Opinione scritta da Arcangela Cammalleri
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Il gioco dell'angelo di Carlos Ruiz Zafòn
Il secondo poderoso romanzo di Zafòn non delude le aspettative dei lettori: l’autore è riuscito a bissare il successo, cosa non da poco. E’ inevitabile il paragone con “L’ombra del vento”, come inelusibile leggere questo secondo romanzo; l’ambientazione è la medesima, la Barcellona cupa e misteriosa, in cui si celano dissonanze e suggestioni ( questa volta targata anni ’20), come ci siamo abituati a vederla e sentirla attraverso lo scrittore, simili le atmosfere e la trama descrittiva dei personaggi e del protagonista, il giovane David Martìn, aspirante scrittore. Sono presenti i topos peculiari di Zafòn che contraddistinguono la sua immaginifica arte: straordinario amore per i libri, passione divorante e totalizzante, l’amore per la sua città e gli intrighi che ne sottintende… Eppure il dejà vu non dà fastidio né il risaputo delude, ma è come proseguire la storia ed esserne sempre avvinti perché lo stile di Zafòn trasporta e stordisce fino all’ultima pagina. Gli scenari inquietanti, i fatti incalzanti, i misteri che avviluppano sono un caleidoscopio di immagini e sensazioni che non demordono e il fascino del “Gioco dell’angelo” ci irretisce come malìa. A fronte di tanta editoria che si legge perché indotti in modo subliminale dal tam tam mediatico o da certa critica veicolata e ci si annoia o si arranca nella lettura di paccottiglia spacciata per opera d’arte, questa storia ha il merito di coinvolgere non solo per la trama intricata, ma anche per la tecnica narrativa suggestiva e poetica. La scrittura di Zafòn è di un’invidiabile scioltezza e ariosità, un linguaggio musicale come spartiti poetici ( l’eco della mia voce si perse nell’ombra); si intercalano in totale armonia immagini di fulgente/polverosa luce o di tenebre azzurrate e dal buio assoluto (un cielo lapidato di nubi nere). Metafore evocative e vivide (la pioggia lacrime di luce che precipitano come pugnali di cristallo), coloriture verbali fascinose e fluttuanti che cadenzano un ritmo fluido e scorrevole dove tutto palpita ed è soffuso ed ammantato di decadente bellezza.
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Josè Saramago
Come ci ha abituato Saramago le sue storie hanno sempre coordinate sfumate e indefinite: il tempo, lo spazio, i nomi propri dei personaggi, spesso, non si rivelano, tutto ruota intorno alle parole, ai fatti, come se le connotazioni della realtà nella quale ci muoviamo fossero mere categorie della mente. Cosa c’è di più sfuggente e impenetrabile del tempo? Lo spazio è quello fisico o quello mentale? I nomi sono rivelatori d’identità o suoni privi di significato? Saramago in queste elucubrazioni escatologiche ci restituisce una materia narrativa dove conta scandagliare l’animo umano nelle sue molteplici sfumature. L’autore aduso ad un linguaggio tecnico, a volte, anche, fastidiosamente burocratico, raffredda la tensione del lettore teso nella trama dello script e più che a riverberargli emozioni e ad avvilupparlo in queste sue intricate trame, lo trascina in questa sua scrittura maniacalmente ininterrotta, dove l’uso della punteggiatura è così inusuale e del tutto personale, dove la dovizia dei particolari è soltanto stupefacente e regna una profusione lessicale dotta. La trattazione critica della lingua ingegnata dallo scrittore, le sue immaginifiche architetture terminologiche costituiscono di per sé una fenomenologia, un trattato a parte, ma non è questo il momento propizio perché si rischierebbe la noia e ci si allontanerebbe dall’intento iniziale. Già il titolo dell’opera rimanda a delle frequenze fisiche, elettriche, ma riferite non ad un fenomeno solo meccanico, bensì ad una condizione che racchiude il mistero del destino umano. Ironico e paradossale l’incipit, come se l’autore volesse prendersi gioco dei suoi potenziali lettori, proprio alla mezzanotte di un 31 dicembre, in un territorio circoscritto, la morte come un qualsiasi lavoratore, decide di scioperare! Dall’ora zero di questo primo gennaio di un imprecisato anno, non avvenne nessun decesso, si creò una situazione esistenziale privilegiata, proprio dall’assenza di morte; l’entusiasmo popolare raggiunse le stelle, il tam tam dei mass media divenne una frenesia investigativa per tutti. Nel comunicato ufficiale, il capo del governo ratificava che, dall’inizio dell’anno, non si erano registrati decessi e invitava alla moderazione nella congeria di valutazioni ed interpretazioni che venivano elaborate dello strano fatto: una casualità fortuita, un’alterazione cosmica …vacuità pseudoscientifiche. Nel trambusto generale, cominciò a serpeggiare un sotterraneo allarme: dal governo alle compagnie di assicurazione, dalle agenzie di pompe funebri alle case di riposo e alla Chiesa che nel gestire ciò che sta in alto, governa ciò che sta in basso; se fosse finita la morte non ci sarebbe potuta essere resurrezione, e che se non ci fosse stata resurrezione, allora non avrebbe avuto senso che ci fosse la chiesa. Perché ogni attesa ha la sua fine infelice o felice che sia, nel paese in cui non si muore, gli infermi diventarono persone in condizione di morte sospesa: la speranza di vivere sempre diventò il timore di non morire mai. Mentre anche i filosofi filosofavano sul bisogno della morte “Perché se filosofiamo è perché sappiamo che moriremo”, anche De Montaigne aveva detto che “Filosofare è imparare a morire”, un espediente fu utilizzato non tanto per imparare a morire, quanto ad ingannare la morte altrui, aiutandola. Una famiglia con due parenti in stato di morte ferma, portarono i due infermi al di là della frontiera, laddove, la morte, ancora in vigore in quel paese, l’avrebbe accettati. Da quella notte in poi quei macabri trasporti si moltiplicarono, i paesi limitrofi si irritarono per la continua invasione dei loro territori… Quando la situazione stava degenerando , ecco che con una missiva autografata dalla morte, ella annunciò, dopo sette mesi di sciopero, di riprendere la sua normale attività. Con questa prova d’attrice, con questo inusitato esperimento fallito dall’atropo ( il nome della Parca che recideva il filo che teneva in vita) si poteva concludere la storia, ma ecco il colpo d’ala di fantasia dell’autore; s’inventa una morte riveduta e corretta: una morte con preavviso. Cambia il suo modus operandi: avrebbe continuato a strappare la vita agli uomini, ma non a tradimento. Una settimana prima dell’infausto evento, una busta color viola arrivava al designato destinatario perché avesse il tempo di sistemare i suoi conti con questa vita terrena. Anche così il paese viveva nell’angoscia! Un giorno l’automatismo delle missive s’inceppò, per ben tre volte una lettera ritornò al mittente con gran disappunto della morte che sotto le sembianze di una giovane donna dalla bellezza inquietante vorrà conoscere il predestinato che è sfuggito al suo destino (senza saperlo), un violoncellista la cui vita solitaria era rischiarata dalla musica…La morte, quando, per la prima volta, ascoltò di soppiatto, il violoncellista suonare la suite numero sei di Bach, in quella musica sentì una trasposizione melodica e ritmica d’ogni vita umana anonima o straordinaria, per la sua tragica brevità e disperata intensità, e anche per quell’accordo finale come un punto di sospensione lasciato nell’aria, nel vago incompiuto. Lo sviluppo della vicenda e il suo epilogo saranno imprevedibili.
Le chiavi di lettura di questo romanzo sono tante quante le contraddizioni dell’animo umano, sciorinarne tutto il mazzo non è possibile perché lo spazio concessomi non me lo permetterebbe, quindi affermerei che l’unica certezza dell’uomo pur nella sua incontrovertibile consapevolezza che la morte nientifica l’esistenza è la Speranza, l’ultima dea, e mi piace chiudere, cari lettori, con una similitudine di Saramago: “Le speranze fiorirono come aiuole di giardino”.
