Opinione scritta da Bruno Elpis

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Libri per ragazzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Marzo, 2019
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Dalle parti della mia casa in Toscana

Protagonisti de I tacchini non ringraziano di Andrea Camilleri sono in prevalenza animali domestici – cani, gatti e uccelli – ma c’è spazio anche per qualche rettile (L’anno della grande caccia: “Ci metta due o tre ricci, I ricci se le mangiano, le vipere… Era un verdone… don Gaetano…”).

I racconti traggono ispirazione da esperienze vissute nella casa di campagna dello scrittore (“Si aggirano strani uccelli dalle parti della mia casa in Toscana. La casa si trova nelle vicinanze del Monte Amiata a 850 metri d’altezza ed è circondata da un bel pezzo di campagna”).

In tutta sincerità credo che con gli animali si possano scrivere ben altri racconti (del resto la letteratura è ricca di esempi illustri da Esopo, Fedro, La Fontaine, Andersen e via discorrendo) e anche i disegni – sagome nere stilizzate – non sono certo un omaggio alla fantasia e ai colori della fauna.

In alcune storie aleggia l’ombra della caccia (Il lepro che ci beffò: “Portavamo doppiette cariche ma aperte e appoggiate al braccio”) e della prigionia (Pimpigallo e il cardellino: “Anche lui doveva essere un evaso pentito della fuga”).

Giudizio finale: benevolo ed empatico. Forse gli animali meriterebbero qualcosa di più da un grande scrittore come Camilleri…
Bruno Elpis

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Romanzi storici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    16 Febbraio, 2019
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Nata sotto il segno dei gemelli

La prima parte del romanzo riconduce la leggenda della nascita dei gemelli alla logica dei fatti: figli di Rea Silvia, vestale sottoposta alle violenze dello zio Amulio e innamorata dello schiavo Terazio, Romolo e Remo vengono sottratti al dispotismo violento del tiranno di Alba Longa e portati al sicuro in una grotta, ove vengono ritrovati da una donna soprannominata Lupa che li affida al pastore Faustolo.

La prima parte analizza l’evoluzione del rapporto fraterno e le differenze di temperamento che – secondo l’antico schema che vede Caino contrapposto ad Abele - portano i gemelli a scontrarsi.

Nella parte centrale il capitolo della fondazione (“Lui avrebbe tracciato il sulcus primigenius”) apre il dilemma: la nuova urbe si chiamerà Remoria o Roma?
Con l’aiuto di auguri e auspici, il primo re viene designato sia per volere divino sia per acclamazione umana.

I primordi di Roma sono tribali (“La costruzione dei quartieri seguiva la divisione in tribù”), ma Romolo traccia con lungimiranza i meccanismi (“I vostri clientes vi saranno leali e fedeli”) che garantiranno a Roma non soltanto la sopravvivenza, bensì… l’eternità.

Giudizio finale: protolatino, leggendario, avvincente.

Bruno Elpis

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Racconti di viaggio
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    15 Febbraio, 2019
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Il miracolo si ripete ogni anno

Cara Napoli di Lorenzo Marone è una dichiarazione d’amore per una città, una cultura, un modo di vivere e di pensare.

I racconti sono pillole di narrazione o fotografie di scorci di vita e sono organizzati in sezioni denominate con binomi.

Storia & leggenda
Nel racconto Riunioni segrete in villa i grandi del passato prendono vita (“Si riuniscono i più grandi pensatori e intellettuali del secolo scorso per parlare delle condizioni in cui versa la Villa (comunale) che li ospita”).

Sacro & profano
Nel racconto San Gennaro ci ha messo una pezza (“Il miracolo si ripete ogni anno in tre occasioni: il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre”) lo scrittore (“Non oso definirmi un religioso… ma un credente sì”) proclama la sua religione personale (“Io credo io credo innanzitutto che quelle maestose sfere che lassù girano in tondo in un seducente ballo debbano essere per forza di cose mosse da un grande giocoliere”) e s’identifica nella tradizione cittadina (“In questa città fede e scaramanzia camminano a braccetto”).
Nel racconto Quei gesti antichi si celebra la pizza napoletana.
In Augh, Saluto raggiante si parla di un’abitudine tutta napoletana (“Cartelli funebri che riportano sotto il nome il vezzeggiativo affettuoso con il quale il defunto era conosciuto e riconosciuto in vita”).

Dentro & fuori
Napoli prospera con “Le botteghe, rifugi dell’anima” (“Napoli è piena di botteghe fra le sue viuzze, piccole stanzulelle scavate nel tufo…”), mentre l'opinione pubblica è nelle mani de “I professori di questa città” (“I medici parlano di bisogno di accumulo, una malattia ossessiva… a me sembra solo un modo di colmare i vuoti”).

Regola & eccezione
Napoli è città di paradossi, come quello descritto in Spegnete i semafori in città (“Senza semafori la viabilità migliora”).

Bellezza & miseria
In “A qualcuno interessa?” si parla di Scampia (“Esiste Gomorra. Ma di fronte esiste anche il liceo Elsa Morante”).

Giudizio finale: profumato (degli odori di Napoli), azzurro (del colore del mare e del calcio napoletano), palpitante.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    14 Febbraio, 2019
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Dio è uno sceneggiatore mediocre

A quarantasei anni Florent si sente al capolinea: ha fallito sia sul piano sentimentale sia nella professione, ed è preda della depressione che contrasta con l’assunzione di un farmaco (“L’effetto del Captorix si basava sull’aumento della secrezione di serotonina”) con vistose controindicazioni (“Al momento non provavo nessun desiderio, condizione che molti filosofi… avevano giudicato invidiabile”).

Abbandona l’amante giapponese e l’appartamento (“Il grattacielo totem era stato catalogato tra gli edifici più brutti di Parigi”) – con lei non è stato capace di replicare l’amore che ha visto nei genitori (“Le raccontai la storia del loro suicidio”), si rifugia in Normandia da un amico agricoltore e lì assiste all’apoteosi del suo fallimento ( “L’agricoltura è un’industria pesante che immobilizza ingenti capitali di produzione che generano un reddito basso o inesistente, o addirittura, vedi il caso di Aymeric, un reddito negativo”), rintraccia e pedina un antico amore…

Il ritorno a Parigi, nello studio del dottor Azote (“Il suo tasso di cortisolo è altissimo… Ho la sensazione che lei stia molto semplicemente morendo di tristezza”), è la sintesi del regresso alla fase orale tanto dell’uomo quanto della società.

Che sia questo il destino dell’uomo occidentale, previsto dal “nostro statuto di semplici primati”?

Giudizio finale: astenersi depressi.
Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    03 Febbraio, 2019
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Esistenze attraversate da correnti di coscienza

Attraverso le storie di due fratellastri, Bruno e Michel, Houellebecq ripercorre gli ultimi decenni del XX secolo per sancire il fallimento delle filosofie hippy, new age e materialistiche. E proietta negli anni 2000 le sorti disperate di un’umanità in balia del nichilismo.

Le vicende personali di Bruno e Michel (e delle donne alle quali si accompagnano) sembrano dimostrare l’impossibilità esistenziale di pervenire – se non alla felicità - almeno alla realizzazione individuale (“Erano entrambi consapevoli di vivere la loro ultima vera relazione umana, e questa sensazione dava qualcosa di straziante a ciascuno dei loro minuti”).

Bruno è afflitto dall’ossessione sessuale (“Aveva scelto di venire qui, di partecipare alla vita del centro vacanze”), Michel vive combinando la ricerca scientifica a una forma di apatia che, nel sorprendente finale, trova una ragione strutturale.

Parimenti, le sorti dell’umanità sono segnate dall’evoluzione scientifica che orienta il corso della storia umana verso soluzioni agghiaccianti e travolgenti l’individuo.

La tecnica narrativa abbina digressioni pseudo-scientifiche (“La memoria di una vita umana… somiglia a una delle cosiddette storie consistenti di Griffith”) e sociologiche a considerazioni esistenziali (“Attraversata da correnti di coscienza, la sua esistenza presentava comunque qualche tratto individuale”), le scene sessuali sono spesso volutamente brutali e provocatorie.

Giudizio finale: neopositivista, nichilista, fantascientifico.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    03 Febbraio, 2019
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Cento dollari per ogni scalpo

Meridiano di sangue di Cormac McCarthy è un romanzo che fin dalle prime righe dichiara subito i suoi intenti: bellicosi (“La tenda cominciò a ondeggiare e deformarsi, e come un’enorme medusa ferita si afflosciò lentamente al suolo…”), incendiari (“L’albergo stava bruciando e c’era gente intorno a guardare”), orrifici (“Un muso rincagnato e raggrinzito, piccolo e cattivo, labbra nude arricciate in un orribile sorriso e denti azzurro pallido alla luce delle stelle. Si piegò su di lui. Gli scavò abilmente due solchi sottili nel collo e piegando le ali su di lui cominciò a bere il sangue”).

Non è propriamente facile seguire le gesta di un ragazzo che si unisce a masnadieri (“Saremo degli irregolari, ma non vogliamo passare per straccioni, vero?”) ribelli (“Mentre quei bambocci di Washington scaldano le loro poltrone, se noi non ci muoviamo, un giorno sul Messico – e mi riferisco a tutto il paese – sventolerà una bandiera europea”) e mercenari (“Si chiama Glanton, disse Toadvine. Ha fatto un contratto con Trias. Gli pagheranno cento dollari per ogni scalpo e mille per la testa di Gomez”) che seguono un itinerario di morte nel far west (“Andremo nella Sonora”).

Le scene di sangue (“I selvaggi… li afferravano per i capelli e passavano la lama indifferentemente intorno ai crani dei vivi e dei morti e strappavano via le capigliature insanguinate e tagliavano e mutilavano i corpi denudati, staccando membra, teste, sventrando quegli strani torsi bianchi e levando in alto manciate di viscere e genitali”) e di atrocità (“Inclinarono il recipiente in modo che la testa venisse a trovarsi proprio davanti a lui”) ridiscutono in modo critico lo schema che vede contrapposti buoni/cattivi, indiani/cowboy (“Nella chiesa non c’erano banchi e sul pavimento di pietra si ammassavano i corpi scalpati e denudati e parzialmente divorati di una quarantina di anime che si erano barricate nella casa di Dio per difendersi dai pagani”).

Giudizio finale: western, atroce, rimandato.

Bruno Elpis

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    13 Gennaio, 2019
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Prender a calci un coniglio morto e dir che salta

La premiata ditta degli investigatori Hap & Leonarda torna ne Il sorriso di Jackrabbit di Joe R. Lansdale ingaggiata da uno strano duo: madre e figlio (“Quello che vogliamo è assumervi per cercare mia figlia che è scomparsa”), due razzisti ignoranti, si rivolgono a loro per rintracciare la figlia/sorella (“La chiamiamo Jackrabbit: ha un sorriso da coniglio”), una ragazza che sembra scomparsa nel nulla (“Le piaceva dare scandalo con i suoi comportamenti”).

