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luvina Opinione inserita da luvina    26 Mag, 2014
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Ultimo Requiem

“Ultimo requiem” è un romanzo sull’Italia dell’ultimo trentennio scritto a quattro mani da una coppia di sceneggiatori Mimmo e Nicola Refele, rispettivamente padre e figlio. La storia prende inizio dalla strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 dipanandosi via via attraverso le stragi di Stato, la guerra di mafia, Falcone e Borsellino, Mani Pulite, la P2, la trattativa Stato-mafia, la nascita di Forza Italia fino all’epilogo che si svolge ai nostri giorni e che fa suo il motto “pecunia non olet”; sono questi gli anni nei quali la mafia ha cambiato volto, si è legata al potere politico entrando nella stanza dei bottoni, ha ripulito il denaro sporco attraverso canali economici privilegiati fino a far nascere una generazione di imprenditori dall’oscuro passato ma dall’immenso potere economico (com’è successo nella ex Unione Sovietica) che ormai poco ha a che fare con la figura classica del mafioso alla quale eravamo abituati.
I protagonisti della storia sono tre il commissario Carlo Settembrini, il magistrato Sergio Russo e Matteo Sabato, rampollo di una delle famiglie mafiose più influenti che riesce a fare il salto di qualità, seguono poi altri personaggi importanti al fine della narrazione e tutti ben delineati. E’ inutile dire, vista la professione degli autori, che il romanzo è scritto veramente bene, scorre in maniera perfetta, mai un cedimento, c’è perfino una playlist di canzoni di quegli anni che ci sembra sentirle uscire dallo stereo.
Non mi dilungherò oltre sulla trama perché questo è un libro che va letto; leggendolo ci si pongono molte domande, si rimanda la memoria ad episodi vissuti magari marginalmente, a nomi che si conoscono, ma soprattutto si creano sinapsi con recenti avvenimenti che ci hanno interessato come la “direttiva Renzi” che declassifica gli archivi segreti dello Stato o l’arresto di Scajola e il legame fra estrema destra, mafia, ex DC e falangisti libanesi.
Ho sempre pensato che un libro debba far riflettere, creare delle associazioni di idee e “Ultimo requiem” da questo punto di vista è perfetto. Il periodo raccontato nel romanzo è ormai storia (anche se molto vicina e ancora molto controversa)ma sono ancora molti i punti oscuri che lo caratterizzano.
“Ultimo requiem” è una “docufiction” e quindi perché non potrebbe essere andata veramente così? E’ probabile, è plausibile ma non è impossibile che sia andata così.

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luvina Opinione inserita da luvina    04 Mag, 2014
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Figli della notte

Come insegnava Tucidide bisogna conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro, quindi con questo libro di Giovanni Bianconi mi sono tuffata nel periodo più oscuro della storia recente della nostra Italia i cosiddetti anni di piombo. Inizio col presentare l’autore di questo saggio, inviato del “Corriere della sera” per la cronaca e grande conoscitore del tema terrorismo sul quale ha scritto vari libri; è anche l’autore del libro “Ragazzi di malavita” che ha svelato la storia della banda della Magliana e dal quale è iniziato il fortunato filone che molti hanno seguito.
Bianconi racconta il ventennio che va dal 1969 al 1988 partendo da un punto di vista anomalo: quello di chi era bambino, ragazzo o addirittura non nato in quegli anni e che purtroppo ha perso un genitore per mano terrorista. Era un’altra Italia quando tutto è iniziato nel 1969 con la strage del 12 dicembre a Piazza Fontana, era un’Italia nella quale si partecipava alla vita comune, ci si dava da fare perché si credeva davvero di poter cambiare le cose con la politica ma soprattutto si dava una grande importanza a due parole oggi in disuso: collettività e partecipazione. La deriva terroristica delle Brigate Rosse ma anche dei Nar è frutto di queste due parole, del cosiddetto “impegno” vissuto naturalmente in modo diverso dagli opposti schieramenti ideologici. In mezzo sono rimaste centinaia di vittime, persone che rappresentavano qualcosa col proprio lavoro, che rappresentavano lo Stato o che lo difendevano ma anche tante persone comuni morte per essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il libro è diviso in capitoli ognuno dedicato alla storia di una vittima del terrorismo ma in ogni capitolo Bianconi ci racconta anche la storia di chi è rimasto orfano, di come è cambiata la loro vita e delle risposte che non hanno mai avuto soprattutto dalle istituzioni e da quello stesso Stato per il quale il loro papà è morto. Leggendo ci si trova davanti ad un muro di dolore, ad una ragazza che asciuga il sangue del padre dall’asfalto, al giovane che riconosce il corpo dilaniato solo da una scarpa, al futuro interrotto di questi bambini; quello che colpisce di più però è l’enorme dignità di queste persone, l’assenza quasi di sentimenti di vendetta, l’affidarsi ad una giustizia che purtroppo anche dopo decenni non ha mai dato loro che verità incomplete su quelle morti.
“Eravamo in guerra e non lo sapevamo” ho pensato leggendo e calandomi nel clima di quegli anni della notte della Repubblica. Questo è anche un libro adatto a chi non si ferma alle apparenze, a chi non si accontenta delle verità incomplete o di comodo, a chi piace conoscere il perché siamo diventati (o ci hanno fatto diventare?) come siamo oggi; è un libro nel quale serpeggia lo spettro della manipolazione da parte dello Stato, della commistione fra terroristi e servizi segreti, del grande interrogativo che ancora rimane sulla strategia della tensione ma questa è un’altra storia.
Vi lascio con due passi per riflettere: - chissà che persona sarebbe stata, quel bambino di sei anni, se il papà fosse rimasto al suo fianco. Diventato uomo, non ha mai smesso di chiederselo -
-con gli attentati è stata inquinata la vita democratica e si sono spente passioni, fino al riflusso dei decenni successivi e alla trasformazione della vita pubblica in gestione degli affari privati…non fosse stato per quelle maledette bombe e per gli spari che si trascinarono dietro per oltre un decennio, forse l’Italia di quella stagione era persino migliore di quella in cui sarebbero cresciuti i suoi figli -.





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"La notte della Repubblica" "A mano armata" "Mi dichiaro prigioniero politico"
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luvina Opinione inserita da luvina    30 Marzo, 2014
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Le colpe degli altri

“Le colpe degli altri” è il primo romanzo vincitore del torneo letterario “Io scrittore” promosso dal gruppo editoriale Mauri-Spagnol. E’ stato pubblicato per ora solo in formato digitale, ne sono venuta a conoscenza tramite la newsletter dell’editore e ho deciso di leggerlo quando ho scoperto che l’argomento erano gli anni di piombo e i loro effetti.
In breve la trama: Federica è figlia di un carabiniere ucciso nel 1979 da un commando terrorista insieme al magistrato del quale era la scorta e ad altri suoi colleghi. L’uccisione del padre segna irrimediabilmente la sua vita prima di bambina poi di adolescente ed infine di donna, infatti la conosciamo alle soglie dei quarant’anni. Federica non uscirà mai più dalla spirale di odio che si è creata intorno e che ha coltivato fino a distruggersi ed avvelenarsi la mente e il cuore; il suo obiettivo è annientare la vita di Marta, una terrorista del commando che le uccise il padre e che si è rifugiata a Parigi insieme ad altri due compagni di lotta sotto la protezione della “dottrina Mitterand”. Federica verrà in contatto anche con Vitaliano e Denise, il compagno e la figlia di Marta, che avranno un loro peso nella storia. Nulla salva la protagonista: né l’amore della madre, né la giustizia dei tribunali né l’amore per un uomo che non si aspettava di incontrare: la sua vita è stata interrotta e avvelenata tanti anni prima da un gruppo di terroristi in una calda estate.
Il finale è imprevedibile ma in certo qual modo “scontato” perché di tutto quello che avvenne negli anni bui della “notte della Repubblica” ne fanno ancora oggi le spese coloro che in quegli stessi anni erano appena nati o non lo erano affatto; la fisica ci dice che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria quindi ogni reazione è strettamente proporzionata all’azione che l’ha generata.
Venendo al romanzo in sé è molto apprezzabile che un giovane autore esordiente abbia costruito una storia su un tema ancora così scottante e sentito ma purtroppo a mio parere lo ha trattato un po’ superficialmente. In questi ultimi anni hanno avuto voce letteraria le storie dei figli degli uomini uccisi in quegli anni di piombo come Mario Calabresi o Benedetta Tobagi: queste sono testimonianze di persone che hanno dovuto superare a modo loro con grande coraggio, a volte senza riuscirci veramente, la più grave perdita di una vita. L’autore approfondisce forse troppo anche le figure che poi sono in realtà marginali ai fini della storia e tralascia l’aspetto psicologico più profondo di Federica e di Marta e delle loro motivazioni.
Quello che riesce a rendere bene è il contrasto fra la vita normale della gente comune in quegli anni ’70 (le vacanze, l’esodo, le piccole cose di tutti i giorni) e quella dei terroristi che invece vedevano (o credevano di vedere) in quella stessa gente il consenso verso le loro azioni. Non è riuscito invece a rendere bene davvero quegli anni, forse ciò è dovuto all’età ma se si sceglie di raccontare una determinata epoca storica bisogna calarcisi dentro in tutto non soltanto per i modelli di automobili; innanzi tutto il divorzio non era così comune come oggi né esistevano gli immobiliaristi tutt’al più c’erano i palazzinari. Vittorio De Grassi scrive bene, usando molto i contrasti, con uno stile sicuro che ci accompagna pagina dopo pagina in un viaggio attraverso quarant’anni di storia italiana: tutto sommato un romanzo da leggere.

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luvina Opinione inserita da luvina    23 Marzo, 2014
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Andorra

Non conoscevo ancora questo autore anche se tempo fa volevo leggere “Il weekend”; ciò che mi ha convinto a leggere proprio “Andorra” è stata l’ambientazione. Cameron infatti non descrive la vera Andorra, principato situato sui Pirenei al confine tra Francia e Spagna, ma, pur non cambiandone l’ubicazione, ne fa un Paese immaginario sul mare con una capitale La Plata e una specie di città periferica sulle montagne Encampo. Essendo il Paese molto piccolo La Plata non si espande in piano ma su terrazzamenti che fungono da quartieri. L’ambientazione è importantissima in questo romanzo, è per così dire il baricentro dell’intera storia. Il protagonista Alexander Fox, voce narrante, ci arriva da San Francisco con l’intenzione di iniziare una nuova vita dopo un grave lutto; l’incipit (che poi è anche il raggelante finale) ci spiega la sua scelta –“Tanti anni fa lessi un libro ambientato ad Andorra”-. Non c’è nulla che ci dia riferimenti temporali, né aerei né cellulari né telefoni né automobili, ma solo alcuni cenni dai quali si può immaginare un certo periodo.
Scopriamo che La Plata è una città popolata per lo più da stranieri che hanno portato in quella città le loro oscure storie pensando di ricominciare; Alexander Fox è l’ultimo arrivato in questa comunità di espatriati e viene subito in contatto prima con i Dent, una coppia di australiani, poi con i Quay, una delle famiglie più in vista del luogo. Tutti i personaggi però sono educati, molto british ma in qualche modo invadenti con l’intento di aiutare, non hanno un vero spessore psicologico, tutto rimane abbastanza in superficie persino quando entreranno in ballo i sentimenti e lo stesso protagonista attraversa le vicende, i luoghi e le conoscenze senza esserne veramente scalfito.
Ecco che ritorna l’ambientazione, claustrofobica, un luogo chiuso dove tutto accade dove tutti si conoscono. Il senso di disagio, di precarietà, di claustrofobia che ci accompagna per tutta la lettura è ancora più accentuato quando Alexander Fox viene sospettato di due omicidi avvenuti a La Plata e quindi entra in contatto con la polizia; questo punto del romanzo mi ha ricordato molto “Il processo” di Kafka: i lunghi corridoi, gli uffici scuri, gli impiegati inquietanti, l’onnipotenza della legge. Da questo Stato di polizia si cerca la fuga, attraversando a piedi le montagne come nel caso di Mr Dent o via mare come nel caso del protagonista. Sappiamo che c’è qualcosa ma non sappiamo cosa, abbiamo una sensazione di attesa, di ineluttabilità mentre leggiamo e l’autore è bravissimo ad alimentarla fino all’imprevedibile finale.
E finalmente scopriamo il perché di quella sensazione di soffocamento, di quell’ambientazione claustrofobica senza speranza, scopriamo perché non c’è un’unità di tempo cui fare riferimento: bellissimo! Trovo questo autore veramente geniale nella sua semplicità, scrive in maniera meravigliosa, essenziale ma non semplice, piacevole, un po’ come si scriveva nel secolo scorso, tuttavia ha una buona padronanza dello stile molto inglese anche se vive a New York ed è statunitense. E’ stata quindi per me una piacevole scoperta che sicuramente approfondirò al più presto con altri suoi romanzi.

