Opinione scritta da La Lettrice Raffinata
500 risultati - visualizzati 451 - 500 | 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 |
Voce alle donne (di ogni colore)
Molte volte ho sentito dire, riguardo ad un libro “mattone”, quanto fosse scorrevole e veloce la lettura, tanto era ben scritto. E se all’apparenza annuivo, convinta e partecipe, in cuor mio pensavo che mi stavano prendendo in giro.
“The Help” è stata la prova definitiva che ero io ad essere in errore; ora, non vorrei essere fraintesa: per leggere un libro con più di 500 pagine ci vogliono tempo e concentrazione, e ritengo generalmente sbagliato macinare pagine su pagine con foga, neanche si trattasse di una commissione da sbrigare al prima possibile. È però innegabile che quando un lettore si trova di fronte ad una storia così coinvolgente e ad un’autrice dallo stile impeccabile sarà un grande sforzo posare quel libro e dedicarsi ad altro.
Questo è quando ho personalmente vissuto durante la lettura di “The Help”, perché all’inizio la mole, la fama e il tema mi mettevano parecchio in soggezione, ma una volta conosciuti i personaggi non li volevo più lasciare, tanto da pensare a loro e al proseguo della storia anche mentre facevo altro.
La storia presenta una trama all’apparenza basilare, ma arricchita da ottime svolte narrative. Nella Jackson, Mississippi, dei primi anni ’60 la condizione delle persone di colore è molto difficile, ma un gruppo di domestiche al servizio delle più ricche famiglie bianche della città trova il coraggio di raccontare le sofferenze, come pure le gioie, che costellano le loro giornate lavorative.
Nasce così l’idea di trasformare le interviste a queste donne in un libro, e questo romanzo è la storia della sua difficile pubblicazione, nonché del suo insperato successo.
Come già accennato, il testo si presenta davvero scorrevole perché privo di “punti morti” o di parti superflue. La narrazione viene inoltre sovente alleggerita (e nel contempo, arricchita) da diversi momenti divertenti, quasi comici.
La narrazione segue tre POV diversi di altrettante protagoniste: la dolce Aibileen, che si occupa dei figli dei suoi datori di lavoro come fossero bambini suoi e cerca sempre di vedere il meglio in tutti, perfino nella perfida miss Hilly, ma si dimostra anche coraggiosa e risoluta all’occasione; Milly è un’eccellente cuoca con qualche problema a tenere per se le proprie opinioni, che mostrerà di avere un grande cuore e la capacità di mettere i figli e gli amici prima di se stessa; ed infine, Skeeter, l’aspirante giornalista che per prima propone di trascrivere le esperienze delle domestiche di colore, proprio perché alla ricerca della verità su quella che l’ha cresciuta.
A circondare le tre protagoniste è presente un ricco gruppo di personaggi, soprattutto padrone e domestiche, mentre ai personaggi maschili è riservato ben poco spazio. Come tutti risultano sfaccettati e ben strutturati.
Per quanto riguarda le protagoniste, tutte e tre presentano una grande evoluzione nel corso del romanzo; sebbene questo cambiamento sembri riguardare inizialmente solo Skeeter, che vede cadere ben presto il velo dell’illusione, la pubblicazione delle interviste farà maturare decisioni molto importanti anche per le due domestiche.
La Stockett varia abilmente sia il lessico sia lo stile per adattarsi ai diversi POV, così da rendere più realistica la narrazione, Per mantenere la fedeltà all’ambientazione scelta, l’autrice si ritaglia sovente dei piccoli spazi per far luce sulle invenzioni e i maggiori avvenimenti agli inizi degli anni ’60.
Le uniche note un po’ stonate, in un romanzo altrimenti impeccabile, sono il lato romantico inserito forzatamente nella storyline già molto ricca di Skeeter; trovo che l’autrice abbia un po’ esagerato anche con i riferimenti al tema del razzismo, che ogni tanto sembrano essere OOC.
Bisogna però ammirare come la Stockett abbia optato per un finale abbastanza lieto, senza però cadere nella facile tentazione del fan-service, mantenendo così il realismo che contraddistingue l’intero romanzo.
Indicazioni utili
Qual è il tuo posto nel condominio sociale?
Anche la persona più sensibile e impressionabile non può evitare di essere attratta in modo a volte morboso dalla violenza; quando si verifica un incidente, in molti si radunano per lanciare uno sguardo seppur fugace, pur rendendosi conto che potrebbero trovarsi di fronte dei morti o dei feriti gravi. Ed è probabilmente questa la stessa attrazione innaturale che sperimentano i personaggi de “Il condominio” quando, prima trovano più difficoltoso lasciare il grattacielo e smaniano per farvi ritorno, e poi scelgono di non uscirne più.
La storia è ambientata in un complesso residenziale alla periferia di Londra; sebbene il romanzo sia stato pubblicato nel 1975, esso presenta diversi elementi che si potrebbero definire quasi futuristici, quindi è arduo collocarlo dal punto di vista temporale. Nel complesso sono in costruzione cinque condomini, tra i quali quello “protagonista” della vicenda che inizialmente è il solo ultimato.
La trama ha il via nel momento in cui viene raggiunta la “massa critica”, ossia quando tutti gli appartamenti sono abitati: questo fa sorgere dei problemi nella struttura, specialmente nell’impianto elettrico, ma questi sono soltanto la scintilla che innescherà in breve tempo ben altro, nella mente stessa dei condomini.
Il lettore diventa così il solo testimone di una serie di atti dalla violenza sconcertante, nonché alla regressione dei personaggi a uomini primitivi, associati in clan; quando si inizia a pensare che la situazione non potrebbe peggiorare ulteriormente, questi rozzi gruppi si scindono e la natura animale dell’uomo prende il sopravvento, tanto che i superstiti si barricano in appartamenti ormai divenuti tane ed abbandonano il dialogo in favore di un linguaggio primigenio fatto di grugniti disarticolati.
È da notare come sin dall’inizio si palesano delle rivalità e dei dissapori tra i condomini; il grattacielo stesso si dimostra una vera e propria rappresentazione della piramide sociale, divisa idealmente in tre blocchi verticali in base alla ricchezza ed la prestigio dei suoi abitanti.
Tutti gli inquilini diventano carnefici o vittime (o entrambi) degli atti di violenza. Il lettore potrà inoltre osservare come molti dei personaggi documentino con foto, registrazioni audio o video queste barbarie, ma non per portare le testimonianze al mondo esterno bensì con il solo scopo di poterle rivedere in un secondo momento.
Tra i numerosi personaggi spiccano tre uomini che potrebbero essere identificati come i protagonisti dal momento che il narratore esterno incentra sempre i capitoli su uno dei loro POV. Ognuno di loro è inoltre la personificazione di una delle tre fasce sociali che, come accennato prima, caratterizzano il condominio: nell’attico dell’ultimo piano abita Royal, uno degli architetti autori del complesso, il cui scopo è regnare (da qui il nome) sull’intero condominio; nella zona centrale troviamo il dottor Laing, che mediocremente si accontenta di sopravvivere nell’appartamento in cui si è barricato con le sue donne; il più dinamico del trio è il regista di documentari Wilder che, mosso dal pretesto di un reportage sulla vita nel complesso, tenterà una scalata all’edificio.
Per quanto particolare, la storia non mi è sembrata del tutto originale, perché molti elementi ricordano “Cecità” di José Saramago, specie nell’ambientazione e nelle scene di violenza; d’altro canto il rapido cambiamento da una situazione potenzialmente utopica (il nuovo condominio pieno di servizi e confort) ad una distopia di stampo psicologico, farà venire in mente a molti “Il signore delle mosche” di William Golding.
A rendere però caratteristico ad unico questo romanzo sono però lo stile che a tratti fa pensare ad un documentario, con tanto di aggiornamenti ad ogni capitolo sullo stato di degrado in cui versa l’edificio. La narrazione è molto veloce, per adeguarsi alla rapida discesa nella violenza e nelle barbarie; le azioni hanno molto spazio, mentre esso viene sottratto ai dialoghi e alle descrizioni, davvero essenziali.
Indicazioni utili
Bene, ma non benissimo
Se un lettore continua una saga deludente, ci sono due ragioni: spera in un irrealistico miglioramento dello stile oppure ha già comprato tutti i volumi e si sentirebbe in colpa a non leggerli. Mi imbarazza dover ammettere che ho continuato la lettura della Black Magician Trilogy per il secondo motivo.
In realtà avevo anche qualche speranza che la storia ingranasse un po’ e ci fossero più azione ed emozioni; da un lato, posso dire di essere stata accontentata, perché rispetto a “La Corporazione dei maghi” questo secondo volume ha una trama maggiormente densa di eventi, nonché una discreta evoluzione dei personaggi principali.
La storia riprende alcuni mesi dopo la fine del primo capitolo, con Dannyl pronto a partire per Elyne dove sarà Ambasciatore e Sonea che, dopo essersi allenata con Rothen, sta per iniziare il suo primo anno da novizia presso l’università della Corporazione.
Nel primo romanzo avevo trovato alcune somiglianze con la saga Potteriana, e analogamente qui ho provato un senso di déjà vu collegato alla serie del Mondo Emerso in generale, e a “Nihal della Terra del Vento” in particolare, ma non posso certo gridare al plagio in questo caso, perché il romanzo della Troisi è stato pubblicato ben due anni dopo. Comunque alcuni elementi sono davvero simili: la giovane protagonista che riesce ad accedere ad una scuola dove “quelli come lei” (gente dei bassifondi da una parte e donne dall’altra) non sono mai stati ammessi prima, ed è vittima delle molesti dei compagni. A completare il quadro, possiamo aggiungere la figura del saggio maestro (Rothen/Ido) e del misterioso antagonista da affrontare rigorosamente nell’ultimo libro (Akkarin/il Tiranno).
Parlando della trama, ho notato alcuni miglioramenti come la presentazione di nuove ambientazioni, grazie ai viaggi di Dannyl, e delle scene adrenaliniche ed emozionanti nella parte finale. Ma ciò che più ho apprezzato è sicuramente come la Canavan abbia trattato il tema della tolleranza, sia verso chi ha origini umili sia in relazione all’orientamento sessuale, con molto accortezza e sensibilità.
Per quanto riguarda i personaggi, in questa serie è d’obbligo fare una distinzione tra quelli principali e le comparse, che non sono nulla più di sagome in cartone messe in scena con il solo nome a distinguerle, e poi fatte sparire in modo randomico.
Anche in questo volume ho tollerato a fatica la protagonista: nonostante quanto ha vissuto, Sonea continua a dimostrarsi debole e vittima delle decisioni altrui. Purtroppo è un personaggio che il lettore deve quasi farsi piacere a forza, perché è una delle pochissime figure femminili nell’intera saga.
Il nuovo antagonista ha mostrato gli stessi difetti di Lord Fergun, infatti anche Regin è del tutto privo di una motivazione seria e credibile, ma è ancor più assurdo che così tanti novizi gli diano retta. Mi sono invece piaciuti il Sommo Lord, tratteggiato in modo da renderlo ambiguo e spaventoso (forse anche troppo) e Lord Dannyl che rispetto al primo libro ha avuto molto più spazio e uno sviluppo notevole.
La Canavan ha però scelto di accantonare, o meglio eliminare, parecchi personaggi importanti ne “La Corporazione dei maghi”, nonché due ottimi spunti, quali il governo tirannico del sovrano e le trame dell’organizzazione criminale note come i Ladri.
Come già accennato, lo stile dell’autrice non pare migliorato, anzi è ancora molto banale e si dilunga eccessivamente in descrizioni del tutto inutili o in scene ripetute più volte, come gli attacchi della banda di Regin ai danni di Sonea.
A mio giudizio, l’edizione italiana della Nord (TEA in flessibile) ha contribuito notevolmente a svilire una serie non proprio brillante: due problemi minori e forse soggettivi, ma che saltano subito all’occhio, sono le traduzioni arbitrarie dei titoli da questo volume in poi e i molti refusi per la mancata revisione, presenti soprattutto nella seconda parte del volume. Il difetto peggiore è però la sinossi in quarta di copertina, che di nuovo si dimostra pressappochista e zeppa di spoiler; nel primo libro ciò era spiegabile con la brevità della trama stessa, ma qui non c’è davvero scusa che tenga.