Sul caso aleggia anche il mistero del padre della ragazza, uno strano predicatore (“Sebastian era un folle, parlava di uomini lucertola e apocalisse all’orizzonte”) morto in modo che – con eufemismo – potremmo definire irrituale (“Le mani in tasca mentre lo strangolavano… tagliarlo mentre era ancora vivo, usare un martello per rompergli le costole e raggiungere lo stomaco. Avrebbe ingoiato una chiave prima di essere strangolato. Continuava a dire che voleva vedere le sue viscere fumanti”).

In una cittadina del Texas ove sembra vigere ancora la legge della giungla e infuriano i pregiudizi razziali, le indagini di Hap e Leonard interferiscono con i loschi traffici di un burattinaio (“Il Professore… una specie di riciclaggio. Per far arrivare i soldi all’estero. Un gioco di coperture”) che si avvale di una gang senza scrupoli.

Finale concitato e frettoloso in un porcile, ove i maiali si ribellano ai maltrattamenti subiti…

Lo stile di Lansdale si avvale sempre di paragoni grevi (“Se fosse una lampadina non riuscirebbe a illuminare il culo di una rana”), truci (“Sorrise come uno squalo prima di staccare la testa a un tonno”) e atroci (“Sarebbe come prendere a calci un coniglio morto e dire che sta saltando da solo”).

Giudizio finale: greve, truce e atroce.

Bruno Elpis

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Consigliato a chi ha letto...
... gli altri episodi di Hap & Leonard e non li trova respingenti...
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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    13 Gennaio, 2019
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Noi siamo gli indigeni d’Europa

Attraverso la figura di un professore della Sorbona, intellettuale gaudente e decadente (“Ancora una volta mi ritrovavo da solo”) come l’Huysmans oggetto degli studi, Michel Houellebecq con il romanzo Sottomissione provoca i lettori costringendoli a riflettere su tendenze e rischi in atto nella nostra civiltà.

L’immigrazione e la progressiva islamizzazione della società occidentale rendono sempre più concreta l’ipotesi di una prevalenza quantitativa che mina la cultura occidentale. Nella fiction letteraria ciò induce la politica francese a radicalizzarsi in due tendenze: l’affermazione di una sinistra compiacente (“La Fratellanza mussulmana si era preoccupata di esprimere una posizione moderata, sostenendo la causa palestinese solo con moderazione…”), la contrapposizione dell’estrema destra xenofoba.

Houellebecq cerca forse di suscitare reazioni di orgoglio (“Noi siamo gli indigeni d’Europa, i primi occupanti di questa terra e rifiutiamo la colonizzazione mussulmana”) e lo fa provocando: immagina una Sorbona completamente islamizzata (“Un principe saudita… era il principale finanziatore della nuova università Parigi-Sorbona”) e proietta – come elemento di complicità passiva - la compiacenza di maschi occidentali che si lasciano blandire dalla poligamia e da una religione che decreta la sottomissione della donna…

Giudizio finale: provocatorio, incendiario, machista.

Bruno Elpis

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Classici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Gennaio, 2019
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Mi sentivo opaca e sconfitta

Ho riletto il romanzo stimolato da Una di luna di Andrea De Carlo (lì entrambi i protagonisti si riconoscono nella comune esperienza della lettura de La campana di vetro di Sylvia Plath).

La campana di vetro di Sylvia Plath è la cronologia di una deriva esistenziale che attraversa il fallimento dei rapporti umani, la disillusione per l’impulso creativo, il tentativo di suicidio, l’approdo alla patologia psichiatrica con la drammatica esperienza dell’elettrochoc.

Affido il riassunto a due passaggi del romanzo:
“Avevo rinunciato a una borsa di studio presso un importante college femminile dell’est, abborracciato l’impiego di un mese a New York e respinto come marito un solidissimo studente di medicina che un giorno… avrebbe guadagnato un pozzo di quattrini.”
“Ricordavo i cadaveri, Doreen, la storia dell’albero di fico, il diamante di Marco, il marinaio lungo Commonwealth Avenue, l’infermiera strabica, i termometri infranti, il negro e le due pietanze di fagiolini, i venti chili acquistati con l’insulina e lo scoglio che sporgeva tra cielo e mare come un teschio grigio.”

Giudizio finale: tragico, monomaniacale e unico (infatti è l’unico romanzo scritto da Sylvia Plath). Nella seconda parte (a Boston e in clinica), un capolavoro.

Bruno Elpis

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Romanzi autobiografici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Gennaio, 2019
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“Il dado, la figura geometrica del caso”

Un figlio non nato per decisione della donna, a distanza di quarant’anni (“Quarant’anni, l’età mia che hai deciso di convocare questa sera”), può ben rappresentare un interlocutore per il genitore mancato grazie all’invenzione artistica (“Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia? L’invento così forte che la realtà non la può pareggiare. La tua presenza basta qui e stasera a fare la mia paternità”) che ha un potere ontologico (“Sei estratto da me senza intervento di donna”).

Questo avviene nel romanzo di Erri de Luca: ne nasce inizialmente un monologo che ripercorre incidenti di percorso come l’infarto (“I giorni erano punti di sutura tra la vita di prima, terminata, e la prolunga aggiunta all’ultimo secondo”) e che presto diventa dialogo.

Padre mancato e figlio potenziale parlano dell’attività di scrittura dell’autore (“La barzelletta è rigida, procede secondo un meccanismo. Mi capita lo stesso rifiuto con i romanzi polizieschi. Ci sento il congegno…”), che rivendica la superiorità della lettura (“Una lettura mi entusiasma, mentre una mia scrittura al meglio riesce a soddisfarmi”).

Molti i passaggi interessanti, ad esempio cito quello sulle nuove generazioni (“Le generazioni sono cancellature di quelle venute prima”), il loro atteggiamento (“Mi aspetto un’arroganza nuova… Non li vedo piangere neanche al cinema”) e le prospettive (“Brevettano raccolte di plastiche negli oceani, sperimentano spighe feconde nella siccità… Barbari da saccheggio hanno bruciato la terra, l’acqua, incipriato l’aria di polveri mortali. A riscatto stanno spuntando i risanatori”).

Nella fase finale il dialogo si fa sempre più esistenziale (“Questa notte non potrà essere tolta dal registro delle notti, fare che non sia accaduta”), ma la decisione sembra irrevocabile (“No papà non resto. Domattina al risveglio non mi troverai”). Riuscirà il potere creativo a sventare, sul piano esistenziale, l’agguato del nulla?

Il gioco dell’oca è una metafora: “Ho un corpo e sono stato al gioco di viverci dentro. Che gioco? Il gioco dell’oca. Si tira un dado e ci si sposta in un circuito a spirale”.

Lo stile di Erri De Luca è scenografico (“Ci vuole il coraggio della mangusta che si difende dal leone e attacca il serpente a sonagli”), enunciativo (“L’amore… Ossigeno, ossigeno”), etimologico (“Illusione dal latino in ludere, entrare nel gioco… Il suo contrario, delusione, è uscire dal gioco quando finisce”), poetico (“Dentro di me si è inciso e continua a suonare il ritmo binario delle onde, lo scroscio del flusso seguito dallo struscio all’indietro del riflusso”).

Giudizio finale: ontologico, metaforico, nominalista.

Bruno Elpis

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Lettera a un bambino mai nato della Fallaci.
Sei personaggi in cerca d'autore di Piarndello.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.8
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    02 Gennaio, 2019
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Una notte davanti a una tastiera

Ne La rete ombra di Giovanni Ziccardi rivediamo in azione l’avvocato-nerd Alessandro Correnti, in arte Deus, sempre circondato da affascinanti avvocatesse (“Devo dire che anche a me fa piacere condividere con lei una notte davanti a una tastiera”).

Animalista (“Lo potremmo chiamare Animal Leak”) per vocazione (“Sai l’indagine Ave lupo? Quella che ha portato a oltre duecento sequestri di esemplari ibridi di cani e lupi selvatici…”), con la mente a Milano e il cuore a Matera, in questo romanzo viene catapultato da un cinese nella cosiddetta rete ombra (“Ti ha dato tutto l’occorrente per diventarlo: una delega, un documento da decifrare e un cilindro chiave”).

E se ci fosse in atto un attentato globale contro la Apple, che valore economico avrebbe il mega-virus capace di contagiare il colosso della tecnocrazia informatica?

Credo di aver capito soltanto una frazione dei contenuti tecnologici e, anche per questo, mi sono sentito catturato dal substrato filosofico di un romanzo che prospetta reati, rischi e minacce di una realtà che evolve al ritmo vertiginoso dell’informatica.

Giudizio finale: cyber-legal, a tratti fantascientifico, filosoficamente noir.

Bruno Elpis

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Romanzi autobiografici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    31 Dicembre, 2018
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Domande elementari diventano offensive

Strana la sorte di un padre, che vorrebbe essere l’eroe di sua figlia, mentre Giulia gli nega questo ruolo. Di questo narra Quando ridi di Giorgio Teruzzi con sottotitolo “Parole sussurrate a una figlia”.

Giulia è in partenza, deve stabilirsi all’estero per frequentare un’università straniera. Il commiato è motivo per ripercorrere i momenti salienti del rapporto, sempre in bilico tra dissidi generazionali (“… esplodono le mine. Domande elementari tipo A che ora torni? Con chi esci? Dove vai? Diventano offensive”) e di sensibilità, ma sostenuto da un’affinità di fondo che si nutre di stimoli culturali.

Tra gli altri, c’è anche il capitolo più spinoso: quello del divorzio dalla madre di Giulia (“Ci siamo separati quando Giulia aveva sette anni”).

Su tutto, campeggia “una gamma di sentimenti potentissimi che mia figlia moltiplicava”.

Giudizio finale: umoristico, sincopato, a modo suo sentimentale.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    31 Dicembre, 2018
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Da un apericena vegan all’altro

In esilio di Simone Lenzi è la storia del processo di isolamento del protagonista narratore. Anche se, più che narrazione, l’autore scrive una filippica.

L’autoemarginazione è conseguenza di un atteggiamento critico verso mode e tendenze (“A piedi nudi negli orti urbani, da un apericena vegan all’altro, con i figli attaccati alle tette, per gli antichi semi come fonte di auto-reddito”), che a volte si tinge di qualunquismo (“Ecco l’avevo ammesso. A me dell’ecologia non me ne fregava nulla”).

Nonostante qualche resistenza della moglie (“Parla piano, disse: già non abbiamo più amici, con tutte le tue sparate”), il cinismo si afferma contro tutto (“Non abbiamo figli. Cosa vuoi che me ne freghi, cosa vuoi che te ne freghi dello scioglimento dei ghiacciai? E dell’effetto serra?”) e tutti (“Io non lo so cosa è meglio. Non siamo come questi che sanno tutto; guardali, le dissi, sanno tutto loro, hanno un’idea su tutto”).

Il destino dell’isolamento è questione di indole? È bagaglio genetico? Vallo a sapere, forse per capirlo occorre sostenere la lettura sino all’ultima pagina… io non l’ho fatto!

Giudizio finale: monologante e monocorde, solipsista e isolazionista, agnostico.

Bruno Elpis

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Romanzi autobiografici
 
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5.0
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    27 Dicembre, 2018
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I would prefer not to

Mio fratello di Daniel Pennac è Bernard, uomo profondo e originale (“Evitiamo di aggravare l’entropia”) che cela dietro alla centralità del suo ruolo familiare e fraterno un disagio esistenziale (“Un tentativo di suicidio. Tentativo fallito. Se l’è cavata. È in ospedale. Lavanda gastrica”) sulle cui cause l’autore s’interroga.

