Opinione scritta da Donnie*Darko

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    23 Giugno, 2015
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Quel gran oratore del Cardo

Pensieri, riflessioni, insegnamenti, ricordi di una vita giunta (forse) alla grande svolta. Cardo, criminale noto tanto al sottobosco malavitoso quanto alle autorità, figlio di emigranti nella Torino del boom economico, attende in auto il momento buono per colpire, per dare concretezza a quel riscatto sociale inseguito per una vita e mai pienamente concretizzato.
Anche se le soddisfazioni non gli sono mai mancate: soldi, tante donne, una leonessa a fargli da bodyguard e una carrozzeria assurta a crocevia dei più loschi affari della malavita torinese.
Il suo è un monologo senza freni, inframezzato dalle telefonate strampalate del suo complice; tale Sergio, ovvero il palo, una sorta di gemello criminale del Catarella di "Camilleriana" memoria.
Tra uno squillo e l'altro nell'angusto abitacolo Cardo si racconta ad un non meglio specificato interlocutore sapientemente celato fino all'epilogo.
Il disvelamento del misterioso individuo provoca l'ultimo di una lunga serie di sorrisi alimentati da trovate divertenti. "Onora il babbuino" infatti appartiene a quella felice schiera di romanzi cui è difficile non voler bene, perchè si prestano a leggersi in un fiato e sanno raddrizzare anche l'umore più nero o allontanare la preoccupazione più gravosa.
Le risate sono garantite mentre una sorta di bizzarra ma indubbia integrità morale - stile gangster vecchio stile- e perle di "saggezza" imparate sulla maestra strada fanno a pugni con un qualunquismo galoppante dettato da ragionamenti repellenti, null'altro che figli degeneri della nostra epoca.
Luoghi comuni su rom, neri e omosessuali si sprecano, odiose pubblicità diventano un vero mantra ossessivo, il tutto sciorinato attraverso uno stile linguistico amabile anche se rozzo, infarcito di parolacce e al tempo stesso pregno di un'irriverenza che ricorda il miglior Welsh sfumato in territori surreali in cui Benni sguazzerebbe con piacere.
Cardo tratteggia un mondo profondamente cambiato da quando arrivò con (imbarazzante) famiglia al seguito alla stazione di Torino. Il nostro parte dalla sua infanzia per delineare i motivi di una ribellione allora embrionale, sfociante in una netta ma rispettosa contrapposizione col padre riverito esponente delle forze dell'ordine.
Brevi capitoli dal secco incedere riferiscono di questa vita avventurosa, ove soprattutto si sghignazza navigando nel nonsense tra aneddoti d'ogni genere: fulgidi esempi sono quelli del babbuino Papio e del suo anziano proprietario o di un allenamento della Juventus in cui tra nani e leoni il nostro protagonista lasciò il segno.
Romanzo leggero e divertente, in cui il filone noir viene affrontato con piglio dissacratorio e caricaturale per raccontare di un personaggio controverso, deviato, ma a suo modo cristallino seppur ottuso e delinquenziale, in perenne bilico tra ridicole assurdità e ferocia.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    15 Mag, 2015
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L'edonista redento (?)

Insolente sciupafemmine, alcolista ed egocentrico, sottilmente astuto e soprattutto abituato a una vita di eccessi Kennedy Marr osserva il mondo dalla dorata torre che si è costruito grazie alla sapienza con cui usa le parole nei suoi folgoranti romanzi o nelle richiestissime sceneggiature.
Dal microcosmo proletario d'Irlanda alla luci della ribalta della Mecca del cinema. Dal clima brumoso e umido della terra natia al sole cocente e benevolo di Los Angeles.
Kennedy se la spassa, scialacqua denaro e tempo, lavora quel tanto per garantirsi il mantenimento del suo smodato tenore di vita e per restare sulla cresta dell'onda, che si sa, a Hollywood ti spiaccica sulla battigia in men che non si dica.
Una bega con l'intransigente fisco americano, un premio vinto nonostante l'opposizione dei soliti ipocriti parrucconi e, soprattutto parecchi soldini, lo richiamano in Gran Bretagna per circa un anno, in cambio dovrà introdurre un gruppo di studenti all'arte dello scrivere.
Non essendo molto affine all' integrità morale causerà sin da subito parecchi problemi, sino a giungere al punto di dover scendere a patti con un passato troppe volte soffocato da notti di focoso sesso e sballi inverecondi alimentati da alcol e droga.
I conti lasciati in sospeso esigono essere saldati, e questa volta a Kennedy non basterà sedurre la starlette di turno o scolarsi l'impossibile per zittire quel tarlo che da tempo gli divora il cervello.
Dopo il Gesù di "A volte ritorno" John Niven crea un altro personaggio memorabile; un uomo capace di essere disgustoso e allo stesso tempo maledettamente affascinante nell'arco della stessa riga. Subdolo e manipolatore, ma anche brillante e piacevolmente anticonvenzionale, viene inquadrato alla perfezione dalla prosa diretta, vivace e decisamente volgare dell'autore. Il quale, oltre a centrarne la forza pubblica ostentata con regolare compiacimento, ne riesce a cogliere le debolezze private e lo spirito più angustiato, fino a mettere a nudo i sensi di colpa e il rammarico per aver evitato qualcosa che visto col senno della (forse) raggiunta maturità tanto male non doveva essere.
La famiglia è il nucleo destabilizzante. Sia quella da cui si è staccato lasciando una figlia adolescente, sia quella presa in carico dall'amorevole fratello Patrick, il quale però non può stoppare il tempo per la madre sempre più vicina all'ultimo viaggio, o esorcizzare i fantasmi della sorella Geraldine, perduta in una vita infame mentre Kennedy, tronfio ed egoista, preferisce volgere lo sguardo altrove.
Far pace con i suoi demoni e con chi in fin dei conti gli ha voluto sempre bene diventa basilare, oppure non resta che proseguire sul cammino dell'autodistruzione sino ad un finale non arduo da prevedere.
John Niven ancora una volta fomenta risate ma allo stesso tempo solletica la riflessione; leggera eppure mai superficiale la sua storia si basa su una moraletta di fondo tutto sommato risaputa -il denaro non è tutto- però esposta con simpatia e brio, miscelate con un toccante intimismo sfoderato regolarmente al punto giusto.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    24 Aprile, 2015
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Non è morto ciò che può attendere in eterno

Mi sento come un insegnante deluso dal suo alunno migliore, quello che ti regala sempre qualcosa in più rispetto alla media e che invece nell' ultimo trimestre si applica giusto per raggiungere la sufficienza, che nei casi di uno scrittore del calibro del Re si traduce in prospettive alimentari, inerenti la mera commercializzazione e poco altro.
Ma andiamo con ordine: la nuova fatica letteraria di Stephen King si potrebbe suddividere in tre tranche più un epilogo all'interno del quale gli amanti dell'horror potranno affondare i loro denti aguzzi. Per giungere al tanto atteso climax l'autore costruisce un percorso lastricato sulle lacrime di un dolore lancinante, imperniato su disillusione e sbugiardamento dei falsi miti. Un viaggio ahimè piatto, senza scossoni e caratterizzato da ammaestrata prassi sfociante nel racconto di formazione, con veloci sterzate nella drammaturgia, mirato a creare le basi per un excursus in un mondo severamente vietato all'uomo.
Si parte dall'infanzia di Jamie Morton che bambino incontra per la prima volta Charles Jacobs, allora consacrato al credo e alla chiesa metodista, persona ammirata da tutti nella piccola comunità del Maine in cui si fa portavoce del suo Dio. Un personaggio amabile con il pallino degli esperimenti scientifici e più esattamente, come un epigone di Tesla, di quelli con l'elettricità attraverso cui sembra poter compiere dei piccoli quanto strabilianti interventi sananti.
Purtroppo per lui le vie del Signore sono infinite e spesso imperscrutabili. Una terrificante tragedia lo attende al varco e Charles perde la fede, il tutto sottolineato nella cosiddetta Predica Terribile, in cui King, al primo step in cui potrebbe mostrare la sua immane classe, si incarta in un' invettiva pregna di retorica spiccia e qualunquismo dogmatico.
Allontanato dall'indignita comunità Charles svanisce nel nulla, mentre Jamie, ormai ragazzotto di belle speranze, grazie alla passione per la chitarra, diventa un ricercato turnista per alcune rock band che gli permettono di girare l'America. Almeno fin quando la droga non ne ottunde talento e professionalità. A quel punto il baratro è a un passo ma Charles riappare, pronto a salvarlo dal demone dell'eroina. L'elettricità funge da bizzarro salvagente, gli esperimenti sono progrediti e Charles sfiora il miracoloso sostituendosi a chi ha rinnegato anni prima.
Siamo al cospetto di un altro momento clou, in cui il rapporto tra i due viene saldato da un patto quasi luciferino a cui Jamie dovrà rispondere al momento del bisogno.
Purtroppo King annoia mortalmente tra nostalgie rock, luna park itineranti ed esperimenti sempre più sbalorditivi ma spaventosi nelle conseguenze.
La storia continua quindi a trascinarsi, senza lampi che non siano quelli di un'elettricità che abbaglierà pure i bifolchi delle fiere in cui Charles si è reinventato imbonitore, ma difficilmente faranno presa sul lettore più sgamato che conosce il talento di King, in questo caso ancora più in versione diesel del solito mentre annaspa per giungere al nocciolo.
Revival sembra prendere velocità nel terzo segmento, ma è solo un fuoco di paglia. Torna l'ossessione per le dimensioni parallele, in questo caso debitrici a qualche obsoleto b-movie buono per la seconda serata di Italia 1, e non bastano certo citazioni di grande spessore a risollevarlo dall'ennesima illusoria resurrezione.
Non si sobbalza, non ci si emoziona, non ci si appassiona: anche se King sguazza tra Lovecraft, il mito di Prometeo, il Frankenstein di Mary Shelly, libri maledetti e oscuri rituali alchemici, il romanzo resta un ensemble di idee incompiute, confezionato in modo professionale ma senza cuore. Addirittura la cifra stilistica giunge stantia: l'ironia non graffia, l'intreccio si perde in barbosi snodi mentre l' insostenibile buonismo del protagonista, miscelato alla consueta retorica da buon samaritano, imperano restituendo un'integrità ammirevole ma ormai abusatissima.
King ci mette mestiere e poco altro, mentre il popolo dei fedelissimi (tra cui il sottoscritto), grato per ciò che fu, si sorbisce la solita sbobba.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    02 Aprile, 2015
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(Noia) made in Sweden

Romanzo ispirato a una storia vera che ebbe come sciagurati protagonisti alcuni consanguinei di Stefan Thunberg, ovvero uno dei due autori.
Opera redatta a quattro mani con Anders Roslund e imperniata sulle attività illegali di tre fratelli: Leo, Felix e Vincent, criminali in erba abili a sfruttare il furto di numerose armi da fuoco da un deposito dell'esercito svedese. All'affiatato trio si aggiungono il bellicoso Jasper e la sognatrice Anneli, rispettivamente amico d' infanzia e compagna di Leo, ovvero il leader carismatico della gang.
Le attinenze suggerite -neppure troppo velatamente- con il nostrano "Romanzo Criminale" sono nulle o quasi. Con lo scritto di Giancarlo De Cataldo i punti di contatto sono minimi, inoltre la differenza qualitativa è indiscutibile.
I parecchi personaggi vengono regolarmente ben presentati per poi essere lasciati al loro destino, quello racchiuso in stereotipi tipici del filone poliziesco, senza però l'offerta di adeguate sfumature in grado di prendere le distanze da un quadro manicheo.
L'introspezione è blanda, latita anche laddove una scrittura meno distaccata avrebbe trovato terreno fertile per gli approfondimenti atti a creare quell'"immorale" empatia che spesso si materializza in questo genere di libri tra lettore e il malavitoso. Esempio lampante sono i flashback risalenti all'infanzia dei giovani, l'ingenuità e la vulnerabilità dei ragazzi lasciano impassibili, non inteneriscono nè rendono più umani questi clichè cartacei.
Gli autori vorrebbero poi giustificare la predisposizione alla violenza con la presenza del feroce padre-padrone Ivan, manesco con la moglie e autoritario coi figli, vaneggiante nel suo ideale famigliare regolarmente rovinato da ingenti dosi di aggressività acuita dagli eccessi alcolici. Ma la deviata figura paterna non funziona, anch'essa troppo risaputa e poco imponente per incidere.
Il romanzo è poi annacquato nella descrizione delle rapine alle banche. Le azioni sono prive di particolare verve, inframezzate da passaggi barbosi e sciatti nel riassunto di una normalità dietro cui i rapinatori vorrebbero celarsi.
Anche gli antagonisti peccano di debolezza: John Broncks è un poliziotto senza carisma, anonimo, non uno di quei loser per i quali si simpatizza, personaggio che da teoricamente focale diventa invisibile per mancanza di interesse nei suoi confronti. A salvarsi per il rotto della cuffia c'è giusto il rapporto conflittuale tra Leo e il padre, sicuramente interessante nell'urgenza dell'uomo di riscattare - ovviamente a suo modo- gli errori del passato.
"Made in Sweden" si rivela come un polpettone noir senza la giusta dose drammaturgica, prolisso e troppo sfilacciato, appena sufficiente nell'alternare i rarissimi momenti mozzafiato a passaggi intimisti di bassa lega. Il finale affrettato poi, suggella il colpo di grazia.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    13 Marzo, 2015
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Arriva come una carezza, scuote come un tornado

L'immaginario borgo di Alento è destinato allo sfacelo e all'abbandono. In nefasto sposalizio con il potere erosivo dell'acqua la terra frana, divorata giorno dopo giorno insieme alla memoria di chi in quel paese -posizionato dalla fantasia dell'autrice da qualche parte nel sud Italia- ha abitato, vissuto, amato, odiato, sognato, per poi congedarsi dalla vita senza clamore.
Estella è la voce narrante, ex monaca fuggita prima da genitori castranti e poi da un dio incomprensibile, finita a lavorare presso una delle poche famiglie benestanti del paese.
Qui conosce l'intelligente e cinico Marcello: spalla ora amorevole, ora rissosa, incarnazione di un rammarico intuibile ma mai chiaramente esplicitato.
Marcello è un turbinare di emozioni suggerite e non consumate, mortificate dalla sotterranea misantropia di lui e soprattutto dalla missione di cui Estella si è fatta carico. Ovvero quella di ricordare chi non c'è più, di tenere a mente il significato dell'ennesima crepa su un muro, della buca più grande nello sconnesso acciottolato del paese, di quel particolare sbecco nei gradini di una scala di pietra. Tutto sotto la pacata ed eterna egida dell'olmo della piazza principale, maestoso nel suo essere tutt'uno con quella terra capricciosa amata attraverso radici vigorose, in chiara antitesi con le persone che hanno vissuto intorno a lui, incapaci di ancorarsi saldamente a quel suolo sempre più traditore.

Alento vive ancora, ovviamente attraverso Estella, sorta di linea Maginot umana in strenua difesa contro la dimenticanza, ultimo generoso e amorevole baluardo prima dell'oblio.
La protagonista sacrifica la sua vita, si sottrae ad essa pur di poter continuare a donare splendore a ciò che è stato, a far rivivere i momenti salienti in cui il pur tormentato borgo pullulava di vita. I fantasmi del passato tornano regolarmente a farle visita nonostante siano amareggiati, delusi, sconfitti da esistenze affrontate storte e ora non più raddrizzabili.
Carmen Pellegrino eccelle in eleganza linguistica, gioca sensualmente con le parole narrando di una donna che (per timore di vivere? per pura generosità? o perchè semplicemente ha così voluto il destino) si immola nelle vesti di memoria storica, incurante che l'eredità raccolta possa essere fagocitata dal fango dopo la sua morte.
Una donna impavida con i calcinacci minacciosi come cappello, i muri pericolanti a cingerle il corpo in un abito di insostenibile pesantezza e scarpe scivolose, fatte di terra disfata dalla pioggia.
L'umanità estrapolata è pulsante nonostante le vite presentate siano spesso semplici come il luogo e il tempo che abitano. La malinconia, la nostalgia, l'amore, si ergono negli aneddoti su cui "Cade la terra" non lesina: c'è l'idealista deciso a mettere a tacere per sempre la favella, il progressista accogliente con l'avanzare della tecnologia e non con i suoi affetti, la donna disillusa e vessata dal marito, il piccolo sogno del banditore orbo, il commerciante orgoglioso dei propri figli mandati agli studi e poi al fronte, fino a ritrovare la vecchina generosa che nelle lettere del figlio cerca la forza di tirare a campare, perchè nel ricordo c'è tutto, senza di esso non c'è vita.

Carmen Pellegrino è una voce incredibilmente soave ed avvolgente. E' scrittrice ed abbandonologa, ovvero persona alla ricerca dell'ultimo barlume di vita sotto forma di reminiscenza in ciò che è ormai morto, tralasciato. Per questo motivo ama aggirarsi per luoghi fatiscenti; siano essi case, stazioni, teatri e luna park ormai in balia del logorio prodotto dal tirannico scorrere del tempo. E lì tra quelle macerie, la ruggine, i ferri divelti, i cocci e la polvere individua il lascito di coloro che furono.

