Opinione scritta da C l a r a

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    09 Mag, 2012
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Un thriller da leggere con il sorriso!

Cosa fareste voi se scopriste che vostro marito ha l'amante?
Cosa fareste se, una sera seguendolo, scopriste che vostro marito l'ha uccisa?
Cosa fareste con una figlia adolescente, 20 anni di matrimonio alle spalle e un amore immutato verso l'uomo che avete sposato, nonostante le sue colpe?
Cosa fareste voi se scopriste che l'amante uccisa non è la sola e che vostro marito si sta completamente prendendo gioco di voi, del vostro amore e della vostra buona fede?

Ecco sono queste le premesse alla lettura di questo godevole thriller, che sicuramente, pur non regalando notti insonni, ha un ritmo incalzante e qualche interessante vezzo stilistico che lo rende piacevole da leggere.
Difficile che il lettore si annoii.
Al di là dell'intreccio abbastanza semplice, l'aspetto piu' interessante che emerge dalla lettura è l'acido ritratto familiare che si va dipanando pagina dopo pagina. Il campionario di ipocrisie e rassicuranti consuetidini di un matrimonio borghese che viene messo alla berlina con nera ironia.
Avvincente, ironico, breve, una lettura godevole e initerrotta ma soprattutto un thriller psicologico da leggere con un sorriso.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    05 Mag, 2012
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Una brezza di aria fresca.

Ricordate il film "C'è posta@ per te", una commedia frizzante in cui una brillante Mag Ryan e un affascinante Tom Hanks si innamoravano attraverso una corrispondenza di e-mail, non sapendo nella vita reale di essere uno il rivale dell'altro?
Beh "Le ho mai raccontato del vento del Nord" è abbastanza prevedibile che lo richiami alla mente...

Il romanzo si compone interamente di e-mail, non c'è una parte raccontata in terza persona dall'autore, tutte le vicende arrivano direttamente dalla voce (anzi dalle parole) dei due protagonisti, che, giorno per giorno, iniziano a conoscersi dando vita a un rapporto intenso e coinvolgente, senza essersi mai visti nemmeno in foto. Un rapporto di tipo epistolare moderno, che si consuma con passione e rischia di insinuarsi nella vita reale.
Il racconto scorre fluido, le mail dei protagonisti sono a volte ironiche , a volte divertenti, a volte disperate, a volte appassionate.
Certo, l'originalità non sarà il punto forte di Glattauer ma lo stile di scrittura lo rende un romanzo piacevole e godibile. Sicuramente non è un capolavoro, non è un romanzo che lascerà tracce indelebili nella storia, eppure è un libro particolare, ricco di sentimento, delicato e romantico che, banale o meno, non si riesce ad abbandonare finchè non si legge la parola "fine".

Lo consiglio a chi ha voglia di respirare a pieni polmoni una brezza di aria fresca, chissà che non si tratti proprio di questo vento del Nord...

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Letteratura rosa
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    04 Mag, 2012
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Che piacevole scoperta!

Vi è mai capitato di scegliere un libro per la copertina?
A me spessissimo.
Basta l’immagine giusta, e il gioco è fatto; decido di comprarlo, prima ancora di aver letto la trama o conoscerne l’autore.
È una sorta di attrazione fatale.
Con "Un uso qualunque di te" è andata esattamente così, mi ha colpito la copertina e in quattro e quattr'otto mi sono trovata alla cassa con il libro, senza nemmeno sapere chi fosse questa Sara Rattaro.

L'ho iniziato ieri pomeriggio e finchè non ho letto l'ultima parola, dell'ultima frase, dell'ultima pagina
non l' ho abbandonato.
Si perchè la storia è breve, tutto sommato prevedibile, ma le emozioni che ho provato sono difficili da definire.

Andiamo per ordine...
Viola è una donna fortunata. Nella sua vita apparentemente ha tutto: Carlo un marito affascinante che ogni giorno la fa sentire come una meravigliosa pricipessa, Luce una figlia adolescente che adora la sua famiglia, un lavoro che è più una passione e che condivide con Angela, la sua migliore amica storica.
A Viola però manca una cosa.
La felicità.
Viola è insoddisfatta.
Viola è sola.
Viola è diversa.
Viola tradisce Carlo.
Viola tradisce sè stessa e il senso di colpa la divora.
Viola si sente inadeguata ed intrappolata.
Il suo desiderio di amore e di libertà è soverchiante e la spinge a correre via dalla vita quotidiana, lei è uno spirito libero ma in questo caso è in trappola.
Da questo circolo vizioso però è destinata ad uscirne una notte, quando riceve un messaggio di Carlo che le dice di andare immediatamente in ospedale perchè la loro bambina sta male.
Male da morire.
Sì perchè quella notte Viola non era a casa a fare la moglie, la madre... Era nel letto di uno sconosciuto.
Uno qualsiasi.
Uno senza nome.
Uno che non è una persona ma un oggetto, un numero, un' espiazione di colpe.

"Un uso qualunque di te" è un romanzo duro, difficile da digerire ma poetico.
Terribilmente poetico.
Si tratta di una di quelle storie che non ci fa piacere sentire, ma nel momento in cui ci ritroviamo coinvolti non possiamo fare a meno di pensare che meriti non solo di essere raccontata, ma di essere ascoltata, letta e vissuta fino in fondo. Con silenzioso rispetto.
Perché Viola, non è la protagonista perfetta.
Per lei non si prova simpatia o empatia.
Perchè racchiude in sè tutte le debolezze, gli errori, le scelte sbagliate di ogni essere umano.
Perchè Viola siamo un po' tutti, anche se non tradiamo il nostro compagno, anche se amiamo la nostra famiglia, anche se non vogliamo fuggire, perchè oggigiorno si ha tutto ma si desidera sempre di più.

Sara Rattaro riesce a trasformare in poesia una storia di tradimenti.
Sara Rattaro è una scrittrice al suo esordio.
E che piacevole scoperta!

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    03 Mag, 2012
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Adiòs, Paula, mujer. Bienvenida, Paula, espirìtu.

Questa volta, la Allende ci racconta un segreto, una storia intima, la sua storia e noi non possiamo che silenziosamente e rispettosamente stare ad ascoltare ciò che ha da dire.
"Paula" è un romanzo autobiografico.
"Paula" è l'urlo di dolore di una madre che deve dire addio alla sua bambina.
"Paula" è vita e morte.

La storia inizia il 6 Dicembre 1991, giorno in cui Paula viene ricoverata in ospedale a causa di una malattia genetica:la porfiria.
Nella stanza di ospedale della figlia la Allende ripercorre la sua vita travagliata, dalla genesi della sua famiglia, alle violenze subite all'età di 8 anni, dai suoi amori adulterini alla storia del Cile.
Lo scopo è quello di far avere a Paula, al suo risveglio, un piccolo album di famiglia, da leggere, per ripercorre la storia e le sue origini.
Pian piano che il quadro clinico della figlia diventa più chiaro, la narrazione però cambia. La mamma, non racconta più la storia alla sua bambina, ma ai suoi lettori, non parla più a tu per tu con Paula, ma ne narra la vita riferendosi a lei in terza persona.
E il lettore soffre con lei e capisce che per Paula non c' è speranza, ma non abbandona il libro.
Perchè come un amico fedele non abbandona l'altro quando ha più bisogno, così accompagna la Allende nel suo addio all'amata figlia.
Paula avrebbe detto addio al mondo terreno.
E il lettore è lì, con il fiato sospeso, che attende e che spera, anche se le speranze sono finite.
Solo dopo le ultime parole il lettore può lasciarsi andare finalmente a un pianto liberatorio:
"Adiòs, Paula, mujer. Bienvenida, Paula, espirìtu". Era il 6 Dicembre 1992.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    02 Mag, 2012
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Io ti salverò.