Dopo la morte di Bernard, il ricordo dei momenti di vita comune viene condotto anche grazie all’adattamento teatrale del Bartleby di Melville: il racconto di un rifiuto opposto alla vita (“I would prefer not to. Anch’io, peraltro, trovavo che fosse una formula divertente. Eppure conoscevo la fine”) da parte di un bizzarro scrivano (“La sua algida e cadaverica noncuranza”) che in uno studio notarile convive con altri due scrivani – Tacchino (“Era pomeriggio… Tacchino era incandescente come un paiolo di rame…”) e Spigolo – e il commesso Zenzero.

Mio fratello è un’opera che si fa apprezzare sia per la costruzione che alterna pagine di ricordo a pillole di critica letteraria romanzata del racconto di Melville, sia per la capacità analitica di ripercorrere un amore fraterno che commuove e coinvolge senza mai essere melenso.

Giudizio finale: filadelfico, letterario, interessante.

Bruno Elpis

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Consigliato a chi ha letto...
Bartleby di Melville.
Nel caso non l'abbiate letto, a questo indirizzo trovate il pdf del racconto di Melville:
http://www.iuav.it/Ateneo1/docenti/architettu/docenti-st/Scarpa-Lud/materiali-/Herman-Melville.pdf
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Poesia straniera
 
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4.3
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    24 Dicembre, 2018
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La fiducia che riponi in me mi strazia

Nella prefazione Roberto Saviano pone l’accento sulla capacità di un padre di rassicurare il proprio figlioletto (“Dammi la mano. Non ti succederà niente di male”).

Nella preghiera di Hosseini – idealmente recitata dal padre per propiziare la speranza per se stesso e per il figlio (“La fiducia che riponi in me mi strazia”) - si accalcano i ricordi di un passato felice, interrotto da eventi nefasti, e l’angoscia per la partenza imminente (“Pensare a quanto è profondo il mare, a quanto è vasto e indifferente”).

Le illustrazioni di Dan Williams sono la vera sorpresa di un libro che si legge in cinque minuti, salvo appunto indugiare sulle immagini.

Giudizio finale: commovente, a tratti straziante, poetico.

Buon Natale q-amici!

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Scienze umane
 
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4.6
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    16 Dicembre, 2018
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Proibizione, trasgressione e colpa

I tabù del mondo di Massimo Recalcati propone una chiave di lettura della realtà dissipando le ombra dei tabù: “Senza la Legge non vi sarebbe né senso della trasgressione, né senso di colpa”.

I tabù e l’indagine degli effetti indotti dalla proibizione consentono di leggere fenomeni sociali (il tabù dello straniero) e individuali (il corpo nudo: nudità ed erotismo) mettendo in relazione la sfera privata con quella sociale (l’esibizionismo e la chirurgia estetica:“Non si tratta di godere nell’esporsi ma nello sconcertare chi osserva la scena, nell’infrangere non il proprio tabù ma quello dell’Altro”).

La rassegna è ricca: Narciso (“L’illusione narcisistica vorrebbe cancellare il tabù della dipendenza dell’uomo dall’altro”), Antigone (“La condanna a essere sepolta viva… ella si spinge a spezzare il tabù della morte”), il complesso di Priapo, il tabù della verginità, la mantide religiosa, Don Giovanni e il tabù della donna (“Senza la Legge non vi sarebbe né senso della trasgressione, né senso di colpa”), sino al tabù della morte e dell’eutanasia.

Si chiude con un paradosso (l’elogio di un nuovo tabù: la gratitudine) e con una domanda: pregare è diventato un tabù?

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    16 Dicembre, 2018
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Una sorta di Laura Palmer della Costa Azzurra

Ormai Guillaume Musso ha virato verso il noir e La ragazza e la notte lo conferma.

La storia è quella del ritorno di Thomas al college in Costa Azzurra, ove ha studiato, amato, ucciso.
Intorno alla bellissima Vinca – misteriosamente scomparsa con un professore di filosofia – si è costruito un mito: “Un autentico linciaggio che l’aveva trasformata in una sorta di Laura Palmer della Costa Azzurra. Twin Peaks nella terra di Pagnol”.
Un misterioso assassino sembra sia tornato a vendicarla quando la ristrutturazione del college minaccia di disseppellire cadaveri…

La ricostruzione del passato (“Un passato che non era certo un paradiso perduto, ma mi appariva come l’epicentro di un dramma che per tutta la vita avevo cercato di rimuovere”) sembra il modo per risolvere i propri conflitti (“La mia indagine su Vinca era in primo luogo un’indagine su me stesso”) personali e familiari. E la storia di Thomas ricalca gli schemi della tragedia greca, ove i rapporti tra genitori e figli nascondono segreti e complessità.

Giudizio finale: preferivo il Musso dei primi romanzi…

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    16 Novembre, 2018
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Ricordati: la paura è una bugia

E tu splendi di Giuseppe Catozzella affronta diversi temi attraverso l’esperienza di Pietro e Nina, due bambini che hanno perso la mamma e affrontano il loro dolore – che ha la forma di un cane immaginario (“è spuntato Canetto, chissà da dove arrivava”) - ad Arigliana, in Lucania, presso i nonni. Qui i due ragazzi partecipano ai drammi collettivi tipici di un paese del sud: lo spopolamento progressivo, il potere economico basato sulla prepotenza e le collusioni, l’arrivo di clandestini sui quali si indirizzano diffidenze e rivendicazione nella più classica delle “guerre tra i poveri”.

Con la purezza dei bambini, sfidando le paure (“Ricordati: la paura è una bugia”) e i pregiudizi (“Un invasore bracciante”), Pietro intreccia amicizie e scoperte, finalizzando le proprie azioni a recuperare il rapporto con la mamma scomparsa (“Il moncherino di foto che portavo al collo. Mi aveva salvato dall’incendio….”) e alcuni messaggi che la donna gli ha lasciato.

Giudizio finale: commovente, xenofilo, esortativo.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    16 Novembre, 2018
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Ho appena distrutto la mia famiglia

Nella famiglia di Michele un imprevisto dirompente spezza il fragile equilibrio di rapporti e apparenze (“Succede che mio padre si scopa la sua studentessa, ok? … Che mio nonno ha l’Alzheimer… E che mia mamma mi dice che va tutto bene… E che in tutto questo io mi sono fatto comprare una cazzo di moto!”).

La purezza dell’adolescenza non consente di accettare i compromessi (“Ho appena distrutto la mia famiglia, credo”) e Michele reagisce in malo modo all’idea dei genitori di tacitare i loro dissidi con una soluzione di comodo: trasferirsi in America, internare il nonno Dino in un ospizio.
Michele trova in una compagna di scuola problematica, Vera, un’alleata e un rifugio nella sua casetta costruita su un albero.

Anche gli alberi bruciano di Lorenza Ghinelli è un romanzo spietato nel disinnescare (“È come una bomba a cui hanno appena strappato la spoletta”) i meccanismi di falsa quiete degli adulti (“Non avevo mai pensato a quanto equilibrio potesse contenere il dissesto”) in nome della sincerità dei più giovani (“È a non essere capiti che si muore”).

Giudizio finale: sanguigno, generazionale, antiborghese.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    08 Novembre, 2018
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Bestie da latte o da carne

In Bestia da latte di Gian Mario Villalta, il narratore indaga sulla sua infanzia, segnata da esperienze dolorose per la presenza di un cugino crudele, che sfoga su di lui l’ingiustizia interiorizzata per una colpa sociale: quella di essere figlio di una donna avvenente, scandalosa nella libertà sessuale non consentita alle donne dalla cultura contadina.

La mente sensibile, intellettualmente predisposta, del protagonista scava nel passato: negli episodi di violenza subita, nelle paure consumate nel silenzio, tra gli insulti che il vendicativo cugino rivolge ai genitori del perseguitato per cercare forse di trasferire su di lui un probabile personale patimento interiore.

I ricordi sono confusi e complessivi sino al momento in cui la memoria diviene analitica (“Dal primo giorno della scuola media in poi, invece, sono in grado di enumerare e distinguere gli anni”) e sono impregnati degli odori e delle sensazioni forti che impressionano la giovane sensibilità.
“Anche gli uomini, come gli animali con i quali avevano condiviso la vita fino a poco tempo prima, diventarono bestie da latte o da carne.”

Con il trascorrere degli anni, anche la società evolve e la vita contadina cede il passo al boom industriale. Il ragazzo diventa un uomo, in lui rimane il senso incompiuto di un chiarimento mai richiesto, di un confronto rimasto inespresso.

Giudizio finale: graveolente, retrospettivo, spietato.

Bruno Elpis

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Racconti di viaggio
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    08 Novembre, 2018
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Disposti ad accogliere altri poveri

Otto giorni in Niger di Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja è un diario breve scritto a quattro mani per descrivere cosa avviene al di là delle nostre coste, sulle quali vorrebbero approdare i disperati che solcano il Mediterraneo per sfuggire a guerre, persecuzioni e povertà.

Con i due scrittori scopriamo uno stato africano che ha un ruolo importante nelle tensioni che si agitano nel continente africano: “Niger, il punto di passaggio formicolante di tutto quanto si muove oggi nell’area: rifugiati, migranti, armi, capitali occidentali e cinesi, funzionari e militari di mezzo mondo”.
“Andiamo a visitare il GuichetUnique, il centro di servizi per i rifugiati”.
È una scoperta, oltre che geografica (“Dalla traversata in piroga del Niger, invece io ho tratto un’impressione grigia, velata”) e paesaggistica (“Le strade sono bordate e i villaggi infestati da immondezzai di residui plastici… rami… decorati da sacchetti neri trascinati dal vento: di nuovo l’illusione da lontano che si tratti di avvoltoi o cornacchie”), anche politica, che squarcia il velo di Maja gettato dalla demagogia nostra sulla verità: “La liberazione dalle prigioni libiche sta per avere luogo… sono quei luoghi di detenzione, spesso infernali, in cui gli accordi italo-libici costringono i migranti in modo che non sbarchino più sulle nostre coste”.

Il viaggio regala qualche postumo nella salute (“Sto sempre peggio e la febbre sale”) e una constatazione: “La morale della missione in Niger è che i paesi poveri sembrano disposti ad accogliere altri poveri più di quanto lo siano i paesi ricchi”.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    08 Novembre, 2018
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Amicizie da area cani

Un romanzo leggero leggero, ruota intorno a Letizia (“Aveva deciso di approfittare di quella forzata solitudine per coltivarsi un po’, scoprendo una vera e propria passione per il cielo stellato”), donna dell’alta borghesia milanese che si trastulla tra gli acquisti, la frequentazione di Rossana, amica di sempre (“Per mettere un po’ di colore nella mia esistenza in tinta unita”) e le confidenze nel bagno thalasso con una nuova conoscenza.

In piena crisi familiare, separata da un marito dispotico e abbandonata dalla figlia Marta che per protesta si allontana da casa, Letizia si affida all’amicizia di Sigo e Rudi (“Sono solo amicizie da area cani!”) per dare una svolta a una vita sempre condotta in zona recessiva.

