Opinione scritta da EvaBlu
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Un Benni...meno Benni!
Avete voglia di trascorrere un’oretta in compagnia di un buon libro, qualcosa di non eccessivamente impegnativo ma in grado di farvi sorridere e riflettere al contempo?
Allora leggete “Le Beatrici”.
Apprestatevi a gustarlo e a centellinarlo pagina per pagina, monologo per monologo, intermezzo per intermezzo, ma senza l’ambizione o la pretesa di riconoscere il Benni a cui tutti siamo abituati. Potrete così tifare per Beatrice che “sberleffa” il suo Dante, perché anche i più grandi miti possiedono un lato umano in grado di renderli più vicini ed autentici. Rimarrete annichiliti di fronte alla crudeltà dell’adolescente tutta griffe e preconcetti. Riconoscerete come figura del nostro tempo l’”industrialessa” che rimescola in un pentolone la sua disonestà ed i disumani successi imprenditoriali. Riderete di gusto insieme a Suor Filomena, la suora “ossessa controllata a vista dalla badessa” che racconta della sua vita imposta in convento. E ancora, volerete con ali neri e fantasiose insieme a quei vecchi e a quei bambini lasciati troppo soli davanti alla televisione e proverete compassione per Madame Lycantrophe, che ha trovato un compromesso con la sua natura lupina e non uccide più, perché sono gli altri, la società ad uccidere.
Il tutto condito da intermezzi poetici di tutto rispetto che seguono lo stesso filo del riso-amaro e dello sguardo ironico ed attento al nostro vivere attuale.
È vero, non è il Benni di sempre. Non ha la stessa verve, la stessa capacità di costruire il reale sul pungente inverosimile di cui è stato un vero maestro. Lo stile e la traccia di sé sono appena accennati…ma forse non è un caso che abbia concluso questa breve raccolta con le parole di De Andrè:
“Io non voglio che mi ricordiate
Nel trionfo, ma nella mia sera
Nelle cose che dissi tremando
In ciò che suonai con paura
Povere genti che ai menestrelli credete
Dimenticarvi di me non potrete…”
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Il Kimono Rosso?
Pur essendo amante dei romanzi storici, non mi ero mai avventurata prima in un romanzo che riprendesse le magnifiche atmosfere del Giappone, specie di quel Giappone che subito dopo la prima metà del 1800 venne fortemente scosso dalle cruente lotte interne tra nord e sud. Avevo dunque felicemente acquistato "Il kimono rosso" riponendovi parecchie aspettative di apprendimento e pregustando, da lettrice, la magia di un mondo così affascinante e delle avventure decantate nella trama.
Niente di più deludente.
Dopo le prime cinquanta pagine mi sono detta che era “lento”. Superato il traguardo delle trecento, ho concordato con me stessa che oltre ad essere lento era pure noioso e terribilmente prevedibile. Sì, perché ben dopo il giro di boa di quella che presumibilmente doveva essere la storia, stavamo pressappoco al punto di inizio. Hana, moglie costretta al comandante Yamagochi, cinico e spietato samurai conservatore, fuggita da un gruppo di soldati del sud e finita casualmente a Yoshiwara, il quartiere delle cortigiane, studia letargicamente la situazione ed il mondo che la circonda e finisce per rassegnarsi in maniera del tutto naturale al suo destino di stella portatrice di piacere. Yozo, giovane ed orgoglioso soldato del nord, se ne sta invece rintanato con i fieri compagni sull’isola di Ezo, in attesa di sferrare l’attacco al nemico, la milizia del nord che si è impossessata del paese ed ha spodestato lo shogun. Ovviamente, uno dei comandanti delle operazioni militari non può che essere Yamagochi, così come è ovvio che tra i due ometti non corra buon sangue, tant’è che un paio di volte provano a darsele di sciabola e spada senza colpo ferir.
Le vicende finiscono per sciogliersi nell’ultima tratto di libro, velocemente e senza profondità alcuna. Ne scaturisce un quadro incolore di personaggi privi di carattere, un’accozzaglia di eventi scontati ed una serie di atmosfere blande ed appena accennate che a stento sono in grado di ritrarre le autentiche atmosfere giapponesi del secolo in questione.
