Opinione scritta da Zine
57 risultati - visualizzati 51 - 57 | 1 2 |
Un amore preso a morsi
Il romanzo di Margaret Mazzantini, che fa mostra di sé in tutte le librerie ed è edito da Mondadori, in questo momento è alla ribalta per la trasposizione cinematografica attuata da Sergio Castellitto. La copertina stessa ne è un rimando immediato, in quanto vi sono raffigurati i due attori protagonisti.
La storia si avvolge attorno a due tematiche principali: il miracolo della maternità, che può rivelarsi facilmente una dannazione, e la facilità con cui l’esistenza sa scivolare nel caos, esemplificata dal sanguinoso episodio della guerra in Bosnia, scoppiata all’inizio degli anni ’90.
L’autrice ci fa vedere il mondo attraverso gli occhi della protagonista, Gemma, una donna di cinquant’anni sposata con un ufficiale dei Carabinieri e con un figlio di sedici anni, Pietro, ultima traccia di un amore che le ha segnato l’esistenza. La vita, in qualche modo placida e monotona, disturbata solo dalle prime ribellioni adolescenziali del ragazzo, viene sconvolta alla radice da una telefonata che arriva da Sarajevo.
All’altro capo del telefono c’è Gojko, il vecchio amico, il poeta matto e amaro, ma in realtà c’è il suo passato. Ci sono dolori mai sopiti, un amore che le ha scavato ferite nella carne e nell’anima, ricordi di un eccidio senza senso e di morti che sanno corrodere la capacità di provare emozioni fino a non lasciarne traccia.
Gemma ha paura, ma non può resistere al richiamo. Parte per Sarajevo, la città del suo destino, trascinandosi dietro un recalcitrante Pietro. Lo scopo apparente è vedere una mostra di fotografie di Diego, padre di Pietro, morto in terra straniera durante il suo lavoro di corrispondente di guerra. Quello vero è rivivere la propria tragedia e tentare di far entrare nel cuore di quel ragazzo una qualche immagine del padre mai conosciuto.
Sarajevo le restituirà il suo passato, offrendole alla fine anche alcune risposte che non avrebbe mai immaginato la attendessero.
Il linguaggio della Mazzantini è materico, ha sapore e odore nonostante utilizzi la prima persona e sia quindi naturale trovare ampi paragrafi di pensieri, riflessioni. Si comprende subito che le scelte linguistiche sono state fatte con coscienza, in una ricerca quasi parossistica del termine giusto, delle associazioni tra immagine e parola. Un linguaggio che ha una sua poesia e come tale spesso colpisce prima il sentire più nascosto, palesando il proprio significato alla mente solo in seguito.
Nonostante questo lavoro cerebrale, che se mal diretto e utilizzato avrebbe avuto lo sgradevole sapore dell’esercizio di stile fine a se stesso, nel romanzo è presente anche molto cuore. Cuore e sangue. Ce n’è tanto da farci il bagno, ci si compenetra completamente nella condizione perduta, viscerale, disperata in cui crollano via via i personaggi, nel lungo riandare della memoria.
La capacità di mettere al mondo dei figli assume un’importanza capitale nell’esistenza di una donna, ossessione che è follia lucida, ragionata, quasi scientifica. Quando la maternità viene negata dalle menomazioni del proprio corpo, la mente si riempie d’odio, le relazioni d’amore si tingono di egoismo, ripicche. Un gesto d’amore diventa opaca determinazione di ottenere ciò che non si ha, ciò che si invidia con anima nera della felicità altrui.
Gemma arriverà a fare qualunque cosa, a perdere ogni rispetto per se stessa, ogni pudore o freno pur di ottenere quel bambino che agogna, anche se sa che non sarà l’immagine dell’amore tra lei e Diego, anche se significherà rubare e mercanteggiare sulla vita come se fosse una merce.
Il suo delirio finisce per essere preso a schiaffi dall’orrore che le capita attorno, da quella Sarajevo violata in cui la gente muore sotto il tiro dei cecchini, in cui la città esplode perdendo il proprio volto, il pane si imbeve di sangue. Violenza insensata sotto gli occhi di un’Europa che fatica a intervenire, a forze di pace che non hanno grande potere di intervento e sono costrette a lasciare il Paese alla devastazione sistematica di un odio che mette tutti contro tutti.
