Opinione scritta da giuse 1754
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Il senso di una fine è sempre opinabile
Le aspettative troppo alte portano inevitabilmente a una delusione.
Questa riflessione non è pertinente rispetto al contenuto del libro, ma è ciò che ho pensato dopo averlo letto, visto che mi era stato entusiasticamente consigliato da un’amica, grande lettrice.
E' effettivamente un buon libro (vincitore del Man Booker Prize 2011), ma a mio parere gli manca quella stelletta in più per essere un capolavoro.
Il romanzo di Barnes si snoda intorno a due grandi questioni:
1) “Il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato. Inoltre dovrebbe apparirci ovvio come il tempo non agisca affatto da fissativo, quanto piuttosto da solvente”. Verissimo, e l’ho verificato spesso di persona.
2) Spesso le persone e la realtà non sono come noi le vediamo, ma pur avendo una loro oggettività questa il più delle volte ci sfugge. (Questo concetto non mi è nuovo, vedi Pirandello)
Il romanzo è scritto bene ma un tantino noioso, “filosoficamente tautologico”, come ripete una ventina di volte l’autore per spiegare bene i suoi concetti di fondo. La trama è quasi inesistente, e dove la vicenda vorrebbe riservarci un colpo di scena, questo è abbastanza inverosimile.
Mi fa sorridere e ho amato con tenerezza Tony, il protagonista sessantenne che è costretto a rivedere il se stesso di quarant’anni prima alla luce di una sua lettera, dalla quale probabilmente sono scaturiti tutti gli avvenimenti futuri degli altri protagonisti.
Tony, invece, si è lasciato scorrere addosso la vita così come gli è capitata, ma tutto sommato gli sta bene proprio così: marito divorziato da una moglie-amica, padre di una brava figliola, rassegnato a vivere come se fosse nell’anticamera della morte senza farsene un dramma.
D’altronde, gli è andata decisamente meglio che al vecchio Adrian, sulla cui fine Tony si interroga.
Suicida non per ineccepibile conclusione di un ragionamento filosofico sull’esistenza, è solo probabilmente fuggito dalle responsabilità della vita reale.
Anche all’ex fidanzata Veronica, a cui si rivolgerà per avere il diario di Adrian che gli spetta per volontà testamentaria della madre di lei, non è poi andata così bene.
L’autore si vendica appioppandole antiestetici baffetti senili e peli che spuntano dai nei e ce la descrive supponente e stronzetta.
Tutto sommato, e credo anche all’insaputa dell’autore, mi pare che non esca così sconfitto dalla vita quest’uomo senza grandi facoltà intellettive, forse solo dispiaciuto per non aver afferrato il senso delle cose successe tanti anni prima.
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Il tre è un numero pari
Mi viene spontaneo cominciare dall'indice. Almudena Grandes divide il romanzo in quattro capitoli: l'arte, il sesso, l'amore, la morte. E', in sintesi, tutto ciò di cui racconta ( e non mi pare poco) con grande perizia stilistica questa scrittrice che non avevo mai letto, ma che ha vinto quest'anno il premio alla carriera del premio letterario "Città di Vigevano".
Tre studenti d'arte nella Madrid degli anni Ottanta, intrecciano una relazione in cui portano ognuno i propri problemi legati al sesso. Questo rapporto si rivelerà terapeutico specialmente per Marcos e Jose, ma ciò non basterà a portare avanti una situazione in cui subentreranno l'invidia da parte di Jaime per il talento di Marcos, l'amore di Marcos per Jose e il sentimento più forte che quest'ultima finirà invece per provare per Jaime . Eppure si amano vicendevolmente, ma è troppo, troppo amore, difficile da gestire per tre ragazzi che si stanno affacciando alla vita.
Il tre è un numero a parte, come scrive la Grandes, ma di volta in volta sarà un numero perfetto, un numero pari, un numero impossibile. Almudena è bravissima nel trattare un tema che potrebbe definirsi indecente per il “comune senso del pudore”, ma è trattato con l'innocenza e la spontaneità dei giovani alla loro prima, vera esperienza d'amore. Usa la parolaccia solo quando ci deve stare, non è mai veramente volgare anche quando descrive le situazioni più scabrose.
