Opinione scritta da enricocaramuscio

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    31 Gennaio, 2022
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Tre storie d'amore

Davanti una piccola bottega piena di olio, spezie, legumi, datteri, zucchero, riso, non per arricchirsi, ma per vivere sereni. Sul retro una modesta abitazione, il nido d'amore di Hassanali e Malika. Con loro c'è anche Rehana, sorella di lui, intrappolata in una sorta di "vedovanza bianca" da quando il marito è partito per un viaggio di affari senza più fare ritorno, né dare notizie di sé. Una vita tranquilla, fatta di lavoro, piccole soddisfazioni, abitudini ormai consolidate. Un menage che viene sconvolto una mattina in cui Hassanali si imbatte in quello che, a prima vista, gli appare come un inquietante spettro. Dopo lo spavento iniziale, l'uomo si accorge che il fantasma altri non è che un essere umano, in carne ed ossa, seppur in pessime condizioni di salute. Il soccorso arriva immediato, l'uomo, un bianco, viene trasportato con l'aiuto i due giovani nella casa del bottegaio, dove gli vengono prestati i primi, rudimentali soccorsi. L'ingresso in casa dell'inglese cambierà per sempre l'ordine delle cose, accendendo una passione incontenibile tra il nuovo arrivato e la bella Rehana. Ma nella colonia inglese del Kenya di fine Ottocento, come può essere vista una storia d'amore tra un uomo bianco e una donna di colore? "Se non che, Martin continuava a pensare a lei. Forse si disse: "Non posso resistere, non posso frenarmi." Quando pensava a lei, il suo struggimento (molto presto era diventato questo) si rafforzava a ogni ricordo. Ci furono dei momenti, nei giorni e nelle notti che seguirono, in cui Martin chiuse gli occhi apposta per evocarla, e la sentì come se fosse vicinissima, sentì addosso lo sguardo di lei e sul viso il lieve tremore del suo respiro." Con un salto temporale ci troviamo due generazioni più in là, nel Kenya degli anni Cinquanta che si prepara all'indipendenza, a fare la conoscenza di Amin, di sua sorella Farida, e del fratello Rashid. Seguiamo i tre ragazzi nel loro percorso di crescita dall'infanzia fino agli studi universitari. Conosciamo i loro genitori, gli zii, gli amici, e il contesto sociale in cui vivono. Viene spontaneo, ad un certo punto del racconto, chiedersi quale nesso unisca la prima storia con la seconda. La risposta arriva attraverso la bella e affascinante Jamila, capace di coinvolgere Amin in un travolgente turbine di passione e sentimento. Jamila è figlia di Asmah, a sua volta frutto della tanto osteggiata relazione tra Rehana e l'inglese Martin Pierce. Come nel caso della nonna, anche per Jamila l'amore non potrà che portare guai. "Sussurravano e facevano l'amore e soffocavano le loro risate, e quando arrivava il momento in cui lui doveva andarsene, si aggrappavano l'uno all'altro come pazzi disperati. Gli diede un anello con un rubino così che lui avesse qualcosa per ricordarla quando erano distanti, e a volte gli infilava dei bigliettini nel taschino della camicia, in cui gli scriveva come il pensiero di lui, il suo odore e le sensazioni che le dava riempivano la sua vita. Amin le diceva che si sentiva male dall'amore. Quando non era con lei aveva paura di perderla, paura delle parole che potevano portargliela via. Poi quando era con lei non pensava a niente fuorché al suo corpo, al suo respiro e a come Jamila lo completava. Si sentiva in grado di affrontare tutto e tutti." A questo punto si cambia ambientazione. Ci spostiamo in Inghilterra, dove Rashid, voce narrante, si trasferisce per studiare grazie ad una borsa di studio. Le difficoltà di ambientamento, gli episodi di discriminazione che dovrà subire, la nostalgia per la famiglia e per la propria terra, non impediranno al ragazzo di concludere brillantemente il suo corso universitario e di trovare un impiego adeguato alle sue competenze. Ma da quando Rashid mette piede in Europa, gli unici rapporti che gli restano con la sua casa sono di tipo epistolare. Soltanto attraverso le lettere del fratello Amin conoscerà le sorti dei suoi familiari e della sua patria che, dopo anni di sottomissione al colonizzatore straniero, si troverà divisa ed impreparata quando sarà il momento di camminare sulle proprie gambe. Per Rashid sarà quasi inevitabile sentirsi addosso l'onta del disertore, finché sarà proprio il desiderio di ricostruire le vicende amorose che hanno dato inizio al racconto a spingerlo verso il ritorno. "Poco dopo ricevetti e lessi il taccuino di Amin, e compresi che nonostante il mio desiderio di riuscirci, non ero stato capace di immaginare l'angoscia delle loro vite. A quel punto però sapevo cosa dovevo fare. Era tempo di tornare a casa, se così la potevo chiamare, era tempo di andare a trovare i miei, di accantonare le mie paure e di implorare il perdono per averli abbandonati. La visita avrebbe fatto piacere a loro e a me, e avrei ridato vita a nervi e fibre che per troppo tempo non avevano ricevuto linfa." Girando intorno al concetto di" amore proibito", il neo Premio Nobel Abdulrazak Gurnah racconta l'Africa e gli Africani con quel tocco di malinconia capace di rendere le atmosfere quasi fatate, portandoci in un Paese che, pur essendo legato ad ataviche tradizioni e convenzioni religiose, appare molto più moderno di quello che si possa immaginare, con una forte vocazione multietnica e una grande attenzione alla cultura, locale ma anche estera. Servendosi di uno stile di alto livello, l'autore usa il sentimento amoroso come pretesto per affrontare temi meno ameni ma altrettanto interessanti come il colonialismo e i suoi effetti, il razzismo, il perbenismo che troppo spesso tarpa le ali alla passione, l'emigrazione dei giovani più dotati verso mete più ambiziose. Un'analisi in cui il dito viene puntato non solo verso chi, per secoli, ha sottomesso la terra e la gente, sfruttando risorse e manodopera, per poi tornarsene a casa con le tasche piene e la coscienza vuota e ora storce il naso davanti alla parola immigrazione e tende a respingere chi si avvicina alle proprie coste. Gurnah non può fare a meno di sottolineare come il suo popolo si sia fatto trovare impreparato al momento dell'indipendenza, diviso, incapace di prendere in mano il proprio destino nell'interesse della collettività, cadendo nel solito errore di farsi accecare dalla sete di potere e finendo per comportarsi, sotto molti aspetti, nello stesso modo degli invasori stranieri. "Con il tempo scivolai in una condizione di estraneità meno intollerabile. Vivendo giorno per giorno, la sensazione di estraneità diventò una specie di emblema dalle origini indeterminate. Ben presto cominciai a usare espressioni come "neri" e "bianchi", proprio come facevano tutti, e, proferendo questa menzogna con facilità crescente, mi arresi all'uniformità della nostra differenza, mi sottomisi alla ottundente visione di un mondo diviso in razze. Perché accettando di essere neri e bianchi, noi accettiamo anche di limitare la complessità delle possibilità, sottoscriviamo le menzogne che per secoli hanno servito e continueranno a servire gli appetiti crudeli del potere e dell'autoaffermazione patologica."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    19 Novembre, 2021
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Il sangue vero

"Ecco, vede, dottoressa, io ormai vivo circondato da sangue appiccicato. I miei colleghi sono sangue appiccicato, le mie frequentazioni sono sangue appiccicato, le persone con cui parlo, discuto, vado a cena e in vacanza sono sangue appiccicato. Il sangue vero l’ho lasciato nel mio passato. Il sangue vero lo condivido con gli amici di scuola, che però si sono creati altre vite. Qualcuna è andata bene, qualcuna male, ma insomma: loro sono andati avanti. Quando torno a casa tiro un po’ il fiato, ma sono depresso, e la mia famiglia lo sente. Il giorno dopo esco di nuovo, e torno dal sangue appiccicato. Ed è per questo, e non per gli eventi di ieri notte, che stamattina sono qui, seduto davanti a lei. Le spiegherò meglio. Ha un po’ di tempo, vero?" Il confine di Bonetti è quella linea di demarcazione che permette di vivere lungo il bordo della devianza senza mai farsi attirare dal baratro, quella riga invalicabile tra la capacità di mantenere il controllo della situazione e l'andare alla deriva. Marco Bonetti era un vero maestro nell'arte di trasgredire senza superare il limite, affacciandosi oltre giusto il tempo di guardare nel precipizio, senza mai farsi attirare giù. Una regola che il ragazzo aveva tacitamente imposto a tutto il gruppo, permettendo a tutti quella giusta dose di divertimento, di adrenalina, di disubbidienza necessari durante l'adolescenza per crearsi consenso, amicizie, successo, amore, restando però sempre nei giusti limiti. Una regola che Roberto Ranò, miglior amico di Marco, ha sempre rispettato, dalle scuole medie fino ad oggi che, ormai 46enne, sposato con figli, stimato notaio, ha perso di vista la vecchia comitiva. Perché si sa, man mano che si cresce, le nostre vite e quelle dei nostri amici troppo spesso prendono strade diverse. Ma se il nostro Roberto è sempre stato capace di tenersi al di qua del confine di Bonetti, come mai si trova rinchiuso nel carcere di Rebibbia in attesa di essere interrogato dal Pubblico Ministero? Qualcosa deve essere andato storto la sera precedente, quando dopo tanti anni, il vecchio gruppo si è riunito per una rimpatriata estemporanea. Ma prima di raccontare alla dottoressa incaricata del caso le tragiche disavventure della notte, Roberto si lascia andare ai ricordi, portandoci con sé in un viaggio che ripercorre gli anni della sua adolescenza, della giovinezza, dell'ingresso nell'età adulta. Scuola, università, politica, sport, amici, feste, sesso, droghe, alcool, rapporto con la famiglia, tutto ciò con cui chiunque, in determinate fasi della vita, si trova direttamente o indirettamente ad avere a che fare. Tappe fondamentali, in cui basta un niente per perdersi, in un'età in cui, tra sogni, aspettative, speranze è facile sentirsi un po' come Bonetti, ovvero "come una Dyane che non sopporta di stare dietro a una Ferrari, e la supera." Sullo sfondo una Roma in fermento, durante un arco temporale che unisce i turbolenti anni Settanta e la fine del ventesimo secolo. Floris si muove in un ambiente per lui nuovo, quello della letteratura, dimostrando la consueta classe che lo contraddistingue come giornalista ma anche qualche titubanza tipica di chi si inoltra in un territorio poco familiare. Ne viene fuori tutto sommato un buon libro, scritto bene, brioso, spiritoso, a tratti profondo, che racconta un contesto in cui tutti possiamo ritrovarci. Perché tutti, chi più, chi meno, in quella fascia d'età, abbiamo o abbiamo avuto esperienze simili e amici cui siamo o eravamo legati come Roberto, Marco e gli altri. Per chi poi ha vissuto questo negli stessi anni in cui si svolgono i fatti raccontati nel libro, questa lettura avrà un particolare effetto. Manca forse un po' di coinvolgimento emotivo, un pizzico di empatia in più, quel calore nel racconto che fa sentire il lettore all'interno della storia. Comunque nel complesso una lettura consigliata, per un tuffo nel passato più recente del nostro paese, per sentire ancora parlare di anni di piombo e Big Babol, di Fantozzi e di Guerra Fredda, di Drive In e di Tangentopoli, per capire che le cose non finiscono da sole, ma finiscono soltanto perché siamo noi a cambiare. "E quindi, dottoressa, vede quanta amarezza mi porto dentro. Guardo tutto senza passione. Perché sa qual è il mio problema? Che le cose vecchie sono finite, tanti anni fa; ma non è iniziato nient’altro."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    08 Novembre, 2021
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Dove buttarsi?

Un uomo solo, armato soltanto di un paio di guantoni. Davanti a lui una sfera di cuoio. Più in là ancora, un altro uomo, pronto a calciare quel pallone verso la porta difesa dal primo. Per chi guarda dagli spalti il concetto appare molto semplice. Ma trovarsi nei panni del portiere non lo è affatto. Dove tirerà l'avversario? È impossibile aspettare che tiri per decidere dove buttarsi, la velocità del pallone non gli consentirà di lanciarsi in tempo. Bisogna scegliere un lato e sperare. Ma come scegliere? A volte si conosce l'incaricato del tiro, si sa in che modo predilige calciare dagli undici metri. Ma proprio per questo potrebbe decidere di cambiare. Oppure, sempre per questo, decidere di mantenere la stessa linea, nella convinzione che l'altro si aspetti che cambi. Le opzioni sono infinite, il tempo per decidere è poco. Una sorta di guerra psicologica, una sfida snervante che va al di là del semplice aspetto sportivo. Lo sa bene Josef Bloch, ex calciatore austriaco che tra i pali ci ha passato gli anni più belli della sua vita, ora impiegato come elettroinstallatore. Ma anche adesso che è ormai lontano dal campo, si trova a fronteggiare la stessa ansia, gli stessi dubbi, a fare affidamento sullo stesso intuito, a dover prevedere le mosse dell'avversario. Ma ora non ha davanti un attaccante, come ai bei tempi, non è respingere un pallone l'obiettivo. Adesso l'avversario è un agente di polizia, la speranza è di evitare l'arresto. Ma perché Bloch si trova in questa situazione? Perché ha strangolato a morte quella donna che non aveva fatto altro che regalargli un po' di calore, di tenerezza, di conforto? Un licenziamento, una giornata storta, quel senso di solitudine che spesso ci fa sentire estranei a tutto ciò che ci circonda, quell'inutilità che troppe volte ci sembra di scorgere nella nostra quotidianità, non sono sufficienti a spiegare ciò che il protagonista ha fatto. Perché non se lo spiega neanche lui. Perché non vuole spiegarselo. Perché ciò che conta ora è scappare. E la fuga va avanti ma tutto è confuso, Josef si muove, agisce, parla, prende decisioni, ma sembra spinto dall'inerzia, guidato da una sorta di ipnosi. Vede ovunque complotti, interpreta i discorsi di chi gli sta intorno come messaggi in codice, sente ad ogni nuova tappa di essere braccato. Eppure Handke non fa alcun riferimento alle indagini, non fa comparire nel racconti gendarmi sulle tracce dell'assassino in questione. Ci fa semplicemente vivere, in uno stato quasi onirico, il delirio dell'omicida attraverso gesti quasi insignificanti, privi di importanza, riuscendo a trasmettere tensione senza metterci azione, creando suspance pur non facendo succedere niente. Un libro breve che racconta una storia un po' folle, uno stile freddo, secco, fatto di frasi corte e ricche di punteggiatura, un'atmosfera cupa, quasi soffocante. Un protagonista alienato, in balia di eventi che tardano a concretizzarsi, come fosse un portiere che, dopo il fischio dell'arbitro, segue la rincorsa dell'avversario pronto a battere il rigore, cercando di capire dagli occhi, dai movimenti del corpo, dalla direzione della sua corsa, dove tirerà. Saprà scegliere l'angolo giusto? Si lancerà nella direzione corretta? E se invece, semplicemente, decidesse di restare immobile, quante probabilità ci sono che l'altro gli calci il pallone tra le mani?

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    06 Novembre, 2021
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La bella, il bandito, l'avvocato

Alla fine degli anni Settanta la Spagna è ufficialmente fuori dalla lunga dittatura fascista del generale Franco. Tuttavia la transizione verso la democrazia appare tutt'altro che immediata e, nella vita quotidiana, continuano per lo più a regnare le stesse leggi, le stesse ingiustizie, le stesse diseguaglianze che hanno caratterizzato il governo del Caudillo. In un contesto come questo ci ritroviamo a Girona, nell'estate del 1978. Una città divisa da un fiume che, come un muro di separazione, stabilisce un confine tra la parte della popolazione ricca, istruita, privilegiata e quella povera, disillusa, incattivita dalla vita. Ed è proprio su quella linea di confine che si muove la trama del libro di Javier Cercas, all'inseguimento della verità riguardo la vita del famoso bandito Zarco, della sua donna Tere, del suo amico e avvocato Gafitas. Per capire cosa lega questi personaggi bisogna tornare all'adolescenza, mettersi nei panni di Ignazio Canas, bravo studente, figlio di buona famiglia, alle prese con un gruppo di bulli che lo tormentano, con gli screzi familiari tipici di quell'età, con un'estate alle porte che si preannuncia lunga, noiosa, solitaria. Quando il ragazzo si ritrova dall'altra parte del fiume, nella zona pericolosa e malfamata della città, e si imbatte in una strana coppia di balordi che sembrano prenderlo in simpatia, vede trasformarsi completamente la sua esistenza. Il timido, debole, impacciato secchione si trasforma nel bandito Gafitas: furti, rapine, alcool, droghe, prostitute diventano per lui un'abitudine, trasformando l'insicuro quattrocchi di prima in un ragazzo spavaldo e sicuro di sé. Prima o poi, tuttavia, bisognerà fare i conti con la legge. Gli anni passano e ritroviamo i protagonisti ormai cresciuti. Ignazio è un affermato avvocato penalista. Zarco, al secolo Antonio Gamallo, è il bandito più famoso e controverso di Spagna. Tere è una donna che prova a riscattare una vita piena di errori. Per i tre, persisi di vista per tanti anni, ci sarà occasione di ricordare quel periodo, di riprendere quell'amicizia rimasta in sospeso e di far arrivare al pettine diversi nodi. Cercas affida il racconto a tre voci narranti, che a loro volta sciorinano la propria versione dei fatti ad un fantomatico giornalista-scrittore. Abbiamo quindi a che fare con il poliziotto che, in quella fatidica estate del Settantotto, inseguì e catturò Zarco e parte della sua banda; con il direttore del carcere che ha ospitato il bandito negli ultimi anni della sua detenzione; con quello che, a conti fatti, è il vero protagonista del libro: Ignacio Cana, l'unico a spezzare, con la forza dei sentimenti, quell'incedere freddo e distaccato tipico della cronaca, riportando di tanto in tanto l'opera su un piano più emotivo, nostalgico, in altre parole più letterario. È proprio nei momenti in cui il nostro Gafitas si perde nelle emozioni, nel racconto non tanto dei fatti ma dei sentimenti, nel lato dolce e in quello amaro dei ricordi, che il libro di Cercas riesce a coinvolgere veramente il lettore, altrimenti messo davanti ad una storia come tante, non molto coinvolgente benché parli di interessanti temi quali la nascita delle baby gang, il problema della diffusione della droga tra i giovani, i metodi tutt'altro che ortodossi usati dalle forze dell'ordine. Non può mancare, anche qui, il lato romantico, con una sorta di torbido, malizioso, subdolo triangolo amoroso che vede coinvolti i tre ragazzi, dal quale nessuno sembra uscire vincitore, in una storia in cui tutti, senza alcuna eccezione, si portano addosso la pesante cappa della sconfitta.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    11 Settembre, 2021
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In principio era la noia

"In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiandosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta in paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden; Caino, annoiato d’Abele, lo uccise; Noè, annoiandosi veramente un po’ troppo, inventò il vino; Iddio di nuovo annoiato degli uomini, distrusse il mondo con il diluvio; ma questo, a sua volta, l’annoiò a tal punto che Iddio fece tornare il bel tempo. E così via. I grandi imperi egiziani, babilonesi, persiani, greci e romani sorgevano dalla noia e crollavano nella noia; la noia del paganesimo suscitava il cristianesimo; la noia del cattolicesimo, il protestantesimo; la noia dell’Europa faceva scoprire l’America; la noia del feudalesimo provocava la rivoluzione francese; e quella del capitalismo, la rivoluzione russa." Per quanto i ricordi di Dino possano andare indietro nel tempo, nella sua memoria la noia è sempre stata presente nel suo animo. Sarà che il giovane ha passato l'adolescenza sotto la cupa cappa del fascismo, regime che creò un clima di incomunicabilità ideale per generare e coltivare questo tipo di sentimento che per il protagonista non è, come dice il vocabolario, quel senso di insoddisfazione, fastidio, tristezza derivante dall'ozio o dalla monotonia. Per lui la noia è un sentimento di lontananza dalle cose e dalle persone, un'assenza di qualsiasi tipo di legame che rende inutile, vana, l'esistenza di oggetti, esseri umani, eventi di qualsivoglia specie. Un vero e proprio male di vivere che lo attanaglia da sempre, che rende sterile ogni rapporto umano, con la famiglia, con gli amici, con le donne con cui si trova a sfogare l'urgenza sessuale senza riuscire ad instaurare un minimo di comunicazione. Incapace di trovare un diversivo a questa sua condizione, nauseato dalla ricchezza e dal lusso nel quale la madre lo fa vivere, Dino va via di casa, accontentandosi di un piccolo mensile, di un'auto scalcinata, di uno studio fatiscente che gli fa anche da abitazione, nel quale prova a fuggire alla sua condanna esistenziale buttandosi a capofitto nella pittura. Neanche l'arte, tuttavia, lo aiuta nel suo intento. È proprio quando decide di abbandonare le velleità di pittore, tuttavia, che incontra la persona che, per prima e senza un perché, riesce a scalfire il muro eretto dal suo male oscuro: Cecilia. Un incontro casuale, una ragazzina a prima vista insignificante, una situazione torbida, sembrano essere il solito diversivo destinato in breve tempo ad essere risucchiato dal vortice implacabile della noia. Dino non è attratto da Cecilia, al massimo ne è vagamente incuriosito. Il loro rapporto si basa sul sesso e sulle domande con cui l'uomo tempesta la donna con incalzante voracità, a cui lei risponde con laconici monosillabi, frasi inespressive, evasivi silenzi. È convinto che ben presto il demone che lo assilla metterà fine a questa stupida storiella. Eppure non è così, più va avanti la relazione, più la ragazza si dimostra ambigua, inafferrabile, fallace, più la noia tarda ad arrivare. Per il giovane si tratta di un fatto nuovo e inspiegabile, che gli ispira lo stesso timore di un test per cui non si ritenga preparato, di una prova che non si senta in grado di affrontare. Cecilia è lì, vera, tangibile, reale, e finché resterà così la noia, che in Dino nasce quando cose e persone perdono concretezza, interesse, in altri termini diventano irreali, non si manifesterà sottraendolo a questo inquietante esame. Solo sentendo di possederla pienamente, non soltanto in senso fisico, ma anche mentale, sentimentale, spirituale, potrà trasformarla in qualcosa di astratto, immateriale, evanescente, e annoiarsi finalmente di lei, riscattandosi da questa schiavitù. Come si fa, tuttavia, a possedere un essere sfuggente, volubile, enigmatico come Cecilia? "Appena lei compariva sulla soglia dello studio, dimenticavo i miei propositi di freddezza, la gettavo sul divano e lì la prendevo, senza aspettare che si spogliasse, senza neppure darle il tempo, come lei stessa diceva con una punta di infantile compiacimento, di respirare. Era la solita illusione maschile di raggiungere il possesso in un sol colpo e senza parlare, con il rapporto fisico, che mi spingeva a questa furia. Ma subito dopo l’amore, vedendo Cecilia restare più inafferrabile di prima, mi accorgevo del mio errore e mi dicevo che se volevo possederla davvero, non dovevo spendere la mia energia in un atto che del possesso aveva soltanto le apparenze." Ambientato in un contesto capitolino postbellico borghese, amorale, ipocrita, pseudo intellettuale, il romanzo di Moravia si concentra sul concetto di incomunicabilità tanto caro all'autore e sempre fortemente attuale. Pochi personaggi, tutti odiosi, delineati benissimo dal punto di vista psicologico, poche ambientazioni per lo più accessorie alla trama, pochi colpi di scena ed eventi degni di nota, un incedere lineare spesso interrotto da divagazioni di carattere riflessivo, caratterizzano una storia incentrata per lo più sull'aspetto introspettivo, sul malessere che attanaglia l'uomo moderno e che troppo spesso lo fa sentire avulso dal mondo che lo circonda, alienato dalla realtà, incapace di comunicare con i suoi simili, con gli oggetti, perfino con se stesso. Come Dino, l'uomo si trova faccia a faccia con quella tela bianca che rappresenta la vita, e come il protagonista non sa cosa farci: potrebbe imbrattarla di pennellate che non potranno che risultare brutte, volgari, inespressive; potrebbe tagliarla, ridurla a brandelli, bruciarla; potrebbe lasciarla bianca, restando ad osservarla quale eterno monito alla sua incapacità di afferrare la realtà. Dino ricorda un po' l'Humbert di Nabokov (Lolita) per l'avidità sessuale nei confronti di un'adolescente, il Rodrigo di Buzzati (Un amore) per la morbosa forza del sentimento, il Roquentin di Sartre (La nausea) per il disagio esistenziale legato al rapporto con le cose e con le persone. Moravia definì questa sua opera "un romanzo d'amore", ed è forse questo sentimento ad essere il vero protagonista del libro, non soltanto il mezzo attraverso il quale affrontare il tema del male di vivere, ma il solo ed unico rimedio ad esso, la sola arma in grado di sconfiggere la noia.

