Opinione scritta da cesare giardini
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Ricatti, miracoli e... pesci piccoli.
Ritornano i personaggi cari a Robecchi, da Carlo Monterosso ideatore di CrazyLove, spettacolo televisivo di punta (per lui la "Grande Fabbrica della Merda"), presentato da "sua maestà incoronata" Flora De Pisis e prodotto da Bianca Ballesi, l'amica di Carlo, alla coppia di agenti di polizia Ghezzi e Carella ed agli investigatori dell'agenzia "Sistemi Integrati" Falcone e Cirrielli, della quale è socio anche Monterosso. Il giallo ci racconta due storie molto diverse. Nella prima, Monterosso ed i suoi due soci sono chiamati ad occuparsi di uno strano furto: negli uffici milanesi della IGO (Italiana Grandi Opere) hanno rubato un pacco contenente una chiavetta USB e documenti riguardanti un grosso affare, la costruzione di una diga in Ghana. Un affare miliardario, in collaborazione con i cinesi, una brutta storia, poiché si scopriranno foto compromettenti di alcuni funzionari (droga e minorenni), una storia di ricattati e ricattatori, che coinvolgerà dirigenti della IGO, un sospetto ufficio di sorveglianza ed una intraprendente donna delle pulizie separata dal marito tipografo, Teresa, che pian piano, diventerà una delle figure principali del racconto. Nella seconda storia, parallela alla prima, l'ambientazione cambia completamente: in un paesino della campagna pavese, un prete spretato e la sua compagna, una ex pornostar, esibiscono un crocefisso che ogni tanto risplende, un'occasione unica per predicare miracoli, raccogliere fedeli e donazioni. E' anche un'occasione d'oro per Flora che trasporta nel suo spettacolo televisivo pazienti miracolosamente guariti e medici compiacenti. La stessa presentatrice in ginocchio invoca estatica il Signore, ma i carabinieri indagano, si scopre il trucco, l'ex prete scompare con il malloppo. Altra occasione imperdibile per la De Pisis e altra serata memorabile in TV: da estatica e adorante, la conduttrice si trasforma in fustigatrice di falsi profeti e di creduloni raggirati.
E i pesci piccoli? Li lasciamo ai due disincantati poliziotti, Ghezzi e Carella. Il capo, Gregori, li ha incaricati di occuparsi di vecchie denunce, roba da poco, da pesci piccoli appunto: uno svuotacantine che approfitta dell'incarico per appropriarsi della merce, un incidente d'auto provocato da pastiglie dei freni fasulle, una badante che tiranneggia la vecchietta affidatale, un tipografo che gioca sporco stampando falsi moduli amministrativi e che, per di più, non passa gli alimenti a Teresa, l'ex moglie... Insomma, un campionario di poveri cristi contro cui si accanisce la giustizia, trascurando magari pesci molto più grossi, delinquenti veri che se la ridono e se la spassano impuniti.
Questa è la Milano vera, il suo tessuto sociale, inquinato da malfattori da quattro soldi e da tutto un mondo che corre veloce, all'insegna dell'apparenza e della superficialità, un mondo senza un nesso logico e senza pause di riflessione. Emerge da questo caos Teresa, la donna delle pulizie di umili origini, una quarantenne semplice che accetta il suo lavoro a ore negli uffici senza mugugni, pur sognando un avvenire migliore: avrà modo di incontrare Monterosso, scoccherà una scintilla, imprevedibile, che cambierà la vita dei due. Un ricco autore televisivo ed una povera popolana: due rappresentanti di ceti sociali lontanissimi che si scontrano e s'innamorano. Questa è la vera novità che mette in scena Robecchi: Teresa è una ventata d'aria nuova, limpida che scompiglierà la vita di Carlo, all'insegna dell' amor vincit omnia, senza preclusioni o pregiudizi. E, sembra aggiungere lo scrittore, sarebbe ora che la finissimo ipocritamente di meravigliarci.
Lo stile di Robecchi è come sempre arguto, ironico, coinvolgente. Sembra un colloquio con un vecchio amico, che scava con mano leggera e sapiente nella personalità di personaggi veri e credibili: sullo sfondo una città con tanti problemi irrisolti e due mondi contrapposti e ben delineati nella trama del racconto, i quartieri privilegiati della ricca borghesia e tutto un sottobosco di poveracci che tirano a campare, tra illusioni e fallimenti.
Un ottimo giallo con un forte impatto sociale, che ancora una volta non fa che confermare la famosa affermazione del Manzoni nei Promessi Sposi, riportata anche da Robecci nell'esergo del romanzo :"I poveri, ci vuol poco a farli comparire birboni".
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Un grosso pericolo incombe.
Ritorna Kay Scarpetta, l'anatomopatologa forense della Virginia di origini italiane, personaggio che Patricia Cornwell ci ha fatto conoscere attraverso i suoi romanzi. Questa volta è alle prese con una brutale azione criminosa: due campeggiatori sono rinvenuti barbaramente uccisi in una zona desolata, ai limiti di una fitta boscaglia, ricca di vecchie miniere abbandonate da anni. Non mancano grossi animali selvatici e rifiuti tossici di ogni genere. Arrivano Kay ed il fido Marino, polizia, investigatori: vengono recuperati i due cadaveri maciullati, impalati grottescamente con bastoni da trekking, uno nel mezzo di un laghetto, l'altro sul fondo di una miniera. I due risultano implicati in riciclaggio di denaro sporco e attività terroristica, eliminati nel timore di un imminente arresto: si saprà poi che facevano il doppio gioco, con i servizi segreti russi e cinesi, e che dipendevano da una pericolosa organizzazione chiamata "The Republic", il cui scopo sembra essere quello di abbattere e sovvertire l'ordine costituito, assalendo Campidoglio, Senato e Congresso, sovvenzionata dal Cremlino e dai servizi segreti cinesi. Il pericolo è grosso, Kay, Marino e soci sono all'erta, anche perché riappare come un incombente fantasma un vecchio nemico di Kay, quella Carrie Grethen data per morta in precedenti gialli ma, sembra, ancora vivente al servizio del nemico e pronta a vendicarsi. Altri delitti si aggiungono: un dentista che aveva in cura i due assassinati, altri due anziani in una fattoria destinata a ricovero per animali, serpenti compresi, per non citare la stessa Kay che, tornando a casa a bordo della sua auto in una notte tempestosa, viene assalita da uno sciame di minidroni che la fanno uscire di strada in un pauroso incidente. Insomma, c'è un clima di terrore che incombe e che costringe Kay e colleghi a stare sempre all'erta. Terrore che si materializza nel finale, un colpo di scena nel quale Kay rischia la vita.
Il giallo non è di facile lettura. La Cornwell abbonda in termini scientifici ed in incomprensibili acronimi, numerosi i riferimenti tecnologici ed informatici in particolare: siamo già nel futuro, quando fa agire personaggi mostruosi, rivestiti da esoscheletri e diavolerie simili. Grande spazio naturalmente è concesso alla nipote Lucy dei servizi segreti, al fedelissimo Marino, compagno della bizzarra sorella di Kay, Dorothy, al marito di Kay, Benton, studioso di scienze comportamentali.
Nonostante la molta carne al fuoco, a tratti il giallo si trascina stancamente, soprattutto nella parte centrale: capitoli e capitoli che descrivono le attività lavorative di istituto di Kay, i pettegolezzi, le rivalità, le cose che funzionano e quelle che andrebbero modificate, i particolari su casi precedenti, conclusi o ancora pendenti, certe attrezzature fatiscenti che ancora caratterizzano, anche nei nostri ospedali, i cosiddetti "servizi". Fa eccezione la descrizione lunga e particolareggiata delle autopsie dei due assassinati: per lo scrivente, particolarmente curioso e interessato per aver fatto per quarant'anni lo stesso lavoro di Kay, è doveroso constatare che i procedimenti relativi all'esame dei cadaveri, alla loro dissezione, all'esame dei singoli visceri ed alle modalità di conservazione dei pezzi anatomici si attengono rigidamente a protocolli ben consolidati, senza deviazioni di fantasia, segno che la Cornwell si è ben documentata.
E' un romanzo giallo che guarda al futuro ed a quello che potrebbe accadere con l'ausilio di tecniche informatiche e di nuove armi di distruzione: i pericoli potrebbero essere sempre incombenti, nessuno si sentirebbe più al sicuro.
Lo stile narrativo della Cornwell è il consueto, asciutto, serrato, senza cedimenti: dà spazio ai sentimenti quando cita il suo amatissimo gatto, o quando salva un povero grillo trovato per caso sulla barella dell'obitorio. Gli costruisce una casetta con una scatola, gli offre acqua e briciole di cibo, perché, dice Kay riferendosi al grillo salvato "quando abbiamo l'occasione di prenderci cura di qualcuno o qualcosa, è l'universo che ci mette alla prova per vedere se facciamo la cosa giusta".
Anatomopatologa sì, ma dal cuore d'oro.
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Una rivisitazione del mondo femminile
"Quando qualcosa non vi torna datemi torto, dibattetene, coltivate il dubbio", questo scrive Michela Murgia, nemica di certezze precostituite, di situazioni accomodanti, di comportamenti divenuti abituali per consuetudine. Riflettete, pensate, decidete con la vostra testa: si può essere in disaccordo con il suo pensiero, ma non può essere disconosciuta la sua voglia di guardare lontano, di sognare un futuro migliore.
"Dare la vita" è l'ultimo suo libro, terminato proprio alla fine del suo percorso terreno, un monito ed una speranza. Nella prima parte, la scrittrice introduce il concetto di famiglia "queer", un termine inglese dal significato vario e ambiguo: strano, bizzarro, curioso, eccentrico, ma anche sospetto, di dubbia moralità, omosessuale. Insomma, tutto quello che è in contrasto con la cosiddetta "normalità" accettata e praticata dai, sempre cosiddetti, benpensanti. La Murgia ha un concetto di "famiglia" diverso, una famiglia allargata, non necessariamente legata da vincoli di sangue, una famiglia che guarda soprattutto al benessere ed alla felicità delle persone, una famiglia che presuppone una libera scelta di stare insieme e di organizzare i propri affetti nel modo migliore, senza costrizioni o preconcetti: la "famiglia d'anima", con componenti legati da vincoli di affetto e di amicizia, senza altri intendimenti se non quello di "stare bene insieme", aiutandosi reciprocamente senza secondi fini. Un concetto indubbiamente rivoluzionario, non facilmente accettabile né praticabile: presuppone scelte libere, rifiuto delle omologazioni e soprattutto coraggio. Ci vuole infatti coraggio per rompere deliberatamente schemi consolidati da abitudini inveterate, credenze religiose, paure ataviche.
Michela Murgia si sofferma poi sul concetto di "maternità", differenziandolo da quello di "gravidanza": la maternità è un malinteso di cui lo Stato si serve per "scaricare sulle donne la responsabilità delle culle vuote". Un concetto umiliante per le donne, legato ad un altro concetto a volte aberrante: quello di famiglia, inteso come unione patriarcale, uomo e donna, ma anche inteso come "tengo famiglia", o, peggio ancora, come legame di stampo mafioso.
Nella seconda parte del libro, la Murgia affronta il tema della gravidanza surrogata, o gravidanza per altri (gpa), sottolineando la necessità di tenere sempre ben distinti i concetti di maternità e di gravidanza. La gravidanza surrogata comporta anche problemi economici: chi l'affronta lo fa a volte per necessità di soldi, confidando nelle disponibilità finanziarie di chi se ne serve. Ma capita anche che alla fine della gravidanza, la donna non si consideri più un "contenitore" ma voglia tenere per sé il prodotto del concepimento: un problema che può presentarsi e che evidenzia quanto possano essere variegate le variabili della gravidanza per altri.
Il saggio della Murgia non incontrerà certo il favore di tutti: sono opinioni non da tutti condivise, opinioni che cercano di guardare lontano, per tentare di cambiare una certa mentalità ed il concetto stesso della vita. Ci vuole indubbiamente molto coraggio, il coraggio forse di chi non ha nulla da perdere e vede un certo traguardo avvicinarsi: coraggio per una migliore convivenza, coraggio per una più lucida consapevolezza, coraggio per una maggior serenità nei rapporti umani, coraggio soprattutto per rompere certi rapporti con un passato che la scrittrice giudica autoritario, stantio, abitudinario.
Ricordo quello che scriveva in "Osservazioni e pensieri" G.C. Lichtenberg, un originale scrittore del Settecento : " in coscienza non so dire se la situazione sarà migliore quando cambierà, posso solo dire che deve cambiare se si vuole che diventi migliore".
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Un delitto incompiuto.
Messi da parte il vicequestore Rocco Schiavone e le sue indagini, Antonio Manzini affronta in questo nuovo giallo il tema della legge e del suo rapporto con la giustizia. Perché, come si evince dal racconto, legge e giustizia non sempre vanno d'accordo: la legge ha le sue norme scritte, i suoi articoli ben definiti, mentre la giustizia, che dovrebbe applicare la legge, è gestita dagli uomini, che spesso la stravolgono, la adattano ai propri convincimenti, alle pressioni esterne, a legami più o meno stretti politici e sociali. Tutto questo non va giù ad uno dei protagonisti, il dottor Carlo Cappai, un solitario ex poliziotto, ora relegato, per una menomazione fisica, nell'archivio sotterraneo della questura di Bologna. In gioventù Cappai aveva assistito all'uccisione, in uno scontro tra manifestanti, di una ragazza, Giada, suo primo, indimenticato e unico amore. L'assassino ,Luigi Sesti, figlio di famiglia altolocata, se l'era cavata con un'assoluzione, suscitando in Cappai un sordo rancore ed una meticolosa ricerca, negli anni successivi, di tutto quanto poteva riguardare il Sesti. meditando anno dopo anno di farsi giustizia da sé. Non solo Sesti, anche altre ingiuste assoluzioni turbavano Cappai: quella di un giovane che aveva ucciso soffocandoli i genitori, rei di non dargli abbastanza soldi, ed ancora quella di un trafficante di droga, che aveva fatto fuori la moglie. Assoluzioni che Cappai non riesce a sopportare, perché "non siamo bravi ad osservare, non guardiamo con attenzione, prendiamo sotto gamba dettagli e virgole che invece sono essenziali, fondanti, risolutivi ...". Il nostro si trasforma in giustiziere, ma quando finalmente riesce ad avvicinare il suo bersaglio vero, l'assassino della sua amatissima Giada, ecco il colpo di scena architettato da Manzini, un colpo di scena che lascia interdetti e che condizionerà l'esito finale del giallo.
Altro protagonista è Walter Andretti, l'opposto di Cappai: tanto l'ex poliziotto è scorbutico, solitario, depresso, quanto Andretti, cronista sportivo passato alla cronaca nera di una piccola testata bolognese, è gioviale, socievole, attivo, sempre pronto a curiosare, indagare. Le storie di Cappai e Andretti si intrecciano, quest'ultimo intuisce le manovre di Cappai, indaga su certi delitti, si avvicina suo malgrado alla verità, sa ma non vorrebbe sapere. Tiene un diario meticoloso, sul quale annota tutto, i suoi pezzi giornalistici sono molto apprezzati, anche se la verità sembra sfuggirgli e le cose, come spesso accade, non sono come appaiono.
Manzini ha scritto un bel giallo, pieno di sorprese, teso, sempre sospeso tra verità e dubbi. Magistrale la sua descrizione particolareggiata dell'andamento di un processo: le sedute si trascinano stancamente, gli interventi di avvocati e giudici si perdono in questioni di nessuna importanza, domande poco attinenti, risposte risentite, perdite di tempo, faldoni impolverati che riempiono gli archivi, una giustizia degli uomini che sembra prendersi gioco delle leggi. Questo è il tema fondante di tutto il racconto, questa purtroppo la verità che spinge Cappai, l'incompreso protagonista, a farsi giustizia con le proprie mani.
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Aurora è veramente dispersa?
Il significato del titolo può trarre in inganno, se ne comprenderà il senso leggendo pagina dopo pagina tutta la storia, ricca di colpi di scena, narrata dall'autore con il consueto stile preciso, attento alle sfumature ed abilissimo nell'introspezione psicologica dei personaggi.
Protagonista una donna, Serena, una manager dell'alta finanza, sicura di sé, abituata a vivere ad alti livelli, al successo, alle conquiste sociali: nel suo ambiente è chiamata lo "squalo biondo", definizione azzeccata quanto mai, per una professionista regina in un mondo liquefatto, che seduce ed evapora, onnipotenza e successi effimeri. Non ha spazi per la vita privata, sesso solo per necessità e con rapporti occasionali che non implichino affetti duraturi e impegnativi. Purtroppo le capita di restare incinta durante una vacanza a Bali (un muscoloso surfista? un norvegese affascinante? un gioielliere raffinato?): un incidente di percorso che Serena pensa di liquidare con un'interruzione di gravidanza (ma è troppo tardi) o con l'affido ad altri dopo il parto. Ma un cesareo urgente l'obbligherà ad altre prospettive: si terrà la bimba appena nata, Aurora, tutta riccioli biondi, alla quale darà tutto il necessario per un'infanzia agiata ma non un sincero affetto materno.
Tutto cambierà quando Aurora verrà mandata a sei anni in un esclusivo collegio svizzero, a Vion, una nota località sciistica: un incendio (doloso?) divorerà la palazzina ospitante, tutte le bimbe verranno salvate tranne una, Aurora, dispersa. Inizia qui la parte più intrigante del giallo e, nel contempo, la trasformazione di Serena: nasce in lei un istinto materno mai provato, la disperante assenza della figlia sconvolgerà la sua vita e la porrà di fronte a tanti interrogativi. Partirà per Vion, conoscerà strani personaggi, proverà l'ostilità dell'ambiente, si accorgerà che certi silenzi potrebbero nascondere connivenze, timori, convincendosi lentamente ed a suo rischio e pericolo che Aurora potrebbe essere ancora viva, forse rapita e nascosta da qualche parte. Serena è distrutta, esasperata, corre anche seri pericoli per la sua incolumità: alla fine si arrende e torna a casa. Passano anni, conoscerà Lamberto, un professore, si innamorerà, si ritroverà incinta, nascerà in lei la speranza di una vita diversa, anche perché, licenziata, dovrà trovarsi un nuovo più modesto lavoro: il pensiero di Aurora sarà sempre presente, finché una vecchia foto trovata in una cassetta la indurrà a ripartire per Vion dove l'attendono nuovi drammatici colpi di scena e la soluzione inaspettata della vicenda.
Serena ha compiuto il suo percorso, così ben descritto dall'autore: lo squalo biondo è diventato una donna matura, che troppo ha sofferto e tanti ostacoli ha dovuto abbattere per far riemergere un senso materno soffocato per anni da una vita nei grattacieli del potere.
E l'educazione delle farfalle? Ci vuole tempo, sembra alludere l'autore, per trasformare un lombrico a sangue freddo in un essere umano, ci vuole tempo per sviluppare dal vuoto esistenziale un istinto materno struggente e convinto come quello sperimentato da Serena nella sua affannosa ricerca della verità.
Le farfalle hanno le ali, come il costume indossato da Aurora nell'ultima notte a Vion, prima dell'incendio: e le ali possono portare lontano e causare addirittura straordinari effetti ai quali accenna Carrisi, riferendosi alla famosa conferenza di Edward Lorenz del 1972 (" "può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas ?").
La trasformazione di Serena e di Aurora è descritta magistralmente dall'autore: non è comunque il solo pregio del romanzo, di cui consiglio la lettura anche per la presenza, soprattutto nella seconda parte, di altri personaggi che contribuiscono a tener viva l'attenzione di chi legge fino all'ultima riga.
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La fiamma dell'amore.
E' la storia di Chiara, che, tramite tre lettere, alle due figlie ed al marito, ripercorre la sua vita, narrandone vicissitudini liete ed amare, dall'infanzia alla maturità, e inducendo il lettore a riflettere su legami familiari apparentemente solidi ma sempre esposti ai capricciosi soffi del vento, che "fugge dove vuole".
Lei, Chiara, è una sessantenne di nobili origini, biologa con antenati famosi, agnostica non battezzata, lui, Davide, il marito di umili origini, pediatra per vocazione, un montanaro refrattario alle contese tra baronie ospedaliere, tutto dedito alla cura disinteressata di bambini poveri e fragili. Le figlie sono due, più diverse non potrebbero essere. Alisha, adottata, di origini indiane, solare, introspettiva, ansiosa di conoscere le proprie origini, e Ginevra, la figlia naturale, più pratica e socievole, concepita inaspettatamente proprio alla vigilia della partenza per Calcutta per portare a casa la piccola Alisha.
Nelle tre lettere Chiara, approfittando di una prolungata assenza dei familiari in gita, mette a nudo la sua anima e la sua vita, un viaggio senza sconti sul proprio passato, alla scoperta di sè stessa, e, forse, di quello che poteva essere e non è stato.
Ad Alisha confida la propria disperazione quando si accorge di essere incinta di Ginevra: vuole rinunciare al viaggio in India, diventa intrattabile, finché, passando alcune notti nella stanza preparata per la bimba adottata, si rasserena, convincendosi di poter idealmente "partorire" anche la piccola indiana. Piccola che, crescendo, vuole sapere le sue origini e che, grazie alla luminosità del suo carattere, accetterà senza ripensamenti.
Nella lettera a Ginevra Chiara aprirà il suo cuore senza tentennamenti. Sapremo della sua famiglia di ricchi latifondisti ferraresi, della vita nel collegio di Poggio Imperiale, della sua espulsione per ribellione, della laurea in biologia, dell'incontro con Davide pediatra di campagna e dei primi timidi approcci fino alle nozze. Nozze religiose, anche se Chiara non è battezzata: il Vescovo accetta il suo "sì", perché, sostiene, l'amore vero e incondizionato supera qualsiasi ostacolo procedurale. Chiara confida a Ginevra anche un segreto familiare: il nonno materno, notissimo avvocato, era deceduto per infarto in casa della giovane amante. Una morte inaspettata, disdicevole: sorpresa e rabbia della nonna, ceneri gettate in un canale, una macchia sulla nobiltà del casato.
Ed infine la lettera di Chiara al suo Davide, il compagno fedele, l'uomo che ha ben chiaro il concetto di bene e di male, il medico che per dedicarsi ai suoi piccoli pazienti ha rinunciato ad una carriera più prestigiosa. Il cuore di Chiara si apre, ci sono ferite che ancora sanguinano: l'aborto che aveva affrontato come il male minore dopo una relazione spensierata con Carlo, uno studente che diceva di amarla, è una macchia che a distanza di anni ancora pesa e la induce ad amare riflessioni sui grandi temi della vita e della morte.
Così come l'infamante accusa, infondata, di pedofilia a Davide, che sconvolgerà la vita dei coniugi e li indurrà ad una vita ritirata nel convento benedettino di un lontano parente: qui Chiara ritroverà lentamente la serenità perduta, una spiritualità che si era diluita nel tempo, una specie di rinascita alla vita ed un accostamento alla fede che la convincerà ad accostarsi al battesimo contemporaneamente all'ultimo nato, Elia.
Si può essere d'accordo o in disaccordo con le tematiche e le convinzioni di Susanna Tamaro sui grandi temi affrontati, come quello dell'aborto e dell'accostamento alla fede dopo una vita di convinto agnosticismo. Leggendo le lettere di Chiara non si può comunque non essere attratti da una scrittura ammaliante, che affronta con leggerezza e con sapiente dosaggio di argomenti grandi temi di convivenza generazionale, soprattutto in tempi come gli attuali, dove tecnologia esasperata e miti superficiali ed ossessivi la fanno da padroni.
