessione e la lucidità, tra la paranoia e il genio di un uomo tanto arrogante, permaloso e pungente quanto visionario, intraprendente e coraggioso.
È una storia originale carica di tensione, fango e sudore, sigarette e whisky, ben lontana dalla consueta concezione di biografia di un personaggio sportivo. Qui si ha la totale immersione dell’autore nella testa del protagonista. Ecco il perché di uno stile sincopato, angoscioso e ripetitivo, in linea con le ossessioni e le ansie del protagonista.
Clough è un personaggio complesso, un eccentrico esponente della working class guidato da una passione sconfinata per il calcio. Sa di essere bravo ed è convinto di poter far meglio di Don Revie, di costruire un ciclo vincente con lo sporco e odiato Leeds, trasmettendo ai giocatori l’amore per un football pulito e bello da vedere, ammirato dai tifosi avversari. “Vincere con eleganza e stile”.
Questo romantico ideale si scontra contro due antagonisti. Il Leeds United, tra le cui porte, stanze e tribune è ancora vivo e opprimente il ricordo di Revie. E Clough stesso, genio non esente da ambiguità caratteriali. Ma questo doloroso fallimento sarà l’anticamera dell’avventura leggendaria al Nottingham Forest, sublimata nella conquista di due Coppe dei Campioni consecutive.
“Sotto le tribune. Lungo il corridoio. Dietro gli angoli. Su per le scale. Oltre le porte. Fuma una sigaretta e ne accende un’altra. Finisce un drink e se ne versa ancora. Guarda la classifica e studia il calendario. Ancora. E ancora. Fino a quando l’alba rischiara la stanza”.
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Scotch & soda
Nella letteratura hard boiled, Raymond Chandler ha ricoperto un ruolo di capitale importanza.
“Il grande sonno”, datato 1939, ha perfezionato il genere nobilitato da Hammett a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30 del XX secolo. Una tipologia di romanzo poliziesco dove a farla da padrone sono la ricerca del realismo e la tendenza a trattare tematiche scomode, degradanti, tipiche dei bassifondi, come la violenza e la corruzione, in netta contrapposizione agli infallibili detective deduttivi che avevano fatto le fortune di Arthur Conan Doyle e Agatha Christie.
E non esiste un vero romanzo hard boiled senza un investigatore privato che abbia determinate caratteristiche. “Il grande sonno” è il primo titolo in cui compare Philip Marlowe. Ha 33 anni, una buona cultura e un vestiario elegante nonostante un reddito tutt’altro che cospicuo. Completa il quadro una certa tendenza alla solitudine, alla misoginia, al tabagismo e all’alcolismo, in una sorta di trait d’union con le caratteristiche del suo inventore.
Il ricchissimo generale Guy Sternwood convoca Marlowe per convincerlo ad indagare su alcune lettere ricattatorie, motivate da presunti debiti di gioco, rivolte alle due figlie, creature tanto belle quanto viziate. Le classiche dark ladies, immancabili in un hard boiled degno di essere chiamato tale. Il detective accetta l’incarico, rendendosi presto conto che la faccenda è più intricata del previsto.
Marlowe si muove nel sottobosco della Los Angeles degli anni ‘30 grigia e piovosa, perfetto scenario per una storia densa di vicende di dubbia moralità.
Il protagonista si dimostra, fin dalle prime pagine, un personaggio letterario fuori dal comune.
Coraggioso ma non impulsivo, solitario, malinconico. Un soggetto non necessariamente moralmente retto, ma con un senso del dovere ed una propria etica professionale lodevoli e tali da indurlo a cercare di risolvere il caso con testardaggine, rispettoso delle volontà espresse dal cliente.
Marlowe conquista per la parlantina pungente, le battute sarcastiche, un mix divertente di cinismo ed ironia che gli permette di non prendersi troppo sul serio.
Definito il carisma del personaggio, è doveroso segnalare che l’intreccio è leggermente ingarbugliato. In compenso lo stile di Chandler è raffinato, tanto nelle descrizioni ricche di originali metafore quanto nei dialoghi, i quali trasudano una classe senza tempo che molti romanzi moderni, per quanto ricchi di azione e colpi di scena, non possiedono.
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"È iniziato come un errore"
Charles Bukowski, tra gli autori più conosciuti del XX secolo, ha iniziato fin da giovane ad assecondare inclinazioni che lo hanno accompagnato per tutto il resto della vita. Tra queste la scrittura, un rapporto morboso con l’alcol e l’abitudine a frequentare l’ippodromo. Le donne sarebbero arrivate dopo, appena raggiunta una certa fama letteraria. Bukowski si è infatti dedicato a tempo pieno alla scrittura soltanto a partire dal 1969, all’età di 49 anni, adattandosi fino a quel momento a vivere grazie ad una serie infinita di lavori.
L’incarico più duraturo è stato quello di impiegato postale. E da questa esperienza lavorativa nasce “Post Office”, primo romanzo dell’autore, datato 1971.
Il protagonista è Henry Chinaski, personaggio letterario considerato un vero e proprio alter ego di Bukowski. È un ubriacone, un grande appassionato di corse di cavalli, ed accumula donne con la stessa velocità con cui cambia professione e residenze. Trova lavoro come impiegato postale, ma è convinto che tale mansione non si adatti al suo stile di vita. Troppi orari da rispettare, colleghi frustrati, regole rigide ed impregnate di moralismo, in una struttura lavorativa gerarchica che è metafora della società. E così lavora il meno possibile, accumulando una serie di provvedimenti e ammonizioni che a lungo termine avranno una sola possibile conseguenza. O salvezza, dipende dai punti di vista.
Con quanto affermato fino ad ora, “Post Office” potrebbe sembrare una denuncia sociale. Niente di più falso. Chinaski è un individuo fondamentalmente passivo, che passa le sue giornate in maniera quasi casuale. È un solitario, scollegato dalla realtà per quanto riguarda questioni politiche o socio-culturali. Non desidera infondere alcuna morale, o tantomeno comunicare il suo pensiero. E non è neanche un anticonformista, infatti più di una volta critica i simboli del movimento di controcultura tipico di quegli anni. È un perdente, che assiste al susseguirsi delle storie sentimentali, delle mansioni lavorative e delle giornate con la stessa indifferenza con cui scommette sulle corse dei cavalli. Tratta il fallimento con un sarcasmo che mal si addice all’ideale del sogno americano, permeato di determinazione ferrea e quotidiano duro lavoro. Ma nonostante tutto, Chinaski sa esattamente chi è. Un pregio non indifferente. Ed è, a modo suo, un lottatore, un incassatore di tutto rispetto in un universo umiliante e noioso.
In conclusione, guai a giudicare un libro dalla trama. Sotto strati sporchi di svogliatezza e apparente banalità, “Post Office” è un romanzo venato di malinconia e in grado di regalare amare verità.
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Iago e Desdemona
Nelle prime pagine del romanzo si afferma che il matrimonio può, nel migliore dei casi, soltanto avvicinarsi alla perfezione. E che l'unione può essere eterna al di là del bene e del male, non l'amore.
Un'opinione cinica, metafora di quei rapporti umani che Roberto Costantini tesse in una storia che parla di sentimenti universali. Come appunto l’amore. Collante, spesso temporaneo e non particolarmente resistente, tra personaggi irrisolti e incapaci di essere sinceri con gli altri e soprattutto con se stessi.
Bianca Benigni è un Pubblico Ministero. Una donna prudente, abituata al rispetto di regole severe. Tra inchieste per corruzione e indagini su appalti irregolari, conduce una vita routinaria con Giovanni Annibaldi, psicologo specializzato nella terapia di coppia. Un professionista che, ironicamente, soffre il rapporto rigido e privo di libertà e leggerezza che si è creato con la moglie.
Il Sordomuto è un malavitoso, un ex militante di ambienti terroristici in rapporti stretti con una miriade di personaggi più o meno insospettabili.
L'elegante Nicole Steele e la provocante sorella Scarlett sono due sorelle americane. Abitano in Italia da un anno, al seguito di Victor Bonocore, scienziato e professore universitario geniale e arrogante, sposato con Nicole.
Sono questi i personaggi attorno ai quali Costantini costruisce, a cavallo tra la Roma del 2001 e quella del 2011, una trama densa di segreti e menzogne che parte da una ventunenne ritrovata morta sul lungomare di Ostia e affonda le sue radici nella corruzione e nel malaffare che inondano la capitale.
E poi c'è Michele Balistreri, ancora più disilluso e scostante. Le donne, il whisky, le sigarette, niente lo ha reso capace di superare la difficile giovinezza vissuta in Libia. Impenetrabile e detestabile, è un commissario al servizio di uno Stato che non stima. Ma è un uomo sfaccettato, in continua evoluzione, a cui non mancano carisma e una profondità d’animo testardamente nascosta. Stavolta la sua presenza è più sfumata del solito e condivisa con il punto di vista narrativo degli altri personaggi.
Costantini, confermandosi un autore interessante, si allontana quindi parzialmente dalla celebre e fortunata “trilogia del male”, e con questo ottimo quarto romanzo crea un intreccio più lineare, sicuramente dotato di minore audacia e complessità, ma anche privo di alcune complicazioni e dispersioni tipiche dei libri precedenti.
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Sabbia e sangue
“L’Italia di oggi è il riflesso della classe politica che la rappresenta, i cittadini hanno imparato che spesso la convenienza personale viene prima della lealtà”. Michele Balistreri sembra avere le idee chiare su quali siano virtù e vizi del popolo italiano. Una nazione che non sente propria, lui che è nato a Tripoli nel 1950, in una delle famiglie più ricche e influenti della città, radicatasi in Libia a partire dal trasferimento del nonno Giuseppe.
Non ha dimenticato l’esodo forzato con cui la colonia italiana fu costretta a fuggire dalla Libia nel 1970, in seguito all’ascesa al potere di Gheddafi. Un tradimento, un sacrificio di pochi per un interesse generale di tanti.
Nel 1982 ritroviamo il cinico Balistreri, nel frattempo divenuto commissario di un quartiere romano, alle prese con un caso di omicidio. Una vicenda che si inserisce cronologicamente tra i fatti accaduti nel primo romanzo della serie, “Tu sei il male”, e che lo costringe a rituffarsi nel doloroso passato libico.
La prima parte del libro, nonché la migliore, assomiglia ad un racconto di formazione e tratteggia la figura di un adolescente testardo, scontroso, lealmente dalla parte delle minoranze, siano esse politiche o sociali. Un giovane idealista che mal sopporta la democrazia, accostata spesso ad un’altra parola, “libera”, come una giustificazione accanto a qualcosa di negativo, una scusa non richiesta. E che desidera con tutto se stesso di non diventare come il padre, affarista di successo, un “venditore di ghiaccio agli eschimesi” tanto abile con le parole e i sorrisi quanto avido e manipolatore.
Il Balistreri trentaduenne, disilluso protagonista della seconda parte del romanzo dedicata ai fatti del 1982, è invece il risultato di un passato che pesa come un macigno, il prodotto di torti subìti e compiuti che affondano le radici nella giovinezza libica.
Ancor più che nel precedente capitolo, la storia fonde personaggi fittizi a vicende storiche reali (la seconda guerra mondiale, la colonizzazione fascista in Libia, i rapporti con l’Italia e la questione del petrolio, l’ascesa al potere di Gheddafi, i Mondiali di calcio). Motivo per cui “Alle radici del male”, pur essendo un romanzo di intrattenimento, ha una complessità ben differente da quella di un semplice thriller. E al contempo il bravo Costantini è riuscito ad alzare il livello qualitativo della serie, dopo l’ottimo “Tu sei il male”, nonostante alcune dispersioni ed eccessive complicazioni nell’intreccio, peraltro probabilmente inevitabili data una lunghezza pari a 670 pagine.
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Un fenomeno di ogni stadio della vita
Edimburgo, Scozia. Fine anni ottanta.
Mark Renton, ex studente universitario, è irrimediabilmente sprofondato nel tunnel dell’eroina, tra maldestri tentativi di riabilitazione e puntuali ricadute.
Simon, detto Sick Boy, è il suo miglior amico. Donnaiolo infido e altezzoso quanto brillante, vive nel mito di Sean Connery e condivide con Renton la passione per la droga.
Spud è il meno sveglio del gruppo. È sensibile e riservato, caratteristiche che lo portano a farsi invischiare nei loschi traffici dei propri amici.
Infine c’è Begbie. Non si droga, ma in compenso è un sociopatico rozzo, alcolizzato e violento. “Neanche si faceva di droghe, si faceva di gente”.
“Trainspotting” narra le vicende di questi quattro giovani uomini, in un racconto originale e frammentato che alterna il punto di vista dei protagonisti.
Una scelta stilistica particolare, grazie alla quale il lettore capisce l’identità del narratore ancora prima che questo si riveli. I racconti di Renton sono imperniati di riflessioni, motivate dalla buona cultura del ragazzo. Sick Boy ha la maniacale abitudine di parlare di sé in terza persona. Spud ha un lessico sgrammaticato, mentre Begbie è inconfondibile per la volgarità dei contenuti.
L’ironia è tagliente, dissacrante, sarcastica. Unita alla follia di un gruppo di personaggi alquanto bizzarri, alleggerisce la crudeltà delle tematiche a cui gira attorno il romanzo, quali la droga, l’alcol, la disoccupazione giovanile, la difficoltà a relazionarsi con gli altri e l’AIDS, capace di instillare una vera e propria fobia generale negli anni ’80.
Ma il racconto non è mai didascalico, non si prefigge alcun insegnamento o raccomandazione né tanto meno condanna le rispettive scelte di vita. Riporta semplicemente il loro punto di vista, il tutto filtrato da un autore che sa di cosa parla, vista la vasta esperienza personale in quanto a periferie degradate e consumo di sostanze stupefacenti.