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"La nausea" di Sartre
"Un amore" di Buzzati
'Lolita" di Nabokov
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Gialli, Thriller, Horror
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    08 Settembre, 2021
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La perdita di ogni ritegno

"Ecco il piatto più famoso della nostra città: Il bambino dono dell’unicorno. Lo serviamo agli ospiti stranieri per lasciare loro un ricordo indimenticabile e riceverne l’apprezzamento. Con questa pietanza abbiamo fatto guadagnare alla nazione preziosa valuta straniera. Lo serviamo agli ospiti di particolare riguardo e voi siete uno di questi". Come reagireste se, attendendo la portata principale di un pranzo che si preannuncia luculliano, vi vedeste servire a tavola un bambino? È mai possibile, nel ventesimo secolo e in un paese progredito come la Cina, che si pratichi ancora il cannibalismo? Esistono davvero genitori pronti a mettere al mondo figli con l'unico intento di farli crescere quel tanto che basta a rivenderli come agnelli o vitellini al mercato della carne? Nella Cina ancora scossa dai fatti di piazza Tienanmen, si vocifera che, dalle parti di Jiuguo, in una zona famosa per la distillazione tanto da passare sotto il nome di "paese dell'alcol", si serva sulle tavole più importanti succulenta carne di cucciolo d'uomo cucinata con la sapienza, l'estro e la maestria degli chef più rinomati. Un delitto che non è neanche possibile pensare di poter tollerare. Dalle più alte sfere del partito arriva quindi l'ordine di mandare qualcuno ad indagare, per mettere fine ad un simile scempio. Per una indagine così importante non si può non affidarsi al miglior investigatore della Procura suprema: Ding Gou’er. Lo sbirro si reca sul posto con il preciso intento di farla pagare cara ai terribili orchi. "Tremate, delinquenti e mostri disumani e voi giusti e onesti rallegratevi e applaudite al mio sparo! La giustizia trionfa! Viva la verità, viva il popolo, viva la Repubblica! Un evviva ai nostri preziosi figli, ai maschietti e alle femminucce, alle madri dei maschietti e delle femminucce! E un Evviva anche a me stesso! Viva, viva, viva!" L'indagine tuttavia prende subito una brutta piega e il nostro protagonista si troverà presto impantanato in un turbine di alcol, sesso, loschi affari. Esplicito esempio di quel "realismo allucinato" che tanto ha reso celebre l'autore portandolo fino al premio Nobel, questo libro di Mo Yan si prefigge il chiaro intento di mettere alla berlina, attraverso metafore, similitudini, non troppo velati riferimenti, una società cinese in cui la corruzione, il degrado morale, la sete di denaro e di potere, acquistano un ruolo sempre più rilevante. Il progresso, il benessere, la competizione, portano l'uomo ad avere bisogni sempre maggiori, per soddisfare i quali non bada a sacrificare i suoi simili, arrivando perfino a trasformare i suoi stessi figli in carne da macello. La satira dell'autore si muove in un continuo alternarsi di realtà e di finzione, di atmosfere a tinte forti e situazioni ai limiti della comicità, di momenti di grande tensione e altri di stasi emotiva, costringendo il lettore a tenere alta l'attenzione e a chiedersi di continuo qual è il vero messaggio di ciò che sta leggendo. Personaggi di ogni risma compaiono e scompaiono alternandosi, confondendosi, scontrandosi. Dal dirigente corrotto alla sexy camionista, dal nano ninfomane al dottorando di ricerca sull'alcol, dal bambino ricoperto di squame allo stesso Mo Yan che, ad un certo punto, ritroviamo dall'altra parte della penna a barcamenarsi anch'egli, come i personaggi da lui creati, in questa rocambolesca avventura in cui a farla da padrone è l'alcol con i suoi sapori, i suoi profumi, la sua storia, i suoi spesso incontrollabili e imprevedibili effetti. "Ma io sono un dottorando di ricerca sull'alcol e passo il mio tempo a esaminare i liquori, a sentirne l'aroma e a berne. Io e l'alcol ci abbracciamo, ci stringiamo e ci strofiniamo tutto il tempo: perfino l'aria che respiro è impegnata di alcol. Mi sono immedesimato nello stile e nel carattere dell'alcol. Quando si parla di nutrimento spirituale, e ci si domanda cos'è, eccolo spiegato. L'alcol ha nutrito e impregnato il mio spirito, e io non riesco più a conformarmi alle regole. Perché il tratto distintivo dell'alcol è la dissolutezza: si dà libero corso alle parole, perdendo ogni ritegno".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Agosto, 2021
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L'illusione alimenta

Le illusioni non si mettono a tavola, non pagano i conti, non gonfiano i portafogli. Eppure cosa sarebbe la vita senza sogni, senza speranze, senza l'eterna attesa di quell'evento capace di stravolgere in meglio l'esistenza? A casa del Colonnello non passa giorno in cui le illusioni non vengano messe sul banco degli imputati. Da una parte l'accusa: "l'illusione non si mangia" afferma la moglie, spossata da un'asma nervosa, stanca di vendere i pochi oggetti che arredano la casa per comprare lo stretto indispensabile per vivere, di sentire l'ipoteca gravare pesantemente sulle loro teste, di essere aggredita dai morsi della fame mentre mette "a cuocere i sassi per far sì che i vicini non sappiano che da molti giorni non abbiamo niente da mettere in pentola". Dall'altra la difesa: "non si mangia, ma alimenta" ribatte l'uomo che ha lottato al fianco del leggendario Aureliano Buendia e che da quindici anni attende, ogni venerdì, puntuale, inesorabile, granitico, la lettera che affermi il riconoscimento della sua pensione di guerra. Ma puntuale, inesorabile, granitico, ogni venerdì l'impiegato gli fa sapere che non c'è posta per lui, che dovrà riprovare il venerdì successivo, che "nessuno scrive al colonnello". Ma l'ennesima delusione non scalfisce la speranza del veterano, che torna dalla consorte sicuro che ci sarà da aspettare soltanto un'altra settimana. Una volta a casa si dedica alle cure dell'altra sua illusione, il gallo: un bellissimo e maestoso esemplare da combattimento lasciato in eredità dal figlio Augustìn, sarto, appassionato di combattimenti, oppositore clandestino della dittatura colombiana crivellato di colpi proprio a causa della sua attività sovversiva. Nell'aitante pennuto il Colonnello ripone la certezza di esaltanti e remunerativi successi che possano tamponare la disastrosa situazione economica, in attesa dell'agognata pensione. Intanto però l'animale è una bocca in più da sfamare, anzi spesso ha la precedenza sull'anziana coppia, finché la domanda che era nell'aria da tanto, troppo tempo, non viene alla luce: vale la pena continuare a nutrirlo per seguire una chimera oppure è meglio venderlo per eliminare questa sorta di tassa piumata e guadagnare qualcosa per tirare avanti ancora qualche mese? Sullo sfondo una Colombia gravata dal peso della dittatura, dove a fame, miseria, assenza di opportunità si aggiungono coprifuoco, censura, propaganda e soppressione dell'opposizione, in un autunno piovoso, umido, grigio come un futuro senza speranza. E allora, in una situazione come questa, in cui nubi plumbee coprono il cielo e offuscano l'avvenire, è il caso di abbandonare anche l'ultimo barlume di illusione? “Il colonnello capì che quarant’anni di vita in comune, di fame in comune, di sofferenze in comune, non gli erano stati sufficienti per conoscere sua moglie. Sentì che qualcosa era invecchiato anche nell’amore.”

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Racconti di viaggio
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    03 Agosto, 2021
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Ricordiamoci che siamo umani

Esordio letterario di Shefit Troka, contemporaneamente protagonista e voce narrante, questo breve romanzo è costituito da poche ma intense pagine che parlano di miseria e di violenza, di speranza e disillusione, di repressione e di nuove opportunità. Gli eventi narrati risalgono a circa tre decenni fa. Tuttavia, quando c'è di mezzo la migrazione, la fuga dalle dittature, dalla fame, è inevitabile trovare delle analogie con la più stretta attualità. Siamo in Albania, all'inizio degli anni Novanta, un paese allo sbando, reduce da anni di dittatura e da una recente crisi economica e sociale dovuta ad una frode finanziaria che ha colpito gran parte della popolazione. Impossibilitati a comprare perfino un pezzo di pane, molti giovani tentano di uscire dal confine per procurarsi un lavoro che permetta loro di sfamare se stessi e la propria famiglia. Ma le strade non sono molte. Da una parte c'è la Grecia, dall'altra il Canale d'Otranto. Da una parte la violenza dei militari, dall'altra il pericolo di una traversata con mezzi di fortuna, in balia dell'imprevedibilità del mare. Troka narra in prima persona l'esperienza di un giovane albanese disposto a rischiare la vita pur di avere una seconda opportunità. Lo fa con l'esperienza di chi ha vissuto sulla propria pelle la tragica esperienza dell'esodo di massa; di chi, dopo una serie di tentativi andati male è riuscito a trovare una nuova terra su cui ricominciare, non senza inevitabili difficoltà dovute alla lingua, all'adattamento ad una nuova realtà, all'immancabile astio nei confronti dello straniero. Parole toccanti, cariche di tragicità ma anche di speranza, passaggi al limite del Neorealismo intervallati da scorci di pura poesia. Esperienze di vita che, seppur romanzate, raccontano pagine di storia ancora vive e che ancora hanno tanto da insegnare su temi delicati e troppo spesso divisivi come quelli dell'immigrazione, dell'integrazione, della solidarietà. "Mi restituì il passaporto augurandomi buon viaggio. Lo ringraziai, cercandogli in faccia una bugia. Presi il passaporto, mi alzai e andai via. Sentivo di essere seguito da molti poliziotti, ma il corpo rigido mi impediva di girarmi per controllare se veramente qualcuno mi stesse dietro. Quando uscii dal porto di Otranto mi voltai e rimasi sorpreso. Non era uno scherzo. Non mi stavano seguendo. Il sorriso di quel poliziotto cominciai a percepirlo come se fosse quello di un angelo. Un petalo che fiorisce in un posto in sospeso tra legalità e illegalità. Mi sembrava che una mano invisibile, scesa dal cielo, avesse creato un nuovo spazio necessario solo per noi due. Con quel sorriso, il poliziotto ebbe il potere di cancellare in una frazione di secondo le mie sofferenze, le mie paure. I nostri cuori, parlando con il linguaggio delle emozioni, si abbracciarono ricordandoci che siamo umani e non tutti siamo prigionieri della negatività".

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Romanzi storici
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    30 Luglio, 2021
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Amore e morte sulla Sila

“Sono Maria Oliverio, fu Biaggio, di anni ventidue. Nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata.” Così, con queste precise parole, la famigerata brigantessa Ciccilla si presentò davanti al giudice che avrebbe deciso la sua condanna. Condanna per cosa? Qual era la sua colpa? Difficile dare una risposta se non si conosce la sua storia e non la si guarda dalla giusta angolazione. Una storia di fame, di soprusi, di violenza. Una storia di  ribellione, di riscatto, di grandi speranze e di cocenti delusioni, di tradimenti e di grande dignità. Maria nasce in una famiglia come tante. Genitori consumati da lavori usuranti, prole numerosa da sfamare e destinata dalle circostanze a seguire le orme dei genitori, in un circolo vizioso di povertà, sfruttamento, disperazione da cui sembra impossibile riscattarsi. Eppure siamo in un momento storico di grande fermento. In un'Italia ancora divisa soffiano venti di unità nazionale che preannunciano importanti cambiamenti. Il regno Borbonico con le sue arcaiche gerarchie sociali, la sua oppressiva presenza, la sua insormontabile arretratezza, sembra avere ormai i giorni contati. Redistribuzione delle terre, abolizione di tasse, abbassamento dei prezzi, riconoscimento dell'uso civico dei beni demaniali sono le promesse che arrivano dal nord, impersonificate dalla figura carismatica del generale Giuseppe Garibaldi. Venti che smuovono acque chete che stagnavano da troppo tempo. Come spesso accade però, purtroppo anche quando le intenzioni sono le migliori, i risultati delle rivoluzioni non rispettano i presupposti iniziali e la caduta dei Borboni e l'unità d'Italia deluderanno le speranze di riscatto degli ultimi. In questo clima cresce, vive, cade, si rialza, si trasforma la nostra eroina. La piccola Maria impara troppo presto quanta amarezza può riservare l'esistenza umana. Osteggiata dalla sorella maggiore, costretta a rinunciare agli studi e a rimboccarsi le maniche, sottomessa e sfruttata, vede nell'amore di Pietro l'unico modo per dare una svolta alla sua vita. Il ragazzo è bello, brillante, affascinante, è arso da un fuoco rivoluzionario che lo spinge a grandi imprese. Il matrimonio è inevitabile ma Pietro cambia, la sua fiamma interiore si spegne man mano che la rivoluzione dimostra di andare in tutt'altra direzione rispetto ai suoi presupposti, lasciando il posto alle braci della delusione, del risentimento, del senso di fallimento. Arrivano violenza domestica, tradimenti, insulti, finché l'uomo non è costretto a darsi alla macchia diventando brigante. L'ennesima delusione tuttavia non abbatte la piccola Oliviero che, stanca di subire, spinta da un'innata voglia di libertà che per troppo tempo è stata costretta a reprimere, perseguitata dalla giustizia, decide di abbandonare la società e salire sui monti per unirsi ai briganti, finendo addirittura per mettersi al loro comando e facendo nascere il mito della brigantessa Ciccilla. "Improvvisamente i difensori della conservazione imbracciavano i fucili della rivoluzione. Eccola l’Italia, pensavo io davanti a quei disinibiti svolazzi, ecco perché siamo condannati a una guerra perenne per la vita, il fratello contro il fratello, il padre contro il figlio, l’uno contro l’altro, tutti contro tutti. Stava nascendo, lo vedevo io come lo vedevamo tutti, un popolo di civette e quel popolo sarebbe stato l’italiano. Eravamo uccelli che si mimetizzavano, che sopravvivevano imparando l’arte di colpire alle spalle, di sorprendere nell’ombra, di rubare agli altri un seppur minimo vantaggio. Eravamo approfittatori e spergiuri, negavamo l’evidenza. Niente per una civetta vale un giuramento, neppure Dio, e anche il papa lasciava che gli italiani si scannassero tra loro piegando la croce e gli altari ai suoi interessi. Cosa vale il Signore senza la terra su cui esercitare la signoria?" Siamo di fronte ad una lettura appassionante che unisce l'azione, i sentimenti, la varietà dei personaggi all'aspetto storico, alla ricostruzione socioculturale di un'intera epoca, in quello che possiamo a ragione definire un romanzo storico, nato da un'accurata ricerca dell'autore tra documenti, atti processuali, fotografie. Prove vecchie di secoli, a cui Catozzella affianca parti prettamente letterarie per dare al libro, oltre al giusto interesse per l'aspetto storico, anche la verve del romanzo. Abbellimenti necessari per creare la giusta empatia e per riempire gli immancabili vuoti, frutto più che della pura fantasia, della capacità di giungere, attraverso un'immaginazione incanalata su una strada ben precisa, a ricostruire i fatti come verosimilmente si sono svolti, a riportare i sentimenti per come plausibilmente possono generarsi, a trarre conclusioni che, per il contesto, l'esperienza umana, la sensibilità dell'autore, non possono che risultare convincenti. "L’amore per noi è qualcosa a cui dai voce solo quando sei in pericolo, perché in tempi normali non c’è. Era comparso, veloce, in fondo alle lettere di Pietro, quando era andato militare, come saluto, con amore, Pietro , e così l’ho sempre preso per quello che era: un messaggio di pericolo. Nessuno mi ha mai spiegato l’amore, le regole non le ho mai sapute. «Mazzi e panelle fannu i figghiuli belli» diceva mamma per giustificare le botte, e questo era quanto. Soltanto alcune vecchie, quando si passava davanti alle porte aperte delle loro case, ogni tanto nominavano l’amore: l’amore e la morte, da noi nella Sila, sono parenti stretti".


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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    20 Giugno, 2021
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I segni della bufera

"Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?» «Sì», egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.» «Sì, va bene: ma perché questa sorte?» «E il vento, perché? Dio solo lo sa.» «Sia fatta allora la sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto: e vedendola così piegata, così vecchia e triste, Efix si sentì quasi un forte". La situazione dell'uomo è precaria come quella delle sottili canne che, sferzante dalla forza impetuosa del vento, rischiano di venirne stroncate. L'essere umano, fragile e insicuro, è costantemente in balia di eventi avversi che la vita immancabilmente pone sulla sua esistenza, a cui lui, per quanti sforzi faccia, non riesce ad opporsi. Tutto ciò che può fare è affrontare con rassegnazione la tempesta, piegandosi, barcollando, adattandosi nella speranza di non uscirne spezzato. Tre sorelle, Ruth, Ester e Noemi, ultime rappresentanti di una importante famiglia ormai decaduta, i Pintor. Efix, un servo fedele e devoto, custode di un piccolo pezzo di terra da cui, tra fatica e stenti, viene fuori lo stretto indispensabile per tirare avanti. Un piccolo paese di montagna dell'entroterra sardo in cui tutti si conoscono, dove la vita ruota sempre intorno agli stessi luoghi e agli stessi personaggi, in un costante e invariabile equilibrio che niente e nessuno sembrano capaci di disturbare. Finché un giorno, annunciato da una lettera, giunge dal continente colui che riuscirà a mettere scompiglio nella famiglia Pintor e nell'intera comunità rurale. Giacinto, figlio di Lia, la quarta sorella, fuggita anni prima dall'isola in cerca di un destino migliore. L'arrivo del giovane scatenerà una bufera che lascerà segni funesti e incancellabili del suo passaggio, rivangando vecchie storie che covavano da decenni sotto la cenere, legando intorno al collo delle zie l'implacabile cappio dell'usura, promettendo per poi disattendere, disonorando senza provvedere al riscatto, pentendosi per poi ricadere nelle stesse tentazioni. Verista nella forma, decadentista nei contenuti, superlativa per il suo valore letterario, quest'opera, la più famosa e apprezzata delle tante regalateci del premio Nobel Grazia Deledda, si abbatte con forza sull'animo del lettore, straziandolo con la potenza delle emozioni e ammaliandolo con la qualità della scrittura e con il fascino delle dettagliate descrizioni. Un viaggio nelle comunità rurali di inizio 900, dove, a dispetto del vento di cambiamento che soffia sulle grandi città, permangono i vecchi costumi, le antiche servitù, gli incancellabili privilegi della nobiltà contadina. Dove vigono ancora spaventose superstizioni, dove gli ultimi non possono che restare ultimi e la loro unica possibilità di riscatto sembra quella di affrontare la vita come un lungo calvario in cui la sofferenza sarà il lasciapassare per una vita ultraterrena migliore. "Donna Ester, ricordandosi che gli piacevano i fiori, spiccò un geranio dal pozzo e glielo mise fra le dita sul crocefisso: in ultimo ricoprì il cadavere con un tappeto di seta verde che avevano tirato fuori per le nozze. Ma il tappeto era corto, e i piedi rimasero scoperti, rivolti come d'uso alla porta; e pareva che il servo dormisse un'ultima volta nella nobile casa riposandosi prima d'intraprendere il viaggio verso l'eternità."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    20 Mag, 2021
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Ribellione sorniona

Se il titolo evoca nella vostra mente avventure rocambolesche, colpi di scena, personaggi coraggiosi, magari amori maledetti, siete sulla strada sbagliata. Tra le pagine di questo libro, ammaliati dalla raffinatezza della scrittura di Marai, dalla grazia delle descrizioni, dall'accuratezza dell'introspezione psicologica, non troverete niente di tutto questo. I ribelli del maestro ungherese sono soltanto un gruppo di adolescenti appena diplomati che si affacciano alla giovinezza nell'Ungheria del 1917. Un paese in cui adulti e ragazzi maggiorenni sono impegnati al fronte a perdere la vita in una delle guerre più sanguinose di sempre. Erno, Tibor, Abel, Bela, guardano con apprensione e disgusto questo mondo, come fosse un nemico in attesa di vederli crescere per ridurre anche loro a mera carne da macello da sacrificare in conflitti privi di alcun senso. Un mondo che gira intorno a poche cose di cui gli adulti si contendono ferocemente il possesso come denaro, donne, potere. Concetti per loro ancora proibiti, a cui guardano senza grandi aspettative , quasi fossero già consapevoli della loro inutilità, del senso di delusione che proveranno quando verranno anch'essi messi a parte di tutto ciò. È qui, in questo contesto e con questi presupposti, che nasce la ribellione dei nostri ragazzi. Una ribellione che però non sfocia in clamorosi gesti di protesta, se non per piccoli furti messi a segno nelle loro abitazioni, nelle attività commerciali dei genitori, ovunque abbiano l'opportunità di intascare qualcosa sottobanco. Al contrario, non consiste che nel crearsi una sorta di bolla di protezione in cui i ribelli si chiudono ogni qualvolta sentono l'esigenza di staccarsi dal marcio che li circonda. Un piccolo spazio rubato, in cui fare tutto ciò che gli pare, purché si tratti di attività prive di qualsiasi utilità, regola fondamentale per poter far parte della banda. Tutto ciò che viene fatto, tutti gli oggetti che vengono acquistati con i proventi dei furti, le letture, i giochi, i discorsi, tutto deve sottostare alla rigida e inviolabile regola dell'assoluta assenza di utilità, concetto troppo vicino al mondo degli adulti per essere accettato nel loro regno. Tuttavia la loro barriera protettiva non durerà a lungo, insidiata da sentimenti equivoci, dall'affermarsi di fondamentali differenze, dagli inevitabili cambiamenti che la crescita porta con sé. Il mondo degli adulti entrerà nel loro regno subdolamente, impersonato dal carismatico e seducente attore Amadé, sconvolgendo definitivamente il gruppo dei ribelli e portando la storia verso un tragico epilogo. Un'atmosfera senza tempo accompagna l'intera storia, una sensualità ambigua permea ogni pagina, un forte senso di disillusione travolge gli animi. Sorniona e disincantata la lettura procede, lenta ma coinvolgente, verso un finale commuovente che, una volta letto, non può che apparire inevitabile. "Era un luogo extraterritoriale e protetto di cui i padri, gli insegnanti, le autorità non sapevano niente. Uno spazio in cui si poteva finalmente cominciare a vivere. Quella vita non somigliava a nulla di ciò che conoscevano. Non somigliava alla vita dei padri, dalla quale, a ogni modo, non si sentivano minimamente attratti. Lì si era liberi di ragionare su tutto ciò che vi era di oscuro e di irrisolto nella loro esistenza. I tentacoli della disciplina che li aveva oppressi nella loro infanzia lì non potevano raggiungerli. Non erano più bambini da parecchio tempo, e in quella stanza scoprirono di avere il coraggio di far qualcosa di cui in città si vergognavano persino gli uni di fronte agli altri: continuare a giocare, con pudore, a essere bambini, intimamente bambini come non avevano mai potuto esserlo fino in fondo. Da lì, soltanto da lì si riusciva a mettere a fuoco il mondo degli adulti e a scambiare con gli altri le proprie esperienze. Il monco giocava appassionatamente. Il suo riso nervoso e spasmodico lì si placava. E la tana della locanda Furcsa fu l'unico luogo in cui, talvolta, videro Ernö ridere".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    15 Mag, 2021
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Black humor

La parabola discendente di un giovane e ambizioso lupo di Wall Street è il pretesto per fotografare uno spaccato di società americana nella contraddittoria New York degli anni Ottanta. Sherman McCoy è un ricco e piacente trentottenne, laureato a Yale, broker di razza. Ha una bellissima casa a Park Avenue, una moglie arredatrice di successo, una figlia adorabile, un'amante giovane e conturbante. Per lui la vita sembra avere soltanto lati positivi, tanto che non può fare a meno di ritenersi un "Padrone dell'universo". Ma quando si sta tanto in cima basta poco per precipitare. Una romantica seratina extraconiugale prende una brutta piega a causa di una svolta sbagliata. La sua sfavillante Mercedes si ritrova impantanata nel dedalo di viuzze squallide e pericolose del Bronx. Per lui e la sua amichetta Maria non è facile cavarsela in questa sorta di giungla urbana. Ogni ombra, ogni voce, ogni rumore appaiono come una minaccia. Due individui di colore gli si avvicinano, apparentemente innocui, desiderosi di rendersi utili. Ma è vero desiderio di aiutare o è soltanto una trappola per rapinarli? Il dubbio è forte, la paura lo è ancora di più. La reazione è immediata, istintiva, cattiva quanto cattivo può diventare l'istinto di sopravvivenza. Sherman e Maria lottano, abbattono i cattivi, vincono, scappano. Una volta al sicuro l'adrenalina resta alta, il senso di trionfo inebria, la passione è l'inevitabile epilogo. Ben presto però le conseguenze dell'esaltante quanto tragica serata si faranno sentire, e per i due amanti niente sarà più come prima. Un ragazzo di colore investito da un'automobile nel Bronx quasi non fa notizia. A volte però si uniscono una serie di fattori, trasformando eventi che il più delle volte passano inosservati in scoop giornalistici, casi politici, fiammelle in grado di accendere incendi. Così succede per il caso del povero Henry Lamb. Quando il ragazzo entra in coma in seguito all'impatto con la misteriosa Mercedes, parte un'inarrestabile effetto domino. A tessere le trame dell'intrigante intreccio troviamo una serie di ambigui personaggi. Il Reverendo Bacon, leader spirituale della comunità nera di New York, coinvolto in nebulosi intrighi politici ed economici, pronto a cavalcare la rabbia della sua gente contro lo strapotere bianco. Peter Fallow, giornalista alcolizzato sull'orlo del licenziamento, che si imbatte per caso in questa faccenda trasformandola in evento mediatico. I procuratori Abe Weiss e Lawrence Kramer, che, stufi di dare la caccia a neri, ispanici, asiatici, vedono nella possibilità di incriminare un ricco bianco l'opportunità di dare una svolta alla loro vita professionale. Gente subdola, dalla doppia faccia, dall'ambigua moralità, come tutti i personaggi di questo libro in cui non esistono buoni. Con una prosa semplice e ricca di slang non certo politicamente corretti, con un incedere spesso più vicino al giornalismo che alla letteratura, con una fortissima dose di black humor, Tom Wolfe punta il dito su una società avida, ipocrita, arrivista, invidiosa, razzista, in cui basta un attimo per passare da mito a capro espiatorio, da invisibile a icona di un movimento di protesta, dove i rapporti umani hanno lo stesso valore di una cartaccia su un marciapiede. Una trama semplice ma ricca di sfaccettature, in cui più che i fatti contano le reazioni dei personaggi, i loro comportamenti, i loro pensieri, che conduce ad un finale senza vincitori.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    20 Aprile, 2021
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Essere egiziani in America

