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Lonely Opinione inserita da Lonely    23 Settembre, 2022
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Vedi Napoli e poi muori

Alla morte della madre Peppino e Raffaele vengono separati e Raffaele, il più piccolo dei due fratelli, affidato ai servizi sociali. Da quel momento ognuno segue la propria strada finché un giorno il destino torna ad incrociarle.
Raffaele è diventato parroco della basilica di Santa Maria alla Sanità, lo stesso quartiere dove ha vissuto da piccolo insieme a sua madre a suo fratello e a suo padre, che entrava e usciva di prigione per reati di poco conto.
La Sanità è un «quartiere nato per guarire». La sua posizione , situato alle falde di Capodimonte, e la sua natura incontaminata, una «rigogliosa vegetazione, sorgenti e fonti d’acqua, lo rendeva particolarmente salubre». Era stato anche luogo di miracoli e di guarigioni, e per questo motivo inizialmente accolse importanti famiglie nobiliari e borghesi della città , ma poi col passare del tempo è diventata una delle zone più popolari di Napoli.
La costruzione del lazzaretto e poi della fossa comune per seppellire i morti per la peste, cambiò totalmente le sorti del quartiere. E divenne un quartiere di «morte» e di morti, con le catacombe e il cimitero delle Fontanelle.
«La terra salubre si era trasformata in un immenso cimitero.»
E i poveri presero il posto dei ricchi e s'insediarono nel rione, e con tutte le loro esigenze, aspettarono uno Stato che invece non era presente, dando spazio alla malavita, che almeno dava di che vivere.
Padre Raffaele, ricorda bene quel quartiere, anche se lo ha lasciato da bambino, ma nessuno invece si rammenta di lui, perché Raffaele è stato adottato e ha cambiato cognome.
Tramite anche la sua perpetua, comincia a conoscere tutti i suoi fedeli, e scopre che suo fratello Peppino vive ancora li, che insieme alla moglie aspettano un bambino, e che è diventato il boss del rione. Raffaele e Peppino, due uomini che non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro, il bene e il male. Ma il richiamo del sangue è forte, quasi violento e li unisce ancora, nonostante il vissuto e l'educazione siano così profondamente distanti.
Raffaele ha un carattere docile ma allo stesso tempo irruento, e il legame con quel posto e con la sua famiglia rinvigorisce, e diventa sempre più intenso col passare dei giorni.
In questa «sotto» trama, che già da sola vale un bel romanzo, Anna Vera Viva innesta il suo giallo, Renato Capece, poliziotto corrotto e violento che fa il bello e il cattivo tempo nel quartiere, viene ucciso. La curiosità di Padre Raffaele e la paura, che suo fratello possa essere coinvolto in questo omicidio, saranno la sua forza e lo aiuteranno a svelare il colpevole.
Ma come accennato il giallo è solo un pretesto della scrittrice per raccontare la sua Napoli, e la sua maestria sta proprio nel modo di raccontarla. Anna Vera Viva riesce a farcela «sentire» , i suoni, i rumori, i volti, la luce sono così vivi da rapire il lettore. Per non parlare della gente che descrive, intrisa di umanità e solidarietà e di un bisogno, che sono così veri da percepirli reali come in effetti sono, una palese denuncia di una società abbandonata a se stessa, e che si arrangia come può.
L'autrice racconta quello che vede di una Napoli sua solo d'adozione, ma l'orgoglio e il risentimento sono gli stessi di chi a Napoli è nato e cresciuto e la ama nonostante tutto. Un'analisi obiettiva di una città bella con tutte le sue contraddizioni e che per vederla veramente occorre guardarla con altri occhi, e andare oltre i luoghi comuni di pizza sole e mandolino, squarciando quel velo solo apparentemente omertoso, che poi invece si rivela solidale, (sempre pronto a offrire aiuto a chi ne ha più bisogno), e ribelle a un destino invece a volte ineluttabile.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    21 Settembre, 2022
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Ermanno e la sua balena

Ermanno o Herman (nato a Nantucket, ed ogni riferimento a Moby Dick non è puramente casuale) è un ex ispettore che dopo aver avuto un'esperienza traumatica sul lavoro, lascia la polizia e rileva la libreria di famiglia a Roma. E' in cura presso uno psicoterapeuta, è single ed ogni sera ha una donna diversa, e questo è il solo modo che ha trovato per sopravvivere a quell'orribile evento che lo ha totalmente sconvolto.
La sua vita ora scorre apparentemente serena, ma il passato torna a bussare alla sua porta. Il suo amico e collega,Walter, rimasto in servizio, lo richiama perchè Ermanno è famoso per il suo eccezionale intuito investigativo, e può aiutarlo con le indagini su una serie di nuovi atroci delitti : un killer seriale uccide a colpi di fiocina da sub delle presunte vittime, in realtà colpevoli di gravi reati sessuali, rimasti impuniti. Ermanno e Walter restano particolarmente coinvolti da questo caso perchè l'omicida per ogni delitto spedisce loro i dvd con le riprese degli efferati omicidi e poi perchè tutte le vittime risultano essere state arrestate precedentemente, (e non condannate), proprio dai due ispettori.
Il killer insomma è una sorta di giustiziere.
L'intrigo si fa più fitto quando entrambi scoprono che la vecchia inchiesta, la cui tragica conclusione aveva distrutto le loro vite e la loro amicizia, si interseca con la nuova.
Il giallo è introspettivo e psicologico in particolar modo interessante per l'accurata descrizione dei personaggi, che spesso prendono il sopravvento sulla trama, ma senza annoiare, anzi, essi sono presentati senza maschere in tutta la loro umanità, e il lettore ne resta rapito e diventa empatico.
I dialoghi tra Ermanno e Padre Radan sono una continua e profonda riflessione sul bene e sul male, e sulla perenne lotta dell'animo umano a perseguire l'uno o l'altro, a seconda se guidati dall'Angelo di Dio o dalla pazienza del diavolo.
«Ma adesso io le chiedo: siamo sicuri che Achab sia il Bene? Lei, Ermanno, poliziotto e libraio ritiene davvero che Achab sia il Bene? O, piuttosto, si rappresenta come tale?»
Il romanzo si svolge a Roma, ma la città fa da sfondo e io non l'ho percepita, i luoghi non li ho riconosciuti, forse l'unica nota a sfavore che posso rimarcare all'autore.
Le citazioni culturali sono innumerevoli e Cimpanelli ci dà lezioni di letteratura e cinematografia quale attento conoscitore sembra essere.
Non mancano le tinte forti fin troppo splatter a volte: ma qui la violenza non è mai fine a se stessa, anzi la domanda sorge spontanea, è giustificata?
«Ha un senso, tutto questo orrore? La follia, la violenza, il sangue, il dolore e una coscienza che ancora mi deve presentare il conto. La balena bianca s’è inabissata e nuota libera e feroce, come fa dalla notte dei tempi; puoi combatterla, ma non vincerla: è una sconfitta annunciata. Accetta il fallimento, Achab. E lascia perdere."
La trama è complessa e si dipana su un filo che mescola storia, religione ed esoterismo, amicizia e tradimento, ma Cimpanelli gestisce tutto senza perdersi, accompagna il lettore in una narrazione, intuibile ma allo stesso tempo imprevista e non delude.
«A te vengo, balena che tutto distruggi ma non vinci; fino all’ultimo lotto con te; dal cuore dell’inferno ti trafiggo; in nome dell’odio, vomito a te l’ultimo mio respiro. Che ogni bara e ogni carro affondi in un pozzo comune! E poiché queste cose non sono per me, che io ti trascini in pezzi dandoti la caccia, benché legato a te, balena dannata! Così lancio l’arpione!»

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Lonely Opinione inserita da Lonely    20 Settembre, 2022
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Un mistero fitto come la nebbia

Piero Bianchi vive a Sasso Marconi,ed è stato un alcolista. Sua moglie si è suicidata, ma i suoi compaesani sono convinti che invece sia stato lui ad ucciderla. Per lui quindi la vita in paese non è facile e oltre al dolore della moglie che lo ha lasciato, Piero è costretto a subire ogni sorta di aggressione fisica e verbale dai suoi concittadini , ed è costretto ad abbandonare la sua casa.
A Villa Nebbia cercano un custode, e Piero si presenta al colloquio con l'avvocato Emidio Torsi per avere il lavoro. Emidio è anche l'ex marito di Ilde, l'anziana proprietaria della villa e con lei, nella villa, vive sua nipote, Mariasole.
Ottiene il posto e si sistema nella dependance che rimette a posto con cura, ma tutta la villa è fatiscente e avrebbe bisogno di essere ristrutturata ma per ora l'ingresso all'interno della villa gli è proibito.
Piero dopo quello che ha passato ha solo bisogno di un po' di tranquillità e la nebbia che avvolge la villa, costantemente, sembra fare proprio al caso suo. In qualche modo lo tiene sospeso e lo estranea dalla realtà, e lo irretisce. Si sente però osservato ed ha l'impressione che in quella fitta foschia si aggiri anche un'altra presenza, che percepisce ma non vede.
Quando però cominciano a susseguirsi fatti inquietanti, legati tutti in qualche modo alla villa e ai suoi proprietari, i suoi sospetti si fanno più forti fino a sfociare ad un'evidente realtà, che Piero svelerà oltre e nonostante la nebbia.
Si, perchè la nebbia è la vera protagonista del romanzo, essa confonde e nasconde, e spesso crea muri impenetrabili, che non si riesce ad oltrepassare, se non con un passo cauto e lento,
che poi è proprio il ritmo del romanzo: una narrazione avvolta da un fitto mistero che verrà svelato, appunto, pagina dopo pagina, un passo alla volta.
La lettura è piacevole e coinvolgente, il libro ha una buona trama e una forte suspence che cattura il lettore fin dalle prime pagine.
E' tutto molto ambiguo, soprattutto i personaggi, e difficilmente il lettore riesce a capire il movente di così tanti efferati delitti, che all'apparenza sembrano solo il frutto di una mente perversa; ma in realtà sono il frutto di un piano prestabilito che si rivelerà solo alla fine del romanzo.
Il finale mi ha lasciato un po' interdetta, forse un po' frettoloso e rocambolesco, ma non voglio svelarlo ovviamente, per il resto una buona lettura, leggera e di evasione.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    31 Agosto, 2022
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Il detective duro e puro

La narrativa hard boiled nasce negli Stati uniti nei primi anni 20, come sottogenere del Mistery. Il pioniere di questo genere è Carrol John Daly, ma è con Dashiell Hammet che raggiunge la sua notorietà, e più precisamente con la sua serie di romanzi che hanno come protagonista Continental Op.
Il genere hard-boiled si distingue per la narrazione cruda e violenta del crimine.
I protagonisti sono detective privati che oltre a risolvere i casi, sono soliti affrontare il pericolo in prima persona, rimanendo coinvolti in scontri violenti e utilizzando metodi simili ai delinquenti coi quali si confrontano.In genere fumano, bevono e hanno donne a iosa ma la loro unica compagna è la pistola, utilizzata sempre senza esitazione alcuna.
Raymond Chandler riprende questo filone, con questo suo primo romanzo Il Grande Sonno, creando il suo famoso detective Philip Marlowe, e rispettando in pieno i canoni dell'uomo «duro» che non deve chiedere mai!
Astuto, intelligente, seduttore, senza scrupoli, ma con una sua etica anche professionale che rispetta soprattutto per onestà con se stesso.
Ne Il Grande Sonno Philip Marlowe, ex poliziotto e investigatore privato di Los Angeles, viene assunto dal vecchio milionario Sternwood perchè un certo Geiger, un libraio, ricatta sua figlia minore Carmen per delle foto compromettenti. Sternwood è inoltre preoccupato perchè la figlia maggiore, Vivian, è sposata, senza amore, con un uomo dal dubbio passato Rusty Regan, ma che ora è misteriosamente scomparso.
La trama è lunga e complessa, ma è ben articolata ed ha una certa consistenza.
Chandler narra senza risparmiarsi nei dettagli: lo stile è molto descrittivo, sia nella presentazione dei personaggi, mere tessere di un puzzle che solo il detective riuscirà a comporre; sia nella narrazione dell'ambiente, con la pioggia insistente e le atmosfere buie e sinistre che fanno da sfondo al già fitto mistero.
L'unica figura di spicco è Philip Marlowe, un solitario, un cavaliere senza macchia e senza paura. Le sue caratteristiche sono l'onestà e il rigore morale, perchè , come dice lo stesso Chandler, la strada del cattivo deve essere attraversata da chi cattivo non è, altrimenti la storia non funziona. Marlowe è nudo e crudo un vero duro ma buono, che usa frasi brevi, incisive, veloci e con pochi aggettivi, spesso ironico. Chandler però, da grande scrittore quale è, riesce ad inserirlo in una prosa ricca ed evocativa, propria della sua formazione classica.
I suoi personaggi sono veri, e vanno oltre i suoi romanzi, raccontando uno squarcio della realtà americana. Il disagio di vivere, li porta, pur di affermarsi, a diventare dei piccoli criminali sempre coinvolti nel malaffare.
Anche la profonda malinconia di Marlowe di fronte alla vita, lo rende un antieroe, una sorta di perdente fuori dagli schemi di una società americana basata sul potere e sul denaro.
Ma il suo riscatto è il suo lavoro, che gli darà sempre soddisfazione e successo proprio per le sue abilità innate di risolvere casi tra i più complicati.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    16 Agosto, 2022
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La sirena nera

Danny ha quattordici anni, la mamma è scomparsa e il padre è disoccupato e in depressione. Una notte il padre decide di farla finita, carica Danny in macchina, accanto a lui, e si lancia a tutta velocità nel lago, il Moon Lake. Il padre è spacciato, ma Danny viene inaspettatamente salvato, a suo dire, da una “sirena nera”, una ragazza di colore che aveva assistito alla scena.
Danny rimasto solo, con l'unica zia al momento irraggiungibile, viene affidato alla famiglia di Ronnie, la ragazza che gli ha salvato la vita. La nuova vita con loro è una bella esperienza per lui, qui scopre l'amore e il conforto che non ha mai trovato nella sua famiglia. Ma purtroppo l'affidamento finisce e lui torna a vivere con la zia, unica parente rimastagli, con la quale non va d'accordo, ma ormai è grande e segue la sua strada e diventa un giornalista.
Dopo dieci anni però è costretto a tornare a Moon Lake perché viene ritrovata l’auto e i resti di suo padre e così il passato si ripresenta e chiede il conto.
Più che un giallo, questo romanzo, è un mistery, il ritorno di Danny a Moon Lake è la ricerca spasmodica di una spiegazione all'atto estremo di suo padre e a cosa sia effettivamente accaduto a sua madre. Ma il romanzo non è intimista, anzi, indagando, Danny scopre casualmente, un'assurda malavitosa gestione della vita locale, che non ha niente a che fare col suo dramma personale: rimane coinvolto in una rete di intrighi e malaffari di tre loschi e paradossali personaggi che truffano i cittadini per lucro.
Personalmente anche se all'inizio era promettente, il romanzo alla fine non è stato di mio gradimento; lo stile è a tratti sgradevole, turpiloqio immotivato, e descrizioni volutamente orrorifiche, (come la scena dei topi intorno all'uomo torcia!) solo per creare aspettativa e tensione. Ma tutti questi eventi sono così caotici e pretestuosi che la suspence un po' si perde, se pur c'è mai stata, e tutto si risolve poi come in quei film che si dilungano e sembrano non avere mai fine per poi finire invece tutto in fretta e furia, lasciando lo spettatore spiazzato.
Peccato perchè ne avevo letto bene, ma si sa, ogni lettore ha i suoi gusti!