Pietro, figlio di quella guerra, figlio di un amore che si è preso a morsi, vaga per Sarajevo senza immaginare che tutto ciò su cui posa distrattamente gli occhi racconta la sua storia, quella di sua madre e quella di quel fotografo dal cuore bambino che non è più tornato a casa.
Una lettura intensa, che a tratti sa far male.
Indicazioni utili
Gesù come Uomo
Quando ci si accosta a figure che rivestono un’importanza spirituale oltre che storica e si vogliono trattare in maniera oggettiva le testimonianze sulla loro vita e le loro azioni, occorre procedere con estrema cautela. Da un lato, per una questione di rispetto. La ricerca storica e antropologica non dovrebbe avere come scopo quello di turbare o destabilizzare il campo della fede, che opera su un piano di pensiero molto diverso. Dall’altro, a causa della prevedibile incertezza delle fonti documentarie, a loro volta un mix di fatti storici, leggende e rielaborazioni in chiave celebrativa o escatologica.
La ricerca di un Gesù storico che andasse al di là della figura illustrata ai fedeli dalla Chiesa cristiana è iniziata con l’avvento dei Lumi, in un clima in cui la Ragione si contrapponeva alla Religione, in una lotta senza quartiere che ci ha condotto all’era moderna ma che a sua volta appare da tempo superata, come tutte le prese di posizione radicali.
Il movimento ha però il merito di aver stimolato le indagini delle fonti, non mediate dalle scelte della Chiesa, e da allora sono stati tradotti e presentati molti testi non canonici, vangeli apocrifi, note sui primi concili e sulle motivazioni alla base della scelta dei vangeli che costituiscono il Nuovo Testamento e del rifiuto di altri. Inoltre, negli ultimi decenni sono stati portati alla luce frammenti anche ampi di testi sconosciuti, ora al vaglio degli studiosi.
Tutto questo materiale, se comparato e valutato senza pregiudizi, può aiutare a comprendere e definire almeno in parte la figura storica di Yehoshua ben Yosef, Gesù di Nazareth. Non vi sono più dubbi sul fatto che egli sia vissuto in Israele e sia stato un rabbi rivoluzionario, ma cosa sappiamo veramente di lui, delle sue opere e delle sue parole?
Corrado Augias tenta di trovare risposta ad alcune di queste domande avvalendosi dell’aiuto di Mauro Pesce, in “Inchiesta su Gesù”, un’intervista a tutto campo in cui il giornalista indaga con il solito acume sulle risposte che può fornire uno studioso esperto come Pesce.
Chi era veramente Gesù? Perché si definiva – o è stato definito – Figlio di Dio? Quali erano i suoi scopi e i suoi insegnamenti? Queste domande possono sembrare sciocche al credente che conosce il catechismo, ma non lo sono affatto se ci si approccia ad esse con intento di indagine. La Chiesa Cristiana, in effetti, ha ben poco a che vedere con ciò che ha detto e fatto lo straordinario predicatore vissuto duemila anni fa, essendosene discostata nei punti fondamentali fin dalle origini.
Gesù, prima di tutto, era un ebreo osservante della Legge. Questo aspetto è stato dimenticato volutamente per gran parte dell’esperienza cristiana, ma Augias e Pesce vi pongono l’accento, dimostrando come egli non fosse affatto interessato a fondare una nuova religione ma, al contrario, a riportare lo spirito di fede degli Ebrei nella giusta direzione, aggiungendovi un messaggio rivoluzionario di crescita spirituale, amore verso Dio (un Dio visto come padre misericordioso) e rispetto verso il prossimo come mezzo di elevazione. La sua predicazione era fatta per il suo popolo, non per i Gentili, che invece accolsero e fecero propri i suoi insegnamenti, arrivando poi a vessare per secoli il popolo d’origine di Gesù in quanto macchiato dalla colpa della sua uccisione.