L'America è vista da sempre come la terra delle opportunità, dove a chiunque, sia esso americano o straniero, appartenente a questa o quella razza, professante la tale o la talaltra religione, viene data la possibilità di realizzarsi. Con un sogno in testa, una borsa di studio in tasca, una determinazione che pervade ogni cellula, sono in tanti ad esempio a partire dal lontano Egitto per raggiungere la fredda Chicago e laurearsi, specializzarsi, ottenere un dottorato, spesso anche lavorare presso la rinomata Università dell'Illinois. È qui che conosciamo un gruppo di conterranei di Ala Al-Aswani. Gente partita dall'Egitto per la stessa destinazione, portandosi dentro la stessa voglia di riscatto. Eppure ognuno è diverso. Lo è per estrazione sociale, lo è per visione politica, lo è per il legame più o meno forte con la madre patria. Allora troviamo il contrasto tra il professor Ra’fat Thabet, che ha tagliato tutti i ponti con la terra d'origine e si ritiene ormai americano a tutti gli effetti e il suo collega Mohammad Salah, pentitosi di essere partito come un "vigliacco" e in cerca di un'opportunità di rimpatriare che non si concretizza mai. Oppure spiccano le differenze tra il coraggioso Naghi ‘Abd al-Samad, studente efficiente, strenuo oppositore del regime espulso dall'Università del Cairo per motivi politici, ed il subdolo Ahmad Danana, lacché del governo, spia dei servizi segreti, studente al di sotto della mediocrità ma sospinto dalle sue "conoscenze". Differenze di estrazione sociale separano poi il superbo ed ambizioso Tareq Hosseib e la tenera ed umile Shaima’ Muhammadi, entrambi studenti modello, entrambi con qualche difficoltà di troppo ad integrarsi nel nuovo contesto, la cui attrazione reciproca non può che trascinarli in una passione del tutto naturale ma che va ben oltre i limiti imposti dalle convenzioni del loro paese di origine. La carrellata di personaggi prosegue tra professori nazionalisti, prostitute in cerca di guadagni extra, donne americane in difficoltà nel trovare lavoro a causa del colore della propria pelle. La visita negli Stati Uniti del presidente egiziano coinciderà, per qualcuno direttamente, per qualcun altro indirettamente, con una svolta decisiva dell'esistenza. Come nella sua migliore tradizione, anche qui l'autore si affida alla forma del romanzo corale per rendere un'idea quanto più ampia possibile delle varie sfaccettature dell'umanità coinvolta nei fatti narrati. Forte della sua stessa esperienza personale (anche lui, come i protagonisti, ha completato i suoi studi presso l'università dell'Illinois negli anni ottanta) e di una indiscutibile capacità di raccontare i fatti della vita, Al-Aswani mette a nudo le difficoltà che si incontrano quando si è arabi nell'America del post 11 settembre. Ai già prevedibili problemi legati all'ambientamento in un paese straniero e ad una cultura diametralmente opposta, alla lingua, al tipo di alimentazione, al modo di vestire, all'immancabile becero razzismo verso il diverso, si aggiunge la diffidenza, la paura, l'insensato assioma "arabo quindi terrorista" che purtroppo impedisce troppo spesso la civile convivenza. Ma le difficoltà, per i protagonisti e per quelli come loro, non vengono soltanto da fuori. Il vero nemico, anche a diverse migliaia di chilometri di distanza, resta l'Egitto stesso, quel regime che ha occhi e orecchie ovunque, che ti segue in ogni angolo della terra, che controlla ciò che fai, dici, perfino pensi. E qui parte la vera, la più forte e scomoda opera di  denuncia del libro, che mette a nudo i rapporti tra i servizi segreti egiziani e quelli statunitensi, nati proprio in virtù dei fatti dell'11 settembre, volti ad una collaborazione forte nella lotta contro il terrorismo di matrice islamica, ma ben presto degenerati in abusi, violenze, torture, perpetrate senza prove, senza regole, senza pietà. Quando entra in scena il sanguinario generale Safwat Shaker è impossibile non andare con il pensiero a ciò che è successo a Giulio Regeni e avviene tuttora a Patrick Zaki ed è facile immaginare quanti episodi del genere siano successi e succedano ogni giorno nel silenzio assordante delle istituzioni.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    25 Marzo, 2021
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Bisogna essere felici

"Maggiordomi di minor levatura sono pronti, alla minima provocazione, a metter da parte la loro figura professionale per lasciare emergere la dimensione privata. Per simili personaggi, fare il maggiordomo è come recitare in una pantomima; basta una piccola spinta, ed ecco che la facciata cade scoprendo l’attore che c’è sotto. I grandi maggiordomi sono grandi proprio per la capacità che hanno di vivere all’interno del loro ruolo professionale e di viverci fino in fondo". Per Stevens fare il maggiordomo non è semplicemente un lavoro, è una vera e propria missione, una vocazione che richiede cieca obbedienza al dovere, massima devozione alla causa. Aspirando alla dignità, elemento fondamentale per qualsiasi maggiordomo degno di questo nome, Stevens esegue il suo compito estraniandosi da tutto ciò che esula dal governo della casa. Sentimenti, idee personali, esigenze, vengono messi da parte. Alla stregua di un automa, il protagonista è capace di continuare impassibilmente il servizio mentre il padre muore a pochi metri da lui, a dimostrare servile devozione al proprio padrone anche quando questi dimostra discutibili simpatie politiche, a lasciarsi scappare quell'amore che sarebbe stato capace di cambiargli la vita. Intransigente con se stesso e con i suoi collaboratori, sempre impeccabile e in grado di prevedere ogni cosa, incapace di godere di un minimo di riposo, alle soglie della vecchiaia l'uomo è costretto ad un implacabile faccia a faccia con la propria esistenza. A bordo della fiammante Ford che il suo nuovo datore di lavoro americano gli ha messo a disposizione, Stevens attraversa la campagna inglese per quella che è la prima vera vacanza della sua vita. Un viaggio in auto per visitare luoghi bellissimi che ha sempre avuto vicino ma che non ha mai potuto raggiungere, sempre troppo impegnato con il dovere, con l'obiettivo finale di rivedere miss Kent, vecchia collaboratrice con cui ha sempre avuto un rapporto tormentato, per proporle di ritornare a lavorare insieme a seguito del fallimento del suo matrimonio. Perso tra le amenità del paesaggio, il protagonista si abbandona a ricordi sempre e indissolubilmente legati alla vita professionale, arrivando inevitabilmente a redigere un bilancio della sua vita. Bilancio che, dopo un'esistenza in cui ha messo da parte tutto ciò che conta veramente, non può che risultare passivo. Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Il passato non si può più cambiare, si può solo cercare di immaginare con rammarico quello che poteva essere e non è stato, cercando, quando ormai la sera dell'esistenza è vicina, di vivere nel migliore dei modi quel che resta del giorno. “Bisogna essere felici. La sera è la parte più bella della giornata. E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata”.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    03 Marzo, 2021
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Un viaggio psichedelico

"Mi accorgo che si è giocato troppo forte per i nostri nervi e così anche la Sylvia che mi scrive un letterone che mi farà piangere e bestemmiare. Dice che abbiamo pagato troppo caro il prezzo per la ricerca di una nostra autenticità, che tutto quanto abbiamo fatto era giusto e lecito e sacrosanto perché lo si è voluto e questo basta a giustificare ogni azione, ma i tempi son duri e la realtà del quotidiano anche e ci si ritrova sempre a far i conti con qualche superego malamente digerito; che è stata tutta un'illusione, che non siamo mai state tanto libere come ora che conosciamo il peso effettivo dei condizionamenti." Raccolta di sei racconti o, come preferì definirlo il suo stesso autore, romanzo a episodi, Altri libertini mette a nudo spaccati di vita giovanile nell'Emilia Romagna di fine anni Settanta. Sesso, droga, alcool e qualsiasi genere di trasgressione possibile accompagnano le vite dei protagonisti, ora alleviandone ora acuendone i dolori, alimentandone i sogni e le speranze, pervadendoli di incontenibili emozioni. Trasgressivo, dissacrante, a tratti blasfemo, Tondelli esce fuori dalle righe con un linguaggio che riprende lo slang giovanile rozzo, empio, volgare di quegli anni, affrontando argomenti fino a quel momento tabù con una naturalezza disarmante, andando incontro, oltre che al biasimo di buona parte della critica, anche a grossi grattacapi legali da cui, comunque, è uscito vincitore. L'autore ha così potuto consegnare al pubblico un'opera imprescindibile, forte come un pugno in piena faccia ma anche pregevole dal punto di vista della scrittura, capace di trasmettere sensazioni forti e di indirizzare il lettore a riflettere sulle innumerevoli sfaccettature dell'animo umano senza ipocrisia, perbenismo, pregiudizi. Il tutto sciorinato con una prosa irrequieta, sperimentale, a tratti psichedelica. "Ora dico che anche questo non basta perché non si vive in un letto o in un cinema o in un appartamento o in un cesso e io sento la mancanza di tutto quello che non è cinema, non è appartamento, non è letto e non è cesso cioè sono stanco e vorrei dormire per una eternità e magari svegliarmi che tutto è cambiato e finalmente si sta bene e non bisogna menarsela tanto con l'alcol e i buchi e i soldi e...Poi lei dice che faccio la lagna e di smetterla lì perché cerco sempre giustificazioni e meglio sarebbe se mettessi la testa a posto che è il solo modo di sopravvivere in questo merdaio che si chiama Italia e allora le dico che son tutte cazzate e che in Italia sopravvivi solo se hai la lira e anche così fai una vita di merda". L'idea del viaggio è alla base del libro. Che sia reale o metaforico, il viaggio è il vero filo conduttore dei vari episodi. "Viaggio" è proprio il titolo del racconto più lungo, dove l'io narrante racconta le sue esperienze lavorative, amorose, in Italia e all'estero, nelle quali il vagabondaggio fisico e il percorso di crescita interiore si fondono e si confondono, divenendo un unico itinerario fatto di stazioni e autostop, appartamenti condivisi e sacchi a pelo, amori occasionali e duraturi sia omo che eterosessuali, di sbornie e trip, di botte e di pere. Elementi che ritroviamo anche negli altri racconti. Tutti i personaggi di questo libro sono perennemente in viaggio, senza meta, senza reali motivi, senza seguire una precisa strada, in un'inarrestabile ricerca che altro non è che la ricerca di se stessi. Ma trovare se stessi a volte può rivelarsi un'estenuante caccia al tesoro senza alcun risultato. "Nel piazzale la nebbia si fa più chiara attorno ai lampioni. Giusy si avvia barcollando verso casa. Quasi mattino. La prossima notte tornerà al Posto Ristoro come sempre oppure se ne andrà via dalla città e da tutti e il Bibo lo lascerà. Ora non lo sa che ha tanto sonno e fifa da smaltire che le gambe gli sembrano le stampelle in legno di un povero martire della Patria".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    15 Febbraio, 2021
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Il Maestro in scena

Un teatro gremito aspetta l'ingresso in scena dell'attore.  Sul palco, accomodato su una sedia trasportata da una pedana mobile, arriva Andrea Camilleri. Il grande maestro, rivolgendosi agli spettatori quasi fossero la giuria di un processo, si presenta come Caino, aspettando una reazione che non arriva. Ripete. Ancora niente. Specifica trattarsi del primo assassino della storia umana, meravigliandosi del fatto che, nei secoli scorsi, al solo pronunciare il suo nome la gente si lanciava in una sequela di insulti, improperi. Intanto, sullo schermo che fa da scenografia, partono immagini di soldati e civili giacenti a terra privi di vita. Eh già. La razza umana, ormai, agli assassini ci ha fatto il callo. Guerre, eccidi, stermini, massacri, genocidi, pulizie etniche, stragi, attentati, femminicidi. Allora Caino non può far altro che chiedere al pubblico se veramente crede che sia stata tutta colpa sua, che se lui non avesse ucciso suo fratello, gli esseri umani si sarebbero amati l'un l'altro e mai avrebbero versato il sangue dei loro simili. La risposta viene da sé. A questo punto Caino ammette di aver commesso un unico, vero errore: non essersi mai difeso, non aver mai esposto le proprie ragioni. Lo farà ora, a distanza di millenni, trasformando il teatro in un'aula di tribunale, prendendo gli spettatori per giudici, convertendo uno spettacolo in arringa difensiva. Parte quindi un breve ma intenso monologo, ricco di umanità, di ironia, di spunti di riflessione, di citazioni letterarie che spaziano da Giordano Bruno a Borges, passando per i premi Nobel  Dario Fo ed Elie Wiesel. "Di fronte alla sofferenza, di fronte alla solitudine, nessuno ha il diritto di nascondersi, di non vedere. Di fronte all’ingiustizia, nessuno deve voltarsi dall’altra parte. Chi soffre ha la precedenza su tutto. La sua sofferenza gli dà un diritto di priorità su di voi. Quando qualcuno piange – e questo qualcuno non siete voi – ha dei diritti su di voi, anche se il suo dolore gli è inflitto dal vostro Dio comune". Il Caino di Camilleri espone la sua versione dei fatti partendo dalla creazione, raccontando la cacciata dall'Eden, il fratricidio e le conseguenze del suo gesto, confutando le false ricostruzioni che ci portiamo dietro da secoli, fino ad arrivare alla piena espiazione del suo peccato. Redento, inizierà a gettare le basi della moderna società, che avrebbe dovuto reggersi sulle semplici regole del rispetto reciproco e dell'accoglienza. Peccato che poi, come sempre avviene quando c'è di mezzo l'uomo, qualcosa sia andato storto. "Devo confessarvi che non sempre dal bene nasce altro bene e che non sempre il male genera altro male". La dipartita del grande Maestro siciliano ha impedito a tutti noi di vederlo portare in scena questa breve ma intensissima opera incentrata sul dualismo tra bene e male, sull'importanza del libero arbitrio, sulla necessità di approfondire i fatti prima di giudicare. Ma per fortuna la sua cultura, la sua capacità di trasmettere emozioni, il suo stile di scrittura unico al mondo, resteranno per sempre a nostra disposizione. "Io dunque continuo a vivere in mezzo a voi. Forse perché ormai sono diventato solo un simbolo. Un simbolo necessario, perché senza il male il bene non esisterebbe. Dio lo aveva pensato prima di tutti noi, come era logico. Ho finito davvero. Non voglio che pronunciate il vostro verdetto ora. Riflettete su quanto vi ho raccontato questa sera e poi decidete da voi. Secondo coscienza. Vi auguro una buona notte".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    05 Febbraio, 2021
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Stimolante flusso di pensieri

Cinque storie scritte magistralmente, apprezzabili sia per la forma che per il contenuto, apparentemente diverse tra loro ma piene di aspetti in comune. Contesti diversi, protagonisti differenti, storie disparate, eppure accomunate dal contrasto tra paura e coraggio, dal profondo senso di sconfitta che attanaglia l'essere umano,  dalla forte carica filosofica, introspettiva, per molti aspetti anche sensuale. Non si tratta di racconti fini a se stessi. Le vicende narrate spingono il lettore a riflettere, porsi domande, mettere in discussione il proprio io e le proprie certezze, stimolando un flusso di pensieri che scorre parallelo alla lettura, incanalato delle parole dell'autore ma capace di rompere gli argini e spaziare verso altre mete. Si parte con "Il muro", storia che dà il titolo alla raccolta, in cui seguiamo le ultime ore di un condannato a morte, Pablo, che insieme ad altri due commilitoni e ad un medico chiamato a dare supporto morale, attende in uno scantinato gelido e pieno di umidità, l'ora dell'esecuzione. I pensieri di Pablo sono freddi, razionali. Il suo interrogarsi sul senso della vita lo porta ad affrontare la morte con indifferenza, quasi si rendesse conto dell'insensatezza dell'esistenza, dell'inutilità delle azioni compiute in vita. Ma, mentre la mente resta lucida e distaccata, il corpo, quasi avesse vita a sé, non può fare a meno di sudare, tremare, esternare la propria paura. "Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduto l’illusione d’essere eterni. Non tenevo più a niente, in un certo senso, ero calmo. Ma era una calma orribile, a causa del mio corpo: il mio corpo, io vedevo coi suoi occhi, udivo con le sue orecchie, ma non era più me; sudava e tremava da solo e non lo riconoscevo più. Ero costretto a toccarlo e a guardarlo per sapere cosa gli succedeva, come se fosse stato il corpo d’un altro. A momenti lo sentivo ancora, sentivo degli slittamenti, delle specie di cadute, come quando siamo in un aeroplano che cala in picchiata, oppure mi sentivo battere il cuore. Ma ciò non mi rassicurava: tutto quel che veniva dal mio corpo aveva un’ariaccia losca. Per lo più esso taceva, stava tranquillo e non sentivo altro che una specie di pesantezza, una presenza immonda contro di me; avevo l’impressione d’esser legato a una putredine enorme. Un momento mi tastai i calzoni e sentii che erano umidi; non sapevo se fossero bagnati di sudore o d’orina, ma per precauzione andai a pisciare sul mucchio di carbone". "La camera" racconta il contrasto tra il signor Darbédat e la figlia Eva, colpevole secondo lui di negarsi al mondo, alla società, ai suoi stessi genitori, per assecondare la follia del marito Pietro. L'uomo, ormai privo di senno, si è rinchiuso in una stanza buia da cui non vuole più uscire, ossessionato da statue volanti che lo tormentano. Eva però non ha nessuna intenzione di farlo internare, anzi lo asseconda, rimane al suo fianco, incapace di recidere la corda che la tiene legata a lui in maniera morbosa e sensuale. Perché per lei non può esistere vita fuori da quella camera. "Ebbe improvvisamente un desiderio violento di veder Pietro; le sarebbe piaciuto poter ridere con lui del signor Darbédat. Ma Pietro non aveva bisogno di lei; Eva non poteva prevedere l’accoglienza che le riservava. Pensò d’un tratto con una specie d’orgoglio che in nessun luogo c’era più posto per lei. «Gli uomini normali credono ancora ch’io sia dei loro. Ma non potrei restare neppure un’ora in loro compagnia. Ho bisogno di vivere là, dall’altra parte di questo muro. Ma là, non sanno che farsene di me»". In "Erostrato" siamo alle prese con Paolo Hilbert, un disadattato incapace di interagire con la società civile, pieno di livore nei confronti del mondo, tormentato da manie di persecuzione. Quando l'uomo entra in possesso di una pistola decide di trasformarsi in una sorta di "eroe nero", un novello Erostrato deciso ad incidere il proprio nome nella storia attraverso un gesto eclatante. "Cominciai a credere che il mio destino sarebbe stato tragico e breve. Ciò mi fece paura in principio e poi mi ci abituai. Se si prendono queste cose in un certo modo è atroce, ma da un altro lato, esse dànno al momento che passa una forza e una bellezza considerevoli. Quando scendevo in istrada mi sentivo nel corpo una strana potenza. Avevo su di me la rivoltella, questa cosa che esplode e fa rumore. Ma non era più da lei che traevo la mia baldanza, era da me stesso: ero un essere della specie delle pistole, dei petardi e delle bombe. Io pure, un giorno, al termine della mia oscura vita, sarei esploso ed avrei illuminato il mondo d’una luce breve e violenta come un lampo di magnesio". Lulù è la protagonista di "Intimità", una donna frigida sposata con Enrico, un uomo impotente. La noia, la routine, alcuni atteggiamenti del marito, spingono Lulù, incitata anche dall'amica Rirette, a lanciarsi verso una nuova passione, abbandonando Enrico per fuggire a Nizza con un nuovo amore, Piero. Ma basterà un colpo di testa per diventare una persona diversa? Quanto potrà mai, una nuova avventura, accendere il fuoco in un animo algido come il suo? "Non gemevo! Ma si capisce ha finito per turbarmi, a forza di smaneggiamenti, ci sa fare: ho orrore dei tipi che ci sanno fare, preferirei andare a letto con uno vergine. Quelle mani che vanno diritte dove si deve, che sfiorano, che premono un poco, non troppo… ti pigliano per uno strumento che sono orgogliosi di saper suonare. Detesto che mi si turbi, ho la gola secca, ho paura e ho un sapore in bocca e mi sento umiliata perché credono di dominarmi. Piero, lo schiaffeggerei quando piglia quell’aria fatua e mi dice: ‘Ho la tecnica “. Dio mio, dire che è questa la vita, che per questo ci si veste, ci si lava e ci si fa belle e tutti i romanzi sono scritti su questo e ci si pensa tutto il tempo e finalmente ecco che cos’è, si va in una camera con un tizio che mezzo ti soffoca e che per finire ti bagna la pancia. Voglio dormire: oh se solamente potessi dormire un poco!" Si chiude con "Infanzia d’un capo" in cui conosciamo Luciano Fleurier, giovane rampollo di una stirpe di importanti industriali, e seguiamo il suo percorso di crescita dall'età più tenera fino alla giovinezza. Un percorso come tanti, fatto di studio, di gioco, di amici e famiglia, di esperienze erotiche. Tappe che ogni uomo affronta nella sua esistenza, ma che Luciano non può fare a meno di fronteggiare misurando, ad ogni passaggio, la sua attitudine ad essere un "capo", la sua adeguatezza a prendere un giorno le redini delle industrie di famiglia ed essere un comandante credibile. Ogni volta che il giovane si trova ad interrogarsi sulla questione, non può fare a meno di giudicarsi mancante. "Si sdraiò sul letto e si mise a sbadigliare. Gli sembrava d’essere una nuvola capricciosa e fugace, sempre la stessa e sempre diversa, sempre nell’atto di dissolvere nell’aria i suoi contorni. «Mi domando perché esisto?» Era lì, digeriva, sbadigliava, udiva la pioggia battere contro i vetri, e c’era quella bruma bianca che si sfilacciava nel suo capo: e poi, dopo? La sua esistenza era uno scandalo e le responsabilità che avrebbe assunte più tardi a malapena sarebbero bastate a giustificarlo. «Dopo tutto,non ho chiesto di nascere», si disse, ed ebbe un moto di pietà verso se stesso. Si ricordò le sue preoccupazioni di fanciullo, la sua lunga sonnolenza, ed esse gli apparvero sotto una luce nuova: in fondo, non aveva mai smesso di sentirsi impacciato dal peso della vita, da questo dono voluminoso e inutile, e l’aveva portato fra le braccia senza sapere che farne né dove deporlo. «Ho passato il tempo a rimpianger d’esser nato». Ma era troppo depresso per spingere oltre i suoi pensieri; si alzò, accese una sigaretta e scese in cucina per chiedere a Berta che gli facesse un po’ di tè".