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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Agosto, 2022
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La vita prima o poi ci chiede il conto

Un produttore cinematografico Terenzio Fuci, viene trovato morto dentro la sua Jaguar, abbandonata in una sperduta valle alpina. Sua moglie di vent'anni più giovane, Vera Ladlich, un’ex attrice che ha fatto innamorare un’intera generazione, è scomparsa. Incaricato delle indagini, il commissario Arcadipane lascia Torino per trasferirsi temporaneamente a Clot, un paesino di poche case sulle quali incombe una diga come quella del Vajont.. La gente del posto è diffidente e omertosa e il caso si rivela un rebus troppo complicato per non chiamare in causa il suo vecchio amico e mentore Corso Bramard e la ribelle ma affidabile agente Isa Mancini, entrambi alle prese con un momento difficile della propria vita.
Ho iniziato proprio dall'ultimo dei quattro libri della serie del commissario Arcadipane, e me ne sono accorta solo alla fine, presa dalle ottime recensioni di questo libro.
E devo dire che non mi ha deluso, ho faticato un po' all'inizio per lasciarmi coinvolgere dalla prosa di Longo, davvero sui generis per un romanzo giallo. In principio l'ho trovato anche un po' pedante, ma invece proseguendo ho trovato piacere dalla sua narrazione, a tratti ironica ma sempre dettagliatamente descrittiva, tanto da avere la sensazione di essere lì sul posto insieme ai personaggi del libro, uno stile davvero coinvolgente,
Ovviamente non conoscevo le singole storie dei protagonisti, e dei loro trascorsi ma questo non ha influito affatto nella mia lettura.
La trama è complessa e intricata, sicuramente non adatto a una lettura superficiale ed evasiva, per questo motivo mi ha ricordato a tratti Fred Vargas,
Il romanzo è disseminato di riferimenti letterari non per ultimo quelli a Pasolini e alla sua "misteriosa" morte, così perfettamente inserita nel romanzo, ma di sicuro pretestuosa, tanto per dare una velata, e anche non troppo, opinione in merito
"Nel novembre del ’75 ammazzano Pasolini. Qualche mese dopo Pelosi viene condannato per l’omicidio che ha confessato, ma sappiamo che sulla faccenda parecchi avevano dei dubbi e che la stampa di allora percorreva altre piste.
...
– Nel ’76, quando il Pelosi era già in carcere, Spinapollice stava ancora cercando informazioni nell’ambiente dei ragazzi di vita perché gli era giunta voce che quella notte c’erano piú auto appartate all’idroscalo e che qualcuno aveva visto che ad ammazzare Pasolini era stato un gruppo. Seguendo quella pista, viene a sapere che Pasolini non era l’unico nell’ambiente dello spettacolo romano a bazzicare quel mondo. Qualche regista e qualche attore da anni facevano la stessa cosa, anche se in maniera meno sfacciata, ricevendo i ragazzi a casa o in camere di albergo."
"Erano anni, quelli, in cui l’omosessualità era accettata a stento se eri un regista di talento come Pasolini, pace all’anima sua. Io invece con il cartello di pederasta appeso al collo cosa sarei stato? La brutta copia di Pier Paolo, senza la sua intelligenza, il suo coraggio, la sua genialità provocatoria e senza nemmeno la sua morte tragica."
Nel suo romanzo c'è arte e religione, etica e sociale; un libro anche politico se vogliamo, perchè sviluppa problematiche che la politica dovrebbe risolvere.
Chiaro e coerente Longo, scrittore e lettore impegnato, ci porta, su un altro piano di lettura, a una letteratura che va oltre il thriller e che ci spinge a riflettere, con i giusti riferimenti, su tematiche più ampie, che anche se solo accennate, restano comunque impresse nella memoria del lettore, un esempio evidente è il richiamo alla tragedia del Vajont. Quello di Longo più che uno stimolo alla ricerca dell'assassino è quasi un suggerimento alla conoscenza...ad andare oltre l'apparenza e ricercare la verità sulle tante tragedie di questo paese mai del tutto risolte.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    01 Agosto, 2022
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Marcus e Perry ancora insieme

il caso Alaska Sanders esce in libreria come il seguito de La verità sul caso Henry Quebert, in realtà se non per i protagonisti Marcus Goldman e Perry Gahalowood e qualche comparsa , più per l'ossessivo attaccamento di Marcus, di Henry Quebert, questo romanzo non ha altro in comune con il precedente.
E' un cold case: una giovane donna ritrovata uccisa sulle rive di un lago a Mount Plesant nell'aprile dell 1999, ma il caso viene chiuso in fretta con un reo confesso. Unidici anni dopo al sergente Gahalawood viene consegnata una lettera anonima che afferma l'innocenza del vecchio colpevole.
Da qui la riapertura delle indagini, che saranno seguite dalla vecchia coppia di amici e che daranno luogo a nuovi sviluppi e a una nuova inaspettata verità.
Il romanzo segue un'alternanza di passato e presente, con la tecnica del flashback. In questa alternanza oltre a rivelare nuovi indizi sul caso, lo scrittore ci narra le vite, che scorrono in questo arco temporale, di Marcus e Perry e della loro consolidata amicizia, Senza sforzo alcuno il lettore viene a conoscenza della morte della moglie del sergente , della scomparsa misteriosa di Henry Quebert, della vita disordinata di Marcus, scrittore per definizione, senza affetti ma nella loro continua ricerca.
Il romanzo è un bel giallo con una trama solida, in cui il lettore si immerge , cercando di svelare il vero colpevole, senza riuscirci, perchè è davvero impensabile.
Il romanzo è lungo, ma non si percepisce, perchè ogni parola è indispensabile.
Senza dubbio, che sia un caso o no, Joel Dicker da al lettore quello che il lettore si aspetta

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Lonely Opinione inserita da Lonely    01 Agosto, 2022
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Amedeo Consoli, aspirante detective

Amedeo Consoli è un aspirante detective, si appassiona ai crimini e collezionando indizi, articoli, foto, cerca di risolverli a suo modo. Ha un nipote, al quale è molto affezionato, che gli viene affidato dalla figlia quando esce da scuola. Vive in un condominio o meglio in una casa di ringhiera, dove per definizione più appartamenti condividono lo stesso balcone, o meglio ballatoio, e gli affari dei tuoi vicini sono per forza anche affari tuoi. E in questo breve racconto di Recami le vicissitudini dei singoli condomini si intrecciano e diventano una storia unica che parte lentamente ma che raggiunge un climax inaspettato dal quale il lettore esce piacevolmente sorpreso.
Il giallo è più un pretesto per sviluppare certe dinamiche sociali, che meritano qualche riflessione più profonda. In una chiave assolutamente ironica, quasi farsesca, Recami ci mostra quelle che secondo lui sono le reazioni umane quando siamo messi di fronte ad atti criminali: c'è chi fugge, chi si comporta vigliaccamente, chi si paralizza, chi cerca di occultare quello che ha fatto...l'essere umano in certi momenti da il peggio di se stesso. In una serie di eventi che si susseguono quasi senza respiro, vengono coinvolti tutti i personaggi del racconto e dopo una serie di equivoci il tutto si chiude così come è iniziato, casualmente.
Il racconto è originale e piacevole , ed è come un monito o meglio un avvertimento a migliorare i nostri rapporti con gli altri, evitando di chiuderci nei nostri personalismi e badando un po' più alle sofferenze del nostro prossimo.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    20 Giugno, 2022
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Ahi l'amore che cos'è

La squadra è al completo: la Sistemi integrati, Monterossi, Falcone e Cirrielli, vengono incaricati da un ragazzo della Milano bene per cercare la sua donna misteriosamente scomparsa. Per vie traverse e parallele si ritrovano a indagare sullo stesso caso Ghezzi e Carella, e l'indagine poi si amplia fino a delineare un quadro complesso con vittime e assassini tutti motivati, più che dal denaro, dall'amore e dal rancore.
L'amore, appunto, è al centro di questo ultimo romanzo di Robecchi. L'amore e il mistero ovviamente.
L'autore di Crazy Love, Carlo Monterossi, stavolta sarà messo egli stesso, suo malgrado, di fronte alla fatidica frase, della sua conduttrice «preferita» (Flora), «Anche questo fa fare l'amore» , perchè il mistero di questo romanzo verte proprio su questo, su come l'amore per sua natura istintiva ci porti a scelte e ad azioni irrazionali, che vanno spesso contro il nostro interesse e a favore della persona amata. Non importa l'età, nè le differenze culturali o sociali; non esiste paura in amore, non c'è ragione nè legge, esiste solo questo «folle» sentimento.
Tanti hanno scritto, recitato, cantato l'amore...e anche Robecchi prova a dire la sua su «l’annosa questione dell’amore», attraverso i suoi personaggi ma soprattutto attraverso il suo protagonista
Le infinite domande che Monterossi si pone sull'amore, ci descrivono un uomo scanzonato, disilluso dalla vita, che non crede più a niente, ma che pur nel suo cinismo vuole credere in qualcosa, qualcosa che gli dia lo stimolo a muoversi dal suo confortevole divano nel suo appartamento di lusso con l'ennesima canzone di Bob Dylan in sottofondo, "l'amor che move il sole e l'altre stelle», il motore del mondo.
«Questa questione dell’amore va approfondita» pensa Monterossi e più che svelare un mistero cerca una risposta, perchè in fondo cos'è poi l'amore se non un mistero?
«I miei amici qui possono testimoniare che io sono un tipo romantico, persino ottocentesco, e che quella cosa lì dell’amore definitivo e incrollabile mi affascina parecchio.»
Lo affascina, ma non ci crede, o almeno non fino in fondo. La sua relazione con la Ballesi è comoda, libera da definizioni, vincoli e responsabilità, «Tranquillo, l’amore non c’entra niente, non agitarti» gli dice Bianca, perchè capisce che la sola parola,amore, lo impaurisce e lo allontana «Amore», ha detto Carlo. «Roba da pazzi».
Ma le sue riflessioni e la sua continua ricerca, quasi un'ossessione, del «vero amore» lo porteranno, con suo stesso stupore, a svelare i segreti che hanno mosso le pedine di questo bel romanzo
(«Andiamo a parlare ancora di queste cose tristi / Alcuni saranno perdonati, altri puniti / Perché mai vi fu storia più dolorosa / Di questa di Giulietta e del suo Romeo» )
perchè come dice anche la sua collaboratrice domestica e saggia Katrina
«Signor Carlo fa domande strane. Cosa vuol dire si può, non si può, amore non è una cosa che si sceglie».

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i precedenti romanzi di Alessandro Robecchi della serie Monterossi
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    14 Giugno, 2022
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Quando la Giustizia diventa la più grande ingiusti

Il castello di Barbablu è l'ultimo di una trilogia di romanzi gialli di Javier Cercas, dopo Terra Alta e Indipendenza.
Melchor Marin ne è l'assoluto protagonista. Una figura che bisogna accettare così com'è, senza tante sfumature, nel bene e nel male; è un uomo dal passato controverso e contraddittorio: sua madre è una prostituta e viene uccisa una notte da un gruppo di criminali, non sa chi sia suo padre e ha un'adolescenza turbolenta, viene arrestato per traffico di droga per un cartello colombiano, ma in carcere conosce il Francese, suo compagno di cella, e con lui scopre il mondo della lettura. Si appassiona talmente tanto a I Miserabili che ne fa una filosofia di vita. E' nell’eroe Jean Valjean, ma anche nel cattivo Javert, che Melchor si riconosce, nella sua doppia natura di criminale e poliziotto, Buono o Cattivo?
Emerge chiaro in lui il conflitto tra giustizia formale e giustizia sommaria, e la domanda sorge spontanea, Giustizia o Vendetta?
Il suo avvocato difensore, cliente della madre e forse suo padre, chissà, lo prende a cuore e riesce tramite la conoscenza di un giudice a fargli ridurre la pena e a ripulirgli la fedina penale. Da quel momento Melchor si mette a studiare per entrare in polizia e ci riesce, tanto da diventare l'eroe di Cambrais per aver sgominato una banda di terroristi.
E' molto bravo Melchor, ha il fiuto dell'investigatore ed è ostinato e caparbio: oltre ad arrivare alla risoluzione dei casi che si presentano, non smetterà mai di cercare gli assassini di sua madre, così come quelli di sua moglie finchè non riuscirà a vendicarsi.
Perchè proprio questo è il suo limite, il suo concetto di giustizia, del tutto personale: laddove la legge non arriva, Melchor impone la sua «legge» .
Ne Il Castello di Barbablu, Melchor ha lasciato la polizia e dopo la morte della moglie diventa bibliotecario a Gandesa in Terra Alta, dove vive insieme a sua figlia Cosette ormai adolescente, con la quale ha tensioni e scontri continui.
Cosette scopre da sola come realmente è morta sua madre e incolpa il padre per non averle mai detto la verità. Così i due si allontanano ma durante una vacanza con un'amica a Maiorca, Cosette rimane coinvolta in una drammatica storia di abusi sessuali.
Solo la tenacia e la testardaddagine di Melchor, e non la giustizia corrotta (perchè questo denuncia Cercas), riescono a far si che Cosette torni a casa, seppur lesa nella mente e nel corpo.
L'azione personale di Melchor insieme all'aiuto degli amici di Terra Alta, fa si che sia fatta giustizia e che siano arrestati tutti i colpevoli.
Specialmente in Terra Alta il giallo per Cercas è quasi un pretesto per riflettere sui temi che gli stanno a cuore, politica, sociale, giustizia, corruzione... ma poi ci prende la mano e il thriller si fa sentire, il ritmo è incalzante, la storia è solida, e i tre romanzi, specialmente quest'ultimo, si leggono d'un fiato.
Un thriller decisamente poco convenzionale quello di Cercas, che forse non incontra il gusto di molti lettori appassionati del genere, ma che comunque va oltre la storia, e invita a riflettere su temi che influenzano pesantemente la dirittura morale di un cittadino: che succede quando la cosiddetta giustizia non ti difende più?

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Lonely Opinione inserita da Lonely    24 Gennaio, 2022
Top 100 Opinionisti  -  

Veltroni e il "giallo"!?!

All'ispettore Buonvino viene affidato un nuovo commissariato istituito all'interno di Villa Borghese. Con lui ruota un team scombinato di agenti del tutto improbabili :
"La squadra degli agenti del commissariato di Villa Borghese sembrava composta da Bombolo, Alvaro Vitali, Gigi Reder, i gemelli marchesini Pucci di Sapore di mare, Aristoteles e Edwige Fenech. Uno normale, a vista, non c’era."
Per loro si prospettano giorni di furti e piccole rapine, un commissariato tranquillo all'apparenza, nel quale invece si scatenano inspiegabili delitti, che tentano di togliere luce al buon nome dell'ispettore.
Il commissario Buonvino è il protagonista di una serie di libri gialli scritti da Walter Veltroni.
Questo è il terzo ed ultimo, per ora, in ordine cronologico, ma sinceramente oserei dire, se proprio devo, che forse il primo era il migliore,
Inizialmente mi aveva fatto una buona impressione: personaggi, vittime ,assassini, ambientazione, storiella, i presupposti c'erano tutti per un buon giallo all'italiana.
Tra l'altro nel primo romanzo Veltroni faceva sfoggio di innumerevoli citazioni musicali, riferimenti letterari e cenni storici, tanto che valeva la pena leggerlo solo per questo.
Purtroppo i successivi sono spogli anche di questi "orpelli" ,e così è ancora più evidente l'inconsistenza del plot, perchè la trama, va detto, è davvero poco credibile.
Veltroni scrive bene e ha cultura, è innegabile, ma i suoi gialli hanno poca sostanza e nessuna struttura.
Manca l'impianto del giallo: c'è un assassino, un labile movente e una vittima, ma non ci sono, gli indizi, gli intrecci, la suspense. Quello che un lettore si aspetta da un buon giallo qui non c'è e la storia non coinvolge. Si rimane appesi alle intuizioni del commissario Buonvino, senza tentare di capire chi, perchè e come, insomma si resta a "guardare". Ma leggere è ben altro, è coinvolgimento, pensiero, riflessione, è prendere parte, appassionarsi, stupirsi, è entrare in un altro mondo e lasciarsi trasportare, e questo stavolta mi è mancato, peccato!

