Opinione scritta da mariaangela
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Reggerai il confronto???
Luglio, Boston è caldissima, tanto calda che in città le finestre vengono lasciate aperte per sfruttare ogni minima brezza. Fermo nell’oscurita', accucciato sulla scala antincendio c’è un uomo, e il suo coltello sta lacerando la zanzariera della porta del bagno. La donna inconsapevole di ciò che sta per accadere, dorme nel suo letto…
Mi piace subito il Detective Thomas Moore, affiancato dal medico legale Ashford Tierney.
Scontrosa e fredda invece il Detective Jane Rizzoli della Omicidi di Boston, trentatré anni, piccola di statura, aggressiva, mascella quadrata, riccioli neri, occhi scuri indagatori e intensi. Unica donna della squadra è alla Buoncostume e Narcotici da sei mesi e le difficoltà relazionali con gli altri componenti della squadra non mancano.
Il suo partner Barry Frost, suo coetaneo, ha invece ciò che a Jane manca, è allegro, gentile e garbato.
Sono coadiuvati nel lavoro da Erin Volchko, ricercatrice medico legale che lavora al reparto Capelli e Fibre.
Dal Dottor Lawrence Zucker, psicologo criminale della Northeastern University nonché consulente del Boston Police Department. “Il modo in cui riusciva ad insinuarsi nella mente dei criminali e il piacere che traeva dal muoversi in quella dimensione satanica era inquietante.”
Darren Crowe è il punto di rottura.
Un bel poliziesco, si legge velocemente; forse un po’ troppo brutale e a tratti spietato.
Lo stile è fluido, non ripetitivo, nessun punto morto anzi arriva velocemente al finale un po’ troppo prevedibile.
Non lo definirei il top rispetto ad altri thriller di uguale genere da cui penso l’autrice abbia tratto ispirazione, però la curiosità di conoscere più da vicino e profondamente le vite dei protagonisti mi fa già pensare al seguito.
Buone prossime letture.
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Si, eravamo felici e non lo sapevamo.
La narrazione è triplice ma non confusionaria, aiuta a capire appieno le vicissitudini delle tante anime che popolarono il Caffè di Whistle Stop, una piccola cittadina vicino ai binari della ferrovia, aperto nel giugno del 1929 in piena Grande Depressione in Alabama, da Idgie Threadgoode e Ruth Jamison insieme con Sipsey, Onzell e suo marito Big George.
Virginia Threadgoode detta Ninny, anziana ed ospite nella casa di riposo Rose Terrace, siamo ormai negli anni ’80, conquista il cuore di Evelyn Couch, una donna giovane, depressa, abulica, arrabbiata e vicina alla menopausa che sente di non avere più stimoli, riportando in vita non solo i fischi e i vapori e la polvere dei tanti treni passati a ridosso del Caffè, ma anche le straordinarie storie che in quegli anni si incrociarono.
Mai un pasto fu rifiutato a chi passava dal Caffè, non importa se bianco o nero.
E’ incredibile come un racconto così leggero, a tratti divertente e in altri commovente fino alle lacrime, riesca a far riflettere su tanti temi attuali e importanti: odio razziale, invalidità, omosessualità, vagabondaggio, solitudine, disparità nei sessi, eutanasia.
…Quando il treno si ferma facendo una fermata supplementare a Whistle Stop e nel più assoluto silenzio la bara di Willie Boy viene scaricata dal vagone merci…anche se “un negro è pur sempre un negro” Grady Kilgore, Jack Butts e tutti i dipendenti della ferrovia si sono tolti il cappello in segno di rispetto.
Bill Ferrovia, che montava di nascosto sui treni che rifornivano il governo e buttava giù viveri per la gente di colore. Che sorpresa scoprire la sua vera identità!!
Fannie Flagg racconta storie di intimo innamoramento… e non conta se ad amarsi così profondamente e intensamente e sinceramente siano due donne nell’Alabama del 1924; leggendo sento che quando la morte arriverà a portar via la metà della propria anima, nessuna separazione avverrà mai.
Amo tutti i protagonisti di questa meravigliosa vicenda umana, ma l’amico più fidato è il vagabondo Smokey. “Non era mai stato altro che un vagabondo, un poveraccio, ma aveva rubato una sola volta nella sua vita, aveva rubato la fotografia di Ruth. Lei era in piedi fuori dalla porta, con in braccio il bambino. Con la mano libera si riparava gli occhi dal sole. Quella foto aveva girato mezza America, chiusa in una busta e appuntata all’interno della camicia, dove non avrebbe potuto andare perduta. Per lui Ruth sarebbe rimasta sempre viva. … Sul cadavere è stata trovata solo la foto di una donna…”
E’ tutto finito. Il Caffè ha chiuso per sempre.
Niente più treni, niente più polvere, niente più fischi, l’eco delle risate è lontano, l’odore dei pomodori verdi fritti anche. Ho condiviso momenti di intensa solidarietà e grandissima amicizia.
Mi vedo con Evelyn ripassare ancora una volta davanti a quella che è ormai la vecchia casa Threadgoode abbandonata, e il cerchio si chiude con Ninny, Idgie, Ruth, Smokey, Sipsey, Big George, Onzell, Stump, Essie Rue, Bill Ferrovia, Grady Kilgore.....” i fari dell’auto illuminano le finestre in un modo tale che , per un attimo, mi è sembrato che la casa fosse ancora quella di settant’anni fa, piena di luci, rumore e divertimento. E mi è sembrato ancora di sentire le risate ed Essie Rue che suonava il pianoforte nel salottino. Mi è parso addirittura di vedere Idgie Threadgoode appollaiata sul paternostro…”
“Rallegrati per l’amico perduto,
finalmente ha trovato la felicità,
il suo spirito in cielo si è involato
con un grido di libertà.”
“A ripensarci, mi sembra che dopo la chiusura del Caffè il cuore della città abbia semplicemente cessato di battere. E’ strano come un posto da nulla come quello riuscisse a tenere unite tante persone."
“Non ti dimenticherò mai.
La tua amica
Incantatrice d’api.”
Anche io non vi dimenticherò mai.
Buone prossime letture a tutti.
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Le prove non puoi seguirle se non le cerchi.
All’inizio è il racconto del ritrovamento di un cadavere, quello di Ben Rifkin, quattordici anni, a Cold Spring Park nell’ aprile 2007.
Tre coltellate.
Nessuna arma ritrovata.
Nessun segno di difesa.
Unico indizio una impronta digitale impressa nel sangue della vittima e conservata all’interno della felpa da lui indossata.
Una scuola media,la McCormick e la sua variegata popolazione.
Caso Numero 08-4407, lo Stato contro Jacob Michael Barber, unico capo d’accusa: omicidio di primo grado.
Sapere, al di là di ogni ragionevole dubbio…
Ma quali sono i fatti?
Un po’ thriller un po’ giallo giudiziario, i giorni scorrono nell’aula di tribunale dove vari destini si incrociano e si sfidano.
Pochi personaggi, tutti più o meno somiglianti tra loro e con un unico scopo: ricostruirne la dinamica e capire il perché.
E se non fosse così? E se ci fosse chi fa dietrofront? Se ci fosse qualcuno che è rimasto volutamente indietro, nascosto…
Le famiglie in gioco sono davvero come appaiono, oppure…oppure non abbiamo capito nulla perché ci siamo schierati fin dall’inizio….
Forse un po’ troppo prolisso per un romanzo che sembra già letto, a tratti si riscatta e risveglia la mia morbosa curiosità. Facendo la differenza. Ha il merito di non cadere nella scontata banalità.
Quello che potrebbe sembrare un thriller qualsiasi poi a un tratto ti sorprende…accade ciò che non ti aspetti. Ed è ancora più interessante quando un romanzo ti lascia dei dubbi.
A cosa vogliamo credere? Svuotiamo la mente e avremo le risposte che cerchiamo.
Buone letture a tutti.
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PUNTO. E A CAPO.
Atmosfere tetre e buie, cariche di pericoli imminenti. Sento il pericolo incombente, nell’abitazione, alle spalle, rumori che non sono i soliti tranquillanti rumori. Non li riconosco. Tutto diventa movimento.
E’ una situazione di dolore acuto. È un autentico delirio. Mi sento nel racconto e nell’orrido e mi ritrovo a soffrire e pregare che ciò che sto’ leggendo non sia vero, che non sia ciò che sembra.
Succede.
Cambia tutto. Si ferma tutto. Si ferma il tempo.
Ripartire.
Eravamo rimasti a Temple Gault…il che ci riporta a Carrie Grethen. Un incubo nella vita di Lucy…sono tutti sulle sue tracce.
Kay competente per tutte le morti per cause innaturali della Virginia. Consulente dell’ATF e dell’FBI.
Wesley esperto di profili psicologici dell’FBI. E’ in pensione ma continua a occuparsi dei casi più violenti che necessitano delle sue super consulenze.
Lucy, che a causa di Carrie è costretta a lasciare tutto, dall’FBI, al sistema automatizzato che aveva creato, ai robot che aveva programmato, agli elicotteri che aveva imparato a pilotare.
Ora è diventata istruttore di volo. Sempre più chiusa in se stessa.
Marino del dipartimento di polizia di Richmond. All’epoca della sua conoscenza con Kay era investigatore alla Omicidi. Da quei tempi sono trascorsi undici anni di reciproche difese e rimproveri. Oggi è quasi cinquantacinquenne.
Si affiancano nella caccia Teun McGovern specializzata in incendi dolosi, è capace di scoprire in pochissimo tempo cosa ha innescato un incendio.
Il suo intervento è necessario in quanto una serie di incendi sospetti distrae l’attenzione da situazioni ben più urgenti.
..E poi tutto torna.
Si volta pagina. Mi spiace. Resto basita, dispiaciuta, provo rabbia. Caccio una lacrima.
Buone prossime letture a tutti.
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Gli uomini presi di spalle son tutti uguali.
“Fulvia, Fulvia, amore mio. Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso.”
Nel 1944 Milton ha vent'anni, partigiano militante nelle formazioni badogliane.
Sono gli anni finali della Seconda guerra mondiale.
E' in ricognizione con il compagno di brigata Ivan quando, nella cittadina di Alba, si ritrova davanti la villa di Fulvia. Il suo grande, segreto amore, una bella e giovane ragazza torinese di buona famiglia, sfollata per qualche tempo ad Alba da Torino.
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"Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo."
La dolorosa scoperta. Mentre nell'estate del 1943 lui partiva come partigiano, segretamente Fulvia e Giorgio si sono frequentati a lungo.
Milton, Giorgio, Fulvia.
Loro ricchi e belli.
Milton “i pugni serrati nelle tasche per tendere il calzone e mascherare la piattezza delle cosce, senza i soldi per pagarsi una bibita e darsi un contegno sorseggiandola…”
Milton e Giorgio, “quante volte, dormendo nelle stalle, si erano stesi l’uno accanto all’altro, stretti l’uno contro l’altro, in una intimità la cui iniziativa partiva sempre da Giorgio. Siccome Milton dormiva d’abitudine ricurvo a mezzaluna, Giorgio aspettava che si fosse sistemato e poi gli si stringeva e adattava, come in un’amaca orizzontale. E quante volte, svegliatosi prima, Milton aveva avuto tutto l’agio di considerare il corpo di Giorgio, la sua pelle, il suo pelo…”
Le vicende di uno diventano le vicissitudini di tutti. Attraverso il lungo e faticoso cammino di Milton, che, ossessionato dalla ricerca della verità, ritornerà alla villa, conosciamo la fame, il freddo, la nebbia. La pioggia che infradicia le divise e le teste. Il fango che attanaglia le caviglie.
Ce lo immaginiamo fatto di fango dentro e fuori. Un corpo completamente nascosto dal fango che avanza, che si nasconde, che scappa, che si piega e si rialza.
Che uccide.
Mi fa tenerezza Milton, ma anche un po’ rabbia la sua assurda ostinazione, il suo non abbandonarsi se non alla contemplazione, quando avrebbe potuto invece assaporare l’istante che intanto svaniva.
Un romanzo “breve” ma stancante. Avrei potuto terminarlo in un giorno, ma l’ho sentito faticoso nei contenuti e nelle ambientazioni. Quasi scarno, privo di minuziosi dettagli, l’autore non si sofferma mai lungamente in una descrizione di un luogo o di un sentimento, non nel modo in cui io mi sarei aspettata. Ho sofferto a procedere nella lettura.
Una vicenda personale, di amore e di verità, mentre tutto intorno è guerra e istinto di sopravvivenza.
E Milton?
Il finale non è importante, è sempre solo l’inizio della fine.
“Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti.”
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Il mare è sempre più blu.
E’ tutto come l’ho lasciato. Mi aspettava per continuare. E come al solito l’evolversi degli eventi non mi lascia delusa.
La storia è meno avvincente rispetto ad altre affrontate dai nostri amici, ma il punto di forza di questi personaggi è certamente la mano di Patricia Cornwell. La capacità che ha questa scrittrice di vestire, dare un volto, un colore, un sentimento, un atteggiamento, una peculiarità che ritroviamo sempre e che subito ci fa capire che si, anche se il tempo passa, Kay, Marino, Benton, Lucy, Rose, Fielding…non li ho dimenticati, sono lì, latenti nel mio pensiero, pronti al risveglio.
Sempre in azione la dottoressa Kay Scarpetta, capo medico legale, protagonista per tutti i casi di morte improvvisa, violenta o misteriosa che si verificano nello Stato della Virginia.
Siamo alla vigilia di Natale e Kay deve sostituire il dottor Philip Mant , suo vicecapo medico legale nel distretto di Tidewater nel New England.
Una telefonata anonima le comunica il ritrovamento di un cadavere all’INSY, il cantiere navale delle imbarcazioni in disarmo, sul fiume Elizabeth.
Il cadavere è di Theodore Andrew Eddings, giornalista di cronaca nera per la Associated Press a Richmond. Appassionato di armi e tecniche di sopravvivenza, una sera si immerge in un’area ad accesso controllato e, mentre nuota tra le navi in disarmo, viene avvelenato con esalazioni di cianuro.
Ma cosa cercava??
La setta dei Nuovi Sionisti, molto inquietante, sembra avere un ruolo fondamentale.
A capo Joel Hand e i suoi seguaci fascisti, con l’obiettivo di fondare un nuovo ordine e costituire uno stato ideale con quartier generale in Virginia. Il libro di Hand mostra con grande precisione come uccidere, mutilare, terrorizzare, torturare e condizionare un essere umano. Si parla dei pogrom, della esecuzione degli eretici e degli infedeli al pari della peggiore Inquisizione.
Perché questa terrificante Bibbia viene ritrovata nell’appartamento di Eddings?
E’ un caso complesso, diverso da quello fino ad ora affrontato da Kay e dalla sua squadra che è sempre al suo fianco, sfaccettata e compatta…a suo modo.
Ritroviamo Pete Marino a capo della polizia di Richmond. Kay e Marino, più che semplici colleghi o amici: dipendono l’uno dall’altro in un modo che è impossibile spiegare.
Lucy, da poco diplomata all’Accademia dell’Fbi. Studio di informatica e robotica al MIT.
Ha terminato di mettere a punto il CAIN, network di informazione e analisi sui crimini, finalizzato al collegamento di tutti i reati commessi con armi da fuoco. Sapere insomma se una pistola ha già ucciso o ferito in passato.
Benton Wesley a capo del BCIA, unità del Bureau responsabile dell’analisi dei crimini.
Fielding, vice di Kay.
Riuscirà l’ investigatore C.T.Roche della polizia di Chesapeake a contrastare il loro lavoro?
Buone prossime letture a tutti.
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Ma chi è il sessantasette?
Ashecliffe Hospital sorge in pianura, nella parte nordoccidentale dell’isola di Shutter.
E’ un istituto di massima sicurezza super protetto da guardie carcerarie.
Ospita i pazienti più gravi, quelli che nessun altra struttura potrebbe e saprebbe gestire. Eppure ad una prima occhiata non sembra un manicomio criminale.
Unica fauna i topi. Enormi. Ingombranti. Padroni.
Strutturato a Padiglioni inaccessibili anche per i due agenti: Teddy Daniels e Chuch Aule; vi arrivano nel settembre del ’54. Quattro interminabili giorni.
Devono risolvere uno strano caso.
Di una paziente si sono perse le tracce. Rachel Solando. Rinchiusa per essersi macchiata di un orribile crimine, sparisce nel nulla. Tutte le ricostruzioni degli accadimenti intervenuti nelle ore immediatamente prima e dopo la scomparsa della donna celano il mistero e non riescono a chiarire come sia potuta uscire dalla sua stanza.
Mezzanotte, due minuti e trentanove secondi: da quel momento la donna diventa come mai esistita.
SVANITA.
ESISTITA?
“Lei è qui. Lei non se ne è mai andata”.
“Se voi vi credete gli unici detentori della verità assoluta, questo significa che tutti gli altri mentono. E se gli altri mentono…ogni loro verità è una bugia.”
Il romanzo è scorrevole ma impegnativo. Ho dovuto a volte rileggere per paura di aver perso il filo della matassa, che certamente è abbastanza intricata e apparentemente “normale”…c’è un aspetto del racconto che l’autore con grande abilità ci fa sottovalutare. Alla fine, come è giusto che sia, tutto diventa chiaro. Anche se io non ne sono poi così certa….mi piace pensare che il mistero resti in parte irrisolto.
Una domanda ricorrente… usano gli esseri umani come cavie?
Un terribile sospetto…non me ne andrò mai da quest’isola.
Buona caccia a tutti.
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“Qualcuno che sa c’è sempre.”
Indridason è sempre una sorpresa. I racconti sono scarni, essenziali, diretti e crudi. Nessuna pietà o vittimismo. Semplicemente la narrazione è il centro di tutto. Si arricchisce durante la lettura del mio dolore, del mio dispiacere nello scoprire ciò che accade.
Tutto viene spiegato. Lentamente.
Un quartiere edificato di recente, vicino al lago Reynisvatn, detto “Quartiere del Millennio”.
Costruito sui pendii della collina di Grafarholt, sulla cui sommità, accanto agli enormi serbatoi d’acqua marroni della centrale geotermica, si è sviluppata una cittadella, dove in pochi anni sono via via sorte le varie abitazioni. In lontananza si intravedono le vecchie case di villeggiatura degli abitanti di Reykjavik.
E’ da qui che parte la ricostruzione di accadimenti successi tanti tanti anni fa…
“Erano sposati da tre mesi. …
Mi hai picchiata gli disse, portandosi la mano alla tempia. …
Credi che non me ne sia accorto? Che non abbia visto com’eri in calore? “
Non conosceva quel lato del suo carattere. Non l’aveva mai sentito usare quell’espressione.