Il titolo, curiosamente, prende spunto da un episodio in cui Renton e Begbie vengono avvicinati da un barbone, alla stazione ferroviaria, che chiede loro se stiano facendo “trainspotting”, ovvero se stiano ingannando il tempo guardando i treni che passano in assenza di qualcosa di meglio da fare.
Nel 1996 il regista Danny Boyle ha tratto una versione cinematografica divenuta, in breve tempo, un vero e proprio cult.
“Non amo più niente (a parte la droga), non odio più niente (a parte le cose che possono impedirmi di procurarmela) e non ho più paura di niente (a parte la paura di non riuscire a bucarmi)”.
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Impossibile non cogliere il richiamo tematico a “ Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino “, datato 1978, altra buona lettura che si differenzia per l’ età giovanissima della protagonista e per una narrazione altrettanto realistica ma infinitamente più cupa, priva dell’ ironia di “ Trainspotting “.
Mi pende? A me? Il naso?
“Credevo ti guardassi da che parte ti pende”.
Bastano queste semplici parole, pronunciate dalla moglie Dida, a scombinare irrimediabilmente la tranquilla esistenza di Vitangelo Moscarda, siciliano ventottenne residente nella fittizia località di Richieri (probabile alterazione della città di Agrigento, dove Pirandello è nato).
Vitangelo è davanti allo specchio, si tocca il naso a causa di un dolore ad una narice, quando la donna pensa bene di far notare al marito il difetto fisico che mai quest’ultimo aveva ritenuto di possedere.
E non è l’unica imperfezione. Dida rincara la dose con le gambe curve, la strana forma delle sopracciglia e delle orecchie.
Vitangelo ha un’illuminazione. Capisce di non essere per gli altri quello che lui pensa di essere, e di indossare inconsapevolmente una serie innumerevole di maschere tante quante sono le persone che lo conoscono o anche solo lo osservano per un istante, ognuna con impressioni ed opinioni soggettive e, in quanto tali, differenti.
Pirandello, in questo romanzo datato 1926, ha scelto di proseguire una certa tradizione a cavallo tra XIX e XX secolo, propria di autori quali D’Annunzio e Svevo, affidando il ruolo del protagonista alla figura dell’inetto. Un uomo inconcludente, infantile, immaturo.
Vitangelo infatti, per sua stessa ammissione in uno dei numerosi monologhi che caratterizzano lo scritto, afferma di trascorrere una vita tranquilla e agiata grazie all’eredità del padre banchiere, e di non aver mai dovuto prendere alcuna decisione, lasciando che il tempo gli scorresse davanti senza sforzo. È impreparato ad affrontare perfino una rivelazione banale come quella della moglie. E infatti scivola presto nel delirio, facilitato da un animo debole, volubile e confuso dai dubbi che lo attanagliano.
Cerca rifugio nella solitudine, non tanto quella relativa dell’io separato dagli altri (uno) quanto quella assoluta dell’io separato da sé, cioè dalle proprie inevitabili maschere (centomila), per arrivare a vedersi criticamente come un estraneo (nessuno). Una pagina bianca svuotata di pregiudizi e sovrastrutture.
Ma il confine tra liberazione e follia è labile. È impossibile fissare la nostra esistenza, si muove continuamente. Ed è quindi impossibile giungere ad una staticità inconfutabile, oggettiva.
“Uno nessuno e centomila” è un testo importante, capace di affrontare tematiche moderne, universali. Il concetto della relatività delle certezze, della fragilità e dell’insicurezza umana che ha bisogno di forme fisse, stabili. Quello, più banale, relativo al fatto che guardiamo spesso i difetti altrui senza accorgerci dei nostri.
E ancora, la questione dello specchio rivelatore e allo stesso tempo falsificatore. Un elemento ricorrente nella letteratura otto-novecentesca (si pensi, ad esempio, all’importanza dell’oggetto in “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”).
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Cortina di fumo
Si dice che ogni scrittore racconti una parte di sé nei propri romanzi.
Niente di più vero per John le Carrè, pseudonimo di David John Moore Cornwell, la cui esistenza è degna dei più rocamboleschi intrecci spionistici che lo hanno reso celebre nel mondo della letteratura.
Reclutato in giovane età dai servizi segreti inglesi, le Carrè ha svolto incarichi sotto copertura per sei anni, prima di essere tradito da un doppiogiochista del KGB che lo costrinse al ritiro.
Ha quindi iniziato la carriera di scrittore ed il 1963, con la pubblicazione de “La spia che venne dal freddo”, è stato l’anno della svolta.
Alec Leamas è un agente segreto inglese reduce da un’operazione fallimentare a Berlino. Molti dei suoi uomini sono stati scoperti e uccisi dagli agenti rivali della Germania democratica filocomunista, capitanati dall’infallibile Mundt.
Su ordine delle alte sfere del Circus britannico, Leamas si finge disilluso, dedito al consumo di alcolici e pronto a tradire la propria patria, per riuscire così ad infiltrarsi nell’organizzazione nemica. Uno dei membri più importanti del Circus, sebbene nella vicenda rivesta un ruolo secondario, è George Smiley, il personaggio più celebre e presente nei romanzi dell’autore britannico.
L’ambientazione, divisa tra Londra e Berlino, è affascinante e cupa, emblema di un’epoca immersa nel pieno della Guerra Fredda. Così come il Muro della capitale tedesca simboleggiava una divisione ideologica e geografica, così il romanzo contrappone due facce della stessa medaglia.
L’intrigo è sfumato, credibile, privo di inutili iperboli. I personaggi sono ben sviluppati e di non facile inquadratura, perché lo scrittore ha il merito di non cadere nel tradizionale errore di dividere le due fazioni tra buoni (occidentali) e cattivi (KGB), bensì di approfondirne motivazioni, credenze e rispettivi punti di vista. È una storia avara di sparatorie e scene d’azione, in totale contrapposizione allo stile del capostipite del genere, Ian Fleming, che amava circondare il leggendario James Bond di un’atmosfera glamour, movimentata, talvolta giocosa.
“La spia che venne dal freddo” è un romanzo solido, misurato ma al tempo stesso coinvolgente, che si interroga sull’importanza strategica di un singolo individuo in contesti in cui pochi uomini si trovano a decidere le sorti di intere nazioni.
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Prime dolci, nostalgiche, volte
Heaven’s Bay, località fittizia della Carolina del Nord. Estate 1973.
Devin Jones ha 21 anni, è uno studente universitario e per permettersi di iscriversi ad un altro anno accademico decide di trascorrere l’estate lavorando a Joyland. È un parco giochi vecchio stile, lontano dalla mondanità dell’emergente fenomeno Disney World, inaugurato ad Orlando nel 1971, ma ancora in grado di assicurare tanto divertimento.
Mentre la fidanzata, di cui è ingenuamente innamorato, si trasferisce a Boston per quella che ha tutta l’aria di essere una fuga più che un trasferimento, Devin si immerge nel magico mondo di Joyland tra nuove amicizie e bizzarri colleghi di lavoro.
Due anni prima il parco giochi era diventato tristemente famoso per essere stato teatro di un omicidio di una giovane ragazza, Linda Gray. Secondo la leggenda, il fantasma della vittima è rimasto intrappolato nel famigerato Castello del Brivido.
Leggendo la trama di “Joyland”, si rischia di aspettarsi un certo tipo di genere letterario. Il romanzo, al contrario, offre tutt’altro. La componente horror è marginale rispetto a quello che è l’obiettivo di King, ovvero raccontare una storia. Più precisamente una storia di formazione. Quella di un ragazzo ventunenne che nel corso di un’estate diventa un uomo.
E a raccontarcela è lo stesso Devin, nel 2012, in una sorta di diario che ripercorre la magia di quell’estate indimenticabile del 1973.
Nostalgica e struggente è la descrizione degli anni ‘70 della costa Est degli Stati Uniti, tra jeans sdruciti, telefoni a gettoni, i The Doors e i Pink Floyd sulla cresta dell’onda, i parchi giochi e le fiere itineranti che attiravano ancora una moltitudine di pubblico. È una storia di prime volte, tenere e dolci.
Il primo incarico lavorativo, la prima impagabile sensazione di indipendenza, le prime vere esperienze con l’universo femminile.
Nelle retrovie, come un’ombra minacciosa, il fantasma di Linda Gray che chiede giustizia.
Anche per me la lettura di questo romanzo ha rappresentato una sorta di prima volta. È stato infatti il mio primo libro di Stephen King.
E se da un lato la componente horror non sfrutta a dovere le potenzialità che un’ambientazione come Joyland poteva offrire, dall’altro ho divorato le 350 pagine, apprezzandole per la delicatezza e le tante sfumature che King dimostra di saper trasmettere quando scrive storie di formazione.
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Paura psicologica, questa sconosciuta
Secondo l’introduzione del romanzo, le cosiddette esperienze ai confini della morte sono proprie di coloro che hanno vissuto condizioni psicofisiche particolari, come il coma, e che sono temporaneamente entrati in contatto con l’oltretomba. Tra le testimonianze più ricorrenti si ricordano quelle che descrivono un tunnel, una luce accecante, un lago piatto e immenso.
Gli studiosi motivano tali fenomeni come immagini prodotte dal cervello in situazioni di carenza di ossigeno, ovvero distorsioni di ricordi immagazzinati nella memoria umana nel corso degli anni.
Un argomento misterioso al cui fascino hanno contribuito nel corso dei secoli mitologia, arte, letteratura.
Dante ci ha accompagnato tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, nell’Eneide Virgilio ha descritto l’Ade, i Campi Elisi. E poi i guardiani, come Caronte, e i vari fiumi infernali come lo Stige e l’Acheronte, rappresentato anche da Michelangelo.
Lungi da me qualsiasi aspettativa di trovare nel romanzo di Lars Kepler un impatto culturale altrettanto vasto, certamente non auspicavo che i coniugi svedesi riuscissero nell’impresa di rendere così dozzinale e privo di suspence un tema tanto intrigante.
“Il porto delle anime” racconta la vicenda di Jasmin Pascal Anderson, una tenente dell’esercito svedese operativa in Kosovo.
Colpita da un proiettile in uno scontro a fuoco in cui muoiono due dei suoi sottoposti, Jasmin entra in coma e, una volta risvegliatasi, sostiene di essere stata nell’aldilà, un luogo affollato simile ad un porto cinese da cui salpano numerose barche.
Nessuno le crede, tanto che la protagonista viene inizialmente ricoverata in una clinica psichiatrica.
Passerà poco tempo prima che Jasmin sia costretta a tornare nel porto, stavolta per difendere il figlio Dante, di soli cinque anni, in seguito alle conseguenze di un incidente stradale in cui entrambi restano gravemente feriti.
Il romanzo, come già accennato, non è affatto esente da evidenti limiti. Il personaggio principale è scarsamente caratterizzato, incapace di creare empatia nonostante la ricercata, e non ottenuta, drammaticità degli eventi.
I colpi di scena sono pochi e ampiamente pronosticabili. Decine di pagine ripetitive (ho perso il conto delle volte che è stata utilizzata l’espressione “madida di sudore”) e prive di avvenimenti significativi si accompagnano a sbrigative accelerazioni. Manca del tutto quella paura psicologica che il genere e l’ambientazione avrebbero richiesto. Un thriller da accostare idealmente a venature horror e gotiche, subisce invece il ritmo parzialmente frenetico e fuori luogo degno di un banale film d’azione. Un aldilà in cui trovano spazio cellulari, ristoranti, superflue scene hot ed improvvisati combattimenti a squadre degni di “Hunger Games,” ha un effetto involontariamente comico.
L’ impressione è che i due autori, lontani dalla redditizia e quantomeno qualitativamente sufficiente serie de “L’ipnotista”, abbiano cercato a tutti i costi di raccontare qualcosa di originale, esagerando, in quella che sembra soltanto un’operazione commerciale a breve distanza dal precedente romanzo.
On the road
Il protagonista di “Galveston” è Roy Cady, un piccolo malavitoso quarantenne al servizio di un boss locale della periferia di New Orleans, Louisiana.
Nella stessa giornata, che definire storta sarebbe un eufemismo, scopre di avere un male incurabile e poche ore dopo sfugge ad un agguato teso dal proprio boss.
Roy si trova costretto a scappare in compagnia di una diciottenne prostituta di nome Rocky, unica altra superstite della misteriosa imboscata, e della sorella di quest’ultima, Tiffany, di appena tre anni, in una fuga disperata verso il Texas e la libertà.
Nic Pizzolatto non ha bisogno di grandi presentazioni. Il poliziesco antologico “True Detective”, di cui l’autore del romanzo è ideatore e sceneggiatore, ha ridefinito gli standard qualitativi delle produzioni seriali televisive, avvalendosi di una storia affascinante, di una narrazione originale e di due interpretazioni eccezionali da parte di Matthew McConaughey e Woody Harrelson.
“Galveston” è stato pubblicato nel 2010 e rappresenta fino ad ora l’unico romanzo scritto dal nativo di New Orleans. Un’opera prima per la quale si sono sprecati paragoni con mostri sacri del genere noir come James Ellroy. Sebbene tanto entusiasmo risulti sicuramente esagerato, il talento di Pizzolatto è evidente.
La storia, che alterna efficaci salti temporali tra il 1987 ed il presente, è ben congegnata e sostenuta da protagonisti tormentati, irrisolti e solitari che, per la prima volta, scoprono di sentirsi responsabili non soltanto per se stessi ma anche per il destino di altre persone. Splendide, e simili alle atmosfere paludose di “True Detective”, le ambientazioni, tra paesaggi rurali, hotel diroccati, bar pieni di bifolchi e attaccabrighe, raffinerie.