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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Gennaio, 2022
Top 100 Opinionisti  -  

Come in un film di Ozpetek

Premetto che conosco Ozpetek solo tramite i suoi film, non avevo mai letto nulla di suo prima di ora.
Il romanzo si legge d'un fiato, perchè breve, semplice e misterioso quanto basta per vedere svelato il finale.
Due sorelle, una storia; un'infanzia e un'adolescenza trascorsa insieme, facendo fronte comune contro una madre dispotica e sociopatica. Elsa e Adele conquistano la loro libertà, al modo di una volta, cercando l'uomo giusto per farsi una nuova famiglia e lasciare quella di origine, soffocante e opprimente. Solo che s'innamorano dello stesso uomo, e fragili e ingenue quali sono, si fermano entrambe all'apparenza, senza capirne la sua vera natura. Un evento drammatico le separa irrimediabilmente, e la vita, o meglio il rancore, non dà loro una seconda opportunità.
Seppure i fatti si svolgono a Roma, è Instanbul, cara ad Ozpetek, a fare da cornice, con i suoi usi e le sue tradizioni, narrati nelle lettere di Elsa, unici scritti degni di nota di tutto il libro,
Il romanzo ha tutta l'aria di un film di Ozpetek, mi ha ricordato molto Saturno Contro, quando una combriccola di amici si ritrovano insieme a cena, ridono e scherzano fino all'evento inaspettato e drammatico. E poi tutto cambia, o quasi.
E quindi più che un romanzo mi è sembrato la sceneggiatura di un film, dove si racconta una bella storia, si, ma non si ha il tempo per dire di più. Come romanzo invece perde di profondità e anche i personaggi appena accennati, hanno poco spessore.
Il finale è amaro come la storia; triste perchè non c'è possibilità di redimersi, non c'è perdono e non c'è giustificazione. Quello che è stato è stato, ma non è passato, anzi è ben presente ed ha condizionato la vita di entrambe per sempre.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    22 Novembre, 2021
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Dalla parte di Penelope

Del mitico Ulisse sappiamo tutto, l'epica racconta di lui, delle sue astuzie, della sua intelligenza, dei suoi viaggi, voluti o costretti dalla contrarietà degli Dei. Di Athena che lo protegge e gli indica la strada, delle sue peripezie per ritornare a Itaca, la sua patria, tanto amata, dove lo aspetta, per sempre o quasi, la sua devota moglie, Penelope.
Ma cosa sappiamo davvero di Penelope?
Penelope è la cugina di Elena, ed è oscurata dalla sua bellezza ,anche la sua intelligenza viene meno di fronte a tanta bellezza. E come può Penelope non amare Ulisse che rifiuta Elena e sceglie invece lei come sua sposa e compagna?
Penelope è La moglie che aspetta il ritorno del marito amato per venti lunghi anni, dieci impiegati nella battaglia di Troia e dieci impiegati per tornare, ostacolato tra le infinite avversità .
Penelope lo aspetta , pur non sapendo nulla di certo su di lui. divenendo per tutte le donne esempio di amore coniugale e devozione eterna. Pur di non cedere alle pretese dei pretendenti al trono, li inganna con un artificio degno del marito, lavora a un sudario per il vecchio Laerte e quando questo sarà finito sceglierà il nome del nuovo sposo. Ma Penelope è colei che tesse la tela di giorno e la disfa di notte perchè crede nel ritorno di Ulisse fino alla fine. Per perpetrare questo inganno chiede l'aiuto e il sostegno alle sue dodici fedeli ancelle, che danno voce a loro stesse nel coro intercalato nel racconto.
Quando finalmente Ulisse torna a Itaca e vede la sua casa devastata dagli altri principi, si traveste da barbone e si nasconde persino agli occhi di Penelope, mettendola inconsapevolmente alla prova della sua fedeltà. La sua ira ,a confronto con quella di Achille, è lucida e razionale, e la sua vendetta è totale, nessuno si salverà, neanche le dodici ancelle, colpevoli, secondo lui, di aver tramato insieme ai Proci. Non ascolterà nessuno e andrà dritto verso la sua implacabile vendetta, senza ascoltare nemmeno Penelope che tanto aveva bramato il suo ritorno,
Personalmente ci ho trovato tanta sottile ironia nel racconto della scrittrice, alla fine Ulisse ne esce sminuito, e ridimensionato anche agli occhi della stessa Penelope. Le ancelle non dovevano morire, lui non si doveva nascondere agli occhi della moglie, perchè lei lo avrebbe riconosciuto comunque ,e la sua, permettetemi il termine, non-accecata violenza è a dir poco discutibile.
Vale la pena dunque tanta devozione e lealtà per un uomo che se per un attimo non la riconosce diventa un mostro?
Non dimentichiamoci che ancora oggi, a settantatré anni, la Atwood è un’attivista piena di energia: è portavoce degli scrittori canadesi e si batte per i diritti delle donne, dei nativi e per l’ambiente.
E in questo suo breve romanzo ci dona con semplicità ed eleganza un'inedita Penelope, attuale e determinata per natura, e ci invita a riflettere sul ruolo subalterno della donna in determinate società..

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Lonely Opinione inserita da Lonely    19 Ottobre, 2021
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Cantami o Patroclo del pelide Achille..

Attratta dall’epica e dai miti da sempre, mi sono fatta coinvolgere da questo libro scritto da Madeleine Miller qualche anno fa, a dire il vero, ma che ha avuto tanto successo di pubblico proprio in questo ultimo periodo.

La storia è famosa: Achille e Patroclo, la guerra di Troia, l’assedio e la vittoria dei greci sui troiani, con la morte dei nostri valorosi protagonisti.

Ma per la Miller, docente di lettere antiche, la storia è solo un pretesto, una scusa per scrivere dell’amore omosessuale, un argomento quanto mai attuale.

Il romanzo è scritto in prima persona ed è il punto di vista di Patroclo che narra della sua amicizia e del suo grande amore per Achille.

Patroclo viene esiliato a Ftia, regno di Peleo, per aver ucciso accidentalmente un suo compagno. Alla corte di Peleo, conosce suo figlio Achille e i due diventano inspiegabilmente inseparabili.

La stessa dea Teti e madre di Achille, nonostante ci provi con tutte le sue forze, non riesce a dividerli, uniti anche da un ineluttabile destino.

Tutta la prima parte del romanzo cresce insieme ai suoi protagonisti, i giochi d’infanzia, l’adolescenza e l’istruzione da Chirone ed ha un suo apice con la scoperta dell’amore l’uno per l’altro.

La seconda parte invece è in discesa, consapevoli del loro amore, i due si cercano, si trovano e si ritrovano nonostante gli ostacoli che incontrano nel loro percorso, ma il loro destino è segnato, Achille ormai uomo è messo di fronte a una scelta, una vita lunga e tranquilla col suo compagno vissuta nell’oblio, o una vita breve come valoroso eroe.

Inutile domandarsi cosa sceglierà. La sua ira volgerà al culmine quando Ettore ucciderà Patroclo, sceso in campo solo per difendere il buon nome di Achille, che non voleva più combattere perché offeso da Agamennone. Quando Patroclo trova la morte Achille perde sé stesso e dopo aver ucciso Ettore per vendetta, cerca la morte in battaglia che arriverà per mano di Paride, o meglio di Apollo.

Il grande amore è alla fine, per volere di Achille le sue ceneri saranno mischiate con quelle di Patroclo, ma nessuno dei discendenti vuole unire sulla tomba il nome di Achille a quello di Patroclo, per non infamarlo. E così l’anima di Patroclo è costretta a vagare finché solo la pietà e l’amore di una madre gli rende la dignità e gli concede finalmente di incontrare Achille nell’Ade.

Una bella storia ripresa dai classici greci e romanzata. A tratti commovente, si legge piacevolmente, e quanto mai attuale, ci fa anche riflettere, su quegli amori sempre e ancora ostacolati da chi non li comprende perché diversi. Ma l’amore è una legge universale che non conosce limiti né regole, e per fortuna vince sempre su tutto e su tutti.

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miti e cliassici greci
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Lonely Opinione inserita da Lonely    06 Settembre, 2021
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Viaggio al centro della terra

Travolta dalla Trilogia del caos, dello stesso autore, mi sono imbattuta nel suo ultimo libro, incalzata anche da un'intervista a Mirko Zilahy, in cui la giornalista Sabrina De Bastiani definisce il romanzo come uno dei migliori thriller che "ci fa prigionieri fin da subito, trascinandosi in una lettura priva di tempi morti e passaggi scontati, spiazzante e sorprendente fino alla fine".
Dimenticate del tutto l'autore della Trilogia del Caos, qui il giallo, se di questo si tratta, è un pretesto per indagare sul mistero e il senso della vita Lo stesso autore ne parla così " Sapevo che sarebbe stato un romanzo complesso per struttura e ambizioso per l’effetto finale che volevo. Un romanzo con tre anime, una siderale, una geologica e una psicologica, che desideravo s’intrecciassero a raccontare e ri-velare l’universo, la Terra e l’io come una trinità del Mistero tout court."
E' una sorta di "Viaggio al centro della Terra" per scavare, nel vero senso del termine, e trovare infine quella voce che ci svela questo profondo mistero.
La trama di per se' non sarebbe complicata, il professore John Glynn, scienziato di fama mondiale, lavora su una speciale sonda geofonica, SismoTime, che studiando i movimenti nelle profondità della crosta terrestre, dovrebbe essere in grado di prevedere ogni tipo di terremoto con grande anticipo salvando milioni di vite umane.
E' che spesso l'autore divaga in pagine e pagine di specifiche geofisiche che risultano pesanti per un lettore meno interessato all'argomento, E dunque secondo me, a differenza della su citata giornalista, di tempi morti ce ne sono eccome. Il finale oltretutto non è così sensazionale, anzi io l'ho trovato abbastanza scontato.
Più che un romanzo lo vedo meglio come la trama di un film! Peccato perchè la Trilogia del caos invece l'avevo apprezzata molto

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Lonely Opinione inserita da Lonely    06 Settembre, 2021
Top 100 Opinionisti  -  

Tex Willer in terra straniera

Leggendo questa serie di libri di Gavino Zucca parto a parlare da questo che è il primo. Il protagonista è un tenente dei carabinieri ,Giorgio Roversi, bolognese, che per difendere un suo amico da un'accusa di omicidio, viene coinvolto in una rissa da bar e viene trasferito in Sardegna a Sassari.
Qui dovrà fare i conti con un mondo del tutto nuovo: dialetto, usi, costumi e tradizioni. Ma il tenente solo in una terra straniera e apparentemente ostica non si lascia scoraggiare.
Tentando di risolvere il mistero dell'omicidio della grotta di Abbacuada, il tenente Roversi incontra una serie di personaggi che entrano poi a far parte della sua vita quotidiana.(Luigi Gualandi, Caterina, Michele) Con loro condivide le sue passioni , come quella per Tex Willer e con loro svela i misteri di questa terra per niente facile da comprendere. Tutti i personaggi sono ben caratterizzati e funzionali ai fini della trama. Il giallo è semplice, ma piacevole, non manca niente per il genere, ed oltre al giallo c'è l'amicizia e l'amore. E che volere di più da una lettura ricreativa? i libri di Zucca non sono pretenziosi, ma sono ben scritti e alla fine tutto torna, anche se spesso l'assassino viene svelato dal lettore facilmente, ma è tutto voluto.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Febbraio, 2020
Top 100 Opinionisti  -  

La bolla di sapone

Miranda ha quasi 90 anni e ogni giovedi mattina alle 10, a Firenze, si incontra per la colazione insieme alle sue amiche Nives di 92 e Carolina di 86.
Il loro presente è carico di ricordi, perchè inevitabilmente ciò che sono oggi è frutto del loro passato.
Ed è nel passato che si svolge gran parte del romanzo e precisamente nell'estate del 1939
Quell'estate che per Miranda fu come un sogno, dove la realtà arrivava appena, e dove si percepivano vagamente, da echi lontani, il regime fascista e le leggi razziali.
Nulla fu così tangibile per Miranda finchè quel sogno non svanì di colpo e tutto all'improvviso cambiò e divenne così crudamente reale.
Miranda nel 1939 ha 10 anni e si trasferisce da Firenze in un paesino sull'abetone, nella villa del nonno paterno, un uomo solitario e poco loquace che vive con la governante Elda.
Per Danda la mamma è l'unico punto di riferimento e di affetto, perchè il papà è lontano e non passerà l'estate insieme a loro, e la sua più cara amica Rachele si è allontanata dalla città e non risponde alle sue lettere.
Qui però conosce Lapo, un ragazzino di 11 anni, figlio del mezzadro. Con lui vive ed esplora il mondo: Il mondo di due bambini in vacanza in montagna, e dunque scopre il bosco, la foresta, il torrente ghacciato, la lince Luana, la disobbedienza e il primo amore, quello che non si scorda mai.
Disorientata e confusa Danda si abbandona alla sua curiosità e sfida le sue paure, lasciandosi andare ad un'estate spensierata,. Quando la mamma è costretta a tornare a Firenze per sbrigare delle commissioni, Miranda rimane sola con suo nonno Ugo e in qualche modo i due iniziano a conoscersi. Il nonno è un famoso pittore e lei disegna molto bene, così imparano a comunicare e ad esprimere le proprie emozioni e le paure più profonde attraverso un mondo fatto di gessetti, pennelli e colori.
Ma Settembre è alle porte e l'estate finisce anzitempo, il sogno svanirà riportando alla dura realtà due bambini innocenti, vittime di un mondo più grande,violento e crudele.
Un libro quasi onirico, intriso di una profonda armonia, dove tutto torna, come un cerchio, ogni singola parola e ogni singolo gesto.
L'unico modo per il lettore è lasciarsi trasportare in questo viaggio e immergersi in questa bolla di sapone, così effimera che durerà giusto il tempo di un'estate, calda breve e colorata.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    28 Agosto, 2019
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Per colpa degli sciù

Devo premettere che ho letto questo libro in due tempi: quando l'ho iniziato dopo poche pagine l'ho abbandonato, mi sembrava il “solito” Pif, e lo trovavo ripetitivo.
Sbagliavo.
Difficilmente non finisco un libro e non do' giudizi nel caso, e dunque in un altro momento l'ho ripreso e finito in pochi giorni.
Direi che lo avevo sottovalutato.
Lo stile è il suo, ironico e profondo allo stesso tempo, come ci riesca non saprei, ma è molto efficace. Ti avvicina col sorriso per farti riflettere su profonde e amare verità , chapeau!
La trama si sviluppa con la narrazione in prima persona di Arturo, e con dei dialoghi indiretti tutto gioca sul suo personale punto di vista , che poi fatalmente diventa oggettivo.
La storia nasce dalla sua passione per i dolci, una passione così forte che lo fa avvicinare a Flora, la padrona di una pasticceria.
I due si innamorano, ma mentre lui si domanda se il suo amore per i dolci supera l'amore per lei addirittura da esserne la conseguenza, Flora, ignara, cambia le carte in tavole e lo mette alla prova, e mette in discussione la fede di Arturo per la religione cattolica.
Da qui la storia ha una svolta morale ed etica.
Un po' per sfida, un po' per orgoglio, un po' per gioco, Arturo decide di essere un credente praticante alla lettera, e dunque dà vita ad una serie di equivoci comici e drammatici, che inevitabilmente portano il lettore a interrogarsi, sul suo modo di essere cristiano, su come vive la religione e soprattutto su come mette in pratica i valori cristiani,: l'amore per il prossimo, la solidarietà, l'umiltà...
In questa sfida con la sua donna, con la fede, ma soprattutto con se stesso Arturo rivoluzionerà la sua vita, e quella di chi gli è accanto, e si ritroverà coinvolto suo malgrado in una serie di avventure da cui ne uscirà un uomo completamente nuovo.
Il finale è a sorpresa e, direi, irrilevante, ma del tutto coerente con lo svolgimento della storia.
Uno spaccato, se vogliamo, anche dell'italiano medio che vive tutto un po' superficialmente, senza prendere mai coscienza delle proprie azioni…"futti, futti che Dio perdona tutti!"
Un libro divertente, ironico, che fa sorridere e al tempo stesso che fa riflettere sulla nostra umanità

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    12 Luglio, 2019
Top 100 Opinionisti  -  

La fine di Ricciardi

Non ho mai scritto un'opinione negativa su un libro, perchè in genere scrivo solo di ciò che mi ha impressionato positivamente e mi spiace scostarmi dalle opinioni precedenti, ma io sono rimasta alquanto delusa.
C'è stato un gran battage pubblicitario intorno a questo libro, venduto come l'ultimo della serie e dunque come si poteva non leggerlo?
Sin dall'inizio s'intuisce che qualcosa non va, che c'è una dissonanza, una crepa, una fedele lettrice della serie se ne accorge, è come quando intuisci che qualcosa è cambiato ma non realizzi cosa. Anche il fatto che sia stato introdotto come "l'ultimo Ricciardi" forse non rende l'animo bendisposto, ma poi mi accorgo, mentre leggo, che qualcosa mi sfugge, non c'è più Napoli, non percepisco più la profondità e lo spessore dei personaggi tanto amati, che mi sembrano solo caricature di loro stessi.
Vedo un giallo giocato molto sui sentimenti dove però i sentimenti sono solo abbozzati, superficiali, e dove il giallo stesso così complicato, che annuncia già evidente l'influenza nazista nel nostro paese, alla fine si risolve in un modo tanto banale da chiedersi, ma è finito così?
Lo stesso Falco tanto temuto, o la stessa Livia, così fiera e orgogliosa, perdono corpo nonostante siano personaggi centrali in questo ultimo romanzo.
Non discuto certo la scelta dell'autore sul finale del libro, lo scrittore scrive ciò che vuole e decide lui per tutti, ma mi sarei aspettata qualcosa di diverso, qualcosa almeno al livello dei romanzi precedenti.
E il risultato mi fa l'effetto che sia stato scritto in fretta e furia tanto per metterci un punto e avere il tempo per un altro progetto.

