Opinione scritta da joshua65

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joshua65 Opinione inserita da joshua65    02 Agosto, 2011
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Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu

Il più bel romanzo di Carlotto? Probabilmente la sua vita. Militante di Lotta Continua, poi vittima di un incredibile caso giudiziario (basta cercare “il caso Carlotto” su Internet), poi latitante in Sudamerica, poi l’arresto da parte dalla polizia messicana, quindi otto anni di carcere in Italia, infine, nel 1993, la grazia ricevuta dal Presidente Scalfaro.

Giorgio Pellegrini, invece, è il protagonista di Arrivederci amore, ciao. Passato da terrorista, coinvolto in un omicidio di un metronotte e fuggito all’estero, decide di rientrare in Italia e di ripercorrere in senso inverso la scala sociale, puntando con ogni mezzo e senza esclusione di colpi alla ricostruzione di una posizione nella società che conta. Del resto Giorgio Pellegrini, giovane e dal fascino irresistibile, sa fare bene una cosa sola: uccidere.

Scritto con stile rapido e incalzante, la storia scorre veloce quasi come una raccolta di articoli della “nera”, descrivendo la rapida ascesa del protagonista, da guerrigliero nel Centro America a proprietario di La Nena, raffinato ed esclusivo ristorante in una non precisata e opulenta città del Nord Est.

In mezzo un’incredibile serie di losers: terroristi dissociati, poliziotti corrotti, mafiosi pugliesi, albanesi, kosovari, anarchici spagnoli, cecchini croati, avvocati senza scrupoli e ovviamente pronti ad entrare nella politica che vince. Inutile provare a schierarsi con qualcuno e tentarne l’assoluzione, tutti hanno bisogno di tutti.

E poi tante donne (Flora, Francisca, Luana, Roberta) che scandiscono come un metronomo impazzito la vita del protagonista, marchiando a fuoco con i loro nomi i capitoli del libro ed inviando al loro apparire nuovi e macabri presagi di sventura.

Arrivederci amore, ciao. Noir bello, crudo, essenziale.

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Carlotto, Ellroy, Hard Boiled
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    31 Luglio, 2011
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We’re on a road to nowhere

“Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vuol dire che ti sei arreso”

Il mondo al quale fa riferimento il padre mentre ammonisce il figlio, è un mondo senza vita, freddo, pieno di cenere, orrendo, senza speranza. Ma è il mondo reale in cui vivono, è lo scenario apocalittico che attraversano, mentre percorrono la strada che li porterà verso il mare, dove forse sarà rimasto un barlume di vita e quindi una comunità, che potrà accoglierli.

Non sappiamo cosa abbia realmente reso il mondo così, un attacco nucleare ? un meteorite ? il sole ha iniziato a spegnersi ? Non importa. Quello che importa è che dopo pochi anni dall’apocalisse, i sopravvissuti hanno immediatamente perso la coscienza civile, anzi si aggirano come zombi, cannibali moribondi alla ricerca di cibo.

In un mondo così, la voglia di lasciarsi morire è tanta, ma bisogna continuare ad andare avanti, percorrere la strada, perché c’è, ci deve essere, una speranza.

Privo di capitoli e senza interruzioni, Cormac McCarthy scrive un romanzo bellissimo, che descrive con meticolosità i giorni passati da padre e figlio alla disperata ricerca di cibo, e, durante le notti gelate, di un riparo dai frequenti e violentissimi temporali. E in questo peregrinare si interrogano, con brevi e toccanti dialoghi, sulla necessità di continuare a percorrere la strada, senza fermarsi a riflettere sul perché sono ancora vivi, e sulla necessità di mantenere saldi e intoccabili i propri principi etici e morali, in mondo morente, assurdo e crudele.

“Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo. E non succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco.”

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McCarthy
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    21 Luglio, 2011
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Brivido felino

“Summertime, and the livin’ is easy. Fish are jumpin’ and the cotton is high”

Esiste una letteratura estiva ? per me sì. Ed è quella dei thriller complessi, vivaci, preferibilmente spiazzanti. Poi magari decidi di leggerne solo uno, per questioni di tempo o di voglia, pieno però di tante pagine.