Purtroppo la felicità e la "purezza" di questo rapporto sono destinate a finire presto. La vita, con le contraddizioni legate al senso di possesso che spesso l'amore porta con sé e con i primi tentativi di autoaffermazione professionale si vendica di questa felicità perfetta e completa condannandoli alla solitudine. Jaime fugge dal confronto artistico con Marcos che lo vede perdente e anche Jose, incapace di accettare Marcos senza la triangolazione con Jaime, si allontana da lui.
Marcos è il più fragile e talentuoso dei tre e sarà l'unico a diventare un grande pittore. Avrà molto successo e donne stupende, ma non riuscirà mai a dimenticare Jose. Anni dopo sii toglierà la vita e al suo funerale i due amici superstiti si troveranno a piangerlo e a riflettere sull’inafferrabile flusso dell’esistenza, mentre con un’ultima, breve fiammata di giovinezza, fuggono dall’ultima dimora dell’amico.
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Il dolore condiviso
Una forte mareggiata e un incidente impediscono il rientro verso il continente di due visitatori al carcere speciale dell’Isola, forse l’Asinara.
Probabilmente la Melandri non rivela il nome dei luoghi proprio perché la storia possa assumere un valore universale. Questo carcere speciale avrebbe potuto essere in qualsiasi altro luogo in quel particolare periodo, la fine degli anni Settanta, quando una minoranza terrorista chiamava “autofinanziamento” le rapine, “rivoluzione” la violenza ai danni di uomini-simbolo delle Istituzioni, “servi dello Stato” i tutori dell’ordine, “proletariato” loro stessi e i loro simpatizzanti, indipendentemente dalla vera classe sociale di appartenenza.
Il figlio di Paolo, ex professore di filosofia, è uno di quei terroristi prigionieri dell’Isola e lui non si dà pace al pensiero che il seme di quella violenza possa essere involontariamente derivato proprio dalle sue parole. In uno dei tanti flash-back ricorda come avesse sempre cercato, fin da quando il figlio era bambino, di instillare in lui l’amore per l’uguaglianza, come lo incitasse a cercare di cambiare il mondo perché fosse un posto più giusto.
Quando un allievo gli dirà, mostrandogli il pugno chiuso, di riferire al figlio che i compagni sono orgogliosi di lui, Paolo abbandonerà per sempre l’insegnamento, conscio di aver fallito quella che per lui era una missione.
Tiene nel portafogli un ritaglio di giornale con la foto di una bambina ai funerali del padre, che è stato una delle vittime del figlio di Paolo.
Luisa, invece, è la moglie di un uomo condannato per aver ucciso due persone a mani nude.
Conosce solo la fatica dei campi e l’impegno di tirar su i figli unicamente con le sue forze. Dell’amore sa solo l’accettazione dei doveri coniugali e la paura per un marito violento e insensibile.
E’ una persona semplice di buoni e saldi principi, che va a trovare il marito per senso del dovere e non spera più in niente di buono e di nuovo per lei.
L’incontro con Paolo le farà invece capire che esistono anche uomini diversi, persone capaci di lasciarti il posto più comodo, di accarezzarti i capelli, di tenerti la mano mentre piangi e fino a che non ti addormenti.
Due vite attraversate da dolori diversi, più viscerale quello di Paolo, più legato alla situazione contingente quello di Luisa, si incontrano per un attimo, troppo breve per sconvolgerne il percorso, ma così intenso da riuscire a rendere più leggero il reciproco, penoso fardello.
Dopo l’unica notte d’amore Luisa “porterà” la foto della bambina nel proprio portafogli.
Trovo bellissima questa invenzione narrativa e l’utilizzo del verbo portare usato proprio per suggerire il caricarsi di un peso che è stato di un altro.
L’agente carcerario Nitti ha in consegna i due visitatori ed è sull’Isola da tantissimo tempo. Con lui vivono la moglie Maria Caterina e i due figli, da lui teneramente amati. Il carcere ha modificato il suo carattere, l’ha reso a tratti violento per rispondere alla brutalità dei carcerati, ha fatto di lui il prigioniero di un ruolo.
Il “servo dello Stato” che per i terroristi, quindi anche per il figlio di Paolo rappresenta il nemico, è in realtà un lavoratore onesto che cerca di fare il proprio lavoro, il vero proletario della situazione, come direbbe Pasolini .
Anche per lui Luisa farà qualcosa, favorendo con le sue parole di commiato il confronto sincero con la moglie, che proprio alla visitatrice aveva rivelato i suoi timori legati alle durezze del carcere.