"Gli effetti secondari dei sogni" è primariamente un libro per adolescenti.
Questa è una doverosa premessa che non ho trovato da nessuna parte.
Il fatto che sia per adolescenti, ci tengo a precisare, non è una discriminante negativa, la lettura è scorrevole, lo stile delicato e ricco di particolari, l'intreccio è semplice, ma non per questo povero o piatto.

De Vigan ci racconta la storia Lou, una ragazzina intelligente e sociopatica, che vive in una famiglia sbalestrata e piena di silenzi grevi di ricordi pesanti; Lou si mette in testa che vuole portare via dalla strada No, una senzatetto che ha solo pochi anni in più di lei, ma che è già stata molto provata dalla vita. Le due ragazzine si aggrappano tra loro, come naufraghi in una tempesta, mordendosi e graffiandosi a vicenda, ma soprattutto avvicinandosi, accettandosi e riempiendo l'una il vuoto dell'altra.

"Gli effetti secondari dei sogni" è una storia di violenza.
Di solitudine.
Di amicizia.
D'amore e di abbandoni.
E' la dimostrazione tangibile che non si può salvare a tutti i costi chi non vuole essere salvato. E che per amare qualcuno fino in fondo bisogna accettarlo per come si è, con luci e ombre, con direzioni che lo posso portare lontano da noi, con scelte che non comprendiamo fino in fondo.
Anche quando quel "qualcuno" si tratta di noi stessi.


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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    27 Aprile, 2012
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L'occasione per dire un "ti voglio bene" in più!

Ho finito di leggerlo ieri sera.
Mi mancavano poche pagine e ho pensato quindi di finirlo.
Non so se sia stata una buona idea.
Ho pianto.
Ho pianto per non so quanto tempo...
Per me è terribilmente difficile trovare le parole adatte per descrivere il "diluvio" di emozioni che ho provato nel leggere questo romanzo. Non a caso utilizzo proprio la parola "diluvio" visto che se non altro in quanto a lacrime , non nascondo , di averne versate davvero tante... (e poi ho riso perchè ho subito pensato a che livello sarebbe arrivato il laghetto di Central Park in cui Oskar, il protagonista, vorrebbe far confluire le lacrime di chi piange sul cuscino prima di dormire).
È un libro che ti cambia, che ti graffia l’anima come solo la verità può fare.
Perché ti rende vulnerabile.
Perchè sai che ogni singola parola non è un'invenzione.
Perché sai che da un momento all'altro anche tu potresti perdere le persone che ami.
Perché sai che nulla dura davvero per sempre se non il ricordo e il sentimento.
E allora vorresti poter fermare il tempo, poter sentire per sempre il rumore del respiro della tua mamma che riposa vicino a te sul divano.
Ed un vecchio scontrino ritrovato nella tasca della borsa ti costringe a pensare a quell'esperienza felice che hai fatto con i tuoi amici.
Ed il profumo del tuo compagno sul cuscino ti spinge a sperare che possa essere per sempre così.

"Molto forte incredibilmente vicino" è un libro che racchiude molte storie: un figlio alla ricerca del padre o, meglio, alla ricerca di un ricordo del padre che ne plachi il dolore della scomparsa, un padre che scrive lettere al figlio che non ha mai conosciuto, una nonna che scrive al nipote della propria vita. Il denominatore comune di tutto ciò è sempre il dolore per la perdita di qualcuno, che sia qualcuno perso nella notte del bombardamento di Dresda, o a Hiroshima dopo la bomba atomica o a New York dopo l'11 settembre, o semplicemente si è allontanato da te perchè non lo hai abbracciato sufficentemente forte.
E allora ho deciso che farò così: comprerò tante copie di questo libro e ne regalerò una ad ogni persona che mi è vicina, una persona senza cui la mia vita non sarebbe quella che è oggi, per ringraziarle, per commuoverle, per abbracciarle metaforicamente e per ricordare che, anche se spesso, mi dimentico di dirlo: "vi voglio bene e ho bisogno di voi da oggi all'infinito".

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Racconti di viaggio
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    25 Aprile, 2012
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Alla scoperta di sè stessi.

"E venne chiamata due cuori" è un testo che mi è stato imposto durante il mio percorso di studi, alcuni anni fa, e come tutte le imposizioni devo dire che non sono riuscita ad apprezzarlo e a goderne pienamente. Per questo motivo ho, recentemente, deciso di darmi una seconda possibilità e di riprenderlo in mano, unicamente per mio piacere personale e devo dire che contrariamente al primo approccio ho apprezzato la lettura, come MAI mi sarei aspettata.

La narrazione, classificabile nella corrente “new age di qualità”, ripropone il tema del viaggio come esperienza catartica e come mezzo per una completa analisi spirituale e umana.
Il racconto autobiografico ha come protagonista Marlo Morgan, una dottoressa e ricercatrice americana residente a Kansas City, che alla vigilia dei 50 anni si rende conto di non avere nulla da perdere e su invito di un amico decide di intraprendere un viaggio in Australia per seguire un progetto di prevenzione medico-sociale.
Questo viaggio non è solo e semplicemente un incotro con una cultura diversa ma è anche un'occasione per fare un bilancio sulla propria vita e per apprezzare pienamente il significato della parola "libertà".
“… per la prima volta nella mia vita di adulta, ero libera di trasferirmi in qualsiasi luogo della terra scegliessi e di fare qualunque cosa desiderassi”.
Marlo Morgan in Australia vive per tre mesi in una comunità di aborigeni e si rende ben presto conto che ogni passo verso la comprensione del gruppo, delle loro abitudini, credenze e affetti è piuttosto un passo di conoscenza verso la vera natura dell'uomo, quella che è stata accantonata dalla cultura occidentale per far posto alla futilità e alla materialità.

L’esperienza forte e coraggiosa di Morgan obbliga tutti quelli che entrano in contatto con questo racconto a ripensare ai concetti di cultura e di progresso, ponendoci degli interrogativi inquietanti sullo sviluppo sostenibile, sui diritti delle generazioni future, sull’equa distribuzione della ricchezza mondiale. Sono gli aborigeni, primitivi e al margine della società, che ci insegnano a vivere “eticamente” e nel rispetto della natura. Ma a questo punto chi è veramente "primitivo"?
“Nascere a mani vuote, morire a mani vuote. Ho contemplato la vita nella sua pienezza, a mani vuote”.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    24 Aprile, 2012
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Gli ingredienti per un thriller riuscito.

Premettendo che thriller e gialli non sono e non saranno mai il genere che prediligo, a volte però mi capita di sentire l'esigenza di una lettura avvincente e "rinfrescante", così espolarando lo scaffale della libreria dedicato, per me è stata sufficiente la frase stamapata in bella grafia sulla copertina a convincermi all'acquisto: “Fino all’ultima pagina non saprete a chi credere” (The Bookseller).
E questa volta, devo dire che la descrizione non è stata ingannevole, il filone che segue il libro è proprio questo, cercare di capire chi sono i "buoni" e chi i "cattivi" con rimescolamenti di carte continui e una trama quasi labirintica.

Ma andiamo per ordine...
"Cattive compagnie" e la storia di Kate è una giovane donna che lotta per riprendere in mano la sua vita a fronte dalla morte del marito avvenuta l'estate precedente durante una vacanza in Sicilia. Come si sa il tempo ristoratore, guarisce le ferite e Kate, faticosamente riesce a recuperare, grazie anche alla vicinanza degli "amici", la forza per andare avanti. Ma è proprio quando sembra che le cose vadano meglio vede in una foto scattata da questi "amici" durante una vacanza in Florida, il volto del marito o almeno è quello che crede essere tale. Iniziano quindi una serie di viaggi che la porteranno da Miami alla Sicilia, da Londra a Las Vegas per mettersi sulle tracce di questo presunto marito e capire cosa davvero si cela dietro a questa vicenda.