Ok. Quale? Questa volta - leggendo qualche recensione al volo qua e là - scelgo Il leopardo, di Jo Nesbo

Harry Hole, atipico ispettore della polizia norvegese si è rifugiato ad Hong Kong dopo innumerevoli vicissitudini che hanno segnato la sua vita personale, oltre che il suo fisico. Richiamato con un piccolo stratagemma ad Oslo, da un’affascinante poliziotta, Kaja, si imbatte in uno dei più efferati serial killer e in uno dei più intricati casi della sua carriera. Harry, presto totalmente coinvolto dal caso, tornato nella sua città natale, dovrà fare allo stesso tempo i conti con il suo passato.

La trama è ottima, si dipana tra i tanti, spesso brevissimi capitoli, per poi ricongiungersi in un robusto finale. I protagonisti sono decisamente interessanti, serial killer compreso, anche se qualcuno di questi avrebbe meritato maggiore approfondimento (non aggiungo altro ovviamente per motivi di suspence)

Ultime due cose:

Jo Nesbo è un ottimo scrittore e lega la sua carriera al personaggio Harry Hole. Protagonista davvero particolare, facile rimanerne conquistati.

Jo Nesbo è stato paragonato a Stieg Larsson, e quindi associato alla letteratura gialla scandinava. Non sono d’accordo, a Nesbo manca forse la profondità di Larsson, ma questo romanzo è adrenalina pura.

Ah dimenticavo di dirvi, l’assassino ovviamente è il leopardo.

“Estate, Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore, L' estate che ha creato il nostro amore. Per farmi poi morire di dolor”

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joshua65 Opinione inserita da joshua65    22 Giugno, 2011
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Indocina Mon Amour

Graham Greene ha avuto una vita avventurosa, ha viaggiato moltissimo ed ha scritto tanti libri. Molti di questi ripercorrono fatti ed esperienze da lui vissute, si ispirano a persone incontrate. E’ stato redattore del Times, ha collaborato con il controspionaggio inglese, è stato più volte corrispondente all’estero.

Il periodo tra i più affascinanti vissuti dal nostro ispira “L’americano tranquillo”, uno dei libri più riusciti di Greene. Lo scenario è subito di quelli tosti. Siamo nel Vietnam, è il 1952, l’anno del tramonto del colonialismo francese in Indocina, qualche anno prima che gli Americani inizino la loro assurda guerra in nome del “Domino Effect”. Sappiamo tutti com’è finita.

Qualcuno in meno (sicuramente io) sa che la Saigon di quegli anni, tra militari francesi, neutrali corrispondenti inglesi, giovani patrioti americani e belle vietnamite è uno scenario perfetto dove collocare un thriller spionistico dai risvolti gialli. Greene, per l’appunto, ci riesce in pieno.

Fowler, reporter inglese, cinico e disilluso, ha ritrovato uno scopo nella vita grazie a Phuong, giovane vietnamita, che vorrebbe sposare, ma che non può perche la moglie non vuole concedergli il divorzio. Pyle, è l’americano tranquillo, giovane ed intriso di Democrazy, appena arrivato in Vietnam, inizialmente non è chiaro perché.

Pyle una sera conosce Phuong e se ne innamora, chiede a Fowler di farsi da parte, perché lui non può sposarla, Pyle invece la ama e vuole portarla con sé in America. La determinazione di Pyle lascia Fowler nello sconforto, anche perché la moglie ha confermato ancora una volta di non volerlo lasciare, è cattolica non accetta il divorzio, inoltre il suo periodo di corrispondente estero in Vietnam sta per terminare. Una sera Pyle deve incontrarsi con Fowler in un ristorante, ma a quell’appuntamento l’americano tranquillo non arriverà mai.

La storia è questa, ma non è scritta così. Il libro parte a razzo con la morte di Pyle e tra flash-back e come-back al presente, si sviluppa attraverso l’istruttoria di Vigot, il commissario della Sureté francese incaricato di indagare sul misterioso attentato.

Scavando nei ricordi di Fowler, conosceremo le sue convinzioni, ma soprattutto le sue debolezze(*), e verremo a capo della soluzione inaspettata della trama, tessuta fino a quel momento in maniera praticamente perfetta.