La Melandri con stile semplice e incisivo ci fa rivivere un decennio particolare della nostra Storia, immergendoci con sensibilità e partecipazione emotiva in questo spaccato di vite coinvolte dai tragici avvenimenti di quegli anni.
Un'estate importante
Ci sono lunghi anni in cui sembra di non crescere mai. E brevi estati che segnano il punto di svolta tanto atteso, la linea di confine tra l’infanzia e una consapevolezza adulta.
Erri De Luca ci racconta proprio questo momento, che nella sua vita si è presentato durante la vacanza dei dieci anni, a Ischia.
Là conoscerà le prime sensazioni dell’amore, che lui sintetizza in un verbo: mantenere, tenere per mano.
L’altra mano è quella della ragazzina appena più grande che frequenta la stessa spiaggia.
Lei lo inizierà al senso dell’amore, della lotta per l’amore che gli racconta parlandogli del mondo animale, e al senso della giustizia che si trasformerà in vendetta per un torto che lui ha subito a causa sua.
Ma a Erri bambino sarà subito chiaro che non ci può essere giustizia se, per riparare a un dolore subito, se ne provocano altri tre.
Ho collegato istintivamente questo episodio alla vita adulta di De Luca, perché mi sembra che la decisione di non entrare in clandestinità, che avrebbe probabilmente portato alla violenza della lotta armata dopo lo scioglimento di Lotta Continua, abbia molto a che vedere con tutto questo.
D’altronde l’autore stesso dice: “In quel corpo sommario c’era la commozione e la collera degli anni rivoluzionari, nel latino c’era l’addestramento alle lingue successive, nel cratere del vulcano c’erano le montagne che avrei salito a quattro zampe.”
L’incontro con la ragazzina senza nome sarà legato per sempre al primo bacio, un bacio ancora infantile e al ricordo di lei che lo rimprovera: “Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi.”
L’estate dei dieci anni sarà anche quella delle scelte importanti per la vita della famiglia. La madre deve decidere se restare a Napoli o raggiungere il marito in America e il bambino dirà alla madre che se lei non vuole partire, lui starà con lei perché “…Per uno nato a Napoli il destino è alle spalle, è provenire da lì. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l’ha già avuto in dote, metà zavorra e metà salvacondotto…”
Il suo esporsi in prima persona, contrariamente a quanto è solito fare, gli darà la coscienza che potrebbe perdere il padre per sempre e che questa presa di posizione lo rende responsabile del suo futuro.
Anche questo significa crescere.
Ovunque nel libro si sente l’odore del mare: nella spiaggia assolata rinfrescata appena da un ghiacciolo, nel pesce pescato con metodo e ostinazione ma subito liberato, nella pizza alla marinara.
Tutta la vicenda è raccontata con l’incisività lieve della poesia, dove con scarne, ma esatte parole si può riassumere un intero ragionamento.
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Passioni e decoro, il fuoco sotto la cenere
Nel romanzo di Piero Chiara ho ritrovato le atmosfere e le piccole, grandi ambizioni della provincia lombarda che mi è familiare, con l’aggiunta di un pizzico di pepe, tipico dell’autore.
Negli indaffarati e all’apparenza indifferenti ambienti di provincia i brucianti sussurri relativi a qualche piccolo scandalo erotico-sentimentale vanno di bocca in bocca con la velocità del lampo.
Il pretore di Cuvio, un certo Augusto Vanghetta, di aspetto laido e di limitata intelligenza, è dotato di insospettabile foga virile: “Ho un cane,” dice, “che vuol mangiare due volte al giorno e che è sempre affamato”. Sapendo che questo suo modo di essere è incompatibile con il decoro che la sua carica richiede, decide di crearsi una facciata di rispettabilità borghese sposando Evelina, orfana bella e benestante, di parecchi anni più giovane di lui.
La trascurerà presto, tradendola costantemente e l’infelice ragazza finirà col deperire sempre più, malata di una misteriosa malattia che sembra consumarla.
Il giovane aiutante di studio, assunto del marito perché svolga il lavoro al posto suo, lo sostituirà del tutto e risveglierà in lei l’amore e il ritorno alla salute. Sarà proprio il pretore che favorirà il loro rapporto, affibbiando la consorte al sottoposto Landriani spesso e volentieri, per essere più libero di frequentare la sue amanti.
