Opinione scritta da Cristina72
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Eros e Thanatos
I “cunti” di Andrea Camilleri, impreziositi da riferimenti letterari in un linguaggio che l'autore si diverte a plasmare magistralmente in siculo, fiorentino, romano, lombardo, possiedono la forza ipnotica delle favole che si raccontano ai bambini, ma non la stessa innocenza, carichi come sono di arguzia e sensualità.
In questo romanzo, in particolare, Eros e Thanatos si intrecciano in diverse occasioni, superando i confini della legge e della buona creanza.
La profonda, amara conoscenza dei fatti di Sicilia, di verità taciute o mezzo rivelate, di menzogne create ad arte dai “potenti” con la manovalanza di servi del potere, emerge per intero in questa piccola perla ispirata a fatti realmente accaduti nella seconda metà dell'Ottocento.
La potenza della parola, ancora più pregnante nella sua espressione dialettale, rasenta spesso la comicità, persino quando irrompe la tragedia a congelare l'amplesso di due amanti e la corsa un po' goffa di un ribelle dell'ultim'ora, o rimbomba un colpo sparato a bruciapelo, o una lama fredda penetra in un “gargarozzo”.
Emerge chiaro che fortezza inespugnabile, a dispetto del malcontento popolare, non è tanto la mafia quanto la mafiosità, sorretta da un sistema ad incastro in perfetto equilibrio tra criminalità e tutela della legge.
Guai a rompere questo equilibrio, pena la morte con disonore, perché se c'è una cosa peggiore di un servo prepotente è “un servu pripotenti di la liggi”.
Le ultime pagine, con due sentenze di morte eseguite a sorpresa tra aranceti carichi di frutti, ricordano proprio quella particolare qualità di arancia striata di rosso, vivace e vagamente inquietante.
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Promosso, con riserva
Per me è il terzo romanzo di Bukowski, dopo Storie di ordinaria follia e Post Office, e il termine “sopravvalutato” viene inevitabilmente in mente mentre si scorrono pagine troppo simili tra loro.
Il talento di Bukoski, che emerge qua e là da frasi spiazzanti e descrizioni acute, occorre sempre andarselo a cercare armati di buona volontà, tra scommesse su soporifere corse di cavalli (l'entusiasmo al riguardo è tutto dello scrittore), sbornie colossali e decine di donne che per qualche ragione gli si strusciano sistematicamente addosso.
Con quelle alcolizzate come lui si accasa a breve termine, dividendo sesso, bottiglie e lenzuola sporche, sempre, però, irrimediabilmente solo e soffocato dall'accidia quando le miserie della vita gli saltano al collo.
Si potrebbe liquidarlo definendolo ripetitivo, ma non gli si renderebbe completamente giustizia, perché Bukoski è come quegli studenti intelligenti che non si applicano e che finiscono per disorientare gli insegnanti calando inaspettatamente l'asso.
Promosso, quindi, con riserva.
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Acerbo
Non mi è sembrato un libro letterariamente ineccepibile, per la presenza di ripetizioni, periodi prolissi e derapate sentimentali.
In questo romanzo d'esordio la prosa della scrittrice non è sempre centrata e a volte si indugia su concetti su cui sarebbe stato opportuno soffermarsi senza esagerare: il caldo di un'estate particolarmete torrida (concetto ribadito al punto da far sbuffare anche chi legge), le troppe chiacchiere con relative beghe tra colleghe in ufficio, la forma, il colore e il nome dei fiori.
In questo contesto il filone giallo, inserito senza che venga ben chiarito dove si voglia andare a parare, finisce per sembrare solo un espediente usato per rendere più interessante la narrazione.
Non mancano pagine ben scritte, pacate e taglienti, che annunciano la cifra stilistica più matura della Strout. Impeccabile, per esempio, il ritratto psicologico delle due protagoniste, madre e figlia adolescente, e di alcuni personaggi secondari, soprattutto il professore di cui la ragazzina si innamora, figura ambigua liquidata troppo presto.
Una certa frettolosità a scapito dei contenuti si nota anche nella parte finale della storia, molto “americana” e carica di buoni sentimenti, mentre le ultime righe, che toccano tutte le possibili corde del cuore – soprattutto quelle dell'amore materno – sono indubbiamente ben confezionate, ma ricordano più che altro un buon esercizio di stile.
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Stordisce e non incanta
Sarà che il surreale non è nelle mie corde e che il concetto di “favola per adulti” mi è sempre sembrato un ossimoro poco convincente, sta di fatto che in questo romanzo la noia la fa da padrona mentre l’autore spinge sul pedale dell’assurdo senza misericordia.
Non sarebbe del tutto impropria una similitudine con i quadri di Chagall, come ha scritto qualcuno, se non fosse per la piega deprimente e l’atmosfera claustrofobica che la narrazione ad un certo punto assume, mentre l’ironia e la satira cedono il passo alla tragedia.
La descrizione di un amore, tratteggiato con grazia nella sua parabola drammatica, riserva qualche passaggio emozionante, e la percezione soggettiva dell’ambiente, antitetica a qualsiasi visione empirica, è riportata con indubbia maestria.
Boris Vian, insomma, sa quel che fa mentre deforma la materia presentandoci una visione caricaturale della realtà, un quadro dalle pennellate accese e fosche e dalle sfumature sulfuree.
Ma il prodotto finale alla lunga stanca e stordisce senza incantare.
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"Ah ah ah"
“Ti raccontavano che quel grande qualcosa/qualcuno ti amava in maniera speciale ma alla fine ti accorgevi che non era vero. Il grande qualcosa/qualcuno era neutrale. Indifferente. Quando si muoveva con innocenza schiacciava le persone”.
A volte distopia e realismo si fondono formando una miscela caustica, dal sentore sgradevole di una realtà possibile, forse già silenziosamente in atto.
E' il caso di questi undici racconti e della galleria di antieroi che li popolano, perdenti rosolati sul fuocherello della quotidiana umiliazione dalla mano impietosa dell'autore, che li fa ridere, patetici (“ah ah ah”), mentre ride di loro.
Sentimenti modificati chimicamente in laboratorio (ma fino a che punto meno veri di quelli reali?), ragazze ridotte a penzolanti arredi da giardino grazie alla scoperta di un luminare della scienza, e poi buone intenzioni, fallimenti, frustrazioni, invidie, ripicche: dal deprimente campionario non si salva nessuno, o quasi.
Quasi, perché proprio quando il lettore sta per gettare la spugna, dal gelo dell'ultimo splendido racconto – “Dieci dicembre” – emerge la flebile speranza di un riscatto possibile.
I pensieri di un bambino sovrappeso e di un vecchio fuggiasco malato di Alzeihmer che inciampa sulle parole e sulla neve si alternano con il rispettivo carico di sofferenza, mentre le loro esistenze si intrecciano diventando, inaspettatamente, forza vitale.
E finalmente affiorano emozioni autentiche e “gocce di bontà” si impongono sul cinismo... almeno in buona parte:
“... e queste gocce di fratellanza lui non aveva il diritto – non l'aveva mai avuto – di negare.
Di negarle”.
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Agrodolce
Lo stile limpido, elegante senza pedanteria, è la prima cosa che salta agli occhi nel romanzo, variegato come un poncho peruviano e più complesso di quanto appaia ad una lettura superficiale.
Nella vivace città di Lima degli anni Cinquanta ci accompagna a capitoli alterni la voce narrante di Mario, studente e giornalista di una radio dove si rabberciano bollettini.
Il ragazzo, alter ego dello scrittore, si innamora di una zia acquisita più anziana di lui, in un'atmosfera di leggerezza che persiste anche quando i fatti, causa il contrasto iniziale della famiglia, assumono toni un po' più drammatici (tra l'altro, si accenna appena alla dittatura militare del periodo).
Gli altri capitoli, paralleli al filone principale in buona parte autobiografico, sono dedicati ai romanzi radiofonici, storie politicamente scorrette, dal sapore forte e dai toni roboanti, scritte a ritmo continuo da Pedro Camacho, personaggio buffo, misantropo, geniale, un fiume in piena che finirà per essere travolto dalla sua stessa ispirazione.
Le storie tengono il pubblico incollato alla radio - la loro fama oltrepassa i confini del Perù - e catturano anche il lettore, in un gioco ironico e autoironico che lo scrittore conduce con maestria, buttando alla fine, con un vezzo letterario un po' snob, tutto in caciara.
Un vago rimpianto per ciò che era e non è più (l'amore, la dignità di un uomo), malgrado sia attenuato da divertito distacco e a tratti persino rimosso, emerge inequivocabile nelle ultime pagine, chiudendo il cerchio di un romanzo agrodolce come il Pisco, liquore delle valli costiere di Lima.
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Fango e amore
Le vicende del romanzo ruotano intorno a Milton, giovane partigiano che mette a servizio del suo sentimento per Fulvia, la ragazza di cui è innamorato, tutti i suoi ideali.
Lo stile essenziale, a tratti brusco, non concede niente al sentimentalismo, ma la tenerezza e il dolore per un amore probabilmente non ricambiato affiorano con potenza da ogni pagina.
Cercando “la verità”, la conferma del tradimento dell'amata, Milton vaga tra la pioggia e il fango della campagna piemontese, aggirando i pattugliamenti fascisti.
Ufficialmente ha una missione da compiere, ma la sua ricerca somiglia più ad un fuga dalla realtà, al girovagare a vuoto di un cuore straziato.
Difficile accettare che i ricordi custoditi gelosamente non abbiano più consistenza della melma che lo circonda giorno e notte e che sembra volerlo inghiottire, insopportabile il freddo che si impadronisce di lui al pensiero della sua solitudine.
Si empatizza subito con il protagonista, ne avvertiamo ogni moto dell'animo, lo perdiamo di vista solo per un capitolo che costituisce quasi un racconto a sé e che mette in luce tutto il livore sleale, spietato e inutile generato dalla guerra, in un circolo vizioso fatale.
Le pagine finali, cariche di adrenalina, lente e veloci, vagamente oniriche, sicuramente catartiche, celebrano magistralmente la pulsione di vita sulla morte – e sulla voglia di morire:
“Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente”.
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L'orrore e l'ardore di Ardis
“... e nel pronunciare il nome alla russa gli diede il suono della parola «ardor»”.
Romanzo dallo stile raffinato e un tantino snob, ricco di digressioni dotte, giochi di parole, citazioni, ammiccamenti, frasi in russo e francese.
Fra tutto questo, si articola una storia d'amore che infrange il tabù dell'incesto con tale grazia da indurre il lettore a chiedersi dove stia in realtà la perversione, che emerge a tratti come in un surplus di erotismo per lo più sfumato, per riguardo vero o simulato verso quella che non senza malizia è presentata come una “cronaca familiare”.
L'influsso proustiano e i continui rimandi, nella prima parte, allo scrittore francese, giustificano tutto, nell'incanto della memoria:
“Mi ricordo sempre quell'azzurra mattina sul balcone, quando tu mangiavi una di quelle tartines au miel, che in francese sono tanto più buone”.
Si parla di Ada, figura femminile enigmatica, sensuale, viziosa, una via di mezzo tra l'Albertine di Proust e la Micòl di Bassani, sullo sfondo di un' “Antiterra” dove la collocazione geografica dei paesi avvicina Stati Uniti e Russia, rispecchiando il background culturale dello scrittore.
Ad Ardis Hall, tenuta di famiglia immersa nel verde, avvolta fin dall'inizio dal velo soffuso e nostalgico del ricordo, si accende la passione tra i due giovanissimi “cugini”.
Impeccabile l'affresco che Nabokov ne tratteggia, con parole che incantano come musica e disdegnano tra le righe chi non riesce ad immergersene: “Ada, gli ardori e gli alberi”.