Anche la ricomposizione del conflitto con la figlia (“Sarebbe sempre rimasta sua figlia, e lei sua madre. Ruoli unici e incancellabili, non certo come quelli di moglie e marito, che erano annullabili con un semplice divorzio”) passa attraverso una maturazione serotina e post-traumatica.

Giudizio finale: fotoromanzesco, tardo-borghese, edulcorato ed edulcorante.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    01 Novembre, 2018
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Le sue trappole ricattatorie

Una di Luna di Andrea De Carlo si compone di due parti distinte che poi confluiscono nella scena finale: l’analisi della relazione tra figlia e padre (“Non avevo nessuna voglia di cascare nelle sue trappole ricattatorie”), l’analisi dell’insorgenza di un rapporto di coppia.

La partecipazione di Achille Malventi, bizzarro ultraottuagenario genitore che ha sempre imposto alla famiglia la propria perniciosa personalità (“La sua aggressività latente sempre pronta a esplodere, che ho poi ritrovato in ogni maschio… anche nei più deboli e frustrati”), al programma televisivo Chef Test è per la figlia Margherita forse l’ultima occasione per ristabilire un rapporto filiale patito in posizione soccombente.
Il viaggio da Venezia a Milano negli studi televisivi tuttavia non consente di raggiungere questo obiettivo.

Eppure a Milano Margherita conosce Jules, un uomo intuitivo e sorprendente, che offre alla narratrice l’altra importante occasione della vita: quella di ristabilire il giusto rapporto tra sessi contrapposti (“Esseri potenzialmente pericolosi, inclini all’irrazionalità malgrado tutte le loro continue ostentazioni di razionalità. Il prevalere dell’orgoglio, l’ossessione per i successi pratici, lo spirito accanito di competizione, l’ambizione priva di limiti naturali, l’ostinazione non intaccabile: sono tutte cose che ho conosciuto prima in mio padre, e poi riconosciuto negli altri maschi”), quello di sovvertire il corso di una vita altrimenti votata alla monotonia e al fallimento.

La prima parte, negli studi televisivi di Milano, assume tratti comici e divertenti. La seconda, a Venezia, si tinge di romanticismo fuori dagli schemi e di serenissima eleganza (“Le sole situazioni un cui non ho dubbi di esser giusta sono quando lavoro e quando guardo la Luna”).

Adoro la scrittura di De Carlo ed ecco il mio giudizio finale: elegante, raffinato, descrittivo, romantico.

Bruno Elpis

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Consigliato a chi ha letto...
Treno di panna e Uto (anche lì c'è un padre dai tratti decisi) dello stesso autore.
Per l'ironia delle descrizioni .paterne: Full of life e La compagnia dell'uva di John Fante (imperdibili!)
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    01 Novembre, 2018
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Un’ottima notizia per i pub

Ho letto Maschio bianco etero di John Niven divertito dalla lettura de Le solite sospette del medesimo autore, senza trarne pari soddisfazione.

Kennedy Marr è uno scrittore in crisi creativa (“Non scriveva una parola di narrativa da cinque anni”), pur dotato di una sua originalità e poetica (“Kennedy sapeva che ci voleva molto dolore, molta esperienza, per partorire tre o quattrocento pagine di narrativa”). Campa scrivendo sceneggiature a Hollywood, ma la sua vita sopra le righe – scandita in modo sfrenato dalla formula bacco, tabacco e Venere– gli chiede presto il conto.

Gli giunge inaspettatamente “il premio F.W. Bingham”, che lo cava d’impiccio e d’impaccio. Gli viene attribuito da un college inglese dietro controprestazione (“Il premiato doveva passare un anno a Deeping… per erudire gli studenti”). All’inizio Kennedy storce il naso (“Per un anno, nello stesso campus della mia ex moglie, a insegnare scrittura creativa”), ma poi accetta in quanto “pecunia non olet” e il premio sconfessa clamorosamente il detto “carmina non dant panem”.

La moglie Millie e la figlia adolescente accolgono la notizia con reazione mista (“È un’ottima notizia per i pub, i ristoranti e gli spacciatori del posto”) e il trasferimento in Inghilterra è occasione – oltre che per il college (“Questo si rifletterà sulle domande di iscrizione”) – anche per lo stesso Kennedy: per rivedere, forse, la sua filosofia di vita.

Gli eccessi alcolici e sessuali del protagonista e il suo materialismo mi hanno nauseato (“Con il suo vestito costoso e la sua pelle bianca, dotato di arti funzionanti, entrate a sette cifre, un petto sgombro di tette e un grembo senza utero o tube di Falloppio, la sua mente libera da ogni attrazione verso il suo stesso sesso o dal pensiero di farsi tagliare il batacchio. Un maschio alfa. Bianco, etero”), tuttavia il romanzo si lascia leggere nel suo linguaggio sboccato perché lo squarcio della redenzione – è facile intuirlo - illumina le pagine sin dall’inizio.

Giudizio finale: trash, scomposto (salvo ricomposizione finale con buona pace del lieto fine) e ad alta gradazione alcolica.

Bruno Elpis

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    22 Ottobre, 2018
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Pronto soccorso letterario

L’arte di Vince Corso è la biblioterapia (“Di mestiere curo la gente con i romanzi!”) e a lui si rivolge la sorellastra di un vecchio intellettuale afflitto dall’Alzheimer: Fabrizio Baldini ha ormai perso le proprie facoltà, ma recita alcune frasi apparentemente sconnesse:

“Anche lei è andato a fondo.
Sono ancora qui.
L’orso che mi andava a comprare il giornale.
Per favore, lo faccia un’altra volta.
Dichiaro 28, merda!
Cazzo, che spavento mi sono preso”

che probabilmente sono ricavate da un libro (“Questo vuol dire caviardage: rendere tutto nero, più nero delle uova di storione. Cavialeggiare”), nel quale si cela la chiave per penetrare il segreto esistenziale di Fabrizio.

Mentre Vince incontra clienti più o meno strambi (“Hanno questa fiducia che un romanzo li possa aiutare”) nel suo monolocale (“Pronto soccorso letterario”), la sua indagine procede tra Villa delle Rose, la clinica ove l’anziano è ricoverato, e le visite nella straordinaria biblioteca ove Baldini ha accumulato numerosi volumi antichi, pregiati e rari.

Quando Vince comincia a sospettare che l’incarico gli sia stato commissionato per interesse (“Soltanto all’apertura del testamento i parenti scopriranno il vero valore della sua eredità”) e non per amore fraterno, il biblioterapeuta non rinuncia alla sua ricerca, ma è determinato a difendere il segreto di Baldini per rispettare fino in fondo le sue volontà.

Il romanzo – nel quale i paragrafi non sono designati da numeri bensì da lettere - è un inno alla cultura, alla lettura e alle opere intellettuali dell’umanità e contiene molti stimoli per i lettori.

Giudizio finale: bibliofilo, filantropico e intrigante.

Bruno Elpis

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    22 Ottobre, 2018
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A me sembrano un po’ matti

L’isola è l’imprecisato luogo lacustre che ospita la famiglia Reffi, la servitù (“Durante i primi anni i Reffi avevano abitato da soli la villa al Ginestrin. Poi avevano preso con loro un cugino e sua moglie, jole e Vittorio Vras... Jole sovrintendeva le due domestiche, Beatrice e Marì”), il custode Giovanni Marengadi e un cane (“battezzato Pangloss da Celestino solo con l’intento di prendere in giro Voltaire e l’Illuminismo”).

Gli idealisti sono il padre Antonio, medico in pensione, ma soprattutto i due figli non coniugati: la scrittrice Carla e l’intellettuale Celestino.
La ristretta comunità vive in equilibrio sino all’arrivo di due ladri (“Se volete potete telefonare ai carabinieri. O tenermi qui fino a domani sera, senza dire niente a nessuno. Come preferite”), che provocano i principi, i sentimenti, la magnanimità e la creatività degli “idealisti” (“Pensa a quanta gente peggiore di loro viene redenta”).
È lo scontro di due mentalità (“A me sembrano un po’ matti”), temperamenti (“È un po’ mulo”), stili di vita ed emotività che vengono abilmente sovrastate e governate da Scerbanenco: il futuro scrittore di noir si erge ad attento osservatore di dinamiche che assumono la casa chiusa come ambiente e schema nel quale scatenare psicologie e caratteri.

L’atmosfera suggestiva del lago aleggia, misteriosa e avvolgente, esaltata da uno stile narrativo moderato e preciso nel descrivere e nell’analizzare.

Giudizio finale: interessante, affascinante, filantropico.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    13 Ottobre, 2018
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Bella come una fata dalla faccia negroide

Ninfa plebea di Domenico Rea si apre con una sagra popolana che è compendio di poco sacro e tanto profano (“È qualche coppia che si sta sbranando. Non sapete che questa è la festa del diavolo?”) nella cultura contadina grezza, rude, istintiva del trentennio in un paese campano.

Miluzza cresce in un ambiente familiare graveolente (“Ogni maccherone imbottito aveva il sapore di un dattero, ogni boccone di braciola quello della manna, l’anguria, una primizia a maggio, il gusto dell’aria profumata bevuta a sorsi”) e dominato dalla sensualità peccaminosa di una madre che sfida le maldicenze del paese.
La Ninfa plebea rimane presto orfana e, quando anche il nonno muore (“Fefele era celebre nel circondario, non soltanto perché faceva la pizza più buona al formaggio, ma anche perché mostrava alle contadine curiose sotto le frasche il più grosso arnese d’uomo del mondo”), diviene facile preda delle voglie dell’industriale del luogo, che – mostrandole il lusso - approfitta di lei nelle trasferte a Cava dei Tirreni e Napoli (“Per la prima volta il basso le sembrò una grotta umida e fetida”).
Combattuta tra la ripugnanza e il desiderio di riconquistare la propria purezza (“Ma soprattutto anelava abbracciare Marietta, la bambola, Annuzza e Nannina”, una cantante fallita), attratta dal nuovo rappresentato dalla disinibita Titina l’Americana, ma condannata dal paese (“Gli occhi dei paesani erano penetrati come quelli di Dio: perforavano le serrature delle porte, scendevano dai tetti, stavano sotto i letti”), che esige un rito di espiazione collettiva per perdonarla (“Ti ricordi la flagellante di quando andammo con Nunziata a Mater Domini? Solo così a Nofi ci si può salvare”), Miluzza verrà restituita alla vita dalla distruzione della guerra e grazie a uno stratagemma d’amore.

Giudizio finale: brutale, minorile, rionale, boccaccesco ed esplicito (“E quelle manine… erano fatte proprio per raccogliere o rose o c@zzi”), il romanzo è un affresco icastico che può anche commuovere il lettore empatico.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Ottobre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Abbiamo scelto la via dei miracoli

Cati di Rossana Campo è l’adolescente che una schematica visione dualistica della società annovera tra le persone devianti, non integrate (“Perché una cosa che pensavo io era che ci sono due tipi di persone, quelli che si adattano a qualunque cosa e studiano e abbassano la cresta… Quelli come me vogliono sentirsi liberi e creativi a modo loro…”) e che manifestano il loro dissenso anche esteriormente (“Mi mettevo i miei jeans neri strappati, il chiodo con le borchie e le spille, i miei anfibi…”).