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luvina Opinione inserita da luvina    11 Marzo, 2014
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Splendore

Dopo aver molto amato altri due libri della Mazzantini “Non ti muovere” e “Venuto al mondo” e un po’ meno “Ognuno si salva da solo”, ho acquistato quest’ultimo romanzo con grandi speranze anche perché mi attirava molto il suo tema portante: l’amore omosessuale.
Peccato però che ne sia rimasta delusa. So di andare magari controcorrente ma credo che ogni lettore abbia un suo metro di giudizio, un’empatia nei confronti dei personaggi, un piacere nel leggere lo stile e la scrittura di un determinato autore. Ecco, a parte la sempre splendida e musicale costruzione delle frasi della Mazzantini, per il resto questo romanzo ha tradito le mie aspettative. L’autrice ci conduce attraverso la voce narrante di Guido, uno dei due protagonisti, lungo un periodo che va dai primi anni ‘60 ai giorni nostri; attraverseremo gli anni del liceo, la contestazione giovanile, gli hippies, gli anni ’80, ci sposteremo dalla Grecia classica delle gite scolastiche alla Londra multietnica e vitale ferita dall’Aids e dagli attentati, ad una Roma molto borghese. Ci sono vari richiami all’ellenismo, età dell’oro dell’omosessualità, a cominciare dal modellino di guerriero chiamato da Guido acheo come Achille e Patroclo e acheo diverrà poi per lui Costantino, fino allo scegliere la Grecia, il suo mare, le sue spiagge come luogo simbolo di iniziazione, di libertà e sogno di vita (il chiosco bar).
E’ la storia di due bambini, poi ragazzi, poi uomini, Guido e Costantino, la storia del loro amarsi, lasciarsi, ritrovarsi, perdersi di nuovo; è anche la storia di due vite che scorrono parallele a migliaia di chilometri l’una dall’altra. Ecco, questa per me è una delle pecche del romanzo: non è l’amore che li fa ritrovare ogni volta dopo anni ma la mancanza di coraggio di mostrarsi agli altri per quel che si è e allora si cerca la persona che ci conosce e che ci è simile, che millanta come noi. Questa mancanza di coraggio è accresciuta dai rispettivi matrimoni etero, il nascondersi dietro sentimenti e vite “normali”. A mio avviso il fulcro del romanzo è la differenza intesa come sessuale, di ceto, sociologica; l’autrice svela subito già nell’incipit –“Era il figlio del portiere”- la differenza di origini che si ripercuoterà per tutto il romanzo fino alla fine mentre la differenza sociologica è affidata sia al contrasto fra la Londra moderna, cosmopolita, i campus universitari inglesi e l’ambiente chiuso e provinciale dell’Italia sia al modo in cui verrà metabolizzata (accettata??) l’omosessualità dei rispettivi mariti da Izumi, moglie di Guido e da Rossana, moglie di Costantino. E siamo arrivati ad un altro motivo del mio disamore, l’aggressione: è vero che l’omofobia nella società attuale è lungi dall’essere stata debellata ma perché farla accadere in Italia? Perché in uno dei luoghi più belli e turistici del nostro Paese? Mi ha dato l’impressione che l’autrice abbia indugiato sul luogo comune che vede il Sud come arretrato, violento e maschilista. Bisogna nascondere la nostra gioia per non offendere gli dei e quindi Guido e Costantino vengono aggrediti proprio quando si sentono felici e apparentemente padroni del loro futuro; col passare degli anni Guido ha imparato ad accettare la sua omosessualità e pensa di poter vivere liberamente il suo amore mentre Costantino non ci riesce e resta ancorato alla sua vita di provincia anche per il legame forte che lo lega al figlio disabile. Il personaggio di Costantino è sempre delineato per tutto il romanzo come quasi inferiore a Guido, fisicamente, intellettualmente, nulla lo riscatta; Guido è il perenne ignavo però borghese, progressista, è lui il vero ed unico protagonista. Non ho apprezzato Guido né tantomeno Costantino, i personaggi più interessanti per me sono stati l’amico Knut e Leni, figlia acquisita di Guido, splendido esempio di giovane solida, aperta, moderna.
Il finale del libro è l’apoteosi degli stereotipi, di quell’ipocrisia tutta italiana (non me l’aspettavo proprio dalla Mazzantini), della mancanza assoluta di coraggio. L’incontro finale dei due in una comune non meglio identificata fra un Costantino ormai vinto, rassegnato, catturato dalla ragnatela appiccicosa del perbenismo, da una religione (???) che tutto perdona a patto che ci si annulli fisicamente e psicologicamente e un Guido ormai quasi libero e ancora capace di sognare che viene egoisticamente tirato dentro questa nuova vita new age per essere messo a conoscenza del segreto che dovrebbe “salvare” il suo amico (altra enorme ipocrisia credere che omosessuali si diventi per cause esterne, dobbiamo allora credere che questo amore non sia mai esistito come sentimento in sé). Concludendo, tutto il romanzo mi è sembrato un po’ troppo pretenzioso con un finale decisamente sconcertante; qualsiasi riferimento allo splendore (??) mi è parso forzato, nebuloso, quasi come se l’autrice abbia scelto il titolo per poi adattarci il romanzo. Non ho ancora capito dov’è ne cos’è lo splendore in questa storia.
(P.S. In realtà il romanzo mi è sembrato una riedizione più lunga in chiave italiana di quel capolavoro di sole 47 pagine che è “Brokeback Mountain” al quale non si avvicina neanche lontanamente)

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luvina Opinione inserita da luvina    03 Febbraio, 2014
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Una volta eravamo fratelli

Ho letto questo romanzo in pochissimo tempo sul treno proprio nei giorni a ridosso del Giorno della Memoria. All’inizio lo avevo snobbato perché il titolo mi riportava all’idea di un romanzo d’amore; poi grazie alle recensioni sul web e al bellissimo titolo originale “Once we were brothers” mi sono ricreduta e ho fatto bene. E’ un romanzo scritto benissimo da Ronald H. Balson, avvocato, ed è la sua opera prima. La storia si svolge tra il settembre 2004 e il febbraio 2005 ma in realtà affonda le sue radici in un paesino della Polonia, Zamosc, negli anni che vanno dal 1933 al 1945. Da questo paese arriva il protagonista della storia Ben Solomon che riconosce nel magnate e mecenate di Chicago Elliot Rosenzweig, il suo amico fraterno Otto Piatek diventato Hauptscharfuhrer durante l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista e reo di aver rubato averi e vite agli ebrei di Zamosc e alla sua famiglia. Ben intenta quindi una causa civile per appropriazione indebita nei confronti di Rosenzweig con la speranza che questi si scopra ed ammetta di essere Piatek. Entrano allora in scena gli altri due protagonisti del romanzo l’avvocatessa Catherine Lockhart e il detective privato suo amico Liam Taggart. La seconda parte del romanzo abbandona il racconto storico e diventa un legal thriller: ha ragione Ben? Elliot Rosenzweig è Otto Piatek o è un errore di persona?
Comunque la storia avvince, i personaggi sono molto ben delineati e poi il romanzo ha come sfondo la città di Chicago, della quale l’autore ci regala scorci magnifici, tramonti e brine, neve e calore.
Anche tutta la moltitudine di comprimari della storia viene presentata e descritta in modo che poi il lettore li riconosce, li sente vicini e partecipa con loro. Quello che sempre sgomenta e atterrisce è il tributo che milioni di ebrei in tutta Europa hanno pagato al male, alla follia di Hitler e alla sua idea di dominio della razza. L’autore ci fa presente che, almeno per quel che riguarda la Polonia, neanche Stalin fu estraneo a questo sterminio.
E’ agghiacciante pensare come il male possa avere la meglio sui sentimenti, come possa tramutare in odio il legame fra due fratelli. Al di là del romanzo in sè, mi piacerebbe pensare che tutto questo non si possa più ripetere ma, purtroppo, anche la storia recente ci dimostra che così non è e l’uomo non impara mai dai propri errori.

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luvina Opinione inserita da luvina    02 Febbraio, 2014
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Qualcosa di scritto

Perché “Qualcosa di scritto”? Innanzi tutto perché in realtà questa bellissima opera è inclassificabile (né un romanzo, né un saggio forse una commistione fra i due generi) poi perché è così che P.P.P. cioè Pier Paolo Pasolini definiva il suo ultimo lavoro “Petrolio” uscito postumo nel 1992.
Anche “Petrolio” è un’opera inclassificabile, soprattutto non è un romanzo nell’accezione del termine da noi oggi conosciuta; ce lo spiega benissimo Emanuele Trevi nel secondo capitolo di questo libro, nel quale fa l’esegesi di ciò che si intende per letteratura dalla metà degli anni ’80 in poi.
Ma andiamo con ordine: Trevi in questo romanzo (il termine è usato in copertina)prende lo spunto da un periodo passato in gioventù presso il Fondo Pier Paolo Pasolini a Roma per sviluppare il racconto dell’ultimo anno della vita dello scrittore-regista, per tratteggiare un ritratto impietoso ma a volte velato di ammirazione di Laura Betti che allora dirigeva il Fondo e raccontarci la genesi di “Petrolio”. Però non è tutto qui perché l’autore affronta numerosi altri argomenti (uno dei quali è i misteri Eleusini ai quali è dedicata un’appendice)e ci porta piano piano in quell’ultimo scorcio degli anni ’70 in cui Pasolini è morto e da cui tutto è cambiato; Trevi vede un parallelo fra Pasolini e Petronio, fra la morte e l’incompiutezza dell’opera –“Petrolio non è l’ennesimo libro sulla morte, ma una morte in atto”-. E’ come se Pasolini avesse vissuto il suo ultimo anno di vita mettendo in scena la sua fine tragica nel film “Salò” (bellissimo il racconto di quando Trevi e i giovani della FGCI nell’85 lo proiettano a Castel Sant’Angelo) e in “Petrolio”.
Indubbiamente è P.P.P. il protagonista di questo libro e rivive anche nel racconto che Emanuele Trevi ci fa di Laura Betti, la “Giaguara” (lui la chiama “la pazza”), musa, amica e vestale di Pasolini; come ho già detto il ritratto di lei è impietoso, Trevi non ci nasconde nulla del decadimento fisico e mentale di questa donna che ha cavalcato i mitici anni ’60 e vissuto i ’70 e gli ’80 sempre da libera protagonista, sempre scomoda e controcorrente. E’ però nel racconto del viaggio in Grecia che l’autore riscatta anche la figura di Laura e del suo talento e dimostra per lei ammirazione e stupore. Un altro ritratto, questa volta molto benevolo, che Trevi ci lascia è quello di Walter Siti, venuto anche lui in contatto col Fondo Pasolini e rimasto suo amico; a lui sono dedicati due brevi capitoli nei quali si racconta anche di un’intervista concessa da Siti all’autore.
Con Trevi, con la sua meravigliosa scrittura, con le frasi illuminanti che bucano la pagina, ci caliamo nel mondo di uno dei più importanti personaggi del secolo scorso, nel suo pensiero, ma anche in ciò che di lui ci rimane e che ci ha lasciato semplicemente vivendo la sua vita come arte; possiamo comprendere il nostro presente partendo da qui? Forse è questa la domanda che l’autore aiuta a porgerci quando fa disgressioni sulla politica e sulla letteratura e sulla vita contemporanee. Sono molto felice di aver iniziato l’anno con questo splendido e profondo libro che mi aspettava già da un po’ e che mi lancia una sfida che forse un giorno raccoglierò: la lettura di quel romanzo anomalo che è “Petrolio”.

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Articoli, romanzi o film di Pier Paolo Pasolini
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luvina Opinione inserita da luvina    12 Gennaio, 2014
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Come vivevano i felici

“Come vivevano i felici” è la trasposizione in ambiente italiano della vicenda di Bernard Madoff, accusato di frode finanziaria e condannato a 150 anni di carcere negli Stati Uniti; la voce narrante del romanzo è quella del figlio minore di Madoff, Mark, morto suicida due anni dopo lo scandalo. Ogni breve capitolo ha per titolo una data e nell’arco di tutto il romanzo si ripercorrono gli anni che vanno dal 1983 al 2012, con continui flash back temporali tramite i quali entriamo nell’intimo delle dinamiche di questa famiglia e scopriamo anche chi e come era Bernard Madoff, i suoi occhi a fessura del colore dell’acciaio, la sua scaltrezza e la sua megalomania (regala al figlio minore di dieci anni una Ferrari 400 color puffo).
L’incipit è d’effetto –“Io fisso il soffitto e il soffitto fissa me”- perché ci dà modo di tuffarci subito nell’angoscia di queste vite con la visione del corpo di Mark che penzola dal soffitto stretto dal guinzaglio del cane; le vite rovinate, trascinate nel crollo della società di investimenti finanziari truffaldina (era un enorme schema di Ponzi), sono quelle dei familiari ma soprattutto quelle dei milioni di piccoli e grandi risparmiatori che hanno perso tutto, a volte anche la vita. L’autore, tramite il racconto allucinato di Mark ci fa conoscere le minacce e gli insulti che la famiglia riceve per posta, sui blog in rete, al telefono e perfino al supermercato; conosciamo le loro reazioni, la finta empatia che maschera indifferenza della madre, la decadenza fisica del fratello psicotico, la rabbia e la vergogna dello stesso Mark.
Ecco, forse la parte migliore di questo libro doloroso è il rapporto fra i due fratelli, due personalità fragili che, pur intuendo la truffa della “Rambo investimenti” (nome omen) vanno incontro al loro destino, il maggiore entrando ed uscendo dagli ospedali psichiatrici, il minore cocainomane e compulsivo (legge continuamente blog su internet e gioca ai videogiochi). E’ proprio Mark, il minore, che si dimostrerà alla fine il più fragile morendo suicida, mentre l’altro forse nella sua follia crede di poter ricominciare; l’intimità del loro rapporto, il loro dolore, la dimostrazione d’amore che un fratello ha nei confronti dell’altro ci colpiscono nel profondo svelandosi anche quando i sentimenti sono celati da falso fastidio o dal dovere. Sono loro le prime vittime del padre che, dopo un weekend del Ringraziamento passato in famiglia, ordina loro –“lunedì tu e tuo fratello andate in procura”- costringendoli a denunciarlo. Non si perdoneranno mai il tradimento che li porterà alla rovina.
Chi sono dunque i felici del titolo? A detta di chi è stato rovinato dalla truffa di Madoff era la famiglia Madoff stessa anche o soprattutto per l’enorme ricchezza accumulata e per la stima che riscuoteva nella buona società e presso la comunità ebraica ma, leggendo questo romanzo, scopriamo che in realtà la loro vita si era trasformata in una ansiosa e dolorosa attesa della fine ormai imminente e tutto erano tranne che felici.
L’unico limite di questo bel libro è che, nel riportare la storia di Madoff in ambiente italiano, l’autore ha indubbiamente trovato delle difficoltà ma non le ha superate; non è infatti realistico che qui in Italia si festeggi il Ringraziamento in uno chalet come in Colorado, che ci sia una comunità ebraica così potente da affidare milioni da investire come negli Stati Uniti o che per reati finanziari si comminino 150 anni di carcere. A parte questo il romanzo è sicuramente da leggere perché ha il merito di porci un diverso punto di vista (quello dei “colpevoli”) di una vicenda che è all’origine dell’enorme crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti e della quale si pagano ancora le conseguenze.