Delle ossa vengono ritrovate nel Quartiere del Millennio. Uno scheletro risalente al 1930, vecchio di una settantina d’anni. Una mano tesa, rivolta verso l’alto come a chiedere aiuto induce a pensare che il seppellito fosse ancora vivo al momento della non-morte. Le costole sono rotte.
Omicidio?
C’era una casa vicino ai cespugli di ribes. Costruita negli anni Quaranta è stata demolita nel 1980. Un proprietario Benjamin Knudsen che l’ha data in affitto. La sua stessa fidanzata sparita in una giornata di primavera.
In quella casa a Grafarholt abitava una famiglia di cinque persone, una coppia con tre bambini, erano gli anni della guerra. La loro residenza non è mai stata dichiarata e quindi sono come mai esistiti.
Chi c’è lassù con lei? Non è più qui con me. E’ andata… aspetti, è lì accanto ai cespugli di ribes.
Che aspetto ha? E’..la conosce? Che aspetto ha? E’ come se fosse… storta. Ha un cappotto verde lungo fino alle caviglie.
S T O R T A.
Erlendur, coadiuvato da Elinborg, inizia le ricerche.
Elinborg. Età indefinibile, tra i quaranta e i cinquant’anni, rotonda ma non grassa, grande cuoca. Tre figli e un marito con la sua stessa passione per la cucina. Laurea in geologia praticamente inutilizzata.
Erlendur e una richiesta di auto, questa volta viva e concreta, attuale. E’ di Eva Lind. Lei l’ultima volta gli aveva detto che non voleva vederlo mai più. Quasi trent’anni, tossicodipendente. Poche notizie anche di Sindri Snaer. Erano piccoli quando Erlendur li aveva lasciati con la loro madre, che gli aveva poi impedito di vederli.
Sono le otto di sera. Cerca di coprire il chiarore primaverile con le tende, ma la luce trova comunque il modo di penetrare, raggi di sole polverosi che illuminano l’oscurità dell’appartamento. La primavera e l’estate non sono le sue stagioni preferite, troppa luce, troppa frivolezza. Vorrebbe inverni bui e pesanti.
C’è un bambino nella tempesta. Non deve aver paura. Lui l’ha accettato. Ha accettato quanto è successo. Non è stata colpa di nessuno.
La narrazione sembra procedere a tratti confusionaria. Vari personaggi e rispettive storie si rincorrono e si intrecciano. Pochi indizi e nessun punto di partenza certo. Di base il pretesto, forse, per denunciare comportamenti vecchi di una vita che si ripetono uguali oggi.
Reagire. A volte è tardi. Ma se è anche difesa non lo è mai abbastanza.
Sempre, il momento è adesso.
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Siamo due scemi. Le cose finiscono, poi.
Ambientazione fine anni 70.
Conosciamo Misia Mistrani attraverso gli occhi di Livio; difficile non notarla, con la sua aria luminosa, la sua naturalezza leggera, i suoi sorrisi, la sua speciale luce. Ne rimane folgorato nel freddo febbraio del 78; tutto ciò che sta accadendo intorno perde significato.
L’incontro rocambolesco..Misia che gli chiede il numero di telefono…Livio che non pensa ad altro che a rincorrerla. Misia che deve ripartire e tornare al suo lavoro al centro di restauro a Firenze, così terribilmente lontana da Milano.
Livio ventitré anni e una laurea in storia antica. Sfiducia e indecisione nel futuro. Carattere cordiale e ultra comunicativo, forse a compensare la solitudine della fanciullezza.
Beve, gesticola continuamente e grida invece di parlare.
Vive in un appartamento-corridoio di quarantadue metri quadri ricevuto in regalo dal padre a diciotto anni, mensole occupate da dischi rock e atlanti storico-geografici.
Quello che io definisco un “figlio di papà”… si alza tardi, gira in bici, dipinge per svago, mangia solo cioccolata che la nonna gli rifornisce. Insomma avrebbe tutto ma sente di non aver nulla perché sacrifici non ne ha fatti mai, dunque non si cura di ciò che ha.
De Carlo non approfondisce come sbarca il lunario né dove trova l soldi per la quotidianità.
Marco Traversi, amico dai tempi della scuola, lunghe chiacchierate sulla vita, il mondo, la storia.
Amici per compensazione; vedere nell’altro lo stesso genere di non-appartenenza, la stessa sensazione di sentirsi straniero in casa propria.
Marco certamente più attraente con i suoi capelli lunghi e i vestiti da musicista rock e il modo duro di trattare con gli altri. Sempre sospeso e a disagio; sempre con sentimenti e impulsi controllati. Livio esuberante e a suo agio nei contatti con le persone.
Si capiscono al volo i due amici e si sostengono reciprocamente.
Quando sono insieme la realtà invade il campo dell’immaginazione.
Ma attorno, tutto è buio e fermo. Come il caldo soffocante di quell’estate.
Poi accade.
Il film di Marco.
Le mostre di Livio, le esposizioni in galleria…
Scoprire che ciò che hai mente nasce in modo completamente diverso, inimmaginabile.
Alcune scene sono talmente ben descritte, con una tale calma e freddezza...capace immediatamente di riscaldarti i sensi e alzare l’attenzione.
“I disegni che fai sono fantastici, Livio. Perché non metti lì la tua energia… […]
Ho fatto una traccia a matita senza quasi riflettere, poi sono andato di getto con gli acquerelli.. Quello che veniva fuori era una specie di paesaggio travolto, colline non-familiari viste dal finestrino di una Ferrari lanciata al massimo, nuvole e prati e alberi e animali spazzati via dalla prospettiva in corsa. … gli accordi di Keith Richard ripetuti molte volte di seguito.”
“L’idea che mi avesse dedicato tanto tempo e tanta attenzione aveva smesso completamente di commuovermi; mi sembrava solo una manifestazione di invadenza…”
Scoprire quella familiarità, essere simili, molto più di quanto avesse capito, quella stessa qualità dei movimenti e la stessa temperatura di voce, lo stesso modo di cercarsi con gli occhi ogni pochi secondi e ricalibrare la propria posizione uno rispetto all’altro, lo stesso bisogno ricorrente di contatto, braccia toccate e capelli sfiorati, parole in cerca di risposte. Provare un forte senso di disagio.
“Lo spazio tra noi sembrava difficile da attraversare, non ci spostavamo di un passo. Poi ho fatto un mezzo gesto come per stringergli la mano, e lui mi è venuto contro e mi ha abbracciato: ci siamo battuti le mani sulle spalle e sulla schiena, stretti le braccia così forte da farci male. …sono anni…è pazzesco, pazzesco.”
Non ho bisogno di sapere chi è l’autore di questo romanzo. questo è il suo stile. nessun dubbio…
Il personaggio forte, trascinante, indipendente ma dipendente a sua volta; l’altro, potrebbe essere caratterialmente più forte, ma ne è talmente affascinato da sentirne solo la stima. Sarebbe così facile specchiarsi nell’altro e leggere le stesse paure e le stesse insicurezze, le stesse rabbie e frustrazioni, lo stesso odio e la stessa insofferenza.
Decidere inaspettatamente di lasciare e sparire..
E l’inevitabile recupero dei sentimenti e delle situazioni che prevalgono su tutto, perché sono atavici e non escludibili e fanno parte di te.
Quell’inevitabile vuoto di comunicazione, allontanarsi per anni, ripensando alle lunghe camminate accompagnate da dialoghi infiniti.
Vivere in giro per il mondo e non sentirsi mai veramente a casa.
Senso di mancanza e solitudine che non ti abbandona mai.
“Spero che tu continui a stare molto bene, ti mando tanti baci e tanti pensieri, in questo momento mi sembra che non ci sia nessuna distanza tra noi.”
“E’ un delitto, non sentirsi così a lungo. Siamo due scemi. Le cose finiscono, poi.”
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“Se non riesci a ricordare una cosa,dimenticatela"
Ritroviamo Alex Cross, “Sugar”, detective della omicidi, quarantun anni, un metro e novanta, fisico possente, un fratello maggiore morto per droga, la moglie Maria morta in una sparatoria. Damon e Jannie i suoi figli, Nana Mama la sua saggia nonna.
Deve battersi su due fronti.
A Washington dove ritroviamo una nostra vecchia odiosa conoscenza, Gary Soneji e la sua cantina buia. Ormai lo spietato assassino non pianifica più nulla. Vuole solo uccidere quanta più gente possibile affinché Cross si interessi a lui e solo a lui. Ed ha un solo desiderio: vederlo soffrire.
“Immagina l’inimmaginabile e poi mettilo in atto.”
Contemporaneamente altri fatti accadono.
A Londra c’è un killer che semina il terrore: Mr. Smith. E’ il nome con cui lo chiamano i giornali di Boston.
FBI, Interpol, Scotland Yard, forze di polizia lo cercano senza successo.
Il primo efferato omicidio a Cambridge, nel Massachusetts, ed ora gli omicidi continuano a Londra. Tutto inizia con Isabella Calais.
Thomas Pierce “Doc” dirige le indagini del caso Mr. Smith. Ex studente di medicina a Harvard, laureato, fa parte dell’Unità di Scienze Comportamentali dell’FBI: ne è il profiler di punta. Trentatré anni.
La sua strada incrocerà quella di Cross, quest’ultimo sempre accompagnato dall’inseparabile collega e amico di infanzia John Sampson.
Eravamo tornati. Insieme, come sempre.
Il ritmo della narrazione è serratissimo e coinvolgente. Non mancano i momenti di pausa e tenerezza e passione. Fortemente gradita la scelta di avanzare per brevi capitoli che aiutano chi, non avendo tanto tempo da poter dedicare alla lettura, riesce ad interromperla con meno sacrificio.
E’ giunto il momento della verità.
“Io sono Mr. Smith..”
“Io sono Gary Soneji..”
Buona caccia e….guardatevi da chi vi cammina accanto.
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Sta per arrivare la lunga notte.
L’impressione è che Nesbo abbia voluto scrivere una storia d’amore.
Questa è la sensazione che mi resta al termine della lettura. Certo mi rendo conto che l’impressione è strana. Ma è così. E il risultato è geniale, anche senza il nostro Harry.
Ma posso affermare con certezza che Harry è altrove?
Una vasta umanità, che sembra non ignorare del tutto l’altro.
Rover che si confessa e attende la benedizione. La storia che sta raccontando è orribile.
“Chinò il capo e sentì la mano sinistra di Sonny sulla sua testa calva”.
Un regalo e un biglietto da visita recante la scritta “Officina Rover.”
Sonny, occhi verdi, capelli lunghi e luridi. Alunno modello, wrestler pieno di talento, amato da tutti, sempre disponibile. Sarebbe diventato poliziotto. Anche lui. Come suo padre, poliziotto, corrotto, e con poteri speciali. La vergogna.
Per Vollan, da quarant’anni cappellano del carcere. Poche e chiare istruzioni.
Johannes Halden. Perché aveva accettato di prendere a bordo due grossi sacchi al porto di Songkhla, in Thailandia? Aveva capito che si trattava di eroina…
Nestor e il dogo argentino.
Arild Franck vicedirettore della prigione.
Simon Kefas, ispettore capo della Omicidi. Sulla sessantina, un metro e settanta, viso con solchi profondi, alcune rughe del sorriso. Radi capelli grigi e due occhi che esprimono gentilezza e testardaggine.
Kari Adel appena entrata nella Omicidi. Affianca Kefas.
Martha e il residence di Ila.
…
Aveva capito perché tanti detenuti andassero a confessarsi dal ragazzo. Era per via del silenzio, del vuoto risucchiante che si crea quando qualcuno ti ascolta senza reazioni o pregiudizi, quando pur senza far niente ti invoglia a parlare e a rivelare i tuoi segreti. Nessun secondo fine. Nessuna speranza di ricevere un eventuale premio nei cieli.
“Tutti gli dei della Terra e del Cielo abbiano misericordia di te e perdonino i tuoi peccati. Un giorno morirai, ma la tua anima di peccatore salirà in paradiso. Amen.”
Efferati omicidi, anzi vere e proprie sentenze eseguite con altrettante mutilazioni.
Una presunta talpa nella polizia che riferisce direttamente al capo del narcotraffico e della tratta di esseri umani a Oslo.
Il Gemello.
Una lettera scritta da Ab che si autoaccusa. Kefas che è convinto del contrario. Perché era il suo migliore amico.
Ancora una volta Nesbo è infallibile. Devo interrompere il racconto perché la mia vita continua, al di la di ciò che sto leggendo, eppure mi costa fatica, voglio sapere tutto. E quello schiaffo finale che mi fa tornare di qualche pagina indietro a cercare certezze. Così riconoscibile e rassicurante, non si smentisce mai e ci casco sempre.
Grandissimo e avvincente noir, a tratti pulp, anzi pulp fino al parossismo. Ma Nesbo ci abituati al suo racconto senza intermediazione alcuna. Senza inutili giri di parole. Riesce a non farmi sentire la mancanza di Harry.
Diretto al punto. Di una nuova storia d’amore.
“La vera pazzia è fare sempre le stesse cose pensando di ottenere un esito diverso.” Albert Einstein
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“Impietrito dalla paura.”
Vigilia di Natale, Arthur Kipps è a Monk’s Piece con la sua famiglia.
Durante una estiva gita in calesse con Mr Bentley, suo datore di lavoro, si innamorò della quella casa appena la vide. Aveva trentacinque anni ed era vedovo da dodici.
Di buona salute, tranne che per occasionali malanni di origine nervosa, conseguenza delle drammatiche esperienze vissute.
Esmé Ainley è sua moglie. Vivono insieme con i quattro figli che lei ha avuto dal suo precedente matrimonio.
Sono raccolti intorno al camino, le luci sono spente se non quella del fuoco a illuminare, una vecchia tradizione viene reclamata…a turno si raccontano storie di fantasmi.
Avviene la rottura. Il ricordo corre ad una vecchia storia, accaduta tanti anni prima e sepolta negli angoli più reconditi della mente, latente, pronta a risvegliarsi. In attesa di essere svelata.
Esorcizzare. Attraverso la scrittura.
Dirà che prima dei fatti che accaddero viveva in uno stato di innocenza; poi essa fu perduta per sempre.
Tutto ha inizio con il viaggio verso la remota cittadina di Crythin Gifford..per presenziare al funerale di Mrs Alice Drablow in nome dello studio legale e sbrigare faccende riguardanti la proprietà.
L'attesa della bassa marea per raggiungere la dimora di Eal Marsh House, la dimora della defunta.
Quando la marea sale si è tagliati fuori dal mondo. La Strada rialzata delle Nove Vite diventa solo un'immagine, una vivida reminiscenza, un sogno.
L'incontro con quella donna con la pelle tesa sulle ossa , alta, con una specie di cuffia a mascherarle il viso, abito nero, i segni di una terribile e logorante malattia riconoscibile dall’estremo pallore, occhi affondati nel cranio. Le mani fanno pensare avesse patito a lungo la fame. Deperimento.
Sentire il panico mortale, il terrore dell’anima.
“L’apparizione della donna e la sua espressione spaventosa stava provocando in me un profondo senso di paura. Non mi era mai capitato prima di esserne preda in modo tanto intenso, non avevo mai sentito le gambe tremare, la pelle accapponarsi e tutto il mio corpo farsi freddo come pietra; ma il cuore mi era balzato in petto con tale violenza, quasi volesse saltar su fino alla mia gola arida, per poi cominciare a battere come un martello su un’incudine, mai ero stato afferrato e tenuto stretto da un simile terrore, orrore e presentimento del male.”
Impietrito dalla paura.
Le descrizioni dello scenario sono stupefacenti e rendono perfettamente l’atmosferica tipica del romanzo gotico. La terra che incontra il mare che incontra il cielo. Lo sbiadire dei colori. Il silenzio assoluto, unica compagnia il gorgoglio dell’acqua man mano che la marea avanza.
L’autrice ci catapulta in paesaggi con un sole pallido e un cielo argenteo. Campagna sterminata, solo alberi, siepi scure, erbacce, fossi e canali pieni d’acqua che si trasformano in vere e proprie paludi, immobili, luccicanti e silenziose che si estendono in ogni direzione lo sguardo si volti, fino a fondersi alla linea dell’orizzonte.
Non ho visto il film tratto dal romanzo; è la prima volta che leggo e rabbrividisco. Sento davvero sbattere le porte. Pensavo non fosse possibile una simile suggestione.
Buoni brividi a tutti.
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“Io sono Lui.”
Gli autori nordici mi piacciono particolarmente, ma la criminologia islandese mi mancava.
Siamo nel centro di Reykjavík, nel quartiere di Nordurmyri, località che letteralmente significa palude.
E’ ottobre, Reykjavík è buia, fredda, cupa, piovosa, ventosa, quasi lugubre; ambientazione perfetta per questo romanzo che più giallo non potrebbe essere.
Prosa asciutta ed essenziale quasi scarna. Mi riporta ad Henning Mankell e al suo narrare in modo così impersonale. Senza fronzoli o situazioni eccessivamente dette o mostrate, dialoghi ridotti al minimo. Mancano slanci di amicizia, tenerezze, rapporti saldamente costruiti. Una penuria di dettagli che mi lascia leggermente insoddisfatta. Descrivere in pochissime parole.
Questo è il terzo romanzo della serie, il primo tradotto, mi viene il dubbio che nei primi due qualcosa in più venga svelato, ma non ci giurerei.
Il commissario Erlendur Sveinsson non è un affascinante uomo, non nel senso letterale del termine, almeno.
Cinquantenne, divorziato da tanti anni, ha interrotto i contatti con moglie e figli quando erano ancora piccoli. Di lui sappiano che ha una situazione familiare complicata, che è solo, che non mangia piatti cucinati da chissà quanto tempo e spesso indossa gli stessi abiti e dorme vestito sul divano.
Vive in un bilocale stracolmo di libri, nessuna foto della sua famiglia a tenergli compagnia, solo il triplo bip del forno a microonde.
La figlia, Eva Lind, tossicodipendente sempre alla ricerca di denaro.
Il figlio, Sindri Snaer, ormai al terzo ciclo di disintossicazione dall’alcol.
Agli inizi della carriera alla polizia investigativa, è stata Marion Briem a insegnargli tutto. Una donna di grandissima esperienza accumulata in una vita di indagini di routine. Memoria infallibile. Ancora oggi che è fuori dal giro ricorda tutto dei vecchi casi su cui ha lavorato. Anche di questo caso conserva ricordi abbastanza nitidi.