L’unico merito che va all’autrice è forse quello di essersi attenuta il più possibile alla realtà storica dei fatti (lo si apprende da un’accurata appendice alla fine della storia), peccato che nell’intento di seguire il vero e di non tradire l’appendice, la stessa si sia quasi completamente dimenticata degli intrecci narrativi e del fatto che stesse scrivendo un romanzo.
Un ultimo appunto: chissà perché, nella traduzione dall’inglese all’italiano, il titolo è stato modificato da “The Courtesan and the Samurai” a “Il Kimono rosso”. Non si è accorto nessuno che il kimono in questione compariva sì e no all’inizio della storia, per poi sparire definitivamente senza alcun pentimento e senza possibilità d’essere nuovamente menzionato per importanza o per una qualsiasi attribuzione di significato? Non ha forse un romanzo il diritto d’avere un “nome” appropriato al suo contenuto in modo da non ingannare il lettore?
I misteri delle allodole editoriali. Di rosso rimane il tarlo… d’aver comprato a prezzo pieno.
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Some of these days/Yuoll’ll miss me honey
Bisogna munirsi di molta pazienza e di non poca determinazione per arrivare alla fine de La nausea senza farsi venire… la nausea. Se poi si è in un periodo particolarmente difficile, di depressione o, per così dire, di crisi esistenziale, meglio lasciare perdere sin dall’inizio. A meno che non si accetti un testo, tutt’altro di facile comprensione, come messaggio catartico in grado di portare oltre “la vacuità dell’esistere” grazie ad un’approfondita panoramica “dell’inferno del quotidiano”. Quasi come mostrare ad un fumatore accanito gli effetti della sigaretta: lo vedi a cosa porta il tabacco? Ebbene, tu cerca di esserne consapevole, di accettarlo e dopo di che, smetti prima che puoi.
Ma andiamo per gradi.
Se ci si vuole imbarcare nel pensiero sottile (e di sicuro contorto) del Sartre de La Nausea, può essere d’aiuto sapere che lo stile è discretamente semplice ed il linguaggio per nulla complesso.
L’opera era stata originariamente intitolata Melancholia, termine che a sua volta trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (nero), e cholé (bile), quindi bile nera, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca e romana, il carattere e gli stati d'animo delle persone. Di per sé quindi ciascuno dei quattro umori non costituisce una malattia ma un loro squilibrio può però esserne la causa fino a degenerare nella morte. Altro indizio per comprendere i temi trattati dall’autore che ha comunque il merito d’essere riuscito a preconizzare disturbi di cui la società odierna pullula e che uniscono la sfera psichica a quella esplicitamente somatica.
In seguito, nell’ultima edizione del 1938, il testo assume il titolo definitivo ed attuale; si presume perché più appropriato, e verrebbe da farci una battutina ma è meglio proseguire spediti.
Eccolo qui il nostro protagonista: Antoine Roquetin, un intellettuale che, per completare le sue ricerche storico biografiche sul libertino Marchese di Rollebon, si trasferisce a Bouville dove sperimenterà per la prima volta la Nausea, riportando tutto minuziosamente in una sorta di diario.
Ciò che salta agli occhi è l’odio di Antoine nei confronti dell’ambiente convenzionale ed ermeticamente chiuso della piccola borghesia di provincia, “questi imbecilli” che escono con aria sicura dagli uffici,“dopo la giornata di lavoro, e guardano le case e le piazze con aria soddisfatta, pensano che é la loro città, una bella città borghese e non hanno paura, si sentono a casa propria…”. (Non se ne voglia chi uscendo ogni giorno dall’ufficio fa la stessa identica cosa! Oppure se la prenda con Sartre e faccia un approfondimento sul concetto borghese dell’epoca.)
Da questo senso di assoluta estraneità e di profonda solitidine, scaturisce uno strano e vacuo sentore del mondo circostante, oggetti inclusi. E Antoine scrive: “M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne. È sorta in me come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza. Si è insinuata subdolamente, a poco a poco (…). Una volta installata non s’è più mossa. (Ed) ecco che ora si espande”. È la Nausea, nient’ altro che lo stato fisico ed il sentimento derivante dalla scoperta dell'essenziale assurdità e contingenza della realtà.
Il mondo non ha un senso, così come non ha un senso l'esistenza, e questo provoca la nausea, un disgusto di tutto: oltre che degli uomini, buffi manichini inautentici, anche delle cose che sono gratuite e ingiustificabili.