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luvina Opinione inserita da luvina    18 Dicembre, 2013
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"La nebbiosa"

Questo non è un romanzo. E’ una sceneggiatura resa in forma di romanzo dopo che il manoscritto è stato ritrovato in una borsa di pelle marrone appartenente all’archivio dell’autore. Fu scritta nel 1959 (era appena uscito “Una vita violenta”) da Pier Paolo Pasolini, in venti giorni, chiuso in un albergo di Milano; gli era stata commissionata da un industriale improvvisatosi produttore di cui non resta traccia negli annali del cinema e che pagò allo scrittore solo la metà del pattuito. Pasolini comunque ne fece un piccolo capolavoro; innanzi tutto fu scritta in presa diretta, con brani in dialetto milanese e slang, con l’aiuto di Giuseppe Pucci Fallica, esponente della gioventù milanese dell’epoca che lo introdusse nell’ambiente come fece Sergio Citti a Roma per “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.
In questo libro si narra infatti la storia di un gruppo di giovani teddy boys il Rospo, il Gimkana, il Teppa, Toni detto Elvis, Mosè e Cino il fratellino undicenne del Rospo; la storia si svolge tutta in una notte (una notte brava) quella di Capodanno a Milano che è in realtà la vera protagonista del romanzo e Pasolini la esalta con scene scure, visionarie, di grattacieli (il Galfa il Pirelli), di bar luccicanti di metallo e specchi, di nuovi quartieri in costruzione come Metanopoli, di vialoni e strade della periferia avvolte nella nebbia, dell’ovale di San Siro all’ombra del quale la storia si concluderà tragicamente.
Durante questa lunga notte il gruppo di teddy boys si lancia in varie avventure, tutte ai limiti della legge e soprattutto contro il falso perbenismo della società di allora. I discorsi del gruppo sono tutti permeati di moralismo e a volte di razzismo, sono discorsi “contro” gli omosessuali, i commendatori che vanno con le minorenni, le signore della borghesia che hanno l’amante. L’autore però sottolinea , da quel fine conoscitore della società contemporanea che era, come i teddy boys fossero i figli di quella borghesia, degli avvocati, dei professori, dei notai che si portano ancora dietro remore fasciste all’alba del boom economico; sempre l’autore cita nei dialoghi del capitolo dell’orgia due fatti di cronaca che fecero molto scalpore e che denotano molto bene il pensiero dell’epoca.
Ecco allora che rapinano falsi gioielli in una chiesa, cercano di venderli al padrone di un trani, rubano auto, devastano una villa patrizia e un night club, rapiscono e coinvolgono in un’orgia tre signore bene, puniscono un commendatore e un omosessuale tutto al ritmo delle canzonette rock degli “urlatori” e del rombo delle loro moto che li precede come un tuono sinistro. Nel libro Pasolini ci dona due camei: uno è Laura Betti che canta nel night club una canzone di Moravia e una di Soldati e la figura di Pupetta, prototipo della ragazza nichilista yè yè di quei tempi (ricordate la Spaak ne “La voglia matta”?).
Mi è piaciuto questo libro? Tutto sommato sì, ci ho ritrovato il Pasolini dei suoi primi romanzi, i brani disturbanti che ti costringono a guardare il brutto delle cose senza veli ma anche la poesia nello scrivere e nel rendere la realtà in modo ineguagliabile; non sono riuscita però a farmi piacere ed entrare in empatia coi protagonisti (del resto nemmeno con gli altri dei suoi romanzi romani) anzi li ho trovati un po’ sgradevoli. Per finire, il bel titolo “La nebbiosa” è certamente riferito a Milano ma anche a tutta la storia grigia e violenta di teppa e teddy boys di quel lontano 1959.

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luvina Opinione inserita da luvina    22 Novembre, 2013
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Giovanni Episcopo

Ho riletto dopo molti anni questo romanzo breve di D’Annunzio ritrovandolo comunque molto bello.
Giovanni Episcopo è il protagonista della storia e dà il titolo al romanzo; in realtà le circa 80 pagine sono una vera e propria confessione fatta da Giovanni allo stesso D’Annunzio e al suo amico filosofo Angelo Conti una sera in un’osteria.
Giovanni Episcopo è un impiegato, una di quelle figure grigie senza un carattere predominante anzi si ritiene ed è ritenuto dai suoi conoscenti un debole. Una sera a cena nella pensione dove abita conosce Giulio Wanzer quando questi, lanciando un bicchiere durante una discussione, lo prende in fronte lasciandogli un taglio. Questa cicatrice rimarrà come un segno della viltà di Giovanni Episcopo e della sua schiavitù nei confronti di Wanzer. Scherzando e prendendolo in giro davanti agli altri colleghi a cena, Wanzer lo fa fidanzare con la cameriera Ginevra Canale; Giovanni, prendendo seriamente la cosa e non vedendo la malignità nel comportamento degli altri, raggiunge la ragazza a Tivoli ed in seguito la sposa.
E’ l’inizio della seconda schiavitù di Giovanni Episcopo, quella nei confronti della moglie e della suocera che lo umiliano in tutti i modi possibili. Per colpa loro perde anche il lavoro che era l’unica cosa che lo facesse sentire un uomo valido. L’unico raggio di sole nella sua meschina vita è suo figlio Ciro sul quale riversa un amore immenso. E’ proprio quando Wanzer (nel frattempo diventato l’amante di Ginevra) si scaglia su suo figlio che Giovanni, vedendo Ciro in pericolo, ritrova il coraggio del debole e lo uccide.
Questa è una storia molto triste, non ha in sé nessun riscatto, anche l’omicidio non è vendetta ma l’atto di violenza di un uomo succube, vile. La bellezza del romanzo è naturalmente data dal genio di D’Annunzio, dal suo stile letterario, dal suo modo di presentarci il fatto, nella frammentarietà dei ricordi e del racconto di Episcopo, nei suoi incubi, nella sua disperazione ma anche nella sua capacità di dare amore nonostante tutto, nella limpidezza della sua anima.
Questo racconto-confessione è il tributo di D’Annunzio ad una delle correnti letterarie dell’epoca (basti ricordare gli autori russi) e, pur discostandosi dagli altri suoi romanzi, egli ne riprende la modalità ne “L’innocente”.
Ho trovato una frase che ben rappresenta questo racconto:
-Attenti alla furia dei deboli e alla rabbia degli indifesi -

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Gli autori russi
il film "Giovanni Episcopo" di Lattuada
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luvina Opinione inserita da luvina    12 Novembre, 2013
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Privati abissi

Questo è il secondo romanzo di un autore italiano quasi sconosciuto, giornalista, autore teatrale e televisivo ed è uscito nel 2011 dopo ben 35 anni dal primo; 35 anni di varie stesure, riscritture, limature addirittura con la tentazione di bruciarlo per poi riprenderlo e per fortuna regalarcelo. E’ stato per me un romanzo molto importante e difficile da elaborare, mi trovo quasi in difficoltà nello scrivere un commento ad un racconto praticamente perfetto sia dal punto di vista stilistico che da quello della trama in sè.
La trama Siamo nel 1968, anno di grandi contestazioni, a Roma e più specificatamente a Piazza Navona dove nascosto nei vicoli c’è il pub “Al tempo ritrovato” gestito da Santandrea e da un giovane trentenne Tommaso, figlio di industriali di Genova, pianista in decennio sabbatico prima di prendere il suo posto alla guida del gruppo di famiglia. Una sera nel pub Tommaso conosce Alessandra, inquietante e bellissima ragazza che poi scopriremo figlia di un diplomatico svizzero. Da qui in poi è la storia di un matrimonio mai consumato, di un amore unico incapace di salvare dalla colpa, da un enorme segreto portato fino alle estreme conseguenze, da una profonda solitudine che tocca uno per uno tutti i personaggi. L’io narrante del romanzo è un giocatore d’azzardo malato di cuore, ai tempi amico di Tommaso, il quale, trent’anni dopo, partecipa al funerale di Santandrea e tornato sulla “costa fuori stagione” ricorda e racconta di questa “sconfitta”.
I Personaggi Una delle particolarità di questo splendido romanzo è che l’autore non usa quasi mai i nomi propri ma delle perifrasi per indicare i vari personaggi per cui Tommaso diventa Lo Sprangato Partner, il suo amico inglese San Sebastiano o Bianco Marinaio, la sua ragazza Cupa Penelope, il cane Idolo Azteco e così via. Nonostante ciò l’intimo essere di queste figure ci viene descritto mirabilmente lungo tutto il romanzo facendoci conoscere i loro difetti, le loro meschinità, la loro solitudine. L’autore li descrive benissimo anche nel fisico e nell’abbigliamento (i vestiti bianchi di Alessandra, le sahariane, le giacche militari) cogliendo di volta in volta in loro un particolare e portandolo avanti per tutto il racconto caratterizzando così ancora di più il personaggio.
Lo stile Per chi come me ama leggere l’ITALIANO questo libro è meraviglioso! L’autore scrive tutto il romanzo in una prosa musicale, proprio come una sinfonia composta di parole, periodi, ripetizioni. Il ritmo è a volte lento, melodico ma si fa anche sincopato nella descrizione di fughe ed eventi quasi a simulare i battiti scomposti del “muscolo cardiaco” ormai compromesso del narratore. Tutto il romanzo è intriso di ironia, imperniato sulla metafora della partita principalmente in riferimento all’attività di giocatore d’azzardo del narratore (stupendo il periodo a pag. 150 nel quale svela una vera passione amorosa per le carte da gioco) ma anche per intendere il passare delle mani nel gioco della storia da uno all’altro dei protagonisti (Il grande Gong, La notte di Bengasi, Il grande colpo d’onda). Poetiche e bellissime le descrizioni dei luoghi, del tramonto infuocato su Roma, del “vento teso” che a volte scende sulla città così come il caldo asfissiante che rende tutto immoto.
Gli abissi insondabili dell’animo e del cuore umano in questo romanzo diventano “privati” in entrambe le sue accezioni, quella di strettamente personali e quella di negati.
Quella narrata dall’autore è una grande storia d’amore, di “muscoli cardiaci in azione”, di ferite dell’animo, di peccati e di dolori ai quali si cerca rimedio nell’altro ma che alla fine conducono là dove tutto è cominciato. Voglio lasciarvi con questi due brani che ho sottolineato durante la lettura:
-Due messi davanti a un conto che qualunque cosa avessero comprato alla fine si fosse rivelato troppo caro da saldare-
-Lei, comunque stessero le cose e qualsiasi altra cosa potesse ancora avvenire, come la sola partner all’altezza della sua partita.

