Opinione scritta da R๏гy.o°

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Romanzi
 
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4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
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4.0
R๏гy.o° Opinione inserita da R๏гy.o°    17 Luglio, 2011
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Nel turbinio dei sentimenti

"Eppure anche a cinquant'anni si può essere bambini, esattamente deboli smarriti e spaventati come il bambino che si è perso nel buio della selva. L'inquietudine, la sete, la paura, lo sbigottimento, la gelosia, l'impazienza, la disperazione. L'amore ! Prigioniero di un amore falso e sbagliato, il cervello non più suo, c'era entrata la Laide e lo succhiava. In ogni più recondito meandro del cervello in ogni riposta tana e sotterraneo ove lui tentava di nascondersi per avere un momento di respiro, là in fondo trovava sempre lei; che non lo guarda neppure, che non si accorge neppure di lui, che ridacchia a braccetto di un giovanotto, che balla inverecondi balli manipolata in ogni parte del corpo dal partner sudicione e maligno, che si spoglia sotto gli occhi del ragionier Fumaroli conosciuto un minuto prima, maledizione sempre lei, insediata selvaggiamente nel suo cervello, che dal suo cervello guarda gli altri, telefona agli altri, tresca con gli altri fa l'amore con gli altri, entra esce parte sempre in agitazione frenetica per una quantità di sue particolari faccende e traffici misteriosi. E tutto quello che non era lei, che non riguardava lei, tutto il resto del mondo, il lavoro, l'arte, la famiglia, gli amici, le montagne, le altre donne, le migliaia e migliaia di altre donne bellissime, anche molto più belle e sensuali di lei, non gliene fregava più niente, andassero pure alla totale malora, a quella sofferenza insopportabile soltanto lei, Laide, poteva portare rimedio e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime che capitavano di quando in quando e duravano un soffio, soltanto allora lui trovava pace. Quel fuoco all'altezza dello sterno cessava, Antonio tornava a essere se stesso, i suoi interessi di vita e di lavoro riprendevano ad avere un senso, i mondi poetici a cui aveva dedicato la vita ricominciavano a risplendere degli antichi incanti e un sollievo indescrivibile si spandeva in tutto il suo essere. Sapeva, è vero, che tra poco lei se ne sarebbe andata e quasi subito lo avrebbe di nuovo uncinato l'infelicità, sapeva che dopo sarebbe stato ancora peggio, non importa, il senso di liberazione era così totale e meraviglioso che per il momento non pensava ad altro".

Da un racconto che è ossessione, inquietudine, disperazione, gelosia, follia, amore allo stato puro e paranoie allo stato brado non si può pretendere un commento lindo e pulito. Un commento onesto e imparziale. Un commento che attesti il vortice entro cui ci si cala una volta intrapresa la lettura. Perché non è solo il tema ad intrigare – l’amore non corrisposto: e chi di noi non l’ha mai provato? – ma è il modo singolare in cui viene affrontato: il libro (risalente al 1963) è un vivo flusso di coscienza come pochi in Italia, nel cui turbinio si concatenano frasi senza punti, elenchi da togliere il fiato, riflessioni e descrizioni, timori e tirate di somme, terza e prima persona, tempi sfasati e frasi-bomba. Il tutto sistemato entro un ordine perfetto.
Buzzati – che scoperta! – ci offre pura entropia su carta.

E io ne sono ancora scossa. Poco consapevole dell’effetto più o meno deleterio che avranno queste pagine sul mio spirito. Ne sono quasi soffocata: non si può non immedesimarsi in un Antonio Dorigo che è chiunque stia leggendo (o scrivendo) questa recensione e in una Milano quanto mai asfissiante e non per questo meno attraente.

Buzzati restituisce scene di rara intensità, che scavano nei legami profondi, nell’assoluta immobilità di un suo presente che potrebbe essere il nostro. Un presente sofferente e difficile da digerire, ma che comunque non avrebbe senso senza l'amore.
E più forte dell’amore, solo la morte.

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