E' sufficente?
No, per la Newman evidentemente no, così da circa metà lettura mi sono trovata coinvolta in un intreccio che si lega ad un'altro che a sua volta diventa un altro ancora, con una domanda costante: ma signora Newman dove vuole andare a parere?
Personaggi che spuntano come funghi, buoni che sono cattivi ma solo per un po' e cattivi che sembrano buoni ma sono cattivi, che più cattivi non si può.
Violenza, pistole, travestimenti, inseguimenti, indagini, viaggi e infine... LA MAFIA.
Ora non so come la Newman sia riuscita ad inventarsi tutto ciò.
Non so come sia riuscita a mettere assieme così tante cose senza fare un autentico minestrone.
Non so perchè ho gustato ogni colpo di scena, in grado di ribaltare le mie precarie certezze sulla vicenda.
Non so perchè ho trattenuto il fiato fino a pagina 367.
Quello che so per certo è che non si trattava sicuramente di minestrone ma che l'autrice ha brillantemente dosato tutti gli ingredienti e ha ottenuto un piatto sfizioso, gustoso ed appagante.
Da veri intenditori.

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Romanzi
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    06 Aprile, 2012
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Luci (e ombre) nelle case di tutti.

A chi non è mai capitato di camminare di sera per strada guardando le finestre illuminate, chiedendosi chi animi le stanze dietro quei vetri chiusi, quali segreti si nascondono dietro quelle tendine accostate e magari immaginarsi di fare una piccola intrusione, di mettersi in un angolino a guardare il film della vita quotidiana di questi sconosciuti.
A me capita frequentemente, così quando sullo scaffale della libreria ho scorto, per puro caso, "Le luci nelle case degli altri" in 0.30 secondi mi sono ritrovata alla cassa, innamorata del titolo.
Piena di aspettative comincio la lettura: le prime pagine scorrono a rilento, del resto prima di tutto bisogna entrare in ogni casa, osservarne i protagonisti, comprenderne le abitudini, analizzare il loro rapporto e sbirciare nel loro passato. Le parole camminano lungo le scale di un condominio di cinque piani, più un ex-lavatoio al sesto.
La protagonista del racconto è Mandorla, una bambina curiosa e vivace, figlia di Maria una ragazza madre piena di fantasia, amministratrice del condominio di via Grotta Perfetta 315.
Ma un triste giorno Maria muore all’improvviso, in un incidente stradale.

“Maria era morta come si muore a metà dicembre, come si muore di martedì, come si muore sempre, se proprio non te l’aspetti e un attimo prima di volare dal motorini a terra, rimbalzando su una macchina parcheggiata in seconda fila, stavi pensando: domani, diciassette e quarantacinque, andare dal dentista.”

Rimane sua figlia, una bambina di sei anni: e rimane una lettera.
Una lettera che sconvolge le vite dei condomini: cinque famiglie, le cui esistenze sono apparentemente brillanti, le cui case sono piene di luci. In quella lettera Maria, adorata da tutti in quel condominio per la sua freschezza e gioia di vivere, rivela che la piccola Mandorla è stata concepita una sera di marzo nell’ex lavatoio del sesto piano del palazzo di cui lei è amministratrice, proprio con uno dei condomini.

"Vorrei che tuo papà fosse un astronauta che cammina sulla luna e pensa sempre a noi, e non un uomo come tanti che abita a via Grotta Perfetta 315 e una sera di marzo, forse per noia, forse per curiosità, nell’ex lavatoio del sesto piano, ha fatto l’amore con me.”

Chi è, dunque, il padre di Mandorla?
Chi, in quel palazzo, intratteneva con Maria una relazione profonda e segreta?
Gli uomini del condominio sono tutti sospettati: uno di loro deve confessare. Ma con l’appoggio delle loro famiglie, dopo una lunga discussione, in un patto tanto scellerato quanto giudizioso, decidono di non volersi sottoporre al test del DNA: e stabiliscono di crescere la bambina tutti assieme.
E così Mandorla s’infila nelle case degli altri, tra le stanze delle loro vite. È questo il fatale presupposto di una commedia umana che, con l’alibi del paradosso, in realtà chiama in causa tutti.
Perché attraverso lo sguardo smarrito, ora allegro, ora dolcemente disperato, di Mandorla, che da bambina si fa adolescente, accendiamo le luci e scopriamo le ombre delle case di un condominio dove, inevitabilemente da osservatrice passiva mi sono trasformata in una dei personaggi anch' io.
Ho sofferto per la solitudine della tanto buona Tina Polidoro, mi sono arrabbiata con Samuele Grò e il suo continuo fantasticare, ho partecipato al gay pride con Paolo e Michelangelo, ho frequentato Candy Candy l’amico trans che di nome fa Alfredo, sono stata stimolata dalla vena artistrica di Lidia e Lorenzo e mi sono sentita a casa mia con la Famiglia Barilla, che non ha nulla da invidiare a quella della Mulino Bianco.
Il libro fruga nei sentimenti della gente e lo fa dalla prospettiva innocente di una ragazzina, a cui tutto è permesso.

Chiara Gamberale utilizza uno stile fresco, colloquiale; con dolcezza l’autrice ci conduce in questa favola moderna, che non è solo di Mandorla, ma anche di tutti i condomini di via Grotta Perfetta 315, ma soprattuto è un po' mia e di tutte le persone che entreranno a contatto con questo libro.
Sì, perchè le vite di cui l’autrice ci parla sono uno spunto per riflettere sulla famiglia che è toccata a ciascuno di noi e per concludere che, pur avendo tanti, forse troppo difetti, non si può prescindere dalle proprie origini, né si può fare a meno di avvertire sempre (a 5, 20, 80 anni) quel filo invisibile e indissolubile che ci riporta a "casa".

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    26 Marzo, 2012
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Come un pugno in pieno stomaco.

E’ piuttosto difficile recensire un libro come questo senza rischiare di dire “troppo”, non tanto perchè si rischia di eliminare la “suspence” (in fondo non si tratta di un giallo) quanto piuttosto perchè si rischia di perdere il piacere della lettura, del ricostruire frase per frase, capitolo per capitolo il senso di quello che si legge ed il messaggio che il suo autore vuole inviarci.
Nel libro seguiamo l'evoluzione e la storia di tre bambini provenienti dal collegio di Hallisham: Kathy (la naratrice), Tommy e Ruth, la loro amicizia, il loro amore, i loro litigi, il loro perdersi e poi ritrovarsi. Li seguiamo durante tutto il loro percorso di crescita, durante la presa di consapevolezza di ciò che sono e ciò a cui sono destinati, durante la scoperta dei sentimenti e dei legami che indissolubilmente li legano.
"Non lasciarmi" è un libro che va gustato lentamente, in cui tutti gli elementi vanno assaporati e in cui la violenza delle rivelazioni va assimilata, perchè queste arrivano a sorpresa e colpiscono come un pugno in pieno stomaco per la loro intensità.
È un libro straordinario: dolce e tagliente allo stesso tempo. Può essere pensato come metafora e specchio della vita, ci si immedesima e riconosce completamente sin dalle prime pagine, nei piccoli protagonisti che sebbene siano molto lontani da noi, con i loro dubbi, la loro curiosità, le loro paure e le loro fragilità sono una rappresentazione perfetta dell'animo umano.
Ishiguro ci conduce con grazia dentro l'orrore, ci mette davanti a una ipotetica realtà così come potrebbe essere. Sconvolgente e struggente al tempo stesso, ti entra dentro e ti rimane addosso, ti costringe a riflettere sul valore della vita e della morte.
Un libro di quelli che meritano un posto speciale in libreria.
Da leggere, rileggere, metterci il dito in mezzo e riflettere.
Da copiare i paragrafi preferiti.
Da condividere con i nostri compagni e compagne di vita.
Da non dimenticare quando hai terminato la lettura.