Arriva come una carezza e scuote dentro come un tornado, "Cade la terra" è un signor libro, un debutto folgorante in cui la lingua italiana si sposa mirabilmente alla tradizione agreste e alla forza dei sentimenti.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Marzo, 2015
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Le Manette di Jessie

Con questo romanzo King si rimette in gioco esplorando nuove frontiere dell'orrore, agendo scostandosi dalle tematiche che fino ad allora (siamo nel '92) avevano permesso di elevarlo al rango di indiscusso Re del brivido.
"Il gioco di Gerald" è una sfida, quella di raccontare la storia aderendo ad una staticità dalla quale è impossibile divincolarsi, che sarebbe poi quella di Jessie, donna di mezza età finita legata ad un letto con il bavoso marito schiattato accidentalmente durante una sessione erotica piuttosto spinta.
Il problema è come liberarsi da quelle manette che la costringono alla prigionia: non può raggiungere le chiavi e intorno al cottage in cui si trova i turisti latitano, considerata la lontananza della bella stagione.
La componente orrorifica, come non bastasse la situazione disperata, è garantita dalle minacce materiali giunte ad insidiare la malcapitata. Quella portata da un grosso cane attirato dall'odore di morte, e deciso a banchettare con il cadavere del defunto consorte, ma soprattutto con l'inquietante uomo deforme apparso silente ai bordi del letto. Questi personaggio tipicamente maligno ed associabile alla mitologia kinghiana ma a suo modo particolare, con una storia di morte e malattia fisica/mentale rivelata in parallelo a quella di Jessie.
E' tuttavia il viaggio introspettivo a interessare maggiormente King, anche perchè in esso è celata la chiave metaforica -e non- per la libertà, unico mezzo per affrancarsi dalla sempre più dolorosa morsa del metallo e da una situazione ormai tragica.
La mancanza di cibo e soprattutto di acqua iniziano a farsi sentire, il dormiveglia e il sonno si fondono in stati allucinatori sospesi tra realtà e squarci onirici dettati da un corpo in sofferenza, da cui si determinano reminiscenze poco piacevoli in cui la donna ricorda come in fin dei conti è stata vittima incatenata al male sin da giovinetta.
Ha così inizio una battaglia contro i fantasmi del suo passato, per far cedere la morsa suii polsi e per spezzare quella catene per troppo tempo accantonate in un angolino, ma subdolamente presenti nel direzionare il suo vissuto.
Il romanzo soffre di qualche battuta a vuoto e di alcuni passaggi inutilmente prolissi (solita pecca anche del miglior King) ma si dipana abbastanza bene riuscendo ad avvincere discretamente. Un prodotto medio, un tentativo abbastanza riuscito di trovare nuove vie narrative da parte dell'autore.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    27 Febbraio, 2015
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Tra due fuochi

Il povero Daniel si ritrova tra due fuochi, come già non avesse problemi nel sbarcare il lunario e a dover confessare, finalmente, la sua omosessualità ai genitori.
Sono proprio mamma Tilde e papà Chris a preoccuparlo. La donna sta tornando a Londra dalla Svezia - suo paese natio, dove era rientrata col consorte nella speranza di passare una vecchiaia serena - dopo essere stata internata per un breve periodo in ospedale psichiatrico.
Il suo obiettivo è parlare col figlio degli avvenimenti accaduti in quel piccolo angolo di paradiso nordico, trovare qualcuno disposto a crederle visto che il marito appare ingranaggio coinvolto in una presunta cospirazione con a capo le persone più in vista di quella comunità agreste, dove lei, di fatto, si è subito sentita additata, straniera in patria.
Bisogna accelerare i tempi, Chris è a sua volta in volo verso Londra deciso a fermarla; per evitare il ricovero coatto Tilde ha come unica possibilità quella di elencare le prove raccolte secondo una rigorosa successione cronologica sperando che il figlio le creda.
Il racconto si dipana attraverso le parole della presunta perseguitata per quasi tutta la durata del romanzo. Tilde spiega la sua storia: incastra fatti, solletica dubbi, insinua e mostra sicurezza ma anche un pizzico di straniante confusione.

Il thriller psicologico a carattere complottistico di Tom Rob Smith è fluido, ben scritto, ma poco interessante. Lo schema narrativo si perde nell'eccessiva verbosità, nella minuzia reiterata ed inutile, costringendo la curiosità a scemare.
Non credibili sono soprattutto i particolari accessori su cui ci si sofferma, meri riempitivi per nulla plausibili considerato che una persona inseguita -quindi con un tempo ridotto a disposizione- non indugerebbe mai nel dettaglio del panorama, dell'abito indossato o del cibo ingurgitato.
Inoltre i depistaggi sono blandi, mentre il twist finale sorprende discretamente, tuttavia insufficiente a risollevare le sorti di un romanzo che francamente mi sento di sconsigliare.
Gli argomenti non mancano tra presunti abusi su minori, sparizioni di persone, emarginazione sociale ed un passato misterioso, ma Smith si limita al compitino incastrando i fatti senza sbavature ma anche senza cuore e coraggio. Di suggestiva c'è solo la natura scandinava sicuramente ben descritta, mentre il tentativo di approfondire certe dinamiche famigliari, con le certezze demolite nel volgere di periodi relativamente brevi, frana nel pressapochismo.
Thriller dozzinale e soprattutto privo di pathos, complice una caratterizzazione dei personaggi veramente modesta.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    20 Febbraio, 2015
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Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui

Little Wing, Wisconsin. Una piccola cittadina forse dimenticata da Dio ma non da chi ci è nato, da chi tenta di sfuggirle ma poi torna sempre, da chi è consapevole di lasciare ogni qualvolta un pezzo di cuore nel momento in cui ne tradisce l'essenza semplice ed arcaica.
Racconto a cinque voci: quattro trentenni, amici per la pelle, e la moglie di uno di questi.
Un romanzo che si rifà ad una certa tradizione letteraria americana, in cui i luoghi, la terra, i campi a perdita d'occhio e i giganteschi silos sono caratteri imprescindibili di un panorama rurale tipicamente associabile agli States.
I personaggi sono indissolubilmente radicati a quel luogo in cui l'apparente nulla circostante è sostituito dalla ricchezza di sentimenti. Little Wing è pregna di amicizia, fratellanza, solidarietà, generosità; nonostante i colpi bassi e le piccole grandi tragedie che mettono a dura prova anche i rapporti più consolidati.
A scandire lo scorrere del tempo ci sono le stagioni ma anche quattro matrimoni (seppur uno sia raccontato in flashback), un poker da incorniciare anche se non sempre onorevole nel rispettare quel cerimoniale sospeso tra melenso, kitsch, magia ed eterne promesse.
Tutto si svolge all'ombra dell'immensa fabbrica ormai abbandonata da anni, luogo di ritrovo prediletto dei protagonisti allora ragazzini, capaci di arrampicarsi ad altezze vertiginose per poi ingollare birra in attesa di un'alba che è pura musica.

Ci si imbatte in Henry, coltivatore/allevatore di quelli instancabili, uomo tutto d'un pezzo devoto alla famiglia e alla moglie.
C'è Leland, detto Lee, rocker di fama internazionale, perennemente insofferente alla ricerca di qualcosa che nemmeno la splendida attrice hollywoodiana Chloe può dargli. Quindi l'arrivista Kip, poco simpatico, capace di guadagnare parecchio in quel di Chicago e ora imprigionato in un matrimonio recuperabile solo con l'arrivo di un figlio.
E poi Ronny, forse il più saggio di tutti nonostante una certa lentezza di pensiero causata da un incidente, mentre era all'apice della carriera di cow-boy da rodeo.
Beth è l'unico personaggio femminile dal notevole peso specifico, stella polare di questi vite smarritesi tra le gigantesche onde di un oceano esistenziale, bisognose di una luce abbacinante che ricordi loro da dove vengono, apprezzando il piccolo, aborrire il superfluo e l'aridità umana.
Buckler è cantore di un quadro agreste dominato dalla natura, in cui essa è elemeto predominante. Ora accondiscendente, ora spietata, divinità capricciosa di un mondo in cui anche quando sbagli innamorandoti della donna sbagliata, finendo in una tormenta spaventosa di neve o vedendo i tuoi investimenti svanire nel nulla puoi sempre cavartela.
Romanzo scorrevole, forse un po' accondiscendente, in quanto la vita è spesso molto più bastarda di come viene presentata in "Shotgun Lovesongs", ma a Little Wing è concesso l'ottimismo. Perchè si impara a conoscere le bellezza del tramonto, dei campi di frumento, della prateria, delle strade fatte di ciottoli, mentre i pick-up sfrecciano, la birra disseta le gole, i e Green Bay Packers vincono.
Soprattutto si conosce il valore dell'amicizia, quel sentimento così puro. Capace di farti sentire bene, capace di farti sentire amato, compreso, accudito.
Capace di farti sentire a casa.

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Narrativa per ragazzi
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    13 Febbraio, 2015
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Auggie il meraviglioso

Auguste Pullman, detto Auggie, è un bambino come tanti, almeno fin laddove non arriva lo sguardo. Ha una mente brillante, un cuore generoso e un coraggio che si rivelerà degno di un leone.
Peccato la gente veda solo ciò che gli ha provocato la sindrome di Treacher/Collins, ovvero un viso anomalo rispetto a quello dei suoi coetanei, e più in generale ai visi che affollano solitamente strade, ristoranti, negozi, ospedali o scuole.
Già, la scuola! che ostacolo insormontabile appare! Soprattutto perchè dopo aver vissuto dieci anni sotto la rassicurante egida dei genitori per Auggie è giunto il momento di uscire allo scoperto, mischiarsi con quel mondo che da sempre lo guarda e lo tratta come un oggetto alieno, un poveraccio da compatire, un freak spaventoso.
Auggie cammina a testa bassa, non ha intenzione di farsi osservare e schernire. Il primo giorno di scuola è terrorizzante per qualsiasi matricola, figurarsi un bimbo messo a disagio dal proprio aspetto. I ragionevoli dubbi dei genitori si sposano con l'esigenza di dare un futuro a Auggie, concedergli la possibilità di affrancarsi dalla loro ala protettrice, magari solo giusto un attimo, utile per mettere il naso fuori da quel nido amorevole e vedere come girano le cose.

Cuore che batte all'impazzata, viso rivolto verso il basso, capelli lunghi a nascondere il più possibile: eccoli, arrivano puntuali sguardi e commenti.
Quelli sfacciati e quelli di sottecchi, chi mostra disgusto e chi pietà, e poi arroganza, indifferenza, paura; la Beecher Prep School avrà di che spettegolare a lungo.
I capitoli e i mesi si avvicendano velocemente con l'esperienza scolastica raccontata da molteplici punti di vista: ovviamente quello del protagonista, quindi quello della sorella Olivia (detta Via), dal fidanzato di questa, e dagli amici più cari come Jack e Summer, a delineare uno spaccato corale in cui il sole è Auggie e gli altri sono pianeti che volenti o nolenti a lui girano intorno.
L'anno passa in fretta condito da piccole sconfitte, grandi vittorie, enormi delusioni, soddisfacenti rivincite: Auggie è pronto, finalmente. La scuola non fa più paura perchè amicizia e affetto hanno avuto la meglio su un microcosmo che, isolati casi a parte, pur avendo rispettato i pessimisti pronostici con una feroce emarginazione iniziale, si accorge di quanto quel ragazzino dall'aspetto strano non sia per nulla diverso da tutti gli altri alunni.
E' quel mondo così crudele ora a fargli da protezione, in un percorso di crescita snocciolato su un sentiero di valori nobili dove i timori inerenti la crescita, acuiti dalla condizione del piccolo, vengono esorcizzati.

Toccante senza essere patetico, "Wonder" è specchio del suo protagonista, ovvero un bambino che non ha bisogno di compassione e lacrime per essere accolto ed amato.
Qualche passaggio eccessivamente addolcito non inficia il lavoro della Palacio, per un romanzo educativo da consigliarsi a bambini, adolescenti ed anche ai più grandi.
Gli insegnamenti giungono sempre da noi adulti, i comportamenti dei figli sono spesso frutto dell'educazione che noi diamo loro. E "Wonder" è lì a ricordarcelo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Febbraio, 2015
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Chiara, Carlo e il serial killer

Tra i romanzi di Eraldo Baldini "Bambine" è a torto uno tra i meno considerati, solitamente poco citato tra le migliori opere dello scrittore romagnolo.
Malgrado la brevità è invece uno scritto meritevole, efficace nell'utilizzare l'assunto di matrice thriller per parlare di altro.
Per una volta inoltre non è la natura ad essere al centro delle vicende, a fare da cornice c'è l' ambientazione urbana di una Ravenna inedita, molto cupa e sfregiata dagli orrori edilizi, descritta rimarcandone i punti meno affascinanti al fine di costruire una soffocante cappa adatta ai temi trattati.
Del resto Baldini narra di un serial killer di bambine, del brancolare nel buio delle autoorità, di un mistero che rende la rassicurante provincia come un luogo in cui i demoni più spaventosi prendono vita evocati da un sulfureo sabba a base di sangue innocente.
Ma non è l'indagine a riempire maggiormente le pagine, l'attenzione verte sull' amicizia tra un giornalista e la figlia del suo migliore amico, questi scomparso tempo prime durante una battuta di pesca. Il rapporto tra i due è tratteggiato con delicatezza rara, vengono splendidamente colte le sfumature di un rapporto puro ed atipico tra un adulto e un bimba.
L'affetto per Chiara, la bambina, non può però depurare totalmente il cuore affranto di Carlo, afflitto da un imponente carico di frustrazioni da quando, ragazzino di belle speranze, si è ritrovato giovane uomo in una vita che gli ha concesso misere soddisfazioni.
"Bambine" risulta romanzo pregno, con argomenti sviscerati solo in apparenza alla chetichella. L' impatto emotivo che ne consegue è notevole, avvolto da un turbinare drammatico in cui le paure non rendono più vulnerabili i protagonisti, uniti da un rapporto che è come un'arma invisibile attraverso la quale combattere quell'indicibile orrore di cui sono prima atterriti spettatori e poi interpreti forzati.
A chi ritiene Baldini un semplice scrittore popolare di horror consiglio la lettura di questo romanzo, dove il suo sguardo abbraccia un orizzonte molto più ampio e profondo di quello in cui si confinano -per indolenza o incapacità- la maggior parte degli scrittori di "genere".

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    04 Febbraio, 2015
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Hap & Leonard: fiato corto

Nemmeno in crociera si può stare tranquilli. Hap e Leonard si confermano campioni mondiali nell'attirare guai d'ogni sorta, con una forte predisposizione per quelli portati in dote da personaggi che definire feroci criminali è un eufemismo.
Il tanto agognato sole caraibico resta un miraggio, l'impareggiabile coppia viene costretta ad arrostire su una spiaggia del Messico, dove ovviamente finirà nel mirino di gentaglia poco raccomandabile.
Sesto capitolo della saga dedicata ai due folli texani: l'introduzione è di quelle che farebbero presagire dei cambiamenti importanti, con l'allineamento ad una quotidianità molto banale, sicuramente lontana anni luce dalle pazzesche vicissitudini narrate in precedenza.
Eppure qualcosa va storto e saranno guai seri, nonostante l'encomiabile buona azione del paladino Hap da cui tutto si genera.
Il giochino funziona ancora, nonostante l'autore punti al rialzo accentuando -anche in maniera gratuita- situazioni deliranti, violenza sfrenata e l'immancabile linguaggio "colorito".
Ovviamente tutto è sempre diluito con l'umorismo nero di cui il buon J.R. è fenomenale depositario, sempre pronto a sfornare battute o azioni da lacrime agli occhi per le risate.
Purtroppo però la trama non scorre fluida. Troppi gli snodi meritevoli di attenzione trattati con superficialità, le situazioni si sviluppano in maniera spesso frettolosa e la visione d'insieme appare come un riassunto svogliato di peripezie già note.
La scrittura è sempre ficcante, grezza ed al tempo stesso magistrale. E' però triste constatare l'assenza di freschezza e ancor più di spontaneità nei personaggi e nel mondo spietato che ruota loro attorno.
Tuttavia l'impasse è comprensibile, oltre che giustificabile soprattutto per chi già conosce e apprezza Hap e Leonard. Vecchi amici per i quali è impossibile non provare affetto, contraddizioni viventi pronte a far trionfare il loro alto senso morale con pugni, calci e proiettili.
Detto questo è però impossibile negare la tendenza al ribasso di "Capitani oltraggiosi" ed indicarlo -insieme al seguente "Sotto un cielo cremisi" - senza dubbio come segmento meno folgorante della serie*.