Insomma, è inutile perdersi e vagare per le strade, analizzare ogni singolo oggetto, sfogarsi sessualmente con la proprietaria della locanda, osservare i movimenti ed ascoltare i discorsi altrui: il mondo straripa di nullità e tale nullità è insita nelle cose stesse e non nel sentire dell’uomo. Per fare un esercizio alla Roquetin, basterebbe ad esempio stringere in mano un bicchiere ed accorgersi che quel bicchiere abita semplicemente la mano, non ha un suo reale senso o una necessità d’esistere, non possiede di natura tutta l’importanza che le persone gli attribuiscono, non crea un collegamento tra il segno ed il significato.
A questo punto della storia, molti abbandonano (e sono perdonati!). Altri (io almeno ci ho provato) si aggrappano alla speranza che la salvezza risieda in Anny, l’amata del protagonista dedita ai “momenti perfetti”, ovvero alla costruzione di quegli istanti che danno un senso alla vita.
I due si incontrano dopo ben quattro anni di assenza in una camera d’albergo, ma vana è la fiducia che Antoine ed il lettore riponevano nella donna per la “guarigione” dalla “malattia”. Sfortunatamente, in quanto Dio li fa e poi li accoppia, pure Anny ha infine scoperto la vacuità e la Nausea, non c’è più nulla da dire né da prendere.
E allora?
Allora, il vero segreto sta forse in quella canzone che Antoine ascolta ancora una volta in una delle sue ultime serate a Bouvelle, una canzone che lo fa “soffrire a tempo” (finalmente!), una canzone che gli si rivela come la salvezza di colei che la canta.
Ecco la via d’uscita, dunque: vivere la vita, piuttosto che raccontarsela, senza sperperarla in vani ricordi e ponendosi un progetto che può essere una canzone o qualsiasi altro fine.
Abbiamo sudato sette camicie ma alla fine ce l’abbiamo fatta: il messaggio che lasci, Roquetin, non è per nulla nauseante. E la lettura, nel complesso, è un vero concentrato di spunti per interessanti riflessioni ed una vasta gamma di approfondimenti che mai nessuna recensione o commento potranno in qualche modo sostituire.
Io fondo, non diceva così la canzone?
“… Some of these days
Yuoll’ll miss me honey…”
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Intenso ma...
“- Vuoi un po’ di vino?
Lei muove appena il mento, un gesto vago, infastidito. Assente.”
È così che prende il via la cena di Delia e Gaetano, con quel gesto vago e di fastidio; con quell’assenza dal tavolo in cui li hanno strizzati, in mezzo al bordello, e da quell’amore che li ha già consumati, vissuti.
Una cena lunga il tempo di un amore andato, un amore che è stato intenso e quotidiano e che si racconta tra le ordinazioni alla cameriera dalle carni fresche e disinvolte, svolazzanti e nitide a dispetto della pesentazza e dell’intensità dei ricordi silenziosi della coppia, che si susseguono e che emozionano così come solo sa emozionare quel sentire forte dell’anima senza quasi la mediazione di un narratore.
Spogliati da ogni tentativo di giustificarsi ancora, nudi come solo nudi si può essere quando il dolore ha scorticato fino all’ultimo velo di apparenza e vana illusione, Delia e Gaetano si lanciano taciti e intensi flash back interiori della loro vita insieme, della passione che li ha accesi, della speranza di raggiungere un futuro da condividere che non arriverà, del desiderio imperante di essere oltre le convenzioni eppure migliori, del trasporto indicibile e insieme della difficoltà di essere genitori.
Errori e paure, sogni e disullusione, quotidianità e idealizzazione del vero: tutto giunge al lettore senza l’ausilio di una vera e propria trama ma grazie alla forza ed alla veemenza di uno stile introspettivo sensibile e profondo.
E forse quello che manca alla narrazione non è propriamente una trama quanto piuttosto il congiungimento dei ponti che la scrittrice costruisce di pagina in pagina ma che non trovano sbocchi, smorzati, oserei dire, dall’attribuzione di un significato un po’ troppo “scontato” al ruolo incarnato dalla figura dei vecchi del tavolo accanto, leggiadri e apparentemente in pace con loro stessi e con l’amore che li unisce, quasi si trattasse di una chiave di lettura non del tutto riuscita che lascia un senso di vuoto, come di sospeso nell’interpretazione della storia stessa.