E' l'incontro, crudo e soave, tra due corpi dissoluti e due anime legate indissolubilmente.
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Qualcosa da salvare tra la ruggine
“L'unico a sapere che esisti sei tu”.
Il romanzo inizia bene, fotografando in modo efficace una realtà di solitudine e demotivazione conseguenza della crisi socio-economica americana e in particolare di un piccolo centro della Pennsylvania, pullulante di acciaierie dismesse. Ci sono più monologhi interiori che dialoghi, a sottolinerare la radicale incomunicabilità tra i personaggi, che si amano ma non si capiscono e si perdono, consapevoli di poter contare solo sulle proprie forze per andare avanti.
Allo squallore generale fa da contrasto - altra nota positiva - la bellezza di una natura che trasmette forza, e una timida speranza.
Eppure, qualcosa nel lungo periodo non funziona: la narrazione rallenta e diventa ripetitiva, le emozioni di qualcuno si fanno monche e bidimensionali, come se l'autore avesse trascurato di approfondirle, e si calca un po' la mano su certe situazioni.
L'ultima parte, scontata e alla “volemose bene”, guasta definitivamente l'insieme.
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Come fumo spazzato via dal vento
Non mi aspettavo un tale livello di mediocrità da parte del tanto decantato Murakami, che leggo per la prima volta e collocherei sullo stesso piano della sua connazionale Banana Yoshimoto.
La noia la fa da padrona fin dalle prime pagine nell'educazione sentimentale di Hajime, dapprima bambino e “figlio unico” (diverse sono le pagine dedicate all'approfondimento di quest'ultimo concetto), poi ragazzo e uomo, tra banalità, ripetizioni e un abuso dilettantesco di virgolettati che rivelano l'incapacità dello scrittore di incidere sulla pagina con la semplice forza delle parole.
A trent'anni, dopo un periodo di insoddisfazione esistenziale e qualche ardore giovanile fatto di amoretti e un discreto repertorio di tremiti, Hajime trova finalmente un porto di quiete, mette su famiglia e vive un'esistenza da borghese agiato.
L'incontro con la futura moglie, che darà una svolta alla sua esistenza anche dal punto di vista professionale, viene narrato col solito stile piatto e perle di originalità come questa: “Io e Yukiko ci sentimmo immediatamente attratti l'uno dall'altra”.
Il nostro eroe non dimentica però la bella Shimamoto, l'amore dei suoi dodici anni che non smetterà di cercare per tutta la vita, misteriosa femme fatale che metterà tutto in discussione mentre col suo “sorriso meraviglioso” sorseggia un cocktail e pronuncia la frase di rito: “Hai da accendere?”.
Tutto nel corso della narrazione resta bidimensionale, anche le scene erotiche e i momenti di maggiore pathos, col protagonista che in preda ai tormenti si nasconde la testa fra le mani.
Romanzo a tratti persino insulso e melodrammatico, che non si fa fatica a dimenticare insieme alla sua lunga sfilza di frasi fatte: “...scomparso come fumo spazzato via dal vento”.
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Dove il tempo non è tempo
Romanzo impegnativo per lunghezza e contenuti, costituiti in buona parte da nozioni di carattere filosofico, storico, scientifico e psicologico.
La cultura enciclopedica di Mann e la sua intelligenza poliedrica caricano la narrazione di gare dialettiche e controversie intellettuali a cui il protagonista Hans Castorp, “pupillo della vita”, assiste volentieri nel percorso di crescita interiore che intraprenderà durante il lungo ricovero nel sanatorio di lusso Berghof, sulle Alpi svizzere.
Meno volentieri vi assiste, in genere, il lettore, disposto comunque a sciropparsi concetti “che sorpassano di molto il suo orizzonte” (così si esprimerebbe lo scrittore) pur di non essere tagliato fuori dalla sostanziale bellezza dell'opera.
Leggere “La montagna incantata” significa vivere un'esperienza in un luogo dove il tempo non è tempo e tutto sembra collocarsi in una provvisorietà definitiva e rassicurante (“L'abitudine a non abituarsi”), dove vita e morte si intrecciano in modo bizzarro, persino ironico: “...ed ecco rimbombare il gong che invitava i non degenti e non moribondi a prepararsi al pasto principale”.
Personaggi bizzarri e incursioni nel paranormale, raccontati impeccabilmente e con un tocco di humour, rendono il libro particolarmente interessante, così come gli effetti sul giovane Castorp delle ultime scoperte scientifiche tese a sviscerare corpo ed anima, messe a servizio della medicina agli inizi del Novecento.
Emblematiche le scene della vista su lastra dello scheletro della propria mano (“...e per la prima volta in vita sua si rese conto che sarebbe morto”) e di una bufera di neve, con un'avventura di quasi premorte a cui fa seguito una frase dal sapore di rivelazione:
“Per rispetto alla bontà e all'amore l'uomo ha l'obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri”.
Se è vero che la malattia umilia l'essere umano, riducendolo a mero corpo, è altrettanto vero che finisce per innalzarlo ad un grado di consapevolezza e di sanità superiori che senza di essa non avrebbe mai raggiunto: in quest'ultima riflessione sta racchiuso lo spirito del romanzo.
Cosa ne sanno le persone rimaste in pianura di tutto questo?
Seguire la cura orizzontale adagiati su “un'eccellente sedia a sdraio”, al cospetto di un maestoso paesaggio di cime innevate, dove le stagioni si alternano nell'arco di pochi giorni, consente di osservare l'esistenza da un punto di vista inedito, quasi rovesciato.
Rialzarsi per proseguire il cammino tra i “sani” comuni mortali non è cosa facile:
“Spira un'aria crudele laggiù, inesorabile. Stando qui a letto e guardando lontano, c'è da provarne orrore”.
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La deriva
“Nessuno può dirsi certo della vittoria, ma nemmeno della sconfitta”.
Il principio della Morra cinese - Carta, forbice, sasso - chiude un romanzo corale fatto di lettere, ritagli di giornale, blog e memoriali, attraverso cui si ricostruisce una storia dai contorni fantapolitici, ammantata da una patina di raffinatezza decadente.
Le lettere, soprattutto, sono dense, cariche di un'arguzia amara che inquadra con precisione impietosa i protagonisti - tutti personaggi sopra le righe, permeati da un emblematico infiacchimento morale - mentre il lettore assiste quasi nel ruolo di voyeur al crollo delle maschere, all'allentamento dei freni inibitori e all'emergere di una “verità libidica” conseguenza di una diffusa deriva sociale.
E' un romanzo dal linguaggio forbito e dal fascino un po' barocco, da leggere con lentezza, soffermandosi su frasi cesellate magistralmente e dialoghi in punta di fioretto.
L'ironia, a tratti grottesca, stempera fin dalle prime pagine la drammaticità del contesto apocalittico di una città fantasma, Cagliari, avvolta da un silenzio “che erode più del salmastro”, all'ombra di un terzo conflitto mondiale e di un islamismo che prende sempre più il sopravvento.
Limite del libro è la percezione, nella seconda parte, di troppa carne al fuoco, di un carico iperproteico che a volte si fa fatica a metabolizzare.
Alla fine, si avverte l'esigenza di un maggiore approfondimento di certe vicende personali - compreso un oscuro delitto - mentre avrebbero figurato meglio sullo sfondo i (troppi) personaggi secondari e le pagine riguardanti i rivolgimenti storico-politici.
Ma questo non è un romanzo lineare, né vuole esserlo.
Piuttosto, è circolare, come gli eventi che narra, come la Storia che sempre si ripete, con punti di svolta spesso inavvertiti.
Ed è lirico, nel suo pessimismo di fondo:
“...e dio non c'è preghiera che tenga a farlo desistere. Bisogna accettarne la demolizione sistematica, le sparse detonazioni organizzate. E' un pugile interstellare.”
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Mum
Il romanzo è attraversato da un filo psicologico dalle sfumature horror, avvolgente e mefitico, che la penna di McEwan regge magistralmente, tenendo sempre alta l'attenzione con una trama disseminata di “segni”, gesti e parole carichi, a ben guardare, di un germe patologico.
Già dalle prime, raggelanti battute si percepisce l'odio sommerso dell'adolescente Jack, il protagonista, nei confronti del padre, e il suo desiderio di vederlo morto, desiderio che verrà presto esaudito con modalità emblematiche (uno muore e l'altro, con le urgenze onanistiche della sua età, diventa “uomo”).
Arido ed ottuso, è proprio lui, il padre, la mela marcia, la causa prima dell'isolamento della famiglia che ha finito per ripiegarsi in se stessa trasformandosi in una cellula sociale impazzita.
Entriamo nella loro casa (genitori in conflitto e quattro figli), circondata da costruzioni in rovina e da uno squallido giardino, dove regna un'atmosfera malsana di violenza implosa.
Così sarà, infatti, pagina dopo pagina, a cominciare dall'attrazione amorosa di Jack per Julie, la sorella maggiore, che farà la sua parte nel torbido rituale di corteggiamento con civetterie sempre più esplicite.
Ad unire ancora di più i due, complice l'altra sorella, sarà il segreto della tumulazione fai-da-te in cantina di “Mum”, la madre malata che lancerà più accuse da morta che da viva.
Il decesso è accolto con abbracci intrisi di lacrime tra le sorelle e un certo ridacchiare sempre sinistramente presente nei momenti più drammatici, a sottolineare un'inquietante verità parallela.
All'indifferenza di Jack, che decide il da farsi pregustando un possibile ruolo di maschio-alfa, fanno da contrasto i suoi sogni impastati di paura e, forse, scrupolo, mentre la realtà perde sempre più consistenza e si vivacchia nell'inerzia di un'estate eccezionalmente calda.
Quando un giorno, in un sussulto di buonsenso, si decide di ripulire casa e di mettere sul fuoco uno stufato, la ritrovata, apparente normalità ha l'effetto di rendere il lettore partecipe del nuovo focolare, facendogli percepire tutta la portata ambigua dell'affetto che lega i quattro orfani e che sfocia, tra le altre cose, nelle attenzioni da brava mammina di Julie nei confronti del fratello di sei anni, bambino fragile fatto regredire allo stato di poppante.
La tavola apparecchiata per come si deve (“come se fossimo persone vere”), l'odore del cibo che comincia a confondersi con quello dolciastro della decomposizione del corpo occultato, le effusioni sempre meno fraterne tra Jack e Julie e l'entrata in scena del ragazzo di quest'ultima, che romperà i morbosi equilibri, sono pagine dense, avvincenti, imperdibili, forse la migliore prova di bravura dello scrittore britannico.
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Cutrettola
“Per lunga pratica don Pietro Coi era avvezzo a leggere nei pensieri degli altri: i pensieri più semplici, che non trovano la via delle parole”.
Le emozioni più profonde in questo breve romanzo sono quasi tutte in filigrana, mentre la trama si snoda sui fatti di Cuadu, piccolo centro rurale che conta tra i suoi abitanti settantatré caduti della Grande Guerra. Tra questi, i due figli di Mariangela Eca, vecchia contadina che tiene chiuso in sé un dolore senza conforto.
Resta impressa la figura minuta di questa donna, col suo odore di fumo, che torna dalla montagna con la sua tipica andatura trotterellante (“madixedda”, cutrettola, la chiamava il figlio) portando in testa un fascio di legna.
Infastidita dai discorsi pomposi di chi, già con spirito fascista, esalta il sacrificio dei suoi figli morti per la patria, Mariangela trova requie solo nel silenzio, come una creatura selvatica ferita a morte, e don Pietro, viceparroco del paese, pur biasimando l'atteggiamento rigido della donna in qualche modo lo condivide (e si vedrà nel corso della narrazione fino a che punto).
