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Splendidi giorni a venire
Ethan appare sulla scena di questo struggente romanzo in un “mattino biondo oro di aprile”; è a letto con la moglie che lo chiama “scemo” perchè “con i mignoli in bocca le faceva le smorfie". Venerdì santo, giornata impegnativa al lavoro, commesso nella bottega di alimentari del terrone Marullo, lui discendente degli Hawley, stirpe di Padri Pellegrini e di facoltosi balenieri caduti in disgrazia. Poche battute, al risveglio, e il personaggio è abilmente delineato: scanzonato, malinconico, acuto osservatore, relitto della società in fermento, estroso oratore ( comunica la sua visione della società alla banda di lattine che popola gli scaffali del negozio), ottimo commerciante, vivo spessore culturale, ottimo ascoltatore. Un tentativo di rialzarsi, andato male…
“Se avessi voglia di svaligiare una banca, lo farei prima di una festa lunga. La grana è tutta là dentro che aspetta.”
Indizi, buttati lì con una noncuranza che è magistrale perché permette di recuperarli, avendoli finalmente collocati nel giusto ruolo di dettagli da non trascurare, solo quando la storia è così ben avviata nel suo lento procedere che ci si rende conto che qualcosa è sfuggito. Una trama invisibile, tanti piccoli indizi. A chi ha la fortuna di leggere per la prima volta questo romanzo, mi sentirei di dire proprio questo : nulla è casuale, tutto è affidato alla parola, compito del lettore è quindi dipanare la trama. Compito non facile perché molto è affidato ai dialoghi con il piccolo universo del microcosmo che ruota intorno a Ethan: la moglie, Joey Morphy, cassiere alla banca First National, l’ amante di Joey, Margie Youg-Hunt, il signor Marullo, il signor Baker, presidente della banca, l’amico d’infanzia; Danny Taylor, perso nell’alcool, i due figli di Ethan. La narrazione inoltre, dopo i primi due capitoli, passa dalla terza persona alla prima persona e l’ottica per tutta la prima parte è quella di Ethan: funzionale a farci trascorrere i giorni fino alla Pasqua e oltre mentre vengono ripercorse le principali tappe della sua vita. In maniera speculare la seconda parte, che si sofferma maggiormente sulla realtà della cittadina di New Baytown, segue la stessa disposizione delle voci narranti, il tempo scorre fino alla festività nazionale del Quattro luglio, ma sono sicuramente i periodi precedenti le “feste lunghe” a essere i più interessanti quando tutto pare possibile e succede ciò che non si era previsto. Una seconda parte ricca di avvenimenti, di salite vertiginose e di cadute morali che sveleranno la vera essenza di ogni singolo personaggio in una sintesi mirabile di corruzione e corruttibilità che lascia aleggiare su tutto il vago e profondo senso del nostro scontento. Sempre attuale.
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A fondo
P.M. conduce una tranquilla esistenza, si è fatto da solo, riuscendo a riscattarsi da un contesto familiare dei non più promettenti; gode di impeccabile controllo della propria vita al confine tra Usa e Messico, ha sposato Nora, lei possiede un ranch, lui è avvocato.
Tutto è sotto controllo, compresa quella voglia di bere più del possibile, sa evitarlo, basterebbe poco per perdersi. Forse, è ad altro impulso che dovrebbe badare.
Così appunto avrebbe dovuto fare: controllarsi maggiormente perché, se ci fosse riuscito, la sua discesa verso l’inferno non sarebbe iniziata e lui avrebbe potuto far tacere ancora il passato. Esso però non è solo un insieme di circostanze o di ricordi, da tenere a debita distanza, è infatti costituito principalmente da persone, quei suoi familiari che ha depositato nel fondo della sua esistenza. Se fosse rientrato prima che il fiume avesse iniziato a ingrossarsi, isolando le fattorie, sarebbe stato possibile circoscrivere l’intruso, espellerlo il prima possibile e consegnarlo al suo destino, a debita distanza, tacendo tutto a Nora. Se solo fosse rientrato prima senza concedersi quella scappatella, Donald, suo fratello, non sarebbe stato un problema insolubile, e invece è lì, evaso, in cerca di aiuto per poter varcare il confine, là dove lo attende la sua famiglia in bilico.
Ritmo serrato, pioggia battente, claustrofobia allo stato puro, epilogo magistrale. Duro senza ritorno.
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La galleria degli specchi
Non si può percorrere la storia del romanzo moderno senza aver letto il Don Chisciotte di Cervantes che agli inizi del ‘600 inaugura il genere fungendo da cerniera tra i vecchi ideali cavallereschi - fonte di ironia - e i nuovi slanci individualistici, in una rinnovata lettura della realtà contemplante anche il piano inclinato della follia; a maggior ragione, non si può nemmeno ignorare la novità introdotta, sul finire dello stesso secolo, da questo romanzo che pare poggiare le sue basi esistenziali proprio sul rinnovamento del genere, anticipando anche i moduli del fortunatissimo filone psicologico, senza trascurare di invertire i valori dominanti della società rappresentata. La principessa di Clèves, opera matura di una dama della piccola nobiltà introdotta alla corte del Re Sole, poi divenuta la signora del più prestigioso salotto letterario dell’epoca, è infatti la storia di una giovane sedicenne che per volere materno sposa, con benevola accondiscendenza, il principe di Clèves, introducendosi così nell’intrigante e corrotto mondo di corte, quella di Enrico II, della regina consorte Caterina de’ Medici e della famigerata amante del re, Diana de Poitiers. Una giovane ragazza che non conosce l’amore fino a quando non si sente totalmente attratta e rapita dall’incontro, durante un ballo al Louvre, con il duca di Nemours che, pur essendo tra i più desiderabili uomini di corte, interessato persino al matrimonio con Elisabetta I, non disdegna affatto una parentesi romantica con questa giovanissima e bellissima ragazza, seppur già ammogliata. Inizia così la rappresentazione del tormento interiore della giovane che, finchè è in vita la madre, riesce a tenere testa alle insidie, non tanto dell’uomo quanto del meschino ambiente di corte che la circonda, per poi dover contare solo sul suo estremo senso di onestà che la porta a confessare al marito l’attrazione provata per un uomo del quale preferisce tacere l’identità. L'inverosimiglianza di questa condotta è proprio l’elemento sul quale fa perno la narrazione che, pur continuando ad avvalersi degli espedienti letterari che richiamano la tradizione del romanzo cortese, inizia il ribaltamento di prospettiva, facendo assurgere l’individuo - donna quale essere capace di farsi portatrice di valori morali diversi da quelli dell’ambiente nel quale vive e che non sono neanche i medesimi dei lettori ai quali l’opera che ne narra l’intimo dissidio è destinata: il romanzo nel ‘600 è ancora appannaggio delle sole classi sociali elevate, nobili, occorrerà la nascita della borghesia per farne un genere di più ampia fruizione. Uno stile impeccabile e la rappresentazione rigorosa del contesto storico, ampiamente poggiato su basi documentali inappuntabili, fanno di questo romanzo quindi non solo un archetipo del romanzo moderno psicologico ma anche un anticipatore delle tendenze romantiche da bildungsroman oltre che un gustoso romanzo storico. La trama non manca di colpi di scena e trionfa in un finale aperto che coincide con un respiro di donna eccezionale per intuizione e rigore; senza nulla rivelare, non esito nel dichiarare apertamente che l’analisi offerta dalla principessa è lucida e brillante e di una modernità che si sposa, incredibile dirlo a distanza di secoli, con il più illuminato pensiero di una donna contemporanea ma soprattutto libera.
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I limiti della conoscenza
Letteratura americana, pura. Ve lo ricordate “America “ di Kafka (1911-1914)? Quanto mi sono tornate in mente le claustrofobiche esperienze di Karl Rossmann e le atmosfere vessanti di un mondo disumanizzante. O ancora ricordate il Poe di “Le avventure di Gordon Pym” e il suo allucinante finale che inghiotte tutto? O perché no, la ancor più famosa linea d’ombra di Conrad ( 1915-1916) che porta il protagonista a chiedersi “”Cosa m’aspettassi, non so. Null’altro che una particolare intensità dell’esistenza, forse, ciò che è il succo delle aspirazioni giovanili.”
Martin Eden ( 1908-1909) ha fatto in me confluire queste semplici suggestioni letterarie: è come se la letteratura avesse deciso di fondersi in questo romanzo per parlarmi e riaccendere quelle vibrazioni che letture precedenti hanno lasciato in me. Eppure a meno di cinquanta pagine dalla fine, il contenuto lento e ripetitivo, la catarsi infinite volte rimandata, un dilatamento eccessivo della trama, stavano generando solo un sentimento di noia e di distacco incolmabile. L’epilogo, tra i più belli della letteratura, ha poi riscattato l’intero scritto e quelli che mi erano sembrati limiti si sono trasformati in necessari tasselli, utili a raggiungere la perfezione e la maestria: non si può non riconoscerla.
La vicenda narrata ricalca la biografia di London, in particolare i suoi esordi da scrittore e i trascorsi da lavoratore a cottimo, oltre che la sua primissima esperienza amorosa: Martin è infatti un giovane marinaio addestrato dalla vita, incline all’alcool, dai modi rozzi e dalla conoscenza nulla; venuto a contatto con la middle class californiana, ne resta affascinato anche per la frequentazione e l’amore che nascerà con un suo bel frutto, la giovane Ruth. La fascinazione lo porta in prima istanza a una sorta di omologazione e al miraggio di poter far parte di quel mondo che lo rifiuta con tutto il suo classismo; mentre insegue imperterrito il suo sogno, tutto utilitaristico, di sbarcare il lunario in modo agevole, evitando dunque la fatica fisica e sfruttando le doti intellettuali che, proprio in virtù di quel primo tentativo di livellamento sociale, lo induce ad acculturarsi, si accorge che la borghesia americana basa la sua superiorità sul potere del denaro e non su quello della conoscenza, nutrendosi solo di ipocrisia per celare la propria mediocrità intellettuale. Il disincanto è misto a rabbia quando sperimenta la fatica della sopravvivenza, un continuo alternarsi di debiti, di pegni e di riscatti, diventa ferita profonda e purulenta quando tutto si ribalta e il successo inizia ad arridergli. Sistemate alcune questioni pratiche, tutte di natura filantropica, archiviata ormai la storia d’amore con Ruth, diventato certamente ricco, capisce di essere privo di una identità sociale, non sarà mai borghese e non tornerà più a essere un diseredato: la cultura lo ha allontanato da tutti, è ormai un essere asociale; gli ha dato però la socratica certezza di sapere di non sapere. Buona lettura.
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Accettazione
Dopo la lettura del romanzo breve “L’età del malessere”, il secondo scritto di Dacia Maraini, ho pensato di approfondirne la conoscenza della scrittrice con questo titolo ben più noto, apparso nel 1993, quindi ben trent’anni dopo il precedente. Pensavo precedesse “ La lunga vita di Marianna Ucrìa” - testo al quale è strettamente collegato - convinta per un buon procedere nella lettura che ne fosse quasi il documento preparatorio, per scoprire poi che lo segue di tre anni. Il legame fra i due testi è dato dal fatto che nella villa Valguarnera a Bagheria era custodito un ritratto della “mutola” ava della scrittrice, Marianna Ucrìa appunto, e questa villa rappresenta, nell’economia di questo breve scritto autobiografico, il perno della narrazione. Lì giunge infatti bambina Dacia Maraini, ospite dei nonni, con la sua famiglia, di ritorno dal Giappone nel 1947, dopo aver patito la fame più nera in un campo di concentramento nel quale erano stati internati in seguito al rifiuto del padre Fosco e della madre Topazia di aderire, come richiesto dai giapponesi, alla Repubblica di Salò.
La narrazione affascina fin da subito permeata com’è dalla materia biografica e capace di intrecciare in maniera sapiente due secoli, l’Ottocento nobiliare siciliano e il Novecento breve e intenso, racchiuso tra le due guerre mondiali. É come se la Maraini fosse la cerniera fra le due epoche: due genitori intrepidi, uno il grandissimo Fosco, studioso, alpinista, antropologo, scrittore, l’altra, Topazia Alliata di Salaparuta, discendente da una nobile famiglia palermitana. E lei - Dacia - nel mezzo, combattuta, dopo aver per lungo tempo patito questa discendenza, vuoi per lo stretto legame con la figura paterna, sfuggente e tanto amata, vuoi per lo spirito ribelle della nuova generazione che si riconosceva piuttosto appartenente a un nuovo modello borghese. Fatica la narratrice a tenere il filo della memoria, continuamente spezzato dalla mancanza del padre che abbandonò moglie e figli, e ricamato dal recupero non solo di un tempo, ormai trascorso, ma come detto prima, sul finire degli anni ‘40 del ‘900 ancora abbarbicato su vetusti pinnacoli nobiliari, ma anche di una geografia mutata. La Bagheria degli anni ‘90 custodisce una villa irriconoscibile, deturpata come le altre, numerose nei paraggi, da spazi urbani violenti e mafiosi capaci di sventrare i meravigliosi giardini che le circondavano per cedere il passo, fra tanti, ad un’autostrada sotto casa, a palazzoni di grigio cemento, a un improbabile liceo. E intanto l’ultima zia nobile ad abitare la villa racconta e lascia che sia apra quella porta della memoria che permette a Dacia di riappropriarsi del suo passato siciliano senza sentire più il peso della radice mafiosa nei vecchi retaggi nobiliari. Interessante.
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Tutto è vita
Nel frammento di un dialogo, nella portata devastante di un intenso scambio di parole, nella eccelsa carica espressiva che le anima, nella musicalità di un quasi verso, nel loro significato più recondito, ma che appare immediatamente intuibile, è riposta tutta la forza e la malìa di quest’opera. Nella pagina che si anima di presenze ancestrali, tutto è logos, parola e pensiero insieme, verità e menzogna, sicuramente mistero e insieme finitezza. Impongono un limite, i dialoghi: alla ragione, al pensiero, alla struttura formale stessa della quale si nutrono. Vivono di una concisione perfetta e in essa si moltiplicano, ogni significante rimanda a eterni significati. Parlano gli dei. Parlano gli uomini. Dialogano tra di loro. Ricordano i primi un tempo che fu, loro che “non esistono; sono”; loro che sconfissero i Titani, loro che temono gli uomini che uccidono gli dei e che per “esprimere un fiore distruggono un uomo”. E gli uomini ambiscono a essere più che mortali nella loro impossibilità di vivere, combattono la noia, convivono con la propria sorte dalla quale non possono sfuggire, hanno paura degli dei e quando non li temeranno più li uccideranno, ma non sarà questo il loro destino perché come ricorda Circe ”l’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. Netta è la separazione tra umano e divino, l’uno non raggiungerà mai l’altro perché il primo ha costruito il secondo e se ne nutre e vi si aggrappa ma “tutto quello che gli uomini toccano diventa tempo” e lì finisce l’immortalità. La ricchezza degli uomini è la morte, l’attimo che vivono e che non sanno cogliere nell'imprevedibilità preziosa dell’istante. Tempus fugit e “si daranno un passato per sfuggire alla morte” e ricorderanno la felicità vissuta.
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Soccombono
Romanzo pubblicato a puntate nel 1861 sulla rivista "Vremja", la prima grande fatica dopo il ritorno dalla Siberia, alle spalle già l’esordio con “Povera gente”, caso letterario nel 1844, e “Il sosia”, l’anno successivo. Avendo una buona base autobiografica, la voce narrante è infatti uno scrittore alle prime armi, Ivan Petrovi?, può risultare interessante per chi ama lo scrittore: Vanja infatti è il giovane Dostoevskij, preso e perso nella scrittura, in continua lotta con essa che lo sfama ma lo attanaglia. Le atmosfere sono quelle laide della Pietroburgo dove lo scrittore cerca casa e prende fortuitamente quella lasciata libera da un vecchio che gli muore tra le braccia per strada. Proprio la scena magistrale della morte del vecchio Smith avvia la vicenda che si chiude ad anello dopo quattro lunghe sezioni e un didascalico epilogo; il tutto demandato a un’ampia analessi prima del congedo non rappresentato dalla voce narrante che, ripercorrendo il suo ultimo anno di vita, ci preavvisa della sua imminente morte. L’appartamento liberato è il luogo che gli ha permesso di incontrare la piccola nipotina di Smith che cerca il nonno e alla quale rivelerà il triste destino; la narrazione però darà modo di capire che è in realtà è proprio la piccola Nelly a subire maggiormente la condizione di umiliazione e di offesa a cui si riferisce il titolo. E mentre si viene a conoscenza della sua triste vicenda biografica, opportunamente frazionata nel corso della narrazione, si ha modo anche di conoscere maggiormente Vanja. Non è solo un giovane scrittore in cerca di sistemazione, povero e in perenne affanno, è anche un ragazzo non corrisposto nel suo amore per Nataša la quale ama il ricco Alëša, figlio del malvagio principe Valkovskij, che ha decretato la rovina economica della sua modesta famiglia. La trama permette di intuire che il modulo narrativo di appartenenza è quello del più classico feuilleton, a tratti davvero esagerato e disturbante, eppure il lettore più accorto vedrà in nuce la superiorità della penna capace di scandagliare l’animo umano e di creare personaggi che si affannano “sotto il greve cielo pietroburghese” ignoti al “frenetico tumultuare della vita” e nettamente contrapposti al ricco mondo nobiliare. Tutto sommato una lettura necessaria anche se non sempre gradevole.
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Sì, viaggiare…
“Mi ricordo quando ero giovane credevo che la morte fosse un fenomeno del corpo; ora so che è soltanto una funzione della mente - della mente, dico, di chi subisce il lutto. I nichilisti dicono che è la fine; i fondamentalisti , il principio; mentre in realtà non è altro che un affittuario o una famiglia che se ne va da un appartamento o da una città.”