(*) “Siamo troppo piccoli nel corpo e troppo meschini di mente per possedere un’altra persona senza soccombere all’orgoglio, o essere posseduti senza sentirci umiliati”

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ed ama la letteratura inglese ed americana
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    29 Mag, 2011
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Il mio nome è Tyler Durden

Con in bocca la canna della pistola impugnata da Tyler Durden, prima che l’esplosione tra dieci minuti butterà giù il Parker-Morris Building e tutti i suoi centonovantuno piani.
E’ così che si ritrova l’anonimo protagonista, mentre inizia a raccontare la sua storia, quella di Tyler, quella di Marla e dei Fight Club, e delle scimmie spaziali del Comitato Scherzi del Progetto Caos.

La voce narrante è quella di un impiegato, di cui non conosciamo il nome, insoddisfatto e sempre più a disagio in una società anaffettiva e spietata. Insonne e disperato cerca rifugio nei gruppi di supporto, spacciandosi come malato terminale di cancro. L’incontro casuale con Tyler, cameriere e proiezionista notturno, ma anche esperto in armi ed esplosivi fatti in casa, è per entrambi una rivelazione. Tyler, fino a quel momento sabotatore di pellicole e creme al pomodoro, costituisce il primo Fight Club.
Il Fight Club è violenza circoscritta, che si realizza in club esclusivi e anonimi, ma nello stesso tempo crudele e liberatoria. Violenza che catalizza però energia sempre più nichilista ed autodistruttiva.

Neanche la presenza, apparentemente consolatoria di Marla, imbucata in uno dei gruppi di supporto frequentato dall’anonimo, e presto vertice di un triangolo amoroso, basta per fermare la corsa. Con i proventi ottenuti dal sapone fatto in casa (credetemi prepararlo è molto più semplice di come s'immagini), Tyler e l’anonimo narratore arrivano presto al passo successivo: il reclutamento delle scimmie spaziali per il Progetto Caos.

Scritto con uno stile superbo, che rimanda immediatamente ai grandi scrittori statunitensi del dopoguerra (e ci metto pure Brett Easton Ellis), Fight Club ti bombarda con l’ossessività delle sue parole, mentre ti spiazza con frasi esplosive ed urticanti. Eleggendosi a libro seminale ed anticipatorio nella sua acuta e amara riflessione sul non significato della vita e sulle paure della società postmoderna, alle soglie del nuovo millennio e qualche anno prima dell’attentato alle torri gemelle.

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De Lillo, Burroughs, Ellis
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    14 Mag, 2011
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Texas on My Mind

Basta entrare nel sito ufficiale di Lansdale per capire subito che abbiamo a che fare con un prolifico scrittore americano, formatosi leggendo migliaia di fumetti e guardando altrettanti B-movies. Così come ampia è la sua bibliografia, che spazia tra il giallo e l’horror, la fantascienza e il western, e non sempre generi mutuamente esclusivi tra loro. Più costante, invece, il teatro dove ambientare le sue storie, il Texas, che per il nostro costituisce una sorta di perfetto microcosmo, magico e variegato, crudele e passionale.

Infatti, in “La sottile linea scura” (non perfetta traduzione di un più efficace “A Fine Dark Line”) siamo nel Texas, anno 1958, nella più lunga estate calda di Stanley, sensibile e curioso tredicenne che s’imbatte per caso in un cofanetto semisepolto, contenente misteriose lettere d’amore.
Deciso a scoprire chi sono gli autori e cosa raccontano realmente (e chi non lo farebbe a tredici anni ?), Stanley si fa aiutare da Callie, la tanto carina sorella maggiore, ma non per questo vuota ed antipatica come vorrebbe il solito copione, Buster, anziano uomo di colore, oramai disilluso dalla vita, ma ricco di grande umanità, e Richard, amico di Stanley, spesso in fuga da un padre autoritario e violento.

E’ la partenza a razzo di una mirabolante storia che mescola avventura e mistero, amicizia e amore, ma che non tralascia una riflessione sul razzismo e la tolleranza e la malinconia che attraversa tutti noi, quando lasciamo l’infanzia per addentrarci nell’età adulta.
Il finale è col botto, inatteso e scioccante.

Meno manicheo ed estremo di altre volte, Lansdale preferisce confondere un po’ le acque, presentandoci personaggi né troppo buoni né troppo cattivi, piazzando proprio li, in mezzo a questi confini meno netti, la sua sottile linea scura.