Anche con i bastardi di Pizzofalcone avevo notato il cambiamento, tutto più semplice, più leggero, più commerciale.
Forse, e mi spiace dirlo, troppa carne al fuoco per De Giovanni, tanto da perdere di vista i suoi gioielli che lo hanno reso così famoso. Un gran peccato!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    22 Mag, 2019
Top 100 Opinionisti  -  

Va dove ti porta il cuore

Capitano periodi in cui leggere rimane difficile, così inizi un romanzo e lo abbandoni, poi un altro, finchè non trovi quello che fin dalla prima pagina capisci che è quello giusto, quello che ti riaccende la voglia di immergerti nella lettura e lasciare tutto il mondo fuori.
Il gioco del suggeritore è così, o così è stato per me, mi ha catturato dalle prime righe e in pochi giorni (e solo perchè avevo poco tempo libero) l'ho finito.
A dire la verità un po' tutti i libri di Carrisi mi coinvolgono in questo modo, ma questo in particolare, è un viaggio in un tunnel di paura da cui esci solo alla fine e rimani come quando ti svegli da un incubo, felice di essere nella realtà, forse...perchè "A volte inganniamo la nostra intelligenza con le emozioni perchè non vogliamo accettare la realtà" (pag. 266)
Poco vorrei dire sulla trama in cui i personaggi sono più o meno gli stessi,(essendo un sequel de Il suggeritore) se non che è un thriller psicologico intenso e a tratti adrenalinico.
Un thriller, attualissimo, basato sull'influenza di internet sulla mente umana "Internet è un'enorme spugna:assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio. Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare leggi e convenzioni. A volte dobbiamo indossare una maschera, ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della società...In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa ipocrisia, ma è soltanto un'illusione:ci hanno semplicemente lasciato soli con i nostri demoni." (pag 119)
Per chi sa leggere tra le righe, troverà anche sullo sfondo una dura critica alla politica italiana, anche in modo abbastanza esplicito direi.
Non mi piacciono i gialli violenti o sanguinosi, questo infatti non ne ha le caratteristiche, ma allo stesso modo tiene la suspense dalla prima all'ultima pagina.
Unico appunto è il finale, non è la prima volta che mi capita, ma i gialli di Carrisi mi lasciano sempre con un po' di amaro in bocca, come se l'epilogo non fosse allo stesso livello di tutto il romanzo.
Tutto gioca suul'inganno della mente, e quanto essa possa essere facilmente manipolabile, ma il messaggio è che alla fine il sentimento supera sempre la ragione e "il cuore vede ciò che il cuore vuole vedere"

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    01 Febbraio, 2019
Top 100 Opinionisti  -  

Al casinò di Saint Vincent

Rien ne va plus è il seguito di Fate il vostro gioco.
Nel precedente libro il giallo viene risolto per metà e dunque in questo lo scrittore mette un punto a tutta la vicenda.
La trama è come al solito avvincente e ricca di dettagli che si incastrano perfettamente come un puzzle, dove ogni membro della squadra mette un tassello.
Infatti qui Manzini dà ampio spazio anche agli altri agenti di polizia capeggiati dal vicequestore Rocco Schiavone; li porta nella sfera privata e ne rivela abitudini e sogni. In questo modo ogni personaggio cresce, si evolve e diventa anche parte integrante, e non aggiunta, di questo team, dando il proprio prezioso contributo alla risoluzione del mistero.
Tutti i personaggi si umanizzano, mostrando anima e corpo, fragilità e punti di forza e proprio questa è la sostanziale differenza dai precedenti romanzi, più centrati invece sulla figura di Rocco Schiavone e del suo vissuto.
Ora invece tutti i componenti del gruppo prendono coraggio e fiducia e agiscono anche in base al proprio intuito ed esperienza, senza il continuo stimolo del vice questore.
D’altronde, sono anche costretti, ad agire da soli, perché qui Rocco è impegnato a risolvere una propria questione privata che poi è anche il filo conduttore di tutta la serie, ma non perde comunque di vista il caso e come al solito il suo fiuto lo condurrà sulla pista giusta.
La lettura è scorrevole e molto ilare. L’ho trovato molto divertente. Una lettura veloce e piacevole per chi ha bisogno di divagarsi un po’.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    30 Gennaio, 2019
Top 100 Opinionisti  -  

L'animale che mi rende schiavo dei miei istinti

…Ma l'animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni (Franco Battiato)

Francesco Piccolo in una recente intervista, proprio in merito a questo suo ultimo lavoro, confessa che, a parte leggere qualcosa la mattina e sbrigare qualche commissione, di solito scrive tutto il giorno; raccoglie idee e contenuti, divisi per argomento, in vari files al computer e poi quando decide che è abbastanza, razionalizza e scrive il libro.
In effetti i suoi scritti, ad una prima lettura possono apparire frammentari, e Il suo modo di scrivere semplicistico, perché non hanno le tecniche stilistiche del romanzo, ma sono soprattutto riflessioni, e pezzi di vita sotto forma di racconto.
Scritto necessariamente in prima persona questo libro risulta essere autobiografico, ma alla domanda ovvia, nell'intervista, del giornalista all’autore,
“è tutto vero quello che narra nel suo ultimo libro? ”
lui cordialmente risponde “cazzi miei!” che può sembrare arrogante, davvero, ma in effetti poi Piccolo ci spiega che non è importante se quello che narra sia vero o no, quello che conta è che lo creda il lettore. E se l’intento è anche questo gli riesce benissimo, perché sembra tutto reale.
In questa ottica l’autore sembra mettersi a nudo, parlando appunto, anche marcatamente, dei suoi istinti maschili, e di come essi pesino sulla sua vita, ma anche di quella di coloro che gli sono vicini, e che si relazionano con lui.
Questo suo essere maschio, inteso nelle sue forme ancestrali, e non certo moderne, e dunque orgoglioso, violento, prevaricatore, dominato fortemente dagli impulsi sessuali irrompe e fa soccombere la sua parte emotiva e sentimentale.
Cresciuto in una società, in cui i valori e i limiti e i generi erano netti e precisi, (solo perché di altro non si poteva parlare), il suo ruolo era già stabilito alla nascita. In qualche modo la famiglia, l’ambiente, il gruppo, il “branco” di amici maschi, si aspettavano da lui certe caratteristiche e determinati comportamenti legati a un preciso stereotipo di uomo ormai oggigiorno fuorimoda e anzi anche spregevole per molti versi.
Questo modo di “essere uomo” lo condiziona come uomo, e può apparire un paradosso, ma non lo è.

«Quello che tenevo compresso dentro di me, nell'ora di educazione fisica o durante i film di Maciste, o certe sere quando andavo a dormire e avevo paura, era l'angoscia di dimostrare di essere maschio. Doverlo far vedere a tutti, ogni ora, ogni giorno, ogni settimana. E ogni volta misurare la mia inadeguatezza».

Perché in qualche modo ognuno di noi vuole sentirsi apprezzato e stimato per ovvi motivi all’interno della società, vuole esserne parte integrante. E diciamo che il protagonista (o l’autore?) trova il suo modo anche se non gli appartiene del tutto, e non gli calza perfettamente.

“La soluzione è quella specie di convivenza tra la persona che vuoi essere e la persona che la tua comunità di maschi ti ha chiesto di essere. Trovare un punto in cui queste due entità litigiose riescano a convivere e a superare la giornata, giorno dopo giorno. La soluzione è abituarsi a questa doppia personalità, allo stomaco stretto, ai denti che digrignano di notte, alle mascelle serrate, all’impossibilità di spiegarsi, all’impossibilità di essere solo.”

Ma falsa un po’ tutti i rapporti, tutte le relazioni anche di uomo adulto ed in una qualsiasi circostanza avversa, facilmente, esplode l’animale che porta sempre dentro di sé, quello che si nasconde dietro la maschera del cosiddetto perbenismo: un uomo con le sue debolezze e le sue fragilità, che non può manifestare, se non con la violenza verbale e fisica.

“L’animale che mi porto dentro e che molti non conoscono è uno che vuole continuamente fare a botte; che ai semafori si incazza se qualcuno gli suona il clacson, o gli taglia la strada, ma si incazza nel senso che insulta, ha voglia di litigare, dà cazzotti contro i finestrini e dice: scendi che t’ammazzo. È violento, sbatte il telefono in faccia, urla a due centimetri dalle persone, è arrogante, vuole che le cose vadano come dice lui, che le persone gli chiedano scusa, stringe le mandibole, digrigna i denti, chiude i pugni, per dire: ora t’ammazzo, anche se sa che non bisogna farlo, e neanche dirlo. Questo animale mi fa essere cupo, nervoso; una persona che gli altri giudicano simpatica è anche la stessa persona che, per giorni, può non dire una parola, sta zitto e se qualcuno gli chiede: cos’hai?, lo manda a fanculo.”

In tutto questo “sentire” scorre la sua vita: il difficile rapporto col padre; quello con la figlia; il desiderio di essere stimato dalla moglie; l’amante e le conquiste femminili che contribuiscono, insieme al successo come scrittore, a ritenersi importante (“stocazzo” come dice lui), che non è altro poi che la sua rivincita sul mondo.
Qualcuno mi ha fatto una domanda interessante riguardo questo libro, ovvero, perché una donna dovrebbe leggerlo, visto che descrive e dunque appartiene all’altra metà del mondo, quella maschile appunto.
Beh io credo che comunque questa lettura vada oltre e che ci faccia riflettere, non solo sul nostro modo di essere maschi o femmine, ma semplicemente sul nostro modo di essere umani, che viviamo portando comunque con noi quel so che di bestiale, difficile da reprimere a volte nonostante i freni inibitori del nostro cervello, e che forse non è giusto, in senso etico, ma è quello che poi ci rende veri.

“alla fine sono grato all’animale, perché ha formato la persona che sono, l’ha indirizzata verso il senso del vero invece che verso il senso del giusto – che è il principio primo per essere degli scrittori nel modo in cui credo bisogna esserlo. E io volevo esattamente questo. Ed è merito dell’animale.”

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Lonely Opinione inserita da Lonely    14 Gennaio, 2019
Top 100 Opinionisti  -  

Il passato è una terra dimenticata

Ho provato a centellinarlo, leggendo poche pagine alla volta, perchè sapevo perfettamente che poi sarei rimasta orfana di Balistreri. Ma non ce l'ho fatta e alla fine l'ho divorato, un colpo di scena dietro l'altro, con la presunzione, di qualsiasi lettore di gialli, di aver intuito chi fosse l'assassino.
Ovviamente avevo sbagliato o avevo in parte ragione.
Un noir torbido a tinte forti, spiazzante rispetto al Roberto Costantini de La Moglie Perfetta, che peraltro ho adorato. Un mondo dove le donne tirano le fila di una rivalsa sugli uomini forse fin troppo eccessiva e dunque malata. Mi consola aver capito perchè il nostro amato Balistreri non ricorda più tratti interi del suo passato, perchè a volte nella vita forse è meglio dimenticare quello che ci ha fatto stare male e proseguire il cammino con il bagaglio leggero dei nostri ricordi migliori.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    02 Novembre, 2017
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Tutto cambia alle tre del mattino

Un padre e un figlio passano due giorni e due notti, insonni, insieme a Marsiglia, malfamata città del sud della Francia.
Antonio, diciottenne, è lì per un controllo medico da un famoso neurologo francese: ha avuto diversi episodi da bambino di epilessia, ma in cura da qualche anno, è riuscito a tenere a bada la sua malattia.
Il medico per dichiararlo definitivamente guarito, gli suggerisce di stressare il suo fisico al limite, arrivando a proibirgli di dormire per due notti di seguito.
Il padre, un professore di matematica, lo accompagna in questo viaggio e in pratica i due sono costretti a trascorrere questo tempo insieme per le strade buie della città, da un locale all’altro, incontrando personaggi ambigui cercando alternative pur di rimanere svegli.
Ma in realtà questo diventa un viaggio interiore per entrambi, che dà loro modo di conoscersi meglio; tutto cambia, i giudizi, le percezioni, i punti di vista anche sugli eventi della loro vita , e i due si scoprono differenti, scoprendo appunto di avere anche affinità e talenti che non avevano mai notato prima.
E’ un dialogo serrato, fatto di sguardi, gesti e parole, sulla vita e sulle scelte di vita che inevitabilmente compiamo nei gesti quotidiani.
Il figlio ritrova un padre profondamente diverso da come lo aveva creduto e inizia finalmente ad accettarlo e ad apprezzarlo.
Insegnamento ed esperienza di vita è la conseguenza di questo breve ma intenso percorso “Se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita”.
Un romanzo intenso, commovente a tratti, che ti rapisce in questo viaggio, avvolto anche da una leggera, pur penetrante suspence, senza i risvolti del giallo, come invece è solito Carofiglio nei suoi romanzi con protagonista Guerrieri.
Un linguaggio, quello dello scrittore, sempre preciso e coinvolgente.
Una storia che ti cattura perché può anche essere la tua, perché spesso viviamo delle dinamiche familiari che crediamo agiscano in un modo, e che invece realizziamo poi , andando più a fondo, essere completamente diverse da come pensavamo.
Tutto cambia alle tre del mattino perché «Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino»

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Lonely Opinione inserita da Lonely    09 Marzo, 2017
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La Palermo di Lorenzo La Marca

In una Palermo avvolta dall'afa di uno scirocco africano, il biologo Lorenzo La Marca mentre si affaccia alla finestra del suo ufficio scorge un corpo senza vita legato con un cappio a un ramo di un fico dei giardini botanici. Non convinto che si tratti di suicidio, La Marca si rivolge ad un vecchio amico, il Commissario Vittorio Spotorno, per aiuto. Nel frattempo, il cadavere di un altro ex-collega viene ritrovato annegato in una fontana. Per una serie di eventi La Marca si ritrova coinvolto a risolvere da solo il mistero degli omicidi.
Un giallo direi. Si, diciamo che il filo conduttore del romanzo è proprio un giallo, c'è un delitto, c'è un investigatore, un poliziotto,amico dell'investigatore, una vittima, anche più di una, un movente e un assassino.
Ma per Santo Piazzese direi che è un po' riduttivo.
Il giallo è una scusa che lega il romanzo, ma nel mezzo e tra le righe c'è molto altro: c'è la vita dell'autore, i suoi studi classici, la sua carriera scientifica, la sua visione politica, le sue passioni, la musica che ama, i film che vede, le sue letture, e le sue riflessioni, spesso filosofiche.
Fa sfoggio di quello che sa Santo Piazzese, e sa tanto. Conosce diverse lingue, conosce bene la sua terra e la storia della sua terra. Descrive posti e luoghi nel dettaglio, usi e tradizioni, e la cucina siciliana. E' della scuola di Camilleri, ma ricorda Sciascia.
Il giallo è semplice, lineare, mai noir sempre soft e molto ironico.
Ecco, l'ironia è la sua arma vincente, altrimenti tutta questa cultura in bella mostra risulterebbe un po' pesante al lettore, e soprattutto a un lettore di gialli.
La sua scrittura è, direi, elegante e mai volgare, non c'è descritta, ad esempio, una singola scena di sesso, ma neanche l'amore nè la passione emerge da una singola frase o parola.
Il protagonista, Lorenzo La Marca, sembra un uomo che con l'amore ci ha fatto un po' a pugni, l'esatto contrario dello stereotipo del Dongiovanni siciliano.
E' un biologo, che lavora presso i laboratori del dipartimento dell'università di Botanica di Palermo. Ha un amico, Vittorio Spotorno, commissario di polizia e ha, forse, una donna, medico legale. Dico forse perchè questo rapporto non è mai chiaro nè ben definito.
Vive in un palazzetto antico di proprietà al centro di Palermo, e lavora quasi per hobby. Ha un senso innato di superiorità su quasi tutto il genere umano, che lo porta a comportarsi come se tutto fosse predestinato, e prende quello che viene, senza tanti entusiasmi nè patemi.
Ma non per questo è un uomo curioso, intuitivo e deduttivo che collabora spesso alla risoluzione delle indagini del delitto di turno, con un ritmo tutto suo, scandito spesso dai brani di musica, jazz e classica, che lo contraddistinguono.
Inutile dire che il romanzo è tanto pregno di riferimenti e citazioni letterarie e culturali quasi da non poterne più. Ma forse la mia è solo invidia. Il suo peccato veniale? la sopravvalutazione del lettore! tanto da non tradurre nemmeno le citazioni in latino!
Ma non disperate, sto leggendo il suo secondo romanzo, e, devo dire, che è molto meno pretenzioso e decisamente più giallo!