Orfana di madre tanto amata, Cati indirizza la propria contestazione verso la matrigna (“Titti, la principessa del pilates”), verso la psicologa alla quale viene affidata (“Qui la fregatura potrebbe essere dietro l’angolo”) e contro Villa Sorriso, la struttura nella quale viene ricoverata dopo una reazione violenta.

L’incontro casuale con la clochard Seraphine (“Un’amica barbona in cantina: ci mancava proprio alla mia bella vita”) e le sue promesse (“Voglio insegnarti a fare dei miracoli”) prelude alla seconda parte di un romanzo che diviene fiaba post femminista (“Siamo delle donne che hanno deciso di viaggiare nel regno del cuore e dello spirito… Abbiamo scelto la via dei miracoli, della libertà e dell’amore invece che quella della paura, dei sensi di colpa e delle convenzioni”) nella Casa della Luna di Seraphine ove convengono tre steghe-fate: Bessie, Circe e Janine.

Giudizio finale: revanscista, tardo-fantasy, rimane sospeso in un’allegoria non conclusiva.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Ottobre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Nelle latebre occhialute

Ne Le vite potenziali di Francesco Targhetta, romanzo finalista al Campiello 2018, tra Alberto, Luciano e Giorgio – rispettivamente fondatore, programmatore e direttore commerciale della Albecom di Mestre – le mie simpatie vanno al nerd Luciano (“A lui interessava programmare, non aprire aziende”). L’antitesi umana dello sportivo Fulvio (“I ragazzi come lui erano pochi nelle aziende informatiche, dove per lo più si annidavano persone del tipo opposto, rifugiatesi lì nella convinzione di poter evitare lo scontro con le proprie eterne nemesi: anche nelle latebre occhialute, invece, arrivavano esemplari dell’umanità oppressiva e machista, quella che gli individui come Luciano avevano cercato di scansare fin dall’asilo…”), che ha inguaiato Matilde… Sembra il gioco delle figurine, una tira l’altra. Peccato che – tra queste figurine – uno rischia di smarrirsi.

Così come si rischia di perdersi tra le considerazioni, spesso estrinseche (“Ma sono persone che vivono nelle commessure, gli architetti, persone che mediano, che lavorano tra le linee, come i trequartisti migliori, che infatti sono sempre tribolati, guardinghi, hanno visi di patimento”), che non giovano alla narrazione e non creano affezione nel lettore, magari originariamente interessato a un romanzo critico su professioni (“Il lavoro di un programmatore risulta agli occhi altrui tedio puro, trattandosi di un paziente gioco di enigmistica al quale partecipano solo lui e il computer”), dinamiche (“L’e-commerce, ti spiego, si basa sulla delocalizzazione e sulla desincronizzazione, cioè: rende possibili acquisti immediati di oggetti lontani che non puoi avere tra le mani subito”) e tipologie umane caratteristiche dell’attuale società tecnocratica e informatizzata.

Giudizio finale: un po’ bislacco e un po’ involuto. Le vicende esistenziali dei protagonisti sfumano dietro un eccesso di dettagli e di retorica che annebbiano la vista.

Bruno Elpis

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Romanzi storici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    18 Settembre, 2018
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Amici così, nella segregazione

Le assaggiatrici di Rosella Pastorino – premio Campiello 2018 - sono un gruppo di donne selezionate come cavie: il loro compito è quello di anticipare i possibili effetti di un avvelenamento delle pietanze destinate al Führer (“La colazione, che noi facevamo subito, mentre Hitler la faceva intorno alle dieci, dopo aver ricevuto le notizie dal fronte”).

Tra le assaggiatrici (“Ulla era un bocconcino, così la chiamavano le SS”), alcune si caratterizzano per personalità: su tutte, la narratrice Rosa e la rustica, misteriosa Elfriede che, dopo alcuni cointrasti iniziali, raggiungono un’intesa essenziale ancorché spigolosa (“Si diventa amici così, nella segregazione”). Ed è proprio lo spirito di solidarietà che si crea tra Le assaggiatrici (“Che la vedovanza, effettiva o potenziale, fosse una condizione comune non mi consolava”) – sotto il comune denominatore della paura – l’elemento che infonde ritmo narrativo a un romanzo che ripercorre in forma romanzata la follia di Hilter e alcuni episodi degli anni della dittatura nazista e del suo delirio imperialista.

Rosa vive con i suoceri, attende il marito inviato al fronte in Russia (A Natale “Gregor sarebbe venuto a Gross-Partsch!”) e, quando apprende che risulta disperso, si abbandona alla disperazione, alla quale tenta di reagire seguendo gli istinti che – nell’astinenza forzata – la convincono a cedere all’assedio notturno di uno spietato tenente delle SS.

Tra la fame inquinata dal terrore di finire avvelenata (“Ho la nausea, ammise Heike”), le giornate trascorse sotto la vigilanza dispotica delle SS e la frequentazione della tenuta della baronessa Maria, il romanzo propone, da un’insolita visuale (“Adolf Hitler era un essere umano che digeriva”), la rilettura di una delle peggiori pagine della storia del XX secolo.

Il finale, la parte terza del romanzo, è molto retrospettivo, colpevolista e da reduci.
“Ma non avrei potuto raccontargli della mensa di Krausendorf senza parlargli di chi aveva mangiato tutti i giorni con me, una ragazza con la couperose, una donna con le spalle larghe e la lingua lunga, una che aveva abortito e un’altra che si credeva una maga, una ragazza fissata con le attrici del cinema, e un’ebrea. Avrei dovuto dirgli di Elfriede, la mia colpa. Quella che sbaraglia tutte le altre, nell’inventario delle colpe e dei segreti. Non avrei potuto confessargli che mi ero fidata di un tenente nazista, lo stesso che l’aveva mandata in un lager, lo stesso che io avevo amato. Non ho mai detto nulla, e non lo dirò. Tutto quello che ho imparato, dalla vita, è sopravvivere.”

Secondo un articolo recente, esisterebbe un’applicazione/algoritmo con la quale “costruire” un libro di sicuro successo… e questo romanzo corrisponderebbe alla formula…

Giudizio finale: venefico, mitridatico, tossico.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    15 Settembre, 2018
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Il canto del cigno di un uomo stonato

Marco Santagata concepisce una vicenda incentrata sull’individuazione di quale sia Il movente sconosciuto di azioni inconsulte, criminose, compiute da un personaggio al di sopra di ogni sospetto.

La ricerca del movente sconosciuto viene condotta dal punto di vista di marito e moglie.

Lui, Luigi Ferrari (“Seguito a chiedermi come sarebbe il canto del cigno di un uomo stonato”), patisce il rapporto coniugale (“E' nervosa, acida. Lo è sempre di prima mattina, ma questa mattina è più astiosa del solito”), ha trascorso una vita passiva (“Nella mia vita c’è sempre stato qualcuno o qualcosa che ha deciso per me”), da impiegato modello. Due volte si reca a Monticello (“Alle Fontanelle ci sono nato”) e commette due omicidi (“Sto dando di matto? Il mio cancro è al fegato, mica al cervello!”).

Lei, la moglie Ludovica, conosce – insospettata - il segreto del marito (“Non smettevo di rimuginare su perché Luigi lo avesse fatto, e non ne venivo a capo”), che ha sempre dominato (“Luigi è mite… mite?”), s’interroga sul movente (“Ma ad armargli la mano non era stata una malattia, ne ero certa”) e pensa di individuarlo (“Avevo il movente: il tumore!”), si giustifica (“Non ero stata io a tarpargli le ali, era lui che non aveva mai imparato a volare”), ma naturalmente è consumata dall’angoscia di vivere con i figli accanto a un assassino.

La dimensione più interessante è quella della duplice lettura degli eventi e anche del movente: lo stesso episodio o gesto ha un significato per Luigi e un senso differente per Ludovica.

Giudizio finale: inquietante, matrimoniale e duplice.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    15 Settembre, 2018
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La sola idea di salire su quel treno

Lo strano viaggio di un oggetto smarrito descritto da Salvatore Basile è quello compiuto dal diario infantile (“Miniera di Mare, 1° ottobre 1991 – Diario segreto di Michele Airone”) di Michele Airone (“Era tornato a casa con lo stesso treno che lo aveva portato via, lontano, tanti anni prima”), un ragazzo che vive in solitudine nella stazione di Miniera di Mare, capolinea di un treno che ogni giorno percorre un unico viaggio di andata e ritorno verso e da Piana Aquilana (“… Pronto per la partenza del primo e unico treno. Aveva scandito la sua vita sui ritmi della stazione ferroviaria di cui era l’unico custode…”).

Michele ha un ricordo struggente della madre, che si è allontanata da casa quando il figlio era piccolo ed è svanita nel nulla. Nella sua solitudine, Michele coltiva la passione per gli oggetti smarriti rinvenuti sul treno (“Trovi gli oggetti, dopo quindici giorni li consegno alla polizia, come da regolamento, poi aspetto un anno… e se nessuno li ha richiesti… ho un conoscente all’Ufficio oggetti smarriti che me li spedisce qui prima che li smaltiscano…”) e patisce un’agorafobia (“Michele tremava. La sola idea di salire su quel treno e lasciare il suo mondo sicuro lo terrorizzava”) che gli impedisce di allontanarsi da casa (“Sentì l’elastico al centro della schiena tendersi con forza e il dolore fu lancinante”). Tutte forme di difesa (“Perché lo fai?… Non lo so…”), reazioni che hanno bloccato l’evoluzione della sua vita.

Grazie agli stimoli di Elena, una ragazza volitiva che capita per caso nella stazione e si innamora di lui, Michele decide finalmente di partire alla ricerca della madre, Laura Puglia, e intraprende un viaggio che lo porterà sulle pendici del Gran Sasso, dopo incontri svariati con personaggi originali (il greco Erastos, l’amico d’infanzia Antonio, mangiafuoco e fachiro…).
Quando crede di aver individuato ove vive la madre (“Ma non era invecchiata neanche di un giorno. Anzi, sembrava ringiovanita”), in realtà spalanca una porta che si affaccia su una realtà famigliare allargata e nuova…

Giudizio finale: itinerante, riduce ai minimi termini (in senso geografico) la traiettoria del racconto “Dagli Appennini alle Ande”, un po’ retorico ma pieno di buoni sentimenti e di trovate (su tutte, quella dell’orso polare sul Gran Sasso) che rendono gradevole la lettura.

Bruno Elpis

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Cuore di De Amicis, con particolare riferimento al racconto "Dagli Appennini alle Ande"
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    15 Settembre, 2018
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La tua vita rovesciata come un calzino

Le solite sospette di John Niven sono:
Susan (“Ancora sposata a quella barba di Barry… a cincischiare con il giardinaggio, il pane fatto in casa e il teatro dilettantesco”)
l’amica Julie, inserviente in un ospizio (“Non credevo di finire in un posto simile”)
Jill, donna moderata e timorata di Dio, che sta raccogliendo fondi per consentire al nipotino di affrontare una necessaria operazione chirurgica risolutiva (“La sindrome di De Havilland, più unica che rara”)
Ethel, ultraottuagenaria vispa come un grillo (“Questa carampana ce ne ha di grinta eh!”), irriverente, sicuramente il personaggio più esilarante (“Guarda me: ex stella del teatro e del cinema ridotta a miscelarsi i cocktail chiusa a chiave nel cesso e a rubare le caramelle alle nonnine che dormono”).