Malgrado dubbi e tormentose riflessioni, che lo scrittore espone con una qualità stilistica simile a quella dei grandi romanzieri russi, don Pietro è guidato da un senso del giusto che si contrappone sia alle leggi del Governo in carica che a quelle della Chiesa, e protegge un disertore dato per disperso in battaglia, figlio maggiore di Mariangela, custodendone il segreto di un omicidio commesso nel corso di un'azione bellica:
“La colpa è di chi vuole la guerra, di chi non sa evitare la guerra”.
Così il prete dal piglio schietto di contadino finirà per adempiere le ultime volontà “profane” di un pastore di capre che grazie a sapienti flashback rivediamo docile e allegro davanti all'ovile mentre lavora il formaggio, così diverso dal “disertore”, uomo cupo e aggressivo, divorato dalla febbre e dal rimorso.
Emblematici, alla fine, i due diversi “monumenti” ai soldati caduti: uno, solenne, eretto con grandi cerimonie nella piazza del Municipio, l'altro, quello del soldato disubbidiente, protetto per sempre dal silenzio della montagna, sepoltura segreta in un vecchio ovile circondato da lumini:
“Continuò, per il resto dei suoi giorni, a portare fasci di legna dal monte...”.
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Un cuore cieco
“... ha mormorato che ero molto strambo, che certo lei mi amava a causa di questo, ma che forse un giorno le avrei fatto schifo per la stessa ragione”.
Né buono né cattivo, certamente non stupido ma senza particolari ambizioni, il protagonista di questo romanzo, tale Meursault (del nome di battesimo non si fa menzione), conduce un'esistenza tranquilla da impiegato di origini francesi ad Algeri, impermeabile a gioie e dolori mentre prende atto degli eventi con osservazione quasi scientifica.
Il caldo dell'estate africana lo fa sudare, i bagni al mare lo rinfrescano, il corpo di Marie, la donna con cui inizia una relazione, ne appaga gli appetiti sessuali, mangia quello che gli va, fuma molto e si lascia vivere.
Già dalle prime pagine, con l'annuncio della morte della madre e i successivi funerali, il lettore è sorpreso, eppure in qualche modo partecipe, della sua mancanza di dolore, che arriva con netta precisione, come il fastidio del sole cocente durante l'interminabile corteo funebre e il sollievo alla fine delle esequie, quando finalmente può tornarsene a casa a dormire.
Il profilo psicologico, tracciato impeccabilmente, è molto vicino a quello di uno psicopatico, ma la schietta noncuranza con cui Meursault espone il suo punto di vista (niente ha davvero importanza per lui, in definitiva) e quella sorta di incoscienza che caratterizza certe sue azioni rendono persino ridicolo puntargli il dito contro, anche quando si renderà colpevole di omicidio.
Più balordi di lui finiranno per sembrare non soltanto conoscenti e amici di dubbia moralità ma anche i giudici che ne decidono la sorte:
“Avrei voluto cercare di spiegargli con simpatia, quasi affettuosamente, che mai ero riuscito a provare un vero dispiacere per qualcosa”.
L'intento un po' provocatorio dello scrittore sembra essere quello di presentare un uomo in perfetta sintonia con la “dolce indifferenza” dell'universo, cullato da impulsi naturali ed estraneo ad ogni tipo di passione.
“Hai un cuore cieco”, gli verrà rimproverato nelle ultime pagine, le più intense, ma scuoterlo da questo stato di accomodamento interiore significa tirarne fuori la profonda, amara consapevolezza della nullità dell'esistenza, dove l'unico rifugio possibile, nell'attesa di una fine che cancella prima o poi per tutti il significato di ogni cosa, sono i piaceri semplici:
“...le gioie più povere e più tenaci: odori d'estate, il quartiere che amavo, un certo cielo di sera, il riso e gli abiti di Marie”.
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Sognare sogni impotenti
Romanzo strutturalmente complesso, che inizia in prima persona per cedere gradualmente la scena a Seymour Levov, meglio conosciuto come lo Svedese (“il più grande atleta nella storia del liceo di Weequahic”), incarnazione del sogno americano e mito dei ricordi giovanili dell'io narrante.
Le lunghe digressioni, che fanno luce sul periodo storico e sul background socio-culturale in cui si muovono i protagonisti, se da un lato appesantiscono un po' la narrazione dall'altro trasmettono tutta l'ispirazione dello scrittore per la storia che narra, nonché la sua capacità di districarsi mirabilmente negli intrecci narrativi.
Chiusa l'ultima pagina, viene spontaneo tornare alle prime e a un Seymour Levov imprenditore di successo e uomo tutto d'un pezzo, in apparenza soddisfatto da un'esistenza che scorre su binari impostati nel segno di uno splendido, rassicurante conformismo.
Rileggere quelle pagine quando si è conosciuta la profonda drammaticità del personaggio senza maschera fa tutt'altro effetto, e sta soprattutto qui l'originalità e la grandezza del romanzo.
Convinti, a torto o a ragione, della buona fede dello Svedese, si finisce per empatizzare con lui al punto da chiedersi dove sta l'inghippo, cos'è che non ha funzionato in una vita dove tutto sembrava dover filare per il verso giusto.
E invece no, perché ogni circostanza esteriore, oltre ad essere un opinabile punto di vista, è anche soggetta agli imprevisti del caso: “Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c'è un senso”.
Da antologia l'ultima parte, una cena fra parenti, amici e amanti dove sregolatezza e integrità, realtà e finzione sembrano battersi come pugili su un ring: prima l'abbraccio, poi l'affondo finale.
“Levov lo Svedese, sfuggito ai colpi dell'ariete che è questo mondo per galleggiare a mezz'aria e sognare, sognare, sognare sogni impotenti”.
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Miele amaro
Quasi una poesia in prosa, a tratti oscura e per lettori “forti”, carica com'è di metafore, riferimenti dotti e termini ricercati su cui persino lo Zingarelli a volte tace.
Respingente anche l'odore di morte che arriva da ogni pagina mentre scorre sotto gli occhi del lettore una galleria di spettri, morti che parlano e camminano.
E' una sorta di viaggio nell'anticamera dell'Ade, con l'io narrante che si affaccia sull'orlo del precipizio estremo traendone prima l'orgoglio disperato del condannato, poi l'esultanza mista a rimorso del graziato.
Crogiolarsi nell'idea della prossima fine ha il vantaggio di farlo sentire sublime protagonista dei pochi giorni che all'inizio crede gli restino da vivere, ruolo più comodo di quello di semplice comparsa con cui dovrà invece fare i conti ritrovandosi in mano, inaspettatamente, un numero presumibilmente cospicuo di anni.
La Rocca, sanatorio di Palermo popolato in gran parte da reduci di guerra, diventa per lui fonte di “miele amaro”, fetido e soave, luogo battuto da un sole impietoso nel corso della sua malattia e da una pioggia purificatrice al momento della guarigione, quando gli elementi della natura tornano ad essere forieri di vita:
“... e fu odore di piccola pioggia sull'erba, odore di nebbia, fioca aria di temporale lontano”.
L'amore, se così vogliamo definirlo, è una sorta di farmaco che agisce su sentimenti e sensi e aiuta ad aggrapparsi alla vita, con un'immagine femminile che in questo contesto mortifero non può che essere rappresentata da Marta, donna dal torbido passato e senza futuro:
“... trucioli erano, i suoi discorsi, trucioli d'oro finto... sotto il quale si intravedeva – male ma s'intravedeva – l'implacabile osso della morte”.
Pietà per i vinti, certo, ma anche dubbio se sia stato dopotutto premio o pena continuare a vivere
lasciandosi alle spalle una “giovinezza cariata”:
“Oh sì, furono giorni infelici, i più felici della mia vita”.
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L'inferno di una cosciente disfatta
“Mi dibatto in un groviglio di principi, brancolando nel buio, e agisco d'istinto, senza prendere esempio da nessuno”.
Il romanzo parte in sordina con l'effetto vagamente soporifero di una tisana rilassante, almeno per chi non apprezza in modo particolare lo stile un po' naïf di certa letteratura di stampo vittoriano.
Jude è un sognatore dall'animo delicato, solo al mondo e bistrattato dalla zia a cui è stato affidato, con poche possibilità economiche e tanta voglia di intraprendere una carriera di studi a sfondo religioso.
I suoi sforzi da autodidatta lo elevano culturalmente molto al di sopra della classe operaia da cui sogna un giorno di affrancarsi, vagheggiando un futuro a Christminster, città universitaria da lui idealizzata, che amerà tutta la vita col fervore di una passione non corrisposta.
La narrazione, che procede per citazioni delle Sacre Scritture alternate a versi di autori pagani, acquista vigore dopo i primi capitoli grazie ad una serie di avvenimenti, tra cui l'entrata in scena di Sue, ragazza carismatica e ribelle che sembra beffarsi del giogo imposto dalle convenzioni sociali dell'epoca.
L'amore “proibito” tra i due, tratteggiato con tocchi sapienti e privi di retorica, diventa il fulcro attorno cui si sviluppano tutti gli eventi, che da un certo punto in poi sembrano precipitare seppellendo le aspirazioni dei personaggi in generale e del protagonista in particolare: è “l'inferno di una cosciente disfatta”.
Le pagine, sempre più amare, scorrono veloci mentre si punta il dito contro precetti di fede che in servile ossequio alla tradizione impediscono la libera espressione degli impulsi naturali, soffocando tutto ciò che di autentico esiste nell'essere umano.
Vero sacrilegio, sembra dire lo scrittore in progressione ascendente, è osteggiare il sentimento prezioso di due anime affini in nome di una morale imperante che si è costretti a seguire, pena l'esclusione sociale.
Sebbene a tratti un po' enfatico, è un romanzo intenso che regala momenti di alta letteratura attraverso la descrizione ben definita di atmosfere e stati d'animo e la desolante contemplazione di sogni infranti:
“Ricordi, dicevamo che avremmo fatto della gioia una virtù”.
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Miscuglio molesto
Il romanzo è un miscuglio di più elementi, alcuni dei quali francamente mediocri, ma uno su tutti spicca salvando in qualche modo tutto il resto: la figura di Amalia, che ha scelto di togliersi la vita, e le indagini introspettive della figlia Delia, che vive un lutto in apparenza composto ma talmente intriso di sensi di colpa e congetture da farle sfiorare la demenza.
Ed è in questo stato onirico di quasi demenza che procede la narrazione, sullo sfondo di una Napoli descritta a tinte fin troppo fosche (sembra che lo sport preferito dei partenopei sia inveire contro qualcuno a suon di oscenità).
Delia al funerale non versa lacrime ma sangue, concetto su cui nelle prime pagine ci si sofferma in maniera irritante, specificando i cambi di assorbente (per fortuna l'emorragia dura poche ore), al punto che la frase che apre un nuovo capitolo - “Ero forte, asciutta, veloce e decisa” - fa più che altro pensare ad uno spot pubblicitario.
Non è l'unica défaillance del libro: stranamente non si apre alcuna inchiesta sulle circostanze misteriose del suicidio, i congiunti non vengono interrogati e la casa della defunta resta accessibile a chiunque ne possieda le chiavi.
Emerge potente dalle pagine, con una quintalata di torbidi ricordi, un affetto viscerale, irrisolto, venato di desiderio fisico verso una figura materna enigmatica, o vista come tale, “modellata” per anni dalle botte del marito geloso, artista fallito: la solarità di Amalia dà sui nervi all'uomo, il suo sguardo stupito di fronte ai pugni lo insospettisce, ogni suo respiro gli sembra un anelito di vita che vorrebbe soffocare.