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Romanzi autobiografici
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    17 Gennaio, 2021
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La lunga, imprevedibile e avventurosa strada della

Cosa ci fa un ragazzo australiano davanti alla porta scardinata di una minuscola abitazione diroccata, nella polverosa strada di una fatiscente cittadina dell'India centrale? Perché, trovare disabitata questa capanna dai muri sbrecciati, accende nel suo animo una sensazione di deja-vu che lo precipita in un vortice di paura? "Era questa la mia paura più grande, il terrore paralizzante che, in anni e anni di ricerche, avevo ricacciato nell’angolo più remoto della mia mente: che una volta ritrovata la mia casa, la mia famiglia non ci sarebbe stata. Mi sento perso e non so che fare. Non è la prima volta che mi succede. Eppure, anche se ora ho trent’anni, un po’ di soldi in tasca e un biglietto per tornare da dove sono venuto, mi sento esattamente come tanti anni fa, quando ero solo e perso su quel binario. Faccio fatica a respirare e la mia mente continua a correre. Vorrei poter cambiare il passato". Saroo Brierley racconta in prima persona un'esperienza autobiografica che ha dell'incredibile. All'età di cinque anni perde la strada di casa, salendo erroneamente sul treno sbagliato e ritrovandosi solo e impotente a migliaia di chilometri dalla sua famiglia, in una della città più sovrappopolate, caotiche e pericolose del mondo: Calcutta. Il terrore si impossessa inevitabilmente di lui. Non riesce neanche a pronunciare bene il suo nome, figurarsi quello della sua città. Ha difficoltà a trovare aiuto, tra l'indifferenza di gente abituata a vedere bambini soli e derelitti per strada e la sua naturale diffidenza nei confronti di un mondo adulto che, al di fuori delle mura domestiche, è percepito come ostile, pericoloso, cattivo. Ma Saroo non ha mai vissuto in una bolla dorata, alla sua tenera età ha già dimestichezza con l'arte di arrangiarsi, di sopravvivere. Si fa presto coraggio e riesce in qualche modo a destreggiarsi, a cavarsela finché, grazie all'aiuto di persone caritatevoli e di associazioni umanitarie, si ritrova in un altro continente, in una bella casa, con dei genitori adottivi pronti a donargli tutto l'amore possibile. Una narrazione più vicina alla cronaca che alla narrativa, ma non per questo meno ricca di carica emotiva, né meno capace di infondere emozioni nel lettore che vanno dal panico al sollievo, dal terrore al coraggio, dalla serenità alla malinconia. Sullo sfondo uno scenario che parla di donne ripudiate che, per sfamare i figli, sono costrette a trasportare pesanti pietre sotto al sole, dall'alba al tramonto, per un salario da fame; di bambini costretti a chiedere l'elemosina o a commettere piccoli furti per integrare le irrisorie entrate dei genitori, o di altri che vivono per strada senza soldi, senza famiglia, senza un tetto sulla testa, alla mercé di trafficanti di minori; di istituzioni inadeguate, di caos e sporcizia, ma anche di gente pronta ad aiutare senza chiedere nulla in cambio, di legami forti che vanno al di là della genetica. Saroo ha la possibilità di ricominciare da capo, diventa un australiano a tutti gli effetti (anche se i tratti somatici lo rendono spesso bersaglio di episodi razzisti), ama la sua nuova famiglia come continua ad amare, senza mai riuscire a dimenticarla, quella di sangue. Ma come fare a rintracciare la mamma, i suoi amati fratelli, la sua adorata sorellina? Sembra un'impresa impossibile. Eppure eccolo qua, davanti alla casa in cui ha vissuto i suoi primi cinque anni. Come avrà fatto a ritrovarla? Riuscirà a riconciliarsi con i suoi consanguinei? Quale altro percorso si ritroverà davanti sulla lunga, imprevedibile e avventurosa strada della vita? "A volte mi è difficile non pensare che nella mia vita abbiano agito forze che vanno al di là della mia comprensione. Non sento l’esigenza di trasformare questa idea in fede religiosa, ma sono convinto che, dall’istante in cui da bambino mi sono smarrito e ho perso la mia famiglia a quando sono diventato un uomo che di famiglie ne ha due, tutto sia stato predisposto per accadere proprio nel modo in cui è accaduto. Ed è un pensiero che mi rende profondamente umile".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    30 Dicembre, 2020
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I valori universali

«Il mio desiderio è che in Africa la voce del cantastorie possa non morire mai, e che tutti i bambini africani abbiano la possibilità di sperimentare la magia dei libri senza smarrire mai la capacità di arricchire la loro dimora terrena con la magia delle storie.» Spinto dall'esigenza di far conoscere al mondo la cultura del suo continente e di mettere per iscritto storie che, oramai da secoli, si tramandano oralmente attraverso la figura dei cantastorie, Nelson Mandela raccoglie in questo volume trenta fiabe provenienti da diverse parti dell'Africa, che avvicinano il lettore ad una saggezza popolare semplice ma carica di significato. Allora abbandoniamoci all'accogliente calore di un fuoco trepidante, sotto un cielo notturno pieno di stelle e lasciamoci trasportare su e giù per il Continente Nero dalla voce narrante. Ci commuoveremo con "La madre che divenne polvere", struggente monito ad un migliore rapporto con la Madre Terra e con i propri simili. Sosterremo "Natiki", sorta di Cenerentola africana in cui la formula occidentale "vissero tutti felici e contenti" viene sostituita da una più pragmatica "le sue ciotole sono sempre piene di cibo". Rideremo e rifletteremo per "Lupo, Sciacallo e il barile di burro", tragicomica dimostrazione di come gli avidi, i furbi, riescano troppo spesso a soggiogare gli ingenui, gli onesti. Inoltre, una sfilza di animali dotati di un potentissimo simbolismo, piante dal carattere mistico, personaggi fantastici, gente comune con una vita ordinaria ma, non per questo, meno carismatica e affascinate dei vari principi, principesse, cavalieri e affini delle fiabe occidentali. Perché, anche se cambiano i protagonisti, le vicende, le ambientazioni, non variano invece la morale, il messaggio di fondo, il forte carattere educativo, a dimostrazione del fatto che i valori veri sono universali, non hanno latitudine, lingua, colore di pelle, che nessuna cultura può ritenersi superiore alle altre ma ognuna contribuisce ad arricchire l'esperienza umana di un particolare tratto, di una diversa sfumatura, parte fondamentale di un insieme che, si spera lo capiscano tutti al più presto, non può che essere indivisibile. "E in quello stesso giorno di ogni mese, la Luna guarda i suoi figli che litigano e discutono. Scorge le figlie guidate dalla giovane donna e indaffarate a curare e guarire, a servire e salvare, così come faceva lei prima. Ma i figli delle figlie della Luna continuano a litigare, a scontrarsi, a lamentarsi. E la Luna, vedendo tutto ciò, non può fare a meno di nascondere la faccia e piangere, prima di riavere la forza di tornare a guardare, mostrando solo metà del suo volto. Poi, poco alla volta si gira, finché la sua faccia piena risplende con amore. In quelle notti, qualcuno coglie quell’amore e lo fa circolare. Le figlie della Luna intonano allora il canto di chi si prodiga per gli altri, esprimendo ancora un desiderio: che tutti i figli possano imparare di nuovo ad amare la Madre".

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Romanzi
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    24 Novembre, 2020
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Facile rompere, difficile riparare

"Briony imparò una cosa ovvia e semplicissima che aveva sempre saputo, come tutti: ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare". Il mondo degli adulti si rivela troppo spesso incomprensibile per i bambini. Quello che i loro occhi vedono può essere interpretato male, le conseguenti reazioni possono portare risultati tragici. È ciò che avviene una mattina di fine estate in casa Tallis. Briony, una bambina ancora immatura, persa in una fervida quanto puerile immaginazione, assiste a delle scene difficili da spiegare per la sua mente infantile, legge una lettera dai contenuti osceni erroneamente affidatale per essere consegnata ad un'altra persona, formula pericolose teorie che la portano ad ergersi a improbabile e dannosa paladina di giustizia. Il tenero amore tra la sorella Cecilia e Robbie, il figlio della domestica preso dai Tallis sotto la loro ala protettrice, viene travisato a tal punto dalla bambina, da portarla ad addossare al ragazzo tremende e disonoranti colpe non sue che lo porteranno all'arresto e all'abbandono da parte di quella stessa famiglia che, fino ad allora, ne era stata mecenate. Il racconto di questa giornata campale prende metà della bella ed intensa opera di McEwan, partendo da un'atmosfera innocente e fanciullesca per assumere connotati sempre più adulti e drammatici man mano che ci si avvicina alla sera, coinvolgendo ogni membro della famiglia, sviscerandone il carattere, il modo di pensare, le abitudini, i fantasmi che ne tormentano l'animo, le ambizioni e le paure. Un approfondimento psicologico di grande spessore, che si accompagna ad un'ottima penna, capace di raccontare con tatto ed empatia e di soffermarsi nella meticolosa descrizione di piccoli dettagli. Scopriremo poi come il legame tra Robbie e Cecilia resterà forte, indissolubile, sopravviverà alla galera, alla distanza, alla guerra. Partire per il fronte sarà per il ragazzo l'opportunità di abbreviare la sua pena, espiando, tra i bombardamenti, quella colpa che non è mai stata sua. "Mentre tra loro si spalancava la distanza, si resero conto di quanta strada avessero già fatto per iscritto. Quel momento era stato atteso e desiderato troppo per risultare all’altezza delle aspettative. Robbie era vissuto fuori dal mondo, perciò gli mancava la sicurezza necessaria a compiere un passo indietro e recuperare l’idea originale: Ti amo, e tu mi hai salvato la vita”. Ma l'espiazione che suscita più interesse è quella di Briony, quando, ormai diciottenne, si rende conto del danno causato, dell'ingiustizia cui ha dato vita, dell'irrimediabile errore. Ci sarà ancora tempo per redimersi? Il suo sincero pentimento sarà seguito dal perdono, nei suoi confronti, da parte delle vittime del suo stupido gioco? "Come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono" .

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    31 Ottobre, 2020
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L'infanzia è una fabbrica di menzogne

Il corpo di Amalia viene ritrovato sulla spiaggia di Spaccavento, privo di vita e di indumenti, a parte un sensuale reggiseno firmato, insolito per l'età e la modestia di chi lo indossa. Morte accidentale? Suicidio? Omicidio? Delia, figlia della defunta, prova a far luce su quanto accaduto. La sua indagine sulla morte della madre si trasforma ben presto in un viaggio nel passato che procede tra le nebbie di ricordi sbiaditi, di violenze domestiche che fanno ancora male, di inconsulti gesti infantili che possono segnare la vita di una famiglia. Uomini gelosi e violenti, fantomatiche tresche amorose, fame e lavoro duro, si mischiano all'allegria dei giochi, portando i figli ad immedesimarsi nei genitori fino a raggiungere un punto di non ritorno. Intorno c'è un'ambientazione soffocante, plumbea, una Napoli dei bassifondi in cui povertà, volgarità, laidezza la fanno da padroni in maniera forse un po' forzata, inseguendo facili e discutibili stereotipi. La scrittura è fredda, schematica, così come fredda appare la protagonista, incapace di amare la propria famiglia, di legarsi a qualcuno, di provare piacere sessuale. Elementi che rendono difficile entrare in empatia con Delia e appassionarsi ad una lettura poco coinvolgente, ad una storia in cui i personaggi sembrano incapaci di provare alcun sentimento che non sia la rabbia. Più si avanza nel racconto, più Delia fa ordine nella sua mente, in quello che è stato un brutto passato che, per una forma di comprensibile autoprotezione, ha omesso per anni di ricordare con lucidità, perché in fondo "l'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto". Quando la nebbia dei ricordi si diraderà, guardandosi allo specchio Delia dovrà capire se l'immagine davanti ai suoi occhi sarà la sua o quella di Amalia. "Persino le stelle, così fitte d'estate, mi sembravano bagliori del mio smarrimento. Ero così decisa a diventare diversa da lei, che perdevo a una a una le ragioni per assomigliarle. Il sole cominciò a scaldarmi. Mi frugai nella borsetta ed estrassi la mia carta d'identità. Fissai la foto a lungo, studiandomi di riconoscere Amalia in quella immagine. Era una foto recente, fatta apposta per rinnovare il documento scaduto. Con un pennarello, mentre il sole mi scottava il collo, disegnai intorno ai miei lineamenti la pettinatura di mia madre. Mi allungai i capelli corti muovendo dalle orecchie e gonfiando due ampie bande che andavano a chiudersi in un'onda nerissima, levata sulla fronte. Mi abbozzai un ricciolo ribelle sull'occhio destro, trattenuto a stento tra l'attaccatura dei capelli e il sopracciglio. Mi guardai, mi sorrisi. Quell'acconciatura antiquata, in uso negli anni Quaranta ma già rara alla fine degli anni Cinquanta, mi donava. Amalia c'era stata. Io ero Amalia."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    15 Ottobre, 2020
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Le acrobazie della vita

Un villaggio inglese arroccato sulla scogliera del Canale della Manica. Una piccola casa, arredata con mobili di fortuna, gravata da un mutuo reso ancora più impegnativo dai magri introiti dei suoi abitanti. Una madre e un figlio, rifugiati politici scappati dalla Croazia in cerca di una vita migliore a Broadstairs, nel sud della Gran Bretagna. Anja e Aaron vivono lì ormai da diciott'anni, da quando cioè la donna lo ha messo alla luce, bimbo senza padre, pietra dello scandalo per i parenti, fuggendo subito dopo il parto e chiudendo i conti con il passato. Ma il passato a volte ti rimane dentro e non vuole andare via, ti rode e ti tormenta, si trasforma in malattia, in una depressione difficile da combattere quando i soldi sono pochi e l'unica arma sono gli antidepressivi passati dalla mutua. Lo sa bene Anja, cassiera di supermercato, trentaseienne scialba e trascurata, ormai priva di luce, di voglia di vivere, di speranza, tormentata dai ricordi, timorosa di tutto, soffocante e iperprotettiva nei confronti del figlio. Lo sa bene Aaron, apprendista gelataio, diciottenne pieno di vita ma schiacciato dai tormenti della madre, prigioniero di una quotidianità scarna, ripetitiva, insoddisfacente, ma capace di entusiasmarsi per un nonnulla, di apprezzare le gioie più insignificanti, incapace di perdere la speranza. Aaron che non sa nulla del suo passato, dei perché della fuga, dei demoni che perseguitano Anja. Lei rifiuta di parlarne, ogni domanda la spinge ancora più giù nel suo malessere, tanto che ormai Aaron non prova neanche più ad indagare. Fino a che è lo stesso passato a farsi vivo sotto forma di lettera, di testamento. Un passato che mette il ragazzo a bordo di un treno che attraversa l'Europa, da Calais a Zagabria passando per Amburgo, Praga, Bratislava, Szentgotthárd, Lubiana. Un viaggio che mette in risalto la poca preparazione alla vita di chi è cresciuto in un ambiente protetto e controllato e si trova ad avere a che fare con droghe, prostitute, gioco d'azzardo e ogni tipo di tentazione, di pericolo, di difficoltà che può incontrare un adolescente in giro, da solo, per il continente. Un percorso geografico che diventa percorso interiore, ogni stazione diventa un nuovo gradino di crescita, fino a raggiungere quella patria finora sconosciuta dove ad aspettarlo c'è la tanto agognata verità. Una verità che può trasformare un ragazzo in un uomo. Temi semplici, quotidiani, delicati, trattati con tatto e intelligenza dal bravo Nicola Lecca, raccontati dalla sua penna sobria e leggera ma capace di trasmettere emozioni, empatia, speranza. "La suora si accorge che Aaron ha da poco cominciato a esercitarsi nelle acrobazie della vita, e tenta di rasserenarlo. Gli dice: «Per una gazzella cadere è disastroso. Se la gazzella cade il leone non la perdona. La sbrana: e se la mangia. Per noi no. Per noi esseri umani, nella maggior parte dei casi, l’errore è addirittura vitale: perché ci consente di migliorarci. Il ginnasta che finalmente sale sul podio e indossa con orgoglio l’oro olimpico deve quella medaglia a tutte le volte in cui è caduto. Perché ogni caduta gli ha permesso di mettere in luce una nuova debolezza e superarla. Chi non si esercita nelle acrobazie della vita, chi non cade, non potrà mai diventare un campione.»"

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    13 Ottobre, 2020
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Tanti romanzi in uno

In bilico tra realtà e fantasia, tra paura e umorismo, tra stregoneria e religione, seguiamo il giovane capitano della Guardia Vallone, Alfonso van Worden, nel suo viaggio verso Madrid attraverso la Sierra Morena, terra di banditi, contrabbandieri e vagabondi, nella Spagna a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo. Una lunga serie di concatenate avventure, incontri singolari, fatti inspiegabili aspettano il nostro eroe, disposto a dimostrare il suo coraggio, pronto a sguainare la spada, affamato di gloria e di azione. Le sue vicissitudini sono spesso intervallate da altre storie, raccontate dagli strani personaggi con cui entra in contatto, andando a comporre questa sorta di bizzarro puzzle che compone l'opera di Jan Potocki. Il nobile polacco, studioso erudito, convinto progressista, eccentrico uomo di cultura, si lancia in questo labirintico romanzo che sembra sfuggire a qualsiasi definizione letteraria perché ha in sè le caratteristiche di diversi generi. Potremmo definirlo un romanzo gotico, perché associa romanticismo e orrore, ma anche d'avventura, perché celebra il coraggio e narra numerose peripezie, o di formazione, in quanto segue il processo di maturazione del protagonista. Potremmo inserirlo nel novero della letteratura d'intrattenimento, per l'umorismo, il ritmo, la fantasia che lo contraddistinguono, ma sarebbe limitativo perché, sotto l'amenità apparente, si nascondono allegorie, metafore, denuncia sociale e nozioni scientifiche. Può anche apparire dissacrante, per il modo con cui affronta temi cari alle religioni, o licenzioso, per il raffinato erotismo di alcune scene. A tratti può apparire un po' sorpassato, stereotipato, ripetitivo, perché va contestualizzato rispetto all'epoca in cui è nato. Insomma, assodata la seria difficoltà di dargli una definizione, non resta altro che leggerlo, immersi in atmosfere oniriche, assediati da spettri, streghe e demoni, cullati da una prosa pregevole e stimolati dal dolce pensiero che, molte delle storie presenti nel libro, Potocki le scrisse di giorno per poi raccontarle la sera al capezzale della moglie malata, alleviandole quanto poteva le sofferenze.


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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    10 Ottobre, 2020
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Vieni su Marte

"E gli uomini della Terra vennero su Marte. Vennero perché avevano paura, o perché non l'avevano, perché felici, o infelici, perché erano come i Padri Pellegrini che avevano fondato le colonie americane, o perché non erano come i Padri Pellegrini. Ognuno aveva avuto le sue buone ragioni per venire su Marte. Cattive mogli da abbandonare, lavori ingrati, città inospiti; ed essi venivano su Marte per trovare qualcosa, o lasciare qualcosa, o ottenere qualcosa, per scavare qualcosa, o seppellire qualcosa, o lasciare una volta per tutte in pace qualcosa. Venivano con piccoli sogni, o sogni immensi, o niente sogni del tutto. Ma un dito governativo vi si appuntava contro, in molte città, da un cartellone stampato a quattro colori: C'È LAVORO PER TE NEL COSMO: VIENI SU MARTE!" Da sempre è insita nella natura umana l'ambizione a superare qualsiasi tipo di confine, a raggiungere vette inesplorate, ad ampliare sempre più il campo della conoscenza. Un sentimento certamente positivo, che tanto è servito, nel corso della storia, a portare progresso dal punto di vista scientifico e tecnologico, ad allargare gli orizzonti geografici, a migliorare la vita di ognuno di noi. L'animo umano, tuttavia, ha dimostrato di non riuscire ad evolversi di pari passo al progresso che lo circonda. Guerre, sopraffazione, differenze sociali, inquinamento, dimostrano che, dalla preistoria ad oggi, l'uomo non ha ancora imparato come comportarsi nei confronti dei suoi simili e del pianeta su cui vive. Cosa potrebbe succedere, un domani, se l'uomo riuscisse a raggiungere un pianeta inesplorato, abitato da una civiltà sconosciuta? Ray Bradbury si è posto la domanda nel non troppo lontano 1950, a pochi anni dall'orrore dei due conflitti mondiali, immaginando la conquista di Marte da parte dei terrestri. La risposta, prevedibilmente, non lascia tanto spazio all'ottimismo. L'autore non può fare a meno di ipotizzare una colonizzazione selvaggia, uno sterminio della razza marziana, un maltrattamento dell'ecosistema vigente, una lotta tra gli stessi terrestri per la conquista dei terreni, per la gestione delle risorse, per la detenzione del potere che appare tutt'altro che fantascientifica, tanto è avvalorata dal comportamento umano nella storia. Il disfattismo di fondo dell'opera, il pessimismo nei confronti di un progresso prettamente materiale, è stemperato dal brioso incedere del racconto, da una massiccia dose di caustica ironia che spesso sfiora la comicità, da una prosa curata che dà il meglio di sé nelle fantasiose e piacevoli descrizioni. Si parte dalla prima spedizione americana verso il pianeta rosso, nel 1999, finendo nel 2026 in un desolante scenario post bellico, in un susseguirsi di più o meno brevi racconti, ognuno dei quali sembra fare storia a sé, tanto poche risultano le interconnessioni tra un episodio e l'altro. Tuttavia il risultato non appare frammentato, il filo storico e quello logico sono legati insieme da un contesto che va al di là del singolo racconto. Non sono i personaggi ad essere protagonisti, ma è la società umana nel suo insieme. Non è la storia di una singola persona o di un ristretto gruppo di uomini, ma di una intera civiltà che, come un cane che si morde la coda, gira e rigira in un vorticoso circolo di errori e di orrori che non sembra avere fine. "La vita sulla Terra non s'è mai composta in qualcosa di veramente onesto e nobile. La scienza è corsa troppo innanzi agli uomini, e troppo presto, e gli uomini si sono smarriti in un deserto meccanizzato, come bambini che si passino di mano in mano congegni preziosi, che si balocchino con elicotteri e astronavi a razzo; dando rilievo agli aspetti meno degni, dando valore alle macchine anzi che al modo di servirsi delle macchine. Le guerre, sempre più gigantesche, hanno finito per assassinare la Terra. Ecco che cosa significa il silenzio della radio. Ecco perché noi siamo fuggiti."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    10 Settembre, 2020
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Garofani, cannella e cacao

Ilheus, Brasile, anni Venti. Dopo aver stabilito proprietà e gerarchie a colpi di fucile, i fazendeiros coltivatori di cacao godono i frutti derivanti dalle loro piantagioni e il potere politico conseguente dalla ricchezza, crogiolandosi tra fiumi di alcool, piaceri carnali a pagamento e violente prevaricazioni, mascherando poi il tutto dietro un velo di ipocrita perbenismo. Le famiglie Mendonca, das Onças, Bastos, Ribeirinho, fanno il bello ed il cattivo tempo nella ridente città portuale nata dal nulla, con lo sfruttamento di una manodopera agricola che rasenta la schiavitù e con una gestione politica a dir poco discutibile. Finché arriva da Bahia Mundinho Falcão, un uomo nuovo, un esportatore ambizioso che, oltre a curare i suoi interessi economici, sembra seriamente interessato al progresso della zona. Il suo atteggiamento si dimostrerà presto in controtendenza rispetto alle abitudini locali e perciò in contrasto con la storica classe dirigente. Il tutto alla vigilia di nuove elezioni che, per la prima volta dopo tanti anni di esiti scontati perché pilotati, si preannunciano imprevedibili. Con il suo solito stile armonioso, Amado disegna un affresco scanzonato e fortemente satirico di un preciso periodo storico del suo Paese, in una precisa area geografica in cui la vita è scandita dai cicli semestrali della pianta del cacao, fonte di sostentamento per tutti, ma di ricchezza solo per alcuni. Insolitamente l'autore racconta la storia dalla prospettiva dei ricchi, proprietari terrieri, esportatori, eminenti cariche politiche, mettendone però in ridicolo le pompose velleità, le stomachevoli imposture, le ridicole ostentazioni, denunciandone la viltà, la prepotenza, l'arroganza. "Questa terra di Ilhéus, che era diventata la sua terra, aveva ancora molta strada da fare per considerarsi civilizzata. Si parlava tanto di progresso, il danaro scorreva in abbondanza, il cacao faceva costruire strade, villaggi, cambiare volto alla città, ma rimanevano sempre gli antichi costumi, quell’orrore. Nacib non avrebbe avuto coraggio di affermare queste cose ad alta voce, forse solo Mundinho Falcão avrebbe potuto permettersi audacie del genere, ma in quell’ora malinconica del tramonto, sentiva crescere nel cuore una cupa tristezza, e provava come un senso di smarrimento, una stanchezza. Non s’era sposato Nacib, più che altro per la sopravvivenza di quelle leggi: per non essere tradito, non dover ammazzare, non dover spargere il sangue altrui, insaccare cinque pallottole nel petto di una donna." Un contesto laido, brutale, ambiguo in cui comunque trova spazio anche l'amore, vero protagonista del libro come di tutta l'esistenza umana. Ad incarnare il più nobile dei sentimenti troviamo Nacib e Gabriella. Lui è un brasiliano di origini siriane, proprietario di un piccolo bar con il sogno di diventare fazendeiro. Lei è una giovane conturbante, dalla pelle color cannella e dal profumo di garofano, giunta ad Ilheos con un gruppo di migranti e assunta da Nacib come cuoca. L'uomo è uno scapolone inossidabile, incallito frequentatore di postriboli dove placa la sua foga a pagamento. La ragazza è uno spirito libero, iniziata ai piaceri della carne ancora bambina da uno zio depravato, incapace di dire di no ad un uomo ma al tempo stesso di legarsi esclusivamente a qualcuno, un fiore di campo che risalta su tutti gli altri ma che avvizzisce se si tenta di coglierlo e costringerlo in un vaso. La passione appare inevitabile, l'amore sarà una diretta conseguenza. Guai però a cercare di imprigionare un temperamento disinibito e libero come quello di Gabriella.