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Quello che ti meriti di Anne Holt
Questo romanzo è un giallo tecnico, una prova intellettuale, scritto da una psicologa criminale, già ministro della giustizia e avvocato la cui scrittura riflette la conoscenza della procedure investigative affinate da una sottigliezza introspettiva non comune. La storia non originale, ma non per questo meno inquietante, smuove nel lettore sensazioni sgradevoli e forti; quando entrare nella mente criminale è come leggerne anfratti che dall’inconscio si tramutano in atti raccapriccianti. Stiamo parlando di un assassino di bambini, il più infame dei crimini, il più sporco dei soprusi, che a mente fredda e con un glaciale controllo come i paesaggi nordici che ne fanno da sfondo (siamo in Norvegia) programma la soppressione di innocenti a vendetta di presunte e pregresse ingiustizie subite. Abituati come siamo ad assistere e spesso in TV a scene del crimine, paradossalmente, a volte, la narrazione di esse supera l’orrore; è questa, la forza del registro verbale di Anne Holt, di trasformare il linguaggio scritto in linguaggio visivo e, la lettura di questo intreccio di personalità e fatti truci, lascia, a parer mio, anche dopo la lettura come delle vibrazioni, delle onde che si ripercuotono nel cervello e non lasciano fino a quando non si sono sedimentate. A mio modesto avviso, la scrittrice non ristagna in luoghi risaputi e sfugge allo stereotipo del giallo per antonomasia; il tratto che contraddistingue questa storia è la capacità di entrare nella natura umana, rivelare il buio della condizione di essa quando può essere socialmente ed emotivamente ferita e diventare malsana; ricercare non tanto l’essenza del crimine, quanto l’essenza del criminale. Un deserto dell’anima attraverso il quale si può uscire attraverso il sogno, l’immaginazione, il pragmatismo, la follia e ..l’atto criminoso. Divenire esploratore dell’inconscio, dell’ignoto è quello che si richiede ad uno scrittore in quanto tale, scavare in profondità e far emergere i lati più oscuri di noi esseri umani. C’è un parallelismo tra carnefici e vittime: i primi scartati e distrutti prima e i secondi merce avariata dopo. L’orrore è inseparabile dall’uomo, l’orrore costruito dal deserto della solitudine che alberga dentro di noi, l’orrore di memoria conradiana è dentro questo libro apparentemente freddo, distante negli accenti, nei toni, nelle parole, spesso sottomesse ai silenzi più grevi di qualsiasi rumore. Questo libro l’ho apprezzato a fronte di tante critiche e pareri discordanti. Mi piace riportare un capoverso tratto da Quello che ti meriti :“I bambini non sanno di dover morire. Non hanno il concetto della morte. Lottano per vivere istintivamente come le lucertole che se minacciate sono pronte a rinunciare alla coda. Tutte le creature sono geneticamente programmate per cercare di sopravvivere. Anche i bambini. Ai bambini fanno paura le cose concrete. Il buio. Gli sconosciuti, forse, essere separati dalla famiglia, il dolore, i rumori spaventosi, la perdita di un oggetto. La morte, invece, è incomprensibile per una mente non ancora matura. I bambini non sanno di dover morire".
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Il mio cuore umano di Nada Malanima
Nella Toscana degli anni ’50, attraverso gli occhi che “sanno guardare distante” e i sentimenti di una bambina, Nada, l’io narrante, si dispiegano i ricordi della prima fanciullezza segnati da una sensibilità affinata dagli eventi famigliari. Per chi ha vissuto quegli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, ritrova il profumo lontano, ma, ancora, forte di un tempo irripetibile di trasformazioni economiche e sociali di grande impatto emotivo. La televisione, “La scatola parlante”, al circolo dell’Arci si andava a vedere il sabato il varietà, vissuta come rito collettivo, le vespe sostituite dalle automobili, i servizi igienici in casa… Da una società arcaica, contadina, ritmata dai cambiamenti della natura ad una società industriale che pulsa al ritmo della invenzioni e delle modernità. C’è incanto e stupore di altri tempi ormai mitizzati perché legati a stagioni della vita in cui la scoperta del mondo famigliare e circostante è preludio alla ricerca di se stessi e al perché della propria esistenza. La protagonista vive gli umori, gli amori, le sofferenze e anche le bizzarrie dei suoi famigliari con estrema sensibilità e tanto bisogno d’affetto materno non sempre elargito semplicemente. All’ombra della madre bella, ma sofferente di nervi, di un padre poco incline al dialogo, della sorella tanto amata, della nonna Mora, ruvida di modi, ma ricca di genuina saggezza contadina, Nada, bambina magra e fragile, attraversa l’infanzia solitaria, piena di incubi e scuri pensieri che nessuno conosceva per approdare all’adolescenza in cui il suo cuore, un normale “Cuore umano” moltiplica sensazioni e stati d’animo. E’ un racconto che fluisce limpido come un ruscello di montagna che a tratti, ma solo, a tratti, s’intorbida, non s’avverte nostalgia, piuttosto traluce la semplicità quotidiana del mondo reale: i più intimi e semplici legami tra le persone, un mondo dietro cui si nascondono altri mondi possibili. Uno sguardo il suo che con sofferta acutezza amplia l’orizzonte conoscitivo ( si rifugia nella scrittura poetica, nei libri) riflettendo sul senso dell’esistere, della morte. Sorprende la scrittura piana, lieve, scevra da infarciture retoriche, essenziale senza indulgere in paradigmi stilistici complessi e spesso, segni di meri esercizi letterari.
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Prima di sparire di Mauro Covacich
Questa storia viene considerata così viva da farne un libro straziante sul desiderio e sull’abbandono. Lo scrittore riesce a trasformare un fatto assolutamente privato in una vicenda di tutti, è il caso in cui la scrittura scorre come il sangue e invade dalle pagine alla vita. Covacich confessa di aver raccontato 18 mesi della sua vita precedenti la stesura del romanzo dove il ricordo è la sua versione del ricordo e dove la vita di tanti si è trasformata nella scrittura di uno solo.
La trama è come una treccia a tre incastri: LUI che abbandona la moglie per un’altra donna, una moglie che tradisce il marito e seguiamo gli incontri clandestini di questi due amanti e un atleta, il marito tradito, diventato per puro caso un performer, artista di successo. Mauro, Anna, la moglie abbandonata, Susanna, l’amante, una triade di persone, personaggi ruotanti su se stessi alla ricerca l’uno dell’altra in un continuo e contrastante tumulto di sentimenti laceranti, forti. Uno scrittore di successo che tra conferenze, presentazione di libri, reading consuma un amore non completamente spento per un altro non pienamente convinto. Si strugge d’amore e per amore e se non fosse per la scrittura dirompente, iperrealistica ed incisiva, potrebbe la trama rassomigliare ad un romanzo sentimental-rosa.
Impressiona in positivo non tanto la storia di per sé non particolarmente avvincente, quanto la tecnica narrativa: l’io narrante interno/esterno, il lessico attualizzato di inglesismi, la minuzia descrittiva dei particolari fisici, ambientali. Es: studio televisivo; i riflettori neutri, senza gelatina, le parti metalliche delle telecamere, i cavi pendenti, la lucida convessità degli obiettivi, la compostezza minerale degli assistenti di studio… Covacich scandaglia persone, sentimenti, ambienti al microscopio, individua i frammenti cellulari dell’animo umano e al pari di un chirurgo viviseziona e segmenta ogni percezione sensoriale. In questo senso smonta il congegno complesso del cervello scindendo pensieri e riflessioni e pulsioni emotive. La centralità della storia sta non nelle azioni, ma negli stati emozionali del protagonista che mette a nudo senza filtri le sue debolezze e le sue sofferenze. E’ senz’altro un romanzo di qualità in cui la scrittura trascina sempre più lontano lo scrittore al di là delle sue intenzioni, la letteratura si sottomette alla vita.