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Camilleri, Sciascia
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Lonely Opinione inserita da Lonely    17 Febbraio, 2017
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Una flebile speranza

Anno 1992, anno delle stragi di Capaci e via D'Amelio.
Il romanzo di Carofiglio affonda le sue radici nella realtà, in una storia di mafia,
di pentiti e corrotti, di Stato e legalità, di magistrati e d'investigatori.
A Bari nel 1992 viene rapito il figlio di un boss della mafia locale;
rapito e ritrovato poco dopo, senza vita in un pozzo.
Il maresciallo Fenoglio e il collega Pellecchia indagano sul caso.
Lopez, un malavitoso del clan opposto, si consegna alla polizia,
e come pentito, racconta fatti e misfatti della criminalità locale.
Tutta la prima parte del libro si svolge nel commissariato per la verbalizzazione dell'interrogatorio del pentito, con la speranza degli inquirenti che tra i misfatti confessati ci sia anche il rapimento del bambino, ma purtroppo non è così.
Lopez confessa gli atti più scellerati ma non ammette questo rapimento.
E così le indagini sono a un binario morto.
Esattamente a metà del libro, accade un evento, reale, che dà anche la svolta al romanzo:
la strage di Capaci, 23 maggio 1992, e l'uccisione di Falcone, della moglie e della sua scorta.
A questo punto il libro, cambia ritmo, diventa più incalzante, e si legge tutto d'un fiato.
Al di là della trama e dell'indagine, notevoli sono gli spunti di riflessione, messi in bocca a Fenoglio, un maresciallo piemontese, in crisi coniugale, con un intuito investigativo di tutto rispetto.
«...anche la questione dell'obbligo di verità e del suo rispetto non è affatto scontata come può sembrare a prima vista. Cammina con una persona integerrima per un chilometro e ti racconterà almeno sette bugie. Chi l'aveva detto? Fenoglio non se lo ricordava, ma quella frase conteneva una fondamentale verità. Tutta la nostra vita quotidiana, tutti i nostri discorsi sono intessuti di bugie di cui raramente siamo consapevoli."

Un uomo, Fenoglio, dotato di una straordinaria sensibilità e di una commovente dignità, che adatta le sue ferree regole, di carabiniere del Nord, in un ambito, un paesino meridionale, colpito da una terribile realtà, dove la crudeltà dell’organizzazione criminale è quasi inimmaginabile.
Il confine, nel quale si muove come al solito Carofiglio, tra legalità e criminalità è molto labile, basta niente e si è dall'altra parte, un limite ambiguo dove è difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
Ne consegue una stringente filosofia per cui a volte, o spesso, le cose nella vita, semplicemente, ti capitano e non te le vai proprio a cercare, un po' come se tutto fosse regolato dal destino.
«Si limitò ad aggiungere che spesso nella vita non fai quello che avresti desiderato, E che comunque ciò che desideri non è per forza quello che saresti adatto a fare.»
La fine del romanzo è segnata dall'altra tremenda strage di mafia, quella di Via D'Amelio e dell'uccisione di Paolo Borsellino.
La riflessione è d'obbligo, allora è finita!
Ciò nonostante, l'autore ci lascia con un'inattesa flebile speranza, che se non altro è un distinguo, un valore aggiunto, la nostra dignità
«In effetti c'è una regola [...] più importante di tutte: bisogna fare sempre del nostro meglio.
[...] se uno è sempre cauto, può restare un essere umano?»


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Lonely Opinione inserita da Lonely    15 Gennaio, 2017
Top 100 Opinionisti  -  

L'alba di un giorno nuovo

Giulio d'Aprile è un ex marito, un padre assente e uno psicoterapeuta insicuro.
E' un uomo che si lascia vivere ogni sorta di evento senza opporsi, senza prendere mai una decisione contro o a favore, nonostante non sia soddisfatto della sua vita.
"Si sentiva di nuovo infelice, adesso che era più calmo, gli sembrava di poter toccare ogni pezzetto di questa infelicità. Quando l’ansia ti mangia il cervello la vita ti sembra terribilmente complicata."

Ha un rapporto difficile con i propri figli, specialmente con la figlia adolescente, con la quale oltre a non avere un dialogo perchè non ha mai provato ad instaurarlo, non ha neanche coscienza dei suoi cambiamenti, nè li ritiene importanti. E questo finchè non viene messo davanti all'evidenza dei fatti, prima da sua madre, vedova energica e saggia, e poi dalle autorità scolastiche.
In quel preciso istante in cui si rende conto che la figlia sta cambiando, Giulio in parallelo, riapre e rimette in discussione tutta la sua vita.
"Ci sono sentimenti che la volontà prova a ricacciare in una stanza remota dell'anima e che però esistono, vivono, e talvolta si impadroniscono di uno spazio della coscienza. Cose di cui ci vergogniamo, attrazioni inconfessabili, invidia, livore, rabbia. Piccoli grumi che si sciolgono, fino a quando non decidiamo che bisogna guardarli, girargli intorno, perfino parlargli.»

Contemporaneamente l'incontro con una sconosciuta segna una sorta di passaggio tra la sua superficialità e una insperata maturità che gli rivela finalmente il suo scopo, scrollarsi di dosso questa infelicità.
"Lo baciò. Si baciarono sulla porta. Giulio sentì un calore improvviso che gli correva dall'inguine fino alla nuca. Poco dopo erano sul letto ancora sfatto dal mattino. Lei profumava di sapone di marsiglia, aveva il collo liscio e i seni, meravigliosi, accarezzati dalla penombra. Ancora una volta fu lei a muoversi, come un animale della notte, e lui entrò nuovamente in quella specie di trance, da cui non avrebbe più voluto svegliarsi. Per molto tempo si sarebbe chiesto perchè quella cosa somigliava così tanto alla felicità. E perchè non aveva domande e non cercava risposte, dentro quei momenti in cui tutto il resto è un'immagine stinta."

Una volta aver preso coscienza di questo comprende anche le scelte «discutibili» di suo padre,
che in una lettera, ricevuta dopo la sua morte, gli spiega fondamentalmente proprio questo, che li aveva abbandonati, per inseguire il suo sogno di essere felice.
«Affacciato al balcone della sua stanza, pensò che alla fine ogni cosa è necessaria, per dare una forma alle cose. E magari quando succede ti sembra che sia tutto sbagliato, che non ci sia un senso. Ma forse c’è. Quella notte lui era scappato. Da una realtà perfetta e fragile, e aveva cominciato a crearne una nuova, imperfetta, ma ugualmente fragile. Quindi la forma delle cose non la capisci mai.
C’erano voluti tanti anni per capire che certe cazzate poteva evitarle, ma che magari era giusto così. Ognuno di noi ha il diritto di cercare la felicità, passando attraverso un terreno minato di piccole e grandi infelicità. Lui ancora ci camminava, in quel terreno. Dicono che prima o poi si arriva.»

Il suo lavoro gli viene d'aiuto, ed è fondamentale, perchè deve occuparsi di un paziente particolare, il suo ex Professore dell'università, rinchiuso di sua volontà in un istituto e allontanatosi dalla vita quotidiana, per un vecchio trauma, che è il filo di suspence, se la vogliamo chiamare così, che lega il libro dall'inizio alla fine.
Il rapporto che si viene instaurando tra Giulio e il Professore non è proprio il tipico rapporto di analista e paziente, bensì, giorno dopo giorno, risulta essere un dialogo a due sulla vita, che dà luogo a una serie di riflessioni, e che diventa anche un viaggio introspettivo per lo stesso lettore, un viaggio interrogativo sulla vita e la morte, sulle nostre scelte, i nostri comportamenti, e le decisioni che prendiamo.
Giulio tramite il Professore ritrova se stesso e riprende in mano la sua vita, e il Professore riesce ad aprirsi e svelando il trauma anche a se stesso, lo razionalizza e racconta la sua verità, tornando a vivere.

Il senso di tutto questo pensare lo troviamo solo alla fine. Spesso cerchiamo di dare una spiegazione alle nostre azioni e cerchiamo a tutti i costi di trovare una soluzione e invece è tutto più semplice di così, dobbiamo solo accettare il fatto che non per tutto esiste una soluzione, e che spesso non è nostra la colpa.
"Quando non riusciamo a capire che cosa causi certi comportamenti o problemi, tendiamo sempre di attribuire il fenomeno all'inconscio. Ed è un po' come se ci trovassimo in una stanza e avessimo perso un oggetto. Siamo convinti di poterlo trovare soltanto in quella stanza. Fissiamo dall'inizio dei parametri che ci condizionano. [...] Quindi continuiamo a cercarlo senza trovarlo, pensando che sia nascosto da qualche parte in quella stanza. [...] E invece, forse, è fuori, da quella stanza. E' altrove."

Il romanzo può risultare lento a tratti, ma in realtà va letto lentamente, interrogandosi se possibile insieme al protagonista, se è davvero quella che stiamo seguendo la strada per la felicità. Tenendo presente che la felicità in fondo è davvero uno stato mentale, e che non va ricercata pedissequamente, ma che va scovata nelle piccole cose buone che ci capitano anche nella vita quotidiana, e scoprire infine che magari, la felicità è proprio aspettare l'alba di un giorno nuovo insieme alle persone che ami.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    18 Aprile, 2016
Top 100 Opinionisti  -  

L'Hacker Killer

Dell'autore avevo visto solo il film, tratto dal suo romanzo, Il collezionista di ossa, che mi era piaciuto molto.
Non avevo mai letto nessun libro suo. Mi sono cimentata con questo giallo, spinta anche dalle buone recensioni e dall'originalità della trama. Ma sono rimasta un po' delusa. Lo spunto era ottimo, un hacker killer, un genio dell'informatica che riesce ad entrare nei computer di chiunque, bypassando password e firewall di ogni tipo e livello, e a conoscere le abitudini delle vittime scelte per tender loro una trappola ed ucciderli.
Una squadra quasi improvvisata gli sta alle calcagna, ma lui sfugge sempre per un soffio. Evidentemente c'è una talpa, e chi sarà?
Questa è tutta la suspence del thriller!
Inoltre la trama, per i miei gusti, oltre ad essere un po' debole, è anche appesantita dal linguaggio informatico, che spesso è davvero esageratamente tecnico al punto da annoiare!
Lodevole il tentativo reiterato di esprimere la vera relazione che c'è tra la macchina e l'uomo: con un computer, se sei una mente geniale, puoi fare davvero quello che vuoi! Se sei una mente geniale, appunto!
Comunque, mi aspettavo di meglio!

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Lonely Opinione inserita da Lonely    11 Marzo, 2016
Top 100 Opinionisti  -  

Il cinismo del detective Vogel?

Certo è stato difficile farsi piacere il detective Vogel, praticamente sono dovuta arrivare alla fine del libro per rivalutare il personaggio!
Ma mi rendo conto che sono troppo abituata alla figura dell'ispettore romanzato, ossia perfetto, pignolo, onesto, con senso etico e soprattutto risolutore.
Beh Vogel è tutt'altro, anzi è l'opposto. Un viscido opportunista che sfrutta i media a suo piacimento, manovrando tutti e tutto (perfino le prove) per ottenere ciò che vuole, anche a discapito delle vittime.
Questo giallo, non è un romanzo ma una lucida analisi della realtà di oggi, e di tutto ciò che di perverso si scatena intorno a un caso di cronaca nera dei nostri giorni.
Il crimine viene usato, dai mezzi di comunicazione, come uno strumento per fare audience, e Vogel, che sa perfettamente come funziona, lo usa, anche lui , a suo piacere, sfruttando ogni opportunità che possa tornargli utile a portargli soldi e pubblicità.
Il giallo narra l'ennesimo caso di scomparsa di un'adolescente, con il classico sospettato, insospettabile, vittima apparente di un cinismo dilagante.
Senza svelare nulla, mi limito ad osservare, che nonostante l'originalità, il romanzo tende ad essere un po' scollegato in alcuni punti, o sono sempre io che non prendo dimistichezza con i salti temporali (ho lo stesso problema con i gialli di Costantini)!
Il finale, a sorpresa, però rivaluta il romanzo e il detective, e per fortuna mi ha piacevolmente spiazzato!
Dipende sempre da ciò che ci aspettiamo da un libro, e io, personalmente, da un giallo mi aspetto evasione...beh questo di sicuro non ti fa evadere dalla realtà!

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Lonely Opinione inserita da Lonely    18 Febbraio, 2016
Top 100 Opinionisti  -  

L'unione al di là del bene e del male

Ho incontrato qualche giorno fa Roberto Costantini alla libreria Nuovo Mondo, de I Granai, a Roma, per la presentazione del suo ultimo libro La Moglie Perfetta.
Ed è stata l’occasione giusta,per scoprire delle “verità nascoste” su Balistreri, il famoso commissario della trilogia del male e anche di quest’ultimo libro.
A dir la verità nel terzo libro mi aspettavo che Balistreri morisse, e anche lo scrittore ha confermato che il dubbio lo aveva sfiorato, poi per motivi anche commerciali, suppongo, l’idea è stata accantonata.
E così eccoci qui a un nuovo caso con il nostro commissario, che, devo dire, ho trovato profondamente cambiato, e non solo nell’ultima parte del libro quella più recente e vicina a noi.
Indubbiamente un lettore si affeziona al protagonista di una serie di romanzi, e probabilmente lo “ama” così,pregi e difetti. Trovarlo così diverso in questo romanzo mi ha un po' spaesata, forse preferivo il giovane Balistreri, più forte e determinato, soprattutto con le donne.
Dunque,a differenza di tanti altri personaggi come Maigret o Poirot,che rimangono cristallizzati nel tempo, Balistreri cresce e invecchia, e vengono fuori tutte le debolezze, (ma chiamiamole, “esperienza”) di un uomo solo e avanti negli anni.
Certo è davvero un peccato che il nostro ispettore trovi l’amore così tardi, anche se l’amore, e qui nel romanzo è palese, non invecchia mai.
Ma, mi domando perché.
Perchè far passare tutti questi anni?
Perchè la vecchiaia «ammorbidisce»?
Sfuma i contorni e i grigi diventano più importanti del bianco o nero?
Ed è davvero l’amore che fa accettare i compromessi o la paura di rimanere soli?

E si, perché questo romanzo, oltre ad essere un gran bel giallo, è anche una storia d’amore e sull’amore.
Lo scrittore, sin dalle prime pagine, mette in discussione la coppia omologata come moglie e marito, affermando che non esiste la moglie perfetta e quindi la coppia perfetta, perché non esiste la perfezione nell’uomo e nella donna. Siamo esseri umani, perfettibili, ma che continuano a sbagliare, soprattutto per amore, o meglio per amore della coppia, per salvaguardare quell’unione che abbiamo e alla quale ci aggrappiamo con grande volontà.
“Il marito perfetto e la moglie perfetta sono pronti a qualunque cosa pur di salvaguardare quell’unione imperfetta ma preziosissima.
Anche a uccidere.
Perché Nietzsche sbagliava:l’unione è al di là del bene e del male,non l’amore.”
Ma questa premessa sulla quale poi si basa tutto il giallo, è mendace, o vera solo in parte perché in realtà, l’amore, quello vero, esiste, ed è proprio “là fuori da qualche parte la persona perfetta per te”, e forse è meglio incontrarla, anche se poi per questo motivo la coppia, inevitabilmente “scoppia”!
Ripensando anche alla trilogia del Male non deve passare in secondo piano, anche se credo sia evidente, che per Costantini la Storia (o Memoria) è molto importante, perché il nostro passato ci ha reso quel che siamo oggi. E questo Balistreri è indubbiamente frutto del suo passato.
Non amo molto i salti temporali, ma lo scrittore, evidentemente, ci naviga bene.
E forse non ho gradito il finale, non che fosse scontato o banale, tutt’altro, solo che, ma è una sensazione molto personale, ho percepito un profondo senso di accettazione della realtà, una sorta di mancata forza di opporsi, di fare resistenza agli eventi, pur contravvenendo ai nostri valori,come se anche questi cambiassero con l’età, e magari è proprio così e sono solo io a non volerlo accettare, e in fondo è proprio vero che "La vecchiaia inizia quando rinunci alla libertà per la sicurezza".