Indicazioni utili
- sì
- no
Genesi di un racconto dell'orrore
Essere elogiati dal maestro del thriller, Stephen King, non è da tutti. E pochi possono dire di aver meritato la sua ammirazione come Shirley Jackson, dotata di una straordinaria abilità nle mantenere il lettore in costante tensione, con la sensazione che da una pagina all’altra succederà qualcosa di tragico ed irreparabile, ma senza un solo inciampo nel banale o nella violenza gratuita.
Al centro di questo eccellente romanzo, troviamo i Blackwood, una famiglia dal destino a dir poco tragico: alcuni anni prima dell’inizio della storia, una cena a base di arsenico ha decimato la famiglia, lasciando le sorelle Constance e Mary Katherine sole con lo zio Julian, costretto sulla sedia a rotelle proprio a causa dell’avvelenamento.
Il periodo immediatamente successivo è molto duro per Constance, subito accusata della strage e costretta a difendersi in un processo che, pur assolvendola legalmente, non le risparmia l’astio e il sospetto dei suoi compaesani. Ed è proprio questo a costringere ciò che resta della famiglia Blackwood a trascorrere i seguente sei anni in un isolamento quasi totale.
A smuovere la stasi temporale scesa sulla villa sarà l’arrivo improvviso del cugino Charles, evento di cui si feliciterà solo Connie, mentre zio Julian e Merricat non fanno mistero della loro ostilità verso l’estraneo. Questa semplice visita è la scintilla che darà in breve cita ad un incendio devastante.
A dispetto di molti personaggi che fanno capolino nel romanzo, la narrazione è incentrata in modo esclusivo sui quattro protagonisti, sui quali torreggia a sua volta il duo formato dalle sorelle Blackwood, unite da un legame fortissimo.
La vicenda spinge inevitabilmente il lettore a provare un senso di protezione nei confronti del debole zio Julian, che dietro l’apparente fragilità mentale nasconde un’arguzia e un umorismo unici. Parallelamente si prova un odio quasi istantaneo per Charles, specie perché a differenza di altri personaggi non mostra mai un vero pentimento per i suoi errori.
Per questo riguarda le protagoniste, ho trovato un po’ irritante Conni, con la sua aria da svampita e la sua codardia di fronte alle difficoltà; d’atro canto ho adorato Merricat per il modo particolare in cui guarda al mondo. Da notare come spesso ci sia uno scambio nei ruoli delle due sorelle; infatti quando Connie è spaventata Mary la difende, mentre è Connie a riprendere Mary quando questa tiene dei comportamenti infantili. Ciò rende inizialmente arduo capire quale sia la sorella maggiore, nonché “accettare” che sono entrambi giovani donne e non delle ragazzine.
Nel romanzo Villa Blackwood è a tutti gli effetti un personaggio, oltre che principale sfondo delle vicende. A caratterizzare l’abitazione è certamente la presenza di tante stanze lasciate intatte negli anni, che hanno così dato vita ad un vero museo in onore dei defunti; in questa conservazione forzata si esprime una delle fissazioni di Merricat.
La ragazza ripone inoltre la sua fede nel Pensiero Magico, ovvero è convinto di poter influenzare fisicamente la realtà soltanto con un pensiero, una parola o perfino un talismano.
Strutturalmente, il romanzo è composto da capitoli abbastanza lunghi, che spesso terminano con un cliffhanger atto a mantenere viva la curiosità nel lettore.
In generale l’autrice alterna ad una scena in cui la tensione cresce in modo lento e costante, un altro con un improvviso picco di tranquillità normalità. Nella parte finale invece, non ci sono simili variazioni, sostituite da un continuo aumento della tensione che trasmette un forte senso d’ansia.
Da segnalare la presenza diffusa di ripetizioni nelle descrizioni e soprattutto nei dialoghi, dove questo elemento trasmette delle sensazioni diverse in base al personaggio che parla, sempre mantenendo un chiaro intento rafforzativo.
Come lettrice, mi sono scervellata per capire chi ci fosse dietro l’avvelenamento, ma la Jackson è stata una maestra nel seminare indizi fuorvianti, senza però negarmi la verità.
Indicazioni utili
Delitti, maledizioni e qualche tartaruga
È dai tempi della trilogia originale di “Star Wars” che il secondo capitolo di una serie viene generalmente collegato ad una svolta noir della trama. La trilogia di Jósephine non fa eccezione alla regola, infatti questo romanzo accantona i toni un po’ frivoli e da commedia de “Gli occhi gialli dei coccodrilli” per inoltrarsi in un’atmosfera più cupa e densa di misteri degni di un thriller.
La storia riprende alcuni mesi dopo la fine del primo volume, ma gli smemorati non si preoccupino: all’inizio è presente un ampio recap di quanto accaduto in precedenza.
Seppur incentrata un paio di volte in un unico tempo e luogo, la trama è quasi sempre spezzettata in tre storyline principali, connesse ad altrettanti protagonisti: un filone segue la storia del personaggio principale, Jósephine, un secondo la figlia di questa, Hortense, e l’ultimo la famiglia del patrigno di Jo, Marcel. Da queste tre si dipanano poi un ricco gruppo di sottotrame che fanno capolino grazie ai POV dei personaggi secondari: il focus per Jo è la risoluzione di una misteriosa serie di delitti, e alla sua storia si collegano la figlia Zoé con le sue prime pene d’amore o la sorella Iris, alla ricerca del vero amore; parimenti troviamo l’evoluzione del personaggio di Hortense, specie in relazione al suo sogno di diventare un’affermata stilista, contornata dalla storia di Gary, mentre per Marcel sono presenti collegamenti al piccolo Junior e alla ex-moglie Henriette.
Accantonando per un attimo la sostanziosa trama, si può considerare l’intera trilogia come un unico percorso di crescita e maturazione per la protagonista, ma anche come un terzetto di volumi da leggere separatamente volendo, in quanto nel finale non vengono lasciate incognite in sospeso e il romanzo è fondamentalmente autoconclusivo.
Rimanendo sempre cardine delle vicende, in questo secondo romanzo, Jo cede molto spazio ai comprimari, e personalmente ho davvero apprezzato i POV di alcuni personaggi negativi perché questo espediente permette di conoscere almeno in parte le loro ragioni.
La Pancol sceglie di osare e di mostrare al lettore il lato più oscuro dei personaggi buoni, ma anche le debolezze ed i sentimenti degli antagonisti. In linea generale comunque, la serie acquista molti nuovi personaggi che vanno ad arricchire la narrazione, mentre sono decisamente meno coloro che escono di scena.
Per quanto riguarda Jo, il mio giudizio è parecchio altalenante, perché si sono alternati momenti in cui la sua evoluzione sembrava regredita agli albori del primo romanzo, ed altri dove prevaleva la sua neonata fiducia in se stessa; in generale, credo che sia una protagonista con la quale è più facile empatizzare se si è come lei madri.
Nel precedente capitolo, i coccodrilli avevano un ruolo fondamentale, tanto da poter essere considerati dei veri e propri personaggi. Lo stesso non si può dire delle tartarughe per questo volume: sono davvero pochi i riferimenti ad esse nella narrazione e fanno una comparsa tardiva e limitata nella storia. In modo analogo, la città di Londra, anticipata nella copertina, è lo sfondo solo di un numero limitato di scene e non rimpiazza mai Parigi come principale anticipazione.
L’elemento che maggiormente mi ha irritato è stata l’introduzione di parecchi elementi magici e fantastici in una storia che era partita con premesse in sostanze realistiche. Bocciato anche l’inserimento di molti (troppi!) VIP reali.
Ho apprezzato invece l’eccellente lavoro di ricerca svolto dalla Pancol sulla storia del XII secolo, così da rendere più credibile il personaggio di Jo. Positivo anche il finale in cui vengono risolti i vari misteri in modo attendo e senza lasciare tasselli fuori posto.
Lo stile di scrittura è grosso modo invariato da “Gli occhi gialli dei coccodrilli” ed è caratterizzato da un intreccio tra la narrazione in terza persona e i pensieri in prima; credo sia proprio questo a rendere le riflessioni dei personaggi tanto interessanti ed accurate.
Indicazioni utili
Il mostro di cui hai bisogno
Se il mio cuore di pietra non era stato scalfito dalla lettura di “Molto forte, incredibilmente vicino”, con la storia di Conr non c’è diga (emotiva) che tenga. Praticamente mi sono ritrovata con il fazzoletto inzuppato già dall’introduzione, e ne avevo ben donde: infatti questo racconto si può considerare autobiografico per la sua ideatrice, Siobhan Dowd, nonché una sorta di suo lascito, poi ripreso e completato da Patrick Ness.
La trama di profila semplice e lineare, ed è forse per questa ragiona che il romanzo viene spesso etichettato come una lettura per bambini e ragazzi. Conor O’Malley è un ragazzino che ogni notte, alle 12:07 in punto, riceve la visita di un mostro gigantesco; ma Cono non no ha paura, perché sa bene che al mondo esistono essere ben peggiori: ci sono l’indifferenza e la compassione degli insegnanti e dei compagni, c’è la malattia della madre che sembra troppo forte per lei ed infine c’è lo stesso Conor.
Il mostro non mira però a spaventare il ragazzo, infatti dopo anni di immobile attesa sotto forma di un enorme tasso, la creatura si è messa in cammino per narrare tre storie e, soprattutto, per sentire alla fine la storia di Conor stesso, o meglio la sua inconfessabile verità.
Anche contando le storie del mostro, i personaggi di questo romanzo sono davvero pochi, e forse anche per questo il lettore riesce ad affezionarsi ad ognuno in modo speciale, e ad entrare in sintonia con i suoi sentimenti e le sue motivazioni. Ovviamente, su tutti, quello per cui si prova istintivamente empatia è Conor, sebbene sia la contempo l’ultimo a rivelarsi con sincerità.
In generale ho apprezzato un po’ tutti i personaggi, in particolare la nonna di Conor per la sua capacità di cambiare e migliorarsi e Lily per la dolcezza e l’onestà con cui esprime la sua amicizia. Mi è risultato invece difficile empatizzare con il bulletto Harry, perché le sue ragioni rimangono in parte lacunose, ma anche con il padre di Conor che, seppur sia evidentemente combattuto tra le sue due famiglie, avrebbe dovuto sapere come in alcuni casi non si possa usare una stessa misura per tutto.
La complessità e l’ambiguità presenti in tutti i personaggi (con la sola eccezione della madre, forse), ben introducono a quello che è il tema di tutti i racconti e del romanzo in generale: l’impossibilità di distinguere e di scindere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. Ciò diventa evidente soprattutto quando il mostro inizia i suoi tre racconti, che sono per l’appunto divisi in due capitoli: nel primo vengono illustrate delle premesse che sembrerebbero portare verso un finale abbastanza scontato, ma poi nel secondo la venuta del mostro porta a galla la verità, per quanto dura possa essere, e tutto viene stravolto. E questo vale anche per il racconto di Conor che, seppur ampiamente anticipato nei capitoli precedenti, rivela con forza una verità struggente.
Sia per i lettori più giovani e (mi auguro) ingenui, sia per chi è maturo e ben consapevole, è molto importante capire che altre alla più ovvia paura di perdere la persona più cara il maggior timore di Conor -e di chiunque si trovi nella sua situazione, a prescindere dall’età- è essere trattato in modo diverso; perché in alcuni momenti persino la gentilezza può ferire.
Lo stile di Ness è abbastanza lineare ed estremamente scorrevole. L’elemento che ho maggiormente apprezzato è stato l’alternarsi tra una dimensione quotidiana, reale e cruda, e un’altra onirica e fantastica, ma ugualmente impervia; tra questi due mondi troviamo Conor, sospeso e al contempo capace di trarre proprio dagli incubi degli insegnamenti utili nella realtà.
Dalla copertina all’ultima pagina, l’intero volume è arricchito dalle insolite illustrazioni di Jim Kay, in cui si nota da subito un’evidente predominanza del nero, quasi l’artista avesse applicato una tempera bianca su una tela scusa, servendosi di un pennello usurato. Perché in questa opera neanche le illustrazioni sono clementi, ma selvagge.
Indicazioni utili
Il twist (comico) che non ti aspetti
Mentre su un ramo del Lago di Como Manzoni immaginava il coronarsi del sogno d’amore tra Renzo e Lucia, su quello accanto Vitali mette in scena una storia di tutt’altro genere, senza farsi però mancare intrecci romantici, prepotenti signorotti, perpetue impiccione e preti restii a celebrare matrimoni.