Come si è già detto, un libro da leggere e da assoparare unicamente per le forti emozioni e per la danza di sentimenti controstanti in grado di suscitare in ognuno. Chi cerca la Mazzantini di “Venuto al Mondo”, con la sua trama complessa e ben intrecciata e la miriade di temi affrontati, ne rimarrà purtroppo deluso.
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Anche per me: Breve ma Intenso!
Ancora alla scoperta di Ammaniti, che per quanto mi riguarda ho scovato piuttosto di recente, esplorandone la bibliografia in senso cronologico inverso e riservandomi come tassello finale quest’ultima uscita.
Ho letto diversi pareri contrastanti riguardo “Io e Te” , e sento fermamente di volermi schierare con chi ha definito questo piccolo romanzo “breve ma intenso”.
Breve, è vero, talmente breve che lo si legge in poco meno di un viaggetto Roma-Napoli in Intercity. Ma intenso, così intenso da escludere la possibilità di confonderlo ed amalgamarlo in un’ipotetica eventuale antologia di racconti ammanitiani, così come ha suggerito qualcuno.
Intenso, perché il piccolo ed insicuro Lorenzo diventa grande in quel frangente di vacanza inverosimile che poi tanto inverosimile non è, se si pensa che la cantina-rifugio dove si nasconde per una settimana potrebbe richiamare in qualche modo il posto più segreto che esiste dentro ognuno e dove ci si rifugia dalle proprie paure e dalle inadeguatezze più forti.
Intenso, perché quando Lorenzo trova finalmente il coraggio di stringere tra le braccia Olivia, con tutte le sue fragilità e le sue sofferenze, ha anche trovato il coraggio di stringere la sua vita, quella vita che tanto lo ha impaurito e che lo attende fuori.
Intenso, perché anche non trascendendo nelle sue consuete e ricche descrizioni e nella spiccata ironia, Ammaniti riesce comunque a regale un microcosmo di emozioni contrastanti e fortissime e a delineare i tratti di ciascun personaggio (da centellinare prorpio per la brevità delle apparizioni!).
Un’ultima considerazione voglio spenderla in riferimento alla scrittura lievemente “neoavanguardista” a cui spesso lo scrittore attinge; scrittura che, ad un occhio poco avvezzo o giustamente desideroso del “corretto scrivere”, può magari apparire a tratti sintatticamente poco corretta. Presumo che ciò sia voluto, che non siamo nel caso estremo di una Rossana Campo ma che anche il nostro Ammaniti si voglia fare portavoce dei contenuti inconsci dei suoi personaggi, e che per farlo è pronto a ricorrere, ad esempio, anche a delle stoccature verbali che non sono propriamente il massimo della correttezza.
“Da quel giorno ho continuato a cercare di capire perché le avevo detto quella bugia.”
Le avessi, Lorenzo, le avessi!... Verrebbe da apostrofare leggendo il nostro protagonista. Ma con quale coraggio si può riprendere un ragazzino che, con un fremito di passione e di tenerezza, ha deciso di aprirsi alla sorella e al mondo confidando dubbi e paure? Se Lorenzo non parlasse o pensasse come un adolescente, allora non sarebbe più il Lorenzo che sinceramente mi ha quasi portato alle lacrime. E come lui, tutti gli altri personaggi di tutti i romanzi dello scrittore non sarebbero più gli stessi personaggi.
Che dire? Niccolo, io ti amo! Prendimi e portami via ancora e ancora con le tue storie!
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Inseguendo il grande amore...
...ed una traduzione migliore!
Perché bisogna dirlo, di Grande Amore si tratta. Ma se la Newton avesse riservato al romanzo una traduzione dall’inglese un po’ meno disastrosa o per lo meno italianamente corretta, di sicuro sarebbe andata molto meglio.
Al cospetto di un Amore millenario, tuttavia, possiamo anche chiudere gli occhi e lasciarci trasportare.
“Ogni volta comincia più o meno nello stesso modo. La mia mente è una macchina indistinta di tenebre infantili e dopo, prima o poi, vedo il suo volto (…). So cosa sta per succedere, e penso: Ecco ci risiamo. Ogni vita la inizio con lei, il mio peccato originale. E tramite lei imparo a conoscermi”.