Si legge la Tamaro come si ascolta una fiaba: trasportati dagli aliti di un vento che fugge dove vuole. Le tre lettere, a ben pensarci, sono tre fiabe, con un unico pressante invito. A "non temere". "Non temere, Ginevra" scrive Chiara alla figlia in un messaggio accorato che non può lasciare indifferente anche chi legge " perché la vita è sempre più grande e più forte dei cupi fantasmi che si aggirano nei nostri cuori e si rinnova con straordinaria creatività quando siamo in grado di tenere viva in noi l'unica fiamma capace di affrontare il dolore del mondo: la fiamma dell'amore".
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Un viaggio a vuoto ...
Per il lettore, come il sottoscritto, che non fosse a conoscenza di tutte le vicende, anche di un lontano passato, del personaggio principale, il vicequestore Rocco Schiavone, non sarebbe facile comprendere il perché di questo misterioso viaggio alla ricerca di un amico scomparso: si intuisce pian piano che c'erano una volta quattro amici per la pelle, lo stesso Rocco, il suo valido aiuto Brizio, e poi Furio e Sebastiano, amicizia bruscamente interrotta da forti dissidi e tradimenti. Fatto sta che Sebastiano è sparito da tempo in Sudamerica e che Furio, dal passato poco limpido, si è messo sulle sue tracce covando una forse meritata vendetta. Ecco allora che Rocco Schiavone, quasi a fine carriera, e il fedele Brizio decidono di partire per impedire a Furio di fare follie e per scovare finalmente lo scomparso Sebastiano. I due, sulla base di qualche indizio, partono per Buenos Ayres ed iniziano a chiedere, a cercare: vanno da un amico comune, frequentano locali equivoci, corrono rischi, si trovano invischiati in ambienti malfamati, comunicando con cellulari prepagati, passando con disinvoltura dai bassifondi agli alberghi più stellati. Nuove informazioni li dirottano in Messico: arrivano nella megalopoli messicana, il contatto con la capitale li disorienta, ..."il rumore era devastante, continuo. Un rombo di motori, radio, macchinari, pareva una bestia gigantesca che ruminava mentre spolpava uomini e cose, carne e acciaio". Riescono a rintracciare Furio, che però sfugge loro e li anticipa all'ultima meta del viaggio, Costa Rica, dove pare si trovi lo scomparso Sebastiano.
Il finale è forse la parte più interessante del romanzo: anzi, un finale vero e proprio non c'è, i due "cacciatori" si accorgono con Furio che la vita può riservare sorprese inaspettate e che l'amicizia di un tempo è andata scomparendo. Con un pizzico di commozione, rientrano in Italia: un po' delusi, a dire il vero, anche perché, commenta alla fine il vicequestore Rocco "solo tre cojoni come noi arrivano al Mar dei Caraibi e non se ne fanno manco un bagno".
Che dire? Il tutto appare un o'ò sconclusionato ed assai poco verosimile: la vicenda vorrebbe avere il significato di ricomporre o almeno tentare di ricomporre una vecchia amicizia, ma si perde in particolari poco credibili, con battute che lasciano il tempo che trovano e situazioni a dir poco assurde. Per non parlare dei voli transoceanici descritti in modo caricaturale.
Un lampo di luce: Manzini inserisce ad un certo momento del racconto un ricordo d'infanzia di Rocco, quando con la sua banda di amici correva per i vicoli di Trastevere, un mondo tutto particolare, dove si delineavano caratteri e futuro e dove la fortuna avrebbe deciso chi sarebbe diventato poliziotto e chi ladro. Poche pagine che spiccano nel contesto, tutte da gustare riga per riga.
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America, terra di libertà.
Il soggiorno di Simenon in America è durato circa dieci anni, di cui cinque nella cittadina di Lakeville, nel Minnesota, dove è riuscito ad ambientare alcune indagini dell'amato commissario Maigret e dove ha scritto altri numerosi romanzi: poi ha abbandonato tutto ed è rientrato in Francia, dalla quale era improvvisamente partito nel 1945 per l'avventura americana , per sfuggire all'accusa, forse ingiusta, di collaborazionismo. Quello descritto minutamene nel libro "L'America in automobile" è il diario di un viaggio compiuto dall'autore nel 1946, con moglie, segretaria, figlio di sette anni e istitutrice, a bordo di due vetture, una Chevrolet ed una Oldsmobile: un lungo, anzi lunghissimo viaggio di circa cinquemila chilometri, da nord a sud, lungo la costa atlantica e percorrendo la Route 1, dai climi freddi del Maine ai paradisi tropicali della Florida, a Miami, "la più bella città balneare del mondo" ed al Golfo del Messico. E' un'indagine molto personale sull'America di quegli anni, che ha colpito positivamente l'autore. Scendendo lungo la costa, la Route 1, all'inizio piuttosto malandata, diventa via via più curata, maestosa, punteggiata da cittadine con casette quasi tutte uguali, colorate, con veranda e praticello, un paesaggio monotono con alberghetti puliti alternati a grandi hotel frequentati da congressisti o da soci Lyon, Rotary o Kiwani: e poi giù, giù fino alla luminosità, al sole, all'azzurro della Florida, alle spiagge, alla vegetazione tropicale, banane, arance, limoni, ma anche coccodrilli e serpenti a sonagli ... Tutto colpisce Simenon, tutto attrae la sua attenzione ed i suoi puntuali commenti, tutto capita a lui ed ai suoi, perfino l'arrivo temuto di un ciclone che da Cuba sta risalendo, monitorato ora per ora, e che, per fortuna, devia all'interno. Lungo il viaggio, Simenon dice la sua su tutto quello che incontra e vede. Su New York, di cui ammira la facile accessibilità, i grattacieli ove si trova tutto ciò che serve per sopravvivere, l'ordine geometrico delle strade, la luminosità, la gente di ogni nazionalità, la sicurezza (basta stare alla larga da Brooklyn e Bronx!). Su Washington, con i suoi viali ampi, i palazzi maestosi, il verde, gli stuoli di dirigenti e impiegati sempre in movimento. Su Miami e il caos delle spiagge del sud, i luna park, i pescatori costantemente al lavoro, la gentilezza della gente, gli alberghi sempre pieni, la difficoltà di trovare posto per pernottare: vengono in soccorso, per i turisti, buone soluzioni di ripiego, le cosiddette "cabins" e le "tourism rooms", pulitissime e dotate di ogni comfort.
Ma cosa ha colpito soprattutto Simenon? Ecco, la libertà che si respira ovunque una libertà, scrive Simenon, con una "forte tensione verso l'allegria e la voglia di vivere": una volta entrati in America e accettati, ci si sente completamente "liberi" di fare e intraprendere quello che più si desidera, a patto di non infrangere la legge. E poi la scuola: scuole di ogni ordine e grado con campi sportivi, attività ricreative, rapporti più stretti, quasi familiari, con i docenti, insegnamenti atti ad inculcare "certezze". Simenon accenna qui al fatto che scarseggiano gli studi umanistici, forse perché "instillano nei giovani il dubbio": l'americano NON deve avere dubbi, ma solo certezze e credervi incrollabilmente. Una frecciatina dello scrittore, consapevole forse di quanto già aveva affermato Brecht, e cioè che "di tutte le cose sicure, la più certa è sicuramente il dubbio". Ammette però la buona produzione letteraria di autori americani, ed un'altrettanto buona diffusione in America della letteratura francese.
Il problema razziale è affrontato marginalmente. Incontra molti "coloured" che lavorano nei campi di cotone, spiega al figlio che il termine "nigger" è spregiativo, però continua a chiamare i neri "negri".
In conclusione un diario esaustivo, un'immagine intima della vita quotidiana delle piccole città e della gente comune, piena di particolari che mettono il lettore di fronte all'America di quei tempi, un'America terrà di libertà, un'America che si apprestava a finire la guerra altrove e che era esentata dalla guerra sul proprio territorio: un'America di un'ottantina di anni fa, abbastanza diversa da quella di oggi, dove forse spaccio e criminalità sono più evidenti, ma un'America più avanzata tecnologicamente della vecchia Europa, un'America dove frigoriferi e aria condizionata sono presenti quasi dappertutto.
Un'America, quella descritta da Simenon, che sembra piena di ottimismo, dove è giusto che ognuno la pensi come meglio crede, senza ledere però diritti e dignità altrui.
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Lo zio Antoine e la sua famiglia.
Pensi a Georges Simenon e subito colleghi il nome dello scrittore a Jules Maigret, il famoso commissario protagonista di tanti straordinari romanzi polizieschi. Sono centosette, ma addirittura centinaia gli altri romanzi, racconti, articoli, memorie che il prolifico autore, un singolare personaggio, ben noto anche come donnaiolo impenitente, amante della buona cucina e del buon vino, ha pubblicato nel corso degli anni. "Gli altri" è del 1961, si distacca dai temi dell'inchiesta poliziesca per evocare ritratti psicologici suggestivi nell'atmosfera stagnante della provincia francese. Il narrante, Blaise Huet, modesto insegnante di disegno all'Accademia, espone in pochi giorni sotto forma di diario gli avvenimenti familiari e le sue impressioni dopo la morte dello zio Antoine, un avvocato e giurista di fama. Il sospetto che si sia suicidato assumendo una dose eccessiva di certe pillole turba la famiglia, ma viene sommessamente messo a tacere in attesa spasmodica del testamento. Pian piano emergono parenti vicini e lontani, e Blaise inizia a tracciare la storia dei familiari più legati al defunto, indagando su rapporti personali, abitudini, conflitti, amicizie: vengono alla luce rancori covati per anni, improvvisi ritorni di persone da anni lontane e vissute in condizioni precarie, confessioni inaspettate, il tutto nell'atmosfera grgia di una cittadina sonnolenta, dove quasi sempre piove e non succede mai nulla di importante. I funerali dello zio sono l'occasione per incontrarsi e alimentare pettegolezzi: le donne per rispolverare velette e abiti scuri, gli uomini per riallacciare rapporti spenti o confessare quello che non avevano mai avuto il coraggio di dirsi.
La lettura del testamento, attesa con ansia, premia i parenti diretti e non riserva grosse sorprese. Interessanti sono le figure femminili che emergono dalle pagine del diario, non tutte di specchiate virtù. Ad esempio Irène, la moglie di Blaise, ha un compagno fisso, che, con il beneplacito del marito, frequenta assiduamente la casa, è invitato a pranzo, accompagna la donna al cinema ed a teatro. In compenso, Blaise, approfittando dell'assenza della moglie, si intrattiene con Adèle, la servetta di casa, pronta sempre a soddisfare le esigenze padronali. Anche Colette, la moglie dello zio defunto, ha comportamenti inusuali: tenta il suicidio, ha frequenti crisi isteriche con conseguenti ricoveri ospedalieri, oltre ad essere legata a più amanti. Ma, secondo l'estensore del diario, sembra apparire tutto normale, come parte della società dell'epoca, che accoglie e mimetizza abilmente meschinità e bassezze adeguandole all'ambiente in cui si vive: Blaise racconta tutto con sincerità estrema, mette tutto in piazza, perchè, afferma, " c'è abbastanza gente che si sente in diritto di farsi i fatti miei, perchè abbia anch'io il diritto di farmi quelli degli altri".
Simenon con "Gli altri" ha voluto, in sintesi, presentare, tramite un'analisi psicologica profonda dei personaggi, un panorama variegato della società dell'epoca, una visione disincantata nella quale possono rispecchiarsi anche le contraddizioni della società contemporanea, con i suoi pregi, i suoi difetti, i suoi riti immutabili.
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La solitudine e il tempo che scorre ...
Bel romanzo, affascinante, come sanno essere i romanzi di Maurizio De Giovanni che raccontano le vicende del commissario Ricciardi, il protagonista, con il collega Maione, di tante storie complicate e intriganti, personaggio introverso e solitario, ancora disperatamente innamorato della moglie Enrica, scomparsa da tempo ma sempre vicina al suo cuore. Siamo nel 1939, l'Italia fascista sta per stringere uno sciagurato patto d'acciaio con la Germania ed è pronta ad emanare le altrettanto sciagurate leggi razziali, che costringeranno migliaia di ebrei alla fuga o alla deportazione. In un quartiere bene di Napoli viene rinvenuta, assassinata a colpi di bastone, un'agiata e bella donna, Erminia: nella stanza vicina, l'anziana madre, Angelina, costretta a letto, urla e si dispera. Iniziano qui le indagini di Ricciardi e Maione: si passano al setaccio le amicizie della donna, cominciando dall'amante, l'avvocato Catello De Nardo, principe del foro, un settantenne sposato con quattro figli, che mantiene la donna permettendole di vivere nel lusso, non facendo mancare nulla a lei ed alla madre. L'avvocato appare affranto, i due si volevano bene, emerge la sua innocenza, che costringe il commissario a cercare altrove: un giovane innamorato di Erminia, un federale fascista, che proclama però la sua innocenza. Alla fine, grazie all'intuito geniale del commissario e ad alcune evidenze, l'assassino viene smascherato: parlare di colpo di scena è forse riduttivo, anche il lettore più smaliziato resterà sorpreso nell'apprendere l'identità del vero assassino e le sue dolorose e farneticanti motivazioni.
Ma c'è dell'altro. L'amore del commissario per la sua bambina, Marta, affidata alle cure di una nobildonna, Bianca, e della sua governante, Nelide, sgraziata e scorbutica ma piena di umanità. La storia di Bruno Modo, medico legale, e del collega Severi che si rivelerà ben diverso da come Modo l'aveva giudicato. Il terrore che serpeggia in un gruppo di gay, i femminielli napoletani, perseguitati e massacrati a botte da un gruppo di camerati fascisti, decisi a "fare pulizia". Le leggi razziali, che seminano sconcerto e paura in ogni ambiente, persino in questura e nella stessa famiglia di Ricciardi: la piccola Marta ed i suoceri sono di origine ebraica e sono costretti a cercare un rifugio ove nascondersi.
Il regime fascista fa da sfondo, la vita è difficile, le delazioni all'ordine del giorno, il pericolo di essere denunciati incombe in ogni settore. Ma è la solitudine il Leitmotiv che fa da spina dorsale al romanzo, quella solitudine così ben rappresentata e vissuta da Laura e dal nostalgico e struggente tango Soledad: un'italiana fuggita a Buenos Ayres, un'affermata cantante che respinge l'innamorato, si sente sola e sogna la sua terra d'origine. La solitudine, pur nell'imminenza delle feste natalizie, è una caratteristica dei personaggi di De Giovanni: è solo il commissario, confortato dai soliloqui con la moglie che non c'è più, sola la contessa Bianca che si rifugia nell'affetto per la piccola Marta, si sentono soli i diversi e gli emarginati dal regime autoritario, soli i perseguitati ed i sospettati da leggi inique per le proprie idee. Una solitudine che l'autore ci mostra in tutti i suoi aspetti e che può essere superata e sconfitta solo dall'amore, un amore senza pregiudizi: e De Giovanni sa parlarne e descriverlo con grande abilità.
Lo stile è garbato, preciso, incisivo: le vicende sono descritte via via, alternandosi nei vari capitoli e dando anche il giusto spazio al racconto delle esperienze di Laura in Sudamerica.
Grande spazio hanno le riflessioni dell'autore, su ogni personaggio: riflessioni che rivelano a volte una sorta di autocompiacimento da parte dello scrittore, rallentando il ritmo della narrazione dei fatti. Soprattutto quando racconta di Laura in Argentina, dei suoi problemi, dei suoi rapporti con chi la corteggia, intervallati dai testi dei brani cantati.
In questo romanzo c'è tutto De Giovanni, la sua passione civile, il suo amore per la giustizia, la sua capacità di sondare a fondo l'animo dei personaggi.
Ricordando sempre, come recita il testo del tango Soledad, "... non voglio che nessuno immagini quanto umana e profonda sia la mia eterna solitudine, trascorrono le notti e la lancetta dei minuti macina l'incubo del suo lento tic tac".
Il tempo che scorre inesorabile, il peggior incubo di chi si sente solo.
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Il giudice Surra e la mafia
Un bel regalo di Natale di Sellerio Editore, che presenta tre racconti di Andrea Camilleri “spiegati” in una lunga prefazione da Giancarlo De Cataldo. Niente Montalbano, comunque, ma tre storie scritte circa una quindicina d’anni fa: due per due antologie, “Troppi equivoci” per l’antologia “Crimini” e “Il giudice Surra” per l’antologia “Giudici”, mentre il terzo racconto , “Il medaglione”, è una storia a sé, l’unica delle tre scritta in dialetto siciliano e pubblicata nel 2005 sul Calendario dell’Arma dei Carabinieri e poi da Mondadori nello stesso anno.
Un Camilleri abilissimo, poliedrico, che ancora una volta incanta con temi narrativi diversi: lo scontro paradossale e pericoloso tra un ingenuo tecnico della società dei telefoni e una banda criminale, la denuncia di una mafia apparentemente invincibile nei primi anni di un’Italia finalmente unita, la storia amara e nostalgica di un pover’uomo solitario e disperato per la morte della moglie.
In “Troppi equivoci” Bruno Costa, tecnico di una società di telefoni, si reca per lavoro a casa di Anna Zanchi, bionda e ricca single, traduttrice. Nasce più che una simpatia reciproca, i due vanno a cena insieme: qui nasce l'inghippo, in una chiamata su un cellulare il malcapitato Bruno viene scambiato per un trafficante insolvente. Vogliono i soldi, lui si defila, loro scoprono l'indirizzo di Anna, un killer penetra nell'appartamento, lei è sola e, non sapendo rispondere, viene barbaramente uccisa. Bruno va da lei, scopre il delitto proprio mentre arriva la polizia. Accusato, riesce a discolparsi, collaborando, tramite intercettazioni telefoniche, a fare arrestare tutta la banda.
Nel secondo racconto , "Il giudice Surra", siamo nel 1862: un nuovo giudice, Surra appunto, viene mandato da Torino a Montelusa. Lui, candido e disarmante, scopre subito il malaffare. Alcuni atti processuali sono stati sottratti e consegnati ai mafiosi del posto: lui se ne accorge, riesce a riaverli, punisce il collega connivente e continua imperterrito ( o incosciente?) a resistere alle minacce della nuova mafia (in tempi passati si chiamava Fratellanza), compresi un incendio doloso e ed il recapito di una testa d'agnello impacchettata. I mafiosi abbandoneranno il campo, il nostro impavido giudice ne uscirà inconsapevolmente vincitore, dimostrando che con la pazienza e l'indifferenza la mafia può essere contrastata.
L'ultimo racconto, triste e dolente, "Il medaglione", racconta la storia di un pover'uomo, Ciccino, che non sa darsi pace dopo la morte della moglie, chiudendosi in casa, isolandosi da tutti. Ha scoperto che in un medaglione regalato alla moglie non c'è più la sua foto ma quella di un giovane. Ecco il dubbio ossessionante: Ciccino era stato in guerra ed era rientrato al paese solo nel 1947, dopo una lunga prigionia, chi poteva essere il bellimbusto nel medaglione? Il bravo maresciallo dei carabinieri del posto, mosso a pietà, risolverà il caso, con la collaborazione di un orafo compiacente, restituendo a Ciccino la serenità.
Tutto Camilleri in tre racconti riscoperti dopo anni di oblio: l'abilità di un navigato narratore di gialli complicati, il garbo e l'ironia di chi conosce le connivenze della mafia e la disperata solitudine di uomini traditi.
Spicca su tutto e tutti la singolare figura del giudice Surra, e la meditata convinzione di Camilleri : "... dunque il giudice Surra ignorò l'esistenza della Fratellanza, che già ai suoi tempi si chiamava maffia e che poi, strada facendo, perdette una effe.... agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l'annullò".
Un consiglio che fa pensare e riflettere.
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Michael Bennett deve morire
Ritorna Michael Bennett, poliziotto del Dipartimento di New York, nel tredicesimo giallo della serie a lui dedicata. Scritto in collaborazione con James Born, il nuovo thriller pubblicato in Italia qualche anno dopo l’edizione americana (del 2018) ha un suo spessore, una trama abbastanza articolata ed avvincente che lo contraddistingue da opere simili e che lo pone, a mio giudizio, tra i migliori romanzi di Patterson. Bennett, lo sanno bene i seguaci del poliziotto, vive in una famiglia numerosa: una nidiata di figli, in parte adottati, una paziente ed innamoratissima fidanzata, Marie Catherine, che accudisce tutti dopo la morte della moglie, un nonno, Seamus, che in tarda età ha deciso di intraprendere la carriera ecclesiastica. Naturalmente anche in questo giallo, come in tanti altri dell’autore, la Chiesa ha la sua parte, nei sermoni del nonno, nelle preghiere prima dei pasti, nelle scuole scelte per i figli, ma è soprattutto quello che capita a Bennett che tiene il lettore con il fiato sospeso. Il nostro poliziotto, infatti, ha avuto il torto di colpire a morte, durante uno scontro a fuoco, il figlio di un boss della droga: scatta subito l’incarico, da parte del cartello messicano, di eliminare Bennett, incarico che viene affidato ad una donna killer di professione, colombiana, Alex Martinez. Bennett è ignaro, non sa che durante una perquisizione in un covo di spacciatori cadrà in un tranello e sarà lui stesso il bersaglio da eliminare: si salva, ma resterà ucciso un suo valido o giovane collega. Altri spacciatori rivali sono uccisi nel frattempo dalla Martinez, che porta puntualmente a termine i suoi incarichi, usando con grande abilità, a seconda delle situazioni, stiletto o pistola: la polizia indaga, Bennett assume il compito di scovare il misterioso killer che sfugge con abilità e che, compiute le missioni, rientra 54 periodicamente a Bogotà, dove l’attendono i figli ed una vita normale e apparentemente serena. Ma Bennett è ancora vivo: i mandanti del cartello messicano minacciano la donna, che riparte per un’ultima decisiva missione, scopre molti particolari sul poliziotto e sulla sua numerosa famiglia, soprattutto su Juliana, la figlia più amata da Bennett, che ha intrapreso la carriera teatrale. Ed eccoci agli ultimi rocamboleschi capitoli: Alex riesce a sequestrare Juliana, dando inizio ad uno scontro frontale con Bennett, che prosegue con alterne vicende e momenti di altissima tensione. Il finale è ovviamente scontato: il bravo poliziotto del NYDP ha salvato la pelle e si prepara al tanto atteso matrimonio con la sua Catherine.
Il thriller, come scrivevo all’inizio, si differenzia dalla consueta produzione pattersoniana per alcune caratteristiche. In primis lo stile narrativo, più incalzante e stringato del solito, non ci sono momenti di tregua, tranne le consuete riflessioni dell’autore su particolari della vita familiare del protagonista, quasi sempre serena e piena di soddisfazioni. Poi, alcune annotazioni sul modus operandi del cartello messicano della droga: la concorrenza sempre più incalzante delle pericolose droghe sintetiche, l’attività sotto traccia della mafia canadese, i rapporti con la mafia colombiana, utilizzata per attività di killeraggio e di smistamento dei prodotti su vari mercati. Infine la caratterizzazione perfetta della donna killer: tanto fredda e decisa nell’attività professionale di killer, quanto materna con i figli e “normale” nei momenti di riposo nel suo ranch alla periferia di Bogotà. Sua preoccupazione è solo l’eliminazione del bersaglio per cui è pagata, non ci devono essere incidenti di percorso o vittime collaterali: un ritratto perfetto e ben costruito.
Tutto sommato, un thriller che non delude e che spicca sulla vastissima produzione dell’autore.
Ne consiglio la lettura agli appassionati del genere.
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Santa Rosalia, patrona di Palermo.