Il romanzo è ambientato negli anni ’10 a Bellano, città natale dell’autore stesso, dove la tranquillità non viene turbata tanto dagli eventi mastodontici della Prima Guerra Mondiale, quanto da un fatto all’apparenza di poco conto: in paese giungono le Sorelle Ficcadenti ed aprono la loro merceria.
L’arrivo della seducente Giovenca e della ripugnante Zemia crea problemi innanzitutto ai due bottegai del paese, che tentano di ogni modo di bloccare sul nascere questo pericoloso concorrente. I guai più grossi riguardano però il piano sentimentale, infatti Geremia -da tutti additato come un povero stolto- perde la testa per Giovenca, inconsapevole di essere diventato parte di un piano ben più grande di lui; e ben più grande di quanto il lettore possa inizialmente immaginale.
A complicare ulteriormente la situazione si aggiungono un gran numero di personaggi più o meno importanti, come la madre di Geremia, Stampina, sempre in pena per il figlio, o il Notaro, Editto Giovio, emblema del rozzo arricchito che è certo di poter acquistare classe e fascino con il denaro.
Dell’evento scatenante, la trama di espande, complessa eppur ben articolata, in due filoni principali: nel presente seguiamo le vicende delle sorelle Ficcadenti a Bellano, mentre nel passato l’autore ripercorre la bizzarra storia della Premiata Ditta, esponendo con cura ma anche in modo sorprendere tutti gli eventi che hanno portato Giovenca e Zemia ad avviare la merceria. Per mantenere il lettore sempre attento, i fatti sono riportati in tanti piccoli flashback, che si alternano alla narrazione al presente da un terzo del libro fino alla fine.
L’aspetto più peculiare dell’intreccio narrativo sta nell’abilità dell’autore di spingere il lettore verso una soluzione per i molti misteri, per poi ribaltare completamente le carte in tavola all’ultimo, specialmente nell’imprevedibile finale.
Così descritto, questo romanzo parrebbe quasi un thriller, ma in realtà è ostico assegnargli un solo genere; infatti il tono leggero e spesso comico, caratteristico soprattutto della prima metà del libro, cede a poco a poco il posto a delle atmosfere decisamente noir e a dei misteri tipici del giallo.
I personaggi creati da Vitali, seppur vittime della sua comicità parodistica, sono perfetti per la storia senza risultare stereotipati. Va segnalato però che a tratti sembrano essere davvero troppi perché il lettore possa ricordarsene, anche a causa degli strani nomi, che l’autore assegna perfino alle comparse.
Un altro elemento a mio avviso esagerato è l’ampio utilizzo di termini o intere frasi in dialetto che, mancando spesso una pronta traduzione, potrebbero rendere difficile la piena comprensione di alcune scene.
A stupirmi in modo davvero positivo è stato in gran parte il realismo che impregna l’intero romanzo; in special modo nel finale, è chiaro che non basta essere tra i buoni per ottenere il proprio lieto fine. E proprio come accade nella realtà, individui dalla dubbia morale possono essere raggiunti dal giusto castigo, come pure scamparlo senza rischio alcuno.
Degno della mia lode anche lo stile, che intreccia indiscriminatamente pensieri e dialoghi nella parte descrittiva; particolare anche la presenza di molti proverbi popolari e di frasi spezzate con i verbi quasi nascosti nel testo.
Per quanto riguarda la struttura del romanzo, i capitoli sono senza eccezione brevi, a volte brevissimi, come dei paragrafi.
Da segnalare l’evidente omaggio al “Don Camillo” di Guareschi, specie per la presenza di un prete tanto invischiato nelle vite dei suoi parrocchiani, ma anche per l’ironia sottile eppure abbondante che impregna l’intero volume e tutti i suoi personaggi.
Indicazioni utili
Il coraggio di ricordare
È legittimo sacrificare verità e giustizia in nome della pace? Nella graphic novel capolavoro di Alan Moore “Watchmen”, il geniale Adrian Veidt -aka il supereroe Ozymandias- decide di tenere il mondo intero all’oscuro delle sue trame per evitare un conflitto nucleare, e al contempo il suo collega Rorschach viene messo a tacere perché incapace di rinunciare ai suoi valori.
Ne “Il gigante sepolto”, è descritta invece una situazione completamente ribaltata, in cui chi tenta di proteggere la falsa pace tra britanni e sassoni va incontro alla morte, mentre a trionfare è una verità portatrice di guerra e violenza.
A differenza di “Non lasciarmi”, per il quale Ishiguro aveva ideato un’ambientazione del tutto originale, in questo romanzo ci troviamo nella mitica Inghilterra del Ciclo Arturiano, tanto che fa la sua apparizione il cavaliere Galvano e vengono più volte nominati sia Artù che Merlino.
In questo scenario fantastico si muovono i nostri protagonisti in due coppie distinte, seppur chiaramente destinate ad incontrarsi: da un lato abbiamo Axl e Beatrice, due anziani coniugi in marcia verso il villaggio dell’amato figlio, mentre dall’altro troviamo il guerriero Wistan ed il suo giovane apprendista Edwin, la cui missione è portare soccorso ai loro compatrioti sassoni oppressi dal malvagio Lord Brenno.
A queste figure si aggiunge poi Ser Galvano, cavaliere e nipote del grande Artù, che erra pre quelle stesse terre assieme al fedele cavallo Orazio che il fine di adempiere alla sua antica missione, ossia uccidere la terribile draghessa Querrig.
Tutti i personaggi sono però gravati da un crudele sortilegio chiamato “nebbia” che ruba i loro ricordi, facendo scordare eventi lontani e recenti. Se da un lato questo è certamente problematico, come nel caso dei soldati che scordano il compito affidatogli dal loro signore, da un altro Ishiguro vuole far riflettere il lettore sulle situazioni in cui dimenticare il passato può aiutare a vivere in modo più sereno il presente.
Seppur procedendo con lentezza, appesantita da alcune scene superflue, la trama riserva degli eccellenti colpi di scena che riescono a tenere viva l’attenzione del lettore. La parte che soggettivamente ho trovato più debole nel romanzo è senza dubbio il finale, in cui l’autore accantona le rivelazioni sensazionalistiche attese (da me) in favore di riflessioni ben più profonde sulla memoria e sul perdono.
Tra i personaggi spiccano per il loro carisma Axl e Wistan, mentre i loro rispettivi compagni di viaggio non riescono proprio ad accattivarsi il favore del lettore e risultano spesso i “pesi morti” della compagnia degli eroi; infatti, la maggior parte dei personaggi è chiaramente una riproposizione di figure classiche in miti e leggende.
Lo schema strutturale del romanzo è abbastanza particolare: innanzitutto, l’autore opta per la narrazione in terza persona così da poter alternare più POV possibile, e solo nel finale rivela (forse) l’identità del vero narratore; la maggior parte dei capitoli inizia poi anticipando un evento per ripercorrere in un secondo momento la storia utilizzando dei brevi flashback. Infine un dettaglio che a tratti può risultare fastidioso è il continuo ripetersi di nomi o ruoli dei personaggi, seppur ciò renda più chiaro il collegamento alle figure leggendarie.
È stato rassicurante ritrovare il tono pacato ed attento di Ishiguro, capace di coinvolgere ed incantare il lettore anche se non si ritrova direttamente nei personaggi. Il suo stile risulta inoltre molto affine all’ambientazione medioevale ed ai personaggi stessi -specialmente ai nobili cavalieri-, mentre stona nelle scene d’azione.
Da nota come spesso l’autore interrompa una descrizione o tronchi un dialogo per rivolgersi in modo diretto ed un po’ informale al lettore e fornirgli dei chiarimenti.
Infine, il misterioso maleficio che affligge i personaggi -e che assomiglia molto alla malattia dell’insonnia in “Cent’anni di solitudine”- sembra colpire a tratti anche lo stesso Ishiguro, quando si interrompe poco prima di rivelare preziose informazioni, facendo sospirare i suoi lettori.
Indicazioni utili
Incredulità perfettamente sospesa
Se è cosa nota che un libro non va giudicata dalla copertina, questa regola dovrebbe valere anche per la sinossi. Ma allora su quale base va scelto un romanzo?
Personalmente do molto credito alle opinioni di altri lettori, specie se in linea di massima affini alle mie. E sono state proprio (o meglio, solo) le recensioni positive ad attirarmi verso “Il circo della notte”, perché se mi fossi limitata alla trama proposta dalla Rizzoli, di certo non avrei mai acquistato questo romanzo.
Ora, non intendo inimicarmi un’altra casa editrice, ma resta il fatto che la sinossi scelta, seppur corretta, non esplica a sufficienza il contenuto al lettore, e così facendo lo allontana dall’acquistare un libro davvero unico.
La trama è composta da più filoni che, almeno nella prima parte del romanzo, sembra scollegati per poi confluire in una sola storyline grazie al Cirque des Rêves.
La storia principale si focalizza su Celia e Marco, e in special modo sulla sfida a cui li hanno vincolati i loro maestri, Alexander e Prospero; costoro praticano due tipi molti diversi di magia -il primo crede che chiunque la possa apprendere se si applica a dovere nello studio, mentre il secondo è convinto sia un’abilità innata ed ereditaria- e da tempo immemore si impegnano a preparare degli allievi da far scontrare per decretare quale sia il metodo migliore. Con tali premesse, quando a Prospero viene affidata la figlioletta, subito convoca l’antico avversario per dare il via ad una nuova sfida.
La seconda storia è incentrata su Bailey, un giovane pieno di dubbi sul proprio futuro che si sente inspiegabilmente attratto dal Cirque des Rêves. Questa storyline è inizialmente in ombra rispetto alla principale, ma con il proseguo del romanzo acquista sempre maggiore importanza: sembra quasi che le storie dei due sfidanti e di Bailey si rincorrono in un continuo crescendo, fino a convergere nello stesso tempo e luogo.
Infine alcuni capitoli pongono come protagonista lo stesso lettore, permettendogli di visitare i vari tendoni del Cirque des Rêves, e dietro questa storia si cela abilmente un narratore del tutto inaspettato.
In generale, tutti i personaggi risultano interessanti e ben sfaccettati, e l’ottimo lavoro nella caratterizzazione si può notare soprattutto con i personaggi secondari. L’unico difetto (del tutto soggettivo) lo si riscontra quando Celia e Marco si innamorano e diventano una coppia, seppur molto problematica, perché questa parte si svolge in modo un po’ frettoloso e pare quasi che l’autrice abbia scordato di descrivere alcune scene; ironicamente ho apprezzato molto di più le altre coppie, seppur messe in secondo piano.
A rendere particolare la narrazione è il circo, che viene inteso come un’entità a sé, quasi come fosse esso stesso uno dei personaggi o meglio il risultato della somma di tutti coloro che vi si esibiscono, lo visitano e gli danno vita. Questo è reso possibile dalla straordinaria fantasia grazie alla quale la Morgenstern riesce ad ideare un’infinità di incredibili attrazioni.
Gli altri elementi più significativi sono certamente gli inattesi colpi di scena, che caratterizzano soprattutto la seconda metà del romanzo; la continua tensione che grava sulla sfida tra Celia e Marco, capace di mantenere anche il lettore in uno stato d’ansia; la particolare importanza data ai colori, sempre scelti con l’intenzione di dare un determinato messaggio.
I capitoli sono strutturati in modo da focalizzarsi su un solo POV, ma al contempo una stessa scena può essere descritta più volte da diversi POV, così da fornire nuovi elementi sulla vicenda.
Infine, per una persona riflessiva e concreta come me, è molto raro imbattersi in un romanzo capace di intrigare al punto di far scordare eventuali domande su dettagli lasciati volutamente sospesi o senza spiegazione. Il maggior pregio de “Il circo della notte” è proprio fornire date e luoghi precisi, eppure incantare il lettore con l’idea che tutto si svolta in un altro mondo: il mondo dei sogni.
Indicazioni utili
L'utopia del consumismo
Tra i maestri della distopia novecentesca, Huxley è stato di certo uno dei più visionari e lungimiranti: romanzi come “1984” nascono dall’esperienza drammatica della Seconda Guerra Mondiale e ne sono quasi una trasposizione su carta, mentre “Il mondo nuovo” già agli inizi degli anni ’30 delineava un governo totalitario in grado di plagiare le menti delle masse per mutarle in un mero strumento da utilizzare per i propri fini.