Ladies & Gentlemen: Let’s get rock ! Leggere Lansdale anche questa volta è un Esperienza.

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Lansdale, King, Koontz, Bradbury, Matheson, ...
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    10 Aprile, 2011
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Quello che non mi merito

Mi è bastato leggere il primo della “Millenium Trilogy”, e qualche capitolo del secondo, per sentirmi a pieno titolo fan del “Club del romanzo del crimine svedese”.

Anche se, devo ammetterlo, mi oriento con qualche difficoltà in questa galassia di scrittori, più spesso scrittrici, con cognomi inequivocabili: Lackberg, Larsson (Asa e non Stieg), Lindqvist, Mankell, Marklund, e mi fermo alla lettera emme.

Quindi, se metto sul comodino il libro di Anne Holt (che è norvegese e non svedese, ma chissene …), "Quello che ti meriti", già immagino di meritarmi fiordi innevati, atmosfere gelide e cupe, personaggi misteriosi ed inquietanti.

Le premesse, infatti, ci sono tutte e sono interessantissime, uno psicopatico (killer seriale ?) che rapisce i bambini, un investigatore con una terribile esperienza personale alle spalle, una criminologa sensibile ed anticonvenzionale, una storia che promette di essere avvincente, mirabile intreccio di pathos, orrore, e protagonisti, capaci di comprendere le pieghe più oscure dell’animo umano.

Invece, niente. Il libro è lentissimo, la trama principale si intreccia continuamente con un’altra storia, che appare come un cold case insipido. La coppia di investigatori, Vik e Ingvar, rimane, per tutto il tempo dell’indagine, improbabile e strana. Persino l’assassino non riesce ad intrigare, ed il finale non soddisfa, lasciandoti con la sensazione di aver letto una specie di ennesimo caso della Signora in Giallo, che avevi già visto più volte in tv, l’ultima, in replica, dopo le due di notte.

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joshua65 Opinione inserita da joshua65    12 Marzo, 2011
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La solitudine dei numeri uno

Lo confesso, pur avendolo letto, non avevo mai avuto alcuna voglia di esprimere una opinione.

Poi il crescente numero di lapidari giudizi negativi (cito a caso: inutile, orrendo, non ci credo, assurdo!), mi ha fatto ricordare “Volevo i Pantaloni”, una meteora letteraria degli anni 80 che si è persa nello spazio più profondo, dopo un prestigioso premio vinto, un grande successo di vendite, e un altrettanto film (c’era Virna Lisi se non ricordo male).

Andiamo adesso però dritti al punto: a me questo libro non è dispiaciuto (si legge: mi è piaciuto), per tre buoni motivi.

1) Si legge tutto di un fiato - Diciamoci la verità, l’inizio è intrigante, e poi i protagonisti ti prendono subito e poi la storia, anche se con qualche salto temporale di troppo, è coinvolgente, e poi si capisce che lo scrittore ci ha messo l’anima, e poi la metafora dei numeri primi è quasi geniale, e poi …

2) Alice e Mattia saranno forse un po’ … sfortunati, ma appaiono credibili - In Mattia riconosco, nella sua evoluzione, un desiderio per quanto sofferto di lasciare indietro le sue radici, che non gli hanno mai permesso veramente di iniziare a crescere. Diverso è il discorso per Alice, che, anche se ancora molto giovane, dovrà fare un primo bilancio, non proprio positivo, della sua vita

3) E’ un libro che fa discutere – Nel senso che, se ne parli, trovi sempre qualcuno che lo ha letto e che è pronto a dire la sua, e oggigiorno riuscire a parlare di libri in contesti sociali (in pizzeria, in salotto con gli amici, con la tua fidanzata) non è poi così male

E poi, ne sono certo, Paolo Giordano non sparirà come Lara Cardella, la scrittrice di Volevo i Pantaloni

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joshua65 Opinione inserita da joshua65    12 Marzo, 2011
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Donne e topi (di paglia)

Cane di paglia, bellissimo film di Peckinpah, parla di un tranquillo professore di matematica, interpretato da Dustin Hoffman, che si trasforma in un freddo (ed efferato) assassino, per difendersi da alcuni sbandati che cercano di entrare in casa sua, perché vogliono uccidere lui e la moglie.