La moglie e l’aiutante addirittura lo estromettono dalla zona notte della casa, creando un triangolo amoroso di cui all’inizio il marito non è consapevole.
Evelina resta incinta ed è evidente a tutti che il padre non è Vanghetta, che indaga di salotto in salotto e addirittura incarica un investigatore per scoprire chi è l’autore del miracolo che a lui non è riuscito in tanti anni. Non gli resta che fare buon viso a cattivo gioco, attribuendosi infine la paternità del nascituro.
Chiara è abilissimo a condurci lungo la storia con naturalezza , divertito e divertente, quasi non facendo notare lo stile perfetto e misurato, gustoso ed esplicito, ma mai volgare.
L’autore è un affabulatore nato, non a caso arriva alla prosa dopo aver intrattenuto gli amici intellettuali con i suoi racconti sagaci e boccacceschi.
L’amara conclusione della vicenda giunge inaspettata a ricordarci quale sia l’effimero destino degli uomini.
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Il sublime e il volgare
E’ una recensione per me difficile, che ha richiesto una pausa di riflessione dopo aver girato l’ultima pagina del libro.
Credo che Busi lo ritenga in un certo senso il suo testamento spirituale perché l’ha ripreso spesso , tanto che quella letta da me è la “nuova edizione totalmente riveduta dall’autore”. Un po’ come Leonardo con la Gioconda, quadro costantemente al suo seguito e ritoccato più volte.
Fosse anche solo per questo, questo testo merita il rispetto che è dovuto a qualsiasi esperienza umana.
Dopo un incipit da Storia della letteratura che mi ha tolto letteralmente il fiato per la bellezza e la verità che contiene -“ Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza…..”- Busi ripercorre l’infanzia di Barbino, il terzo figlio di una povera famiglia della provincia bresciana.
Il padre, bellissimo d’aspetto ma dedito al dolce far niente, rifiuta addirittura di vederlo per lungo tempo per la delusione che non sia nata la femmina tanto desiderata.
La madre sgobba dalla mattina alla sera per mantenere tutta la famiglia, compresa Lucia, l’ultima nata,
che sarà anche l’unica che Barbino riuscirà in qualche modo ad amare.
Questa è, a mio parere, la parte migliore del libro, dove gli odori e le atmosfere della campagna bresciana ti arrivano diritti al cervello, mettendo in moto ricordi, sensazioni, emozioni che portano Barbino a scoprire cosa vuole veramente, a tentare di andare all’essenza del proprio essere al mondo.
Indimenticabile l’episodio della vestaglia materna, pregna dei suoi umori, che Barbino indossa per gioco e che probabilmente segnerà la sua sessualità futura, quando a quattordici anni lascerà la casa paterna per andare incontro al suo destino e al suo essere “diverso”.
Diverso perché omosessuale, differente perché nella sua testa niente conta quanto la Parola: letta, studiata, impastata in favole apocrife, come lui le definisce, o cesellata sui movimenti dell’anima. Ma niente, in questa sezione, è lasciato al caso; ogni episodio ci racconta qualcosa e ne capiremo appieno il significato nel prosieguo del racconto.
Il tutto con una prosa attenta e talentuosa, a tratti raffinata tanto da usare termini che, non mi vergogno a dirlo, ho dovuto cercare nel vocabolario, ma senza tuttavia scadere mai nello stucchevole accademismo.
E dopo, ahimè, vengono gli anni della giovinezza e della maturità sessuale, che nel libro si traducono in martellanti episodi di prostituzione e ripetuti rapporti anali, che bastava descriverne qualcuno per avere idea di quello che l’autore ci sta comunicando.
A Parigi, dove un Barbino ventenne avrà la protezione di tre donne particolari, il protagonista condividerà la casa di Arlette, la più giovane del trio, che si innamorerà, non ricambiata, di lui.
Geneviève, bella ed enigmatica, si scoprirà alla fine essere Il Minotauro presente in un sogno di Barbino e non ci vuole molta fantasia per capire perché Busi usi questo riferimento mitologico…
Insomma, anche questa donna bellissima alla fine è un uomo e si inchiappetta (scusate la volgarità, ma ormai Busi mi ha contagiata) le altre due.
Suzanne, la terza, è la probabile compagna fissa di Geneviève.
E qui mi sono proprio arrabbiata. Perché mai due donne dovrebbero avere solo rapporti anali con un uomo travestito da donna ? Che tipo di perversione è mai questa, e Geneviève è un travestito , un ermafrodita?