Di base, la realtà creata da Huxley ha tutti i presupporti per essere un’utopia anziché una distopia; infatti l’intero pianeta è unito in un solo Stato sovrano e ciò ha portato alla fine di ogni conflitto. La perfezione di questo mondo non si limita all’assenza della guerra, ma si basa soprattutto sul benessere personale dei singoli individui, che qui vivono seguendo con rigore il dogma del “carpe diem” e, senza pensare con rimorso al passato o con aspettativa al futuro, si godono al massimo un presente in cui lo Stato da un lato incoraggia la promiscuità sessuale e dall’altro fornisce gratuitamente una droga innocua che permette di sopportare la vita quotidiana.
Partendo da siffatte premesse, il mondo nuovo sembra in fondo perfettamente vivibile, ma subito al lettore viene presentato l’altro lato di questa società idilliaca: gli individui non vengono più partoriti e cresciuti nelle famiglie, bensì creati nei laboratori governativi (addirittura clonati, al fine di ottenere un domani gruppi di lavoratori perfettamente sincronizzati) e poi condizionati per tutta l’infanzia per farne adulti pronti a svolgere il loro ruolo nel mondo, sia come manodopera già predisposta ad una certa attività sia come consumatori. Lo Stato si trova così a governare degli individui dei quali, sulla carta, soddisfa ogni desiderio, ma che in realtà desiderano soltanto ciò che possono ottenere o a cui sono destinati.
Oltre agli evidenti intenti di critica e riflessione, il romanzo possiede anche una trama strutturata, seppur messa in secondo piano; si tratta di una vicenda narrata in modo corale, scelta che rende quasi tutti i personaggi dei (potenziali) protagonisti. Il filone principale riguarda il Selvaggio John che, dalla riserva in cui lo Stato permette la sopravvivenza di alcune persone che ancora vivono “alla vecchia maniera”, giunge nella futuristica Inghilterra; forse è proprio nel confronto con i selvaggi che la meccanicità dei nuovi mondani si evidenzia in modo più accentuato, specie quanto questi ultimi ripetono in modo robotico delle frasi apprese grazie all’ipnopedia.
Tra i personaggi, Linda è di certo quella che più colpisce il lettore per la sua storia tragica e per il modo in cui ne parla, tanto da provare il suo stesso senso di angoscia al pensiero di trovarsi soli e completamente isolati dalla sola e confortante realtà conosciuta. Decisamente più arduo è empatizzare con Bernard: se da un lato è inevitabile provare pena per chi è vittima della sfortuna, dall’altro il suo carattere strafottente e al contempo pavido lo rende odioso.
Uno degli aspetti più peculiari del mondo nuovo è sicuramente il ribaltamento riguardo al senso del pudore: ad esempio, i bambini sono spinti alla pratica del cosiddetti giochi eroticim mentre è considerato molto imbarazzante parlare delle figure dei genitori.
Lo stile dell’autore è scorrevole e dinamico, e tale si mantiene anche nei saggi che compongono “Ritorno al mondo nuovo”.
Ad alcuni anni di distanza infatti, Huxley riprende quanto narrato nel suo romanzo e lo confronta con la sua realtà contemporanea, trovandovi ben più somiglianze di quante se ne attendesse all’epoca della stesura. Da questo paragone nasce una serie di saggi brevi e semplificati, ma non per questo incapaci di far riflettere e validi ancor oggi, specie quando toccano il tema del condizionamento causato dai mass-media, capaci come e meglio dell’ipnopedia di persuadere l’individuo ad un determinato acquisto.
Essendo stati scritti dopo il conflitto mondiale, i saggi risultano in gran parte pessimistici sul futuro dell’umanità, e non mancano parecchie stoccate all’indirizzo di Orwell e del suo “1984”, a detta di Huxley meno vicino alla realtà della sua opera.
A mio avviso, con i suoi saggi, lo scrittore intendeva comunicare un forte appello affinché la libertà di pensiero venga concessa a tutti.
Indicazioni utili
Chi va piano, annoia il lettore
La storia dell’umanità è destinata a ripetersi in un interminabile ciclo. In questo continuo ritorno di eventi e figure, alcuni temi sembrano ripresentasi più spesso di altri: tra questi c’è senz’altro l’intolleranza tra le diverse religioni che, portata agli estremi dalla collimazione di più fattori, sfocia quasi inevitabilmente nella peggiore violenza. E ne abbiamo prove dall’antichità fino ai giorni nostri.
Questo romanzo non ha però come sfondo l’insensato olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale e neppure l’infinita battaglia che persiste da anni negli Stati del Medioriente. L’ambientazione scelta dalla Kalogridis è invece la Siviglia negli ultimi anni del Medioevo: una città da sempre multietnica, e proprio per questo spesso scossa da tumulti interni derivati proprio dalla coesistenza di cristiani, ebrei e mussulmani, senza contare i moltissimi conversos costretti a mantenere segreta la loro vera fede.
In questo precario scenario si muove la giovane Marisol, figlia di un cristiano e di una conversa, e per questo sempre incerta nella propria fede, in special modo quando è abbastanza grande da capire che il suo aspetto la segnerà per sempre come diversa rispetto ai suoi vicini, cristiani vecchi.
Per molti anni Marisol e la sua famiglia riescono a vivere in modo relativamente sereno, ma il ritorno della feroce Inquisizione accenderà i sospetti prima sulla madre e poi su di lei e il padre, tanto che quest’ultimo arriverà a stringere un misterioso accordo con il vicino Gabriel Hojeda, che porterà al matrimonio di questi con una riluttante Marisol.
Lavorando con il fratello proprio alle dipendenze della Santa Inquisizione, Gabriel dovrebbe poter tenere al sicuro da ogni sospetto la giovane, sebbene il cuore di lei sia ancora legato ad una vecchia proposta di matrimonio fatta da Antonio Vargas. In questa storia c’è però ben poco spazio per l’amore, perché l’autrice preferisce dar voce ai misteri intorno alla vita, e all’improvvisa scomparsa, della madre di Marisol.
Ad appesantire una trama altrimenti abbastanza lineare contribuiscono i molti comprimari, che anziché far procedere la storyline principale giungono a crearne di nuove, con i loro obiettivi o i loro desideri, creando così dell’inutile confusione dal momento che spesso si arriva ad una loro rapida uscita di scena.
Tra questi personaggi secondari è d’obbligo segnalare la presenza di diverse figure storiche, tra le quali spiccano la Regina Isabella e l’inquisitore Torquemada, che mettono così in campo un nuovo elemento nella persecuzione attuata dalla Chiesa: il desiderio di impossessarsi delle ricchezze nascoste degli ebrei e dei conversos, prima che questi riescano a portarle all’estero.
Lo stile della Kalogridis è piacevole e scorrevole, seppur la tendenza ad utilizzare molti flashback faccia procedere la trama con un’eccessiva lentezza nella prima parte del volume. A rallentare la trama sono inoltre le lunghe descrizioni degli ambienti. Anche se l’autrice possiede un innegabile talento per delineare delle descrizioni dettagliate, queste dovrebbero comunque essere funzionali alla storia, anche solo per fornire al lettore degli indizi sul proseguo degli eventi; in questo caso ci troviamo invece di fronte ad interminabili descrizioni che fanno quasi pensare ad una guida turistica alle bellezze di Siviglia.
D’altro canto, l’ambientazione storica è resa più realistica da alcuni piccoli dettagli legati alla vita quotidiana, come le pietanze consumate ai pasti o i diversi arredi degli interni; in questo caso si nota chiaramente l’eccellente preparazione storica dell’autrice.
Già dal prologo, la Kalogridis sceglie di mettere in chiaro il suo obiettivo: grazie ad un’accurata seppur rapida scorta sul passato della città spagnola, il lettore capisce subito che la storia di Marisol è stata scelta tra tante altre, ricche di sofferenze patite in nome della vera fede, del vero Dio. Scordando che nessun vero Dio comanderebbe lo sterminio di persone innocenti.
Indicazioni utili
C'era una volta... la confusione
Sarò sincera: non mi sono per nulla informata prima di acquistare questo libro, e solo dopo ho scoperto che quasi tutti l’hanno trovato pessimo; ma ormai i soldi erano spesi, quindi mi sono auto-convinta che gli altri si sbagliavano e io sola avrei capito il vero messaggio del romanzo.
Ed ecco la cruda verità: non c’è nessun vero messaggio da capire. In breve, si tratta di un romance con ambientazione fantasy, senza alcuna pretesa di essere originale o innovativo, neppure in confronto ad altri dello stesso genere. Ah, è anche retelling de “La bella e la bestia”.
Ma cerchiamo innanzitutto di capire cosa intenda la Hodge per ambientazione fantasy. Il Mondo in cui si muovono i personaggi ha il merito di avere una backstory, a differenza di altri romanzi in cui questa rimane un abbozzo o uno sparuto insieme di dettagli che l’autore non si prende la briga di spiegare ai lettori; purtroppo si tratta in gran parte di un’accozzaglia di elementi tra lo storico e il mitologico, che comunque hanno ben poca influenza sulla storia al presente, quindi potevano essere notevolmente semplificati, risparmiando spiegoni inutili e anticlimatici.
Ci troviamo nella terra di Arcadia, un’isola separata dal resto del mondo a causa di un antico sortilegio; qui i demoni fuggiti dal Tartaro (e già si comincia con i riferimenti mitologici inseriti a pieni mani ma con poca cognizione) sono liberi di perseguitare gli umani, facendoli impazzire o perfino uccidendoli. A governarli troviamo invece il Signore Gentile, ossia un demone che da un lato pretende in pagamento un’offerta per tenere a bada queste creature d’ombra, e dall’altro si diletta a stringere con gli umani dei patti che tornano immancabilmente a suo vantaggio.
Nyx è nata proprio grazie ad uno di questi patti e la sua intera esistenza ne risulta marchiata: dal momento che il prezzo del patto è la sua mano, promessa dal padre allo stesso Signore Gentile. Nyx viene addestrata per tutta la vita perché acquisisca le capacità necessarie ad uccidere il demone una volta diventata sua sposa e quindi avvicinatolo a sufficienza.
Nel castello del Signore Gentile, la nostra protagonista, dimenticati nell’arco di poche pagine gli insegnamenti di una vita, scoprirà ben presto che le cose sono molto diverse da come appaiono a chi vive all’esterno, perché anche il mostro peggiore ha dei patti da mantenere e dei padroni ai quali obbedire.
Mi dispiace constatate come l’autrice abbia davvero sprecato delle ottime premesse, dilungandosi in inutili aneddoti mitologici che rubano pagine su pagine alla narrazione o anche inserendo dei dettagli poi dimenticati o poco sfruttati; terminata la lettura, il lettore rimane pieno di dubbi e di interrogativi non chiariti.
Anche tra i personaggi c’è del buon potenziale sprecato: Nyx presenta un carattere insolito e curioso, ed il modo in cui mostra apertamente astio nel confronti di una famiglia tutt’altro che perfetta la rende abbastanza originale; purtroppo, come tante altre prima di lei, viene sminuita dall’evolversi della sua storia (storie?) d’amore e la sua impresa eroica procede più per merito della fortuna e degli aiuti ricevuti che per la sua effettiva abilità.
Dall’altro lato, il protagonista maschile -sebbene sia improprio parlarne al singolare- non ricorda la classica “Bestia”, o meglio non ricorda solo quella: il suo personaggio è quello che più di tutti risente per la scelta della Hodge di mescolare tante fonti ispirative, finendo così per racchiudere (male) in se elementi di Barbablù, Eros e Tremotino.
I comprimari sono in buona parte abbastanza interessanti e piacevoli, senza particolare tentativi di renderli qualcosa di più.
In conclusione, da grande appassionata di mitologia e storia classica, oso dire che l’autrice avrebbe potuto eliminare questi aspetti e trasformare un romanzo maldestramente farcito in uno snello racconto, magari dedicando più tempo ai misteri irrisolti.
In generale, lo stile risulta scorrevole, una volta inquadrata bene la storia di fondo, quindi spero in qualche miglioramento per i prossimi volumi.
Indicazioni utili
- sì
- no
Oliver, io sono tuo... fratello!
Fin dai primi capitoli di “Oliver Twist” ho provato un forte senso di déjà vu, collegandolo immediatamente al capolavoro di Elizabeth Strout, “Olive Kitteridge”.