L’autrice ci conduce con questo nuovo romanzo in una Palermo seicentesca, una città già allora ricca di imponenti palazzi e di folklore, tanto da mandare in estasi un celebre visitatore, il pittore Anton Van Dyck che, appena sbarcato, ebbe a dire che “ non si poteva spiegare Palermo proprio come non si poteva spiegare Dio”. La storia inizia intorno al 1615, in un momento storico particolare: il Regno di Sicilia era dominato dagli spagnoli, la Compagnia di Gesù si stava sempre più affermando alla corte di Spagna ed in Europa, mentre la riforma protestante dilagava dalla Germania e la peste, che metterà in ginocchio Palermo dieci anni, più tardi, dava i primi allarmanti segnali. A Palermo vive una ragazza povera ma dal cuore puro, Vincenza, detta Viciuzza, figlia di una prostituta: ha un’unica amica, Rosalia, povera come lei, benvoluta da tutti, che, saltuariamente, le fa compagnia, la consola e rappresenta la Santuzza che i palermitani invocano nei momenti di pericolo. Viciuzza viene stuprata da un bruto, amico della madre, è cacciata da casa, dà alla luce una bimba, Liuzza, e viene accolta in un ex convento dove incontra un personaggio chiave del racconto, don Cascini, padre provinciale dei Gesuiti. Costui, pur avendo un carattere burbero e scostante, prende le due poverette sotto la sua protezione. Padre Cascini viaggia molto ed ha l’opportunità di conoscere Suor Maria, una giovane alla quale, nel corso di alcune estasi soprannaturali, appare la Madonna che racconta la storia, risalente a mezzo secolo prima, di una verginella, Rosalia, destinata a nozze principesche: la rinuncia e la consacrazione a Gesù indurranno la giovane a scegliere il romitaggio, isolata in un bosco. Palermo non ha una vera e propria Santa protettrice, ma quattro patrone poco amate dal popolo: ecco allora farsi strada in padre Cascini l’idea (anzi, l’ideuzza!) di promuovere passo dopo passo Rosalia ad unica patrona della città. Intanto la sepoltura della romita Rosalia è stata trovata sul Monte Pellegrino, Vincenza e Liuzza sono cresciute ed affidate alle cure di una famosa pittrice, Sofonisba Anguissola, mentre padre Cascini, nel corso dei suoi viaggi in Europa, ha modo di conoscere Rubens ed il suo migliore allievo, Anton Van Dyck, che invita a Palermo con il pretesto di un ritratto al viceré Emanuele Filiberto di Savoia, ma con l’intenzione di preparare un quadro con l’effigie di Rosalia.
Naturalmente tutta la storia è più complessa, le vicende dei singoli personaggi si intrecciano, la peste arriverà a sconvolgere la città ed i suoi abitanti, mentre padre Cascini, nonostante la salute malferma, riuscirà a portare a termine una sua opera fondamentale, la “Storia di Santa Rosalia, vergine palermitana”. Sarà organizzata, imposta da Vincenza e dalle donne di Palermo, una sontuosa processione, nonostante gli ostacoli frapposti da un titubante arcivescovo, che porterà per le strade addobbate a festa i resti riesumati della Santa: la peste calerà di intensità, Santa Rosalia sarà la nuova e unica patrona della città.
Giuseppina Torregrossa riesce mirabilmente a narrare una storia, anzi alcuni eventi storici, mettendo assieme personaggi realmente esistiti con personaggi creati per l’occasione, offrendoci un racconto articolato e credibile, dove le vicende di un particolare momento storico, che spazia da Anversa, la città degli artisti citati, a Roma e Palermo, si fondono con la fantasia creativa dell’autrice. Emerge su tutto e tutti l’amore della scrittrice per la sua Palermo, unica e inimitabile, e per la storia e le vicende delle donne del romanzo. Sono donne che lottano, che si impongono, proprio come Rosalia: “… Rosalia si è opposta al matrimonio con il principe Baldovino, ha vissuto come voleva, perciò la amiamo, perché è un esempio, una speranza. Pure per noi prima o poi le cose dovranno cambiare”.
Alla fine del romanzo, l’autrice racconta di un suo viaggio a New York, durante il quale scopre che il grande ritrattista Van Dyck, autore del dipinto di Santa Rosalia, aveva soggiornato a Palermo durante la peste ed aveva indirettamente assistito al ritrovamento dei resti della Santa, Da qui lo spunto per il romanzo, costruito su eventi storici e su intrighi frutto della fantasia della scrittrice.
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Una gita finita male.
I fratelli Scaccola, panettieri in Bellano, non si aspettavano certo l’improvvisa visita del segretario
del sindacato panettieri, per comunicare loro che proprio Bellano sarebbe stata il prossimo 21 aprile ( si festeggia il Natale di Roma) meta di una gita dei panettieri comaschi. Si dessero quindi da fare per comunicare l’evento in municipio, e per organizzare accoglienza e manifestazioni varie. Siamo nel 1930, in pieno ventennio fascista, e Bellano non brilla per quanto riguarda il regime, non essendoci neppure un vero e proprio segretario del partito. Sconcerto dei poveri Scaccola, introversi e dediti solo ai lavori del forno, il municipio prima tentenna, propenso a rifiutare la manifestazione, poi, per ordine del podestà locale, è obbligato a ricevere i gitanti, per dare finalmente lustro e visibilità ad un paese che vivacchia nell’anonimato.
Inizia qui la storia singolare ed esilarante dei preparativi per l’accoglienza, preparativi resi ancor più frenetici dall’annunciata partecipazione addirittura del Federale di Como, occasione unica per riportare Bellano agli onori della cronaca. Ma, ahimè, non ne va bene una: bisogna rifare la scaletta degli appuntamenti, ristampare i manifesti per una “f” minuscola di “Federale”, annullare alcune visite (all’Orrido ed alla casa natale di bellanesi famosi), piegarsi ai capricci dell’altezzosa e isterica moglie dell’illustre ospite, decisa a raggiungere Bellano tramite idrovolante ma anche dotata di quel pizzico di buonsenso pronto a frenare i deliri di onnipotenza del marito … Ma non è finita qui: il battello dei gitanti non riesce a partire per un guasto, si attendono soccorsi, tutti gli orari sono spostati, il Federale non ne può più e decide di andarsene anzitempo, non intervenendo al pranzo sociale e neppure, figuriamoci!, al ballo pomeridiano. Anche perché, ecco il colpo di scena che tramuta la festa in tragedia, perde inopinatamente un “pezzo” … Ovviamente non dirò di che pezzo si tratta, per lasciare ai lettori la curiosità di scoprirlo: basti accennare che è un pezzo importante, il cui smarrimento manda su tutte le furie il proprietario. Il pezzo in questione rischierà anche di mandare a monte un matrimonio, verrà cercato in tutti modi, ritrovato, consegnato alle autorità competenti, conservato in cassaforte e riportato alla luce in modo rocambolesco a guerra finita , nel 1946 …
Questa è in sintesi la trama della storia principale, ma la fantasia di Andrea Vitali non si ferma qui. Altri eventi impreziosiscono la narrazione: ci sono i fratelli Scaccola, quelli del forno, che si aprono finalmente alla vita e si fidanzano con una intraprendente ragazza madre il più giovane, con un’amica claudicante il più anziano, e poi le vicende dei carabinieri del posto, Beola e le sue timide vicende amorose, Mannu con un’appendicite acuta operata d’urgenza, e soprattutto il maresciallo Maccadò, che saggiamente tutto vede e controlla, controllato a sua volta dalla moglie, la nostalgica e dolce Maristella. Fanno da contorno gli abitanti del posto, con difetti, virtù e stravaganze: l’autore li conosce benissimo, e sa trarre il meglio da ognuno di loro, ben consapevole che il paese racchiude un microcosmo con abitudini ancestrali che sfidano il trascorrere del tempo. Il periodo in cui si svolgono i fatti è quello della dittatura fascista, e Vitali sa cogliere con pungenti accenti satirici il servilismo ostentato di chi obbedisce e la ridicola ostentazione del potere di chi comanda.
Lo stile narrativo ritaglia figurine godibili, con la grande consueta abilità che contraddistingue l’autore, innamorato perso della sua Bellano e delle acque placide del lago che fanno come sempre da sfondo a tutto ciò che accade sulle non sempre placide rive. Straordinari, mai forse come in questo romanzo, i nomi dei personaggi coinvolti. Da Elomeo a Chiurlo, da Anco (in ricordo di uno dei sette re di Roma?) a Omario e Armadio per i maschi, per le femmine Sicuretta, Caronna, Aeria, Anenia, Vestina: il colmo lo scrittore ha però voluto riservarlo ad alcune strette parenti dello spocchioso Federale, la mamma Climide, l’isterica moglie Assioma, la di lei madre Filetta con la zia Orina (!).
Il solito ottimo e divertente Vitali, buona lettura!
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Una casa (e un telefono!) da horror.
Molta perplessità dopo la lettura, non facile, di questa prima esplorazione nel genere horror di Jo Nesbo. Perplessità dovuta soprattutto ai diversi piani narrativi che caratterizzano il romanzo. Nella prima parte incontriamo un giovane, Richard, che, dopo la morte dei genitori, viene ospitato dagli zii: il ragazzo appare introverso, non ha molti amici, preferisce vagare da solo in campagna, seguito da un altro ragazzo, Tom. Da una cabina isolata chiamano un numero misterioso, scelto, a quanto sembra, casualmente: ed ecco il primo colpo di scena, Tom viene in ingoiato lentamente dalla cornetta del telefono e, poco dopo, un altro ragazzo che li seguiva si trasforma in un insetto e vola via, scomparendo nella foresta. Ovviamente nessuno crede alla versione di Richard sulla scomparsa dei due giovani. Chiuso in un riformatorio, Richard fugge e arriva in una misteriosa villa dall’aspetto cupo e decadente: le radici dei tronchi di alberi giganteschi sembrano afferrarlo, un incendio divampa, nuova fuga e rientro in riformatorio …
Nella seconda parte Richard è cresciuto, sono passati quindici anni, è uno scrittore affermato ed organizza una rimpatriata al paese. Ricorda vicende dell’infanzia, la tragedia dei genitori, un padre violento che, allontanato da casa, ritorna fingendosi pentito: uccide però la moglie e vuole gettarsi nel vuoto con Richard, che si salva. I vecchi amici si ritrovano in una villa, ove tutto sembra trasformarsi: circondano Richard come lupi affamati, sembra che vogliano divorarlo ma lui fugge, cade in un torrente, ne esce, viene raggiunto e …
Arriva la terza parte del thriller, quella che sembra chiarire tutto. Il povero Richard emerge dal sonno e da un lungo periodo di ricovero in una clinica psichiatrica: addirittura da quindici anni, per episodi di schizofrenia e psicosi con deliri, durante i quali era stato più volte sottoposto ad elettrochoc per dimenticare episodi traumatici. Per dimenticare la casa nel bosco, il telefono assassino, i sogni inquietanti , il branco di amici famelici come lupi : eppure tutto sembrava vero, i ricordi non sono del tutto sbiaditi. Fortunatamente Richard torna alla realtà anche grazie ad una terapeuta già viva nel passato e pronta ad accompagnarlo in una nuova rinascita, Karen, alla quale racconta la tragedia familiare vissuta all’età di tredici anni …
Che dire? L’atmosfera è cupa e coinvolgente, il thriller si mescola ad elementi sovrannaturali e fiabeschi, tuttavia il disagio post-traumatico di Richard impegna Jo Nesbo in uno “sforzo” narrativo che, almeno a mio parere, non convince appieno.
Pur consigliandone la lettura, preferisco il Jo Nesbo autore della famosa serie di Harry Hole, che l’ha consacrato “re del giallo norvegese”.
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Un sequestro da cento milioni di dollari.
Romanzo potente, affascinante, che mette in luce ancora una volta l’abilità narrativa di un maestro indiscusso del legal thriller, John Grisham. Il protagonista è l’avvocato Mitch McDegree, già noto per aver smascherato ne “Il socio” dello stesso autore uno studio legale di Memphis coinvolto in attività criminali. Molti anni dopo, Mitch è figura di spicco in uno dei più affermati studi legali di New York, Scully&Pershing, con centinaia di avvocati e filiali in tutto il mondo. La storia inizia con la richiesta di aiuto da parte di un associato di Roma, Luca Sandroni, per risolvere un caso intricato: un cliente turco titolare di un’importante impresa edile ha costruito in Libia, governata dal colonnello Gheddafi, un maestoso ponte nel deserto a più corsie, una follia nel nulla (si spera in una fantomatica sorgente sotterranea), ne attende il pagamento (centinaia di milioni di dollari) che Gheddafi rifiuta. Luca ricorre all’amico Mitch, che giunge a Roma, studia il caso, decide di recarsi in Libia per visionare la costruzione ma un’intossicazione alimentare ne impedisce la partenza: al suo posto partirà Giovanna, figlia di Luca e giovane avvocata della filiale di Londra.
La vicenda entra nel vivo: durante il viaggio nel deserto, una banda di terroristi blocca la vettura, sequestra Giovanna e si dilegua. Mitch torna in America sconvolto, si confida con la moglie Abby che avrà in seguito un ruolo di primo piano: è infatti con lei che i rapitori iniziano a trattare, chiedendo una prima volta cento milioni di dollari per la liberazione dell’ostaggio, poi dieci entro pochi giorni come anticipo. Inizia una angosciosa corsa contro il tempo, anche perché i rapitori hanno occhi dappertutto, sanno tutto di Mitch e della sua famiglia, costretta a fuggire dalla città per rifugiarsi in un’isola remota sulla costa atlantica. Il thriller non ha un attimo di tregua: la ricerca disperata di una somma così considerevole mette a dura prova le capacità di Mitch di trattare, ricercare, supplicare un aiuto, lo costringe a viaggiare più volte in Italia (Giovanna è figlia di Luca) e in Inghilterra (Giovanna è socia nella filiale inglese), in Turchia per sollecitare la pratica di riscossione del pagamento dovuto alla ditta di costruzioni. I terroristi intanto incendiano le sedi di Atene e Barcellona dello studio legale e inviano filmati di uccisioni e decapitazioni: la stessa sorte toccherà alla donna rapita se il pagamento non avverrà entro la data stabilita.
Naturalmente tutto è bene ciò che finisce bene. Abby dovrà volare a Marrakech, Mitch alle Isole Cayman, ben noti paradisi fiscali, a depositare una somma raccolta con grande fatica e da diverse fonti. Non dallo studio legale miliardario Scully&Pershing, eclissatosi nei momenti più difficili con motivazioni pretestuose. Per questo Mitch non ne vorrà più far parte e rassegnerà le sue dimissioni.
La trama del romanzo indubbiamente coinvolge il lettore, che non può non seguire emotivamente le vicende di Mitch e di Abby, alla frenetica ricerca di una soluzione: il tempo scorre inesorabile, le situazioni sono le più disparate, dall’incontro con personaggi autorevoli disposti a collaborare a riunioni con autorità che ascoltano per dovere professionale ma non intendono essere coinvolte in un complesso caso internazionale e per una somma di denaro così elevata. Più Paesi sono interessati, e per ognuno di essi Grisham dimostra una profonda conoscenza di usi e abitudini. Superfluo aggiungere che, laureato in legge e valente avvocato, John Grisham mostra un’invidiabile dimestichezza con vicende che coinvolgono studi legali di alto livello dove si lavora abitualmente sedici ore al giorno, il denaro scorre a fiumi e la competizione è ai massimi livelli; per i non addetti ai lavori, certi argomenti forse non sono di facile comprensione attenuando in alcune pagine la piacevolezza del racconto. Questa è forse l’unica pecca della narrazione, anche se la componente “thriller” è molto avvincente, una corsa
contro il tempo ricca di sorprese e colpi di scena.
Si consiglia senz’altro la lettura.
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L'amore è un "inferno incantevole".
Pubblicato in Francia nel 2001 ed in Italia nel 2023, “Perdersi” è il diario di un’appassionata relazione amorosa tra l’autrice ed un diplomatico russo dell’ambasciata di Parigi: un rapporto travolgente, impetuoso, tra Annie, quarantottenne ancora bella e desiderabile, e un giovane
trentacinquenne sposato, vagamente simile ad Alain Delon, “magro, occhi verdi, capelli castano chiari”, simile a “quella schiera di uomini un po’ timidi, alti e biondi, che hanno costellato la mia giovinezza”. Si sono incontrati durante un viaggio di scrittori a Leningrado nel 1988: esploderà qui la passione, che durerà con fasi alterne fino all’ottobre del 1989, quando “S.” (così lo chiamerà Annie per tutto il diario) tornerà definitivamente in Russia.
“Voglio vivere una favola”, cita Annie riportando in epigrafe una scritta anonima sui gradini della Basilica di Santa Croce a Firenze: la Ernaux vorrebbe che fosse così, cullando un’illusione che presto tramonta, la favola bella diventa una storia angosciosa, disperante, il “bisogno vitale di un uomo, così terribile, vicino al desiderio di morte e di annientamento”. Già, perché dopo il primo incontro a Leningrado, Annie non può più fare a meno di S. ( “più avanzo negli anni, più mi concedo all’amore”), attende le sue visite con il cuore in subbuglio, si dispera se passano i giorni senza una sua telefonata, passa notti insonni, piangendo nel terrore di essere abbandonata. Per lui, invece, Annie probabilmente è solo un piacevole svago : ama vestirsi elegantemente, accetta regali da Annie, dice di amarla ma corteggia altre donne, insomma un donnaiolo gaudente e superficiale, tanto da indurre l’amata a rendersi finalmente conto che “ per S. sono solo una donna che ha conosciuto, che scopa bene e che può vedere di tanto in tanto”.
Ma il rapporto che la lega a S., poco sentimentale e quasi solo sessuale in tutte le più variegate declinazioni, è descritto dall’autrice anche nei particolari più scabrosi, con gioia e leggerezza, il desiderio è sempre lancinante (“ lo desidero in maniera spaventosa, da morire”), la felicità di ricevere e dare piacere sembra essere l’unica ragione per sopravvivere. L’avvicinarsi della partenza di S. le causa prima angoscia (“la paura che non possa venire è angustiante”), poi, giorno dopo giorno, una sorta di rassegnazione inconsolabile, consapevole forse di essere solo un passatempo, una specie di trofeo (la famosa scrittrice francese!) di cui S. può menare vanto con amici e colleghi. Il vincolo esclusivo che li lega si spezza, lei, dopo un tiepido addio, gli invia una cartolina, lui nemmeno risponde.
Il diario è testimone dell’anno di passione: “ho fatto l’amore e ho sempre scritto, come se dovessi morire subito dopo”. La scrittura salva Annie, che afferma “l’idea di poter scrivere di questa persona sostituisce l’idea di morire”, confermando altresì che “ non ho mai desiderato altro che l’amore, e la letteratura”. Ecco il binomio che salva Annie e le permette di superare il distacco dall’uomo amato: la passione vissuta con totale dono di sé e la capacità di trasformare (oserei dire trasfondere, per deformazione professionale) il vissuto in letteratura. Lo scrivere, oltre che contribuire alla consapevolezza di sé, ci offre nelle pagine del diario della Ernaux riflessioni disseminate qua e là sulla condizione della donna, sulle sue malcelate simpatie per l’ideologia comunista e per il mondo sovietico da lei frequentato e ben conosciuto, forse per affinità di vedute con S., iscritto al PCUS, sostenitore di Gorbacev ma ammiratore fervente di Stalin.
E’ un diario intimo, segreto, nel quale annota anche, alternati agli incontri con S., momenti legati alla professione (correzione di compiti, incontri con gli editori, conferenze, revisione di bozze) e brevi periodi di svago (visite a musei e, soprattutto, un più articolato soggiorno a Firenze, con annotazioni positive e negative).
Lo stile è quello tipico della Ernaux, dettagliato, preciso, esente da coinvolgimenti retorici. Diventa coraggioso e suggestivo quando espone senza censure lo svolgersi dei suoi rapporti con S.: li raccontai con estrema sincerità e senza falsi pudori, per capire fino in fondo i propri desideri più intimi e segreti, analizzandone l’origine e la propria capacità di incoraggiarli senza complessi o reticenze.
La scrittura resta comunque un palliativo, una medicina che non dà sollievo: l’angoscia delle snervanti attese, i pianti disperati, i momenti di estasi e di dolore sono troppo evidenti, il “tempo della passione” sa come indurre le sue vittime a “perdersi”.
Del resto, per Annie come per tante altre eroine della letteratura, l’amore è un fuoco inestinguibile, lo affermava con passione già Jane Austen, la famosa autrice di “Orgoglio e pregiudizio”, alla fine del Settecento: “ … amore è bruciare, è essere in fiamme”.
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Caccia con finale a sorpresa.
E’ il sesto episodio della serie che riguarda Colter Shaw, il cacciatore di ricompense reso famoso da Jeffery Deaver, uno scrittore di thriller che, con John Grisham, rientra nel novero dei miei preferiti. Questa volta è incaricato da un ricco imprenditore, Marty Horman, titolare di una ditta specializzata in reattori nucleari di piccole dimensioni ( i “Soli tascabili”), di indagare sulla scomparsa di un particolare accessorio sottratto al magazzino. Si dà il caso che quasi contemporaneamente scompaia, con la figlia sedicenne, un’ingegnera del suo staff, Allison Parker, inventrice e progettatrice, risorsa indispensabile per la ditta: l’incarico di cercarla è affidato sempre a Colter, ed è soprattutto questa indagine ad essere narrata, con risvolti complessi ed inattesi. La scomparsa della donna è in realtà una fuga dal marito, Jon Merritt, descritto come un alcolizzato violento e vendicativo, uscito anzitempo dal carcere ed apparentemente intenzionato a sterminare la famiglia. La Allison, in fuga, cerca un posto sicuro ove rifugiarsi, chiede aiuto, tenta di depistare chi la vuole morta: è in contrasto con la figlia, che ha un buon ricordo del padre e lo ricorda con nostalgia. E’ una vera e propria caccia alla malcapitata Allison: il marito la cerca, Shaw vuole salvarla, altri due balordi sono sulle sue tracce incaricati di eliminarla … L’inseguimento è disseminato di ostacoli e di scontri, fino ad un rifugio in riva ad un lago dove la donna, finalmente trovata dal cacciatore di ricompense, organizza un’ultima difesa: qui la trova finalmente anche il marito e qui avviene un inaspettato e magistrale colpo di scena che lascerà tutti increduli. Gli ultimi capitoli chiariranno tutta la vicenda e riveleranno ancora una volta tutta l’abilità dello scrittore nel dipanare una storia che metterà in luce motivazioni diverse e ben altri colpevoli.
Il romanzo si legge restandone emotivamente coinvolti, lo stile è quello tipico di Jeffery Deaver: alterna momenti descrittivi o di riflessione con scrittura piana, pacata, scorrevole, a fasi più concitate e incalzanti con il suo più caratteristico stile secco, fatto di frasi brevi e risolutive. Del resto proprio l’autore, in un’intervista, aveva affermato che la scrittura di un romanzo giallo deve seguire onde emotive, come accade in una sinfonia di musica classica (alludeva a Beethoven), dove si alternano emozioni contrastanti, momenti di eccitazione alternati a fasi di rallentamento.
Un paragone, a mio parere, calzante. La lettura di un autore come Jeffery Deaver è sempre da consigliare agli amanti del genere, il personaggio di Colter Shaw ha un particolare impatto, è un solitario con un carattere non facile, sempre mosso da buone intenzioni.
Un buon thriller, in conclusione, anche se l’investigatore Lincoln Rhyme, protagonista affascinante e profondamente umano di tante avventure, resta il mio preferito.
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"Non bisogna avere paura"
Indubbiamente Isabel Allende sa raccontare storie che restano nel cuore, con uno stile tutto suo, facile da leggere, realista, tanto da essere considerata punta di diamante di un nuovo tipo di far letteratura e di un nuovo movimento letterario (la cosiddetta “novisima literatura”). Apparentemente opaco e monocorde, il suo stile sa coinvolgere il lettore, lo avvinghia in una morsa commovente, merito principale delle storie che si dipanano pagina dopo pagina, e che narrano di vite perse, di violenze, di riscatti e di nuove speranze nascenti. Sono vicende lontane tra loro nel tempo e nei luoghi: vicende di sofferenza umana, di ricerca di una nuova umanità, di speranze mai spente, tenaci, profonde che possono avere, ma non sempre, soluzioni appaganti.