Ciascuna di loro ha un valido motivo (“Quanto ci vuole a vedere la tua vita rovesciata come un calzino?”) per imbarcarsi in un’impresa che possa cambiare il corso della vita. Tanto per fare un esempio, la povera Susan scopre cose terribili sul conto dell’insospettabile marito (“Tu sei personalmente responsabile per qualcosa come mezzo milione di sterline di debito”)…

Ecco allora l’allegra compagnia – con l’ausilio di qualche vecchia conoscenza come Terry (“Ai tempi se le sdraiava tutte”) e Stimmate (“Qualsiasi coglione può puntare un ferro in faccia a qualcuno e farsi dare un mucchio di grana”) – concepire una rapina in banca (“Julie guardò l’ottuagenaria semiparalitica, che aveva appena arruolato insieme a un ottuagenario con il girello e la bombola d’ossigeno, per fare una rapina a mano armata…”) e una fuga fino a Marsiglia e poi oltreoceano… con gli sconclusionati detective Boscombe e Wesley alle calcagna (“Gli sbirri hanno sempre un elenco con i soliti sospetti”).

Giudizio finale: esilarante, umoristico, con lieto fine.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    11 Settembre, 2018
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Sei ossessionato da quella vecchia storia

Bambinate di Piergiorgio Paterlini sfata il mito dell’infanzia concepita come età della purezza e dell’innocenza.
Nossignori, i bambini non sono innocenti, sanno essere davvero cattivi, lo aveva già sostenuto Pasolini: “Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo. Essi sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei: e lo fanno meglio degli adulti perché la loro volontà di far soffrire è gratuita. È una violenza allo stato puro” (Pasolini, Lettera a Gennariello),

Dopo cinquant’anni
(Venerdì santo 3 aprile 2015
16 aprile 1965 venerdì santo via crucis)
il narratore – ormai divenuto ricercatore affermato ed espatriato - torna al suo paese natale e viene tempestato dai ricordi (“Quando la Processione, terminato il suo lungo giro, ritorna sbucando da una via laterale, sono ancora lì, paralizzato da questo viaggio nel tempo”) nel venerdì santo (“Un altro Venerdì Santo, cinquant’anni fa esatti”). L’occasione del ritorno è una rimpatriata: la classica cena di classe (“La quinta elementare Marconi del 1965 si ritrova a festeggiare i cinquant’anni”). Proprio lì, nel paesino, tanti anni prima si è consumato un atto crudele di bullismo nei confronti di Dennis detto Semo, il compagno più debole. Lui aveva assistito all’infamia, ma non aveva avuto la forza di contrastare la violenza del branco e si era comportato come Ponzio Pilato…

Ma Ponzio Pilato oggi è risoluto: vuole affrontare Ermes, il responsabile (“Sei ossessionato da quella vecchia storia”), reagire a scoppio ritardato e sfogare un dolore covato per tanti anni…

Giudizio finale: vindice, atroce, punitivo.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    11 Settembre, 2018
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In questi tempi di piante mezze morte

Una storia abbastanza esile, quella di Anna: sta per separarsi, ha un bimbo piccolo, Nico, e l’età che attraversa è caratterizzata dalla crisi economica (“Quell’anno eravamo anche diventati tutti più poveri”) e dalla desertificazione.

Il romanzo si apre con una serie di eventi dolorosi (“Dopo l’incidente di Alessandro, l’aneurisma di Maria e la fine del mio amore, mio fratello Teo si è sposato e la cerimonia si è tenuta alla galleria d’arte di mia madre”), dai quali Anna emerge riorganizzando la nuova casa e, soprattutto, con l’aiuto di Maria, il terrazzo con le piante (“Erano le piante dell’inquilina precedente e le piante di mia nonna arrivate fino a me”).

Un periodo di transizione? Si tratta di far prendere coscienza al piccolo (“Gli abbiamo ripetuto che non eravamo più sposati… ma che ci saremmo sempre amati”): che le cose stanno cambiando (“Io mi sono sentita in colpa per il tempo in cui avevamo lasciato Nico nell’incertezza”), che il padre rimarrà tale (“Noi siamo diversi”), che l’amore non gli mancherà (“Ci amiamo noi ma amiamo anche altri e soprattutto tutto amano te. Tu sei amatissimo e noi ci saremo sempre”).

Tra sedute dalla psicologa (“Sul foglio di dimissioni la dottoressa aveva scritto labilità emotiva. Per alleggerire la questione, una volta casa avevo aggiunto un apostrofo. La paziente manifesta l’abilità emotiva”), un nuovo amore, nuovi assetti patrimoniali (“La Roland Ultra un tempo era stata gloriosa e molto costosa. Stampava libri d’arte, illustrati prestigiosi, enciclopedie”) e familiari (così viene presentato al piccolo Nico, il neonato fratellino di Anna: “Lui è tuo zio”), la confusione emotiva si rispecchia in uno stile concitato, con il quale l’autrice gioca componendo e scomponendo le frasi consultando un’indovina (“Sbircio e la cartomante sta guardando le mie carte…”).

Il giudizio finale lo rubiamo all’autrice: per sua stessa ammissione, “Non entri nel dettaglio, fai elenchi, vai veloce. In pratica, scrivi male”.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    04 Settembre, 2018
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Qualcosa di molto simile al richiamo del sangue

Marco sogna di diventare un tuffatore e dinnanzi alla bella Virginia compie un’imprudenza.
La fisioterapista Lara riconosce in lui (“Da quando aveva visto la stella di carne sulla spalla di Marco”) il figlio di Antonio, abbandonato per un dolore antico, che ha impedito ad Antonio di vivere.

Con uno stratagemma Lara conduce Marco nel paese natale: un paese di mare, ove il ragazzo con l’inconsapevole Antonio (“Era come se rischiare la vita insieme li avesse uniti, una sorte di sindrome da frontiera”) affronterà la sua talassofobia (“Cosa ti fa paura?... Con la mano destra indicò il mare”), le sue radici oscure (“Ma come avrebbe fatto a rivelargli che quel ragazzo era suo figlio?”) e il suo futuro (“Sono proprio le cose che ti fanno paura, le più belle da affrontare”)..

La leggenda del ragazzo che credeva nel mare di Salvatore Basile (“Io l’ho visto come guardavi il mare. La tua non era una semplice paura… Era odio”) è una storia che indulge al sentimentalismo e che, pur scorrendo – da presupposti forse improbabili - su binari che conducono verso un finale prevedibile, cattura l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine, interpretando il desiderio di tenerezza e lieto fine che spesso cova in noi.

Bruno Elpis

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Racconti
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    04 Settembre, 2018
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La grazia di un ragazzo sul trapezio

Questa raccolta racchiude una serie di racconti piuttosto particolari, che hanno come tema centrale le riflessioni dell’autore armeno sulla propria collocazione – di uomo, di scrittore - nella società americana.
Così nel primo racconto intitolato Il trapezio volante: “Poi, rapido, preciso, la grazia di un ragazzo sul trapezio, spicca il volo dal corpo. Per un istante eterno è tutto: uccello, pesce, roditore, rettile, uomo. Davanti a lui un oceano di parole ondeggia, bigio, non ha fine. Si incendia la città, la folla si ribella. La terra ruota mentre lui, lui alza il viso smarrito verso il cielo vuoto, senza sogni è lui, senza vita, perfetto.”

La raccolta è preceduta da un’interessante prefazione nella quale Saroyan traccia una poetica destrutturata e ironica:
“Questi racconti sono il risultato di un metodo di composizione… i sistemi sono soltanto due: 1) si può decidere di scrivere come Anatole France, Alexandre Dumas o come qualcun altro oppure 2) si può decidere di dimenticare del tutto di essere uno scrittore, sedersi davanti alla macchina per scrivere e mettere le parole sulla carta, una dopo l’altra, meglio che si può. Il che solleva la questione dello stile.”

Giudizio finale: bizzarro, minoritario, particolare.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    21 Agosto, 2018
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La ragazza che teneva al guinzaglio quattro cani

La forza di gravità di Claudio Piersanti narra del rapporto simbiotico che s’instaura tra un vecchio misantropo (“Ti ricordi la terza legge di Keplero?”) e una giovane determinata a intraprendere la ricerca medica.

Lui, Dario Posatore detto il Professore, fa da precettore e guida, tra le mille intemperanze dell’età e del carattere (“Abbandonò il suo pensatoio tagliente…”); lei, Serena, costituisce l’unico punto di contatto che il Professore ha con la realtà. I dialoghi tra i due sono intensi:
“La mia vita è stata operosa ma inutile…
Sapere tante cose non è mai inutile.”

Quando il Fisco e il Tribunale bussano alla porta dello strambo Professore, questi reagisce in modo inconsulto, la situazione si complica, ma il rapporto tra maestro e allieva – se possibile – si rinsalda.

Giudizio finale: un romanzo che consente di riflettere sull’autenticità delle relazioni umane e rimette in discussione il rapporto tra gioventù-senilità.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    21 Agosto, 2018
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Se tutti delirano, nessuno delira?

Aldo Nove immagina che Il professore di Viggiù – un uomo che dopo tanto peregrinare si stabilisce nel paese lombardo (“Villa Omero, si chiamava la dimora del Professore”) - consegni un manoscritto all’amico panettiere, il quale a sua volta lo affida allo scrittore affinché venga pubblicato.

Il manoscritto contiene verità rivelate, talvolta espresse in versi (“Io ero quel calore, quel calore era la Terra. E la Terra ero io”), teorie (“Se smetti di essere qualcuno, se smetti di cercare di esserlo, allora semplicemente sei”), assiomi (“Ogni cosa è desiderabile e degna di essere amata, perché ogni cosa è tutto”) e critiche rivolte alla società e all’economia globale (“La Finanza, che non è altro che un mostro prodotto dalla nostra immaginazione, è diventata l’unica realtà in cui tutti crediamo”).

Nella seconda parte dell’opera alcuni eventi surreali (“Il noto miliardario Gianluca Vacchi… ha subito l’attacco di un orso polare… Vacchi… uno dei più rappresentativi ed emblematici modelli del nostro tempo”) e paradossali (la Merkel viene divorata da un coccodrillo) sono spie della deriva di un mondo che poggia la propria organizzazione sui trucchi della finanza.

Il libro è un concentrato di teorie che simpatizzano per lo spiritualismo orientale e un agglomerato di eventi strampalati e deliranti che riecheggiano certe atmosfere alla Bukowski.

Giudizio finale: sincretistico, surreale, a tratti delirante (“Il delirio di gruppo non è diagnosticabile: se tutti delirano, nessuno delira”).

Bruno Elpis

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Libri per ragazzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    21 Agosto, 2018
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Il lupo l’aveva fiutata e localizzata

È la fiaba che Beppe Fenoglio scrisse per la figlia Margherita (“Mio padre ha deciso che avrebbe accolto quella nuova vita con un regalo speciale”), con graziose illustrazioni acquerellate di Alessandro Sanna. Io l’ho letta per decomprimere l’onere della lettura de “La ragazza con la Leika”.