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luvina Opinione inserita da luvina    31 Ottobre, 2013
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Anonimo veneziano

Cos’è “Anonimo veneziano”? Per la maggior parte delle persone un gran bel film, una colonna sonora famosissima: in realtà è un piccolo capolavoro della letteratura italiana lasciatoci da un grande scrittore come Giuseppe Berto.
“Anonimo veneziano” deve il suo titolo all’Adagio del Concerto per Oboe in re minore di Alessandro Marcello; la musica ha un ruolo importante in questo romanzo innanzi tutto perché i protagonisti sono musicisti poi perché diventa la colonna sonora di un amore ma anche il riscatto, l’ultimo dono di una vita forse sbagliata.
Lui aspetta lei alla stazione, si rivedono dopo più di otto anni, tutti e due sulla difensiva, a farsi del male, a scoprire di amarsi ancora di quel loro amore possessivo, unico….l’incontro, il rivedersi, dura il tempo di una giornata, scandito dall’orario dei rapidi che da Venezia vanno verso Milano e che lei ogni volta manca di prendere fino all’ultimo, quello delle 21.18, quello che ha promesso a lui che prenderà senza storie perché a lui le storie non piacciono.
Venezia è la coprotagonista di questo romanzo, con la sua decadenza, le sue piazze, le fondamenta, la marea, la nebbia che piano piano avvolge tutto e le rende i capelli pesanti (poveri capelli tuoi, sono diventati spinaci) il suo odore di morte: l’autore stesso nella breve prefazione ci spiega il ruolo cardine di Venezia “…e per stabilire tra il protagonista che sta morendo e la sua città che sta morendo insieme a lui, un più pietoso legame”. Già, lui sta morendo, ha pochi giorni di vita ed è la sua “paura della paura” ma anche la voglia di trovare il coraggio di morire che lo spinge a cercarla dopo tanto tempo, la volontà di affrontare gli ultimi giorni con l’immagine di lei negli occhi, nella mente, nei ricordi.
“Anonimo veneziano” è nato come sceneggiatura nel 1967, pubblicato nel 1971 sotto forma di testo a dialoghi e poi nel 1975 rieditato sotto forma di vero e proprio romanzo con l’aggiunta di una prefazione dell’autore nella quale Berto ci fa sapere “..che in vita mia non avevo mai lavorato tanto per scrivere tanto poco…” talmente tanto ha dato e aggiunto ai suoi personaggi e alla storia stessa.
Questo è uno splendido romanzo d’amore, potrebbe tranquillamente essere stato scritto almeno un secolo prima in pieno ‘800, per l’ambientazione, i dialoghi, i sentimenti portati all’eccesso e invece è moderno, estremamente moderno ed attuale come lo sono sempre i sentimenti d’amore o di dolore che siano.
Giuseppe Berto inserisce nel racconto tre omaggi: il primo all’Ecclesiaste nel quale il protagonista trova le risposte a qualsiasi accadimento della vita (E nessuno può niente - sul giorno della morte); il secondo ad un film cult degli anni ‘70 “Metti una sera a cena”; il terzo ad un altro capolavoro come “Morte a Venezia” al quale dedica un brano del dialogo fra i due (Quando sei fottuto, l’unica cosa che può consolarti è che insieme a te siano fottuti anche gli altri).
E’ difficilissimo rendere lo struggimento che ci avvolge e pervade mentre si legge questa storia d’amore e morte ma è molto arduo anche spiegare a parole la poesia dei periodi in sé, delle descrizioni, la scelta delle parole, il piacere che si prova leggendo un italiano come questo.
La frase più bella, che ha per me un profondo significato la pronuncia lei quando apprende della malattia di lui “Vorrei che fossi già morto”…. poi leggendo di Venezia, del Concerto che lui sta finendo di incidere ho pensato che la vera ingiustizia, la vera tristezza è che purtroppo le cose così come le città ci sopravvivono, nonostante noi.

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Cime tempestose
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luvina Opinione inserita da luvina    29 Ottobre, 2013
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Su mali de is perdas

“Mal di pietre” è un breve romanzo di qualche tempo fa che ha ricevuto molti premi letterari ed è entrato nella cinquina dei finalisti del premio Strega. E’ stato finora il romanzo rivelazione dell’autrice Milena Agus, genovese di origini sarde che vive a Cagliari. Tutto il racconto verte sulla figura della protagonista, nonna paterna della giovane ragazza voce narrante del romanzo, e sul mal d’amore che qui si identifica con il “mal di pietre” cioè i calcoli renali. E’ proprio per curare questi ultimi alle terme che la nonna conosce il Reduce, protagonista della sua storia d’amore. Tutti i personaggi di questo libro non vengono mai chiamati per nome ma per appartenenza alla famiglia quindi nonno, nonna, prozia, mamma, papà, cugino ecc. fatta eccezione per la nonna materna di nome Lia. Il racconto è impostato in forma di diario della nipote in parallelo con il quaderno nero col bordo rosso della nonna che tanta importanza ha nella storia fino al non scontato finale.
Lo stile di questo libro è sì lineare ma anche infantile, semplice, quasi a voler sottolineare l’immaturità della nipote che invece scopriamo sta per sposarsi; non ci sono veri sprazzi di letteratura ma è una narrazione monocorde, nella quale tutto scivola senza traumi, anche le vicende tremende della guerra, la ricostruzione, l’emigrazione e gli accadimenti degli anni ‘50 ‘60 e ‘70. Ecco, secondo me tutto questo è narrato in poche pagine (110) a scapito di quello che poteva essere un bel romanzo familiare, non ci si affeziona ai personaggi anche se sono ben delineati, il finale sembra scritto quasi con la fretta di finire e lascia insoddisfatti. In tutta questa stringatezza di parole scritte ci sono invece lunghi brani con le descrizioni dei rapporti sessuali (secondo me di modi irrealistici per quei tempi “Gattopardo” docet) tra il nonno e la nonna assolutamente non necessari né funzionali alla storia.
Mi è piaciuta invece molto l’ambientazione in Sardegna, le descrizioni della città di Cagliari, delle sue strade, del Supramonte (che conosco benissimo) e anche le frasi in sardo, che per me non sono state un problema conoscendo il dialetto, sono in realtà la voce contadina a volte intraducibile di quella realtà e si integrano bene nel romanzo.
Pur essendo a mio avviso un libro “leggero” mi ha portato a fare una riflessione sull’amore: triste è quando inseguendo l’Amore dei sogni non ci si accorge del grande amore che si ha realmente.

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luvina Opinione inserita da luvina    23 Ottobre, 2013
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La carta più alta

Questo romanzo è il quarto e per ora ultimo della serie dedicata al BarLume. I personaggi sono gli stessi: Massimo il “barrista”, Tiziana l’aiuto barista pro-tempore e i quattro pensionati impiccioni Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca. La storia gialla che si dipana in questo libro nasce dalla vendita della nuda proprietà di una splendida villa da parte dell’imprenditore Ranieri Carratori e dalla sua improvvisa morte, apparentemente in seguito ad un male incurabile.
Anche questo come gli altri tre è un giallo deduttivo ma a mio avviso vi si intuisce una maggiore maturità dell’autore. Ci sono sempre le battute, il dialetto toscano, i battibecchi e i pettegolezzi dei quattro tremendi vecchietti ma, in questo libro, vengono meglio evidenziati anche altri personaggi come ad esempio il commissario Fusco (che negli altri tre capitoli era perlopiù una comparsa) ed il dottor Berton. Anche la storia stessa è più articolata e per certi versi “difficile” e vi si nota una maggiore ricerca così come l‘ambientazione (il BarLume ristrutturato e il cambio di casa di Massimo) ci fa capire che la vita a Pineta è andata avanti. Tutto questo per dire che si nota che, prima di questo, il Malvaldi si è cimentato con altri romanzi (Odore di chiuso e Milioni di Milioni) e che quindi è maturato come scrittore. Quello che comunque rimane immutato è il grande divertimento che ci prende leggendo le avventure di questo gruppo di personaggi tanto che aprendo il libro ed iniziando a leggere sembra di tornare a casa.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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luvina Opinione inserita da luvina    21 Ottobre, 2013
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Davvero piacevole

“Il re dei giochi” è il terzo volume della tetralogia di gialli dedicata al BarLume. Avendo già letto i primi due un anno fa sto cercando di recuperare in vista della prossima fiction con Filippo Timi (!!!).
I protagonisti sono Massimo, “barrista” e nipote di Ampelio, uno dei quattro vecchietti tremendi ed impiccioni che stazionano nel suo bar (gli altri sono Aldo, il Del Tacca e il Rimediotti) e che tra una partita a biliardo e un chinotto commentano gli ultimi fatti di Pineta. L’altro personaggio fisso è Tiziana l’avvenente aiutante barista di Massimo che però in questo terzo volume ci abbandona causa matrimonio.
Il fatto sul quale i nostri si trovano ad indagare è la morte per incidente stradale della vedova di un costruttore e del suo bambino. Della trama non dirò di più primo perché è un giallo, secondo perché essendo un libro godibilissimo non voglio rovinare il piacere della scoperta.
A me piace moltissimo Malvaldi, scrive molto bene rendendo facile il dialetto toscano anche per chi toscano non è ma soprattutto diverte facendoci riflettere e questo non riescono a farlo in molti. In questo romanzo vengono trattati temi etici e religiosi non da poco (il finale può essere sconcertante) ma sempre con un tocco di leggerezza che non vuol dire pochezza. Massimo poi, il vero detective della storia, ci porta dentro ai suoi ragionamenti piano piano, come uno di casa, e nello stesso tempo ci erudisce con le sue “deviazioni” di matematico. Il vero gioiello del racconto è però il quartetto di pensionati che rendono il pettegolezzo da bar e la lettura della cronaca locale sul giornale verità assunta facendoci ridere di gusto ai loro battibecchi. Fa da sfondo la provincia italiana con i suoi vizi e le sue virtù ma qui resa incredibilmente vitale nella ricostruzione dell’immaginario borgo marittimo di Pineta.
Insomma non sarà alta letteratura ma Malvaldi riesce ad accostare l’intelligenza, il saper scrivere, al puro divertimento e di questi tempi non è poco.

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Gli altri libri di Malvaldi ma anche Agatha Christie
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luvina Opinione inserita da luvina    19 Ottobre, 2013
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Il caso Collini

Seguendo le notizie riguardo la morte di Erich Priebke ho letto questo romanzo che già da tempo mi incuriosiva e nel quale ad un certo punto si parla proprio di rappresaglie e anche delle fosse Ardeatine. E’ un legal thriller scritto da un avvocato penalista tedesco, Ferdinand von Schirac, e racconta la storia di un omicidio tanto efferato quanto inspiegabile. Innanzi tutto è anomala l’età del morto (85 anni) ma anche quella dell’assassino (64 anni)che si chiama Fabrizio Collini, emigrato italiano ormai in pensione.
Cosa ha spinto un tranquillo pensionato ad uccidere uno degli uomini più ricchi ed influenti di Germania, quell’Hans Meyer proprietario di industrie automobilistiche e persona stimata? L’avvocato difensore di Collini è un giovane avvocato alle prime armi, Casper Leinen, che però è stato anche un pupillo della vittima. Il giovane penalista si trova davanti un muro di silenzio perché Collini si ritiene colpevole dell’omicidio ma non vuole assolutamente parlare del movente. Ovviamente Leinen ne verrà a capo ma la risposta porterà tanto dolore e disinganno. Perché disinganno? Perché in realtà il libro, al di là della storia in sé, affronta un tema che ancora oggi non è stato adeguatamente trattato e/o superato: come si debbano giudicare i crimini avvenuti nella Seconda guerra Mondiale e soprattutto come deve essere giudicata la colpa di quelli che questi crimini hanno perpetrato. In realtà a seconda delle epoche storiche (anni 50, 60, ecc.)la percezione dei crimini e la loro gravità hanno avuto diverse interpretazioni quasi mai univoche e quasi sempre ipocrite. Nel caso della legislazione tedesca trattata in questo romanzo fu varata nel 1968 una legge che nella distrazione generale portò in realtà ad un’amnistia generale, mascherata da prescrizione del reato, della maggior parte dei crimini avvenuti durante il regime nazista. Il promulgatore di questa legge fu Eduard Dreher, fine legislatore e pezzo grosso del Ministero della Giustizia, che era stato un procuratore nel Terzo Reich presso il tribunale di Innsbruck. Da qui il disinganno nei confronti di un parlamento, di una legislazione nazionale ed internazionale che non sono riusciti a fare i conti col passato. Il romanzo è molto “tedesco” cioè scritto in maniera chiara, lineare ma non è un romanzo semplice; molto bella è la domanda che Johanna, nipote di Meyer, pone a Leinen nel finale del libro: “Sono anch’io tutto questo?” che in realtà credo sia la domanda che si pongono tutti i tedeschi (ma anche molti italiani)che sentono una qualche responsabilità storica per quello che successe in quei tristi anni.

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a chi ha visto il film "Music Box"
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luvina Opinione inserita da luvina    06 Ottobre, 2013
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Pessimo

Attenzione contiene spoiler!
Ho comprato on line questo libro nuovo di zecca e molto reclamizzato dalla casa editrice perché pensavo potesse essere interessante visto che in un certo senso parla dell’Irlanda, dell’IRA e di segreti.
Errore fatale! E’ invece come diceva il rag. Fantozzi una c….a pazzesca! Faccio presente che questa è semplicemente la mia modesta opinione che però esprimo dall’alto delle migliaia di libri che ho letto (anche quelli per cui non valeva la pena).
La storia si svolge nell’arco temporale di un solo giorno, da un’alba all’altra, ed è continuamente interrotta da flashback che riguardano vari periodi della vita della protagonista Clare: i tempi del suo amore per Niall, l’infanzia, il periodo in cui conobbe suo marito Edward e così via. Durante questa giornata assisteremo ai preparativi per una cena di gala in vece dell’ambasciatore che Clare deve organizzare a casa sua. L’inizio ricorda molto (copia di brutto??) “Mrs Dalloway” di Virginia Woolf ed è di una pesantezza inenarrabile; lei che esce, compra i fiori (e giù una lezione di botanica e linguaggi nascosti), va al Bon Marchè (e giù descrizioni di formaggi e prosciutti vari). Buona parte del libro contiene frasi in francese visto che la scena si svolge a Parigi e secondo me questo tende ad appesantire il tutto.
Tutto ruota intorno ad un presunto segreto che Clare si porta dietro da 25 anni e che l’ha costretta a mentire e dissimulare; quello che sconcerta è che questa protagonista è scialba, vuota, borghesuccia quasi quanto il marito Edward. Sono rimasta atterrita dalla sua stupidità: intorno a lei succede di tutto –attentati, morti, il figlio che scappa, la cuoca inviperita, il marito preoccupato, ecc.- e lei a cosa pensa? Ai segnaposto scritti con la grafia a riccioli e svolazzi!
Ma non è tutto: in questa interminabile giornata scandita da autisti e parrucchiere Clare rivede Niall che in realtà doveva essere morto; bè lei lo credeva morto il suo grande amore, lo rivede all’improvviso dopo 25 anni e di cosa parlano? Della statua e del personaggio di Andrieu d’Andres!!!!!
Per concludere e mettere una pietra tombale su questo volume voglio spendere una parola sulla scadente traduzione della quale fanno parte congiuntivi sbagliati e svarioni d’italiano; io sono molto attenta a traduzioni e refusi perché secondo me indicano una mancanza di rispetto nei riguardi del lettore, perché le paghiamo col prezzo non proprio economico dei libri e perché una traduzione sbagliata può indisporre verso la lettura del romanzo. Poi non capisco: perché un libro che si intitola in originale “L’ospite inatteso” viene venduto in Italia col titolo “Quando eravamo foglie nel vento?” (??????)