*Specifico: Il giudizio generale è limitato ai primi sette libri. "Devil Red", ovvero l'ultimo nato, devo ancora leggerlo. Malgrado tutto lo farò, sono un inguaribile nostalgico e dei vecchi amici non mi dimentico.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    30 Gennaio, 2015
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Meglio sempre soli piuttosto che mai

Sono piuttosto numerose, nonchè sospette, le analogie tra questo romanzo e "Il mistero di Oliver Ryan" firmato da Liz Nugent; parecchi argomenti collimano in maniera imbarazzante rendendo un fastidioso straniamento.
Lasciando però da parte le sterili polemiche, facendosi scivolare addosso il subdolo dubbio e andando a concentrarsi sul lavoro di Arango, si può affermare con certezza di trovarsi di fronte a un thriller di buona fattura, senza dubbio "pompato" eccessivamente da certa critica.
Si parla di Henry Hayden, romanziere di grido, ricco, bello, amato un po' da tutti per il savoir faire e per il fascino misterioso. Allo stesso tempo sfuggente, gelosissimo della sua privacy, amico di pochi, forse di nessuno, se non per proprio tornaconto.
In realtà è un principe della menzogna, con una vita fatta di pura illusione; la più grande bugia concerne il lavoro, ogni best seller pubblicato col suo nome è opera della moglie. Costei donna controversa, per nulla ingombrante, innamoratissima e devota al consorte.
L'uomo è invece un approfittatore della peggior specie, un vile segnato dall'infanzia difficilissima coincisa con la segregazione in orfanotrofio dopo la sparizione della madre e la morte del padre.
Lo sfarzoso castello di carte però viene messo in pericolo dal vento scatenato dall'editor Betty Hansen, amante del fasullo scrittore ora in attesa di un bimbo. Inutile dire chi sia il padre, inutile dire che i buoni propositi di Henry di fare ammenda finiscano in fondo al mare, nel vero senso della parola. Per una serie di circostanze manovrate da un destino ora contrario, ora favorevole, gli eventi prendono una piega inattesa, finendo con il degenerare sotto una coltre di bugie infinite e l'urgenza di cautelarsi con ogni mezzo, anche il più estremo.
La determinazione del protagonista è invidiabile, come quando demolisce mezza casa per far secca la martora nascosta nelle intercapedini della soffitta; animaletto simbolico, a cui Henry associa il proprio decadimento, comprendendo quanto sia vicino al baratro di quella scogliera dove tutto è cominciato.
Sascha Arango si distingue per lo stile asciutto e sempre piacevole, per la capacità di incuriosire e collegare senza stridenti frizioni i fatti. Inoltre riesce a far digerire al lettore un personaggio così deplorevole; l'autore materializza con efficacia il fascino di questo farabutto, ne scandaglia l'animo in profondità portando a galla delle incertezze, delle piccole sfumature che in fin dei conti lo rendono umano, fallace, malinconico, anche se mai assolvibile.
E' il fascino del male, del proibito, dell'uomo che ha fregato tutti proprio quando la vita lo stava fregando, ma ora il passato presenta il conto, ed Arango ci trascina in un vortice nero dall'incedere sicuro.
Come dicevo qualcuno ha definito "La verità e altre bugie" una specie di capolavoro. A mio modesto parere siamo in presenza di un buon libro, nulla più, non certo uno scritto destinato a restare come è stato (esageratamente) affermato.
Tenendo quindi basse le aspettative il divertimento è assicurato, soprattutto se in precedenza non si è letto di Oliver Ryan...

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    29 Gennaio, 2015
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Uno su mille ce la fa

Nonostante la vita gli abbia più volte girato le spalle Edward Bunker non si autocommisera. Il resoconto di 18 anni di galera, scontanti in tre tranche, è compresso in questo tomo in cui la vergogna implicita per ciò che si è compiuto lascia maggiormente spazio all'indignazione nei confronti di una società emarginante. L'autore giunge ad un'esternazione malinconica, segnata da un livore composto nei confronti del sistema carcerario americano e più in generale verso un pregiudizio che non lascia scampo, soprattutto se si proviene dai sobborghi di una Los Angeles sempre pronta a fagocitare il primo sprovveduto senza alcun rimorso.
L'infanzia scivola tra genitori assenti e educatori incapaci, sino ad una distorsione sfociante nella formazione criminale del titolo, in cui il guadagno facile ha il sopravvento su tutto il resto, con l'icona della mecca Hollywoodiana a risplendere attraverso falsi miti e un'opulenza riservata a pochi.
Il contrasto è efficacemente sviluppato, quanto le vicissitudini che Bunker affronta in questa sentita autobiografia riferita senza riserve, con la violenza a dominare di continuo il racconto. La vita dietro le sbarre è pura sopravvivenza mirata ad evitare i pestaggi (dei secondini o di altri carcerati fa poca differenza), a scansare i tentativi di stupro e a rifiutare la sirena stordente delle droghe; usciti da quell'inferno in cui la dignità umana viene regolarmente calpestata non vi è spazio per alcuna redenzione.
San Quintino e Folson sono istituti penitenziari che fanno infamante curriculum, se poi si proviene da un ambiente in cui si è marchiati fin dalla nascita inseguire il riscatto diventa pura utopia.
Il sistema mira alla distruzione, fornisce ai suoi schiavi brutalità in dosi massicce, trasformando la presunta feccia in carne morta da tumularsi il più in fretta possibile. Bunker fornisce voce a chi non ne ha mai avuta, prolisso e ripetitivo quanto si vuole ma indubbiamente efficace nel materializzare la disperazione attraverso un racconto da brividi, in cui l'assenza di ogni più logica regola del vivere civile alimenta una regressione tanto mirata quanto sempre più feroce.

Eccezione che conferma la regola, Bunker, grazie all'enorme determinazione, ad una bella dose di fortuna unita a un notevole quoziente intellettivo, ha raggiunto la pacificazione divenendo apprezzato scrittore. E' stato inoltre capace di raggiungere il sogno Hollywoodiano prestandosi più volte come sceneggiatore ed attore. Il suo ruolo più celebre resta quello di Mr. Blue interpretato per Quentin Tarantino ne "Le Iene".

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    23 Gennaio, 2015
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La sfida di Max/Budo

Max è un bambino autistico, Budo è il suo migliore amico dall' incredibile particolarità. E' un amico immaginario, creato ad hoc per risolvere quelle situazioni terrorizzanti ed in apparenza impossibili da affrontare. Per Max infatti le criticità sono all'ordine del giorno: cibarsi solo in un certo modo, scegliere il colore di un t-shirt, andare in bagno a scuola, fare i conti con i soliti prepotenti, evitare di entrare in contatto con i compagni di classe: tutti momenti in cui Budo diventa elemento imprescindibile, tranquillizzante e protettivo.
Budo racconta in prima persona il rapporto esclusivo con il suo "creatore", narra della vita con il piccolo socio e allo stesso tempo riflette sulla sua particolare condizione e su quella di tanti altri amici immaginari, questi con le sembianze più disparate e con le caratteristiche più strambe, in quanto concepiti dalla fervida immaginazione dei bimbi.
Un brutto giorno Max scompare, è stato rapito da una maestra con il cuore pieno di dolore. L'unico a conoscere il colpevole può ben poco, deve risalire al luogo in cui Max è imprigionato e quindi provare a liberarlo, ma per un amico immaginario non è certo semplice. Questo per via dell'inesistente possibilità di interagire col mondo degli uomini, nessun essere umano può vederlo o sentirlo, inoltre non può toccare nessun oggetto.
La concatenazione di eventi è sempre molto ben calibrata tra azione ed intimismo, piace parecchio lo stile espositivo scelto da Matthew Dicks, la prosa elementare è quella appunto di un bambino, in quanto Budo è immagine riflessa di un alunno di prima elementare. Magari giusto un pelo più scafato in quanto di notte, siccome non necessitante di riposo, vaga per la città fermandosi in alcuni luoghi dall'umanità varia, come l'ospedale o la stazione di servizio. Qui apprende qualcosa sul mondo esterno e sugli adulti, pur restando un cucciolo spaventato soprattutto in lotta con se stesso, in quanto salvare Max potrebbe equivalere a scomparire.
Gli amici immaginari non sono per sempre, quando il loro "proprietario" cresce spariscono senza lasciare alcuna traccia. Budo ha paura di tante cose, per prima quella di finire in un limbo buio, ma coraggiosamente deciderà di aiutare Max al costo di immolarsi.
"L'amico immaginario" è un romanzo toccante e mai ricattatorio, il disagio non è mai utilizzato come facile escamotage per far scorrere le lacrime; è il rapporto tra i due protagonisti a commuovere, sono le riflessioni del protagonista a toccare il cuore, il tutto esposto con una visione ad altezza di bimbo seguendo la tipica innocenza fanciullesca e la purezza di spirito.
Non è un romanzo sull'autismo, è invece una riflessione sulla paura di crescere oltre che un'ode all'amicizia intesa nell'accezione più nobile possibile.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    21 Gennaio, 2015
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Un male che non germoglia

Infelice antologia costituita da cinque racconti ad opera di alcune delle firme più illustri del noir italiano.
I comuni denominatori dei vari scritti sono la crisi economica e la sete di denaro, sembrano questi i moventi che emergendo in maniera più o meno lampante giustificano il Male, in teoria quello con la "M" maiuscola, in pratica quello già visto/incontrato/letto troppe volte per potersi ritenere tale.

Si comincia subito male con "Il grifo" di Bonini e De Cataldo, storia di due amici per la pelle costretti allo scontro. Il primo è un giornalista sempre a caccia di clamorosi scoop, il secondo un ufficiale della Guardia di Finanza. Intorno a loro un mondo fatto di personaggi stereotipati tra corruzione e malaffare.
Nessun lampo per una collaborazione pregiata a quattro mani dalla quale era lecito aspettarsi molto di più, soprattutto se si è letto "Suburra".

A seguire c'è Sandrone Dazieri con "Stallone", in cui torna il mitico detective sui generis soprannominato "Gorilla". Ormai ritiratosi, decide di cedere alle suppliche disperate di una madre intenzionata a far luce sulla misteriosa morte della figlia. Dazieri si muove bene alternando microcosmi agli antipodi in cui il protagonista sembra caracollare impacciato, in realtà sempre pronto ad escogitare la mossa giusta.
Nulla di trascendentale ma si legge volentieri.

"Come le mucche nel fango" è invece firmato da Marcello Fois, un racconto piuttosto articolato raramente coinvolgente. Protagonista il Commissario Lucia Merisi alle prese con un caso risalente al passato. Una machiavellica storia di vendetta che rischierà di sconvolgere la vita sentimentale e professionale della donna.

Abbastanza incolore anche "Odissea Blues" di Bruno Morchio. Enrico, commesso viaggiatore di capi "particolari", decide di cambiare vita fuggendo con l'amante. Per attuare il piano al meglio occorrono un sacco di soldi ma procurarseli non sembrerebbe questo grosso problema, a patto di essere disposti a delinquere rischiando la propria vita. Ed Enrico è pronto.

Chiusura efficace per "Un letto di sassi" di Enrico Pandiani, in cui dramma e ironia si fondono abbastanza bene.
La vita sventurata di un inetto domina la scena, il tapino decide di vendicarsi di tutte le persone che l'hanno costretto sul lastrico.
Il colpo di scena è dietro l'angolo, quando tutto sembra perduto le carte in tavola cambiano clamorosamente in maniera quasi demenziale. Se non altro tiene acceso l'interesse e diverte.

Dazieri e Pandiani tengono botta, Fois si perde tra le maglie di un'indagine interessante ma con troppi snodi superflui, Bruno Morchio scrive bene ma viaggia col pilota automatico inserito senza mai riuscire a sorprendere. Fondo di magazzino invece per Bonini/De Cataldo, con il loro banalissimo spaccato italiota.

in definitiva: se cercate brividi, violenza, angoscia e situazioni incalzanti urge rivolgersi altrove.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    16 Gennaio, 2015
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Fate l'amore non la guerra

Straordinario apologo antimilitarista abitato dall'indimenticabile figura tragica di John Bonham, diciannovenne sacrificato alla guerra spinto da ingenuo spirito patriottico, convinto dal cianciare propagandistico e dalla necessità economica (motivazione sempre abilmente sfruttata dai governi), sicuro che nulla gli potrà accadere perchè mosso dalla convinzione di stare dalla parte giusta.
Ed invece il giovane torna dal fronte spaventosamente menomato da un colpo di mortaio; non ha più gambe e braccia, ha perduto la vista, è sordo ed è muto, il suo cervello però continua a funzionare per un improbabile e crudele scherzo del destino.
I medici lo tengono in vita come cavia da studiare, inconsapevoli che quel tronco umano vegeta solo in apparenza, dentro è un ribollire di sentimenti ed emozioni: indimenticabile lo strazio del lento risveglio, un presa di coscienza che equivale ad un'altra amputazione/privazione.
Dalton Trumbo, sceneggiatore pregiatissimo incarcerato per un anno durante l'imperversare del maccartismo, vede pubblicato per la prima volta nel 1939 il suo unico e più volte censurato romanzo quasi in concomitanza con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. " E Johnny prese il fucile" resta un monito inascoltato capace di definire con inusitata veemenza gli orrori bellici e la meschinità dei potenti, sempre attivi nel far proseliti da mandare al massacro nel nome del guadagno e della sete di potere camuffate sotto la nobile egida di parole come libertà e democrazia.
La lettura è di quelle che tolgono il fiato, permettendo addirittura una riflessione sull'eutanasia in anticipo sui tempi. A tener banco sono rabbia e commozione, sdegno e speranza ad inseguirsi nella prosa intensa dell'autore, tra l'altro piacevolmente caratterizzata da una punteggiatura ridotta ai minimi termini.
Il flusso dei pensieri di John impregna con massimo trasporto ogni pagina, un percorso che dalla disperazione più nera muta in urgenza di continaure a sopravvivere, di cercare un modo per far trapelare i propri pensieri e di rientrare in contatto con quelle cose a cui non si può rinunciare come l'abbraccio della madre, la dolcezza della sua fidanzata, ma anche la semplice visione di un tramonto o il poter udire di nuovo il suono della natura.
I ricordi spezzano l'inenarrabile solitudine, le visite dei medici e delle infermiere scandiscono le giornate e Johnny comincia a riconoscerli dal tocco.
Con un'infermiera riesce miracolosamente ad instaurare un rapporto comunicativo. Quello sbattere sul cuscino con la testa non è altro che il tentativo di comunicare mediante l' alfabeto Morse e la ragazza lo capisce. Una nuova ed incredibile speranza per John, forse il calore del sole sulla pelle e la brezza del vento sul viso non sono così impossibili da ritrovare.
Ma John è il simbolo dell'orrore, della follia della guerra, il freak che è testimonianza vivente, la più pericolosa per le granitiche fondamenta del potere. E' l'essenza della guerra stessa. Altro che gloria ed onori.
Arriva così l'ennesima stilettata al cuore, feroce oserei dire, ma necessaria.
Perchè non abbia più a esserci nessun John Bonham.

"Io so cos’è che è la morte e voi che ciarlate tanto di morire per delle parole non sapete nemmeno che cosa sia la vita”.

Per chi fosse interessato definirei imperdibile il film datato 1971 girato dallo stesso Trumbo, spezzoni dello stesso sono visibili nel video dei Metallica intitolato "One".