“Galveston” è complessivamente un buon libro, capace di fondere noir, dramma e avventura on the road. Non mi stupirei di vederne tratta, in futuro, una trasposizione cinematografica.
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Generazione X
“Non importa che se ne parli bene o male, purché se ne parli”. Pochi romanzi si accostano alla famosa affermazione di Oscar Wilde più di “Fight Club”. È quasi impossibile restare indifferenti di fronte ad una lettura così particolare. Il giudizio, sia esso positivo o negativo, passa in secondo piano, tale è la capacità di Palahniuk di incuriosire il lettore con un prodotto unico, apparentemente non accostabile ad alcun genere.
La storia ha come protagonista un anonimo trentenne. Nonostante disponga di un buon lavoro, è sfiduciato nei confronti del genere umano, oltre a soffrire di una tremenda insonnia che lo costringe a partecipare a numerosi gruppi di sostegno per malati terminali, dove trova un conforto che non riesce ad avere nella vita di tutti i giorni.
L’incontro con Tyler Durden cambia la sua vita dopo anni di torpore e passività. Il bizzarro personaggio si presenta come una sorta di guru, demolitore del moderno capitalismo e di una società votata ad un consumismo sfrenato, indotto e non necessario, a difesa della repressa classe media.
I due trovano conforto per se stessi e per molti altri uomini in incontri clandestini di lotta libera tenuti nei sotterranei di bar, cantine, garage, dove sfogare le proprie frustrazioni. Nasce il “Fight Club”, il primo passo di un surreale disegno più ampio che mira alla distruzione della società.
Il libro è un provocatorio simbolo della Generazione X che in chiave puramente concettuale, e per mezzo di molti stereotipi, mira a rappresentare i nati tra il 1965 e il 1980 come un gruppo di individui mediamente caratterizzati da uno scarso sentimento di appartenenza alla società e al valore delle istituzioni, e da un forte scetticismo verso un futuro percepito come vuoto.
Palahniuk utilizza un vocabolario nichilistico, sincopato, ossessivo. Indicative sono le continue ripetizioni di parole e concetti evidentemente volti a fissare un’immagine precisa nella mente del lettore, affascinato e allo stesso tempo smarrito nel continuo cambio di prospettiva della trama, dal momento che già dopo poche pagine si perdono il conto dei flashback e dei salti temporali ideati dall’autore.
Per quanto lo stile sia frammentato, la provocazione è precisa e cristallina. Un messaggio di critica nei confronti del consumismo, dell’arrivismo sfrenato della civiltà moderna, dell'omologazione, della pubblicità che diffonde modelli impossibili da seguire e da imitare, della massa che si lascia imbrigliare da una rete di menzogne. Ma è una provocazione che non risparmia critiche anche alla presunta ideologia sovversiva.
Pur riconoscendo l’indubbia originalità dei contenuti, del linguaggio e delle metafore disseminate per tutto il romanzo, “Fight Club” non mi ha propriamente turbato o sconvolto. Né tantomeno mi sono riconosciuto nel protagonista. Però mi ha senz’altro incuriosito. E vagamente pungolato. E non è poco.
Inizialmente il libro, datato 1996, ebbe scarso successo commerciale, ma divenne un oggetto di culto dopo l’omonimo e brillante film di David Fincher del 1999, con protagonisti Edward Norton e Brad Pitt.
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Hide and seek
La dicotomia, per definizione, è la scissione di un’entità in due parti che possono non manifestarsi contemporaneamente e che sono in grado di soddisfare il criterio dell’esaustività, non lasciando in tal caso spazio ad un terzo elemento.
Un esempio tradizionale è quello del dualismo tra bene e male, che trova la sua manifestazione letteraria più celebre in un’opera del 1886 dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.
Nella Londra vittoriana del XIX secolo viene narrata la misteriosa vicenda che vede protagonisti Henry Jekyll, stimato medico e scienziato, e la sfuggente figura di Edward Hyde, antagonista tetro, primordiale, repellente, in rapporti poco chiari con il dottore e su cui ricadono i sospetti di una serie di atti violenti, culminati in un omicidio su cui indaga l’avvocato Utterson.
È un testo conosciuto da tutti, entrato nel linguaggio comune, ma che spesso viene banalizzato. Eppure siamo di fronte ad una storia che, per spessore linguistico e profondità delle tematiche trattate, offre nuovi spunti di riflessione ad ogni rilettura.
All’inizio tutto risulta sfuggente, dall’ambientazione di una Londra buia e fumosa ai rapporti tra i protagonisti. E questa tensione palpabile durerà fino alla fine del romanzo, con la soluzione del mistero.
Il bene e il male, simboli delle personalità contrapposte di Jekyll e Hyde, sono due entità distinte ma racchiuse in uno stesso involucro, nella medesima persona, bisognosa di mostrare virtù socialmente e convenzionalmente lodevoli ma altrettanto affascinata da azioni e pensieri malvagi, persino violenti.
Stevenson, anticipando alcuni temi che saranno propri anche di Oscar Wilde, è attratto dall’ambiguità dell’animo umano e lascia numerosi interrogativi.
Si può condurre un’esistenza votata al perbenismo (elemento ricorrente nelle descrizioni della società vittoriana) e alle buone, per quanto spesso finte, maniere, senza dare sfogo a piaceri, lussurie e desideri segreti di altro tipo? Dov’è il confine? Non sarebbe meglio imparare a conoscerci il più velocemente possibile per quello che siamo, per far coesistere pacificamente vizi e virtù, in modo da non avere rimorsi come quelli che spingono Jekyll a voler scoprire l’altra faccia, quella sopita, che ha sempre rinnegato?
E come agiremmo se scoprissimo di poter compiere qualunque tipo di misfatto con la certezza di restare al di sopra di ogni sospetto?
Che è esattamente quello che fa il dottor Jekyll. È curioso il fatto che l’unico personaggio veramente coerente con se stesso sia Hyde, l’antagonista, che proprio perché sa chi è, si cura soltanto delle proprie necessità e non del pensiero altrui.
Al contrario di Utterson, la cui tanto decantata onestà è smascherata dai propri comportamenti, e che offre al lettore una versione piena di filtri e sovrastrutture. Contraddizioni e mezze verità alle quali porrà rimedio la verità finale di Jekyll.
Concludo con una riflessione finale sullo specchio. Potrebbe sembrare un elemento banale, accessorio. Ma è l’emblema principale dell’intera storia. Strumento con il quale possiamo tanto riconoscerci quanto ingannarci.
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Sidney-Oslo-Bangkok
Secondo romanzo della serie che ha per protagonista il detective norvegese Harry Hole, “Scarafaggi” è stato tradotto e pubblicato in italiano soltanto quest’anno, nonostante risalga al 1998.
Ad un anno di distanza dall’uscita de “Il pipistrello”, il primo capitolo, si completa quindi la saga e i lettori hanno la possibilità di scavare nel passato del tormentato Hole.
La scelta editoriale di pubblicare tardivamente i primi due libri è curiosa. Probabilmente si tratta di una valutazione commerciale basata sul fatto che i due titoli sono, per quanto buoni romanzi di genere, inferiori alla successiva produzione di Nesbo, e in quanto tali non adatti a far conoscere, almeno inizialmente, il bravo scrittore nativo di Oslo.
I fatti narrati riprendono la vita del detective ad un anno esatto di distanza dalle vicende del primo romanzo, e quindi dalla brillante risoluzione del caso di omicidio di una giovane norvegese in terra australiana. Una storia che ha messo a dura prova Hole, incentivando il suo già difficile rapporto con l’alcol.
Intanto alcune tra le maggiori cariche politiche del paese si trovano a gestire lo spinoso caso dell’omicidio di un ambasciatore norvegese, ritrovato senza vita in un ambiguo hotel di Bangkok.
Occorre qualcuno che vada in Thailandia e che gestisca il caso senza troppo clamore, trovando una soluzione o presunta tale e possibilmente avvicinandosi il meno possibile alla verità, che si sospetta sia molto più complessa.
Il candidato perfetto sembra proprio Hole: alcolizzato, non interessato alla carriera, con un passato oscuro alle spalle e apparentemente scarsa voglia di lavorare e molta di bere e dormire. Apparentemente, appunto.
Harry viene spedito nella caotica capitale tailandese, dove il traffico è incessante e per le strade imperversano trasgressioni di ogni tipo, capaci di soddisfare qualunque desiderio nascosto.
Così come nel primo romanzo, l’autore sceglie di ambientare l’indagine in una terra straniera, ben diversa dalla penisola scandinava sia per clima che per usi e costumi. Di pari passo alla trama investigativa, Nesbo fornisce ulteriori dettagli sulla caratterizzazione del protagonista, un personaggio carismatico e dal grande potenziale narrativo.
“Scarafaggi” è un buon romanzo, qualitativamente superiore al precedente episodio, ma inferiore al livello medio che Nesbo, tra i più quotati autori crime della letteratura contemporanea, è stato in grado di stabilire a partire dal terzo romanzo.
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La pasta barometro
Il 1976 è l’anno in cui viene pubblicato “Bar Sport” di Stefano Benni, pittoresca opera umoristica, vagamente surreale e fantozziana. E, forse non a caso, la genesi del ragioniere Ugo Fantozzi è datata 1975.
Il Bar Sport è un locale immaginario, simile a qualsiasi altro bar situato nelle piccole province italiane. Racchiude al suo interno aneddoti, storie e leggende metropolitane che si rinnovano e si alimentano quotidianamente.
Il libro è una raccolta di 27 brevi racconti che focalizzano l’attenzione sui clienti tipici, e spesso ironicamente stereotipati e folcloristici, di ogni bar che si possa definire tale. Dagli anziani che giocano a carte dalla mattina alla sera ai carabinieri che si fermano per bere un caffè, dal ragioniere inutilmente innamorato della cassiera ai giovani in cerca di qualche passatempo fino al presunto e infallibile playboy di paese.
Una carrellata di ritratti che si affaccendano giorno dopo giorno tra cappuccini, paste indigeribili (l'iconica Luisona), aperitivi, interminabili partite a biliardino o al flipper, lunghe conversazioni al telefono a gettoni, veri e propri dibattiti con al centro puntuali riferimenti al calcio o alle donne.
“Bar Sport” è un libro ancora godibile, ma che indubbiamente tratteggia un’Italia ormai passata, in cui il bar era un vero e proprio punto di ritrovo anche per i più giovani, il nucleo indiscusso di ogni paese. Era il simbolo di un’epoca in cui la socializzazione, a differenza di oggi, era quasi esclusivamente basata sull’interazione fisica.
Ho apprezzato l’anima nostalgica e vagamente romantica del libro, che ha sicuramente una presa maggiore su persone nate prima degli anni ‘90 e che hanno vissuto il periodo storico descritto, potendo rispolverare piacevoli ricordi. Invece ho leggermente faticato riguardo al personale stile dell’autore, connotato da una certa tendenza all’esagerazione dei toni, alla deformazione delle metafore, con un vocabolario a mio avviso fin troppo surreale. Ma evidentemente in grado di abbracciare le preferenze di numerosi lettori grazie ai quali “Bar Sport” è diventato un classico della letteratura umoristica italiana.
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Amore fraterno
"Cronaca familiare", datato 1947, è un breve romanzo autobiografico scritto da Vasco Pratolini in memoria del fratello.
Il piccolo Dante, più giovane di 5 anni del fratello maggiore Vasco, nasce a Firenze nel 1918, in una famiglia di umili condizioni. La madre muore 25 giorni dopo il parto e il neonato viene affidato alle cure di un maggiordomo di un barone inglese, che cambierà il suo nome in Ferruccio, ritenuto più aristocratico. I due fratelli vengono così separati e crescono in ambienti diametralmente opposti. L’uno circondato dalla miseria e dal solo affetto della nonna, l'altro nel lusso e nell’agiatezza, ma al tempo stesso anche nella chiusura di una giovinezza trascorsa quasi interamente in casa.
Soltanto anni dopo Vasco e Ferruccio avranno l'occasione di incontrarsi di nuovo e di riavvicinarsi.
Ho notato alcune similitudini con un'altra opera di breve durata ma di grande impatto emotivo, ovvero "L' amico ritrovato" di Fred Uhlman. Stesso periodo storico, identico numero di personaggi principali e medesima volontà di affermare valori forti come l'amicizia e l'amore fraterno. Perché in fondo l'amicizia, quella vera e sincera, è una sorta di fratellanza.
Struggente e malinconico è il crescente desiderio di Vasco di riavvicinarsi al fratello minore per cancellare le passate incomprensioni, per aiutarlo a crescere e diventare un uomo.
Ferruccio si rende conto di aver vissuto un'esistenza ovattata, ottusamente protetta, e di non avere gli strumenti necessari alla sopravvivenza quotidiana in un periodo storico complesso in cui "anche un agnello deve dimostrare di essere innocente". Eppure brulica di affetto e generosità, sopiti da un carattere schivo e timoroso.
Basteranno pochi intensi attimi, dopo tanti anni di lontananza, per appianare gli antichi contrasti.
Lo sfondo storico e geografico è poetico, tra le strade rumorose e vive di Firenze e quelle calde e suggestive di Roma, con la minaccia sussurrata della guerra che rimane sotto traccia, sebbene vicina e inevitabile.
Il romanzo dell’autore fiorentino è un'emozionante cronaca lunga una vita intera, per imparare a volersi bene.
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....fortifica
Se da un lato è innegabile che proseguire una trilogia di straordinario successo come quella del compianto Stieg Larsson sia un’operazione con una forte componente strategica e commerciale, dall'altra il rischio di perdere credibilità rovinando sia la serie che la propria reputazione è alto.
Confrontarsi con un autore come Larsson, capace di combinare elementi tipici del giallo classico e del thriller moderno, di imbastire storie intricate ricche di personaggi originali e carismatici, di dare un risalto incredibile alla narrativa di genere scandinava, è impresa ardua.