La gelosia morbosa del padre si trasmette fatalmente a Delia, che dal canto suo non perdona alla madre il ricordo infantile della paura dell’abbandono, il sospetto di una vita segreta da cui lei era esclusa, di un amante che si appropriava di tutte le carezze.
Viene da pensare che, inconsciamente, abbia sempre preferito allontanare il dolore considerando Amalia colpevole piuttosto che vittima innocente, o farsi anche lei carnefice, prendendone le distanze.
Questo dilemma psicoanalitico, che è il fulcro del romanzo, è anche la parte più interessante e avrebbe meritato una cornice più onesta, circostanze più verosimili.
Di molesto, alla fine, c’è soprattutto l’idea, certamente generata da una mente maschile, che una bambina di cinque anni possa trarre piacere dagli approcci sessuali di un sordido vecchio, e la sensazione di un odore sgradevole proveniente dalle pagine (dalla città asfittica, dai personaggi squinternati), a cui si aggiunge una certa insofferenza nei confronti della protagonista, sgraziata, apatica, asessuata: probabilmente il prodotto finale di più autori.
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Chi è l'untore?
Romanzo profondamente doloroso, dalla prosa lineare e dal contenuto complesso, a più livelli interpretativi, con al centro un'epidemia di poliomielite scoppiata in una torrida estate degli anni Quaranta nella cittadina americana di Newark.
Se i venti di guerra che soffiano dall'Europa e dal Pacifico sono accompagnati da uno spirito patriottico che tiene alto il morale della popolazione, la polio, invece, è un nemico invisibile che prostra ed umilia i sommersi e i salvati, costretti, questi ultimi, ad assistere impotenti al triste spettacolo di giovani vite falcidiate o rovinate per sempre dalla deformità fisica.
Figura tragica il protagonista, Bucky Cantor, giovane di belle speranze, animatore di un campo giochi del quartiere ebraico, energico e carismatico come i saldi principi che regolano da sempre la sua esistenza.
Questa, in effetti, è la storia più triste che possa essere raccontata: la progressiva devastazione di un essere umano, la fine inesorabile, per implosione, della sua gioia di vivere.
A chi dare la colpa dell'epidemia? Al caldo, alle mosche, al latte, all'acqua? Chi è l'untore? Gli italiani, gli ebrei, lo scemo del quartiere? Perché Dio, se esiste, ha permesso tutto questo?
Non sembra esserci una verità assoluta, per quanto si annaspi nella sua ricerca, e il timore della contaminazione è talmente percettibile che a tratti si avverte l'esigenza di interrompere la lettura per tornare alla realtà e scrollarsi di dosso un senso di venefica oppressione.
Le domande, però, restano, e la parola che dà il titolo al romanzo, Nemesi, è come la tessera di un mosaico - una delle tante - che va tristemente al suo posto, mentre si pensa a Kafka, altro scrittore ebreo che del senso di inadeguatezza e colpa fece la sua cifra espressiva.
Ma in questo caso la discesa agli inferi del personaggio principale è progressiva, e i rivolgimenti psicologici che ne mutano a poco a poco l'atteggiamento, determinandone la metamorfosi, si direbbe che portino già in se stessi il germe della condanna.
Emozionante la scena in flashback del finale, con la descrizione di un'impeccabile performance atletica che restituisce dignità ad un corpo e ad uno spirito offesi dalla crudeltà del destino: un accorato e nostalgico inno alla vita.
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“Che cos'è peggio, l'inferno o niente?”
"Voglio che mi tiri un cazzotto più forte che puoi”.
E' l'inizio di un'amicizia (se così vogliamo chiamarla senza spoilerare) e di una sorta di furia anarchica e autolesionista che si espande a macchia d'olio e tutto annienta per tutto ricostruire, fomentata da odio di classe, assenza di figure genitoriali, ingiustizie sociali, consumismo.
Colpisce il ritmo della narrazione, sonoro e rockeggiante, con frasi a cadenza martellante che trascinano il lettore quasi suo malgrado, e colpisce quel gusto per lo splatter tipico di Palahniuk, tra facce gonfie di botte e appagate, denti che saltano e sangue che sprizza catarticamente fuori nei momenti più improbabili, perché “forse l'automiglioramento non è la risposta... forse la risposta è l'autodistruzione”.
Toccare il fondo per risalire, attirare l'attenzione di Dio per essere puniti e salvati (“che cos'è peggio, l'inferno o niente?”) e nel frattempo pestare il prossimo tuo come te stesso, o meglio ancora, farsi pestare secondo regole prestabilite, in un combattimento dove alla fine senti che niente è risolto ma poco importa, perché niente conta.
Le ferite diventano stimmate laiche da sfoggiare con orgoglio, segni attraverso cui gli appartenenti al Fight Club si riconoscono strizzandosi a vicenda l’occhio tumefatto, mentre le pagine più cruente o demenziali sono talmente sopra le righe da sembrare quasi fumettistiche.
Il punto più alto del romanzo, che potrebbe persino costituire un racconto a sé, è il capitolo venti, asciutto (se si escludono le copiose lacrime di uno dei personaggi) e senza eccessi: solo una pistola contro la tempia pronta e sparare e uno scambio di battute - più vicino, in effetti, ad un monologo - che scuote ed emoziona.
Al lettore attento non sfuggirà che trattasi di nichilismo per molti versi moderato, dove la si butta in cagnara e si sbandiera la dissacrazione di concetti come bellezza e amore senza peraltro perderli mai di vista.
E’ uno spirito da figliol prodigo che scaglia la prima pietra e si crogiola nel peccato:
“Brucia il Louvre e pulisciti il culo con la Gioconda. Almeno così Dio saprà come ci chiamiamo”.
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Mancanza di ispirazione
E' un romanzo tutt'altro che riuscito, che dimostra come dalla penna di uno scrittore di tutto rispetto possano a volte uscire banalità e persino sdolcinatezze di prim'ordine.
La trama è sconclusionata, la noia incombe tra le righe, si aspetta che qualcosa accada e non accade nulla, a parte l'incontro ampiamente preannunciato della suocera del protagonista con due enormi cani neri e la sfilza di considerazioni esistenziali mescolate ad altri ricordi di gioventù che ne consegue. E' un po' la folgorazione sulla via di Damasco della donna, che rimette in discussione tutti i suoi valori comunisti, trova Dio e in un percorso lungo una ventina d'anni finisce per lasciare il marito, troppo razionalista per i suoi gusti.
L'antipatia che ispirano i personaggi (compreso l'io narrante, con le sue uscite da satollo borghese di sinistra) depone a sfavore della qualità della narrazione, dato che l'intento dello scrittore è con tutta evidenza quello di suscitare partecipazione e interesse per le idee e gli stati d'animo che via via va snocciolando. C'è una visita a Berlino, subito dopo la caduta del Muro (il protagonista accompagna il suocero ex comunista) e per par condicio c'è un tour in un campo di sterminio nazista in Polonia (in questo caso il nostro si trova in compagnia della futura moglie), viaggi che hanno tutta l'aria di appunti di viaggio di un solerte turista con un discreto talento per la scrittura.
Nelle ultime pagine, certi paesaggi bucolici del Sud della Francia, indubbiamente ben tratteggiati, presentano però l'inconveniente di cui sopra, lasciando la sensazione di una distanza siderale tra chi scrive e chi legge. Mancanza di ispirazione, probabilmente.
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Peccato
Ecco un'occasione mancata, un romanzo breve o racconto lungo di un autore statunitense da cui, a giudicare dalla prime pagine, ci si sarebbe aspettati mirabilia.
Deliziosa la figura del dodicenne Richie, aspirante prete alle prese con i primi sussulti del cuore e dei sensi: la sua purezza d'animo incanta e la sua fede, espressa nei termini più semplici e puri, convince ed intriga per il netto contrasto con la turbolenta situazione familiare.
Situazione che lo scrittore delinea magistralmente e con un solido approfondimento psicologico:
un quarantesettenne che intraprende una relazione con la giovane ex moglie del figlio maggiore, un matrimonio di lungo corso finito per noia e un fresco amore coniugale profanato dalla perversione di coppia. E poi, peccatucci nascosti nei cassetti, sensi di colpa accantonati, qualche bicchiere di troppo e dialoghi ben costruiti, che producono un effetto quasi sonoro nella loro autenticità.
Il problema è che sulla narrazione si impone sempre più, come un'arietta in crescendo, un'ondata di melassa filocattolica e molto americana che invita al perdono, all'indulgenza, ad una certa nobile rassegnazione (la "croce" da portare con dignità) e all'improvviso torna il sorriso su ogni viso, mentre gli occhi luccicano di rinnovata speranza in un avvenire accettabile, se non proprio migliore.
Le pagine di un ballo sensuale e innocente tra padre e figlia, col cuore traboccante d'amore per il genitore-cucciolone, risultano addirittura stucchevoli, sebbene stilisticamente impeccabili.
Una bella prosa sprecata a servizio esclusivo dei buoni sentimenti: questo sì, peccato mortale.
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Il verso del chik-chak
“Ha mai fatto caso a quante sono le persone che, una volta arrivate qui in Oriente, sembrano smettere di crescere?”.
Lo scrittore britannico deve aver esplorato in lungo e in largo i Mari del Sud e sembra conoscere a menadito quelle isole popolate da nobili decaduti, avventurieri e marinai, luoghi dalla bellezza feroce dove trovano terreno fertile le passioni umane più estreme.
Maugham le racconta con uno stile in apparenza leggero, a metà strada tra il reportage e il pettegolezzo, che ricorda quello di alcune novelle di Maupassant.
I nove racconti sono caratterizzati da personaggi bizzarri, patetici, talvolta tragici, mentre una natura indomabile accompagna la narrazione: la schiuma che batte incessante sulla barriera corallina e tormenta i nervi di un uomo dominato dall'astio, i rumori assordanti della giungla dopo un delitto, o i suoi silenzi, immediatamente prima, il verso del chik-chak - una lucertola bruna - simile al “ghigno di un bambino idiota”, che sembra sottolineare beffardo l'emergere di una verità da tutti taciuta.
L'odio soprattutto, in queste pagine che assorbono il lettore con forza magnetica, sembra avere più potere dell'amore, come una pozione che avvelena deliziosamente e che non si può fare a meno di sorbire con voluttà.
Ma si sa che la distinzione tra buoni e malvagi mostra spesso confini molto labili e tutto lascia pensare che l'imprevisto sia sempre dietro l'angolo, ignoto e insondabile almeno quanto l'animo umano:
“Le dirò una cosa, c'è un lavoro che davvero non vorrei mai fare. Quello di Dio nel giorno del giudizio. Nossignore!”.
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Scarabocchi letterari
ll libro, a mio modesto avviso, è proprio da quattro soldi, sia per stile che per contenuti.
Di sicuro, non vale i 13 euro del prezzo di copertina.
Si tratta, in buona sostanza, di scarabocchi letterari, frammenti sparsi di memorie, racconti ascoltati da altri o inventati più o meno consapevolmente. In questo caso, però, la fantasia rende un pessimo servizio alla realtà.
“Quell'enigma irrisolvibile che è la donna” si risolve, per Camilleri, in un elenco in ordine alfabetico di nomi o nomignoli femminili, e a parte qualche passaggio gradevole, tipo il ricordo della nonna materna o del primo amore, o qualche interessante riferimento erudito, il resto ha tutta l'aria di scarti di lavorazione: excursus storico-letterari semplicistici e noiosi e un universo popolato soprattutto da “femmine da letto”. Aspetto, quest'ultimo, che potrebbe ancora andare bene, se non fosse narrato nei termini più insulsi e banali.