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    09 Gennaio, 2015
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Nato di traverso

Tredici capitoli, tredici istantanee da brivido per l'animalesca vita di Bastiano.
A nove anni rinchiuso in una buca nel terreno assieme ai genitori, nascosto affinchè il padre eviti di partire soldato. Costretto ad alimentarsi con ciò che capita: larve, radici, qualche bestiola, anche con una fettina di mammà all'occorrenza. Forzato ad ingurgitare di tutto, altrimenti arrivano i cariolanti, esseri deformi divoratori di bimbi inappetenti o schizzinosi.
Usciti dal nascondiglio i tre imboscati assumono Cariolante come nuovo cognome di famiglia.
Una stimmate inequivocabile, emblema di un'esistenza che si rivelerà tanto avventurosa quanto disgraziata, in cui il nostro sopravviverà come un animale selvatico guidato unicamente dall'istinto di sopravvivenza, incapace di gestire le più elementari emozioni, orientato a gettare via il surplus e a tenere solo ciò che l'impulso gli suggerisce.
Bastiano è lo strano per eccellenza, il tocco, lo scemo del villaggio; però non è mansueto, è sospettoso, schivo, per necessità o difesa è pronto ad uccidere senza rimorso alcuno.
Non ha amici, gli uomini lo emarginano e lui non li comprende, ancora meno quando parte per la guerra, dove finirà prima disertore in terra ellenica poi stipato in un campo di concentramento nazista dove mostrerà tutta l'insensibilità verso i suoi simili.
Il protagonista si racconta quasi sempre in prima persona: Sacha Naspini utilizza un linguaggio semplice, in cui si percepisce l'odore della campagna, dei boschi, di un mondo agreste all'interno del quale l'antica saggezza contadina si fonde con le aspre leggi della natura; Bastiano è mosso da una furbizia efficacemente primitiva, tanto da ingraziarsi la devozione di un ferocissimo branco di cani randagi capaci di aggredire e straziare parecchie persone, improvvide nell'avventurarsi nel regno incontrastato del protagonista.
Dalla natura gli giungono gli insegnamenti per sopportare gli stenti e le privazioni della guerra e della prigione, non la scaltrezza del confondersi, uniformarsi, amalgamarsi con la società, nonostante eserciti un certo fascino sulle donne regolarmente rovinate dalla sua vicinanza malsana.
Naspini definisce con durezza la brutalità di un mostro che è diventato tale per esigenza e non per scelta o deviazione, un romanzo che si chiude in maniera circolare facendo combaciare partenza e arrivo.
Del resto il posto per uno nato "di traverso" è lontano dagli uomini, a contatto con la terra e con il buio, all' interno dei quali strisciare in attesa di nuove prede.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    08 Gennaio, 2015
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Il Poiana non molla la preda

Nuovamente insieme il giallista Loriano Macchiavelli -noto soprattutto per aver ideato il Brigadiere Sarti Antonio- e il cantautore modenese Francesco Guccini.
Il loro personaggio di maggior successo viene qui abbandonato, non c'è spazio per il Maresciallo Santovito, sostituito da un agente della forestale chiamato ad indagare sulla misteriosa scomparsa di un geologo nel bel mezzo dell'appenino tosco-emiliano.
Si eleva energica la passione per il territorio, la conoscenza e l'amore per luoghi alieni al caos metropolitano, microcosmi scanditi da tempi in cui è sconosciuto il frenetico vivere "civile" moderno; c'è poi la storia, ruotante attorno ad una serie di omicidi inseriti in un racconto dalle sfaccettature plurime coerentemente articolate attraverso i passi di un'investigazione che purtroppo, stringi stringi, lascia poco.
Colpa dei personaggi, spesso descritti frettolosamente e nemmeno in maniera tanto piacevole. Caso lampante è il protagonista Marco Gherardini, detto il "Poiana", che una volta tanto, suo malgrado, non deve preoccuparsi solamente delle attività riguardanti la salvaguardia del territorio e delle specie animali e vegetali che lo abitano.
L'esigua simpatia ispirata dall'investigatore per caso sembra incarnare la limitata propensione ad aprirsi tipica di alcune comunità montane, sospettose, chiuse in quel mondo difficilmente accessibile e gelose dei loro piccoli grandi segreti.
In questo caso i poco graditi forestieri saremmo noi lettori, sballottati tra parecchi personaggi dai metodi spicci o figure il più delle volte confinate sullo sfondo, un abbondanza di volti intriganti ma incapaci di generare vera passione, attori appena accennati di una storiaccia di sangue in cui la cupidigia dell'essere umano segna ancora una volta la rovina (seppur momentanea) di quel piccolo angolo di paradiso, reso meno incantevole da una pioggia incessante.
Dal titolo la pericolosità dell'acqua potrebbe apparire come assoluta protagonista, ed invece frane e smottamenti passano presto in secondo piano, deludendo chi si attendeva una maggiore dedizione alla causa ambientalista, solo sfiorata con l'evidente condanna al disboscamento folle e al dispregio delle bellezze naturali.
Non mancano comunque figure interessanti come quella di Adùmas, un po' bracconiere, un po' saggio conoscitore della montagna e dei suoi luoghi più impervi, altri invece restano al palo, come la bella Betty, protagonista di alcune parentesi rosa mai in felice accordo con la trama principale quasi quanto la digressione artistica su Piero Della Francesca.
Romanzo senza particolari acuti, piacevole per l'ambientazione e per la capacità di tenere desta la curiosità, anche se noioso in più punti e complessivamente poco entusiasmante una volta scoperti altarini e colpevole.
Si archivia tutto senza restare particolarmente colpiti, e per un romanzo giallo non è certo il massimo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    18 Dicembre, 2014
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Il folle mondo di Cronny

Per apprezzare questo romanzo bisognerebbe conoscere almeno un pochino il cinema di David Cronenberg. Per la prima volta scrittore, il brizzolato canadese, si cimenta con la letteratura dopo aver raggiunto la status (meritatissimo) di regista di culto, essendo sicuramente tra i più illuminati e dotati filmaker contemporanei.
Il suo cinema spesso avanguardistico e sempre molto carnale (ultimi lavori esclusi) si riflette nella struttura di "Divorati", un thriller in cui il perturbante più che smaccatamente offerto è di natura sottile, oserei dire filosofica.

Naomi e Nath sono due fotoreporter, la prima in Francia per carpire segreti riguardo il celebre filosofo Aristide Arosteguy, datosi alla macchia dopo essere stato accusato dell'omicidio della moglie Célestine e di aver banchettato con parte del cadavere.
Lui invece è in Ungheria per seguire un intervento chirurgico innovativo effettuato da un eccentrico medico magiaro. La relazione intima con la paziente oggetto dell'operazione gli procura una rara malattia venerea che lo spinge in Canada, a casa del luminare che l'ha scoperta. Qui farà conoscenza con la figlia di questi, l'enigmatica ed affascinante Chase.

Innumerevoli argomenti, elementi improbabili come piovesse e parecchi personaggi magicamente collegati in un rompicapo di natura paranoica e complottista, in cui l'autore, come nelle sue pellicole più note, torna a trattare il tema della mutazione fisica, della commistione tra carne e materiali estranei, del rifiuto della stessa secondo l'apotemnofilia (ovvero il desiderio di amputazione di una parte del corpo).
C'è l'ossessione per il tecnologico, tanto che le marche e i modelli dei più disparati aggeggi elettronici invadono le pagine fornendo la versione dell'uomo 2.0, quello dotato di metaforiche protesi meccanico/elettroniche attraverso cui soddisfare ogni desiderio.
Il contesto scenico viene filtrato dalla macchina, che per quanto precisa resta incapace di restituire la realtà con impeccabile aderenza; l'immagine falsata rispecchia l'affannosa ricerca di Naomi e Nath, spiazzati di continuo da ingredienti bizzarramente miscelati in un delirante hellzapoppin caratterizzato da sfumature autobiografiche inerenti il vissuto dell'autore (il Festival di Cannes dove nel '96 ricevette il Premio della giuria tra il divampare delle polemiche per "Crash" e di cui fu presidente nel '99), o le proprie "estensioni" fisiche, ovvero l'apparecchio acustico di cui fa realmente uso.
Spuntano pure la Corea del Nord che da dittatura tirannica diventa luogo ove trovare asilo e possibilità di espressione, strani entomologi, insetti e chicchi metallici radioattivi inseriti nei seni, libertinaggio sfrenato, il tutto in un crescendo febbrile e surreale.
L'omicidio, vero o presunto, gesto di una mente tutt'altro che irrazionale, è motore di un eccentrico baillame attraverso il quale Cronenberg continua la sua ricerca dell'essenza umana, di ciò che l'uomo rappresenta nella sua accezione più fisica e quindi tangibile, tralasciando gli aspetti spirituali da sempre poco presenti nelle sue opere.
Considerato più di trent'anni fa un ottimo mercante di turbamenti epidermici -definito non a caso il re del body horror- ora alle soglie dell'anzianità il poliedrico artista raffina ulteriormente la sua arte complessa e approfondisce la ricerca attraverso un pensiero sempre più profondo e al contempo meno accessibile. Prevale il desiderio di seguire il contorto iter nonostante una certa prolissità di fondo e un incedere non sempre di facile approccio, ma l'esperienza straniante vale lo sforzo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    12 Dicembre, 2014
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America oggi

La propria storia narrata alla scatola nera di un aereo che sta precipitando. Si presenta così Tender Branson, (presumibilmente) ultimo adepto della setta religiosa Creedish, sopravvissuto al suicidio di massa dei suoi confratelli e poi elevato al ruolo di nuovo messia, infine nuovamente gettato nell'anonimato, per non dire nella polvere considerate le accuse d'omicidio pendenti sul suo capo.
E' Palahniuk puro e duro signori, il buon Chuck prima maniera, sempre caustico nel dipingere esasperando il modus vivendi della nazione americana; con toni da tragicommedia porta a galla una realtà distorta, ammorbata da miriadi di contraddizioni eppure clamorosamente possibile, aderente ad un qualcosa di surreale ma non poi così lontano dall' oggettivamente vero.
Ancora una volta c'è la società del consumismo sfrenato, dell'immagine e del credo utilizzato come controllo comportamentale e mezzo per guadagni facili riservati a pochi; la satira di Palahniuk è quasi demenziale ma comunque tagliente, capace di irridere con arguzia la nazione dell'eterna illusione, del sogno americano ormai infranto da tempo.
L'autore ironizza sulla tanto decantata possibilità di farcela anche da parte dell'ultimo dei reietti, la fittizia democrazia a stelle e strisce viene polverizzata dall'impatto dei mass media, dalla malleabilità dell'opinione pubblica, da invidie congenite e da un sistema che ti illude, poi ti usa, ti mastica e quindi ti getta nel pattume.
Lo stile è al solito eccentrico e pleonastico, decisamente inconfondibile: narrazione destrutturata -piuttosto confusa, ahimè, nella parte centrale- e solite digressioni maniacali, questa volta inerenti le capacità domestiche del nostro e le varie tattiche per rubare restando impuniti nel caso si fosse affetti da cleptomania.
Branson è l'uomo medio vittima degli eventi, è in continua balia di un mondo che può solo limitarsi a subire violentemente, su quell'aereo cerca finalmente una via di fuga, mentre i capitoli scandiscono il conto alla rovescia di una vita che è pura manipolazione in quanto indirizzata fin da subito.
Palahniuk dice molto, anche troppo e non sempre bene, però azzecca la storia giusta in perfetto equilibrio tra commedia, cinismo e denuncia, sfornando così uno dei suoi migliori romanzi.

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Fantascienza
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    05 Dicembre, 2014
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Lealtà e generosità: lussi delle epoche civili

Niente invasioni aliene o zombie, nessun meteorite o catastrofe naturale, questa volta l'umanità è messa in ginocchio dalla scomparsa di tutta la vegetazione. La morte delle coltivazioni, con relativo sterminio del bestiame, imprigionano l'uomo in una nuova era oscura, in cui l'autoconservazione è garantita solo in presenza di istinti brutali che nulla possono condividere con il rassicurante progresso.
Un virus chiamato Chung-Li attecchisce nelle coltivazioni del sud est asiatico, a Londra le immagini delle popolazioni locali falcidiate da tumulti, fame e massacri sono buone giusto per qualche distratto dibattito; la cieca fiducia nella scienza consente di stare tranquilli, sicuramente il male verrà debellato prima che raggiunga l'Europa.
Purtroppo per John Custance e la sua famiglia -oltre che per milioni di inglesi- la realtà si rivelerà ben più tragica, il virus prospererà anche in terra d' Albione gettando popolazione e governo nel panico totale
L'unica speranza si chiama Blind Gill, una valle dove il fratello di John, l'agricoltore David, ha sfruttato la conformazione geografica del territorio per difendere l'ameno luogo da episodi di sciacallaggio e per dar vita a una piccola società in cui la fiammella del viver civile continui ad ardere.
Il viaggio verso la novella terra promessa si rivelerà una crudele odissea costellata da pericoli e atti aberranti. John Christopher racconta di un regredire che si manifesta con forza crescente; i personaggi sono persone civilizzate perfettamente inserite nell'organigramma sociale trasformate in assassini senza scrupoli, mossi da istinti ferini con cui cancellano comprensione e gesti misericordiosi.
Il gruppo con l'avvicinarsi alla valle aumenta di numero, un nuovo ordine sociale basato sulla forza stabilisce ranghi e compiti tra i profughi, mentre un accenno di umanità resta incollata ad alcuni personaggi tra cui Ann, ovvero la moglie del protagonista, o al suo caustico amico Roger. Ma la pietà non è più di quel mondo, ad eccellere ora è gente come Pirrie, insospettabile cellula dormiente della violenza, l'assassino per indole cristallizzato dalle regole che, in assenza di queste, lascia deflagrare tutto il suo potenziale distruttivo.
Romanzo edito per la prima volta nel 1956 offre un contesto angoscioso perché incredibilmente realistico ancora oggi. Lo spaesamento dei personaggi è il nostro, davanti all'abbattimento di ogni sicurezza da un' apocalisse poco rappresentata ma tutt'altro che fantascientifica (come spiegato, senza fomentare sciocchi allarmismi, nella prefazione). Il tema dell'imbarbarimento non è certo originale, eppure l'autore riesce a risultare attuale in quanto efficace nel cesellare scenari possibili, sino ad un finale in cui il decadimento umano è servito paradossalmente insieme alla speranza.
La violenza e l'amoralità giustificano la sopravvivenza? Con questa spinosa domanda Christopher chiude il cerchio lasciando alle nostre coscienze le risposte.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    28 Novembre, 2014
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Uomini come fagiani

Premio Nobel nel 2009 per la letteratura, Herta Muller è una scrittrice rumena da tempo residente a Berlino.
E' la prima volta che leggo una sua opera, trattasi di un romanzo breve in cui è lo stile soprattutto ad attirare l'attenzione. La prosa della Muller è asciutta, rigorosa ed essenziale, incute quasi soggezione. Le sue frasi secche assemblano una serie di capitoli brevi di velocissima lettura e sempre autoconclusivi, ambientati presso una comunità sassone stanziata in Romania, in cui si erge mesta la figura del mugnaio Windisch, in perenne attesa dei passaporti che permettano a lui e ai suoi famigliari di emigrare.
Nonostante il personaggio centrale sia maschile c'è presumibilmente qualcosa di autobiografico, ravvisabile nelle origini natie e nel percorso di vita affrontato dalla Muller, non soltanto per la "fuga" in terra straniera (in quanto "penna" poco gradita al governo rumeno), ma anche per il lavoro svolto da Amalie, la figlia del mugnaio, educatrice d' asilo come lo fu l'autrice.
La ragazza è protagonista di alcuni dei capitoli più significativi: diventa importante per capire il periodo, che pur restando vago lascia intuire lo strapotere crudele del regime di Ceausescu con i bimbi immediatamente indottrinati ad adorare come un padre il despota.
A seguire spicca l'abuso del potere militare e spirituale. La ragazza infatti, dopo decine di sacchi di farina portati dal padre al sindaco senza esito alcuno, viene data in pasto agli appetiti sessuali del poliziotto del paese e del parroco, in cambio dei tanto agognati visti per poter valicare i patrii confini.
Le due istituzioni sono la rappresentazione di un sistema opprimente qui mostrato in piccola scala e che attraverso la figura di Ceausescu tiene in pugno col terrore e il ricatto una nazione intera.
E' un libro con cui urge trovare una certa sintonia, la scrittura è semplice ma ricca di metafore e simbolismi, la particolarità spicca fin dall'immagine scelta per la copertina, mentre il fil rouge narrativo viene più volte riempito da situazioni in cui dimensione terrena e onirica si amalgamano dando l'idea di un popolo sull'orlo della sconfitta.
Il titolo fa riferimento ad un vecchio detto rumeno secondo il quale l'uomo è inadatto alla vita quanto il fagiano lo è al volo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    26 Novembre, 2014
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Se sei un genio ti tirano le pietre...

William Sidis è l'uomo con il quoziente intellettivo più alto mai misurato.
A un anno parla correttamente l'inglese.
A un anno e mezzo legge il New York Times.
A 4 anni conosce e parla latino e greco.
A 6 anni conosce a menadito altre sei lingue oltre all'inglese.
A 8 anni è già un luminare della matematica.
A 11 anni entra ad Harvard (lo studente più giovane di sempre ad essere ammesso ai corsi).
A 12 anni illustra già le sue rivoluzionarie teorie ai più rinomati matematici americani.

Per quale motivo, nonostante questa eccezionale intelligenza, non ha lasciato traccia di sé? per quale motivo non è considerato al livello di un Leonardo da Vinci o un Einstein?