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Gialli, Thriller, Horror
 
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luvina Opinione inserita da luvina    30 Settembre, 2013
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Suburra

“Roma non si cambia. Roma non si redime” Remo Remotti
Ho preso questo libro in prenotazione sulla parola o meglio sul nome degli autori, Bonini De Cataldo, e non me ne sono pentita. E’ una storia, la storia di un gruppo di faccendieri con pochi scrupoli che vogliono mettere le mani su Roma, vogliono seppellire la periferia sud della capitale (per capirci quella che va dall’Eur a Ostia) sotto una colata di cemento, il Waterfront. Chi sono questi faccendieri? Politici (assessori comunali, ministri, sottosegretari), generali delle forze dell’ordine, camorristi, clan calabresi, batterie malavitose e dulcis in fundo alti prelati. E’ la storia di un odio smisurato fra un ex discepolo, il colonnello dei Ros Marco Malatesta, e il suo mentore il Samurai. E’ la storia di una guerra fra il bene e il male, senza esclusione di colpi, con un numero spropositato di caduti, con una massa enorme di dolore, una guerra senza vincitori con tanti vinti, senza fine, perpetua.
Gli autori, un inviato de “La Repubblica” e un giudice-scrittore, hanno messo in relazione fatti accaduti in questi ultimi anni a Roma, hanno scavato a fondo nel tessuto della società e negli archivi giudiziari, nei rinvii a giudizio e negli omicidi, nei luoghi di ritrovo più famosi e nelle periferie; ne è venuto fuori un romanzo che racconta una verità, in forma letteraria ma comunque una verità. Infatti il progetto del Waterfront (certo non in termini così faraonici) è adesso argomento al vaglio della Procura di Roma.
Questo libro deve molto a “Romanzo criminale”; innanzi tutto perché i fantasmi dei capi della Banda della Magliana aleggiano ancora su questa storia (è facilmente intuibile Nicoletti dietro la figura di zio Nino) ma soprattutto perché anche quello era un romanzo ma era anche verità.
Un limite che a mio giudizio ha il libro è la “romanità” intesa come modo di vedere la vita, la fatalità e lo scetticismo insiti in una città che ha visto tutto e il contrario di tutto, che da millenni vive tra potere temporale e potere spirituale ma è anche abituata alla loro commistione. Non è un libro facile da capire per chi non è romano anche se forse il malaffare e le periferie sono universali ma a Roma quello che peggiora il tutto è che è la sede dei palazzi della politica con il loro strascico di sottobosco più o meno legale, di associazioni, di portaborse, di questuanti, di ristoranti, di circoli e di palestre, di alberghi e di piazze.
Non ci fa una bella figura nemmeno la stampa con il personaggio di Spartaco Liberati nel quale i miei concittadini potranno riconoscere una figura di spicco nel panorama delle radio del tifo romanista (ecco cosa intendevo per limite del romanzo).
Comunque a me il libro è piaciuto moltissimo, c’è tutto: amore odio vendetta amicizia lealtà tradimento come in uno degli antichi classici (avete presente “Giulio Cesare”?) però attualissimo, è scritto in maniera egregia e i personaggi sono descritti bene ma in modo funzionale alla storia.
In ultimo vorrei dire che questo è un libro che ci fa riflettere sul mondo nel quale viviamo, sul malaffare, su come veniamo manipolati da stampa e politica, su quello che altri decidono sulle nostre teste in nome del dio denaro ma che ci regala anche la piccola certezza che qualcuno (pochissimi) riesca ancora a portare a galla, combattere o raccontare tutto questo.
-La Suburra, l’antico quartiere dei lupanari cantati da Petronio, era ai loro piedi. Via dei Serpenti a destra, via del Colosseo e la sacra collina di Giove Fagutale a sinistra….La Suburra, immagine eterna di una città irredimibile. Casa di una plebe violenta e disperata che secoli prima si era fatta borghesia e che della città occupava il centro geografico esatto. Perché ne era e ne restava il cuore. La Suburra, l’origine di un contagio millenario, di una mutazione genetica irreversibile-

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luvina Opinione inserita da luvina    15 Settembre, 2013
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Il bell'Antonio

Ogni tanto mi piace leggere un classico, questa volta la scelta è caduta su “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati (dopo aver visto varie volte il film). La vicenda si svolge nell’arco di tempo che va dal 1930 al 1943 e racconta la storia di Antonio Magnano un giovane trentenne che, dopo un periodo vissuto a Roma, ritorna nella sua Catania; lo segue la fama di sciupafemmine alimentata dal fatto di essere bello, con lunghe ciglia, insomma il tipo che piace alle donne. Purtroppo la fama si scoprirà essere usurpata essendo Antonio impotente, nonostante ciò si sposa con la bellissima Barbara Puglisi che però dopo tre anni chiederà l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota.
Il tema centrale del romanzo è l’impotenza sessuale ma il secondario è il racconto di una certa società siciliana, di un modo di vedere la vita di provincia, di un particolare momento storico che è quello del periodo fascista. Tutto il romanzo ruota intorno a quest’angoscia del protagonista, al suo problema e a come viene affrontato dal contesto che lo circonda a cominciare dal rozzo padre Alfio, tipico “maschio” siciliano. L’autore ci mostra la sua Sicilia come terra immutabile dove nulla sembra cambiare, dove i contadini e quelli che perdono le staffe parlano in dialetto, in cui le dicerie, le malignità e gli scandali sono lo sport preferito della comunità. Sono rese molto bene dall’autore anche le dinamiche di partito che c’erano in quel periodo, l’aspettativa di diventare podestà o federale; nelle descrizioni, come nei lunghi monologhi dello zio Ermenegildo, si intravede in Brancati la disillusione che ebbe nei confronti del fascismo e l’acredine che dimostra è solo a volte smorzata dall’ironia ma anche una visione anticlericale abbastanza netta.
A me comunque questo libro non è piaciuto molto. Innanzi tutto l’ho trovato troppo claustrofobico, con un protagonista spento, passivo, immaturo; il problema dell’impotenza è troppo incombente nel romanzo, ruota tutto lì intorno. Davanti ai suoi occhi spenti Antonio lascia scorrere la vita, gli avvenimenti, la guerra, la morte del padre, il suicidio dello zio, non partecipa, si piange addosso. Poi, dopo pagine lunghe di dialoghi monologhi e soliloqui, c’è un salto temporale di ben quattro anni e nell’ultimo capitolo si risolve tutto (sempre senza barlume di speranza)secondo me in modo troppo affrettato. Ma l’ultimo capitolo c’è quello che per me riscatta tutto nella figura del cugino Edoardo, il solo che finalmente in poche righe dice quel che io pensavo dall’inizio e infatti va in scena l’unico litigio con protagonista l’abulico Antonio.
Tutto sommato è un libro da leggere sempre che si riesca a venire a patti col cambiamento epocale che ha avuto il nostro modo di pensare, la nostra società (anche quella siciliana senza stereotipi) ma soprattutto il nostro approccio nei confronti di certe disfunzioni.

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luvina Opinione inserita da luvina    10 Settembre, 2013
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Sanguepazzo

A me piace molto Marco Tullio Giordana, ho visto tutti i suoi film e letto i suoi libri. “Sanguepazzo” è il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film che porta lo stesso nome. Il regista-scrittore ha portato avanti questa sua idea, questo suo progetto di raccontare la fine dei due attori “maledetti” Osvaldo Valenti e Luisa Ferida per molti anni (addirittura aveva distrutto tutte le copie della sceneggiatura) ma per fortuna l’ha realizzato.
Il libro ha come introduzione una lunga intervista all’autore che sicuramente ci aiuta ad inquadrare bene sia i personaggi sia il periodo storico che è quello tristissimo dell’Italia del 25 aprile con i suoi processi sommari e la guerra civile incombente.
Il libro è suddiviso in capitoli, in realtà sono flashback temporali, che recano le date per un periodo che va dalla primavera del 1936 al 30 aprile 1945 giorno dell’esecuzione per mano dei partigiani. L’autore mette molto di suo nel rendere letterariamente la vita di questi due famosi attori di Cinecittà che personificavano la grandezza fascista del cinema italiano; Osvaldo Valenti e Luisa Ferida erano i divi, erano belli, erano Dei.
Quella narrata è una disperata storia d’amore fra due persone che si sono trovate essendo simili (“Luisa, sarebbe stato mille volte meglio che assomigliasse a voi, amico Cardi….invece, purtroppo, assomiglia a me”); il loro in realtà fu un rapporto sbilanciato perché è Osvaldo che ha più bisogno di Luisa, della sua presenza, che ama di più e però lei ci fu sempre fino alla fine.
E’ una storia d’amore cupa, tragica, sulla quale aleggia lo spettro di un bambino perso e di un grande dolore (“Il loro è un dolore assoluto. Li allaga senza concedere né parole né lacrime”) che li lega ancora di più.
Tutti i personaggi sono tratteggiati magistralmente, soprattutto in evidenza vengono messi i loro stati d’animo a volte la loro pochezza altre la loro grandezza; ma su tutti giganteggia Osvaldo Valenti, cocainomane, grand viveur, imprevedibile, dotato di ironia, sfacciataggine e di un coraggio che userà per cercare di salvare Luisa, ma anche possessore di un sogno: un film girato da lui le cui pizze porterà con sé fino alla fine ma che non gli sopravvive. E’ proprio Sandokan (così lo chiama il factotum Sturla) che ci tiene inchiodati al libro, a quel suo amore totale per la donna che lo ha scelto (bella anche la figura di Golfiero-Taylor innamorato di Luisa).
Non è facile rendere in scrittura quello che hai pensato e realizzato in pellicola ma Marco Tullio Giordana ci riesce benissimo: sembra davvero di camminare per la Milano distrutta dai bombardamenti così come sembra davvero di salire le scale del Grand Hotel Rezzonico a Venezia, di vedere tutto il milieu che circondava il mondo del cinema di allora. Anche Villa Triste dove venivano praticate torture e uccisioni viene descritta in modo molto realistico (le pareti piastrellate di bianco come una macelleria).
Sono stati uccisi per rapina (lei aveva con sé tutti i suoi gioielli)? Perché si riteneva che fossero fascisti (lui era della X Mas e amico del torturatore Koch ma per procurarsi la droga)? A me piace pensare che siano morti, come in una nemesi, per il loro amore anomalo, perché nell’immaginario popolare e perbenista rappresentavano come sullo schermo il cattivo e la donna perduta, i maledetti, gli Dei caduti.