Sinceramente ormai che ho chiuso il libro non me ne frega più niente, ma sono pronta a leggere un altro romanzo di Busi se qualcuno me ne segnalerà uno in cui l’autore dimentica per qualche istante di essere omosessuale. Lucio Dalla, per fare l’esempio di uno a cui Busi ha rinfacciato di non avere mai fatto outing, ha creato canzoni che sono capolavori senza per forza violentare con le sue preferenze sessuali chi lo ha ascoltato.
E non ditemi che sono omofobica, perché non è vero. Semplicemente, considero la sessualità solo un aspetto della personalità di ognuno di noi , e non è neanche il più importante.
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Divertirsi leggendo non è reato
Nei libri del genere spy story “Il codice Rebecca” è tra quelli che ho amato di più. Sarà che l’ho letto in un momento in cui avevo assoluto bisogno di evadere, sarà che Follett ha, a volte, la capacità di tenere il lettore incollato al libro fino all’ultima pagina, fatto sta che man mano che procedevo nella lettura la mia realtà oggettiva andava sparendo per lasciare il posto all’assolato paesaggio nordafricano nell’estate del ’42.
Alex Wolff, tedesco di nazionalità egiziana, è la spia che deve comunicare al generale Rommel, la famigerata Volpe del deserto, gli spostamenti delle truppe britanniche attraverso un codice nascosto nel libro “Rebecca” di Daphne Du Maurier. Questo porterà i nazisti ad accerchiare gli inglesi e quindi a vincere la guerra, a meno che il maggiore William Vandam non riesca ad identificarlo e a neutralizzarlo.
Nel susseguirsi di rincorse, scontri all’ultimo sangue, rapimenti e colpi di scena c’è posto anche per l’amore tra Vandam e la bella e sfortunata Elene e, come contrappeso, per il più erotico rapporto tra la danzatrice del ventre Sonja e il “cattivo” Wolff.
Eppure non lo sentiamo così diverso da noi, il cattivo Alex Wolff. Ne ammiriamo la forza e l’astuzia, ne seguiamo le avventure quasi dispiaciuti, alla fine, che combatta dalla parte sbagliata della barricata.
Ho trovato indimenticabile la scena finale della fioritura del deserto e i due personaggi femminili, così
diversi, eppure anche loro due facce della stessa, complessa umanità.
I detrattori di Follett, gli intellettuali, direbbero che è un libro facile e che, come polemizza Piero Citati, è meglio non leggere piuttosto che leggere chi scrive best-sellers come Faletti e Follett. Peccato che con la maggior parte dei libri che apprezzano gli intellettuali io mi annoio e che con “il codice Rebecca” mi sono, invece, divertita immensamente.
Visto che di Shakespeare non ne nasce uno all’anno, e che è molto difficile unire profonde riflessioni ad una trama avvincente, se proprio voglio riflettere, approfondire, preferisco darmi alla saggistica piuttosto che a libri noiosi.
C’è un tempo e un libro per tutto, per filosofeggiare e per divertirsi, e se la vostra esigenza oggi è quest’ultima, Il codice Rebecca è il libro che fa per voi.
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Quando il cuore e il cervello vanno d'accordo
Leggere questo romanzo mi ha riportato indietro nel tempo, alle romantiche, fin troppo pudiche, letture della mia giovinezza. Mi sono immersa in questo immaginario corso d’acqua fresco e pulito e mi sono lasciata trasportare dalla lieve corrente delle parole.
Ho ritrovato la scrittura elegante, ma non troppo ricercata, che faceva dell’arte del narrare qualcosa di diverso dalla parlata di tutti i giorni, a volte abusata dagli autori di oggi.
Le pagine si rincorrono senza pesantezze inutili, percorrendo una trama non proprio irresistibile che però si riscatta grazie alla precisa caratterizzazione dei personaggi, con l’ironica descrizione che ne fa la Austen.
Lizzy, seconda di cinque figlie, pensa soprattutto con la propria testa, impermeabile ai canoni e ai giudizi della società inglese di inizio ottocento in cui si trova a vivere.
E’ la prediletta del compassato e disilluso padre, Mr. Bennet, che riconosce in lei l’intelligenza che, ahimè, manca sia alla moglie, sia alle ultime tre figliole, dedite unicamente all’affannosa ricerca di un marito benestante.