David Lagercrantz, giornalista e scrittore svedese, ha provato a raccogliere questa pesante eredità.
L'inizio del romanzo non colpisce particolarmente, né per ritmo narrativo né per capacità di indurre curiosità nel lettore.
Mikael Blomkvist è stranamente demotivato, stanco dell'attività giornalistica e sfiduciato per il futuro della rivista mensile Millennium, che nel frattempo è entrata sotto l'influenza di un importante gruppo editoriale. Il giornalista intravede un'occasione di riscatto quando Frans Balder, genio dell'informatica e della fisica quantistica, lo contatta per incontrarlo e rivelare dichiarazioni scottanti. Balder afferma inoltre di aver recentemente conosciuto Lisbeth Salander.
Avendo fortemente apprezzato la trilogia di Larsson, non è stato facile approcciarsi al libro, tanta era la curiosità di leggerlo quanto alto lo scetticismo nei confronti dei cambiamenti che Lagercrantz poteva aver apportato.
Dopo un inizio incerto, la trama lentamente inizia ad ingranare e i colpi di scena risultano apprezzabili. La versione dei due protagonisti di Lagercrantz è lievemente differente rispetto a quella del suo predecessore. Lisbeth ha assunto una personalità più lineare, mentre Mikael risulta essere meno partecipe e più spettatore passivo di ciò che lo circonda. Al netto di queste piccole diversità, i due restano personaggi di indubbio fascino.
La lunghezza del romanzo è minore rispetto alle precedenti opere della serie. Una scelta saggia. In pochi sarebbero in grado di scrivere 800 pagine senza annoiare o mettere a repentaglio chiarezza e coerenza.
L’esame è superato? Soltanto in parte. E non so quanta carne al fuoco sappia ancora aggiungere Lagercrantz. Ma voglio essere generoso nella mia valutazione. "Quello che non uccide" non raggiunge il livello di attrazione e complessità della precedente trilogia, ma è un buon romanzo che restituisce al pubblico due personaggi amatissimi, facendoci conoscere uno scrittore che avrà altre occasioni per prendere ancora più confidenza con la creatura lasciata in eredità da Larsson.
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Millennium #3
“La regina dei castelli di carta” è il terzo ed ultimo capitolo della celebre trilogia Millennium, scritta dal compianto Stieg Larsson.
Lisbeth Salander è in ospedale in seguito al violento scontro con il gangster ed ex sicario dei servizi segreti russi, nonché suo padre, Alexander Zalachenko.
Il giornalista Mikael Blomqvist è al corrente dei fatti, ha finalmente intravisto un barlume di luce nella fitta nebbia che avvolge il passato di Lisbeth ed è deciso a scoprire tutta la verità.
Ma è una verità scomoda, che coinvolge i servizi di sicurezza ed il governo svedesi.
Se dal punto di vista dell’intrattenimento il romanzo conferma lo status di eccellenza imposto dai due episodi precedenti, Larsson ha compiuto un ulteriore passo in avanti quanto a numero dei personaggi e complessità della trama.
Il primo capitolo, che resta il migliore secondo il mio personale giudizio e l’unico dove, seppur per brevi tratti, la narrativa di genere ha incontrato la vera letteratura, è stato un connubio incredibile di thriller moderno e giallo classico sottoforma di enigma della camera chiusa. Il secondo ha spostato l’attenzione sul formidabile personaggio di Lisbeth e ha posto nuovi interrogativi sul suo tormentato passato. Il terzo romanzo ha confermato la direzione intrapresa dal precedente episodio, con un mix di generi e vicende narrate incredibilmente ricco tra spionaggio, servizi segreti e giornalismo d’inchiesta investito del potere di deus ex machina capace di smascherare crimini e reati con testardaggine e coraggio.
Anche stavolta i personaggi, originali e carismatici, si confermano essere il punto di forza principale del romanzo. 857 pagine in cui, come spesso capita nella narrativa di genere di ottimo livello, l’intrattenimento e la finzione letteraria sono soltanto il pretesto per denunciare efficacemente alcune storture della realtà che ci circonda.
“La regina dei castelli di carta” è un romanzo eccellente, capace di concludere degnamente, e con un filo di malinconia, una serie che avremmo voluto durasse più a lungo.
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Staccarsi dal passato
Dopo il successo commerciale de “La psichiatra”, opera prima dello scrittore Wulf Dorn, l’autore tedesco è tornato nel 2011 con questo secondo romanzo che lo ha confermato tra gli autori di thriller psicologici più venduti del momento.
Il protagonista è Jan Forstner, psichiatra divorziato trentacinquenne che lotta con i fantasmi di un’infanzia difficile in cui ha perso, a poca distanza l’uno dall’altro, il padre Bernard ed il fratello Sven.
Dopo alcuni problemi professionali Jan torna nel paese natale, luogo dove sono avvenute la due tragedie, per accettare un lavoro presso una clinica psichiatrica offertogli da Raimund Fleischer, un vecchio collega del padre.
Ma alcune misteriose morti, che hanno come comune denominatore la clinica, riportano presto Jan ad affrontare i demoni di un passato che non vuole saperne di essere dimenticato.
Anche in questo secondo romanzo Dorn colloca la vicenda in una clinica psichiatrica, luogo che evidentemente lo scrittore conosce bene data la sua precedente esperienza di logopedista alle prese con pazienti affetti da problemi di natura mentale.
L’ambientazione scelta, unita al clima freddo e rigido tipico delle stagioni invernali nelle province interne tedesche, conferisce alla storia la corretta dose di mistero e tensione.
Rimane però, come nel caso de “La psichiatra”, la sensazione che manchi qualcosa per far sì che il romanzo si elevi davvero dalla media del genere.
Nonostante questa considerazione soggettiva, Wulf Dorn si conferma come un buon autore di thriller psicologici. Romanzi di evasione, idonei a cambiare registro tra una lettura impegnata e l’altra.
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Sherlock Holmes #2
“Il segno dei quattro”, pubblicato nel 1890, è il secondo romanzo con protagonista il detective più famoso della storia della letteratura, Sherlock Holmes.
Momentaneamente a corto di intrighi e misteri da risolvere, Holmes si mostra incline al consumo di cocaina, che sostiene di utilizzare in piccole dosi per mantenersi attivo e vigile.
Ben presto la richiesta di aiuto di una graziosa signorina, Mary Morstan, consente al protagonista e al fidato coinquilino dottor Watson di tornare in azione.
Al centro del caso stavolta ci sono un tesoro nascosto e un padre scomparso, tra la grigia Londra simboleggiata dai vapori del Tamigi e i tumultuosi paesaggi orientali dell’India, dove l’uomo aveva prestato servizio militare.
Anche in questo secondo capitolo della serie, così come era avvenuto ne “Uno studio in rosso”, Arthur Conan Doyle suddivide la storia tra due ambientazioni molto diverse tra loro.
La prima, Londra, che è sempre luogo di svolgimento dell’indagine nonché residenza di Holmes, e la seconda che serve a circoscrivere il fatto originario, il motivo scatenante del caso da risolvere.
In quest’avventura conosciamo meglio sia Sherlock, che a tratti appare più umano rispetto al precedente romanzo, che il dottor Watson. Intorno ad essi si muove la consueta schiera di personaggi secondari, tra i quali spiccano per simpatia i funzionari di polizia che affiancano i protagonisti nell’indagine e che ironicamente non brillano di particolare intuito.
Risulta ancora vincente la scelta collaudata di mescolare il genere investigativo ad un sapiente e tipicamente britannico utilizzo dell’ironia, ma rispetto al primo capitolo la trama è meno avvincente ed il genio di Holmes ha meno occasioni per essere esaltato.
La lettura resta comunque piacevole, a testimonianza di un personaggio e di uno scrittore entrambi intramontabili.
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Serenità drogata
Kai Hermann e Horst Rieck sono due giornalisti tedeschi. Scrivono per il settimanale “Stern”. Nel 1978 si trovano a Berlino per intervistare una quindicenne sul degrado giovanile. La ragazza si chiama Christiane Vera Felscherinow. Nonostante l’età, ha un passato da consumatrice di eroina ed è imputata e testimone in un processo per possesso e ricettazione di droga.
Quello che doveva essere un breve colloquio diventa una testimonianza lunga due mesi da cui nasceranno, rispettivamente nel 1978 e nel 1981, un romanzo e un film omonimo capaci di destare scalpore in tutto il mondo. Il libro, in particolare, è stato un oggetto di culto tra gli anni ottanta e novanta. Per gli educatori rappresentava un simbolo dello spavento che lo spettro della droga deve incutere nei giovani. Alcuni genitori lo leggevano come monito. Per gli adolescenti era un testo trasgressivo, scabroso, ma frequentemente percepito come lontano. Come spesso accade quando si affronta in letteratura il tema della tossicodipendenza, la mancanza di valori ed il senso di vuoto che connotano il testo possono essere infatti compresi in un’età che necessariamente non può essere l’adolescenza.
Il testo autobiografico inizia dal trasloco che porta la piccola Christiane e la propria famiglia da Amburgo alla periferia di Berlino. Segue un’infanzia complessa con un padre violento, la separazione dei genitori, la difficile integrazione in un sobborgo pieno di costruzioni imponenti e cemento che scoraggiano la fantasia di bambini e ragazzi.
Difficoltà familiari, noia, amicizie sbagliate e assenza di motivazioni possono essere, in una personalità fragile ed immatura, una combinazione estremamente pericolosa.
A 11 anni Christiane inizia a consumare tranquillanti. Poi è la volta dell’hashish. A 12 frequenta discoteche ambigue dove instaura conoscenze che la conducono rapidamente nel tunnel della tossicodipendenza da eroina e alla conseguente prostituzione per procurarsi il denaro necessario all’acquisto delle dosi giornaliere.
“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è un testo disturbante. Assistiamo impotenti alla vertiginosa caduta di una ragazza, in una testimonianza capace di porre l’accento su una serie di tematiche ancora attuali.
Denuncia i casi in cui l’assenza di figure familiari stabili e vigili non permette una crescita equilibrata dell’individuo negli anni cruciali dell’adolescenza. Quanto delle persone che siamo deriva dal contesto in cui siamo cresciuti? Quanto è invece insito in noi come patrimonio genetico indipendente da una buona o cattiva educazione? È vero che si ha sempre la possibilità di scegliere?
Viene poi sottilmente criticato il modello della scuola tedesca degli anni ’70-’80, colpevole di creare eccessive differenze tra studenti e di non favorire un senso di collettività a causa di anonime classi, o meglio corsi, frequentate da più di 100 studenti.
Così come ne escono ridimensionate le forze dell’ordine, descritte come entità capaci di punire ma non di prevenire e comprendere il fenomeno nella sua interezza.
Sotto accusa anche le varie terapie affrontate dalla protagonista in mano ad analisti, infermieri e medici poco interessati al reale recupero mentale, e non soltanto fisico, della ragazza.
Al contrario di tante altre versioni romanzate e non realistiche, qui viene sottolineato un aspetto tanto veritiero quanto sottovalutato: il vero tossicodipendente non ha una vita, né sociale né tantomeno affettiva, e le poche amicizie che coltiva nel giro sono strumenti per arrivare più facilmente e con meno rischi all’acquisto delle dosi quotidiane. I presunti amori sono spesso un mezzo per condividere marciume e solitudine.
Alla fine del tunnel, un barlume di consapevolezza. Lontana dalla periferia di Berlino, Christiane realizza che la vita sa essere dura anche nelle piccole realtà, che la scuola non è poi tanto diversa, che faticherà a lasciarsi alle spalle il suo passato da tossicodipendente. E che ovunque ci sono giovani problematici. Rimane sorpresa, forse perché fino a quel momento è stata così impegnata a distruggere la propria esistenza da dimenticarsi di viverla e di guardarsi attorno.
“Siamo completamente soli in questa valle della follia”.
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Il bambino di sale
Roma è nel panico. Un sadico assassino colpisce le coppiette che si appartano nei boschi e nelle campagne della capitale. Una vicenda che, per quanto riguarda la tipologia delle vittime, i luoghi isolati e la tendenza a colpire esclusivamente nelle ore notturne, ricorda macabramente quella del mostro di Firenze.
Marcus, penitenziere con un oscuro e tormentato passato, indaga.
Oltre al singolare sacerdote, si occupa del caso anche l’altra protagonista del romanzo. È Sandra Vega, agente della polizia scientifica e addetta alle foto-rilevazioni delle scene del crimine.
Tra numerosi flashback e rapidi cambi di prospettiva, continua l’interminabile battaglia tra bene e male, tema ricorrente nella produzione letteraria di Carrisi.
Le forze maligne sono corrosive, tentacolari. Non risparmiano nessuno. “Il cacciatore del buio” narra una storia molto più grigia, morbosa e torbida rispetto a quella del precedente capitolo della serie, “Il tribunale delle anime”.
Perché stavolta si parla anche di bambini, di infanzie difficili e violente, di poteri oscuri e disegni superiori.
Questo quinto libro dell’autore pugliese, datato 2014, è un thriller pienamente riuscito. Un ottimo romanzo di evasione capace di eliminare i limiti del precedente capitolo, non privo di eccessive complicazioni, e di assorbire il lettore in una vicenda cupa ed intrigante tra omicidi, misteri ed il fascino dell’ambientazione romana.
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Il male è gratis
Due anni dopo l’incredibile successo riscosso dall’opera prima “Il Suggeritore”, nel 2011 Donato Carrisi ha inaugurato un’altra serie con “Il tribunale delle anime”. Nuovi protagonisti, differente ambientazione, stesso nemico. La malvagità umana, in tutte le sue sfaccettature.