I protagonisti non si dimenticano facilmente. Il primo è Samuel Adler, un mite ebreo viennese, che, da bambino, mentre i genitori agli albori della seconda guerra mondiale venivano deportati nei campi di concentramento, riesce ad evitare la persecuzione nazista fuggendo in Inghilterra: qui inizierà per lui un percorso difficile, passando da una famiglia all’altra fino a trovare chi saprà veramente volergli bene. Suona il violino, si salva con la musica, la sua ancora di salvezza, che lo porterà poi lontano, in America, dove troverà in un nuovo modo di fare musica, il jazz, la ragione per riconciliarsi con il prossimo.
Non meno tormentata la storia di Leticia, una bimba di El Salvador: il suo villaggio viene assalito da battaglioni addestrati da militari statunitensi, gli abitanti, colpevoli di aver aiutato gruppi di guerriglieri comunisti, vengono massacrati in modo orrendo (il tristemente noto massacro di El Mozote), tutto il paese è messo a ferro e fuoco. Leticia fugge, inizia un suo percorso tormentato che la porterà anni e anni dopo ad accudire un vecchio signore benestante: è Samuel, che, dopo tre matrimoni, vive nel ricordo di Nadine, l’ultima moglie, morta dopo una lunga malattia.
Il caso più commovente è quello di Anita, una bambina ipovedente: tenta di emigrare dal Messico negli Stati Uniti, alla frontiera viene separata dalla madre Marisol, finisce in un centro di accoglienza e poi in varie case famiglia, il ricongiungimento le viene sempre negato. La piccola soffre in silenzio, comunica con una sua personale “angela”, sa reagire saggiamente alle avversità della vita, con la speranza di rivedere un giorno la mamma. Il suo sogno non si avvererà, nonostante l’aiuto di Selena, una giovane messicana che si batte per i diritti dei migranti, aiutata da un coraggioso avvocato: la madre finirà brutalmente uccisa, ma il destino riserverà ad Anita una sorpresa: si scoprirà che Leticia è cugina del padre di Anita, Leticia e Anita si ritroveranno. Così, ecco un finale consolante: nella casa di Leticia e Simon, la bimba troverà finalmente affetto, calore umano e un avvenire sereno.
Non è facile seguire le vicende narrate, anche perché si svolgono in piani temporali diversi, dalla seconda guerra mondiale ai tempi nostri: i collegamenti a volte sfuggono, ma i protagonisti non si dimenticano facilmente, ognuno con le sue peculiarità, un’indomabile voglia di vivere e di superare un cammino irto di difficoltà. Isabel Allende pone in primo piano il mondo di chi vuole sopravvivere, cercando con ogni mezzo una “terra promessa”, che sembra opporre sempre ostacoli d’ogni genere. Il prezzo da pagare è sempre altissimo: per Simon il distacco forzato dalla famiglia, finita nei campi di sterminio, per Anita la tragica morte della mamma ed il calvario da una famiglia d’adozione ad un’altra. Lo stile narrativo non è forse all’altezza delle opere migliori, configurandosi più come una cronistoria di eventi, senza introspezioni psicologiche o momenti di riflessione. Fanno eccezione i lunghi soliloqui della piccola Anita, la tenerezza dei suoi ricordi, la sua commovente speranza di ricongiungersi con la mamma lontana, l’incrollabile fiducia nella sua “angela” personale: qui la Allende tocca corde di sentimenti profondi, resi veri e credibili da un racconto ingenuo e sincero.
Resta, forte e indimenticabile, il messaggio: violenze e persecuzioni, povertà e sfruttamento sono ancora piaghe che distruggono vite e che non è facile raccontare, insabbiate spesso perché non se ne abbia memoria. Ma Anita, Simon, Leticia sono ancora lì, tra le righe, a raccontare, perché, come sussurra Anita, “… il vento conosce il mio nome … tutti sanno dove siamo … io sono qui con te, so dove sei tu e tu sai dove sono io … Lo vedi? Non bisogna avere paura”.
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Si può morire per un Bosco (Torto).
A Pineta, sede del BarLume frequentato dai vispi “Vecchietti” protagonisti della famosa serie ideata da Marco Malvaldi, raramente si godono momenti di quiete. In quest’ultimo romanzo della serie i problemi sul tappeto non sono pochi: intanto c’è la vittoria delle destre che spodestano la vecchia giunta comunale, poi la questione dello spazio da occupare al di fuori del bar per tavolini e quant’altro, spazio naturalmente non gratuito che dovrà costringere i gestori a rifare conti, rimodulare tariffe, acquisire eventuale nuovo personale. Ma la notizia clou è il ritrovamento di un cadavere sul retro del palazzo comunale, è quello di un giovane ricercatore universitario, volato giù (buttato?) dai piani alti dell’edificio. Si tratta di Stefano Colamartino, 26 anni, incaricato di svolgere una ricerca su un vecchio carteggio custodito nella fatiscente villa del conte Serra Catellani: vengono anche alla luce una lettera autografa di Giacomo Leopardi, nonché preziose annotazioni su una probabile antica fonte termale in una zona (Bosco Torto) , oggetto di trattativa tra il Comune ed un’importante impresa. La scoperta non va rivelata, i prezzi lieviterebbero, ecco il principale motivo per cui l’assassino ha eliminato il povero Stefano. Chi sarà stato il colpevole? Le indagini condotte dall’abile vicequestore Alice sono lunghe e complesse: sono esaminati ora dopo ora gli spostamenti del personale all’interno del Comune, nei vari piani, con l’ausilio delle fotocamere e, finalmente, l’assassino è scovato e messo alle strette. Ovviamente i Vecchietti del BarLume danno il loro contributo, mettendo in luce buon senso e spirito pratico, tra una battuta di spirito e l’altra: una specie di indagine parallela, rievocando anche pettegolezzi del passato, nella saggia convinzione che spesse volte a pensar male si indovina.
Insomma, si può morire per un terreno boscoso che nasconde tesori naturali e che può far gola: non c’è naturalmente solo questo nel romanzo, altri argomenti affiorano qua e là, come, ad esempio, lunghe e complesse disquisizioni sui cosiddetti “usi civici”, cioè la possibilità dell’uso pubblico di zone di proprietà, uso che ne impedisce in certi casi la vendita. Complicata è anche l’indagine poliziesca: sono molte le persone indagate, tanto da indurre l’autore ad avvalersi di disegnini esplicativi (incomprensibili) dei locali comunali frequentati dai presunti colpevoli. Insomma, il tutto obbliga il lettore a continui esercizi di memoria che, per fortuna, sono stemperati dagli interventi dei Vecchietti con il loro umorismo e la loro ironia.
“La morra cinese” è il nono romanzo della serie del BarLume, il primo che ho letto. Devo ammettere che non mi ha particolarmente entusiasmato, forse colpa mia che non sono riuscito ancora a entrare nel particolare “clima” anche mediatico che circonda il BarLume. Belle le battute, simpatici i protagonisti, azzeccati i riferimenti ai problemi dei nostri tempi (pastoie burocratiche, luminari universitari spocchiosi e approfittatori, politicanti pronti sempre a farsi i propri affari, ecc.ecc.) ma il tutto sembra traballante, disarticolato, anche faticoso da leggere.
Forse è proprio azzeccato il titolo, “La morra cinese”, equivalente al nostro Carta,Forbice,Bastone: indica infatti una situazione disperata che non si sa come affrontare, ma dalla quale si cerca di uscire ad ogni costo. Mettendo a dura prova l’attenzione e la memoria del lettore.
Lo stile narrativo scorre via, a balzi e frenate: frequenti i colloqui nell’incisivo dialetto locale.
Esilarante qualche trovata, come quella del vicequestore Alice, che in cucina sull’etichetta del barattolo del riso scrive un bel “Ah!Ah!Ah!” e su quella del sale grosso “Clorurone di sodio”. Mica male, no?
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Caccia al fantomatico "M".
Ho letto più che altro per curiosità quest’ultimo thriller di James Patterson. La serie è quella di Alex Cross, il cliché più o meno è sempre lo stesso, il bravo detective contro il cattivone di turno, tanti buoni sentimenti, la consolidata famiglia come rifugio dalle avversità della vita: la vecchissima e arzilla nonna Nana Mama, i figli Alì e Janelle che eccellono nello sport, la seconda moglie Bree, poliziotta, alla quale il protagonista ripete ossessivamente “ti amo” anche durante le più banali telefonate. In questa nuova avventura, però, c’è qualcosa di inconsueto: un incalzare degli eventi più accentuato, senza momenti di stanca, una serie ragguardevole di teste mozzate (con particolari raccapriccianti sulle metodiche di decapitazione) ed un colpo di scena finale che non conclude la storia ma lascia spazi per un nuovo episodio.
La storia inizia con Alex Cross ed il collega Sampson che vanno in un carcere della Virginia, dove sta per essere giustiziato un assassino che strangolava le sue vittime con cravatte alla moda: non vi sono dubbi sulla sua colpevolezza, ma poco dopo ecco un altro delitto che avviene con le stesse modalità e che mette in discussione la precedente esecuzione. Sul luogo de delitto viene anche rinvenuto un’inquietante messaggio firmato “M”, che solleva dubbi sulle responsabilità del condannato appena giustiziato. Chi è questo fantomatico M? Inizia qui il movimentato thriller, la caccia al nuovo assassino, che rievoca episodi di un passato tormentato: Cross teme che M sia quel Kyle Craig che l’aveva perseguitato anni prima, ma la cui morte però era stata confermata dal riesame del cadavere. Potrebbe anche essere un macellaio, che nel passato uccideva e decapitava le sue vittime, oppure , secondo alcuni profilers, un violento imprenditore, ricchissimo, che viveva isolato in una specie di fortino in periferia. Tutte false piste: M continua senza esitazioni a uccidere e decapitare, ingannando la polizia e cercando di incolpare altri con false prove. I messaggi che lascia ad Alex sono inequivocabili: il suo scopo è colpire Alex, iniziando da persone che gli sono più care. Viene infine catturato, ma fugge diabolicamente dall’ospedale ove giace gravemente ferito: il colpo di scena finale lascia il racconto sospeso, un ultimo messaggio del killer, uccel di bosco, ma sempre in prossimità delle sue vittime, mette le basi per un nuovo episodio della serie di Alex Cross.
Tutta la storia è ovviamente molto più complessa di quanto sopra accennato, ha un suo ritmo incalzante, tra teste mozzate e messaggi sempre più allarmanti del fantomatico killer che mettono a dura prova l’abilità investigativa di Cross e dei suoi collaboratori: solo in famiglia il protagonista trova un po’ di quella serenità che tuttavia, negli ultimi capitoli, verrà sconvolta dalle intrusioni del misterioso M.
Lo stile narrativo è il solito: banalmente scorrevole, piatto, senza guizzi o introspezioni psicologiche. Un piccolo passo indietro rispetto a “Beach road” del 2023, dove forse il contributo del coautore Peter De Jonge si era maggiormente imposto.
Comunque, “Nel cerchio del male” resta un buon thriller che non deluderà gli amanti del genere e, soprattutto, i fans di James Patterson.
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L'altalena della vita
Mauro Corona, il ben noto scrittore, alpinista, scultore del legno, ora anche ospite fisso in una trasmissione televisiva di intrattenimento, evoca in questo nuovo romanzo episodi della sua vita: è un fiume in piena, tutto un susseguirsi di ricordi, rimpianti, speranze, delusioni cocenti, oscillando, proprio come l’altalena della sua gioventù, tra gioie e dolori. Non ha la struttura di un classico romanzo, è un fluire continuo di riflessioni che, ad una prima lettura, può lasciare sconcertati, ma che rivela in tutte le sue sfaccettature un personaggio sincero, aperto, privo di condizionamenti. Tema che ricorre più volte nel racconto è la tragedia del Vajont, quando nel 1963 (Corona aveva appena tredici anni) una frana si riversò sul bacino artificiale della diga causando un’inondazione a valle che causò quasi duemila morti, tra cui quattrocentoottantasette bambini. Questo dato, ripetuto più volte nel racconto, non cancella i ricordi ed esacerba il dolore e la rabbia dello scrittore nei confronti delle colpe di ingegneri e geologi e degli errori di chi poteva evitare la tragedia: “… quella notte non ci volle molto a cancellare vite, pascoli, boschi, culture … morti sopra, morti sotto, supersiti fuggiti e silenzio … sono passati sessant’anni, agli autori del massacro il silenzio del disprezzo”.
Insieme al ricordo dell’immane tragedia, sempre affiorante nel racconto, Corona passa in rassegna a cuore aperto tutta la sua vita: non tralascia nulla, dall’infanzia all’adolescenza, trascorse tra legnate e punizioni incomprensibili da parte di un padre violento, compensate e rese meno insopportabili dall’affetto di nonni e zie, fino alla maturità, agli studi, alle prime letture alternate ai lavori nei campi, alla scalata delle vette, alle prime esperienze come intagliatore e scultore del legno. La vita non scorre facilmente: la morte della madre e di un fratello, alcune traversie giudiziarie, il carattere ribelle, la lotta per liberarsi dall’assuefazione all’alcool segnano il carattere ed i rapporti con il prossimo rendendo il protagonista malinconico, chiuso in sé stesso, ostile al mondo che lo circonda: lo consolano i tanti ricordi della vita trascorsa, l’incanto del paesaggio, il verso del cuculo che si ripete ossessivo, la visione dei boschi e delle montagne che hanno messo alla prova l’abilità dello scalatore e, non ultimo, qualche buon bicchiere di vino. Non mancano amare riflessioni sull’evolversi della nostra società nel tempo, su come eravamo e su come siamo, simboleggiati dall’altalena sullo spiazzo vicino a casa, un tempo ben funzionante e ben oliata, oggi abbandonata e arrugginita. Il simbolo dell’altalena è richiamato più volte, perché Corona è convinto che “… tutto nella vita è altalena. fino all’ultima oscillazione, che può avvenire all’andata o al ritorno, ma questo conta poco. Salute che fugge e torna, amore che viene e va, sole che nasce e tramonta, brutto tempo che arriva, bel tempo che torna. Salite alle vette, calate a valle. Successi e fallimenti, sconfitte e vittorie …”.
Lo stile narrativo è scarno, talora contorto e ripetitivo, ma sempre convincente e appassionato, l’intimo è messo a nudo con sincerità disarmante. Numerose nel contesto le citazioni letterarie che, unitamente alla traduzione di qualche espressione dialettale, sono raccolte a fine romanzo.
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Aspettando gli alieni
Joe R. Lansdale è scrittore eclettico: autore di romanzi, racconti, fumetti, testi per TV e cinema, non c’è argomento che sia sfuggito alla sua penna, dalla fantascienza all’horror, dalla satira sociale al western, dal noir violento al racconto gotico. “La setta delle ciambelle” è un fumettone, condito di fantascienza e scene truculente, ambientato, e non per caso, in una cittadina del Texas, lo Stato americano dove proliferano le più svariate sette religiose, “il luogo più assurdamente mistico e spirituale in cui è dato vivere”(secondo un articolo di “Internazionale”, 2023), dove quasi tutti girano armati e dove avvenne, nel 1993 a Waco, la famosa strage della setta dei Davidiani.
Qui vive Charlie Garner, il protagonista, uno scrittore ex poliziotto, sposato con Meg e separato. Corre la voce che, qualche decina d’anni prima, sia atterrata nei dintorni un’astronave aliena, creando curiosità, fantasie e, a poco a poco, una setta di fedeli, una specie di congrega evangelista chiamata il Popolo dei dischi volanti, convinta in un prossimo sbarco di alieni extraterrestri che sarebbero arrivati portando pace, serenità e trasformando tutti in esseri liberi, felici ed eterni. La setta intanto si dà da fare: attività principale è l’apertura di negozi di ciambelle, poi allevamenti di polli, una segheria, attività agricole di vario tipo, insinuandosi nel contesto sociale del posto e infiltrando adepti nella polizia locale e nelle attività bancarie della zona. Charlie, nel frattempo, non riesce più a rintracciare l’ex moglie, teme che sia finita nella setta ed inizia ad indagare, aiutato dal fratello Felix, psichiatra, da una intraprendente aspirante scrittrice, Alice Moon, e da una giovane avvocatessa, Cherry. Alcuni adepti lasciano trapelare qualche notizia, anche la polizia vuol vederci chiaro e, con l’aiuto di Charlie e dei suoi amici, scopre che la setta è in mano ad un gruppo di loschi trafficanti, guidato da un capo violento, Cow Boy, che circola accompagnato da un ferocissimo scimmione. Charlie viene amichevolmente avvertito di non immischiarsi negli affari altrui ma non si arrende: riesce ad entrare nei magazzini della setta, fa scoperte agghiaccianti, trovando, oltre ad attrezzature agricole, armi e cadaveri congelati di persone recentemente scomparse, che forse sapevano troppi segreti … Dovrà esserci un fatidico giorno nel quale verranno fatte rivelazioni sensazionali: in realtà il grande capo si prepara a fuggire con un mucchio di soldi, dopo aver fatto saltare tutto in aria. Naturalmente, grazie ai nostri eroi, questo non avverrà, ma la vittoria finale costerà cara ed avverrà dopo una scia di orribili delitti. Si scoprirà anche, forse un po’ sbrigativamente, quale era stata la fine della povera Meg.
In sintesi, una storia accattivante, senza momenti di tregua, ben narrata con stile tutto particolare, arguto, condito di battute surreali ed umoristiche, che fanno da contraltare a particolari di puro horror, con scene di morti ammazzati e smembrati. La fantascienza e la cruda esposizione di particolari delittuosi si alternano alla descrizione quasi divertita dei rapporti tra i protagonisti, delle loro curiose vicende sentimentali e della loro convinta terrena razionalità contrapposta alla credulità dei fanatici appartenenti alla setta. L’autore, alla fine del racconto, sembra ammonirci, con una sua personale e condivisibile conclusione:
“La Setta delle ciambelle sarebbe risorta? Certo che sì. Lei, o qualcosa di simile. Non siamo una specie pratica, e di sicuro non siamo intelligenti come pensiamo di essere, nemmeno lontanamente. Vogliamo credere di avere un posto dove far atterrare le nostre anime, se davvero le abbiamo. Vogliamo credere in una verità ultima”.
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La traccia lasciata da Michela Murgia
Pur non essendo l’opera migliore di Michela Muria, la sua personalità emerge anche in questi dodici racconti esemplari: narrano di situazioni complesse, che sembrano completarsi l’una con l’altra e nelle quali i protagonisti vivono periodi di crisi e affrontano situazioni inattese o speciali della loro vita, cercando cambiamenti radicali o alternative al di fuori di consuetudini banali e già sperimentate.
Come quando, ad esempio, nel racconto “Tre ciotole” l’autrice trova una semplice soluzione ai suoi problemi di salute (nausea e vomito incoercibile): prepara tre ciotole, con riso, pollo e pesce bianco, verdure, attingendo a ciascuna di esse al bisogno e al di fuori di schemi fissi ed orari canonici. Decisioni che spezzano abitudini collaudate e che vanno prese con coraggio e con la determinazione di chi non vuole più saperne di schemi e preconcetti collaudati.
Anche nel racconto “Utero in affitto” la protagonista esce dagli schemi consueti. Afferma, molto coraggiosamente, di odiare i bambini, tutti indistintamente, “pezzi di bisogni infiniti, incapaci di fingere”. Vuole un figlio, con l’impianto, ma non un uomo: il figlio sarà di suo padre, che lo vuole, ma non della madre biologica, che si presta solo ad affittare l’utero. La procedura non sarà certo semplice, perché, afferma, “ viviamo in un paese infame, dove avere prole non è un diritto della persona ma solo della coppia”.
Ma il racconto più singolare ed enigmatico è “Cartone animato”, il più lungo, articolato in nove brevi sottocapitoli: la protagonista, delusa dalla monotonia di una vita sempre uguale, si innamora di una sagoma di cartone (raffigura Park Jimin, un cantante sudcoreano dal fascino fanciullesco), la porta a casa e, per timore di essere derisa, la chiude in un armadio. La sagoma sembra animarsi, lei si illude che così sia, ai suoi occhi rappresenta l’alternativa ad una vita di coppia stanca, fatta di finzioni e routine. La compagnia della sagoma rivitalizza la donna, la fa sentire meglio e la riconcilia con la vita.
Uscire dagli schemi consueti, rompere con la routine, vivere cambiamenti radicali per sopravvivere: è singolare che Michela Murgia, alla quale viene nel primo racconto (“Espressione intraducibile”) diagnosticato un tumore, conceda ai suoi personaggi orizzonti di speranze e stimoli a cambiare schemi di vita ed a cercare nuove emozioni. Da inguaribile ottimista, perché non può che essere considerata ottimista una che crede fermamente in un mondo migliore e più “giusto”, esprime nei racconti tutta la sua vitalità attraverso le emozioni dei personaggi ed il loro desiderio di nuove esperienze.
Ha difeso strenuamente elementari diritti civili fino a definire ed a farci comprendere il concetto di “famiglia queer”, nella quale i componenti non sono costretti a conformarsi alle norme di genere tradizionale, e di “figli d’anima”, i suoi quattro, così definiti perché Michela non aveva figli naturali.
Michela Murgia non c’è più: ha lasciato comunque una traccia che non sarà facile cancellare.
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Una madre in guerra.
Commonwealth, periferia di Boston, anni ’70. Un quartiere di bianchi, gelosi della propria supremazia, poco tolleranti nei confronti dei neri, visti come un’insidia ed un costante pericolo. Qui vive la protagonista, Mary Pat: la vita non le ha certo riservato grandi soddisfazioni, un marito morto da tempo, un figlio portato via da un’overdose, una figlia, Jules, diciassettenne, la sua unica ragione di sopravvivenza. Ma anche Jules le sfugge di mano, coinvolta nell’assassinio di un giovane nero e poi scomparsa nel nulla. Mary Pat è disperata, la cerca dappertutto, senza timori reverenziali neppure nei confronti di una potente gang locale agli ordini di un boss di origini irlandesi, Marty Butler: la povera Jules, pur non autrice materiale del delitto, aveva osato intralciare in qualche modo i traffici loschi della banda ed era stata eliminata. Un bel po’ di soldi per calmare le ire di Pat (“ tua figlia se la spassa in Florida, evita di cercarla!”) non bastano per convincere la madre, che decide di mettere in atto una sua personale vendetta.
Sullo sfondo un quartiere disagiato, dove bianchi e neri si odiano, soprattutto quando un’ordinanza impone di equilibrare il numero degli studenti bianchi e neri nelle scuole: i bianchi minacciano ritorsioni, pronti ad impedire quanto deliberato (definito una “dittatura giudiziaria”), decisi alla lotta anche cruenta. Un poliziotto non corrotto, Bonny, fa da mediatore: è un brav’uomo, applica la legge e nel contempo cerca di venire incontro ai bisogni ed alle speranze dei più poveri e diseredati. E’ amico di Pat, tenta di dissuaderla dai suoi propositi bellicosi ma nulla può contro il suo desiderio di vendicare l’uccisione della figlia: la vendetta ci sarà, contro la banda, una vendetta atroce, nella quale anche Pat morirà, crivellata di colpi.
A poco servirà il sacrificio della povera Pat: la banda se la caverà come sempre, poca gente andrà ai funerali di Pat, gli scontri tra bianchi e neri non avranno tregua. Jules troverà una dignitosa sepoltura: il testamento materno le assicurerà cambio dei fiori ogni mese, mezzora di musica classica alla settimana e la pietà di un custode, che si consolerà sulla sua tomba, parlandole della sua vita, dei suoi figli, dei suoi sogni e delle sue speranze.