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Se stasera siamo qui di Catherine Dunne
Se stasera siamo qui di Catherine Dunne Autrice di La metà di niente
Titolo originale At a Time Like This
Ed. Guanda Narratori della Fenice
“Ricordo come fosse ieri il giorno in cui ci siamo conosciute. Il giorno che ha cambiato tutto”.
Questo è l’incipit del romanzo incentrato sull’amicizia al femminile. Quattro amiche dai tempi dell’università, Georgie, Claire, Maggie e Nora, nella Dublino degli anni ’70, dove si svolge la storia, festeggiano 25 anni di frequentazione. L’incontro si rivelerà un outing per ciascuna di esse, sarà assente Georgie che ha dato una virata alla sua vita lasciando tutti e andando a vivere in Toscana. La vicenda si dipana a quattro voci, le protagoniste dal loro punto di vista scardinano le loro esistenze e il legame che unisce l’una all’altra. Tra confessioni, tradimenti, amori, complicità, le amiche superano anni di, a volte, contrastanti sentimenti, condividono chiacchiere, pettegolezzi e, un pizzico di snobismo, tuttavia, non scalfendo la saldezza della loro amicizia, nonostante tutto.
Certamente questa storia non è un capolavoro, l’autrice è una gradevole scrittrice, ma i personaggi hanno un che di stereotipato alla “Sex and city”, diciamo che è una promessa di evasione o, per alcuni, forse, una perdita di tempo, può darsi! C’è il campionario della sfigata in amori tutti sbagliati, la perfettina e perbene, ma con scheletri nell’armadio, la sofisticata snob, in apparenza, tutta carriera e aplomb, ma che scopre la vera passione e, per non farci mancare niente, la donna dal matrimonio infelice, alla fine si riscatta, ritagliandosi un angolo di libertà. La scrittura risulta opaca e, convenzionale, i sentimenti e gli stati d’animo delle protagoniste rimangono sommersi senza riuscire, nemmeno a galleggiare vicino a noi lettori. Eppure sta riscuotendo successo di pubblico, misteri dell’editoria e delle fortune di un libro.
L’autrice: Catherine Dunne è nata nel 1954 a Dublino, dove vive. Ha studiato letteratura inglese e spagnolo al Trinità College e ha lavorato come insegnante. Guanda ha pubblicato i romanzi La metà di niente, La moglie che dorme, Il viaggio verso casa, Una vita diversa, L’amore o quasi. Sempre presso Guanda nel 2007 è uscito Un mondo ignorato, sull’emigrazione irlandese degli anni Cinquanta.
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Commento
Siamo al 14° libro con protagonista il commissario Montalbano! I 58 anni si dispiegano tutti davanti al commissario e incombono su di lui come tanti macigni che lo travolgono, i soliloqui s’infittiscono e, in questa ultima opera letteraria, per non moriri affocato nel mare della vecchiaia si trova come in una timpesta tra Scilla e Cariddi: l’attrazione improvvisa per un’altra donna, nuova linfa, pura adrenalina che gli fa scorrere il sangue veloce e limpido come l’acqua di un ruscello alpino, ma lo getta in una gran confusioni ‘n testa. Ma era giusto, era onesto essiri saggi davanti alla ricchezza dell’amuri?
Attraverso i 14 capitoli della vita di Montalbano abbiamo, noi lettori, conosciuto progressivamente tutte le sfaccettature del suo carattere che in nuce nei primi romanzi via via si sono acuite accentuandone la solitudine insita nel personaggio e la sua propensione a rinchiudersi sempre più in se stesso. L’abbrivio è un sogno di stampo machbetiano, di sapore grottesco e allucinatorio, ma il meccanismo delle indagini poliziesche ripete l’usuale cliché, il rinvenimento di un cadavere che metterà in moto tutta la vicenda, arricchita, questa volta, da un coup de foudre, dal sapore, quasi, adolescenziale, dove fremiti e palpiti ‘mparpagliano il nostro commissario. Lo scrittore si diverte dietro le quinte ad esasperare, anche, a livello caricaturale, tic, vezzi, caratteristiche comportamentali dei suoi personaggi alla stregua di macchiette o maschere teatrali; i cognomi sono uno dei suoi divertissements, come Catarella li stroppìa, il nostro puparo ci gioca, fa allusioni, metafore: Lattes, Augello (ingentilito aulicamente), “Laura” di memoria petrarchesca, riecheggia l’amor gentile che ratto e rattamente rapisce il cor di Salvo, ”Belladonna”, è donna bella e onesta e… atropina per i suoi sensi. In questa ennesima saga montalbaniana tutto è più esasperato e al contempo estenuato, insita una sfinitezza di fondo che aleggia nella trama sia pure di ampio respiro internazionale, (bella la citazione di Vittorini traslata agli extracomunitari:“ Erano i dolori del mondo offeso che emanavano quell’odore che feriva”.Se l’impasto linguistico è il tratto distintivo di Camilleri e uno dei motivi di affezione a questo autore e al suo personaggio, l’alone di uggia e scoramento che adugge Montalbano è forse segno di un latente e annunciato epilogo? L’età del dubbio è di Montalbano o di Camilleri?
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L'ombra del vento
Carlos Ruiz Zafón “L’ombra del vento” ( La sombra del viento)
Un espediente letterario è il fulcro della storia: siamo nella meta- letteratura, la finzione nella finzione, la scoperta di un libro e l’autore dello stesso libro Julian Carax trasporteranno il giovane protagonista del romanzo, Daniel, in caleidoscopici intrighi fatti di misteri e svelamenti a scatola cinese. La trama in breve: siamo a Barcellona nel 1945, un libraio di un negozio specializzato in edizioni per collezionisti e libri usati conduce il figlioletto Daniel, di 11 anni, in un luogo misterioso, conosciuto solo da pochi eletti:”Il cimitero dei Libri Dimenticati”, in cui libri dimenticati si trovano preservati in questo labirinto di scaffali e corridoi. Daniel scoverà quel libro, come una predestinazione: “ L’ombra del vento” l’aveva atteso per anni, e sembrava che aspettasse proprio lui. Ha trovato il libro che avrebbe adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato lui. Rilegato in pelle color vino, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Leggere il libro ed esserne rapito è per Daniel essere trascinato in un turbine di emozioni sconosciute, in un mondo popolato da personaggi non meno reali dell’aria che respirava. Già sfogliandolo con cautela, le sue pagine palpitano come le ali di una farfalla a cui viene restituita la libertà, sprigionando una nuvola di polvere dorata. Un uomo cercava il suo vero padre di cui aveva appreso l’esistenza solo grazie alle parole della madre pronunciate in punto di morte. Questa ricerca si trasformerà in un’odissea fantasmagorica: il protagonista lottava per ritrovare l’infanzia e la gioventù perdute; poi emergeva l’ombra di un amore maledetto destinata a perseguitarlo fino alla fine. La struttura del romanzo al protagonista gli fa ricordare una di quelle bambole russe che racchiudono innumerevoli miniature di se stesse; la narrazione si frammentava in mille storie, come in una galleria di specchi e in tanti riflessi scisso, pur mantenendo la sua unità. E’ uno di quei casi in cui è l’autore stesso a fornire la chiave di lettura di una sua opera, a rilevare le tecniche molteplici a cui ha attinto, la capacità descrittiva di toccare il cuore del lettore. Il protagonista “Reale” a forza del libro vivrà inquietanti paralleli con la propria vita. “L’ombra del vento”, dal titolo stesso, poetico, fa presagire un ritmo ed un linguaggio retrò da romanzo ottocentesco, di grande respiro e vigore narrativo: il susseguirsi delle situazioni, il vivere emozioni contrastanti, passioni ed amori, segreti custoditi dal tempo e svelati a poco a poco, ambienti lividi tra calles, ramblas e personaggi a tutto tondo, in cui emerge Fermìn Romero de Torres, uomo dai mille volti, caricaturale nelle sue fulminanti battute e rocamboleschi escamotages per sfuggire al suo paradossale destino.