Ed è stato bello leggere, più che la favola, le parole di una figlia che riceve in dono non il solito regalo materiale: “Mi piace immaginare mio padre davanti alla sua macchina da scrivere… stabilendo, sin dall’inizio, l’intensità e il ritmo del racconto… mi piace pensarlo mentre sceglie le parole più adatte a trasmettere tutta la speranza possibile, quelle parole che, in ogni fiaba che si rispetti, giungono a tranquillizzare i bimbi…”

La fiaba è semplice e narra del conflitto tra due sorelle galline, Tuja e Chica (“Tuja la beccava nel collo per averla sorpresa oziosa o intentissima a fare cose indubbiamente graziose ma del tutto inutili”) tra gli antropomorfismi (“Io andrò difilato dal consiglio delle galline anziane e mi farò accompagnare e sostenere nei miei diritti”) e i meccanismi della favola classica (“Il lupo l’aveva fiutata e localizzata”).

Il libro contiene una seconda favola incompleta, Il bambino che rubò uno scudo, per certi versi autobiografica (Paolo “a scuola riusciva molto bene, sebbene studiasse per uno e fantasticasse per dieci”):
“Un bambino tra i più a posto, se non fosse stato che… rubava.”

Bruno Elpis

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Romanzi erotici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    11 Agosto, 2018
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Lei accettava la mia natura, io la sua

Il gioco di Carlo D’Amicis - romanzo che, tra i finalisti al premio Strega 2018, non ha potuto partecipare alla sezione giovani per il contenuto erotico esplicito – può essere qualificato un gioco di ruolo a tutti gli effetti (“Non era ancora, il gioco, quel sistema complesso che in seguito avremmo codificato. Ma nella sua generalità l’espressione mi piacque moltissimo, mi autorizzava a pensare che il matrimonio non era poi una cosa troppo seria”) e viene disputato da tre player: Leonardo, in arte Mr Wolf e con funzione di bull; Eva, in arte First Lady e nel ruolo di sweet; Giorgio, detto il Presidente, con funzione cuckold.

Do per scontato (!) che tutti sappiano il significato dell’essere bull, sweet o cuckold (ma in un eccesso di scrupolo dico che i ruoli corrispondono a quello del maschio Alfa, della donna schiava e dominatrice al tempo spesso, del cornuto felice di essere tale) e indugio sulla coppia “aperta” (“Alla fine ci trovammo da soli, naufrago Giorgio e naufraga Eva, in quell’isola deserta chiamata matrimonio”) Eva e Giorgio (“Giorgio non si scordava mai di mettere un fiore sul vassoio, né di ribadire ciò che voleva essere per me: uno schiavo e un padrone”), soffermandomi in particolare sulla figura di Giorgio (“Da Menelao in giù, tutti i cornuti della storia sono stati ricondotti a un banale stereotipo”). La sua propensione sessuale affonda le radici nel mito (“Cuckoldismo è solo la traduzione inglese di candaulesimo. Il nome deriva da Candaule, re di Lidia dell’VIII secolo a.C., che mostrò la moglie nuda alla sua guardia del corpo Gige. L’episodio è narrato da Erodoto nelle sue Storie…”), ha un significato quasi etico (“In questo ha ragione Leon Hard: offrire la propria carne è un gesto spirituale, offrire quella della propria moglie è un gesto mistico”), si estrinseca in manie comportamentali (“Il sesso e la cura della piscina”) che sanno rispettare i limiti quand’è il momento (“Non sono mai riuscito a convincerla a vestirsi da suora, ad esempio”).

L’argomento viene trattato in modalità mai urtante, così basato sullo scherzo, sul rifiuto delle inibizioni e sul consenso tra adulti (“Lei accettava la mia natura, io accettavo la sua”).
Quando lo strano triangolo si trasferisce dalla villa di Grosseto alla sede dell’Infinito, un club ove il sesso e il libero scambio vengono praticati sotto l’insegna della sfrenatezza erotica, il romanzo assume toni dichiaratamente ironici tra i vistosi paradossi che l’età avanzata dei tre protagonisti accentua, gettando un’ombra perfin malinconica (“Da tempo si era fissato con la favola del ragazzo che non voleva crescere, sosteneva che l’infinito fosse una variante dell’Isola che non c’è e noi un branco di bambini perduti”) sui malanni dell’età e sui mutamenti sociali di tempi nei quali censura e servizi sociali si alleano contro la libertà di autodeterminarsi, la ludopatia sostituisce la sessuomania, il piacere virtuale sbalza quello reale, e il ritrovarsi in tre costituisce una formula esistenziale di sostegno rinforzato e vicendevole rispetto alla formula stantia e logorata del matrimonio.

Giudizio finale: esplicito, giocoso, edonistico, triangolare.

Bruno Elpis

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Consigliato sì, ma vietato ai minori, come ha statuito il premio Strega...
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Politica e attualità
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    11 Agosto, 2018
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Vivere è diverso da sopravvivere

Un libro intervista, Il diritto di morire consente a Dacia Maraini di esprimere la propria opinione su eutanasia attiva, eutanasia passiva, suicidio assistito (“Michèle Causse… è ammissibile che una persona decida, a prescindere da qualunque condizione fisica o di salute, di morire?”) e sedazione profonda: situazioni spesso tragiche – su tutti: il caso della madre che aiuta il figlio a morire - che pongono il delicato tema del confine tra libertà, etica, diritto all’autodeterminazione consapevole.

Il punto di vista è rigorosamente laico (“Capaci di buttarsi in guerre assurde, in atti crudeli e violenti, pur di restare fedeli a un libro sacro scritto in tempi in cui la vendetta sostituiva la giustizia, in cui la schiavitù era la norma, in cui lapidare gli adulteri era considerato giusto e gettare gli omosessuali da una rupe era considerato il volere di Dio”) e critico (“Ogni potere assoluto, appena diventa dominante, si preoccupa di possedere e controllare due grandi eventi: la morte e la vita”), con un’incursione anche nella cultura classica (“Alla tradizione letteraria e mitologia greca non era estranea la questione dell’eutanasia. Mi riferisco al mito di Orfeo ed Euridice”).

Giudizio finale: dialogato, razionalista, problematico.

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Romanzi storici
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    02 Agosto, 2018
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L’aria era satura di primavera socialista

Helena Janeczek raffigura Gerda Taro, La ragazza con la Leica, attraverso il contributo di tre testimonianze. Due amanti medici e l’amica di sempre: Willy Chardack, Buffalo, N.Y., 1960; Ruth Cerf, Parigi, 1938; Georg Kuritzkes, Roma, 1960.

La breve vita di Gerda Pohorylle rappresenta la trama spesso sotterranea di narrazioni che ripercorrono la parabola della giornalista (“La nostra Gerda suona la Remington come uno Steinway”) che diviene fotografa di guerra accanto ad André Friedmann, (“L’ungherese con la Leica… Friedmann? Simpatico gradasso… fatti la barba, con i tempi che corrono il genere maudit è svalutato”), meglio conosciuto sotto pseudonimo (“Come diceva il poeta maledetto: Je est un autre. Dovete chiamarmi Robert Capa”).
Siamo negli anni 30 e nel bel mezzo dei tumulti (“Il 1° maggio del glorioso 1936… la processione rossa convocata in place de la Bastille con il motto «pour le pain, la paix et la liberté» e la richiesta sindacale, concreta e rivoluzionaria, della settimana lavorativa di quaranta ore”) di un Europa percorsa sia dagli impulsi rivoluzionari (“L’aria era satura di primavera socialista”) sia dai gelidi venti della guerra e del nazifascismo.

La lettura non è semplice: la trama viene atomizzata nella dovizia dei particolari e nella molteplicità dei personaggi e dei punti di vista, il raccontare è pervaso da un afflato mitteleuropeo che si concretizza in frequenti espressioni in lingua francese e tedesca. Talvolta, anche al lettore navigato, può risultare difficoltoso concentrare l’attenzione sul fil rouge senza disperdersi nei mille rivoli della narrazione. E, se posso esprimere fino in fondo la mia perplessità, il profilo psicologico di una protagonista sicuramente affascinante e carismatica scompare nell’oscurità di frasi troppo dense o nella rarefazione di dialoghi concettuali e di rimandi culturali.

Giudizio finale: ostico, promettente, sfidante e anche proditorio rispetto alle aspettative.

Bruno Elpis

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Romanzi storici
 
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4.5
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    06 Luglio, 2018
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Sagome ebraiche non ce ne devono essere

Questa sera è già domani di Lia Levi è uno dei romanzi finalisti al premio Strega 2018, vincitore dello Strega Giovani. Narra le vicende della famiglia ebrea Rimon e il tema (“Sagome ebraiche nel disegno della società non ce ne devono essere”) è fondamentale, certamente, per comprendere a cosa può arrivare l’uomo, quindi merita rispetto, attenzione, forse anche il silenzio che io infrango.

Il romanzo scorre senza infamia né lode per almeno tre quarti del suo sviluppo e narra di una normale famiglia (“La normalità non sa di esserlo. Procede a tratti brevi, programmi abituali, iniziative di piccolo passo, non sai nemmeno se ti piacciono le cose che stai facendo”) piena di contraddizioni (e contrasti): un padre mitteleuropeo, una madre un poco ottusa, sicuramente poco sentimentale, un figlioletto – Alessandro - inizialmente enfant prodige, poi - come plerumque accidit – si rivela normale: negli insuccessi, nelle paure per sé, per i propri cari (“Il verdetto era già scontato: confino”), segnatamente nella paura di essere sterminato.

Ma, in questo romanzo, c’è un finale incandescente per emozioni, terrore, partecipazione. E non è bello rivelare il finale in una recensione. Allora parlerò del finale, ma mi limiterò a due particolari che mi hanno colpito. Perché sono esperienze umane, che magari tutti noi abbiamo provato senza l’incubo di un genocidio sovrastante. E allora possiamo espanderle, queste esperienze dirette e personali, e riferirle all’orrore nazista.

Avete mai pensato alla vergogna di essere denudati – non in senso fisico, non solo in quello – di fronte ai propri congiunti?
“Ognuno di loro prova un’oscura vergogna per qualcosa che ha scorto nell’altro e ancor più in se stesso”.

E – ma forse è un altro versante del concetto precedente – chi ha il diritto d’infrangere i valori altrui?
“Mai, mai avevo sentito il padre piangere… Se si sbriciola la colonna che ha fatto da puntello alla tua configurazione di umano, anche tu non esisti più”.

Giudizio finale: lo canto con Guccini. “Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento...”

Bruno Elpis

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Poesia straniera
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    01 Luglio, 2018
Top 10 opinionisti  -  

È lei, la dea Giaguaro.

Ogni parola un essere.
In Marcia Teophilo, ogni parola è anche un suono, un timbro musicale, un grido, un allarme, la vocalizzazione della vita e di ciò che la minaccia. Un verso d’animale, un canto tribale, un assolo, un coro di voci che sgorgano dall’animo.
E ogni essere è un colore, un respiro essenziale, una forma, una composizione di elementi palpitanti, un inno all’armonia del creato. In una visione egualitaria ed equanime dell’unità vitale ove mare, fiumi, piante, animali e uomo hanno pari dignità.