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"Pasolini, un delitto italiano" "I cento passi"
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Narrativa per ragazzi
 
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luvina Opinione inserita da luvina    08 Settembre, 2013
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Wonder

Sulla quarta di copertina del libro c’è una frase che recita “Non giudicare un libro dalla copertina”; Io per fortuna invece l’ho fatto e mi sono imbattuta in questo gioiello che ha davvero una copertina bellissima e d’impatto.
“Wonder” è veramente un prodigio, una meraviglia (intesa anche come stupore) già nel titolo giustamente non tradotto in italiano.
E’ la storia di un anno di scuola: il primo anno di scuola media di August Pullmann (Auggie per amici e famiglia) un bambino di 10 anni che adora la saga di Guerre Stellari, gioca con l’Xbox e mangia gelati, insomma un bambino come gli altri. Di speciale c’è che August è affetto dalla sindrome di Treacher-Collins che deforma i lineamenti del viso ma lascia intatte le capacità intellettive.
Auggie non ha mai frequentato una scuola avendo trascorso la sua breve vita tra operazioni e ospedali quindi l’unica sua insegnante è stata la madre. Auggie è circondato infatti da una splendida famiglia: un papà, una mamma, una sorella Olivia detta Via, una dolcissima cagnetta Daisy, zii, nonni che lo amano tantissimo. Però Auggie ormai è cresciuto e deve prepararsi ad affrontare il mondo perciò i suoi lo iscrivono alla scuola media del quartiere.
Da qui in poi nella vita di Auggie entrano altri personaggi: il sensibile preside Sig. Kiapp, i suoi insegnanti (tra i quali il Sig. Browne e i suoi precetti riuniti in fondo al libro), i suoi compagni di scuola (Jack, Summer, Charlotte, i due Max, Justin) e i loro genitori.
Tra paure, delusioni, esperienze belle e brutte in quella scuola August scoprirà il mondo e la sua Meraviglia.
Questo è un libro che ti scalda il cuore perchè August è un bambino diverso dagli altri, “mostruoso”, che però affronta la vita con coraggio, ironia e sincerità in una società dove conta più l’apparenza che la sostanza e che fa del bell’aspetto lo status symbol del vincente.
Il romanzo è raccontato in prima persona in modo corale da August, Via, il suo ragazzo Justin, Summer , Jack e Miranda ed è suddiviso in capitoli tenuti insieme da una colonna sonora la cui playlist si trova in fondo al libro. La bravura dell’autrice sta nella leggerezza, nella capacità di scrivere come un bambino di 10 anni di oggi ma nello stesso tempo nel presentarci argomenti molto profondi come la diversità e il nostro modo di porgerci in relazione ad essa.
Scopriamo allora attraverso i diversi punti di vista dei personaggi che tutti abbiamo qualcosa di “diverso”, di “mostruoso” (per Jack ad esempio è la sua povertà per Miranda l’anaffettività dei genitori) solo che il nostro qualcosa è nascosto mentre quello di August è evidente.
“Wonder” è un libro che ti entra dentro e ti commuove, è come uno specchio che ci costringe a guardarci dentro e domandarci “che faremmo noi al loro posto? come ci comporteremmo?”. Indimenticabili per me sono stati i brani sulla passione di August per Halloween (l’unico giorno in cui dietro la maschera si sente un bambino normale) e quello sulla magia degli auricolari con i quali percepisce i suoni del mondo.
Penso che libri come questo debbano necessariamente essere letti nelle scuole per far capire ai ragazzi il bello della diversità, il valore dei sentimenti e dell’amicizia in un mondo dove l’omologazione e l’opportunismo la fanno da padroni.
-Per me, però, io sono solo io. Un ragazzo come tutti gli altri (August)-

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"Il libro di Alice" di Alice Sturiale e per chi ha visto il film "Dietro la maschera"
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luvina Opinione inserita da luvina    04 Settembre, 2013
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La figlia dell'Est

La notte del 24 marzo 1994 una giovane donna poco più che ventenne si toglie la vita nello studio di casa con un colpo di pistola alla tempia: il suo nome era Ana Mladic.
E' partendo da questo che la scrittrice spagnola Clara Usòn ha costruito in quasi 500 pagine e dopo 3 anni di ricerche il suo splendido, eccezionale, potente romanzo.
Questo libro è il racconto in terza persona dell'ultimo mese di vita di Ana, del suo viaggio di piacere a Mosca insieme ai suoi compagni di università nel quale la futura dottoressa perde l'innocenza scoprendo che il suo adorato padre, che lei ama di un amore cieco e che la ama tantissimo al punto di chiamarla "figliolo" come un figlio maschio, altri non è che Ratko Mladic il Boia dei Balcani. Ana non poteva fare i conti con l'orrore, non poteva smettere di essere chi era, non aveva una via d'uscita e così nell'assoluto silenzio deflagra quel colpo di Zastava, la pistola preferita del padre che veniva pulita da entrambi come un rito e che sarebbe servita per festeggiare la nascita del primo nipotino di Mladic, a voler dire uccido il tuo sangue e quello futuro io muoio perché tu capisca la tua follia.
-"Lei alzò gli occhi, resse il suo sguardo qualche istante e li riabbassò subito. Aveva perso, non avrebbe mai potuto tener testa a un uomo che l'amava tanto"-
Ma, come in una tragedia, il suo gesto segnerà la Storia poiché suo padre il generale Mladic, pochi giorni dopo la sua morte, ordinerà l'operazione Stella (come lui chiamava la sua adorata figlia) cioè l'offensiva su Goradze e da lì su Srebrenica dove avverrà il più grave eccidio dalla Seconda Guerra Mondiale il massacro di oltre diecimila civili bosniaci.
Gli 8 capitoli che raccontano la storia di Ana si alternano ad altrettanti che hanno come voce narrante Danilo Papo, prototipo della commistione etnica pacifica nell'ex Jugoslavia, ebreo di Sarajevo con madre serba amico di croati e musulmani; Danilo, amico ed ex spasimante di Ana, intitola ironicamente ogni capitolo ad un "eroe" serbo e ne viene fuori una carrellata di criminali di guerra Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic, Ratko Mladic (si salva solo il principe Lazar dal quale è iniziata la Storia). Danilo sceglie per sé la figura di Orazio che in Amleto ha il compito di raccontare la vicenda che qui è la guerra dei Balcani nel periodo 1991-1995.
Il romanzo diventa così una tragedia, uno sprofondare nell'orrore e nella stupidità del male; fratelli, amici, parenti, vicini di casa che di colpo diventano nemici, gli uni contro gli altri in un abisso scuro di follia legittimata da religione o appartenenza etnica. E' impossibile rendere i sentimenti che ci pervadono mentre si legge, il silenzio muto dei civili bosniaci che vanno alla morte, l'ignavia delle organizzazioni di sicurezza mondiali come l'Onu, la Nato o della stessa Europa che convivevano benissimo con presidenti e generali serbi. Nel 2013 la Croazia è entrata a far parte della Comunità Europea che nello stesso anno ha festeggiato i 70 anni di pace senza alcuna guerra "dimenticando" che solo vent'anni fa nel cuore dell'Europa si uccidevano fratelli e che sono ancora in corso i processi del Tribunale Internazionale dell'Aia per crimini di guerra e genocidio.
Colpisce molto il fatto che l'autrice abbia dato un taglio da romanzo russo, epico, al suo libro (dove in un capitolo c'è un interessante parallelismo fra la storia di Ana e "Dopo il ballo" di Tolstoj) come per farci entrare nella forma mentis slava, un po' diversa dalla nostra più occidentale. Questo romanzo ci prende sia dal punto di vista letterario con la triste Ana, sia dal punto di vista storico con il racconto di Danilo sia in ultimo come romanzo di una guerra della quale ancora oggi si evita (per vergogna?) di parlare.
Chiudo con tre "pensieri"
§ cit. dal romanzo -Non possiamo scegliere i nostri genitori, né l'epoca né il popolo con cui vivremo-
§ un ricordo -Io sulla terrazza della mia casa al mare in Abruzzo al tramonto durante le vacanze e il rumore dei caccia che passavano nel cielo e che andavano a bombardare le postazioni serbe-
§ un consiglio -Andate a vedere i filmati su Youtube perché tutto questo è successo davvero

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luvina Opinione inserita da luvina    25 Agosto, 2013
Top 100 Opinionisti  -  

La banalità del male

Questo romanzo è molto, molto bello. E' un thriller tutto italiano, per ambientazione (il Monferrato in Piemonte), per l'ampio respiro dato ai personaggi, per il modo come è scritto con lunghi periodi descrittivi, con i dialoghi non frammentati, insomma è veramente ben fatto.
La storia è intrigante: un gruppo di ragazzini all'inizio dell'estate del 1962 affronta un'avventura, un gioco più grande di loro mentre sul paesino di Altavilla imperversa un violento temporale; dopo trent'anni, incontrandosi di nuovo, è come se si fossero fermati a quel giugno 1962, come se avessero passato le loro vite aspettando la resa dei conti che infatti si presenta puntuale nelle vesti del maresciallo Monzeglio. Naturalmente riguardo la trama mi fermo qui ma quello che mi preme dire è che questo è un GIALLO nel vero senso della parola. Ti prende a poco a poco, ti perdi nella descrizione della vita di paese in quel lontano 1962, nella descrizione di quello che il paese è diventato con l'ibrida modernità, i personaggi risultano veramente ben descritti sia nell'aspetto fisico che psicologico (il decisionista Attila, il figlio di papà Massimino, la facile Saturnina, l'inquietante Evangelina); però il personaggio che preferisco è Canavesio che non ha deluso le mie aspettative e che, alla fine, si dimostrerà il più buono e forse il migliore del gruppo anche se l'autore ha fatto di tutto per abbrutirlo lungo tutto il libro.
Alla prima parte del romanzo nella quale l'estate e la luce la fanno da padrone fa eco una seconda più cupa, invasa dalla nebbia, che rispecchia il buio dell'anima dei protagonisti allo scontro finale.
Unico neo è secondo me l'eccesso che l'autore ha dimostrato riguardo le prime esperienze sessuali dei protagonisti anche se credo di aver molto amato anche l'estremo realismo che pervade tutto il libro (in fondo questa è la vita).
A tratti questo romanzo mi ha ricordato "It" di Stephen King anche se mentre lì i protagonisti combattevano contro il Male, qui se lo portano dentro e soccombono.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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luvina Opinione inserita da luvina    18 Agosto, 2013
Top 100 Opinionisti  -  

I tuoi nemici diventeranno amici I tuoi amici sara

Ho aspettato le vacanze per poter leggere questo bestseller perché in finale è un libro da ombrellone. Ti prende molto, specialmente la prima parte, è scritto in modo scorrevole con colpi di scena ad ogni volta-pagina, è addirittura adrenalinico nei capitoli finali; ma poi, riflettendoci bene, chiudendo le 500 pagine, non è solamente questo perché questo libro apertamente commerciale pone comunque degli interrogativi e affronta temi etici non da poco come la sovrappopolazione, l'eugenetica e il bioterrorismo.
Dan Brown li inserisce nella trama di questo thriller e ci spiega che la maggior parte di noi non ci pensa e non ne è preoccupato poiché esiste un meccanismo di autodifesa del cervello che si chiama "negazione". La fine del genere umano, la sovrappopolazione, la fame nel mondo, il 10% della popolazione mondiale che consuma il 90% delle risorse sono problemi che per i più sono inconcepibili cioè bloccati dalla gestione dello stress della nostra mente.
Un'altra riflessione che mi è venuta leggendo è quella sull'amore che gli stranieri come Dan Brown hanno per il nostro meraviglioso Paese; il libro infatti, oltre ad avere come spunto narrativo l'Inferno di Dante Alighieri (cioè il poema più famoso della nostra letteratura), è anche un Baedecker di Firenze, di Venezia e in parte di Istanbul. Ma è soprattutto di Firenze che l'autore ci racconta aneddoti storici, piccoli segreti e luoghi sconosciuti ai più e si intravede in questa descrizione didascalica il grande interesse per la nostra storia e arte che egli aveva già espresso in "Angeli e demoni".
A parte il finale aperto e alcuni espedienti narrativi non realistici, tutto sommato è un libro godibile che apre anche ad una maturità del protagonista Robert Langdon ma anche del suo autore.

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"Angeli e Demoni" "Il Codice da Vinci"
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luvina Opinione inserita da luvina    02 Agosto, 2013
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La bella e maledetta storia di Mia Martini

Questo libro non mi è piaciuto. Mi dispiace ma, leggendolo, al di là della bella e sensibile persona che è stata Mia Martini, non c'è stata da parte mia alcuna empatia anzi il libro mi ha fatto provare una sensazione di estraneità a quella storia, a quella vita.
Io leggo molte biografie (romanzate e non) e di solito, andando avanti nella lettura, sembra che quella vita un po' ti appartenga, c'è immedesimazione, curiosità per come il personaggio in questione si è posto rispetto agli accadimenti della propria esistenza. Ecco, questa partecipazione manca del tutto in questo piccolo libro scritto sotto la forma di monologo-poesia, sincopato come una canzone.
Mancano degli interi periodi di vita come il rapporto che Mia ebbe con Ivano Fossati che ha segnato, nel bene e nel male, il suo percorso umano e professionale: anche il troppo amore può distruggerti come può farlo l'estrema sensibilità che infatti la condusse sulla strada degli stupefacenti.
Questo monologo delle ultime ore, della solitudine, è troppo incentrato solo sulla vicenda della "portatrice di jella" che, pur decretando la sua emarginazione, non è la sola ad averla portata alla fine in quella camera da letto in provincia di Varese.
Mi è sembrato infine un mero esercizio di stile poetico, c'è troppo dell'autore (talentuoso per carità, a me piace Aldo Nove) e poco del personaggio.
Non credo che la poesia si addica alla forma letteraria della biografia, si tralascia troppo di tutto. Non c'è nemmeno la musicale poetica di un tributo come lo è stato "Candle in the wind" per Marilyn Monroe ma questa è un'altra storia.