Gli elementi costitutivi del romanzo sono lo stile alto ed armonioso della scrittura, la trama ad incastro, i luoghi reali, ma come trasfigurati in una sorta di magia, l’età storia che assume dimensioni atemporali e una celebrazione del libro per eccellenza che dà una specifica connotazione a tutta la storia. “Ogni libro, ogni volume, possiede un’anima, l’anima di chi l’ha scritto e l’anima di coloro che l’hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato, grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Dietro ogni copertina si cela un universo infinito da esplorare”.
“L’ombra del vento”è un romanzo tradizionale di grande tensione che si legge tutto di un fiato, anche se prevedibile nel suo epilogo, che irretisce il pubblico intrappolandolo in questo intricato e complesso tessuto narrativo.
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Riflessioni amare
Dacia Maraini Il treno dell’ultima notte
“Ogni treno in fondo passa verso il regno dei trapassati”
Questo è in ordine cronologico l’ultimo libro della scrittrice, sulla copertina è riportato il dipinto“The Disasters of War”di Gottfried Helnwein e, infatti, lo sfondo della storia, in periodo di guerra fredda ( la guerra è finita da 11 anni), è il dramma degli Ebrei patito nei campi di sterminio. All’inizio del libro sono trascritte alcune righe del romanzo “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad “Mi chiesi cosa ci stessi a fare là, con un senso di panico nel cuore…mi sembrò di sentire quel grido sussurrato: Che orrore! Che orrore”!
Dacia Maraini ambienta la sua storia nel 1956, tra Firenze,Vienna, Auschwitz e a Budapest mentre scoppia la rivolta contro i sovietici e dove le rovine e gli orrori della guerra bruciano ancora, la fame e le aspirazioni di libertà sono in fieri. E’un romanzo in cui l’indicibile, le atrocità, ancora una volta ci travolgono come quando noi lettori ascoltiamo insieme ad Amara, la giovane protagonista, il racconto di Emanuele sopravvissuto ad ogni abiezione: morto più volte e risorto, ma rovinato nel fisico e nella psiche dalla inumana esperienza vissuta La trama, in breve: Amara ed Emanuele, vivono a Firenze, sono due ragazzini avvinti da un legame forte che la deportazione di Emanuele, di famiglia ricca ebrea, spezzerà per sempre. Amara andrà alla ricerca di lui, custodendo, con ossessiva cura, le sue lettere che ad un certo punto si interrompono e di cui non saprà più nulla e scoprirà la sua nuova identità; del ragazzo della sua fanciullezza non è rimasta nessuna rassomiglianza, ma un morto tra i vivi guastato in maniera indelebile dalle nefandezze viste e vissute. Emanuele, diventato Peter, è corrotto e degradato nel fisico e nell’animo, così erano resi gli Ebrei dai loro aguzzini nazisti, come loro, per togliergli la stima di loro stessi; dei sopravvissuti svuotati di sentimenti…di pensieri…dentro; l’orrore diventa il loro giudice implacabile che li annienta e li distrugge inesorabilmente: l’annichilimento totale. Il treno che dà il titolo al romanzo è quello su cui viaggia Amara attraverso l’Europa dell’est, ancora in faticosa fase di ricostruzione e in misere condizioni, alla ricerca del suo amico d’infanzia, simile al treno che trasportava gli Ebrei ignari verso il loro fatale destino e metaforicamente è quello che traghetta noi tutti verso l’ignoto, come suggerisce il libro, nella quarta di copertina. La spietatezza della guerra, le nefandezze dei nazisti, l’ottusità pervicace dei sovietici danno il senso della follia umana e dell’insensatezza di chi governa e manipola le folle. Dacia Maraini, attraverso l’odissea di Amara, ci trasporta in un periodo storico non del tutto disvelato, dove ancora ipocrisie e menzogne formano un sottile strato di opacità. I carri armati russi che invadono Budapest in rivolta e sventrano le case e sparano uccidendo migliaia e migliaia di Ungheresi; dopo il rapporto Kruscev del xx Congresso sembrava che i Russi non avrebbero fatto un’opera di repressione, un’iniziativa dispotica verso un altro paese socialista, dove tutto il popolo magiaro era sceso in piazza, con tutti gli operai che loro veneravano tanto, in testa. Dacia Maraini riesuma scheletri dall’armadio dell’ex partito comunista italiano in cui Togliatti, capo del partito, stette dalla parte del PCUS. Il comunismo, il partito unico, la dittatura del proletariato, il gran leader …il potere corrompe, ma il potere assoluto corrompe assolutamente. Tutti sogni infranti, la Grande Illusione catalizzatrice di milioni di persone, un Grande Inganno! Il romanzo si chiude con una sorta di speranza. La vita, pensa Amara, è un perverso correre verso un ignoto giocoso e irreale, nel viaggio di ritorno in Italia, in treno, dopo i fatti di Budapest, il ritrovamento di Emanuele, la sua deriva, il futuro si apre davanti a lei come un fiore precoce che ha sentito il primo raggio di sole, ma potrebbe rimanere congelato sul ramo. Perché la primavera non è ancora arrivata e quel raggio di sole l’ha ingannata. E’ uno di quei libri che dà l’opportunità al lettore di poter fare una pausa di riflessione “amara” come il nome della protagonista, ma di realizzare ancora una volta che l’esperienza dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori: non sempre il passato è nostalgico.
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L'eleganza del riccio di Muriel Barbery
L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
Incipit: siamo a Parigi, in età contemporanea, in un elegante palazzo al numero 7 di rue de Grenelle, abitato da famiglie dell’alta borghesia. Un romanzo a due voci, da un osservatorio privilegiato, la guardiola della portineria, Renée vede passare la sua vita e quella dei lussuosi condomini e Paloma, una dodicenne ricca abitante dello stesso palazzo.
Renée, vedova 55enne, dall’aspetto sciatto e trasandato, nasconde un’anima raffinata e colta, dalle letture filosofiche, di letteratura, d’arte, un tradimento costante del suo archetipo perchè nessuno degli abitanti del condominio sospetta. Dagli altri è vista come un complemento della guardiola alla quale vengono richieste le sue mansioni di portinaia, senza prestarle alcunché di attenzione come persona. Solo la sua unica, amica, portoghese, Manuela comprende la bellezza del suo animo e la delicatezza dei comportamenti. Paloma, dotata di una acuta intelligenza, finge di essere una ragazzina dalla sottocultura comune a tanti, cercando di ridurre le sue prestazioni a scuola, giudica un disastro la vita degli adulti, come mosche sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, si deprimono e stanca di vivere, ha programmato la sua fine. Queste due anime sensibili e accomunate da uno stesso sentire, incroceranno per un attimo le loro esistenze, condividendo medesime impressioni e sentimenti: trait d’union, il ricco e colto giapponese, Ozu che ne ha avvertito le loro vere essenze, senza lasciarsi ingannare dalle false apparenze. Una storia originale e ben orchestrata, in uno stile colto e distillato da considerazioni filosofiche e da una prosa caleidoscopica che trasmette suoni, colori ed emozioni. Il finale lascia amarezza e rimpianto per una vita spesa ai margini della società in cui la ricchezza d’animo e l’amore per la bellezza sono stati oscurati da un fato capriccioso e avverso. Il caso è prodigo per alcuni e per altri ignora i meriti e inibisce animi altamente nobili.
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Mal di pietre du Milena Agus
MAL DI PIETRE di MILENA AGUS
L’immaginazione e il sogno sono le porte per una realtà di là dalla ragione
In questo breve romanzo,”Mal di pietre”, scorre una vena narrativa fluente ed evocativa, in cui la scrittura dell’autrice, limpida, concreta ed essenziale, dà corpo ad una trama che, attraverso il filo dei ricordi, “Un quadernetto nero con il bordo rosso” e una lettera ingiallita, riverbera bagliori di luci ed ombre. La prima pagina del racconto enuncia, come un antefatto, il fulcro della storia: “ La Nonna conobbe il Reduce, anno 1950, da Cagliari per la prima volta in Continente alle terme per curare il mal di pietre” ( i calcoli renali, che minavano il suo fisico sin dalla più giovane età ).