Il romanzo ha come sfondo narrativo la questione razziale, evidente in quel tempo ed apparentemente irrisolvibile. Ma un primo piano è la storia di una madre, l’irriducibile Mary Pat, che non si rassegna alla sconfitta e che per amore dell’unica figlia rimastale decide di battersi contro tutto e tutti: la prevaricazione delle gang, l’indifferenza della comunità in cui vive, l’ostilità di amici e parenti. Il dramma di una madre, sola e incompresa, emerge in primo piano ed è raccontato con intensa commozione, anche se alla fine non si intravede un futuro migliore, restando solo la consapevolezza che nei sobborghi poveri delle grandi città, dove prosperano crimini e violenza, non può esserci speranza di redenzione né di salvezza.
Ed è quello che vuole comunicarci l’autore, quando Bobby, il poliziotto “misericordioso”, riflette sul figlio ricoverato per un incidente: “… non posso proteggerti, posso fare solo quello che so. Posso volerti bene, posso aiutarti, ma non posso tenerti al sicuro. E questo mi terrorizza, ogni giorno, ogni minuto, ogni respiro che faccio …”
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Il viaggio nel tempo di una madre disperata.
Gillian McAllister è una giovane scrittrice e giornalista inglese, già autrice di diversi romanzi di successo, alcuni dei quali in procinto di sceneggiature televisive e cinematografiche. “Posto sbagliato, momento sbagliato” è il più recente, un thriller singolare ed intrigante che ha come protagonista una donna, Jen: avvocato divorzista, una vita apparentemente tranquilla, un figlio diciassettenne, Todd, definito un”gioiello” dagli insegnanti, un marito, Kelly, misterioso e sfuggente. Tutto inizia la notte del 30 ottobre, notte dell’ora legale: Jen vede il figlio che, rientrando a casa, affronta un uomo e lo pugnala uccidendolo: arriva la polizia, Todd viene arrestato, scompiglio in famiglia … Todd resta in prigione, Jen torna a casa incredula ed ecco accadere l’incredibile: il mattino dopo si ritrova sbalzata al giorno prima, nulla è ancora successo, lei, Todd e Kelly iniziano tranquillamente la loro giornata, ma Jen “sa” come andrà a finire, il suo compito è impedire che l’omicidio accada. Per Jen, il tempo comincia a scorrere all’indietro, giorno dopo giorno, mese dopo mese, con salti temporali anche di anni: la donna consulta anche un esperto di fisica, che le parla di evento straordinario ma non impossibile, una sorta di loop temporale, in cui la freccia del tempo (forze isteriche? energia sovrumana?) va a ritroso: e, viaggiando nel passato, Jen viene a conoscenza di fatti a lei poco noti o addirittura sconosciuti. Indagando, frugando nei cassetti, pedinando figlio e marito, intercettando conversazioni, porta alla luce vicende che la riempiono di angoscia: Kelly è in contatto con una banda criminale che traffica con auto rubate da spedire in Medio Oriente, su una di queste viene trovata una bambina abbandonata che poi scompare (ma riapparirà rocambolescamente anni e anni dopo), Kelly è un nome fasullo e non quello vero del marito che in realtà è, all’insaputa della moglie, un poliziotto sotto copertura … Il loop temporale va a ritroso sempre più rapidamente, anche di anni, fino a ritrovarsi con Todd bambino, sempre alla ricerca disperata di indizi per riannodare i fili di tutta la vicenda, sapere sempre di più, fare i conti con la sua vita e con quella altrui, anche a costo di portare alla luce lati oscuri. Alla fine riuscirà a cambiare il corso degli eventi, a chiudere il cerchio magico ed a ritrovare una famiglia serena.
L’autrice è abilissima nel districarsi in questo viaggio nel tempo, costruendo sapientemente un thriller con ripetuti colpi di scena, senza perdere il filo del racconto che, ricordiamo, viene rappresentato andando a ritroso nel tempo: operazione non semplice, data la complessità della storia e la necessità di concatenare i fatti tenendo conto, appunto, del fattore temporale. Anche per il lettore non è del tutto facile seguire il viaggio nel tempo di Jen: nonostante la protagonista rifletta su quello che accadrà (lei già lo conosce!) e lo colleghi a situazioni vissute al presente, quasi a facilitare la comprensione delle vicende, al lettore talvolta sfugge la logica del continuum narrativo, perdendo, come può capitare con i computer, la connessione.
Ed io la connessione, devo confessarlo, l’ho persa più volte. L’ho recuperata rivedendo magari , durante la lettura, capitoli precedenti, ammettendo anche , ahimè, che non ho mai amato i romanzi con frequenti flashback, figuriamoci un thriller con un percorso temporale che procede al contrario! Ciò non toglie che l’autrice abbia costruito un romanzo brillante, originale e senza dubbio coinvolgente.
Lo stile è essenziale, scarno, quasi a sottolineare l’angoscia di una madre alla disperata ricerca della verità sull’amatissimo figlio. Ed è proprio questo aspetto, l’unione indissolubile madre - figlio che la McAllister riesce a far emergere nella complessità della vicenda: un amore che non si spezza mai, un legame che supera ogni avversità, mese dopo mese, anno dopo anno. Il cerchio temporale si è chiuso, siamo tornati ad un diverso presente: Todd non ha ucciso nessuno, la famiglia, di nuovo riunita, ha spezzato un diabolico incantesimo:
“… Jen allunga un braccio verso Kelly e Todd si abbandona al loro abbraccio, e restano così, davanti alla finestra panoramica, soltanto loro tre …”.
In sintesi: autrice abilissima nella costruzione di un giallo singolare e complesso, ricco di colpi di scena, ma non facile da seguire. Il viaggio nel tempo rende non sempre possibile rendersi conto dove stia andando la narrazione, suscitando nel lettore qualche perplessità.
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La crisi esistenziale di Elie.
Georges Simenon, l’indimenticabile autore di tante indagini del commissario Maigret, maestro indiscusso del giallo, ha scritto altri numerosi romanzi tra i quali questo “Delitto impunito” del 1953 (“Crime impuni”), tradotto due volte in italiano, nel 1955 per i tipi di Mondadori ed ora, nel 2023, da Adelphi. E’ la tormentata storia di due personaggi: Elie, uno studente polacco di umili origini, ed un altro giovane, Michel, di agiata famiglia romena. I due, per motivi di studio, alloggiano in una pensione di Liegi, diretta dalla bonaria e materna signora Lange, madre di una bella ragazza, Louise: ognuno ha la sua camera, con i pasti ci si arrangia, la conduzione è familiare, l’atmosfera sembra serena. Elie è lì da anni: in rapporti burrascosi con la sua famiglia, introverso, scontroso, poco socievole, sembra aver trovato nella pensione un ambiente a lui confacente. La pensione è il suo mondo, svolge varie mansioni, vive in una camera non riscaldata, non è una bellezza, occhi sporgenti, capelli rossicci, viso gonfio. Tutto sembra procedere in modo monotono e tranquillo, un rifugio sicuro e lezioni all’università, quando arriva un nuovo inquilino, Michel, tutto l’opposto di Elie. Di bell’aspetto, ricco, gioviale, viene sistemato nella più bella camera della pensione, per di più riscaldata; tenta di farsi amico Elie, gli propone di uscire insieme, ma riceve solo dinieghi: come osava il nuovo arrivato invadere la vita degli altri, turbare un ordine precostituito, il suo ordine! Elie è roso dalla rabbia, vede ed invidia in Michel quelle doti che lui non ha. Quando poi si accorge che Michel corteggia Louise e riesce addirittura a portarsela a letto, si sente una nullità, una gelosia assurda lo attanaglia, deve far qualcosa, cova propositi di vendetta: Michel diventa per lui un intruso, una minaccia per gli equilibri della sua vita, non gli resta che sopprimerlo. Elie s’inventa un telegramma da casa che lo costringe a partire, prende una pistola e, in una via nebbiosa della città, incontra Michel e gli spara, fuggendo poi bel buio della notte convinto di averlo ucciso.
Nella seconda parte del libro, siamo in America, a Carlson City, Arizona. Sono passati 26 anni, ritroviamo Elie, ingrassato e quasi irriconoscibile, impiegato alla reception di un Hotel. Dopo aver vagato per l’Europa, era approdato a New York e poi in giro con vari impieghi fino a sistemarsi nella città mineraria. Vita tranquilla, quasi certo di non essere stato scoperto, fino al giorno in cui approderà all’Hotel un ricco imprenditore, il nuovo padrone, circondato da segretari e assistenti: è Michel, sopravvissuto allo sparo, con il viso in parte rifatto artificialmente. Un’occhiata, sembrano non riconoscersi, ma Elie sa che è lui e che sta per arrivare il momento della resa dei conti. Vorrebbe incontrarlo, parlargli, sgombrare la mente da dubbi e rimorsi, confessare la sua colpa, ma l’altro sfugge, non gli dà un’occasione, forse, di redenzione: allora, ecco il colpo di scena finale, prevedibile ma non scontato. Ai lettori il piacere di scoprirlo.
Elie esce sconfitto, non è riuscito ad accettare il suo stato, ricorrendo all’illecito e decretando la propria condanna. Una sorta di delitto e castigo di dostoevskijana memoria, una lettura tragica del baratro in cui Elie cade, vittima della sua chiusura al mondo ed alle sue infinite sfaccettature. Simenon conosce perfettamente l’animo umano, entra nelle pieghe più nascoste del carattere dei suoi personaggi con il suo caratteristico stile che, con precisione e sottile arguzia, scava in profondità svelando attitudini e conflitti interiori in una quotidianità apparentemente normale.
La storia è ben dettagliata e intrigante: se ne consiglia senz’altro la lettura.
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La rinascita di Harry Hole
Torna Harry Hole, il poliziotto norvegese creato da Jo Nesbo, in “Luna Rossa”, il tredicesimo episodio della serie. E’ un uomo provato dalla vita, stanco, demotivato: dopo la morte della moglie ha lasciato la polizia di Oslo e si è rifugiato a Los Angeles, per dimenticare e trovare consolazione nell’alcool e nella compagnia di Lucille, una ex attrice piantata dal marito e indebitata fino al collo. Quando Lucille viene sequestrata da una gang messicana in cambio di un oneroso riscatto, da pagare entro una decina di giorni, Hole è costretto a rientrare a Los Angeles ed accettare un incarico ben remunerato da parte di un immobiliarista miliardario, Markus Roed: trovare l’assassino di due giovani donne misteriosamente scomparse. Hole firma il contratto e inizia, contemporaneamente alla polizia, ad indagare, scegliendo tre originali collaboratori: un poliziotto corrotto, ma con accesso ai dati della polizia, Truls Bernsten, un tassista spacciatore, Oystein Eikeland, ed un malato terminale di cancro, Stale Aune, nella cui camera d’ospedale i quattro si troveranno per coordinare le indagini e prendere decisioni. Hole ha amici ad Oslo, soprattutto nella polizia, dall’anatomopatologa Alexandra Sturdze ( “un misto tra una tigre ed una Lamborghini”), a Katrine Bratt, responsabile dell’Anticrimine, vedova e madre di Gert un bimbo il cui padre è proprio Hole. Riesce a contattare anche la moglie di Roed, Helene, una donna affascinante, che sa molti segreti del marito e prossima al divorzio: marito che non è certo uno stinco di santo, un riccone pervertito cocainomane che, si saprà poi, conosceva intimamente le due ragazze assassinate. In estrema sintesi, con il passare dei giorni le indagini si fanno più serrate: emergono macabri particolari sui cadaveri, decapitati e privi di occhi e cervello, si manifesta il vero colpevole, un serial killer dalla mente malata con notevoli competenze scientifiche: si fa chiamare Prim , rivela il suo modus operandi, una feroce e implacabile vendetta contro chi l’ha abusato fin da piccolo, ed usa come mezzo distruttivo un parassita, il Toxoplasma, avido ed invasivo. Non è un thriller per stomaci delicati: episodi di cannibalismo si alternano ad incursioni in locali proibiti, dove, nelle dark room ne capitano ovviamente di cotte e di crude. Alla fine, dopo una serie di colpi di scena spettacolari e di vicende spericolate, si arriva al redde rationem, proprio in una notte in cui la luna, che sembra grondare sangue, vive la sua periodica eclissi: la luna rossa, testimone delle scene finali.
Hole, nonostante il rischio di essere alla fine eliminato dal killer, riesce con uno stratagemma a sopravvivere, incassa quanto stabilito e permette, al di là dell’Oceano, la liberazione della sua cara amica Lucille.
Il thriller è avvincente, complesso, ricco di personaggi e di trame secondarie, che si intrecciano pur senza intaccare lo svolgimento del filone principale, tutto teso a scoprire chi si cela con grande abilità per compiere nell’ombra i suoi misfatti: certamente Harry Hole domina la scena, con il suo carisma ed il suo vecchio e collaudato intuito, coadiuvato dai tre collaboratori prescelti e da informazioni che gli passano le sue amicizie di un tempo. L’atmosfera è cupa, gli ambienti da frequentare sono densi di pericoli e di imprevisti, numerose le descrizioni di violenze efferate, con tanto di cadaveri maciullati, reperti autoptici crudamente esposti, abusi di droghe, stupri e aggressioni. Hole non si dà mai per vinto, riuscendo anche a dominare il desiderio sempre incombente di affogare nell’alcool i dispiaceri della vita: un personaggio che permea di sé tutto il ponderoso romanzo (quasi seicento pagine!), paragonabile ai protagonisti delle famose trilogie di Don Winslow.
Lo stile di Nesbo coinvolge il lettore, perché scava nei personaggi, porta alla luce i segreti più riposti dei caratteri, le pulsioni, gli affetti, gli aspetti più aberranti, con precisione e lucidità. Anche se un po’ farraginoso negli episodi finali, tiene sempre avvinta l’attenzione del lettore: Harry Hole sembra quasi uscire ringiovanito da quest’ultima impresa, non solo, ma è invitato a rientrare in polizia per ricoprire un posto vacante nell’Anticrimine. Forse l’attende una nuova avventura, i cui preliminari (un cadavere fatto “a pezzetti minuscoli” con una motosega!) sono accennati nelle ultime pagine del romanzo.
Buona lettura!
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Thriller con sorpresa.
Una buona sorpresa questo nuovo thriller della premiata ditta James Patterson e C. Una sorpresa perché è diverso dalle solite storie con finali prevedibili, condite da buoni sentimenti e dalla immancabile vittoria dei buoni sui cattivi. Questa volta l’impostazione è diversa, e spiegherò poi perché.
Intanto, siamo a Long Island, nel quartiere East Hampton: il titolo si riferisce ad una strada, la Beach Rode, nei cui paraggi è ambientata la storia: Beach Rode, vuole sottolineare l’autore come particolare curioso, è definita “la più bella strada secondaria di tutta l’America”. I protagonisti sono tutti appassionati di basket, alcuni giocatori affermati, altri speranze, di ogni estrazione sociale: la zona pullula di ville di milionari e miliardari, ma anche di roulotte ben attrezzate per una vita dignitosa. Naturalmente circolano droghe d’ogni tipo, gli spacciatori agiscono indisturbati, buona parte dei poliziotti chiude gli occhi, alcuni sono addirittura a libro paga delle gang. Accade un giorno che un giovane, Dante Halleyville, noto per il buon carattere ed una nonnina che l’adora, durante una rissa sul campo viene sorpreso a minacciare con una pistola un amico. Un gesto inspiegabile, tutto sembra finire lì, ma ecco l’imprevisto: alcuni giorni dopo tre cadaveri, tra cui quello del giovane minacciato, vengono trovati uno sull’altro con il foro di un colpo di pistola tra gli occhi. Un’esecuzione vera e propria, il sospettato principale è Dante che tuttavia dichiara disperatamente la sua innocenza. Entra in scena il protagonista del thriller, Tom Dunleavy, un giovane avvocato alle prime armi, già stella del basket e carissimo amico di Dante: lo invita a costituirsi e ne assume la difesa, aiutato da Kate, una sua ex fidanzata con la quale tenta di riallacciare un rapporto ormai spento. Le udienze del processo attirano centinaia di persone, pro e contro l’imputato, il processo ha un’enorme risonanza, anche perché avvengono altri delitti compiuti per depistare le indagini e tentare di aggravare la posizione di Dante. Entra in scena anche un losco personaggio, detto Loco (il pazzo), spacciatore indisturbato, che conosce l’assassino (non è comunque Dante), mentre Tom è perseguitato da energumeni che gli bruciano l’auto e lo riempiono di botte. Dante stesso corre il rischio di essere eliminato in prigione con la complicità di un guardiano.
Dopo svariate udienze di testimoni a favore ed a sfavore dell’imputato, si giunge alle arringhe conclusive. Quella conclusiva di Tom, il difensore, è declamata con grande abilità e riesce a convincere i giudici: il verdetto conferma la non colpevolezza di Dante. Tutto sembra finito, Dante è libero, Tom e Kate si godono il successo ma … Mancano ancora gli ultimi capitoli del thriller, che riservano una sorpresa che sarebbe riduttivo definire colpo di scena. Anche se al lettore più smaliziato non saranno sfuggiti certi comportamenti dei protagonisti durante tutta la vicenda, i capitoli finali sconvolgono radicalmente il tessuto della trama svelando tutta un’altra storia e cambiando i ruoli dei protagonisti.
La scrittura è la consueta dell’autore, abbastanza uniforme, senza divagazioni o approfondimenti: i capitoli conclusivi sono però un magistrale colpo d’ala, una novità che sorprende e che vi stupirà. Del resto, Beach Road ha un sottotitolo che spiega molto della vicenda: “niente è come sembra
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Teresa Battaglia non si arrende.
E’ il sesto episodio della serie che Ilaria Tuti ha dedicato a Teresa Battaglia, commissaria di polizia coraggiosa e battagliera ma con un carattere aspro e difficile. Ora Teresa è a riposo, affetta da sintomi sempre più preoccupanti del morbo di Alzheimer: sta perdendo la memoria, la mente a volte non è più lucida come un tempo, lei stessa non è più autonoma, anche se non ha mai smesso di indagare rivelandosi ancora utile per la soluzione di casi complessi. All’inizio del thriller, viene trovata inspiegabilmente abbracciata ad un ragazzo, morto suicida: anche lei ha tracce di sangue sui vestiti, non sa dare spiegazioni all’amico ispettore Massimo Marini, che capisce di doverla proteggere da insinuazioni ed eventuali accuse. Iniziano così le indagini. Siamo in Friuli, terra un tempo di invasioni barbariche, soprattutto da parte di Longobardi che fondarono proprio a Cividale il loro primo ducato intorno all’anno seicento: terra anche di reperti archeologici importanti, che hanno portato alla luce scheletri e raccolte di ossa, oltre a testimonianze di antichi riti sia pagani che cristiani. Le indagini conducono presto a questo mondo misterioso e sconosciuto e si rivelano complesse. Il padre del ragazzo suicida è di nobile casata, diretto discendente del longobardo Alboino, la madre da anni è scomparsa, strani reperti vengono portati alla luce quali la scoperta delle cosiddette “morti inquiete” , con inconsuete ed enigmatiche sepolture rituali, ed il rinvenimento in alcune catacombe di numerosi scheletri di nani acondroplasici e di cadaveri con strane legature a testimoniare leggende antiche e riti specifici. La trama si fa sempre più complicata, si brancola nel buio, si sospetta la presenza di una talpa nella polizia che sa e non parla e, addirittura, nelle figure mediche che hanno in cura Teresa: la storia è angosciante, un valido aiuto lo dà Elena, esperta archeologa e compagna dell’ispettore Marini, bisogna scavare nel passato, esaminare reperti, studiare alcune ossa ritrovate con significati rituali per arrivare, alla fine, alla Madre d’ossa del titolo, custode di antichi riti misteriosi, una specie di sciamana con numerosi adepti. Adepti che formano una vera e propria setta, un tempo a sfondo esoterico e religioso, attualmente con intendimenti ben più prosaici, potere e affari. Teresa mette a repentaglio la propria vita in attimi di spericolata incoscienza, ma ha intuizioni inaspettate e momenti di inattesa lucidità, venati da lampi di nostalgia di un dolente passato.
Tutto è bene quello che finisce bene. Gli argomenti trattati hanno sempre un alone di mistero, portando alla luce figure ancestrali, alla ricerca tortuosa di verità arcane fuori dal tempo e dallo spazio: verità manipolate ad arte, per incutere timori o trarre vantaggi. Teresa Battaglia, pur con i limiti imposti dalla malattia, lotta da par suo alla ricerca di verità nascoste, riuscendo anche a non farsi manovrare e indurre in inganno da chi vuole depistare le indagini. Ilaria Tuti tratteggia magistralmente questa figura di donna, seguendola nel progredire del decadimento mentale e mettendo sempre in risalto quell’intuizione geniale che salva la protagonista da un’irrimediabile caduta.
Il romanzo è scritto bene, con perfetta conoscenza di luoghi attuali e di riti ancestrali del territorio. Anche i personaggi sono ben calati nella storia investigativa, quasi tutti vicini all’ex commissaria, in segno di amicizia e di protezione: anche lo scorbutico questore Albert Lona, ostile all’inizio a Teresa, viene alla fine conquistato dalla disarmante simpatia della donna.
Madre d’ossa piacerà soprattutto a chi ama i thriller che affondano le radici in un passato molto lontano, dove leggende e misteri avvolgono le vicende in un alone sospeso di incertezza e di pericoli imminenti. Naturalmente Teresa Battaglia occupa la scena, protetta da colleghi che ne conoscono la vulnerabilità e l’aiutano a tenersi disperatamente aggrappata alla vita.
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Il coraggio di amare sempre la vita.
La vincitrice del Premio Strega 2023 non c’è più
Una malattia devastante l’ha portata via, dopo
sei anni di sofferenze, di ansie, di timori, soprattutto per la figlia Daria. Il romanzo è la storia tormentata di due personaggi, madre e figlia. La madre scopre nel 2017 di avere un tumore e di dover intraprendere un percorso traumatizzante, con terapie pesanti, ai limiti della resistenza fisica, un percorso fatto di radio e chemioterapia, affrontato con coraggio e con la rabbia di chi vuole sconfiggere il male non tanto per la propria sopravvivenza, quanto per proteggere una creatura fragile. La figlia, nata nel 2005, ha una grave disabilità, non evidenziata per incuria medica da indagini prenatali: una alterazione genetica, rarissima, le ha causato una oloprosencefalia semilobare, un difetto nella separazione degli emisferi cerebrali con evidenti malformazioni che le impediscono di reggersi in piedi, di parlare, di vedere. Madre e figlia: il destino che le accomuna le unisce anche nella diuturna lotta contro la malattia, lotta che si nutre di fugaci speranze, di risultati inattesi, di lampi di luce. La lotta è per la vita, inseguita quasi con ferocia da una madre che non si arrende e che proprio quando si smarrisce e perde lentamente le forze trova nella propria cocciuta determinazione la forza di proseguire. Ada lotta per la vita, sua e della figlia, e riesce a far breccia nel cuore dei lettori: lei, danzatrice di professione, ha perso tutto ma resta aggrappata all’affetto per Daria, alla quale si sente unita in modo inscindibile.
La paura, la sensazione di non farcela, il timore di un avvenire oscuro e pieno di incognite si trasformano, pagina dopo pagina, in amore profondo: un amore che cresce, totalizzante, quasi il voler fondersi in un abbraccio senza fine con il corpo della figlia, per trasmetterle quello che la sorte le ha tolto, movimento, sentimenti, sicurezza, coscienza di sé.
Ada rivela però anche la sua sofferenza, esplicitandola in una lettera che invia a Corrado Augias e che viene pubblicata su Repubblica. Una lettera “uscita d’impeto dal petto come un grido”, e che rivendica la scelta dell’aborto terapeutico, una scelta dolorosa che va garantita: “ io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta”, ma , sostiene Ada, voglio rivendicare un diritto sacrosanto, contro ogni ipocrisia e falsi moralismi.