Non mi è mai capitato di provare autentica ammirazione per la capacità dell’autore nel descrivere situazioni psicologicamente toccanti, infondere quel pizzico di sana paura e insicurezza tanto da pensare…mah forse leggere così al buio non è il caso, magari una luce l’accenderei!!!! Sarà che non ho mai letto horror… erano queste le sensazioni che mi sarei aspettata di sentire leggendo ad esempio Lovecraft.
All’indagine principale si intreccia una sparizione a prima vista ad essa totalmente estranea; a rafforzare la tesi, semmai fosse necessario, che molte verità vengono nascoste sotto una palude di menzogne, di segreti inconfessabili…al limite del macabro. E non solo.
Insomma un romanzo da leggere, che pian piano si svela nel finale, ma volontariamente, nel senso che il punto interrogativo ad ogni costo non mi sembra sia l’obiettivo principale dell’autore, quanto quello di costruire una storia intricata, complessa, risalente a tanti tanti anni prima, senza sensazionali colpi di scena, ma certamente piacevole e suggestiva. In alcune ambientazioni anche troppo.
Io una lampada me la sono accesa…così…per aver tutto più chiaro intorno a me…
“Dal terrore dei nemici custodisci la mia vita.” Salmo numero 64 di Davide.
Buone prossime letture a tutti.
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Un titolo che è tutto.Ma basta?Sono io in ritardo.
LA CASA STREGATA
Recensire questo racconto mi risulta difficile.
Non ho tanto da dire. Ecco perché.
L’ho trovato piatto e anacronistico. Non nello stile quanto nei contenuti.
La narrazione è brevissima e ciò nonostante trovo si dilunghi in inutili descrizioni di famiglie, nomi, legami tra esse, date, tutto ciò spezzandone la suspense e ne farei volentieri a meno.
Non arricchendo rallentano il ritmo, togliendo interesse alla lettura...
Qualcosa potrebbe nascondersi sotto la casa, secondo Ann White, una delle domestiche, morti che si nutrono del sangue dei vivi.
La prima famiglia che vi abita sono William Harris sua moglie Roby Dexter con i loro cinque figli: muoiono tutti in circostanze inspiegabili.
Una serie di morti sempre più sospette si succederanno nel corso degli anni e poi dei decenni.
Tutto ciò finisce con l’incuriosire il protagonista e suo zio, il Dott. Elihu Whipple.
Finiranno per documentarsi ed entrare in quella casa realmente esistita nell’antica cittadina di Providence, in Benefit Street.
C’è una evidente costruzione, quasi forzata, di immagini, odori, nebbie, fumi, funghi di strana natura, e soprattutto una macchia che solo in certi momenti è visibile vicino al camino, per poi improvvisamente scomparire.
Ma bastano gli oggettivi fatti accaduti per riuscire a scrivere una narrazione che dovrebbe incutere sospetto, orrore, ansia, coinvolgimento emotivo, terrore, paura?
Mi sono risposta di no.
Chissà che non sia io ad arrivare troppo tardi a questa lettura.
L’ORRORE A RED HOOCK
Protagonista è un poliziotto, Malone, che si trova a fronteggiare riti sadici e crudeli in una città squallida e piena di immigrati, quasi come fossero simbolo del male e del disordine.
Mi sorprendo....del mio disinteresse nel continuare la lettura. Ho faticato a terminare il racconto perché privo di emozioni.
Ero preparata psicologicamente, pensavo di trovarmi di fronte un racconto da brivido, invece l’horror...non pervenuto!!!
Ho capito di essere certamente in ritardo. Peccato.
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Non è mai tardi x essere chi saresti potuto essere
Ritrovo Carmelo Tancredi, vecchia e simpatica conoscenza, e mi sento già a casa, da amici di cui non ho notizie da un po’, ma che sono rimasti fermi nel mio cuore.
Faccio amicizia con Consuelo Favia, avvocato socio dello studio Guerrieri “uno dei pochi penalisti da cui accetterei di farmi difendere.”
Scrittura sempre invitante alla lettura grazie al suo inconfondibile stile, dove i momenti di cronaca e racconto sono alternati a momenti di ironia e forte simpatia.
Pur tuttavia questo Carofiglio lo trovo più superficiale, come di passaggio tra ciò che ha già detto e ciò che vuole ancora raccontarci.
Ci fa riflettere sulle giustificazioni che ciascuno da’ del proprio operato. Interessante capire il modo in cui l’avvocato le smonta una ad una.
Il tema sono le dichiarazioni che un pentito ha reso ai magistrati dell’antimafia di Bari, dichiarazioni accusatorie a carico del Giudice Larocca, presidente del tribunale della libertà. Il reato è corruzione in atti giudiziari: avrebbe preso soldi in cambio di provvedimenti favorevoli per scarcerazioni.
Questa volta Guerrieri non sa che fare, è combattuto, non sa se sia davvero giusto assumere la difesa dell’amico magistrato.
La soluzione dell’intricato caso alla fine non è solo giuridica, in gioco c’è sempre anche il nostro Guido, i suoi sentimenti e le sue convinzioni, le sue perplessità e i suoi numerosi dubbi. Una passeggiata in bici in una fredda e ventosa giornata può aiutarlo a diventare più consapevole.
Ed entra in gioco l’etica.
“La mia storpiatura preferita era quella di chi, preso dall’ansia della situazione, si faceva ripetere la formula e poi giurava che avrebbe detto tutt’altro che la verità.”
Accanto ai fatti pratici da capire e risolvere c'è l'aspetto umano, le relazioni sociali e non solo.
Le nuove amicizie, i nuovi...problemi?...“Stavi facendo jogging o sentirmi ti turba molto?”
E poi le estemporanee simpaticissime battute che tanto mi fanno ridere. "Era convinta che fare stupide imprudenze in preda agli effetti della cannabis e ridere soddisfatta mentre io la pregavo di smetterla fosse un’efficace tecnica di seduzione. Com’era inevitabile finimmo in una scarpata. Per fortuna nessuno dei due si fece troppo male, ma la moto andò distrutta."
E poi c'è la poesia...Nello studio c’è un manifesto che ritrae due bimbi palestinesi seduti per terra tra le macerie con una frase di Bertolt Brecht che recita: “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.”
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“Quelli come noi. Quelli come me e te”.
I romanzi sull’amore e d’amore non sono facili da scrivere. Non è semplice raccontare momenti, sguardi, modi di comunicare, pensieri, dolore, rabbia, gioia, amore, sesso… ma più difficile ancora è narrare una storia che non sia stata già straletta o vista al cinema nel film più melensi.
“Quello che c’è stato tra noi è l’unica cosa che mi interessa. … Il fatto è che ti amo.”
Ho approcciato la lettura di questo romanzo priva di condizionamenti ma con un’alta aspettativa, conoscendo già l’autore.
La descrizione degli accadimenti si conferma alla De Carlo, mi sale un sorriso di compiacimento quando riconosco, dopo poche righe, il suo stile; non è una critica, aggiunge quella magia che mi spinge ad arrivare alla fine di un romanzo che più breve poteva certamente essere.
Spero in un altro finale. Insomma non mi aspettavo la piega che gli accadimenti hanno preso e il finale a dir poco rocambolesco, assurdo, ridicolo, è davvero spinto fino al parossismo ed è stonante. Mi chiedo il perché di questa scelta…
“Non riesce a credere a quanto siano infantili i nostri impulsi di base: inseguire quello che ci viene negato, scappare da quello che ci viene offerto.”
Eppure…l’ autore ha la capacità di raccontare, una storia si banaluccia e scontata, - lei americana, spirito libero, riccia nei capelli e non solo, pantaloni con tanti tasconi, maglietta, t-shirt e zainetto che ha imparato a liberare da tutto ciò che è inutile portar dietro, trapiantata a Milano da un amore nato dal corteggiamento sicuro e senza tregua di Stefano, avvocato di quelli con una bella macchina, un bel lavoro, un bel vestito, dei bei mocassini, tante feste in belle case con eleganti buffet, un madre strapresente - ma sa essere credibile. Sullo sfondo un caldo che più asfissiante non potrebbe essere e Daniel Deserti, un nome e cognome che dicono già tutto di lui.
“Si rende conto di quanti colori ci sono nei suoi occhi?”
”Questo posto ti assomiglia. … Ha gli stessi tuoi elementi di base. ..qui puoi essere come sei davvero.”
Creando poesia, favoleggia così bene e dettagliatamente particolari che se scritti da altri potrebbero apparire consueti, mediocri; percepisco i loro odori, le brezze,il calore, sentimenti di partecipazione e condivisione, intesa, ma anche paura, distacco, insicurezza, pericolo…sono l’elemento che sovrasta la storia, che pongo in secondo piano. “Comunque se ti interessa ti conosco da molto prima. Da quando? Da molto prima di averti incontrata.”
E’ lo stile De Carlo che cerco e ritrovo nei suoi romanzi, è ciò che voglio e mi aspetto da lui.
Gli perdono le debolezze, ma mi piacerebbe chiedergli, sapere da lui come mai, perché.
Forse voleva comunicarci il punto di vista di un uomo e di una donna, come ciascuno di loro vive la vita o se si fa vivere.
Forse voleva descrivere una storia d’amore tra LEIELUI. A modo suo.
“L’ASPETTO PIÙ ESILARANTE DEL VOLARE SENZA ALI È LA SUA ASSOLUTA SEMPLICITÀ…”
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Non ti rassegnasti mai.
“…E tu cosa volevi che fosse?
Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato incasellato dalle mode dalle ideologie, dalle società, dal potere.
Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è uomo di massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano; siano essi a destra o a sinistra o al centro o all’estrema destra o all’estrema sinistra o all’estremo centro. Un libro sull’eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità, senza arrendersi mai, e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti.”
L’inizio che ne segna la fine - ma è davvero la fine o solo l’inizio?- mi strazia l’anima.
Gli accordi sono categorici: gli hai detto di attendere cinque minuti esatti, non un minuto di più. Eppure…conosco gli accadimenti, so come andrà, ma tifo per te, con tutta me stessa vorrei aiutarti a nuotare più veloce, urlare con te eccomi, aspettatemi, arrivo!!! La Fallaci è neutra, spietata, così…fredda…ci racconta che la barca a motore si muove e se ne va. Ci dice che per tutto il resto della tua vita non saresti mai guarito dal ricordo ossessionante di quella barca che prende il largo senza aspettarti, arrivo, aspettatemi arrivo…La disperazione.
E’ la prima grande disperazione che leggiamo. E’ un racconto che non so immaginare descritto da altri se non da lei. Chi ne avrebbe avuto la forza? L’intensità? Il coraggio? O forse la rabbia? O la rassegnazione? O questi sono i miei sentimenti che semplicemente leggo.
Mi sento stupida. Leggo,semplicemente leggo e penso di poter sapere, penso di poter immaginare..ma non so nulla di Teofilojannacos… Sezione Investigativa Speciale della polizia militare dell’Esa: la centrale delle torture.; del colonnello Nicolas Hazizikis comandante dell’Esa: l’unico aguzzino che non avresti mai perdonato;. il tuo odio cupo, doloroso, testardo; lo scorpione che allungava l’aculeo e te lo ficcava nell’anima; del capo supremo dell’Esa Joannidis che disse è inutile: non parlerà. E ti promise la fucilazione.
E tu che confessi tutti i capi d'accusa: di aver messo gli esplosivi, di aver fatto saltare le due mine, ma ti affligge una pena: non essere riuscito nell'’intento di uccidere colui che viene chiamato presidente. Dopo aver subito l'indicibile è questa la pena a cui pensi e ripensi!
Non sei stanco di vivere, sei stanco di soffrire. Ma tu di sevizie non devi morire.
Il trasferimento alla prigione militare di Boiati..pensi sia il tuo viaggio all’inferno.
Il nuovo direttore Nicola Zakarakis non pensa che a te. Ed ecco l’idea. Girando per un cimitero vede un sepolcro a forma di cappella e capisce che per un demonio come te ci vuole solo una cosa: una tomba. Una cella con forma e dimensioni di una tomba. Praticamente un parallelepipedo dove saresti rimasto rinchiuso per quattro anni. Stavi a Gudì quando apprendesti la notizia. Di nuovo in viaggio per Boiati… accanto alla tua cella tomba c’era anche un piccolo cipressino ad aspettarti.
Dirai sempre che se quella cella non la si vede non la si può immaginare. Il buio era quasi totale.
“Tre passi avanti/ e tre indietro di nuovo/ mille volte lo stesso percorso/ la passeggiata d’oggi mi ha stancato… “
Tre passi? Se ne facevano al massimo due, e subito la testa girava dirà la Fallaci.
“Il vero eroe non si arrende mai, a distinguerlo dagli altri non è il gran gesto iniziale o la fierezza con cui affronta le torture e la morte ma la costanza con cui ripete, la pazienza con cui subisce e reagisce, l’orgoglio con cui nasconde le sue sofferenze e le ributta in faccia a chi gliele impone. Non rassegnarsi è il suo segreto, non considerarsi vittima, non mostrare agli altri tristezza o disperazione. E, all’occorrenza, ricorrere all’arma dell’ironia e della beffa: ovvie alleate di un uomo in catene. “
“NON TI CAPISCO, DIO/ DIMMI DI NUOVO/ MI CHIEDI DI RINGRAZIARTI/ O DI SCUSARTI?”
Per la Fallaci avevi assunto i volti e nomi dei tanti uomini e donne che in tutti quegli anni aveva intervistato e visto morire in giro per il mondo.
“Non avevo mai visto una tua fotografia. Non mi ero mai chiesta nemmeno se tu fossi giovane o vecchio, bello o brutto, alto o basso, biondo o bruno. … ti cercai sicura di non riconoscerti. Invece ti riconobbi immediatamente perché immediatamente le nostre pupille si incontrarono scoccando, e perché quell’uomo mingherlino, bruttino, dai piccoli occhi che bruciavano neri e i grandi baffi che spiccavano neri sul pallore malato del volto non poteva essere che Huyn Thi An e Nguyen Van Sam e Chato e Julio e Mariaghela e padre Tito de Alencar Lima. … ma era la tua voce che mi diceva: Ciao, sei venuta. … Era entrata in me come una coltellata.: gutturale, profonda, intrisa d’una indefinibile sensualità.”
“Ti amo ora e ti amerò sempre”
In fondo la morte è un’amica di chi è stanco. E’ anche una grande alleata dell’amore. Nessun amore al mondo resiste se non interviene la morte. Se vivessi a lungo, finiresti col detestarmi. Poiché morirò presto, invece, mi amerai per sempre.
Leggere questa testimonianza è estenuante. Non è piacevole. E’ un dovere morale poiché anche se non si condividono i fatti, ci insegna che non si può ignorare la forza che ciascuno di noi non sa di avere. Ho provato tante volte e tante volte non ce l’ho fatta. Tante volte ho dovuto abbandonare la lettura. Per le lacrime.
Questa è la storia di una fatica, la storia di un uomo.
E io l’ho semplicemente letta.
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UNO DUE TRE...COCA!
Tre scrittori, un solo tema comune, costruiscono storie per parlarne, per rifletterci su.
E’ sorprendente come ciascuno di loro possa fornirne una interpretazione e scriverne un racconto completamente diverso da quello degli altri, per contenuti ma anche per tono della narrazione.
Li ordino partendo dal più gradevole.
GIANRICO CAROFIGLIO “LA VELOCITÀ DELL’ANGELO”
Sarà che sento Carofiglio così intimo e vicino, ma bastano poche righe, la descrizione del Caffè del Pescatore, a farmi interrompere la lettura, chiudere gli occhi e nella affollatissima metropolitana napoletana sentirmi trasportare sulla terrazza con vista sui frangiflutti e poi sul mare… a bearmi della solitudine del posto, del vento, del rumore delle onde…
Il racconto è bello e toccante, ma la dolcezza e l’intensità delle chiacchiere tra un uomo e una donna che non si conoscono, non servono solo per raccontare, sono le note musicali che ci accompagnano durante la lettura.
Un racconto breve di un fatto breve, non sulla cocaina, ma che la cocaina ha deciso di scrivere in prima persona. Con i sentimenti e tutto ciò che ne deriva.
“Rimanemmo in silenzio per qualche minuto e mi stupii di non essere a disagio.”
“In quel momento balenò un raggio di sole. Era un varco piccolo fra la massa compatta di nuvole bianche, e sembrava che qualcuno ci avesse infilato un riflettore ad angolo basso, puntato sul mare e su un paio di barche di pescatori che oscillavano in lontananza.” …
“Non correre più veloce di quanto il tuo angelo custode non sia capace di volare.”
MASSIMO CARLOTTO “LA PISTA DI CAMPAGNA”
Il racconto di Massimo Carlotto ha toni freddi, distaccati, asettici.
Sembra difficile ed è forse inutile cercare di capire chi siano i buoni e chi i cattivi.
Protagonista è l’Ispettore Giulio Campagna, uno che se ne frega di gerarchie e regole. Ma pur tuttavia bravo e onesto, non rinuncia finché non ha risolto il caso. Di lui si dice eccentrico e un po’ fuori di testa. E’ ciò che lui in fondo pensa di se stesso.
Uno disposto anche ad aiutare a risolvere un caso a un collega e a dargli tutti i meriti per fargli riguadagnare un po’ di stima di se stesso e degli altri. Insomma questo e altro è Campagna.
Un desiderio: tornare all’Antirapine.
Il caso che si trova a dover affrontare lo vede fortemente coinvolto: riguarda Roberto Pizzo “Roby”, ora spacciatore di cocaina, un tempo suo amico di giochi….ma la verità è che il bottino a cui si mira è molto più in alto e pericoloso…
Finale col botto…senza sentimento.
GIANCARLO DE CATALDO “BALLO IN POLVERE”
Voltiamo pagina e atterriamo al racconto noir d’eccellenza.
Ministorie.
Bandite le chiacchiere, zero amicizie, non pervenuta la solidarietà… pochissime pagine bastano al ministro degli esteri del Cartel de Sinaloa El Rubio a ottenere rispetto anche da noi.
E’ inutile sperare per il piccolo Felipe, è subito chiaro che non c’è spazio per i buoni sentimenti.
Vicende di corruzione e di storie che vengono gestite in “amministrazione straordinaria.” Tutto è sporco e venduto. Non c’è speranza per nessuno. Si viaggia sul filo dello squallore…e di una striscia bianca.