Il giornalista e lo storico ripercorrono ciò che si conosce delle origini di Gesù, comparando fra loro sia i Vangeli canonici che gli altri testi conosciuti. Veniamo così a scoprire che il luogo della sua nascita è incerto e che, se non vi sono dubbi sull’identità dei suoi genitori, sembrano appartenere al mito sia le genealogie che lo allacciano al sangue di Davide sia la sua qualità di figlio unico (di origine divina). Pare, infatti, che Gesù avesse sia fratelli che sorelle, cosa che mette in discussione anche la tesi della verginità di Maria.
L’indagine spazia a tutto campo sui modi e i temi delle sue predicazioni, che in parte lo accomunavano sia ai farisei che all’opera di Giovanni Battista, il quale infatti gli fu maestro per un certo periodo. Si parla poi del rapporto con i discepoli e con il clima socio-politico dovuto alla dominazione romana, dell’arresto e del processo, dei meccanismi iniziati dopo la sua morte che hanno condotto questo piccolo movimento ebraico a diventare una delle più grandi religioni del mondo, e delle leggende nate più tardi, in epoca medievale, tra cui spicca quella del Graal.
Con una conversazione snella, chiara eppure zeppa di informazioni e spunti di approfondimento, i due autori coinvolgono il lettore nella ricerca del volto storico di Gesù, senza pregiudizi né la presunzione di fornire una univoca chiave di lettura. Un percorso che, se possibile, ci restituisce un’immagine ancora più grande e profonda di un uomo che con le sue parole ha cambiato il corso della Storia.
Indicazioni utili
Un Male vecchio di secoli
Sembra una perdita di tempo recensire un romanzo di cui tutti hanno sentito parlare o hanno visto almeno una versione cinematografica. “Dracula” può essere classificato come il padre di tutti i moderni vampiri, da quelli dei film dell’orrore degli anni d’oro alle figure più alla moda e dotate di fascino pallido e palestrato degli ultimi anni.
Eppure, quanti di voi appassionati del mostro notturno assetato di sangue ha mai letto davvero il romanzo capostipite, quel “Dracula” di Bram Stoker da cui il fenomeno mediatico ha avuto origine? Temo che la risposta sia: pochi. Molto pochi. Tenendo conto del fatto che praticamente non esiste una versione cinematografica fedele al romanzo, è come dire che ben pochi di voi conoscono la storia di Dracula.
Una delle versioni più fedeli che il cinema ci abbia regalato è proprio quel “Dracula – di Bram Stoker” per la regia di Francis Ford Coppola, che segue quasi pedissequamente la vicenda originale ma dà molto spazio al punto di vista del vampiro (cosa assente nel romanzo, come vedremo), trova una giustificazione d’amore all’assalto che egli porta a Mina e conferisce una nota umana e struggente alla figura di Vlad Dracula, analizzato anche dal punto di vista storico (il famoso Principe di Valacchia) ben oltre le intenzioni dell’autore. Questo aggiunge, più che togliere, qualcosa alla storia…ma ci sottrae le suggestioni e le atmosfere agghiaccianti della versione originale. Con lo scopo di scavare più a fondo, senza dubbio, ma non possiamo comprenderlo senza aver letto prima il romanzo.
Perciò, eccoci. Iniziamo con un brevissimo riassunto della trama.
Il giovane legale Jonathan Harker si reca in Transilvania per concludere una transazione immobiliare con tale Conte Dracula, ora proprietario di una casa a Londra. Il giovane si troverà imprigionato in un castello di orrori, con la vita appesa a un filo dopo aver scoperto che il suo ospite è un vampiro il cui scopo è infiltrarsi nella moderna società inglese. In Inghilterra, nel frattempo, lo attende la fidanzata Mina in compagnia dell’amica Lucy, una bella giovane corteggiata da ben tre pretendenti (il nobile Arthur Holmwood, il dottor Seward e l’avventuroso americano Quincey). Dracula arriva in Inghilterra e, mentre Mina raggiunge il futuro sposo fuggito dal castello, uccide Lucy nonostante gli sforzi per salvarla dei suoi innamorati e del medico/stregone Van Helsing. I quattro amici sono costretti a dissacrare il corpo di Lucy, diventata a sua volta vampira, e con l’aiuto di Jonathan e Mina si mettono sulle tracce di Dracula per fargliela pagare. Il Conte, però, contamina anche Mina grazie all’aiuto del suo schiavo Renfield, ripagato con un’orribile morte, prima di ripartire per l’Europa in attesa di tempi migliori. L’ultima caccia al Male ha inizio…
La cosa che balza agli occhi, in questo romanzo in forma di epistola e diario, è che il punto di vista è univoco, pur se affidato a più voci. Sembra una contraddizione in termini, ma a ben guardare il diritto di parola – e di cronaca – è affidato in via esclusiva alle voci di chi combatte il vampiro. Dracula non ha alcuna possibilità di spiegarsi, di affidare i suoi pensieri al lettore, di comunicargli i suoi piani o le sue brame. Nessuno di spiraglio di comprensione ci viene aperto per farci capire cosa pensa la mente criminale.