Consigliato solo a quelli che dello scrittore siciliano leggerebbero anche la lista della spesa.
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Questo popolo è la trappola di se stesso
Storia a più voci, introspettiva e ben orchestrata, che fotografa mirabilmente la dimensione umana dello Stato d'Israele negli anni Settanta, durante e dopo uno dei tanti conflitti arabo-israeliani.
I riferimenti alla situazione politica sono pochissimi, mentre si predilige la descrizione dettagliata, fatta in prima persona, di pensieri e stati d'animo dei personaggi principali: una famiglia borghese benestante (padre, madre, figlia quindicenne), il giovane amante un po' svagato, una vecchia signora e un ragazzino arabo.
La coppia, segnata dalla perdita del primo figlio, è implosa da un pezzo senza far rumore e le macerie della loro unione pesano su una sterile armonia familiare:
“Non le ho detto che non l'amo, ancora non gliel'ho detto...”.
Eppure lui, col portafogli gonfio di soldi e il cuore intirizzito, pensa a lei continuamente, a lei che non desidera più ma che vorrebbe vedere felice, per incrinare quella dura e invisibile patina di ghiaccio che incombe sotto il loro tetto.
Non agisce consapevolmente ma per istinto, finendo per procacciare ciò che serve al benessere del focolare: un ragazzo che ricorda un po' il figlio perduto anni prima e che ritorna sotto forma di amante, un amante per la moglie. Non è una perversione ma una sorta di ossessione, il senso di un dovere da compiere che lo investe alla stregua di un colpo di fulmine.
Il romanzo è intenso, carico della bellezza “inesorabile” di Gerusalemme e della terra d'Israele, con le case pulite e ben arredate degli ebrei facoltosi, l'odore “di melanzane, di aglio verde e di fieno fresco” degli arabi, quello ortodosso di certi oggetti, “un misto di vecchi libri e di cipolle fritte con un leggero puzzo di fognatura”.
Nessuna esplicita presa di posizione sulla questione israelo-palestinese, solo qualche frase ammiccante (“Questo popolo è la trappola di se stesso”) che lascia intuire il punto di vista dello scrittore.
Le emozioni sono opportunamente calibrate per non scadere nel melenso e mai banali anche nel filone più prevedibile: il tenero amore sbocciato tra due adolescenti, un'ebrea e un arabo.
Tema dominante della narrazione è la mancanza di sonno, lo stato di spossatezza di chi, per un motivo o per l'altro, passa le notti in bianco e dorme e sogna nelle ore più improbabili, trasmettendo al lettore una perenne sensazione di irrequietezza:
“E' tutto un sogno deludente, senza una vera fine”.
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La scintilla del divino nel profano
Cos’è l’arte e come nasce l’ispirazione?
Maugham cerca di spiegarlo a se stesso e agli altri attraverso la storia di un pittore ispirata - ma solo in parte - a Paul Gauguin.
L’artista in questione è un certo Strickland, operatore finanziario londinese che a quarant’anni decide di abbandonare famiglia e lavoro in nome dell’Arte: “Devo dipingere”.
E’ una folgorazione, un imperativo a cui non può sfuggire e che lo dominerà come un demone per il resto dei suoi giorni.
La sua è una “libertà oltraggiosa” che se ne infischia di convenzioni sociali, affetti e buoni sentimenti: incurante di tutto, fame compresa, inizia una vita raminga partendo da un misero tugurio di Parigi.
Se la prima parte del romanzo è caratterizzata da una prosa raffinata e ricca di arguzie, la seconda perde in ironia e a tratti diventa forse un po' enfatica, a servizio, si direbbe, della personalità complessa e decisamente canagliesca dell’artista, ma soprattutto dei risultati tangibili del suo geniale estro pittorico.
Da Maugham, comunque, c’è sempre da imparare, sia per stile che per contenuti: la sete di conoscenza sulla vita di Strickland, la curiosità sulle origini del suo genio, pervade tutta l’opera, e lo scrittore riesce mirabilmente ad intrecciare senza far mai calare la tensione narrativa i resoconti di personaggi secondari con quelli dell’io narrante, suo alter ego, passando da Londra, Parigi, Marsiglia e approdando infine a Tahiti.
L’incantevole descrizione delle sensazioni che comunica l’isola tropicale, dello spirito che la pervade tra suoni, profumi e colori, varrebbe da sola tutta l’opera:
“Era una notte così bella che l’anima sembrava incapace di sopportare la prigione del corpo. La sentivi pronta a volare via nell’aria immateriale, e la morte aveva l’aspetto di un’amica dolcissima”.
Nei Mari del Sud il desiderio di creare bellezza verrà pienamente appagato e Strickland porterà a compimento la sua opera.
Ma l’Arte consuma e l’ispirazione è un fardello tanto sublime quanto pesante da portare: chi riesce a comprenderne la portata avrà per qualche istante il privilegio di scorgere la scintilla del divino nel profano.
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Un Dostoevskij minore
Considerato da molti una perla letteraria poco conosciuta, il racconto “La mite” sembra solo qualcosa a metà tra uno sfogo e un esercizio stilistico e non aggiunge niente, a mio avviso, che non sia già stato scritto in alcuni capolavori dello scrittore russo.
L'incomunicabilità tra gli esseri umani in generale e tra donne e uomini in particolare non è del resto un tema originalissimo e se trattato con enfasi eccessiva, come avviene in questo caso, non arriva a toccare le corde sensibili di tutti i lettori.
C'è un uomo che straparla davanti al cadavere della moglie suicida, e attraverso i suoi vaneggiamenti, a volte palesemente contraddittori, ricostruiamo la sua infelice vicenda coniugale, nonché parte della sua vita di proprietario di un banco di pegni dal passato poco edificante. Assistiamo solo attraverso gli occhi dell'io narrante all'involuzione psicologica della moglie, ragazza intelligente e sventurata che si era illusa di trovare attraverso il matrimonio amore e sicurezza economica.
La freddezza del marito, calcolata a tavolino per una serie di considerazioni di cui non si riesce bene a venire a capo, finirà per spegnere il suo giovanile entusiasmo, mentre disprezzo e forse odio prendono nel suo animo offeso il posto dei teneri sentimenti, e a nulla servirà il pentimento dell'uomo:
“...mi guardò 'con severo stupore', proprio 'severo'. Da quel momento capii che lei mi disprezzava. Lo capii irrevocabilmente, per tutta l'eternità”.
Trama potenzialmente interessante, ma troppo farcita da crisi di nervi, febbri cerebrali e scene madri (“Caddi ancora davanti a lei, incominciai in ginocchio a baciare i suoi piedi”), a fronte di un soliloquio che appiattisce la narrazione e non permette un esaustivo approfondimento di fatti e personaggi.
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“Sono un eccellente donatore”
“Vi è stato insegnato. Siete studenti. Voi siete... speciali”.
Si tratta di uno di quei romanzi che restano impressi, ricchi di immagini potenti e di interessanti spunti di riflessione. Conoscerne in parte la trama, magari avendo visto il bel film che ne è stato tratto, serve ad avere fin dall'inizio le giuste coordinate, visto che nei primi capitoli il punto della questione resta volutamente in uno sfondo nebuloso, mentre ci si sofferma forse un po' troppo, ma con sorprendente verosimiglianza, sui ricordi degli anni passati in quello che sembra una sorta di collegio: ci sono gli “studenti” e c'è “il mondo fuori”.
Si procede per vaghi accenni, ma se si riesce ad entrare in sintonia con le sapienti sfumature della narrazione si apprezzerà l'abilità dello scrittore, che tratteggia l'amicizia, l'amore, il dramma senza mai andare sopra le righe o scadere nel sentimentalismo.
Più interessante la seconda parte, con paesaggi emblematici descritti con maestria: deprimenti cittadine balneari battute dal vento, cieli plumbei, tramonti, ad indicare la fine della spensieratezza infantile e l'ingresso in un'esistenza già programmata per i protagonisti, creature tragicamente sole.
Osservando il modo pacato in cui questi ultimi accettano il loro destino di esseri umani senza diritti (“Sono un eccellente donatore”), le loro timide e infondate speranze, ci si interroga sulle conseguenze nefaste che potrebbe avere il progresso nel campo della genetica, ma andando più a fondo la domanda inquietante è un'altra: fino a che punto le scelte di ognuno di noi sono libere e non condizionate da concetti che diamo per scontati, essendoci stati inculcati nell'infanzia?
Sembra che poco o nulla si voglia concedere alle emozioni, con un modo piuttosto British di relazionarsi ad esse e controllarne la portata, ma intanto si fa strada nel lettore una viva compassione per i personaggi, grazie all'approfondimento psicologico e a certe sensazioni palpabili:
“Ero consapevole del tessuto dei suoi abiti, di ogni cosa che lo riguardava”.
Lo stile semplice fa da contraltare ad una narrazione introspettiva e complessa che celebra e al tempo stesso ridimensiona miseramente i sentimenti umani più profondi, lasciando il retrogusto amaro di una commemorazione.
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Mi chiamavano Bijou
Una rubrica di indirizzi e qualche foto in fondo ad una vecchia scatola di biscotti è quel che resta a Thérèse della sua infanzia irrisolta, insieme ad un mucchio di ricordi che pesano sul suo petto come un blocco di ghiaccio.
Non si era accorta di avere tanto freddo dentro, fino al giorno dell'incontro casuale, in una stazione metro parigina all'ora di punta, di una donna con un cappotto giallo molto somigliante a quella delle foto: sua madre, creduta morta fino ad allora.
Ci si chiede, una volta finito di leggere questo breve romanzo, quante verità ci siano nascoste fra le righe, lanciate come indizi che spetta al lettore mettere insieme, almanaccando sulle molteplici possibilità.
Fino a che punto è viva Thérèse? Si ha l'impressione che, morta bambina, vaghi in cerca di pace per le vie di Parigi, oppure che stia solo sognando, cullata dalle luci ad intermittenza del locale di fronte alla fredda stanza dove alloggia.
“Mi chiamavano Bijou”, è il silenzioso grido d'aiuto che la ragazza lancia a chi voglia ascoltare la sua storia, spiegando che dietro quel nomignolo non vi è nulla di dolce o affettuoso: al contrario, è un marchio che la degradava al valore di un oggetto.
Vuole capire, Thérèse, perché sua madre non l'amava, condannandola ad una prigione ghiacciata che solo un autentico contatto umano potrebbe frantumare.
La prosa è scorrevole ed essenziale, le atmosfere cupe e tipicamente modianesche, caratterizzate da una sorta di attrazione-repulsione ossessiva per un passato indecifrabile dall'odore di foglie marce.
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“Vivere, vivere, vivere”.
Uno, due, tre, quattro, cinque, dietro front; uno, due, tre, quattro, cinque, dietro front...
Camminare senza sosta undici ore al giorno, misurando da un punto all'altro la piccola cella di isolamento, contare i giorni, i mesi, gli anni che separano dalla libertà - la libertà di evadere da una condanna all'ergastolo nella Guiana francese - resistere per non ammalarsi, non impazzire, non morire, con un unico imperativo categorico: “Vivere, vivere, vivere”.
Appartiene alla malavita, Papillon, e non lo nega, anzi, lo rivendica, ma ci tiene a prendere le distanze da un certo tipo di criminali:
“Gli assassini scarpa sono dei veri assassini, mentre quelli della malavita sono degli omicidi, e non è la stessa cosa”. Lui al bagno penale è uno dei “duri”, di quelli che non uccidono mai senza un valido motivo e ciò che chiede - e che è comunque deciso a prendersi a tutti i costi - è l'opportunità di redimersi, dimostrandosi capace di stare degnamente in società: lo ha chiesto invano ad un'autorità che è Legge ma non Giustizia, che lo ha respinto senza appello dal mondo degli uomini onesti e che cerca di annichilirlo con un sistema di eliminazione per logoramento.