Le parole di Peabody, il dottore, una delle quindici voci narranti di questo romanzo corale, lette a ritroso, sembrano dare la chiave di lettura del tutto: un lungo fluire di pensieri e un'ininterrotta serie di fermo immagini è ciò da cui il lettore prende il congedo nel riporre questo classico della letteratura americana che tanta eco produsse poi nei giovani intellettuali cresciuti a resistenza e libri, oltreoceano, nella nostra terra. Ed è la terra infatti la protagonista assoluta della narrazione, una matrigna che ti si rivolta contro tutta la vita e ti schiaffeggia nel momento del bisogno. La mamma è morta osservando il suo Cash, uno dei cinque figli, intento a costruirle la cassa mortuaria, povere assi lignee dalla geometria impeccabile, sottile gioco di livella e squadra. La mamma ha espresso il desiderio di tornare a Jefferson, da morta. La famiglia parte ma il nubifragio ha ingrossato il fiume e i ponti hanno ceduto e i buoi aggiogati al misero carro cercano invano il guado.
La morte viaggia con loro, è dentro la cassa nel corpo prossimo alla putrefazione e che richiama gli avvoltoi, è nell’accettazione di un destino ingrato per ognuno dei membri di questo disgregato nucleo familiare, è nella stessa frammentazione dell’io di Darl, il secondogenito matto, la voce più riportata fra le tante e alla quale fa costantemente da contraltare quella del delirio tutto infantile del più piccolo di loro, Vardaman.
La mamma è un pesce.
La mamma è arrivata.
Il viaggio è stato in fondo come la morte “un affittuario o una famiglia che se ne va da un appartamento o da una città.” per tornarvi come se nulla fosse accaduto. Zitti tutti, ci pensa Pa’.
Da leggere, perché è il vertice dello stile, è l’essenza del narrato, è mimesi assoluta.
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Come i miraggi tra le palpebre socchiuse
Ancora una volta, nella narrazione del belga, è una tranquilla esistenza a essere scossa, spetta questa volta al giovane medico condotto, Bergelon, un trentenne ammogliato e con due figli che vive all’apice della sua tranquillità borghese. Accantonati i vecchi fantasmi familiari, un padre di certo alcolizzato, il medico della modesta provincia settentrionale francese, mena la sua esistenza lungo i binari della quotidianità, consapevole che anche in quel suo piccolo mondo c'è chi vive agli alti piani e chi invece brulica nel sottosuolo. Egli è nel mezzo. Tentato da miraggi economici che poi nemmeno gli interessano più di tanto - è la moglie che governa l’economia domestica facendogli subire una gestione parsimoniosa e non giustificata -, accetta di portare i suoi clienti al ricco dottor Mandalin, proprietario di una lussuosa clinica, precipitando così nel ceto sociale più basso, quello popolare dei suoi clienti, che frequenta per via della sua professione, e al quale si rivolge perennemente tentato. Alcool e prostituzione, le sirene.
Jean Cosson, un suo giovane cliente, ve lo trascina dopo che la moglie e il figlio muoiono per una approssimativa gestione del parto della primipara nella prestigiosa e costosa clinica. Il giovane infatti, inconsolabile, sviluppa un’ossessione nei confronti di Bergelon e lo minaccia a più riprese di morte in un crescendo di tensione che parrebbe naturale far sfocciare nell’omicidio, rappresentato come pressante e imminente per gran parte della narrazione.
Eppure Bergelon non muore: la terribile notte peccaminosa che avrebbe potuto consumarlo per il senso di colpa lo porta alla rinascita, si sente irrimediabilmente attratto dal suo persecutore, non fa nulla per evitarlo e anzi lo cerca, il segreto del persecutore che lui ha scoperto è in fondo l’essenza della sua natura più intima…
”Qual è il momento esatto in cui uno si accorge che un vestito è diventato troppo stretto?"
Bergelon, su consiglio della moglie, lascia infine il paesello per un anticipo delle vacanze estive, parte solo e come già il suo più famoso predecessore Popinga in “L’uomo che guardava passare i treni” cerca la sua libertà. La troverà?
Geniale come sempre.
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Il bandolo della matassa
Testo dalla difficile classificazione, semmai fosse necessario classificare sempre tutto. Non una biografia in senso stretto, non una biografia romanzata, tutt’al più una biografia indiretta e perché basata su copioso materiale epistolare e perché il polifonismo generato da siffatta corrispondenza è vergata da molteplici voci, tutte protagoniste. É come se la Ginzburg facesse di questo lavoro tardivo una summa della sua narrativa dalla complessa memoria familiare imbevuta e nutrita. Una famiglia intesa in senso lato che fa perno su un suo protagonista, in questo caso il più grande romanziere della letteratura italiana, per irradiare nella fitta rete di relazioni che l’esistenza regala a tutti noi, non solo i membri della genealogia: nonni, figli, nipoti, generi e nuore con i rispettivi nuclei familiari, ma anche, necessariamente, amici, conoscenti, servitù, compaesani, e per finire gli italiani tutti.
Manzoni insomma è qui un ritratto da ricostruire, da assemblare, incrociando la rappresentazione di sé che le sue lettere rimandano alla rappresentazione che ne scaturisce dalle varie lettere che i suoi familiari e amici e conoscenti scrivono al pari di lui.
In sostanza, terminata la lettura, ci si ritrova arricchiti da tante informazioni spicciole, quotidiane che scandiscono l’esistenza in un naturale susseguirsi di gioie e dolori, predominano in realtà questi ultimi e per chi incline a certa malinconia, i più interessanti. Affascina leggere della sopportazione del dolore, dell’indifferenza che si accompagna alla lontananza, del ricercare e quasi inseguire un’amicizia sfumata senza motivo apparente (leggi C. Fauriel, una delle parti più affascinanti della narrazione traslata), del convivere infine con le proprie disillusioni. Una vita lunga, quella del Manzoni, che lo vede sopportare tanti lutti e l’imperfezione delle relazioni umane, lui stesso padre a metà e figlio rifiutato. Affascinante la restituzione dell’epoca, quasi l’intero XIX secolo, e anche oltre perché il libro si chiude con il congedo al figliastro Stefano , morto nei primi del ‘900, un’epoca in cui il peggior disagio è la convivenza con il proprio corpo che si ammala e produce sofferenza in un susseguirsi di rimedi che passando per gli inevitabili e ripetuti salassi, porta sempre ad inevitabile morte. L’aspetto strettamente connesso al concetto di salute e di malattia è trasversale a tutte le corrispondenze e quindi all’intero testo, è portatore di curiosità che rasentano l’alchimia se non la superstizione condita dalla rassegnazione al volere divino, rappresentano una fonte preziosa del sentimento del tempo e in certi casi riescono a stemperare l’eterna tensione che tale groviglio epistolare ricama. Sapevate voi che Teresa Borri Stampa, la seconda moglie di Manzoni, in odor di menopausa, ma eternamente malata immaginaria, fu alle soglie dei suoi cinquant'anni, prossima al limitare della vita in una tremenda notte che invece la portò a sgravarsi delle due gemelle che portava in grembo? Pur trovandosi a leggere della morte dei due piccoli, quella che subentra è una sottile ironia, non voluta da nessuno, tanto meno dalla nostra Natalia che scompare nel testo come nella migliore “eclissi dell’autore” di stampo verista, ma prodotta forse solo dallo stridere dei tempi, è solo un attimo ma il sentimento che genera è quello, presto incanalato da nuove tensioni, nuovi lutti, eterne minacce. Affascinante.
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Un ossimoro vivente
Ho chiuso il volume con un senso di profonda gratitudine nei confronti della Petrignani che con garbo e ricchezza di particolari ha saputo restituire non solo il dato biografico, imprescindibile, ma soprattutto l’anima della Ginzburg, nutrendo la sua narrazione di quel profumo d’autrice che solo le vere opere d’arte sanno trasfondere.
Leggere questa biografia permette infatti di entrare nel vivo delle sue opere che accompagnano il percorso di vita e lo scandiscono in varie tappe, restituendoci non solo il substrato della sua quotidianità ma anche il superstrato delle sue relazioni familiari, amicali e lavorative, tutte coincidenti con il fiore dell’intelligenza letteraria del ‘900. Pare essere davanti a un movimento centripeto che convoglia tutte le energie al cospetto di una piccola grande donna che, nell’intimo delle sue contraddizione umane, seppe essere un ossimoro vivente: ingenua e saggia, debole e forte, periferica e centrale. Una donna che è sopravvissuta a tanti dolori: agli uomini amati e morti prematuramente, agli amici portati via dalla malinconia o dal trascorrere del tempo. Una donna che ha sopportato il dolore convivendoci serenamente. Colpisce leggere quanto sia stata donna appunto, capace di gestire il ruolo materno, anche nella duplice vedovanza, con la scrittura, con un’attività che toglie tempo alla famiglia perché totalizzante, in perenne equilibrio tra il dare e l’avere. In perenne affanno, con un destino che le si è accanito contro.
La biografia ha inoltre il valore aggiunto di rappresentare la donna e l’artista anche attraverso le case che ha abitato; il poterci entrare con gli occhi della Petrignani che cerca nella realtà mutata dal tempo gli indizi - nella rappresentazione degli stessi spazi - disseminati nell’opera dell’autrice, prevalentemente di natura autobiografica, ha l’indubbio valore di avvicinare ancor di più il lettore alla Ginzburg. Commovente infine andare a cercarla anche nell’ultima dimora, quella della pietra tombale, quasi a offrirle un ultimo saluto che ci permette di congedarci da lei desiderosi di leggere tutto quello che ha scritto, anche le opere meno riuscite, al fine di poter ricomporre quel puzzle chiamato vita.
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Parole...parole...parole...
Prendere in mano questo libro significa, di diritto, aprire la porta di una casa o meglio di più abitazioni, quelle abitate dalla famiglia Levi; significa vivere la vita di quella famiglia, far proprio il suo linguaggio e partecipare appieno a tutti gli scambi comunicativi che rappresentano un vero e proprio codice di relazioni. Attraverso le parole infatti si aprono infiniti scenari, e quelli che si cristallizzano all’interno della nostra primissima comunità sociale, lo sappiamo, sono i più potenti. Le parole trasmettono emozioni, giudizi, conoscenze, letture della realtà, si imprimono nella nostra memoria uditiva non solo come lemmi ma anche come inflessioni, come toni, come identità primaria. Il lavoro della scrittrice è quindi un corrispondente degno della ricerca proustiana che partiva da stimoli olfattivi per acchiappare il ricordo e fissarlo per sempre. Posso garantire però che fissare le parole esercita altrettanto fascino e chi ha amato Proust non può non amare Ginzburg. La prospettiva è quella di una figlia che rappresenta e fissa soprattutto i suoi genitori attraverso una linearità cronologica frammentata: a grandi linee segue il criterio temporale della sua crescita e del loro invecchiamento, di fatto le tappe del suo percorso personale sono taciute, impietosa ellissi narrativa che lascia un po’ l’amaro in bocca, mentre i percorsi dei fratelli e della sorella sono inseguiti e rappresentati nel dettaglio. Di lei tace quasi tutto: adolescenza, matrimonio, figli, vedovanza e secondo matrimonio appaiono solo come dati, in prospettiva vengono amplificati solo e unicamente da come i suoi genitori li interpretano rimandando a lei una loro lettura, appunto, attraverso le parole. Una lettura confortante, divertente- i genitori sono tra i più bei personaggi della letteratura italiana- istruttiva nel suo riportare il clima culturale che diede il via alla stagione neorealista o quello economico del secondo dopoguerra o ancora quello impietoso del fascismo e delle sue repressioni. Un memoir fonico ricco di presenze- assenze ( prima fra tutti Pavese) che permette a tutti di capire lo scorrere quotidiano dell’esistenza, simile in fondo per tutti…
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La porta del labirinto
Partendo dall'assunto che l’unica certezza che abbiamo, nella nebulosa che ci avvolge - una trappola come il “labirinto senza porte” che è la vita - è la morte, Saramago si diletta nel sospenderla per alcuni mesi, e dopo averne studiato l’effetto, soprattutto sociologico, nel cosiddetto consorzio umano, a ripristinarla ma con modalità diverse.
Il 31 dicembre la morte cessa di manifestarsi, lascia nel limbo i morituri, i malati terminali e gli anziani oltre misura per lo più; a pensarci, senza ipocrisia, tutto il fardello umano che faticosamente la società civile riesce a gestire: malattia e morte con le implicazioni connesse di accettazione, cura, sodalizio, compassione, benché ci si sforzi, rappresentano ancora eventi che fanno emergere tutto il limite degli uomini, persi nella sete di vita che malattia o vecchiaia dei propri cari paiono cristallizzare. È l'eterno conflitto della vita contro la morte, il risultato sappiamo tutti qual è. L’egoismo trionfa e apre la pista alla vera morte, quella dell’anima, per poi lasciare il passo a “sora nostra morte corporale”.
Questa prima ipotesi surreale, affascinante quanto le altre di Saramago, una per tutte la cecità lattea, ha il dono di immergerci in una serie di riflessioni che ci portano contestualmente a indagare sull’essenza umana, sul comportamento del singolo e di riflesso sulle ricadute che esso ha sulla rete di relazioni sociali. Vengono inscenati diversi quadri consequenziali alla diretta assenza della morte: l’eutanasia, il sotterfugio, la “maphia” (ovvero un sistema di gestione della impossibilità di morire appaltata dallo stato a un non stato), insomma situazioni che non hanno nulla di surreale, e che al contrario accompagnano l’amara constatazione che purtroppo ad esse siamo già pervenuti. Una riflessione quindi sulla difficile coesistenza uomo-morte che passa dall’assoluta negazione della stessa morte per giungere all’altrettanto scontata verità che tutto il nostro sistema sociale è basato su di essa. Si pensi solo alle religioni: è nota infatti la sensibilità dell’ateo Saramago verso queste manifestazioni culturali. Insomma, tutta la prima parte del romanzo merita davvero la lettura.
L’ipotesi successiva, passati alcuni mesi, è che la morte si manifesti nuovamente, portatrice ancora una volta di esistenziali sconvolgimenti, come è nella sua natura, e qui la narrazione inizia ad arrancare fino a stagnare in una rappresentazione, dai toni squisitamente teatrali e barocchi, della solitudine della stessa morte che, nella sua svolta di entità ormai personificata, si ritrova a gestire un errore procedurale. Non sempre i piani vanno come si vorrebbe e la soluzione a questa impasse è tutto tranne che ciò che ti aspetteresti da Saramago! Finale per me scontato e deludente che forse sarà meglio apprezzato da chi crede ancora “amor omnia vincit”.
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Mutilati si sopravvive
“Il mondo è pieno zeppo di mutilati”
Romanzo apparso in Germania nel 1983, inaugura una trilogia dedicata all’arte e composta da “A colpi d’ascia” e “Antichi maestri”, dedicati rispettivamente al teatro e alla pittura, mentre questo scritto tratta della musica.
In realtà essa vi appare come mero elemento contestuale, indirettamente attraverso la finzione letteraria che le regala statuto da protagonista mescolando il dato reale: la grandezza del genio artistico di Glenn Gould, sintetizzata nelle “Variazioni Goldberg” di Bach, con il dato fittizio: la voce narrante e Wertheimer, il Soccombente, che con lui entrano in contatto.
Il narratore è fumoso, indefinito, irrisolto e alle prese con un dato di fatto, si sta accomodando nella vecchia locanda già frequentata con i suoi amici, dopo essere rientrato dal funerale di Wertheimer, morto suicida. Il suo lungo monologo assume subito la forma di pensiero intercalato ossessivamente dalla parola ”pensai” e mentre ripercorre la storia di questa atipica amicizia intellettuale, assistiamo allo sforzo di ricostruire una dissoluzione umana. Il suo obiettivo pare essere quello, in fondo, di farsi una ragione di quel gesto estremo. Lui stesso, promettente concertista prima del corso di Horowitz a Salisburgo, si ritrova a indagare le ragioni, in fondo, di tre fallimenti. Il primo è il suo: unico dei tre ancora in vita, ambisce a scrivere la biografia del grande Glenn Gould e si ritrova invece a scrivere di Wertheimer. Il secondo è quello di Glenn Gould, morto di musica quindi in certo senso fallito, schiacciato dall’arte. Ultimo è quello di Wertheimer, apparentemente il più cocente.
La costruzione della narrazione, come già da me constatato in “Antichi maestri” è geniale, lo stile, acido e dissacrante, un vero piacere, il contenuto gradevole, la sostanza invece immateriale, sfuggente, difficilmente catalogabile. Se dovessi esprimere in poche parole il contenuto di questo scritto direi che è la storia di tre destini schiacciati da un estremo senso di appartenenza all’arte: Gould per via della sua genialità, il narratore-Bernhard per l’estremo senso di inconcludenza che lo condanna alla scrittura, e infine il soccombente per via del suo contesto familiare.
Nel romanzo insomma si intrecciano tutti i motivi che stanno alla base della narrazione tipica dell’autore, geniale compromesso che gli permette di sopravvivere, beffardamente, su tutti, benché non perfettamente integro nemmeno lui.
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DISSOLUZIONE E ABNEGAZIONE
Quando gli ultimi bagliori dei fuochi del primo grande conflitto mondiale si stanno consumando, superati ormai da impellenti spinte nazionaliste che disgregano l’unità del glorioso impero austro-ungarico, l’alfiere Menis ritorna alla guerra, punito per aver osato approcciare la bella Resa, ospite nel palco dell’arciduchessa, intrufolandosi in quegli ambienti durante l’esecuzione delle Nozze di Figaro. La sua audacia dà il via a un serrato corteggiamento che neanche l’allontanamento forzato da Belgrado per il fronte fermerà, complice infatti il caso, Menis si ritroverà a meno di tre ore a cavallo dalla città, distanza che deciderà di coprire ogni notte per raggiungere la consenziente Resa, ospite del palazzo imperiale.