Morten Brask lo spiega nel suo libro; un lavoro che è un po' romanzo, un po' saggio, un po' biografia. Sicuramente una lettura non priva di difetti eppure in grado di evocare con efficacia la vita di quest'uomo, paradossalmente condannato all'infelicità per via delle sue doti.
Tra le pagine si respira tutta l'angosciosa solitudine di una vita intera; sin da piccino William è emarginato da ciò che lo attornia e dai suoi coetanei, non per scelta propria, dapprima per scelta di quei genitori che si riveleranno determinanti più per il suo decadimento che per l'effimero successo, poi dai suoi simili in quanto spaventati, gelosi, indispettiti da qualcosa per loro di anormale, e quindi da dileggiare ed umiliare a prescindere.
La storia ha il merito di viaggiare spedita, per nulla didascalica, con flashback cronologicamente sfalsati inerenti vari momenti della vita del protagonista a rendere sempre interessante la lettura. A mancare clamorosamente sono alcuni approfondimenti, la sete di conoscenza del lettore non sempre viene soddisfatta e alcuni momenti della vita di William e dei suoi genitori -soprattutto quando questi ancora a contatto con la terribile realtà russa- sono appena accennati.
Abbiamo un genio per nulla chiuso verso il mondo circostante, la convinzione socialista e l'amore (idealizzato, più che altro) per la bella Martha sono sentimenti vissuti con trasporto, ed al tempo stesso con un equilibrio logico la cui combinazione non gli eviterà la rovina. Si respira un'aria di alienazione profonda, William è sempre fuori posto, il mondo circostante lo accoglie finché in giovane età come fenomeno da baraccone, poi come genio irritante perché inimitabile anche dalla mente più illuminata.
Il ragazzo vorrebbe andare oltre studi, lezioni, libri: sentirsi parte integrante del "fuori", ma la sua straordinarietà e l'assenza di supporto (ad esclusione dell'amico beone ed altrettanto rifiutato Nat Sharfman) lo negano.
Un ritratto molto umano e a tratti commovente, con qualche dissertazione matematica in meno e qualche delucidazione/aneddoto in più il risultato sarebbe stato migliore, sicuramente però Brask riesce a rendere giustizia a questo personaggio ingiustamente sconosciuto ai più.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    21 Novembre, 2014
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Il talento di Mr. Ryan

Chi è Oliver Ryan? Sicuramente è Vincent Dax, alter ego utilizzato per scrivere romanzi di gran successo destinati ai bambini. Per il resto sembra una persona irreprensibile, enigmatica ma perbene, e allora perché mai ha picchiato la moglie fin quasi ad ucciderla?
Il debutto di Liz Nugent consta in una ricostruzione minuziosa della vita del protagonista, una storia corale all'interno della quale numerose voci si avvicendano apportando contributi decisivi per comprendere meglio questa figura così sfuggente.
Salta subito all'occhio un efficace approfondimento psicologico di Oliver, il quale interviene spesso in prima persona per raccontare gli eventi non più filtrati attraverso le altrui percezioni.
Il suo è un racconto spesso raccapricciante eppure pieno di sofferenze personali, cronaca di un individuo che ha dovuto fare i conti con la privazione, l'indifferenza e la negazione. Quest'ultima vero punto di rottura e ossessione che richiama vitali urgenze infantili; ancora piccino chiuso in collegio e disconosciuto da un padre misterioso e crudele subisce il trauma per tutta la vita.
L'autrice ha la grande capacità di far provare sentimenti contrastanti per quest'uomo; c'è il ribrezzo in quanto capace di macchinazioni oscure, subdolo manipolatore colpevole della rovina di parecchie vite. Ma anche la pena: respinto fin da subito, mai accolto, estromesso a prescindere, spinto ad agire in modo scorretto non dalla malvagità, bensì unicamente dalla voglia di sentirsi amato e ammirato.
Non c'è però alcun desiderio di assoluzione da parte della Nugent, le impressioni negative predominano riferite ad una personalità ambigua. Il fascino di cui dispone è regolarmente esercitato per irretire chiunque possa essere asservito ai suoi scopi, mentre i sensi di colpa si palesano fuori tempo massimo dal pozzo in cui sono stati gettati.
Storia intrigante sorretta da una scrittura limpida e scorrevole, un thriller in cui le forzature hanno un peso minimo nell'economia del romanzo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    14 Novembre, 2014
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Siore e siori venghino!

Il temporale in arrivo su Green Town, Illinois, non preannuncia nulla di buono, seppur così non dovrebbe essere considerato che il luna park con il suo carico di allegria è ormai alle porte della città. Che i nuvoloni carichi di pioggia siano presagio funesto?.
Poco importa, perché la premiata ditta Cooger & Dark promette mirabolanti attrazioni e spensieratezza a iosa, pronta a ravvivare il quieto vivere di quella sonnacchiosa cittadina di provincia almeno per qualche giorno.
Le musichette allegre, l'odore dello zucchero filato, i tendoni colorati e i freaks in bella mostra, tutto è pronto, sapientemente apparecchiato tramite manifesti ammiccanti e invogliato dai sorrisi seducenti degli imbonitori. Ma attenzione a quei sorrisi, i più attenti vedranno che dietro parvenze gioiose si nasconde qualcosa di oscuro e diabolico, l'ingannevole letizia cela affilati denti da squalo, pronti ad azzannare chiunque osi cedere alle lusinghe del pandemonio itinerante.
Del lato tenebroso si accorgono ben presto due ragazzini, Jim e Will, amici per la pelle e pronti ad inorridire dinnanzi ai disturbanti incantesimi della giostra o agli inquietanti poteri del labirinto degli specchi.
Inevitabile lo scontro modulato su un registro tra l'orrorifico ed il fiabesco, con i giovani perseguitati dai sulfurei viandanti tra i quali si staglia l'uomo Illustrato, con le migliaia di anime imprigionate per sempre sulla sua pelle in tatuaggi dal perpetuo movimento.
Il provvidenziale aiuto arriva dal padre di Will, l'entrata in scena del disilluso bibliotecario impreziosisce ulteriormente uno scritto già di pregevolissimo livello. L'uomo diventa la chiave di volta della storia: insicuro, solitario, imbarazzato per la non più giovanissima età che lo induce a credere di essere inadatto al ruolo di padre di un quasi adolescente. La sua amarezza è vibrante, quella di una figura umbratile rassegnata a pensare in negativo.
Più che un romanzo di formazione (c'è il passaggio dall'ingenuità infantile alla consapevolezza del male) una riflessione sullo scorrere del tempo che non deve essere affrontato con tristezza.
I mostri a volte si battono con un sorriso, ed affrontando l'ineluttabile con serenità si evita di uccidere quello spirito fanciullo indispensabile per continuare ad apprezzare e accogliere con gioia ciò che ci riserva ogni nuovo giorno.
Bradbury esorcizza la paura di invecchiare, eleva sopra ogni cosa un rapporto tra padre e figlio fino ad allora incompiuto, esorta ad evitare la passività e la tendenza al rimpianto.
Un grande romanzo in cui la prosa è musica soave, un fiume di poetiche allegorie per una favola horror in cui il popolo dell'autunno, subendo una beffarda pena del contrappasso, pensando di portare la morte insegna ad amare la vita.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    12 Novembre, 2014
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Paradiso ingannatore

Vecchia storia quella del gruppo di ragazzi in vacanza -preferibilmente in luogo esotico- vittima di qualche sanguinario pazzoide o di situazioni paranormali piuttosto sgradevoli.
"Rovine" si appoggia su questo archetipo horror, con dei giovani alla ricerca di svago sul suolo messicano costretti a veder mutare il sogno in incubo
Un viaggio nell'entroterra diventa il canto del cigno dell'allegra combriccola vacanziera, intrappolata su una collina che è sito archeologico ma anche tana di piante senzienti capaci di scarnificare e divorare un uomo in pochi minuti.
A metterla così sembra di essere in uno di quei film ingenuotti e qualitativamente non eccelsi spesso mandati in onda nottetempo anni fa su Italia 1, vengono in mente pellicole eco-vengeance con la natura pronta a ribellarsi alla prepotenza umana. In questo caso però non vi è traccia di denuncia ambientalista, c'è invece un essere predatore che ha come unica ragione il nutrimento e la difesa di quei luoghi.
Scott Smith è bravo ad avvincere senza alimentare sorrisini di scherno, a coinvolgere con un buon crescendo ansiogeno, ad approfondire psicologicamente i protagonisti evitando le solite figurine microcefale tanto care al genere.
La lettura è incalzante, piuttosto cruda in più punti e sapientemente alternata tra momenti di vibrante tensione ed altri introspettivi dove l'autore porta a galla con misura le sensazioni dei ragazzi; la gioia iniziale lascia spazio ad un sotterraneo malessere che si fa incredulità, poi rabbia, quindi disperazione per sfociare infine nel terrore puro.
Romanzo ambientato in una sola unità di luogo ma per nulla monotono, in cui pensieri e azione offrono la giusta dinamicità ad un'opera magari non eccelsa ma in grado di regalare qualche brivido.
Sicuramente Smith è debitore a Stephen King (che tra l'altro ha speso parole fin troppo gentili nei confronti del meno noto collega), ci sono molti passaggi evocanti lo stile del Re.
Non male anche l'omonimo film risalente al 2007 diretto da Carter Smith.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    07 Novembre, 2014
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E che festa sia!

Un padre e un figlio davanti al falò tradizionale durante la notte di Natale. Tullio torna ai suoi affetti dopo un anno di lavoro in Francia, Marco è al settimo cielo perché può nuovamente dare sfogo a sentimenti repressi per mesi.
Tullio ha dovuto emigrare poco più che adolescente, trovato lavoro ha poi dovuto sacrificare la sua vita lontano dalle persone che ama. Marco vive nel ricordo del padre e per il suo ritorno.
Ora è tempo di confessioni, quelle di un padre che finalmente vede il figlio cresciuto, maturo, in grado di comprendere cose che fino a qualche anno prima potevano essere fraintese dall'acerbo sapere fanciullo, mentre Marco può confrontarsi (quasi) alla pari col genitore, non più mitizzato in forma semi-divina.
Il figlio ascolta attento il resoconto ed intanto materializza mentalmente i periodi tormentati dall'assenza: le estati afose in compagnia della fidata cagnetta Spertina, o con gli amici tutti insieme a rincorrere quel pallone giunto da Parigi, a fare il bagno in quella che è poco più che è una pozza di fango, a combinare guai con il cugino Mario o a scoprire la natura rigogliosa che attornia il fittizio paese di Hora (cittadina inventata dall'autore, sarebbe l'equivalente di Carfizzi in cui Abate è nato).
La nostalgia lusingatrice di un tempo andato e al tempo stesso reso doloroso dalla mancanza si eleva malinconico, un buco nero che l'affetto della madre e delle sorelle non possono riempire edifica un perenne stato d'attesa.
Marco in cuor suo somatizza scelte obbligate con gran sforzo, mentre la vita scorre costellata da gioie e da piccoli e grandi drammi, come la sua malattia o l'aggressione ad Elisa.
Abate dona voce a chi si è spaccato la schiena in un paese straniero offrendo sostentamento e dignità alla propria famiglia, eleva un affetto alimentato da una sorta di complice e rispettoso imbarazzo in cui non occorrono parole o gesti per comprendere la portata immane dei sentimenti.
Tuttavia l'amore non si imbriglia facilmente e infatti esplode nella catarsi natalizia: un abbraccio e un oggetto lanciato nel fuoco per confermare ciò che in fin dei conti trasuda da ogni pagina.
Il linguaggio particolare è di facilissima fruizione nonostante all'italiano si sostituiscano spesso termini dialettali o intermezzi in lingua arberesh (comunità d'origine albanese diffusa nel mezzogiorno e soprattutto in Calabria).
La magia dell'infanzia filtra il sacrificio di un uomo che è emblema di tutti i migranti; l' emozione quasi favolistica è mai banale o retorica, qui c'è tutto l'amore tra un figlio e un genitore.
C'è tutto l'amore del mondo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    06 Novembre, 2014
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Se questa è una guerra...

Dopo l'educazione siberiana appresa attraverso il comportamento degli adulti, carpita negli insegnamenti degli anziani, e più direttamente vissuta nelle crudeli strade della cittadina di Bender, il ragazzo di vita Kolima viene chiamato alle armi.
La disperazione e l' insofferenza si ergono potenti in partenza, si avverte un forte senso di ingiustizia mentre la sorte del giovane è decisa da militi indifferenti e da un generale arrogante. Finisce tra i sabotatori, gruppo elitario dell'esercito russo in cui è abbastanza facile lasciarci le penne.
Per Kolima la beffa è doppia, privato della libertà -come già accaduto in riformatorio- ma soprattutto servitore di quello stato inviso a lui e alla sua gente.
Divenuto cecchino viene assegnato ad un reparto impegnato nel conflitto ceceno.
Da questo punto in poi Lilin perde la testa e si limita ad un resoconto bellico di inammissibile mediocrità mista monotonia. Si glorificano le azioni del protagonista e del suo reparto, tra villaggi semidistrutti e scenari in cui la natura domina disinteressata alla follia umana; non vi è alcuna riflessione sulle brutture che attorniano i soldati, non vi è alcuna scansione dei loro pensieri, delle loro paure, delle nostalgie.
I personaggi sono poco più che macchiette, calati in un ambito quasi irreale tanto da far risultare la guerra come un gioco, in cui la morte aleggia per scherzo burlandosi dei meno coraggiosi.
Un romanzo buono magari come rapporto didascalico con dati bellici sciorinati tramite estrema freddezza, non come documento attestante la ferocia umana. Lilin annaspa patetico nel descrivere le sensazioni di un diciottenne caricato di armi, mandato lontano da casa e costretto ad uccidere; sembrerebbe condannare con ferocia ma finisce col farsi sopraffare dalla mera cronaca. Non vi è traccia di coscienza alcuna, uccidere o venire uccisi senza rimorsi in una visione involontariamente e goffamente nichilista e disillusa.
Come fa un giovane, per quanto avvezzo alla violenza, a trasformarsi in un batter d'occhio in killer spietato? cosa gli passa per la testa quando uccide? chi sono i nemici che combatte? perchè se odia il proprio governo lo serve senza fiatare pur capendo di essere solo una stupida pedina sacrificabile? Queste alcune delle tante questioni appena toccate e risolte in maniera ridicola dall'autore.
La presunta veridicità dei fatti è messa a dura prova, troppi gli errori tecnici di carattere militare inerenti armamenti e operazioni. Sempre basato su una serie di aneddoti il romanzo è scritto in modo asciutto e semplice, tipico dell'autore che scrive in una lingua non sua. Ciò tuttavia non può giustificare magagne facilmente raggirabili con qualche piccola accortezza (interpellare un esperto ad esempio).
Inoltre sembra davvero improbabile che un reduce racconti dell'incubo vissuto senza la minima parvenza di angoscia e orrore.
Questa volta il cantastorie della Transnistria non mi incanta.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    04 Novembre, 2014
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Alla corte della Luisona

Non amo particolarmente questo tipo di comicità oscillante tra toni grotteschi e surreali, eppure ammetto -non senza ostentare un piccolo moto di sorpresa- che Stefano Benni con questo spaccato sociale mi abbia piacevolmente intrattenuto.
L'autore bolognese è semplicemente perfetto nel costruire la fumosa e caotica atmosfera da bar anni '70/'80, in cui una bizzarra fauna umana si accalca passando da nutrita schiera di signori nessuno a caratteri dall'identità perfettamente definita secondo insindacabili regole inerenti caratteristiche fisiche, titolo di studio, sapienza riguardo i più disparati argomenti, tic e nevrosi, passioni, ecc...
Chi ha frequentato anche per un breve periodo questo tipo di locale difficilmente non riconoscerà gli avventori ivi descritti, ovviamente pompati in versioni bizzarre ed enfatizzate attraverso idee talmente sopra le righe da ricordare (dis)avventure di fantozziana memoria.
Il bar è punto d'incontro accogliente e al tempo stesso squallido, protettivo ma anche spietato; al suo interno si dibatte animatamente facendo del qualunquismo e del luogo comune i vessilli più impugnati, senza dimenticare di mostrare sempre la sicumera di chi è convinto di avere la verità in tasca.
Il calore umano offerto non si trova da nessun'altra parte e si dissolve quando si attraversa l'ingresso in senso inverso, venendo sopraffatti dal gelo anche se la notte è quella tiepida di un estate benevola.
Il tuttologo sportivo, il professore ammirato ben oltre i suoi meriti, la prosperosa cassiera di felliniana memoria, il tecnico (anzi , il "tennico") in grado di aggiustare qualsiasi diavoleria, l'ex gloria calcistica: tutti personaggi tratteggiati con grande affetto e inseriti in un contesto anomalo in cui ognuno è chiamato ad interpretare un ruolo attribuito da altri. Una parodia corale con la mitica Luisona, una brioche da tempo immemore posizionata nella vetrina dei dolciumi in attesa di uno sprovveduto forestiero che la consumi, a fare da stemma araldico di quella famiglia così stramba.
Nostalgico e divertente, probabilmente alimenterà sorrisi in chi ha avuto modo di vivere più o meno direttamente quella realtà così assurda eppure confortevole.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    30 Ottobre, 2014
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Colpevoli sempre

C'è un lembo di terra schiacciato tra Ucraina e Moldova chiamato Transnistria, una sorta di discarica umana, in cui il governo russo ha deportato ai tempi del regime di Stalin varie minoranze etniche teoricamente ree di svariati reati. Qui si sono stabiliti gli Urka siberiani, insediati nella città di Bender ed abituati a vivere secondo un codice feroce ed insindacabile ma non privo di una propria importante morale.
Nicolai Lilin racconta di questa comunità definita criminale, indubbio è infatti il rapporto simbiotico che essa ha instaurato con la violenza e con certi reati regolati sempre da una integrità spiazzante.
A disquisire di etica criminale vien quasi da ridere, eppure se il malvivente resta sempre e comunque tale agli occhi della legge e a quelli dell'opinione pubblica, viene naturale fare un distinguo con i rappresentanti del malaffare appartenenti al mondo in cui il piccolo Kolima cresce, apprende e comincia a delinquere.
Ora, a mio modesto parere, è necessario lasciar decadere la concezione sociale rappresentata, non credo sia nelle intenzione dell'autore assumere posizioni da reazionario avverso alle istituzioni, queste secondo gli Urka vero cancro sociale e per questo da combattere più delle stesse etnie "nemiche".
La realtà di Kolima è infatti presentata non come un probo esempio sociale da seguire alla lettera, bensì come un microcosmo contraddittorio, violento perchè geloso della propria indipendenza e della propria essenza che la politica aggressiva del Cremlino e la contaminazione con altre culture rendono sempre più instabile e vicina all'estinzione. Lilin parla di una forma di autodifesa estrema, di un giustizialismo autoimposto in quanto estraneo all'autorità di Mosca, poco importa poi se l'autore abbia davvero vissuto sulla sua pelle certi fatti o si sia limitato a trarre ispirazione da storie tramandate di generazione in generazione.
Preferisco valutare la consistenza contenutistica del libro che nonostante un approccio stilistico essenziale è astutamente accattivante nel suo incastro anedottico che permette di toccare le coordinate salienti di questa cultura, favorendo un'idea antropologica piuttosto chiara.
Normale poi che alcuni episodi siano più intriganti di altri: alcuni shockanti, altri curiosi o semplicemente divertenti, altri ancora un po' sciatti.
Tatuaggi, santini, armi, altari votivi in un tripudio di rituali in bilico tra fede e superstizione; Lilin forse accomoda i toni ma dona dignità ad un popolo tacciato a priori nella sua interezza di vivere al di fuori della legge. Sottolinea le difficoltà di estraniarsi da un destino segnato a cui si è preparati fin dalla tenera età, infine presenta il conto a un governo famelico, desideroso di tributi in sangue e oneri, dopo aver abbandonato i suoi figli senza rimorso alcuno.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    24 Ottobre, 2014
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Serial killer e razzismo