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La trilogia del Male, e a chi legge gialli, ma non solo
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Racconti
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Febbraio, 2016
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Le magiche parole di Tabucchi

Un ex agente della defunta Repubblica democratica tedesca, che per anni ha spiato Bertolt Brecht, gira senza meta per Berlino fino a raggiungere la tomba dello scrittore per confidargli un segreto. “Cosa fanno le persone importanti in un cimitero? Dormono, anche loro dormono uguale uguale alle persone che non contarono un cazzo. E tutti nella stessa posizione: orizzontali. L’eternità è orizzontale.”
Un ufficiale italiano che in Kosovo ha subito le radiazioni dell’uranio impoverito insegna a una ragazzina l’arte di leggere il futuro nelle nuvole.
Un uomo che per ingannare la solitudine diventa il protagonista di una strana situazione immaginata in una notte d’insonnia, perchè “Il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto.”
“Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta” (frammento presocratico di Crizia) ,
ovvero inseguendo le illusioni si spreca tempo che non torna più.
Già il titolo ci dice tutto, non è un romanzo questo, sono nove storie (e qualcuno dice che siano proprio nove come i racconti scritti da Salinger che Tabucchi stimava molto)
con un tema comune, il tempo.
Nove racconti , e nove personaggi che interrogandosi sulla loro vita passata, e cercandone il senso, rievocano un ricordo significativo che sia la sintesi del loro vissuto.
Un tempo che si consuma, inesorabile. Un tempo che fugge, come l'aria, come il vento, che porta e toglie, che scompiglia.
Un tempo che invecchia, come i protagonisti di queste storie, sulle quali i giovani, si spera, possano costruire un futuro, perchè non c'è futuro senza memoria.
«Le parve di essere quel bambino che all'improvviso si ritrovava con un palloncino floscio tra le mani, qualcuno glielo aveva rubato, ma no, il palloncino c'era ancora, gli avevano soltanto sottratto l'aria che c'era dentro. Era dunque così, il tempo era aria e lei l'aveva lasciata esalare da un forellino minuscolo di cui non si era accorta?"

Si legge d'un fiato, ed è poesia in prosa, e tante sono le riflessioni esistenziali, sulle occasioni perdute, e sulle scelte sbagliate.
Rispetto ai suoi romanzi, questo libro mi ha letteralmente spiazzato, ho perso ogni riferimento, ma è stata comunque un'emozione lasciarsi trasportare solo dalle parole, le magiche parole di Antonio Tabucchi che ormai, ahimè, non c'è più.
Eccone alcune, le mie preferite.

"Sulle pietre del lastrico era disegnata una rosa dei venti. Si fermò perplesso sulla direzione da prendere: l'orto botanico era grande e non gli sarebbe stato possibile trovare quello che cercava entro l'ora di chiusura. Scelse il mezzogiorno. In vita sua aveva cercato sempre il mezzogiorno, e ora che era arrivato in quella città del sud gli pareva giusto continuare nella stessa direzione. Però dentro sentiva una brezza di tramontana. Pensò ai venti della vita, perchè ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d'aria, un soffio e via, e del resto anch noi non siamo nient'altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce."

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Lonely Opinione inserita da Lonely    07 Febbraio, 2016
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Grazie Renée

Nonostante la quantità di recensioni a questo libro anch'io ho sentito l'esigenza di esprimere un'opinione a riguardo.

La protagonista principale del romanzo è Renée, “vedova, bassa, brutta, grassottella" , ha 54 anni e da 27 lavora come portinaia in un palazzo di gran lusso “al numero 7 di rue de Grenelle», un palazzo elegante, abitato da famiglie dell’alta borghesia.
Renée tiene accesa la tv tutto il giorno, ma nel retro della portineria ascolta musica classica; è colta ma il suo linguaggio è «volutamente» volgare, acquista cibi e prodotti mediocri ma cita con noncuranza Kant e Proust, adora l’arte, la filosofia e soprattutto la cultura giapponese.
«Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza si perdona tutto, persino la volgarità. E l'intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del gioiello. La bruttezza, invece, di per sé è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida."(Renée, p. 39)

In uno dei lussuosi appartamenti dello stesso condominio vive Paloma, una ragazza di 12 anni, figlia di un deputato, una ragazza di un'intelligenza sopra la media, spesso incompresa soprattutto dalla famiglia, che vive un profondo malessere, tanto da progettare il suo suicidio il giorno del suo tredicesimo compleanno. Paloma osserva con sguardo critico tutto ciò che la circonda, è la prima della sua classe nonostante anche lei, volutamente, non esprima al massimo le sue potenzialità.
«non c'è nessuno più puerile del cinico, perché il cinico crede ancora con tutte le sue forze che il mondo abbia un senso e non riesce a rinunciare alle sciocchezze dell'infanzia tanto che assume l'atteggiamento opposto.» (Paloma, p. 48)

Reneè e Paloma in questo sono simili, nascondono la loro natura al mondo, sostanzialmente perchè il mondo non le capirebbe.
Le due s'incontrano, tramite una terza persona, Kakuro Ozu, un non più giovane signore giapponese, la cui raffinata esperienza, ha il dono di guardare lontano e di apprezzare finalmentei Reneè e Paloma per quello che sono veramente, due anime fragili e delicate.
E qui il ritmo del libro cambia, i tre si riconoscono, e si aprono, escono dal riccio.
Capiscono di essere diversi dagli altri ma che tra loro possono essere se stessi, ed esprimere i loro veri pensieri, senza paura di un giudizio, perchè finalmente c'è qualcuno che comprende la loro vera natura.
E nasce quell'affinità elettiva, che crea il bisogno di cercarsi e stare insieme.
E di conseguenza nasce l'amore.. tra Reneè e Paloma, tra Kazuro e Reneè.

"Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando.
È l'effimera configurazione delle cose nel momento in
cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.
Ahi ahi ahi, ho pensato, questo significa che è così che dobbiamo vivere?
Sempre in equilibrio tra la bellezza e la morte, tra il movimento e la sua scomparsa?
Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono."(Paloma, p. 266)

Ho iniziato questo libro con l'atteggiamento sbagliato, ho pensato che fosse il solito best seller, osannato da tutti, che mi avrebbe come al solito delusa. E invece mi son dovuta ricredere.
Il romanzo, scritto molto bene, racconta l’ipocrisia dominante di certi ambienti e tra le righe la rivalsa di una classe troppo spesso umiliata e sottomessa, anche solo per clichè;
disserta di filosofia brillantemente, ma d'altronde da una docente di filosofia cosa potevamo aspettarci?;
è originale, due voci e due prime persone, due protagoniste e due punti di vista sulla vita e sulla morte.
Un libro commovente, ma con una sottile ironia che dona leggerezza alla storia e scorrevolezza alla lettura.
Toccante è il vocabolo giusto, perchè sa toccare, appunto, le corde giuste.

"Quanto mi manchi già... Questa mattina capisco cosa significa morire: nel momento in cui scompariamo sono gli altri a morire per noi, poiché io sono riversa su un suolo un po' freddo e mi burlo del trapasso; questa mattina non ha più senso di ieri. Ma io non rivedrò più quelli che amo, e se morire è questo, hanno ragione a dire che è una tragedia."


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Lonely Opinione inserita da Lonely    06 Febbraio, 2016
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Si può dare di più

Devo dire che tra tutti i gialli che ho letto di Maurizio de Giovanni (e li ho letti tutti) questo forse è quello che mi è piaciuto meno.
Forse c'è stato un fraintendimento, ma trovo che ci sia un errore di fondo: non è la serie di Lojacono, ma dei Bastardi di Pizzofalcone.
Il team funziona, ma non c'è un personaggio che domina su tutti, tantomeno Lojacono, anzi l'ispettore, forse rimane il personaggio meno definito, appena abbozzato, uno che s'intravede solo attraverso gli altri. (Affermo questo perchè penso anche alla prossima serie tv con Gassman, che trovo un attore di troppo spessore per un ispettore così poco determinante!)
Ma se questo voleva essere, va bene così. Basta saperlo.
Sinceramente mi ha stancato la ripetizione, ogni volta, delle descrizioni dei singoli personaggi: ribadire che Ottavia è stanca del suo matrimonio e invaghita di Palma, o che Romano è facile preda dell'ira, è non solo inutile, per una serie (si sa che il lettore che la segue sa benissimo di cosa si parla!), ma ridondante e quindi a volte noioso.
La sottotrama, quella dei cuccioli, mi è piaciuta più di quella principale, ma in linea di massima il giallo è anche carino, senza infamia e senza lode.
Sicuramente si vede il tentativo dello scrittore nel cercare di far crescere i personaggi, ma alcuni restano ancora involuti come Lojacono appunto.
Quello invece che gli è riuscito meglio è farli diventare una vera squadra di polizia, attiva e collaborativa.
Sicuramente De Giovanni qui poteva fare di più, ma forse gli editori gli stanno troppo col fiato sul collo?

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Lonely Opinione inserita da Lonely    08 Gennaio, 2016
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Il barone Ricciardi

De Giovanni scrive, scrive tanto e scrive di Napoli:
scrive racconti;
scrive la serie sportiva, lui così tanto innamorato del Napoli e di Maradona;
scrive la serie di Lojacono e dei Bastardi di Pizzofacone, da cui sarà tratta presto una serie tv,con Gassman nei panni di Lojacono, che non vedo l'ora di vedere, sperando di non rimanere delusa, perchè la traposizione dal romanzo al film rovina quasi sempre l'idea che ti sei fatta del personaggio di un libro, anche se a volte invece ne decreta definitivamente il successo!
E poi scrive la serie del commissario Ricciardi e qui non c'è dubbio, De Giovanni supera se stesso.
In questi libri aleggia un'atmosfera indescrivibile, e così affascinante che De Giovanni riesce in quello che altri scrittori non sempre sanno fare, ti porta completamente nel suo mondo.
Il fascino del mistero di quest'uomo irraggiungibile e impenetrabile, intelligente e fuori dagli schemi, irrimediabilmente costretto, in una società che non gli rende merito, a rispettare un ordine costituito, lui che non ha ordine neppure nella sua mente, deviata dal 'Fatto', questa spada di Damocle che porta sempre con sè e che lo costringe a vedere continuamente, pur non volendo, la morte, tanto da rinunciare a vivere la propria vita!
Quest'anima di vetro così fragile eppure così determinata, cattura anche il lettore più pigro, e lo incolla lì, fino all'ultima pagina, lasciandolo a volte con l'amaro in bocca e a volte invece, come stavolta, con un sorriso e una lacrima.
Bello quest'ultimo romanzo, e non stanca questa serie, non si ripete, è sempre nuovo, e sempre così maledettamente delicato nel descrivere fatti e sentimenti di una Napoli e di una napoletanità, che ami o odi, per la sua invadenza, per il suo rumore, per i suoi colori, per non sentirti mai solo in una città così, dove la gente è indilossubilmente legata da un filo di panni stesi; dove una canzone, suonata con un mandolino, non è solo musica e parole, ma racconta una storia, struggente, di amore e di passione; dove respiri l'odore del mare e ti perdi nel suo azzurro, senza capire a cosa serva tutto quel mare, forse solo a farti sorridere anche quando la vita non ti sorride.
E infine De Giovanni ci ricorda che "Una possibilità di di felicità anche attraverso la sofferenza, vale molto di più della certezza dell'infelicità."

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Assolutamente consigliato a chi ama i gialli, l'amore, Napoli, lo stile di De Giovanni e tutti i suoi libri!
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Lonely Opinione inserita da Lonely    22 Dicembre, 2015
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Un giallo, ma non proprio

Definire "Il giorno della civetta" un giallo è riduttivo.
Quindi, si, ha la parvenza di un giallo, ma in realtà la verità viene presto a galla. Non c'è mistero, non c'è suspence, l'assassino e i mandanti tutti sanno chi sono, ci sono prove, testimoni e testimonianze.
E' la storia di un delitto, anzi due, a dire il vero, tre.
Tutto è in mano al capitano Bellodi, che non è siciliano, e che forse non conosce bene ancora l'isola.
Bellodi è solerte, semplice, lineare, logico. "è un uomo" dice Don Mariano.
"...ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi i(con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà..."
E gli uomini, quelli che hanno rispetto, sono pochi. Ma Bellodi è uno di loro.
Ha rispetto per tutti, ma cerca la verità. E scavando la trova, facilmente, e non solo perchè è astuto e intelligente, ma anche perchè la verità è evidente, è sotto gli occhi di tutti.
Solo che non tutti la vogliono vedere.
E quindi Il giorno della civetta, non è un giallo, ma uno spaccato, onesto e leale, per un siciliano come Sciascia, di una Sicilia corrotta dalla mafia fino ai più alti poteri. Poteri invalicabili,che "un uomo" come Bellodi non può contrastare.
E quindi la verità è presto svelata, ma il delitto non ha giustizia.
E' una verità irrisolta, e mentro lo scrivo mi accorgo che è un ossimoro...come la Sicilia di Sciascia d'altronde!
Splendido libro, che ci mette di fronte a una realtà, contro la quale siamo impotenti e come impotenti restiamo a guardare.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    13 Dicembre, 2015
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La mia prima volta di Harry Hole

Questo libro mi è stato prestato da un'amica, non conoscevo l'autore e dunque non avevo mai letto nulla di Jo Nesbo.
Beh, è stata la prima volta, ma di sicuro non sarà l'ultima!
Mi dispiace solo non aver iniziato dal primo della serie di questo investigatore, Harry Hole, ma rimedierò al più presto, perchè il libro narra una sottotrama che definisce sia la squadra investigativa sia il protagonista, che non inizia qui, naturalmente.
Il giallo è serrato, mai lento, ma sempre incalzante, tanto che ogni volta che giri pagina ti riprometti che è l'ultima, perchè intanto la notte passa, ma poi ti ritrovi ad andare avanti inconsapevolmente e così passa anche il sonno!
La trama è presto fatta, ma non rende minimamente l'idea del romanzo, una serie di omicidi, tutti nello stesso distretto di polizia, e tutti agenti di polizia, un serial killer, un team di indagine selezionato, e un capo squadra dall'intuito geniale.
Chi non gioca con un giallo a trovare l'assassino?
Provate con questo! Ogni volta vi scoprirete a cercare d'indovinare, ma un nuovo colpo di scena vi farà cambiare idea, tanto che vi troverete a macinare pagine su pagine per scoprire al più presto, chi e perchè!
L'unico limite, almeno per me, è stato l'ambientazione e i nomi dei personaggi, con i quali, essendo norvegesi, ho fatto parecchia confusione all'inizio.
Vi consiglio quindi di farvi trasportare solo dal racconto e vedrete che poi tutto torna e si svelerà con logica e razionalità.
Un vero thriller ad alta suspence.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    25 Novembre, 2015
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"Il mondo era polvere e sarebbe tornato polvere"

Non c'è niente da fare, ci sono certi libri che ti calzano come una seconda pelle, ed altri che sono come maglie strette, in cui stai così scomodo, che non vedi l'ora di spogliarti.
Per questo libro per me è stato così, non vedevo l'ora di arrivare alla fine, come un viaggio noioso in cui non si arriva mai a destinazione.
Avevo già provato un'altra volta a leggerlo e l'avevo abbandonato, poi leggendo la recensione che mi precede di Valerio, ho pensato che invece era il caso di riprovarci, ma temo che John Fante sia un po' troppo distante da me e dai miei gusti letterari.
L'autore calca, secondo me, un po' troppo, lo stereotipo dello scrittore che vive praticamente in miseria, sempre insicuro delle sue idee e del suo stile, e perennemente innamorato di una donna che lo fa soffrire.
Di molti nostri romanzi italiani, la nostra critica li accusa di essere troppo provinciali, io di questo direi invece, troppo americano, e mi ricorda molto Bukowskj.
Lo stile, una specie di monologo interiore narrato dal protagonista Arturo Bandini, alter ego dell'autore, è fluido e scorrevole, e a tratti ironico.
La storia è quella di un uomo, Arturo Bandini, che insegue il sogno di diventare uno scrittore famoso.
Un uomo che cerca il successo, che vuole distinguersi dalla massa, che vuole lasciare un'impronta nel presente perchè ne resti memoria in futuro; che insegue il denaro, ma che non sa come gestirlo; che ha una morale tutta sua; che rincorre una donna che non lo vuole e che fallirà inesorabilmente tutte le aspettative, scadendo in un percorso di vita senza speranze nè alternative.
In un continuo susseguirsi di giornate senza senso, Arturo cerca la sua strada, ma è completamente oscurato dalla voglia di arrivare e dall'amore per Camilla, perdendo di vista i suoi veri obiettivi.
Poco prima della narrazione del terremoto a Los Angeles, l'unico passo interessante di tutto il romanzo, Arturo ha una sorta di epifania, una rivelazione sul senso della vita, che preannuncerebbe una sorta di cambiamento del personaggio, ma anche qui l'autore disattende il lettore, e nonostante l'acquisita consapevolezza Arturo prosegue sulla stessa strada fino alla fine, senza far tesoro della sua esperienza.