L’io narrante, la nipote, con sguardo puro e commovente ripercorre la vita della nonna paterna, la Nonna ( l’iperonimo che include l’iponimo, il legame parentale forte sottrae il nome proprio, in una sorta di sineddoche sui generis ), donna sarda dall’indole passionale incline all’amore, “La cosa più bella per cui valga la pena di vivere”, affetta da un male misterioso- come lamentava, lei stessa- che faceva fuggire l’amore.
Nonna, la figura femminile intorno alla quale ruota tutta la storia, ha i tratti prorompenti e vitali e l’animo straziato da un male oscuro, che agli occhi degli altri appare come una forma di follia, quando il dolore esplodeva imperioso dal suo animo e prorompeva in gesti estremi, plateali, in quel suo grido disperante e reiterato - mancava la cosa principale – diceva – e si rinchiudeva in quel suo mondo della luna. Nonna si dibatte in una schizofrenia tra l’io reale e l’io immaginario d’amore ”Essere fuori della ragione (e per questo matta ) e dentro un sogno”. Il Reduce rappresenta l’amore inventato e rimpianto perché irrealizzato, le cose del quotidiano, i figli che non arrivavano sono le pietre dentro che implodevano nell’animo di Nonna. L’inventiva, l’immaginazione ( nella lettera- non smetta di immaginare-), la finzione letteraria diventano l’antidoto alle sue sofferenze esistenziali.
La Nonna è l’emblema del disordine; in ogni famiglia c’è sempre qualcuno che paga il proprio tributo perchè l’equilibrio sia rispettato, altrimenti il mondo s’irrigidisce e si ferma.
Al contrario aveva fatto la nonna materna, Lia, rimettere ordine ( una vita di cenere dopo quell’unica scintilla), ma aveva fatto più danno.
In fondo, forse, nell’amore, alla fine bisogna affidarsi alla magia, perchè non c’è regola, qualcosa da seguire per far andare bene le cose.
Sullo sfondo di questa storia interna, famigliare, scorre come un film, la storia esterna dell’Italia dagli anni dell’armistizio, 8 settembre1943...Radio Londra…Badoglio…alla disfatta dei Tedeschi, agli anni ’50 della ricostruzione e dell’emigrazione dei “Terun” a Milano, agli anni ’70 del terrorismo e delle lotte tre i neri e i rossi.
Questo è un racconto intenso, intessuto di note musicali, d’amore cercato e… forse, non riconosciuto, di forti legami affettivi dichiarati ( Mia nonna è stata tutto per me, quanto mio padre per la musica e mia madre tutto per mio padre)
Scrivere di qualcuno, come ha fatto la nipote, è un regalo, così come un regalo piccolo, ma prezioso è stato offerto a noi lettori con sommessa delicatezza quando un libro offre la condivisione di un minimo dell’immaginazione di chi ha scritto.
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Il casellante di Andrea Camilleri
“Il casellante” di Andrea Camilleri
Dopo “ Maruzza Musumeci” metamorfosi donna-sirena, siamo alla trasformazione donna-albero ( arbolo): le mutazioni di Camilleri si replicano! Eh già, nell’era della fanta-politica, della fanta-scienza, della fanta-stampa, non poteva mancare la fanta-letteratura. Chi poteva inaugurarla riveduta e corretta? Ma lo scrittore “ Cult” per una larghissima fascia di pubblico che ad ogni uscita di un suo romanzo l’appuntamento in libreria diventa irrinunciabile, quasi, un punto d’onore. Certo che la fantasia di Camilleri è una fonte energetica inesauribile e va “oltre i confini della realtà”e a noi poveri lettori ci fa strabuzzare tanto d’occhi e raggiungere sempre alti gradi di piacevolezza. Si ha l’impressione che i libri “Camilleriani”, senza Montalbano, stiano subendo una virata in senso fiabesco, senza, tuttavia, perdere gli agganci con la realtà in una commistione tra passato e presente in cui i fatti sono trasfigurati e i personaggi esacerbati nei loro caratteri, le donne si trasmutano come se volessero attingere a nuove forme per affrontare sfide sempre più esaltanti. Questo substrato di materia narrativa, paradossale e, sempre divertita, e spesso, divertente, è impastata da una lingua così strettamente imparentata con il dialetto che anch’essa in trasmutazione, diviene tale. Siamo a Vigata, nel 1942, durante la 2° guerra mondiale, le leggi fascistissime, ridicole nella loro iperbolica radicalizzazione, i bombardamenti aerei, gli immancabili uomini d’onore fanno da sfondo al teatro umano fatto di bassi istinti, primigenia barbarie, violenza ferina e ottundimento delle menti; i due protagonisti, Minica e il marito casellante Nino Zarcuto, si trovano, vittime inconsapevoli, in balia di eventi più grandi di loro. Il tema della metamorfosi, in questo caso, non riuscito (di classica e non memoria), s’innesta nella mente di Minica quando la sua essenza di donna, non in grado di procreare, la porta a voler diventare un tutt’uno con la natura per riappropriarsi del ciclo vitale di essa a lei che quel ciclo le era stato estirpato con la forza bruta. Questa figura di donna attaccata alle sue radici della vita, cerca di trovarle nella terra, in una sorta di rivendicazione di essere soggetto mutante quando la ferocia bestiale dell’aggressore l’aveva ridotta in mero oggetto consumante. Minica semplice ed illetterata, ma caparbia e determinata nelle sue azioni e sentimenti, forte del suo istinto materno, persegue un disegno impossibile che solo suo marito per amore e solo per amore riesce a condividere. Ed ecco che la tenacia e l’ostinazione di Minica alla fine darà i suoi frutti: dalle macerie della guerra un bambino sortirà ad illuminare i toni foschi e drammatici degli eventi in atto. Lo sguardo pietoso di Camilleri vigila al fine di non precipitare nella tragedia. In un’immagine da dipinto sacro di madre con il “Suo” bambino si chiude “Il casellante” a cristallizzare il momento di assoluta felicità raggiunta da Minica. Un bel romanzo nello stile di Camilleri dove si fondono armoniosamente tutti i topos peculiari delle sue storie.
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La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
“La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano
Questo notevole romanzo, dell’esordiente Paolo Giordano, scava nel labirinto dell’animo umano con grande vigore espressivo ed emotivo.
I due personaggi centrali della storia, Alice e Mattia, sono stati segnati, nell’infanzia, da un’esperienza lacerante che ha devastato e come compresso i loro destini che si incroceranno, ma come i numeri primi gemelli, saranno vicini, ma mai così tanto da toccarsi.
Il tracciato narrativo si snoda intersecando due vite parallele, crepuscolari, che scorrono secondo scansioni e ritmi emotivi straordinariamente simili.
Il loro microcosmo sentimentale è stato contratto da questi due traumi infantili che come una patina impalpabile di inadeguatezze, paure e ritrosie ha narcotizzato le pulsioni emozionali impedendo loro di aprire un canale di percezione con gli altri.
Alice e Mattia seguono traiettorie divergenti, le loro vite, sospese, fluttuano in attesa di una catarsi delle loro intime ed inconfessabili sofferenze, come barriere ostacolano una naturale ed immediata espressività avviluppata in un groviglio insoluto.
Giordano, questo giovane autore, sembra attingere la sua perizia narrativa da remoti luoghi dell’anima, in una sorta di profonda immersione psicologica degna di grandi scrittori. La solitudine, la sperdizione esistenziale, l’anoressia, uno dei tanti segnali sottesi di angosce individuali sono alcuni dei temi che intessono tutto il filo narrativo. Alla trama interessante che scorre su binari di lettura scorrevole e riflessiva, si condensa una certa energia stilistica ed una capacità descrittiva analitica e dura della realtà, soffusa da intermittenti lampi di trattenuta tenerezza.