Ricordi infantili si affastellano nella mente di Harry, ormai anziano, il quale tramite lucide riminiscenze torna bimbo ad osservare il mondo con gli occhi dell'innocenza.
La sorellina Tom, il loro cane sofferente, un bosco tenebroso all'interno del quale l'orrenda scoperta di una donna seviziata. Si pensa subito al fantomatico Uomo-Capra, un essere che si vocifera bazzichi per l'intricata vegetazione alle porte di quel villaggio in cui la giustizia è amministrata dal padre dei fratellini, non certo uno sceriffo, più un tuttofare al servizio della comunità.
Ecco il Lansdale evocativo, perfetto nell'immaginare una realtà rurale nel Texas della Grande depressione; all'interno di questo mondo apparentemente semplice si cresce divisi in fazioni manichee, quella più moralmente inattaccabile e quella oscura rappresentata dalle feroci gesta del Ku Klux Klan. L'autore riferisce di una piaga ancora attuale immortalando mirabilmente l'arcinota paura del "diverso"; Harry e Tom sono al centro di questi attriti sociali in cui il coraggio, il senso del dovere e la conoscenza del mondo adulto sono basilari per una crescita nel loro caso velocizzata dagli avvenimenti di cui saranno partecipi.
Lo scenario di morte e superstizione avvolge il piccolo mondo in cui l'assurdità del comportamento umano si fonde con la consapevolezza della presenza del male, sempre in agguato e pronto a colpire i più indifesi.
La prosa è tanto semplice quanto spettacolare: diretta, incisiva, nostalgica, aggressiva, perfetta nel dare giusta coerenza agli avvenimenti e a tutti i personaggi. Siamo lontani dal cinismo e dall'umorismo colorito della saga di Hap e Leonard.
Lansdale scrive un giallo senza realmente seguirne le regole. Non importa chi sia il colpevole (l'assassino non è difficile da individuare) bensì sono le emozioni del giovane protagonista a riempire le pagine di un flusso disconnesso e dirompente di emozioni, capace di generare una forza tellurica irresistibile.
Le analogie col capolavoro "Il buio oltre la siepe" sono indiscutibili, anche se Lansdale se ne distacca facendosi bambino, accettando il male come impossibile da comprendere nelle sue innumerevoli incarnazioni e per questo motivo da contrastare senza esitazioni.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    23 Ottobre, 2014
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Gemelle diverse

Tutto comincia una notte d'estate a Miami, quando Lucy sventa con violenza un tentativo di omicidio bloccando il potenziale assassino. La ragazza è in perfetta forma, è una personal trainer esperta di varie arti marziali. La scena viene registrata dall' Iphone di Lena, corpulenta artista in momentaneo stallo creativo.
Lucy diviene ben presto un caso mediatico acclamato dai media, mentre Lena la ammira a tal punto da iscriversi ai corsi in palestra in cui l'eroina per caso, come il sergente di ferro di "Full metal jacket", tenta di far dimagrire le sue clienti sovrappeso.
Ciò che è in partenza un modo per trovare compagnia e riempire giornate troppo vuote sfocia ben presto in un rapporto morboso ed ossessivo. Lucy si sente perseguitata ma al tempo stesso gode nel vomitare addosso alla nuova conoscente l'odio accumulato in una vita funestata da frequenti momenti infelici.
Le loro vite si intrecciano e si legano senza che se ne rendano conto, una dipendenza bilaterale in cui il ruolo vittima/carnefice si alterna a sorpresa dopo un'introduzione soporifera in cui Welsh pone le basi per delineare le motivazioni di tale rapporto.
L' autore scozzese cambia marcia di colpo, fa esplodere la follia mediante un'escalation inarrestabile in cui sesso, turpiloquio e infine il sangue prendono il sopravvento.
Sicuramente i fans dell'autore troveranno tanti -per non dire troppi- punti in comune con i precedenti romanzi; l'utilizzo di un linguaggio forte appare ancor più ancor più compiaciuto e spesso puramente accessorio rispetto ad altre occasioni. Però, sposando toni ai limite del grottesco, Welsh trova tramite una scrittura feroce il bandolo emotivo, delineando una storia che da mediocre passa ad essere apprezzabile per quanto ricca di bizzarrie.
Il rapporto contrastante tra fisico perfetto e dipendenza da zuccheri e carboidrati è un'antitesi efficace nel mettere sul piatto dapprima due figure succubi di un impasse sentimentale, poi in grado di evolvere verso una forma più appagante, integra e simbiotica di quanto le apparenze mostrino.
Le gemelle siamesi del titolo, perennemente immortalate in sfacciati servizi televisivi, sono metafora della condizione delle protagoniste, costrette all'unione nonostante caratteri diametralmente opposti. Due anime confuse si incontrano e si scontrano fino a raggiungere un finale forse troppo buonista, comunque il tutto secondo le idee stralunate di Welsh.
Ci si può accontentare.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    15 Ottobre, 2014
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Il Re compiace il popolo

Schematico, è il primo aggettivo che mi balena in mente durante e dopo la lettura di "Mr. Mercedes", ultima fatica letteraria di Sua Maestà Stephen King.
Che il nostro abbia perso lo smalto dei tempi d'oro è cosa da tempo assodata, seppur in questo caso riesca con l'arcinota e inconfondibile impronta stilistica ad appagare (parte) dei fans di vecchia data e a catturare l'attenzione di potenziali neofiti.
Sicuramente il nuovo bestseller partorito dalle fervida mente dell'autore non è certo un romanzo improponibile, semmai è piuttosto convenzionale, rispettoso di una classicità narrativa corrispondente a King e dalla quale molto raramente lo scrittore del Maine prende le distanze.
In parole povere l'autore rischia il minimo indispensabile, non si rinnova conoscendo bene i gusti dell'affezionato pubblico.
Elabora in modo fittizio personaggi, figure e location equivalenti a stereotipi ben camuffati nell'ennesima contrapposizione manichea tra male e bene. Nella prima fazione milita un serial killer di crudeltà quasi ottusa, nella seconda i soliti personaggi la cui rettitudine (e la simpatia sapientemente tratteggiata a tavolino) portano direttamente a guadagnarsi una porzione di paradiso e ad ingraziarsi la sintonia con il lettore.
Si avverte un'evidente mancanza di sfumature in buona sostanza, ma King, pur non cesellando di fino, riesce comunque a strutturare qualcosa di discretamente rielaborato.
Non è un horror con presenze soprannaturali, trattasi di una crime story in cui l'assassino mostra problemi comuni a tanti "colleghi" deviati ormai ben noti al grande pubblico: infanzia difficile con traumi annessi, rapporto morboso con la madre, assenza della figura paterna e chi più ne ha più ne metta.
Di certo è il modus operandi a fare la differenza, piuttosto calcolatore, anomalo nell'eclatante "mise en scène", tanto da risultare un personaggio non proprio banale.
Viene contrapposto a tre figure più convenzionali: Holly, anch'essa affetta da turbe mentali e vessata da una madre dispotica, il giovane Jerome dalla parlata sciolta e dalle utili conoscenze informatiche e quindi il protagonista, paradossalmente il più scontato della combriccola, ovvero Bill, ex detective sovrappeso, depresso e sull'orlo del suicidio.
Solito Ka-Tet versus Male atavico e incommensurabile, una costante di King, comunque ancora capace di inquietare e tenere sulla corda. Lo fa sbizzarrendosi mediante una Mercedes lussuosa, un veleno per talpe, un camioncino giocattolo; tutti elementi particolari sfruttati alla grande, peccato si perda in digressioni romantiche improbabili e soprattutto in lungaggini (solito viziaccio!) poco utili all'economia del racconto.
C'è anche uno sguardo al sociale, l'incipit notevole per crudeltà ci sbatte in faccia il lato più tremendo della crisi economica divoratrice di ogni sicurezza rinnovata (ma non troppo) a fatica dopo l'11 Settembre. Ci sono anche l'ossessione per la tecnologia con il desiderio di restare al passo coi tempi, e il fanatismo dei teenager per band musicali di dubbio valore artistico.
L'epilogo è di discreta fattura, nulla da tramandare ai posteri.
Zio King sa ancora farsi voler bene, le sue storie difficilmente deludono (anche se negli ultimi anni i casi non sono mancati e qui siamo vicini al precipizio), da qualche tempo però - penso a "Doctor Sleep" e in misura maggiore a "Joyland"- sembra aver ritrovato una discreta vena creativa, ben lontana dai fasti del passato ma sufficiente per assicurargli ancora a lungo la corona di Re del brivido sul capoccione.
Pare sia il primo romanzo di una trilogia.

Buona lettura.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    09 Ottobre, 2014
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Nebbia nella mente

E' sempre quella provincia in apparenza accogliente e gioviale, lontana dalla frenesia cittadina, a far da sfondo alle storie di Eraldo Baldini. L'autore in questo caso si spoglia delle tanto care atmosfere soprannaturali per comporre un thriller dell'anima, in cui analizza alla perfezione, con logica e credibilità, l'ossessione di un uomo, uno come tanti.
Non è uno stolto ma un intellettuale mancato, lavora come autista di scuolabus in un piccolo paese dell' entroterra romagnolo svolgendo alla perfezione il compito assegnatogli.
Bruno il suo nome, deluso dalla vita senza darlo (troppo) a vedere, si macera dentro lungi dall' accettare i fallimenti di cui è responsabile.
Un' aurea funesta sembra accompagnarlo di continuo negandogli il diritto alla felicità mentre l'amatissima Serena continua a balenargli in testa, divenendo panacea illusoria e morbosa dei suoi tanti affanni. Ma la giovane lo ha scaricato da tempo, se ne è andata cercando fortuna altrove.
Gli restano solo i bimbi come amici, simboli di un momento in cui il rammarico e la nostalgia sono sentimenti ignoti o quasi. Il suo è un isolamento inconsapevole da un mondo adulto che l'ha ferito da ragazzino ed ora, cresciuto a tutti gli effetti con quel cuore spezzato che continua a sanguinargli nel petto, sembra prendere le distanze da qualcosa che continua a ritenere incomprensibile.
La nebbia lo circonda, lo intossica, ne ottunde i sentimenti per alcuni periodi, quando la foschia si dirada l'angoscia prende il sopravvento rischiando di ridurre in cenere l'affetto guadagnatosi negli anni da parte di quella piccola comunità chiassosa e scatenata.
Baldini lascia parlare in prima persona il protagonista; ne esce un ritratto preoccupante, in disfacimento, ossessionato dalla mancanza di un amore ritenuto suo di diritto.
Il romanzo trasuda solitudine ma anche un'ironia tipica dell'autore: soprattutto la prima parte è piuttosto scanzonata per poi trascendere in toni dark all'interno dei quali l'autore si immerge mediante una prosa ipnotica, quasi sorniona, tanto da sfiorare il tedio nella parte centrale.
L'epilogo -accettabile seppur pronosticabile con largo anticipo- sembra eccessivamente repentino.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    03 Ottobre, 2014
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un postino poco affidabile

Henry Chinaski ha un'idea: farsi assumere alle poste. Lavoro facile e poco faticoso, tutto sommato ben retribuito, possibilità di tempo libero da passarsi alle corse dei cavalli e, per un sessuomane come lui, non è da escludersi qualche incontro hot occasionale con casalinghe annoiate/disperate.
Che il lavoro sia uguale a tanti altri, ovvero monotono, faticoso e parco di soddisfazioni non ci vuole molto per scoprirlo; se non altro è un modo come un altro per sbarcare il lunario senza troppi sbattimenti
Chinaski è l'alter ego di Charles Bukowski, realmente impiegato come portalettere per circa un decennio a Los Angeles. Questo romanzo è una sorta di autobiografia ovviamente romanzata in cui il nostro conferma tutta la sua idiosincrasia ad essere un irreprensibile e diligente cittadino. L'autore urla la sua allergia al far parte della nutrita schiera dei tanti meccanismi perfettamente produttivi nell'ambito della società americana.
Chinaski è infatti un menefreghista incallito, uno a cui non interessa accumulare ma godersi la vita senza troppo pensare al domani; il lavoro per lui è tutt'altro che nobilitante, solo un mezzo per sopravvivere evitando di arrovellarsi su progetti a lungo termine.
E' una variante incontrollabile di una società di cui l'ufficio postale con le sue regole castranti è aderente allegoria.
E' come un virus innocuo incapace di adeguarsi all'anatomia di una civiltà dominata dalla sacra triade: lavorare, possedere e consumare.
Lo stile è quello tipico dello scrittore randagio: secco e scurrile, non vi è traccia di raffinatezza linguistica o orpelli grammaticali. Il protagonista è cartina tornasole di un mondo sotterraneo, grezzo, maleducato, invadente in cui il bello è contrassegnato dall'eccesso e dall'anarchia.
Da prendersi con le molle Il Chinaski: odioso ed amabile allo stesso tempo, dotato di un'ideologia romantica da marciapiede che lo elegge superstite di un' umanità deceduta nel tentativo di catturare l'utopico benessere.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    01 Ottobre, 2014
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Petrolio e scalpi

Texas occidentale, regno incontaminato cui l'uomo comincia ad interessarsi intorno ai primi del 1800. Ne "Il figlio" si racconta proprio il periodo che va da questo momento, collimante con l'inizio della brutale conquista della frontiera, sino a raggiungere quasi i giorni nostri.
L'epopea è quella della famiglia McCullough; da semplici pionieri ad allevatori, quindi petrolieri capaci di domare (in parte) la selvaticità di quei territori generosi ma anche aspri e pericolosi, di conviverci e trarne massimo profitto sino a costruire un vero e proprio impero economico. Meyer tratteggia un parallelo tanto semplice quanto sacrosanto: il raggiungimento del potere e del benessere spesso fa tappa presso la prevaricazione e la violenza. L'autore inquadra lo stato embrionale del capitalismo sfrenato sino a raggiungerne l'apice attraversando di gran carriera duecento anni di storia americana, in cui vengono gettate le basi non solo di una famiglia, bensì di un paese che sul sopruso ha fondato la propria ragion d'essere. Secondo Meyer ciò è connaturato, ogni impero ha agito in tal modo: è un passaggio basilare dettato dalla stessa essenza umana. I nativi americani in guerra tra loro, poi derubati delle loro terre dai messicani a loro volta schiacciati dai bianchi. Un'equazione naturale alla quale è impossibile sottrarsi. Non ci sono contratti scritti nè strette di mano, solo scalpi e massacri, omicidi, stupri e ruberie, ogni firma è apposta col sangue.
Meyer scrive molto bene, ha un afflato epico che possono vantare pochi scrittori moderni, non ha il dono dell'abbreviazione ma raramente stufa.
Tre i personaggi in gioco a cavallo di epoche diverse. Si va dalla conquista della frontiera alla guerra civile americana, continuando con la scoperta del petrolio, per poi imbattersi nell'orrore della prima guerra mondiale, quindi l'avvento prepotente dell'oro nero e la scoperta dei pozzi in Medio oriente, sino all'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.
C'è il patriarca Eli, soprannominato il Colonnello. Rapito poco più che bambino e costretto a vivere per anni con i comanche dopo aver assistito al massacro della sua famiglia. Incarna gli spiriti dominanti di quelle terre, è belluino ed arrivista, forgiato da esperienze di vita impossibili da dimenticare che uniscono l'uomo "civile" agli istinti più primitivi. I capitoli a lui dedicati sino indiscutibilmente i migliori, i più appassionati e in linea con certa narrativa avventurosa consacrata al vecchio West.
Abbiamo poi Peter, figlio del Colonnello. I suoi pensieri impressi sul diario personale. Un uomo mite, privo di carattere e quindi in eterno conflitto con il padre e il selvaggio mondo circiostante. Nel suo cuore la macchia di un tremendo delitto ed il bisogno di espiare che dura tutta la vita.
Quindi Jeanne Anne (la figura meno interessante e più monocorde), la sua vita scorre nel ricordo mentre ormai anziana si ritrova morente distesa sul pavimento. Amori, affari, figli, per una donna che è voce fuori dal coro e mai convenzionale per l'epoca, una ribelle per farla breve.
A tratti si rischia un po' di scadere in dinamiche da soap opera ma il ritratto d'insieme funziona alla grande, la storia dei McCullough si affianca a quello di una nazione (allora) in crescita instancabile dove è bene mettere a tacere la proprie coscienze.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    26 Settembre, 2014
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Il cuore nero d'Albione