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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    23 Agosto, 2020
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Addii al ritmo di valzer

Cinque giornate raccontate in altrettanti capitoli, otto personaggi diametralmente opposti, un'unica e sola ambientazione sono gli elementi che compongono questo piccolo e delicato romanzo di Milan Kundera che, nel rispetto della sua migliore tradizione letteraria, mette una trama semplice e leggera al servizio di profonde riflessioni. Il tutto condito dall'immancabile ironia e dalla finezza della sua penna. Si parla di tutela della vita e interruzione della gravidanza, osservando il dilemma sia dal punto di vista etico e religioso, sia da quello civile, pragmatico, scientifico, senza patteggiare per una o l'altra fazione. "Avere un figlio significa esprimere un accordo assoluto con l'uomo. Avere un figlio è come dire: sono nato, ho provato la vita e l'ho trovata così buona che merita di essere ripetuta." Ci si interroga sul concetto di giustizia con particolare attenzione al rapporto tra perseguitato e persecutore e sull'impossibilità di tracciare un confine netto tra l'uno e l'altro perché "arrivare alla conclusione che non ci sono differenze tra il colpevole e la vittima significa perdere ogni speranza. E questo si chiama inferno, ragazza mia". Ci si domanda se, come e quando l'uomo ha il diritto di uccidere un suo simile, arrivando a menzionare Dostoevskij e il suo Raskol'nikov, chiedendosi se l'assissinio può essere o meno una forma corretta di giustizia. "Il desiderio di ordine è al tempo stesso desiderio di morte, giacché la vita è una perpetua violazione dell'ordine. Oppure, con una formula opposta: Il desiderio di ordine è il pretesto virtuoso con cui l'odio per gli uomini giustifica i propri misfatti." Il tutto con i tempi, le atmosfere, le scenografie tipiche dell'opera teatrale. Siamo in Boemia, in epoca socialista, all'interno di uno stabilimento termale specializzato nella cura della fecondità femminile. Una gravidanza inaspettata, frutto di una notte di debolezza carnale, lega la bella infermiera Ruzena al famoso musicista Klima. Lei però ha un fidanzato ossessivo, il giovane idraulico Frantisek, lui una moglie gelosissima, Kamila. Klima tenta di convincere la giovane ad abortire, sfruttando l'amicizia con il dottor Skreta, direttore della struttura sanitaria, diviso tra il compito di favorire le nascite e il potere di consentire le interruzioni della gestazione. Questi a sua volta è legato ad altri due personaggi, il ricco uomo d'affari americano Bertlef, paziente storico della clinica, da cui vorrebbe essere adottato per acquisire il doppio passaporto, e Jakub, burocrate politico legato al regime, prima vittima poi carnefice delle purghe filosovietiche, prossimo a lasciare la patria e a sua volta legato all'esile Olga, paziente del centro, figlia di un suo ex amico e compagno, poi caduto in disgrazia e giustiziato. Storie comuni ma non banali, che inevitabilmente finiranno per intrecciarsi le une alle altre, sciogliendosi infine dall'intrico e prendendo ognuna la propria strada in un continuo addio al ritmo di valzer che, come si evince dal titolo, è il concetto alla base del libro. Kundera evidenzia infatti come la vita di ognuno di noi, dall'umile idraulico al famoso artista, dalla semplice infermiera all'illustre medico, sia un continuo susseguirsi di incontri cui non possono che seguire inevitabili abbandoni, inesorabili addii, che siano essi di natura sentimentale, umana, materiale, spirituale, che chiudono definitivamente e malinconicamente capitoli più o meno importanti dell'esistenza, segnando tuttavia nuovi e spesso incoraggianti inizi che, prima o poi, culmineranno nell'ennesimo, perentorio, risolutivo saluto. "Andò a passo rapido verso la macchina, aprì la portiera, si sedette al volante e ripartì per il confine. Ancora ieri credeva che sarebbero stati momenti di sollievo. Che sarebbe partito con gioia da quel paese. Che avrebbe lasciato un luogo in cui era nato per sbaglio e a cui non apparteneva veramente. Ma in quel momento sapeva che stava lasciando la sua unica patria e che non ne esistevano altre."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    16 Agosto, 2020
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Cerchio dopo cerchio

“Un romanzo strambo, una creatura strana come un coleottero sconosciuto rimasto fossilizzato su un sasso." Così il compianto Maestro definiva questo romanzo che si portava dietro (e dentro) da diversi anni e che, purtroppo, viene pubblicato soltanto dopo la sua dipartita. Un'idea nata, narra l'autore, dall'aver osservato un monaco vestito di rosso disegnare per lui, sulla nuda pietra, un mandala della coscienza. Da alcune parole del poeta Horderlin sottolineate quella stessa notte. Notte culminata in un fantasioso volo su una Napoli illuminata da una luna rossa. Già la premessa è un romanzo in sé, e trattandosi di Antonio Tabucchi, c'è poco da stupirsi. "Ossessioni private, personali rimpianti che il tempo rode ma non trasforma, come l’acqua di un fiume smussa i suoi ciottoli, fantasie incongrue e inadeguatezze al reale, sono i principali motori di questo libro". Da Sirio, nella costellazione del Cane Maggiore a Lisbona, per finire a Napoli non prima di essere passati per la Cina e attraverso le Alpi, in un susseguirsi di incontri fisici e metafisici, come in un mandala, un vortice di nove cerchi concentrici ognuno dei quali è un ulteriore passo verso quel centro che rappresenta la verità. Ma la verità su cosa? Su chi? Chi ha letto Requiem dello stesso autore ricorderà il nome di due personaggi secondari che, in un breve passaggio del breve romanzo, vengono a far parte dell'allucinazione del protagonista: Isabel e Tadeus. Bene, da comparse in quello, i due diventano protagonisti in questo. Isabel è lì, al centro del mandala. Per raggiungerla, Tadeus deve attraversare i vari cerchi che compongono il cosmogramma, incontrando una serie di personaggi che hanno conosciuto la donna nei vari step della sua esistenza: amiche d'infanzia, vecchie tate, secondini compiacenti, fotografi, preti missionari, fantasmi. Ad ogni incontro la figura di Isabel ci appare più chiara, ogni conversazione avvicina Tadeus e il lettore alla verità sulla sua sorte. Conosciamo una bambina cresciuta in fretta, divenuta subito indipendente e anticonformista, incapace, ormai studente universitaria, di piegarsi alle brutture del regime fascista di Salazar e perciò perseguitata, detenuta e torturata. Ci sono una possibile gravidanza e un probabile aborto, un verosimile suicidio, un plausibile scambio di identità, un'ipotetica fuga all'esterno. C'è un altro nome, Magda, ma a volte un nome non è altro che un'etichetta. Cerchio dopo cerchio, incontro dopo incontro, rivelazione dopo rivelazione, Tadeus raggiungerà infine il centro. Ma un Mandala che si rispetti è effimero per definizione e, dopo tanta ricerca, potrebbe bastare un soffio di vento sulla sabbia per riportare tutto al nulla sapienziale. "Le luci di Arrábida si avvicinavano. Il vaporetto fece tuutuu, fischiando. Era l’unico rumore che si sentiva in quella notte calda. Isabel mi sorrise, e mi strinse una mano. Il suo foulard bianco sventolava nella brezza notturna. A che scopo raccontarti la mia vita?, mi disse, tu sai già tutto, hai costruito con sapienza i tuoi circoli, e sai tutto di me, la mia vita è stata esattamente così, sono fuggita verso il nulla, ma me la sono cavata, ora mi hai ritrovata nel tuo ultimo cerchio, ma sappi che il tuo centro è il mio nulla in cui mi trovo ora, io ho voluto scomparire nel nulla, e ci sono riuscita, e in questo nulla tu mi ritrovi ora con il tuo disegno astrale, però sappi bene una cosa, non sei tu che hai ritrovato me, sono io che ho ritrovato te, tu credi di aver compiuto una ricerca per me, ma la tua ricerca era solo per te stesso."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    13 Agosto, 2020
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Little big Italy

La federa di un cuscino come valigia, dodici dollari cuciti nell'unico paio di mutande, un carico pesantissimo di responsabilità, una dose consistente di sogni e speranze sono il bagaglio con cui Diamante e Vita sbarcano negli Stati Uniti all'inizio dello scorso secolo. Hanno lasciato Tufo, frazione di Minturno, nel basso Lazio, per correre incontro ad un futuro ricco di opportunità, ad un ventaglio di possibilità che solo l'America, terra dei sogni per eccellenza, può offrire. Ma l'America a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo è ben lontana dall'essere il luogo paradisiaco che ogni immigrato sogna di raggiungere lasciando il suolo natio. Ad aspettare i due giovani avventurieri ci sono stenti, miseria, sfruttamento, diffidenza, pregiudizi, lacrime e sudore. La statua della libertà svetta su New York annunciando un mondo migliore, ma ai suoi piedi, per chi sbarca, ci sono umiliazione, scherno, degrado. Diamante, dodici anni, tiene la mano di Vita, nove, con l'atteggiamento protettivo di un fratello maggiore. I due però non sono fratelli, anche se è quello lo spirito con cui affrontano il distacco da casa, la lunga e faticosa traversata, l'impatto crudo e incomprensibile con il nuovo mondo. Il loro legame, nel tempo, si trasforma. Lo spirito fraterno lascia il posto ad un sentimento strano, nuovo, diverso. Il filo che li lega è sempre lo stesso, ma cambia il modo in cui li tiene avvinti. Quando cominciano i primi turbamenti, gli inspiegabili batticuori, gli inevitabili pruriti, non può nascere altro che amore. Ma quanto può incidere un sentimento adolescenziale su un'intera vita? Quanto può resistere l'amore alle sferzanti frustate del destino? Per scoprirlo non possiamo far altro che imbarcarci con i due protagonisti sulla nave guidata dalla brava Melania Mazzucco, immedesimandoci in loro e in tutti coloro che, a tutte le latitudini e in ogni epoca, sono costretti a lasciare tutto, perché ciò che hanno non è sufficiente a permettere una vita decente; a sopportare fatica, abusi, discriminazione per ritagliarsi uno spazietto nel mondo che sia più confortevole, più sicuro, più dignitoso. La speranza, in questi casi, è l'elemento imprescindibile per poter andare avanti, ma altrettanto indispensabile è l'amore, vero motore della vita di tutti noi. "Vita sa che sbaglia, Non ha bisogno di prove, perché aver fede in qualcosa, o in qualcuno, non significa voler toccare la sua ferita, ma volerla guarire. In ogni modo, le creda o no, lei lo ama. E perché aspettare? A che serve? La vita è adesso. Non nel futuro, che potrebbe non venire, non nel passato, che s'è dissolto -siamo noi, qui, ora, come ci siamo ritrovati, con quello che sentiamo oggi diciotto aprile millenovecentododici- perché potremmo non sentirlo più, potremmo cambiare, o essere cambiati, e disperderci in direzioni diverse come gocce di pioggia contro il vetro di una finestra. I sentimenti si sfilacciano, e le promesse non si mantengono. Questo presente passerà, né mai sarà possibile richiamarlo. Perché aspettare? Non abbiamo aspettato abbastanza? Che importanza ha un anello d'oro, la benedizione della legge, l'approvazione della chiesa? La realtà di una casa, uno stipendio e la stessa chiave nelle loro tasche? Tutto questo non la sposerà con Diamante. Lo farà il piacere che accende il viso di lui alla vista del suo, voler cercare, fra milioni di sguardi, i suoi occhi - e allora da oggi sarà la sua sposa."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    10 Luglio, 2020
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Non aprite quella porta

"Voi eravate la luce dei suoi occhi, la sua figlia, - disse la moglie dell'artigiano, - domandatelo a chiunque nel quartiere, vi chiamava proprio così, «la figlia». Di chi credete parlasse fino alla nausea, quella poveretta, quando si sedeva a riposarsi? Di voi. Ma voi vedevate una cosa sola, vedevate soltanto che vi aveva rubato il cane, e non vi siete mai accorta che per lei voi eravate diventata Viola. Accompagnò le nostre vite per circa vent'anni, durante tutto questo tempo ci capitò sovente di trascorrere settimane, mesi, all'estero, lei ogni volta accudì la nostra casa, smistò posta e telefonate, prese in consegna il denaro che arrivava, non tenne mai con sé Viola nemmeno per un'ora, anche se piangeva, per non lasciare la nostra casa incustodita durante la nostra assenza". Magda ed Emerenc sono due donne ungheresi agli antipodi. Scrittrice priva di qualsiasi senso pratico e con la testa perennemente tra le nuvole la prima, popolana ferrea e infaticabile, schietta e pragmatica la seconda. Una appartiene all'elite culturale del Paese, l'altra al proletariato costretto a rimboccarsi le maniche per sbarcare il lunario. Macchina da scrivere, convegni, presentazioni da una parte, scopa di betulla, strofinacci, padelle dall'altra. Magda è un personaggio pubblico, ha una carriera in ascesa, una grande cultura, un marito devoto. Emerenc una forza inesauribile che le permette di svolgere il lavoro di cinque persone, un'intelligenza pratica fuori dal comune, una vita privata avvolta da un alone di mistero. La porta di casa sua è infatti inespugnabile. Nessun essere vivente, neanche quelli a lei più vicini, hanno mai oltrepassato quell'invalicabile confine, visto o saputo cosa nasconde in casa l'anziana signora. Così come nessuno conosce la sua storia personale. Due mondi che hanno una sola maniera di incontrarsi: il lavoro. Magda ha bisogno di qualcuno che badi alle faccende domestiche mentre lei è impegnata nella sua arte. Emerenc ha bisogno di lavorare più possibile per guadagnare i soldi necessari a realizzare il grande progetto di una sontuosa tomba di famiglia. L'accordo è presto fatto. Il rapporto tra le due parti si rivela però difficile. La domestica, impegnata in diversi altri lavori e punto di riferimento per l'intero quartiere, appare e scompare in casa a proprio piacimento, detta legge come fosse la padrona, critica la vita dei suoi nuovi datori di lavoro da cui, freddamente, mantiene le distanze. Solo il tempo e l'arrivo in casa del cane Viola riusciranno a stemperare la rigidità della vulcanica donna ed avvicinarla, prima con un senso di amicizia, poi con amore materno, alla scrittrice. Magda è l'unica a cui Emerenc confida episodi del suo passato, la sola ammessa a varcare la fatidica soglia e a conoscere i misteri custoditi nel piccolo appartamento dell'amica. Giura che mai svelerà l'arcano di cui è stata fatta partecipe. Però, alle volte, ci si trova a dover prendere decisioni importanti che spesso possono essere in contrasto con giuramenti fatti in precedenza. Allora cosa fare quando, giunti al bivio, la scelta è mantenere il segreto o salvare la vita all'amata domestica? Emerenc non è una donna che si accontenta di vivere. Lei vuole la sua vita, quella in cui tutto ciò che custodisce dietro la porta, negandolo agli occhi e alla conoscenza degli altri, è il punto cardine. Se ciò dovesse venir meno, meglio la morte. Questo Magda lo sa bene, ma il tempo stringe e aprire quella porta senza il permesso della proprietaria appare l'unica cosa da fare. Quale sarà la decisione giusta? È corretto intervenire nella vita degli altri, anche se in buona fede, contro la loro volontà? Siamo sicuri che, ciò che per noi appare palesemente, inequivocabilmente un gesto di bontà, di solidarietà, di amore, faccia realmente il bene, l'interesse dell'altro? Il bellissimo racconto di Magda Sazbò parte in sordina, quasi fosse soltanto il resoconto tragicomico di un rapporto subordinato in cui non è chiaro chi sia il superiore e chi il subalterno. Ma più ci si addentra nella lettura più ci si sente coinvolti, maggiore è la conoscenza delle due protagoniste maggiore è il livello di empatia, finché non ci si rende conto di essere stati irreparabilmente catturati dalla storia. A questo punto è impossibile uscire dall'incanto, complici anche una prosa delicatissima, un pizzico di gradevole ironia e una spiccata sensibilità nell'affrontare temi come l'amicizia, l'incomunicabilità, la diversità, l'amore in qualsivoglia forma si manifesti. Ma ciò che forse conta di più in questa toccante vicenda è il peso del passato, è il segno che gli eventi vissuti lasciano nell'animo umano quasi fossero dei marchi indelebili incisi con il fuoco e che, inevitabilmente, vanno a influenzare, nel bene e nel male, gli atteggiamenti, le abitudini, il modo di rapportarsi alle altre persone. È il passato che pesa su Emerenc, le morti, le delusioni, i tradimenti subiti, i sogni infranti. È per non soffrire più che la protagonista ostenta rigidità, durezza di sentimenti. È per non essere ancora vittima, succube, che tenta di imporre a tutti il suo carisma, la sua leadership. È dal rischio che ciò che è avvenuto si ripeta nel presente o nel futuro che lei si difende sbarrando la famosa, simbolica, metaforica, quasi mitologica porta. "Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevamo distrutto l'intelaiatura che reggeva la sua esistenza e la leggenda aleggiante intorno al suo nome. Era d'esempio per tutti, aiutava tutti, era un modello: dalle tasche del suo grembiule inamidato saltavano fuori caramelline di zucchero avvolte nella carta frusciante e fazzoletti di tela che stormivano come colombi, era la regina della neve, la sicurezza, la prima ciliegia dell'estate, il tonfo delle castagne che cadevano dai rami d'autunno, la zucca alla brace d'inverno, la prima gemma nella siepe d'estate: Emerenc era pura, invulnerabile, lei era ciò che tutti noi, i migliori di noi, avremmo voluto essere. Emerenc, con la fronte perennemente coperta, con il suo viso liscio come la superficie di un lago, non aveva mai chiesto niente a nessuno, bastava sempre a se stessa, si era accollata i pesi degli altri senza mai dire quello che pesava a lei e quando, finalmente, avrebbe potuto dirlo, io ero andata a fare il mio numero in televisione, lasciando che la smascherassero nell'unico momento umiliante della sua vita, lordata dalla malattia. Quali parole sarebbero state all'altezza per spiegare il suo essere, per l'anatomia della misericordia che la spingeva a popolare di animali la casa? Emerenc anarchicamente buona, sconsideratamente generosa, solo di fronte a un'altra orfana aveva svelato di essere orfana, non aveva mai confessato la propria immensa solitudine mentre si avventurava, come l'Olandese Volante al timone della sua nave, su acque sempre ignote, sospinta dal vento di relazioni sempre provvisorie."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    01 Luglio, 2020
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Storia d'amore e di razzismo

"Nessuno di loro due, in realtà, sovrapponeva parole a quell’amore. Anche lui si sentiva per la prima volta sommerso da un sentimento che andava al di là di un matrimonio di piacere. Questa volta le cose avevano preso un verso che non aveva previsto né avvertito in anticipo. Un uomo della sua generazione e della sua classe sociale – la borghesia di Fès – non si era mai confessato innamorato. Aveva letto storie d’amore e pensava che succedessero solo nei libri, non nella vita reale – o almeno non nella sua. Si sentiva come un eroe preso dalla sua bella e si sorprendeva a comporre versi per Nabou. Tremava scrivendo, sentiva il suo corpo più leggero, come trasportato da una musica che proveniva da lontano – cosa che lo incantava e lo rendeva ancora più folle d’amore per Nabou." Devoto alla famiglia e alla religione, Amir non commetterebbe mai azioni che possano offendere sua moglie Lalla o il Signore Onnipotente. È per questo che, ogni volta che è costretto per lungo tempo a lasciare il Marocco e recarsi in Senegal per lavoro, invece di cercare sfogo alle sue pulsioni nell'adulterio o nella prostituzione, preferisce contrarre un cosiddetto "matrimonio di piacere". Si tratta di un matrimonio temporaneo, parallelo a quello ufficiale e altrettanto valido, consentito dal Corano a chi è costretto a stare lontano da casa per molto tempo. È così che Amir conosce Nabou, bella, alta, statuaria, sensuale, disinibita, nera. Il matrimonio di piacere diventa ben presto amore, quello che non è mai sbocciato dopo tanti anni di matrimonio e quattro figli con Lalla. Il rapporto con la prima moglie è fondato sul rispetto, sulla tradizione, sull'idea di famiglia, ma manca di passione, di voluttà, di trasporto emotivo. Mentre con Nabou è tutt'altra storia. Allora, visto che la legge lo consente, perché non promuovere questo legame a matrimonio vero e proprio? Amir chiede a Nabou di sposarlo, lei accetta, sinceramente innomarata del suo uomo ad interim. Una storia d'amore travolgente, coinvolgente, commovente, che sembra non poter far altro che culminare con un lieto fine. Ma per Amir e Nabou non sarà semplicemente il giusto coronamento di un sentimento forte e sincero, ma l'inizio di un incubo pieno di invidie, pregiudizi e intolleranza. Se l'amore è il protagonista positivo di questo toccante romanzo di Tahar Ben Jelloun, il razzismo è l'antagonista cattivo, il pericolo in agguato dietro ogni pagina, la macchia indelebile che da sempre infanga la società umana. Così come, purtroppo troppo spesso, si registrano episodi di intolleranza, xenofobia, di arrogante supremazia di quella parte di mondo detta "Occidentale" nei confronti di chi proviene da altre zone meno fortunate, allo stesso modo, all'interno della stessa Africa, troviamo i medesimi atteggiamenti da parte di chi si trova in condizioni economiche in qualche modo più agiate, ha la pelle più chiara, un livello più alto di discutibile modernità. A dimostrazione del fatto che l'uomo non imparerà mai dagli errori ma persevererà in eterno nelle sue brutture, coloro che subiscono episodi di razzismo, di vecchie e nuove forme di violenza e schiavitù, di becero apartheid, invece di fare in modo che ciò non accada mai più nè a se stesso nè agli altri, è subito pronto a riservare lo stesso trattamento a chiunque si trovi in una situazione di difficoltà, di sudditanza, di bisogno maggiore. Così il marocchino, osteggiato in Europa, visto come un ladro, un invasore, discriminato per il colore della pelle, la cultura diversa, la condizione economica, si sente in dovere di osteggiare a sua volta il senegalese, più scuro di carnagione, più povero, secondo lui più arretrato. È ciò che accade a Nabou quando lascia il suo Paese per andare a vivere a Fes con il suo amato. È quello che deve subire suo figlio Hassan, nero come la madre a differenza del gemello Houcine, chiaro come il padre. È ciò che porterà alla tragedia Salim, figlio di Hassan, vittima della cieca intolleranza, del volgare abuso, del meschino giustizialismo. "Non avevo alcuna voglia di andare a pregare, né di reclamare giustizia a Dio per le mie sventure. Era ormai da tempo che avevo capito che quando i poveri, i marginali, i desolati coraggiosi chiedono compassione e misericordia a Dio non ottengono niente. Peggio, solo i disonesti, i ladri, gli sfruttatori, i criminali, gli impostori sbocciano, si arricchiscono e se ne vanno in seguito a lavare i propri peccati a La Mecca. È la vittoria dell’ipocrisia sulla giustizia. Io ne ero incapace..... Nera, assolutamente nera, la mia pelle era nera fino ai piedi, come se li avessi colorati con inchiostro di Cina. Anche i palmi delle mie mani. Non c’era più nessuna ambiguità ora. Ero totalmente nero. A che pro ricordare la pelle bianca di mio nonno? Nessuno mi credeva, nessuno prendeva sul serio la mia storia quando la raccontavo. La mia pelle nera era la mia identità, doppia, tripla, meticcia, torbida, pallida, bruciante e perfino infernale. Rivelava il negro in me, ricordava i miei antenati deportati dall’isola di Gorée verso le Americhe. La mia pelle, privata dei fori per respirare, e la mia anima, dipinta di nero indelebile, facevano di me un uomo libero e pronto a difendere quella libertà con tutti i mezzi."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    01 Luglio, 2020
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La luce dopo la tenebra

"Così adesso siamo rimasti solo io e te, Baba, - mormorò. - Ti sembra vuota, la casa? Se ne sono andati tutti, salvo noi due. Saremo soli d'ora in poi. Ma almeno non dobbiamo preoccuparci di nessuno, di Tara o Raja o Mira-masi. Non dobbiamo preoccuparcene, ora che se ne sono andati. Ce ne staremo per conto nostro, senza nulla di cui preoccuparci. Come se fossimo di nuovo bambini, seduti in veranda ad aspettare papà e mamma, intanto si fa buio e viene l'ora di andare a letto. Sì, sarà proprio come quando eravamo piccoli -. Fece un immenso sbadiglio, strabuzzando gli occhi e con le ossa delle guance che tiravano la pelle già tesa. - Non si stava male, allora, - mugolò scuotendo la testa con aria assonnata, - non è vero? No. Quando eravamo piccoli... Ma non aggiunse altro. Appoggiò la testa in grembo e parve che si fosse addormentata." È una torrida estate a Nuova Deli. Nella vecchia e decadente residenza di famiglia, due sorelle diametralmente opposte frugano tra i ricordi riportando alla luce vecchi episodi, emozioni ancora vibranti, risentimenti mai sopiti. Come se ci trovassimo in un'opera teatrale l'ambientazione resta sempre la stessa a parte un paio di fugaci intermezzi. A cambiare invece è il tempo, vero protagonista del libro, portatore di reminiscenze ora amene, ora spiacevoli, tenue filo che regge i delicati equilibri familiari, capace di infondere al racconto un carattere quasi onirico, complice anche la delicatezza della prosa. Una pesante cappa di calore opprime i personaggi così come il peso del passato grava sulle loro anime. L'abbacinante luce del sole estivo acceca i loro occhi allo stesso modo in cui lo scorrere del tempo confonde la memoria. La sabbia sollevata dal vento confonde il paesaggio nella stessa maniera in cui ruggini indomabili alterano i loro sentimenti. Le zanzare ronzano fastidiose quasi fossero faccende lasciate in sospeso da troppo tempo, che incessantemente chiedono conto alle coscienze. Il romanzo è diviso in quattro parti. Si comincia con il presente, il ritorno di Tara, emigrata negli Stati Uniti dopo aver sposato un diplomatico, nella casa di famiglia dove sono rimasti a vivere la sorella Bim, insegnante nubile, e Baba, il fratello minore disabile. Si passa, nella seconda parte, ai ricordi adolescenziali dei ragazzi ed entra in scena il fratello maggiore Raja.
È il capitolo più complesso e interessante, in cui si delineano i caratteri dei protagonisti, in cui vengono fuori gli episodi più significativi con sullo sfondo spaccati di storia indiana tra i più cruenti dello scorso secolo, con la scissione del Pakistan, i massacri religiosi fino all'assassinio di Ghandi, ma anche piacevoli intermezzi poetici con citazioni che spaziano da Lord Byron ad Alfred Tennyson fino a Sir Muhammad Iqbal e T. S. Eliot. "Chi è il terzo che ti cammina sempre accanto? Quando conto ci siamo soltanto tu e io insieme, Ma quando guardo avanti alla strada bianca C'è sempre un altro che ti cammina accanto Scivolando ravvolto in un mantello bruno, incappucciato Non so se uomo o donna Ma chi è che ti sta all'altro fianco?" La terza parte è quella più delicata, più emotiva, più ricca di tenera sensibilità e viene dedicata all'infanzia, incentrandosi soprattutto sul rapporto di odio-amore tra le due sorelle e sulla figura della Zia Mira, personaggio chiave dell'opera. Nella quarta parte i ricordi abbandonano il campo, ma resta il turbine di emozioni contrastanti da essi scaturito. Tuttavia si torna al presente, qualche nodo viene al pettine e la tenebra che ormai da decenni avvolge i quattro fratelli sembra poter essere rischiarata da una nuova possibile alba pronta a portare la sua chiara luce. "A quel punto rimasero seduti in silenzio, loro tre, perché ormai non c'era più bisogno di parole. Finalmente tutto era stato detto. Non restavano né barriere, né ombre, solo la chiara luce che irradiava dal sole. Ora potevano librarsi in quella luce, vasta come l'oceano, ma chiara, priva di colore, sostanza o forma. Era il più impalpabile e il più pervasivo degli elementi e loro fluttuavano in esso. Avevano trovato il coraggio, dopotutto, di immergervisi e farsi inondare dalla luce, che ora li illuminava interamente, senza lasciar loro neppure un'ombra sotto cui ripararsi".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Mag, 2020
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Trent'anni di noise