"Rimanemmo così, sulla sommità di quel capo, per quello che ci sembrò un tempo infinito, abbracciati senza dire una parola, mentre il vento non smetteva di soffiarci contro, e sembrava strapparci i vestiti di dosso; per un istante fu come se ci tenessimo stretti l'uno all'altra, perché quello era l'unico modo per non essere spazzati via nella notte."

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    20 Marzo, 2012
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Un'esilarante centenario.

Schiena incurvata, artrosi, capelli color neve e un inizio di demenza senile... Tutti elementi che indurrebbero a pensare a un saggio e sedentario uomo (o donna) in là con gli anni, al più portato a ripetere sempre i medesimi racconti della gioventù e predisposto a perdere la via di casa.
Già, ma non è tutto oro ciò che candidamente riluce...
Perchè Alice, la burbera direttrice della casa di riposo, non ha ancora fatto i conti con Allan Karlsson, uno svitato centenario, che il giorno del suo compleanno decide di fuggire, scavalcando il davanzale della finestra, con le sue pantofolone marroni, diretto verso un "dove" imprecisato ma pronto a mettersi nei pasticci e soprattutto a vivere una divertenete e surreale avventura.
Ma da singolo fuggiasco a una scalcagnata combricola il passo è breve e Allan troverà presto dei compagni, pronti come lui a mollare la routine pur di non sprecare nemmeno un minuto di ciò che il futuro riserva loro.
La cronaca della fuga si intreccia perfettamente con in racconti del passato di Allan, che ci riporta stravaganti episodi e incontri con personalità di spicco della storia mondiale dal generale Francisco Franco al primo ministro americano Truman, dal dittatore Stalin al comunista Mao Tse Tung... Insomma con questo divertente centenario ripercorriamo la storia mondiale durante tutto il '900, e possiamo star pur certi che se Allan è coinvolto sicuramente ci sono stati guai e non sono certo mancate le risate,

"Karlsson è, o era, incredibilmente in forma per la sua età, quantomeno a livello fisico, tanto da riuscire a scavalcare una finestra presumibilmente senza aiuti. Ulteriori accertamenti fanno pensare che agisca da solo. L’infermiera, nonchè direttrice dell’istituto, Alice Englund afferma che “Allan è senza dubbio vecchio, ma è anche un maledetto farabutto che sa esattamente quello che fa“.

Geniale, ironico e scorrevole, una penna fantasiosa per una storia che riesce a far sorridere e sbigottire dall'inizio sino alla fine. Un personaggio ancor più impensabile di Forrest di Forrest Gump.
Spero di vedere presto il film che ne è stato tratto, nel frattempo, consiglio di non perdere questo libro per conoscere personaggi stralunati, incoscienti, scapestrati, fortunati, originali, frizzanti, che si fanno scivolare addosso il dolore e la paura e che senz'altro dovremmo prendere come esempio per imparare ad affrontare ogni situazioni, anche quelle che sembrano disperate, con un pizzico di ottimismo e ironia.

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Classici
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    08 Marzo, 2012
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Alzi la mano chi da bambina non era Jo March!?

Quanto appassionante è stato, nell’infanzia, questo romanzo delle quattro sorelle diverse per aspetto, attitudini, interessi e caratteristiche psicologiche, che insieme crescono, lavorano, studiano, bisticciano, e si riappacificano vanno ai balli pur essendo (quasi) povere, si innamorano, sognano e qualcuno di questi sogni lo riescono anche a realizzare!
Jo irruente e vivace, Meg posata e dolce, la frivola e creativa Amy, la tenera e fragile Beth: insomma una lettura al femminile, un' analisi a tutto tondo del mondo delle donne e del loro processo di crescita.

Lo scopo della mia recensione non è certo quello di dare una valutazione o svelare la trama, conosciuta ai più, di questo classico per i più piccoli; in questo giorno speciale per noi donne voglio invece esaltare, quella che per me è stata (ed è ancora) una piccola eroina che mi sono portata dentro e che ha lasciato in me una traccia indelebile...

Alzi la mano chi da bambina non voleva essere Jo March?!
La ragazzina ribelle e un po’ maschiaccio che sbatteva i piedi a terra e si ribellava alla decisione della madre di festeggiare il Natale un po’ in sordina, mi aveva conquistato all’istante.
Avevo 6 anni e mezzo, sapevo leggere e seduta sulle gambe di nonna restavo immobile per ore, completamente assorbita e affascinata dalle avventure della famiglia March.
Il mio sogno era essere esattamente come Jo, a dire il vero da bimbetta le assomigliavo abbastanza, ma non avevo la battuta pronta come lei e la sua grinta nell’affrontare ogni situazione; ero leggermente più dolce e timida.
Mi sono immedesimata in lei quasi completamente, mi sorprendevo a sognare ad occhi aperti, di vivere le sue avventure e a sognare come lei l'America.

Sono passati anni ovviamente, ma se, oggi mi chiedessero chi mi ha influenzato durante l' infanzia, oltre alla vicinanza costante della mia adorata nonna, io dico proprio lei: Jo March.
Questa non è probabilmente una buona recensione, forse è più un piccolo sfogo personale, però è la mia occasione per farvi gli auguri attraverso una piccola (grande) donna.
FESTEGGIAMO e FESTEGGIAMOCI...
In nome di quelle donne che nel 1917 sono riuscite a spodestare lo zar in Russia con le loro manifestazioni.
In nome di chi ha combattuto per il nostro diritto di voto.
In nome di chi ha perso la vita lottando per i nostri diritti.
Festeggiamo la nostra forza!

BUON 8 MARZO A TUTTE!


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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    21 Febbraio, 2012
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La forze delle donne.

Non sempre i romanzi sono ciò che attendiamo: leggendo la quarta di copertina mi ero immaginata una sorta di giallo condito da fantasmi e misteri, ma sono stata ben presto smentita.
"La casa delle sorelle" non è facile da inquadrare in un genere definito, la Link ripercorre con maestria la questione femminile e lo sgretolarsi dell’Europa all’alba delle grandi guerre mondiali, si addentra nell'animo umano affrontando problematiche quali l'alcolismo, i disturbi alimentari e la depressione ma allo stesso tempo con uno stile fluido, accattivante e ben equilibrato dosa gli ingredienti propri del romanzo che catturano l'attenzione: amore, rimandi tra il vissuto dei personaggi in parallelo, gusto del mistero, il tutto condito da note fosche (in fondo si sa che un po' di "noir" ci sta sempre bene e tiene desta la voglia di andare in fondo del lettore).

La narrazione si apre in un'ambientazione cara alle sorelle Brontë: siamo in quello Yorkshire, cupo e sbattuto dalla tempesta, che tanto ci ha fatto sognare leggendo "Cime tempestose" e qui incontriamo una coppia di giovani avvocati tedeschi, Barbara e Ralph che in piena crisi coniugale, animati dalla speranza di rinverdire il loro rapporto, intraprendono un viaggio in questo luogo intimo ed appartato. E cosa c'è di più intimo e appartato di una casa completamente isolata dal villaggio a causa di un' epocale bufera di neve!?
Fin dalle prime battute, si intuisce che nella isolata dimora che li ospita, aleggia un'aura di mistero. Barbara infatti ritrova accidentalmente il diario di Frances Gray, antica proprietaria di Westhill House. I destini delle due donne, simili per temperamento fiero ed indipendente, sembrano prendere una strana allure incrociata. Passato e presente si rincorrono nella narrazione con continui flash-back, atti a rendere sempre più avvincente la storia dei protagonisti, inframmezzata a quella di più alto respiro, descritta dal diario ritrovato.
"La casa delle sorelle" è in primis una storia di donne, donne diverse ma pur sempre donne appassionate, in cui ognuna di noi può riconoscersi, chi nella dolce e affascinante Vittoria, chi nella mascolina e coraggiosa Frances, chi nella docile e apprensiva Laura, chi nella curiosa e intraprendente Barbara...
Un romanzo per le donne che sanno quanto valgono o vogliono riscoprirlo e per gli uomini affinchè meditino su quanto è stato fatto per raggiungere una tanto agognata parità...