Questo libro, dalla prosa efficace e non priva di ironia, non è solo il resoconto del trattamento inumano riservato ai forzati francesi fino agli anni Trenta, è anche un racconto di avventure mozzafiato, al limite dell'impossibile, un viaggio che emoziona perché è soprattutto il viaggio interiore di un uomo forte e dall'intelligenza acuta, intrepido e libero: l'abbrutimento e il marciume della reclusione non riusciranno a far presa sulla sua anima, né sul suo corpo le malattie e la morte. Splendide le pagine delle numerose evasioni, quando sfida gli elementi della natura, a volte nemici, altre volte alleati, quando, allo stremo delle forze, crede con un certo pudore di scoprire Dio:
“Tra le lacrime che mi puliscono gli occhi purulenti, vedo mille piccoli cristalli di tutti i colori, e penso stupidamente che sembrano le vetrate di una Chiesa. Dio oggi è con te, Papi”.
La storia vera di Henri Charrière, al secolo Papillon, si legge e non si dimentica, potente e pura lezione di vita impartita da un fuorilegge con un tatuaggio a farfalla sul petto, unico marchio che abbia mai accettato di avere addosso.
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Tu non mollare, Barney
Che dire di Barney Panofky? E' un essere umano, innanzitutto, nell'accezione più ampia del termine: non completamente colpevole né del tutto innocente.
Alle soglie della vecchiaia e con una memoria che comincia in modo inquietante a perdere colpi, decide di mettere nero su bianco la sua vita, di raccontare la sua versione dei fatti, visto che gli è rimasta appiccicata addosso un'accusa di omicidio, accusa suffragata dalla biografia di un suo vecchio amico-nemico.
Le frequenti digressioni sul mondo dell'hockey, soprattutto nelle prime pagine, mettono alla prova la pazienza del lettore, così come i discontinui salti temporali, ma certi episodi raccontati in modo impeccabile, con tono arguto, indolente, nostalgico, a volte persino poetico, rendono il romanzo degno di essere letto.
Ne esce, tra le righe, un uomo istintivamente generoso e più puro di quel che si creda, in contrasto col provocatore semialcolizzato e un po' carogna con tre matrimoni alle spalle (ma un solo unico vero amore).
Certo, la sincerità non sembra essere il suo forte (“sono un contaballe nato”) e forse è meglio non fidarsi troppo di uno che corregge lo champagne col cognac e che ha fatto soldi a palate con trasmissioni trash, ma in mezzo a tanta fuffa, tra “la puzza di stantio e di sogni infranti”, si intuisce un'onestà di fondo, quella di chi non ha più niente da perdere ma che vuole giocare la sua partita fino in fondo:
“...ho sputato la dentiera e me la sono infilata in tasca, mettendomi in posizione di combattimento, a guardia alta”.
Il finale, in effetti, riserverà una sorpresa, lasciando di stucco... chi non ci aveva creduto.
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I dolori del giovane James
Prendete una manciata della ruffianeria del giovane Holden, aggiungete qualche fetta della banalità di Banana Yoshimoto e spolverizzate con il buonismo di Susanna Tamaro: eccovi serviti i dolori del giovane James.
Bisogna riconoscere che l'autore, forse memore di qualche lezione di scrittura creativa, mette ogni tanto a segno un passaggio efficace dimostrando spirito di osservazione e una certa ironia, ma i pochi i pregi del libro finiscono per essere fagocitati da un'inesorabile mediocrità.
Fastidioso il protagonista, James, diciottenne dell'Upper Side newyorkese che si crogiola nella sua angoscia esistenziale: “Spesso mi vengono dei malumori e ogni cosa che vedo o che penso mi deprime”.
Il problema, oltre ai soliti genitori separati e incasinati e a una sorella maggiore lunatica, è che il ragazzo anela alla solitudine perfetta in compagnia dei suoi libri preferiti. In mezzo alla gente e in particolare ai coetanei non si sente a suo agio, ma non certo per il fatto di essere omosessuale, rivelazione che concede in esclusiva a chi legge solo dopo un centinaio di pagine di sbrodolamenti postadolescenziali:
“Io sapevo di essere gay, anche se non avevo mai fatto niente di gay”.
Un puro, insomma, che nel corso della sua esistenza di creatura ipersensibile ha fatto incetta di traumi infantili e “danni irreversibili” che lo hanno bloccato, tipo il giorno in cui la maestra disse ai genitori: “E' fin troppo sveglio, e non gli giova” (sua madre, per giunta, non gli spiegò cosa significasse).
La sua intelligenza finisce per disarmare anche la psicoterapeuta da cui i genitori preoccupati lo costringono ad andare, e proprio da queste sedute psicoanalitiche, campate in aria più di tutto il resto, emerge l'inadeguatezza dello scrittore, incapace di dare un tocco di originalità alla trama che si avvita su se stessa in una sfilza di resoconti autoreferenziali e noiose digressioni.
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Un giorno qualsiasi
“La vita è troppo spaventosa, troppo sordida e angosciosa”.
Un vero peccato aver ridotto ad una raccolta di soli tre racconti la produzione letteraria di Cheever, prosa da sorbire comunque a piccole dosi per quella sorta di urlo soffocato e di groppo in gola che trasmette ogni singola riga.
Non c’è niente di più doloroso di una disperazione inconfessata prima di tutto a se stessi, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta. La ripetizione ossessiva, finto dilettantesca, di frasi come “bella giornata” e “bella nuotata” dà, per contrasto, l'idea di un dramma imminente, e il protagonista, che obiettivamente va fuori di testa, è però guidato da una logica folle che quasi convince, trasportando il lettore in una dimensione tanto allucinata quanto percepibile:
“Peggio ancora era il freddo che sentiva nelle ossa, insieme con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a riscaldarsi”.
I personaggi del secondo racconto (“Un giorno qualsiasi”) sono tutti a modo loro patetici, anche se differenti per età e condizione sociale, per una incomunicabilità di fondo che li condanna senza appello alla solitudine. Simili all’animale preso in trappola che si dibatte di fronte al suo carnefice, annaspano rabbiosi e impauriti in un'agonia esistenziale senza scampo.
Ma è nell’ultimo racconto che si sferra il colpo decisivo, con la classica coppia borghese di coniugi appassionati di musica classica che a causa delle interferenze di una radio intercettano le conversazioni dei vicini (l'inizio della fine è un pezzo di Chopin interrotto da una frase oscena pronunciata da chissà chi).
Un gradevole intrattenimento che si sostituisce alle note dei grandi maestri, fino a quando le vite degli altri non diventano lo specchio dentro cui, con sgomento, scorgono il loro riflesso.
Le conseguenze avranno l'inaspettata forza devastante di una verità taciuta troppo a lungo dietro una rassicurante, posticcia, serenità domestica:
“Ma noi non siamo mai stati come loro, vero tesoro? Vero?”
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Il calore del sole e il profumo dei fiori
Arguta, ironica, elegante, British quel tanto che basta a non sforare nel manierismo, la prosa di Maugham delude raramente, ricca com'è di succosi spunti di riflessione.
Interessante per chi voglia conoscere i retroscena dell'ambiente letterario post vittoriano, il romanzo procede su un filone in parte autobiografico, passando in rassegna con satira sottile i costumi del periodo e i vari scrittori di riferimento (anche se l'autore, dopo lo scandalo suscitato, negò di aver fatto riferimento a persone realmente esistite).
Scandaloso, all'epoca della pubblicazione, fu considerato trattare un argomento inopportuno come l'adulterio seriale da parte di una donna, nonché una visione piuttosto anticonformista dello stesso e in generale di fatti e persone.
Tra queste ultime spicca per bellezza ed esuberanza proprio l'adultera, la prima moglie di un eminente scrittore, uno di quei ritratti femminili che restano impressi nella memoria:
“Si dava con la stessa naturalezza con cui il sole dà calore e i fiori il loro profumo”.
A farle da contraltare, la decorosissima seconda moglie, che del culto del marito come illustre uomo di lettere farà la sua missione.
Dialoghi ben strutturati, che mettono mirabilmente in luce anche personaggi secondari, e scene bucoliche a tinte pastello di proustiana memoria, completano un quadro che acquista vigore man mano che si procede nella lettura, comunicando al lettore la nostalgia per un passato narrato attraverso sapienti passaggi spazio-temporali.
Qualche digressione in meno, caratterizzata da considerazioni personali un po' superflue, avrebbe reso più fluida la narrazione, che resta comunque molto gradevole.
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“Nessuno può sfuggire al proprio destino”
Ho letto il libro sulla scia delle recensioni positive ma soprattutto per il desiderio di confrontarlo con “La famiglia Moskat”, del fratello dello scrittore.
Dal confronto, diciamolo subito, esce vincente il secondo per intensità e spessore, ma anche “La famiglia Karnowski” ha qualcosa da dire, e la dice piuttosto bene.
La storia dell'Ebraismo in Occidente con le sue varie ramificazioni e le sue luci ed ombre è spiegata attraverso le vicende dei personaggi, parallelamente al fenomeno dell'antisemitismo, seguito nella sua drammatica ascesa in maniera volutamente asettica e senza indugiare nell'autocommiserazione.
La parola “nazista” non è mai pronunciata - si parla piuttosto di “uomini in stivali” - con l'intenzione, forse, di non contaminare pagine in cui si fa spesso riferimento alla dignità di testi sacri e filosofici, offesa e minacciata emblematicamente dai topi.
L'immagine stereotipata dell'ebreo ambulante con la bisaccia risulta essere, alla fine, universale e molto vicina a quella di qualsiasi essere umano (“Nessuno può sfuggire al proprio destino...”), grazie all'empatia che lo scrittore riesce ad instaurare tra personaggi e lettore.
Questo è, a mio avviso, il merito principale del romanzo, che ha per limite una certa frettolosità in alcuni passaggi, soprattutto negli ultimi capitoli, oltre al fatto di ingenerare un po' di confusione in chi legge col susseguirsi delle generazioni (inconveniente peraltro frequente nelle saghe familiari).
Notevole il finale, che resta impresso nella memoria con l'intensità e la grazia di un bel piano sequenza cinematografico.
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“Era sempre stato in fuga da qualcosa...”
Questo è un romanzo non lontano dalla perfezione di un grande classico, un quadro dai colori nitidi e realistici che attrae lo sguardo con la potenza evocativa di un'opera d'arte.
Simenon si dimostra un Maestro della narrazione scrivendo pagine che trasportano il lettore prima nelle atmosfere brumose delle città di mare del nord della Francia, poi nella vita a bordo di un cargo e infine in terre dal clima tropicale che ricordano certe opere di Maugham.
Per chi legge, non è l'unico viaggio: c'è anche quello nell'anima tormentata del protagonista, Joseph Mittel, un'anima che brama gioie semplici, un puro alla perenne ricerca di un porto di quiete:
“Era sempre stato in fuga da qualcosa...”.
La fuga è un motivo dominante per Mittel ma soprattutto per Charlotte, la sua ragazza, ricercata per l'omicidio di un suo amante. Ciò che unisce questa coppia male assortita è anche ciò che li divide, e mentre lui sembra quasi arrancare attraverso l'esistenza lei riesce sempre in qualche modo a cadere in piedi grazie ad un certo opportunismo da sgualdrina.
Un uomo senza un focolare e un capitano senza nave sono gli antieroi del romanzo, codardi ed intrepidi, commoventi nella loro solitudine, tragici e veri.