Non è facilissimo districarsi nel labirinto di personaggi e situazioni ordite da David Peace in questo primo capitolo della tetralogia denominata Red Riding Quartet (comprendente anche "1977", "Millenovecento80" e "Milllenovecento83").
Vale però la pena sforzarsi e accettare una lettura munifica di argomenti estrapolati dal nucleo centrale, inerenti un'indagine molto pericolosa affrontata da Edward Dunford: giornalista di cronaca con un talento poco invidiabile nell' incassare legnate e catalizzare guai.
L' ambientazione è quella plumbea di un cupo Yorkshire, reso depresso con approccio decadente per donare concretezza all'invisibile cuore nero dell'Inghilterra provinciale, quella dove non sembra accadere mai nulla ma in realtà l'orrore potrebbe celarsi dietro ogni scricchiolante uscio o muoversi al fioco lume di una candela.
Ci sono delle ragazzine scomparse e fatte a pezzi, ma il loro assassinio per Peace è solo un escamotage per proiettare il lettore in un preciso momento storico.
Un approccio particolare e ben ponderato che a volte prende di petto l'indagine ed in altre occasioni si limita a lambirla, senza mai rinunciare a dimostrare quanto il male sia radicato ed accettato senza batter ciglio.
"1974" non è il classico thriller alimentare dimenticabile nel giro di pochi giorni, Peace allestisce un ritratto nero pece e lo sbatte in faccia senza tanti cerimonie; la sua è una narrazione secca, quasi frammentaria eppure coinvolgente, capace di calamitare riferendo di un malessere sociale evidente in cui servono capri espiatori per scaricare le colpe di una società alla deriva. Nemmeno il protagonista è esente dal marciume, non indaga per senso di giustizia ma solo per gloria personale. Non gli interessa nulla delle vittime, gli preme tornare in prima pagina e dimostrare di essere qualcosa di più di un semplice pennivendolo. Come spesso accade l'ambizione rende ciechi, muta il pericolo in qualcosa di più o meno innocuo, lascia che i campanelli d'allarme suonino a vuoto. Su Edward l'ossessione ha la meglio, impossibile non sprofondare nel regno del malaffare dove corruzione e violenza imperano.
Prolisso in alcune divagazioni e diluito a causa di spiegazioni non necessarie, faticoso a tratti ma anche splendidamente cesellato tra le brume di un paesaggio inospitale e una rete malvagia, fitta, resistente, estesa in ogni dove e preservata da un'omertà granitica. Noir imperfetto ma piacevolmente sopra le righe e a prova di stereotipo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    24 Settembre, 2014
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Trisha la coraggiosa

Povera Trisha, ha solo nove anni e si è perduta in un' intricata foresta sui monti Appalachi. Un minuto prima si sorbisce i litigi tra madre e fratello mentre fantastica sul suo mito, il giocatore di baseball Tom Gordon, e il minuto dopo si trova perduta, spaventata, attorniata da rumori, ombre e da una presenza inquietante che non è frutto della sua immaginazione. Infafti, le carcasse di animale sparse tra la fitta vegetazione, denotano la presenza di qualcosa di tutt'altro che mansueto.
Una fiaba nera per Stephen King che da questo momento in poi vivrà qualche anno di evidente declino; in questo breve romanzo si accendono all'unisono le preoccupanti spie già ravvisabili in alcune delle opere precedenti, a confermare che il serbatoio dell' ispirazione è quasi prosciugato. In effetti qui il Re del Brivido gioca facile, utilizzando una paura atavica come interessante spunto di partenza per poi svilupparlo senza memorabili acuti. La parte centrale è la meno riuscita, poco coinvolgente, statica, priva di elementi catalizzanti nonostante lo stile semplice e diretto a tentar di tenere desto il ritmo. Le continue descrizioni e un'infinità di tempi morti smorzano il fascino delle sporadiche intuizioni felici.
King sfrutta male il senso di minaccia incarnato dalla creatura misteriosa, sicuramente uno dei "mostri" meno riusciti della sua onoratissima collezione.
E' evidente lo sforzo di contaminare l'avventura di Trisha con influenze inerenti il romanzo di formazione; il passaggio dall'età infantile a quella adolescenziale con il bosco metafora di un mondo per lo più sconosciuto da doversi di colpo affrontare in solitaria è sintomatico di un momento spesso terrorizzante.
Da non sottovalutare la situazione famigliare, ovvero prima fonte di disagio: genitori separati e il conflittuale rapporto vissuto tra le persone a lei più care ne definiscono una psicologia che King coglie bene, una bambina spaventata ma abituata alle difficoltà e conscia di una realtà fatta di molteplici sfaccettature, il più delle volte per nulla rassicuranti.
Restano dubbi su alcuni momenti davvero improbabili con l'autore avviluppato dal fiabesco a ideare snodi in attrito con la drammaticità richiesta.
Finale deludente e affrettato, ma non è una novità vista la tendenza dell'autore notoriamente a disagio nelle chiusure anche quando in forma smagliante.
Figurarsi in un'opera minore come questa.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    19 Settembre, 2014
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Come da titolo: l'intensità non manca

Molto prolifico ma qualitativamente altalenante Dean R. Koontz è sicuramente uno dei più famosi ed apprezzati scrittori americani di thriller-horror. Una sorta di Stephen King -fatti i dovuti distinguo- in miniatura, capace comunque di ergersi a nome di spicco nel mainstream librario.
Con "Intensity" l'autore sforna sicuramente uno dei suoi migliori romanzi, non perchè inventi chissà quale personaggio o situazione da far drizzare i capelli, Koontz infatti si limita a ricalcare gli stilemi del genere senza aggiungere mai nulla di veramente significativo.
C'è però il ritmo a fare la differenza. Vertiginoso ed ossessivo, capace di mozzare il fiato ed intrappolare il lettore nel tragico guaio in cui finisce la povera Chyna.
Ospite di una lussuosa tenuta di campagna in cui avrebbe dovuto passare un breve periodo di vacanza, la ragazza si ritrova alle prese con un feroce serial-killer capace di sterminare senza batter ciglio tutti gli inquilini della splendida magione.
La protagonista si lancia istintivamente in un'avventura spaventosa, infilandosi nel camper con cui l'assassino ha raggiunto il luogo del massacro e dove ha caricato, come macabro trofeo, il corpo esanime di Laura, la migliore amica di Chyna.
Urge sospensione della credulità per accettare un tale coraggio, Koontz giustifica riportando un passato famigliare durissimo e una fede incrollabile, dettami ai quali la nostra eroina si aggrappa per trovare la giusta temerarietà. Agisce in tal modo per rendere giustizia a quella famiglia che l'ha accolta come una figlia quando lei dai suoi cari ha subito solo maltrattamenti, indi per cui il suo voler far del bene è pura contrapposizione positiva nei confronti delle angherie sopportate.
Un background non proprio convincente tuttavia ignorabile in virtù di una narrazione sincopata, incisiva e a tratti feroce.
Insomma, un romanzo leggero capace di avvinghiare il lettore alla pagina.
Il regista francese Alexandre Aja ha tratto clamorosa ispirazione per il suo truculento debutto intitolato "Alta tensione"; si nota una quasi perfetta coincidenza tra la prima parte del romanzo ed il film. Lascia basiti che il filmaker non faccia riferimenti allo scritto e che Koontz non abbia gridato al plagio.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    17 Settembre, 2014
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Day hospital

Una giornata tra le corsie d’ospedale. Dall’alba al tramonto all’ interno di un nosocomio inglese dove si trova compresso un vero e proprio microcosmo vivace, sognante, pensieroso, innamorato, allegro e depresso; uno spaccato umano fatto di medici, infermieri, pazienti, visitatori, inservienti in cui Archibald J. Cronin riversa con amabile leggerezza la propria capacità di descrivere in poche righe dei caratteri forti e credibili, tratteggiando personaggi nitidi mossi da sentimenti viscerali dai quali l’autore britannico ricava le sfumature più intime e recondite.
In particolar modo l’obiettivo si possa sulla caposala Fany, tanto professionale, comprensiva e inamovibile sul lavoro, quanto dubbiosa riguardo le sue certezze, vulnerabile ed indifesa al cospetto dell’affascinante Fred del quale è perdutamente cotta. Quindi sul chirurgo storico dell’ospedale, ovvero Sir Walter chiamato affettuosamente in segreto Zio Walt, un luminare della medicina ora sul viale del tramonto ma deciso a non mollare nonostante il difficile caso che gli si presenta in quella mattinata.
Ad assisterlo c’è Barclay, ambizioso e deciso, si scoprirà poi dotato di una gentilezza e di perspicacia fuori dal comune.
Le parole raccontano della vita, di cadute e nuove ascese, è il ritmo dell’esistenza a pulsare con le sue gioie e i dolori, circoscritto ad un mondo a parte dove storie di varia natura si ergono con vigore per nulla sminuite da regole, incarichi e mansioni. Impossibile soffocare l’urgenza dei sentimenti, impensabile perdere di vista la propria umanità concentrata nell’ ottenere il lasciapassare per un percorso costellato di tanti sorrisi e poche lacrime. La rincorsa all’amore, alla carriera, al raggiungimento di una vita radiosa investono sia i personaggi principali come quelli posizionati più in disparte. Una lettura breve e piacevole sulla speranza ma anche sulle piccole e grandi crudeltà della vita, il tutto con un piglio raffinato e delicatamente avvolgente.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    12 Settembre, 2014
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Arrivare, ad ogni costo!

Da vicepresidente di una grossa azienda pubblicitaria a impiegato part-time di una ditta di telemarketing. Dura la vita per Bill Moss, trovatosi defraudato di quello che sin da adolescente ha sempre sognato sotto l'egida di un' ambizione spropositata.
Il passaggio all'anonimato, alla mediocrità, è uno shock; anche se il nostro confida di tornare presto in auge e riprendersi quel posto nel mondo, a suo modo di vedere, suo per diritto.
Lavorare, fare soldi, possedere, detenere il potere; questi i suoi comandamenti inattaccabili, pronti ad essere soddisfatti calpestando chiunque gli sia sinceramente devoto a partire dall'amabile fidanzata Julie. Bugie, sotterfugi, colpi bassi, sono all'ordine del giorno per un manipolatore nato, privo di morale e belva senza più denti ma pur sempre pericolosa.
Lo yuppie fallito è un ribollire di sensazioni sgradevoli, di odio e rabbia tenute a freno con massimo sforzo; Jason Starr crea il Patrick Bateman del nuovo millennio, non più uomo di successo talmente onnipotente da potersi permettere ogni nefandezza, bensì il perdente represso vittima della crisi economica, incapace di raggiungere quello status imposto dalla Grande Mela, almeno nell'Upper East Side, dove o fai soldi o non conti nulla.
L'occasione d'oro non tarda a palesarsi, il suo superiore gli offre l'impiego di assistente. Nulla di eclatante magari, sicuramente un avanzamento che gli permette di iniziare a progettare il futuro e in un certo qual modo esercitare quel potere che lo ossessiona. Peccato le cose non filino lisce, un cavillo (ovvero l'ennesima bugia) e tutto crolla sprofondato nel sangue.
Gran ritmo e ottimi colpi di scena in questo romanzo, in cui il protagonista è l'uomo comune messo alle strette, il quale, anzichè reagire secondo canoni logici e moralmente inattaccabili, lascia che siano gli istinti primordiali ad avere il sopravvento. Una forma mentis arrivista, allineata al feroce antagonismo odierno favorito dal consumismo scellerato e dall'alienazione sociale.
L'impulso ferino ha ragione del raziocinio e delle regole del vivere civile: c'est la (nouvelle) vie, dove il protagonista è un mostro ma il mondo che lo circonda non è da meno.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    10 Settembre, 2014
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Cappio al collo

Non c'è collera in cielo più forte dell'amore mutato in odio, nè furia all'inferno che assomigli ad una donna offesa.
William Congreve - "The Mourning Bride".

Harry Maddox è tutt'altro che uno stinco di santo. Fugge da un passato oscuro fino a terminare la sua corsa in quello sperduto buco di Lander, una cittadina di provincia situata nel Texas meridionale.
Trova un lavoro come venditore d'auto, ma non smette di arrovellarsi su come fare il salto di qualità una volta per tutte. Ovvero guadagnare tanti soldi, possibilmente in modo veloce e senza sudare troppo.
La risposta sta a pochi metri dal suo ufficio, la banca del paese, poco presidiata e ricca di dollaroni fruscianti. Harry architetta un piano apparentemente perfetto e si impossessa del denaro. Tutto sembra procedere al meglio. Il tapino però probabilmente non sa che quando bazzichi il profondo sud degli Stati Uniti e sei protagonista di un noir è difficile che tu possa cavartela a buon mercato.
Ed infatti gli eventi cominceranno a precipitare.
Bulli e pupe, violenza e sesso, soldi facili e ricatti: questa è Lander, in apparenza sonnecchiante ed impolverata cittadina lontana da tutto, in realtà un angolo d'inferno che aspetta con ammirevole pazienza qualche anima disperata da imprigionare. Chi meglio di uno straniero come Harry? Un farabutto controverso, alla bisogna galantuomo capace di trattare da vero signore la giovane contabile Gloria di cui si innamora corrisposto. Il matrimonio è il sogno, i personaggi di contorno l'incubo.
Il misterioso villico Sutton, la volgare e fedifraga femme fatale Dolores, l'ostinato sceriffo Tate, il burbero ma ingenuo George; figure splendidamente definite con tratti essenziali, intente a fabbricare un involontario cappio corale che si stringe sempre di più intorno al collo del protagonista.
Incredibile la tensione creata da Charles Williams, alcune parti impressionano per la capacità di lasciare senza fiato; basti soffermarsi sulla rapina, sull'interrogatorio o il pestaggio, tutti momenti indimenticabili di un libro scritto con estrema chiarezza, sfumato su atmosfere torbide e caratterizzato da tensioni sessuali non indifferenti, caricato come una bomba ad orologeria pronta a deflagrare in un effetto domino di devastante potenza.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    05 Settembre, 2014
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State buoni...se potete

Dio non può prendersi una vacanza che sulla Terra scoppia il pandemonio. In paradiso il tempo scorre diversamente, si è assentato qualche giorno per andare a pesca lasciando gli umani in pieno Rinascimento e li ritrova ai giorni nostri sull'orlo dell'autodistruzione.
Dopo un briefing d'emergenza con i vari santi e il figliolo Gesù in cui alcol, parolacce e canne si sprecano, decide di rimandare sulla Terra il celebre erede, ovviamente affatto contento della cosa memore della crocifissione patita l'ultima volta.
E poi vuoi mettere? passare il tempo a sballarsi suonando la chitarra con Jimi Hendrix è molto più divertente che far ragionare quella manica di pazzi. Ma non vi è via d'uscita e il redentore torna tra gli uomini concentrato sull'ardua impresa.
Finirà in una rock band attorniato da simpatici e strampalati border line, parteciperà ad un reality show di cui diventerà la star (dove Niven si diverte nel massacrare la tv spazzatura) per poi lanciarsi in un grandioso progetto che purtroppo non passerà inosservato.
Sia chiaro, non è un romanzo blasfemo, anzi, è un'esortazione alla pace, alla tolleranza, all'amore senza le forzature dei dogmi repressivi. Potrà dare fastidio a qualcuno, non lo nego, eppure non è per nulla derisorio nei confronti del credente. Elargisce una dimensione più umana al cattolicesimo, con un dio che se ne sbatte di essere venerato e al quale interessa che gli uomini si comportino correttamente e abbiano rispetto l'uno dell'altro. Stop.
Vivi e lascia vivere ma rispetta sempre il prossimo, Niven dice questo in soldoni, mettendo alla berlina l'oscurantismo religioso, l'interpretazione distorta delle scritture, l'integralismo di qualsiasi forma esso sia. L'autore sbeffeggia le contraddizioni dell'istituzione ecclesiastica partendo dal benessere della stessa pattuito attraverso alleanze di discutibile decoro col potere politico. E' un feroce antipapale e non fa nulla per nasconderlo, al tempo stesso sciorina delle grandi verità in modo dissacratorio senza alcun livore o provocazione gratuita. Si ride di gusto e nel finale ci si commuove pure, Niven induce la riflessione prendendo i più alti rappresentanti del cristianesimo rendendoli ben diversi da quelle divinità punitrici e pronte a spedire all'inferno chiunque non rispetti il loro volere.
Incalzante nel ritmo, febbrile e scritto con una leggerezza che si fa profondità impressionante " A volte ritorno" è un'ottima lettura per nulla avversa ai fedeli o alla religione, bensì contrapposta ai suoi rappresentati meno integerrimi, contro il malaffare e l'imbarbarimento dell'uomo.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    04 Settembre, 2014
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Nuova identità virtuale