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Storia e biografie
 
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luvina Opinione inserita da luvina    31 Luglio, 2013
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I maledetti

Non è facile recensire un libro come questo, innanzi tutto gli autori sono molti (fra loro nomi come Marcello Veneziani, Marina Valensise, Giordano Tedoldi) quindi lo stile non è univoco ma sono molti anche i personaggi. Infatti che cosa accomuna Caravaggio, Cagliostro, Céline, Evola, Best e i Rolling Stones? Il loro genio naturalmente ma anche la "maledizione" delle loro vite.
Alcuni già li conoscevo e conoscevo le loro vite, altri sono stati per me una sorpresa come per esempio Aleister Crowley, Serge Gainsbourg o Piero Ciampi.
Il libro non è una serie di biografie ma più che altro un insieme di saggi che, trattando l'unicità di alcune vite famose, sostengono l'assunto -il genio va di pari passo con la sregolatezza-. I geni non sono mai persone comuni, sono per lo più estranei al mondo reale (come Dino Campana o Vincent Van Gogh), precursori dei tempi loro malgrado (come Nietzsche o Wilde), portano addosso i segni del disagio mentale, alcuni comportamenti schizofrenici, masochisti, il carattere melanconico, l'epilessia. Sono votati all'autodistruzione con l'abuso delle droghe più disparate ma soprattutto del fumo e dell'alcol.
Alcune di queste vite speciali sono raccontate dagli autori in modo biografico altre sotto metafora di sogno. Questo è in realtà un libro filosofico: tutti questi personaggi sono maledetti per noi (col senno della normalità) non per se stessi perché, quella che hanno vissuto, altro non è che la loro vita, il triste e pesante tributo al loro genio "...visto che proprio la sregolatezza trasforma la vita dell'artista in un'opera d'arte".
La vita dissoluta, sregolata, sofferta è quindi il conto presentato dal grande dono che essi hanno e c'è poi chi la adatta al proprio genio e chi invece la subisce.
Chi sono i geni maledetti in questi nostri tempi? Penso subito a Whitney Houston, ad Amy Winehouse, a Charles Bukowsky, a Vasco Rossi, a Rino Gaetano, a Diego Armando Maradona; non sono filosofi o pittori ma usignoli con una voce stupenda, poeti di versi scritti o in musica, fantasisti unici dello sport che però si sono portati dietro il peso di un dono che a volte può distruggere "....la modernità preferisce coloro che, malgrado il successo, non riescono o non vogliono rinunciare ad annientarsi".

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Romanzi
 
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luvina Opinione inserita da luvina    24 Luglio, 2013
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Le vite sghembe

"Esiste una nuova, potente letteratura del lavoro ma non ha alle spalle la promozione del critico" Aldo Nove
Ecco, questo romanzo fa parte di questa letteratura nella quale giovani autori cercano di raccontare e spiegare il loro malessere. Perché "Le vite sghembe"? Perché due rette sghembe non necessariamente divergono ma non sono complanari, cioè insistono su piani differenti, come del resto le vite lavorative dei precari: su un piano quelli con i diritti, i contratti a tempo indeterminato, le ferie e le malattie pagate, su un altro la moltitudine di quelli che hanno contratti di tutti i tipi ma sempre a termine, senza garanzie, sottopagati, lavorano nello stesso posto, svolgono le stesse mansioni ma sono su piani differenti, rette sghembe appunto.
Il protagonista è Gillo, un ricercatore matematico precario, ma anche tutti i suoi amici (Elio Fuzzy Bianca Antonio Domenico) sono precari ed hanno vite precarie. Il precariato per tutti questi giovani è una condizione essenziale che influenza anche le loro vite sentimentali ed umane perché l'insicurezza e la desolazione corrodono le basi dei rapporti (anche Gillo verrà lasciato da Samoa come Bianca rimarrà sola a crescere il bambino).
Gillo però non è rassegnato, non accetta tutto passivamente ma tenta di ribellarsi a questo stato e cerca anche di coinvolgere altri, di aprirgli gli occhi, perché ha capito che soli non si va da nessuna parte (bella è la descrizione del corteo studentesco); scoprirà però che il problema è collettivo ma le soluzioni sono individuali, che si cerca di coltivare il proprio orto non accorgendosi che ci si isola tanto è vero che la frase più ricorrente dei suoi colleghi al call center è "fatti gli affari tuoi, non ti immischiare".
Gillo è sempre alle prese con una sensazione che poi pervade tutto il romanzo alla quale non sa dare un nome e altro non è che senso di vuoto. Questo senso di vuoto, di sconfitta, non abbandona il protagonista nemmeno quando decide di emigrare negli States perché comunque è un fallimento; Gillo, nonostante la sua combattività, nella partenza riconosce la mancanza di speranza, la tristezza per non aver potuto crearsi una vita degna di questo nome nel Paese in cui ha le sue radici e i suoi affetti.
Questo romanzo è scritto in maniera accattivante, con uno stile che cattura e a volte diverte come con la descrizione dei meeting aziendali (veri e propri lavaggi del cervello) con dialoghi inglesizzati al limite dell'assurdo. Questo è un libro coraggioso in tempi di accettazione passiva ma comunque l'autore non vuole insegnarci qualcosa ma semplicemente raccontare e darci tutti gli spunti per riflettere da soli su questa situazione che purtroppo ci tocca tutti da vicino.

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Aldo Nove "Mi chiamo Roberta, ho..."
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Racconti
 
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luvina Opinione inserita da luvina    15 Luglio, 2013
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Il futuro non è ancora arrivato

E' un libro impressionante...ma non è un thriller, è il racconto della nostra realtà sociale sotto forma di interviste a "giovani" come tanti altri, come i nostri figli, nipoti, figli di amici o vicini di casa che hanno tutti una cosa in comune: non hanno un futuro. E' un susseguirsi di lavori precari, saltuari, a tempo ma soprattutto sottopagati o addirittura non retribuiti. E' il ritratto spietato di un'Italia ripiegata su se stessa, chiusa e diffidente verso le nuove generazioni quasi ne avesse paura.
Ma la cosa più sconvolgente è lo sfacelo perpetrato nei confronti delle istituzioni dove i nostri ragazzi dovrebbero formarsi e prepararsi al futuro cioè la scuola e l'università. Molto belli sono il primo capitolo che dà il titolo al libro con la storia dell'insegnante Roberta e quello con la storia di Edoardo, entrambi raffigurano com'è diventato il mondo dell'istruzione nel quale vengono sistematicamente deluse le aspettative di persone capaci, motivate e amanti del proprio lavoro che, in un altro contesto, potrebbero dare il massimo (e per fortuna a volte lo fanno) ai nostri figli (...un mondo in cui un idraulico può prendere in un giorno quanto un docente delle superiori in un mese).
E' il mondo del lavoro che non funziona più né per chi ha studiato né per chi non ha un diploma o una laurea; è un mondo rimasto ancorato a regole che non ci sono più, che non valgono più, la "collettività" dove c'è l'individualismo più sfrenato (...alla Fiat ognuno lavorava per sé...), i sindacati che vivono ancora di stereotipi trascurando le nuove figure lavorative atipiche, l'incapacità di aggregarsi per poter rivendicare i propri diritti (come nel caso dei pastori sardi, dei precari dell'università o dei lavoratori dei call centers).
E' il mondo dei sogni infranti, della globalizzazione, della flessibilità, del vivere giorno per giorno, nel quale essere "locali" è -segno d'inferiorità, di degradazione sociale- .
Il capitolo per me più bello e significativo è quello dell'intervista a Leonardo dove c'è forse la frase simbolo del libro "Del resto siamo una generazione che vive erodendo il capitale raccolto nel passato".
La riflessione che mi è venuta leggendo questo libro è che in questo mondo frenetico, falso, ipertecnologico e globalizzato forse dovremmo tutti fermarci un attimo e tornare indietro riconoscendo i valori fondanti, non l'individuale ma il collettivo, non l'avere tutto e subito ma l'essere, ridare dignità e importanza all'unica cosa che ci può salvare: "la cultura...vera. Che non sta nella produzione e nel consumo di cultura, ma nello studio serio, articolato nel tempo della realtà....Non si tratta di assumere più informazioni perché ne siamo bombardati, ma di selezionarle, di discernere quelle importanti".

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luvina Opinione inserita da luvina    11 Luglio, 2013
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Il passato è una terra straniera

Finalmente ho preso questo libro dalla mia libreria (dove giaceva da un po'), l'ho aperto e l'ho addirittura divorato! Sono stata letteralmente inghiottita da questa storia di amicizia, di perdizione. Non ho letto questo romanzo come un giallo o un poliziesco anche se l'autore è specializzato in questo genere ma come un vero romanzo di formazione; la storia si presta a diversi livelli di lettura, è una di quelle che ti prende e ti coinvolge, ti mette davanti alla seduzione del male, a quella parte buia e inconscia che è dentro di noi e che, normalmente, teniamo a bada. La parte "gialla" del romanzo ha, secondo me, il solo scopo di amalgamare per poi concludere la storia dei tre protagonisti (infatti già a metà libro si intuisce il colpevole). Qui invece sono ben descritte la vulnerabilità della giovinezza, il senso (a volte sbagliato) dell'amicizia, dell'ammirazione e dell'emulazione proprie di quell'età.
Lo stile è lineare, il racconto in due parti molto ben strutturato ed anche i personaggi minori sono magistralmente delineati con poche righe e descrizioni efficaci. Una torbida e crepuscolare Bari fa da sfondo con i vizi, i riti e la bellezza della provincia italiana.
Con un notevole scavo psicologico l'autore ci presenta i tre protagonisti principali (Giorgio Francesco e Chiti) come facce diverse e uguali dello stesso prisma: il parallelo tra Chiti e Francesco sull'immagine in pezzi nello specchio, Francesco alter ego di Giorgio, la figura assente e distruttiva dei padri ne sono degli esempi.
E' comunque un romanzo triste perché a mio avviso non c'è salvezza (tranne che per Chiti): infatti Giorgio è un vigliacco, non dirà mai la verità a nessuno, non restituirà mai il denaro, non si pente, semplicemente è contento di averla fatta franca e continua a vivere, si laurea, diventa magistrato ma non è felice. Senza espiazione, senza riscatto, senza accettazione e conoscenza di sé non ci può essere salvezza perché tutti noi siamo figli di quella terra straniera che è il passato e possiamo vivere bene il presente solo se riconosciamo e mettiamo a frutto i nostri errori.

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luvina Opinione inserita da luvina    06 Luglio, 2013
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L'Eredità Ferramonti

L'Eredità Ferramonti è un classico dimenticato uscito per la prima volta nel 1883 (anno dello scandalo della Banca Romana), ristampato nel 1972 e dal quale fu tratto il film omonimo di Mauro Bolognini nel 1976.
L'autore, Gaetano Carlo Chelli, fu redattore e collaboratore di varie riviste dell'epoca oltre che impiegato della Regia Tabacchi; conobbe quindi molto bene il mondo che si accingeva a descrivere in modo eccezionale.
Lo scrittore usando la tecnica del "discorso libero indiretto" trasferisce nella realtà narrata il suo punto di vista con una funzionalità di tipo giornalistico, impersonale, secondo i dettami del verismo, esploso con Verga in quegli anni. Chelli padroneggia le emozioni, i drammi psicologici dei protagonisti facendoli però agire e pensare senza alcun intervento da parte sua.
La storia si svolge nelle strade della Roma umbertina che coincidono con il centro storico (prima della "cura" sabauda) dove abitavano prevalentemente i piccoli - medio borghesi; ed eccoci alla seconda protagonista di questo libro: la Borghesia. Attraverso il racconto delle vicende della famiglia Ferramonti (padron Gregorio, i figli Pippo Mario e Teta, il genero Paolo e la nuora Irene) l'autore descrive il contesto sociale in cui nacque la borghesia italiana impiegatizia e del commercio, in contrapposizione alla nobiltà (tema ricorrente anche nel Gattopardo), la sua commistione con i salotti, la politica e gli appalti, le sue nuove ricchezze poco chiare.
Le due figure di nuovi borghesi prese ad esempio dal Chelli sono il genero Paolo Furlin (non a caso del nord) e la nuora Irene che poi è la prima, vera protagonista di questo romanzo. Ci viene lasciata una figura di donna quasi unica rispetto al panorama di modelli femminili nella letteratura borghese del XIX secolo: affascinante senza eccessi nel fisico (..era un tipo di bruna, ma di bruna calma, senza bagliori provocanti...che suscitano pensieri di voluttà miti, desideri vaghi...), aliena da sensi di colpa, dal dolore, sempre in gara con sé stessa, con senso estremo di dominio e di conquista, capace di vendetta differita ma soprattutto vorace verso la "roba". E' la figura di un'ambiziosa, di un'arrampicatrice sociale ma quasi sommessa, con una volontà di ferro ed un fondo smisurato di egoismo che in fine la farà cadere in piedi (...non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino...sentiva..,una febbre di tutta sé stessa che l'avvertiva d'esser nata per la ricchezza e pel dominio).
La vera grandezza di quest'opera è la sua attualità; la figura femminile è forse una della prime moderne, abile nel lavoro e negli affari, la seduttrice che cerca libertà e parità in una società maschile, senza desiderio di maternità ma soprattutto autonomamente pensante; i risvolti politici (...che il popolo stanco di pagar lui per tutti. Ma l'ora del rendimento dei conti doveva suonare presto o tardi, inevitabilmente...) ed economici con le prime speculazioni azionarie, l'aggiotaggio ed i guadagni facili (...la febbre dei sùbiti guadagni, la passione della caccia rabbiosa al danaro, che si fa senza rischio e senza fatica...).
Vorrei spendere infine una parola per un personaggio abbastanza secondario, Flaviana Barbati, amica e vittima di Irene, che con il suo stile di vita, anticipandolo, mi ha ricordato quello della signora de Marelle in "Bel Ami" che infatti uscì due anni dopo.
Dunque, concludendo, questo è forse uno dei primi classici moderni in cui si possono riconoscere i prodromi dei mutamenti sociali e politici che si attueranno nel secolo seguente e che possiamo ritrovare anche in questo, tranne forse la scomparsa del ceto "cuscinetto" denominato Borghesia.