Lei è Lucy, una ragazza come tante, che confida in un’esistenza altrettanto comune e serena. Lui è Daniel e possiede la Memoria, ovvero è in grado di ricordare di quando Lucy è stata una ragazza africana, e poi, lungo i secoli, Sophia, e ancora una bambina incontrata per caso, e Costance nell’Inghilterra del 1918: nient’ altro che il suo Amore, l’unico grande Amore e l’unica ragione che lo spinge a protrarsi per più e più esistenze e a reggerne il peso del ricordo.
L’autrice si serve per altro della voce sofferente ed intensa del protagonista non solo per consentire un altalenante e magico viaggio nel tempo attraverso la narrazione degli eventi, ma anche per offrire al lettore delle nozioni e degli spunti riflessivi su quanto inverosimilmente il protagonista stesso afferma. È Daniel a rimanere perplesso di fronte all’incredulità di chi stringe il libro tra le mani ed “ascolta” il suo racconto: [Non mi credete, dunque? – sembra voler dire tra le righe - ebbene], “l’anima si rivela in maniera estremamente potente sui nostri volti e sui nostri corpi (…). Piccoli e grandi dubbi, compromessi e delusioni risiedono intorno agli occhi. Le speranze si nascondono intorno alla bocca, così come le amarezze e la tenacia. Il senso dell’umorismo si individua intorno alle sopracciglia, e così anche i sogni (…). Queste sono le qualità accumulate dall’anima, e si manifestano di vita in vita”.
Ma a Lucy e a Daniel basta un istante per riconoscersi, un attimo fugace affinché il passato li riavvolga in spirali di appartenenza e riaccenda in loro il bisogno infinito e secolare di stare l’uno accanto all’altra.
Riuscirà Lucy ad ascoltare la sua anima e a comprendere il grido di Amore immenso che non può più soffocare? E potrà Daniel sconfiggere il destino malevolo che da sempre prova a dividerli?
Mentre i nostri eroi lo scoprono, a noi la possibilità di sognare che un Daniel (o una Lucy) sia da qualche parte alla nostra ricerca o, perché no, ci abbia di già trovato. In fondo, un romanzo può anche non presentare grosse pretese ma se è una favola che può far sognare allora ha già toccato il cuore.
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Ti prendo e ti porto via... da una brutta fine!
Affermare che Ammaniti non sia un bravo scrittore sarebbe come uscirsene con un’imprecazione nel bel mezzo di una funzione religiosa. Perché Ammaniti È lo Scrittore, probabilmente uno dei più capaci e sorprendenti di tutto il panorama letterario italiano dei nostri giorni.
Ammaniti è un mago della scrittura, capace di inchiodare il lettore alle sue pagine di ordinaria avventura e di far aprire cuori a menti all’irrealtà reale di quello che è l’animo umano. I suoi personaggi rappresentano un guazzabuglio di emozioni forti e di spaccati di veridicità. Le sue trame sono costruite con meticolosa scioltezza ed una tale certosina precisione, da far apparire gli eventi un incastro del tutto casuale e piacevolmente voluto da un potere superiore persino alla sua volontà di scrittore. La sua capacità descrittiva supera l’efficacia di una pellicola cinematografica e proietta a colori lo scenario delle sue narrazioni, rendendo il racconto più che mai reale.
Leggere un romanzo di Ammaniti significa in poche parole consacrarsi, dalla prima all’ultima pagina, ad una sorta di rito introspettivo attraverso cui c’è la possibilità di venir fuori maggiormente consapevoli di sé e del mondo.
Tuttavia… le conclusioni! I fanali dei romanzi! Perché lasciare sempre quell’amaro in bocca? Perché non salvarne almeno uno dei personaggi? Alzi la mano chi, in Ti prendo e ti porto via, non ha tifato a gran voce per Flora e Graziano dopo aver gioito con loro. Scagli la prima pietra chi non ha creduto fermamente alla promessa fatta a Pietro riguardo la sua promozione a scuola. Giuri ognuno sul proprio libro preferito, che non si è rabbrividito affatto d’innanzi alla scena trash/noir della vasca da bagno della prof.! E insomma, Niccolò: mi manca all'appello ancora qualcuno dei tuoi romanzi… ma fammi chiudere almeno un tuo libro soddisfatta e speranzosa. Come si dice: Felice e Contenta.
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