Confuso. E' il primo aggettivo che mi viene in mente una volta terminato questo romanzo del promettente Joshua Ferris, al quale chiederei volentieri dove diavolo volesse andare a parare. Non che gli intenti siano totalmente oscuri, però la trama statica, la tendenza al prolisso e al compiacimento fanno di questo romanzo una lettura noiosa, a tratti addirittura bolsa come un pachiderma. Ferris mette sul piatto una miriade di argomenti, riempie la vita del protagonista a dismisura non riuscendo quasi mai a gestire con agilità i vari passaggi. Gli sviluppi delle situazioni sono poco trascinanti, spesso pregni di riflessioni reiterate ed ammorbanti.
Protagonista è Paul, affermato dentista newyorkese incapace di apprezzare il bello della vita. Ogni cosa lo annoia, passa le serate in modo anonimo ed il massimo della libidine per lui consta nello scrivere su forum in cui si parla della sua squadra preferita di baseball, i Red Sox.
Un bel giorno appaiono profili a suo nome nei social network, più un sito che sponsorizza lo studio dentistico. Non avendo mai avuto l'intenzione di pubblicare on line alcunchè di personale Paul brancola nel buio, restando ulteriormente spiazzato dalle frasi di natura religiosa che capeggiano nelle pagine associate alla sua identità.
Il poco simpatico scherzetto ordito a sua insaputa scatena un 'investigazione, con il truffato deciso a risalire all'identità e alle motivazioni del suo sedicente alter ego.
Ferris parla di social network e li condanna con ironia, allunga l'occhio sulla religione e ne inventa una di sana pianta come a dimostrare che non è poi così difficile abbindolare qualche gonzo con una marea di sciocchezze, al tempo stesso si sofferma sul protagonista, ne analizza la psicologia cercando di trarre spunti soprattutto dal periodo infantile e dalle relazioni sentimentali.
Il risultato è un romanzo lento e presuntuoso, in cui le variazioni sui temi intavolati più che appassionare inducono il sonno; la prosa è sicuramente encomiabile come l'idea di stendere i dialoghi mediante un punto di vista unilaterale.
Buono l'avvio capace di incuriosire, poi (se leggete di sera) rischiate di svegliarvi all'alba con l'abat-jour ancora accesa e il libro spalmato in viso.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    01 Settembre, 2014
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Amore, corruzione e soap opera

Tre uomini, tre generazioni. Nonno, padre e figlio. Attraverso i loro vissuti Tavares racconta dei cambiamenti cui è stato soggetto il Portogallo dagli anni '70 in avanti. Si parte dalla Rivoluzione dei garofani per approdare ai giorni nostri, in un mondo in cui gli errori del passato continuano a ripetersi.
Un vecchio contadino di poche parole vede la storia passargli davanti, un padre ciecamente convinto dal cambiamento molla gli affetti più cari nel nome degli ideali, un figlio cresciuto amorevolmente dai nonni, ora divenuto stimato architetto, cerca risposte riguardo i suoi genitori.
Tutto comincia con una sordida storia di alcol e violenza rimasta sepolta negli archivi delle autorità ed ora utilizzata come arma di ricatto.
I personaggi sono delineati con semplicità e cura, Tavares avvolge il lettore nei rituali di un microcosmo rurale, quello del paesino di Medronhais da Serra, in cui si vive da sempre allo stesso modo: lavorando i campi, giocando a domino, ingurgitando acquavite e chiacchierando del più o del meno nel negozio del barbiere.
Gli anni passano, la rivoluzione incombe e le persone, almeno la maggior parte, seguono ingenuamente quell'utopia che porterà a innovazioni in fin dei conti impercettibili, con la gente comune ancora una volta manipolata dal potere di governi che esaltando una nuova libertà continuano a far di tutto, tranne il bene dell'elettorato.
I vari piani temporali sono legati mirabilmente, sino a raggiungere i giorni nostri quando Filipe, il protagonista principale, è vittima di un tentativo di corruzione. Da questo punto in poi "Alba scura", ottimamente cesellato su fatti di vita quotidiana miscelati al cambiamento sociale, perde di slancio, impantanandosi in una denuncia per nulla eclatante, purtroppo troppo comune alle cronache attuali (di qualsiasi nazione) per interessare più di tanto. I nobili intenti perdono vigore e il racconto sbraga in forzature e coincidenze degne di una soap opera sudamericana dove l'impossibile è reale.
Un romanzo quindi trascinante solo a tratti, poi troppo forzato nella chiusura del cerchio anche se Tavares riesce a riferire di una paese allo sbando in cui la morale integerrima di pochi può ancora fare la differenza.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    01 Agosto, 2014
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Il ruggito del coniglio

Non c'è nulla da fare. A me gli scenari apocalittici hanno sempre attratto quanto il barattolo di Nutella o una bottiglia di Barolo d'annata. Per cui imbattersi in un romanzo tale, in teoria capace di rivisitare i topoi del genere, inserendo un elemento totalmente spiazzante in un ambito tutto sommato scontato (devastazione nucleare), è stato un bel tuffo al cuore. Senza contare l'immediato collegamento con un vecchio albo di Dylan Dog -che da fan incallito seguo sin dal primo numero- intitolato "Anche i consigli rosa uccidono". Eh già, perchè al di fuori degli ermetici bunker in cui i sopravvissuti all'ecatombe si sono rifugiati, qualcosa di estremamente malvagio e inquietante trama nell'ombra. E' un coniglio gigantesco (dai, per favore, non sghignazzate), antropomorfo (mi ricorda il Frank di Donnie Darko) deciso ad uccidere nei modi più spietati i poveri segregati. Quale sia il movente non è dato sapere.
Il maggior pregio di Gardumi è quello di evitare il ridicolo, capace com'è di rendere claustrofobica e a tratti ansiogena l'atmosfera nonostante il killer sia quanto di più improbabile.
Si avverte una certa tensione, grazie ad un senso di minaccia ben delineato e instillato tramite una forza bruta e (a quanto pare) onnipotente alimentata da cieco furore.
Lo scrittore milanese però non ha uno stile eccelso, i dialoghi sono spesso banali, i personaggi poco intriganti, anzi, spesso respingenti perchè superficiali.
La concatenazione di eventi poi perde di brio in fretta, troppe le parentesi verbose che non avrebbero alcuna ragion di esistere, sino a far maturare , verso metà romanzo, uno stato di insoddisfazione crescente misto noia. Queste pecche sono presenti fin dalle prime pagine ma vengono sagacemente celate dall'effetto novità e dal riuscire a mantenere il mistero in bilico.
L'idillio tuttavia dura poco, Gardumi si perde, non sapendo più dove andare a parare e chiude in modo sciatto. Non che l'epilogo sia repellente, però si poteva far di meglio e soprattutto evitare lo "spiegone" che elimina ogni sfumatura ansiogena.
C'è del potenziale purtroppo sprecato da un incedere ripetitivo e da poco plausibili reazioni dei vari personaggi; i picchi di tensione non mancano, ma l'autore sembra non riuscire a gestire a dovere la sua creatura finendo col pasticciare.
Ho letto pareri entusiasti e stroncature, io mi pongo in mezzo, forse un pelo più verso l'insufficienza.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    30 Luglio, 2014
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Non fermarti ragazzo...

Scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman "La lunga marcia" è a mio parere uno dei migliori romanzi "giovanili" di King, nonostante uno stile ancora acerbo, in divenire.
Il contenuto però è di grande spessore, si colloca nel filone della sci-fi distopica dove ancora una volta la società è tiranneggiata da uno spietato regime dittatoriale.
Il potere è detenuto dal famigerato Maggiore che costringe ogni anno cento giovani ad una gara podistica in cui a vincere non è il primo a tagliare il traguardo, bensì l'ultimo a restare in piedi, nel vero senso della parola. Considerato che chiunque si fermi, cada, o scenda sotto una certa velocità viene ammonito, e dopo il terzo richiamo passato per le armi.
Uno spettacolo aberrante seguito via tv con macabra cupidigia voyueristica da milioni di spettatori, riferito da mass media che come avvoltoi volteggiano alla ricerca della carcassa sensazionalistica da dare in pasto alla folla adorante.
King anticipa il proliferare dei reality show e della tv spazzatura, inventa un mondo privo di ideali contraddistinto dal vuoto pneumatico e dall' incapacità di ribellarsi. L'unico mezzo per sfuggire alla gabbia è l'agognato "Premio", ovvero ciò a cui hanno diritto i vincitori dell'intollerabile competizione.
La deriva sociale, pur estremizzata, è quanto mai attuale ma lo sguardo non è completamente nichilista, l'autore sfuma sull'interazione tra i vari personaggi, li caratterizza efficacemente e ne trae un affresco molto umano, composto e dignitoso, disallineato con la crudeltà circostante.
In quel tortuoso fiume di pensieri, parole e azioni innescato dagli atleti occasionali c'è speranza, solidarietà, comprensione; l'umanità del singolo non è ancora stata sostituita da istinti ferini, seppur la morte sia la più probabile prospettiva.
Ne "La lunga marcia" si disinnesca l'ingiunzione brutale, atta a glorificare la forza e lo spirito di sacrificio del popolo, tramite la speranza innata tipica del mondo giovanile, che pur disorientato, spaventato e costretto ad una rivalità crudele, mantiene inalterata quella sensibilità perduta dagli adulti.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    25 Luglio, 2014
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Scienza contro crimine

Nella Padova di fine '800 il selciato è intriso dal sangue di giovani prostitute, letteralmente macellate da un crudele serial killer.
Matteo Strukul disegna un incredibile e potente affresco d' epoca, trasformando il capoluogo veneto in una succursale della Londra vittoriana in cui imperversano le gesta di un italico predatore stile Jack the Ripper.
La base di partenza è abusata ma efficace, sicuramente influenzata - per stessa ammissione dell'autore- da grandi firme del passato come Poe o R. L. Stevenson, o del presente, tra cui Alan Moore e Caleb Carr. La struttura narrativa è allo stesso tempo semplice ed arzigogolata, dalla linea centrale in cui si staglia l'indagine portata avanti da un trittico di personaggi costruiti alla perfezione, si ramificano digressioni di varia natura.
Ecco il thriller disimpegnato fondersi con l'affresco storico e con analisi scientifiche di notevole spessore; nonostante ciò, pur attenendosi a un ritmo sempre elevato, Strukul sembra specchiarsi troppo nella sua indubbia erudizione, soffermandosi compiaciuto su alcune descrizioni inerenti le più disparate materie scientifiche poi applicate al contesto narrativo.
Pur fiaccando un poco il quadro generale l'autore sfoggia una voce mai banale, dalla scrittura fluida e avvincente, all' occorrenza crudele e caratterizzata da un linguaggio forbito senza mai assumere connotati sgradevolmente sofisticati. Disegna profili psicologici credibili e determina con buon piglio il disagio mentale dell'assassino, unico ad intervenire in prima persona tra le memorie del giornalista Giorgio Fanton.
L'irruente ed illustre penna è parte di un formidabile terzetto costituito dall' alienista Alexander Weisz e a dall'ispettore Roberto Pastrello; molto più marginali i personaggi secondari, con buona pace dell'affascinate quanto enigmatica zingara Erendira, elemento di spicco "risolto" con un "coup de théatre" apprezzabile.
Ottima la cornice ambientale, non ci sono solo gli omicidi a tenere banco, è come se l'autore ci prendesse per mano e ci trascinasse nei vicoli oscuri del malfamato quartiere Portello, tra il malcontento dei contadini sfiancati dalla pellagra, tra i reietti della società tra cui prostitute e papponi e ancora nei salotti buoni, dove si consumano i giochi di potere manovrati dell'elite patavina.
Strukul comincia a delineare l'avvento della criminologia circostanziando le varie tappe per risalire all'assassino, il romanzo si assorbe con gran piacere malgrado non si riscontrino clamorosi colpi di scena.
Il finale è un po' tirato via, ma ciò che lo precede è assolutamente degno di nota.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    24 Luglio, 2014
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Maja, dove sei?

La perdita di un figlio per un genitore è sicuramente il tormento più crudele e ingiusto da sopportare, praticamente impossibile da metabolizzare anche con il passare degli anni. Jon Ajvide Lindqvist parte da questo terribile assunto per mettere in campo la disperazione di Anders, tornato all'arcipelago natio in cui tempo prima è sparita in circostanze a dir poco misteriose la piccola Maja, sua figlia. Un trauma che ha determinato la rottura del matrimonio con Cecilia e la discesa negli abissi dell'alcolismo.
Il ritorno a casa coincide con il desiderio di voler girare pagina, di essere accolto da qualcuno che lo ama e non sentirsi più emarginato, anche se in realtà l'ossessione della scomparsa della piccola è più di una semplice immagine sfocata sullo sfondo. E c'è, sotto sotto, anche il desiderio di espiare, rientrando in contatto col luogo in cui ha fallito come padre, e al tempo stesso rinfocolare certe speranze non del tutto abbandonate.
La storia è intricata, troppa carne al fuoco nonostante una scrittura agile, sciolta ed efficace nell' unificare i numerosi elementi in gioco. Lo scrittore svedese amplifica i fatti, ne esaspera la portata finendo con l'annoiare. C'è il desiderio di approfondire ogni angolo buio, però non tutti gli accadimenti possiedono la necessaria intensità per avvinghiare il lettore alla pagina. Niente male il quadro d'insieme con relativo disvelamento del mistero, è spesso dietro le facciate rassicuranti che si nasconde il marcio.
In questo senso rivestono ruolo fondamentale riti atavici connessi al mare, sostentamento primario -quindi quasi divino- per una piccola comunità in cui i non detti e i segreti si affastellano sino a corrompere quella pace immota.
E' quindi felice l'intuizione di unire convinzioni pagane tipicamente scandinave ad una placida quotidianità che può mutare in delirio terrorizzante. Di sicuro è riportata splendidamente la determinazione di un padre combattivo, capace di insorgere contro il destino e pronto ad affrontare qualsiasi pericolo pur di stringere nuovamente al petto l'adorata figlioletta.
La narrazione frammentaria è il maggior limite di un romanzo tutto sommato tirato per le lunghe al quale vanno concessi un paio di passaggi davvero inquietanti e un finale adrenalinico.
Discreto, anche se il Lindqvist di "Lasciami entrare" e "L'estate dei morti viventi" è altra cosa.

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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    22 Luglio, 2014
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Pugno nello stomaco

Molti conosceranno Nick Cave. Per chi non lo sapesse, in soldoni, è un musicista "maledetto", elemento di spicco della scena rock australiana ed ex frontman dei Bad Seeds.
Il poliedrico artista si è cimentato anche nella scrittura e durante un periodo nero, in cui alcol ed eroina hanno regolarmente depresso la sua anima, ha prodotto questo romanzo; folgorante debutto di rara ferocia, un'apocalisse terrena intrisa di malvagità disturbante, in cui all'amore e al bello (intesi nell'accezione più comune dei termini) sono concessi ruoli marginali, da effimera comparsa.
Un romanzo per stomaci forti in cui si staglia l'epopea dello sfortunato e deforme Euchrid Eucrow, nato da genitori dissennati, quindi allevato come una bestia nel più totale disprezzo tra umiliazioni di ogni genere. Segnato fin dalla nascita (sopravvissuto al gemello, come Elvis Presley, indiscutibile punto di riferimento dell'autore), sordo e laido, viene maltratto dai suoi concittadini che lo eleggono a vittima sacrificale su cui scaricare ogni frustrazione.
Siamo negli anni '40 nel profondo sud statunitense, la popolazione è devota al padre fondatore di quella comunità sorta nell'opulenza derivata dal commercio della canna da zucchero, poi disciplinata secondo metodi perversi. Parabole bibliche e dogmi reinterpretati secondo convenienza personale scandiscono i ritmi di esistenze segnate dal dolore, le leggi divine a cui tutti devono sottostare sono subdoli espedienti affinchè la cattiveria umana possa imperversare incontrastata
In questo scenario Eucrid rincorre la grazia secondo malsane coordinate, dapprima spiando l'avvenente prostituta Cosey Mo e poi prendendosi cura della figlia di lei, Beth, mentre la madre è straziante vittima dell'ignoranza. La piccola viene eletta a nuovo Messia, il suo arrivo coincide con la fine di un diluvio torrenziale durato un'eternità ed il paese comincia a venerarla. Eucrid ne diventa custode, la ospita nel suo regno aberrante fatto di rottami e lamiere, zeppo di topi e protetto da animali mutilati d'ogni specie.
I figli del "male" vengono divinizzati, l' idolatria scalza ogni dettame, lo sberleffo è servito: l'ipocrisia, il perbenismo, la rettitudine di facciata vengono seppellite sotto l'urgenza di ingraziarsi altro. Ma le barbarie non tarderanno a ritornare a galla, assoggettate alla fonte del sangue.
La prosa di Cave è ridondante, opulenta, eppure mai respingente, punteggiata da ossessivi riferimenti biblici e da un profondo e ammonitore senso del peccato derivato da un mondo distorto, vomitato direttamente dai deliri personali del novello scrittore.
"E l'asina vide l'angelo" è uno romanzo estremo ma mai gratuito, è la demolizione del perbenismo più bieco, quello che lontano da sguardi indiscreti vive di atteggiamenti ancora più immorali e deprecabili di quelli condannati.
Lo sguardo sulla turpitudine insita nel cosiddetto vivere civile non è totalmente pessimista, c'è anche una ricerca dell'amore che, pur distorto, si solleva dai disturbanti effluvi di questo inferno popolare.
Lettura tosta ma consigliata.

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