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luvina Opinione inserita da luvina    29 Giugno, 2013
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La cerimonia del massaggio

Conoscevo già Alan Bennet per aver letto anni fa "Nudi e crudi", per cui sono stata subito attratta da questo libro e non ne sono rimasta delusa. Questo piccolo "tesoro", pur nella sua brevità, ha mille sfaccettature a cominciare dal titolo originale - The Laying on of Hands - che risulta essere un gioco di parole (non reso dal titolo italiano) tra consacrazione, cerimonia in senso ecclesiastico e l'imposizione delle mani in senso taumaturgico. Infatti, il defunto Clive è il protagonista di un funerale-celebrazione postumo a sei mesi dalla morte (avvenuta in circostanze poco chiare in Perù come scopriremo) al quale partecipano tutti i suoi numerosi clienti-amanti essendo lui un massaggiatore-gigolò.
Bennet fa sue le tre unità aristoteliche (questo testo renderebbe benissimo in teatro) poiché la scena si svolge tutta in una chiesa anglicana nell'arco di circa quattro ore, tanto dura la funzione, durante le quali le sorprese non mancano. L'autore, facendoci ridere col suo humour per tutto il libro, ci offre comunque delle tematiche importanti e d'attualità su cui riflettere: l'AIDS, l'omosessualità nella Chiesa ma soprattutto la quasi negazione della morte, vista come un qualcosa "altro" a noi da esorcizzare, propria dei nostri tempi.
A baluardo dell'ortodossia religiosa Bennet mette l'arcidiacono Treacher in contrapposizione con l'officiante padre Jolliffe (notare i cognomi!) che comunque, nel finale, verrà anche lui "contaminato" dalla vita segreta e dissoluta di Clive.
Questo libro è praticamente perfetto soprattutto perché, nel mare delle nostre risate, non si salva nessuno!!

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Muriel Spark (anche se non fa ridere così tanto)
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luvina Opinione inserita da luvina    28 Giugno, 2013
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All you need is now

Quattro amiche, una lettera, una promessa da mantenere: inizia così questo romanzo molto, molto femminile sull'amicizia, sui disinganni, sui nuovi inizi. Il tema trainante è un concerto dei Duran Duran che si dovrà tenere a Lucca 25 anni dopo quello famoso che tennero a Firenze al culmine della loro carriera e popolarità.
Scanditi dalle loro canzoni (ogni capitolo ha il titolo di una) e dai preparativi per partecipare al concerto trascorrono i due mesi nei quali la vita delle amiche cambierà.
Ma il romanzo non è tutto qui: è un tuffo nel passato per chi era adolescente negli anni '80; è un come eravamo, come siamo diventate ma soprattutto potremo essere come sognavamo? ("E infine tutte noi con il nostro passato, da riconquistare, da cui ripartire dopo essere tornate indietro, ragazzine, dato che noi, vive, ne avremmo avuta l'opportunità").
Nei rapporti sentimentali viene evidenziata la contrapposizione tra la complessità delle donne e la relativa semplicità degli uomini che però è così rilassante!; c'è la differenza d'età (Mattia non sa chi sono i Duran Duran), quindi l'incomunicabilità che si ha quando non ci sono esperienze, conoscenze e passato comuni anagraficamente. Ci sono quelle cose che si fanno solo fra donne, fra amiche, le chiacchiere, le stupidaggini, i famigerati tarocchi (illuminante il cap. 1 di Out of my mind). Ci sono delle battute fulminanti ("Quando ero giovane le cercavano vecchie, ora che sono vecchia le vogliono giovani. Mi son beccata la generazione sfigata") nei dialoghi in cui si riconosce il toscano.
Unica pecca, che credo avrebbe dovuto essere rivista in correzione bozze, è la ripetizione infinite volte delle parole palmo-palmi anche nello stesso capitolo.
Si percepisce, alla fine, il tornare indietro come una sorta di catarsi per poi ricominciare e riacciuffare la vita, affrontarla, per viverla il più possibile come avremmo voluto allora.

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luvina Opinione inserita da luvina    22 Giugno, 2013
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Cani randagi

Che dire? Quando ho scoperto ed acquistato questo libro avevo molte aspettative: Il tema centrale era interessante, l'incipit prometteva bene (un'audiocassetta con un'intervista ritrovata dietro un mobile trent'anni dopo) ed era vincitore del premio "La giara" come opera prima.
Il libro è diviso in due parti "L'isola che non c'era" e "Cani randagi" che dà il titolo al libro. La prima parte è scritta molto bene e tratta di un argomento interessante e sconosciuto ai più (l'invio della comunità gay di Catania al confino durante il fascismo) ma storico e ben documentato. Anche i personaggi di questa prima parte sono ben delineati negli atteggiamenti, nel fisico, nei sentimenti, nel loro reagire nelle maniere più diverse alla reclusione e ci potevano essere i germi di quello che poi sarebbero stati nel prosieguo del libro.
Ma è proprio qui che il libro si perde; la seconda parte che, in teoria, dando il titolo al romanzo avrebbe dovuto essere la più importante, non approfondisce la storia, i personaggi ma, elimina quasi del tutto quelli della prima parte (anche con un suicidio inspiegabile) e, con un salto temporale, si avvita sull'universo claustrofobico del protagonista (che si capisce essere nipote del giornalista dell'audiocassetta).
Da qui in poi è tutto una descrizione di sterili sentimenti, di elucubrazioni mentali e di figure di contorno uscite dal nulla (ma chi è Ilaria?). E' descritto un mondo quasi senza speranze, di abbrutimento fisico e psichico, piatto, senza profondità o partecipazione da parte dell'autore nei confronti dei personaggi.
Poi, nell'ultimo capitolo, il finale è aperto alla libera interpretazione (io lo immagino in un modo ma chissà?) senza che l'autore ci abbia dato gli strumenti per scegliere.
Insomma si rimane con l'amaro in bocca, con tante domande senza risposta sulla trama, sulle scelte che l'autore opera nei confronti dei suoi personaggi, su alcuni temi trattati (come il tradimento o l'Aids): ecco, il libro (quasi)tutto pecca di superficialità.
Infine, visto il magro risultato, dispiace l'accostamento voluto con "Altri libertini" di P. V. Tondelli dal quale, per il momento, sia il libro che l'autore sono lontani anni luce.

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luvina Opinione inserita da luvina    20 Giugno, 2013
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Una vita vale una lattina di birra?

Un ragazzo qualsiasi in un giorno qualsiasi di questi nostri tristi tempi entra nel supermercato di un centro commerciale qualsiasi per passeggiare ( i "non luoghi", le piazze d'incontro della nostra civiltà); ha sete apre e beve una lattina di birra da poco prezzo: sarà l'inizio della fine della sua vita, verrà ucciso a botte dai vigilantes della sicurezza.
"Quel che io chiamo oblio" è il titolo originale di questo lungo racconto (una cinquantina di pagine) scritto in una sola frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa pulita ed autentica che risveglia in noi sentimenti come la pietas e l'indignazione.
E' un crescendo, lento ma inesorabile, le parole come la marea, fino a percepire una vita umana, un corpo, accartocciarsi come una lattina di birra (bellissima anche la foto di copertina).
E' un lungo monologo, un racconto che qualcuno non identificato fa al fratello del ragazzo ucciso, ricorda la sua vita, la vita di un "invisibile" dei nostri giorni (...tutti hanno abbassato glia occhi...perché sperano di sfuggire alla loro desolazione, a ciò che chiamo desolazione, ..quando incrociano sulla loro strada uno come lui) ma non una vita sprecata perché ciò che è stato veramente triste nella SUA vita è stato perdere " il gusto del vino e della birra, il gusto di baciare... di camminare ore ed ore" o di aspettare con ansia qualcuno che forse si potrà amare: tutto questo gli hanno tolto con l'assurda morte.
La definizione di OBLIO del Devoto-Oli è "dimenticanza con un accentuato senso di abbandono da parte del pensiero, ma anche dei sentimenti e degli affetti" e rende benissimo il significato profondo di questo testo; ma per quanto riguarda i quattro vigilantes, ragazzi come lui, la dimenticanza riguarda quello di essere degli esseri umani.

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Stéphane Hessel Nelly Zin
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luvina Opinione inserita da luvina    17 Giugno, 2013
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Morte di un magnate americano

Ho scoperto per caso questo libro in una delle più belle librerie di Roma e ne sono rimasta colpita. Innanzi tutto conoscevo già l'autore ma come scrittore di gialli ed ho piacevolmente scoperto che è molto bravo anche nei romanzi storici biografici; poi il magnate protagonista è J. P. Morgan, un nome che rimanda alla finanza, all'inizio di questa nostra crisi nel 2008,al salvataggio da parte della FED della più importante banca statunitense, la JPMorgan appunto, ma anche al salvataggio economico degli Stati Uniti nel 1907 che egli stesso operò con capitali propri.
Ma J. P. Morgan fu anche il più grande collezionista d'arte e bibliofilo dei suoi tempi (la sua casa-museo può essere visitata a New York), il proprietario della White Star e quindi del Titanic e proprietario dell'impero dell'acciaio acquistato da Andrew Carnegie (cosa vi ricorda la Carnegie Hall?).
La vita di questo eclettico protagonista dei suoi tempi è raccontata nello spazio temporale di dieci giorni (21 marzo 31 marzo 1913) su due piani, uno temporale, sotto forma di diario dal suo segretario, l'altro onirico, sotto forma di sogno dallo stesso J. P. Morgan. Attraverso questo racconto scopriremo una persona fragile, con turbe psichiche e qualche segreto, uno dei quali è il suo legame con Belle Da Costa Green leggendaria curatrice della sua biblioteca e a lui legata da una quasi venerazione; conosceremo la Roma di inizio secolo scorso, i suoi mercanti e i suoi quartieri, via del Corso e Campo dè Fiori.
La scrittura è molto scorrevole, la trama ricca di aneddoti e particolari ed anche di due colpi di scena finali, uno su Belle e l'altro sul "nostro" segretario. Per concludere, se siete interessati alle figure storiche che più di altre hanno influito su questa nostra attuale civiltà (culturale ed economica) leggete questo romanzo.

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luvina Opinione inserita da luvina    08 Giugno, 2013
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A viso coperto

Non è mai facile scrivere una recensione quando l'argomento ti interessa molto e il libro ti rimane dentro.
Non è il primo libro che leggo su questo tema ma è sicuramente uno dei migliori. Nicola Vivaldi (alter ego dell'autore) è un sovrintendente della Polizia di Stato reparto Celere che racconta, nell'arco temporale di 11 giorni, le vicende di un gruppo di ultras del Genoa e dei loro antagonisti "gli sbirri", le loro vite, il loro lavoro.
Tutto il romanzo è pervaso da adrenalina e da un senso di ineluttabilità e narra benissimo le sensazioni che si provano, da entrambe le parti, prima durante e dopo gli scontri.
Ci si stupisce quando ci si rende conto che in fondo non c'è poi differenza tra il ragazzo ultrà e il celerino che gli sta di fronte; il contesto sociale di appartenenza, i fallimenti, gli amori, le idee politiche sono comuni ad entrambi.
E' un mondo solo maschile, molto primordiale, nel quale regnano le regole dei clan e dove prevale la parte più nascosta ed inconfessabile dell'uomo: l'Istinto Animale. I colori della squadra del cuore sono solo un pretesto: lo scontro è un modo di sentirsi vivi.
C'è anche molta poesia nello scrivere di questo autore che ci lascia, in questo romanzo, delle pagine molto belle ed anche un colpo di scena che ovviamente non rivelerò.
Alla fine si rimane comunque con l'amaro in bocca pensando alle decine di vite sprecate (come quelle qui narrate), senza alcun appello, e la domanda che ti rimane dentro per molto molto tempo è PERCHE'???

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ACAB, " Onore ai diffidati " e per chi ha visto il film "Ultrà"
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luvina Opinione inserita da luvina    28 Mag, 2013
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La parte migliore degli uomini

Ho scoperto questo libro grazie ad una recensione su un quotidiano e mi ha subito incuriosito. E' l'opera prima di uno scrittore francese ( francese anche nello stile), e racconta molto realisticamente gli anni della "nuova malattia" l'Aids, e di come abbia cambiato le prospettive di vita e di pensiero nella comunità gay e non solo. La cosa interessante è che l'Io narrante è una donna, giornalista ed etero, che frequenta i protagonisti in veste di amica e confidente nonché amante di uno di loro. In questa storia corale, raccontando gli anni '80 e buona parte dei '90 si riconoscono i germi di ciò che verrà dopo, gli anni '00, la loro politica e la società (...In prospettiva mi rendo conto che proprio in quegli anni il denaro stava diventando un valore sociale democratico, e che la Borsa, l'apparenza, il look.......si mostravano in piena luce come una smorfia sulla faccia dell'intero pianeta). Il capitolo più bello ed intenso è l'ultimo, non a caso intitolato come il libro, in cui si tirano le somme e si capisce come l'autore abbia portato il lettore a spasso per mano nelle vite politiche, private ed intellettuali dei protagonisti di quegli anni.
E' un libri bello e triste nel quale si ritrova chi quegli anni li ha vissuti ma è anche una scoperta per chi è venuto dopo.

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David Leavitt Bret Easton Ellis
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