In effetti, entrambi i romanzi hanno per titolo il nome del protagonista (nomi molto simili, tra l’altro), ma ad associarli idealmente non è solo questo; se da un lato è chiaro che le trame hanno ben poco in comune, dall’altro le strutture sono quasi identiche: in entrambi i casi i protagonisti vengono spesso messi da parte in favore dei comprimari e delle loro vicende, rimanendo sempre il fondamentale collante tra tutti gli eventi. Come capitava con l’anziana insegnante di Crosby, nel Maine, anche la storia di Oliver è costellata di moltissimi personaggi, le cui relazioni risultano nella gran parte dei casi ben più approfondite e, quindi, interessanti rispetto a quelle del protagonista.
Con uno stile narrativo che ricorda molto una cronaca giornalistica (e, in effetti, in quel periodo Dickens ancora lavorava come cronista), ci viene narrata la storia del piccolo Oliver, dalla nascita in un ospizio per indigenti fino alla scoperta delle sue vere radici, in un viaggio che permette al lettore di addentrarsi negli anfratti più oscuri della fumosa Londra di inizio ottocento.
La vita del nostro protagonista è inizialmente tutt’altro che idilliaca: dopo i primi anni in cui “grava” sulle spalle della parrocchia, lo attende infatti l’apprendistato presso un becchino; a dispetto dell’indole docile e gentile, Oliver si vede costretto a fuggire verso l’affollata capitale, dove incontra Dodger che lo introdurrà poi all’infido Fagin e alla sua banda di giovanissimi ladruncoli.
Ancora molte prove attendono poi Oliver nel suo inconsapevole cammino verso la verità; anche se tra le tante sofferenze, si fa via via evidente un disegno più ampio e l’autore, come un fato sovrano, guida i destini dei suoi personaggi.
A partire dal protagonista, ogni figura presente nel romanzo è descritta in modo accurato: specialmente nei dialoghi si evidenzia come Dickens abbia scelto di caratterizzare ogni personaggio con un linguaggio personale e perfettamente congruo con la sua estrazione sociale e la sua indole.
Tra tutti i personaggi spicca, quasi fosse la vera protagonista, Londra, con i suoi sobborghi caotici che hanno da tana (non è lecito parlare di casa, in questi casi) ai peggiori delinquenti. In buona parte delle sue opere, Dickens pone al centro questa città e ce ne regala delle suggestive descrizioni capaci di renderla affascinante e minacciosa al contempo.
Con una così vasta schiera di personaggi non è facile sceglierne uno come preferito ma posso affermare che, dopo una lunga sfida con Dodger, è stata Nancy ad aggiudicarsi l’ambito (?) titolo. Ho trovato particolarmente interessante la sua relazione con Sikes, sia nei risvolti più tragici e violenti -dove l’autore tocca inconsapevolmente temi molto attuali-, sia in quelli sentimentali come nella straziante dichiarazione che la donna fa a Rose, personaggio al confronto pare sciapo e prevedibile.
Doveroso menzionare anche lo sfaccettato Fagin, con il quale si empatizza a dispetto della condotta, arrivando alla pietà per la sorte riservatagli. In generale, gli antagonisti sono meglio caratterizzati e, anche dopo tanti crimini, diventano i favoriti del lettore.
Le tematiche trattate sono ricorrenti nell’opera dickensiana; in particolare qui si fa luce sull’ipocrita perbenismo delle parrocchie di campagna e sulla sommarietà della giustizia nei primi anni del diciannovesimo secolo, mantenendo sempre un tono fortemente satirico ed ironico, che aiuta ad alleggerire molte volte la tensione. Sono palesi anche i riferimenti autobiografici alla difficile infanzia di Dickens stesso.
Per una volta non intendo lamentarmi dell’edizione targata Newton Compton, anzi la scelta di affidare la traduzione e l’introduzione alla stessa persona ha reso entrambe molto curate.
Indicazioni utili
La folle corsa di Shannon
Un noto proverbio insegna che “l’apparenza inganna”. E non potrebbe esserci espressione più azzeccata per introdurre questo romanzo, dove nessun personaggio è realmente come si mostra in un primo momento. Palahniuk si diverte ad ingannare il lettore con il mistero del mancato assassinio della protagonista, mentre alla fine dei conti non si può essere certi neppure di conoscere davvero la protagonista stessa.
L’intreccio narrativo è molto complesso, dal momento che la trama non presenta gli eventi in ordine cronologico e più volte ripresenta le stesse scene; così ogni capitolo risulta comporto da due o più avvenimenti, divisi in brevi frammenti e poi intrecciati assieme. Sulla base di questa azzardata scelta stilistica, l’autore crea una caotica matassa di eventi, per poi dipanarla con maestria al momento di svelare gli eccellenti colpi di scena che caratterizzano soprattutto la seconda metà del volume.
La storia è a dir poco bizzarra, tant’è che si inizia dalle scene finali: Shannon, la protagonista, è una giovane modella della vita quasi idilliaca, con un fidanzato perfetto, un’amica del cuore perfetta e un lavoro perfetto. Bastano poche pagine perché al lettore sia concesso di sbirciare sotto questa patina dorata e scorgere un fratello capace di rubarle l’attenzione dei genitori anche da morto, una storia d’amore a senso unico e una bellezza che anziché renderla felice la perseguita.
L’avvenenza di Shannon non è destinata a durare; quando un misterioso sparo la sfigura il volto, la ragazza perderà tutto ciò che aveva più caro. Ad aiutarla, come una novella fata madrina, sarà la Principessa Brandy Alexander, un transessuale che la protagonista incontra in ospedale e con cui partirà in un assurdo viaggio dalla meta incerta.
In generale, tutti i personaggi appaiono cinici e disillusi, arrivando ad limite del grottesco, come ne caso di suor Katherine, l’infermiera che tenta in tutti i modi di trovare un nuovo amore per Shannon, fosse anche un galeotto.
A rendere ancor più surreali i personaggi contribuiscono i dialoghi che lasciano spesso il lettore interdetto perché espressi da figure inaspettate: ad esempio, i genitori della protagonista che non si imbarazzano minimamente nel regalarle preservativi o darle dettagliati consigli riguardo la sua vita sessuale. Palahniuk riesce così a rendere quelli che altrimenti sarebbero i personaggi più “normali”, bizzarri al punto di lasciare la traccia più importante sul lettore.
Per quanto riguarda la protagonista, in lei si incarna il vero spirito del romanzo: nasconde di proposito importanti dettagli al lettore, mentre ne rivela altri in modo del tutto inatteso. Dal momento che che Shannon è la voce narrante degli eventi, può giocare con il lettore decidendo dove dirigere la sua attenzione: la protagonista si rivolge infatti in modo diretto a chi legge, dando degli ordini come se parlasse ad un cameraman o ad un tecnico delle luci a cui indicare la scena da mettere a fuoco in quel momento.
In questo romanzo, Palahniuk tocca moltissime tematiche tra le quali spicca prepotente una dura critica alla società contemporanea, in cui l’immagine determina il successo personale ben più del carattere o delle reali capacità. L’autore affronta anche altri temi che, come le svolte della trama, si rivelano meglio con il proseguo della storia e di certo portano a riflettere su questa grottesca allegoria del mondo reale.
Come già accennato, lo stile di Palahniuk è molto particolare, e non solo per la narrazione frammentaria, ma anche per le ripetizioni quasi ossessive di alcune frasi o per il modo in cui richiama l’attenzione del lettore. Da questo punto di vista, l’edizione Mondadori presenta una sinossi fin troppo semplificata che impedisce al lettore di iniziare la lettura preparato a dovere.
Indicazioni utili
Tema pesante, tono leggero
Prima di commentare il romanzo come di consueto, vorrei fare una breve premessa. Credo sia impossibile leggere questo volume senza riflettere sulla situazione del protagonista e senza porsi il classico quesito: “al suo posto, come mi sarei comportato/a io?”.
A mio avviso, uno dei propositi dell’autrice era proprio far ragionare i suoi lettori e far loro comprendere che in alcuni casi non si possono trovare delle risposte univoche, ma che ognuno deve valutare e decidere per proprio conto. Sviluppando un poco la propria empatia, si può comprendere come ogni persona reagisca ad un trauma in modo diverso, ma non per questo deve essere giudicata.
Tema centrale del romanzo è la crescita e la presa di coscienza di sé della protagonista, Louisa Clark. Nelle prime pagine la conosciamo come una ragazza insicura delle proprie capacità e, soprattutto, del suo futuro, a dispetto dell’affetto che evidentemente la lega alla sua famiglia e della lunga relazione con il fidanzato.
La vita riserva però un’inattesa svolta per Lou: la perdita dell’impiego di sempre la farà conoscere Will; e la sua vita non tornerà più ad essere quella di prima.
Dal canto suo Will, un tempo uomo d’affari di conclamato successo ora costretto a vivere su una carrozzina, non dimostra in concreto alcun cambiamento nel suo carattere, ma si adopera in ogni modo per aiutare Lou a sviluppare il suo vero io.
La storia si sviluppa molto velocemente, priva di veri e propri colpi di scena ma non per questo incapace di incuriosire il lettore che, sebbene abbia intuito la storia d’amore praticamente dalla copertina (grazie tante, Mondadori), è impaziente di scoprire come si giungerà ad essa e come questo cambierà le vite dei protagonisti.
Tra questi, Will è di certo “svantaggiato” dal momento che al lettore non viene mai concesso di sbirciare il suo POV, mentre di Louisa conosce praticamente tutto, dal momento che la maggior parte degli eventi vengono presentati attraverso i suoi occhi. Ho trovato molto interessante il personaggio di Treena, affatto convenzionale e con delle idee molto chiare su ogni argomento, pur conscia di non poter piacere a tutti.
Per quanto riguarda gli altri personaggi secondari, ritengo che una buona parte sia troppo stereotipata e con dei ruoli quasi da comparse, a dispetto della forte connessione con i protagonisti, come nel caso della sorella di Will.
In generale, lo stile della Moyes è molto scorrevole, di certo per merito delle predominanza dei dialoghi sulle parti più descrittive.
Sono presenti alcuni capitoli POV di coprotagonisti a dir poco superflui, che nulla aggiungono alla narrazione, né all’introspezione dei personaggi stessi: tutto poteva essere reso nel POV di Lou. Queste parti mettono poi in evidenza come l’intero romanzo sembri essere più una raccolta di interviste per un documentario che la trasposizione dei pensieri dei personaggi, specie per il modo molto diretto con cui questi si rivolgono al lettore. Anche quando la narrazione è incentrata su Louisa si può notare questo dettaglio, seppur in tono più lieve.
Altro particolare che non ho affatto apprezzato sono stati i continui tentativi dell’autrice di smorzare la tensione con battute o siparietti comici, spesso incentrati sulla protagonista: capisco la necessità di allentare l’angoscia, ma in alcuni casi esagera davvero senza che ce ne sia bisogno.
Sono rimasta positivamente colpita invece dal coraggio con cui la Moyes ha descritto nel dettaglio la vita di un uomo tetraplegico, sicuramente grazie ad un ottimo lavoro di ricerca. Ciò permette al lettore di poter comprendere un po’ meglio Will e il suo mondo.
Indicazioni utili
Prova d'inciviltà umana
È raro trovare una copertina capace di illustrare in pieno il contenuto di un romanzo, così da catturare già da lontano il potenziale lettore, farlo avvicinare allo scaffale per la curiosità ed infine accompagnarlo nella lettura. Molti romanzi presentano copertine anonime o per nulla pertinenti alla storia, soprattutto se si tratta di volumi tradotti, ma la Feltrinelli ha fatto centro con “Cecità”.
Pur essendo molto semplice e delicata, la copertina rappresenta alla perfezione la storia che attende il lettore qualche foglio più in là; il bianco un po’ sporco di fondo per la vista annullata delle persone affette dal mal bianco, le figure nere in fila indiana a raffigurare gli anonimi protagonisti e la donna alla testa della fila altri non è se non la più sventurata tra tutti: l’unica dotata della vista in un mondo da incubo abitato da soli ciechi.
Il capolavoro di Saramago presenta una trama quasi fantascientifica, non fosse che il raziocinio viene ben presto messo da parte, sia dall’autore sia dai suoi personaggi. In un paese senza nome, un uomo diventa improvvisamente cieco e, in poco tempo, questa “malattia” contagia tutti coloro che gli stanno vicini, diffondendosi ovunque con un effetto domino. Come detto, non viene dato molto spazio ai tentativi di studiare le origini di questa strana epidemia, se non le ricerche fatte da un oculista nei primi capitoli.