Emerge, -ma avevo dubbi?- la capacità dell’autore di raccontare con spietata determinazione anche le scene più tristi e crude. Per quello che sono. In fondo è solo cocaina.
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a quello di Carlotto 3 e a De Cataldo 2
#celadobbiamofare!!!!
In questo saggio davvero molto interessante, in modo chiaro e analitico Alan Friedman si chiede perché l’Italia si trovi in un una tale crisi e di chi siano le colpe: della moneta unica? della mediocrità della nostra classe dirigente? della Germania? dell’austerity impostaci dall’Europa?
Come possiamo uscirne?
Attraverso conversazioni con cinque ex presidenti del Consiglio, Amato, Prodi, Berlusconi, D’Alema, Monti, ma anche Renzi, e non solo, propone una ricetta di riforme per:
abbattere il debito pubblico, sfruttare il patrimonio pubblico senza svenderlo;
effettuare tagli drastici del costo del lavoro e una modernizzazione delle regole del sistema per creare nuovi posti di lavoro;
tutelare le fasce più deboli;
garantire pensioni per tutti ma tagli più aggressivi a quelle d’oro;
promuovere l’occupazione femminile: asili nido e sgravi fiscali;
ridisegnare la pubblica amministrazione, meritocrazia, valutazione, trasparenza totale: Freedom of Information Act;
tagliare sprechi di sanità e Regioni;
istituire una patrimoniale leggera ma equa;
liberalizzare i servizi nell’interesse del consumatore;
varare una politica industriale di investimenti mirati.
Insomma una sorta di Piano Marshall con l’obiettivo di una crescita duratura.
Il titolo del saggio si rifà alla creatura che Giuseppe Tomasi di Lampedusa indica come la più cinica resistenza al mutamento reale: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” Fingere di sposare il nuovo per conservare il vecchio.
Così per decenni gli italiani hanno fatto riforme finte, affinché tutto restasse com’era.
Dobbiamo affrontare questo Gattopardo figlio di una cultura conservatrice e di una cultura democristiana.
Ammazzare questa resistenza culturale al cambiamento, il rifiuto di una vera modernizzazione.
Friedman è cortese ma spietato con tutti...a tutti ricorda colpe e responsabilità; fa rabbia tornare con la mente a una tale carrellata di...volontaria abulia da parte di tanti soggetti che si sono succeduti nel corso di trent'anni alla guida dei governi...
Ripercorre i sotterfugi nascosti dietro la nomina di Mario Monti a PdC nel novembre 2011...e il famoso documento di Corrado Passera di cui Napolitano già sapeva ben prima del novembre...tutto ciò all'oscuro di un Berlusconi preda delle risatine a Bruxelles di Merkel e Sarkozy e che sarà costretto a un passo indietro.
E tuttavia il decreto Salva Italia, il decreto Cresci Italia si rivelano dei flop.
Nulla di fatto su liberalizzazioni, zero politiche per la crescita, nulla sulla tanto attesa patrimoniale, zero sulla valorizzazione del patrimonio pubblico, riforma delle pensioni: dolorosa ma fatta, nessun abbattimento del debito pubblico.
Poi c'è la parentesi di Scelta Civica che Monti dirà un successo per aver tolto voti a Berlusconi e avergli impedito di andare al Governo...se vittoria del centro-sinistra si può affermare quella delle elezioni del febbraio 2013!!!
Il pasticcio della rinomina di Napolitano a PdR con il conseguente patto da rispettare: il governo di larghe intese, Letta-Alfano nel dettaglio, praticamente il nulla di fatto per più di un anno. Un anno completamente perso, come testimoniato da più voci e più correnti.
Ognuno propone la sua ricetta per salvare il paese.
E a ben guardare sono tutte ragionevoli. Sorge allora spontaneo chiedersi come mai quando ne hanno avuto la possibilità perché si siano ben astenuti dal metterle in atto.
Forse potremmo prendere esempio dalla Germania e dalla dura riforma Hartz che una decina di anni fa ha ridotto drasticamente la disoccupazione e non solo.
Ciò che è davvero interessante è la lettura nel dettaglio delle singole politiche che ciascuno propone, argomentate e riportate in modo chiaro, ma anche le dinamiche, la cronologia dei fatti…e mi sorprende che Friedman e Renzi la pensino uguale su molti temi e che il giornalista ritenga che forse ora con lui si stia finalmente uscendo dall’immobilismo.
Sottolineo ancora una volta la capacità dello scrittore di riassumere in così poche pagine tanti fatti e non in“politichese” così tanto di moda…ma probabilmente quando non si vuol far capire nulla di ciò che si sta' dicendo!
Come dice Friedman e non solo, è arrivato il momento: E' ORA.
"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, amare il proprio lavoro […] costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra".
Primo Levi, La chiave a stella, 1978
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E’ sempre colpa del jet lag?
Harry dell’anticrimine di Oslo atterra in Australia.
Affianca un gruppo già in azione: l’aborigeno Andrew Kensington “Tuka”, squadra Omicidi della polizia di Sydney, quello che in Norvegia si direbbe “negro australiano”.
Neil McCormack, Capo del distretto di polizia.
Larry Wadkins, Responsabile della squadra investigativa, affiancato dal suo braccio destro Sergej Lebie.
Yong Sue è il più giovane del gruppo.
C’è da risolvere il brutale omicidio di Inger Holter, cittadina norvegese con un visto di lavoro australiano.
Al racconto mitologico di Narahdarn, il pipistrello che reca la morte nel mondo, si affianca la risposta ai nostri dubbi, ai nostri perché, a ciò che ci era incomprensibile fino a un romanzo fa. Terreno, inizio, incubo, tassello che ci mancava e che ora ci viene finalmente svelato: conosciamo Harry e anche il perché.
Ora sappiamo come tutto è cominciato.
“Per tutta la vita sono stato circondato da persone che mi vogliono bene. Non mi è mai stato negato niente. Per farla breve, non so perché sono diventato quello che sono diventato. … Un alcolizzato.”
Nesbo.
Un noir con tutti i coinvolgimenti e le digressioni e gli attimi di buio totale.
Momenti di autentico disorientamento riflettono lo spirito d’animo e i pensieri di Harry. I continui salti di tempo e di luogo nei suoi racconti, inizialmente spiazzano, ma poi, quando tutto sembra essere distorto, avviene la riconciliazione e ogni cosa inizia a prendere il suo posto.
“Che senso ha?”
“Harry si era perso. … Sentì il fiele bruciare nella fossa nasale mentre si poneva la classica domanda: ma dove accidenti sono?”
Questo romanzo, la nascita di Harry, non deve sorprenderci.
Forse ci destabilizza, a volte ci delude, ma è Nesbo.. E non poteva che essere così, Hole è ciò che abbiamo imparato a conoscere: un “buco” all’interno del quale sprofonda per poi riemergere insieme al suo atavico amore.. no non sto’ pensando ad una donna… e neanche al sesso o all’amore…
“La natura umana è una grande foresta buia.”
Semplicemente, abbiamo intrapreso il viaggio..
Buon inizio.
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Sentirsi allegramente fuori posto.Leggeri.Sun'onda
E’ un romanzo dolce, delicato, ben congegnato, pochi personaggi che scopriamo legati non dalla conoscenza o dall’amicizia, ma da storie e vissuti di difficile convivenza con se stessi e con gli altri, in continua difficoltà tra la scelta di una attiva esistenza o sopravvivenza. Forse alla fine si incontreranno, forse avranno ciascuno reciprocamente bisogno l’un dell’altro per salvarsi e trovare una ragione, per sentire che ci sono e che contano, forse era già accaduto e non ne avevano ancora la consapevolezza.
Un romanzo tranquillo, non nell’accezione di poco interessante, mi trasmette un senso di attesa. Mi fa pensare all’autore come in un momento di particolare calma o riposo nella scrittura.
"Stiamocene per un po’ in silenzio, allora."
Roberto Marias, che dopo la Scuola allievi sottufficiali viene destinato come vicebrigadiere alla stazione di un tranquillo paesino in provincia di Milano. Notato per un intervento diretto a sventare una rapina in banca viene trasferito a Milano a fare il lavoro per cui era entrato nei carabinieri: l’investigatore. Nucleo operativo. Sezione narcotici. Prima operazione: infiltrato. Inizio di una brillante carriera da agente sotto copertura. Qualche mese dopo passa al ROS, Raggruppamento Operativo Speciale, reparto dei carabinieri che si occupa di criminalità organizzata e di terrorismo. La massima aspirazione per un giovane sottufficiale. Sede centrale di Roma.
Roberto Marias e la sua oscillazione tra euforia e tristezza. La sua paura di stare al mondo. Il suo convivere lungamente con la sofferenza tanto da diventare il suo equilibrio. La sua paura del cambiamento. I suoi momenti disforici. Il sentirsi come travolto da un’onda.
Bisogna lasciarsi andare all’onda. “Un conto è aspettare l’onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva.”
Distese le braccia, contrasse gli addominali, fece scattare le gambe. … Si alzò in piedi e la tavola partì. … correndo di nuovo sull’onda…come se non avesse mai smesso…
Giacomo sogna Ginevra, la sua compagna di scuola. Lei in genere non si accorge di lui. Ma un giorno lo chiama per nome, gli dice proprio così: “Giacomo, hai una penna in più? La mia non scrive.” ...“A scuola ci chiamiamo quasi tutti per cognome.”
Io mi sento sulla stessa lunghezza d’onda dell’autore… ascoltando “Stairway to Heaven”…
Giacomo, che la inserisce nella raccolta da donare a Ginevra…
Perché la musica ci aiuta, ci tiene compagnia, ci parla, insomma siamo noi. Sempre.
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Harry….dove sono finiti i Dr. Martens?
La prima protagonista che rincontriamo e un’Odessa russa, pistola mitragliatrice; venti cartucce calibro nove per diciotto millimetri Makarov, capace di sparare sia colpi singoli che raffiche. Le restano dodici colpi. Tre pallottole hanno colpito degli spacciatori kosovari, due hanno ucciso Gusto Hanssen, tre hanno colpito testa e petto dell’ex poliziotto che indagava proprio sulla morte di quest'ultimo, il nostro Harry.
Ma chi ha sparato a Gusto ed Harry?
Perchè Isabelle Skoyen assessore alle Politiche sociali del comune di Oslo e Mikael Bellman capo della polizia appena nominato sperano che Harry muoia?
Chi sono l’agente Anton Mittet e Silje, fresca allieva della scuola di polizia, che si alternano al Rikshospital nella guardia a quella stanza che ospita un paziente talmente alto da avere un letto fuori misura?
Chi ha tentato di ucciderlo? Perché è piantonato? Cosa potrebbe rivelare se si risvegliasse?
Ritroviamo, Beate Lonn capo della Scientifica, Gunnar Hagen capo dell’Anticrimine, lo psicologo Stale Aune, e tra gli altri, Katrine Bratt, agente con alle spalle un ricovero psichiatrico, con diagnosi da maniaco-depressiva a borderline a bipolare a sana. Delle pilloline rosa non può ancora farne a meno, ma grazie a queste riesce a restare in equilibrio, ad avere una nuova vita. Gli incarichi affidatigli sono ancora ridotti al minimo, ma rintracciare persone apparentemente sparite dalla faccia della terra nel suo piccolo ufficio con un potente pc e accesso esclusivo a motori di ricerca di cui anche la polizia ignora l’esistenza è il massimo a cui aspira. Vedere un disegno, là dove altri vedono solo coincidenze, questo è ciò che fa per la Kripos e per l’Anticrimine di Oslo.
Al centro di tutto una indagine, in cui ogni poliziotto ucciso ha a che fare con una ragazzina brutalmente morta anni prima, avendo partecipato alle indagini chiuse con un colpevole mai catturato.
Le situazioni al limite del sopportabile davvero non mancano.
Un susseguirsi di eventi che mi lasciano annichilita. Leggo, non posso crederci, rileggo, saluto. Per un attimo mi dico Nesbo come hai potuto, un dolore fitto, lo sento in gola, una lacrima sale e scende perché è inutile tentare una resistenza.
Nesbo Nesbo...
Che altro vuoi raccontarmi? Quali altre emozioni riuscirai a strapparmi? E forse la musica che ascolto mentre vado avanti nella lettura mi tiene compagnia, mi aiuta, mi consola, mi libera, mi porta via, come solo il rock sa fare, perché come dice Nesbo, è come nella musica, alla fine rimane un’emozione, una commozione.
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"Che ne dici di guardarci un video? Si rispondo"
Se non fosse perché tutta la storia è narrata da Enzo, potrei banalmente definirlo un romanzo di grandi sentimenti e di infinita e irripetibile amicizia. In cui leggiamo dei salti mortali di Denny per sbarcare il lunario, della sua vita con la moglie Eve e la figlia Zoe e il cane Enzo, delle difficoltà per riuscire a tenersele strette, lottando contro gli insormontabili ostacoli che la vita gli parerà davanti.
Se non fosse..appunto. Torno al punto di partenza.
Il romanzo è un doppio. Al racconto dei fatti di questa famiglia si affianca la vita del narratore Enzo e l’eccezionale simbiosi con il suo padrone.
Enzo è il nostro compagno di racconto. Osservatore attentissimo di tutto, alla parole supplisce con l’umido muso.
Nei tanti pomeriggi passati insieme davanti alla tv, Denny gli insegnerà e trasmetterà la passione per le corse automobilistiche e che “Una gara non si vince mai alla prima curva. Ma alla prima curva capita spesso di perderla.” Enzo gli insegnerà a fare i conti con le proprie paure e responsabilità, incarnate nella “zebra” malvagia che alberga nell’animo umano, pronte a venir fuori e schiacciarci e annientarci alla prima nostra debolezza.
“A volte penso che tu mi capisca davvero. E’ come se ci fosse una persona lì dentro. Come se tu sapessi tutto.” Enzo sapeva che era esattamente così. Ma ancora non sapeva come dirglielo.
Enzo e Denny. Denny ed Enzo. Sempre insieme. A preparare la colazione. A guardare la gare di Senna in tv. A impastare i biscotti. Ad andare a passeggio. A farsi le coccole. A raccontarsi. Ad ascoltarsi. Ad attendersi reciprocamente dopo una giornata lavorativa di momentanea separazione. Ad essere ancora e di nuovo e per sempre insieme.
Lui è il suo amico, il suo migliore amico.
Ora che non ce la fa più tanto a sollevarsi come faceva un tempo ci pensa Denny ad aiutarlo. Enzo ci prova ma gli batte forte il cuore per lo sforzo. Denny gli dice di stare tranquillo e gli preme il petto per calmarlo. Gli dice che pensa a tutto lui, e lo solleva senza sforzo, lo culla, ed Enzo gli sente addosso quegli odori così familiari della giornata appena trascorsa.
Escono. Eccolo il suo Enzo.
“Eccolo, il mio Enzo. Mi posa una mano sulla testa e con le dita mi gratta la piega dietro le orecchie. Il tocco di un uomo. Siamo stati insieme così tanto. Gli premo il muso contro la coscia. Mi posa la mano sul cuore. Il mio Denny. E’ tutto a posto mi dice. Mi culla la testa in grembo. Ti voglio bene, amico mio.”
Quando un cane finisce di vivere la sua vita da cane, si reincarna in un uomo. Mi sono sempre sentito quasi umano. Ho sempre saputo di avere qualcosa di diverso rispetto agli altri cani. Questo corpo di cane è solo un guscio. E’ quello che c’è dentro che conta. L’anima. E la mia anima è molto umana.
Ciao mi chiamo Enzo. “La macchina va dove vanno gli occhi.”
Ciao Fuffetto mio.
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OLEG: GELO. E’ SUONATA DI NUOVO L’ORA. PAPA’?
Il peggiore e il migliore è tornato. E cerca di farcela di nuovo.
Vorrebbe occuparsi dell’omicidio per droga di Gusto Hanssen, diciannove anni, spacciatore e assuntore. Trovato cadavere il 12 luglio, morto dissanguato in seguito a un colpo d’arma da fuoco al torace. Ma non può perché interdetto.
Ricompaiono personaggi noti, i tre amici di Harry rimasti in polizia: Bjorn Holm della Scientifica e Beate Lonn della Scientifica e Gunnar Hagen capo dell’Anticrimine.
Mikael Bellman che lavorava alla Kripos ora dirige l’Orgkrim che nel frattempo è diventata la più grande divisione del settore anticrimine ed ha accorpato al suo interno Criminalità organizzata, Antirapina, Antitrafficking, Narcotici.
Oleg.
E’ talmente cambiato da non essere più lui. Indossa un paio di jeans Diesel e una felpa nera con cappuccio e scritta “Machine Head” che evidentemente non può far riferimento ai Deep Purple...
Cinque anni dal loro ultimo incontro, ora ha diciotto anni e soprattutto guarda Harry senza espressione alcuna.
HARRY. SEMPRE SULL’ORLO DEL BARATRO, PER LUI VINCERE O PERDERE NON FA POI GRAN DIFFERENZA.
HARRY. I CANI SCALCIANO.
CERCANO NUOVAMENTE DI AZZANNARTI, GRAFFIARTI, ABBAIANO FINO A NON AVERE PIÙ VOCE E LI SENTI FIN DENTRO L’INTESTINO, STESO SUL TUO LETTO, AD OCCHI CHIUSI, IN COMPAGNIA DELLA PIOGGIA, SPERANDO, ANCORA UNA NOTTE CHE IL SONNO VENGA A SALVARTI.
INVANO.
QUAL È IL NOME DEL TUO VELENO?
“Vengo con te, Harry.” Vengo con te. Vengo con te.
Perché alla fine di tutto c’è lei, lei e poi e ancora e sempre e solo lei.
Riconosco dalle prime righe lo stile di Nesbo, partenza lenta e faticosa, leggera salita, poi pian piano arrivo in pianura, improvvisamente sono in caduta libera verso un finale travolgente…forse sconvolgente. Sicuramente appassionante, fino a creare in me quel bisogno che se non è proprio quello che Oleg, Gusto, Irene, anelano per la violina…è qualcosa che anche io voglio assolutamente appagare.
Violina, protagonista anch’essa di questo romanzo, una sostanza diversa dall’eroina, somiglia più al levorfanolo, la bomba atomica degli oppioidi, un potentissimo antidolorifico; molto di più della morfina e dell’eroina. Con effetti più duraturi. Ne bastano bassissime quantità, soprattutto se iniettate.
Il pericolo deriva dalla dipendenza, è quella a distruggere la qualità della vita.