Dracula è il protagonista ma non parla mai, se non in brevi scene e tramite il filtro della scrittura altrui. Dopo le prime scene al castello con Jonathan, in cui dimostra la sua abilità dialettica e la sua erudizione, fa la sua comparsa solo in minuscoli momenti, restando quasi sempre presente sulla scena come opprimente argomento di conversazione e nemico invisibile. Eppure, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di offrire la palma di protagonista agli altri, a chi ci parla dall’inizio alla fine e combatte pagina per pagina contro questo Male venuto dal cuore dell’Europa.
Perché? Quale fascino tremendo suscita anche in noi lettori il Principe voivoda (qui Conte)?
Jonathan, Mina e gli altri amici rappresentano la razionalità, il pragmatismo e i valori del Bene borghese in lotta contro il sensuale e violento Male che giunge da un buio passato. Per combatterlo, però, devono rivolgersi a una scienza che è anche magia e religione, nelle mani di Van Helsing, e quindi sprofondare in un mondo dapprima negato che non consentirà più a nessuno di loro di tornare ad essere quelli che erano o vivere una vita normale. Van Helsing accusa spesso Dracula di avere un cervello fino ma infantile; eppure, Dracula riesce a gabbarli praticamente fino alla fine. Forse tacciare il Male di infantilismo è un modo per tentare di sminuirlo nonostante l’evidenza del suo potere di influenzare quanti ne vengono in contatto.
Per quanto il romanzo termini con l’affrettata morte di Dracula, il vampiro ha vinto. Ha portato la Notte, il Sesso, la Paura nelle menti di chi viveva nell’ovattata sicurezza della moderna società. Ci ha raccontato che la morte non è sempre la razionale fine dell’esistenza.
Ancora adesso, pur temendolo, non possiamo fare a meno di lui.
Indicazioni utili
I segreti di un mondo chiuso
Un romanzo che è al contempo storia, fiaba e vivido dipinto della montagna e delle sue regole aspre e antiche. Questo attende chi si appresta ad attaccare le 800 e rotti pagine del poderoso STORIA DI NEVE di Mauro Corona, edito con Mondadori.
Neve è una fanciulla speciale nata nel paesino montano di Erto, nella valle del Vajont. La vita, breve e costellata di dolori, le è stata concessa in funzione di uno scopo ben preciso: ella deve fare del bene, quanto più può, durante gli anni che il fato ha prestabilito. Neve è la parte immacolata e piena d’amore dell’antica strega Melissa, assassinata in maniera atroce e morta nell’odio, imprigionata in un inferno di ghiaccio in cui il Demonio le ha concesso di torturare per cinquecento anni gli abitanti del villaggio di Erto dopo la loro morte, perché possano espiare i loro peccati. Melissa, però, desidera concedere una possibilità alla propria parte buona; per questo, in una gelida notte di gennaio, nasce Neve, la bambina dei miracoli dalla pelle di bianco fino e il corpo che non sente il gelo.