Se da un lato la scienza sembra inerte, non lo è almeno in un primo momento il governo, che subito tenta di arginare il problema rinchiudendo in un manicomio tutti i contagiati ed i potenziali tali. Qui si (ri)trovano a convivere forzatamente i protagonisti, rimanendo comunque celati alla vista del lettore, che su questo aspetto è cieco quanto loro: di nessuno sappiamo infatti il nome né l’aspetto, se non per qualche dettaglio marginale, e abbiamo giusto un paio di informazioni riguardo il loro passato.
Pur privato dei dati basici sui protagonisti, che è costretto ad identificare con appellativi come “la ragazza con gli occhiali scuri” o “il vecchio con la benda nera”, il lettore finisce per affezionarsi a loro e a preoccuparsi per la loro sorte.
La decisione del governo ha conseguenze estreme: ormai abbandonati a se stessi, i ciechi danno vita ad una società primitiva in cui ognuno si preoccupa innanzitutto del proprio benessere, mentre si vanno perdendo prima la razionalità e poi le relazioni. In questo neonato stato nello stato, si evidenziano due estremi: da un lato chi tenta di imporre un dominio tirannico, dall’altro l’affettuoso rapporto tra una giovane ragazza ed un bambino rimasto orfano a causa della cecità.
Proprio questa cecità permette di analizzare gli aspetti peggiori di un’umanità mutilata in una sua abilità imprescindibile: si perdono igiene e decoro, e neppure il lato “positivo”, ossia l’impossibilità di vedere direttamente fino a quali bassezze si può arrivare, riesce a dare un po’ di calore al bianco abbacinante. A mio avviso poi, la cecità è perfetta per l’ambientazione contemporanea, ma poteva essere rimpiazzata da un’antica peste o da una futuristica apocalisse zombie.
Per quanto riguarda lo stile, devo confessare che questo è il mio primo approccio a questo autore e mi ci è voluto qualche capitolo per apprezzare la particolare narrazione; Saramago utilizza esclusivamente il discorso indiretto libero ed è spesso necessario rileggere le battute dei personaggi per comprenderle al meglio. Altra particolarità di questo romanzo è la presenza di moltissimi proverbi nel testo e la narrazione che ricorda una cronaca in diretta commentata.
I temi trattati da Saramago sono vari e spaziano dalla riflessione sui sentimenti umani, ai limiti della civiltà contemporanea, a riferimenti religiosi: da un certo punto di vista, quanto accade ai protagonisti e agli altri ciechi potrebbe essere interpretato come una prova alla quale un Dio rapido all’ira ha scelto di sottoporre l’intera umanità, con il conseguente, irrimediabile fallimento di quest’ultima.
Ovviamente, Dio è facile anche al perdono, ma questo non riesce a cancellare dalla nostra mente il messaggio di fondo: sono proprio gli elementi che ci definiscono come esseri civili a poter diventare il principio della nostra rovina.
Indicazioni utili
Sulle tracce (indiane) di Mary
A soli due ani dalla pubblicazione de “Il viaggio della strega bambina”, Celia Rees decise di dare un seguito alle avventure di Mary, anche se sarebbe sbagliato parlare di un vero e proprio sequel. In “Se fossi una strega”, il primo volume si presenta infatti come un libro nel libro, con Alison -la curatrice delle Carte di Mary- alla ricerca di altre notizie su Beulah ed i suoi abitanti.
La storia di Mary riprende da dove si era bruscamente interrotta: la ragazza è in fuga dal villaggio dei puritani che la reputano una strega e cerca rifugio nei boschi; a salvarla saranno Penna Azzurra e Aquila Bianca, gli indigeni che già l’avevano aiutata nel primo capitolo e che lei sceglierà di seguire, abbandonando i costumi europei per entrare a far parte della loro tribù. Per narrare questi eventi, l’autrice adotta una nuova tecnica, da me affatto apprezzata.
Se le Carte di Mary ed il loro viaggio nella vecchia trapunta erano in grado di trasmettere un senso di Storicità, pur nella loro palese finzione, in questo seguito la Rees preferisce accantonare i (falsi) documenti storici e seguire la via del misticismo. Entra così in scena Agnes, una giovane indiana dei giorni nostri, connessa da un forte legame alla sua antenata Mary, tanto che la lettura de “Il viaggio della strega bambina” la porta a rivivere in trance tutta la vita della presunta strega.
Sebbene la trama segua per intero le vicende di Mary, il lettore non incappa in nessun evento tanto sorprendente da non poter essere intuito già dal finale del primo volume, dove veniva appunto ventilata la possibilità che la giovane si unisse ai pellerossa, senza far più ritorno tra gli occidentali. Mi sarei inoltra aspettata maggiori collegamenti al tempo trascorso da Mary a Beulah: sotto questo aspetto, il seguito è davvero superfluo, anche per i lettori che hanno molto apprezzato il primo volume.
Per quanto riguarda i personaggi, viene offerta al lettore un’ottima introspezione di Mary, mentre tutte le persone con le quali interagisce vengono presentate attraverso le sue percezioni ed emozioni, quindi non se ne ottiene un quadro molto dettagliato.
Anche i personaggi della story-line ambientata nel presente sono abbastanza abbozzati, perfino Agnes che dovrebbe essere invece una sorta di coprotagonista; a spiccare per il suo carisma è soltanto zia M, sebbene i suoi “poteri” di preveggenza finiscano più volte per anticipare a tal punto gli eventi da far perdere dei frammenti narrativi al lettore.
L’elemento magico è un altro aspetto del romanzo che non ho affatto gradito. Rispetto a “Il viaggio della strega bambina”, qui la magia viene presentata sotto una luce del tutto diversa: da mera percezione di una ragazzina suggestionata dalle storie ascoltate e dal particolare ambiente in cui vive, si trasforma in qualcosa di reale e tangibile. A dispetto del fuorviante titolo italiano, Mary è ben consapevole di essere dotata di poteri speciali e ad essi fa ricorso vari volte nel volume, sia per fini utili come nascondersi nella nebbia durante un fuga, sia per scopi meno nobili come nel caso di una maledizione scagliata contro il bersaglio della sua vendetta.
Risulta quindi evidente che questo libro non può essere valutato senza affiancarvi e paragonarvi il precedente; da un’analisi generale, sia per i temi affrontati sia per il tono adottato, si evidenzia come questo romanzo sia pensato per un pubblico più maturo.
A favore dell’autrice mi sento in dovere di citare l’abilità nel delineare scene ricche di emozione, seppur con un linguaggio semplice ed immediato, e l’eccellente conoscenza che dimostra di possedere: sulla storia del Nord America ai tempi dei primi coloni europei e sulla cultura delle varie tribù indiane, nel passato come ai giorni nostri.
Desidero infine menzionare come la Rees, sempre per mezzo di Alison, abbia deciso di ricorrere al metodo dei “documenti ritrovati” per far conoscere al lettore il destino degli altri personaggi del primo capitolo, seppure in modo nettamente separato dalla narrazione.
Indicazioni utili
- sì
- no
Cronaca di un'esecuzione annunciata
Se questo fosse un fumetto di supereroi, il gigantesco John Coffey con i suoi misteriosi poteri sarebbe di certo il coraggioso eroe protagonista, pronto a salvare gli indifesi abitanti di una metropoli. “Il miglio verde” è invece un romanzo in grado di raccontare il lato peggiore dell’umanità, e di trasformare un potenziale eroe in un essere tormentato non solo da coloro che tenta di aiutare, ma anche dalle sue stesse abilità.
L’ambientazione da sola conferisce alla storia un’atmosfera cupa e angosciante: siamo in un penitenziario statunitense negli anni ’30, per la precisione nell’ala destinata ai prigionieri in attesa della pena capitale. L’autore gioca sulla continua tensione dal momento che tra i protagonisti ci sono appunto alcuni condannati a morte, e per il loro destino non ci sono più garanzie che per quello delle guardie di sorveglianza. Tra queste troviamo la voce narrante degli eventi, il capocerbero Paul Edgecombe che, una volta anziano decide di raccontare la storia di uno straordinario detenuto, ossia proprio il gigante John Coffey.
La vicenda si svolge quindi su due piani temporali: da un lato troviamo Paul nella casa di riposo, deciso dopo molti anni a mettere nero su bianco gli incredibili eventi avvenuti nel penitenziario nell’autunno 1932; dall’altro lato abbiamo un Paul decisamente più giovane che, affiancato da un affiatato gruppo di fedeli guardi (nonché fidati amici), si impegna ad accompagnare nel modo migliore i condannati verso Old Sparky, come viene affettuosamente chiamata la sedia elettrica.
La trama si focalizza in special modo sulla detenzione di Del un vecchio cajun che riesce ad ammaestrare il topo noto come signor Jingles, Wharton un emule di Billy the Kid folle e privo di rimorsi, e il già menzionato Coffey. Sebbene tutti gli eventi siano narrati dal punto di vista di Paul, a mio avviso è John Coffey il vero protagonista, pur con la sua silenziosa presenza.
Sebbene presentino in molti casi degli atteggiamenti peculiari, tutti i personaggi risultano credibili e ridimensionabili. King riesce a mantenere sempre la verosimiglianza dei personaggi, in particolare quando delinea la figura dell’anziano Paul e il suo caratteristico ripetersi creando un po’ di confusione nella time-line; nonostante ciò, l’ex guardia riesce a mantenersi lucido anche mentre racconta scene a dir poco sovrannaturali, capaci di far perdere il lume della ragione a chiunque.
Nella commovente parte finale, King concede al lettore una rapida occhiata al destino dei personaggi, e da’ nuovamente prova della sua abilità nel genere thriller con alcuni colpi di scena da maestro.
Tra i personaggi è però d’obbligo annoverare anche il signor Jingles e Old Sparky; seppur non siano delle persone in senso stretto, Paul parla di loro con tanto affetto e tanta umanità da creare l’illusione che possano esserlo, anche perché viene concesso ad entrambi molto spazio nella storia, a volte con capitoli interamente dedicati.
La particolare struttura del romanzo ha una sua storia (ben illustrata dallo stesso King nell’introduzione) e deriva dai grandi classici ottocenteschi che venivano pubblicati in modo frammentario, su riviste od opuscoli; all’epoca della prima edizioni, “Il miglio verde” venne appunto diviso in sei parti, ognuna con un piccolo cliffhanger finale.
Questa scelta, che ha le sue origini in particolare nei capolavori di Dickens (citato non a caso nel romanzo), compromette però la lettura una volta unificato il volume: il riepilogo di Paul all’inizio di ogni parte è utile per una lettura spezzettata, ma non per una continuata, dove risulta quasi pedante. Inoltre nella prima parte non è presente alcuna suspense sul finale e il tutto risulta essere quasi una lunga introduzione.
Ottimi i brevi extra in cui King parla dell’ispirazione per il romanzo e di alcuni delle scelte narrative: da leggere assolutamente.
Indicazioni utili
Le streghe son tornate
Questo romanzo trasmette certamente delle emozioni contrastanti: letto sulla scia del bel ricordo che conservavo del primo capitolo, mi sono trovata ad apprezzare le premesse della trama e, nel contempo, ero quasi obbligata a criticare il modo in cui l’autrice le stava sprecando, soltanto per farcire il volume di scenette romantiche.
La storia ricomincia qualche settimana dopo la conclusione di “Wicked”, con la protagonista Cate ancora decisa a non farsi controllare dalla Sorellanza, sebbene questo atteggiamento caratterizzi solo le prime scene; dopo pochi capitoli sembra quasi che buona parte del primo libro sia stata accantonata e Cate si riscopre aspirante leader della stessa organizzazione che tanto aveva contrastato fino a poco prima.
A smuovere il suo animo sono innanzitutto le azioni sempre più barbare e violente dei Fratelli che, decisi a tutto pur di mantenere il potere, tentando di limitare il più possibile il ruolo delle donne; questo li porta ad inimicarsi anche molti uomini, soprattutto esponenti delle classi più povere.
Comincia perciò a delinearsi lo scontro tra la Confraternita e le Figlie di Persefone, che vedremo meglio nel capitolo conclusivo. Proprio in quest’ottica si evidenzia uno dei principali problemi del romanzo: come in molti altri young adult, gli eventi cruciali e le azioni più pericolose sono appannaggio dei giovanissimi protagonisti, mentre agli adulti è riservato un ruolo marginale. Altro difetto della trama è la lentezza con cui procedere buona parte del romanzo; nel finale abbiamo invece una decisa accelerazione che rende le scene descritte ben più adrenaliniche e, a tratti, perfino brusche nelle pagine finali.