“Lei crollò completamente. Allora le dissi che avevo qualcosa che avrebbe aggiustato tutto. Preparai una siringa e lei mi fissò con due enormi occhi umidi quando trovai una vena azzurra nella sua pelle sottile e bianca e poi introdussi l’ago.
Mentre abbassavo lo stantuffo sentii gli spasmi propagarsi dal suo corpo al mio. La sua bocca si aprì come in un orgasmo muto. Poi il flash calò una tenda scintillante sopra il suo sguardo.…”
Non condivido chi dice che questo romanzo ha un finale prevedibile. Ritengo sia l’unico possibile, e non perché voglio a tutti i costi, ancora una volta, santificare questo scrittore.
Penso solo sia molto bravo e tanto furbo.
Penso che la lettura crei una fantastica e perversa dipendenza, ed è bellissimo il legame che si instaura tra l’autore e chi lo legge.
I protagonisti prendono forma e hanno vita propria, anche se solo per la durata di una storia. Per poi ritornare a vivere in me in quella successiva. E’ straordinario e anche divertente.
Certo…è un’arte, e come tale capacità di non tutti gli scrittori.
Ma probabilmente dipende maggiormente dalla disponibilità a liberare la mente per farsi portare dagli eventi, per viverli.
Harry, sei andato a Hong Kong, ma sei riuscito a sottrarti agli spettri? Sono diminuiti?
Con gli spettri il segreto sta’ nell’avere il coraggio di guardarli abbastanza attentamente e a lungo da capire che sono appunto questo. Spettri, morti e impotenti.
HARRY…LI SENTI ANCORA I CANI?
"È un po' come nella musica. Non saprei spiegare, ma alla fine vorrei rimanesse un'emozione, una commozione.”
Jo Nesbo
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Che stai facendo? Che stai facendo?
Il racconto di una discesa negli inferi dei comportamenti umani. E non solo.
“Poi il mondo, il mio almeno, ebbe un’accelerazione improvvisa.”
Un’amicizia pericolosamente eccitante e coinvolgente che non sai dove ti condurrà, capace di farti dimenticare che tuttavia, lì, proprio, non vorresti essere condotto.
Un rapporto segreto ed esclusivo consumato in squallide bische e con squallidi individui che non vorresti mai più rivedere.
“Ci sono molte cose che non ho mai saputo, di lui.
Fino a una notte nelle vacanze di Natale del 1988 la nostra conoscenza era stata del tutto superficiale.
…
Fino a quella notte, nelle vacanze di Natale del 1988, ci eravamo soltanto sfiorati.”
La sensazione di onnipotenza, provare che tutto è possibile e anche facile da conquistare.
Tutto meravigliosamente perfetto, mentre intorno volti e sentimenti e legami iniziano a sgretolarsi e a scomparire.
Il realizzare troppo tardi quella sensazione di claustrofobica ansia di non riuscire a tornare indietro, il non riconoscersi nei propri pensieri e nei propri comportamenti e sentire più forte il bisogno di proseguire comunque nel cammino verso la distruzione.
Sentirlo chiaramente quell’attimo nella vita in cui tutto cambia per non ritornare.
La purezza persa per sempre. Prenderne coscienza in un momento, ma essere già saltati dal precipizio. Cadere.
“Io andavo incontro al mio destino. Definitivamente.”
La vergogna, di non saper dire di no.
Ma parallelamente avvengono altri fatti, in una Bari notturna, solitaria e minacciosa…caratterizzata anche da androni umidi e puzzolenti di urina di gatto… che Carofiglio sa raccontarci in modo così dettagliato, tanto che mi chiedo se l’ho visitata almeno una volta… cosa accade veramente…chi sono questi altri personaggi che intrecciano la storia di Giorgio e Francesco…l’elemento thriller si sovrappone all’altro racconto.
“Non muoverti e conta fino a trecento.”
I personaggi normalmente pochi ma netti e precisi.
Il legame che si instaura in un istante.
Loro che ti sorprendono sempre.
La narrazione intervallata da momenti di inattesa allegria, estemporanea. Per ritrovarti, già di nuovo, faccia a faccia con gli eventi.
Gianrico Carofiglio è una scoperta che si rinnova, la sua compagnia sempre dolce e accogliente. Insomma....non dico altro.
“Il passato è una terra straniera: le cose avvengono in modo diverso da qui.”
Buon Gianrico Carofiglio a tutti.
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L’ombra della verità…l’ombra dei miei dubbi!!
Will Trent fa parte del CAT “Special Criminal Apprehension Team”: un settore del Georgia Bureau of Investigation istituito per aiutare il servizio d’ordine locale nella cattura dei criminali violenti.
La Slaughter ci parla di lui attraverso il suo corpo, una mappa della sofferenza: cicatrici lunghe e sottili sulla schiena dove la pelle è stata lacerata da una frusta; la sua coscia dove la plastica è stata fatta per rimediare alle ustioni da corrente elettrica; la mano destra spezzata per ben due volte, la gamba sinistra fratturata in più punti; il labbro superiore spaccato per i tanti pugni ricevuti.
La dislessia considerata un fallimento personale.
Il suo fascicolo personale “sigillato.”
Il suo punteggio di risoluzione dei casi :l’ottantanove per cento.
Potrei andare avanti, ma non mi basterebbe a farmi un’idea di Will.
A fine lettura Will Trent non lo conosco quasi, e questa insufficiente conoscenza non mi basta.
Ma anche gli altri protagonisti, Angie e John, sono molto poco delineati.
L’autrice ne parla lungamente, ma a vuoto. Nulla di ciò che racconta raggiunge lo scopo della caratterizzazione del personaggio, e il tutto si rivela inutilmente stancante da leggere. Nonché eccessivamente prolisso e a tratti noioso.
La violenza dei toni rende la lettura spiacevole e il romanzo troppo crudo e inutilmente brutale.
Anche Patricia Cornwell di cui io sono convinta lettrice, non disdegna i particolari degli efferati crimini. Ma qui non mi è piaciuto lo stile di narrazione ecco. Il raccontare scene e accadimenti all’improvviso e senza ulteriori spiegazioni mi sembra fine a se stesso, inutile.
Mi aspettavo molto di più da questa scrittrice, così stimata e amata.
Come ho letto in altra recensione, anche io trovo deleterio accennare a Will per poi riparlarne nuovamente dopo un centinaio di pagine.
Colpi di scena praticamente zero.
Sul gran finale l’attenzione si fa più concentrata, ma la capacità narrativa continua a non convincermi, e neanche mi soddisfa.
Peccato perché “Genesi” mi aveva incuriosita a ricercare l'inizio della storia.
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E anche perché le darò un'altra possibiltà...e spero sconvolga tutti i miei dubbi e perplessità.
“A noi preme soltanto il bordo vertiginoso..." R.B
“Ti ricordi il corridoio di casa della bisnonna, con i suoi odori di naftalina, di vecchi abiti, di gatto. L'interruttore era proprio a metà strada fra il soggiorno e il bagno. Per andare a fare pipì bisognava dunque percorrere un bel pezzo di quell'oscurità minacciosa.”
“Poi c'era il buio della tua cameretta, il luogo più familiare di tutti dove a volte però ti capitava di svegliarti nel cuore della notte in preda agli incubi. In quei casi dovevi accendere la luce e leggere, fino a quando non filtravano le prime luci dell'alba e potevi riaddormentarti, anche se solo per poco.”
Lui ha la capacità di raccontare anche la mia infanzia. Risvegliare i miei pensieri e immediatamente le mie emozioni.
E dunque, anche se questo romanzo non è il miglior Carofiglio letto, non riesco a non abbandonarmi, a non farmi trasportare dai miei ricordi e dalla sua abilità di evocarli. Anche i più lontani e ormai nascosti, che pensavo dimenticati per sempre.
Voltata l’ultima pagina, chiuso il libro, mi resta, come sempre, un senso di dispiacere e di intimità; è come se fossi rimasta immersa a riflettere sulle mie vicende e adesso le sento quasi più normali, comuni e condivise; e le tristezze e rabbie e frustrazioni risvegliate le sento più sopportabili, perché in fondo penso che sono un cammino comune nella vita di ciascuno.
Se Errico realizza con coraggio e volontà i suoi pensieri, mi dico che anche io in fondo ho fatto lo stesso e ora, a distanza di tanti anni, i successi sono più vivi e rivivono quasi più felici di allora.
Leggere e riflettere su me stessa mi sembra strano. Ma inevitabile.
Con Carofiglio accade ineluttabilmente. E semplicemente penso… non è che ci conosciamo? No a Bari no, no neanche dal barbiere! Ma altrove, sul bordo vertiginoso delle cose sicuramente si.
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Una bella copertina, anzi bellissima e dolcissima.
Copertina che cattura da subito la mia attenzione.
Incipit interessante, penso sarà certamente uno di quei romanzi col quale coccolarsi dopo una faticosa giornata lavorativa.
Non che mi sia pentita di averlo acquistato e letto, ma sono tanto delusa nelle mie aspettative.
Superficiale è il primo aggettivo a cui penso.
Non perché gli argomenti e gli accadimenti non siano raccontati, anzi, forse lo sono anche troppo.
Basta poco e la lettura diventa noiosa e ripetitiva; il tono sempre uguale, piatto e impersonale. Insomma tutto ciò che sembrava promesso è rimasto tale: una promessa non mantenuta.
La storia narra fondamentalmente l'amicizia forte e per certi aspetti improvvisa tra tre donne; ma l'autrice non è stata capace di raccontare e trasmettere sensazioni ed emozioni, nonostante il tema scelto fosse "facile" e di sicuro impatto emotivo.
Il romanzo resta freddo, fine a se stesso e senza coinvolgimento alcuno.
Non lo consiglierei, non perché lo ritenga brutto, ma inutile; e questo è certamente peggio.
Le emozioni che provo nell'immedesimarmi nelle situazioni raccontate sono semplicemente mie, derivano dall'annichilimento al pensiero di tanto dolore, non mi arrivano dalla capacità della scrittrice di trasmettermi le sue mentre scrive e descrive.
Insomma, è solo un momento di grande tristezza, di cui avrei fatto volentieri a meno.
Il finale così banalmente prevedibile....proprio non riesco a perdonarglielo!
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IL TEMPO E' FINITO.
Terminato questo ultimo capitolo della fantastica avventura che vede protagonisti i nostri amici: Ian alias Jean de Ponthieu alias Falco d'Argento, Daniel, Jodie, Martin, Ty, Donna, Guillaume de Ponthieu, Isabeau de Montmayeur, Etienne de Sancerre, Henri de Grandpré, Henri de Bar,Thibault de Chailly, Geoffrey Martewall, Beau detto "Coda di volpe", ..., mi sento allo stesso tempo soddisfatta e un po' più sola.
Il viaggio nel tempo è finito anche per me, e mi fa strano pensare che quelle belle e intense emozioni, così come i loro volti e i loro caratteri, si siano dissolti nell'ultima pagina del libro e siano poi spariti chiudendolo definitivamente.
La mela luminosa di Hyperversum, il passaggio tra il ventunesimo e il tredicesimo secolo, si è spenta per sempre.
La storia mi ha sentimentalmente coinvolto.
L'autrice ha saputo raccontare vicende davvero trascinanti. Chissà se ha mai pensato al vuoto che si sarebbe venuto a creare in noi lettori a lettura ultimata.
La sensazione è quella di uscire per sempre da un'ambientazione, e rituffarsi nel tran tran quotidiano, consapevole che un po' di emozioni tue sono rimaste lì' con loro...e tante altre loro resteranno dentro di te.
Strano e straordinario come un romanzo, pur avvincente, riesca a scatenare in te una quantità tale di suggestione tanto da farti pensare...ma è davvero solo un romanzo, o leggere libri è vivere momentaneamente una vita che non è la tua?
A me succede spesso così.
Immedesimazione?
Mi fa un po' strano ammetterlo, e forse un po' mi imbarazza anche, ma poi mi dico che la lettura è anche condivisione, e se riesco a lasciarmi andare e vivo intensamente sulla mia pelle ciò che mi scorre sotto gli occhi, non più solo parole messe in riga una dietro l'altra, ma coinvolgenti impressioni, gioia, disperazione, rabbia, incredulità, meraviglia, sollievo, rassegnazione, commozione, insomma... non è proprio tutto questo che voglio da un libro?
….
La scrittura è semplice, senza grandi pretese, ma non dimentichiamo che il romanzo è diretto a un pubblico anagraficamente giovane, dunque la prosa è leggera e scorrevolissima, poco poco impegnativa. Forse troppo.
Infine, una nota divertente che io amante del rock non posso non apprezzare....cara scrittrice, sospettavo il tuo animo rockettaro, ma la citazione riguardante i mitici Guns N' Roses ammetto mi ha lasciata di stucco! Complimenti!
Ora capisco di più come si è venuta a creare questa grande intesa di sentimenti tra noi!
Doppio plauso.
“Daniel sobbalzò, avvertendo la presenza, e si girò di scatto. Rabbrividì quando il destriero bianco e feroce gli nitrì quasi in faccia, allargando le froge frementi. Sulla sella si ergeva il cavaliere visto solo poco prima: alto, potente, spada in mano. Lo scudo, ora ben visibile, era bianco ed esibiva una fascia verticale azzurra, nella quale era disegnato un falco d'argento.
Il Falco d'Argento.
A Daniel parve che il cuore si fermasse davvero. Aprì la bocca, gli mancarono le parole, cercò di respirare attraverso il groppo che gli stringeva la gola.
Il cavaliere del Falco era immobile, irrigidito in una posa che tradiva il suo totale sbalordimento. Infine si passò lo scudo a tracolla, ripose la spada nel fodero e si tolse l'elmo con entrambe le mani per guardare l'americano faccia a faccia.
Dio mio..pensò Daniel e la stessa invocazione passò negli occhi azzurri dell'altro giovane che gli stava davanti.
Daniel, sei...davvero tu? Domandò Ian Maayrkas in un soffio incredulo.
La visione si fece sfuocata e Daniel dovette sbattere le palpebre per liberarsi gli occhi dalle lacrime. Finalmente..mormorò.”
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Per volare con la fantasia in mondi lontani e impossibili.
Per volare.
Ossessione, rabbia,vendetta. Disperatamente H.HOLE
Il nostro detective Harry ci fa davvero penare. Tutto ciò che gli accade è una ferita anche per noi. Lui che non teme il pericolo, pronto a lanciarsi nel ghiaccio e nel fuoco…per forte senso di responsabilità o di totale irresponsabilità??? Agisce d’impulso, sceglie sempre la via più rischiosa e dolorosa, il suo corpo e il suo volto portano i segni di nuove battaglie che quasi da solo ha dovuto affrontare.
Harry, quarant’anni, capelli biondi a spazzola, clavicole in evidenza, espressione torva, solita notte di incubi, occhi rossi e naso tempestato di grandi crateri neri.
Le occhiaie che cerca di mascherare con una doccia calda, asciugamano e colazione, consumata nel suo piccolo appartamento in Sofies Gate, e diventa il commissario Hole dell’anticrimine di Oslo.
Il primo saluto quando entra in ufficio è per la Società dei Poliziotti Estinti: Ellen Gjelten, Jack Halvorsen, Bjarne Moller. Restano i suoi quasi unici, veri amici.
E poi c’è il lavoro. La sua ossessione, la sua rabbia, la sua sete di vendetta. Insaziabile e implacabile.
Nella caccia all’Uomo di Neve è affiancato da una nuova squadra speciale: gli ispettori Magnus Skarre, Katrine Bratt, Bjørn Holm. Eh si che i suoi collaboratori e superiori lo guardano e giudicano con quel pizzico di sana follia che gli sta’ così tanto bene.
Impegnati in questa diabolica indagine anche il capo dell’anticrimine Gunnar Hagen, l’ispettore dell'ufficio persone scomparse Thomas Helle, l’agente della KRIPOS Espen Lepsvik.
Ma lui è sempre e solo uno: Harry Hole.
L’indiscutibile bravura di Nesbo stà nel riuscire a dirti tutto in piccole pillole.
Gli accenni ai fatti e ai protagonisti degli accadimenti sono in ogni pagina, e tuttavia non riesci a coglierli! Trovo che questo modo di narrare, svelandoti tutto, pur senza riuscire a scoprirsi completamente, faccia di lui uno scrittore che si legge d’un fiato e questo lo aiuta a tingere le pagine del suo noir di giallo.
L’incipit è affascinante e accattivante.
E non ti bastano poche righe, vuoi subito leggere di più, sapere di più, l’attaccamento morboso nasce immediatamente.
Pochi minuti con Hole e sei già tutt’uno con lui e con i suoi pensieri. Sei nella sua testa e nei suoi ricordi.
E senti ancora il bisogno di lui..
Indicazioni utili
In quale secolo eravamo rimasti?
Hyperversum, è un simulatore di avventure storiche virtuali e consente ai giocatori di trovarsi in qualsiasi periodo passato semplicemente con l'aiuto di un visore 3D, cuffie, e guanti in fibra ottica.
Li abbiamo lasciati catapultati nel Medioevo...
Terminato questo secondo libro della saga che vede protagonisti gli amici-fratelli Daniel Freeland e Ian Maayrkas, sono subito passata al terzo e ultimo, perché la curiosità di arrivare alla conclusione è tanta, e anche perché in loro compagnia ci stò davvero bene.
Il primo romanzo mi ha coinvolta ed entusiasmata senz’altro di più, la storia è coinvolgente fino alle lacrime, e si entra pian piano nelle vite dei protagonisti del racconto, impari a conoscere tutto di loro, a scoprirne i rapporti reciproci.
Insomma, diventano miei amici e mi sento come se fossi lì con loro e stessi anche io per vivere questa fantastica avventura.
I volti di Ian, Daniel, Martin, Jodie, Donna, Carl, Jerome, Isabeau, Guillaume, Etienne, diventano così familiari che riesco ad immaginarli fisicamente e nell’abbigliamento…. Nelle battaglie avverto la violenza dei colpi di spada e la velocità delle frecce scagliate dagli archi che ti sfiorano il capo; insomma le loro paure ed emozioni sono diventate le mie.
Giunti a questo punto, nella lettura, li conosciamo tutti profondamnete e possiamo subito addentrarci nel cuore degli accadimenti storici: la rivolta dei baroni inglesi contro il Re Giovanni Senza Terra, e l’assedio di Dunchester da parte del barone di Salisbury, William Lunga-Spada. Assedio a cui prenderanno parte anche Ian e Daniel, che si inseguono sempre, per vicendevolmente proteggersi.