In una Roma grigia ed inondata da frequenti piogge, una ragazza poco più che ventenne di nome Lara è scomparsa, forse a causa di un rapimento.
Due personaggi, per motivazioni diverse, si interessano al caso.
Il primo è Marcus. È un penitenziere, un “cacciatore del buio” abituato a riconoscere il male e a prevederlo in virtù della sua capacità di immedesimarsi nella psiche criminale. L’altra è Sandra, agente della polizia esperta di foto-rilevazioni nelle scene del crimine.
Stavolta il nativo di Martina Franca cambia registro ed ambienta la storia in una precisa e definita località.
La serie che ha per protagonista Mila Vasquez, nei due romanzi “Il Suggeritore” e “L’ipotesi del male”, è infatti caratterizzata dall’assoluta assenza di riferimenti geografici, come a ricordare sinistramente quanto il male sia diffuso ovunque intorno a noi.
Stavolta la storia, suddivisa in numerosi flashback, è ambientata principalmente a Roma. La Città Eterna contribuisce a conferire al romanzo un certo fascino solenne, nonostante il cielo perennemente coperto.
L’eterna lotta tra bene e male, entità separate da un confine labile in cui si muovono personaggi tormentati ed irrisolti, è un vero e proprio marchio di fabbrica dell’autore italiano. A questa dicotomia Carrisi affianca la presenza della “Paenitentiaria Apostolica “, il più antico dicastero e primo dei Tribunali della Curia Romana, addetto a giudicare i peccati dell’umanità.
Secondo la leggenda, alcuni crimini attiravano l’attenzione della Chiesa cattolica per la presenza di un’anomalia di carattere simbolico o per la particolare violenza del reato. Una speciale categoria di sacerdoti si occupava quindi di analizzare e classificare questo tipo di omicidi, talvolta aiutando indirettamente le Forze dell’Ordine. Erano i cosiddetti penitenzieri, come Marcus.
È un astuto tocco gotico e tenebroso che garantisce maggiore mistero al romanzo, un buon thriller nonostante qualche leggera forzatura e una trama non esente da eccessive complicazioni.
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Seconda indagine per Lincoln Rhyme
Un aereo della compagnia “Hudson Air Charters” viene fatto esplodere con una bomba in fase di atterraggio .
Tra le vittime è presente uno dei piloti della compagnia aerea, Ed Carney.
Il Dipartimento di Polizia di New York collega il fatto ad una vicenda di traffico di armi, ed ha motivo di credere che l’attentato avesse il preciso scopo di eliminare il pilota, testimone oculare in un processo contro il trafficante Philip Hansen.
Lincoln Rhyme, incaricato ufficiosamente del caso, ritiene che Hansen sia il mandante di un famigerato killer su commissione che nel mondo della malavita viene chiamato “lo Scheletro che balla” a causa di un macabro tatuaggio su un avambraccio, unica particolarità conosciuta riguardo all’ignoto e camaleontico criminale.
Rhyme, aiutato dall’agente Amelia Sachs e dai fidati detective Lon Sellitto e Fred Dellray, si mette sulle tracce del killer per impedire che elimini gli altri due testimoni oculari della vicenda. Un conto alla rovescia di 48 lunghissime ore separa i due testimoni dall’udienza davanti al gran giurì.
Secondo capitolo della celebre serie che ha per protagonista il criminologo tetraplegico Rhyme, “Lo Scheletro che balla” si pone cronologicamente a distanza di qualche mese dall’indagine che aveva visto Lincoln catturare il “collezionista di ossa” nel primo romanzo.
Deaver unisce ancora una volta una trama adrenalinica e ricca di azione ad una caratterizzazione approfondita dei personaggi, di cui vengono svelati numerosi particolari riguardo al proprio passato.
Rhyme si discosta dalla tipica figura letteraria del detective disilluso e tormentato. È risoluto, deciso, maledettamente autoritario e sicuro di sé. Le uniche due parti del corpo che è ancora in grado di muovere, ovvero la testa e l’anulare della mano sinistra, sono sufficienti per essere ancora ritenuto il miglior profiler della città di New York e forse dello Stato.
E così, anche stavolta l’appartamento di Lincoln nell’Upper West Side davanti a Central Park diventa la sede principale dell’indagine, in un curioso viavai di poliziotti e apparecchiature scientifiche.
Amelia Sachs, splendida agente dai capelli rossi con un passato da modella e una passione per le armi e le auto veloci, è l’altra protagonista del romanzo. Una sorta di allieva di Rhyme, che ha intravisto le potenzialità della donna ed intende farne la propria erede nel campo della criminologia. Una coppia affiatata ed originale, che si conferma uno dei punti di forza della serie.
Un altro aspetto interessante è rappresentato dai consueti approfondimenti tecnici, sempre brevi ed efficaci, con cui lo scrittore ci rende partecipi del funzionamento delle attrezzature utilizzate dalla Polizia per l’analisi delle prove raccolte. Ogni intuizione ha così un fondamento scientifico e la narrazione acquisisce credibilità, in un romanzo il cui obiettivo principale resta comunque l’intrattenimento.
“Lo Scheletro che balla” è un thriller eccellente, probabilmente meno originale del suo predecessore ma ugualmente efficace e brillante.
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Firenze 1963
“Il Commissario Bordelli” è il romanzo con cui nel 2002 Marco Vichi ha iniziato la famosa serie capace di conquistare una schiera di fedeli e appassionati lettori.
La storia è ambientata a Firenze, città natale dell’autore, nell’estate del 1963. Il capoluogo toscano è pressoché deserto e il caldo afoso opprime i pochi abitanti rimasti.
Bordelli indaga sulla morte di una ricca signora, deceduta nel proprio letto con accanto i medicinali per la cura dell’asma.
Quella che in apparenza può sembrare una morte accidentale si rivela presto un caso più intricato del previsto, e Bordelli inizia la ricerca del colpevole con l’aiuto di Piras, giovane poliziotto appena arrivato in commissariato.
Il romanzo è un giallo atipico, privo di colpi di scena mirabolanti. Soltanto il titolo e l’evento della morte della signora richiamano al genere in questione, ma l’indagine e la successiva soluzione occupano in realtà poche pagine.
Il delitto, il sottofondo poliziesco, sono un pretesto che Vichi utilizza per parlare di personaggi con alle loro spalle un certo tipo di storia, inseriti in un determinato ambiente e contesto sociale.
È la Firenze degli anni ’60, a cavallo del boom economico, descritta nel libro come straordinariamente lenta, nostalgica e silenziosa, distante dalla frenesia a cui oggi siamo abituati.
Bordelli ha 53 anni, è un fumatore accanito, un antifascista che ha militato nel corpo speciale San Marco della Marina Militare durante la Seconda Guerra Mondiale e che, nonostante alcune relazioni passate, non è riuscito a trovare una donna ideale con cui dividere l’esistenza.
Ha un particolare senso della giustizia, spesso non esattamente in linea con la legge, che lo porta a distinguere i veri criminali dai poveracci che cercano di sbarcare il lunario senza recare violenza altrui. Per questo è amico di ladruncoli occasionali e di un ex prostituta. Personaggi dotati di umanità e riconoscenza verso il commissario, protagonista di una storia sincera e piacevole.
Curiosamente Bordelli prende spunto da una persona realmente esistente. È un vicino di casa di Vichi e l’autore fiorentino scrive in forma romanzata alcune delle avventure che ha vissuto realmente il poliziotto in quegli anni.
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Classico senza tempo
“L’amico ritrovato”, celebre opera datata 1971 dello scrittore tedesco Fred Uhlman e appartenente alla cosiddetta “trilogia del ritorno”, è uno dei pochi romanzi che solitamente vengono fatti leggere agli studenti negli anni delle scuole medie o superiori.
Ciò è dovuto in parte alla ridotta lunghezza del testo, ma principalmente per l’importanza ed universalità dei temi che l’autore affronta in sole 92 pagine.
Hans Schwarz è un timido sedicenne di origine ebraica. Vive a Stoccarda con il padre e la madre e passa le sue giornate immerso nella lettura o alla ricerca di antiche monete greche.
Un giorno, nella stessa classe di Hans, arriva Konradin, coetaneo proveniente da un’antica e aristocratica famiglia tedesca, che colpisce i compagni per la propria eleganza ed il portamento fiero e distaccato.
Hans scopre presto che anche Konradin è un ragazzo timido come lui, e tra i due, entrambi figli unici, nasce una profonda amicizia che lega i due adolescenti in modo indissolubile. Fino a che non si diffonde, in tutta la Germania, l’ideologia nazista portata avanti da Hitler, che trova convinti seguaci proprio tra i membri della famiglia di Konradin.
Uhlman è maestro nella descrizione di Stoccarda, i cui viali, fiumi e odori si imprimono poeticamente nella mente del lettore grazie a rapidi e incisivi scorci paesaggistici che fanno da sfondo alla vicenda, narrata da Hans.
Il tema principale del romanzo, intuibile già dal titolo, è l’amicizia.
Hans ne ha una visione romantica, e quando conosce Konradin sembra risvegliarsi da un torpore causato da anni di solitudine. È un’amicizia che si muove a piccoli passi, dai primi inevitabili momenti di imbarazzo e scoperta reciproca fino agli interminabili pomeriggi passati insieme a divertirsi e a riflettere.
“L’amico ritrovato” ci ricorda quanto sia puro il valore dell’amicizia, un sentimento forte e spesso sottovalutato, ma per certi aspetti ancora più sincero ed incondizionato dell’amore.
“Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più”.
E infine c’è la Storia, quella studiata sui libri e che non dimenticheremo mai, che mette i bastoni fra le ruote ad Hans e a Konradin, come a milioni di altre persone. Un capitolo talmente orrendo da connotarsi di assurdità.
Emblematico il pezzo in cui Hans vede, a casa di Konradin, un ritratto fortemente somigliante al volto di Hitler. Tiene la cosa per sé e ingenuamente si vergogna per aver pensato, anche solo per un istante, che l’amico e la sua famiglia potessero avere qualcosa a che fare con l’ideologia del dittatore.
Nel 1989, per la regia di Jerry Schatzberg, è stata tratta una versione cinematografica, seppur connotata da alcune differenze rispetto al libro.
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Cherchez la femme
“Dalia Nera”, datato 1987, è il primo romanzo di James Ellroy appartenente alla quadrilogia di Los Angeles (L.A Quartet), una serie volta a mettere in luce il lato più oscuro della famigerata città degli angeli, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del XX secolo.
L’autore non ha bisogno di grandi presentazioni. Ellroy, autore versatile e personaggio piuttosto eccentrico, è uno dei grandi maestri del romanzo noir.
La trama prende spunto da un fatto realmente accaduto, ovvero l’omicidio della ventitreenne Elizabeth Short, aspirante attrice soprannominata Dalia Nera per la sua abitudine ad indossare abiti scuri.
Il suo corpo mutilato e la storia di giovane e procace ragazza in cerca di fortuna nella città delle grandi possibilità crearono enorme interesse nell’opinione pubblica, ed il fatto che il caso sia rimasto irrisolto ha contribuito a renderla una delle vicende di cronaca nera americana più famose dello scorso secolo.
È curioso il fatto che il corpo della donna sia stato ritrovato a breve distanza dall’abitazione in cui Ellroy sarebbe nato l’anno successivo, nel 1948.
Questo particolare, unito all’omicidio della madre dell’autore nel 1958 avvenuto in circostanze poco chiare e anche questo mai risolto, ha contribuito a segnarne per sempre l’animo e la carriera letteraria.
Da questo punto di vista “Dalia Nera” rappresenta una sorta di omaggio, sia nei confronti di Elizabeth Short che della madre di Ellroy.
I protagonisti del romanzo sono due poliziotti, entrambi ex pugili, di nome Dwight Bleichert e Lee Blanchard.
Uniti da una grande amicizia e dall’amore per la stessa donna, Kay, vengono assegnati come tanti altri investigatori al caso della Dalia Nera. È l’inizio di una vorticosa discesa in una realtà pericolosa, torbida, che immerge Dwight e Lee in un vortice di ossessioni e segreti, con al centro l’immagine mutilata di Elizabeth Short che chiede giustizia.
James Ellroy ha imparato a convivere fin da ragazzo con l’oscurità. Indicativa, a tal proposito, è l’autobiografia “I miei luoghi oscuri” del 1996. E da sempre la razionalizza e la trasferisce nei suoi scritti. Storie adulte e personaggi affascinanti, unici nelle loro umane sfumature e perennemente divisi tra bene e male, con l’amara consapevolezza che alla fine si è quasi sempre soli e che ognuno deve imparare a combattere, o almeno a convivere, con i propri demoni.
La tentacolare Los Angeles, vera protagonista del romanzo insieme ai due poliziotti e alla onnipresente figura della Dalia, è descritta magistralmente.
“Dalia Nera” è un noir unico e doloroso, uno dei tanti grandi romanzi di uno scrittore sopraffino come James Ellroy.
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L'uno il mondo dell'altro
“La strada”, pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007, è l’ultimo romanzo del grande autore americano Cormac McCarthy.
Scenario post apocalittico. Il mondo è stato colpito da un improvviso ed indefinito cataclisma che ha distrutto tutto radendo al suolo il paesaggio terrestre, ormai ridotto ad un cumulo di ceneri. La popolazione umana è stata decimata ed obbligata a tornare ad uno stile di vita primitivo. Gli altri esseri viventi si sono pressoché estinti.
Un padre e un figlio, di cui non verranno mai svelati i nomi, intraprendono un lungo e faticoso viaggio diretti verso un imprecisato Sud, per sfuggire alla rigidità dell’inverno e procurarsi del cibo. Nel terrore di imbattersi in altri uomini divenuti, in un simile contesto, pericolosi avversari.