Tra i personaggi, nessuno si è distinto per il proprio carisma, ma sono apprezzabili le relazioni tra le giovani Sorelle, che si sostengono in ogni occasione, e quella tra Rory, Sachi e Brenna. Il comportamento di Cate invece non mi ha impressionato positivamente come nel primo libro della trilogia, specie per i suoi rapporti con Maura e con Finn; seppur dolce e romantica, la loro storia evidenzia fin troppo come lui sia totalmente suo succube. Una nota positiva si riscontra nell’assenza del solito triangolo amoroso: anche se melensi, Cate e Finn non cercano sicuramente un terzo incomodo per rendere più movimentata la loro relazione.
Del romanzo ho gradito in particolare l’originale ambientazione, a metà strada tra lo scenario storico e quello fantastico, nonché la particolare concezione della Confraternita come -in questo volume ancor più, rispetto al primo- riporta alla mente un mondo distopico e i totalitarismi delle dittature. Positiva anche la scelta della Spotswood di mostrare la reazione dei poveri lavoratori alle restrizioni dei Fratelli, seppur in modo molto limitato.
Lo stile è semplice e molto scorrevole, e neppure l’ambientazione pseudo-storica influisce sul lessico dei personaggi. La narrazione in prima persona rende le vicende coinvolgenti per il lettore, ma al contempo impedisce un’analisi accurata di tutti i personaggi. Apprezzabile anche la capacità dell’autrice nel creare buoni collegamenti con gli eventi narrati in “Wicked”.
Ho trovato invece perfettamente evitabili i continui riferimenti al vestiario dei personaggi: le descrizioni presenti nel testo si limitano appunto agli abiti, ai gioielli e all’arredamento. Per il resto, il testo è per la maggior parte composto da dialoghi.
Concludo con una nota sulla magia, perché essendo le protagoniste delle streghe ci si potrebbe aspettare la presenza di molti incantesimi, ma così non è; se nel primo romanzo questa scelta era motivata dal timore della Confraternita, qui non viene espressa una chiara ragione. Solo il finale si risolleva in tal senso, con delle piacevoli scene d’azione.
Indicazioni utili
Filler in abbondanza, revisione assente
Mi dispiace sempre dover commentare in modo negativo un libro, ancor di più se è stato un regalo. In questo caso, devo ammettere di essermi approcciata al romanzo in questione senza alcuna informazione sull’autore o sulla trama, che va detto è praticamente irreperibile, anche online.
Dopo aver completato la lettura, posso quindi dire con cognizione che è molto difficile riassumere le vicende narrate. La causa non è però un intreccio particolarmente elaborato, bensì un trama zeppa di avvenimenti, che si avvicendano con una fretta quasi allarmante; si pensi per esempio al pittore Anen diventato in breve generale, oppure allo schiavo Khanus che in pochi mesi viene nominato Visir della città di Tebe.
Questo è solo il primo di innumerevoli problemi di questo romanzo, perché la narrazione non è solamente frettolosa, ma anche inconcludente: la missione affidata agli eroi occupa soltanto un minima parte del volume, mentre il resto dei capitoli è incentrato su fatti che non la riguardano affatto e sembrano quindi scritti solo per fare da riempitivo tra il momento in cui gli dei annunciano l’impresa e quello in cui questa viene finalmente compiuta.
Il romanzo mi ha anche messa in difficoltà per valutarne il genere dal momento che, pur avendo pretesa di romanzo d’avventura, fantastico e a sfondo storico, i protagonisti non fronteggiano mai delle vere e proprie sfide tali da metterli in difficoltà o in pericolo, perché tutto viene risolto senza problemi con l’intervento degli dei.
Passando quindi ai personaggi, essi dimostrano di essere estremamente bidimensionali, con i “buoni” che sono tali fino alla nausea e i “cattivi” primi della minima motivazione per le loro azioni, in particolare il villain principale (o che come tale viene presentato al lettore), Seth. La rapida narrazione inoltre non concede tempo per valutare i sentimenti dei personaggi, pertanto le reazioni tra queste si instaurano per ordine dell’autore, in modo istantaneo e solo al fine di far procedere la trama.
In mezzo a tante (troppe?) critiche, vorrei segnalare l’unico aspetto da me apprezzato, seppur solo in parte. Risulta evidente che Foini è un grande conoscitore degli aspetti prettamente storici del romanzo; dai molti nomi delle divinità egizie ai vari faraoni e le rispettive consorti, dai luoghi come le Case della Vita e della Morte alle fasi dell’imbalsamazione. Anche in questo caso, l’autore commette tre grossolani errori: innanzitutto ripete i vari titoli in continuazione, come nel timore che il lettore li dimentichi dopo poche righe, secondariamente dimostra in più occasioni una grande ingenuità, associando i suoi personaggi a determinate azioni. A mio avviso, pare un po’ strano che il medico di corte impieghi la sua giornata per la cura di semplici cittadini o, addirittura, schiavi; il Faraone Amenofi sembra invece perfettamente a suo agio nell’avere al suo fianco l’uomo che sa essere l’amante della moglie, a dispetto della sua posizione e del ruolo che ricopre. Infine, credo sarebbe stata una scelta migliore inserire qualche nota chiarificatrice a fondo pagina, dal momento che molti nomi non vengono spiegati nel testo.
Lo stile dell’autore da’ il colpo di grazia al romanzo, con la sua acerbezza quasi infantile, l’alternarsi senza logica di imperfetto e passato remoto e con la mancanza di punti e lettere. Le virgole sole si meriterebbero un commento a parte: sembra che siano state disposte alla rinfusa a opera completata. Temo che l’editore non abbia svolto nessun lavoro di revisione, dal momento che ogni capitolo contiene almeno una dozzina di errori.
Per concludere, una considerazione sul titolo: perché Khantis, se è solo un comprimario? e perché l’egiziano, se lo sono quasi tutti?
Indicazioni utili
50 Shades of Mr. B
A chi crede che la James abbia sconvolto il mondo della letteratura con la famosa trilogia erotica “Cinquanta sfumature”, consiglio di dare una chance a “Pamela” per potersi ricredere. Oltre 250 anni fa, Richardson già scriveva di padroni tiranni alla ricerca di serve per soddisfare i propri sordidi desideri, con tanto di contratto da “mantenuta” proposto alla fanciulla in questione.
Ad evidenziare la differenza tra i due romanzi (almeno in questo aspetto, per il resto non c'è confronto) sono principalmente le protagoniste femminili: da un lato abbiamo una giovane donna cedevole e sottomessa, pronta a sottoscrivere un accordo a dir poco umiliante solo per poter mantenere la relazione con l’amato, dall’altro una ragazza che a dispetto dell’età e dei miseri mezzi a sua disposizione non si lascia persuadere e non scende mai a compromessi contrari alla sua morale. Dovrebbe far riflettere che la seconda sia Pamela, creata dalla penna di Richardson nel lontano 1740.
Il romanzo narra le vicende di una giovane di bell’aspetto, innocente ed ingenua, che involontariamente attira le attenzioni del nobiluomo presso cui lavora come domestica. Il libertino signor B. tenta con ogni mezzo di sedurre Pamela, prima con dei doni all’apparenza disinteressati, poi con un rapimento dalla pianificazione diabolica, dopo ancora con l’audace proposta di diventare la sua amante fissa dietro laute gratificazioni materiali ed infine con il progetto di un finto matrimonio.
Grazie all’aiuto di alcuni fedeli amici ed al suo inaspettato coraggio -che tiene ben nascosto dietro un temperamento dolce-, Pamela riesce a svincolarsi da queste trame ed ottenere alla fine la giusta ricompensa per la sua virtù.
Seppur molto diluita nelle oltre 600 pagine del volume, la vicenda è costellata di ostacoli che metteranno a prova l’indole della protagonista; come già accennato, Pamela riesce a farsi valere, a dispetto dei continui pianti e svenimenti, ed ad imporsi con carattere, rimanendo comunque onesta ed educata. La sua capacità di dire e, soprattutto, scrivere cosa pensa degli altri personaggi fornisce al lettore una visione parecchio critica rispetto alla classe nobiliare dell’epoca; visione con ogni probabilità propria dell’autore.
Gli altri personaggi ci vengono presentati sempre filtrati dalle parole e dalle emozioni di Pamela, quindi in un’ottica molto soggettiva. Questo comporta delle descrizioni a dir poco altalenanti, a partire dal signor B. che passa dall’essere un vile e crudele manipolatore, a un munifico e cortese gentiluomo; la stessa cosa vale per Lady Davers, monsieur Colbrand e la signora Jewkes, per citare i casi più evidenti.
Il romanzo si struttura in due parti: la prima è composta inizialmente dalle lettere scambiate tra Pamela e suo padre, per poi continuare con il diario della protagonista rivolto sempre ai suoi genitori; nella seconda si ha la continuazione del diario, nel quale sono spesso riportate altre missive. Rispetto alla prima, la seconda parte risulta più lenta e prevedibile, almeno fino all’entrata in scena di Lady Davers, ma concede ampio spazio al divertente personaggio di Sir Simon.
Per le tematiche trattate e per le caratteristiche della protagonista, quello che per noi oggi è un romanzo bigotto e morigerato, nel ‘700 era ritenuto innovativo, tanto originale da guadagnarsi parodie e plagi.
Lo stile di Richardson è abbastanza scorrevole, seppur le frequenti ripetizioni tendano ad appesantire la lettura. Da ammirare la fedeltà al registro narrativo scelto, resa forse più agevole dai trascorsi lavorativi dell’autore.
L’edizione italiana di Mondadori presenta un’ottima traduzione, nonché un’introduzione molto utile al fine di ottenere un quadro generale sulla genesi del romanzo. Consiglio di sbirciare anche la biografia dell’autore, mentre la lettura della sezione “Contenuti” è assolutamente da evitare per non incorrere in spoiler.
Indicazioni utili
La maledizione dello stiletto
Come lettrice, ho ricavato una lezione importante dalla lettura di questo romanzo: quando ci si deve approcciare ad un nuovo autore, è più saggio cominciare dalle prime opere, se si desidera evitare una delusione in seguito. Infatti, per quanto “La cruna dell’ago” sia un romanzo storico molto godibile, le mie aspettative rispetto a Follett sono state disattese, dal momento che avevo già letto sue opere più recenti (e quindi più mature, dal punto di vista stilistico) come “La caduta dei giganti”, primo volume della famosa “Century Trilogy”.
Come già detto, ci troviamo di fronte ad un accurato romanzo storico -seppur ci si focalizzi su un potenziale what-if- che al contempo riesce a sviluppare una trama degna di un vero thriller.
Al lettore vengono illustrati in parallelo tre storie concentrate su altrettanti protagonisti: Godliman è un cacciatore di spie al servizio dell’MI8, incaricato di catturare lo sfuggente “Die Nagel”, l’unica spia tedesca che potrebbe rovesciare le sorti della guerra; Lucy sembra essere una donna comune, ma saprà sfoderare all’occorrenza delle risorse inaspettate; Faber aka “Die Nagel” è infine il vero protagonista dalle storia, sebbene anche definirlo un anti-eroe sembra un eufemismo nel suo caso.
Rispetto alla gran parte dei romanzi ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, qui c’è un focus molto limitato sui disagi sofferti dalla popolazione civile, e quasi non si parla di patimenti concreti. Altra differenza si riscontra in una sorta di rovesciamento dei ruoli tra l’agente nazista per cui confesso di aver fatto il tifo in gran parte degli scontri, e gli esponenti dell’Intelligence inglese (ma anche David, il marito di Lucy), che dal punto di vista storico dovrebbero essere gli eroi, ma seppur “buoni” non riescono a catturarsi le simpatie del lettore.
La scrittura evidenzia come Faber sia il favorito anche dall’autore: le scene in cui entra in azione sono molto adrenaliniche e, a mio giudizio, le più coinvolgenti, oltre ad essere utili per mostrare come la spia non sia un semplice soldato, ma una figura ben più eclettica.
La vera eroina della storia di rivela essere Lucy, con la sua determinazione nel proteggere il figlio Jo in ogni frangente. A dispetto del risvolto finale, non si può fare a meno di rimanere coinvolti nella sua relazione a dir poco inusitata con Faber; se da un lato abbiamo una sorta di attrazione che lega i due in modo inconfutabile, dall’altro non è possibile dimenticare l’abisso che li separa.