L'amicizia, ancora una volta il sentimento che li aiuterà nei momenti più difficili.
Intorno alla narrazione di scontri e combattimenti e assalti, fanno l'ingresso nuovi personaggi che iniziamo ad apprezzare, altri apertamente ostili, uno per tutti Geoffrey Martewall, Leone di Dunchester, cavaliere inglese che vuole assolutamente saldare il conto in sospeso con l’odiato Ian, colpevole di avergli ucciso l’amico, Jerome Derangale.
I colpi di scena, i cambi repentini di situazione non mancheranno, e tutto ciò che ci sembrava ovvio e scontato si ribalterà continuamente. Fino alla conclusione, forse un po’ scontata si, ma emozionante solo come i racconti fantastici per ragazzi sanno essere.
E se allora sognare non ha età…perché meravigliarsi se un romanzo che non eccelle certo per lo stile, poco impegnativo nella lettura e forse anche nella scrittura, riesce a suscitare grandi e forti emozioni anche in chi è più adulto???
Beh, lasciamoci senza indugio trasportare in giro per il mondo,senza tempo e senza riserva alcuna, dai nostri amici libri...e...fantastici sogni a tutti.
Buone letture e buon viaggio.
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“Quando torniamo a casa?”
Leggi un romanzo, ed è la trasposizione letteraria del tuo peggior incubo. E non vorresti mai sapere, né tantomeno leggere, che ciò che più ti spaventa esiste, è un incubo reale. E allora il coinvolgimento emotivo ti schiaccia.
“Forse crediamo alle coincidenze solo perché non sopportiamo di pensare alle possibili alternative.”
Chissà perché con questo autore ho difficoltà nei sentimenti; cioè a fine lettura sono sempre un po’ inquieta da un lato e insoddisfatta dall’altro.
È sicuramente un romanzo ben congegnato e angosciante, ma freddo. Non tanto per le vicende narrate, perché la storia è raccontata proprio con questa modalità di narrazione. Ma a fine lettura mi è rimasto un senso di profonda tristezza e mi sono chiesta perché.
Forse perché l’aspetto umano non è l'elemento fondamentale.
Nulla ci parla di questi protagonisti che conosciamo si, ma è come se restassero latenti, ciò che conta sono solo i fatti che sembrano quasi svolgersi indipendentemente da loro, come se non ci fosse un legame tra vicende e persone coinvolte. Insomma come se l’autore non fosse riuscito appieno a creare un’unica voce, non fosse riuscito ad amalgamare il tutto.
Ma chissà che questo aspetto da me criticato non sia il suo vanto e la sua bravura, il suo pregio nel riuscire a ricostruire in modo freddo e distaccato racconti così tetri.
Tuttavia avverto un vuoto, una mancanza. Il mio bisogno di affezione non viene appagato.
Ho avuto la stessa sensazione con “La psichiatra”.
E poi c'è il silenzio.
Il silenzio, tema ricorrente, mi inquieta.
Quel silenzio che si fa...sentire. E' questo il silenzio che mi annichilisce e da cui io cerco di fuggire.
“Ma ancora più opprimente della tenebra era la quiete, mentre Jan Forstner imboccava la strada verso il reparto 12. Frugò nei ricordi alla ricerca di una melodia che potesse scacciare il silenzio dalla sua testa. Questa volta gli risultava più difficile, perché invece di ricordi acustici nella sua mente riaffiorarono immagini. "
“Il silenzio nell'ampio ufficio era insopportabile. … Jan Forstner cercava di mascherare il proprio disagio, quello strisciante malessere che lo assaliva sempre quando intorno a lui regnava un silenzio nel quale si sarebbe potuto sentire cadere uno spillo.”
“Se in quel momento si fosse trovato a casa oppure in giro in macchina, avrebbe acceso la radio. Una stazione qualsiasi. L'importante era avere voci e musica che mettessero fine al silenzio.”
Forse questo autore mi coinvolge più di quanto penso.
Forse non sono completamente libera e a mio agio durante la lettura.
Forse non vorrei fosse così.
“...la panchina era vuota. C'era solo il dittafono.”
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Un modus operandi: Temple Brooks Gault.
Ogni tanto sento il bisogno di riprendere in mano il filo del racconto delle vicende di Kay e company. E’ come ritrovarmi in famiglia, in compagnia di amici cari, di cui per un po’ non ho avuto notizie.
Voglio sapere Kay, Marino, Lucy, Benton, e anche i personaggi minori, ma che ricorrono nel corso delle indagini e che sono così ben descritti, cosa stanno combinando.
La dottoressa Kay Scarpetta è sempre a caccia e a sua volta minacciata da Temple Brooks Gault, trentun anni, cintura nera di karate, che nel frattempo ha ucciso l’assistente di sala di Kay, il direttore del carcere, la guardia Helen.
Ritroviamo Lucy al lavoro presso l'ERF, il luogo dove l’Fbi promuove la ricerca e la progettazione di tecnologie top secret, dai sistemi di sorveglianza fino ai robot. Ed è lì che Lucy ha elaborato il Crime Artificial Intelligence Network, alias CAIN, un sistema informatico centralizzato, che collega i vari dipartimenti di polizia e le altre agenzie investigative, con un enorme database gestito dal VICAP, il Programma Verifiche Incrociate Crimini Violenti; serve ad allertare gli agenti di polizia nel caso in cui rischiano di avere a che fare con rei violenti che hanno già stuprato o assassinato qualcun altro altrove.
In questo romanzo si chiude una “fase investigativa”; il racconto è pieno di colpi di scena e ricco di suspance.
Sottolineo e come sempre ammiro ed apprezzo la capacità descrittiva, la capacità di trasmettere il senso del freddo e del gelo e della neve che inizia a sciogliersi e poi del bagnato della pioggia e quel continuo senso claustrofobico dell’essere spiati…trovo sia una peculiarità della scrittrice davvero eccezionale.
Il racconto si legge tutto d'un fiato, e lascia sempre aperta una porta ai futuri accadimenti.
Ma più di ogni altra cosa, si rafforza il legame con i nostri amici, che con nostalgia andiamo a ricercare nel prossimo romanzo; ed anche se tra una lettura e l'altra passa un po' di tempo, è come se il tempo, quando riprendi in mano un successivo racconto, si fosse proprio fermato ad aspettarti.
A presto!
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Mario...che rompe il vetro e salta fuori.
Questo romanzo è davvero scritto benissimo. Lo stile di scrittura mi colpisce immediatamente e positivamente, così pulito, senza inutili fronzoli, né sbavature, lo trovo perfetto, asciutto ed elegante nella sua essenzialità.
E' talmente ben scritto che i racconti di una vita scorrono giorno dopo giorno e anno dopo anno senza affanno, senza stancarti; sento nascere in me che leggo un pizzico d'ansia è vero, ma ciò nasce dal profondo legame che già sento con ciascuno dei protagonisti. Dalle aspettative che ho.
Il carattere dei vari personaggi così ben delineato; lentamente ma profondamente partecipiamo ai rapporti di amicizia che tra loro vengono ad instaurarsi.
Mario lo conosciamo a quattordici anni, poco amore e stima di se stesso.
Ci appare abulico, senza particolari impegni pomeridiani, nessuna voglia di ritornare a casa dopo scuola, nessun appuntamento che gli faccia pensare con ansia alle prossime ore; tutto è assolutamente piatto e noioso e privo di interessi stimolanti. Poi nella folla compatta e urlante che si riversa in strada all'uscita da scuola, scorge “lo sguardo di uno che cerca di farsi largo con un’espressione di estraneità concentrata. E’ uno sguardo da ospite non invitato, da passeggero clandestino: uno sguardo che prende distanza dai suoi stessi lineamenti, dal suo stesso modo di girare la testa a destra e sinistra.”
Conosciamo attraverso Mario e le sue prime impressioni Guido Laremi. Mi colpisce che di quest’ultimo si parli spesso citandolo per nome e cognome. Non solo il nome come per Mario, Roberta o Martina o Chiara o Werner o i gemelli….altre persone con cui trascorreremo tanti intensi momenti, ma Guido Laremi: come a voler sottolineare doppiamente la sua identità.
Guido, così disperatamente ostile alla civiltà industriale, colpevole di aver assuefatto gli uomini e subordinato la loro vita a quella delle macchine.
Guido e il disprezzo nei confronti di tutto ciò che vediamo e desideriamo, la smodata ricerca di acquisti che non ci sazieranno mai, ma che ci spingono a lavorare solo per guadagnare sempre di più.
Guido e il suo non capire il bisogno di possedere per sentirsi felici.
All’apparenza autodistruttivo e incosciente non nasconde la rabbia per il mondo com’è.
“Non mi sembra affatto di essere meglio degli altri: è l’idea di vedere i miei difetti moltiplicati per centinaia di volte che accentua la mia insofferenza e la riflette tutto intorno.” Mario
“Lo so come ti senti. E’ come essere dietro un “vetro”, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l’unico modo è “romperlo”. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti”. Guido Laremi
Guido e Mario, i soliti colpi a mano aperta sulle spalle per ristabilire un contatto.
Intanto arrivano le contrapposizioni, violente, di Mario e Guido, anarchici , contro i picchiatori del Movimento degli Studenti, picchiatori stalinisti, figli di avvocati e medici e commercianti.
Assistiamo a risse in strada tra fascisti e comunisti e alla prime assemblee organizzate nella palestra della scuola, dove se ne discutono i problemi: vecchiezza dei programmi e dei metodi, ostilità dei professori ai cambiamenti, la colpa della scuola nel rendere il paese e gli studenti fuori dal mondo.
Arriva il 12 dicembre 1969 e la strage di piazza Fontana.
Mario, cambiato, maturato, cresciuto improvvisamente a seguito della morte del patrigno. Il decidere come investire la piccola eredità lo porta in giro per l’Italia, fino a far tappa e porre radici a Gubbio, Località Due Case: due vecchie case di pietra su un pianoro circondato da boschi di querce e carpini e campi abbandonati. Diventano il centro del suo nuovo equilibrio. Si sporca le mani, rinforza le braccia, sopporta pesi sulle spalle, carica e scarica carriole di pietre in una frenetica e spossante attività che per la prima volta lo fa sentire vivo. Il paesaggio intorno e le colline gli danno la serenità tanto a lungo cercata. “Una porzione di mondo fuori dal mondo”.
La casa che si riscalda del calore di Martina e Chiara e acquista colore e rumori e sapori e odori nuovi.
Mi fanno dolcemente sorridere gli slanci di solidarietà e fiducia nel prossimo, l’essere pronti a dare una mano a chi ne ha bisogno, come per Werner, che in una notte freddissima di gennaio va a bussare alla porta di Mario, Martina e Chiara e trova calore e accoglienza.
Sarà parte essenziale della famiglia a lungo. Fino all’arrivo di Guido. Ancora e sempre Guido, che ritorna per poi ripartire.
Leggendo mi convinco sempre di più che l’arma giusta per far accadere le cose sono l’amicizia disinteressata, la solidarietà, il sapersi soccorrere reciprocamente quando ci si trova in difficoltà.
Mario lo fa più e più volte, sempre pensando a Guido, mai mettendo avanti se stesso e la sua posizione sicura e tranquilla.
Mario è l’esempio positivo di chi riesce a star con se stesso tutto il tempo necessario per crescere e conoscersi e rafforzarsi per affrontare il mondo e le difficoltà, colui che si rimbocca le maniche e stende le sue braccia per primo se c’è da lavorare, quello che si mette in macchina e affronta km e km per aiutare un amico a realizzare un sogno.
E' lui il mio eroe in questa bellissima storia di vite.
Mario, sempre pronto a soccorrere e medicare le ferite, incerto per sé ma sicuro per gli altri.
Lui ai miei occhi diventa la casa sicura in cui ripararsi per proteggersi dal freddo e dal vento nelle notti disperate.
Il finale è drammaticamente strepitoso e mai lo avrei immaginato.
Non mi riferisco a Guido evidentemente, perché questa scelta dell'autore è certamente più prevedibile; mi riferisco a ciò che succede dopo, e che non voglio svelare, per chi come me ha approcciato questa lettura assolutamente all’oscuro dei fatti e degli accadimenti.
Nella commozione mi sono riconciliata con Guido, in un attimo i sentimenti che provo per lui sono diventati chiari, ho capito o forse accettato alcuni passaggi o situazioni che non capivo o non volevo accettare. Ma il pensiero poi corre di nuovo a Mario e mi sento ancora più vicina e più riconoscente a lui, indiscusso eroe di questa saga familiare, lui che ha imparato a guardare oltre il vetro e anzi a romperlo e a saltar fuori.
“Nell’amico c’è qualcosa di noi, un nostro possibile modo di essere, il riflesso di una delle altre identità che potremmo assumere.”
Andrea De Carlo
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Nessuno èstato qui.Questa è opera di Nessuno,amico
Gli assassini si fanno chiamare Jack & Jill e lasciano biglietti in versi sulla scena del delitto. Si divertono a giocare con i media e si godono le luci della ribalta e la macabra notorietà. Ma ciò che è più preoccupante, è che uccidono senza lasciare alcun indizio. Sono killer di altissimo livello. I loro nomi sono gli stessi nomi in codice che i servizi segreti usano per indicare il presidente degli Stati Uniti e sua moglie. E questo dettaglio non sembra proprio una coincidenza.
Jack & Jill hanno scelto Washington per i loro omicidi e come obiettivo rappresentanti del governo e politicanti prima e giornalisti ed attori poi.
I loro delitti a sangue freddo, caratterizzati da sadismo sfacciato sono l’opposto di quelli che vengono compiuti alla Truth School, dove assistiamo a violente esplosioni di furia estrema e pura rabbia. Chi è l’assassino dei piccoli scolari?
I fronti dunque sono due e anche l’impegno del nostro Alex deve raddoppiare.
Il nostro detective della omicidi del quartiere sud-est, rappresentante della polizia di Washington, viene affiancato da una squadra del tutto eccezionale: Kyle Craig, anche lui sbrana mostri, agente dell’FBI. Ma è coadiuvato anche da agenti dei servizi segreti, dal generale dell’esercito, dal direttore dell’FBI, dal consigliere per la sicurezza nazionale, dal capo dello staff della Casa Bianca, dall’ispettore generale della CIA. Non manca ovviamente il suo fidatissimo amico John Sampson, anche detto Doppio John o Montagna Umana per i suoi due metri abbondanti e 120 chili di peso.
Tutti sono concentrati nella ricerca della coppia assassina…. e questo fa arrabbiare ancora di più il killer della scuola, che vorrebbe invece tutta su di se l’attenzione dei media.
La lettura è scorrevolissima e il romanzo lo si termina davvero in un attimo.
I colpi di scena non mancano.
Insomma, lo stile di Patterson è riconoscibilissimo. Non lo dico come demerito.
Tuttavia non è questo il suo romanzo migliore, per il momento.
Ma certo la sua lettura non vi annoierà.
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“E’ tutta colpa tua. Come al solito.”
Ritroviamo Harry Hole nell’ufficio 605, nella zona rossa al settimo piano della centrale di polizia. L’ufficio di dieci metri quadrati che il giovane ispettore Halvorsen, che con Harry divide questo spazio, chiama Ufficio Casi Risolti.
Lo ritroviamo un po’ più solo, senza l’aiuto e l’appoggio di Bjarne Moller: ha lasciato il posto a Gunnar Hagen, nuovo commissario capo dell’anticrimine.
Peccato, Moller era uno dei pochi fidati amici di Harry, uno dei pochi che gli era sempre piaciuto, in un ambiente, quello della polizia, dove gli sguardi cupi e gli occhi bassi, sono la maggioranza.
Dal canto suo Moller, trasferitosi a Bergen con la funzione di investigatore speciale, ha sempre considerato Hole una persona molto speciale, il suo miglior investigatore e il suo peggior incubo.
Ritroviamo anche Beate Lonn, direttrice della scientifica di Brynsalleen.
E’ un Harry nuovo, forse più terreno; partecipiamo con lui agli incontri degli Alcolisti Anonimi. Quasi non lo riconosciamo, sembra dimesso, educato nei confronti del nuovo capo, insomma così diverso dal personaggio a cui siamo abituati. Come dice Halvorsen stà diventando vecchio e umano. Addirittura pensa di più ai vivi che ai morti.
“La ragazza senza volto” sembra un romanzo di pausa o di passaggio al successivo racconto. Stranamente non mi ha appassionata, io che sono così legata ad Harry e ai suoi pochissimi amici proprio non sono riuscita a farmi trasportare…una pecca da denunciare è sicuramente la mole del romanzo; non lunghissimo in sé, ma per i contenuti si, si legge con un po’ di fatica e qualche sbadiglio.
Chi vuole seguire le sue appassionanti vicende può fare un salto su questo e passare al successivo.
Io tuttavia lo promuovo sempre, ma non a pieni voti!!!
Ciao Harry, a prestissimo.
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dunque dunque...dove eravamo rimasti...
Ci troviamo a Black Mountain, una piccola cittadina nel North Carolina, dove episodi fortemente violenti non si sono mai verificati. La popolazione non si è dovuta ancora preoccupare di individui come Temple Brooks Gault di Albany, Georgia. Ma ora la mente malata di Gault sembra essere arrivata fin qui.
Ritroviamo Pete Marino, esperto investigatore della Squadra Omicidi di Richmond, recentemente promosso di grado e assegnato al Primo Distretto, il più turbolento della città. Da tempo collabora col VICAP, il Programma Verifiche Incrociate Crimini Violenti dell'Fbi, guidato da Benton Wesley.
Cinquant'anni compiuti da poco, abusa con l'alcol e col cattivo cibo, è in forte sovrappeso. E soprattutto ce l'ha con il mondo intero e non lo nasconde.
Benton Wesley, capo dell'unità, alto e impeccabile, lineamenti affilati e capelli argentei, abito scuro,entra nell'affollata sala portando con sé una pila di fogli e alcuni caricatori di diapositive.
Lucy, impegnata nell'elaborazione del nuovo CAIN, Crime Artificial Intelligence Network, un sistema automatizzato capace di scovare i criminali più violenti.
Aspira ad entrare nell'ERF, Engineering Research Facility, una struttura di ricerca e progettazione recentemente istituita dal Bureau. Ciò che vi accade all'interno è top secret anche per Kay Scarpetta, capo medico legale della Virginia, nonché consulente di patologia forense dell'unità di supporto investigativo del Bureau.
Incontriamo personaggi nuovi...Max Ferguson dell'Ufficio Investigativo di stato, Asheville.