È una storia straziante, incentrata sull’istinto di sopravvivenza dei protagonisti come unica molla per andare avanti e non lasciarsi andare. Gli esseri umani superstiti si sono trasformati in animali feroci, bestie affamate e diffidenti vaganti in una terra ostile, afflitte da paure ancestrali ed intrappolate da un destino tragico.
Fa eccezione il rapporto tra il padre ed il bambino, ricco di calore e preoccupazione reciproca. Soprattutto il figlio, nato dopo la catastrofe, dimostra in più di un’occasione pietà e desiderio di aiutare il prossimo. È una fiammella accesa. Rappresenta il futuro, la speranza, la scelta. In qualsiasi circostanza, si può sempre scegliere se comportarsi come un essere umano o come una bestia.
Lo stile di McCarthy, scarno, essenziale e minimalista, è perfetto per una storia angosciosa e desolante. “La strada”, al netto di alcune eccessive e statiche ripetizioni, è un romanzo intimo ed importante. Il suggello finale di uno dei grandi autori americani del Novecento.
Nel 2009, per la regia di John Hillcoat, è stata tratta una versione cinematografica con protagonisti Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall e Guy Pearce.
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Cronaca di un'indagine
Dopo essere stato a capo delle Squadre Mobili di Reggio Calabria e di Cosenza e aver indagato sugli attentati mafiosi del 1993, Michele Giuttari ha guidato la Squadra Mobile di Firenze dal 1995 al 2003, ricoprendo un incarico centrale nella fase finale del caso del “mostro” e rilanciando la tesi dei cosiddetti “compagni di merende” e del secondo livello di mandanti la cui identità, ammesso che esistessero, è rimasta ignota.
La vicenda, tristemente celebre, non ha bisogno di presentazioni. È nota a tutti la serie dei sedici omicidi di giovani coppie che erano solite appartarsi in luoghi isolati della campagna fiorentina.
Una storia che ha terrorizzato Firenze dal 1968 al 1985, con profondi risvolti sociali e mediatici.
Poco fa ho letto “Dolci colline di sangue” del giornalista Mario Spezi, in collaborazione con lo scrittore statunitense Douglas Preston. Un romanzo-inchiesta che respinge con fermezza la teoria della colpevolezza dei “compagni di merende”, favorendo l’ipotesi di un serial killer solitario riconducibile alla cosiddetta “pista sarda”.
Per completare il quadro ho quindi letto “Il mostro” di Michele Giuttari, aderente alla tesi opposta.
Il romanzo è una sorta di documentario approfondito e ricco di dettagli e riflessioni, scritto in prima persona dall’autore che descrive minuziosamente tutte le fasi della sua indagine dal 1995 al 2003, data in cui è terminato l’incarico lavorativo.
È impossibile stabilire se la tesi di Giuttari corrisponda alla verità dei fatti. Da lettore, ammetto di essere stato maggiormente persuaso dalla tesi dell’omicida seriale solitario e mai sfiorato dalle indagini. Opinioni personali a parte, indipendentemente dal fatto che Pacciani, Vanni e Lotti fossero o meno gli esecutori materiali, emerge dal testo una realtà gretta, malsana, torbida, popolata da individui morbosi, da guardoni scarsamente inseriti a livello sociale, frequentatori di prostitute e fantomatici santoni. Probabilmente non colpevoli dei delitti del mostro, ma sicuramente moralmente riprovevoli.
Similmente al romanzo di Spezi, anche Giuttari sottolinea con amarezza che gran parte delle difficoltà riscontrate è assimilabile all’iniziale inesperienza nelle prime fasi del caso, alla superficialità e alla non accuratezza delle procedure investigative tra indizi smarriti e prove analizzate in tempi e modi non corretti. Errori e mancanze, in parte causate dalla scarsa abitudine ad affrontare una certa tipologia di omicida seriale, che hanno compromesso fin dall’inizio la soluzione del mistero del mostro di Firenze.
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Cosa hai fatto per tutto questo tempo?
1982. Michele Balistreri ha 32 anni ed è un giovane commissario del quartiere Vigna Clara, situato nella parte nord di Roma.
Zona estremamente tranquilla, appartenente alla cosiddetta “Roma bene”, nel culmine degli anni di piombo è stata un punto di ritrovo dell’estrema destra, di cui Balistreri ha fatto parte durante il periodo universitario.
Uomo dal passato misterioso e dall’adolescenza turbolenta trascorsa in Libia, a Tripoli, Balistreri è un arrogante che non ama il proprio lavoro e si disprezza per essere diventato, grazie alle raccomandazioni del fratello, “servo di uno Stato” in cui non si identifica. Alla vita di ufficio preferisce la compagnia di una ragazza o una partita a poker con l’amico Angelo Dioguardi, che lavora alle dipendenze del cardinale Alessandrini, zio della fidanzata Paola, nel complesso residenziale di Via della Camilluccia, abitato da importanti figure ecclesiastiche e politiche. Una curiosa amicizia tra un cattolico fervente, Angelo, ed un cinico come Michele.
La routine viene spezzata dalla violenta morte di Elisa Sordi, studentessa diciottenne che lavorava per Angelo e per il cardinale, uccisa la sera della finale dei Mondiali tra Italia e Germania.
24 anni dopo, nel 2006, Balistreri è diventato capo della Sezione Speciale di Roma. La notte della finale tra Italia e Francia la madre di Elisa si getta dal balcone. Le due morti sono collegate?
“Tu sei il male”, primo libro di una trilogia, è un romanzo potente, di ampio respiro, capace di andare oltre alla narrativa di genere thriller.
Attorno alla figura di Balistreri, Costantini costruisce uno spaccato socio-culturale dell’Italia degli anni ottanta e duemila tra politica, corruzione, immigrazione, in una vicenda permeata di mezza verità e bluff, proprio come in una delle tante partite a poker affrontate dal protagonista.
La narrativa di genere, quando è di buon livello, si dimostra terreno fertile per un’analisi della società che ci circonda. L’autore utilizza avvenimenti straordinari, finzioni letterarie lontane dalla realtà di tutti i giorni, per parlare di problemi presenti ed attuali.
È una storia di personaggi sfuggenti, irrisolti, divorati da rimorsi e sensi di colpa, cambiati dal destino, sconfitti dalle circostanze.
Ho apprezzato la scelta dell’autore di non forzare la mano con numerosi e rocamboleschi colpi di scena, preferendo un’indagine suddivisa in capitoli corrispondenti a giornate lavorative tra interrogatori, piccoli indizi e una miriade di personaggi mediamente ben caratterizzati.
“Tu sei il male” è un libro accattivante, una delle migliori recenti sorprese nel nostro panorama letterario in termini di narrativa thriller, e spero che i due libri successivi della trilogia si mantengano sullo stesso livello.
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Sezione Q #1
In principio era la Svezia con Henning Mankell, l’irraggiungibile Stieg Larsson e gli eredi, o presunti tali, tra cui spiccano per successo commerciale Camilla Lackberg e Lars Kepler. Poi è stato il turno della Norvegia con Anne Holt e soprattutto Jo Nesbo. L’Islanda è teatro dei romanzi di Arnaldur Indridason. In termini geografici, al freddo Nord manca soltanto uno scrittore di crime finlandese che salga alla ribalta. Intanto, nella vicina Danimarca, c’è un autore nativo di Copenaghen che recentemente si è trovato sotto la luce dei riflettori. Si tratta di Jussi Adler-Olsen, e “La donna in gabbia” è il primo romanzo incentrato sulla cosiddetta Sezione Q, cui ne sono seguiti fino ad ora altri tre.
Merete Lyngaard è una parlamentare danese, una giovane donna in carriera occupata dal lavoro e dal prendersi cura del fratello Uffe, rimasto disabile in seguito ad un incidente stradale nel quale hanno perso la vita entrambi i genitori.
Nel 2002 Merete scompare mentre si trova a bordo di un traghetto, in procinto di concedersi una vacanza che da tanto tempo progettava di fare con il fratello.
Le indagini non portano ad alcun risultato, fino a quando cinque anni dopo un poliziotto di nome Carl Morck torna ad occuparsi del caso.
Reduce da un’operazione in cui ha visto morire un collega ed un altro costretto a vivere paralizzato in un letto d’ospedale, Carl cerca con fatica di ricostruirsi una vita.
Complice il carattere brusco e scontroso, viene allontanato dai piani alti della centrale di Polizia e messo a capo della sperimentale Sezione Q, con il compito di indagare su vecchi casi irrisolti di interesse politico.
Ad una sola condizione: lavorerà da solo, isolato da tutto e da tutti, con il solo aiuto di Assad, curioso individuo di origini siriane che si scoprirà essere ben più di un uomo delle pulizie.
La storia è divisa in capitoli appartenenti a due epoche temporali diverse.
L’autore alterna il 2002, anno della scomparsa di Merete, al 2007, il presente nel quale si muovono le indagini di Carl.
Grazie a questo tradizionale stratagemma Jussi Adler-Olsen mantiene alto il livello di attenzione del lettore, un aspetto basilare in una storia che non fa del colpo di scena improvviso il principale marchio di fabbrica.
Oltre alle affascinanti ambientazioni di Copenaghen, i personaggi sono l’elemento più intrigante di questo piacevole romanzo. Su tutti, spicca l’alchimia tra il malinconico Carl ed il misterioso Assad. Una coppia originale, suggestiva, che credo sprigionerà il suo potenziale nei racconti successivi.
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Una grande mente
Sir Arthur Conan Doyle è stato un versatile scrittore scozzese di grande importanza artistica, considerato il fondatore, insieme ad Edgar Allan Poe, di un sottogenere letterario importante come il giallo deduttivo.
Il personaggio del geniale investigatore Sherlock Holmes è ancora oggi, a distanza di 128 anni dalla sua creazione, il più celebre tra tutti i detective della letteratura poliziesca.
È curioso il fatto che il rapporto tra Doyle ed il personaggio da egli stesso creato sia stato, secondo varie fonti, difficile e burrascoso. Pare infatti che l’autore non apprezzasse particolarmente il fatto che la fama del detective letterario avesse superato quella del suo ideatore. Il clamoroso successo di Holmes ha infatti messo in ombra altre produzioni di Doyle, appartenenti a generi che il nativo di Edimburgo apprezzava maggiormente, come i romanzi di avventura o quelli fantastici.
Ne “Uno studio in rosso”, datato 1887 e primo dei quattro romanzi incentrati sulla figura di Holmes, viene descritto il casuale incontro tra Sherlock ed il Dottor Watson, medico reduce dalla guerra in Afghanistan e narratore della vicenda, considerato l’alter ego dello scrittore.
Entrambi in cerca di una casa, si ritrovano, grazie ad una conoscenza comune, a condividere un appartamento all’indirizzo 221B di Baker Street, Londra.
Watson capisce subito di trovarsi di fronte ad un individuo singolare, e la sua curiosità aumenta quando scopre che Sherlock collabora con la polizia in qualità di investigatore privato ed è anche sostenitore di coraggiose teorie sul metodo scientifico e sulla deduzione intuitiva applicate alla criminologia.
La storia è divisa in due parti. La prima sezione verte sull’incontro tra i due protagonisti ed arriva alla scoperta del colpevole, mentre la seconda mira ad analizzare, attraverso un lungo flashback, i motivi che hanno spinto l’assassino a compiere il delitto.
Se nella prima parte spicca la personalità eccentrica, sarcastica, carismatica ed imprevedibile di Holmes, nella seconda emergono numerosi approfondimenti esotici, culturali e religiosi.
Doyle utilizza uno stile accattivante, divertendo il lettore con un raffinato sense of humour rigorosamente britannico e sfruttando le differenze tra i due protagonisti. Emblematico è il rapporto che i due personaggi hanno con le proprie deduzioni. Holmes, quando intento a riflettere, passeggia, parla da solo, lascia fluire le proprie osservazioni senza mai dimenticarsi niente, mentre Watson deve necessariamente riordinarle e scriverle su carta. E così dopo aver conosciuto Sherlock sente il bisogno di appuntarsi l’elenco dei rami del sapere in cui il detective sembra non avere segreti, nel vano tentativo di inquadrarlo meglio.
“Uno studio in rosso” è un giallo senza tempo, così come lo sono Holmes e Sir Arthur Conan Doyle, che ha avuto il merito, come tutti i precursori, di anticipare i tempi ed indirizzare i propri successori.
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Buddy movie
Prima avventura della saga di Hap & Leonard creata dal versatile Joe R. Lansdale e ormai diventata una serie cult.
Hap Collins e Leonard Pine sono due inseparabili amici prossimi ai quarant’anni. Vivono in una cittadina del Texas, amano passare il loro tempo tra interminabili chiacchiere e rilassanti bevute ed hanno un talento speciale nel cacciarsi nei guai.
Durante un tranquillo pomeriggio, trascorso ad esercitarsi nel tiro al piattello, la loro quiete viene interrotta dalla visita di Trudy, ex moglie di Hap. La donna chiede il loro aiuto per recuperare circa mezzo milione di dollari da un’auto abbandonata sul fondale di un fiume, dove era stata nascosta anni prima in seguito ad una rapina in banca.
Fanno parte della spedizione anche Howard, attuale compagno di Trudy, e altri suoi due pittoreschi amici di nome Paco e Chub.
Ciò che risulta evidente fin dalle prime pagine è che il punto di forza del libro, e immagino dell’intera serie, è rappresentato dai due protagonisti e dalla loro alchimia.
Hap, che racconta la vicenda in prima persona, è calmo, riflessivo, romantico, un ex figlio dei fiori pacifista che negli anni sessanta aveva forti ideali rivoluzionari e che ha conosciuto la galera per aver rifiutato la chiamata alle armi per la guerra in Vietnam.
Leonard è nero, gay ed ha un carattere fortemente sarcastico, cinico e razionale.