Buona lettura!

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    06 Febbraio, 2012
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Il culto della quotidianità.

Banana Yoshimoto ci racconta la storia di Yuko, una ragazzina di quattordici anni dotata di una particolare sensibilità che le consente di vedere la realtà che la circonda in modo profondo, captando ogni minima vibrazione del mondo, distinguendone ogni impercettibile sfumatura. Yuko coltiva la passione per il disegno, quale arma privilegiata di espressione del suo "essere speciale", ed è proprio attraverso questo che si avvicina a Kyu, il suo insegnante che però ha il doppio dei suoi anni.
Tra i due si svilupperà un amore giovane e inaspettato. Malgrado la differenza di età, la loro sensibilità artistica (e non solo) sarà la base per un legame forte, ineffabile e puro, come solo il primo amore può essere.

"Se qualcuno ci avesse osservato da un punto altissimo, come il cielo, avrebbe visto solo due esseri umani felici, insignificanti, piccoli, uno accanto all'altro, ma della nostra età, di quello che avevamo fatto fino a quel momento, dei vezzi che davano colore alle nostre giornate, di tutto questo non avrebbe percepito assolutamente nulla; così, per un attimo, pensai di essere sul punto di sollevarmi da terra. Chiusi gli occhi per vedere fino in fondo lo scintillio lieve che mi percorreva la punta delle ciglia."


La Yoshimoto usa uno stile tenue e sussurrato; il linguaggio è intimo, semplice e privo di eccessi.
"High & Dry" non è nulla di eccezionale, non spettatevi colpi di scena o risvolti inaspettati, è semplicemente, il "culto della quotidianità", delle piccle cose, dei piaceri e delle sofferenze che tutti gli adolescenti si trovano a fronteggiare durante il passaggio alla maturità... 108 pagine che in punta di piedi, ci ricordano che le cose più semplici e a cui spesso prestiamo poca attenzione sono, a volte, le migliori.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    03 Febbraio, 2012
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Tutte le mattine, mi ricorderò di dire GRAZIE!

Leo è un sedicenne come tanti altri.
Nickname: il Pirata.
Non si pettina mai, ama le gare in motorino, il calcio, il suo ipod e la musica in generale, odia la scuola e il suono della campanella è atteso ogni giorno con impazienza.
La vita di Leo è una vita a colori: il bianco ,indica il vuoto assoluto, che fa paura. La professoressa di filosofia è grigia e nera. Silvia, fedele compagna di classe, è azzurra e infonde tranquillità e sicurezza. E poi c'è lei, il suo Sogno: Beatrice è decisamente il rosso... Come i suoi capelli, come l’amore, come il coraggio, come il sangue. Sì perché Beatrice ha la leucemia e il suo sangue sta diventando sempre più bianco...
Nel corso di un anno scolastico, tra un supplente di filosofia particolarmente ispirato, il torneo di calcetto, le discussioni coi genitori Leo insegue disperatamente il suo Sogno e si confronta con cose più grandi di lui, l’amore, il dolore, Dio (se davvero esiste.) In 200 giorni, nel corso di un anno scolastico, Leo è nato, morto e ri-nato un po’ più uomo.

D'Avenia è capace di dipingere i Sogni, come solo un Sognatore sa fare. Egli spinge adolescenti (e non) a guardare in alto, rimanendo però con i piedi saldamente ancorati a terra, tendendo continuamente ad abbracciare l'Infinito, dietro il quale si cela un progetto immenso e tutto da scoprire... Problematiche e riflessioni adattate ad un linguaggio semplice e lineare, un tono scanzonato e irriverente, insomma una lettura sicuramente piacevole!
Questo libro, che io ho letto tutto d'un fiato, è una pausa dalle corse quotidiane, uno spunto per iniziare a riflettere sulla Bellezza della Vita, a goderne e a dar valore solo a cose che lo meritano davvero.
Chiudo con una piccola riflessione dal libro, che per la forza e l'intensità con cui mi ha colpito, ho copiato su un post-it e appiccicato sullo specchio della mia camera:

"Il dolore mi costringe a chiudere le palpebre, a nascondere gli occhi. Ho sempre pensato che avrei divorato il mondo con i miei occhi, come api si sarebbero posati su tutte le cose per distillarne la bellezza ma la malattia mi costringe a chiudere gli occhi: per il dolore, per la stanchezza. Solo a poco a poco ho scoperto che a occhi chiusi vedevo di più, che sotto le palpebre chiuse tutta la bellezza del mondo era visibile, e quella bellezza sei tu, Dio. Se tu mi fai chiudere gli occhi è perchè io stia più attenta, quando li riapro."

Buona lettura a tutti!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    31 Gennaio, 2012
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Buio e luce...

"Nel mondo dei ciechi, un solo occhio può essere una valida qualifica per diventare re."

Ho iniziato a leggere questo libro con poca convinzione e parecchio scetticismo. Non tanto per via dell’autore, ma soprattutto per il genere a cui appartiene, di cui non sono una grande fan. E invece, rullo di tamburi, mi è piaciuto!
Ho letto, qui e là, diversi commenti poco lusinghieri che parlano di libro per le masse, di libro apprezzato da “non lettori”, da persone di scarsa cultura letteraria e avanti così… Sono in completo disaccordo, io i libri li divoro e "Io uccido" di Faletti non sarà certo un capolavoro, Faletti non sarà il nuovo Jeffery Deaver, ma è un'opera (prima) godibile e appassionante.
L'idea che ho avuto dall'intersezione dei vari personaggi è quella di una grande orchestra: ogni singolo strumento, nella sua singolarità, si intreccia all'altro per creare un'armonia. Anche se Faletti si perde un po' nella fin troppo minuziosa descrizione di particolari paesaggistici di Montecarlo o psicologici, i personaggi nella loro coabitazione lavorano bene e aiutano il lettore a non perdersi nelle numerose vicende personali descritte.
La creazione dell'omicida seriale, un po' Dott. Jekill e Mr. Hyde, nella sua lotta interiore tra il "fare del male" e a volte "voler evitare di farlo", è buona: avrei preferito un maggiore approfondimento sugli shift di personalità dell'omicida e probabilmente avrei "limato" un po' la parte del inseguimento che non mi è parsa accattivante come la prima parte della narrazione.
Insomma seppur con qualche "se" e qualche "ma", un buon libro...

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Racconti
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    02 Gennaio, 2012
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Il potere della parola.