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Qualche granello d'oro tra le parole
Libro un po' verboso, ma dal discreto retrogusto, solo per lettori consumati.
Non si può negarne la prolissità e la punteggiatura a volte arbitraria, con lunghe digressioni che fanno pensare a Proust, ma che si perdonano solo ai capolavori. Piuttosto cerebrale nel descrivere meticolosamente pensieri e sensazioni, non manca comunque di passaggi ben riusciti, che brillano per stile ed intelligenza.
Notevole è la capacità dello scrittore di mettere in piedi diversi piani di lettura, tutti ugualmente plausibili e confutabili, poliedrici, come la natura umana, e oscuri, come le forze che regolano certe azioni. Sarebbe potuto essere un giallo, se l'autore non l'avesse annacquato a bella posta, quasi per vezzo letterario.
L'innamoramento della protagonista, dapprima in filigrana, si fa strada in modo sempre più marcato nel corso della narrazione, con un guizzo inaspettato di emozione che l'io narrante si concede solo nelle ultime righe.
Consigliato a chi ama lo spirito di osservazione spinto all'eccesso: troverà qualche granello d'oro tra la sabbia delle (troppe) parole.
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- no
Pozzanghere di nafta color arcobaleno
La forza di questo romanzo sta soprattutto nella capacità dell'autore di entrare nella mente dei personaggi, fornendo al lettore molteplici cambiamenti di visuale.
Nelle prime pagine ci si ritrova a guardare il mondo con gli occhi e il cuore di Cristiano, un tredicenne un po' disadattato ma impavido, e con quelli Di Rino Zena, un semialcolizzato disoccupato e pieno di livore contro il mondo.
Padre e figlio, uniti da un rapporto di odio-amore: “Io e te siamo una cosa sola. Io ho te e tu hai me. Non c'è nessun altro. E quindi Dio non ci dividerà mai”.
Poi ci sono i loro due unici amici, perdenti da manuale, e tutta una serie di personaggi secondari sempre ben tratteggiati, di cui scorgiamo per qualche pagina un pezzo di esistenza.
Malgrado qualche occasionale deviazione nel luogo comune, il libro esamina il complesso mondo dei sentimenti senza retorica strappalacrime e cresce in suspense e in ironia con una sottile satira di costume.
Sembra che Ammaniti, tenendo le fila degli eventi, si diverta nel ruolo di un Dio dai disegni imperscrutabili, mentre speranza e disperazione si alternano in un paesaggio squallido e freddo, con alberi spogli che spuntano dal fango e “pozzanghere di nafta color arcobaleno”.
Qualche imprecisione nei dettagli di quello che a poco a poco assume i colori di un thriller non toglie comunque efficacia ad un libro che emoziona, anche grazie a scene incorniciate da colonne sonore azzeccate, marchio di fabbrica dello scrittore.
“L'aquila” di Bruno Lauzi, in uno fra i momenti più intensi della narrazione, spicca fra tutte.
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Un posto al sole del rione
E' un romanzo che si legge d'un fiato per la capacità che ha la scrittrice di coinvolgere il lettore nelle vicende dei personaggi, che danno l'idea di essere presi direttamente dalla realtà, figure a tinte forti che non mancano mai nei rioni napoletani.
Lila spicca fra tutti, ragazzina fragile e forte, intelligente e ambiziosa, figlia di uno “scarparo”.
Il suo carisma e il suo acume sono riportati mirabilmente attraverso il racconto dell'amica, l'io narrante: “...prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia”.
La compassione che ispira Lila è quella di un animale in gabbia o di un'aquila a cui abbiano tarpato le ali, lei che ha voglia di imparare e non può studiare, lei che impara tutto da sola, meglio di chi alle scuole medie e superiori ha il privilegio di andarci.
I sogni coltivati dalle due amiche durante l'infanzia hanno un unico oggetto: il mondo fuori dal rione, “tra le cose e le persone e i paesaggi e le idee dei libri”, ma affrancarsi dalla condizione sociale in cui si è nati e cresciuti è tutt'altro che facile. Più facile è restarne invischiati, finendo per fare di necessità virtù e arrangiarsi con le carte che il destino ti ha dato.
Il libro perde in qualità dopo la prima metà, quando cominciano le sbrodolature e le tinte vagamente rosa.
La sensazione è che la scrittrice prosegua nella narrazione ispirata dal diario di un'adolescente, con impressioni particolareggiate intorno ad amoretti, schermaglie con insegnanti, speranze e delusioni. E poi c'è quel gusto per il sensazionale, quel finale ad effetto sorpresa che fa tanto telenovela a puntate. Peccato, perché la scrittura è fluida e l'autrice all'inizio riesce nella difficile impresa di commuovere senza sconfinare nel melodramma.
Da leggere comunque, senza contare troppo su un seguito all'altezza.
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Sbirro sì, ma "uomo"
L'attualità di questo breve romanzo, evidenziata da tutti quelli che lo hanno letto, è innegabile, e notevole è la struttura narrativa, caratterizzata da uno stile asciutto e ironico.
Sembra quasi un poliziesco, con il morto ammazzato e il carabiniere che dà la caccia al colpevole, mentre la scia di sangue si allunga ad indicare una precisa direzione...o forse due.
Storia di mafia o di corna? La verità è lampante dalla prima all'ultima pagina, ma pochi sembrano disposti a non fare gli gnorri e a guardarla in faccia.
Attuale è l'argomento della trattativa Stato-Mafia e addirittura profetico il passaggio inerente alla “linea della palma” che avanza di anno in anno da Sud a Nord, rendendo propizio il clima per il proliferare dell'organizzazione criminale di origine sicula:
“E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma …”.
E' ormai un cult della letteratura il faccia a faccia tra il capitano Bellodi, che dirige le indagini (sbirro sì, ma “uomo”), e il capomafia locale, don Mariano Arena, che fa sfoggio della sue argute opinioni sull'umanità intera:
“... se lei mi domanda, a passatempo, per discorrere di cose della vita, se è giusto togliere la vita a un uomo, io dico: prima bisogna vedere se è un uomo...”.
Intrigante il linguaggio ambiguo che lascia intendere tutto senza dire niente: i favori agli amici, le protezioni, le proposte che non si possono rifiutare senza incorrere nel rischio di deludere gli amici e morire...nel loro cuore, ovviamente.
Lo scrittore traccia un ritratto a tinte più accattivanti che fosche dell'“uomo d'onore”: spietato ma saggio, e giusto, a modo suo. Dell'esistenza della mafia, anche se già attiva e potente, una cinquantina di anni fa era del resto ufficialmente lecito dubitare: dovevano ancora arrivare gli anni del “teorema della cupola” e del maxiprocesso e tutto era più che mai sfumato, affidato ai “si dice” e al fiuto degli investigatori più volenterosi.
Eppure a fine lettura ci si chiede quanti passi in avanti siano stati effettivamente compiuti in mezzo secolo di lotta alla mafia, con l'amara sensazione che perdere a testa alta, alla maniera del capitano Bellodi, sia tuttora il massimo risultato ottenibile.
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Dulcis in fundo
Romanzo della memoria, col protagonista alla ricerca della propria identità perduta in una Parigi che Modiano, come sempre, scruta in lungo e in largo in un percorso spazio-temporale.
La vicenda assume i contorni del mistery, tra decine di foto sbiadite, vaghi ricordi e testimonianze che occorre collegare con pazienza certosina, ma per buona parte della narrazione non avvince né incuriosisce, malgrado i personaggi siano ben delineati.
Saranno le tante domande senza risposta che l'io narrante si pone e che in effetti destano ben poco interesse, inserite in un contesto che al lettore resta estraneo; sarà la sfilza di vie e numeri civici parigini del presente e del passato che vengono continuamente snocciolati, quasi a voler trarre conforto da quelle certezze toponomastiche, sta di fatto che il romanzo decolla solo negli ultimi capitoli.
Qui lo scrittore dà il meglio di sé, con passaggi che restano impressi per la loro nitidezza dopo tanta nebbia, sul filo di un'emozione pudica e struggente:
“Feci un cenno a Denise che si sporgeva dal vetro abbassato. Seguii con gli occhi la macchina che si allontanava, fin che divenne un puntolino”.
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- sì
- no
“Ora Dio ride di noi”
Storia di passione e morte con implicazioni più profonde di quanto possa lasciar supporre il tono disancantato con cui è scritta.
Ciò che tiene il lettore incollato alle pagine è il senso di fatalità che le percorre e la simpatia che in qualche modo ispirano sia vittime che carnefici, a dispetto della freddezza brutale di questi ultimi.
L'astio di Cora nei confronti del marito - grasso ristoratore greco che ha sposato per sfuggire ad una vita miserabile - e la natura passionale della donna, ricordano la Thérèse Raquin di zoliana memoria: la rabbia maturata negli anni, alimentata dalle frustrazioni quotidiane, e la convinzione di meritare un'esistenza migliore sono la polvere da sparo a cui servono solo innesco e fuoco per esplodere.
Anche qui ci sono due amanti ed in mezzo un coniuge ingenuo, anche qui, sebbene non si esprima mai esplicitamente un giudizio morale, salteranno fuori tutti i limiti di un amore che morirà sotto gli stessi colpi inferti a colui che, inconsapevolmente, sembrava esserne l'unico ostacolo.
Ma i conti si pagano, al “postino” - sia esso Dio, il destino o la propria coscienza - non si sfugge e la sua seconda scampanellata sarà quella fatale:
“Ora Dio ride di noi”.
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Buonismo e antirazzismo
Vado controcorrente: il romanzo, che ho deciso di leggere per il clamore suscitato dalla recente pubblicazione del sequel, mi è sembrato ampiamente sopravvalutato, un po' noioso e con passaggi addirittura mediocri, un libro per ragazzi maldestramente adattato ad un pubblico di adulti, carente di spessore ed originalità.
La scelta dell'io narrante, innanzitutto, non è tra le più azzeccate, trattandosi di una bambina che dovrebbe parlare e pensare come una bambina, il che rende talvolta forzato e quasi ipocrita il tono narrativo.
Gli ideali di umanità e giustizia virano spesso nel buonismo e l'antirazzismo assume toni condiscendenti con uscite francamente sconcertanti: “... quelli con tanta umiltà da pensare, quando guardano un negro, ecco come potrei essere io se non fosse per la clemenza del Signore”.
Altri tempi, si potrebbe dire, se molto prima di Harper Lee non ci fosse stato il capolavoro di Mark Twain a parlare di “negri” con grazia ed ironia.
“Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente, e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda”: ecco l'unica frase degna di nota in mezzo ad una banale profusione di buoni sentimenti, ed è forse proprio grazie a qualche frase ad effetto seminata tra le pagine, oltre che ad una buona dose di fortuna, che si deve il successo dell'opera.
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“Ma il mio dolore è amputato”
"Chiamarlo inconscio, un secolo prima, era stato già un errore, un sistema per contenere in un canone linguistico forze di segno opposto”.
Il romanzo Premio Strega 2015 parla di sentimenti basici come odio e amore, senza trascurare l'estesa zona grigia che sta nel mezzo, ma individua nell'anestesia dei sentimenti la piaga principale della nostra epoca.
Viene in mente Jonathan Franzen per l'analisi impietosa di certe dinamiche familiari e, risalendo ai classici, si pensa ai Buddenbrook di Thomas Mann.
Perché il marcio viene proprio dalla famiglia, fonte primaria di conflitti irrisolti, di amore che non trova espressione (ma c'è poi davvero, l'amore?), di rancori che trovano sfogo nei modi più disparati, dall'autolesionismo all'affetto posticcio che fagocita tutto ciò che è autentico:
“Ma il mio dolore è amputato”.