Come si intuisce, il romanzo calca un modulo narrativo che lo fa accostare ai canoni del romanzo d’amore, via via amplificati dal modulo del romanzo d’avventura, nel momento in cui le complicazioni renderanno più difficile incontrare la giovane ragazza. Quando però l’azione bellica entrerà in scena, facendo di questa narrazione un romanzo storico, i due filoni precedentemente calcati lasceranno il posto all’elegia, con protagonista assoluto lo stendardo, simbolo del giuramento alla corona imperiale, il vero collante di un coacervo di popoli pronti a immolarsi per un’idea ormai insostenibile, sbiadita come la seta di quell’insegna che in modo rocambolesco passa nelle mani dell’alfiere Menis, il quale se ne farà strenuo difensore anteponendolo a tutto e a tutti.
È al fronte che Menis capisce che le truppe non seguiranno gli ordini, non oltrepasseranno il Danubio, che la defezione coincide non con un interesse privato ma pubblico, collettivo: una salvifica spinta chiamata autodeterminazione per popoli, gli stessi finora assemblati in un’unica entità sovrana, percepita dalla stessa voce narrante, Menis, quale mondo. Il mondo di ieri, appunto, a dirla come Zweig, scomparso così, all’improvviso. Inconcepibile. E proprio mentre il reggimento con il quale combatte, si disperde come pula al vento, lo stendardo cade nelle sue mani, dapprima insegna privata dell’esercito che combatterà seguendo il suo sventolio, come tanti prima di questo, poi privato della sua asta e custodito infine come drappo glorioso tra il petto e la giubba. La sua fine coinciderà con quella dell’impero in un maestoso quadro finale che assembla la fuga dei reali da Schonbrunn con l’aleggiante perdurare nell’aria dei morti in battaglia.
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Un minimo giro di storia
Tolstoj mi piace.
Tolstoj mi commuove.
Tolstoj cerca il buono e il bello anche dove non sono.
Tolstoj descrive, regala quadri fitti di immaginazione: un ballo, un banchetto, una battaglia e si ha come l'impressione di essere lì, in quegli stessi luoghi e di viverli gli ambienti, penetrare nelle storie, scambiare quasi delle battute con i personaggi, carpire perfino i loro intimi segreti.
Tolstoj con pochi tratti d'autore infonde l'essenza umana, tendenzialmente rivolta sl bello e al buono, di ogni singolo personaggio. La carta si anima.
A me piace Tolstoj, potrebbe sembrare buonismo, il suo, e di riflesso il mio, eppure io vedo altro. Il respiro di una possibilità, di un'alternativa quando intorno tutto è buio.
Che sciocco non dedicare il proprio tempo a questa lettura, essere dunque schiavi di quelle resistenze che non concedono dilatazione alcuna, che impongono quasi un parossistico consumo letterario, rifuggendo una carezza quotidiana, alla fine cercata e desiderata, priva di noia alcuna. Riguadagnare un vero piacere senza condizionamenti dovuti a futili categorie spazio-temporali, temere il momento del congedo e la parola fine ancora felicemente ammorbati dall imperante vanitas vanitatum, ma paradossalmente certi che in tutto ciò che ci circonda, nulla si impone di più di un grandioso romanzo come Guerra e pace.
E poi arrivi al tanto sospirato "Sorse l' ultimo giorno di Mosca" e le famiglie nobili stanno fuggendo e i feriti eccellenti, moribondi, stanno rientrando, e il climax è giunto a tali livelli che sembra di essere russi e di gemere e soffrire con loro e con mamma Russia. Infine la vita riprende a scorrere placida e noi tutti a chiederci qual è il suo senso ultimo, se basta tutto sommato un minimo giro di storia per annientarci, piccoli uomini.
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La parte di Guermantes
Il terzo volume della Recherche è notoriamente conosciuto come quello non solo più lungo, ma anche come quello più impegnativo, eppure è un passaggio obbligato e , nell’economia generale dell’opera, necessario quanto il resto. É infatti il volume che introduce il protagonista nel bel mondo dell’aristocrazia parigina, in pieno Faubourg Saint-Germain, e ne rappresenta insieme l’anelito iniziale con la fascinazione conseguente riconducibile ad esso, unite al disincanto conseguente. Il protagonista vive il naturale trapasso dall’adolescenza alla giovinezza, coincidente con il trasferimento della sua famiglia presso un’ala del palazzo dei Guermantes, a Parigi. Sono lontani ormai i tempi di Balbec, i grandiosi scenari della costa normanna, le deliziose pulsioni giovanili del suo protagonista, rappresentanti nel secondo volume; qui la faccenda si fa seria: occorre mettersi in gioco in prima persona, sperimentare se stessi, scoprire, capire e crescere in una diversa consapevolezza.
Di salotto in salotto, il sogno si trasformerà in realtà, quella più tangibile possibile e insieme la più effimera: nomi, solo nomi, titoli, relazioni, parentele, un coacervo di apparenza nel quale la sostanza dell'essere umano pare disgregarsi e quasi annullarsi. Eppure, mentre la critica sottile al bel mondo si insinua, tutto diventa la sua celebrazione. L’Opéra, Doncières - cittadina militare e aristocratica-, il salotto di Madame de Villeparisis, la casa a Combray, il salotto dei Guermantes sono gli spazi di questa dilatata azione scenica che è propedeutica alla rivelazione di un’esistenza più autentica. Insomma, nonostante una subdola insofferenza che potrebbe minare la lettura persa in mille lungaggini, oziose come la più genuina aristocrazia, chi entra in quei salotti e si accomoda, ha presto modo di riconoscere l’intima essenza dell’opera: cercare nella misura del tempo, entità astratta e sfuggevole, il senso dell’Io. È la deliziosa governante Françoise fin da subito a suggerire al narratore l’impossibilità di conoscere realmente le persone con le quali stringiamo relazioni, anche le più intime, sempre, infatti, aleggia un’ombra che è difficile diradare e oltre la quale non è dato sapere se l’idea che ci costruiamo degli altri corrisponda a una minima parvenza di realtà. O ancora è lo stesso protagonista, poche pagine oltre, a ragionare sull’inutilità del ricercare se stessi con il tornare nei luoghi già vissuti, è necessario semplicemente affidarsi al volo più lieve, più immateriale, più vertiginoso, più ineffabile, più immortale “ dato da “certe impressioni fuggitive”. Il tempo non è misurabile, tanto meno quello trascorso, lo si può però recuperare, ricercandolo con la migliore inclinazione possibile dei sensi. Svanisce l’idea del possesso e del tempo e dello spazio. Si fluttua. E allora subentra l’arte, pittorica in primis, capace di fermare l’attimo per poi proiettarci nel suo scorrere e farci perdere di nuovo. Il lettore avrà modo di imbattersi spesso in queste riflessioni, vero leit-motiv dell’opera, e di ritrovare il sentimento dei legami familiari, stupende le pagine che narrano la morte dell’amata nonna, senza privarsi di altri interessanti spunti tematici, uno su tutti l’onnipresente Affaire Dreyfus, complice di insinuare nel bel mondo l’autenticità del dubbio.
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Leggibile
È in fondo la storia di una resurrezione, di un riscatto di un’esistenza partita male, quella della protagonista Violette, personaggio del quale si segue una porzione di vita. È stata una giovanissima allo sbando e senza famiglia, una moglie infelice e una mamma amorevole. Tutte queste identità vengono progressivamente superate per andare a creare una nuova Violette, anche grazie al nuovo lavoro che intraprende dopo aver abbandonato il casello di una linea ferroviaria, del quale era custode insieme al marito: diventa infatti guardiana del cimitero di Brancion en-Chalon, mentre Philippe, dopo aver tentato di mettersi alle spalle il passato e il lutto che li accomuna- la perdita in circostanze mai chiarite dell’unica figlia Léonine- sparisce nel nulla. Per la prima volta Violette è libera di seguire i suoi sentimenti, le sue emozioni, di scegliere i suoi amici, di non aver paura di essere inadeguata. Ha una spiccata sensibilità per ascoltare gli altri che osserva nel momento più delicato della loro esistenza, quando accompagnano in cimitero i loro cari e li salutano per l’ultima volta. Lei è lì, presenza discreta, la sua casetta accoglie chi ha bisogno di conforto, chi cerca un caro tra le lapidi tutte uguali, chi non capisce perché la madre abbia voluto essere sepolta accanto a un perfetto sconosciuto …
La componente del mistero è il filo conduttore della narrazione che scioglie solo alla fine il segreto più importante, quello che permette, una volta conosciutolo, di poter elaborare il lutto o perdersi per sempre.
Aldilà della sinossi sibillina che è necessaria per non svelare più di tanto il contenuto del romanzo, tra l’altro abbastanza lineare e prevedibile, a parte lo svelamento finale, per i miei gusti forzato e al sapor di melodramma, direi che non vi è nulla più. Il romanzo è leggibile, a tratti gradevole, ampiamente caratterizzato da riferimenti alla cultura francese, per lo più musicali, potrebbe piacere a chi ambisce a una lettura poco impegnativa. Estiva al punto giusto.
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- no
Di due uno
Vincitore del prestigioso Premio Strega, “Due vite” di Emanuele Trevi, l’avanguardia della letteratura italiana contemporanea, ha il merito indubbio di restituire al pubblico meno preparato la conoscenza di due autori: Pia Pera e Rocco Carbone, morti prematuramente e senza arrivare al grande pubblico. Non penso che l’intento primario fosse questo, perché dalla lettura del breve e gradevole scritto - grandi doti la sintesi e l’essenzialità - emerge invece un’operazione estremamente intima, necessaria e delicata. Fare i conti con i morti, ricordarli, analizzare nello sfumare della loro identità corporea, voluto dall’inesorabile passare del tempo, la loro essenza, la loro individualità. Una prosa narrativa, sul filo della memoria, capace di restituire gli umori del tempo, scandaglia quel che resta del ricordo, lo cerca, lo insegue, lo fissa e insieme lo analizza per giungere in fin dei conti a una autoreferenziale analisi di se stesso, del proprio essere, del proprio sentire. Diverso sarebbe stato leggere le biografie dei due, il taglio cronachistico avrebbe scandito le pagine, con dovizia di particolari, al fine di restituirle in un’immagine la più compiuta possibile, oggettiva. E invece no, qui si alternano i ricordi, certo separati, dei due, tranne i momenti di convivialità condivisi e raccontati: due diversi caratteri, due esistenze diverse, due ricordi diversi. L’uno a fare da contrappunto all’altra, per la distanza umana che li separa. Lui, Trevi, l’anello di congiunzione, quello che rimane a chiedersi quale il valore delle vite dei due amici, nella speranza, tutta umana, di migliorare la propria. Interessante scrittura che avvicina all’autore, perché in fondo questo scritto parla di lui
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Elisa De Salvi
Settecento pagine racchiuse da un incipit tra i più belli della letteratura italiana e da un epilogo necessario, straziante, che acquieta l’animo dopo una lettura lenta, a tratti statica e ripetitiva, sicuramente impegnativa e al limite dell’abbandono. Semplici umori da lettrice che nulla hanno a che vedere con la grandezza di questo scritto la cui statura si può decifrare solo a lettura ultimata. Un romanzo dal respiro ottocentesco che pare restituire ambientazioni e sentire di un’altra epoca, tratteggiando invece gli arcani misteri dell’alchimia d’amore che cavalcano generosamente tutte le epoche. Una storia apparentemente sospesa, indefinita nei luoghi e nei tempi che restituisce, a ben guardare, la Sicilia e l’Italia a cavallo tra ‘800 e ‘900.
A Palermo, probabilmente, e nei suoi dintorni, due rami di una stessa famiglia seguono percorsi differenti, il primo cresce rigoglioso nei fasti e nelle ricchezze, l’altro, avvizzito sopravvive nella povertà generando ramoscelli sempre più esili. La famiglia è quella dei Cerentano che troverà una nuova via comune in una infatuazione adolescenziale dei suoi frutti, il ricco Edoardo e la sua bella cugina povera Anna, la madre della narratrice Elisa che ricostruisce la sua storia di orfana prematura all’indomani della morte di Rosaria, la meretrice che le dà sostegno e amore. Elisa è infatti frutto di un’unione di ripiego tra Anna e Francesco, l’amico di Edoardo che ha preferito sparire dopo aver imbastito legami infernali tra lui, Anna e Francesco e la stessa Rosaria, prima donna amata da Francesco. In realtà scrivendo la sua storia la malinconica Elisa traccia la storia di tre generazioni, della sua nonna Cesira e nello sfondo della nonna paterna Alessandra, della sua mamma Anna e di se stessa. Donne accomunate, la nonna e la mamma, da una certa alterigia che mal le ripaga, in particolare Anna, il cui mal d’amore la condanna all’infelicità perpetua, all’insania, alla follia. Scrive di riflesso, Elisa, di se stessa, e della fanciullezza persa in un ambiente famigliare insano, schiacciata da due genitori che inseguono la chimera di un amore che non può essere corrisposto, il padre Francesco ama la moglie Anna ma lei è ancorata al passato amore per Edoardo che anche da morto la perseguita, l’annulla e la consuma. Elisa è semplicemente una bimba che subisce influssi insani in un ambiente morboso e che ora, da adulta, cercherà di ricostruire il tessuto su cui sono state ordite le emozioni di cui si è imbevuta la sua mente. La grandezza del romanzo risiede proprio nella capacità di ricostruire, con il recupero degli eventi, la giusta dimensione dei fatti in un immaginario fanciullesco che avrebbe potuto soccombere anch’esso alla follia, immerso com’era tra apparenza e realtà, tra menzogna e sortilegio. Evaporate le nebbie dell’apparenza e della menzogna, resta il nudo fatto che spogliato anche della dimensione irreale della magia, concede solo il triste vissuto di una bambina poco amata dai genitori.
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Due vite
Calatosi nei panni di Alexander Igorovic von Wrangel zu Ludenhof , barone russo di origini baltiche, del quale ha letto e studiato memorie scritte e corrispondenza, Jan Brokken ha potuto creare un romanzo dal puro sapore biografico che ci permette di approfondire la conoscenza dell’esilio siberiano di Dostoevskij assaporando anche la storia di un’amicizia e l’atmosfera dei tempi che videro, con l’avvicendarsi degli zar Nicola I e Alessandro II, una progressiva politica di liberalizzazione destinata come sappiamo a vita breve.
È molto interessante incrociare il destino di questi giovani uomini, il barone in realtà giovanissimo, con gli assi non solo della loro personale biografia ma anche del tessuto sociale, politico, economico del grande impero, con il suo apparato burocratico, con le sue condanne a morte, con le detenzioni nella sterminata landa siberiana, terra di custodia dei facinorosi e di tutta la peggior delinquenza e al tempo stesso trampolino di lancio per la conquista di nuove terre prossimali. Sono gli anni dei moti che scuotono l’Europa e poi quelli della guerra di Crimea tesa a mantenere salde le postazioni limitanee nel sud est dell’impero, quelle prossimali alla Turchia. 1861: Moldavia e Valacchia indipendenti, Italia unita.
F.M. Dostoevskij è ai lavori forzati dopo aver visto in faccia la morte durante un’esecuzione che viene tramutata solo davanti al plotone di esecuzione in altra condanna: la vita è salva ma l’individuo è annientato dalla nuova esperienza che si dilata oltremisura senza preciso limite temporale alla sua fine. In questa atmosfera sospesa, nelle terre siberiane, entra in contatto con il giovane barone che è lì per amministrare la giustizia per conto dell’impero. I due stringono un’affettuosa amicizia che vede come epicentro confidenziale il giardino dei cosacchi, la terra che circonda la dacia dove il barone ama rifugiarsi in estate .
La prima parte della narrazione è avvincente, il barone è infatti in piazza il giorno dell’esecuzione, è profondamente colpito dalla ferocia della grazia concessa in extremis, lo scrittore sarà d’ora in poi per lui un umiliato, in offeso, un risorto. Progressivamente, narrato il suo arrivo in Siberia, si viene a conoscere il piccolo mondo delle relazioni a cui lui deve soggiacere e lo spiraglio umano di cui gode nell’intrattenersi con lo scrittore dal quale, in molti, cercano di allontanarlo temendone le velleità rivoluzionarie. Approfondita la conoscenza, i due si scambiano i tormenti d’amore per due donne sposate di cui si sono innamorati: Marija per Dostoevskij e Katia per il barone. Emergono le tensioni non solo amorose ma anche quelle letterarie e continui sono i riferimenti alla precarietà economica, a quella lavorativa e perfino a quella della salute. Dostoevskij lavora alla “Memorie dalla casa dei morti”, è sicuro che la fama legata al successo di “Povera gente” sia tutta da riguadagnare e che i suoi scritti, una volta tornato alla società civile saranno osteggiati dalla censura. È un uomo assorto nella riflessione sulla colpa, sulla pena, sul castigo, assorbe i racconti che derivano dalle esperienze lavorative dell’amico, si nutre di follia e di violenza cieca. Lavora insomma a riempire il serbatoio della sua creatività futura, quella che gli permise di tenere testa ai contratti capestro. Superata una fase centrale della narrazione nella quale protagonista assoluto è il barone, la lettura decolla di nuovo con il matrimonio con Marija, con la narrazione della difficilissima convivenza matrimoniale a causa dell’insorgere dirompente dell’epilessia e con i lutti che iniziano a funestare la sua vita. Le strade dei due amici intanto si sono separate, l’amicizia sfuma in una finale e languida stretta di mano durante un incontro fortuito a distanza di anni e segna il bilancio di una breve parentesi di fratellanza necessaria a tutti gli uomini anche se non perpetua.