Hershel Mote, della polizia di Black Mountain.
La storia si complica immediatamente e gli indizi si confondono tra loro, le tracce lasciate dall'assassino iniziano a destare sempre più dubbi e perplessità e non tutto torna.
Per cercare di far chiarezza, ci si avvale dell'aiuto dell'istituto di ricerca sulla decomposizione dell'Università del Tennessee, noto con il nome di Fabbrica dei corpi.
Lo scopo dei morti è quello di aiutare i vivi, qui i morti sono rispettati da chi ci lavora e ascolta le loro storie silenziose.
E' guidata dal dottor Lyall Shade (conosciuto come Dottor Ombra a causa del tanto tempo che trascorre in compagnia dei fantasmi che popolano le sue giornate lavorative), coadiuvato da Thomas Katz, illustre scienziato forense che ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio e alla ricerca di nuove tecniche utili a risalire al momento esatto del decesso.
Non mancano elementi personali a turbare il lavoro della dottoressa Kay.
Lucy si ritrova suo malgrado a dover rispondere all'OPR, l'Ufficio responsabilità professionali del Bureau, l'equivalente degli Affari interni in un dipartimento di polizia. Anche zia Kay inizia a nutrire dubbi...
Questo è forse uno dei suoi romanzi fino ad ora più riusciti, lo stile e il livello della narrazione eccezionali; in pochi autori leggo altrettanta precisione e capacità nel raccontare i volti umani e tutte le più piccole sfumature caratteriali dei protagonisti, e non solo dei principali.
Nulla è lasciato all'immaginazione, tutto dettagliatamente descritto. Le tecniche di analisi e investigative illustrate con semplicità e precisione scientifica.
Di tutti sappiamo chi sono e che competenze hanno, in che rapporto sono con gli altri.
Insomma che dire, trovo il suo stile al di sopra della media degli scrittori nel suo genere.
E il fatto di sentire vivi e di non poter fare a meno di chiederti cosa accadrà e voler seguire le vicende di Benton, Kay, Marino, Lucy...trovo sia davvero un merito di questa scrittrice.
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Una grande storia d’amore: un figlio e un padre.
Sono sorpresa, commossa, perplessa… il cuore colmo di triste gioia per i sentimenti di infinito, incommensurabile amore, ma anche stima, fiducia, paura, rispetto, che questo ragazzino di tredici anni, Cristiano Zena, nutre nei confronti di suo padre Rino Zena.
Un trasporto talmente incondizionato che Cristiano smetterà gli abiti in verità mai indossati, di adolescente bisognoso di cure e protezione, e diventerà egli stesso genitore protettivo, sfidando le sue stesse forze, fisiche e psicologiche, spinto da quel legame che è il nostro stesso sangue, che siamo noi stessi....che è questo padre, che non è solo l’unica persona al mondo che gli resta, è la sua stessa vita e il suo stesso mondo. E’ il suo riflesso e la sua immagine.
Ma tutto sommato, anche Rino che inizialmente mi fa soffrire, per come tratta questo figlio, per quanto pretende da lui, per quanto lo spinge a mettersi alla prova, per quanto lo obbliga a sfidare e pretendere sempre più da se stesso, in fondo lo stringe sempre in un abbraccio, da lontano, affinchè il figlio impari a saper vivere e difendersi da sé e dagli altri in questo difficile mondo.
Intorno un clima cupo e schizofrenico, tenebroso e piovoso, una bufera non solo atmosferica si abbatte su questi e altri personaggi, ognuno con la sua storia e i propri orrori. Una pioggia che invece che lavare e portare via le malvagità, scarica buio, fulmini e freddo su queste anime già così tormentate. E quando le nuvole torneranno ad aprirsi e il cielo a riaffiorare, nulla sarà più come prima, tutto andrà sanato e risolto.
Il non più piccolo Cristiano, -ma lo è mai stato?- spinge tra il fango una carriola, tra lacrime non versate e sudore.
“Io non ho paura di morire. Solo chi ha paura muore facendo stronzate come camminare su un ponte. Se a te di morire non te ne frega niente puoi stare tranquillo che non cadi. La morte se la piglia con i paurosi. E poi io non posso morire. Almeno fino a quando non lo deciderà il Signore. Non ti preoccupare, il Signore non vuole che ti lascio solo.
Io e te siamo una cosa sola. Io ho te e tu hai me.
Non c’è nessun altro. E quindi Dio non ci dividerà mai.”
“Io non ti ho abbandonato. Ti sto solo aspettando.
Ti voglio bene.”
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UN MOMENTO FERMO NEL TEMPO.
Una raccolta di brevissimi racconti, con un inizio e una fine ben definiti, anche se quest’ultimo spesso mi lascia dubbiosa e perplessa..
Non è semplice condensare tanti significati in così poche pagine, ma attenzione, Carofiglio ci riesce benissimo, e alcune storie mi sono piaciute molto più di altre.
Meno quelle a sfondo giallo o con una dose di irrisolto che non mi ha del tutto soddisfatta.
Quelle introspettive e con situazioni vissute, attimi fugaci tra due perfetti sconosciuti, molto di più.
In particolare nel primo racconto assistiamo ad una situazione che ci avrà certamente visti protagonisti una volta nella vita. Il sentirci improvvisamente e inspiegabilmente attratti e legati ad una persona incontrata per un attimo e casualmente, magari durante una comune attesa; cosa accade quando gli sguardi si incrociano e i pensieri anche, quando il termine sconosciuta non è più tale, si crea quello speciale momento di comune sentire; può durare un istante, ma è intensissimo perché nasce come un bisogno in entrambi. Siamo improvvisamente sullo stesso pensiero, non conta se è la prima volta che i nostri visi si guardano....è successo…ha tra le mani un libro caro anche a noi…continuiamo a sentire quel legame, ancora, inspiegabilmente, dopo la separazione, anche se lo stare insieme è durato una sola notte, nell'attesa delle rispettive partenze in un sonnolento aeroporto... crogioliamoci un questa calda carezza.
Carofiglio racconta questa sensazione, questo vissuto perfettamente, in pochissime parole.
Di più sarebbero effettivamente state superflue.
“Tu, tu hai un buon odore. E io mi chiamo Valeria.”
Condividiamo....as tears go by…
“Vigilie” è commovente, triste, riesce a farmi sentire in colpa. Si, perché mi è capitato di vivere situazioni simili, e di provare lo stesso imbarazzo…
“Non si voltò indietro.”
Che vergogna al pensiero di aver fatto anche io così.
Alcuni racconti sono un vero condensato di orrore e mistero, di ignoto…in poche poche pagine.
“Città” è un racconto sensualissimo…
“L’aereo scendeva. Adesso lei era proprio girata verso di me, e sembrava mi guardasse, attraverso quelle lenti scure. Mise le sue dita sulla mia faccia. Erano asciutte, fresche e profumate. Mi percorse le sopracciglia, il naso, la bocca. Gli occhi che avevo chiuso senza accorgermene. ”
“Il maestro di bastone” è una bellissima storia di crescita e di amicizia. Sono perfettamente raccontati gli stati d’animo di imbarazzo, rabbia, tristezza, che hanno spesso accompagnato le mie vacanza quando ero ragazzina. Mi ci ritrovo pienamente.
Chiude “La doppia vita di Natalia Blum” un giallo super concentrato. Sempre in poche poche pagine.
Brevi momenti, e tali sono le parole scritte dall'autore.
A volte dire troppo è superfluo.
Buone prossime letture
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ABBIAMO UN INDIZIO?LA RISPOSTA E'SEMPRE STATA QUI
Questi due personaggi sono fantastici!
Ellery Queen investigatore e scrittore, Richard Queen ispettore di polizia, padre di Ellery, sono una coppia assortitissima e che si completa compensandosi e completandosi in modo unico e assolutamente anche divertente.
Quattro persone sono chiuse nelle loro stanze a dormire, mentre in un'altra, nella stessa casa, si consuma quello che appare a tutti gli effetti un omicidio.
Eredità, soldi, donne, gli ingredienti ci sono tutti.
Nel dettaglio dei fatti è sempre del tutto particolare il modo in cui l'indagine inizia, le varie persone presenti sulla scena del delitto analizzate e psicanalizzate...tutti appaiono possibili colpevoli...ma allo stesso tempo c'è qualcosa che può scagionarli....
Unici indizi, un abito da sera, una parrucca alla moda e guanti da sera. Forse sono componenti di un gioco, poiché appartengono a tre persone diverse...e allora perché avrebbero dovuto trovarsi tutti e tre, come indizi, sulla scena del delitto? Forse perché escluderne solo uno sarebbe stato troppo semplice...??
Questa volta Ellery sa che qualcosa sta' sfuggendo anche al suo infallibile intuito...eppure tutto è assurdamente logico...
Come sempre nelle pagine finali tutto si svela , tutti i nodi vengono al pettine e la genialità è che nulla è evidente, nulla appare chiaro o prevedibile.
La storia si evolve con colpi di... fantasia, che chiudono incredibilmente il cerchio!
Che altro dire, Ellery Queen è sempre un ottimo ed essenziale giallo, di quelli puliti, semplici, lineari... su cui piacevolmente arrovellarsi!!
E' il giallo. Punto. Come pochi altri nel suo genere.
E allora, buon giallo a tutti!
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UN BIMBO E UN CANE.MESTAMENTE INSIEME.NN E’UN CASO
Un piccolo volume che raccoglie cinque brevi racconti.
Ciò che più colpisce è la mancanza di una seconda possibilità. Non concessa a questi squallidi personaggi, ma neanche da loro cercata o agognata.
Non sono tutti squallidi e tristi; alcuni sono soli, abbandonati e si fanno vicendevolmente compagnia.
In “La giostra davanti al mare” ci imbattiamo in Lindbergh. "Il cucciolo, rimasto solo, fiutò in un secondo il vuoto. ... Chi si sarebbe mai accorto del suo malincuore? ... S'incamminò mestamente..."
Con Valentino figlio dell'amore si incontra una sera di maggio sulla Riviera Adriatica ancora più triste e sola di loro. Diventano una coppia perfetta questo cagnolino e questo bimbo, soli insieme. Di loro sappiamo subito già tutto. E anche della solitudine delle giostre d'inverno, quando cessano le urla e l'assembramento e il divertimento, e ciò che resta è un freddo ammasso di ferro e ruggine. E capita, in quei posti, di notte, quando nessuno li anima, di vedere Irina fuggire disperata e Linbergh e Valentino figlio dell'amore, spiare nascosti e spaventati questo che scambiano per un nascondino finito male.
E il loro “nascondino”?...
“Barrìo notte” mi è sembrata una rivisitazione del primo racconto..... Insomma non vi ho trovato alcun arricchimento né interesse.
"E per dolce mangia un cuore" è sicuramente quello più stuzzicante, sia per lo stile, molto più veloce, snello, asciutto, non forzatamente ingrigito da ambientazioni puzzolenti di urina e spazzatura di stretti vicoli, ma comunque tale, da rendere molto bene l'idea del dramma che si stà consumando.
Da un lato la Roma bene, solo di facciata; dall'altro, il mondo di Teo, Livio, Ruben, fatto di lavoro e sudore, invidiosi...si, ma forse chi non lo sarebbe per un verso; ma soprattutto sprezzanti nei confronti di ciò con cui nel loro lavoro assistono ed entrano in contatto.
Io l'avrei messo come apertura al libro, perchè incoraggia nel procedere alla lettura.
E' un noir dall'esito sicuramente e finalmente non scontato anzi sorprendente, insomma si legge e accende la tua curiosità.
Del "Il rumore bianco dell'inverno" non dico nulla. Sarà che dopo poche righe avevo purtroppo letto proprio tutto.
Diciamo che leggere racconti di cui spesso sai dove si andrà a parare non è il massimo. Certo non siamo di fronte a un thriller, ma non penso sia questo il punto.
Infine un simpatico racconto, "Al Cafè Atlantico", dove assistiamo a cosa fa per vivere Luis Dimas....certamente un’idea originale….ma forse è più originale e colpisce il comportamento che l’autore vuole che i suoi personaggi abbiano. Manca completamente la solidarietà, l’empatia.
Ti resta a fine lettura davvero un sano senso di…essere solo al mondo.
Chissà se era questo l’intento dell’autore….
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Harry...smettila di farmi stare in ansia per te!!!
Nesbo ha sempre la capacità di tenere incollato il lettore fino all’ultima pagina, e tutti gli accadimenti inizialmente incomprensibili iniziano via via a prendere spazio, come un puzzle che prende forma ma solo alla fine si svela del tutto. Si perché la storia è un pochino intricata e complessa... insomma richiede una attenta lettura per ben capire come i fatti si svolgono.
Il nostro commissario non dimentica l’indagine della sua amica e collega Ellen, ma viene distratto da due casi che necessitano del suo intervento. Una sua vecchia fiamma viene trovata morta poco dopo che Hole ha trascorso la notte con lei; ma al suo risveglio, il mattino dopo, Hole non ricorda nulla, si ritrova ancora una volta da solo con il suo cattivo, perverso, primordiale amore; è un alibi o davvero non ricorda assolutamente nulla? ...beh, strana coincidenza…esistono le coincidenze?
La rapina in banca poi... così scientificamente studiata eppure così vicina da sembrare rompere gli schemi…
Hole è in difficoltà, anche personali, e necessita dell'aiuto di Beate Lonn, collega da subito in sintonia con lui, cosa non sempre scontata; all'apparenza timida e riservata, dalla facile e improvvisa timidezza che spesso si manifesta colorando le sue guance, abilissima nell'analizzare i video e dotata di un talento unico e rarissimo.... e tanti altri personaggi che incontriamo per la prima volta.
Insomma numerosi argomenti che non sarà facile mettere in fila e ordinare con cura...Harry ce la farà???
Harry sei un po' birichino...quando la smetterai di ficcarti in tali pasticci???
Nesbo si rivela come sempre “indispensabile”: non si riesce proprio a fare a meno di leggerlo. Vuoi proprio sapere tutto di loro, di come evolverà la loro vita.
Solo il successivo romanzo potrà momentaneamente placare la tua sete, e poi un altro...
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Kay, Pete, Benton, Lucy...
Siamo in prossimità del Natale e Kay viene chiamata ad occuparsi dell’autopsia di Ronnie Joe Waddell giustiziato sulla sedia elettrica. Da nove anni rinchiuso nel braccio della morte, accusato del raccapricciante omicidio della giovane annunciatrice televisiva Robyn Naismith.
La storia si intreccia con l'efferato assassinio di un tredicenne che, nella modalità di ritrovamento del cadavere, fa pensare alla Naismith, i punti in comune sono tantissimi e sembrerebbe esserci ancora la mano di Weddell, ma è ovviamente impossibile, perchè nelle stesse ore veniva giustiziato...oppure no? Tutto si ingarbuglia pericolosamente...e se il corpo che Kay stà analizzando non fosse di Weddell? E dove sono finite le impronte digitali? O forse chi doveva rilevarle non lo ha fatto fingendo di dimenticarsene?
Insomma tutto diventa insicuro, anche la squadra che la assiste in obitorio: il suo vice Fielding, l’amministratore Ben Stevens, l’assistente di sala Susan Story...sono sempre colleghi di cui si può fidare?
Kay, capo medico legale della Virginia, avrà ancora una volta bisogno dell'aiuto di Benton Wesley, agente speciale dell' FBI, ma anche capo dell’Unità di scienze comportamentali di Quantico, esperto nello studiare i crimini violenti ed elaborare i profili psicologici degli esecutori, di Vander, responsabile dell‘AFIS Sistema Automatizzato di Identificazione Impronte, di Pete Marino fidatissimo amico e agente dell'Investigativa di Richmond. Ma avrà bisogno anche delle capacità informatiche della nipote Lucy che in questi anni è cresciuta ed è diventata un genio del computer.
Insomma ciò che può sembrare una banale trama, grazie alla Cornwell, eccezionale narratrice, diventa un romanzo godibilissimo. La sua attenzione per i dettagli e il particolare è piacevolmente maniacale. Ma il saperlo ben raccontare fa si che a te non stufi leggerlo.
Nelle spiegazioni medico scientifiche tutto è argomentato con estrema chiarezza e semplicità. Si vede che la scrittrice si è ben documentata.
Quando descrive un crimine, un paesaggio, un abbigliamento, un ambiente, un piatto cucinato, lo fa così bene che mentre lei lo racconta ti sembra di essere lì con lei, vedi e senti tutto, anche gli odori.
Davvero, ciò che più mi colpisce del suo stile è proprio questa capacità di scrivere dialoghi perfetti, descrivere i luoghi e farteli vedere con i tuoi occhi, il freddo e il bagnato della pioggia fartelo sentire sulla pelle, l’umidità ti penetra sulla schiena, della neve senti la consistenza nella mano.
Con questo romanzo nel 1993 è vincitrice del Gold Dagger Award, premio letterario assegnato annualmente dalla Crime Writers' Association per il miglior romanzo giallo dell'anno.
Per me è meritato.
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In ordine di uscita è più interessante e coinvolgente la lettura.
“CPI:Un Caso Particolarmente Interessante.”
Non mi capita spesso di leggere un romanzo e averne paura, ma in questa lettura vengo catapultata nella camera n 7 del reparto 9 alla Waldklinik, Clinica specializzata in psichiatria, psicoterapia e psicosomatica, buia, gelida e maleodorante, osservo la donna rannicchiata a terra, accanto al calorifero. La donna è ferita e sporca, e parla con una voce da bambina, cantando una cantilena che parla dell’Uomo Nero che tornerà a prenderla. Le scene, i dialoghi, sono così tetramente narrati che insomma, sono addirittura indecisa se continuare nella lettura…temo ciò che potrei leggere. Sono coinvolta in un modo che non mi piace e mi agita…
La storia ha un ritmo incalzante e ruota attorno a pochi personaggi; alcuni li conosciamo direttamente, altri solo indirettamente, dal racconto dei protagonisti, ma va bene così, perché è come se fossero presenti sempre e comunque; non appaiono pochi, e non fanno neanche sentire la mancanza di altri, perché la storia è ben raccontata, tutto basta ed è sufficiente.
Ellen, Chirs, Mark, le infermiere…sento anche io la puzza della paura.
Non tutto è come sembra. Fino alla goccia che fa traboccare il vaso.
Alla fine della lettura, inquietante è il termine che mi viene in mente, tanto da farmi decidere di accendere qualche luce in questa giornata un po’ umida e piovosa, mettere su un po’ di musica, farmi un bel caffè americano, lungo e bollente, ed uscire finalmente da questa gelida trasposizione.