La primogenita Jane, pur essendo una bella persona, risulta quasi stucchevole per il nostro sentire contemporaneo, troppo “politicamente corretta” per appassionare davvero.
La Austen ci offre uno spaccato dell’ambiente in cui vive la famiglia Bennet, rappresentando con perizia i verdi paesaggi inglesi, i rapporti sociali improntati al classismo tra i nobili e gli altri, le feste in cui la rivalità tra donne si accende per accaparrarsi i favori dei maschi papabili.
Stranamente non insiste nella descrizione degli abiti, dal che deduco che non fossero proprio la sua passione, dimostrandosi anche in questo un personaggio femminile atipico, come d’altronde lo è la sua protagonista Lizzy, in cui l’autrice probabilmente si identifica.
Esemplificativo, a questo proposito, l’episodio in cui per recarsi presso la residenza dei Bingley ad assistere la sorella Jane, Elizabeth non esita a inzaccherarsi, incurante del suo aspetto che invece scandalizzerà le Bingley. Ma forse, e significativamente, è proprio da questo momento che Mr. Darcy se ne innamorerà in maniera irreversibile.
Descrive la protagonista preferita come carina, ma non bellissima, premurosa nei confronti della famiglia, ma non esente dal senso critico che la porta a metterne in discussione parecchi comportamenti. La sua arma vincente è decisamente il cervello. Si permetterà di rifiutare due pretendenti, salvo ripensarci per sposare l’ultimo, che oltretutto rappresenta quanto di meglio offre il mercato. Alto, bello, di gran classe e , manco a dirlo, ricco a palate.
La storia tra lei e Mr. Darcy finirà con il far crescere entrambi, smussando in lui l’esagerato orgoglio che gli deriva dal nobile casato per portarlo ad imparentarsi con una famiglia di rango inferiore, e in lei il pregiudizio che le fa valutare erroneamente i comportamenti altrui.
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Finissima indagine psicologica, intreccio noioso
Le quattro stelle sono per la finissima indagine psicologica che analizza ogni percorso della mente umana, particolarmente apprezzabile e descritta nei minimi particolari quando il confronto tra due personaggi suscita in entrambi delle reazioni alle parole o ai gesti dell'altro.Il protagonista Emilio Brentani è un uomo che fin dall'inizio della relazione con la bella e leggera Angiolina mette in chiaro l'indisponibilità ad impegnarsi in un rapporto.Questo non gli impedisce di soffrire quando si accorge che la ragazza amata non si fa scrupolo di intrattenersi con altri, al punto che vorrebbe sedurre l'amico-antagonista Balli, il cui confronto Emilio teme sopra ogni cosa.
Emilio non sarà capace neppure di amare fino in fondo la grigia sorella Amalia. Dandola quasi per scontata e allontanando dalla loro casa l'amico Stefano Balli di cui lei si è invaghita, con la scusa di non farla soffrire per un rapporto destinato a non vedere neppure la luce, la porterà inevitabilmente a spegnersi.
Tra i personaggi che Svevo ci racconta esce vittorioso l'artista Balli, istintivo e verace, sicuro di sè e proprio per questo irresistibile per le donne del Brentani.
Avrei invece dato tre stelle per la prosa, purtropo ormai datata, nonostante sia impeccabile nella sua classicità. Tre stelle anche per l'intreccio narrativo, troppo noioso per i miei gusti e parecchio prevedibile.
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Poetico e crudele
E’ un libro forte, scritto da un uomo che non mostra nessuna inibizione nel far vivere nei suoi “quaderni” le proprie fantasie e soprattutto ossessioni. Un uomo che si è forgiato in una natura aspra e temibile, che non può essere domata, ma domina incontrastata nei lunghi inverni “da paura”, a contatto con uomini che non sono mai amici, ma antagonisti con cui confrontarsi giorno dopo giorno. La sopravvivenza è determinata da questi due fattori: sfruttare la natura del periodo estivo per resistere nel gelo e uscire vittoriosi dallo scontro con gli altri uomini. Solo nella disgrazia più disarmante i compaesani sono disposti a dare una mano, ma non bisogna mai fidarsi troppo.
Le donne vivono in un universo parallelo rispetto alla voce narrante, che le prende in considerazione solo quando deve raccontare di monte, stupri e agguati che vanno via come il pane.