Le matte”, nove donne, “scendono l’una dopo l’altra, e affondano pesantemente i piedi nella ghiaia quasi volessero tenerli ben saldi a terra”.
Si incontrano e chiacchierano animatamente, come se si conoscessero da una vita, nel giardino fiorito della loro psicoterapeuta, Natasha.
Ognuna accetta il peso del passato, il peso di“essere quello che inevitabilmente è”, e di svelarsi alle altre per condividere la propria sofferenza.
Donne diverse per età, provenienza geografica, condizione sociale ed economica, tendenze sessuali e credo politico. Eppure tanto simili nella disperazione e nel disagio ad affrontare i problemi della vita.
Nove monologhi più uno, di donne stanche ma forti, la cui unica energia incompresa e debolezza al tempo stesso è proprio "l’essere donna", la specificità del femminile assoggettato alle ansie e paure alla società cilena per troppo tempo maschilista.
La Serrano in punta di piedi entra nelle loro storie... In quella di Lupe, l’adolescente lesbica alla ricerca della propria dimensione tra feste, sesso, droga e una realtà famigliare complessa. Francisca che odia la madre e di riflesso finisce per odiare sè stessa. Andrea, famosa giornalista televisiva, che cerca di sfuggire dalla pressione della notorietà. Luisa, vedova di un desaparecido, che aspetta per trent’anni un marito che non farà mai ritorno. Juana che si trova ad essere l'unico appiglio per una madre e una figlia malate gravemente...

"Dieci Donne" è una vetrina sull’universo femminile cileno, ma non solo... Un pesante atto d’accusa per gli uomini che ancora fanno del maschilismo la loro bandiera.
La Serrano sembra volerci dire che un altro futuro c’è e parte proprio dal raccontarsi e dall’ascoltare per la completa liberazione del femminile nella società.
"Tutte le donne felici si somigliano, ma ogni donna infelice è infelice a modo suo."
Il potere della parole è disarmante ed è proprio dal dolore che esplode la forza e la volontà di affrontare un futuro diverso e felice.


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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    27 Dicembre, 2011
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Semplicemente... Agatha Christie!

Eccezionale!
Il genio universale prende la forma di una signora inglese, di nome Agatha Christie, e da ella i suoi meravigliosi romanzi gialli, "Dieci piccoli indiani" è uno di questi e, a mio parere, è semplicemente IL MIGLIORE.
La signora Christie ha maliziosamente dimenticato, nel creare la sua opera delle opere, le regole che governano la stesura del giallo: non celare neppur un indizio al lettore avido di sapere; non depistarlo. Si tratta di quelle regole che la stessa autrice, nell'aderire al Club del Giallo inglese, ha sottoscritto. Ma meno male che lo ha fatto. Che emozionante truffa è la sua perchè solo, alla fine, tutto si svela (ed in modo magistrale!), durante la lettura, si puo solo avventatamente supporre, sperando "d'imbroccare il granchio giusto" come recita la filastrocca!
Così la Christie confeziona una storia il cui dipanarsi ci mostra come sia labile la linea di confine fra la figura della vittima e quella del carnefice. Se tutti sono potenzialmente degli assassini o, comunque sono destinati a diventarlo almeno una volta nella loro vita, il pericolo della deresponsabilizzazione morale è in agguato; così l’isola di Nigger Island diventa metafora della gabbia, una sorta di laboratorio di analisi delle reazioni dell’animale-uomo di fronte ai propri misfatti. Un laboratorio dove Agatha Christie esamina meticolosamente i vari caratteri umani, scomponendone i tratti.
E il risultato è a dir poco, sensazionale.
Con "Dieci piccoli indiani" ogni limite è varcato, il dado del giallo è ormai tratto, tutti i bastioni son caduti, inutile andare per il mondo del pensiero alla ricerca di qualcosa di simile: non c'è, né mai più ci sarà!

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    14 Dicembre, 2011
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"Un giorno" me ne innamorai...

Non mi piacciono i romanzi d'amore.
Ho appena terminato la lettura di un bellissimo romanzo d'amore.
Dunque questa premessa mi sembra doverosa, ho iniziato a leggere il romanzo di Nicholls con una punta di scetticismo, un bel mattoncino di 487 pagine, mi sono data tempo fino a pagina 100 ma effettivamente non mi sono neppure resa conto di averla ampiamente superata perchè ho finito il libro nel giro di tre giorni, totalmente rapita.

Un giorno, quel giorno, nel romanzo di David Nicholls è sempre il 15 luglio, dal 1988 fino al 2007. Ogni capitolo è il resoconto di quello che è successo ai due protagonisti, Emma e Dexter, in quel lasso di tempo ed in particolare in quel giorno specifico. Come in una sintesi ideale però, ci racconta meglio di un diario quotidiano il trascorrere di un’epoca, i cambiamenti storici, sociali, culturali e di costume della Gran Bretagna, e l'evoluzione, personale e di coppia, di due amici che sembrano fatti l’uno per l’altra, ma non s’incontrano mai.
Una storia d'amicizia, d'amore, di passione e di tenerezza.
C’è malinconia, ci sono sentimenti forti e tutti quegli ingredienti che possono diventare come sabbie mobili per scivolare nella banalità o nel racconto convenzionale, ma non succede perchè Nicholls condisce il tutto con episodi divertenti e riesce a strappare, qui e là, sorrisi e risate.
E arrivata alle fine del romanzo, anche senza l'happy ending, si ha solo tanta voglia di amare, di un amore puro e inossidabile come quello di Emma e Dex.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    09 Dicembre, 2011
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E Lei crede nel destino Mademoiselle?

"Non ci sono uomini nella vita di Amélie. Ci ha provato un paio di volte, ma il risultato non è stato all'altezza delle sue aspettative. In compenso, coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della crème brulée con la punta del cucchiaino e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin. [...]
Amélie continua a rifugiarsi nella solitudine. Si diverte a porsi domande cretine sul mondo o sulla città che si stende davanti ai suoi occhi. Per esempio, quante coppie in questo preciso istante stanno per avere un orgasmo?"

Bene, sicuramente lo avrete riconosciuto... Il passaggio che ho riportato sopra è tratto dal film "Il favoloso mondo di Amélie". Dunque tutti, ora, vi starete domandando cosa centra questo film con "Gli ingredienti segreti dell'amore"?
In realtà nulla ma la somiglianza che io ho colto tra la protagonista del libro, Aurèlie, e Amélie è davvero interessante.

Aurèlie proprietaria di un piccolo ristorante "Le temps de cerises", ama collezionare pensieri, comprare dei fiori quando è inquieta e non le piacciono i cambiamenti, vive da sola dopo che il fidanzato Claude l'ha abbandonata lasciandole un laconico biglietto sotto il barattolo di marmellata di albicocche e, il destino vuole, che trovi un libro che sarà in grado di "salvarla" dalla tristezza e ridarle un motivo per vivere. L'incipit di questo libro è a dir poco sorprendente per Aurélie:
"La storia che sto per raccontare inizia con un sorriso e finisce in un piccolo ristorante dal nome promettente Le Temps des cerises. Si trova a Saint-Germain-des-Prés, là dove pulsa il cuore di Parigi”.[...] "Sophie ha capelli lunghi mossi e biondo scuro, è di statura media, magra e indossa un morbido vestito che ricorda il colore dei suoi occhi… ”.
Insomma "la Sophie" del libro sembra essere proprio lei, inizia allora una storia esilerante, divertente e romantica che la porterà sulle tracce del misterioso scrittore, in una Parigi che appare affascinate come non mai: i giardini de la Tuileries, il Louvre, il Café de Flore, Parigi a Natale quando gli alberi nodosi degli Champs-Élysées sono addobbati con migliaia di piccole luci, il piccolo quartiere animato nel quale vive Aurélie...

Una lettura frizzante, spensierata e accattivante, una piccola fiaba che ci ricorda con insistenza che la felicità è dietro l’angolo, basta solo accorgersene.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    04 Dicembre, 2011
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C'era una volta...