Questa bambina diventa il motore di una valanga che coinvolge, nel bene o nel male, l’intero villaggio di Erto. I suoi miracoli, però, sono un’arma a doppio taglio. Il padre, Felice Corona Menin, decide di sfruttare la fama della figlia per fare soldi, macchiandosi di azioni sempre più orrende ed efferate. Inoltre, la missione della bambina la costringe a stare quanto più lontana possibile dalla sola cosa che può rendere veramente felici: l’amore. Condannata a pensare al prossimo invece che a se stessa, a Neve è severamente vietato amare un uomo. Quando nel paese nasce Valentino, la sua anima gemella, inizia una esistenza di privazioni, di sforzi per tenersi a distanza. Neve, infatti, a contatto con la sua metà si scioglie, perde acqua, svanisce pian piano come un pezzo di ghiaccio esposto al sole.
Cosa porterà questa creatura magica nel prosaico paese di Erto? I suoi ventinove anni di vita promettono di essere indimenticabili, nel bene o nel male.
Corona è uno scrittore sincero, senza fronzoli, che usa con sicurezza e senza pretese intellettuali il linguaggio diretto e antico della fiaba. Come una fiaba, infatti, Storia di Neve si dipana tra magie, misteri, povera vita quotidiana, streghe e orrori. Le favole, d’altra parte, sono piene di orrori. Questa non fa eccezione, l’uomo non può vivere senza e in presenza di miracoli il Male lavora alacremente sulla fetta di anime che gli spetta.
Gli abitanti di Erto sono come le montagne che governano la loro esistenza. Chiusi, incrollabili nel loro mutismo, nel rifiuto a lasciar entrare nei loro affari chiunque venga dall’esterno, laico, gendarme o esponente della Chiesa che sia. Quello che succede in paese resta in paese, si tratti di una disgrazia, di un omicidio o di un felice segreto. Solo i miracoli di Neve si spargono nelle valli come portati dai canti degli uccelli, ma questo perché il padre è un traditore, un uomo che farebbe qualsiasi cosa per denaro e per l’effimera gioia di essere il più potente e il più ricco della valle.
La magia corre come una lama sottile attraverso il paese, i monti, i corsi d’acqua. Permea ogni cosa, rivelandosi nel testardo rancore delle streghe di Erto, una per una violate e uccise e per questo fautrici di terribili vendette che si protraggono ben oltre la morte del loro corpo. Gli animali sono veicolo di forze terribili, incarnazioni di qualcosa che non si può né capire né fermare, pur in un’epoca ormai moderna come quella in cui si svolge la vicenda.
I bassi istinti degli esseri umani fanno a gara con i sentimenti più puri e dolci, prendendo spesso il sopravvento. Poter osservare non visti i silenzi degli abitanti di Erto è un onore alquanto dubbio. E’ la vicenda di un’intera comunità quella che si va a leggere, non tanto la storia della sfortunata Neve.
Vi aspetta un romanzo carico di significati, una bella lettura. Forse un po’ lungo, ma meritevole del tempo trascorso nelle sue pagine.
Indicazioni utili
Un pianeta di sogni
Se dico RAY BRADBURY, due titoli saltano subito alla mente: “Fahrenheit 451” e “Cronache marziane”. Questo scrittore statunitense, grande esploratore del fantastico, per molto tempo è stato a torto relegato nei ristretti confini dello scrittore di fantascienza. Niente di più errato. Non che Bradbury non abbia parlato di viaggi spaziali, alieni e pianeti da colonizzare…tutt’altro!
La differenza sta nel fatto che uno scrittore di fantascienza si divertirà a riempirci la testa di dettagli tecnici, nozioni scientifiche, curiosità antropologiche, biologiche e chimiche che diano credibilità a quanto narrato. Bradbury non è uno scrittore di questo tipo. C’è il razzo, ci sono gli astronauti, ci sono gli alieni: tanto basta. L’importante, per quest’uomo, è la storia in sé. E’ la fiaba che si nasconde dietro ogni cambiamento, ogni nuova scoperta.
Gran parte degli affezionati lettori di fantascienza (come di tutti gli altri “generi puri”) tende a essere molto fiscale nel catalogare cosa rientra nella categoria e cosa no. “Cronache marziane” è un capolavoro di fantasia e poesia, più che di fantascienza. La mancanza di sostrato scientifico nella prosa di Bradbury dimostra che creare futuri plausibili non era il suo scopo. Allo stesso tempo, la sua lucida analisi dell’atteggiamento colonialistico umano – soprattutto statunitense, in questo caso- non si discosta affatto dalla realtà, anzi la mette in luce con sconcertante preveggenza (ricordiamo che “Cronache marziane” ha visto la luce negli anni ’50).