Il libro è uscito nel 1939, e nel 2006 ne è stato tratto un film, che, ricordo solo ora, avevo iniziato a vedere qualche tempo fa . Ma anche il film l'ho abbandonato dopo una mezz'ora, quindi deduco, concludendo, che evidentemente non era nelle mie corde!

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Lonely Opinione inserita da Lonely    19 Novembre, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

Semo gente de' borgata

Pasolini è stato, ed è tuttora, un personaggio molto controverso: se ne parla sempre tanto e troppo bene o troppo male.
Quello che sappiamo per certo, al di là della sua vita privata, è che era un grande letterato, e un uomo di profonda cultura e conoscenza.
Amava la gente semplice e rurale,in loro intravvedeva quella schiettezza che è propria del candore e dell'innocenza, non ancora corrotta dal consumismo: gente che viveva ai margini della società, in borgate miserrime, in baracche fatiscenti, che con le piogge si allagavano, e diventavano fiumi di fango, nel quale spesso perdevano la vita.
Pasolini amava i ragazzi di quella realtà, e ne ha pagato caro il prezzo. Giusto, sbagliato? non siamo qui a giudicare un uomo, ma in questo caso uno scrittore, perchè prima ancora di questo era un grande poeta.
Ragazzi di vita è un romanzo realista, che descrive queste realtà.
Racconta, con uno stile lucido e crudo, di questi giovani romani e dei loro espedienti per arrivare alla fine della giornata.
Perchè la povertà vive di espedienti e compromessi.
Ai confini della società il limite tra quello che è giusto, o legale, e quello che non lo è, è molto labile, e sconfina facilmente in situazioni che non possiamo estrapolare da quel contesto. Oggi non avrebbe senso. Come oggi non farebbe scandalo l'omosessualità di Pasolini, o vogliamo dire la pedofilia, in un contesto appunto, nel quale la parola pedofilia neanche esisteva, come dice Alberto Arbasino in un intervista con Marco Belpoliti.
Ragazzi di vita è una minuziosa e a tratti sublime descrizione di Roma (da lui che di Roma non era!), delle sue borgate ai margini della città, e dei suoi ragazzi che andavano a fare il bagno al Tevere.
«Dietro il Parco Paolino e la facciata d’oro di San Paolo, il Tevere scorreva al di là di un grande argine pienodi cartelloni: e era vuoto, senza stabilimenti, senza barche, senza bagnanti, e a destra era tutto irto di gru, antenne e ciminiere, col gasometro enorme contro il cielo, e tutto il quartiere di Monteverde, all’orizzonte, sopra le scarpate putride e bruciate, con le sue vecchie villette come piccole scatole svanite nella luce.
Proprio lí sotto c’erano i piloni di un ponte non costruito con intorno l’acqua sporca che formava dei mulinelli, la riva verso San Paolo era piena di canneti e di fratte. Il Riccetto e
Marcello vi scesero in mezzo di corsa e arrivarono sotto il primo pilone, sull’acqua. Ma il bagno se lo fecero piú a mare, un mezzo chilometro piú in giú, dove il Tevere cominciava una lunga curva.
Il Riccetto se ne stava ignudo, lungo sull’erbaccia, con le mani sotto la nuca guardando in aria»
Il Tevere è il centro del romanzo, con il fiume inizia e finisce, come il fiume scorre la vita, ed il fiume è insieme vita e morte, una profonda metafora.
Le vicissitudini dei giovani si snodano in questo percorso, fatto di malavita e criminalità, che a volte se la cava, ma che spesso ne paga il prezzo, più che con la legge, con la morte. Perchè la legalità qui non arriva, perchè la legge rimane nelle aule di tribunale al centro della città, perchè giusto qui è arrivare a sera con la pancia piena, qualsiasi sia il modo di arrivarci.
«Un cieco con le spalle appoggiate al muro e le gambe abbandonate sul marciapiede
chiedeva l’elemosina. Il Riccetto e Marcello si sedettero appresso sull’orlo del marciapiede, per farsi passare il fiatone, e il vecchio, sentendo della gente vicina, cominciò con la sua lagna. Teneva le gambe larghe, e in mezzo c’era il berretto pieno di soldi.
Il Riccetto urtò col gomito Marcello, indicandolo. – Vacce piano, – borbottò Marcello.
Quando il fiatone si fu un po’ calmato, il Riccetto tornò a urtargli il gomito, con aria stizzita, facendogli un gesto con la mano come per dirgli: – Embè, che famo? – Marcello alzò le spalle per dirgli che s’arrangiasse, e il Riccetto gli lanciò un’occhiata di compassione, arrossendo di collera. Poi gli disse piano: – Aspettame laggiú –.
Marcello s’alzò, e andò a aspettarlo dall’altra parte della strada, tra gli alberelli. Quando Marcello fu lontano, il Riccetto aspettò un momento che non passava nessuno, si acco-
stò al cieco, acchiappò la manciata dei soldi dal berretto e filò via. Appena furono al sicuro, si misero a contare i soldi sotto un lampione: c’era quasi mezzo sacco.»
Il lessico, prendo ad esempio quest'ultima riga, è un misto tra la lingua italiana e il dialetto romanesco, quest'ultimo preponderante ovviamente nei dialoghi. Per l'idioma romanesco si fece aiutare da Franco Citti, e c'è una specie di glossario, che spiega i termini usati e sconosciuti a chi non è di Roma, alla fine del romanzo prima dell'appendice.
Il romanzo esce nel 1955, ma queste borgate a Roma sono rimaste fino ai primi anni '80, e se vi fate un giro in periferia ancora oggi ne potete vedere i segni, il degrado è ancora lì, così evidente che si tocca con mano.
Con questo libro Pasolini viene accusato di oscenità e pornografia, per i temi trattati, soprattutto per quello sulla prostituzione minorile, ma verrà poi assolto, anche per la testimonianza di alcuni intellettuali dell'epoca, tra cui Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti.

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Lonely Opinione inserita da Lonely    17 Novembre, 2015
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Se questa è vita

La vita a volte, ad alcuni, rema contro, e ce la mette proprio tutta per minarne il precario equilibro.
La vita ti spinge dove vuole lei se si rimane inermi aspettando solo che cambi direzione.
Ad un certo punto occorre intervenire per far si che la nostra barca non vada alla deriva, e per farlo bisogna prendere coscienza e consapevolezza delle nostre forze, delle nostre potenzialità.
Bisogna credere in se stessi, per ottenere quello che si desidera, e bisogna fare delle scelte, altrimenti si rischia di vivere mediocremente, o se non altro infelici, e la vita è troppo breve per lasciarla scorrere tra le dita, senza averne bevuto almeno un sorso.

Stoner, è ambientato nei primi anni 50.
Il tutto si consuma tra la prima e la seconda guerra mondiale che fanno da sfondo a questa storia, quella di un uomo, che non sa dove andare, ma che nonostante tutto ci va lo stesso.
William Stoner è figlio di contadini ma diventa insegnante, senza sapere come.
Inizia a frequentare l'università di agraria per volere del padre, perchè avrebbe potuto essere d'aiuto nel lavoro dei campi, ma diventa insegnante per volere di un professore che scorge in lui una passione per la letteratura.
Stoner s'innamora, o crede d'innamorarsi, di una donna al primo incontro e la sposa, senza conoscerla veramente, ma dietro quella figura esile, e quel viso angelico si nasconde la più perfida delle donne, Edith.
Ha pochi amici, uno dei quali muore nella prima guerra mondiale, Dave; una tragedia che minerà il legame anche con l'altro amico reduce, Gordon.
Subisce il suo matrimonio, ormai finito (semmai iniziato) per amore della figlia, Grace, voluta a tutti i costi dalla moglie, che poi praticamente ne lascia la cura a lui.
Per la prima volta Stoner riesce a stabilire un legame di vero amore, quello con la figlia, ma anche questo gli viene strappato via sempre dalla moglie, che decide di riappropriarsi della casa e della figlia e di rieducarla, secondo le sue idee.
Stoner allora mette tutto se stesso nel suo lavoro e impegna tutta la passione che ha dentro di se, diventando un ottimo insegnante, e s'innamora, e stavolta veramente, di un'altra donna, che lo ricambia con trasporto.
A questo punto del libro, chi è abituato a leggere i classici, anche di letteratura russa (tra l'altro il libro mi ricorda un po' L'Idiota di Dostoevskji), il lettore si aspetta il riscatto del protagonista.
Ma rimarrà deluso.
Stoner continuerà a lasciarsi trasportare dagli eventi, ineluttabilmente, percorrendo un percorso che gli sta evidentemente stretto, ma che non ha la forza di cambiare.
Perchè? Perchè è buono!
Sembra banale, la mia risposta, ma, Stoner è così, è buono e paziente, crede negli altri, dà sempre una seconda possibilità, lascia spazio, anche se non ne lasciano a lui, e soprattutto non conosce cattiveria, e di conseguenza non la riconosce.
Ha un suo profondo senso di giustizia, che lo aiuta a separare quello che secondo lui è giusto, da tutto il resto, inganno, invidia, odio...ma la giustizia non gli rende merito, e non gli lascia scampo.

Un romanzo intenso, profondo, e amaro, come può esserlo la vita.
Una lettura scorrevole e piacevole ma mai banale o superficiale.
Lo definirei un eroe della normalità.
Dave, il suo amico, dà di lui un ritratto autentico e lucido:
«Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio?
Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino nel cotone, tu. Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare».

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Lonely Opinione inserita da Lonely    12 Novembre, 2015
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Eilean Torran, l'isola del Tuono

Un thriller psicologico di ottimo livello.
Sin dalla prima pagina si viene catturati nella rete della trama, sempre più fitta, che si dipana solo alla fine, lasciandoci con un po' di amaro in bocca.
La storia sembra semplice: una coppia è in crisi a seguito di una tragedia, una delle due loro figlie gemelle, muore in un presunto incidente. Per ritrovare una parvenza di normalità, la coppia si trasferisce su un'isola delle Ebridi, vicino a un faro.
Ma la solitudine e l'inclemenza del tempo, invece di sanare le ferite, non fanno che emergere i problemi insoluti.
Un padre che sembra nascondere un misterioso segreto, una madre che dubita della figlia e del marito, e la gemella rimasta che cerca, in ogni modo, di farsi accettare dai suoi genitori.
Tra freddo intenso, alte maree,pioggia, nebbie e tempeste, specchi nascosti, e porte chiuse che si riaprono misteriosamente , la coppia rivela i propri desideri più reconditi, e i propri pensieri repressi, portando il romanzo a un climax che intensifica la suspense, che non ti abbandona fino alla fine.
Svelare l'arcano è quasi impossibile, tranne per qualche impercettibile segnale, che, se colto, ci porta sulla giusta strada.
Forse al lettore, ed anche a me, sarebbe piaciuto un altro finale, ma direi che per come è ideata la trama, questo era inevitabile.
Davvero un bel giallo, originale sia nell'idea che nella struttura stessa.
Per come è congeniato riesce a trasportarti letteralmente in un altro mondo, e per come è descritto, il freddo delle Ebridi ti entra dentro, e ti lascia solo all'ultima pagina!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    01 Novembre, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

Jess e Jason

La ragazza del treno è una di quelle letture, facili e veloci, che ti divagano e che non lasci finchè non si svela il mistero.
Lo stile è abbastanza originale, sono tre donne che raccontano la stessa storia ognuna dal proprio punto di vista, una storia che le accomuna più di quanto loro stesse non sappiano.
Rachel è separata, un divorzio che l'ha distrutta, ha perso il lavoro, ha perso se stessa, ed è alcolizzata.Tutte le mattine prende un treno per Londra come se andasse a lavorare, in realtà una volta arrivata bighellona per la città fino a sera. Ma durante il percorso le piace curiosare dal finestrino del treno, e la sua attenzione è catturata da una coppia, che abita vicino alla ferrovia, in una villetta che è accanto alla sua casa di un tempo, che aveva col suo ex marito Tom. Rachel idealizza la coppia, al punto di fantasticare su di loro, come se fossero la coppia perfetta, Jess e Jason li chiama. Ma ciò che crede perfetto così non è.
Anna è la nuova moglie di Tom, insieme hanno una figlia. Anna odia Rachel, che continua ad essere presente nella loro vita, e odia quella casa, che era la casa di Rachel insieme a Tom.
Megan vive accanto ad Anna, con Scott, ma è perennemente insoddisfatta della sua vita, è una donna inquieta con un passato travagliato, che cerca di dimenticare, ma che ormai l'ha segnata per sempre.
Le vite di queste tre donne s'intrecciano fino a diventare una sola.
Il ritmo prima lento, poi accelera e diventa incessante e la storia è piena di colpi di scena, che coinvolgono il lettore fino alla fine, e anche se si capisce il colpevole prima che si sveli, il libro rimane comunque un bel giallo che si legge con piacere.

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Romanzi
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    26 Ottobre, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

Il finto cinismo di Cesare Annunziata

In un libro, a meno che non sia di evasione, cerco risposte, e anche se già so, che nessuno ha la verità in tasca, ci provo lo stesso.
Credo anche che la trama di un romanzo, che scegliamo di leggere fino alla fne, abbia sempre una certa affinità con lo stato d'animo del lettore, altrimenti come ci avviciniamo concretamente ad un libro?
E quindi, a parte avere la stessa tentazione di Marone, devo dire che le mie aspettative sono state rispettate, insomma il libro non mi ha deluso.
Anzi mi ha catturato.
Io leggo generalmente ebook, ma se fosse stato cartaceo, lo avrei riempito di sottolineature, perchè ogni parola, ogni frase, non è scritta a caso, ma rispecchia una profonda riflessione introspettiva del personaggio, e quindi dell'autore, sulla vita, su come la si vive, e su come invece andrebbe vissuta per essere felici. Anche se una regola non c'è, o per lo meno, non è oggettiva.
Si può provare ad essere cinici appunto, come ci prova Cesare, e allontanarsi da tutto e tutti, perchè i sentimenti e gli affetti ci fanno soffire. Ma è sempre vero?
E comunque un allontanamento ,solo forzato, dalle emozioni e non motivato da un sano egoismo, non ci rende immuni dal dolore.
E questo Cesare lo comprende benissimo, perchè un animo sensibile, come il suo, sa perfettamente che qualunque sia il suo atteggiamento con la vita, anche se non vuole, lo farà soffrire.
Cesare sa, sa tutto, anche se nessuno gli dice niente. Perchè Cesare osserva attentamente gesti, sguardi e ascolta parole non dette, dei suoi figli, dei vicini, degli amici.
Sa per esperienza, e l'esperienza, si sa, ha l'età. Quando si è giovani si tira diritto per la propria strada e tutto è bianco o nero, forse per questo non si era accorto della moglie, ma più probabilmente perchè la moglie non era mai stato l'amore della sua vita.E solo l'amore ci rende così sensibili e vulnerabili.
E con la sensibilità si intravedono le sfumature.E il romanzo non è altro che una serie di sottili sfumature che solo il protagonista riconosce, e che alla fine decide di prendere di petto!
Da quel momento il libro diventa un crescendo di emozioni, che ci coinvolgono personalmente, e che culminano con un dolore, e una speranza. Ma in fondo la vita che cos'è se non un alternarsi di dolore e speranza, e in quella speranza qualche attimo di felicità. Senza il buio non sapremmo riconoscere la luce.
Che dire? un romanzo bellissimo e giusto per riportare una tra le infinite citazioni, mi rifugio nella più banale, ma solo perchè è l'ultima del libro, ma non per questo la meno significativa.
"Mi piace chi combatte ogni giorno per essere felice."