Onestà intellettuale
In una giornata piovosa del 1953, Amerigo Ormea, iscritto a un partito di sinistra, si reca al seggio elettorale istituito presso il Cottolengo, le strade torinesi non gli sono familiari in quel quartiere, e alle cinque del mattino rimugina sul fatto che neanche la pioggia sarà un deterrente in uno Stato dove “l'organizzazione per far votare tutti funzionava sempre”, soprattutto nell’anno della “legge truffa”, quella che avrebbe concesso i due terzi dei seggi alla coalizione che avesse guadagnato il 50% +1 dei voti. Quella legge che i partiti all’opposizione sapevano essere una trovata di De Gasperi volta a garantire il perfetto centrismo contro le minacce della destra e della sinistra. La Dc subì insieme a i partiti di centro una pesante sconfitta, si susseguirono i governi Pella e Scelba mentre Fanfani successe a De Gasperi alla guida della segreteria politica della Dc.
Amerigo non è però un politico, né un attivista, gli è stato chiesto di dare una mano e lui si avvia presso il grande istituto religioso a controllare la regolarità delle operazioni di voto, la sua unica preoccupazione sembra addirittura essere quella di avere le scarpe bagnate e di doverle tenere ai piedi tutto il giorno. È un uomo mite, un piccolo uomo, un divertente rovesciamento, oserei direi, del comunista impegnato. Nei panni del piccolo uomo qual è, è dunque schiacciato dalle preoccupazioni spicciole di un mondo conosciuto e dal quale non sia aspetta niente, mentre vive con ansia il dover trascorrere la giornata “al di là delle frontiere del suo mondo”. Sarà nella culla dei “cutu”, di quelli che internati il mondo civile dimentica, lui comunista tiepido, non al passo con i tempi, ma pur sempre ottimista anche se disincantato rispetto alle logiche di potere. Lì ad osservare la mesta macchina democratica dopo i fasti fascisti, in una sezione elettorale squallida e grigia come quelle del resto d’Italia. Lui, un rappresentate semmai “d'una religione laica di dovere civile”. Un civis? Un portatore di civiltà? O un nostalgico credulone di una rinnovata democrazia? Quella senza l’apparato burocratico, quella che si serve dell’uomo, del civis appunto. La giornata lentamente trascorre tra le adempienze tipiche del seggio, schede, incrocio dei dati, conferma di identità e accoglienza. Qui tutti votano: idioti, deformi, è l’uguaglianza dei diritti civili fatta carne per volere della Chiesa, ora giustamente ripagata del suo umanesimo. Il compito di Amerigo è quello di frapporsi all’estensione generalizzata del diritto di voto a esclusivo vantaggio di una parte, ma rimpiange di aver ceduto il suo tempo al dovere civile, avrebbe potuto benissimo trascorrere la domenica con Lia, la bellezza richiamata alla mente dopo una sovraesposizione al brutto del mondo. “La sua battaglia legalitaria contro le irregolarità e i brogli non era ancora cominciata e già tutta quella miseria gli era calata addosso come una valanga”. Lui è un comunista tiepido, lo abbiamo già detto, il suo dubbio ideologico si sposa con il suo avvertirsi uomo: “Non sapeva cosa avrebbe voluto: capiva solo quant'era distante, lui come tutti, dal vivere come va vissuto quello che cercava di vivere”. Il Cottolengo con la galleria dei casi umani lo ridimensiona più di quanto già non lo fosse entrandoci al mattino presto. I dubbi esistenziali lo accompagnano per tutto il tempo, la riflessione unisce il fisico al metafisico, ad annullare politica, progresso e storia, ad annullare le differenze, a rimarcare la vanità del tutto. La vanità della storia. A ciò si aggiunge la riflessione sul suo rapporto con Lia della quale non conosce nemmeno l’orientamento politico e che non si cura certo di avvicinare al partito, a lui non tange la propaganda e il proselitismo. Lia gli rivela di essere in attesa proprio durante la pausa della sua giornata da scrutatore, quando tornato a casa si è rifugiato nelle sue certezze, e ciò ha per lui dello sconvolgente perché è fermamente convinto che lui non possa in prima persona addossarsi la colpa di procreare, quella stessa colpa che critica e che, secondo le sue teorie, sta alla base della deriva umana verso l’imperfezione e il male del mondo. Le suggerisce l’aborto mentre lei rivendica il suo diritto al controllo del proprio corpo. Il pomeriggio lo riporta al contatto con la realtà, con la sofferenza, con la pietà umana e perfino con l’amore, le sue riflessioni acquistano finalmente un equilibrio etico e morale, un opportuno allargamento di orizzonte. Onestà intellettuale. Adoro Calvino.
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La colpa
Tra gli ultimi scritti di Amos Oz, morto nel 2018, questo romanzo ha il duplice dono di essere una lettura molto gradevole e di riuscire a interessare nel contempo il lettore con una materia di indagine non certo semplice e immediata: ribaltare la prospettiva cristiana sulla crocifissione di Gesù e nella fattispecie la figura del traditore per eccellenza, Giuda. La tesi di fondo verte sulla banale constatazione che Gesù Cristo fu uomo ebreo quanto Giuda, che i due furono amici e che Giuda, inizialmente infiltrato nella congrega dei discepoli, fosse stato poi completamente rapito dal carisma di Gesù fino a volerne con il tradimento la crocifissione, perché così l’amico avrebbe dimostrato, superando la morte o meglio evitandola proprio con uno dei suoi miracoli, la sua natura divina. Insomma Giuda sarebbe il fondatore del cristianesimo laddove Gesù Cristo mai parlò di sé come figlio di Dio. Accanto alle disquisizioni su corpo o spirito, su sostanza materiale o spirituale o entrambe - questioni tutte aperte- si inserisce una trama che porta il giovane universitario Shemuel Asch, in realtà il sostenitore della tesi azzardata su Giuda, a entrare in contatto con un anziano intellettuale e una enigmatica giovane donna che vivono insieme e cercano un badante per l’anziano uomo, ancora autosufficiente ma bisognoso di compagnia, soprattutto nelle ore serali. Il giovane risponde all’offerta di lavoro per via del dissesto finanziario che ha colpito l’azienda paterna e lo costringe ad abbandonare l’università e per un intimo bisogno di solitudine ora che la sua ragazza ha deciso di sposare il suo ex. All’interno del nuovo nucleo familiare, enigmatico e sfuggente, quanto l’insidioso mobile gradino di legno che introduce alla segreta dimora del quartiere più occidentale di Gerusalemme, scoprirà la storia di un altro traditore che necessita di essere riabilitato. Si tratta di Yehoyachin Abrabanel, un sionista della prima ora che gradualmente avverte il pericolo insito nel sionismo, anche in virtù delle amicizie che conta nel mondo arabo, e che si rende conto che l’utopia di Ben Gurion porterà solo a una guerra fratricida. È la parte più nobile dell’intero romanzo, l’autore, noto anche per i suoi scritti contro il fanatismo, è qui il latore di un messaggio di pace forte e necessario che basa il suo fondamento sulla constatazione che il torto di un uno è metà della ragione dell’altro e viceversa. La materia narrativa lentamente sfuma in un epilogo mesto e necessario che porta il lettore a congedarsi con nostalgia da una terra martoriata dal conflitto ieri come oggi.
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I VORTICI DELLA MENTE
È il racconto di quattro anni della vita del noto scrittore, quelli che lo hanno impegnato nella stesura del suo ultimo libro, questo appunto, ma che lo hanno anche segnato dal punto di vista personale per una serie di eventi, primo fra tutti il suo ricadere in uno stato di melanconia tale da farlo virare rapidamente da depresso generico a persona che vive un “episodio depressivo maggiore, caratterizzato da elementi di malinconia e idee suicidarie in un quadro di disturbo bipolare di tipo II”. Eppure è al culmine della grazia, il suo ego profondamente narciso è appagato dal successo che la sua attività di scrittore gli ha concesso, apparentemente nulla osta a un grado di felicità apparente, è inoltre pronto a una nuova avventura letteraria: scrivere un libello sullo yoga, disciplina che ha praticato per tutta la vita e che sa essere poco conosciuta o perlomeno vittima di stereotipi conoscitivi per cui sente l’esigenza di dare il suo personale contributo divulgativo, nulla di più. In realtà, proprio la scrittura di questa opera che ricalca in fondo la sua tendenza autobiografica, presente in tutti i suoi romanzi, vira presto in una sorta di autobiografia sull’onda lunga del comun denominatore dei suoi anni, ovvero la ricerca di un equilibrio interiore tramite yoga, meditazione e tai chi. Insomma chi è a digiuno di entrambi, parlo della conoscenza delle discipline appena citate e dello stesso scrittore e delle sue opere, può cogliere l’occasione di abbeverarsi a entrambe le fonti, di contro, chi è invece edotto di tali materie, può trovare quel senso di riconoscimento identitario e di appagamento che si provano nel rispecchiarsi nei propri interessi.
Lo scritto in sé si apre con un impatto di grande fascino, è infatti la restituzione sotto forma di reportage di quattro giorni trascorsi all’interno del programma Vipassana: si tratta, in poche parole di un internamento volontario di dieci giorni - con il divieto assoluto di parlare con gli altri ospiti della struttura che li accoglie e di abbandonare il programma prima del tempo - da trascorrere solo nell’immersione totale in pratiche di meditazione, staccando la propria vita da qualsiasi filo relazionale con l’esterno per concentrare le energie al recupero dell’interiorità. Il racconto è fluido, di impatto, incuriosisce quasi quanto una distopia ma presto si interrompe per l’evento fortuito che porta lo stesso Carrère a lasciare la struttura in seguito all’attentato a “Charlie Hebdo”. Il suo rientro nella vita consuetudinaria coincide con un malessere interiore tale da necessitare cure specialistiche in una struttura sanitaria e con la difficoltà a portare a termine quello scritto che si prospettava così facile e immediato e, per sua stessa ammissione, in un certo senso confezionato ad hoc proprio tramite l’internamento volontario a Vipassana. La profezia del programma si è avverata: non è possibile interrompere un viaggio di introspezione così intenso senza gravi ricadute sull’equilibrio personale. In verità, dal racconto dello stesso Carrère si evince che la sua stabilità mentale è sempre stata labile, il malessere preesistente, lo yoga e le altre pratiche un tentativo o meglio una necessità di auto mutuo aiuto paradossale perché profondamente individuale. E così il racconto, mentre inanella una serie di definizioni sulle pratiche meditative che lo scandiscono e permettono di tenere il leit motiv della narrazione, diventa autobiografia episodica di ampio ventaglio a coprire gli anni necessari a ultimare lo scritto, a curarsi, ad aprire una nuova pagina della sua vita. In tutto questo il lettore partecipa di un universo iniziatico allo yoga, fatto di zafu e vritti, e di una fetta di vita altrui. Interessante.
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Per un pugno di pensieri
“Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog.”
Il Mosè in questione, ben lontano dalla mitica funzione di conduttore e liberatore del popolo ebraico, come già si evince dall’incipit perfetto sopra riportato, è un essere umano a tutto tondo, contraddistinto da dubbi, eterne incertezze, contraddizioni. È in perenne bilico tra le scarse relazioni sociali che è riuscito a instaurare nella sua vita: due ex mogli, due figli nati dai matrimoni naufragati, un fratello affermato ma distante per via del suo ineccepibile piglio pragmatico, qualche donna di passaggio, un solo amico, un ex amico, qualche professionista di contorno. Lui stesso lo è, un accademico, un promettente studioso in gioventù , ora perso nel genio creativo dell’ennesima disquisizione filosofica. Herzog è un filosofo. Il filosofo dell’alienazione, il simbolo della condizione dell’uomo moderno, egli stesso “il significato sociale del Nulla”. Herzog è anche i suoi ricordi, quelli che cede a noi tramite l’espressione tangibile della sua quasi riuscita alienazione totale: scrive infatti a persone che ha conosciuto, ma talvolta scomoda anche illustri corrispondenti che naturalmente non corrispondono affatto o perché morti o perché distanti o più semplicemente perché impossibili. La comunicazione è dunque univoca, si realizza nell’atto materiale dello scrivere su carta delle epistole che, il più delle volte, ripercorrono una scialba biografia, altre volte sono invece la risposta a un meccanismo compulsivo che disseta l’alienato. È inoltre ebreo, fatto di non secondaria importanza che si riflette sul suo sentire, sul suo essere, sulla sua sconfinata conoscenza, specchio gentile di quella del suo demiurgo. Herzog è anche Bellow. Herzog è infine obbligato a essere se stesso, l’ennesimo uomo incapace di vivere perché “non è ancora esistito un individuo vero, capace di vivere, capace di morire. Soltanto ammalati, sciocchi e tragici, o lugubri e ridicoli, che a volte hanno persino sperato di arrivare all’ideale per mezzo d’un Miracolo, con la semplice forza del grande desiderio di arrivarci. Ma di solito costringendo l’intero genere umano a credere in loro con la prepotenza.”Herzog è un depressivo che mira all’edonismo, incapace di arrendersi al suo retaggio ebraico che potrebbe definitivamente schiacciarlo, o meglio sarebbe dire alienarlo. Herzog è infatti anche un ebreo in America, incapace di conformarsi, a prescindere. E poi Herzog è irrimediabilmente imbranato, fuori luogo, sprovveduto al punto tale da suscitare simpatia immediata, un pasticcione uomo-bambino, un cuore puro che lentamente, attraverso le lettere, cerca di ricostruire la sua coscienza frammentata, consapevole dell’unica verità del quale è certo: niente è comprensibile, meno che mai il proprio Io. A tutti è dato solo vivere nella menzogna e assecondarla, smettendo momentaneamente di scrivere lettere, anche perché esse possono restituire l’ennesima frammentazione, l’ennesimo episodio …
”L’uomo è cosa vana, cosa vana. Follia e peccato sono tutto il suo gioco”: il mantra biblico è sempre un utile monito per l’ebreo senza patria che alla fine accetta di buon grado di abitare da inquilino il suo Io.
Personaggio memorabile e imperdibile.
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Siamo andati alla caccia del leon… BANG BANG...
Curiosissimo e divertente romanzo di un premio Nobel che dovette pure giustificarsi per la vena comica che aveva impresso a ciò che aveva pensato come una sorta di favola morale. Si tratta della storia di Henderson, comunissimo e noiosissimo miliardario americano a cui sono piovute tutte le fortune del mondo e che a cinquantacinque anni è oppresso da un senso di noia e di insoddisfazione tale da decidere di mollare tutto e partire per l’Africa aggregandosi a una coppia di amici in viaggio di nozze. Reduce di guerra, alle spalle due matrimoni, stravagante allevatore di porci, temperamento sanguigno, in realtà ben presto si rivela come un personaggio a tutto tondo, per niente appiattito dal ruolo sociale che la sua biografia gli impone. Incontentabile e roso da una vocina interna che gli sussurra: “Voglio”, non riesce a darsi una collocazione nel mondo. Giunto in Africa si separa dalla coppia e prosegue in solitaria il suo viaggio affidandosi a una fedele guida locale. E qui inizia il bello. L’Africa si trasforma in una dimensione mitica, fatta di paesaggi da agenzia di viaggio e popolata di tutta la trasfigurazione occidentalizzante di cui siamo capaci solo noi. Iniziano le peripezie e con essa la comparsa di strampalati personaggi quasi fossimo alla corte del re dei viaggi, Swift, con il suo Gulliver. E proprio la corte è uno dei luoghi centrali in cui si sviluppano le due vicende principali. Il nostro eroe della modernità irrompe in un mondo, sì trasfigurato dai suoi stessi schemi mentali, ma anche vivo e vero e che lo sottopone a una serie di prove da superare, spesso con esito fallimentare e pericoloso per la sua stessa sopravvivenza. Non vado oltre a incuriosire il prossimo lettore di Bellow, di questo Bellow. Urge solo dire che è una godibilissima lettura gestita da uno stile plasmato, oserei dire quasi cesellato, capace di alternare il registro comico con quello lirico in una sintesi magistrale atta a suscitare anche nel più distratto avventore almeno un perché.
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Dissoluzione dell' Io
La tripartizione del romanzo – “Una testa senza mondo”, “Un mondo senza testa” e”Il mondo nella testa”- è già una chiave di lettura, chiara, del contenuto di questo corposo romanzo, il primo lavoro di Canetti, in assoluto e anche il suo unico romanzo. Lo è perché contiene il riferimento ai due poli che entrano in collisione per tutta la durata della narrazione: la realtà e la rappresentazione della stessa. Una è data dall’elemento tangibile, qui chiamato il mondo, l’altra è l’insieme dei pensieri – la testa- , anche essi reali, si badi bene, che interpretano la realtà, per poi trasformarla a tal punto da farla precipitare nel piano dell’irrealtà. La fabula inoltre è racchiusa intorno alla dispercezione del personaggio principale, Kent, l’uomo dei libri, che , come una forza centripeta, in un disperato mulinello trascina tutti gli altri personaggi. Non sono tanti in verità, se non nella rappresentazione contenuta nella seconda parte, la meno fluida.