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Chesil beach di Ian McEwan
CHESIL BEACH Ian McEwan
Studio analitico e anatomico di una storia d’amore
Siamo in Inghilterra, nel luglio del 1962, sulla costa del Dorset davanti alla sconfinata distesa di ciottoli di Chesil beach si frantuma, come macerie, la luna di miele dei due giovani Florence ed Edward. Mc Ewan descrive con inusitata meticolosità, pari ad un entomologo che studia la vita degli insetti, il microcosmo cellulare e sensoriale, l’iniziazione sessuale dei due protagonisti ingenui e fin troppo inesperti in un’epoca in cui si avvertono già i prodromi che avrebbero prodotto la libertà sessuale. In Florence e in misura minore in Edward convivono i pudori vittoriani, il perbenismo borghese e la mentalità miope e ristretta dei benpensanti che si traduce in una forte dicotomia tra l’amore puro e l’amore sensuale. La storia d’amore di Florence ed Edward è vissuta avulsa dal contesto storico- culturale in cui agiscono; gli sguardi che si perdono l’uno nell’altro, eppure pieni di promesse ardite, gli sfioramenti epidermici, presaghi di voluttà future e sempre procrastinate si scontrano con il momento culminante della consumazione effettuale hic et nunc. In definitiva, un amore in nuce, ancora all’alba delle esperienze di vita, le etichette sociali, come marchi indelebili impressi, lo troncano e lo falcidiano nella sua spontanea autenticità. Lo scrittore con incredibile maestria, orchestra i moti dell’animo dei due giovani come suoni ora dolci, soavi e suadenti, ora aspri e forti, quasi stridenti. Egli con precisione scientifica dettaglia ogni minimo particolare anatomico, ogni pulsione intima dei due inglesi, ogni minimo pensiero passa allo scandaglio della sua lente narrativa d’ingrandimento. La ricerca meticolosa e ossessiva dell’infinitivamente piccolo dettaglio fisico le descrizioni naturalistiche, lo scavo psicologico dei caratteri, la cura estetica della forma potrebbero apparire pretestuosi, ma la profondità di queste soluzioni narrative sono aderenti alla storia. I continui rimandi temporali al passato mentre il presente incalza creano una sorta di sospensione e di curiose cesure al ritmo narrativo. Alla fine, però, c’è da chiedersi… perchè una storia d’amore ed inibizioni? Forse, questo non c’è dato saperlo!
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Il treno di Georges Simenon
Georges Simenon scrive e pubblica questo romanzo solo nel 1961, quando la guerra e i ricordi di essa, sedimentati, bruciavano meno l’animo. Questa storia unica e preziosa ci restituisce un frammento folgorante, nella sua brevità, di vita umana, ma lancinante nella sua profondità.Siamo nel maggio del 1940, nelle Ardenne è stato dato l’ordine d’evacuazione generale, i profughi sono costretti a fuggire perché le truppe tedesche invadono il Belgio. Il protagonista Marcel Féron, come si presenta lui stesso in prima persona, vende apparecchi radio e rimette in sesto quelli vecchi, è molto miope ( è terrorizzato dall’idea di ritrovarsi senza occhiali) e molto cagionevole di salute; conduce una vita ordinaria, ” Non ero un uomo infelice né tanto meno triste”, scandita dalle abitudini quotidiane dove ogni oggetto sta al suo posto Ma gli avvenimenti bellici incalzano e non vive più secondo un ritmo interno, invece del suo battito, sente una sorta di battito collettivo. Quella guerra scoppiata all’improvviso, dopo un anno di calma apparente, la percepisce come una faccenda personale tra lui e il destino. Marcel non è più responsabile della sua vita, non è, più, Marcel Féron, commerciante di radio, ma un uomo fra milioni di altri uomini in balia di forze superiori. Egli con la moglie Jeanne, incinta e la figlia, Sophie di 4 anni, lascia la casa e tutto, ma nel trambusto generale si ritrova separato da loro e insieme con altri come lui nel carro bestiame di un convoglio. E’ su questo treno, su questo vagone tra i sussulti, gli scossoni delle fermate e i flashback della sua vita trascorsa che con una donna in nero, estranea, quasi, a tutto quanto la circondava, diventa naturale, senza essersi detti quasi nulla, stare sempre insieme, come per un comune accordo. La passione divampa in un fragile presente, senza futuro, come la precarietà della guerra. Una scrittura mirabile, poesia dell'anima le parole che fluiscono e scorrono come piccole gioie, schegge di luce che carpiscono il lettore.
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Non dire notte
NON DIRE NOTTE di AMOS OZ
Il deserto, come luogo dell’anima, anima i confini senza limite dei sentimenti umani.
Una cittadina israeliana Tel Kedar, di 8-9 mila abitanti, prostrata dal vento del deserto del Negev che manda frustate di polvere, fa da sfondo alla vicenda umana e sentimentale dei due protagonisti del romanzo: Noa e Theo. Il loro rapporto, dopo sette anni, comincia a mostrare segni di incomprensioni e insofferenze. Theo è un sessantenne, architetto di fama riconosciuta, vive in uno stato di attesa, ha ormai fatto quel che poteva fare, ora che si trova alla fine del mondo, Noa, professoressa di lettere in un liceo, più giovane di 15 anni, al contrario, è piena di entusiasmo e voglia di cambiamenti. La storia si snoda attraverso il racconto dei due protagonisti, in prima persona, lui osserva e ascolta lei, lei che guarda e giudica lui; è un rimando di pensieri e azioni che s’incrociano e si allontanano. Lei frenetica, rincorre il tempo, il suo daffare va tutto a spese della solitudine e della lenta discesa dal dolore verso la tristezza di lui. Il paesaggio desertico contorna e dà la dimensione e la scansione del ritmo della vita degli abitanti di Tel Kedar: il vento che alita come una falciata fredda e acuta, l’aggressività della luce e della polvere, la calce bianca che assorbe le sfumature del deserto, gli spazi aperti strisce di deserto macchiettato. Si respira e s’immagina questa immensa distesa di sabbia su cui il sole brucia con i suoi artigli di vetro acuminato ed è, per noi lettori, come essere novelli beduini che inseguono miraggi lontani e irraggiungibili. E’ la scrittura mirabile di Oz che ci ammalia e ci rapisce come musica dell’anima; lo stile lieve ed elevato solleva la mente in qualche altrove. Nel giorno che muore, si domanda Theo cosa promette l’ultima luce, che cosa ha in serbo; la notte, ma non il nero del buio. Come il chiaro di luna dà luce alla notte che cala, così l’incanto della natura bagliore ai nostri occhi illumina i momenti bui del vivere. Non dire notte.
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La rilegatrice dei libri proibiti
La rilegatrice dei libri proibiti di Belinda Starling ed. Neri Pozza
Un’altra sorprendente figura femminile, emblema di libertà dell’anima e della mente
Londra 1859 può una passione diventare ossessione?
Questo è un grande romanzo di ampio respiro storico, attraverso la vita della protagonista Dora Damage il lettore ripercorre e vive i conflitti di sesso, razza e classe dell’età vittoriana. Dora è uno dei personaggi letterari che da subito si amano, ammirandone la risolutezza del carattere, la forza dei sentimenti e la solidità di cultura affinata da una sensibilità squisitamente femminile. La dovizia con la quale l’autrice descrive le tecniche di un mestiere difficile e preciso ci trascina in un mondo affascinante dove il libro come oggetto materiale ed estetico acquista la stessa importanza del contenuto. Ci addentriamo in questa preziosa e quasi religiosa arte, rilegature dalle pelli pregiate, dai tessuti più rari, dalle incisioni in polvere d’oro, dai disegni, i ricami, gli arabeschi di pregevoli fatture… E’ un libro visivo perchè procede per immagini ( quelli osceni dei libri pornografici e non solo), per descrizioni minuziose, un libro olfattivo perché i miasmi della città avvolgono come un sudario le persone, il Grande Fetore, il fiume fetido, limaccioso, un libro sonoro perché si sente il vento impetuoso, la pioggia insistente satura di fuliggine che picchiettava sulle tegole e il fruscio dei carri sul selciato fangoso.…E’ un libro dove la prosa diventa poesia…la stanza scivolò nell’oscurità e parve restringersi fra le ombre tremolanti create dalla luce del camino. In questo primo ed unico romanzo la scrittrice prematuramente scomparsa dà prova di una grande forza espressiva e di una sagace ricostruzione storica ben documentata e ricca di particolari.