Il film, per ovvie esigenze di copione, non spiega, ma si limita a mostrare la trasformazione del personaggio, e l’escalation di violenza che ne consegue, senza dare giudizi morali. Indugiando sull’essere primordiale che è rimasto in ognuno di noi, anche se sepolto dalle infrastrutture etico morali poste dalla società, pronto però a riemergere quando dobbiamo dare conto al nostro istinto di sopravvivenza.

Shelley, la giovane protagonista di Topi, è un cane di paglia, o un topo come si definisce lei, che ha passato buona parte della sua adolescenza a subire, in buona compagnia della madre.

Abbandonata dal padre, e oggetto di ripetute violenze da parte di un gruppo di compagne di scuola, un tempo amiche del cuore, ma oggi carnefici, solo perché esaltate da tanta remissività, si trasferisce con la madre in una casa di campagna, lontana dalla città e quindi isola felice, perché distante dalla civiltà e dai soprusi fisici e morali, dei quali è stata ripetutamente oggetto.

In questa nuova fase della sua vita troverà ancora una volta un carnefice, ma avrà modo di capire durante questa nuova, allucinante, esperienza, qual è la reale importanza della riscossa.

Libro avvincente, ricco di pathos e dosato nei colpi di scena, ti cattura sin dall’inizio, e non ti lascia fino ad un consistente ed inaspettato finale (che ovviamente non vi svelerò).

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ed ama i thriller e i film di Brian De Palma
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    05 Marzo, 2011
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Sherlock Holmes e l’Assassino di Wellington

Quanto è affascinante per il lettore un mistero quando ci sono inizialmente pochi indizi per risolverlo?

Cosa succede se il nostro investigatore ha una mente puramente matematica e capace solo di distinguere il freddo dal caldo, il bianco dal nero, ciò che è assolutamente giusto da quello che è totalmente sbagliato? Possiede una ferrea memoria fotografica, ma è incapace di capire le metafore, comprendere gli stati d’animo, interpretare il linguaggio del corpo?

E poi, se uccidiamo un cane siamo assassini? Siamo quindi capaci di uccidere anche gli esseri umani?

Sin dalle prime pagine siamo catturati da questa visione del mondo, pura, razionale, rigorosa, ma nello stesso tempo affascinante ed infine emozionante.

E' un libro scritto molto bene, ricco di disegni e di ragionamenti matematici, racconta di un ragazzo molto particolare (affetto da “autismo ad alto rendimento”) che decide, grazie alla sua passione per Sherlock Holmes (“Il Mastino di Baskerville” è il suo libro preferito), di scrivere un diario che racconti la sua personale indagine su un caso misterioso, avvenuto proprio nel giardino di una sua vicina di casa.

Inizia come un vero giallo, con diversi colpi di scena, poi tanta azione, ed infine ci ritroviamo ad aver letto una storia che parla di un percorso difficile, tortuoso che cercherà di portare il nostro protagonista (ma non è stato così un po’ per tutti noi?) verso il complicato mondo dei grandi

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Gialli, Thriller, Horror
 
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    25 Febbraio, 2011
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Chi ha paura dell'uomo nero ?

Incuriosito dal titolo e dal fatto che chi scrive questo libro giallo-horror è una nuova scrittrice italiana, ma soprattutto invogliato dall’offerta lancio di 9,90€ (che poi andavano bene pure 10€, perché dei 10 centesimi di resto, uno che se ne fa?), l’ho comprato, credetemi animato da tanta buona volontà.

E poi l’inizio non è tanto male, l’atmosfera è quella giusta, ed è pure scritto bene, solo che questo libro "semplicemente" non decolla.

Dopo un po’ ci si perde tra salti temporali, cambi di prospettiva, cercando di capire chi è, o sono, i protagonisti (“è Pietro ? No, Denny. Alice ? vuoi vedere che è Stefano ?”) e verso dove la storia vuole dirigersi (“Il Divoratore … non sarà mica una metafora ???”).

Probabilmente, l'autrice pensava di scrivere un libro alla Stephen King, “It” ti ronza in testa già dalle prime battute, cercando di introdurre uno stile di scrittura più elaborato, meno americano, e in qualche passaggio le riesce pure bene.