Si tratta, in poche parole, dell’esistenza di un sinologo che possiede una dotazione libraria invidiabile, avendo investito in essa la gran parte del lascito testamentario paterno. Lo incontriamo nell’unico momento della sua vita in cui si approccia gradevolmente e con cognizione di causa a un ragazzetto che lo intenerisce per la sua passione verso i libri a tal punto da invitarlo, abita nel suo stesso palazzo, a visitare la sua biblioteca. L’unico momento di relazione vera e genuina per le restanti cinquecento e passa pagine, perché una volta accompagnatolo sull’uscio del suo appartamento e aver varcato insieme a lui quella porta, non ci resta altro che assistere alla rappresentazione della sua follia. Gradualmente però, perché per una porzione di testo abbondante il lettore sarà completamente rapito da un semplicissimo meccanismo di immedesimazione che Canetti mette in atto con destrezza per poi farci prendere le dovute distanze dal caso patologico. La presentazione del protagonista è infatti quanto di più gradito possa leggere un lettore, uno come noi, che vive per ritagliarsi lo spazio vitale da dedicare alla lettura, che spende i suoi soldi per acquistare i libri e che smania per leggerli tutti, ben sapendo che una sola vita non gli basterà. Lo stesso lettore che qualche volta si sarà soffermato a pensare quanto l’atto egoistico del leggere lo estrometta dal consorzio umano, anche semplicemente nello spazio e nel tempo tutto ascritto alla famiglia. Terminata però questa prima parte che crea anche un interessante sviluppo narrativo - il protagonista si sposa - si apre una seconda parte in cui la rappresentazione del caos pare essere il tratto distintivo. Ho faticato parecchio a leggerla e non ho più ritrovato quella piacevolezza che lievemente era stata destata dalla prima parte. Tutto è diventato cupo, l’involuzione del personaggio senza speranza alcuna, il mondo che poi gli gravitava attorno sempre più complesso. Solo quando il povero Kien è tornato a domicilio, dopo una serie di surreali peripezie, ho potuto nuovamente godere della narrazione e gustarmi il finale, naturalmente anche esso frutto dell’ennesima ossessione. Sicuramente il romanzo si imprimerà nella mia memoria di lettore per la caratterizzazione straniante dei personaggi, per le loro ossessioni, per il loro agire in conseguenza di un’errata rappresentazione della realtà. Kent tra il possesso compulsivo dei libri e la sua incapacità di relazionarsi con chicchessia, la moglie dalla gonna blu a baluardo di una verginità che vorrebbe concedergli senza che le sia pretesa e la sua deriva compulsiva verso il possesso del denaro, infine il violento ex poliziotto ora guardiano di portineria e il suo spioncino verso l’esterno. Un romanzo ricco, corposo, a tratti pesante e prolisso a cui è difficile però dare un giudizio negativo.
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Risurrezioni diluite
Come tutti i manoscritti, anche questo che sta alla base de ”Il vino dei morti” ha una storia affascinante: non è rilegato, è composto di 331 fogli, è a firma Romain Kacev, è siglato dalla data 1938- il che lo colloca come l’opera prima di R. Gary -, fu consegnato alla donna che amava all’epoca e da lei conservato fino al 1992 per poi finire all’asta ed essere così ritrovato da Philippe Brenot che ne ha curato l’edizione per i tipi di Gallimard nel 2014. Ora Neri Pozza ci dà occasione di leggerlo in traduzione italiana e di migliorare dunque la conoscenza dell’autore di numerosi romanzi che hanno riscosso successo anche presso il pubblico nostrano, da “La vita davanti a sé” a “Gli aquiloni” o ancora “Educazione europea” o “Il senso della mia vita” per citarne solo alcuni.
Più che godere di un’esperienza di lettura al netto, ci ritroviamo però a scoprire che questo è il pozzo sacro dal quale l’autore ha continuato ad attingere per la creazione di molti dei suoi romanzi futuri: interi stralci di questo primo scritto sono infatti stati riversati in “Educazione europea” o in “Mio caro pitone” o ancora in “Pseudo” o ne “La vita davanti a sé”. E questo ci porta a sconfinare quasi nell’esegesi non tanto di questo romanzo quanto dei successivi, nel tentativo di penetrare il segreto di una scrittura che fu, come ben sappiamo, truffaldina, legata allo schermo dello pseudonimo Émile Ajar, irriverente, scanzonata e al tempo stesso delicata e profondamente umana. È come se Gary avesse insomma scritto un unico grande romanzo. Proprio ciò che questo primo non è, esso infatti si presenta come una giustapposizione episodica di grotteschi quadretti dall’aldilà. In fuga nell’oltretomba è il novello picaro Tulipe che, dopo aver scavalcato il cancello di un cimitero, si ritrova nel mondo dei morti. Inizialmente questi hanno le sembianze che avevano da vivi ma a guardarli da vicino il loro disfacimento è ancora in divenire: vermi fuoriescono da orbite oculari o da ombelichi, arti si staccano, a volte basta uno starnuto per rompere l’illusione dell’integrità corporea. Sono morti viventi: soggetti a tutte le manifestazioni corporali, anche le più volgari, parlano tra di loro e ricordano episodi della loro vita. Sono sbirri per lo più, prostitute e caduti in guerra. Un universo di miseria umana in una visione tutta terrena scaturita da un vino di pessima qualità, quello bevuto dal protagonista prima del suo ruzzolone nel perimetro infernale. Perché inferno è, questo.
“ Il vino dei morti” è così paragonabile a un negativo pronto allo sviluppo che restituirà, come in una risurrezione diluita, personaggi già stazionati all’inferno, da lì provenienti, pronti per un nuovo giro di giostra, nell’inferno fatto terra.
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- sì
- no
Metamorfosi
Il sorgo è il vero protagonista di questo stupendo romanzo. Sullo sfondo per tutta la narrazione, accompagna i destini dei cinesi della regione del Gaomi, nella provincia costiera dello Shandong, una delle più vicine al nemico durante la terribile guerra sino-giapponese. Una terra adatta alla coltivazione, una provincia rurale in estrema simbiosi con quel cereale che, quasi personificato, partecipa di tutti gli eventi della vita dei suoi coltivatori, in un ciclo vitale breve rispetto a quello dell’uomo, ma che si protende di chicco in chicco con una continuità infinita. È la terra dello scrittore Mo Yan, premio Nobel nel 2012, che "con il suo realismo allucinatorio forgia racconti popolari, di storia e contemporanei”. E questo è appunto un romanzo storico, ripercorre infatti la devastazione prodotta dall’invasore giapponese negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, lo sconvolgimento introdotto dall’invasore nelle piccole comunità sparse dell’estremo Oriente, l’arrivo della violenza, della distruzione e della morte. In realtà la narrazione prende l’avvio dai ricordi dell’ultimo discendente di Yu Zhan'ao, affonda dunque le radici in un tessuto pseudo civile fatto di tradizioni millenarie ma anche di soprusi latenti, ancora ben vivi negli anni Venti del XIX secolo. Un mondo atavico, perso nel mondo, alienato e alienante; un mondo già violento e complesso. Un mondo di banditi, come Yu Zhan'ao appunto, il nonno della voce narrante che tenta, anche con il suo racconto, di tornare nel territorio di appartenenza, di cercare quella simbiosi necessaria per poterlo vivere senza essere un coniglio, privo come è, egli, della necessaria forza che la sua permanenza in città ha scalfito, forse per sempre. Anche il sorgo non è più rosso, come lui, è ormai un ibrido: è cambiato e nella sua metamorfosi ha modificato il paesaggio che forse ora è pronto ad accogliere genti diverse. Rimarranno nella storia della famiglia e del Paese le imprese eroiche della popolazione resistente all’invasore, il suo coraggio, il suo sacrificio, così come le singole storie di una famiglia come tante ma che per la caratura dei suoi membri, ha il diritto di entrare nell’epos, nella leggenda quasi, consegnati a noi da un’aura mitica che sa di realismo magico. Un bellissimo romanzo, che annulla il dualismo manicheo con l’uso sapiente della parola e del costrutto narrativo capace di abbracciare un’ampia gamma di emozioni riconducendoli semplicemente ad eros e thanatos.
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Cent'anni di solitudine
Uno per tutti, tutti per uno
Tredici snelli capitoli dal tono colloquiale e a tratti disinvolto si snodano in un improbabile romanzo sulla vita del grande scrittore. Non è un romanzo, sicuro. Non è nemmeno un saggio, questo è certo, verrebbe forse l’orticaria allo squisito Paolo Nori vedersi preso così troppo sul serio. Paragoniamo dunque questo scritto a una chiacchierata fra amici appassionati di letteratura, i quali hanno, in particolare, il piacere di parlare di Dostoevskij. E Paolo Nori lo potremmo paragonare all’animatore di tale chiacchierata, il più titolato a farlo non perché professore all’università, non perché scrittore e traduttore, ma semplicemente perché è come noi un appassionato di letteratura, nella fattispecie, lui, di quella russa. E allora sgomberato il campo da qualsiasi fraintendimento iniziale - Nori te lo fa capire subito con grande onestà intellettuale di che cosa si tratterà e spetta a te, caro lettore, accettare o meno questo patto narrativo implicito - si inizia a leggere una deliziosa biografia. Non ha il tono accademico, non è centripeta, piuttosto liquida, con momentanei travasi nella vita personale del curatore. E chi di noi non travasa la lettura nella sua biografia o la sua vita nella lettura? Inutile negarlo, il doppio filo è impossibile da sciogliere, il lettore che parla delle sue letture parla anche di sé. Tanto meno ha la presunzione di insegnarti qualcosa:
“È impossibile, secondo me, imparare Dostoevskij, non c’è un libro definitivo, su Dostoevskij, tanto meno questo, devo dire, ma ripercorrere la sua vita incredibile, io credo che sia una cosa che si può fare, se no questo libro cosa l’ho scritto a fare?”
Eppure, leggendo questa biografia si viene arricchiti e non solo dal confronto con la prospettiva di un altro lettore, ma anche da conoscenze sulla vita privata del russo ampiamente documentate da numerose fonti letterarie. Dal libro di memorie di Anna Dostoevskaja ,“Dostoevskij, mio marito”, Castelvecchi, Roma, 2014, a quello di Serena Vitale, “Il bottone di Puskin” o ancora a quello di J, Brokken, “Il giardino dei cosacchi”. Poi via via Gide, Nabokov, Freud, per stare su scritti disponibili in traduzione italiana, oltre al rimando a una essenziale bibliografia critica in lingua russa. La narrazione, seguendo un criterio gioco forza cronologico, ripercorre gli episodi salienti della vita dell’autore accostandoli puntualmente alla genesi e alla pubblicazione delle sue opere. Purtroppo, soprattutto all’inizio con una tendenza all’anticipazione della trama che potrebbe rovinare la lettura a chi ancora non conoscere l’opera omnia, tendenza che rientra progressivamente nel corso della trattazione. Si ritrova tutto ciò che già si sa rispetto alla vita dell’autore, con l’unica differenza che lo sguardo non è puntato solo su di lui ma abbraccia Gogol, Puskin, Turgenev, Goncarov e Tolstoj e le loro relazioni, quando esse, per pura coincidenza dei termini temporali delle loro esistenze, sono state possibili.
A me, lettrice non particolarmente amante dei russi, fatico sempre a leggerli, in particolare Dostoevskij, il libro in questione ha regalato un nuovo entusiasmo, è stato utile laddove alcune opere le avevo lette, è stato indispensabile per accompagnarmi al proseguimento delle successive, aprendomi al contempo alla lettura degli altri grandi, a partire da Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”, seguendo con Gogol di “Anime morte”, per giungere a Puskin e al suo “ Eugenio Onegin”. Penso che su tutti la precedenza verrà però data a “ Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti”, a detta di Nori uno tra gli scritti di Dostoevskij meno noti e più sorprendenti.
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GRANDE FRATELLO
Un saggio storico a carattere squisitamente letterario e dal sapore della biografia quasi romanzata. Il lavoro di Marco Santagata, nome che non ha bisogno di presentazioni, ha davvero tante qualità: si presta alla lettura agevole tipica del romanzo, gode dell’approfondimento riconducibile alla ricerca certosina e all’appoggio necessario ai documenti non esulando tuttavia dal piacere di far conoscere, in fondo, la storia della vita di un grande uomo. Inutile negare che se non si conosce il contesto storico-letterario , la lettura potrebbe risultare faticosa e deludente, ma questo dipenderebbe solo dall’eventuale lettore sprovveduto; tuttavia anche chi è lontano dalle reminiscenze scolastiche potrebbe approcciare il testo. Niente è infatti lasciato inspiegato, anzi l’approfondimento è tale che permette di scardinare addirittura eventuali luoghi comuni o leggende o semplificazioni divulgative che spesso non poggiano su nessun dato, che sia un documento d’archivio, una fonte letteraria coeva o ancora gli stessi scritti danteschi. Perché sia chiaro, vita e opere sono strettamente connesse, e di questo connubio Santagata non si dimentica mai.
L’opera è bipartita in due sezioni: prima e dopo l’esilio, entrambe scandite dall’interconnessione tra la sfera pubblica e quella privata, a evidenziare la molteplicità di interessi dell’intellettuale , il clima culturale e quello comunale o cortese nel quale giocoforza va a inserirsi. Spesso vengono fatte emergere le contraddizioni dell’uomo, l’appartenenza politica piuttosto che la formazione di un’ideologia, mai finite e definitive ma sempre in divenire e spesso inspiegabili. Uomo dei Cerchi che ambisce al perdono dei Donati, intellettuale in eterno bilico tra guelfismo e ghibellinismo, tra amore per la natia Firenze e anatemi continui rivolti contro di essa, tra nobiltà di sangue e nobiltà d’animo, tra vita di municipio e vita di corte. Fermo però sempre il proposito di dedicare la sua vita agli studi e alla scrittura, anche tra ripensamenti, cambi di direzione. Notevole tutta la sezione dedicata alla composizione della Commedia, e quindi tutta la seconda parte, nella quale lo studioso intreccia i dati sui vari soggiorni al contenuto dei canti dell’Inferno per poi progressivamente inserire le altre cantiche man mano che il poeta vi si dedicò. La lettura di alcuni passi scelti dei singoli canti aiuta a comprendere anche le eventuali contraddizioni in esso presenti: soprattutto quando Dante parla di singoli uomini, Santagata ci ricorda che il poema è come se fosse stato scritto in presa diretta e che molto spesso Dante evitava di scagliarsi contro alcune personalità ancora viventi per poi delineare meglio il suo pensiero a morte avvenuta degli stessi. Un esempio per tutti può essere quello su Corso Donati, nell’Inferno Dante non si sbilancia, nel Purgatorio, lo stesso Corso , della rovina di Firenze è “quei che più … ha colpa”, egli è ormai morto e Dante non spera più di poter rientrare a Firenze proprio per sua intercessione. Per non parlare dell’assenza dell’impero in tutta la prima cantica, fatta eccezione per il secondo canto, e dell’ottica filoimperiale della seconda. E se vi state chiedendo come mai Federico II è stato messo tra le arche infuocate degli eretici mentre il figlio Manfredi è in Purgatorio, ebbene avrete risposta anche a questi dubbi. Insomma nel corso della sua vita Dante ha conosciuto ambienti sociali e culturali eterogenei, dalla formazione comunale alla ribalta giovanile tra i poeti dello Stilnovo, dall’ eclisse lenta di un modo feudale e delle sue corti al necessario rinnovamento culturale che avverrà in nome della lingua latina, lui ostinato propagandista del volgare. La sua vita tutta spesa a una riabilitazione attraverso la cultura e la sua opera, aldilà della mera ottica autobiografica e dell’intento stesso, è per noi occasione di conoscenza di un mondo complesso e contradditorio che nessun grande fratello avrebbe potuto darci.
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Diritto e rovescio
“Chi è certo di aver ragione a forza, nemmeno dubita di poter aver torto in diritto”.
Immaginiamoci se Ingravallo, poliziotto molisano nella fascistissima Roma del 1927, può lontanamente pensare di impersonare il dubbio nella ricerca della verità: ovvio è, che niente può turbare la quiete pubblica o per meglio dire l’artefatta costruzione della realtà che il regime impone. Lo seppe bene il povero Gino Girolimini che - per inneggiare alla giustizia celere il “Testa di Morto in feluca “- venne per tale solerzia ingiustamente accusato di ben sette omicidi legati alla pedofilia, poi discolpato ma con la vita rovinata. E questo, nel quale si trova a indagare il povero Ingravallo , è proprio un caso di omicidio a doppio filo legato ad un precedente furto subìto dalla signora Menegazzi – attenzione vuole che non si avviti la lingua proprio sullo scambio consonantico nel secondo termine - inquilina dello stesso stabile in via Merulana 219, scala A, dove è stata uccisa appunto la signora Liliana Balducci. Già queste mie scarne righe introducono la vicenda e l’ambientazione ma è lo stile a far la differenza: un rimbombare di dati, un affastellarsi di richiami, un prepotente realismo che toglie a tratti il respiro e allontana dal puro fatto accidentale.
Ho letto questo giallo non giallo, non si perviene infatti a una risoluzione ma si rimane ancorati all’ultimo emblematico dubbio del protagonista, con viva curiosità, alte aspettative e il giusto timore reverenziale scaturito da un acerbo approccio al romanzo , su consiglio di una docente che ne parlò come della “migliore opera della letteratura italiana del Novecento” e che abbandonai dopo le primissime pagine. Troppo piene, troppo allusive, ricche di richiami culturali che mi era impossibile inseguire e quel lento scivolare dentro l’anima delle persone attraverso il logos. A distanza di anni, molti in verità, sono stata invece scalzata dalla mia reticenza perché ho goduto di questa lettura che mi ha sorpresa soprattutto sotto l’aspetto linguistico.