Ogni parola un essere è una raccolta di componimenti che potrebbe essere un’esperienza indimenticabile e formativa per un lettore giovanissimo. Ogni poesia reca emozioni, è abbinata a un nome in portoghese e/o in tupi-guaranì, a una fotografia. Veniamo così a contatto, con e in tutti i sensi, con la varietà ecologica e la ricca biodiversità dell’Amazzonia, con le sue creature sorprendenti e talvolta inimmaginabili:

Tatù-bola (palla, armadillo brasiliano dalle tre fasce)
Divertente guerriero
corazzato e prudente
quotidiana fatica
di grande scavatore
uno scrigno, il suo corpo
nelle notti di luna
s’infila nella terra…

Creature leggerissime:

Beija-flor (che bacia i fiori, colibrì)
Colibrì in aria sospeso
ritmo forte, emotivo
per capire meglio i fiori
assaporate il nettare, bevete!

Creature soavi:

Boto (delfino rosa)
Nei lunghi mesi di pioggia quelle voci
sibilanti tra spume: i delfini
nascono dalle acque profonde.
Corpo vermiglio-rosato corre, vola
la pelle, frutto tenero e liscio…

Creature regali:

Onça-pintada (Vera belva, giaguaro)
È lei, la dea Giaguaro.
Come la foresta
antica è la sua vita
il suo respiro è il vento
porta nuvole e odori
sono gialli i suoi occhi
rotondi come il sole e la luna
sono fuochi notturni…

Giudizio finale: variopinto, sbalorditivo, rigoglioso. Ti innamori dell’Amazzonia.

Bruno Elpis

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    01 Luglio, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Quel concetto meravigliosamente spietato

Quel concetto meravigliosamente spietato

22/8/1974, è il giorno di un incontro inquietante per l’adolescente Gwendy (“Come fanno i pedofili più furbi, presume lei. Entra nella mia tana, disse il ragno alla mosca”) con un misterioso signore dal cappello nero (“Qualcuno si è burlato di te per il tuo peso, il tuo fisico o entrambi…”), che ben conosce il problema principale della ragazza (“Un compagno di scuola, Frankie Stone, ha cominciato a chiamarmi Goodyear. Come il… dirigibile”).

Il regalo è una scatola (“I piccoli bottoni sopra, sei in gruppi di due e uno alle estremità. Otto in totale”), che sembra magica (“Tutto quello che esce da qui è tuo, i cioccolatini e le monete, perché la scatola ti appartiene”) e per questo va custodita in gran segreto (“I segreti rappresentano un problema, forse il maggiore di tutti. Sono un peso per la mente e occupano spazio nel mondo reale”).

La fiaba scorre tra la tentazione horror, la vocazione etica (“E se lei avesse un bottone… magico e schiacciandolo potesse ammazzare qualcuno o farlo scomparire, oppure far saltare in aria un posto… quale persona e quale posto sceglierebbe?”) e la metafora politica (“Nixon ne ha uno, come anche Breznev e alcuni altri”). E con un dilemma sullo sfondo: riuscirà Gwendy a utilizzare in modo corretto lo straordinario potere che le è stato affidato?

Giudizio finale: moralistico, buonista e scaltro.

Bruno Elpis

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Romanzi
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    25 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Realizzavamo un’utopia

Divorare il cielo di Paolo Giordano è la storia di Teresa, che si lascia coinvolgere da un gruppo di ragazzi e da uno stile di vita – quello della comunità insediata nella masseria pugliese che confina con la villa della nonna paterna (“Mio padre, lui sì. Perché noi due eravamo ammalati di Speziale nello stesso luogo”) – e, attratta da un miraggio giovanile e da un amore intenso, rinuncia alla vita torinese per inseguire il proprio sogno esistenziale.

Quando la nonna le lascia in eredità la villa, Teresa non esita a venderla e a destinare la somma che ne ricava per l’acquisto della masseria, ove nel frattempo sei ragazzi tentano di realizzare l’utopia di una vita comune ed essenziale (“Raccoglievamo le olive… Realizzavamo un’utopia. Ma non lo dissi”), per rifuggire le contaminazioni e le adulterazioni imposte dalla società dei consumi.

Il romanzo è molto complesso, le vite dei protagonisti si sviluppano tra i disagi, le tensioni, le proteste, le ispirazioni religiose, culturali (“La verità è morta… è una lettera dell’alfabeto, una parola, un materiale che io posso utilizzare”, Stirner) ed ecologiste. I tre amici-fratelli Bern, Nicola e Tommaso transitano dai riti adolescenziali (“Poi Bern decise che dovevamo salire sulla torre”) di un’identità consumata anche sul piano erotico alle contrapposizioni ideologiche che si esprimono in scelte di vita divergenti e antitetiche, all’ombra del ricordo del drammatico suicidio di Violalibera, una ragazza condivisa nelle prime esperienze sessuali dai tre ragazzi.
L’amore tra Teresa (“La moglie di Bernardo Corianò”) e Bern viene messo a dura prova dal desiderio di genitorialità irrealizzata, ma troverà una propria forma, assai sofferta, di realizzazione e di idealizzazione.

Giudizio finale: comunardo, biblico, ecologista, intellettuale.

Bruno Elpis

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    25 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

La concentrazione di uno scoiattolo

Ennesima avventura della premiata ditta Hap e Leonard (“L’agenzia di investigazioni Brett Sawyer, dove lavoravo con la mia ragazza, Brett, e col mio migliore amico, Leonard”), qui ingaggiati da Louise Elton, una donna di colore che chiede giustizia per la morte del figlio Jamar, forse ucciso per difendere la sorella Charm.

Teatro della vicenda sono “le case popolari di Camp Rapture”, East Texas, un contesto squallido (“Le case popolari sembravano un luogo dove i sogni si suicidavano e la speranza la prendeva nel culo”) ove si aggirano i Bastardi in salsa rossa di Joe R. Lansdale, adolescenti inquieti e reietti come Reba, presto soprannominata “il vampiro di quattrocento anni” (“Conosci una ragazzina nera con la personalità di un mocassino d’acqua?”) dai due investigatori. Una periferia ove la stessa polizia recita un ruolo ambiguo (“Cosa c’era di così importante da spingere dei poliziotti incazzati a punire Charm, prendere la memory card con le foto e ammazzare suo fratello?”), antiistituzionale (“Il dipartimento di polizia di Camp Rapture vi vuole morti entrambi”) e illecito, come le pratiche che si svolgono nella vecchia segheria (“Eri alla segheria per scattare le foto?”).

Per ricostruire la vicenda Hap e Leonard partono da un delatore (“Timpson Weed, detto scopagalline”), un personaggio poco affidabile e grezzo (“Una volta mi ha portato a casa le piattole. Praticamente, per liberartene, ti devi dare fuoco”).

Giudizio finale: ironico (“Avevo la concentrazione di uno scoiattolo”), basico e rudimentale (“Quei pensieri giravano e rigiravano nella mia testa come un topo in un forno caldo”), sanguigno.

Bruno Elpis

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Avventura
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    18 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Non mi piacciono le frontiere

L’ultima patria di Matteo Righetto è il Nord Est montano che - corre l’anno 1898 - si sta spopolando per il flusso migratorio inarrestabile di gente in cerca di fortuna nelle Americhe (“Lo sai che non mi piacciono le frontiere. Mi piacciono gli orizzonti”).

Jole, Antonia e Sergio De Boer vivono con i genitori in un alpeggio (“E dove sarebbe questo posto chiamato Nevada?... Tra la val Brenta e l’altopiano di Asiago”) tra “luoghi di contrabbando e contrabbandieri”.

Antonia decide di seguire la propria vocazione religiosa, mentre Jole sta ancora cercando di assegnare un futuro al suo temperamento volitivo e tenace. Ma su di lei si abbatte la tragedia familiare della perdita dei genitori, che vengono massacrati durante la temporanea assenza dei figli (“Aveva disobbedito a suo padre e ora si ritrovava così…”).

Jole con il fedele cavallo haflinger Sansone decide di farsi giustizia e insegue sui monti i due predoni (“E Cimanegra dov’è?”) che hanno razziato il tesoretto di casa De Boer.
La solitudine coraggiosa di Jole si staglia sullo sfondo di una montagna amica e allusiva (“I lontani ululati di quelle bestie che avevano provato ad aggredirla, i più vicini versi del tasso e della martora, e poi i richiami minacciosi del barbagianni, dell’assiuolo e della civetta nana. A un tratto avvertì chiaro il verso oscuro, misterioso e profetico del gufo reale e… le parve un suono davvero sinistro”), con la colonna sonora della natura (“Il canto di decine di uccelli che proveniva dal bosco: tordi, pettirossi, capinere, fringuelli. Li ascoltò e ne seguì le melodie intrecciate, come se fossero una lode del mattino. Un inno al cielo”).

Giudizio finale: montanaro, avventuroso, western.

Bruno Elpis

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Avventura
 
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    18 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Ero dipendente dalla neve polverosa

L’ultima discesa di Eric Lemarque è disegnata nella copertina di questo libro (“Quella montagna della Sierra Nevada… 3.400 metri… Conoscevo il Mammoth come il palmo delle mie mani”) che narra la storia di una doppia dipendenza.
Dalla droga: “La mia dipendenza dalla polvere… la mia polvere era metanfetamina, lo speed, una delle droghe più pericolose e devastanti”.
Dalla neve: “Io ero dipendente dalla neve polverosa.. I suoi cristalli sono minuscoli, asciutti e più leggeri dell’aria”.

La prima dipendenza è di gran lunga la più pericolosa (“Ero diventato una marionetta nelle mani della mia dipendenza”) e distruttiva (“Ed ero sempre più solo, perché avevo completamente dimenticato come ci si relaziona con le persone”).

La seconda dipendenza, più naturale, porta il protagonista verso gli sport invernali: lo snowboard (“Quando succede e non opponi resistenza, è facile mollare il timone e farti trasportare. Allora diventi parte della natura che ti circonda e la natura diventa parte di te”), l’hockey.

Il virtuosismo sportivo (“Ero in grado di fare qualsiasi cosa con lo snowboard, scender in andatura forward o fakie, in frontside o backside indipendentemente dal piede d’appoggio, affrontare ogni tipodi discesa, eseguire salti, rotazioni e praticamente tutti i trick che facevano i professionisti… facevo snowboard per il puro piacere di farlo, usando la tavola, i rail e i salti disseminati sulle piste come mio personale playground”) tuttavia tende una trappola (“La mia intenzione era quella di surfare su una cornice, una specie di onda di neve ghiacciata che si forma lungo il bordo di una cresta, una piattaforma di lancio ideale per un salto favoloso”) alla mente offuscata dalla droga (“Probabilmente fu l’azione combinata dell’ipotermia, della disidratazione, della fame, dello sfinimento totale e anche dell’astinenza dalla droga”).

Smarrirsi sulla montagna (“Con quei pupazzi lasciavo delle tracce di me e del mio passaggio, come Pollicino”) è un’esperienza terrificante. Ma è anche la premessa per la redenzione…

Giudizio finale: jemale, mistico, redentore

Bruno Elpis

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