"E quella voce dal timbro festoso mi annunciò che i Marlene Kuntz avevano stupito tutto il comitato della giuria (chissà in quanti saranno stati...). Il demo li aveva entusiasmati e ci si aspettava da noi grandissime cose. Non mi sembrava vero: un milanese parlava così dei Marlene Kuntz! (Sia chiaro: lo stupore andava di pari passo al senso della giustizia che finalmente veniva a distribuire i giusti meriti...)" Dal 1989 al 2019. Trent'anni di elegante noise targato Marlene Kuntz. Fondata nel Cuneese da Cristiano Godano (testi, voce e chitarra), Luca Bergia (batteria) e Riccardo Tesio (chitarra), con diversi avvicendamenti al basso che passano, tra gli altri, per Dan Solo e Gianni Marroccolo fino ad arrivare all'attuale Luca Lagash Saporiti, la rock band nostrana si è sempre contraddistinta per l'alta qualità musicale, per il valore letterario dei testi e per un coerente ed autentico anticonformismo, in un panorama musicale troppo spesso omologato, in cui contano sempre più frivola leggerezza, ruffianeria nei confronti del pubblico, promozione a qualsiasi costo. Marlene Kuntz invece rappresenta una scelta radicale, un progetto ben preciso che comprende la musica, i testi, il modo di relazionarsi al pubblico e che, pur maturando nel tempo per ovvi e inevitabili motivi (ricerca quasi ossessiva della perfezione, necessità di sonorità nuove che stimolino l'inventiva, crescita fisiologica dei componenti il gruppo che inevitabilmente porta con sé sensibilità, bagaglio culturale, obiettivi diversi all'età di cinquant'anni piuttosto che a venti), non si è mai discostato dall'idea di fondo. Un modus operandi che ovviamente non è quello di una band rivolta ad un pubblico mainstream, ma quello di un gruppo di musicisti con le idee chiare, con una cultura musicale che in pochi possono vantare e con una fertile volontà di fare le cose per bene, seguendo criteri ben precisi. Scelta che da un lato ha l'inconveniente di abbassare il livello di notorietà, dall'altro ha il vantaggio di liberare gli artisti dal dovere di fare qualcosa di necessariamente popolare (e qui il termine è da considerarsi nella sua accezione negativa), tenendoli fuori dal giogo delle convenzioni, del successo purché sia, della creatività di stampo commerciale. Va da sé che ciò permette di evitare qualsiasi tipo di interferenza artistica e di proporre al pubblico, non numerosissimo ma fidato ed esigente, qualcosa che rappresenti realmente il loro estro, che rispecchi il loro gusto, che trasmetta a chi li segue la profonda sensibilità del loro animo. In questo libro, partendo da "M.K.", pezzo che apre il primo album "Catartica", arrivando ad "Un Sollievo", brano ultimo del terzo disco "Ho ucciso Paranoia", passando per le più famose "Sonica", "Nuotando nell'aria", "Lieve", "Ape Regina", "Il Vile",  e per le non meno fascinose  "L'esangue Deborah", "Ti giro intorno", "Infinità", "Ineluttabile" (citarle tutte sarebbe prolisso ma è stato terribilmente difficile scegliere di menzionare queste piuttosto che altre), Cristiano entra nell'anima delle sue creazioni, spiegando il significato delle parole, giustificando la scelta dei termini, raccontando gli episodi, le storie, i contesti che le hanno generate, le emozioni, le sensazioni, gli slanci di empatia che lo hanno ispirato, a volte entrando nello specifico ed esplicando i versi nei minimi particolari, altre restando su un terreno più  indefinito, un po' per probabili questioni di intimità, un po' forse per lasciare all'ascoltatore, al lettore, o a come si voglia definire chi è interessato all'opera, la giusta dose di solleticante curiosità, di personale interpretazione, di fervore emotivo. I testi di Godano non si possono definire "immediati". Questo può renderli impegnativi a chi si sofferma su un ascolto superficiale, pesanti a chi cerca nella musica una leggerezza fine a se stessa, criptici a chi non ha tempo e voglia di abbandonarsi alle suggestioni che emanano. Suggestioni si, perché anche se l'autore non si ritiene un poeta e nel libro spieghi accuratamente che differenza intercorre tra scrivere poesie e scrivere canzoni, le sue parole, pervase da forti sfumature liriche, hanno la forza suggestiva dei versi poetici e non quella esplicativa della prosa e delle canzoni più (passatemi di nuovo il termine) popolari. "Se non avessi grosse pretese con le mie parole e cercassi la banalità programmatica di certe sintesi spesso assai efficaci per i miei testi, ovvero se non fossi uno che si va a impelagare in contesti pretenziosi e per ciò stesso più attaccabili, avrei meno reputazione da difendere e saprei al massimo di far sorridere qualche snob. E sarei propenso a non dar peso a certi sorrisini, perché preferirei senza dubbio alcuno il sorriso caloroso del mio consenso allargato tradotto in decine di migliaia di facce gaudenti a ogni mio concerto. Me ne fotterei in buona sostanza". Non mancano poi i dettagli più specificatamente tecnici legati all'aspetto prettamente musicale, che possono incuriosire, interessare e stimolare soprattutto chi è più esperto in materia, senza tuttavia risultare tediosi a chi è poco o per nulla ferrato sull'argomento. L'analisi dei testi è anche un pretesto per divagazioni in cui Godano si lascia andare a ricordi legati alla sua vita personale e a quella legata al gruppo, a citazioni e dichiarazioni di stima che spaziano dalla letteratura (Nabokov su tutti, ma anche Frenzen, Calvino, Ghosh) alla poesia (soprattutto Montale) e ad un incalcolabile numero di cantanti e band non necessariamente legati al mondo del Rock (spiccano Nick Cave e i Sonic Youth sul panorama internazionale, Paolo Conte, Lucio Dalla, Fabrizio De André su quello nostrano) che denotano l'ampio raggio di interessi, di cultura, di fonti di ispirazione che stimolano l'autore e i suoi sodali. Staccandosi dal contesto musicale, si arriva anche a parlare di attualità. Qui il rocker di Fossano si mette a nudo, esternando opinioni, paure, dubbi, speranze su temi caldi, spaziando dalla scena politica all'ecologia, fino all'uso improprio della rete, in cui disgustano i latrati degli haters, il diffondersi di sentimenti negativi, le sfilate di opinioni con la loro stoffa generica. "A noi sembra di vivere in un incubo e mai avremmo pensato di dover arrivare a temere il fascismo e tutte le abnormità che si possono immaginare. L’avreste mai detto che vi sareste ritrovati ad aver timore di dire in rete che vorreste un mondo buono all’insegna dei sacri valori dell’uguaglianza e dei pieni diritti per tutti senza incorrere in dileggi e veri e propri attacchi? Non è forse un incubo un mondo in cui ci si ritrova a questo punto?" Un libro interessante, consigliato sicuramente a chi conosce e stima la band, ma che può piacere ed incuriosire anche chi non è avvezzo al mondo marlenico ma ama la musica, la poesia, la letteratura e ama leggere testi pervasi di profondità di pensiero, circonfusi di carica emozionale e ricchi di curiosi aneddoti, interessanti citazioni e stimolanti spunti di riflessione. "La musica mi ha dato tantissimo nella prima parte della mia esistenza. Ho vissuto momenti di pura esaltazione interiore grazie a essa, quasi di trasfigurazione. Ho nutrito speranze e illusioni, ho interiorizzato emozioni impagabili, ho vibrato con una intensità inimmaginabile altrimenti, ho dato vita a fascinazioni esclusive. È stata per molto tempo la mia linfa vitale, il pensiero costante delle mie gioie, delle mie turbe, delle mie visioni, delle mie peregrinazioni mentali. Mi ha dato coraggio e mi ha reso spavaldo, mi ha spinto in un negozio di strumenti musicali e in una sala prove, mi ha incoraggiato a scrivere testi arditi e a cantarli di fronte ai miei compagni di avventura, mi ha obbligato a capire l’importanza delle parole e a provare imbarazzo per quelle usate con troppa disinvoltura, mi ha scaraventato su un palco a fronteggiare un pubblico, mi ha permesso di affinare la sensibilità scoprendo i segreti più formativi dell’arte e il suo ascendente prezioso, mi ha permesso di credere nella mia personalità senza mai affogare nella tracimazione dell’ego, mi ha aiutato a cercare di superare i miei limiti. E internet le ha tolto carisma: l’ha svilita, ne ha depotenziato i risvolti mitici, l’ha resa un ammasso di informazioni spersonalizzate. È sempre musica, nella sua idea astratta, e ci mancherebbe, ma per come l’avevamo imparata ad amare, coi suoi eroi facitori a renderla tutto ciò che ho descritto sopra, non è più la stessa cosa".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    16 Mag, 2020
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La tirannia del talento

"Mentre a casa aspettavo invano il sonno sentii che la mia vita non poteva continuare come se niente fosse. Esistono sventure di tale portata che non si possono reggere se non le si traduce in parole. Così verso l'alba cominciai ad annotare quanto avevo ascoltato e vissuto a partire da quel mattino chiaro e ventoso in Provenza". Se c'è un aggettivo che può definire questo testo con una sola parola è "delicato". Delicato è lo stile di scrittura, caratterizzato da periodi musicali, da parole ricercate. Delicato è l'argomento, perché si parla di sentimenti umani forti, di tormenti, di ossessioni. Delicato è il modo con cui Pascal Mercier mette a nudo l'animo umano, profondendo  emozioni viscerali che turbano, commuovono e coinvolgono il lettore. Un'automobile, due uomini appena conosciutisi accomunati da un profondo male di vivere, una lunga striscia d'asfalto che collega Saint-Rémy a Berna. Adrian Herzog, voce narrante, chirurgo costretto a lasciare la professione per questioni di salute, un matrimonio fallito alle spalle, un amore ormai impossibile, una figlia di nome Leslie. Martijn Van Vliet, vedovo, ricercatore biocibernetico caduto in disgrazia, depositario di un dolore incommensurabile legato alla figura della figlia Lea. Per strada i due uomini approfondiscono una conoscenza casuale che senza troppi preamboli diviene subito intimità, fiducia, solidarietà, empatico rifugio. Le confidenze si susseguono, spingendosi sempre più in là man mano che si fa più intenso il senso di amicizia. Infanzia, studi, giovinezza, amori, fallimenti, figli. C'è però una storia che prevale su tutto, che monopolizza il dialogo relegando il resto a puro contorno, fugace intermezzo, irrilevante corollario. Van Vliet racconta, Herzog guida e ascolta. Il dialogo diventa un monologo, il monologo assume sempre più l'aspetto di un drammatico soliloquio. È una storia che parte dal dolore causato da un lutto. La morte di Cécile, moglie di Martijn, getta nello sconforto la piccola Lea. Dopo un anno di triste chiusura in se stessa, avviene l'episodio che sembra cambiare le cose, riportando alla vita la ragazzina. Il suono di un violino, proveniente da un'artista di strada, riaccende nel piccolo cuore ferito una scintilla di gioia, un fiammella di passione, ridandole un motivo per sorridere, sognare, vivere. "Alla luce di quel che successe in seguito e che so oggi, mi verrebbe da dire che mia figlia perse se stessa nell'atrio di quella stazione. Mi verrebbe da dirlo anche se negli anni seguenti sembrò fosse avvenuto esattamente il contrario: che lei in quel momento avesse imboccato all'improvviso la strada che la conduceva a se stessa, con una dedizione, un ardore, un'energia come solo a pochi è dato attingere". Per Lea inizia un tormentato rapporto con uno strumento che diviene sempre più un prolungamento del suo stesso corpo, con una musica che nasce come passione ma si trasforma troppo presto in tragica ossessione. Lea non si limita a suonare. Quando impugna l'archetto, la ragazza erige una cattedrale di suoni limpidi e caldi che per lei rappresenta la vita ma, al tempo stesso, le serve come rifugio dal mondo. A volte tuttavia anche le cattedrali possono crollare distruggendo tutto ciò che le circonda e quello che erroneamente appariva pervaso da un'aura salvifica risulta invece, com'è realmente, circonfuso da un alone funesto. "Non avrei mai pensato di poter essere irretito in una incapacità così devastante; perché se ne fossi stato dominato, allora dovevo esserlo in una maniera subdolamente invisibile e illusoriamente mutevole, tale da sottrarsi allo sguardo indagatore e da celarsi invece dietro l'ingannevole facciata della sollecitudine. L'osservatore non aveva affatto l'impressione che io non avessi riguardo per i desideri di Lea. Al contrario, visto da fuori doveva sembrare che di mese in mese, di anno in anno io mi fossi messo al servizio dei suoi desideri, diventandone anzi sempre più schiavo. Questa o quella occhiata dei miei colleghi e collaboratori mi faceva capire come trovassero preoccupante il fatto che la mia esistenza si assoggettasse letteralmente al ritmo di vita di Lea, ai suoi progressi artistici e alle sue cadute, ai suoi voli e al suo precipitare negli abissi, alla sua euforia e alle sue sconfitte, alla sua umoralità e alla sua malattia. E come si poteva contestare a un padre che per la felicità di sua figlia finisce addirittura per uscire di carreggiata, come si poteva contestargli la capacità di riconoscere la volontà di lei? Docilmente mi sottomettevo alla tirannia del suo talento".


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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    12 Mag, 2020
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Il pentimento e il perdono

Le ambizioni di indipendenza di un popolo che si scontrano con i concetti di unità nazionale e di ordine costituito, la violenza di chi crede di poter raggiungere i suoi obiettivi politici versando sangue e quella di uno Stato centrale che fa fronte al terrorismo con altra violenza, con torture, con una feroce repressione. Ma anche l'idea di  famiglia come fulcro dell'esistenza umana, nel bene e nel male, sia che la si veda come rifugio, appoggio, luogo di comprensione, sia come prigione dalla quale scappare senza però poter dimenticare il sangue, i legami, gli affetti. Siamo nella provincia basca di San Sebastian e conosciamo due nuclei familiari legati da una profonda amicizia. I capi famiglia sono Txato, imprenditore nel campo dei trasporti, e Joxian, operaio in una fonderia, accomunati dalla passione per il ciclismo, per le carte e per il vino. Le rispettive mogli, Bittori e Miren, sono inseparabili. I figli, Xabier e Nerea da una parte, Arantxa, Joxe Mari e Gorka dall'altra, crescono insieme come se fossero figli degli stessi genitori. Le loro vite sembrano scorrere tranquille, ma il Txato comincia a ricevere dall'ETA continue minacce e richieste di estorsione. Dall'altra parte Joxe Mari si avvicina sempre più all'organizzazione terroristica indipendentista. Inevitabilmente la situazione tra le due famiglie si fa pesante e anni di amicizia, affetti e condivisione vengono messi da parte. La violenza entra nelle loro esistenze, rende ciechi, non fa più distinzione tra amici e nemici, tra nazionalisti e indipendentisti, e anche chi si è sempre tenuto alla larga da questi giochi politici, anche chi ha sangue basco nelle vene e parla Euskara, può morire come un traditore. Una lunga epopea famigliare che racconta spaccati di storia recente troppo spesso taciuta, con uno stile semplice ma incalzante, con una forte caratterizzazione dei personaggi che permette una buona introspezione, con il distacco del semplice cronista che non dà giudizi ma si limita a raccontare, proponendo però la visione dello stesso evento da più prospettive. Questo, se da un lato porta ad un lieve eccesso di ripetizioni, dall'altro permette di immedesimarsi sia nelle vittime, sia nei carnefici, sia in chi si limita a osservare passivamente gli eventi. Fernando Aramburu, pur restando una neutrale voce narrante, non risparmia stilettate a nessuno. Al terrorismo, seminatore di sangue e di odio, alle forze dell'ordine, violente, arroganti, torturatrici, alle istituzioni religiose, troppo spesso in silenziosa combutta con gli uni o con gli altri, comunque lontane dal loro vero scopo. Agli stessi genitori, troppo impegnati in altro per accorgersi delle cattive pieghe che prendono i figli. All'ignoranza, alla mancanza di cultura, terreno fin troppo fertile per fare attecchire negli animi delle persone il seme dell'avversione, della ferocia, del conflitto. Ma Patria è anche qualcosa in più. È anche ironia, è Bittori che disquisisce con le stoviglie o Miren che redarguisce Sant'Ignazio come farebbe con suo figlio. È anche amore, con le storie tormentate di Nerea, Xabier e Arantxa. È salvezza, quella di Gorka, raggiunta attraverso la cultura. Soprattutto, Patria, è la celebrazione di due sentimenti che per l'essere umano sono sempre stati e continuano ad essere tra i più difficili da provare e da esternare: il pentimento ed il perdono. "Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d’acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l’acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l’acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all’errore, e quell’acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna, per non fare brutta figura con i compagni. E così l’uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all’altro".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    05 Mag, 2020
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Un tuffo nel vuoto

"Teorema, come indica il titolo, si fonda su un'ipotesi per absurdum. Il quesito è questo: se una famiglia borghese venisse visitata da un giovane dio, fosse Dioniso o Jehova, che cosa succederebbe? Parto dunque da una pura ipotesi". Così Pasolini presentava il suo scabroso e dissacrante film omonimo nel non molto lontano 1968. L'anno successivo ne pubblicava una versione letteraria che, nell'incedere del racconto caratterizzato da continui cambi di inquadratura, risente fortemente dell'influenza cinematografica. Inframezzando con pertinenti intervalli poetici una non meno fine prosa, l'eclettico artista miscela sapientemente amore e psiche, politica e religione, permeando l'opera di un delicato erotismo che esce fuori dagli schemi, unendo in un'aura di sensuale morbosità terreno e divino. Siamo nella villa milanese di una famiglia borghese tipo degli anni Sessanta. Paolo, il capofamiglia, è un imprenditore benestante, proprietario di una fabbrica ereditata dal padre. Lucia, sua moglie, è una distinta signora che passa le giornate immersa nella lettura. Pietro, il loro primogenito, e Odetta, la figlia minore, sono giovani adolescenti di belle speranze, studenti di scuole prestigiose per cui l'avvenire si preannuncia roseo. A completare il quadretto famigliare contribuisce Emilia, giovane domestica di origine contadina, esponente di tutt'altra classe sociale. A sconvolgere un menage familiare che, dall'esterno, appare idilliaco, arriva un ospite sconosciuto. Bellissimo, celestiale, seducente. Di lui non si conosce il nome, l'origine, l'occupazione, né il motivo della sua permanenza in villa. Si capisce subito però che il ragazzo emana un'aura straripante di fascino, di carisma, di empatia. Nessuno, né l'autorevole Paolo, né il frizzante Pietro, resterà indifferente al suo charme. Tutti, sia l'algida Lucia, sia la tenebrosa Emilia, sia la virginea Odetta, saranno sconvolti da un turbine di voluttà, di vibrante seduzione. Ma la permanenza del ragazzo non sarà eterna e la sua partenza lascerà un vuoto incolmabile nei cuori borghesi della famiglia come in quello proletario della domestica e tutti, uno alla volta, faranno i conti con una perdita che minerà alle fondamenta ogni loro certezza, sconvolgerà il loro presente e renderà il futuro un tuffo nel vuoto. "È impossibile dire che razza di urlo sia il mio: è vero che è terribile - tanto da sfigurarmi i lineamenti rendendoli simili alle fauci di una bestia – ma è anche, in qualche modo, gioioso, tanto da ridurmi come un bambino. È un urlo fatto per invocare l'attenzione di qualcuno o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo. È un urlo che vuoi far sapere, in questo luogo disabitato, che io esisto, oppure, che non soltanto esisto, ma che so. È un urlo in cui in fondo all'ansia si sente qualche vile accento di speranza; oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda, dentro a cui risuona, pura, la disperazione. Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa questo mio urlo voglia significare, esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Aprile, 2020
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Io che ero una così brava persona

Hai una vita soddisfacente, un lavoro rispettabile, un bell'appartamento arredato con mobili ricercati, una bella automobile, un frigo senza cibo ma ricco dei più sofisticati condimenti. Eppure senti che nella tua vita continua a mancare qualcosa e questa lacuna ti toglie il sonno. L'insonnia incessante ti mette in una condizione in cui non sei mai veramente addormentato ma, di contro, non sei mai completamente sveglio. Il medico ti dice che d'insonnia non è mai morto nessuno, che se vuoi vedere gente che sta veramente male dovresti andare al gruppo di sostegno per uomini operati di cancro ai testicoli, piuttosto che di malati di tubercolosi o di leucemia. Tu lo prendi in parola e ci vai e in effetti ne trai giovamento. Quei racconti, quel dolore, quelle lacrime, ti aiutano. Nel buio della sala, abbracciato ad uno sconosciuto, ti rendi conto che tutto ciò che hai fatto o farai non ti porterà a niente, che ciò che hai è solo inutile spazzatura, materia inerte che non riesce a riempire nessun vuoto. Quando rientri a casa non dormi ma ci sei molto vicino, è ciò che di più simile al sonno ti possa capitare. Poi arriva lei, Maria Singer, anche lei sana, anche lei imbrogliona, abusiva in questi gruppi di sostegno. Ricomincia l'insonnia, la sua presenza ti destabilizza. Poi arriva Tyler Durden. Per fortuna arriva Tyler Durden. Purtroppo arriva Tyler Durden. Tyler Durden, il proiezionista iscritto al sindacato, che infila fotogrammi pornografici nelle bobine dei film per famiglie. Il cameriere guerrigliero che condisce i raffinati cibi delle persone benestanti con urina, flautolenze, starnuti. Il produttore di saponette che usa come materia prima il grasso estratto dalle liposuzioni, rivendendo alle signore ricche ciò che hanno pagato per farsi togliere. È Tayler Durden che ti ospita nella sua casa sgangherata quando il tuo appartamento esplode. È lui che ti apre gli occhi, che fomenta il tuo odio di classe, che ti libera dall'inutile legame con i beni materiali, che ti aiuta a distruggerti per elevare il tuo spirito, che ti insegna a costruire una bomba con benzina, succo d'arancia e segatura. Tyler Durden è pieno di informazioni utili, molte delle cose che sai le conosci perché le conosce lui. È lui ad insegnarti che la risposta ai tuoi dubbi, alle tue insicurezze, alle tue domande non sta nell'automiglioramento ma nell'autodistruzione. Siete ormai culo e camicia. Insieme fondate il primo fight club. "Prima regola del fight club: non si parla mai del fight club. Seconda regola del fight club: non si parla mai del fight club. Terza regola del fight club: quando qualcuno dice basta o non reagisce più, anche se sta solo facendo finta, il combattimento è finito. Solo due per ogni combattimento. Un combattimento per volta. Si combatte senza camicia e senza scarpe. Il combattimento dura per il tempo che stabiliscono loro. Queste sono le altre regole del fight club". Uomini frustrati che si riuniscono nello scantinato di un bar per lottare. Ma non si lotta contro l'avversario che si ha di fronte. Si lotta contro il proprio lavoro, contro la società, contro un padre che ogni sei anni cambia famiglia ed apre una nuova filiale. Si lotta, soprattutto contro se stessi. Quando si entra nel fight club non si è più la stessa persona. Il mondo reale viene chiuso fuori. Non importa vincere. Non importa perdere. Sei vivo solo quando combatti. Continui a sentirti vivo solo quando passi la lingua sui tagli del tuo labbro, la mano sulle ferite del tuo volto, quando riesci a far dondolare i denti nella tua bocca, quando senti le tue nocche tutte indolenzite e screpolate. Quando neanche questo ti basta più, crei il tuo esercito di scimmie spaziali, crei il Comitato Scherzi, il Comitato Incendiario, il Progetto Caos. Semini il panico in città, destabilizzi, guasti. Vuoi bruciare il Louvre. Vuoi spaccare gli Elgin Marbles a colpi di martello. Vuoi pulirti il culo con la Gioconda.  Ogni giorno ti avvicini di più al fondo, perché solo dopo aver toccato il fondo puoi essere redento, solo se precipiti completamente puoi essere salvato. Perché attirare l'attenzione di Dio per essere stato cattivo è sempre meglio che non fare male a nessuno e restargli del tutto indifferente. Allucinato come Burroughs, anticonformista come Miller, cupo come Celine, sprezzante come Bukowski, Chuk Palahniuk ci trascina con la forza di un vortice nella delirante deriva di un uomo comune alle prese con una quotidianità in cui il conformismo, la banalità, l'attaccamento ai beni materiali vengono percepiti come il rimedio al malessere interiore che ognuno di noi si porta dentro, essendone invece la causa. Privi della forza di riscattarci da soli dal nauseabondo olezzo della società in cui ci troviamo a sguazzare, cerchiamo tutti, chi più chi meno, chi in un modo chi nell'altro, il nostro Tyler Durden, quella figura capace di tirarci fuori dal senso di frustrazione, di disagio, di disadattamento che aumenta di giorno in giorno, l'alter ego capace di fare ciò che non abbiamo la forza di fare, dire ciò che non abbiamo il coraggio di dire, vivere quella vita che vorremmo vivere ma che non viviamo perché siamo intrappolati dai doveri, dalle convenzioni, dal desiderio di possedere inutili cianfrusaglie di cui non abbiamo alcun bisogno, perché ci sentiamo in dovere di essere delle così brave persone. “Tu non sei i soldi che hai in banca. Non sei il tuo lavoro. Non sei la tua famiglia e non sei quello che dici di essere a te stesso. Tu non sei il tuo nome. Tu non sei i tuoi problemi. Tu non sei la tua età. Tu non sei le tue speranze. Tu non sarai salvato. Tutti noi moriremo, un giorno o l'altro.”