Il romanzo, in verità una raccolta di racconti legati tra loro come perle di una collana, apre brevi e vivide finestre su sogni e incubi di sconcertante bellezza, cercando di stimolare nel lettore uno spunto alla riflessione, all’introspezione di sé e dei difetti congeniti dell’Uomo. Una storia di distruzione e disperazione, ma anche di fede.
“Cronache marziane” narra le vicissitudini del pianeta Marte dal 1999 al 2026, secondo il conteggio degli anni sulla Terra. Il quarto pianeta del Sistema Solare non è un globo rosso e morto, in attesa di nuovi colonizzatori, ma un mondo abitato, ricco di una sua civiltà peculiare.
Questa civiltà, più stratificata e antica di quanto facciano pensare i primi racconti, viene dapprima solo vagamente sfiorata dai primi pionieri dello Spazio mandati in avanscoperta (quasi tutti i visitatori terrestri vanno incontro, in un modo o nell’altro, a una brutta fine), ma a conti fatti non riesce a sfuggire alla totale devastazione che l’Uomo porta con sé. Nel caso specifico, è una normalissima malattia terrestre a falcidiare la popolazione marziana.
Comincia così la colonizzazione di un pianeta morto, su cui si aggirano ancora i fantasmi di un’epoca che fu. Marte accoglie l’Uomo senza pensarne né bene né male, mentre sulla Terra la gente alza con speranza gli occhi al cielo nel tentativo di allontanarsi da una società sempre più contaminata dalla violenza (rappresentata dall’incubo dell’atomica, in quei vertiginosi anni di tensione seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, e dal razzismo imperante).
Nella lotta continua tra il Materialismo e il Sogno, si consuma l’epopea marziana, con un finale dolceamaro.
La scrittura di Bradbury non è per tutti i palati. La sua prosa è sognante, immaginifica, a tratti ridondante e barocca come un testo di Oscar Wilde. La definizione che meglio si adatta alla scrittura di Bradbury è “pittorica”. Divagando spesso dalla linea continua della trama, lo scrittore usa la parola per dipingere nell’immaginazione del lettore quadri surreali come un’opera di Dalì, estranianti come un Tanguy, delicati come un Lee. Chi è abituato alla prosa diretta e spesso scarna degli ultimi vent’anni, potrebbe trovare la lettura di “Cronache marziane” ridondante, complicata, ma è una semplice questione di abitudine. Chi ha già sviluppato un forte legame con le arti visive, invece, non potrà far altro che amarlo fin da subito. E’ il romanzo su cui ogni illustratore vorrebbe avere l’onore di poter lavorare.
Leggetelo con calma, assaporando ogni racconto come fossero assaggi della cucina di un grande chef. Non ve ne pentirete.
Indicazioni utili
Per non dimenticare
Fronte occidentale, Prima Guerra Mondiale.
Il soldato diciannovenne Paul Bäumer racconta i suoi giorni al fronte insieme ai propri camerati, in parte ex compagni di scuola: il pratico Tjaden, il trovatutto Kat, l’amico Albert... Attraverso i loro occhi, ci viene mostrato un mondo in cui i valori e gli aspetti fondanti dell’essere umano si sovvertono, una condanna a morte che pende su tutti coloro che stanno sui due fronti del confine belligerante, attendendo solo di afferrarli.
Paul ci mostra il cameratismo tra soldati, cementato dalle esperienze comuni e dalla necessità di mantenere dei rapporti umani, continuamente reciso dalla morte, da ferite orribili che segneranno per sempre coloro che vengono allontanati dai combattimenti. La vita diventa un lusso che non ci si può più permettere, che si muoia o che si continui a vivere, portando con sé orrori di cui non si riuscirà mai a parlare, per cui non esistono parole adatte.
E perché? Per cosa? Il meccanismo della guerra prende tutti nell’ingranaggio e uscirne non è una prospettiva meno terribile dell’esserne schiacciato. Resta solo da capire chi riuscirà a vedere la fine di questa follia, sempre ammesso che qualcuno ci arrivi vivo.