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Spingendo la notte più in là
Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi
Il figlio del commissario Luigi Calabresi, Mario, giornalista di grandi testate nazionali, dopo 36 anni dall’uccisione del padre per mano delle Brigate Rosse, traduce sulla carta quelli che sono stati gli avvenimenti tragici e dolorosi che hanno segnato la sua e la vita di tutta la sua famiglia: vittime misconosciute, i famigliari, sui quali, spesso, è calato un silenzio pesante, insopportabile. Mario Calabresi e i suoi fratelli grazie alla madre, che ha mantenuto sempre un’incrollabile fiducia nella Magistratura (la cui principale preoccupazione è stata quella di non far crescere i figli nell’odio e nel rancore), hanno ritrovato la forza di vivere, spingendo la notte più in là, anche se è stato un lavoro faticoso e difficile.
Calabresi con animo ancora scosso, oggi, ma rigoroso e pacato scevro da sentimenti accesi, rivive i fatti, il Terrorismo, i cosiddetti “Anni di piombo”, quando l’Italia tutta sembrava aver perso il senso delle istituzioni democratiche: 150 morti nelle stragi italiane; un silenzio complice la storia del terrorismo rosso.
Egli dichiara che voltare pagina, si possa e si debba fare, ma ogni pagina ha due facciate, non si deve leggerne una sola, quella dei terroristi o degli stragisti, bisogna preoccuparsi anche dell’altra: farsi carico delle vittime. Ma, quando ci si sente dimenticati, messi da parte o peggio vedere gli assassini del proprio padre, fratello, figlio, parlare in televisione, ai convegni, nelle università: come si può pretendere serenità di giudizio? Come si può chiedere il coraggio della clemenza?
Dopo anni di umiliazioni, ( per il nome del padre infangato), sofferenze, Calabresi, figlio, ritiene giusto impegnarsi per andare avanti nel rispetto della memoria del padre; portarlo con sé nel mondo e non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia. Bisogna scommettere tutto sull’amore per la vita.
E’ vero che il tempo stempera il dolore e rasserena l’animo sconvolto dagli affetti spezzati, anche, tragicamente, ( Nessuno riporta indietro quello che non c’è più ), ma è, anche vero, che davanti a tanto controllo esercitato negli anni, si resta ammirati e compartecipi.
In questo libro non si parla di vendetta, ma di giusta giustizia, di sensibilità ed assistenza, di far luce sulla verità; non viene negato il recupero, il legittimo reinserimento nella società dei colpevoli di atti terroristici, ma dovrebbe essere fatto con la massima discrezione e misura.
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L'anima e il suo destino
L’anima e il suo destino di Vito Mancuso
La morte fondamento della metafisica, l’anima fondamento del Cristianesimo.
Il tema del saggio è l’interrogativo primordiale che l’uomo si pone: esiste l’anima, e se esiste, la vita dopo la morte…? Di fronte alla morte, anche, il più strenuo laico e/o ateo non può rimanere indifferente! Ha questo libro, come dire, toccato le corde spirituali di noi tutti (si fa per dire) assopiti e narcotizzati dalle materiali urgenze quotidiane (Il materialismo è la più povera delle filosofie), riacutizzando polemiche e confronti escatologici, prerogative degli “ Addetti L’argomento del libro è rivolto alla coscienza laica, quella parte della coscienza presente in ognuno di noi, credente o non credente, che cerca la verità per se stessa e non per appartenenza ad un’ideologia o istituzione o per principio di autorità ( Ipse dixit).
La laicità non riguarda solo la dimensione politica, ma, tocca il rapporto dell’uomo con la verità. Perchè, come afferma il teologo, il suo metodo è rigoroso, “Se si vuole fare davvero il teo-logo, cioè uno che pensa Dio in modo logico, il Theos nella luce del Logos”; il pensiero deve essere guidato dalla ragione. Ma è qui che è insita, secondo me, la contraddizione a priori; di quale verità si sta parlando? Quella sofista che non esiste una verità assoluta, quella laica della nostra coscienza a cui siamo chiamati a rispondere o quella rivelata del Cristianesimo? Diventa una disputa teologica, se non fideistica, quando Mancuso prosegue dicendo che i problemi della scienza e il conseguente dialogo critico con la filosofia, s’impongono a chiunque voglia fare teologia prendendo responsabilmente sul serio la pretesa di verità che il Cristianesimo porta in sé. Non ne veniamo a capo, cercare di salvare ragione e fede, è, perlomeno, ambiguo, la nostra libera e consapevole ricerca della verità, è illusoria? Paradossale?
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Commento
“Tra assolati paesaggi e umbratili sentimenti, un grande affresco siciliano”.
Questo romanzo è un affresco di famiglia in un interno/esterno siciliano in cui si annidano e si avviluppano sentimenti e risentimenti non sopiti. Tito, il capo di un pastificio, è il centro di questa “famiglia” assieme alla vecchia zia Rachele, il cui passato si svela, come un sipario teatrale, attraverso le lettere di lei giovane e i ricordi frammentati di lei anziana. L’intreccio si dipana su due livelli paralleli: un alternarsi di diverse tonalità di voci, dal racconto in terza persona all’io narrante, dal presente con i componenti di questa saga famigliare avviliti da interessi economici e intrighi sentimentali, al passato che si dischiude come luce che fuga le ombre e disvela il “mistero”. Al tema della famiglia come nido consolatorio, ma al contempo gorgo di insane passioni, fa da contrappunto il paesaggio siciliano che l’autrice ci fa rivedere in un’esplosione di colori vividi e penetranti “I raggi del sole perciavano la terra” come i sentimenti che agitano i personaggi, in una sorta di geografia del cuore evocata con commovente naturalezza. E’ un romanzo di “Qualità assoluta”, dalla dirompente carica emotiva, stemperata da una scrittura armoniosa, mai scomposta. Come pennellate di colore sparse qua e là si frappongono lessemi dialettali che restituiscono tonalità accese all’espressività controllata della scrittrice, il cui stile elegante e calibrato s’innesta nella materia scabrosa, elevandola.
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Il colore del sole
Andrea Camilleri, in questo breve romanzo, si addentra in un fitto ed affascinante mistero trasportando se stesso e noi lettori nel lontano’600, un’epoca rivisitata attraverso la vita tumultuosa e allucinata di Michelangelo Merisi: il Caravaggio. L’artificio letterario usato dal “nostro” autore è l’assunto della narrazione, lo scrittore, per vie impervie e traverse, ritrova il diario autografo del grande pittore sul periodo trascorso a Malta e in Sicilia nell’estate del 1607, la cui autenticità”era proclamata dall’odore della carta, dell’inchiostro secolare e da certe increspature dei fogli…” Sarà un salto nel buio della mente torturata del genio maledetto, e, come scrive Camilleri, ha preferito trascrivere le pagine più intime, come l’ossessione del sole nero, (donde il titolo), squarciare il velo di tanta parte fosca della sua vita e, in particolare, della nascita della sua vocazione artistica. Due sono i colpi di genio di Camilleri, il fittizio ritrovamento delle carte caravaggesche, espediente usato, per una maggiore adesione emotiva al personaggio e la manipolazione dell’italiano irto e spigoloso e non certo colto dell’artista; ricondurre il gioco tra il lucor dei personaggi e la fitta oscurità che avvolge le cose circostanti per troppa ombra ad un ipotetico disturbo della vista del pittore che mal sopportava la luce del sole. “Da esso nascea una luce nera che oscurava non per intero homini e cose, ma li lasciava visibili solo in parte, come tagliati da luce di lume o di candela… In Camilleri, ormai, è diventato un marchio di fabbrica, “doc”, destreggiarsi in ardite e spericolate sperimentazioni linguistiche, al pari di un giocoliere, di parole, ricrea la parlata seicentesca in una sorta di paralinguaggio dell’epoca. Ci restituisce intatto il fascino di un’esistenza vissuta pericolosamente, dove il tormento e l’estasi si confondono e in cui l’arte si configura come il paradigma che contraddistingue il”Genio”. ( La vita si fa arte e l’arte si fa vita).