Margaret Lea è una giovane che conduce una vita tranquilla raccolta, divisa tra la libreria antiquaria del padre, circondata da pagine immortali e volumi sepolti nell’oblio, e la passione per le biografie letterarie.
Un giorno Margaret riceve una misteriosa lettera che la convoca nella residenza di Vida Winter, una delle più grandi scrittrici dell'epoca che arrivata al termine dei suoi giorni, vuole svelare a tutti i segreti del suo passato e sceglie la giovane e inesperta Margaret come sua biografa. Una verità e una storia che è stata custodita gelosamente per anni, allontanando i media e facendo in modo che nessuno la conoscesse per davvero.
Margaret è perplessa: non si sente all’altezza dell’incarico, ma è affascinata dal carisma e dal mistero che avvolge la scrittrice. Superate le incertezze iniziali, ansiosa di scoprire la verità sull’identità della donna e sull’esistenza della tredicesima storia che per tanti anni è stata celata, la giovane biografa si trasferisce nella tenuta dell’anziana signora immersa nella brughiera dello Yorkshire e ne ascolta i lunghi e sofferti racconti. Affiorano così tutti gli episodi sepolti nel profondo della memoria, legati alla complessa famiglia della scrittrice, segnata da tragedie e scomparse, dolori, storie d’amore e inconfessabili segreti.
Un intreccio di vite spiegate con grande lucidità, un romanzo come forse se ne leggevano quando eravamo piccoli, costruite con uno schema preciso dove c’erano la tata e il giardiniere, il gigante buono, la governante severa e il dottore risoluto, e poi “la gente” con l'irrazionale paura per il diverso... Ogni personaggio ha una sua storia che merita di essere conosciuta, perchè aprendo una porta inevitabilmente se ne aprono molte altre e nessuna di queste è mai secondaria.
L'ambientazione evocativa e suggestiva offre un'istantanea dello Yorkshire, il bosco, la casa misteriosa popolata da fantasmi, il giardino dei segreti...

Una sola parola per descrivere ciò che ho letto: AFFASCINANTE. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, da vivere sulla pelle, 553 pagine di colpi di scena ed emozioni che mi hanno tenuta incollata al libro, sulla metro, mentre camminavo per arrivare in università, mentre cucinavo o quando facevo pipì...

"Tutti i bambini mitizzano la loro nascita. è un tratto universale. Volete conoscere qualcuno? Mente, anima e cuore? Chiedetegli di raccontarvi di quando è nato. Ciò che ne ricaverete non sarà la verità; sarà una storia. E niente è più rivelatore di una storia."

BUONA LETTURA A TUTTI!


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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    07 Novembre, 2011
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Evviva la leggerezza!

"Caro libraio,
quel cialtronello di mio nipote Patrick ha scritto un libro su di me che trovo estremamente scurrile. E soprattutto per niente veritiero. Pensa, racconta che una volta mi sarei fatta beccare nuda in un dormitorio di Princeton. Smentisco nel modo più categorico: non era Princeton, era Yale. Dunque, sappi che farò causa a Patrick. Farò causa all'editore. E, nel caso tu venda una sola copia del libro, farò causa anche a te.
Baci, baci, baci.
Mame."

Che dire? Ho letto questo libro nell'estate 2009, incuriosita dal fatto che fosse recensito positivamente da quasi tutte le riviste che mi capitavano sottomano.
All'inizio, in realtà, non capivo il perchè di tutto quest'entusiasmo nei confronti di un libro che, sì, si faceva leggere ma non era certo un capolavoro, andando avanti con la lettura però mi sono ritrovata senza neppure accorgermene completamente innamorata di questa zia folle e completamente fuori dal mondo.
"Zia Mame" ci porta nell’America degli anni 20-40, l’America dei salotti, dei telefoni bianchi, del whisky, delle sete e voile. Nel mondo affascinante e bizzarro della zia verrà coinvolto anche il giovane nipote Patrick, che, affidato alla sua tutela, trascorre le vacanze in rocambolesche e folli avventure, sviluppando stima e profondo affetto verso questa zia, che è un pò quella che tutti vorremmo. L'affetto di Patrick verso la zia è l'affetto dei lettori che leggendo di essa non possono che amarla e stimarla per il suo essere fuori dagli schemi e terribilmente moderna.
Le vicende descritte elegantemente e sobriamente, rendono quindi il romanzo piacevole e leggero, senza tormenti ed introspezioni; esso scorre in maniera fluida e piacevole sino alla fine.
Per questo motivo mi sento di consigliarlo a tutti quelli che non cercano una lettura impegnata, ma che hanno voglia di uscire per qualche ora dalla travagliata vita quotidiana e non disdegnano un sorriso, o meglio ancora una risata.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    19 Ottobre, 2011
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Senza arte nè parte...

Premetto che ho acquistato il romanzo piena di aspettative: le recensioni positive, la scrittura della Edwards evocativa e affascinante e una storia che si preannunciava coinvolgente; insomma c'erano tutte le premesse per una lettura sicuramente piacevole.
Non è andata così, ho terminato il libro con estrema fatica, cosa che mi capita raramente.
La storia non decolla mai, non c'è un colpo di scena significativo ne un intreccio che ti rapisce... L'unica cosa che mi rimaneva dopo aver letto era un grande "BOH".
I (pochi) colpi di scena si concentrano tutti nelle ultime 50 pagine, ma dopo averne lette 380 direi che è una ben magra consolazione.
Unica nota positiva che ho trovato in tutto ciò è la descrizione paesaggistica minuziosa e molto affascinante, il Lago dei Sogni è descritto in modo così ricco di particolari da aver desiderato in più momenti della storia, che esistesse davvero un luogo così per andarci al più presto...
Interessante anche la descrizione, seppure un pò superficiale, della rivoluzione femminista o meglio delle premesse che hanno portato poi alla lotta per i diritti delle donne.
Per il resto, seppur dispiaciuta, non salvo nulla.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    03 Ottobre, 2011
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La vita è uno specchio: ti sorride se tu sorridi.

Premetto che dare un giudizio obiettivo su questo libro non è per niente semplice.
Certamente è di facile critica in quanto siamo tutti d'accordo che spesso non basta crederci davvero per far apparire un assegno nella nostra bucalettere e neppure attendersi una guarigione affidandosi alla filosofia del "chiedi-credi-ricevi" su cui fondamentalmente poggia le basi "The Secret".
Tecnicamente quindi “The Secret” è poca cosa: appare come il solito libercolo del genere “new age” che promuove la positività, la forza della volontà, il vivere gioiosamente la vita, utilizzando quella che viene chiamata la "legge di attrazione" e che si traduce in modo semplicistico nella massima "La vita è uno specchio: ti sorride se tu sorridi."

Lo consiglio?
Si e no. Tutto sommato mi ha lasciato degli spunti di riflessione su cui soffermarmi, il messaggio è positivo e la lettura è abbastanza scorrevole, non credo però che a questo scopo sia necessaria una versione patinata alla "modica" cifra di 16 euro, probabilmente il messaggio l'avrei colto anche senza tutto questo sfarzo...

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    03 Ottobre, 2011
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Il dono dell'Amore.

Sono rimasta INCANTATA.
Niente mi aveva lasciato sospettare una cosa del genere immaginavo che la trama mi avrebbe portata in tutt'altra direzione!
E’ stato come aprire una porticina magica che ti cambia totalmente la prospettiva e ti ritrovi in un mondo completamente diverso e nuovo, è come essere nei panni della protagonista, Julia, come lei inizialmente guardi la realtà con una certa diffidenza e scetticismo ma poi ti ritrovi coinvolta completamente.

"L’arte di ascoltare i battiti del cuore" è quasi una fiaba, non ha la stessa dolcezza, ma fa tornare quel desiderio intenso, che si ha da bimbi, di conoscere il seguito di una storia.
Una storia d’amore di rara bellezza custodita all'interno di un piccolo villaggio della Birmania, in un sussurro c'è tutta la sua forza, il suo esserci.
Un amore che non teme la distanza spaziale e temporale e che fa della diversità non una menomazione ma un valore aggiunto.