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Classici
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    13 Ottobre, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

Le epifanie di Dublino

Gente di Dublino è una serie di racconti pubblicato nel 1914 ed è un ritratto della vita di quel periodo.
Il tema principale di tutti i racconti è la paralisi, che non è altro che il risultato dell'essere legati, secondo Joyce, ad antiche e limitate tradizioni sociali e culturali.
Questo tratto della gente di Dublino culmina nell'ultimo racconto, il più significativo, "The Dead", che già nel titolo si svela. Il senso di ogni racconto è proprio nella sua epifania, ossia quel momento particolare in cui attraverso una sensazione,visiva, tattile o sonora, percettible o meno, cambia tutto il corso della vita del protagonista e di chi si muove intorno ad esso, ed ineluttabilmente direi.
E proprio qui sta tutta l'impotenza dell'uomo, la paralisi appunto.
Evidenti, specialmente nell'ultimo racconto, "The Dead", i temi della morte e dell'incomnicabilità, rivelati dall'epifania sonora di Gretta, quando ascolta quella canzone che le ricorda il suo primo amore, morto; e di Gabriel quando si rende conto, mentre guarda la mogle dormire, che non la conosce affatto.
Il flusso di coscienza e i simbolismi sono la caratteristica principale di Joyce e sono allo stesso tempo le sue difficoltà. CI si avvicina, e si riesce un poco a comprendere un simile scrittore solo con lo studio, almeno così è stato per me! Che, tanto per intenderci, non sono mai riuscita a finire di leggere il suo Ulisse.

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Racconti
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Ottobre, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

La felicità, si sa, è fatta di attimi...fugaci!

Quando ho iniziato a leggere questo libro per un attimo, distrattamente, ho pensato: ma quanto dura questa prefazione?
Poi dopo alcune pagine ho realizzato che come prefazione era un po' troppo lunga, e mi sono resa conto che invece il libro era tutto così!
Più che un romanzo, lo definirei un elenco, più o meno articolato, di situazioni e momenti che hanno reso o rendono felice il protagonista.
Ovviamente risulta molto personale e credo autobiografico.
La lettura è semplice ma, nonostante tutto, piacevole, e comunque, se non altro, ci induce a riflettere: nel senso che, leggendo i momenti di felicità di Piccolo, si tende a pensare ai propri, che a volte coincidono con i suoi, perchè comunque la sensibilità, alla fine, ci accomuna un po' tutti, noi lettori.
Come nota di merito il libro ha una certa leggerezza,che non è superficialità, ma piuttosto un modo naturale di narrare la vita così come viene, e a volte ci scappa anche un sorriso, che non fa mai male!
In fondo la vita non è fatta che da un susseguirsi di attimi, alcuni belli, altri brutti, altri solo piatti.
Il fatto di ricordare e rivivere solo i momenti felici forse ci aiuta a viverla meglio, e in un certo modo questo è il suo tentativo di dargli un senso!


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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    03 Mag, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

La Napoli di Lojacono

Maurizio De Giovanni scrive per lo più gialli, scrive bene e ti fa evadere dalla realtà. E non è questo in fondo lo scopo di un buon giallo? Un lettore di gialli non vede l'ora di immergersi in un nuovo caso e dimenticarsi tutto il resto, e devo dire che allo scrittore, questo riesce molto bene.
Questo è il primo libro della serie del commissario Lojacono. La Napoli è quella di oggi, a differenza di quella del commissario Ricciardi, ambientata negli anni 30 in piena epoca fascista.
La struttura usata è la stessa, cambiano solo i personaggi, che però ancora (essendo il primo della serie) non hanno assunto una loro definita identità, ma promettono bene.
La trama è semplice, e forse anche un po' debole, ma il libro risulta piacevole.
Il personaggio di Lojacono è ancora in divenire, ma si capisce subito che anche lui è un uomo ammantato di mistero di cui le donne s'innamorano a prima vista. Anch'egli come Ricciardi sembra diviso tra due donne, ma rispetto a Ricciardi che è un solitario ,Lojacono ha una famiglia e una figlia, che ha dovuto lasciare perchè è stato trasferito dalla sua città, perchè sospettato di essere colluso con la mafia.E Il suo pensiero fisso è che la figlia possa dimenticarsi di lui. Rispetto a Ricciardi, che ha anche una connotazione soprannaturale, Lojacono è più reale, sembra un personaggio del tutto comune, dotato però di un grande intuito, che gli permette di arrivare, presto o tardi, alla verità.
Aspetto di vedere come si evolverà nel corso dei prossimi libri della stessa serie, ma per ora il mio modesto giudizio è positivo.

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Romanzi
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    21 Aprile, 2015
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L'Evento

Il professore stanco della sua vita accademica e grigia, come gli dice la moglie il giorno in cui lo lascia, decide di cambiare rotta e scrivere un libro di successo. Per farlo deve scegliere un argomento che sia comprensibile a tutti e che sia motivo d'interesse, l'Evento appunto.
E l'Evento, il filo conduttore del libro, è quello che si svolge la domenica pomeriggio davanti alla tv.
Il bar di Peppe come ogni bar di quartiere, è il luogo di ritrovo degli appassionati di calcio, più precisamente di chi ha la passione per il Napoli, e Peppe,che conosce bene i suoi clienti, sa che quello è il luogo giusto per raccogliere il materiale di cui il professore ha bisogno e gli riserva un posto, tutti i giorni, all'angolo del bar.
Per il professore però il pallone è solo una scusa per catturare la vera natura della gente. Lui sa che dietro quella forte passione c'è la vita di ognuno di loro, e la sua tecnica per farla venire alla luce, è il ricordo dell'Evento appunto. Insieme al ricordo di una famosa partita di calcio, presente o passata, ci sono emozioni, sentimenti e sensazioni da raccontare.
Un ricordo ne scatena altri mille, e così si creano storie, a volte anche commoventi, di amici, di padri e figli, di amori chiusi e sbocciati sullo sfondo di uno stadio.
Lo stile è originale ma piacevole. Solo un po' ridondante, il fatto che per ogni storia si ricominci col solito rituale dal bar di Peppe: la complicità tra questo e il professore, la provocazione al cliente e il conseguente racconto.
Ma la struttura è inevitabile proprio perchè tutto parte da lì, tra un caffè e un cornetto, laddove nonostante la ressa nelle ore di punta la gente non la smette mai di parlare di pallone, anche nel resto della settimana!
Letti tutti i libri della serie del commissario Ricciardi, questo libro nonostante non sia un giallo, ricalca perfettamente l'idea di De Giovanni: lui scrive di quello che sa, di quello che conosce, e conosce Napoli e Napoli è quello che ci racconta.
Recentemente accusato di provincialismo da una giornalista francese, lo scrittore risponde dicendo di avere la fortuna di poter ambientare le sue storie nel posto più bello del mondo! E quando la giornalista lo provoca stizzita chiedendogli in cosa Napoli sarebbe più bella di Parigi, De Giovanni risponde così :
«Vede, signora, è semplice, Parigi, che è splendida, l'hanno fatta gli uomini; Napoli l'ha fatta Dio.»

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altri libri di De Giovanni, a chi ama il calcio e a chi ama Napoli!
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    18 Aprile, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

il punto di equilibrio tra verità e menzogna

Ok adoro Carofiglio! Ma si era già capito!
Come ho iniziato a leggere questo libro, mi sono sentita subito a disagio, spaesata: di botto si entra in un mondo, che se non si è legali o delinquenti, poco si conosce, e ancor meno se ne conosce il linguaggio, giuridico. E ci vuole qualche pagina perchè ci si cominci ad orientare. Infatti qui Carofiglio, oltre alla sua maestria di scrittore,unisce anche quella di magistrato: è il suo mondo, e lui si muove con sicurezza, senza passi falsi!
Superato questo piccolo ostacolo, se così lo vogliamo chiamare, il libro ti trascina pagina dopo pagina in una serie di riflessioni, sulla vita, sulla verità sulla menzogna, sulla giustizia e sull'etica.
Qual è quella sottile linea che separa la morale dell'uomo da quella dell'avvocato? Anche i colpevoli hanno diritto ad essere difesi, ma dov'è il limite che l'uomo o l'avvocato non può valicare, senza mettere in crisi la propria etica?
La trama pur ben congegnata, secondo me, è solo una scusa per parlare di quello che gli sta a cuore: la giustizia e la verità, che non viaggiano quasi mai di pari passo, purtroppo, come invece dovrebbero, specialmente in quelle aule di tribunale, nelle quali queste due profonde parole vengono invece sempre ostentate!
La consapevolezza che la verità viene risucchiata dal sistema giudiziario corrotto, mettono in crisi la moralità dell'uomo e dell'avvocato. Il dialogo interiore del Guerrieri in bicicletta è un colpo di genio, dove le sue riflessioni, mettono in discussione tutto il sitema giudiziario, nessuno escluso.
" Il potere – ogni forma di potere – è una cosa accettabile solo se è trasparente, pulito, se è esercitato in modo uguale per tutti"
Pura illusione!
E la regola dell'equilibrio? è un punto preciso tra verità e menzogna, un limite che non si può oltrepassare! Se non a costo di perdere se stessi!

" Pensare di dovere – e di potere – dire sempre la verità è un’allucinazione da dementi. In parte hai ragione. Mentire al prossimo spesso è etico, e sano, e sovente l’eccesso di sincerità nasconde – o esibisce? – le peggiori intenzioni. Mentire a sé stessi, però, è tutta un’altra cosa. Può capitare, a volte è necessario per sopravvivere, però se diventa una regola è solo un modo per divorziare dalla realtà, per proteggersi dal mondo, per non farsi raggiungere. Ma tanto il mondo e la realtà prima o poi ti raggiungono."

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Lonely Opinione inserita da Lonely    16 Aprile, 2015
Top 100 Opinionisti  -  

I had a dream, an endless one!

Ho letto altri due libri di Murakami, Tokyo Blues, e L'arte di correre, che ho anche recensito. Mi piace quello che dice e mi piace il suo stile. Le sue parole arrivano dirette come lance che ti trafiggono e ti squarciano il cervello, costringendoti a riflettere e ad elaborare un pensiero tuo. Ogni suo libro insomma ti fa discutere e ti lascia qualcosa, non passa inosservato, e non finisce nel dimenticatoio della memoria.
Per Kafka sulla spiaggia, mi dispiace ammetterlo anche a me stessa perchè lo vivo come un fallimento, ho fatto fatica ad arrivare alla fine, fosse stato un altro scrittore lo avrei abbandonato. All'inizio l'ho vissuto come un sogno comatoso, e ho aspettato il risveglio per tutto il tempo. Ma andando avanti è diventato un incubo, perchè volevo a tutti i costi dargli un senso, un ordine, un motivo. Ma un sogno è fatto d'immagini, d'iperboli e paradossi, e va accettato per quello che è, senza dargli a tutti i costi un significato, e riconosco il mio errore. Le riflessioni sulla vita, sulle occasioni mancate, su quello che abbiamo perduto e che non torna più, la morte che naturalmente porta con sè ogni ricordo di quello che siamo stati...sono riflessioni profonde che danno di per sè un senso a tutto questo. Ho letto tutte le recensioni precedenti, per capire meglio e magari scoprire un significato recondito, ma mi rendo conto che voi vi siete fatti semplicemente trasportare dal sogno, e probabilmente io invece sto troppo con i piedi per terra in questo periodo, quindi ammetto il mio limite per non averlo goduto fino in fondo. Peccato!

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Romanzi
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    17 Febbraio, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Lo scrittore maratoneta

Quasi un diario quotidiano questo di Murakami, sullla sua professione di scrittore e la sua passione per il running.
Entrambe avvengono quasi per caso: la prima, con la inspirata pubblicazione di alcuni racconti che lo inducono a cambiare totalmente vita da un giorno all'altro, chiudere la sua attività e mettersi a scrivere per vivere!
La seconda perchè proprio cambiando vita, l'inattività fisica lo fa aumentare di peso e così per perdere qualche chilo di troppo comincia a correre e praticamente non smette più, un po' come un forrest gump, lucidissimo però!
Mi ha attratto questo libro perchè io corro, da dilettante, e ho iniziato tardi, anch'io per perdere peso. Queste analogie con la mia esperienza hanno catturato la mia attenzione e ho amato questo libro, sia per il contenuto, che per il modo di narrare delle situazioni che avrebbero potuto essere, per un altro scrittore, ripetitive, E invece con Murakami è stata sempre un'emozione nuova!
Leggendo delle sue maratone si sente sulla pelle la fatica fisica, il sudore, la mancanza di fiato, le gambe che gridano vendetta; la fatica mentale che lo induce a desistere; ma soprattutto pagina dopo pagina si percepisce inequivocabilmente la sua grande forza di volontà che lo spinge ad andare avanti passo dopo passo fino alla fine! Proprio come nella vita,e la corsa non è la metafora della vita?
Murakami è un runner e uno scrittore con metodo, è sistematico, si dà delle tabelle di marcia, anche nello scrivere! Ecco perchè in questo libro, come nella sua vita, unisce le due pratiche, analoghe per lui, entrambe faticose ma alla fine soddisfacenti, fonti di grandi emozioni personali.
Ho letto in un'altra opinione qui di seguito, che egli vuole soprattutto condividere con gli altri la sua attività sportiva, io non sono proprio d'accordo, perdonami, credo che lui corra soprattutto con se stesso, testimonianza è la sua maratona solista in grecia svolta nel percorso al contrario! Ed è così, si corre da soli e solo per se stessi. Anche perchè è difficile trovare un compagno di corsa che abbia il tuo stesso ritmo e le tue stesse motivazioni! La corsa è una continua sfida quotidiana con la tua forma fisica e mentale, e probabilmente per Murakami, che sa farlo in modo splendido, anche scrivere è lo stesso!

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A chi corre...e a chi scrive!
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Romanzi storici
 
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Lonely Opinione inserita da Lonely    10 Febbraio, 2014
Top 100 Opinionisti  -  

Il destino decide sempre per noi!

Diego Cugia mi piace sia come scrittore che come opinionista e mi piaceva Jack Folla.
Come dice la recensione di Qlibri il romanzo è controtendenza per il periodo, ma è decisamente controntendenza per l'autore stesso, perchè devia completamente dal suo genere, tutto mi aspettavo tranne questo!
Come Cugia stesso dice alla fine tra i ringraziamenti, è un feuilleton, ed io aggiungo che per gli amanti del genere è un gran bel feuilleton! E ne ritroviamo tutte le caratteristiche: amore, odio, passione, gelosia, vendetta e ineluttabilità del destino!
E' ben scritto e scorrevole, i personaggi sono così decisamente caratterizzati che ci si affeziona e ci si ritrova inconsapevolmente a parteggiare per l'uno o per l'altro, imprecando perchè il "cattivo" non è mai vinto! Si perchè come per tutti i feuilleton ci sono i buoni e i cattivi, e come per tutti gli esseri umani tali aggettivi non li connotano mai per intero, c'è sempre un lato oscuro in ognuno di noi, e c'è sempre l'amore a redimere o a "giustificare" anche il peggior criminale!
Insomma, sarò un'inguaribile romantica ma a me è piaciuto, mi ha incuriosito sin dalla prima pagina e mi ha tenuta incollata fino all'ultima, e non ho avuto pace finchè non l'ho finito!
Alcuni detrattori, nelle loro recensioni, accusano la seconda parte più lenta e noiosa della prima, ma secondo me invece il ritmo è sempre alto ed ogni parte è integrante perchè tutto poi torni alla fine... ovvero niente è superfluo!
Quello che ho colto è che nonostante tutto, malgrado le disgrazie, la vita ci dà sempre un'altra possibilità... per amare, per perdonare, e soprattutto per farsi perdonare
La nostra forza di volontà e la determinazione ci fanno combattere comunque contro il destino, avversario invincibile a volte, e ci fanno rinascere come la Fenice dalle nostre ceneri!
Sarà banale ma..finchè c'è vita c'è speranza!

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Il petalo cremisi e il bianco, Il Profumo
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