Leggo di un critico letterario che non approva il premio Strega 2023 per Ada d’Adamo, ritenendo altri libri della cinquina più meritevoli. Vorrei osservare che il premio è letterario, che viene giudicato uno scritto e non un congegno meccanico, con tanto di formule e numeri, e che la storia narrata, storia di due esseri umani condannati uno ad una fine annunciata, l’altro ad una vita di drammatica disabilità, non poteva non essere premiata, con il cuore e con la mente.
Il libro di Ada d’Adamo rappresenta l’incontro con una verità drammatica, un libro che, secondo il critico Riccardo Piazza (www.la paginabiancadocx.com) dovrebbe essere relegato in uno scaffale alto della libreria, nascosto, perché rappresenta una dolorosa spina nel fianco, una Verità che non ci appartiene, che turba, un inciampo nel nostro cammino: “diverrebbe il monito di chi, con le sue parole e le sue azioni, ha dimostrato la verità del dolore … e toglie il lieto fine all’idea favolistica che abbiamo della vita”.
Grazie Ada, per quello che ci hai dato. Riposa finalmente in pace.
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Manrico Spinori nel mondo dei maghi.
Il protagonista di questo nuovo giallo di De Cataldo, il quarto della serie, è un eccentrico gentiluomo, di antiche origini nobiliari, Manrico Spinoni dei Conti in Albis e San Giocondo, magistrato a Roma: divorziato da Adelaide, due figlie (l’Irragionevole e la Mite, così chiamate per il loro carattere), dimora, con il fedele maggiordomo Camillo, in un palazzo di proprietà dove di tanto in tanto lo raggiunge l’amica del cuore, Maria Giulia. Dal collega e amico Gaspare Melchiorre, procuratore capo, gli viene affidata un’indagine non semplice: scoprire l’assassino di un famoso mago, Nerouz, al secolo Giuseppe Capomagli, 57 anni, trovato nel suo studio dal cognato Silvestro Boni con il cranio fracassato. Aiutato dai suoi, in primis la bella e capace ispettrice Deborah Gianchetti, Manrico visiona un video in cui il mago reclamizza le sue magiche virtù, fiducioso sia nella scienza che nei poteri, energie e forze che emanano da testi sacri: si entra, e si rimane più o meno per tutto il romanzo, in un mondo nuovo, inconsueto, il mondo dei maghi, frequentato da una clientela variegata, persone comuni e personaggi più o meno noti della TV fino a politici di vari partiti. Il malcapitato Manrico inizia gli interrogatori di abituali frequentatori dello studio di Nerouz: una signora altolocata, Cornelia Villalta, 65 anni, sorriso smagliante, simpatica, le gemelle Floriana e Doriana della TV, passate dal mago Gayan, secondo loro con pochi poteri, a Nerouz, dotato di capacità superiori, e poi ancora, tra i politici, Bianca Olivieri, senatrice di destra nota per le sue posizioni oltranziste e il collega onorevole Frosoni, invadente e volgare, dello stesso partito ma di corrente diversa (“ quella stronza della Olivieri” !)… Non basta: in rete si scatenano detrattori del mago, insinuazioni sui rapporti tra mago e politici, c’è perfino un giovane prete polacco della Scuola di esorcismo che, tramite un suo sito (Vade Retro Satana), inveisce contro Belzebù, Satana e Demoni vari … Non poteva mancare una trasmissione televisiva sull’argomento, condotta da una notissima presentatrice, con personaggi strampalati ed in cerca di visibilità.
L’indagine entra nel vivo quando anche il cognato del mago viene fatto fuori con due colpi di pistola. I sospetti puntano sul capo di una setta, che dimostra però la sua innocenza. Alla fine, per farla breve, anche con l’aiuto di un vecchio zio di Manrico, Eliodoro, marchese spiantato esperto di riti esoterici, il colpevole salta fuori: un cosiddetto “colpo di ritorno”, una vendetta contro un mago avido di soldi che aveva minacciato addirittura fatture mortali nei confronti del potenziale assassino.
Insomma, un gran minestrone, una serie lunghissima di possibili colpevoli, un lungo racconto senza grossi colpi di scena. Ci sono continui riferimenti ad opere liriche: Manrico è un grande appassionato di musica, l’opera lirica è il suo abituale rifugio, una consolazione che lo aiuta nello snervante lavoro investigativo. Gli accostamenti avvengono con L’Elisir d’amore di Donizetti e la Dama di picche di Ciajkovskij, proprio due opere, guarda caso, dove magia e gioco sono mirabilmente accostati.
L’autore punta tutto su Manrico, questo originale personaggio, un magistrato melomane, un po’ sognatore, nobiltà di vecchia data, propensione a sinistra (una cosiddetta “toga rossa”), una certa ritrosia nell’ambientarsi nei palazzi del potere, forse per ingenuità, forse, più probabilmente, per incompatibilità ancestrale con la faciloneria e la volgarità della politica.
Lo stile narrativo è quello consueto, brillante e preciso, le stoccate al mondo della politica puntuali: resta però la staticità del racconto in sé, monotono, poco pungente, senza grossi coinvolgimenti emotivi, un mondo, quello dei maghi, messo a nudo stancamente, interrogatorio dopo interrogatorio di presunti assassini, fino ad una conclusione rabberciata e piuttosto banale, che serve però a giustificare lo strano titolo del romanzo.
Un altro Giancarlo De Cataldo, questa volta, a mio parere, lontano da capolavori come “Romanzo criminale” e “Le mani giuste”.
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De Luca e le vicende del 1943.
E’ indubbiamente un giallo che appassiona, anche perché ambientato in un periodo storico particolare, da luglio a settembre del 1943, mesi di rapidi e inaspettati capovolgimenti di fronte, nei quali non era facile schierarsi in una guerra che sembrava finire ma che doveva ancora riservare sorprese e sussulti. Il nostro bravo commissario di polizia De Luca (qui al sesto episodio della serie a lui dedicata) gode nella sua Bologna di ottima reputazione, ma non si aspettava certo di doversi occupare di una vicenda così pericolosa e intrigante quando scopre in un casolare periferico un tizio, detto Borsaro, ed un ragazzino, di guardia ad un deposito di salumi, olio ed ogni bene accumulato di nascosto e rivenduto poi clandestinamente. Non solo, in un locale attiguo scopre un cadavere senza testa: arriva la Scientifica, il console Martina, altri poliziotti, portano via tutto compresa una misteriosa borsa … De Luca vorrebbe indagare, ma viene invitato a calmarsi, a prendere tempo, a dedicarsi ad altro: incautamente non si rende conto che sta per infilarsi in un intrigo dove politica e interessi si intrecciano a traffici illeciti e delitti. Siamo a luglio, 1943: la notizia che il Re ha destituito Mussolini piomba a Bologna suscitando agitazioni e tumulti: sventolano bandiere rosse, si apre la caccia al fascista e De Luca corre il rischio di essere ucciso da un gruppo di facinorosi, ma il movente sarà un altro: De Luca vuole fare il suo dovere, ma c’è chi tenta di sviarlo, soprattutto quando viene trovata la testa scomparsa che però appartiene ad un altro cadavere: un morto senza testa ed una testa senza corpo! De Luca però non demorde: continua ad investigare e scopre che alla base di tutto, anche dei delitti (ce ne saranno altri due), c’è un importante traffico di droga, nel quale sono invischiati anche pezzi grossi della polizia. Intanto Mussolini torna al potere, il Re è pronto a fuggire, i tedeschi occupano la città: De Luca, invitato a dimettersi, non ci sta, teme per la sua vita, sa troppe cose, solo la sua fidanzata Lorenza cerca di stargli vicino, con devozione e coraggio. Anche se alla fine, in modo rocambolesco, i colpevoli la pagheranno, resta sempre un velo di malinconia, come di qualcosa di incompiuto, di qualcosa che si poteva fare meglio ma che è stato impedito dal corso particolare della storia e dei suoi tempi. De Luca è alla ricerca disperata di una verità che gli sfugge, di una verità che deve rimanere nascosta: una verità che non può essere rivelata e che rallenta forse anche il ritmo del giallo, che deve scontrarsi con il susseguirsi frenetico di eventi storici determinanti per la Storia dell’Italia, un Paese che all’epoca dei fatti narrati cambiava padrone ogni mese.
Grande è l’abilità di Lucarelli nel descrivere il tormentato momento storico attraversato in quegli anni dall’Italia: momento in cui non era ben chiaro per i tutori dell’ordine da che parte stare, tanto rapidi e ingannevoli erano i cambiamenti. Cambiamenti che spesso hanno reso quasi impossibile la punizione di colpevoli d’alto livello.
Un giallo che si legge con partecipazione, soprattutto da parte di chi quegli anni li ha vissuti e li ha sofferti.
Da consigliare senz’altro.
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Un aiuto dalla comunità di don Rosario.
In un capanno di una spiaggia catanese viene rinvenuto il cadavere di Thomas Ruscica, 19 anni, barbaramente massacrato a colpi di rastrello. Così lo trova quella mattina la sua fidanzatina, Emanuela Greco, figlia di un noto avvocato: la ragazza, disperata, lancia l’allarme dopo avere tentato di soccorrerlo. Thomas, problemi di droga alle spalle, padre uscito di galera dopo dieci anni per rapina a mano armata, madre imparentata con il temibile clan degli Zinna, lavorava da tempo in una comunità di recupero, quella di don Rosario, e contemporaneamente aiutava la polizia come infiltrato. Sul posto arriva il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, al dodicesimo episodio della serie a lei dedicata, seguita dai collaboratori della Scientifica: si scoprirà anche che Thomas, forse, chattava con un’altra ragazza, e che Emanuela non aveva detto proprio tutta la verità sulla sua presenza in spiaggia. Le reticenze e le contraddizioni della ragazza indurranno gli inquirenti a sospettarla del delitto, probabilmente per gelosia, in opposizione ad altre evidenze che indirizzeranno le indagini su un delitto di mafia. Gelosia o mafia? Le due piste non convincono appieno Vanina: troppo addolorata e sconvolta Emanuela per ritenerla colpevole, inusuali e complicate le modalità del delitto per indirizzare i sospetti esclusivamente su clan mafiosi. Vanina e i suoi, sempre coadiuvati dall’ex commissario in pensione Biagio Patanè, iniziano le indagini: questa volta ricevono un valido e costante aiuto dai ragazzi della comunità di don Rosario, la banda dei carusi, attenti ed attivissimi nel cercare prove, indiscrezioni, qualsiasi informazione, anche a rischio della propria incolumità, che contribuisca a dipanare l’intricata matassa ed a sollevare da qualsiasi sospetto l’innocente Emanuela. Ma non sarà neppure il motivo che Thomas era un informatore della polizia a causarne l’eliminazione: un altro motivo verrà alla luce e si confermerà risolutivo.
Lo stile narrativo è quello consueto dell’autrice: ben strutturato, fluido, incalzante, con grande spazio ai collaboratori, il fido Carmelo Spanò, Lo Faro (al quale è concesso finalmente di chiamare “capo” la Guarrasi), il superiore di Vanina, Tito Macchia, la sua compagna Marta Bonazzoli, una giovane abile apprendista e l’immancabile Patanè, consigliere fidato ed esperto.
Non mancano le incursioni dell’eterno fidanzato di Vanina, Paolo Amalfitano, i manicaretti di Bettina, la padrona di casa, gli amici e le amiche di sempre.
Anche se ben inserito in un determinato contesto sociale ed umano, il romanzo non coinvolge emotivamente come altri della scrittrice: non vi sono colpi di scena eclatanti, la vicenda scorre senza grossi intoppi verso una conclusione prevedibile.
L’unico vero colpo di scena lo troviamo nelle ultime pagine: non riguarda la storia narrata ma una vicenda della famiglia palermitana di Vanina. Un colpo di scena, o meglio, un’improvvisata, che lascerà di stucco la protagonista e fornirà sicuramente lo spunto per un prossimo episodio.
P.S. “Carusi” sono chiamati i ragazzini nella Sicilia orientale, “picciriddi” i ragazzini nella Sicilia occidentale.
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In difesa degli ambientalisti.
E’ il dodicesimo episodio della serie dedicata al vicequestore Rocco Schiavone, un poliziotto che ne ha viste di tutti i colori, stanco della routine quotidiana, della meschinità della gente e, soprattutto dei rompiscatole: poco incline a socializzare, vive nel ricordo struggente della moglie Marina, perduta anni prima, ed in compagnia delle immancabili sigarette, che fuma in continuazione, e della “cagnolona” Lupa, che lo aiuta a sopportare stoicamente, ma non troppo, sottoposti e superiori. In questura c’è una certa preoccupazione per un sedicente Esercito di Liberazione del Pianeta (ELP) , in Val d’Aosta ancora poco attivo, ma che altrove si è manifestato con spettacolari trovate, come liberazione di eserciti di animali per le strade e nelle piazze e proclami inneggianti alla salvaguardia della Terra ed al rispetto dell’ambiente. L’indignazione di Schiavone è però rivolta ad un marito manesco, Roberto Novailloz, che picchia sistematicamente la moglie: l’intervento del vicequestore va oltre le righe, tutto sembra risolto, ma accade che, giorni dopo, Roberto venga trovato ucciso con un colpo in fronte dopo essere stato pestato a sangue. Si aprono le indagini, viene alla luce un giro di traffici illeciti che coinvolgono Roberto, una Società apparentemente pulita ma con proprietari reticenti e coinvolti in movimenti misteriosi di denaro, ed il barbiere del paese, capo della banda di trafficanti. Chiusa l’indagine ed assicurati alla giustizia i malviventi, ecco un altro evento delittuoso ad infiammare la Valle: un pacco bomba dilania il titolare di una fabbrica di pellami, Simone Ferrazzi, incendiando e devastando l’ufficio. La fabbrica, ora ecologicamente a posto, un tempo inquinava versando nei torrenti sostanze tossiche: questo è sufficiente per indirizzare le indagini sui simpatizzanti dell’ELP. Ma Rocco Schiavone dubita: ambientalisti rumorosi sì, ma non assassini. Ed è con questa ferma convinzione che conduce le indagini da par suo, indagando ed analizzando ogni dettaglio, come è sua abitudine, con la collaborazione addirittura di una grafologa e di una esperta di dizione per analizzare messaggi e simboli. E, nonostante pareri opposti dei superiori e addirittura l’intervento velatamente minaccioso di un funzionario dei Servizi segreti, giunge ad una sconcertante scoperta: l’ELP non c’entra nulla. II vero insospettabile assassino, finalmente individuato, con astuzia diabolica aveva tentato con ogni mezzo di deviare le indagini, tentando di incolpare del delitto gli ambientalisti.
A Rocco Schiavone i giovani che protestano e che anche in Valle cominciano a farsi notare suscitano simpatia: lottano per un ambiente più sano, contro inquinamenti, allevamenti intensivi e mattanza di animali, cercando di sostenere temi ecologisti per la salvaguardia del pianeta, contro un sistema che li osserva e controlla con sospetto e indifferenza. Rocco sente di essere dalla loro parte, contrario com’è ad ogni forma di sopraffazione ingiusta: Manzini ne caratterizza molto bene la personalità, sottolineando anche l’insofferenza alla routine, la stanchezza, la difficoltà di relazionarsi con certi colleghi, la sensazione di non farcela più. Soprattutto nei confronti dei rompiscatole: “… una razza a parte, che andava isolata, tolta dal consesso umano. Lo stupido lo si può educare, l’ipocrita lo si può convincere … il rompicazzi no. Ligio al dovere etico di rendere la vita degli altri impossibile, da sempre nemico dell’umanità, spietato e mai imbrigliato, si nutre e ingrassa alle spalle degli altri, scarica anzi sulle spalle degli altri le sue frustrazioni …”. Si possono così spiegare anche certe crisi rabbiose, anche nei confronti dei sottoposti, che, nonostante certi atteggiamenti bruschi, lo stimano e lo seguirebbero in capo al mondo: Deruta, Caterina, Casella, D’Intino (tragicomici i suoi siparietti alle prese con l’amica Pupa, piombata in casa sua con mamma al seguito e nove valigie) sono i suoi poliziotti, coadiuvati, in situazioni particolari, da due navigati ladruncoli, Brizio e Furio, amici di lunga data di Rocco, specialisti nell’aprire casseforti e serrature d’ogni genere.
Salvo qualche lungaggine, introdotta ad arte per stemperare la tensione investigativa, il romanzo si legge con piacere, anche per l’attualità degli argomenti trattati. E naturalmente per la simpatia istintiva che suscita il vicequestore Rocco Schiavone, la sua passionalità e la sua rabbia incontrollata in un mondo che non gli è più congeniale, la sua malinconia per una vita colma di rimpianti alla ricerca di una felicità cercata disperatamente ma mai raggiunta appieno.
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Incontriamoci tutti al Cafè Royal.
Da buon milanese, anche se trapiantato altrove, amavo gironzolare lungo Via Marghera, un quartiere ben servito nella zona nord occidentale della città, non lontano dalla ex Fiera Campionaria, ricco di negozi, bar, ristoranti: un quartiere, come si dice, pulsante di vita, dove non è difficile socializzare. C’è poi quella bella libreria a più piani, vanto della via e della città, dove è obbligo fare una capatina di tanto in tanto, anche solo per dare un’occhiata alle ultime novità. Marco Balzano ha ambientato in questa zona il suo ultimo libro, una rassegna di personaggi ben caratterizzati, uno sguardo su un’umanità variegata nella quale non è difficile riconoscersi. Sono storie normali, di gente normale: uomini e donne le cui vicende si incrociano, sfociando in incontri la cui meta è l’accogliente Café Royal con i suoi aperitivi, le sue colazioni, i suoi caffè.
I personaggi sono diciassette, le vicende di ognuno sono narrate al tempo della pandemia da Covid. Apre la fila Federico, medico di base: da medico, mi sono immedesimato in lui, comprendendo le sue speranze e le sue delusioni, quella resa quasi incondizionata di fronte ad una routine snervante, soprattutto nei mesi della pandemia, dove difficili e bruschi contatti personali generavano incomprensioni reciproche e momenti di vero sconforto, con la voglia di lasciarsi andare e mollare tutto. E poi c’è Gabriele che si innamora di uno sconosciuto, vorrebbe contattarlo, non ha il coraggio, vive nella solitudine del lockdown tormentata dalla convinzione di non essere accettato. E ancora Betti, mamma di tre figli, che non si rassegna a vivere sola sotto l’occhio di una telecamera, un controllo voluto da chi sta lontano e tacita la coscienza con una fredda occhiata a distanza. E che dire di Veronica, un amore clandestino con Luca, incontri fugaci al di fuori del matrimonio, per tentare di mettere in piedi qualcosa di diverso e di duraturo. Noemi, invece, siede con amiche al bar cinese di fronte al Café Royal, e, non vista, critica la madre, in compagnia di coetanee al Café, che a sua volta sparla disinvoltamente della figlia, non risparmiando pettegolezzi e maldicenze. La rassegna continua con Beatrice ed il suo rapporto con il padre, di Barbara che rimpiange alla fine di non aver avuto un rapporto più affettuoso con la madre ormai settantacinquenne, di Ahmed, arrivato a Milano per un corso di aggiornamento. Non manca un prete, Giuliano, che ha visto spegnersi lentamente la primitiva vocazione, alimentata da una lunga permanenza in Africa: a Milano, dove supplisce un collega, la chiesa semivuota, il confessionale deserto, la palpabile solitudine che lo circonda lo inducono a porsi tante domande. Solo una tossica, Sofia, che vive tra quattro cartoni davanti al Coin e che viene colta sul fatto in chiesa mentre ruba candele e soldi, risveglia in Giuliano sentimenti di umana pietà e un istintivo desiderio di protezione. Sofia scomparirà da un giorno all’altro: Roberto, che lavora al Café, l’aveva aiutata portandole gli avanzi della giornata ed aveva chiesto di fumare con lei l’erba, e lei non voleva ma poi aveva ceduto dicendogli che sarebbe stata davvero l’ultima volta …”l’ultima cosa che ha fatto è stata abbracciarmi, appoggiando la sua testa spettinata sul mio petto … i cartoni fino a stamattina erano ancora lì, poi quelli del lavaggio strade li hanno raccolti e buttati sul camion”.
E’ un’umanità variegata quella che ci racconta Marco Balzano: un’umanità che rappresenta noi tutti, anzi quell’umanità siamo noi, con pregi e difetti, proprio noi, nella nostra vita di tutti giorni e nei rapporti con chi ci sta vicino. Noi che, anche se non ce ne rendiamo conto, facciamo parte di una rete, noi che incontriamo i nostri simili, che litighiamo, amiamo, ci lasciamo, noi con le nostre speranze ed i tanti rimpianti per ciò che doveva essere e non è stato. C’è nella narrazione dell’autore una sottile vena malinconica, la consapevolezza dei suoi personaggi di non essere in grado di portare a termine un compito, di non riuscire a realizzare un sogno, una certa inadeguatezza nell’affrontare tutti gli ostacoli che la vita di ogni giorno ci mette di traverso: gli stessi ostacoli che affrontiamo noi, nel lavoro, nei rapporti sociali, in famiglia.
Consiglio la lettura del romanzo: comprenderemo meglio che i nostri comportamenti sono collegati in un modo o in un altro a quelli di altri, e che da ognuno dei personaggi descritti possiamo trarre insegnamenti per vivere meglio con il nostro prossimo.
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Un salvataggio in extremis
Teresa Pandolfi non lavora più sul campo, è diventata capo di un’Unità operativa dei servizi segreti che si occupa di intercettazioni non autorizzate e raccolta di documenti compromettenti: il suo sequestro non viene subito capito, ma interpretato come un’assenza dal lavoro per malattia, ne fa fede un certificato compilato ad arte da chi all’interno del servizio agisce per conto di potenti e pericolosi trafficanti. Teresa è prigioniera di una organizzazione criminale che ha diramazioni in Paesi dell’Est e lucra su trasporti di rifiuti tossici e materiale radioattivo: Teresa sa troppo, ha carte riservate che potrebbero portare alla luce affari criminosi, coinvolgendo politici, finanzieri, industriali e uomini d’affari, con il supporto dei consueti onnipresenti boss mafiosi.
Questo è l’inizio dell’intrigante romanzo di Maurizio De Giovanni. Del gruppo di Teresa fa parte Sara, l’amica del cuore, caratterialmente molto diversa: Teresa è frenetica, entusiasta, sportiva, Sara è pigra, introversa, solitaria, eppure un legame forte, indissolubile le unisce, quasi fossero sorelle. Intanto Teresa, sedata e ridotta all’impotenza, è trasferita, grazie alla complicità di un alto prelato, in un convento con la scusa di una malattia psichiatrica, interrogata dal sequestratore, minacciata di morte e di ritorsioni verso collaboratori e amici se non rivelerà il contenuto di certi documenti compromettenti. Teresa sa che verrà comunque eliminata, ma non sarà così: il finale è incalzante, Sara ed i suoi riusciranno a liberare l’ostaggio, chi l’ha sequestrata pagherà con la vita, la mafia non tollera errori che compromettono loschi traffici.
L’autore ambienta l’azione negli ultimi anni del secolo scorso: l’Italia vive anni non facili, devastata da una crescente delinquenza, terrorismo e crimine organizzato, prosperano traffici illeciti, complici organizzazioni criminali, nel caso narrato, di Paesi dell’Est, mafia e servizi dello Stato deviati. Ottima la caratterizzazione delle due protagoniste, Sara e Teresa, con una attenzione particolare alle vicende familiari ed ai numerosi personaggi di contorno: qualche curiosa forzatura (quel gigantesco cane, Boris, Bovaro del Bernese, che si arrampica sulle piante!) nulla toglie all’intensità ed alla drammaticità del racconto, che si legge d’un fiato e che senz’altro consiglio.
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In quali mani consegnare l'Italia?