Erich Maria Remarque pubblicò “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel 1929, dopo essere sopravvissuto ai combattimenti della Prima Guerra Mondiale (Paul è il suo vero secondo nome ed è palese fin dalle prime righe che il protagonista del romanzo racconta ciò che per l’autore è stata vita vissuta). Caratterizzato da uno stile crudo ma sincero, pieno di umanità, Remarque ha il pregio di aver raccontato la verità della vita del soldato tedesco nonostante la propaganda nazionalista, culminata con il rogo delle sue opere durante il regime nazista.
Un tema portante del romanzo è l’assurdità della guerra. Un soldato viene mandato al fronte per servire il proprio Paese, schierato contro il nemico straniero da sconfiggere. Fin qui, ordini e retorica. Quando, però, la guerra la si vive sulla pelle giorno per giorno, le parole cessano di avere una funzione pratica e pensieri scomodi si fanno largo, che lo si voglia o no, e chiedono di essere- pur confusamente- espressi.
Cosa significa “servire lo Stato”? Che differenza c’è tra il concetto di patria e quello di governo, che in fondo è formato da poche persone le quali reggono il destino di milioni di connazionali? Chi è il nemico straniero? E’ una specie di mostro da sconfiggere, un semplice bersaglio per il tiro a segno? Cosa accade nella mente di un soldato quando le circostanze lo portano a rendersi conto che il nemico ucciso è niente più che un uomo come lui, che a casa ha lasciato dei genitori, una famiglia, un lavoro e dei sogni?
Simili pensieri possono fare impazzire. Fanno odiare il momento in cui ci si è presentati per l’arruolamento, l’aver creduto alle parole di coloro che avrebbero dovuto prepararti alla vita adulta (insegnanti, genitori, politici) e ora sono a casa, a leggere gli orrori sui giornali lodando il coraggio di chi si gioca la pelle ogni minuto o criticando la loro vigliaccheria se non raggiungono gli obiettivi preposti.
Questo apre anche al conflitto generazionale, i giovani pronti a gettarsi a braccia aperte nel futuro che si vedono condannati al massacro per una guerra decisa dai padri e dai nonni, che non vedranno mai il fronte e continueranno a parlare della battaglia con fascinoso interesse o stagnante retorica belligerante. E’ la perdita delle illusioni, la definitiva morte di ogni sogno. Conta solo il presente, vivere un giorno ancora, mangiare quando e quanto puoi. I soli compagni sono i soldati della tua compagnia, che vedi morirti attorno senza poterci fare niente. Per non impazzire, tocca ricorrere a un umorismo macabro, a un annichilimento della sensibilità che può venire messo a dura prova in qualsiasi momento da un attacco di terrore oppure da qualche giorno di licenza, che spalanca una finestra su tutto ciò che non si possiede più né si riesce a sperare di tornare ad ottenere.
L’autore riesce a trattare argomenti spinosi, domande esistenziali di devastante profondità, con incredibile delicatezza. I protagonisti non si lasciano mai andare a concioni, non propinano al lettore il loro punto di vista belligerante oppure pacifista o, ancora, rivoluzionario nei confronti del regime corrente. Remarque ci offre molto più semplicemente per bocca loro tutta la confusa e triste consapevolezza dell’ingiustizia della condizione di questi ragazzi, mandati a morire quando ancora non avevano potuto imparare cosa significava vivere.
Questa è una lettura di cui non si dovrebbe fare a meno.
Indicazioni utili
Oltre il tunnel
*ll testo può contenere spoiler*
Cosa si cela oltre il baratro della morte? Davvero la nostra esistenza si riduce ai giorni che vengono concessi da vivere qui, sulla Terra, per poi cessare definitivamente e tornare al nulla nel momento del trapasso? Eppure, innumerevoli testimonianze, in ogni cultura, ci raccontano di esperienze straordinarie vissute da chi è stato ad un passo dalla morte. La sensazione di fluttuare fuori dal proprio corpo, in grado perciò di vedere tutto quanto accade intorno. L’ingresso in un lungo tunnel buio, oltre il quale brilla una luce più forte di qualunque altra. Immergersi quindi nella luce e ritrovarsi a camminare sotto un limpido cielo azzurro, verso il suono gioioso di acqua corrente oltre la quale attende una persona cara, come se ci stesse aspettando da tempo.