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    26 Aprile, 2020
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Il marchio sovversivo della giustizia

Amore e ombra per il Cile. L'amore è quello per la patria, la terra in cui si è nati e cresciuti, a cui si rimane legati con una sorta di cordone ombelicale che niente può mai spezzare. L'ombra è quella proiettata su quella stessa patria da un regime militare violento e sanguinario, andato al potere con la forza e pronto a eliminare gli avversari al primo sospetto. "La dittatura non era una fase provvisoria sulla strada del progresso, ma la fase ultima sulla strada dell’ingiustizia...Il terrore, lungi dal propiziare l’ordine, aveva seminato un odio il cui raccolto sarebbe stato fatalmente una maggiore violenza." Amore e ombra per i Ranquileo. L'amore è quello familiare che lega Digna, Hipólito e i loro figli, quello del sangue, del cognome, dei tratti somatici che si ereditano e si tramandano. Un amore che spesso va al di là della genetica come nel caso di Evangelina, scambiata in ospedale ma accolta e cresciuta dalla famiglia Ranquileo come se avesse lo stesso DNA. L'ombra è quella della malattia, delle crisi che assalgono Evangelina ogni giorno all'ora di pranzo, delle convulsioni che le fanno inarcare la schiena, le fanno schiumare la bocca, la fanno gemere e contorcere, fanno vibrare le pareti di casa, spostare i mobili, latrare i cani. Amore e ombra per Irene Beltràn.L'amore è quello per la vita, per il lavoro di giornalista, per gli anziani ospiti dell'ospizio "La volontà di Dio", per il suo fidanzato Gustavo. L'ombra è quella che la patina dorata che la circonda getta sulla verità, facendole credere che tutto va bene nel suo paese, tenendola all'oscuro della violenza, dell'oppressione, della repressione. "Riteneva straordinario che Irene navigasse innocente su quel mare di angosce che opprimevano il paese, presa solo dal lato pittoresco e aneddotico. Si stupiva vedendola fluttuare incontaminata nell’aria delle sue buone intenzioni. Quell’ingiustificato ottimismo, quella pulita e fresca vitalità della sua amica erano come un balsamo versato sui tormenti." Amore e ombra per Francisco Leal. L'amore è quello per la libertà, per l'uguaglianza, per la giustizia. L'ombra è quella in cui il ragazzo, psicologo disoccupato prestato alla fotografia, è costretto a lavorare per aiutare i poveri dimenticati da uno stato spietatamente capitalista, i perseguitati politici che rischiano la pelle ogni giorno a causa delle loro idee. "Giustizia era solo una parola dimenticata del linguaggio che ormai quasi non veniva più usata perché possedeva un marchio sovversivo, come la parola libertà". La penna è quella soave e poetica di Isabel Allende, i temi trattati sono di quelli che inevitabilmente coinvolgono il lettore, le atmosfere quelle tipicamente in bilico tra realtà e fantasia della letteratura sudamericana. L'amore inevitabilmente sboccia tra Irene e Francisco, un rapporto che inizia per lavoro, diviene amicizia, cresce come cresce la loro complicità, fiorisce nel più tenero dei sentimenti. L'ombra invece avvolge la figura di Evangelina Ranquileo, gettando un velo di mistero sulla sua scomparsa. Saranno proprio i ragazzi a fare luce su questo tragico evento, in un susseguirsi di avventure, scoperte, forti emozioni che renderà indissolubile il loro legame, metterà in pericolo le loro vite e porterà a galla una sconcertante verità. "L’umanità deve vivere in un mondo unito, dove si mescolino le razze, le lingue, i costumi e i sogni di tutti gli uomini. Il nazionalismo ripugna alla ragione. In nulla beneficia i popoli. Serve solo perché in suo nome si commettano i peggiori abusi".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    14 Aprile, 2020
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Non sappiamo niente di nessuno

Antonio contro Fausto Maria. L'informazione libera contro i poteri forti. Da una parte il giornalista freelancer privo di guinzagli, pronto a tutto pur di smascherare i cattivi, in cerca dello scoop capace di proiettarlo nell'olimpo del giornalismo italiano. Dall'altra l'imprenditore self made man, ricco, influente, in orbita di importanti candidature politiche. Stessa età ma differenti in tutto e per tutto. Antonio a cinquant'anni divide ancora un appartamento con studenti fuori sede, vive di lavoretti, gestisce un sito di notizie e insegue la notorietà. Fausto Maria è uno degli uomini più ricchi del paese, ha una bellissima casa, una famiglia da pubblicità dei biscotti e dalla notorietà sembra voler scappare a tutti i costi. I due hanno solo un paio di aspetti in comune. Il primo è che non parlano mai del proprio passato, quasi volessero nasconderlo agli altri ma anche a se stessi. "Perché non hai capito che il passato scompare continuamente. Si ricrea, a uso del presente. E soprattutto a uso del futuro, che in fondo è l’unica cosa che conta. Non il nostro, bada bene, ma quello in cui gli altri ci ricorderanno. Noi, bello mio, oggi non siamo niente. Ieri possiamo essere stati qualsiasi cosa. Domani saremo il ricordo che lasciamo." Il secondo punto in comune è Oreste, un anonimo barbiere del Nomentano. È proprio nel salone di quest'ultimo che i due si incontrano. Ma mentre è del tutto normale che uno come Antonio vada a farsi tagliare i capelli lì, non lo è altrettanto che lo faccia uno come Fausto Maria. È proprio questa anomalia a far scattare nella mentre del giornalista l'allarme. Da qui parte un'indagine serrata ai limiti della persecuzione, per smascherare i segreti del grande imprenditore, per trovare le prove di un crimine che, tuttavia, non si sa quale sia. Una ricerca in cui si gioca sporco e che, alla fine, può portare ad un ribaltamento del risultato. Giovanni Floris si muove in campi, quello del giornalismo, della politica, della comunicazione, che conosce benissimo. Infatti si destreggia molto bene in questo intrico di verità nascoste, fake news, stalkering mediatico, esibendo uno stile fluido e scorrevole, dimostrando una buona capacità introspettiva e proponendo una profonda riflessione sul cambio di ruolo di una buona fetta di giornalisti, non più volti ad indirizzare l'opinione pubblica quanto piuttosto ad inseguirla e, sempre più tristemente, a cavalcarla. Il punto fondamentale del romanzo, più che la trama comunque dignitosa e arricchita da una serie di intermezzi che assumono maggior importanza man mano che si procede nella lettura, è l'idea di fondo che, nel giudicare una persona o un fatto, non esiste un'unica verità. Riuscendo ad entrare nella mente dei due antagonisti, il lettore si rende conto di come gli stessi fatti possano assumere prospettive differenti a seconda del punto di osservazione. Criteri, oggi più che mai, fondamentali per riuscire ad analizzare cronaca, politica e attualità in generale, in questo momento in cui haters, macchine del fango, notizie spazzatura imperversano in TV, per radio e soprattutto sul web condizionando le opinioni di molta, troppa gente facilmente influenzabile. "Non sappiamo niente di nessuno. Pensiamo di saperlo, o forse in realtà pensiamo che non sia importante saperlo. Facciamo coincidere le persone che incontriamo con le idee che abbiamo in testa prima di incontrarle. Diamo loro la forma che preferiamo, come facevamo con le formine in spiaggia da piccoli. Solo che le persone non sono di sabbia. Hanno già una forma che ha dato loro la vita, il loro passato, la loro natura. Il DNA, la madre, il padre, la società, non importa. Tanto quella forma noi non la conosciamo. A noi serve che siano quelle che ci immaginiamo, non indaghiamo su di loro, non ascoltiamo davvero ciò che dicono, non cerchiamo di capire. Ci comportiamo con loro in base a quello che pensiamo possano o debbano essere. Ma loro sono diverse. E prima o poi ce lo dimostrano. Deludendoci, o dandoci una fregatura. Perché le abbiamo modellate sulle nostre aspettative, e avere delle aspettative è sempre sbagliato".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    07 Aprile, 2020
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Un tiro al bersaglio tra ciechi

"Era chiaro, il signore disdegnava caino. Fu allora che il vero carattere di abele venne a galla. Invece di compenetrarsi nel dispiacere del fratello e consolarlo, lo schernì, e, come se ciò non bastasse, si mise a decantare la propria persona, proclamandosi, davanti all’attonito e sconcertato caino, come un favorito del signore, un eletto da dio. L’infelice caino non poté far altro che ingoiare l’affronto e tornare al lavoro. La scena si ripeté, invariata, per una settimana, sempre un fumo che saliva, sempre un fumo che si poteva toccare con mano e immediatamente si disfaceva nell’aria. E sempre la mancanza di compassione di abele, le facezie di abele, il disprezzo di abele". Caino, da sempre, è il fratricida senza pietà e senza giustificazioni, la personificazione del male assoluto, degli istinti più bassi e sanguinari della natura umana. Ma è veramente così? Se invece Caino fosse un uomo come tutti gli altri, con gli stessi sentimenti, la stessa fragilità, i medesimi pregi e difetti? Se il male non fosse dipeso da lui ma un dio dispettoso, cinico, sanguinario?
Del resto cosa avevano i suoi doni al Signore in meno di quelli di Abele? Quali difetti potevano risiedere nel suo animo così profondamente uguale a quello del fratello con cui c'era sempre stata una perfetta sintonia? Quali comportamenti dei ragazzi potevano indurre l'Onnipotente a preferire l'uno anziché l'altro se entrambi erano dediti al lavoro allo stesso modo, in egual misura rispettavano i genitori e parimenti onoravano l'Altissimo? Perché Dio, che tutto vede e tutto può, non ha fatto nulla per evitare che il fattaccio si compisse? "L’hai ucciso, Proprio così, ma il primo colpevole sei tu, io avrei dato la vita per la sua vita se tu non avessi distrutto la mia, Ho voluto metterti alla prova, E chi sei tu per mettere alla prova colui che tu stesso hai creato, Sono il signore sovrano di tutte le cose, E di tutti gli esseri, dirai, ma non di me né della mia libertà, Libertà di uccidere, Come tu sei stato libero di lasciare che uccidessi abele quando era nelle tue mani evitarlo, sarebbe bastato che per un attimo abbandonassi la superbia dell’infallibilità che condividi con tutti gli altri dèi, sarebbe bastato che per un attimo fossi realmente misericordioso, che accettassi la mia offerta con umiltà, solo perché non avresti dovuto osare rifiutarla, gli dèi, e tu come tutti gli altri, hanno dei doveri verso coloro che dicono di aver creato." D'altronde parliamo dello stesso Dio che punisce Adamo ed Eva per aver assaggiato il frutto dell'albero della conoscenza, quasi che gli esseri da lui creati a questa conoscenza non devono aver accesso, devono restare nelle tenebre dell'ignoranza. Quello che chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio per dimostrare la sua obbedienza. Lo stesso Dio che distrugge la torre di Babele, uccide i suoi autori e ne disperde i superstiti creando differenze linguistiche fino ad allora inesistenti perché indispettito dall'altezza della stessa opera. L'ente supremo che per punire i sodomiti responsabili dell'unico crimine di amarsi tra esseri dello stesso sesso, arde l'intera città, compresi innocenti, donne e bambini. L'essere onnipotente che, non contento della sua opera, azzera il mondo travolgendo con il diluvio universale, con l'intenzione vana di ricostruirlo migliore. Di crimini di questo genere, partoriti dalla mente del Creatore, se ne trovano a bizzeffe nel Vecchio Testamento. Caino, bollato in fronte con il marchio dell'infamia e condannato ad un eterno errare per espiare alla sua colpa, percorre il testo sacro in lungo e in largo in sella al suo giumento, in un susseguirsi di salti temporali che lo portano a conoscere ora Mosè, ora Noè, ora Giosuè, e tanti altri personaggi biblici. "Al ritorno, casualmente, si trattennero per qualche istante lungo la strada dove abramo aveva parlato con il signore, e lì caino disse, Ho un pensiero che non mi abbandona, Che pensiero, domandò abramo, Penso che a sodoma e nelle altre città che sono state incendiate c’erano degli innocenti, Se ci fossero stati, il signore avrebbe rispettato la promessa che mi ha fatto di risparmiargli la vita, I bambini, disse caino, quei bambini erano innocenti, Mio dio, mormorò abramo, e la sua voce fu come un gemito, Sì, sarà pure il tuo dio, ma non è stato il loro". Un viaggio dissacrante che ha come unico filo conduttore la mano insanguinata di Dio, vero e unico imputato di questo processo, ingiustificabile colpevole dei peggiori mali del mondo ma, come spesso accade ai potenti che si macchiano di efferati crimini, nonostante tutto impunito, impertinente e tutt'ora pericolosamente a piede libero. "Il signore aveva fatto una pessima scelta per l’inaugurazione del giardino dell’eden, nella roulette che aveva cominciato a far girare avevano perso tutti, nel tiro al bersaglio tra ciechi nessuno aveva fatto centro".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    31 Marzo, 2020
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Siamo nati morti

Un protagonista senza nome narra in prima persona il suo malessere nei confronti del mondo che lo circonda. Per sua stessa ammissione il racconto non è destinato ad alcun lettore se non a se stesso, come se mettere per iscritto i suoi pensieri, i suoi ricordi, i suoi sentimenti fosse un mezzo per aiutarlo a far chiarezza nella sua mente. Si definisce un chiacchierone, un chiacchierone innocuo e molesto, capace di scherzi di cattivo gusto, ineguali, incoerenti, poco convinti. Un uomo intelligente ma senza alcun rispetto per se stesso, perché nessun uomo veramente cosciente può avere il minimo rispetto di sé. La sua superiorità intellettuale lo induce a disprezzare l'uomo comune, quello felice e attivo in quanto stupido, pur non potendo fare a meno di invidiarlo. Eppure non vorrebbe mai diventare come lui, prova nei suoi confronti un rancore fortissimo, preferisce restare nella sua inattività, nel suo mondo parallelo, nel suo "sottosuolo". Trova l'uomo comune una "creatura bipede e ingrata" che ha i suoi peggiori difetti nell'intemperanza e nell'irragionevolezza. La società creata da questo essere spregevole non è altro che "un edificio di cristallo eternamente incorruttibile". "Ridete pure; io accetterò qualsiasi derisione e tuttavia non dirò che sono sazio, quando ho fame; tuttavia so che non mi accontenterò di un compromesso, di un infinito zero periodico, solo perché esiste secondo le leggi della natura ed esiste veramente. Non prenderò per il coronamento dei miei desideri un casermone di appartamenti per inquilini poveri, con contratto per mille anni e con il dentista Wagenheim sull'insegna, per ogni evenienza. Annullate i miei desideri, cancellate i miei ideali, mostratemi qualcosa di meglio, e io vi seguirò. Voi, magari, direte che non ne vale neppure la pena; ma in tal caso anch'io posso rispondervi lo stesso. Stiamo ragionando seriamente; e se non volete degnarmi della vostra attenzione, non starò a pregarvi. Io ho il sottosuolo". Il sottosuolo in questione non è un luogo geografico. È una condizione esistenziale, uno stato d'animo, un modo di essere. È un rifugio per sfuggire a ciò che lo circonda. È un mondo dominato dall'inerzia, dalla pigrizia, dall'apatia, tuttavia preferibile al mondo reale in cui la felicità è subordinata alla ricchezza, l'operosità è la maschera con cui si cela un'ineluttabile stupidità, la volontà è dettata dalla convenienza più che dalla ragione. Eppure ci ha provato ad essere come gli altri, ad integrarsi con la società, ad accettare il mondo. I suoi tentativi sono però miseramente falliti. Ha provato a fingersi innamorato pur non provando amore, riuscendo a soffrire pene reali per un sentimento simulato. Ha provato a fingersi arrabbiato, indignato per gesti che avrebbero dovuto offenderlo ma che lui vive con freddezza, nei confronti dei quali cerca improbabili vendette. A nulla è servito tutto ciò. Allora basta, per lui non c'è niente all'infuori del sottosuolo. "Per quel che poi riguarda me personalmente, nella mia vita ho solo portato alle estreme conseguenze ciò che voi non avete osato condurre neppure a metà, prendendo oltretutto per buon senso la vostra viltà, e consolandovi così, ingannando voi stessi. Sicché io, forse, ne esco ancor più "vivo" di voi. Ma guardate più attentamente! Se non sappiamo neppure dove abiti, adesso, questa vita, e cosa sia, come si chiami! Lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo: non sapremo che partito pigliare, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare! Ci è di peso perfino essere uomini - uomini con un corpo e sangue vero, nostro; ce ne vergogniamo, lo consideriamo un disonore e ci sforziamo di essere non so che ipotetici uomini universali. Siamo nati morti, e da tempo non nasciamo più da padri vivi, e la cosa ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il modo di nascere da un'idea. Ma basta; non voglio più scrivere "dal Sottosuolo"..."

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    24 Marzo, 2020
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Uno spaventoso intrico di terrore

"E mentre io come essere pensante e ragionevole mi lascio trascinare da alcune migliaia di millenni di cattive abitudini e faccio di tutto per costruirmi un’immagine melata e falsa del padre mio il mio inconscio sa benissimo che questo padre era un cane maledetto che tutti i giorni mi rubava la madre mentre io ero nel pieno della mia situazione edipica ossia per la madre morivo d’amore, onnipotente cane contro il quale io piccolo non avevo difesa all’infuori dell’odio, un odio smisurato come quello dei bambini che non hanno limiti nel voler bene e nel voler male sicché questo mio padre io l’ho ammazzato infinite volte con la mia volontà e il mio desiderio e in altre parole io nel mio inconscio sono infinite volte parricida, e può anche darsi che sia vero". Un po' Svevo, un po' Gadda, molto autobiografico, Giuseppe Berto presenta un lungo monologo interiore in cui il protagonista, palese alter ego dell'autore, racconta il male oscuro che lo tormenta dalla nascita e che trova angoscioso e definitivo sfogo in seguito alla morte del padre, figura a dir poco ingombrante nella vita del nostro eroe. I pensieri, i ricordi, le ipotesi, i dubbi, le certezze diventano un fiume impetuoso che scorre tra pagine prive di punteggiatura travolgendo il lettore e trascinandolo, attraverso vortici, rapide, cascate, verso gli abissi più profondi in cui l'animo umano, sopraffatto da un male di vivere che non risparmia nessuno, può ritrovarsi risucchiato. Attenzione però a non pensare di essere davanti un pesante mattone psicoanalitico. Berto è straordinario nell'affrontare un argomento spesso difficile e spinoso con una consistente quanto inaspettata dose di ironia, dimostrando una sensibilità che non sfocia mai in autocommiserazione, una lucidità che non arriva mai al cinismo. Analista e analizzato al tempo stesso, il protagonista riesce a staccarsi dal suo corpo e dalla sua mente tormentata e a raccontare il suo calvario come se lo vedesse da fuori. La prosa forbita, elaborata, a tratti tortuosa, richiede una buona dose di attenzione ma nel complesso non stanca mai, nonostante i lunghissimi e vorticosi periodi, escamotage singolare ma perfetto per rappresentare al meglio il tumultuoso flusso di pensieri della voce narrante. Altra singolarità dell'opera è l'assenza di nomi, a partire dallo stesso narratore continuando con "la vedova francese", "la ragazzetta" poi divenuta "la moglie", "il padre", "la sorella maggiore" e così via, con l'unica eccezione della figlia Augusta, specchio del rapporto figli-genitori che tanto lo ha tormentato. Tradito in tenera età da un padre che gli ruba sempre la madre e da una madre che lo abbandona troppo spesso per andare dietro al padre, soffocato dall'ipocrita perbenismo di stampo religioso imperante negli anni della sua adolescenza, deluso dalle disattese promesse di gloria del regime fascista, oppresso dal senso di responsabilità verso una famiglia che non risparmia i sacrifici per farlo studiare senza mai dimostrargli la minima fiducia, il protagonista decide di allontanarsi da tutto ciò abbandonando la provincia veneta per trasferirsi a Roma. Dopo aver mantenuto per anni freddi rapporti con la famiglia, nei confronti della quale non ha mai risparmiato aiuti economici, ritorna nel paese natale a causa delle precarie condizioni di salute del padre. Tuttavia, spaventato dal cancro che rode il genitore, disgustato dal cattivo odore che questi emana, rassicurato dalle speranzose spiegazioni dei medici, decide di rientrare nella capitale poco prima che la morte porti via con sé il malato. Il senso di colpa assalirà così il nostro uomo, riportando alla luce vecchi traumi e generando nuove paure, mettendolo davanti ad un impietoso faccia a faccia con se stesso, ad un magro bilancio della sua esistenza, ad una nevrosi in cui fobie, attacchi di panico, ipocondrie diventano pane quotidiano. Sarà "il vecchietto", analista minuto e meridionale, a dargli l'aiuto necessario ad uscire da questa impasse, guidandolo per mano attraverso un lungo percorso interiore attraverso il quale, a piccoli passi, si arriverà a quello che dovrebbe essere un completo e definitivo ristabilimento. Ma può mai esserci una vera guarigione al male di vivere quando si è costretti ad avere a che fare con un mondo cattivo, subdolo, infido? "Ecco ciò che sono non esiste mia moglie, non esiste donna e neppure figlia se si eccettua un residuo di volontà che non ci sia, oh mai fosse nata mai, e questa donna qui piange e mi implora e dice dimmi cosa posso fare dimmi, e io voglio andare in manicomio dico portami in manicomio da qualcuno, e lei piange ancora di più e dice questo no se vai in manicomio non ti vedo più guardami almeno, e io la guardo con un certo sforzo ma anche sopra di lei vedo il mio cervello matto e penso cosa ci vuole perché uno muoia cosa ci vuole, dimmelo tu padre mio vedi come sono in agonia con sudore di sangue e tremore di morte e non ancora morte liberazione, oh non resisto più voglio diventare matto proprio matto se ho mia moglie qui inginocchiata davanti a me che piange e mi scongiura, ed ecco che comincio grazie a Dio a sentire un po’ di pietà per lei, e anche per me si capisce, ecco che è finita la speranza finito il lavoro, mi ucciderò lascia che mi uccida ma non dire niente alla bambina, giurami che non verrà mai a saperlo le dirai che sono morto ma non morto così, ed ora mi viene da piangere infine, comincia a sciogliersi in lacrime questo spaventoso intrico di terrore".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    18 Marzo, 2020
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Fumo senza arrosto

Riferimenti letterari, artistici, musicali, scene di sesso descritte minuziosamente, efferati atti di violenza, effetti speciali a metà tra fantascienza, magia e sogno. Il tutto miscelato con una prosa semplice, veloce, immediata. Eppure il risultato sembra privo di amalgama, come se l'autore avesse buttato nel calderone ingredienti a casaccio senza dosarli bene e senza avere un'idea chiara di quale dovesse essere il piatto da servire. Ne risulta un libro tutto sommato piacevole e scorrevole che nella prima parte promette anche bene ma finisce per tradire le aspettative, infilandosi in un confuso scenario magico-onirico-metaforico che non sembra portare da nessuna parte, raccontando una serie di avvenimenti privi di un reale filo conduttore, quasi l'autore si trovasse a dover improvvisare ad ogni nuovo capitolo. Due storie parallele, due personaggi molto diversi tra loro che non si incontrano mai pur trovando, per brevi istanti, elementi, luoghi e personaggi secondari in comune. Da una parte Tamura, autoribattezzatosi Kafka, quindicenne scappato da casa per sfuggire ad una inquietante profezia del padre, dotato di una maturità poco credibile per la sua età. Dall'altra Nakata, anziano ex falegname capace di parlare la lingua dei gatti, privato dell'intelligenza da uno strano incidente capitatogli durante l'infanzia. Cammini separati, avventure diverse, obiettivi divergenti che confluiranno nella comune frequentazione di una biblioteca e nella conoscenza di un personaggio chiave come la signora Saeki. Una pietra magica capace di aprire un accesso ad una dimensione parallela, un quadro intitolato come il libro "Kafka sulla spiaggia" custode di ricordi e segreti, piogge di pesci e di sanguisughe, spiriti capaci di prendere le sembianze di personaggi pubblicitari. Un eccesso di carne al fuoco che sembra nascondere chissà quali simbolismi, metafore, significati nascosti, che prova a stupire con aforismi e citazioni ma che alla fine lascia un senso di incompletezza, di delusione, trasformando in fumo quello che sembrava poter essere un buon arrosto.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    19 Febbraio, 2020
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Una marionetta esplosiva