E’ la storia romanzata dell’Italia nell’ultimo decennio del secolo scorso, una storia senza troppe censure, con personaggi e fatti, come di consueto, di fantasia ma facilmente riconducibili a persone ed eventi reali. Le “mani giuste” sono solo un auspicio, una vaga speranza, poiché quelle narrate sono quelle che negli anni si sono date da fare con qualsiasi mezzo per impadronirsi del potere. Basta solo nominare le vicende legate alla mafia, alla massoneria, ai servizi segreti deviati, a Gladio e alla P2 per rendersi conto di quale sia stata l’influenza di alcuni protagonisti ben noti sulla vita del Paese.
Uno dei temi principali trattati dall’autore è costituito dai rapporti tra Stato e Mafia: le inchieste dei coraggiosi giudici Falcone e Borsellino inaspriscono tali rapporti, ed ecco che interviene uno dei protagonisti, il commissario Scialoja, che tenta di reimpostare nuovi accordi con uno dei più importanti boss mafiosi, Angelino Lo Mastro: emergono carteggi segreti, si tratta per una tregua, con benefici per entrambe le parti in causa. Ma c’è un'altra forza in campo, la cosiddetta Catena: forze paramilitari ben addestrate e senza scrupoli, che mirano ad impossessarsi dei dossier segreti per aumentare la strategia della tensione alleandosi con la Mafia in chiave anticomunista, anche se con la caduta del muro di Berlino i “rossi” non hanno più la forza d’urto di un tempo. Anche i grandi imprenditori di quegli anni hanno trattative da nascondere: rapporti con mafiosi per attività nel Sud, protezioni, patti segreti, che la famosa operazione Mani Pulite cercherà di scardinare, causando crisi aziendali importanti. La Mafia non potrà che ricorrere a tentativi estremi per riemergere: stragi e azioni dimostrative a Firenze, Milano e Roma, compreso l’attentato a Maurizio Costanzo. L’entrata in politica di Berlusconi sembra calmare gli animi, un nuovo movimento liberaldemocratico, auspicato a suon di grancassa da un giornalista amico e schierato a destra, Emanuele Carù (facilmente individuabile), invita a tenui speranze e, forse, a tentativi di pacificazione nazionale.
In estrema sintesi la storia è questa. Alcuni personaggi coinvolti sono di fantasia, molti altri hanno un riscontro nella realtà (per saperne di più, sono ben esplicitati su Wikipedia). Non mancano importanti figure femminili, tra le quali spiccano Cinzia Vallesi, detta Patrizia, e Maya, moglie e figlia di grandi industriali del Nord (facilmente individuabili): la prima, passionale ed alla ricerca disperata di un amore duraturo, è la moglie del capo della Catena, che la fa uccidere scoprendo che è l’amante del commissario Scialoja, la seconda sembra estranea al mondo corrotto che la circonda e cerca di aiutare sbandati e perseguitati.
La storia di De Cataldo è rivelatrice di molte verità, in primis l’infiltrazione massiva della Mafia in ogni ganglio del potere, al punto da rendere indispensabili accordi segreti e carceri meno dure per evitare pericolosi ricatti. Del resto, scrive l’autore, in quali “mani giuste” potrebbero finire gli italiani, che “… un bel giorno si sarebbero svegliati con in testa un mucchietto di idee ben precise sul loro presente e sul loro Paese. Gli zingari rompono i coglioni, i negri puzzano, Le donne sono tutte puttane, e quelle che abortiscono lo sono più di tutte. I carcerati devono starsene in galera. Tutti hanno diritto di armarsi per difendere la proprietà privata … si tratta solo di estrarre il peggio che gli italiani si portano dentro da sempre” ?
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Un investigatore a patti con la propria coscienza
Bruno Morchio, psicologo, sindacalista e scrittore genovese, noto per una lunga serie di gialli con protagonista l’investigatore Bacci Pagano, ci fa conoscere in questo thriller un nuovo singolare personaggio, un investigatore dilettante, Mariolino Migliaccio, poco più che trentenne: è soprannominato “fottignin scotizzoso” (ficcanaso sporcaccione), vive alla giornata nella sua Genova, mangia quando raccatta qualche soldo, passa le notti in una pensioncina malfamata e riceve eventuali clienti in un bar nei pressi del porto. Campa da solo, la mamma, Wanda, faceva la prostituta senza protettori, e, molti anni prima, era sta uccisa a coltellate, non si sa da chi. Il nostro ha conoscenze nel mondo della malavita , qualche informatore fidato e pochi amici. La buona occasione gli si presenta quando Luigi il Vecchio, temutissimo boss locale, padrone di un noto bordello per clienti selezionati e danarosi, di locali notturni e di svariati immobili, lo incarica di ritrovargli una giovanissima prostituta albanese minorenne, Liseta, fuggita dalla casa: come altre ragazze, tutte minorenni, era stata reclutata in Albania con la promessa di un lavoro onesto, per finire poi schiavizzata alla mercé di clienti senza scrupoli. Allettato da una generosa ricompensa, Mariolino inizia le indagini, sempre più complesse e pericolose. Scopre, ma non lo rivela, che Liseta è stata strangolata, individua e pedina persone altolocate, riesce a districarsi tra avvocati, imprenditori e spacciatori di droga che si accusano a vicenda, sta per giungere ad una conclusione quando il boss lo incarica di una nuova ricerca: è stata trafugata dal noto lussuoso bordello una chiavetta USB con filmati che potrebbero giustificare l’intervento della polizia. Mariolino riesce a recuperarla, in cambio ottiene la liberazione di una ragazza vittima di violenze, Milca, che sistemerà in un rifugio sicuro.
Lo stile narrativo è fluido, incisivo, con frequenti espressioni dialettali: lo scrittore non dimentica certo la sua Genova, che fa da sfondo a tutta la storia, le folate di freddo che s’infilano nei carruggi umidi e bui e penetrano nelle ossa, i bar ed i ristorantini dove Mariolino, sempre affamato e pieno di debiti, sosta per qualche bicchiere di vino ed un pranzo veloce attendendo novità da cellulari usa e getta … Riesce anche a fare del bene il “fottignin scotizzoso”, quando libera dalle catene Milca ed anche quando si darà da fare, in una vicenda parallela, per incastrare un marito violento. Ma è l’uccisione di mamma Wanda che non ce la fa a digerire, finché un giorno uno strano individuo che trae dalle slot machines spunti per divinare il futuro e scrutare nel passato gli dà qualche dritta ed un nome. In fin dei conti la povera Wanda, prostituta per necessità ma “donna di fede”, onesta e sincera, merita qualche attenzione. Forse, chissà, potrebbe essere l’argomento per una prossima indagine di Mariolino Migliaccio …
Il giallo si legge con interesse, anche se non è facile seguire le indagini di Mariolino, con molti presunti colpevoli, connivenze e accuse reciproche: la matassa è ingarbugliata, troppi sono gli interessi ed i personaggi d’alto profilo coinvolti, seguire la vicenda in tutti i particolari richiede una certa attenzione e buona memoria.
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Max e l'incapacità di amare
Pubblicato a puntate nel 1972 su un quotidiano di New York e mai raccolto prima in volume, “Max e Flora” è ambientato nella Varsavia dei primi anni del secolo scorso ed è dedicato al mondo della malavita ebraica in Polonia. I personaggi principali sono appunto Max e Flora: Max giunge dall’Argentina, dove dice di gestire una rinomata fabbrica di borsette, insieme alla moglie Flora, un’attrice di scarso valore, semianalfabeta, ma dal carattere impulsivo e passionale. In realtà, i due sono in Polonia per procurarsi ragazze per un bordello di Buenos Aires, dal quale proviene, all’insaputa del marito, la stessa Flora. Vivono nel quartiere ebraico, sembra che abbiano un sacco di soldi, coltivano amicizie, hanno simpatie per il mondo degli anarchici, che vorrebbero sovvertire l’ordine costituito, coinvolgendo addirittura l’indeciso Max nella preparazione di una rapina in banca. Max ha un comportamento ambiguo: sempre insoddisfatto, è tormentato da dubbi, sembra cinico e risoluto ma nello stesso tempo si rende conto della sua vita disordinata giungendo all’autocommiserazione ed a reiterati propositi di suicidio. Ha un amico del cuore con il quale si confida e che gli vuole bene, ma conosce anche una battagliera rappresentante dei ribelli, che tenta di convincerlo che se un Dio esiste deve essere malvagio e che non esistono il bene e il male in sé, ma sono due aspetti della vita che ognuno deve piegare ai propri interessi. Il mondo della malavita è in subbuglio, Max si sente in pericolo, tenta di fuggire con Flora, poi l’abbandona quando si rende conto dei suoi veri trascorsi: si invaghisce perdutamente di una minorenne, che vuole portarsi via, coinvolgendola in una fuga romantica, ma alla fine torna sui suoi passi, alla ricerca di Flora, sempre innamorata nonostante tutto. Negli ultimi capitoli, Max avrà modo di incontrare un giornalista i cui articoli sembravano aprirgli ritagli di verità: trova invece un tipo confuso, che afferma di non essere convinto di quello che scrive e di credere sì in un Dio, ma non nella sua bontà, dato che permette ogni crudeltà. L’amico del cuore, gravemente malato, muore: i funerali solenni sono teatro di un finale travolgente. Torna in scena Ida, l’anarchica, che spara ponendo fine alla vita dei principali protagonisti. L’unica speranza, sembra esserne convinto l’autore, è forse quella bandiera nera sventolata dagli anarchici, durante i funerali, dopo aver intonato una cantilena che annunciava che “ … sarebbe venuto il giorno in cui tutti i tiranni sarebbero stati rovesciati e l’umanità si sarebbe sbarazzata dei re, dei regimi, delle leggi e dei padroni e tutti sarebbero vissuti insieme come una grande famiglia”.
Se paragono “Max e Flora” ad un altro romanzo di Singer, letto anni fa, “La famiglia Moskat” (storia di una numerosissima famiglia ebrea, seguita per trent’anni fino alla seconda guerra mondiale), il contesto è qui più limitato, concentrandosi soprattutto sul protagonista, Max, figura quanto mai indecifrabile ed ambigua: Singer ama scavare nella psiche umana, mettendo allo scoperto contraddizioni, luci ed ombre, momenti di esaltazione alternati a momenti di sconforto e di follia distruttiva. Max non è capace di resistere alle tentazioni più primitive nei riguardi di Flora, moglie, amica e amante, e di altre che incontra nel suo continuo vagabondare, ma teme anche il Dio biblico della tradizione ebraica: è indotto a considerarlo malvagio e vendicativo, e vorrebbe credere in quel vento anarchico che promette libertà, uguaglianza e liberazione da asservimenti d’ogni genere. Il tormento del personaggio è raccontato con grande forza espressiva, anche se in modo a volte troppo semplicistico, soprattutto in quei continui dubbi se uccidere o no qualcuna delle sue amanti (Max ha sempre con sé la sua rivoltella carica) o se porre fine o no alla propria vita: un funambolico percorso tra l’incapacità di amare e l’incapacità di lasciarsi amare.
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Velarus, il bambino "invisibile".
In libera uscita da Bellano e dalle sue storie, Andrea Vitali narra in questo romanzo (favola?) le vicende di un bambino “invisibile” e del perché della sua invisibilità. All’inizio il ragazzino osserva i suoi genitori, due poveracci senzatetto in cerca d’elemosina, e, pagina dopo pagina, spiega le ragioni che hanno ridotto i due in quelle condizioni. All’inizio non era così: i due erano un uomo e una donna affermati, occupatissimi a fare affari in ogni parte del mondo, che, per una bizzarra combinazione del destino, si erano ritrovati sullo stesso taxi e, senza perdere troppo tempo (il tempo è denaro!), avevano deciso imprevedibilmente di sposarsi. Il tassista ed una sua amica, un’infermiera, diventeranno i tuttofare dei due affaristi, agendo da intermediari lautamente compensati. Anche quando i due decideranno di mettere al mondo un figlio, ricorreranno, per non perdere tempo, a procedimenti artificiali: nascerà così Velarus (questo è il nome che gli daranno), affidato alle attenzioni, sempre ben remunerate, del tassista, che procurerà un’abitazione con tanto di babysitter prima e di insegnanti privati dopo. Soldi a tutti, naturalmente, tramite il sempre disponibile e avido tassista, che deciderà, perché no?, di sposare l’infermiera e comincerà a progettare la realizzazione di un grande sogno: naturalmente i genitori continueranno nella loro folle corsa ad affari sempre più spericolati, pianificando il futuro, accumulando soldi a palate ed imbrogliandosi a vicenda. Il povero Velarus crescerà stentatamente, impallidendo progressivamente fino a diventare invisibile: sarà visitato da professoroni avidi di denaro, che faranno le diagnosi più sconclusionate e grottesche, convinti ovviamente di non sbagliare mai.
I genitori, tutti presi ad accumulare soldi, che ormai trattano a peso, non hanno tempo per occuparsi del figlio e decidono di metterlo in vendita ad un’asta: chi offrirà più soldi se lo porterà via! Ma ci sarà un finale a sorpresa, i soldi così come sono arrivati a vagonate possono anche prendere altre strade: i due avidi affaristi perderanno tutto, Velarus avrà finalmente la sua rivincita.
La favola, perché in realtà di favola si tratta, passa in rassegna certi aspetti, portati all’estremo, della società in cui viviamo: affaristi senza scrupoli e senza dignità, insegnanti fannulloni, profittatori sempre pronti ad intascare parcelle esose, medici disonesti, professoroni convinti di non sbagliare mai, tutta un’umanità che corre ossessivamente e disperatamente alla ricerca di illusioni e di benessere, un benessere che tuttavia sfugge e del quale non si ha tempo per goderselo. Non sembra esserci spazio per una sosta, un ripensamento, una riflessione: tutto deve andar via veloce, sono banditi i sogni e le carezze.
Sono convinto che Andrea Vitali abbia pensato, nella stesura del romanzo/favola, ai tanti “invisibili”che, come Velarus, crescono senza il calore vero di una famiglia, o ad altri “invisibili”, che vivono ai margini della società, senza futuro e senza speranze.
Il romanzo si legge d’un fiato, lo stile non è privo di spunti ironici ed umoristici: certe caricature di personaggi ci fanno sorridere, sia pure con un pizzico di amarezza, perché li conosciamo bene, li incontriamo nella vita di tutti i giorni e sappiamo quanto possano nuocere.
Una storia divertente, amara ed istruttiva: anche se, lo confesso, preferisco l’Andrea Vitali del maresciallo Maccadò e delle figurine di Bellano.
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"Io sono solo andato nella stanza accanto".
Leggere Carofiglio è come incontrare un amico che non si vede da tempo, tanto piacevole è la lettura e profonde le sue osservazioni sui fatti della vita. Sono trentatre brevi racconti, non più di tre pagine l’uno, che si leggono d’un fiato, passando da uno all’altro con curiosità e con la certezza di trovare sempre nuovi spunti di meditazione. L’autore ci intrattiene su incontri casuali con personaggi diversi, più o meno noti, vicende di tutti i giorni, drammatiche o banali, situazioni surreali, spunti di critica ironica, il tutto esposto con mano leggera e con la curiosità di chi, sorridendo, mette in guardia da comportamenti ingannevoli e consolidati.
Non sono pochi gli spunti di natura legale, legati a ricordi di vita professionale di Carofiglio (ad esempio la manipolazioni delle confessioni, la scelta di certe parole giuste al momento giusto, la tecnica dei finti incidenti stradali, l’alternanza negli interrogatori del poliziotto “buono” e di quello “cattivo”, gli interrogatori “assurdi” di certi avvocati, ecc), alternati a racconti che suggeriscono di non farsi abbindolare da certe apparenze purtroppo ingannevoli, dall’abuso di certi avverbi (su tutti il perentorio “assolutamente”!), dalle false profezie dei cosiddetti esperti e dalle false promesse dei politici ( ad esempio, la riduzione delle tasse!). Ho anche imparato, leggendo, il significato di alcune parole o espressioni: ad esempio, “ipocognizione” si riferisce a chi non possiede parole per gestire il dolore (come accade a Tahiti), con tutte le conseguenze del caso, mentre “selfserving bias” indica l’abituale sopravvalutazione delle nostre parole e la sottovalutazione di quelle altrui, e, ancora, scopro che di “trolleyology” o “carrellologia” si occupa una professoressa inglese di Filosofia morale (vi stupirete leggendo il racconto “Binari”).
Illuminante l’ultimo racconto, sulla capacità di essere coscienti di sognare. Non è una tecnica semplice, di solito non ci si rende conto di “vivere” in un sogno: riuscire a governare un “sogno lucido”, dove si può fare di tutto, anche volare, senza paura, permette di fare incontri straordinari, come quello dell’autore con il padre che gli confessa: “La morte non è niente. Io sono solo andato nella stanza accanto”.
Numerose le citazioni letterarie. La più toccante è quella relativa ad una poesia di A.M.Ripellino (Poesie, 1990), udita da Carofiglio durante un viaggio notturno in treno da Milano a Roma, il lamento penoso e disperato di una donna in una cuccetta sottostante, l’addio ad un amore finito:
“Vivere è stare svegli e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio, e non essere scaltri
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Vivere è scegliere le umili melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno e non stancarsi d’amare”.
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Il caffè di Genziana Olivares
“Il caffè per essere buono deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore”, così scriveva il filosofo Michail Bakunin a metà Ottocento, Giuseppina Torregrossa deve averlo rammentato quando si è accinta a scrivere questo piccolo capolavoro sulla palermitana casa Olivares e sulla storia di una famiglia negli anni che vanno dal 1940 al 1951: una storia che ha come centro Orlando, un maestoso macchinario per la torrefazione del caffè, nella capitale siciliana, in Discesa dei Giudici. I sacchi con i preziosi chicchi arrivano dal porto, la torrefazione lavora e produce il miglior caffè di Palermo: merito dei coniugi Roberto e Viola, che fa anche la caffeomante (legge il futuro nei fondi delle tazzine). Hanno cinque figli, due femmine, Genziana e Mimosa, e tre maschi, Ruggero, Raimondo e Rodolfo. Genziana, fiera, tenace, ribelle, è la protagonista. Mentre Ruggero si dedica allo studio, gli altri fratelli collaborano nell’azienda, Mimosa, invece, cresce stentatamente, magrolina, fragile, cardiopatica. Poi c’è la nonna Ortensia, che vigila su tutto, e Giovanni, uomo di fiducia tuttofare. Irrompe un bel giovane, Medoro, che subito fa perdere la testa a Genziana: lei cerca disperatamente una felicità che le sfugge, tralascia il lavoro, rincorre un sogno che non si avvera. La guerra sconvolgerà abitudini consolidate e legami familiari: i maschi si daranno alla latitanza, i primi bombardamenti, la carenza alimentare, la paura allontaneranno i clienti, la torrefazione vivrà momenti difficili e cresceranno i dissapori tra Roberto e Viola. Mimosa non supererà la malattia e morirà, il crollo del rifugio antiaereo durante un’incursione farà molte vittime, tra queste i coniugi Olivares. Ed ecco, finalmente, lo sbarco delle truppe americane: la Sicilia nel 1943 sarà liberata, la vita lentamente riprenderà, la torrefazione grazie all’abnegazione di Giovanni tornerà poco a poco a riprendere la sua attività. Genziana, intanto, è ben determinata: vuole continuare l’opera dei genitori, legge gli appunti del padre, apporta modifiche, crea nuove miscele, trasfonde nel lavoro tutto l’amore per la sua famiglia e la sua terra. Avrà un incontro con una attivista del Partito Comunista arrivata dal Nord, discuteranno di diritti negati, di uguaglianza, di aiuti a chi non ce la fa: Genziana sembra rinata, è un’altra donna, capace di prendere in mano il suo destino, di superare i tristi momenti della guerra e, finalmente, di realizzarsi. Il tempo per l’amore verrà, un giorno, inaspettato … Intanto, l’odore inebriante del caffè di tanti anni prima torna a diffondersi lungo la Discesa dei Giudici, riaccendendo i profumi e la gioia di un tempo che sembrava svanito.
Lo stile della Torregrossa coinvolge subito il lettore: la sua Palermo, le case distrutte dalla guerra, il lamento dei superstiti ti entrano nell’anima, cullata dai frequenti termini dialettali che piano piano fai quasi tuoi, senza accorgerti. L’autrice entra nei personaggi, nei loro pensieri, nei loro sogni: alcuni sono protagonisti di un mondo che va scomparendo, altri sono il germoglio di un’umanità che sta per rifiorire, per riorganizzarsi e tentare di costruire un mondo nuovo meno arcaico e più moderno. Su tutti, Genziana, ragazzina ribelle e scontrosa: per un grande amore non corrisposto è capace, sì, di scatenare una rabbia distruttiva tenuta troppo a freno, ma dopo il rapido passaggio della guerra che ha annientato lavoro e affetti, sa trasformarsi nell’archetipo di una nuova generazione, piena di risorse e di voglia di riscatto.
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Un killer giustiziere
Un altro episodio della serie “Le donne del club omicidi”, il 22°, scritto in collaborazione, come quasi tutti gli altri, con Maxine Paetro. Questa volta Lindsay Boxer (detective), Cindy Thomas (giornalista), Claire Washburn (medico legale) e Yuki Castellano (avvocato) collaborano a San Francisco per individuare un pericoloso killer dalla mira infallibile: ha ucciso con un solo colpo un atleta (scrivendo sul lunotto posteriore della macchina “Prova Generale”), poi una coppia di coniugi a Chicago, un’altra vittima a Los Angeles ed una quarta a Chicago, tutti con precedenti di spaccio di droga. Da alcune foto segnaletiche viene individuato il killer, un ex militare reduce dall’Afghanistan, probabilmente affetto da disturbo da stress postraumatico, che, in un messaggio,proclama che la sua è un’opera di pulizia contro spacciatori che seminano morte. Il giustiziere non si ferma, cercando le sue vittime in base a criteri ben precisi: altri morti, tutti con un solo preciso colpo, gli ultimi a Baltimora. Viene alla fine individuato e, finalmente, si arrende dichiarando: “hanno vinto ancora gli spacciatori!”. Le donne del club hanno naturalmente un loro ruolo: Lindsay rischierà la vita durante la caccia al killer, Cindy dovrà vedersela con un collega invidioso che la calunnia, Claire dovrà lottare contro un cancro polmonare, operato con successo e con buone speranze per il futuro, Yuky se la dovrà vedere con problemi legali riguardanti un giovane ricattato dalla malavita.
Parallela alla storia principale, corre un’altra vicenda. E’ quella di Dave, un paraplegico convinto che alcuni decessi in Ospedale non siano ben chiari e che un illustre medico provochi intenzionalmente la morte di diversi cardiopatici: Dave accusa apertamente il medico, vorrebbe denunciarlo, arriva a rovinargli l’auto, ma, alla fine, un colpo di scena chiarirà come stanno veramente le cose. E sarà veramente l’unico colpo di scena di tutto il thriller.
Lo stile è quello consueto: sono semplicemente raccontati i fatti, senza troppi approfondimenti.
Di carne al fuoco comunque Patterson ne ha messa molta: il problema della droga e dei traffici legati a sempre nuove sostanze stupefacenti, tanto da indurre l’autore a scrivere di numerosi messaggi di solidarietà sui social per il killer giustiziere, il problema dei veterani reduci dalle guerre, disadattati e traumatizzati, il problema della liceità o no dell’accompagnamento alla morte, il grosso problema delle armi, vendute negli USA ai maggiorenni, in migliaia di negozi e nei supermercati. Sono tutti temi su cui Patterson invita a riflettere.
Il giallo comunque non è dei migliori, la storia procede lentamente, senza grossi colpi di scena. E con finale scontato. Alla fine le quattro donne del club si riuniscono come sempre in un ristorante stellato a festeggiare i loro successi: tutto come al solito.
Storia di una famosa libreria catanese.