Gli unici personaggi veramente positivi sono Neve, che però guarda caso è la parte buona della terribile strega Melissa, Valentino che è l’anima di cui Neve fatalmente si innamora fin dal primo incontro in fasce e le matte Accione, che la danno via molto facilmente , sono sceme e non infastidiscono nessuno.
Dopo questa premessa sembra che il libro non mi sia piaciuto, e invece no. Corona ha un suo stile personalissimo e originale che viene dalla parlata delle sue montagne; a tratti se ne infischia della bella letteratura e va dritto per la sua strada, tutto intento a portare avanti la sua storia, come appunta all’inizio dei capitoli con un metodo e una costanza che fanno tenerezza, dove dice che lo scrivere rappresenta per lui un antidoto al vizio dell’alcolismo.
Il racconto della vita di Neve è poetico e fantasioso, anche se troppo infarcito di truci delitti tra topi, pantegani, calce viva, visioni e oracoli di streghe che si succedono a Erto una dopo l’altra e una dopo l’altra vengono barbaramente trucidate da uomini che, fregandosene dei loro magici poteri prima soddisfano il loro attrezzo e poi le fanno fuori.
Qualche sforbiciata a delitti ripetitivi nelle modalità non sarebbe guastata, ma devo dargli quattro stelle perché Corona è riuscito a costruire un romanzo che non si fa dimenticare.
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Inquietante e coinvolgente
Avevo iniziato a leggere "L'ombra del vento"un anno fa e l'avevo abbandonato perchè la lettura del libro, anzichè rilassarmi, mi agitava.
L'ho ripreso l'altro ieri e non sono riuscita a smettere fino a quando non l'ho finito.
Zafon ci parla anzitutto di letteratura, intesa come massima espressione dell'essenza dell'autore.Il libro ritrovato" per caso" da Daniel trascende la sua fisica natura,diventa maledetto perchè maledetto è colui che l'ha scritto. La vita di Carax nasce dal tradimento e dal peccato di una relazione extraconiugale, prosegue nell'amore totalizzante e incestuoso per la sorellastra Penélope che porterà alla morte violenta di lei e del frutto del loro amore.
Tutti coloro che lo amano soffrirano a causa di Carax e questa tragica consapevolezza lo porterà a trasformarsi nel mostruoso personaggio che egli stesso ha creato nella finzione letteraria. Tenterà di distruggere tutte le tracce che ha seminato lungo il suo percorso creativo, ma riuscirà solo in parte a cambiare il corso degli eventi, che sembrano ineluttabilmente seguire un destino di morte già tracciato.
Solo il giovane Daniel, in cui Carax rivede il se stesso di tanti anni prima, sarà messo in condizione di portare a compimento il rapporto d'amore con Beatrice e a darle un figlio in cui la passione per la letteratura potrà ancora una volta perpetuarsi.
Magistralmente tratteggiata e commovente è la figura di Nuria Monfort, tragica e tenera, forte e fragile nello stesso tempo, nella quale ogni innamorato non corrisposto può identificarsi.
Per Carlos R.Zafon la vita di ogni personaggio è inestricabilmente legata a quella degli altri, è il tassello di un puzzle dove le legittime aspirazioni alla felicità degli uni si contrappongono alla micidiale volontà di distruzione e di morte degli altri.
Il tutto è narrato con stile preciso ed elegante, capace di ricreare una Barcellona fredda, piovosa e grigia in cui il lettore viene completamente immerso e può solo subire lo svolgersi ineluttabile degli eventi.
Da leggere sicuramente.
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Una storia insolita ben scritta
Camminando da soli, al buio di una fredda sera d'inverno, le luci nelle case degli altri ci appaiono come nidi pieni di calore e di senso della famiglia a cui noi non abbiamo accesso.
Il titolo del libro, azzeccatissimo, esprime bene questi sentimenti, gli stessi che prova la protagonista del libro di Chiara Gamberale, Mandorla, costretta a vivere come i piccoli di cuculo nel nido degli altri condomini, non avendone uno proprio.
L'idea mi appare originale, scritta con stile colloquiale, ma a volte piacevolmente fulminante in certe similitudini.
Non ho apprezzato molto i flash-back di stile cinematografico, che vorrebbero essere un supporto di conoscenza e rappresentare una motivazione psicologica al comportamento dei personaggi, ma a volte si rivelano un po' slegati dal contesto.
E' comunque un libro che coinvolge, con un finale a sorpresa.
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