"C'è una forza contro cui né il tempo né la distanza possono nulla. C’è un potere che unisce gli uomini, più forte della paura e della sfiducia. Una forza che dà la vista ai ciechi e che non obbedisce alle leggi del degrado e della rovina… "

E assieme ad essa mi restano mille domande perchè Sendker tocca le corde più segrete dell'animo umano...
Può un amore sopravvivere tanti anni senza alcun contatto?
Può una persona essere il prolungamento dell’anima di un’altra?
Può essere così forte il richiamo all'altro anche dopo cinquemilaottocentosessantaquattro giorni di distanza?

“Che altro ti serve?” chiese U May. “ L’essenziale è invisibile agli occhi”. Un lungo silenzio, poi continuò: “I nostri sensi amano ingannarci, e gli occhi sono i più ingannevoli di tutti. Ci inducono ad avere troppa fiducia in loro. Crediamo di vedere quello che c’è intorno, ma quello che percepiamo è solo la superficie. Dobbiamo imparare a comprendere l’essenza delle cose, la loro sostanza, e per fare questo gli occhi ci sono più di impedimento che altro. Ci inducono a distrarci, e noi ci lasciamo abbagliare. Chi si fida troppo dei propri occhi trascura gli altri sensi, e non intendo solo le orecchie e il naso. Parlo di quell’organo che è dentro di noi e per il quale non c’è un nome. Chiamiamolo la bussola del cuore.”

Un Amore di un’altezza tale da far venire le vertigini e un senso di completezza e di pace interiore, sono le eridità che mi ha lasciato questo libro... Lo consiglio a tutti.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    24 Settembre, 2011
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E la misteriosa farfalla nera.

Lo ribadisce Marina più volte:
"Ricordiamo veramente quello che non è mai accaduto."
Questo libro avvicente, misterioso e seducente è il perfetto compromesso tra razionalità e irrazionalità, tra realtà e sogno, tra un presente fatto di amicizie, amori e partite a scacchi e un passato cubo, nascosto e putrefatto.
Per questo bisogna dare meriti a Zafón, pochi scrittori trasportano, come lui, sulle linee di confine. Solo quando arrivi li, decidi veramente da che parte stare, o ti butti nelle sue storie e ti fai coivolgere completamente, o le dimentichi perchè "non sono mai accadute" e sfiorano il surreale...

Come per i precedenti romanzi la descrizione dei luoghi è intensa e dettagliata, Zafón ci regala un'istantanea di Barcellona alla fine degli anni 70 e ti fa amare soprattutte le sue zone d'ombra.
"Era la fine degli anni ’70 Barcellona era un’illusione di vicoli e viali in cui si poteva viaggiare a ritroso nel tempo oltrepassando la soglia di una portineria o di un caffè. Il tempo e la memoria, la storia e la finzione, si fondevano in quella città stregata come acquarelli sotto la pioggia”.

Un romanzo godibile, una lettura veloce e ininterrotta, dallo stile enfatico, a volte ampolloso, un romanzo d’evasione, ma mai banale: e forse, di questi tempi, non è poco...

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    14 Settembre, 2011
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A me resta il colore del grano.

Il fascino di questo libro sta nella sua disarmante semplicità. Esso si ripropone di insegnarci, o semplicemente ricordarci, molte cose che abbiamo perso crescendo, per questo non può essere considerato semplicemente un libro per bambini ma ha molto da dire anche agli adulti.
L'autore si propone di analizzare in modo del tutto originale, attraverso lo sguardo innocente di un bambino i comportamenti irragionevoli, i vizi e le caratteristiche tipiche degli adulti senza però mai dare un giudizio morale.

Il piccolo principe infatti è un solitario bambino che vive su un asteroide con una superficie talmente ridotta da riuscire a vedere i tramonti semplicemente spostando la sedia di pochi passi. Unica sua compagna una rosa capricciosa e viziata che lui coccola in ogni modo ma da cui si sente così esasperato da intraprendere un viaggio. Si tratta di un percorso di conoscenza in cui incontrerà personaggi tanto bizzarri, come solo gli adulti possono essere: chi crede di regnare sull’universo intero quando nessuno sa della sua esistenza; chi è ligio al dovere al limite del paradosso accendendo e spegnendo continuamente un lampione; chi è vanitoso e vive nell’attesa di qualcuno che lo ammiri.
Ma il tratto più significativo è senz'altro quello sul pianeta terra dove incontra una piccola volpe e scopre il significato di "addomesticare", l'importanza di avere amici, di creare legami per sentirsi un pò meno soli, riscoprendo così l'unicità della sua rosa.

Un libro per coloro che conoscono l'importanza di creare legami, credono nell’amicizia e nei rapporti improntati su semplicità e verità. Un libro per bambini e per ragazzi ma soprattutto un libro per adulti affinché non si dimentichino mai di esser stati, a loro volta, bambini.

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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    13 Settembre, 2011
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Niente assistente, niente mago.

Il romanzo di Haley Taner vede come protagonisti 2 bambini, Vaclav e Lena. Il libro è ambientato in America ma dal suono dei nomi dei due personaggi principali ha tutto il fascino delle notti bianche dei romanzi del Est. Entrambi infatti vengono da una Russia depressa e decadente ma provengono da due famiglie differenti infatti mentre Vaclav vive in una modesta famiglia di immigrati, Lena vive insieme alla zia che lavora in un night club e il suo passato è totalmente avvolto nel mistero.
Il loro casuale incontro diventa sin da subito la premessa di qualcosa più grande di loro, i due bambini sono l'uno il pezzo mancante dell'altro: Vaclav è il bambino ambizioso che vuole diventare mago, che conosce le leggi della fisica e che si esprime perfettamente in una lingua che non è la sua, metodico e razionale è completato da Lena ,la sua piccola assistente,che rappresenta all'opposto l'emotività, la fragilità e la sensibilità con tutti i suoi problemi e la sua difficoltà di istaurare relazioni.
Nessuno sembra poter distruggere questa tenera amicizia finchè un giorno la madre di Vaclav spezza l’incanto mettendo a nudo una verità troppo a lungo taciuta e i due bambini sono costretti a separarsi per ben 7 anni. Le loro giornate riempite della reciproca presenza si svuotano, entrambi perdono un pezzo di sé... Ma nessuno dei due si dimentica dell' altro...

"E tutti e due rimangono immobili nelle rispettive stanze, ad aspettare che il cuore smetta di battere oppure esploda, e si chiedono perchè non vedersi subito, di notte. Il mondo si è diviso, si è ricomposto e si è diviso di nuovo. E' così dura dormire, con tutto quel rumore nel'universo..."

La storia è una dolcissima fiaba d'amore, una fiaba moderna però, che parla di traumi infantili, di solitudine, di immigrazione, di amicizia e di piccoli misteri.
Ben scritto, fresco, delicato, semplice a tratti infantile, una lettura tutto sommato piacevole.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    13 Settembre, 2011
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Il libro sui libri.

"Il mondo non verrà distrutto da una bomba atomica, come dicono i giornali, ma da una risata, da un eccesso di banalità che trasformerà la realtà in una barzelletta di pessimo gusto."
(Carlos Ruiz Zafòn)

Una scrittura intensa, vagamente barocca e mai banale, una trama avvincente e mai scontata fino alla fine, dei personaggi ben delineati sia fisicamente che psicologicamente, una proprietà di linguaggio eccezionale, un sottile umorismo che scorre lungo tutte le pagine, una bellissima ambientazione nella Barcellona della guerra civile e poi franchista, tanto affascinante da diventare protagonista essa stessa della vicenda.
Ho letteralmente divorato le sue 439 pagine in 3 giorni.
Consigliatissimo!

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