Non mancano passaggi un po' ostici e poco masticabili che costringono il lettore a tornare sul concetto: l'impressione è che lo scrittore eriga a volte tra sé e chi legge un muro che lascia fuori chi non riesce ad oltrepassarlo, ma nonostante questa sporadica chiusura lessicale si resta incollati alle pagine grazie ad una buona dose di suspense opportunamente distribuita.
Ci vuole bravura, del resto, per riuscire a conferire un certo fascino noir ad una città come Bari, “senza grandi tradizioni a parte l'intraprendenza delle imprese edili e la tenacia degli studi legali”.
Lagioia è bravo, sì, ma anche talentuoso, capace di fotografare con precisione un volto e quello che ci sta dietro (“sorrideva gonfio di tristezza”) e di dare voce alla potenza della comunicazione non verbale in mezzo all'inutilità delle parole.
Parole inutili come quelle tra Clara e Michele, uniti da un amore fraterno e puro, troppo fragile per stare al mondo ma forte abbastanza per andare oltre la morte.
Si perde una madre, una sorella, un animale domestico, si perde l'innocenza e si cerca a tentoni una strada:
“La totale inconsapevolezza del male, e il fatto di trovarcisi davanti all'improvviso. Era sempre in fondo solo questo”.
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Sotto il greve cielo pietroburghese
“Sotto il greve cielo pietroburghese, negli angoli oscuri e nascosti dell'enorme città...”.
Non è il miglior romanzo di Dostoevskij, ma lo stile dello scrittore russo si apprezza ugualmente e soprattutto in certe pagine lascia il gradevole retrogusto di un prodotto qualitativamente alto.
L'influsso romantico ottocentesco è un po' troppo marcato, l'enfasi spinta all'eccesso fino a inzuppare le pagine delle lacrime facili dei personaggi, più che dell'umidità di Pietroburgo.
La personalità di alcune figure spicca ben delineata, ed è affascinante scorgere le contraddittorie sfaccettature di quelli che si collocano nella linea di confine tra bene e male, senza decidersi a varcare definitivamente l'una o l'altra.
Ci sono gli umiliati e gli offesi, che si nutrono di nobile orgoglio anziché di pane fino a rasentare il masochismo, e poi c'è il carnefice, astuto e demoniaco, il furbastro traffichino (che è il personaggio più riuscito) e l'io narrante, super partes ma non troppo.
Ogni tanto fa capolino l'ironia, che non basta però ad alleggerire una narrazione un po' prolissa: ci si dilunga troppo sul dramma iniziale a scapito degli sviluppi finali, che restano in sospeso, e si calca talmente la mano su quelli che dovrebbero sembrare sentimenti puri e nobilissimi da renderli addirittura stucchevoli.
Come il discorso di una fanciulla alla sua rivale in amore, a proposito dell'uomo che quest'ultima le ha appena ceduto per spirito di sacrificio: “L'ama immensamente, l'amerà sempre, tanto che se un giorno smetterà di rimpiangerla pensando a lei, subito io stessa cesserò di amarlo per questo...”.
Il greve cielo pietroburghese dovrà aspettare ancora qualche anno per ispirare i capolavori dello scrittore.
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“Per favore, signora..."
Atmosfere cupe, linguaggio scarno, contenuti duri e a volte scabrosi: questa è la scrittura della Kristof, pacata e rabbiosa, deprimente e mai banale.
In questa Trilogia realtà e sogno ad occhi aperti sono sapientemente intrecciati e poi sciolti - lo stesso lettore viene più volte tratto in inganno dalla fantasia dei protagonisti - e mentre i fatti emergono in tutta evidenza ci si accorge che il tentativo di alterarli non è andato a buon fine: da un destino di dolore e solitudine non si può comunque fuggire.
“Dall'altra parte della piazza, le vecchie case sono rimaste intatte. Sono restaurate, ridipinte di rosa, giallo, blu, verde”: è uno scorcio della “piccola città”, luogo che fa da sfondo a buona parte del romanzo e che con i suoi colori vivaci si associa più alla variazione cromatica di una serie di lividi che alla gioia.
Se nella prima parte si indugia quasi nell'onirico e nella perversione sessuale vissuta da occhi ingenuamente complici, nelle ultime due l'innocenza infantile ci riserva i passaggi più struggenti, raccontando infanzie spezzate:
“Vai a piangere davanti alla tua casa vuota, non è vero?”.
Per chi ha perso da bambino la strada di casa non c'è alcuna speranza (“Per favore, signora, che autobus bisogna prendere per andare alla stazione?”), e malgrado il coraggio, malgrado la volontà di andare avanti, non fosse altro che per forza d'inerzia, resterà per sempre un adulto smarrito.
La lettura del libro è agevole ma non allieta certo lo spirito: anche l'immagine suggestiva di un cielo al tramonto dai colori “radiosi e belli” lascia un retrogusto amaro.
La fine del tormento, la speranza di ritrovare la pace, arriva solo con la sarcastica negazione della vita:
“Il treno è una buona idea”.
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Penso a Dora Bruder
“Penso a Dora Bruder”.
A cinquantacinque anni dalla sua fuga da un collegio, Modiano va in cerca dei passi perduti di Dora, ragazza ebrea vissuta nell'universo “mattatoiale e apocalittico” della Seconda Guerra Mondiale.
Lo fa per colmare il senso di vuoto lasciato per le strade di Parigi dalla sua scomparsa, vuoto amplificato dall'eco che lo scrittore avverte ancora nei quartieri che lei frequentava.
Cerca quasi con l'ossessione di uno stalker, curioso di ciò che pensava e sentiva quella sedicenne dall'indole ribelle che “aveva tutti contro, senza sapere perché”, e ricostruisce quel tragico periodo storico a modo suo, tra intuizione e immaginazione, elencando meticolosamente nomi di strade e numeri civici, mentre osserva finestre illuminate di antichi caseggiati dove, forse, “qualcuno che abbiamo dimenticato aspetta da anni il nostro ritorno”.
Ed ecco riemergere documenti ufficiali che dicono tutto ma non raccontano niente, vecchie foto e pagine scritte da chi sembra destinato a morire per far sì che altre vite vengano risparmiate.
A loro Modiano vuole dar voce attraverso un viaggio a ritroso nel tempo, registrando avidamente ogni dettaglio - persino le condizioni atmosferiche.
Dora, fra tutte, è la voce più fuori dal coro, quella che scappando ha sottratto ai nazisti una preziosa manciata di mesi, gli ultimi della sua breve vita.
Cosa ha fatto, dove ha vissuto, chi ha incontrato prima di tornare a casa e rendersi reperibile ai suoi carnefici? E soprattutto, chi era Dora fuori dagli schemi in cui tutti volevano incasellarla?
Terrà stretti a sé, per sempre, la sua identità disconosciuta, i suoi sogni infranti.
Questo libro è una ricostruzione emozionale più che storica, l'appello accorato di chi tenta di far luce sui meandri più bui del passato senza mai perdere la speranza.
Dora Bruder, col suo viso di adolescente, sembra forte e fragile come una di quelle gemme spuntate tra le foglie degli ippocastani parigini sotto i bombardamenti, dopo il lungo inverno del '42:
“Il 5 aprile, verso sera, un temporale primaverile con grandinata; poi si è visto l'arcobaleno”.
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Quarant'anni dopo
Com'è triste la Parigi di Modiano! Lunghi tragitti in metrò all'ora di punta tra la folla anonima, incontri fugaci (“senza futuro, come in un treno notturno”), momenti sospesi nel tempo e nel ricordo...
“Impossibile mettere ordine lì dentro, quarant'anni dopo”.
Il romanzo è un susseguirsi di flashback che l'autore modula sapientemente, senza che il filo della narrazione ne risenta.
Si tratta, del resto, di un filo impalpabile, quasi onirico: quello dei pensieri di Jean Bosnams, il protagonista maschile. Ricostruire il passato è per lui un'esigenza, perché un cerchio deve chiudersi, una ferita (molte ferite) risanarsi.
Lo riviviamo insieme a lui, il suo passato, e precisamente un breve periodo della sua giovinezza, tormentato da un senso di colpa indefinito e da una coppia di sinistri personaggi (uno dei quali, forse, sua madre).
Poi c'è l'incontro con Margaret, che è un incontro di solitudini (“Indubbiamente nessuno dei due aveva un punto di riferimento nella vita”), perché anche Margaret è vulnerabile e perseguitata, con un passato nebuloso e un presente carico di inquietudine: abbastanza da indurre i due giovani a proseguire insieme un tratto del loro cammino.
Tutto sembra muoversi in una dimensione di sogno ad occhi aperti, con stagioni indefinite e paradossalmente mai troppo fredde, mentre si parla di due cuori d'inverno.
L'uso della terza persona ogni tanto si interrompe per dare spazio alla voce di Jean che si rivolge direttamente a Margaret - “Io e te...” - e subito emerge una sfumatura nostalgica, il desiderio di ritrovare la donna persa nelle pieghe segrete di un passato dove lei sembra ancora vivere una vita parallela.
Una parete invisibile li separa, ma forse basterebbe allungare una mano per squarciare il velo del tempo, chiudere finalmente quel cerchio e trovare pace:
“E se tutte quelle parole restassero sospese nell'aria fino alla fine dei tempi e bastasse un po' di silenzio e di attenzione per captarne l'eco?”.
C'è poesia tra le righe di questo romanzo, e un bisogno struggente di appartenenza.
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René, me e il cane
Grigio, solitudine, squallore, sono le prime parole che vengono in mente dopo la lettura di queste pagine. Pagine in bianco e nero dove tutto appare asettico e anaffettivo mentre si dipanano le storie di tre giovani ragazze in cerca di un posto nel mondo dove sentirsi al sicuro, un posto che dia loro un senso di appartenenza.
Sono storie piatte e monocordi in apparenza, come può esserlo la superficie infida di un lago che sotto nasconde insidie pericolose.
Camminano, le ragazze, camminano per chilometri attraverso vie interminabili tra la folla estranea, inconsapevoli di trovarsi spesso sull'orlo di un baratro, col bisogno crescente di parlare con qualcuno, con chiunque sia disposto a concedere loro un sorriso o una parola.
La solitudine, l'isolamento sociale in cui si ritrovano a vivere diventa quasi un dolore fisico ed è espressa con toni pacati ma perentori:
“E ora il filo era spezzato, in quei luoghi io ero di troppo, quasi che ci ritornassi dopo la mia morte”.
Lo stile di Modiano, il suo modo di esporre i fatti con apparente noncuranza ricorda un po' quello di Pavese, ma l'elemento femminile, l'io narrante che sembra continuamente ricacciare in gola un urlo di disperazione fa pensare a Sylvia Plath.
Una frase sgarbata, un gesto insofferente può aprire a volte negli altri ferite inimmaginabili, perché la natura umana può essere vulnerabile, e sottile il suo equilibrio mentale.
Succede, per esempio, nell'ultimo episodio della triade - il migliore - quando il commesso di un negozio di fotografie per pigrizia o indifferenza non si prende la briga di cercare una foto che immortala un attimo importante nella vita di una ragazza - gli ultimi scampoli di una felicità perduta:
“Qualcuno aveva voluto annullare la sola traccia della nostra esistenza, di René, di me, del cane, la sola immagine in cui fossimo uniti”.
E in una foto negata si concentra ossessivamente un dolore che finisce per girare su se stesso:
“...ci aveva gettati a mare, René, me e il cane”.
E' un romanzo amaro che lascia più di qualcosa su cui riflettere, anche per quel pizzico di enigma che lo caratterizza.
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