E’ raccontata con dovizia di particolari la storia della casa editrice e libreria storica catanese Cavallotto, in un arco di tempo che va dal 1924 agli inizi del 2000: una storia che ripercorre la vita di una famiglia, e che inizia nel secolo scorso da un numeroso nucleo familiare, quello di Don Turiddu Ciuni, di sua moglie Concetta e di ben dodici figli e figlie, nessuno dei quali portato alla vita dei campi. Gran cruccio del capofamiglia: tutti prendono strade diverse, anche Filippo, l’ultimo, appassionato di libri, ben lungi dall’esaudire il desiderio paterno di occuparsi del feudo di Torresecca. Filippo inizia con una bancarella, cresce, aiutato dalla sorella Concettina, bruttarella ma ben determinata a farsi valere, in famiglia e nella vita. Filippo ha una fidanzata, Maria, ma i parenti di lei, avversi al regime, non vedono di buon occhio il possibile futuro genero, ritenuto fascista convinto. L’anima gemella Filippo l’incontrerà a Firenze, sede della Valsecchi, la nota casa editrice: si sposerà , andrà a Palermo dove aprirà una libreria diventando pure editore. C’è la guerra, Filippo morirà unendosi ai partigiani, Concettina, vedova Cavallotto e madre di due figli, Vito e Mimma, continuerà il progetto di Filippo, aiutata dal figlio, da sua moglie Adalgisa e dalle tre nipoti. Ma l’impresa, con il passare degli anni, non sarà semplice: dopo aver aperto un’altra libreria a Catania, Vito non potrà godere di sussidi regionali, destinati a colleghi maggiormente in difficoltà. Momenti difficili, culminati in un incidente stradale nel quale morirà. Gli eredi dovranno anche fare i conti con la mafia locale, ma, siamo ormai alla fine del secolo, le nipoti riusciranno finalmente nel loro intento: la libreria di Catania diventerà un centro di aggregazione culturale ed un simbolo per tutta la città.
Naturalmente nel romanzo tutte le vicissitudini del nucleo familiare sono narrate anno dopo anno, ogni capitolo ha per titolo il nome di un protagonista al quale è dedicato: si perde un po’ l’unità del racconto, saltando dall’uno all’altro, ma la minuziosa indagine psicologica sui singoli personaggi e sui loro rapporti interpersonali ce li fa conoscere meglio, mostrandoci uno spaccato di Sicilia con relativi pregi e difetti, dagli anni che precedettero la seconda guerra mondiale al nuovo millennio.
Giuseppina Torregrossa, con le vicende che hanno portato alla nascita di una delle più famose librerie di Catania, ci fa conoscere la storia della sua Sicilia ed i cambiamenti che l’hanno caratterizzata nell’arco di un secolo, una storia non solo politica e sociale, ma soprattutto intellettuale: nella famiglia patriarcale di Don Turiddu Ciuni l’amore per i libri e la cultura è riuscito a prevalere sulla mentalità più retriva dei primi anni del secolo scorso.
La libreria Cavallotto è attualmente un vanto di Catania, tanto da suscitare l’ammirazione di Andrea Camilleri :”… è un’enorme libreria, disposta su tre piani, diretta dalla signora Cavallotto, una forza della natura …”, e dello scrittore siciliano Lucio Sciacca :”.. è una boccata d’ossigeno l’iniziativa di Vito Cavallotto, non solo libraio, ma editore, animatore e propulsore di cultura e arte”.
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In fuga da tutto, unica salvezza.
E’ molto arduo esprimere un’opinione su un capolavoro della letteratura americana, in gestazione da anni, come “Il passeggero”, opera complessa, stratificata, dai mille significati , che induce a riflettere su temi che coinvolgono passato, presente e futuro, l’esistenza umana nella sua totalità. Leggendo, ho paragonato il romanzo ad un altro caposaldo letterario, quell’Ulisse di Joyce, la cui lettura, anni fa, sono riuscito a portare a termine con non poca fatica ed infinita pazienza.
La trama inizia con il rinvenimento, da parte di Bobby Western, il protagonista, sommozzatore di professione (ma anche fisico e pilota di formula 2) di un aereo turistico intatto, adagiato sul fondo marino presso la costa del Mississippi ad una quindicina di metri di profondità: nove cadaveri a bordo, pilota, copilota e sette passeggeri, mancano la scatola nera, il diario di bordo e (si saprà poi) un decimo passeggero, inspiegabilmente non trovato. Bobby non sa spiegarsi il mistero, fatto sta che giorni dopo viene contattato da due agenti (FBI?) che lo interrogano, gli fanno strane domande ritenendolo testimone di qualcosa che non si doveva né vedere né sapere. Quando, giorni dopo, trova l’appartamento sottosopra e perlustrato in ogni angolo, si sente minacciato senza apparenti motivi e decide di far perdere le sue tracce e di allontanarsi, cambiando casa e zona.
Iniziano qui le peregrinazioni di Bobby da uno Stato all’altro, probabilmente controllato a distanza, sempre più disperato, soprattutto quando si accorge che gli sono stati bloccati conto corrente e cassetta di sicurezza, revocato il passaporto, confiscata l’auto: può contare su vecchi amici, con i quali riesce ad incontrarsi, l’amorevole trans Debussy, l’originale e vecchio Borman, il dissacrante Sheldan, si adatta a vivere in capanni in riva al mare ed in abitazioni di fortuna, frequenta bettole, si arrangia con lavori saltuari. Ha tanto tempo per meditare, porsi domande, riflettere. Un amico, Kleine, è in grado di fornirgli una nuova identità, un passaporto ed una carta di identità. Non sa se accettare, sempre più isolato: apparentemente non è accusato di nulla, ma formalmente è “in arresto” ed in fuga.
Parallelamente alla sua storia, vi sono capitoli scritti in corsivo che ne narrano un’altra: quella tragica di sua sorella Alice, giovane, bellissima, genio matematico ed esperta di violini, affetta da schizofrenia e suicidatasi anni prima. Alice, di cui Bobby è stato ed è perdutamente innamorato, vive in un suo mondo, popolato da strani personaggi allucinanti che la assillano con comportamenti grotteschi, capeggiati da un nano focomelico e scurrile, chiamato Kid.
Bobby la porta sempre nel cuore, non osa leggere le sue lettere, pervaso da sensi colpa nei suoi confronti. Lo troviamo infine a Ibiza, frequenta i bar del posto, si perde a contemplare il mare ed i tramonti, lontano da tutto e da tutti, dai meccanismi occulti del potere, da ogni ricordo, da ogni legame. Lontano dalle lunghe discussioni su snervanti problemi di fisica (il padre di Bobby era tra gli inventori della bomba atomica), nucleare e quantistica, di astronomia e di massimi sistemi, con citazioni di geni quali Einstein, Heisenberg, Kant e Schopenhauer. Lontano anche da lunghi colloqui con amici su amare verità di cronaca politica: una spietata analisi sulla famiglia Kennedy, i legami con la mafia locale, una ricostruzione balistica dell’assassinio del Presidente, vent’anni prima, avvenuto con modalità ben diverse da quanto propinato dai media del tempo.
Western, “ultimo pagano sulla terra”, un uomo in fuga alla ricerca ossessiva di sé stesso, di una spiegazione che dia un senso alla vita. Una vita da temere o da amare? Una vita fine a sé stessa o che esita in qualcosa di diverso e imperituro ? Nulla di certo, nulla di consacrato, nulla di sicuro: il pianto disperato dei bimbi alla nascita ha un suo significato.
Lo stile è asciutto, essenziale, colloqui interminabili, uso frequente delle congiunzioni nelle parti narrative, frasi folgoranti da trascrivere e memorizzare: saranno saccheggiate da altri scrittori, afferma G.Wood del New York Times, per i prossimi 150 anni. Pur essendo sostanzialmente un romanzo mozzafiato, che non allenta quasi mai la tensione con una scrittura tutta tesa e potentemente evocativa, non si basa su scene violente (come altri romanzi dell’autore) ma tocca in profondità altri temi che mettono a confronto la coscienza umana e l’esistenza stessa con aspetti della moralità corrente e della scienza.
Anche se a volte nascosta tra le righe, non manca mai, intesa come un malinconico e dolente “mormorio notturno”, la dolente passione di Western per la sorella Alice: “… sapeva che quando sarebbe morto, avrebbe visto il suo volto e sperava di portare con sé quella bellezza nelle tenebre, ultimo pagano sulla terra”.
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NB. Agli eventuali lettori, consiglio la rilettura del romanzo almeno un'altra volta, per una miglior comprensione del testo e dei suoi significati. Così come per altri capolavori letterari.
Il desiderio di vivere sempre più a lungo.
E’ il terzo libro pubblicato da Fuani Marino, scrittrice napoletana dal passato tormentato, un tentativo di suicidio per motivi inspiegabili a poco più di trent’anni ed una sindrome maniaco depressiva che la costringe ad una vita difficile, scandita da farmaci e visite specialistiche. La Marino, poco più che quarantenne, raccoglie in quattordici capitoli storie di vita vissuta e lunghe riflessioni, partendo dalle coercizioni relative al lockdown nella pandemia da Covid e da un’affermazione sconcertante (“stiamo sacrificando cose imprescindibili come diritto all’istruzione, socialità, economia di un paese in nome degli over 75”), un vero e proprio “pugno nello stomaco”, che ha provocato proteste sulle reti social, con insulti di ogni tipo e l’accusa di essere una sporca “ageista”, una cioè che discrimina le persone in base all’età.
In effetti, la Marino ha la mano pesante nei confronti degli anziani. Nei vari capitoli, l’autrice contesta ai vecchi di non accontentarsi più di aver raggiunto gli 80 anni (cap.2), ma di lavorare ancora, di sentirsi al centro di progetti impedendo così un normale ricambio generazionale, con conseguenze negative economiche e sociali. Ancora, viene affermato (cap.3) che dopo la seconda guerra mondiale si è instaurata una sorta di patriarcato oppressivo e che i vecchi sono portati a non comprendere il mondo, in costante evoluzione. I vecchi, poi, non si rassegnano (cap.4) ad accettare la morte, grazie ai vaccini ed a sempre nuove scoperte scientifiche: è quasi un obbligo dover essere sempre felici, evitando a qualsiasi prezzo la fine. Il traguardo dei 50 anni ci coglie oggi poco più che ragazzi: i vecchi (cap.6) sono ancora competenti, svegli, con una voglia di vivere “famelica”. Ovviamente (cap.9) i vecchi non hanno colpe, ma non si rendono conto di rallentare il progresso: molti hanno ancora nelle mani il monopolio economico e lavorativo, mentre i più giovani arrancano con lavori precari.
Le convinzioni della Marino possono essere condivise o no: certamente sono espresse senza astio o desiderio di rivalsa, con attente riflessioni anche dal punto di vista economico e sociale e qualche amara considerazione su coloro che cercano in ogni modo di allungare la vita o di rendersi più attraenti con interventi estetici di ogni tipo, soprattutto i maschi (“ un ignobile e patetico attaccamento alla vita”).
La Marino nell’ultimo capitolo si chiede infine: avrò paura di invecchiare? Ho più paura di vivere, si risponde. Se non si può morire, bisogna avere il gusto di “saper invecchiare”, senza clamori e con dignità, altrimenti i giovani ci guarderanno con odio.
Ho quasi novant’anni, ovviamente il libro contiene molte affermazioni contestabili e qualche intuizione convinta e ben argomentata. Da parte mia, non mi sento, da vecchissimo, in colpa: non sono di peso alla società, anzi lavoro ancora da volontario nel mio Ospedale, ovviando alla mancanza cronica di personale. Accetterò la fine con serenità, senza forzati e inutili tentativi di inseguire una patetica e ridicola sopravvivenza. Aggiungo che conosco altri nelle mie condizioni, che vivono senza portar via speranze ai giovani.
“Vecchiaccia” va comunque letto, riflettendo sui tanti problemi che l’aumento della vita media potrà e dovrà porre a sociologi ed economisti. Si legge anche con curiosità per gli ampi stralci relativi alla vita dell’autrice: gli anni della pandemia, il rapporto con i nonni, la noia delle vacanze, i conflitti con il marito, le sedute dallo psichiatra, le terapie con farmaci e integratori, l’abitudine a stare e lavorare a letto, la difficoltà, quasi l’impossibilità di alzarsi al mattino (“disania”: ho imparato una parola nuova!) … Tutto raccontato con leggerezza ed ironia, forse con un velo di malinconia, da un’autrice refrattaria alle banalità, ai cosiddetti luoghi comuni, al pensiero condiviso e conforme.
Spiega molte cose la scritta che desidera incisa su un’eventuale targa dopo la morte: “Ha combattuto duramente contro la malattia”, perché così è stato “in tutti i giorni che hanno seguito il mio tentativo di suicidio”.
E dice molto anche la frase conclusiva: “Continueremo a temere la morte, illudendoci di poterla in qualche modo aggirare. Ma non sarà così”.
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Una serie di delitti da incubo
Un thriller da leggere con il fiato sospeso, una serie di disavventure che coinvolgono Temperance Brennan, antropologa forense dell’Istituto di Medicina Legale di Montreal, già
protagonista di altri ventidue romanzi di Kathy Reichs, antropologa, scrittrice e docente all’Università di Charlotte. La brava e capace Tempe vorrebbe godersi un po’ di tranquillità: la figlia Katy ha lasciato l’esercito e lavora in un ospizio per senzatetto come volontaria, il compagno Andrew Ryan viaggia per lavoro in paesi lontani, solo il gatto Birdie le fa compagnia e, a modo suo, sorveglia la casa. Ma l’apparente serenità cessa quando le viene recapitato, in una scatola, un inquietante messaggio: un bulbo oculare umano trafitto da uno spillone, con incise delle coordinate geografiche, che portano ad un’altra terrificante scoperta. In una latrina presso un ostello per studentesse si scopre un sacco contenente un cranio in decomposizione, privo di un occhio. Da opportuni esami si risale al corpo, accatastato con altri e privo di testa, nel deposito di un forno crematorio. Ma le sorprese raccapriccianti non finiscono qui: un altro cadavere viene ritrovato in un cassonetto dell’immondizia, orrendamente mutilato, ed un altro ancora, putrefatto e mummificato, appeso ad un albero. Le indagini battono le piste più svariate, finchè la stessa Tempe è costretta ad assistere ad un ulteriore delitto: una ragazza investita volontariamente da un’auto che ripassa più volte su di lei, ferita mortalmente. Tempe ha paura, segnali sinistri le turbano il sonno, soprattutto quando si rende conto che tutti i delitti ricalcano ed imitano delitti avvenuti anni prima, indagati e studiati dalla Brennan stessa. Qualcuno l’ha presa di mira, agisce nell’ombra mentre gli investigatori continuano a verificare dati e date, ed a seguire piste che svaniscono nel nulla. Tutta la polizia è in allarme, soprattutto un burbero ed abile poliziotto, “Skinny” Slidell, che segue e cerca di proteggere l’antropologa ovunque vada, aiutato da Ryan, tornato dai suoi viaggi all’estero. Quando anche la figlia Katy scompare, il mondo sembra crollare attorno a Tempe: aspettatevi un finale mozzafiato, ricco di suspense, colpi di scena e la scoperta dell’autore di tutti i macabri rituali, un personaggio insospettabile.
Il romanzo è forse uno dei migliori della Reichs, ricco di dettagli (ad esempio la differenza dell’aspetto dei nodi della corda nei veri suicidi e negli omicidi mascherati da suicidio, la tecnica ed i tempi della cremazione, che riduce i cadaveri non proprio in cenere) e di particolari macabri (cadaveri decomposti, corpi mummificati, orecchie tagliate, occhi infilzati, ossa ripulite …): l’autrice è antropologa, specialista nelle indagini su reperti di ossa, quindi il lettore sa bene a quali scene da brivido può andare incontro. Kathy Reichs è maestra nel descrivere i tormenti della protagonista, gli incubi che rendono insonni le sue notti, soprattutto quando la colpiscono negli affetti più cari: lo stile narrativo sembra quasi adeguarsi e seguire passo passo il dramma di Tempe, uno stile per lo più informale, con frequenti sequenze dialogate ed espressioni gergali. Numerosi i dettagli tecnici, poche le divagazioni che non abbiano riferimenti alle azioni drammatiche narrate, pochi i momenti rilassanti, per lo più in compagnia dell’amato felino Birdie.
Un thriller che non ha momenti di tregua, “spaventoso ed appassionante, un capolavoro”, come l’ha definito Michael Connelly: forse uno dei migliori dell’autrice, da leggere assolutamente.
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Quando fare giustizia è impossibile.
E’ il primo giallo della serie che ha come protagonista la commissaria Maria Teresa Pajno, detta Marò: una poliziotta tosta, molto affascinante, corteggiata da due spasimanti, il questore Lobianco, già in là con gli anni, e il più giovane collega Rosario D’Alessandro detto Sasà, amante del buon cibo e delle donne. Lei non sa decidersi, ha già trentott’anni, tutta presa dal lavoro e dalla passione per la cucina, una cucina tipicamente siciliana, rappresentata per di più da sette ricette che l’autrice propone tra un capitolo e l’altro con tanto di ingredienti e spiegazioni.
La trama del romanzo è abbastanza semplice: i filoni investigativi sono due, la caccia ad un boss mafioso, affidata a Sasà, e l’indagine sull’assassinio di un famoso penalista di cui si occupa la commissaria Marò. Sasà e Marò si incontrano spesso, soprattutto a tavola, gustando prelibatezze ed affinando la reciproca conoscenza: il titolo del libro “panza e prisenza” si riferisce proprio a questi incontri malandrini, nei quali il bravo Sasà porta sé stesso ed il suo appetito. Le indagini vanno avanti, soprattutto per Marò che segue il suo formidabile fiuto e non si lascia ingannare da un presunto assassino già assicurato alla giustizia pur dichiarandosi innocente. La vicenda è molto più complessa, il penalista assassinato era molto stimato, ossequiato da popolo e potenti, ma nascondeva una torbida attività, stupratore di minorenni: Marò scopre che era stato ucciso per vendetta, ma la verità non si può rivelare, il principe del foro con agganci altolocati si era costruito una fama di persona integerrima e così deve restare.
Mentre va in porto anche l’operazione contro il boss ricercato, Marò riflette sulle difficoltà di far emergere la verità a certi livelli, dove pagano solo omertà e silenzi e dove in certi casi è realmente impossibile fare giustizia, sempre ostacolata da un potere cieco e misogino.
Intanto Lobianco è stroncato da un male incurabile, lasciando campo libero a Sasà che finalmente conquista la bella Marò.
Il giallo è scritto con il dovuto abile mestiere, la storia scivola via però senza lasciare tracce indelebili, a parte le amare riflessioni della commissaria Pajno sulla giustizia in Sicilia.
Anche Palermo non è in primo piano come in altri romanzi (vedi ad esempio “Cortile Nostalgia”). La città però è sempre nel cuore dell’autrice, tanto da affermare, dopo aver descritto una folla “bianca e vibrante” di islamici fermarsi con i volti rivolti alla Mecca alla fine del Ramadan, che “non c’è città più tollerante e accogliente, più rispettosa e comprensiva di Palermo”.
C’è infine la descrizione di una tempesta su Palermo (parte II, cap.1) che merita di essere letta e riletta. Sono quasi tre pagine. Una sorta di quiete dopo la tempesta di leopardiana memoria, che conclude così: “… all’improvviso la pioggia cessa …rimane sullo sfondo il mare, che sussulta come un bimbo esausto dopo un lungo pianto … infine le strade tornano a risplendere di una luce bianca e pulita, mentre tra i mandamenti prossimi al mare si tende un arcobaleno dai colori trasparenti …”. Il brano conferma la sensibilità ed il talento innato di una grande scrittrice.
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Un cortile, la vita di una città.
Palermo, città dai mille contrasti e dai mille colori: bella, pulsante, accogliente, protagonista con i suoi vicoli e le sue piazze di questo bel romanzo di Giuseppina Torregrossa, ambientato nei cosiddetti anni di piombo, tra il ’60 e l’80 del secolo scorso. E’ la storia piena di contrasti di una famiglia, alloggiata in un piccolo appartamento in un cortile dove tutti si conoscono, giudicano e sono giudicati, sperando sempre in una vita migliore. Lui è Mario, orfano, allevato da una zia premurosa e un po’ sventata, che l’abbandona per rincorrere un giovane mafioso, forse l’ultima occasione della sua vita. Lei, Melina, ha una famiglia severa: conosce Mario, a 16 anni lo sposa prima che lui parta, carabiniere, per Roma: torna per una licenza, lei resta incinta, nasce Maruzza . La bimba ha qualche problema (le vengono erroneamente diagnosticate prima una sindrome di Down, poi una poliomielite), ma cresce bene: madre e figlia soffrono per la lontananza del padre, ma una raccomandazione in alto loco del parroco del quartiere consente a Mario di conoscere addirittura Aldo Moro, che lo guiderà come un padre e faciliterà la sua destinazione a Palermo. La famiglia è riunita, ma covano dissensi: Melina è ancora giovane, si è maritata in fretta e furia, troppo presto, non vede miglioramenti nella sua vita e si consuma nelle faccende domestiche, mentre Mario vede spegnersi le illusioni in una vita migliore, si scontra con la moglie per i più futili motivi. Hanno lavatrice e TV, ma non basta: Maruzza intanto cresce, è uno spirito ribelle, non sopporta più le costrizioni di una famiglia all’antica e cerca nelle amicizie ( una suora dalle vedute moderne e ragazze dei circoli femministi) comprensione e sostegno. La vita continua: si succedono i governi Tambroni e Moro, sono riportati ampi stralci del pensiero di Moro, fautore di alleanze politiche più ampie per una maggiore solidarietà nazionale, ma i tumulti popolari non danno tregua, il sequestro e l’uccisione di Moro segnano il culmine di un periodo nefasto e turbolento. Tutto questo è riportato dall’autrice con commossa partecipazione, a testimonianza del particolare momento storico, contrassegnato anche dalle mosse occulte di una mafia mai domata e dal funesto terremoto del 1968.
Ma Palermo è anche altro. Aumenta l’afflusso di stranieri dai Paesi più poveri, il cortile dove vivono Mario e Melina ospita una nuova umanità, piena di risorse: su tutti mamma Africa, una donna che prepara cibi esotici, elargisce saggi consigli, ha una parola buona per tutti, cerca di ricreare nel cortile uno spirito di amicizia e collaborazione che si era gradatamente spento.
Sembra che Mario e Melina, di nuovo incinta, cerchino di ritrovare un legame che li unisca, un malore di Mario risveglia in Maruzza l’affetto per quel padre scorbutico, che forse la puniva severamente per eccesso d’amore: fatto sta che tutti si ritrovano in cattedrale alla Messa di Natale, palermitani e immigrati d’ogni Paese pronti con canti e cerimonie, a testimoniare una città che “tutti accoglie e tutti assiste, la mamma che tiene aperte le porte anche alla notte perché non si sa mai se qualcuno arriva; che tiene il fuoco acceso e una pentola a bollire perché non si sa mai se qualcuno ha fame; che ha sempre lenzuola pulite perché non si sa mai se qualcuno ha sonno; la mamma che capi la casa quantu voli u patruni. Palermo, la grande madre”.
Così finisce la storia. La storia di una famiglia e di una città, che la Torregrossa ha saputo rendere attraente con il suo stile sobrio e accattivante. Qualche lungaggine di troppo forse nella discussione sulle vicende politiche del tempo, ma l’atmosfera del “Cortile Nostalgia” è resa con la consapevolezza di chi conosce alla perfezione luoghi e persone e concorda pienamente con Carlo Verdone quando afferma (film “La grande bellezza”) che “la nostalgia è l’unico svago che ci resta per chi è diffidente verso il futuro”.
Nel cortile palermitano sembra quasi prendere corpo una nostalgia palpabile, nostalgia per un amore mai sbocciato appieno, nostalgia per ciò che si poteva fare e non si è fatto, nostalgia per terre lontane, amici, amori perduti: la vita scorre velata di malinconia, ma il lumicino della speranza è sempre acceso.
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