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Il tailleur grigio
Storia di un’ enigmatica e conturbante figura femminile
In questo romanzo Camilleri sorprende e prende una strana inquietudine in un’atmosfera da noir di tutto rispetto. Io, camilleriana della prima ora, m’inchino al maestro e gli porgo i più vividi ossequi, mai sua opera mi aveva colto in contropiede, pur nella continuità del suo speciale e inimitabile linguaggio, la trama è originale e nel contempo echeggiano echi di passaggi letterari classici. La storia ruota intorno ad un’enigmatica figura di donna, Adele, a cui rimanda il tipo di abbigliamento del titolo, che soleva indossare in determinate circostanze, come una sorta di divisa e di conformismo esteriore. Il motore che dà l’avvio alla vicenda, è il marito, un alto dirigente di banca in pensione, anzi colto nel suo primo giorno di congedo produttivo; strano personaggio il suo, una vita scandita da automatismi, unico scarto fatale aver sposato in seconde nozze una donna, molto più giovane, di stravolgente bellezza e d’insaziabile ardore erotico. Potrebbe essere un topos peculiare della letteratura e della vita, l’anziano uomo che sposa la giovane e avvenente femmina! Ma, il modo, la forma com’è trattata la materia narrativa, è la cifra, il marchio d’eccezione di Camilleri. Non è la femme fatale, la dark lady, stereotipata di tanti gialli o film del genere, ma un’atipica donna, sì passionale e misteriosa quanto lucida, fredda e calcolatrice nel suo tailleur grigio, come la sua zona d’ombra sentimentale che sfoggia per un prelutto o lutto avvenuto. Quasi come se quest’abito, in date circostanze sostituisse e rappresentasse quello che lei era incapace di sentire. Adele è descritta in tutta la sua voluttà e sensualità femminile, vogliosa e al tempo stesso rispettosa nel salvare la forma esteriore davanti agli occhi degli altri. Pur in questa conclamata ipocrisia, Camilleri è indulgente con le donne in generale, e con Adele, in particolare, la sua è un’adesione da “masculo”davanti alla bellezza muliebre, sia pure con un malcelato accento beffardo e sornione, ma senza accampare giudizi morali. Questo “ Inquietante” romanzo, nella chiusa, lascia un senso di sperdizione nel lettore, ma Lui, Camilleri arricchisce pregevolmente la sua, già, ricchissima produzione letteraria.
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Il campo del vasaio di Andrea Camilleri
Teatro tra le quinte e teatralità a scena aperta: complimenti Montalbano!
Tra tutti i romanzi in cui è protagonista il nostro beneamato commissario vigatese, questo è il più “maturo”( se posso permettermi l’aggettivazione), il più compiuto e il più meditato; è come se Camilleri avesse completato un quadro pittorico dando le ultime pennellate ai colori e ai tratteggi consegnandoci un Montalbano di grandissimo spessore; tra le pieghe sempre più scavate del suo animo ora ricche di perfido sarcasmo ora di gaudente goduria culinaria ora di amarume venefico, s’intravede un uomo meno ripiegato su se stesso come se la vecchiaia incombente lo tradisse e, a tradimento, lo disvelasse nelle sue intime fragilità.
I romanzi camilleriani sono come delle magnifiche uova pasquali, sempre sorprendenti e mai scontati! In quest’ultima “Fatica” letteraria due sono i colpi di genio, le alzate d’ingegno architettate con sottile arguzia dall’autore: il riferimento biblico (Il Vangelo di Matteo), l’autocitazione (Montalbano legge Camilleri). E’ tanta la materia argomentativa, a mio parere, da trattare e rilevare che rischio di essere sommersa “dal mare grosso “Incaniato” che doveva essersi mangiata la spiaggia …” La storia, in breve, è il ritrovamento di un cadavere, dentro un sacco nero della munnizza, fatto a pezzi (30 ), dopo essere stato giustiziato con un colpo di pistola alla nuca, nel campo del vasaio, appunto, “ U critaru”. Sembrerebbe un delitto di matrice mafiosa, il cui modus operandi dell’ammazzatina simbolicamente richiamerebbe il tradimento di Giuda per trenta denari, il prezzo del sangue di Cristo. Ma, risalendo a tutta una tradizione artistico letteraria che da Pirandello porta a Sgalambro- Battiato: niente è come sembra, niente è come appare, perché la realtà non sempre è quella che cade sotto i nostri occhi, ma sta dietro le cose, dietro le persone. All’acume di Montalbano che non si accontenta delle apparenze, il fatto si presenta in tutto il suo groviglio inestricabile la cui verità va ben donde.
Nemmeno Dolores “ Dolorosa” per l’immarcescibile e impareggiabile Catarella, femmina straniera, colombiana di “perigliosa” bellezza, pareva finta, ma era vera, (Eccome era vera!), non sufficientemente adusa alla sottigliezza sicula di Montalbano, riuscirà a sparigliare le carte. Montalbano è sì stravolto dallo sciauro di cannella di questa conturbante donna, ma non al punto tale da non riuscire a governare corpo e mente. Attraverso una messinscena teatrale, quasi grottesca, scioglierà il gliommero che lo avviluppa e rocambolescamente sottrarrà l’amico Mimì invischiato nella rete della maliarda e a mettere a posto ogni cosa (come gli dirà con ammirazione il buon Fazio).
Se l’ingegnosa apertura del romanzo è teatro allo stato onirico, la scena matre è l’ autodifesa, per la calunnia sul suo conto, interpretata platealmente e con sommo sdegno davanti al questore, infarcendola, al pari di un attore consumato, con dei titoli di romanzi di Dostoevskij, ma la conclusione di esso è melanconica e dolente di opera dei pupi, metafora della vita, in cui Salvo ad ogni rappresentazione che riusciva a portare a termine, la fatica si faceva ogni volta cchiù grossa, cchiù pisanti. Fino a quanno avrebbe potuto reggere?
Il tono di tutto il romanzo è percorso da una vena dolente che macera il nostro commissario e noi partecipi lettori, cadenzata da interludi paesaggistici dove il mare è lo sfondo permanente e dove l’ironia sardonica raggiunge apici altissimi. Mai la vis beffarda e graffiante di Montalbano ha toccato ed intaccato così tanto il suo sentire e fiutare le cose, mai i suo soliloqui sono stati dei promemoria in cui si squadernano le sue intuizioni e la loro consequenziale soluzione.
Mai lo avevamo visto e sentito così toccato nel profondo dagli eventi quando questi toccano persone che ama e stima, sconquassato dalle lacrime e dalla pena interiore simile ad un eroe tragico, ma stanco. Pronto a inscenare farse degne di un teatrante di burattini pur di perseguire machiavellicamente intenti necessari all’uopo ( non per fini utilitaristici o personali).
Un Montalbano, quasi inedito? Lui, di persona, pirsonalmente va per ben due volte a Boccadasse, a starsene a guardare il mare che, a Vigata o a Boccadasse, sempre mari è. Mah! Non ce la conta giusta, cosa sta a significare?
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