Posso paragonare il sentimento a quello provato nel leggere per la prima volta Bufalino, con la sola differenza che qui avevo bisogno del suono e per lunga parte ho sentito l’esigenza di leggere a voce alta il pastiche linguistico dove su tutto regna il romanesco. Magistrali sono le pagine , soprattutto nella prima parte, che a tamburo battente intercalano la prosa con fiorite e colorite espressioni che richiamano alla mente il duce , si va dal “Testa di Morto in stiffelius” a “potenziatore d’Italia”, passando per “mascelluto”e “Pupazzo a Palazzo Chigi”. Si respira fin da subito un’esigenza di giustizia e di ordine, l’ironia è fine, a tratti irresistibile e divertente, se non fosse che su tutto aleggia l’opprimente cappa di connivenza, di subordinazione, di ordine perfetto e il pensiero allora si arresta alla dura riflessione. Il senso della giustizia. Alla mente subito Sciascia e poi Tabucchi, altri regimi, altre connivenze e quel torpore di chi , il protagonista delle loro opere, come Ingravallo, si muove. Ho parlato di una prima parte, in realtà l’opera non vive di distinzioni di tal sorta, ma è come se fosse bipartita in virtù della sua adesione o meno al modulo del giallo; fino al settimo capitolo si acquisiscono le informazioni necessarie per avviare l’indagine e la fabula va di pari passo con il procedere degli eventi fino ai funerali della vittima, poi è un lento procedere e arenarsi tra piccola gente di borgata scoperchiata nella sua quotidianità, piccola e greta e sudicia, a scalfire una patina di perbenismo che mai sarà crosta. La dura crosta è altro. È il moribondo in povertà alla fine del romanzo speculare alla rappresentazione della trachea inanellata trafitta da una lama che si perde nel gorgoglio del denso sangue di una vittima perbene. La crosta è la violenza di cui si nutre l’uomo e che si perde nella filosofia del protagonista con la fronte segnata da due “bernoccoli metafisici”: le catastrofi sono sempre non tanto l’effetto di una singola causa ma di una “molteplicità di causali convergenti” in uno “gnommero” ( gomitolo) che può solo trasformarsi in un “pasticciaccio”. Buona lettura.
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Tabucchi
Un imperatore storico e uno storico imperatore
L’imperatore Claudio, penultimo della gens giulio claudia, quello giusto per intenderci a cavallo fra le pazzie di Caligola e quelle di Nerone, è passato alla storia come l’inetto, il deforme, il balbuziente anche grazie alle ingenerose pagine scritte su di lui da Tacito e da Svetonio, entrambi interessati a renderne evidenti i suoi tratti caratteristici con puro gusto caricaturale. Oggi gli storici hanno riabilitato l’imperatore e, fonti alla mano, sono in grado di dimostrare un’altra verità, quella relativa al suo buon governo. Eppure, questo lavoro di Graves pare, ma solo in superficie, ricalcare il filo della damnatio memoriae e seguirlo dando, paradossalmente, voce proprio a lui, a Claudio, al quale non resta altro che presentarsi qual è.
Egli è soprattutto uno storico che ha deciso di ripercorrere, con vivo gusto per la verità, i primi anni dell’impero e di farlo a favore della posterità più remota perché lui “parlerà chiaro” e la sua opera sarà conosciuta fra novecento anni e non prima, e supererà di gran lunga quelle degli storici coevi i quali allora parranno proprio balbettare. Lui invece sarà lo storico audace, quello che la profezia collocò come il quinto peloso.
“Il peloso quinto terrà schiavo lo Stato
-schiavo lo Stato, ma contro il proprio volere-
sarà quello scemo che ognuno spregiava.
Avrà folta la chioma e darà a Roma
acqua e pane, l’inverno.
Lo ucciderà la moglie e non sua moglie
a vantaggio del figlio non suo figlio.”
Tutta la sua narrazione autobiografica sfuma pertanto a favore della ricostruzione fedele delle trame sempre taciute che hanno visto tramontare definitivamente l’ideale repubblicano a favore della restaurazione della monarchia, malcelata però sotto le mentite spoglie di un principato che diventerà impero, come sappiamo noi posteri, solo con Vespasiano. Prima è un succedersi di matrimoni combinati, adozioni, avvelenamenti e lui, il povero Claudio è solo una tremula foglia nell’albero genealogico della famiglia imperiale che nasce e si nutre per mano dei suoi stessi assassini, risorgendo di volta in volta come l’araba fenice. Vive all’ombra dei palazzi imperiali, Augusto è suo prozio nonché marito della sua nonna paterna Livia. È nato a Lione un anno prima della morte del padre Druso, fratello del futuro imperatore Tiberio, ha un fratello, Germanico il cui figlio Caligola lo precederà nella linea dinastica. Lui è infatti un peso per la sua famiglia, suo padre non è nemmeno il vero figlio di Augusto ma lo riabilita il ramo materno, sua mamma Antonia è figlia di Ottavia, sorella di Augusto. Il problema è lui: è deforme, zoppo e gracile, sempre malato, “uno scherzo della natura “stando alla madre. Dalla sua posizione defilata, inizialmente subìta, ha la fortuna di potersi dedicare, gli è stata infatti garantita almeno un’ alta educazione , ai suoi amati studi, in particolare alla storia degli etruschi il cui influsso nella cultura romana ritiene essere fondamentale. Ma questa è un’altra Roma, è ormai lontana dall’influsso etrusco. È il tempo degli inganni, delle trame sotterranee, della fondazione di un impero che nessuno voleva in una repubblica che fece del fallimento il proprio specchio infranto , capace di restituire solo un’immagine deforme e mostruosa, a tratti. Claudio per cinquant’anni sopravvive a tempi che di volta in volta fanno morire, le più volte avvelenati, i suoi maggiori protagonisti, resiste e si salva dalla prova più terribile, l’impero di Caligola che ripetutamente ne fa un bersaglio privilegiato del suo macabro divertimento da despota. Resiste e viene acclamato imperatore proprio perché nulla conta. La sua narrazione si ferma qui, nel primo gradino del soglio imperiale, dove, passato il primo timoroso e vile sgomento, lo rapisce una consolante intuizione. Sarà un imperatore storico e al contempo uno storico imperatore.
Indicazioni utili
( L'uso del condizionale presente in luogo del passato e l'inversione degli ausiliari essere e avere nei tempi composti hanno, in parte condizionato la lettura).
Morto che parla...
Il messicano Juan Rulfo ha scritto solo due libri, pubblicati tra il 1953 (“La pianura in fiamme, raccolta di racconti) e il 1955 (“Pedro Páramo ”, breve romanzo, esplosione di voci fissate in carta da un generoso inchiostro). Oggi questo ho letto, il suo secondo e ultimo lavoro: non pubblicò mai più nulla. Un vero deserto creativo dopo tale effluvio onirico quale è “Pedro Páramo”.
Si esce impreziositi da questa lettura che non offre nemmeno una storia, almeno non una di quelle che lo stesso bellissimo incipit farebbe presagire. Siamo in Messico, lande desolate, crocevia di strade che si intersecano in due sole direttrici : scendere e salire, speculari ad andare e tornare. Juan Preciado va, va alla ricerca del padre, Pedro Páramo , a Camala, la madre è morta da una settimana, le ha fatto una promessa: - Non chiedergli nulla, pretendi ciò che è nostro -. Agosto, colline si susseguono, il paesaggio langue, l’aria è bollente, i morti dall’inferno tornano qui a riprendersi la coperta. La Media Luna, estesissima proprietà del padre, lo accoglie, lo scorta un mulattiere di passaggio e Pedro Páramo è morto … era anche suo padre.
Ma chi è Pedro Páramo ?
Sarebbe precoce chiederselo perché da questo punto in poi la narrazione vira, si apre a ripetute analessi, procede a rilento lungo la via della fabula, disdegna oltremodo l’intreccio. Il racconto si fa voce, prima reale, tangibile: Donna Eduviges Dyada accoglie Juan Preciado a casa sua e racconta e quando la sua evanescenza inizia a delinearsi agli occhi del protagonista-narratore e dell’ormai disorientato lettore, subentra un’altra narratrice, Damiana Cisneros. E il quadro lentamente si delinea, e tutto sfuma, svanisce e al tempo stesso si delinea di nuovo, offre i contorni di un disegno che sarà completo solo alla fine. Il narratore è intanto ormai trasformato in ascoltatore e a contatto con le diverse voci spettrali che animano un paese ormai morto, diventa della stessa essenza dei suoi favellatori. Un turbine di mormorii, di sussurri, di visioni e una vera e propria galleria di personaggi indimenticabili lo ricongiungeranno alla storia del padre, colui che dal nulla divenne grande, il cacique che tutto poté dalla morte di suo padre alla guerra dei cristeros per giungere infine alle ribellioni al seguito di Pancho Villa.
Fantasmi, cavalli senza cavaliere, assassini, sogni benedetti e maledetti, matrimoni imposti, violenze, la terra, i confini, il potere, il peccato, lo strapotere. Morti, asfissie, sepolture e racconto. I morti parlano, stateli a sentire non sono poi così pericolosi. Peggio è il rancore vivente.
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Un nuovo canzoniere
Come un novello Dante, Mari scrive la sua” Vita Nova” almeno nel senso che raccoglie in un canzoniere- ma qui siamo già a Petrarca - le liriche composte in età giovanile e avente come oggetto il suo amore per una ragazza. Non vi è però rinnovamento alcuno ma una sorta di rimpianto per un amore che avrebbe potuto materializzarsi e invece è rimasto in bocciolo semplicemente perché non dichiarato. A trent’anni di distanza, alcune liriche rivelano che l’amore non era unidirezionale, ma semplicemente taciuto non ebbe modo di rivelarsi. Eppure è stato potente, tanto da imprimersi nella mente del giovane liceale e dell’uomo adulto che ora pare prendere le giuste distanze con una garbata autoironia. Si passa dunque dal tono elegiaco : “Vederti e innamorarmi/è stato un punto solo/e chi la giudicasse frase fatta/sappia che se pecca/è per difetto/perché la visione/ nemmeno contemplò l’amore/ ma fu direttamente previsione/di tutto il patimento destinato” al più disincantato: ”Come un serial killer/faccio pagare alle atre donne/la colpa/di non essere te”. Questo a far capire il possibile scarto registrabile tra una poesia e l’altra, tutte brevi nell’ordine di pochi versi o al più di qualche strofa, ricche di citazioni che spaziano da Psyco a Cavalcanti, passando per Tolstoj e Shining di King con incursione perfino nel mondo dei tre porcellini. Non è nelle mie corde.
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E non è vita, questa?
Il’ja Ilic sta a letto, è un giovane uomo che non ha atteso alle aspettative che su di lui sono state riposte, è un trentenne indolente, perennemente accudito dal suo Zachar, il servo che fin da piccolo lo ha allevato. Eppure Zachar è un uomo sfatto quanto il padrone, l’appartamento cittadino dove vivono è signorile ma squallido, polveroso, sporco. Tutto grida disperatamente e urgentemente una svolta, un miglioramento, una scossa a tale apatia. .. Oblomov è inoltre assediato da inutili preoccupazioni: il suo starosta lo informa sullo stato delle sue proprietà in una sperduta provincia orientale, pesante lascito feudale dei suoi genitori, e il padrone del suo appartamento intima lo sfratto.
Il’ja Ilic Oblomov è triste per il “suo mancato sviluppo, perché si era fermata la crescita della sua forza morale, per la pesantezza che gli impediva tutto (…), sullo stretto e triste sentiero della sua esistenza sembrava che fosse stata gettata un pietra”. Oblomov è il frutto della bella vita che da bambino ha vissuto a Oblomovka dove “è sempre festa” e “il lavoro se lo fanno scivolare dalle spalle come se fosse un giogo” e “il signore non si alza all’alba, e non va in fabbrica tra ruote e molle sporche di grasso e di olio”. Il’ja è il mancato anello di congiunzione tra un agonizzante sistema feudale e una nuova prospettiva economica, produttiva, sociale. Oblomov è cristallizzato in un condizione di agio privilegiato che non prevede fatica, impegno, responsabilità, non è paragonabile a nessuno, e lui rigetta con tutte le sue forze questa possibilità: essere paragonato agli altri , al loro affannarsi, alla nuova industriosità non ha possibilità di esistere nella sua mente. Zachar tenta di aiutare il padrone , di scuoterlo sebbene della sua stessa indolenza sia stato imbevuto nella tenuta di Oblomovka dove tutti hanno sempre dormito. È un perfetto disfunzionale binomio, il loro, si nutre di una relazione conflittuale nella quale i due si rispecchiano vicendevolmente nelle proprie debolezze. Sono però rappresentati magistralmente come nella commedia dell’arte, tipizzati quasi. Stol’c è invece il suo vecchio amico di infanzia, occasionalmente e regolarmente si presenta a casa sua, è un giovane rampante, attivissimo e lui che conia per l’amico il nome dello stato che lo caratterizza: è oblomovismo. Una condizione ideale, un’utopia che rifugge passioni, guerre, commerci e aspira alla pace. È questo d’altronde , il fascino dell’oblomovismo, quel fascino che fa del romanzo del russo Goncarov, un’ottima lettura, sempre attuale…
Una breve parentesi, una primavera amorosa, corrisposto da Olga, giovane signorina che pare votata alla sua redenzione e che in realtà è innamorata dell’amore, non basta , come non bastano i tentativi di Stol’c, a smuoverlo dalla sua indole, una natura istintivamente votata al bene, fiduciosa verso un’arcadia dell’umanità. Eppure gli uomini che gravitano intorno a Il’ja Ilic non sono tutti come l’amico Stol’c, molti mostrano nei suoi confronti una cattiveria tale da ridurlo in condizione di estrema precarietà. Solo Andrej Stol’c, Olga e Zachar conoscono la vera essenza dell’oblomovismo: ” ..ha perso la forza di vivere, ma non ha perso l’onestà e la fedeltà. Il suo cuore non ha mai emesso una nota falsa, il fango non l’ha toccato. Nessuna brillante menzogna è riuscito a sedurlo, e niente lo potrebbe portare su una falsa strada. Anche se un intero oceano di porcherie, di cattiverie si agitasse intorno a lui, se tutto il mondo fosse avvelenato e mal condotto, Oblomov non si inchinerebbe mai all’indole della menzogna, la sua anima sarebbe sempre pulita, limpida, onesta … è un’anima di cristallo , trasparente, uomini così ce ne sono pochi; sono rari: sono perle!”
Le vicissitudini che Il’ja Ilic vivrà lo porteranno semplicemente ad accomodare il suo sogno giovanile, seppur in un luogo diverso; fermo rimarrà il proposito di non scendere in battaglia. La battaglia della vita non gli appartiene: pensieri, gioie, dolori sconvolgono la pace dell’anima, essa è semplicemente incompatibile con la vita.
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Dante per tutti
Il Dante di Barbero viaggia sulla falsariga di quello di Santagata, tuttavia il taglio è originale e l' impronta riconoscibile. Abbiamo qui una prospettiva rigorosamente storica che si diverte a scalzare le infinite dispute tra dantisti e una capacità affabulatoria senza eguali in campo storico. Il saggio si legge come una biografia romanzata e contemporaneamente funge da valido setaccio capace di filtrare tutte le fonti che convergono nella narrazione di questa esistenza della quale, continua a ribadire Barbero, non sappiamo niente con certezza. Alla fine mi è parso quasi un divertimento tutto personale quello dello storico che, da una prospettiva non letteraria e quindi neutrale, ha semplicemente offerto il catalogo dei tanti misteri che circondano non solo la vita ma anche l' opera del Sommo Poeta, alleggerendolo da quell'aura sacra che gli specialisti, il mondo accademico, gli insegnanti o anche i semplici appassionati gli conferiscono. Un ottimo punto di partenza per provare, in occasione del settecentesimo anniversario della morte del poeta, a conferirgli semplicemente una più netta autenticità, considerandolo sempre e comunque un uomo del suo tempo e per questo difficilmente recuperabile nella sua integrità.
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Un perfetto piano orizzontale
Una scrittura tesa, asciutta, essenziale delinea una manciata di personaggi e li inchioda a uno scenario imprescindibile alla messa in scena. Un immobilismo di fondo fa risaltare i pochi fatti che agitano la scena e centellinate azioni ne sono il motore di avvio e di spegnimento. Il tutto racchiuso in un ambiente che fa del moto la sua principale forza in un ritmo binario, quello dell’alta e della bassa marea, puntuale, ossessivo, opprimente. Le coup de vague, letteralmente il colpo d’onda, è ciò che potrebbe sconvolgere l’assetto iniziale, ma una donna, forte come la roccia del frangiflutti trova la quadra, e come una livella accerta il piano perfettamente orizzontale. Nessun travaso, nessuna deviazione.
Jean è un giovanotto ormai cresciuto, un trentenne, abita con le sue due zie presso la fattoria del Coupe de Vague, prospiciente la spiaggia omonima che si apre a una distesa adatta, con le sue maree, alla coltura dei mitili; commerciano in cozze e in ostriche a due passi da La Rochelle. Il loro è un piccolo borgo, poche case isolate, le più vicine all’Oceano che aggrappano un piccolo centro abitato poco distante, tutto involuto in se stesso, pochi affacci all’esterno, un solo posto di eccezione per l’osservazione: il bar della piazza centrale. Jean è un elemento estraneo a questo ambiente, è molto bello e prestante, non ha studiato nel piccolo paese, è sempre rimasto, per scelta delle sue due zie, incontaminato dall’ambiente sociale. È però un giovane e come tale si dedica alle ragazze, il boschetto vicino alla costa conserva il ricordo delle sue conquiste, non ama nessuna, ne frequenta qualcuna e ne viene soddisfatto. Marthe è una di loro, ma ora Marthe è incinta. Il piano si è inclinato. Jean si rivolge alle sue due zie e da quel momento cessa di agire o meglio le sue azioni saranno lo specchio fedele di quel piano premeditato per lui fin dalla nascita dalle due megere, l’unica differenza è che ora, pur continuando ad agire per volontà loro e non motu proprio, pur attraversando flebilmente la verità, ne è consapevole. Un classico personaggio tipitizzato, fisso e immobile, appena scosso dagli eventi, incapace di agire, tragico nella sua accettazione di uno stato iniziale che è meglio non modificare…
Nessuna scossa, nessun cambiamento, un piccolo coup de vague, non c’è rimedio al perbenismo.