Hanno personalità e caratteri opposti ma lo stesso atteggiamento nell’affrontare la vita, la medesima pungente ironia, ed il loro continuo prendersi in giro e stuzzicarsi è il miglior sistema che conoscono per tirare avanti e difendersi da un’esistenza tutt’altro che facile.
Attorno ai due amici ruotano una serie di personaggi con aspetto fisico e peculiarità estremamente caratterizzanti, unici nelle loro particolarità.
Lansdale è un maestro nell’utilizzare una prosa frizzante e vivace al servizio di una storia a tinte pulp, divertente e allo stesso tempo intelligente, nostalgica e malinconica.
Resta il mistero del perché in tante edizioni, leggendo le varie trame, Hap e Leonard siano definiti “detective”, dal momento che non lo sono affatto. O almeno non ufficialmente.
Howard: “Non so di cosa siete capaci, ma dall’odore direi che siete in grado di bere birra”.
“Si, ma sai dirci quante ne abbiamo bevute? Sentirne l’odore va bene, ma gradirei ci dicessi quante ce ne siamo scolate”.
“E anche di quale marca” disse Leonard.
“È inutile parlare con loro quando sono così, andranno avanti fino a che non ti stanchi o diventi matto, non si può ragionare con gli imbecilli” disse Trudy.
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Era peccato sparare ad un usignolo
"Non riuscirai mai a capire una persona se non cerchi di metterti nei suoi panni, se non cerchi di vedere le cose dal suo punto di vista"
Maycomb. Cittadina immaginaria dell’Alabama. Profondo Sud degli Stati Uniti. Anni trenta, periodo della Grande depressione originata dal crollo di Wall Street del 1929.
Scout, voce narrante della storia, ha nove anni. È una bambina vivace, mascolina ed intelligente, che trascorre le giornate giocando con il fratello maggiore Jem e l’amico Dill.
Orfani di madre, accuditi dalla governante Calpurnia e dal padre Atticus, avvocato integerrimo e di forti principi morali, fantasticano su Boo Radley, un vicino di casa solitario e ritenuto pericoloso da tutti.
La vicenda di Tom Robinson, un nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una diciannovenne bianca figlia del delinquente Bob Ewell, turba la tranquillità della comunità.
Atticus, celebre per la sua fermezza e bravura nonché per le idee fortemente antirazziste, viene incaricato della difesa dell’accusato.
Il punto di vista infantile di una bambina sincera e non influenzata da pregiudizi o sovrastrutture, è il migliore per raccontare una storia che ha come temi principali il razzismo (Tom Robinson e la comunità nera) e la paura del diverso e dello sconosciuto (il misterioso Boo Radley).
Argomenti attuali e complessi ancora oggi, perfino scottanti all’epoca dei fatti narrati, tanto che negli anni trenta la segregazione razziale era in vigore in molti paesi del Sud degli Stati Uniti. Una chiusura mentale simboleggiata dalla cittadina di Maycomb, dove regna una mescolanza tra ideali segregazionisti e antirazzisti, con tante contraddizioni e ipocrisie in mezzo ai due estremi.
Emblematico il pensiero della signorina Gates, maestra di Scout, che a parole condanna le gesta di Hitler ed il modello della “razza ariana”, ma che nel suo piccolo non si comporta diversamente nei confronti dei diversi o dei meno fortunati.
Oltre alla protagonista, altrettanto ben tratteggiato è il personaggio di Atticus, esempio di coerenza e rettitudine, che oltre ad occuparsi degli incarichi lavorativi, cerca quotidianamente di far crescere bene i propri figli indirizzandoli al dialogo, alla consapevolezza e al rifiuto del pregiudizio.
Merita un’osservazione il titolo originale, “To kill a mockingbird”, ovvero “uccidere un usignolo”, una creatura innocente e inoffensiva. Sicuramente meno premonitore è il titolo scelto per la versione italiana, che si focalizza maggiormente sul timore dell’ignoto.
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Le cose passano sempre, come in un fiume
Pietro e Gloria, due ragazzini compagni di classe alle scuole medie, vivono in un paesino immaginario della Maremma Toscana (come mi è stato fatto correttamente notare nei commenti. Non so perché avessi scritto “Sud Italia”). Lui è timido, impacciato e con una famiglia problematica. Lei è bella, ricca e spigliata.
Graziano è un ex donnaiolo, un eterno Peter Pan che ha superato i quarant’anni e dopo tanto tempo decide di ritornare al paese natale.
Lo stesso di Pietro e Gloria. E di Flora, insegnante di Pietro che ha sacrificato se stessa per dedicarsi alle cure della madre malata e che attira ben presto l’attenzione di Graziano.
Il romanzo inizia con la bocciatura di Pietro e con un successivo flashback di sei mesi da cui si muovono le vicende dei quattro personaggi più importanti, attorno ai quali Ammaniti muove una schiera di macchiette tragicomiche ed ottimamente caratterizzate.
Uno dei temi principali del libro è l’amore. E due infatti sono gli intrecci sentimentali che fanno da motore all’intera vicenda.
Il primo, tra Pietro e Gloria, è qualcosa di nuovo e indefinito, al confine tra amicizia e cotta pre-adolescenziale, da sognare intensamente senza porsi troppe domande.
Il secondo, tra gli adulti Graziano e Flora, ha come nemici principali il passato e le abitudini, protratte per anni, di due stili di vita opposti.
E in mezzo a questi due intrecci principali, una serie di storie, digressioni, destini beffardi, amare verità, personaggi minori, eventi bizzarri, con il solito Ammaniti che è maestro di uno stile grottesco, ricco di descrizioni tanto realistiche quanto crude che mirano a destabilizzare il lettore per poi renderlo irrimediabilmente partecipe.
È un romanzo agrodolce, denso di sfumature malinconiche, tenero, spietato e assurdo al tempo stesso. Si può sfuggire al proprio destino?
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Mi fai una promessa?
Lorenzo ha 14 anni. È un adolescente introverso, socialmente disadattato.
Spesso viene insultato dai compagni di scuola, nonostante finga di comportarsi come loro per essere accettato. O forse per passare inosservato.
Un giorno, sentendo una sua compagna parlare con tre ragazzi a proposito dell’imminente settimana bianca, inventa a sua madre di essere stato invitato per una vacanza a Cortina d’Ampezzo.
La madre, euforica per la notizia e per il sollievo che il figlio abbia finalmente degli amici, non immagina che Lorenzo abbia inventato tutto per starsene chiuso nella cantina di casa per una settimana, immerso nella sua amata solitudine tra musica, fumetti e videogiochi.
Solitudine che durerà fino a quando la sorellastra Olivia, ventitreenne altrettanto problematica e tormentata, lo scopre e in cambio del silenzio riceve ospitalità da Lorenzo.
“Io e te” parla di adolescenze difficili, di tossicodipendenza, di famiglie che non riescono a seguire con costanza e attenzione i propri figli.
Argomenti attuali e sempre più trattati nella letteratura e nel cinema, e per questo non facili da affrontare con originalità.
Ammaniti invece tratteggia ottimamente la psicologia di due personaggi complessi, che si ritrovano senza volerlo a dover rinunciare alla solitudine che tanto avevano sperato di trovare nella cantina. La cantina, il sotterraneo, il buco nel terreno (“Io non ho paura”). Un tema, quello del rifugio, che ricorre in quasi tutte le opere dell’autore romano.
E a tal proposito è curioso che dal romanzo sia stata tratta, nel 2012, una versione cinematografica da parte di un regista, il grande Bernardo Bertolucci tornato dietro alla macchina da presa dopo 9 anni di assenza dalle scene, che spesso ha dimostrato un’analoga affinità verso i luoghi chiusi (gli appartamenti di “Ultimo tango a Parigi”, “The Dreamers”). Tane in cui immergersi al riparo da tutto e da tutti. Prigioni solitarie, con l’unica compagnia dei propri conflitti interiori. Ma anche purgatori da cui tentare la risalita verso il mondo esterno.
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Biografia di un vincente
Per gli appassionati di sport e soprattutto di calcio, il nome Sir Alex Ferguson non ha bisogno di grandi presentazioni.
Nato a Glasgow nel 1941, dopo una modesta carriera da calciatore ed una parentesi lavorativa come barista, è salito alle luci della ribalta come tecnico dell'Aberdeen, club scozzese, e poi di una delle squadre più famose d'Inghilterra e del mondo, il glorioso Manchester United, diventando uno degli allenatori più vincenti di sempre.
L'autobiografia , di impronta tradizionale, si concentra principalmente sui 27 anni trascorsi alla guida dello United, dalle perplessità iniziali ai numerosi successi che ne sono seguiti sia in campo nazionale che internazionale.
Oltre alla carriera calcistica, Ferguson affronta anche tematiche extra-sportive come il rapporto con la moglie, colonna portante di ogni sua scelta e spalla a cui appoggiarsi in ogni momento, e i figli.
Numerosi sono gli aneddoti riguardanti gli allenatori avversari affrontati, tra cui Wenger e Mourinho, e gli atleti più famosi che Ferguson ha allenato.
La sezione più interessante della biografia è rappresentata dall'analisi psicologica del rapporto che il manager scozzese instaurava con i propri calciatori. Con schiettezza ed onestà, è sempre riuscito ad essere capo, “padre” e allo stesso tempo amico dei giocatori, senza mai perdere carisma ed autorità.
Degna di nota è la parte dedicata alla gestione dei fuoriclasse, al modo in cui vanno trattati i veri campioni, per stimolarli a migliorarsi sempre senza adagiarsi ed accontentarsi.
“La mia vita” è una storia piacevole ed appassionante. Per i veri appassionati, un’occasione per approfondire la carriera di un manager che ha fatto la storia del calcio, di un uomo che non è nato vincente ma che ha saputo diventarlo con perseveranza, passione ed un’incrollabile fiducia in se stesso.
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Point and Flats
1975. Periferia di Boston, zona East Buckingham, quartiere Flats. Jimmy, Sean e Dave sono tre ragazzini, diversi per carattere ed estrazione sociale, che giocano per la strada. Si ferma un’auto. Al suo interno ci sono due uomini. Uno di loro esce, si avvicina ai ragazzini e mostra loro un distintivo: è un poliziotto. Li rimprovera per il baccano e costringe Dave, il più insicuro, a salire in macchina per essere riaccompagnato a casa. È l’inizio di un incubo. 25 anni dopo Jimmy è un commerciante con un passato ambiguo, Sean è un poliziotto e Dave è un onesto lavoratore. L'omicidio della figlia di Jimmy li farà incontrare dopo che si erano persi di vista per anni.
Dennis Lehane non ha bisogno di grandi presentazioni. Dai suoi romanzi, mediamente di ottima fattura, sono stati tratti film di grande livello da registi del calibro di Clint Eastwood (“Mystic River”, appunto) e Martin Scorsese (“Shutter Island”).
Il libro è correttamente catalogato come un thriller, ma è una definizione riduttiva considerato lo spessore emotivo che traspare dalla prima all'ultima pagina. Non è il classico poliziesco progettato a base di tradizionali ed auspicabilmente adrenalinici colpi di scena e protagonisti standardizzati e tipicamente poco approfonditi. La caratterizzazione e l'analisi psicologica dei personaggi, sia principali che secondari, risulta eccellente e verosimile. Così come ottima è la gestione del ritmo narrativo.
Lo stile di Lehane è affilato, in linea con una miscela adulta di amicizie, amori, tradimenti, risentimenti, vendette, ambientata (come spesso capita nei romanzi del nativo di Dorchester, periferia di Boston) in un quartiere difficile, lontano dalle luci del centro della città.
Quella di Jimmy, Sean e Dave è una storia introspettiva, torbida e corrosiva come le acque sporche del fiume che fa da contorno minaccioso ed inesorabile alla vicenda.
"Hai mai pensato come la più insignificante delle decisioni possa cambiare il corso delle nostre vite? Sto solo dicendo che ci sono dei fili, ok? Ci sono dei fili nella nostra vita. Se ne tiri uno, tutto il resto cambia di conseguenza".
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Non cambiare mai
"Non cambiare mai" gli disse una volta Jack Nicholson.
Numero 1 del circuito Atp dal 1981 al 1984, vincitore di 7 titoli dello Slam in singolo e 9 in doppio. Statistiche da leggenda. A cui si devono aggiungere le mitologiche sfide contro Borg, Connors, Lendl ed una personalità irrequieta, irascibile, ribelle, arrogante, prepotente, a tratteggiare uno dei tennisti più iconici di sempre.
McEnroe fu un vero e proprio terremoto nel pacato mondo del tennis, da sempre caratterizzato da una rigida osservanza delle regole e da comportamenti eleganti e rispettosi. “Super Brat” (super moccioso) fu un fenomeno generazionale. Una sfuriata su tutte, la celebre frase "You cannot be serious" che rivolse ad un arbitro durante l’edizione di Wimbledon del 1981.
La biografia è una successione di eventi ed aneddoti della carriera sportiva del protagonista. Una carrellata di successi e partite importanti, unita alla narrazione degli avvenimenti più importanti che hanno formato McEnroe come uomo, marito e padre.
Verrebbe spontaneo paragonare ogni autobiografia tennistica allo splendido "Open" di Agassi. Ma sarebbe un errore. Lo stile dei due romanzi è troppo diverso. “Open” è maggiormente incentrato sull’uomo, “Non puoi dire sul serio” sulla più tradizionale componente sportiva ed aneddotica. Agassi sul campo era riflessivo, introverso, mentre McEnroe tipicamente soggetto ad intemperanze. Opposti, infine, i sentimenti verso lo sport che li ha resi leggende. Agassi ha dichiarato di aver avuto un rapporto difficile con il tennis. Un sentimento spesso sfociato nell’odio. McEnroe lo ha amato, senza condizioni, dalla prima all'ultima partita disputata.