Invece, grattando via la forma, il contenuto è meno di un episodio, così, così, di “Ai confini della realtà”.

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Tutto, ma proprio tutto, di Dean Koontz e Stephen King
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    23 Gennaio, 2011
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Mia suocera fuma, ma non è la stessa cosa

Non si può resistere ad un titolo così, già ti immagini una storia bella tosta (e quando mai la protagonista di un libro è la suocera? E poi pure beve? aspetta!) e ti ritrovi con il libro acquistato e letto.

Si parla di Ass (al secolo Assunta), la suocera seriamente ammalata del nostro Vincenzo Malinconico, di professione Avvocato ed uomo di carattere sensibile, acuto, nonché (apparentemente) sfigato. La sua vita già abbastanza complicata (diciamo che ci sono un bel po’ di donne, via) viene ulteriormente movimentata da un inaspettato ed incredibile reality (nel senso di reale, vero) show, in cui si ritrova casualmente a far parte.

E Vincenzo Malinconico mentre racconterà del Big Brother in cui è protagonista con l’ing. Sesti Orfeo, Matrix, il Salumiere Matteo, Mulder + Scully, Mary Stracqua e tanti altri, ragionerà con noi della sua vita, dei suoi amori e dell’affetto (e forse anche stima) imprevisto di Assunta, facendoci riflettere, sorridere, divertire.

Sarà che ho la stessa età di De Silva, che mi ritrovo con tantissime sue passioni, che mi sono esaltato nel leggere alcuni sui capitoli (il pezzo sugli Equipe 84 è f a n t a s t i c o), ma questo libro è imperdibile.

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Calvino, Pennac, De Silva
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    12 Gennaio, 2011
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Io ed Io

L'ho letto, in una sera.

Chiaro, scorrevole, a tratti interessante, ma complessivamente piuttosto leggerino nei contenuti.

Abbiamo il protagonista, Lorenzo, che sembra chiaramente, o involontariamente, affetto da Sindrome di Asperger (tema, mi sembra, oramai piuttosto battuto dagli scrittori quando si vuole definire un ragazzo caratterialmente difficile).

Abbiamo la sorellastra Olivia, tossicodipendente e in pieno "cold turkey", durante tutto il casuale incontro con il ns protagonista, che fa tanto "Cristiana F."

Abbiamo una storia "Io e te", che in realtà è un "Io ed Io", perchè tutto il libro, dalla descrizione in prima persona, allo stile lineare, volutamente semplice, parla esclusivamente di Lorenzo.

Mi piace molto Ammaniti, soprattutto come sa descrivere i ragazzi. Sa farlo con ironia, passione e la giusta cattiveria. Ma questo libro, mah.

Consigliato a chi si sveglia alle 5 di mattina senza sonno e non vuole alzarsi subito.

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Io non ho paura
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    06 Gennaio, 2011
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Un romanzo grigio

Non ho mai amato gli scrittori troppo prolifici, tendono a ripetersi ed inaridirsi.

Con Montalbano, Camilleri ha ritrovato freschezza, ed ha saputo rappresentare una Sicilia diversa, viva, attraente, ma soprattutto "gialla". Camilleri come Agatha Christie, perche per me Montalbano è il Poirot siculo (o sicano, se volete).

Dopo il grande successo, anche televisivo, Camilleri non si è fermato, ha continuato con il beneamato, ma anche a scrivere altre storie "gialle", senza protagonisti seriali.

Il tailleur grigio è una storia di queste. Parla di un uomo, Fabio Germosino, rispettabilissimo ed irreprensibile direttore di Banca, sposato in seconde nozze con la "purtroppo per lui" bellissima e molto più giovane moglie, Adele.

Arrivato alla pensione, decide di mettere un po’ di ordine nella propria vita e di capire chi è veramente la moglie che vive con lui e che ama "a qualunque costo". O forse no, perche gli eventi gireranno inevitabilmente da tutt'altra parte.

Romanzo scorrevole - si legge tutto di un fiato - piacevole, specie nella parte centrale, lascia alla fine un po’ l'amaro in bocca, perche dai grandi scrittori ci si aspetta sempre di più, e poi il coup de théatre a me è sempre piaciuto tanto.

Consigliato a chi prende spesso il treno (o il pullman).

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I primi 4 libri di Montalbano
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