Sulla piacevolezza un piccolo appunto: nonostante l’evidente trasporto suscitatomi dalla lettura, ho iniziato e perdere un po’ interesse, mi è sembrato un film già visto. Ecco, l’interesse e la curiosità mi hanno spinto a leggere senza sosta per capire, per arrivare alla fine…ma mi sono davvero posta questa domanda: dove ho già visto questo film????
Che storiaccia!!!
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“Sono stati loro a cominciare”
Scopriamo che tutto è menzogna, i rapporti che pensiamo autentici falsati, dalla paura e dalla certezza che quel comportamento, quello scherzo malvagio, quella pubblica umiliazione prima o poi toccherà anche a te.
Non riesco a provare simpatia per nessuno in questo racconto.
Non la provo per i genitori disperati per i loro figli, ora che la sofferenza e il dolore si è voltato verso loro. E forse sono cinica e meschina pensando dov'erano quando i cattivi protagonisti erano i loro figli? Come possono essere stati così ciechi mentre i loro figli distribuivano odio e violenza gratuita?
Dovrei essere solidale con le loro lacrime, con la loro disperazione e accodarmi con loro dietro il corteo funebre, ma non riesco a provare nulla di tutto ciò; riesco a sentire questo sentimento solo per quei ragazzi e genitori che si sono trovati al posto sbagliato al momento sbagliato.
Non lo provo verso i professori, ciechi, che, così come spesso accade, hanno ripetutamente punito l’alunno più facile da punire, quello più debole e indifeso, quello più remissivo che non avrebbe dato problemi. Da un lato ciechi alle continue richieste di aiuto, dall’altro disinteressati a cercare di capire cosa stesse succedendo al povero Peter.
Non lo provo per Peter che ora non giudico più una vittima. Lo è stata sempre, non c’è dubbio, ma aveva sicuramente un’altra possibilità. Urlare, urlare con tutto il fiato i soprusi subiti, anche nella difficoltà, anche nella paura, nell’isolamento e nella disperazione urlare aiuto, sempre più forte.
E chissà che almeno la “cieca” ma buona madre avrebbe sentito.
Ma Peter non ha urlato. Forse perchè sapeva di non potersi fidare, gli è mancato l’elemento fondamentale a sostegno delle sue urla, la fiducia. Fiducia nella famiglia come porto sicuro in cui rifugiarsi, fiducia negli insegnanti insensibili e indifferenti alle sue difficoltà, fiducia negli altri genitori che avrebbero dovuto insegnare ai loro figli, spiegare, parlare, raccontare, in una parola etica civile e sociale.
I genitori con la loro presenza devono infondere quella sicurezza che nella vita ti servirà, ma se da un lato ci auguriamo di essere sempre accettati dagli altri, dall'altro dobbiamo sapere che non si può piacere a tutti. Ma questo Peter lo sa, e non lo pretende. In questo, Peter è sicuramente una vittima.
Ci basta questa giustificazione per assolverlo? E tutte le umiliazioni e soprusi subiti bastano a giustificare? No, non bastano.
Ascoltiamo che Peter era in uno stato di dissociazione mentale la mattina del 6 marzo, cioè era fisicamente presente, ma mentalmente lontano. Ciò si verifica quando si possono separare I propri sentimenti riguardo a un evento, dalla consapevolezza di quell'evento. E' come se la persona non sapesse cosa sta' facendo.
“Sono loro che hanno cominciato.”
Uccide 10 persone e ne ferisce altre 19. Questo è il dato di partenza. Da qui ci muoviamo indietro nel tempo a conoscere I ragazzi, le famiglie, le situazioni e I rapporti tra loro.
Il racconto è lunghissimo, davvero troppo. Assolutamente inaspettata la piega che prende.
Ti lascia grandi domande e poche risposte e soprattutto la certezza che la reiterazione degli errori può avere conseguenze inimmaginabili.
”Su un lato dell'atrio, davanti alla parete di vetro, c'erano dieci sedie. Erano le uniche ad avere lo schienale e a essere verniciate di bianco. Bisognava guardare da vicino per capire che, essendo fissate al pavimento, non potevano essere state trascinate lì dagli studenti e dimenticate. Non erano né allineate né collocate a distanza regolare l'una dall'altra. Non recavano né nomi né targhe, ma tutti sapevano perchè erano lì.”
Conosciamo davvero I nostri figli?
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La diabolica gemellanza…
Questo libro è un film niente male!!! Ho detto film?
Ho proprio pensato di vedere un film mentre lo leggevo. No, il film non l'ho visto, neanche sapevo ne avessero tratto un film. Ma effettivamente come non potevano! Alcune scene sono talmente ovvie, e sorridi perché pensi “e dai però non strafare...”
L'esagerazione ci sta’ anche, ma è raccontata, in alcuni passaggi ,”molto alla buona”, insomma lo stile lascia in pochino a desiderare ecco. Chissà se è perché è all'inizio della carriera di scrittore.
Non si può certo definire lento o noioso, anzi sicuramente è un romanzo che sin dalle prime pagine ci fa capire chiaramente le sue intenzioni. Che sono assolutamente spietate.
Se dovessi definirlo con un aggettivo direi "cafone", nel senso di una cosa spinta ma esageratamente, e che quindi a volte ti strappa quel sorriso ma che in quella scena non dovrebbe starci, e questo spezza un po’ il ritmo; forse un pò di rifinitura l'avrebbe reso perfetto; ammetto che tutto sommato ciò contribuisce a far scorrere le pagine talmente veloci che arrivi all'ultima e subito ne vorresti un altro.
Ergo, se due più due fa quattro, lui è un genio, e io dovrei riscrivere la rece!!!!
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Mister Chips "double face"... cattivo più cattivo.
Squadra investigativa speciale: l'affascinante Alex Cross, trentotto anni, uno e novanta di altezza, vicecomandante della squadra omicidi della polizia di Washington, col grado di capodivisione; psicologo legale; ha conseguito un dottorato alla Johns Hopkins, una delle facoltà di medicina più quotate del paese.. Attualmente si occupa di reati in cui l’elemento psicologico riveste un ruolo significativo.
E' esperto nel trattare la liberazione degli ostaggi.
Ama suonare Gershwin al suo vecchio pianoforte un po’ scordato.
Inseparabile da John Sampson, due metri, Detective capo e soprattutto amico di infanzia e di...losche azioni in gioventù.
Vive con Nana Mama, 79 anni, sua nonna e suo "giudizio", e con i suoi due bambini.
Stà lavorando su una indagine riguardante efferati omicidi nel quartiere popolare nero, quando tutta l'attenzione viene catapultata sulla disperata ricerca di Gary Soneji. Stimato insegnante di matematica e informatica, soprannominato Mister Chips dai suoi alunni, si è improvvisamente trasformato nello spietato rapitore di Maggie la “Sapientona” e Michael il “Tappo”. Perchè?
Servizi segreti guidati dalla misteriosa e bellissima Jezzie Flanagan si affiancano alla polizia nella disperata ricerca dei bambini che sembrano scomparsi nel nulla...
I delitti intanto iniziano ad avere un fattore comune, possibile che Gary Soneji sia la Belva assassina anche dei quartieri popolari?
Se per un verso mi ha completamente spiazzata il fatto di sapere chi fosse il colpevole, poichè Patterson te lo dice subito, già dalla trama, insomma non siamo di fronte a un romanzo giallo, tuttavia thriller e suspense non mancano, i colpi di scena neanche.... è un pò sotto le aspettative, si, soprattutto la psicologia dei personaggi, che mi sarei aspettata maggiormente costruita, raccontata, descritta.
Certo delle cadute ci sono, o delle auto-concessioni le chiamo io, tipo le corse in moto, ovviamente guida lei bellissima altissima capellonissima spingendo a 200 km all'ora...beh beh imbarazzante....cioè va benissimo, figurati, ma mica c'è bisogno di puntualizzarlo...
Lo stile è "sprintoso" nel senso che non c'è nulla di superfluo, e l'attenzione viene quindi mantenuta sempre alta. Si legge davvero con una estrema faciltà e velocità. Però senti che avresti voluto di più, che l'autore avrebbe certamente potuto dare di più, lo avverti fortemente e quindi questo ti lascia un pò di delusione quando giungi alla conclusione, come se ti sentissi un "pò tradito in quanto lettore!" Patterson, date le tue statistiche di vendita, forza...devi dimostrarmi mooolto di più!!!!
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LA VERA SCONFITTA NON E’ FALLIRE, MA NON PROVARCI.
Matteo Renzi, uomo politico, qui in veste di scrittore, non scrive in politichese; lo stile semplice e scorrevole facilita la lettura del libro in pochissime ore in modo piacevole perché, pur parlando di attualità e di politica, affronta i temi con uno stile tutt'altro che ampolloso.
Ammette che si son dovuti parecchio impegnare perché la sfida questa volta era doppia ma diamine! ce l'hanno fatta!!! che non si dica che il Pd non sia riuscito a perdere le elezioni e a riportare in campo un Berlusconi ormai politicamente atterrato e anche quasi dimenticato. La sinistra si che sa mantenere le promesse!!! Certo certo il Pd le politiche le ha vinte....ma chi se ne è accorto???
Renzi nel dicembre 2012, al secondo turno delle primarie, perde contro Bersani; tiene fede alla parola data, cioè che non avrebbe accettato premi di consolazione o prestigiose poltrone in caso di sconfitta perché il suo scopo era, in caso di vittoria, provare a cambiare il paese, dunque è ritornato al suo mestiere di Sindaco da un lato e al suo impegno politico dall'altro, in vista degli impegni futuri.
I temi trattati nel libro sono tanti e tutti di stretta attualità:
c'è il tema giustizia che vorrebbe fosse intesa come casa di tutti, comune sentire e l'argomentata critica alla carcerazione preventiva, troppo spesso abusato strumento..
Le riforme che vorrebbe vedere finalmente attuate, quali ad esempio l’eliminazione del Senato trasformandolo in Camera delle Autonomie dove ci sono Sindaci e Presidenti delle Regioni senza indennità aggiuntiva. E’ finalmente il superamento del bicameralismo perfetto. Abolizione delle Province con trasformazioni in organi di secondo livello senza indennità e senza elezione, attuazione della delega sul federalismo fiscale , semplificazione burocratica e fiscale. Legge elettorale dove si sa chi vince e chi perde.
Ma c'è anche il fisco, le tasse, la necessità di snellire la burocrazia, l'importanza della cultura e dell'istruzione, e di tanto patrimonio dimenticato e che potrebbe essere per l'Italia la nostra ricchezza e il punto di ripartenza e di orgoglio.
Speranza ... deve essere la sinistra a strappare le persone al loro destino, a offrire speranza. Una sinistra aperta, nuda, umana, leader e trascinatrice.
Renzi racconta spesso di uomini che hanno fatto della loro storia un esempio per tutti, come la storia nel 1949 di Fausto Coppi che da solo al comando va a vincere con l'aiuto della sua squadra. Un uomo solo al comando non è un cosa negativa, si fa aiutare finché serve e poi si stacca. I leader fanno così.
Ci sono aneddoti, a me ha colpito particolarmente questo perché lo condivido pienamente: a Firenze azienda dei rifiuti e azienda dei trasporti incrociano le loro strade, nel senso che il patto di stablità costringe il Sindaco a ridurre investimenti mettendo l'azienda dei rifiuti sotto organico di quasi cento unità. Nel frattempo porta l’azienda dei trasporti a pareggio di bilancio e decide di privatizzarla, così il servizio resta pubblico ma la gestione efficiente. Nel piano di riorganizzazione una cinquantina di persone che lavoravano nei magazzini dell’azienda di trasporto diventano di troppo. Il sindaco fa due più due! Lui ha bisogno di cento spazzini che non può assumere, lì ci sono cinquanta magazzinieri che rischiano il licenziamento…propone a parità di condizioni economiche, anzi in alcuni casi leggermente migliorative, di mettere i magazzinieri a spazzare. Sindacati, lavoratori, giudici del lavoro non sono proprio d’accordo, anzi… Ma scusate, non si stanno salvando posti di lavoro??? Penso anche io…
Come ho scritto nella precedente recensione a “Fuori!” sempre di Matteo Renzi non sono fiorentina ma Renzi resta sempre il mio Sindaco, e spero anche qualcosa di più, presto, a livello nazionale. Perché almeno di lui riesco a sapere ciò che pensa, chiaramente.
E lo condivido.
“Anche se non abbiamo cambiato la politica non abbiamo consentito alla politica di cambiare noi.”
Con rottamazione intende cambiare l'Italia, non l'anagrafe. Io almeno ho inteso questo.
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“Only the extraordinary survives.” C. 3. 3.
3 dicembre 1900
Stupisce che la vita di un simile genio dell’anticonformismo e dello scandalo dell’Inghilterra vittoriana possa chiudersi con una triste cerimonia svolta in sordina nella Chiesa di St. Germain des Près. Oscar Wilde verrà sepolto in povertà, accompagnato dall’amico fedele Robert Ross.
Due anni di carcere e lavori forzati per “gross indecency” lo invecchia nel corpo e nell’anima. Ad aspettarlo sempre l’amico Robert Ross.
Tutti godettero delle sue pene, puritani, redattori di giornali, popolo, e anche molti suoi amici.
Tutto gli fu tolto: moglie che morì, madre che morì, figli.
Degenerato, pervertito, scandaloso, sodomita.
Dandy suadente e coinvolgente, stravagante e geniale, in una parola inimitabile, snob nei confronti dell’ipocrita aristocrazia inglese del suo tempo.
Da dandy elegantissimo, Oscar Wilde passa attraverso Oscar Wilde e diventa Sebastian Melmoth, veste male, da poveraccio, vive squallidamente in una stanza dell’Hotel d’Alsace, e soprattutto solo, finché la morte non viene a tenergli compagnia. Forse è stata una delle poche che ha voluto risollevarlo definitivamente da questa penosa sopravvivenza, e arriva sotto forma di meningite il 30 novembre 1900.
Oscar Wilde, C. 3. 3. , Sebastian Melmoth: “tre maschere una dopo l’altra.
La prima, con una bella fronte, labbra sensuali, occhi umidi e cinici: una maschera da Bacco;
La seconda, una maschera di ferro, attraverso le cui fessure ci guarda la disperazione;
La terza, un domino pietoso, preso in affitto per assecondare una lenta agonia.”
Infine, i suoi aforismi, ho scelto questi, ma ne avrei potuto scegliere tanti...
Esperienza è il nome che tutti danno ai propri errori.
Il progresso si deve alla forza delle personalità e non dei princìpi.
Si può resistere a tutto salvo alle tentazioni.
Siamo tutti nel rigagnolo; ma alcuni di noi fissano le stelle.
L’intelletto è l’unica cosa che affina.
Lo Stato deve fare le cose utili, l’individuo le cosa belle.
Quelli che cercano di guidare il popolo possono farlo soltanto seguendo la plebe.
E’ molto più difficile parlare di una cosa che farla. Nella sfera della vita attuale, questo è, naturalmente, ovvio. Ognuno può fare della storia. Solo il grande storico, però, può scriverla.
Vivere è la cosa più rara del mondo. Molta gente esiste: ecco tutto.
Quale differenza passa tra il giornalismo e la letteratura? Il giornalismo è illeggibile, la letteratura non è letta.
Non vi sono libri morali o libri immorali. Vi sono libri scritti bene e libri scritti male, e nient’altro.
Gesù disse all’uomo: “ Tu hai una meravigliosa personalità. Sviluppala. Non t’immaginare che la tua perfezione stia nell’accumulare o nel possedere cose esterne. La tua perfezione sta in te. Se tu riuscirai a realizzare questo, tu non vorrai essere ricco. I ricchi possono essere derubati dall’uomo. I veramente ricchi no. Nel tesoro della tua anima, vi sono molte cose preziose, che non possono esserti tolte. E perciò cerca di costruire la tua vita in modo che le cose esterne non ti possano nuocere. E cerca anche di liberarti della proprietà personale. Essa implica sordide preoccupazioni, cure senza fine, mali continui. La proprietà personale ostacola l’individualismo a ogni passo.”
n.b. C. 3. 3. è il suo numero di cella in carcere
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UNO SCARTO IMPROVVISO DEL TEMPO.
Ammetto che con alcuni autori sono di parte. Ammetto la mia debolezza: amo leggere i loro racconti, le loro storie, amo sentirli narrare.
In questa lunga notte di dicembre 2007, dopo circa vent'anni di silenzi e assenze, tre vecchi amici di studi e non solo, si rincontrano e si raccontano, e si scoprono, forse solo ora veramente.
Nei suoi romanzi Carofiglio tiene sempre a sottolineare le bellezze della sua Bari, con i punti di incontro e svago, ma ci fa anche riflettere su ciò che viene abbandonato all'incuria, come ad esempio il Gran Cinema Margherita, chiuso e fasciato con impalcature, cartelloni e promesse solenni di restauro e pronta riapertura.
Il nostro scrittore, è anche magistrato e politico italiano, nei suoi libri presta sempre particolare attenzione alla realtà che lo circonda e alla prima occasione ce ne rende partecipi e ci da lo spunto per la riflessione. Anche in un romanzo come questo, all’apparenza leggero e divertente, gli spunti di osservazione, dialogo, rabbia, sono davvero tanti.
Il libro è a tratti molto molto divertente, come spesso capita leggendo i suoi romanzi, ti strappa sonore risate, è ugualmente spesso anche molto triste, sarà perché riesci a ritrovare qualcosa di te e della tua infanzia nei suoi ricordi, e allora le sue passeggiate diventano anche le tue, e i suoi sapori, odori, colori, mi fanno ritornare alla mente sapori, odori, colori che pensavo dimenticati per sempre. E anche abitudini che un tempo esistevano, come quelle dei “circoli privati” dove potevano entrare solo i soci o gli ospiti dei soci; una volta arrivati, alla porta immancabilmente chiusa, si bussava e alla domanda “siete soci” le risposte erano sempre le più inverosimili, ma comunque azzeccate, perché alla fine si entrava sempre. Beh a me è tornato in mente questo mio vissuto ed altro ancora.
Lo stile come al solito leggero e scorrevole facilita la lettura del romanzo in un pomeriggio.
“L'odore della focaccia. Davvero l'olfatto è il senso della memoria. Io ho l'impressione che, se sentissi di nuovo quell'odore, potrei ricordarmi cose che sono seppellite nella memoria e che probabilmente sono perdute per sempre.”
Buoni ricordi a tutti.
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