“Non puoi dire sul serio” è un’autobiografia divertente, piacevole e nostalgica, incentrata su un personaggio e su un periodo storico tennistico (gli anni ’80) contraddistinto da personalità indimenticabili per tutti gli appassionati.
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Giro di sospetti
“Il giro di vite” è un romanzo difficile da recensire.
Fornire troppi dettagli ed impressioni significherebbe adottare un punto di vista sull'opera e sul finale. Un atteggiamento pericoloso che si discosterebbe dalla concezione di un libro volutamente aperto a più congetture, e che rischierebbe di rovinare la sorpresa a coloro che non si sono ancora cimentati in questa lettura.
Ambiguo ed affascinante, "Il giro di vite" è uno dei romanzi più discussi di tutti i tempi.
Appartenente al genere narrativo della "gothic novel", ne rispetta i canoni tradizionali con una storia densa di elementi misteriosi ed un'ambientazione isolata, con pochi personaggi.
Il romanzo inizia con le parole di una donna che fa parte di un gruppo di appassionati di storie dell'orrore, racconti spettrali.
Un membro della compagnia, Mr Douglas, afferma di poter raccontare una storia straordinaria, ovvero la lettura di un diario di una giovane istitutrice contenente fatti avvenuti tanti anni prima.
La giovane istitutrice, Miss Giddens, aveva accettato il curioso incarico affidatole da un uomo d'affari residente a Londra: occuparsi dei suoi nipoti Flora e Miles, di otto e dieci anni, in una tenuta nella località di Bly.
L'incarico presentava un solo divieto: l’istitutrice doveva farsi carico di ogni responsabilità e non disturbarlo mai.
Aiutata dalla governante Grose e incantata dai modi di fare educati dei bambini, l'incarico di Miss Giddens si tinge di mistero quando la protagonista viene colpita dalle apparizioni di un uomo e di una donna.
Il romanzo presenta due caratteristiche che simboleggiano il senso di incertezza che permane durante la lettura.
Per prima cosa, manca un personaggio esterno alla vicenda che si erge a risolutore dell’intreccio. Il classico investigatore presente in ogni giallo.
Secondo punto cruciale della storia, il narratore. "Il giro di vite" non è altro che la lettura del diario dell'istitutrice, che quindi già rielabora esperienze direttamente vissute, ad opera di Mr Douglas, il tutto riportato da un'ascoltatrice.
Abbiamo quindi tre differenti narratori, con il conseguente dilemma se la storia che ci viene narrata presenti qualche carenza dovuta alle numerose rielaborazioni che potrebbero essere occorse dai fatti originari fino al resoconto della donna che introduce la vicenda.
Carenze che alimentano dubbi, risultato cercato e catturato da Henry James, abile autore statunitense capace di confezionare un profondo racconto gotico giustamente passato alla storia per i contorni piscologici, sfuggenti ed inquietanti.
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Quando ti muovi non possono prenderti
Sono quasi sicuro che fosse il 2000. O forse il 2001. All'epoca avevo quindi sette o otto anni. Non ho dubbi sulla stagione. Nella mia memoria conservo frammenti di una serata fredda, piovosa. La guida tv annunciava in pompa magna la prima visione de “Il collezionista di ossa”, thriller datato 1999 con protagonisti Denzel Washington ed Angelina Jolie.
Nella mia mente di bambino, un titolo di tale efferatezza deve aver suscitato un misto di paura ed irrefrenabile curiosità. Probabilmente non avevo mai visto niente che fosse vietato ai minori di 14 anni. E altrettanto probabilmente devo aver tempestato i miei genitori affinché mi concedessero di vedere il film. Tanto che, a quanto ricordo, ho strappato loro una sorta di accordo: avrei visto la prima metà del film, sarei andato a letto perché il giorno dopo dovevo andare a scuola, e avrei concluso la visione il pomeriggio seguente. Rigorosamente su videocassetta, dato che l’epoca del Vhs non era ancora terminata. È questo il carico emotivo che mi lega all’opera. È un film che nel corso degli anni ho rivisto altre volte. E certamente non per la qualità della pellicola, trattandosi di un thriller appena sufficiente. Ma lo ricordo sempre con grande affetto. Rimasi elettrizzato dalla bellezza della Jolie ed impressionato dalla brutalità di alcune scene, dalla sensazione di osservare immagini proibite per un bambino, dalla paura che sicuramente mi ha accompagnato nel cercare di prendere sonno. Quella sera conobbi un nuovo genere, il thriller. Di cui mi stuzzicavano sia le versioni cinematografiche che cartacee. E sebbene crescendo mi stia avvicinando sempre di più ad autori e ad una letteratura di ben altro calibro, è un genere di intrattenimento che mi interessa ancora e che probabilmente non abbandonerò mai del tutto.
Il libro da cui è tratto il film è il primo della serie che il celebre autore Jeffery Deaver ha incentrato sulla figura del criminologo tetraplegico Lincoln Rhyme, rimasto paralizzato dalla vita in giù in seguito ad un incidente durante le operazioni di soccorso di una vittima.
Può muovere soltanto la testa e l'anulare della mano sinistra. È costretto a vivere pressoché immobilizzato in un letto, collegato a vari tipi di macchinari.
Dotato di conoscenze mediche, legali, ambientali e psicologiche di immenso spessore, si è ufficialmente ritirato dalla carriera investigativa.
In via del tutto eccezionale, convinto da un vecchio collega, collabora alle indagini su un omicida che ha sotterrato un uomo vicino ad un vecchio binario nel West Side di New York. Una serie di indizi appositamente lasciati dal killer per la polizia, se decifrati in tempo, possono salvare la vittima successiva.
Lincoln decide di farsi aiutare dalla bellissima Amelia Sachs, una poliziotta non addetta alla sezione criminale, intervenuta per caso nel ritrovamento del corpo della vittima. La mente ed il braccio.
Deaver è un maestro assoluto del genere thriller, e questo è probabilmente il miglior romanzo della sua folta produzione letteraria. La trama non concede un attimo di tregua, il ritmo è sempre alto e i colpi di scena, ottimamente gestiti, accompagnano la lettura dall'inizio alla fine.
Ho trovato brillante la scelta di esporre, con un linguaggio accessibile, le procedure scientifiche utilizzate nell'analisi delle prove raccolte, così come convince l'uso di sigle ed acronimi propri di una vera indagine.
Oltre al caso poliziesco, parte della forza del libro va attribuita ai due personaggi principali. Lincoln ed Amelia formano una coppia carismatica, originale ed emotivamente ricca. Non stupisce, in tal senso, che da un potenziale così alto sia scaturito un ciclo di romanzi che ormai hanno numericamente superato la doppia cifra.
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Fastidiosa aberrazione
Il ritrovamento di una testa umana orribilmente sfigurata getta l'FBI nel panico. Altri omicidi, riconosciuti dal database come "casi simili", fanno pensare all'azione di un serial killer.
Frank Folkerson, tenente della Polizia di Stato, chiede aiuto a Marcus Mawbray, patologo in pensione e medico legale dalla straordinaria esperienza.
Marcus, che non ha ancora elaborato il lutto della figlia e del genero per mano di un ladro, accetta l'incarico nel tentativo di dare una svolta ad un'esistenza logorata da anni di solitudine e dolore.
"Cadaveri senza volto" è un tradizionale romanzo poliziesco degli anni '90. Un omicida seriale, uno o più investigatori moralmente integerrimi afflitti da una situazione personale complessa, indagini e capovolgimenti di scena che conducono alla soluzione del caso. Pressoché assente è lo spazio dedicato ad approfondimenti e digressioni sociali, un’attitudine maggiormente frequente nella narrativa di genere giallo o thriller più contemporanea.
Una particolarità di questo libro di Hubert Corbin, autore francese, è rappresentata dal fatto che siamo a conoscenza dell'identità dell’assassino dopo pochissime pagine. L’intreccio alterna infatti continuamente il punto di vista degli investigatori a quello del killer.
E sono proprio le pagine in cui quest’ultimo è protagonista della narrazione ad essere le più riuscite e cariche di tensione, grazie alla capacità dello scrittore di calarsi in una mente perversa e malata.
Suggestiva anche la scelta di dividere il romanzo in sezioni, ognuna delle quali intitolata con il nome della prossima vittima. Un'arma a doppio taglio, che tuttavia non toglie alcuna suspence alla lettura.
Si avverte invece la mancanza di un colpo di scena inaspettato, destabilizzante, capace di dare una sterzata improvvisa alla trama. Questo non inficia sulla buona gestione del ritmo narrativo. Ma la vicenda, per quanto godibile, soffre di uno sviluppo vagamente prevedibile e lineare.
È un piccolo appunto che non scalfisce il giudizio positivo sul romanzo, adatto ad una lettura di puro intrattenimento.
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Smuovere le montagne
"Angeli e demoni", datato 2000, è il primo romanzo di Dan Brown avente per protagonista il professore Robert Langdon, docente di simbologia religiosa ad Harvard.
Curiosamente in Italia la serie non ha rispettato l'ordine cronologico, dal momento che “Angeli e demoni” è stato pubblicato soltanto in seguito all’enorme successo commerciale de “Il codice Da Vinci”, uscito nel 2004.
Langdon viene convocato al CERN di Ginevra per indagare sulla misteriosa morte di uno scienziato che ha un ambigramma marchiato a fuoco sul petto con la scritta "Illuminati".
Dal laboratorio dello scienziato risulta scomparso un cilindro di antimateria, capace di sprigionare enormi e distruttive quantità di energia.
Il cilindro risulta nascosto in Vaticano, collegato ad un countdown. E proprio in Vaticano si sta svolgendo il Conclave per l'elezione del nuovo pontefice.
Dan Brown è uno degli scrittori più discussi della letteratura moderna.
Le sue opere, piene di riferimenti storici, scientifici, artistici, religiosi, sono un invito a nozze per critici e studiosi pronti a ravvisare incongruità ed inesattezze.
Lo stesso Dan Brown ha spesso favorito questa sorta di accanimento verso i propri romanzi, dichiarando che le trame fossero attinenti alla realtà storica dei fatti. Una furba strategia di marketing. Poco importa quale sia la verità, l'importante è che se ne parli.
Sicuramente Brown è un autore scaltro. I misteri della Chiesa, la massoneria, l’arte, la spiritualità, la simbologia, Roma, Parigi, Washington. Sono tematiche ed ambientazioni suggestive che inevitabilmente catturano le attenzioni del grande pubblico.
Il focus della discussione è, a mio avviso, stabilire quale sia il fine della produzione letteraria di Brown.
È ovvio che, se giudicato in base alla veridicità storica, il risultato non può che essere scarso. Ma sarebbe un giudizio scorretto. Non stiamo parlando di un saggio. Se valutiamo il romanzo in base alla qualità di parametri quali scorrevolezza dell’intreccio, abilità nell’utilizzo dei colpi di scena, capacità di incuriosire il lettore, ovvero i requisiti che deve possedere un’opera di puro intrattenimento quale è “Angeli e demoni”, la valutazione è ottima. È questa, secondo me, la corretta collocazione di un autore come Brown. Sono prodotti avvincenti sapientemente progettati per avere successo commerciale. Tutto il resto, dalle dichiarazioni ammiccanti dello scrittore alle critiche, a volte fondate e altre gratuite, interessa relativamente.
È curioso il fatto che Brown sia considerato un fervente oppositore della Chiesa Cattolica. Curioso perché una delle parti più interessanti del romanzo è rappresentata da un efficace monologo del camerlengo Ventresca sulla lotta tra scienza e fede, in difesa di quest'ultima.
"La scienza è il nuovo Dio. Avete vinto, ma non lealmente. Non avete dato risposte. Avete avuto la meglio modificando la nostra società in modo così radicale che le verità che un tempo consideravamo linee guida ora sembrano inapplicabili. Ma se la scienza ci ha fornito una miriade di gadget e comodità, ci ha lasciato un mondo dove non esiste più la meraviglia. I tramonti si sono ridotti a frequenze e lunghezze d'onda. Furono necessarie migliaia di anni per passare dall’invenzione della ruota a quella dell’automobile, ma è bastato solo qualche decennio per passare dall’automobile ai viaggi nello spazio. Oggi misuriamo il progresso scientifico in settimane. Stiamo perdendo il controllo. Voi dite che la scienza sarà la nostra salvezza. Io dico che la scienza è stata la nostra rovina. Guardatevi attorno: le promesse della scienza non sono state mantenute. Le promesse di efficienza e semplicità hanno generato solo inquinamento e caos. Il mondo si muove così velocemente che, anche se vi fermaste per un istante ad analizzare le conseguenze delle vostre azioni, qualcuno più efficiente di voi vi sorpasserebbe. E così continuate sulla vostra strada. Costruite armi di distruzione di massa, mentre il papa incontra i capi di Stato implorandoli di rinunciare all’uso della forza. Incoraggiate le persone a comunicare tramite cellulari e computer, mentre la Chiesa apre le sue porte per ricordarci di entrare in comunione con gli altri come vuole la nostra natura. “Dimostrateci che Dio esiste” dite. Io vi rispondo: prendete i vostri telescopi, scrutate i cieli e poi ditemi come può Dio non esistere. Sostenete che sarebbe bastato un minimo cambiamento della forza di gravità o del peso di un atomo per fare del nostro universo una nebulosa senza vita anziché uno splendido oceano di corpi celesti, e non riuscite a vedere la mano di Dio in tutto questo? Vi sembra più facile credere che abbiamo pescato la carta giusta da un mazzo composto da miliardi di carte? Possibile che l’uomo sia spiritualmente così povero da credere più volentieri nell’impossibilità matematica che nell’esistenza di un potere più grande di lui? La religione è imperfetta, ma solo perché è imperfetto l’uomo".
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