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REWIND
Un ‘autobiografia rivisitata, il sottotitolo dell’opera, si tratta infatti delle memorie certosine e fiabesche di un vero nobile russo prima di ogni rivoluzione nella terra natia. Compendiano trentasette anni, dal 1903 al 1940, limiti temporali che non coincidono affatto con le canoniche date che racchiudono l’esistenza mortale, vuoi per l’anacronia relativa alla prima - Nabokov nacque nel 1899 - vuoi per la seconda che ne anticiperebbe di un bel po’ il decesso. La prima data però è significativa perché rappresenta lo squarcio praticato dal ricordo nell’oblio generato con la nascita: Nabokov è fermamente convinto che “la prigione del tempo è sferica e senza sbocchi”, due le estremità che la confinano appunto, la nascita e la morte dell’ individuo, prima e dopo il nulla, nel mezzo il ricordo. Il primo ricordo cosciente dell’autore si situa dunque intorno ai quattro anni e coincide con la presa di coscienza di avere accanto due esseri che riesce finalmente a identificare chiaramente come i suoi genitori, oltre che come le persone che lo nutrono, lo allevano e gli vogliono bene. La seconda data coincide invece con una rinascita: la partenza dell’esule eterno dall’Europa per l’America. Se la prima data ha il sapore di un affaccio privilegiato a una vita elitaria, singolare, con la restituzione integrale di un’epoca definitivamente tramontata, la seconda ha invece il limite di coincidere con la parola fine. Mi sarebbe piaciuto conoscere anche l’altra vita, quella americana, vero è che i riferimenti ad essa sono continui nel corso delle pagine e danno modo di farsi un’idea complessiva, resta il fatto che la delusione è stata cocente. Una negazione di sé anche se poi, andando a rileggere la prefazione, scopro ciò che prima non avrei potuto notare: l’intento di Nabokov era quello di proseguire con la narrazione degli anni americani, un intento che quindi non ha il sapore della negazione ma della attenta preparazione : .
Sì, perché l’autore di Lolita non lascia niente al caso e la consegna del ricordo avviene dopo infinite revisioni che lo mettono al riparo da errori grossolani, anche cronologici, che il racconto della propria vita non risparmia neanche ad un perfezionista. A partire infatti da episodi situati in qualche regione del suo lobo temporale scandaglia la sua esistenza, anno dopo anno, sfruttando, se può, qualsiasi elemento d’appoggio che possa utilizzare come un ricercatore le sue fonti. Il tutto è a netto vantaggio del lettore più ingenuo che gode del racconto di un’esistenza da fiaba, del lettore più documentato che carpisce i segreti di un momento storico, quale quello rivoluzionario russo dal 1905 alla disfatta dei Bianchi in Crimea, godendo intimamente quando si affaccia un giudizio di forte condanna di quel leninismo diventato mito in Europa, per giungere poi al lettore più importante, quello di Nabokov stesso che regala, a chi ha letto le sue opere, godibilissime riflessioni sull’intrecciarsi di ricordo personale e cessione della propria esistenza ai personaggi creati, restituendo in parte anche la genesi delle sue opere. Insomma, una lettura per tutti in compagnia delle sue immancabili farfalle, Nabokov era un entomologo d’eccezione, una pecca in questo cameo che mal si sposa con le sofferenze dei cari e rari lepidotteri spillati e all’odor di naftalina di cui andava tanto fiero.
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Cercando un altro Egitto
Fatico sempre a leggere Dostoevskij, mi trascino quasi caparbia, cercando di superare tutte le mie perplessità fino a quando non giungo, soddisfatta, a ultimare la lettura. Così è stato anche per il suo romanzo più gradito dal pubblico di lettori, quello che, essendo anche il più letto, rischia di essere il più banalizzato. Dalla celebre citazione “La bellezza salverà il mondo”, alla lettura in chiave cristologica o ancora alla più ingenua celebrazione della bontà fatta personaggio, si rischia di semplificare eccessivamente o peggio ancora di limitare il potenziale espressivo di tale scritto. Sarebbe invece utile e opportuno ricondurlo alla biografia dell’autore, ricordare che è il prodotto di una fatica letteraria ispirata ma purtroppo canalizzata nel ritmo forsennato dei contratti capestro che imbrigliavano l’autore a causa delle sue difficoltà finanziarie, da giocatore. Sarebbe ancor più onesto evidenziare che non è nemmeno un romanzo perfetto, stilisticamente parlando. Fatto questo, penso, si potrebbe sgomberare il campo e parlarne apertamente.
Il principe Lev Mikolaevic Myskin è un personaggio complesso al quale neanche il titolo dello stesso romanzo rende giustizia, confinandolo in un’ambiguità lessicale che si diverte a sballottarlo tra la demenza e l’eccessiva bontà, passando attraverso il contrappasso dell’epilessia (piccola nota autobiografica). Un ragazzo senza radici ma con un albero genealogico importante, un piccolo granello di sabbia che nessuno noterebbe in una sterminata distesa di un deserto, andandosi a confondere con tutti gli altri a lui simili, se quello stesso granello non inceppasse il meccanismo del mondo nel quale si è calato. Eppure anche lui è sabbia, come gli altri. Ma è il granello che disturba, quello che separandosi dalla massa a cui apparteneva, è capace da solo di fungere da forza centripeta, da polo di attrazione, anche quando non è presente.
Il treno Varsavia - Pietroburgo scaraventa in scena, in una vera e propria drammatica piece corale, un inconsapevole attore che si ritrova a reggere la scena senza impersonare alcun ruolo, privo in fondo di quel sottile meccanismo che si chiama finzione. Semplicemente mette in scena se stesso interagendo però con attori professionisti i quali seguono tutti, bene o male, il loro copione. Non si intuisce subito questo scollamento, anche perché lo strano personaggio, incapace di calcare la scena, appena entrato nel salotto degli Epancin, subito parla a ragion veduta di ghigliottine, pena di morte come assassinio legale e del supplizio di chi ha vissuto gli attimi precedenti una condanna a morte … e può raccontarlo ( altra interessante nota autobiografica). Il suo interagire con le signorine Epancin e con la generalessa lo porterà alla prima goffaggine di una serie infinita, mentre pian piano entrano in scena, per giustapposizione, tutti gli altri personaggi. È il bel mondo pietroburghese già scardinato dalle sue certezze, una sintesi mirabile della nuova mistura sociale che si insinua nei salotti, li insozza e li abbruttisce. Un nuovo mondo dove la nobiltà è tramontata anche se cerca ancora di non arretrare il passo rispetto al nuovo che avanza. Speculazioni che mettono in crisi i rapporti tra padri e figli, tra coniugi, tra possibili amanti. Una rete sociale ingarbugliata, sempre tesa, pronta all’ennesimo sgambetto. Via via gli innumerevoli personaggi convergono relazionandosi tra di loro, al centro lui, il principe, portatore di una nuova umanità, che genera ironia, rabbia, compassione, odio, amore. In prima persona o di riflesso, facendo emergere su tutte le indimenticabili figure di Nastasha e di Aglaja e in misura marginale di Varvara. Tre piccole donne, due polarizzate intorno al principe, l’altra degna contraltare dell’arrivista fratello Ganja: tre piccoli misteri del cuore umano capaci di generare al tempo stesso odio e amore. Un epilogo triste, senza speranza che restituisce il principe al limbo che lo ha generato.
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DESTINAZIONE PARADISO
Chi è poeta? Chi va seguendo un solco già tracciato o chi osa scartare di lato trovando una nuova via? Come esprime la sua sensibilità il poeta? Attingendo dal mero dato biografico, dal colmo delle sue impressioni o rinnovando le stesse per superare se stesso, la propria finitudine, il proprio ego? Come si realizza infine la sua sicurezza espressiva? Sigillando il ricordo, elaborandolo o facendone ancora materia di nuova e rinnovata ispirazione? Dante, delle due possibilità, ha sempre scelto la seconda e questo prosimetro , il primo in campo lirico in lingua volgare italiana, è la summa di una capacità innovativa, sua cifra contenutistica ed espressiva caratterizzante, in continua tensione, tesa a raggiungere una perfetta sintesi tra istanze culturali vigenti e profonda consapevolezza di sé.
Stupisce la “Vita nova”, per il candore biografico, per la suggestione onirica che la attraversa, per il finale aperto. Finale che promette, riconoscendo un limite momentaneo, di giungere ad una capacità lirica ancora più netta, più cristallina, dignitosa al pari dell’oggetto di cui ancora tratterà: “io spero di dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”. Stupisce anche perché qui è già contenuta una vasta gamma di liriche esteticamente perfette, una per tutte la celebre “Tanto gentile e tanto onesta pare” , capaci di inframmezzare una narrazione piacevole quanto un romanzo, complessa come una filosofia, intensa come una rappresentazione visiva.
L’uomo contemporaneo non può privarsi di questa visione e non sarà scevro dalle suggestioni che l’opera ha saputo ispirare alle più intelligenti e raffinate voci culturali delle epoche passate.
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Golja contro Golja
Romanzo breve o racconto lungo appartenente alla primissima produzione del grande scrittore russo, composto un anno dopo” Povera gente”, il suo debutto letterario, che non gode però della stessa fortuna anche se, a ben vedere, rappresenta per la prima volta uno dei temi portanti di tutta la sua produzione, quello dello sdoppiamento della personalità. Embrionale in questa prova è anche l’interesse dall’autore, sempre dimostrato poi , verso la realtà sociale e, già netta, la sua vivida capacità di rappresentare la stratificazione sociale. A voler insistere, è notevole pure la tecnica di rappresentazione dei pensieri del protagonista e la capacità di gestire la voce narrante; se ricordiamo che si tratta, in fin dei conti, di un giovane scrittore alla sua seconda prova letteraria e ancora non profondamente segnato dalle successive vicende biografiche le quali tanta materia di ispirazione gli fornirono poi.
A leggerlo oggi, “Il sosia”, risulta una lettura non agevole, intrappolata la trama in un susseguirsi di albe e tramonti che scandiscono quattro giornate del protagonista Goljadkin, “il nostro eroe” , il quale - tutto sommato- altro non fa che cercare di intrufolarsi in casa delle donna che ama ma che appartiene ad un rango sociale che non prevede la sua presenza: tutto è per lui negazione. Nessuno lo riceve, nessuno lo nota, il suo è un anonimato che vive infine il paradosso, improvviso, di essere duplicato in un altro essere vivente in tutto e per tutto uguale a lui. Inizialmente, seppur stupito per l’incontro inaspettato e fonte di grande tensione emotiva, il povero Goljadkin accetta il suo sosia , lo accoglie e lo riceve perfino in casa, ma già dal mattino dopo il suo doppio lo surclassa, lo sminuisce, arrivando a sostituirsi a lui pure in ufficio e in ogni luogo della vita sociale dove Goljadkin avrebbe ambito manifestarsi, senza riuscirci. Il sosia sarà protagonista assoluto però, ben accetto da tutti, l’esatto contrario della sua matrice.
Non è semplice la lettura perché è un dato di fatto che tale rappresentazione scenica non può essere reale, tutto è creato nella mente malata del protagonista, eppure il lettore è portato a leggere la vicenda e a viverla come se i protagonisti fossero scenicamente due. Più volte mi è capitato di soffermarmi a pensare i singoli episodi mettendo in scena solo il Goljadkin senior , ma, credetemi, non è stato semplice, Il Goljadkin junior si riaffacciava prepotentemente nella scena, la faceva tutta sua, soffocava il nostro eroe e lo annientava lentamente …
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Oltre ogni immaginazione
Avvincente romanzo non perfettamente riuscito soprattutto nella parte finale, trascinata oltremisura e liquidata in maniera laconica. Quasi uno scritto di fantapolitica, se la realtà di queste ultime ore con l’attacco al Congresso non mi avesse subito fatto ricredere , sorprendendomi ancora una volta, Roth, con le sue intuizioni e in questo caso, oserei dire, proiezioni. Si tratta in poche parole di un romanzo che ipotizza per il biennio 1940-1942 un inframmezzo politico negli Usa che non c’è stato ma che non è poi così sorprendente immaginare.
Le elezioni presidenziali del 1940 non vedono vittorioso per la terza volta FDR ma il celebre aviatore Charles A. Lindbergh, noto non solo per il suo volo transatlantico da New York a Parigi compiuto a bordo di un monoplano in sole trentatre ore o per il triste episodio del rapimento del suo figlioletto di venti mesi ritrovato poi ucciso vicino all’abitazione dei suoi genitori, ma ancor più per la sua affiliazione all’America First Committee, nato per contrastare la linea interventista di FDR e promuovere l’isolazionismo, facendo leva, lui in particolare, sull’idea che i nuovi guerrafondai fossero gli ebrei. È lui ad aver proiettato in campo americano un modello antisemita, storico e di lunga durata e di ancor più di ampia tenuta , tutto europeo. Da qui parte Roth, dall’angoscia storica e reale che gli ebrei americani hanno vissuto davvero quando la destra repubblicana contrastava Rooselvelt che invece si presentava agli elettori come un nemico giurato di Hitler e del fascismo.
Il biennio intenso e sconvolgente che vedrà al potere Lindbergh si accompagna alla storia minuta del piccolo Philip Roth, un bambino di sette anni che vive un’esistenza piccolo borghese nella tranquilla Summit Avenue della sua cara Newark, città operosa e industriale all’ombra della Statua della Libertà, un prolungamento naturale di New York. Una famiglia felice ebrea sì , accomunata nella rete di amicizie e di frequentazioni più dal lavoro che dalla religione, ma perfettamente assimilata e dimentica della propria identità: non praticano la religione, non tramandano le tradizioni, sono americani. Il piccolo Roth non sa nemmeno cosa sia la Palestina. L’avvento di Lindbergh al potere scuote gli animi e genera la rinascita identitaria. La vita della famiglia Roth andrà a intrecciarsi con i nuovi eventi storici in una commistione di storia minima e storia universale sulla falsariga dei percorsi antisemiti già lungamente praticati in campo europeo. La sensazione è quella di assistere a una nota e inarrestabile ripetizione, in campo diverso, di dinamiche generanti odio in un parossismo che Ron Jones nell’esperimento sociale denominato “La terza onda” non ebbe difficoltà a riproporre addirittura in un’aula scolastica.
Un monito oggi visti i nuovi attacchi alla democrazia.
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Scemi di guerra
L’opera di Philip Roth, me ne convinco sempre più, è un unico grande disegno, una sorta di canovaccio che l’autore ha scritto nel tempo, ampliando la sua visione della vita ma sempre dentro alcuni temi ben definiti, i punti focali della sua esistenza. L’appartenenza etnica, l’appartenenza culturale, l’appartenenza geografica, quella sociale, e la totale, assoluta, mancanza di appartenenza a una qualsivoglia classificazione. Non c’è niente che possa imbrigliarlo, né lui, né tantomeno i suoi personaggi, piccole schegge impazzite di un male che qui, in questo grande romanzo, sono accomunate dal fatto di essere ontologicamente il male stesso. Un’opera intensa, amara come al solito, ma viva e perfettamente capace di restituire quell’alone di incompiutezza che gravita, tragicamente, sui suoi personaggi migliori e di pari passo sull’uomo in sé. Lo svedese, esempio brillante di una vita apparentemente brillante, un’identità frantumata, Sabbath, una ridicola controfigura di quello che avrebbe potuto essere un uomo e ora il brillante professore Coleman Silk, burlato dal logos, pensiero e parola che lo incarnano a finzione di se stesso. Un uomo nero che si finge bianco, che recita la sua esistenza sul filo di lama, una lama tagliente che potrebbe fendere la sua carne in ogni momento. Non solo personaggi tragici però, come si sa, nel caso di Seymour Levov e dello stesso Coleman Silk, l’equilibrio è ripristinato con l’espediente del ponderato narratore, colui che veste il ruolo del testimone degli eventi e di novello tedoforo, capace di rischiarare i punti bui di un’esistenza mentre la consegna ai lettori per mano del suo stesso inventore. Nathan Zuckerman, l’alter ego di Philiph Roth, è il nostro mentore ancora una volta, è colui che ci guiderà a dare un significato all’esistenza appena rappresentata. L’epilogo di questo romanzo infatti , pur generando gli stessi quesiti suscitati dall’esperienza parainfernale di Sabbath, lascia il lettore in uno stato completamente diverso, nell’accettazione di un destino terribile, crudele.
Consapevole di non aver affatto parlato del romanzo, lo consegno ai futuri lettori, totalmente appagata da una lettura che ancora una volta offre una visione disincantata dell’uomo, dell’America, del suo falso mito delle “belle sorti e progressive” che si frantumano nell’incapacità di un sistema di istruzione lacunoso e deficitario, nel falso mito del melting polt e nella totale inadeguatezza della sua classe politica. Roth chiama Pirandello, per la parte squisitamente filosofica, come America chiama Italia per il contesto socio-culturale e politico. Mai così vicini, a noi manca il Vietnam ma i ragazzi del ’99 non furono poi tanto lontani dagli americani quando divennero “scemi di guerra”.
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NON LUOGO A PROCEDERE
Già il titolo è stridente e al tempo stesso catalizzatore, contiene in sé l’assurdo di una situazione inaudita come quella tipica di un perfetto ossimoro. Tutto il romanzo in realtà lo è. Accostato a più riprese alla produzione di Kafka, in particolare ai romanzi “ Il castello”e “Il processo”, è lo stesso Nabokov invece a chiarire che la produzione del praghese gli era del tutto sconosciuta quando nel 1935, a Berlino, dove si era rifugiato per fuggire dal regime bolscevico, scrisse questo romanzo. Pertanto va goduto nella sua assoluta indipendenza letteraria. E se un rimando lo si volesse fare sarebbe certo a il romanzo” Il dono”, lasciato a metà nella scrittura per l’urgente bisogno di partorire questo. Non avendolo letto non posso azzardare di più, al limite consigliare ai futuri lettori di procedere in senso inverso, rispetto al mio, nella lettura dei due. Altra possibilità interpretativa, rifiutata dall’autore, è quella di leggere l’opera come una grande metafora dei regimi bolscevico e nazista, assolutamente fuor di comparazione alcuna.