"«Tu non sarai mai un belga a tutti gli effetti», mi aveva avvertito Lyès. «Non avrai mai una macchina con autista. E se, per miracolo, dovesse capitarti d’indossare giacca e cravatta, lo sguardo degli altri ti ricorderà da dove vieni. Qualunque cosa tu faccia, qualunque successo tu ottenga, in un laboratorio di ricerca o su un campo di calcio, ti basterà dare una testata a un vigliacco per rotolare giù dalla tua nuvola di idolo e tornare a essere uno sporco arabo. È sempre stato così. E sempre così sarà»". Per Khalil la vita non è mai stata facile. Belga di origine marocchina, il nostro protagonista si è sentito sempre poco accettato dal mondo occidentale in cui si è trovato a crescere e troppo distante geograficamente da quello che ritiene il suo vero mondo. La situazione familiare non lo aiuta. Suo padre è un modesto fruttivendolo con il vizio del gioco, uomo all'antica incapace di gesti di tenerezza verso la moglie e i figli. Sua madre una donna sottomessa, immutabile nel tempo, vittima costante di un rimorso e una colpa ingiustificati. Yezza, la sorella maggiore, lavora come una schiava in una fabbrica tessile clandestina a settanta chilometri da casa. Zahra, la sua gemella, è stata ripudiata qualche mese dopo essersi sposata. Khalil, l'unico figlio maschio, in cui i genitori avevano riposto grandi speranze, non ha superato il secondo anno di liceo, non dimostra alcuna propensione al lavoro, passa sempre più tempo fuori casa a bighellonare con i suoi amici. Disadattato, disilluso, pieno di rancore verso tutto ciò che lo circonda, il ragazzo diviene facile preda del fondamentalismo. "Ti è mai capitato di essere così fuori di te da vederti davvero altrove? Di essere affacciato alla finestra e di guardare la strada, dove ci sei solo tu seduto sul marciapiede di fronte? A me sì. Tutte le notti, quando i miei dormivano. Me ne stavo come uno spaventapasseri contro il vetro e osservavo il ragazzo seduto sul marciapiede di fronte. Era uno spettacolo schifoso, Rayan. Un schifosissimo spettacolo di merda. Non avevo un briciolo di compassione per il ragazzo seduto sul marciapiede. Lo disprezzavo. È terribile disprezzarsi, sai? Aspettavo che se ne andasse, che sparisse dalla mia vista. Ma non se ne andava. Preferiva restare là, sotto la pioggia, a sfidarmi. Alla fine ero io a battere in ritirata. Tornavo a letto per tentare di dormire. Ma come chiudere occhio se, fissando il soffitto, continuavo a vedere la mia immagine sospesa nel vuoto? Ero la feccia dell’umanità, Rayan, un cazzo di emarginato senza futuro, che non sapeva dove sbattere la testa e che aspettava il mattino per correre a rifarsi in una moschea. E la moschea, più che offrirmi rifugio, mi ha riciclato come un rifiuto. Ha dato visibilità e dignità a noi «intoccabili». Ha tirato fuori dalla fogna me e Driss per esporci in bella vista, come prodotti di lusso, nella vetrina degli edifici più prestigiosi. È questa la verità, Rayan. La moschea ci ha restituito il RISPETTO che ci era dovuto, il rispetto che ci avevano confiscato, e ci ha aperto gli occhi sui nostri splendori nascosti". Allora eccolo qui Khalil, orgoglioso e impavido, con l'amico Driss e altri due kamikaze, imbottiti di esplosivo e pronti a spargere sangue in una Parigi affollata di tifosi. È il suo momento, in quel vagone gremito di gente che per lui rappresenta il nemico. Infila la mano nella tasca, pensa a Driss, a Zahra, alla madre, recita la shahada e pigia il pulsante di detonazione. Sembra la fine, invece non è che l'inizio. La cintura esplosiva fa cilecca, non vi è nessuna esplosione. Khalil non va in paradiso come sperava, è ancora vivo e questo per lui rappresenta l'inferno. Il rientro a casa da sopravvissuto è più difficile di quanto avrebbe potuto immaginare. Driss si è fatto saltare in aria, i suoi compari sono scomparsi per sottrarsi alle indagini dell'antiterrorismo, la famiglia, gli amici, l'intera comunità islamica di dissocia con ribrezzo e rigetto da queste pratiche violente e insensate che rappresentano solo un piccolo numero di esaltati ma finiscono per ritorcersi contro l'intero mondo musulmano. Per Khalil si prepara un periodo di forte turbamento, di messa in discussione delle sue convinzioni e dei suoi progetti, di stravolgimento interiore e di lutto familiare. Yasmina Khadra porta il lettore nella mente di un kamikaze, provando a capire quali sono le ragioni che lo spingono, quali le idee che lo guidano, le certezze che gli infondono coraggio, dove nascono l'odio, il risentimento, come si muovono i fili che lo comandano come una marionetta esplosiva. Il racconto in prima persona è perfetto per lo scopo, lo stile di scrittura si adatta perfettamente alla drammaticità della storia, le parole, calcolate, misurate, non possono che portare ad una profonda riflessione. Non c'è giustificazione, soltanto voglia di capire. Non c'è empatia ma una fredda e razionale introspezione psicologica. Non c'è pietà, tuttavia rimane un barlume di speranza di redenzione. "«Da quanto tempo non tornavi in Marocco?». «Non me lo ricordo». «In ogni caso non ti sei perso granché. È sempre la stessa storia, qui: i ricchi da una parte, i poliziotti dall’altra, e i poveri incastrati in mezzo...». In quel preciso istante un gruppo di giovani ci superò a bordo di una Porsche scintillante, con lo stereo a tutto volume. Sui sedili anteriori c’erano due ragazzi, su quello posteriore un bamboccio foruncoloso e due ragazze che ridevano. Il conducente ci fece marameo per beffarsi della nostra carretta e pigiò l’acceleratore. Nazim spinse a sua volta sul pedale cercando di raggiungere la decappottabile. Riuscì solo a coprirsi di ridicolo. Fui tentato di voltarmi a guardare per l’ultima volta quello che mi lasciavo alle spalle. Non mi voltai... Dietro di me c’erano solo rimpianti".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    12 Febbraio, 2020
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Un calderone fin troppo ricco

Un'isola del mediterraneo che potrebbe essere la Sardegna, un periodo storico turbolento in cui idee nuove mettono a soqquadro mezza Europa, un protagonista un po' Zorro, un po' Robin Hood. Flavio Soriga non risparmia nulla al lettore: avventura e filosofia, arte e citazioni letterarie, amore passionale e violenza, politica e religione, lussuria e storia. Un calderone fin troppo ricco di ingredienti in cui un'ottima idea di fondo cozza spesso con una latente voglia di strafare, il tutto legato da una prosa originale e da un buon ritmo. Siamo nel piccolo regno di Hermosa, isola retta da un Re di facciata, in cui il reale potere è in mano ai baroni grazie ad un sistema feudale che sottomette le masse. Il vento della Rivoluzione Francese porta anche qui odore di sconvolgimento, di idee illuministe, di un possibile stravolgimento dell'ordine costituito. In questo contesto conosciamo il nobile Aurelio Cabré di Rosacroce, oggi brigante Spartaco, affiancato dai suoi fedeli compari Giosuè, Nicola, Giovanni e Ignazio Maria, personaggi poco raccomandabili con il fucile a tracolla e un pugnale alla cintura. Tra un sorso di aguardiente e un'imboscata, tra un ricordo del passato e uno sguardo ad un futuro pieno di speranza, il protagonista racconta la sua storia e spiega come un marchese possa rinunciare a privilegi, ricchezze e potere per seguire sogni di libertà, di giustizia sociale, di rivoluzione. Quando le navi francesi giungeranno sulle coste della sua patria, per Aurelio arriverà il momento di scegliere che strada seguire: unirsi agli invasori nella speranza che il nuovo vento spazzi via le ingiustizie ataviche che opprimono Hermosa oppure difendere i confini, la tradizione, la cultura della terra che ha dato i natali a lui e ai suoi antenati confidando nell'idea che il popolo, spinto a lottare contro il nemico venuto dal mare trovi la forza di farlo anche contro i baroni. Sarà più forte la voglia di cambiamento o lo spirito di appartenenza? Prevarranno le idee illuministe o l'amor patrio? Quale sentimento riuscirà a guidare il turbolento, lunatico, passionale cuore dei briganti? "Tutto quello che pensavo è cambiato, così mi sembra, dai miei anni di ragazzo: sognavo di fare il soldato e non voglio prendere ordini da nessuno, sognavo di sposarmi con una principessa e amo una cortigiana straniera, sognavo di guadagnarmi un feudo in battaglia o una Croce di San Luigino e depredo i beni altrui con una brigata di pendagli da forca. Tutto è cambiato, e questo soprattutto: pensavo che per ogni accadimento ci fosse alla base un merito, o una colpa, che dovesse esserci un responsabile, per tutto quello che ci succede, e che fosse sempre possibile trovarlo, a patto di volerlo davvero. E invece ora ho capito che no, che tante delle vicende a cui assistiamo e dei mali che ci tocca vivere non hanno né una spiegazione né un artefice, accadono e basta, è il muoversi disordinato e inarrestabile delle particelle, dei nostri corpi, degli oggetti e degli animali, è il frutto del dispiegarsi delle nostre energie e delle azioni a cui ci hanno condotto i nostri pensieri'.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Gennaio, 2020
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Il mondo attraverso gli occhi di Celine

"Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita, una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo". In un delirio di febbre, il dottore dei poveri Ferdinand Bardamu, adulto e stanco alter ego dell'autore, già protagonista del "Viaggio al termine della notte", ripercorre le tappe della sua esistenza dall'infanzia alla vigilia dell'arruolamento in vista della partenza per il fronte della Prima Guerra Mondiale. Un racconto spietato, crudo, incalzante, in una Parigi di inizio Novecento che non è quella fastosa degli Champs-Élysées, né quella bohemien dei salotti artistici, tanto meno quella della moda o dell'alta cucina. Della capitale francese Celine ci fa conoscere i peggiori sobborghi, le strade sporche di immondizia ed escrementi, le topaie in cui sono stipate intere famiglie, la violenza domestica e quella della strada, la miseria materiale e la povertà morale. Una scrittura viscerale, schietta, volgare fino al punto da apparire feroce, che l'autore fa sembrare quasi indispensabile per rendere al meglio il dolore dei reietti, la rabbia dei diseredati, la complessità della vita di chi ha mangiato oggi ma non è certo di poterlo fare anche domani, di chi finora è sfuggito alla falce del tristo mietitore ma non sa per quanto tempo ancora riuscirà a farla franca. Angoscia, viltà, rimpianti, una fame che genera invidie, un'ignoranza che porta sangue, una paura che sfocia in odio verso tutti. Il mondo visto attraverso gli occhi di Celine è un mondo cattivo, spietato, in cui ogni minimo barlume di speranza viene troncato sul nascere, ogni possibilità di riscatto muore prima ancora di manifestarsi. "Soltanto una cosa, al Passage, avevamo in comune nella nostra famiglia, l'angoscia della pagnotta. Un'angoscia enorme. Fin dal mio primo vagito, io l'ho sentita... Me l'avevan subito rifilata addosso... N'eravamo posseduti tutti quanti, nessuno escluso, in casa nostra. L'anima, per noi, era la tremarella. In ogni stanza, la paura di non farcela trasudava dalle pareti.. Per lei ogni boccone lo ingozzavamo giù di traverso, soffiavamo i pasti in un baleno, facevamo " gambe in spalla " nelle nostre corse, zigzagavamo come pulci da un quartiere all'altro di Parigi, da Place Maubert all'Étoile, col panico del sequestro, la paura della pigione, dell'uomo del gaz, con l'assillo delle tasse... Mai ebbi il tempo di nettarmi il sedere tanto bisognava andar di prescia". Il piccolo Ferdinand, ribelle, sporco, poco sveglio, passa da un insuccesso scolastico ad un fallimento lavorativo, da una delusione inflitta ai genitori alla crescente consapevolezza di essere un buono a nulla, il tutto con il menefreghismo del bulletto, il distacco del nichilista, la rassegnazione del disilluso. Intorno a lui ruotano personaggi grotteschi, vere e proprie caricature,  rappresentanti di una variegata struttura sociale accomunata da quanto di peggio può risiedere nell'animo umano. Eppure, su questa tela dove dominano i colori più scuri della disperazione, del male di vivere, dello sporco interiore ed esteriore, Celine, con la sfrontatezza del suo spregiudicato pennello, riesce ad inserire qualche schizzo di redenzione, qualche tocco di luce, qualche lampo di umanità. "Siam provvisori, questo è vero, ma io ho già provvisorieggiato abbastanza per la mia dignità. Ecco i barconi... Essi han tutti un cuore, oggi. Batte grosso grosso e burbanzoso nella buia eco delle arcate. E' quanto basta. lo mi disintegro. Non mi lamento più. Ma il gioco non deve continuare. A lasciarsi trascinar via dalle cose, per mal combinate che le troviamo, ci sarebbe da morir di poesia".


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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    22 Dicembre, 2019
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L'amore è sempre un'avventura

Voluttuosi approcci in treno, rivali pericolosi, nottate sensuali con difficili day after, passioni che richiamano altre passioni, impacciati corteggiamenti, tormentose gelosie. Questo e molto altro racchiudono gli episodi di questa carrellata di emozioni, sensazioni, riflessioni che Calvino ha scritto nell'arco del ventennio successivo alla seconda guerra mondiale. Beffardamente compunto, scetticamente illuso, allegramente triste, questo libro presenta le varie sfaccettature del sentimento per eccellenza senza strafare, senza stupire con grandi colpi di scena, con fantastici effetti speciali, ma raccontando l'amore dalle angolazioni più semplici, quotidiane, verrebbe da dire quasi banali. In questo senso può sembrare un tantino esagerata la definizione che l'autore dà alle tredici storie in questione, presentandole al lettore con il titolo di "avventure". Ma dov'è l'errore? Come si può, ad una riflessione più attenta, non convenire con il genio dello scrittore? La vita in fondo, con le sue consolidate consuetudini, sia nel bene che nel male, non è pur sempre un'avventura? Cosa c'è, nelle nostre esistenze, di più sorprendente, pericoloso, avventuroso dell'amore? Di tutt'altro tenore le tre storie che compongono la seconda parte dell'opera, dal titolo "La vita difficile". Invadenti formiche, pericolose speculazioni edilizie, opprimenti nuvole di smog. La difficile condizione dell'uomo all'interno di una società in cui a situazioni di degenza economica si accompagna troppo spesso il degrado, in cui per cercare riscatto si vendono spesso gli ideali e ci si ritrova invischiati in situazioni biasimevoli, in cui la scelta tra la salute ed un discutibile benessere economico cade sempre in favore del secondo, tutto raccontato attraverso l'occhio attento, pungente, dissacrante di un mostro sacro della letteratura italiana qual è Italo Calvino.

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    14 Ottobre, 2019
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La vera malattia è il male di vivere

"La menzogna è quella che fino al giorno prima si chiamava lavoro, o dovere, o ambizione, o amore, o famiglia. Ci vogliono mille, diecimila giorni e notti, affinché in un corpo, e al suo interno in un sistema nervoso, nei centri sensori, quella menzogna si trasformi nell'unica insopportabile realtà; finché un giorno l'organismo, l'intero individuo, con un atroce rantolo, si mette a urlare al mondo sotto forma di malattia quella menzogna, che nel frattempo si è tramutata in una intollerabile sensazione di panico. Urla che non tollera più il proprio ambiente, o la propria vanità, o la routine con cui ha cercato di stordire, come con un narcotico, il vuoto esistenziale; che non tollera più quell'esercizio meccanico in cui si è trasformato il talento che Dio gli ha donato. E allora geme, e urla, ed è assalito dalla nausea come se l'avessero avvelenato. Ed è proprio così, infatti: l'hanno avvelenato con il veleno più volgare, che non conoscevano né i ciarlatani della corte dei Medici, né i Borgia... La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l'ambizione, l'invidia. E si comincia ad avere nausea". La malattia fisica come risultato del malessere mentale è il concetto alla base di questo bellissimo testo del grande maestro ungherese. È quello che succede al famosissimo musicista magiaro Z. negli anni turbolenti della prima metà del secolo scorso. Il protagonista è in viaggio per Firenze, dove è atteso per una delle sue acclamatissime esibizioni, quando si accorge all'improvviso che qualcosa in lui è cambiato. C'è un istante in cui, senza provare né dolore, né paura, né eccitazione, si rende conto che la sua vita si è staccata da tutto ciò che fino a quel momento ne era stata condizione imprescindibile. Una piccola avvisaglia di ciò che succederà a breve, proprio sul palco di quella meravigliosa città barocca, che sancirà per Z. l'addio alle scene. La malattia si manifesta palesemente, attacca il corpo del malcapitato con dolori lancinanti che solo i tanto agognati rendez-vous chimici a base di morfina riescono ad alleviare. Z. si ritrova bloccato per mesi in un letto d'ospedale, lontano dalla sua patria, dai suoi cari, isolato da un mondo in cui, frattanto, imperversa la guerra. Ha contatti solo con il medico ed il suo assistente, nonché con le quattro suore che compongono il personale della clinica, le uniche figure del libro ad avere un nome. Ben presto capisce che per lui, ma più in generale per tutti gli esseri umani, la malattia è diretta conseguenza di un profondo malessere interiore, di quel male di vivere che attanaglia lui e i suoi simili e che spesso, quando diventa insopportabile, trova sfogo martoriando il corpo nelle più svariate maniere. Z. prova a lottare, si comporta da paziente modello, ma ad un certo punto sembra destinato a soccombere. In punto di morte si rende conto che c'è una persona che lo ama che ha deciso di lottare al suo fianco, quasi al suo posto. Che sia E., donna per cui nutre un profondo amore platonico, probabile causa del suo male? E se non lei, chi? Servirà questo inaspettato e misterioso sostegno a salvare il nostro artista? L'unico modo per saperlo è farci guidare dalla ricercata penna di Sandor Marai in questo delicato e struggente viaggio introspettivo che amalgama con grande sapienza amore e morte, vita e malattia, passione e menzogna, musica e letteratura, ammaliandoci con la prosa poetica e la notevole capacità empatica a cui l'autore ci ha abituati. "...E a un tratto capii di essermi smarrito. Ondate di gelo assalivano il mio corpo. Giacevo immobile, sentivo sciabordare nelle membra le onde della coscienza purificata, come se mi trovassi in un deserto di ghiaccio e non avessi più voglia di muovermi... e in quel momento vedessi e comprendessi tutto, la strada che mi aveva condotto fin là, e la meta stessa di quel viaggio".

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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    12 Settembre, 2019
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Freddo americano

Siamo a Holt, immaginaria cittadina del Colorado, nel cuore degli Stati Uniti. La campagna Americana è battuta dal rigido clima invernale che, oltre alle ossa, sembra gelare anche il cuore delle persone. La visione che Haruf dà della piccola comunità rurale scenario del libro, e con lei dell'intero paese, è infatti fredda, chiusa, ostile. Per strada, al lavoro, a scuola, anche nelle chiacchiere da bar o da barbiere, si percepiscono atmosfere ben lontane dal tanto sbandierato sogno americano. All'interno di un contesto in cui dominano la solitudine, il maschilismo, il bullismo, la provocazione, dove le questioni si risolvono a cazzotti e le minacce sono all'ordine del giorno, conosciamo una carrellata di personaggi che fa del suo meglio per cavarsela. Tom Guthrie, professore di storia nel liceo di Holt, alle prese con la depressione della moglie e con i problemi scolastici. Ike e Bobby, i suoi figli, bambini cresciuti troppo in fretta, che si dividono tra studio, lavoro, giochi e il confronto con un mondo adulto difficile da decifrare. Victoria Roubideaux, studentessa delle superiori che si ritrova incinta e abbandonata dalla famiglia e dal ragazzo ma decide di portare avanti la gravidanza nonostante tutto. I fratelli McPheron, contadini e allevatori, scapoloni incalliti che vivono e lavorano insieme da quando, adolescenti, persero i genitori e che accolgono Victoria in casa loro dove mai nessuna donna aveva messo piede. Maggie Jones, collega single di Guthrie, che vive con il padre malato ed è sempre pronta a dare una mano agli altri. Storie di vita ordinaria che la pacata penna di Haruf rende speciali, donne e uomini normali che, nel buio della società che li circonda, sembrano tenere viva una sottile fiammella di speranza. "Fra gli alberi iniziò a soffiare il vento, in alto le cime si muovevano. Comparvero le rondini e si misero a cacciare crisope e insetti-foglia nel crepuscolo. L’aria si faceva sempre più dolce. Il vecchio cane emerse dalla sua cuccia nel garage e si mise a gironzolare per il cortile recintato, annusando i pantaloni dei ragazzini, annusando la bambina e passandole la lingua rossa e calda sulla fronte, poi corse in veranda dalle donne e le osservò, si guardò attorno, si girò su se stesso e si sdraiò, dimenando nella polvere la coda arruffata. Le due donne lasciarono che la brezza soffiasse fresca sui loro volti e sbottonarono un po’ le camicette per sentirla sul petto e nelle ascelle. E presto, molto presto avrebbero chiamato gli altri per la cena. Ma non subito. Rimasero in veranda ancora un po’ nell’aria di quella sera di fine maggio, diciassette miglia a sud di Holt".

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Gialli, Thriller, Horror
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    07 Settembre, 2019
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Sangue, ghiaccio e storie d'amore

Potremmo definirlo un noir. Potremmo parlare di storia d'amore. Potremmo considerarlo un viaggio introspettivo nell'anima e nelle ambizioni di gente comune di provincia. La pista di ghiaccio è in effetti tutto ciò senza essere esclusivamente nessuna delle tre. È un libro eclettico, fuori dagli schemi, difficilmente circoscrivibile mediante un'unica definizione. È un'opera vivace pur essendo malinconica, divertente ma anche triste, disillusa ma per lunghi tratti romantica. Pagine di poetica prosa sudamericana con cui Roberto Bolano dimostra il suo talento di narratore e la sua capacità di analizzare l'animo umano. Ci sono tre voci narranti che si alternano in una serie di capitoli che hanno per titolo la loro stessa frase iniziale. Remo Moràn, Enric Rosquelles, Gaspar Heredia. Remo è un aspirante scrittore fallito, esule cileno che ha fatto fortuna in Costa Brava con una serie di attività commerciali. Enric è un pingue burocrate, braccio destro del sindaco di Z, non meglio identificata località catalana teatro dei fatti narrati. Gaspar è un poeta Messicano che, a corto di risorse, si ritrova nel Vecchio Continente a sbarcare il lunario come guardiano notturno in un campeggio. Le vite dei tre si intersecano orbitando intorno ad una serie di eventi, di incontri e di luoghi. Un omicidio, una pista di ghiaccio abusiva, una villa abbandonata. Punti di vista diversi della stessa storia, ognuno però arricchito dalle vicende personali del narratore. E poi tre donne che potremmo definire, ognuna a suo modo, fatali. La bella Nuria, reginetta del luogo, virtuosa di pattinaggio sul ghiaccio, amante carnale di Remo e amore platonico di Enric. La borderline Caridad, che gira armata di coltello e fa girare la testa al povero Gaspar. La vulcanica Carmen, roboante vagabonda con un passato da cantante lirica. Quale gelido segreto si nasconde dietro quella lastra ghiacciata macchiata di sangue? Come incideranno gli eventi sulle abitudini, sugli amori, insomma sulla vita dei protagonisti? Quali sorprese, emozioni, riflessioni attendono il lettore ad ogni nuovo capitolo? "L'asino, dopo la pioggia, sembrava felice. Allora, come vomitati da una nuvola nera, da un'estremità della stazione, spuntarono due poliziotti e un carabiniere. Pensai che venissero ad arrestarci. Con la coda dell'occhio li vidi avanzare lentamente, flemmatici, verso di noi, con le mani pronte a sfoderare l'arma. Quell'animale e io ci assomigliamo, disse Caridad con voce sognante. Siamo stranieri nel nostro stesso paese. Avrei voluto dirle che si sbagliava, che lì l'unico cui potevano applicare la legge degli stranieri ero io, ma non aprii la bocca. La presi dolcemente per la vita e attesi. Caridad, pensai, era straniera a Dio, alla polizia, a se stessa, ma non a me. Si poteva dire lo stesso dell'asino. Gli sbirri si fermarono a metà strada. Entrarono nel bar della stazione, prima i poliziotti, poi il carabiniere, e, miracolo uditivo!, li sentii chiaramente ordinare due macchiati e un corretto. L'asino ragliò di nuovo. Lo contemplammo per un bel po'. Caridad mi passò un braccio intorno alle spalle e rimanemmo così finché non arrivò il treno...".

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Romanzi
 
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    06 Agosto, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

La vita è un male incurabile

Thomas Larch, detto Gabbalamorte, ha sempre vissuto la vita con un senso di disagio. Dalla sua infanzia come inglese in India, alla sua adolescenza come Paki bianco in Inghilterra, dalla sua giovinezza come soldato in giro per il mondo tra truci scenari di guerra, fino ad un'età adulta in cui cerca finalmente di dare un reale senso alla sua esistenza, il nostro protagonista dimostra sempre un senso di insofferenza, rabbia, disagio. La vita per lui sembra essere tanto poco preziosa da portarlo a sfiorare ripetutamente la morte, facendogli guadagnare il singolare soprannome. Eppure Thomas è sempre lì, attaccato al mondo da un istinto di sopravvivenza più forte dei suoi fantasmi, dei suoi malesseri, del suo scarso adattamento alla società. Quasi cercasse la morte per sfuggire alla vita e paradossalmente trovasse la vita sfuggendo alla morte. Un viaggio da Nuova Delhi a Londra e ritorno alla scoperta di sé, delle proprie paure, dei propri limiti. Un tentativo di dare un senso alla propria esistenza, di cercare un posto nel mondo che gli procuri la tanto agognata pace interiore. Thomas ama e viene amato, tradisce e viene tradito, abbandona e viene abbandonato, in un susseguirsi di rocambolesche peripezie che però spesso appaiono forzate, come se l'autore, a corto di argomenti, cercasse di creare interesse attraverso l'azione, senza tuttavia riuscire pienamente nell'intento. Sia chiaro, gli argomenti per un buon libro ci sono. La storia, la politica, l'amore, l'amicizia, l'avventura, un pizzico di ironia e di suspance, il tutto amalgamato da una scrittura lineare, scorrevole, equilibrata. Manca però l'empatia a cui Guenassia ci ha abituati nelle sue opere precedenti, si sente l'assenza di un vero filo conduttore della storia, non è ben chiaro cosa voglia il protagonista e dove cerchi di andare a parare l'autore. Un libro gradevole che tuttavia si dimentica presto, una trama talmente infarcita di colpi di scena da apparire troppo spesso artefatta, una lettura che sembra aver la pretesa di essere profonda ma finisce per avere la piacevole leggerezza che si cerca nei libri da portare sotto l'ombrellone. "Ero così felice di averla ritrovata… Era come se mia madre mi facesse un cenno e mi perdonasse. Mi sembra di risentire le sue parole, due o tre mesi prima della sua scomparsa, quando mi diceva, guardando cadere la pioggia: «Sai, figliolo, bisogna pensare soltanto al presente, sempre. Tutto il resto è privo d’interesse. L’avvenire ci è precluso; per noi, esseri umani, esiste soltanto il presente. Non scordare mai che la vita è un male incurabile, Tommy»".

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