Su questa visione tanto diffusa quanto straordinaria, che forse cela ciò che ci attende al momento del trapasso, si fonda e si costruisce il romanzo di Glenn Cooper, autore della trilogia della Biblioteca dei Morti, edito da Nord.
Amante dei misteri, anche stavolta Cooper sceglie un tema strettamente legato alla morte e al destino dell’anima, costruendovi sopra un’indagine dell’FBI che lega i fatti soprannaturali ad altri molto più terreni.
Cyrus è un agente FBI dalla vasta cultura letteraria, la cui vita è straziata dal tumore al cervello della figlia, Tara, una bambina che è ormai allo stadio terminale. Alex è un brillante scienziato, specializzato nello studio del cervello umano, il quale porta avanti rischiosi esperimenti volti a scovare e utilizzare la sostanza che si attiva nel cervello al momento della morte fisica e che, forse, mette in contatto con l’esperienza del viaggio nell’Aldilà.
Alex, infatti, ha vissuto in prima persona l’esperienza da bambino, in un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori, e da allora non pensa ad altro che a trovare il modo di ricongiungersi con loro. Per fare ciò, si spinge pian piano all’omicidio, diventando quindi l’indagato numero uno per Cyrus anche in mancanza di prove.
Alex riesce nel suo intento, sintetizza una sostanza capace di offrire l’esperienza di pre-morte e questa si diffonde come una droga micidiale, sotto il nome di “bliss”. Il suo impatto sulla società è tremendo: la gente perde la voglia di vivere, i suicidi aumentano vertiginosamente e Alex, in un delirio di onnipotenza, diventa profeta di una setta che predica l’abbandono della vita terrena. Cyrus, insieme a una psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei casi terminali, dovrà riuscire a fermare il suo delirio di onnipotenza prima che avvenga una strage.
Come gli è abituale, Glenn Cooper sceglie di imbastire la sua trama su un argomento controverso e di fortissimo impatto emozionale. E’ capitato a tutti di chiedersi cosa si cela oltre la morte. Cosa accadrebbe, però, se avessimo la certezza di un aldilà, di un luogo migliore in cui ricongiungerci con i nostri cari ed essere ammessi alla presenza di Dio? Non perderemmo interesse per una vita in fin dei conti difficile, costellata di perdite e disgrazie?
Il messaggio che dovrebbe filtrare è che, probabilmente, se non possediamo risposte certe è proprio perché la vita terrena ha uno scopo; deve essere, perciò, vissuta fino in fondo, cosa che non accadrebbe se fossimo costantemente tormentati dal desiderio di raggiungere un luogo migliore.
Purtroppo Cooper, come ormai pare sia sua prerogativa, parte da presupposti eccellenti per confezionare un romanzo a conti fatti semplicistico. I suoi personaggi sono piuttosto bidimensionali, poco profondi per quanto ben ritagliati per ricoprire i ruoli prescelti. Il tema - che aprirebbe innumerevoli possibilità di sviluppo sul piano spirituale, sociale e scientifico – viene a conti fatti lasciato un po’ allo sbaraglio, trattato in modo superficiale nonostante la presenza di dettagli scientifici, senza contare l’approccio fondamentalmente cristiano/cattolico alle visioni dell’aldilà, cosa non precisa se si riferisce alle esperienze di pre-morte conosciute.
Cooper scrive bene e ha ottime idee. Purtroppo sembra aver preso per vizio un certo atteggiamento “di comodo”. Si avverte la sensazione che l’autore non si sia impegnato più di tanto, adagiandosi sulla buona idea iniziale per poi darle una direzione piuttosto scontata e corredandola di un finale deludente e pressapochista. Un vero peccato, in quanto ritengo che Cooper potrebbe essere capace di cose migliori.
Un romanzo senza grandi pretese, per chi ama questo genere di argomenti o vuole trascorrere qualche ora piacevole immerso nella lettura.
Indicazioni utili
57 risultati - visualizzati 51 - 57 | 1 2 |