Per stare al suo contenuto, esso ci presenta la vita sconvolta di Cincinnatus, che senza apparente motivo è condannato a morte e portato in una fortezza per quella che parrebbe essere un’esecuzione imminente. In realtà l‘ex docente, condannato a morte immediata, giunto a destinazione, inizierà una nuova vita, insperata, ma purtroppo all’insegna della più assoluta procrastinazione né cercata e tanto meno voluta e subita come una pena ancor maggiore della sua effettiva colpa. Una nuova condanna insomma che lo misura fin da subito con situazioni atipiche e del tutto surreali la cui galleria è una piacevole sorpresa per il lettore. Ci si ritrova in una continua ottica rovesciata che modifica ogni parametro valutativo nel lettore appunto ma anche nel personaggio, vittima di un’assurda condanna, la cui colpa è essere opaco. “Accusato del più spaventoso dei crimini, la turpitudine gnostica così rara e indicibile da rendere necessario il ricorso a circonlocuzioni quali “impenetrabilità”, “opacità”, condannato per quel crimine alla decapitazione …”. In realtà, a ben vedere, la stessa sostanza fisica, materiale, reale del condannato è messa in discussione fin da subito, giunto nella fortezza. La prima notte va a letto dopo essersi scomposto nelle singole parti che costituiscono il corpo ma l’abilità di Nabokov pare quasi far passare in secondo piano questo carattere magico, irreale, trascendente, perché focalizza l’attenzione sul processo mentale dello stesso Cincinnatus e sul valore tangibile e concreto che ha la sua percezione della realtà. Chiaro è fin da subito al protagonista che la galleria di persone che gli si avvicenderà con l’intento di prendesi cura di lui : il direttore del carcere, Rodrig Ivanovic, che assume il ruolo di un direttore d’albergo, Rodion, il carceriere zelante, l’avvocato, un’inutile macchietta, sono solo degli “spettri”, dei “lupi mannari”, delle “parodie” a cui lui ubbidirà. Ciò che gli preme in fin dei conti, ribadito in modo parossistico fino alla fine, è conoscere i termini temporali della condanna. In tali continui ribaltamenti del piano della realtà con quello della finzione, elevata a farsa e a parodia, assurgono a diritto di reale solo i vividi pensieri del carcerato. Eppure essi sono strettamente collegati alle singole manifestazioni del reale: le pareti della cella, il suo pavimento, la branda, la sedia, il tavolo, i libri sopra e fuori la città che prepotentemente si affaccia nel ricordo insieme ai miseri scampoli della sua esistenza. “ Erano queste le cose che Cincinnatus vedeva e sentiva attraverso i muri, mentre l’orologio batteva le ore, anche se, in effetti, tutto in quella città era sempre morto e orribile a confronto della vita segreta di Cincinnatus e della sua colpevole fiamma, anche se egli sapeva perfettamente ciò, e sapeva anche che non c’è speranza, pure, in quel momento, desiderava ancora, con tutte le sue forze, di trovarsi in quelle luminose strade così familiari … ma poi cessarono i rintocchi dell’orologio, il cielo immaginario si rannuvolò e la prigione tornò in vigore.” La prigione, appunto, in sé, quasi un’entità dotata di vita autonoma, luogo di reclusione ma anche spazio fisico incredibilmente aperto capace di permettere incursioni verso gli altri suoi spazi e anche al suo esterno, ma attenzione in tale assurdità non si prefigura mai la possibilità di un’evasione, per quella occorrerà attendere un luogo altro, un evento altro, un’altra possibilità … Buona lettura!
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Uno strappo nel cielo di carta o la quarta parete
“– La tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis. – La tragedia d’Oreste? – Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Sarà l’Elettra. Ora senta un po’ che bizzarria mi viene in mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei. – Non saprei, – risposi, stringendomi ne le spalle. – Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo. – E perché? – Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta. E se ne andò, ciabattando intraprendente, chiacchierone!”
Ve lo ricordate il “Fu Mattia Pascal”?
E se vi dicessi che questo è un Roth pirandelliano?
Mi credereste?
Prendete un uomo ultrasessantenne, un satiro vero e proprio, anzi peggio un Priapo, non tanto per disfunzione erettile quanto per la vacuità dell’impulso erotico portato ad un parossismo senza limiti. O meglio prendete il relitto di un uomo che, morta la sua migliore amante, vagheggia nel nulla assoluto, nell’horror vacui della sua esistenza al limitare. Entrate nella sua vita accompagnati dai suoi pensieri e dai ricordi della sua miserabile vita; prendete atto del fatto che è stato un burattinaio di un teatro dell’ indecenza, sopportate il fatto che sia un eccellente prototipo dell’antieroe, ogni tanto riemergete come da un lunga apnea nella orribile scena del presente, riemersi … non faticherete a capire che ciò che più bramate è tornare insieme a lui nell’abisso più profondo. La sua vera identità, il suo io più profondo, graduato sempre da uno scanzonato sguardo tra ironico e beffardo, sapientemente condito da un umorismo e da una sagacia senza pari, saranno capaci di strappare sempre un sorriso dopo avervi tremendamente disgustati. Non uno strappo nel cielo di carta, ma più di uno, per Sabbath: ogni volta una sorta di risposta catatonica e poi l’azione fatta impulso sessuale e puro intento autodistruttivo. Un vortice di parole, di ricordi, di pensieri. In scena un burattino, più che un burattinaio; uno fra i tanti.
Di chi sono le mani che infilano il nostro guanto della vita? Quanto siamo capaci di stare in scena? Quanto il piano della realtà collima con quegli strappi? Quanto sono stridenti? Quali infiniti dubbi alimentano in noi? Quale infine l’ultima scena prima che cali il sipario? Ammesso che cali! C’è sempre la possibilità che la finzione travalichi lo spazio scenico e invada la realtà … e lì comincerebbero i guai: non sempre è necessario uno strappo nel cielo di carta, certe volte è sufficiente rompere la quarta parete.
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PIANETA MONDO
Nel romanzo post apocalittico che valse a Cormac McCarthy il premio Pulitzer nel 2007 è sparito il mondo inteso come l’insieme delle sovrastrutture mentali che necessitano all’uomo per decodificare, paradossalmente, le infrastrutture che ha costruito per gestire al meglio (?) il suo passaggio transitorio in questo spazio.
Lo scenario dopo la fine del mondo, parola da intendersi nella sua accezione più ampia, necessita di un nuovo processo di adattamento, di nuove abilità, di un codice che permetta celermente di distinguere nelle ceneri del vecchio pianeta Terra l’utile necessario alla mera sopravvivenza.
Il mondo è fatto terra cosparsa di cenere, deposito involontario delle scorie di una civiltà tanto avanzata quanto marcia: metropoli saccheggiate e perse nel loro groviglio artificioso di beni e servizi, ora del tutto inutili; spazi rurali, che un tempo avranno perfino assolto la funzione purificatrice di ricordare all’uomo il primitivo spazio al netto dell’antropizzazione eccessiva, capaci ancora di restituire un residuo di armonia: a volte cibo, altre volte sapiente uso delle proprie risorse, mai vita animale.
L’unico animale è l’uomo, alle prese con un nuovo processo di ominazione, non ha però questa volta da difendersi da nessun predatore, se non quelli della sua stessa specie, privi di un’etica ora più che mai necessaria. L’uomo però è stato colto impreparato dalla catastrofe: non aveva maturato un’etica, tantomeno ambientalista, ancor meno aveva sviluppato una morale condivisa. L’uomo si era perso nella pseudo etica individualista.
Recita un proverbio africano: “per far nascere un bambino bastano un uomo e una donna, per farlo crescere ed educarlo occorre l’intero villaggio”. Ed ecco che Cormac McCarthy ci riporta a questa condizione: un padre e un figlio, l’assenza della madre dettata dall’abbandono del nucleo famigliare per limite di sopportazione ( dopo il parto in pieno disastro e il primo tentativo di sopravvivenza cede alla disperazione più nera). Un padre che ricorda un mondo che non c’è più, che educa il bambino alla decodifica della complessità del reale che il piccolo non potrà più esperire ma che gli è utile per comprendere il prodotto di quelle convenzioni: suo padre prima, tutti gli esseri umani poi. La decisione di mettersi in viaggio verso sud per trovare gli altri all’insegna di una visione prettamente pragmatica e nettamente manichea, il resoconto del viaggio, le tappe randomizzate, gli incontri fortuiti, le battaglie, la fine del viaggio stesso.
Un susseguirsi di episodi la cui struttura fissa e ripetitiva potrebbe essere, nello stile sapientemente secco, minimalista, affidato a continui dialoghi, una piccola pecca nell’economia generale del breve romanzo che riesce però a farsi perdonare con un finale catartico che spazza via la dimensione individuale e apre uno spiraglio alla collettività intesa come accoglienza, speranza, fratellanza e soprattutto interdipendenza.
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La bellezza della vita
La vita di una giovane donna di Amsterdam consegnata a otto quaderni trapuntati da una scrittura minuta al limite della decifrabilità, una vicenda biografica - nel pieno della furia antisemita- che ha corso il rischio di non essere conosciuta e che, ancora oggi, è meno nota della più citata esperienza della giovane Anne Frank. L’interessamento di J.G. Gaarlandt, giornalista, poeta, traduttore, editore e scrittore olandese, ha permesso la divulgazione prima e la conoscenza poi di questo straordinario documento che agli inizi degli anni ’80 ha iniziato a circolare in Olanda per arrivare a essere pubblicato progressivamente in Europa e nel resto del mondo.
Oggi è un classico della letteratura mondiale e lo è su più versanti: non può essere relegato a mero documento storico, possiede infatti la portata di un’opera capace di superare la “distinzione di antichità, di stile, d’autorità” a dirla come Calvino ( cfr. “Perché leggere i classici”), ed è inoltre latore di quel linguaggio universale capace di parlare agli uomini in ogni tempo e in ogni luogo. Possiede poi il valore aggiunto di farci sentire la brillante voce di una giovane donna colta - nata in una famiglia appartenente alla borghesia intellettuale ebraica - intraprendente e moderna, una donna pienamente consapevole di se stessa, alla continua ricerca della sua dimensione individuale all’interno di un sistema di relazioni sconvolto dall’eccezionalità del momento storico che sta vivendo. Intrattiene una pseudo relazione con un uomo maturo, ne è invaghita soprattutto sotto l’aspetto intellettuale, si tratta di Julius Spier, noto chirologo, psicologo e psicoterapeuta tedesco emigrato ad Amsterdam, e scrive il diario inizialmente su sua indicazione. Se inizialmente si presenta come “un povero diavolo impaurito”, una ”prigioniera di un gomitolo aggrovigliato” di fronte ai problemi della vita, tutta presa dalla sua dimensione individuale, progressivamente gli accadimenti esterni, indicativo il suicidio di un professore con il quale aveva parlato la sera prima, la spingono a cercare un compromesso, un equilibrio, una pacifica convivenza, potremmo chiamarla, tra la dimensione interiore e quella esteriore, al fine di “vivere pienamente”. E questa sarà la sua missione: accogliere la vita nella sua interezza senza essere schiacciati dalla affannosa ricerca di un senso, soprattutto quando gli arresti, il terrore, i campi di concentramento, sono tutti pensati per condurre allo smarrimento. In questo ricorda molto il tentativo operato da Levi di mantenersi sempre un essere umano facendo prevalere la pars costruens, sostenuta dalla conoscenza intesa come patrimonio culturale dell’individuo, sulla pars destruens, quella che invece potrebbe nutrirsi del contesto ambientale e storico che si sta subendo. Ecco, in Etty Hillesum, non c’è traccia di una posizione subordinata dell’individuo rispetto agli eventi: la sua eccezionalità è tutta qui. Vive la sua esistenza particolare perfettamente consapevole, ma non rinuncia a quello che tutti noi dovremmo fare: coltivare un’autentica autonomia interiore, conoscerci per guidarci perché in fondo gli altri sono deboli, insicuri e indifesi quanto noi. Senza con questo concentrarsi solamente su se stessi, anzi coltivando un profondo e sincero altruismo che permetta di raccordarci alla dimensione esterna al nostro Io.
Insomma, chi si attende la cronaca di un genocidio si troverà invece a contatto con un libro di straordinaria ricchezza spirituale, un testo da tenere sempre a portata di mano quando le difficoltà della vita paiono sopraffarci. Imprescindibile.
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Frank
Tra Mitteleuropa e Sudamerica
Un operaio sloveno, o meglio austro-slavo, un sedicente re francese e infine una suora che potrebbe essere scambiata per un pinguino, sono i protagonisti strampalati delle tre brevi biografie che costituiscono la materia narrativa di questo originale scritto. La penna di Claudio Magris, colta e avvincente al tempo stesso, amplifica la curiosità del lettore che può cogliere le singole suggestioni derivanti dalla conoscenza di “tre vite vere e improbabili”, come approfittare della succulenta occasione per scoprire una vasta letteratura di nicchia che, non relegata affatto alla dimensione della narrazione avventuriera tipica della letteratura da viaggio, tocca i grandi nomi di Borges, Campana, Pascoli, Conan Doyle, Verne, Poe, Lovecraft, virando però, sapientemente verso i capolavori della letteratura guachesca come il poema nazionale argentino “Martin Fierro” di Josè Hernandez o ancora verso un romanzo dello scrittore polacco Andrzej Kusniewicz, “Il re delle due Sicilie”. Suggestioni, rimembranze, sodalizio da gente che vive in terre di confine, anche al limite del nulla, sembrano costituire la via aperta da Magris per scalare non una vetta ma l’invalicabile, la metafora del limite della conoscenza e la sfida, come contemplata nel canto di Ulisse, il XXVI dell’Inferno dantesco, all’ignoto, rappresentato in questo caso dall’estremo sud del mondo. I luoghi sono quelli compresi tra Patagonia e Auracania, i tempi racchiudono anni che abbracciano l’Ottocento e la prima metà del Novecento, un tempo sufficiente a far registrare il progressivo sterminio delle popolazioni indigene della Terra del Fuoco ma anche della Patagonia. Le storie, invece, sono quelle incredibili di tre persone che hanno sposato la causa araucana e quella patagone in nome della libertà e del rispetto delle genti contribuendo a mantenere viva, con la loro opera e i loro scritti, la memoria di popoli che non esistono più. Consigliatissimo.
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Chatwin
Sepulveda
Dante
Poe
e a chi vuole scoprire Daniele del Giudice
In nome del popolo
Edito da Mondadori per la prima volta nel 1964 , questo racconto drammatico in quattro atti con protagonista un’icona della storia sarda medievale, evidenzia l’interesse precipuo del suo autore per la storia della Sardegna e in particolare per la sua indipendenza, interesse che ha attraversato in toto la sua produzione. La figura di Eleonora D’Arborea permette infatti a Dessì di celebrare un tempo in cui la Sardegna era forte, indipendente, interlocutore privilegiato in ambito internazionale per la sua posizione strategica nella cosiddetta “rotta delle isole”; un tempo in cui lo statuto dei giudicati permetteva altresì alla terra sarda di svincolarsi da legami servili di tipo feudale e di farsi, nella storia particolare di uno dei suoi giudicati, quello di Arborea, promotore di un illuminato codice di leggi, la Carta De Logu, nel quale il bene è quello comune, a vantaggio dei governanti e dei governati, percepiti con lo stesso diritto votato al benessere collettivo, equo, giusto.
Eleonora entra in scena in un momento drammatico della sua vita, uno dei tanti, suo fratello Ugone III è stato appena ucciso e la notizia la raggiunge tramite dei messi fidati, i notabili di Oristano, nel castello di Monteleone Rocca Doria, mentre suo marito Branca Doria si trova a Genova; attorno a lei solo uomini, il genovese Del Barbo, amico del marito, che vorrebbe metterla al riparo alla volta di Genova, i notabili oristanesi che vorrebbero invece il suo aiuto mentre lei, schiva, dice di sé di essere soltanto una “povera donna”. Quando però viene a sapere che è il suo popolo a chiamarla, il cambiamento è repentino, subito mette in chiaro che in assenza del marito comanda lei e decide di recarsi a Oristano a onorare la fiducia del suo popolo. Da quel momento la donna subisce una chiara evoluzione in termini di indipendenza mentale, culturale e psicologica da qualsiasi evento, da qualsivoglia persona. Nella seconda scena del secondo atto è già in conflitto con il marito il quale basito le dice : “Io non posso credere che tu sei una donna diversa da quella che ho lasciato a Monteleone quando sono partito …”. Eleonora, dopo avergli fornito un quadro sintetico della sua scomoda posizione di moglie di un possibile nemico sempre in combutta con gli aragonesi, chiede a Brancaleone di schierarsi apertamente per la causa sarda. Sì, perché ora è in gioco l’autonomia di un intero territorio contro l’unico nemico che nulla può contro chi ha l’investitura del popolo. Le successive vicende ricalcano gli eventi storici documentati: l’ambasceria di Branca Doria, la sua lunga prigionia decretata dagli aragonesi, la proposta di baratto per la sua libertà con quella del figlio, il rifiuto materno, la guerra, una pace firmata quando la si stava vincendo e poi il declino. Si sa che al rientro di Brancaleone, Eleonora, che governava in nome del figlio Federico, preferì dedicarsi completamente alla revisione del codice voluto dal padre Mariano e che la peste la portò via, Dessì la immagina dedita alla cura degli appestatati, consapevole e sola, come tutta la vita, del peso del suo destino.
Mirabile ritratto di una donna che trascende la storia e sconfina, come esempio, nella più stretta attualità.
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