Per quanto riguarda i comprimari, non mi resta che lodare la capacità di Follett di dare vita con poche frasi a personaggi interessanti e credibili, caratteristica fondamentale in un romanzo storico.
Ho molto apprezzato anche i validi intrecci con reali figure storiche, sebbene quasi sempre introdotte in capitoli separati; come non menzionare inoltre le descrizioni introduttive, tra le quasi si fanno indubbiamente notare quelle dei paesaggi dell’Isola della Tempesta.
Come premesso, ci sono però degli elementi meno positivi che un po’ mi hanno deluso, viste le grandi aspettative sull’autore. Ho trovato fastidioso il continuo cambio di POV all’interno dei capitoli, che non permette di focalizzarsi su un personaggio in particolare; le indagini di Godliman appaiono spesso irrealistiche per i suoi colpi di fortuna e le intuizioni casuali.
Il difetto peggiore si riscontra però nell’epilogo del romanzo: del tutto inutile e troppo buonista rispetto al tono dei precedenti capitoli.
Vorrei infine rivolgere un appello (di certo, non ascoltato) alla Mondadori perché decida dopo quarant’anni di aggiornare la traduzione del volume, nonché di limitare un po' la fantasia al momento di scrivere le sinossi introduttive.
Indicazioni utili
L'Italia spiegata ai francesi
L’ambientazione, la splendida penisola italiana. I temi trattati, storie d’amore, intrighi politici e noti casi giudiziari. Tra i personaggi fanno la loro comparsa Conti e Giletti, Grillo e Bossi. A dispetto delle apparenze, non parlo di qualche famoso talk show televisivo, ma de “La Certosa di Parma”, forse l’opera più nota di Stendhal.
Incredibilmente scritto in meno di due mesi (e a tratti, il testo ne risente), il romanzo narra la storia del nobile Fabrizio del Dongo, partendo da alcuni anni prima della sua nascita, quando l’esercito di Napoleone calò sulla Lombardia, con immenso dolore per il marchese suo padre.
Fabrizio è guidato invece da ben alti ideali, tanto da scappare di casa per unirsi alle truppe francesi; decisione che sarà poi la causa scatenante della maggior parte degli eventi più importanti della sua vita, come la spinta data ad una fila di tessere del domino.
Le conseguenze di un gesto impulsivo compiuto in giovane età, porteranno Fabrizio a viaggiare un po’ in tutta Italia, divisa all’epoca in principati, regni e territori sotto il controllo di potenze straniere. Questo da un lato permette all’autore, almeno una volta per capitolo, di soffermarsi per chiarire ai suoi conterranei qualche “bizzarria” italica, ma dall’altro concede al lettore di ammirare le accurate descrizioni delle superbe ambientazioni che fanno da sfondo alle vicende, in primis i suggestivi laghi della Lombardia.
Negli anni, Fabrizio verrà perseguitato dai suoi errori e anche da una buona dose di sfortuna, ma senza cambiare molto fino al fatale imprigionamento nella torre Farnese, luogo in cui il suo carattere muterà sensibilmente: da giovane impulsivo e focoso, a uomo adulto in grado di scindere tra veri desideri e frivoli capricci.
Quello dei desideri è un punto focale in tutto il volume, perché la maggior parte dei personaggi è guidata da essi, spesso a discapito del prestigio materiale o del denaro.
Ad attorniare il protagonista troviamo infatti una ricca schiera di altri personaggi, di cui solo i principali sono attentamente caratterizzati, mentre gli altri risultano per lo più macchiettistici. In confronto ai personaggi maschili, quelli femminili sono poi i più interessanti, nonché quelli analizzati in modo maggiormente accurato. Tra tutti, brillano la duchessa Sanseverina e Clelia Conti, sebbene Stendhal non tralasci di riservare spazio per un’intrigante antagonista come la marchesa Raversi.
La Sanseverina è di certo una vera Drama Queen, sicura del suo potere, specie sul genere maschile, e sempre pronta a farne uso per il suo tornaconto. Nonostante la sua frivolezza e le tante azioni non proprio encomiabili, risulta a conti fatti il personaggio più divertente e, a mio avviso, la si potrebbe pensare la vera protagonista.
Anche Clelia ricopre un ruolo fondamentale, sebbene la sua assenza per buona parte del romanzo renda arduo per il lettore affezionarsi a lei. Ho trovato abbastanza emozionante la sua relazione con Fabrizio, specie negli ultimi capitoli: inizialmente la loro storia mi ha portato alla mente alcuni moderni romance, con un lui bello, dannato e in genere donnaiolo incallito, che viene “redento” da una lei ingenua, pia e solitaria.
A discapito dell’opera, oltre la solita edizione Newton Compton di bassa qualità (traduzione datata, errori di mancata revisione, assenza di note esplicative), vorrei segnalare soltanto come le parti descrittive risultino molto inferiori alle poche dialogate, fatto che rende un po’ ostica la lettura.
Altra nota dolente, sebbene si tratti di un mio gusto personale, è il frettoloso finale in cui viene citato, a ragione, Shakespeare: dopo una lunga commedia, si termina con un vero dramma.
Indicazioni utili
Una matrioska di emozioni
Capita di rado di imbattersi in libri come questo: storie che spingono a riflettere sui sentimenti, sull’etica, sulla civiltà e su se stessi. Storie che ti entrano nel cuore, e lì rimangono sempre.
Non lasciarmi” è un romanzo in grado di canalizzare l’attenzione del lettore, senza una traccia di banalità. Lo stile è di certo ricercato, ma riesce nel contempo a mantenersi semplice e scorrevole.
La maestria con cui si delinea l’intreccio narrativo è il maggior pregio del capolavoro di Ishiguro, senza dimenticare le descrizioni che permettono al lettore di essere davvero partecipe alla scena.
Dopo tante e meritate lodi, vi stupirà sapere che non mi sento di consigliare questo volume. O meglio, non credo sia una lettura per tutti perché, sebbene la narrazione si tenga quasi sempre lontana da eventi tragici, il lettore scoprirà a poco a poco una realtà molto cruda e crudele: di certo inadatta a chi è troppo sensibile.
Gli eventi vengono narrati direttamente dalla protagonista, in quello che a tratti sembra la trascrizione di un monologo; come se Kathy tentasse di farci pervenire la sua testimonianza, la sua memoria.
Come accennato, l’ambientazione viene presentata come una realtà a noi familiare; l’autore svela la verità molto lentamente, e questa scelta permette al lettore di essere mentalmente pronto al momento della rivelazione.
La decisione di centellinare le informazioni ha inoltre riscontro nella sequenzialità della narrazione: dal momento che il volume è suddiviso in tre parti, ossia nelle tre fasi di vita della protagonista (l’infanzia a Hailsham, la giovinezza nei Cottages e l’età adulta sempre in viaggio a causa del lavoro), il lettore si ritrova a crescere assieme a lei, e ad acquisire per gradi la consapevolezza del suo destino.
Sebbene il romanzo affronti tutti i momenti più importanti nella vita di Kathy, esso mantiene una grande frammentarietà a livello cronologico, che comunque va attenuandosi mano a mano che la protagonista cresce.
La vediamo quindi bambina nel collegio di Hailsham, dove stringe una forte amicizia con gli altri due protagonisti, Ruth e Tommy. Tra i ragazzi si crea un legame empatico in grado di resistere agli anni in cui saranno lontani, e di superare indenne sciocchi screzi e grandi litigi.
Giunge poi il periodo di convivenza nei Cottages con altri ragazzi, ed è allora che i protagonisti iniziano a percepire i limiti importi alle loro vite. Va notato che l’atroce destino a cui andranno incontro, qualcosa quasi inconcepibile per la nostra mente, li porta a riflettere e confrontarsi, ma è ormai diventato un concetto troppo a fondo radicato nella loro psiche perché ne possano comprendere il vero significato.
Questo si esplica con maggiore chiarezza quando Kathy intraprenderà la carriera di assistente: il lettore rimane a dir poco stupefatto che nessuno dei cosidetti “donatori” si ribelli a quanto gli viene imposto, che nessuno tenti di fuggire alla sua sorte, che nessuno provi davvero a crearsi un’alternativa di vita.
A rendere ancor più peculiare questo romanzo è il suo stile, o meglio la “voce” che l’autore assegna alla narratrice; Kathy non si limita a raccontare, ma spesso si interrompe per rivolgersi direttamente al lettore e spiegargli qualcosa di cui non può essere al corrente.
In alcuni casi, la narrazione di un determinato evento viene inframmezzata dal racconto di alcuni aneddoti, utili ad inquadrare il contesto E il lettore ha la sensazione di essere il tra pubblico, durante uno splendido monologo teatrale.
Indicazioni utili
Se scappi ti sposo (zoppicando)
Per questo scempio letterario che osa definirsi un romanzo, la mia ira (funesta, ma non troppo) si abbatterà per prima sull’edizione italiana della Mondadori. Si potrebbe partire dal titolo che non solo è del tutto scollegato da quello originale, ma anticipa il -prevedibile- finale; mi hanno ben più stupito gli errori a profusione nei primi capitoli, certo dovuti ad una mancata revisione che non posso perdonare ad un editore come la Mondadori.
Altra pecca è stata la scelta di pubblicizzare in copertina la storia come una rilettura de “La Bella e la Bestia”, mentre è l’autrice stessa nelle note a chiarire che è stata solo un’ispirazione marginale. Pertanto, se come me leggerete il volume sperando di rivivere le emozioni della fiaba originale, preparateci ad un’amara delusione.
La storia non è ambientata in Francia, bensì in Gran Bretagna, prima a Londra e poi nel selvaggio (?) Galles; la “Bella” Linnet, figlia unica di un nobiluomo, dà scandalo quando una serie di ridicoli equivoci fanno pensare ad una sua gravidanza, ad opera niente meno che di un principe. La trama ci porta poi rapidamente al fidanzamento riparatore con la “Bestia”, il conte Piers, e ai prevedibili siparietti tra i due atti a mostrare quanto siano incompatibili.
Dopo averci presentato un gruppo di ammiratori-fantocci a cui Linnet dovrebbe preferire il conte, la James accelera di nuovo e arriva all’innamoramento dei due piccioncini, senza spendere due righe in un po’ di introspezione: tutto il preludio sulla supposta “bestialità” del conte si rivela un blando stratagemma per allungare la storia, dal momento che la “Bella” non sembra mai disgustata dal suo aspetto, e ben poco dai suoi modi. L’autrice tenta poi una svolta tragica per farci capire quanto è forte l’amore tra i protagonisti, ma l’intreccio narrativo è scontato al punto di poter indovinare al volo dopo si voglia andare a parare.
I protagonisti non potrebbero essere più lontani dalle loro controparti fiabesche. Sebbene voglia apparire determinata, Linnet è una ragazza debole nelle sue scelte, e viene quasi sempre tiranneggiata dagli altri, che le impongono i loro desideri: non sfida mai apertamente chi la contrasta, ma preferisce nascondersi e delegare ad altri le incombenze. D’altro canto, Piers è un personaggio più riuscito ed sfaccettato, ma per nulla adatto nel ruolo della “Bestia”; sembra piuttosto un maleducato, iroso e pieno di rancore. Tra i comprimari un paio spiccano come potenzialmente interessanti, ad esempio Zenobia, Prufrock o Sébastien, ma vengono tutti accantonati in favore della relazione tra il duca di Windebank e lady Bernaise, se possibile ancor più melensa di quella dei due protagonisti.
A favore della James posso annoverare soltanto lo stile scorrevole, che a tratti tenta qualche fiacco salto di qualità, e gli sparuti riferimenti al mondo delle fiabe sparsi un po’ in tutto il testo: un’idea carina seppur poco originale. L’autrice commette però un azzardo quando sceglie un’ambientazione storica che poi non è evidentemente in grado di gestire, e lo mettono in chiaro i dialoghi decisamente inadatti ai primi anni dell’ottocento.
Il vero problema del romanzo è il suo non essere un vero romanzo: per tutta la lettura ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una fan-fiction adattata per l’editoria, pratica comune oggigiorno, ma solo nelle note finali ho avuto conferma che l’autrice si è ispirata -non proprio velatamente- al personaggio di Gregory House, protagonista della serie TV “Dr. House”, per il suo Piers.
Da ultimo mi sono riservata il peggio, ossia i messaggi sbagliati che il libro riserva al lettore: ad un romanzo d’intrattenimento si può perdonare la frivolezza, ma non certo la ripetizione continua di concetti quasi malati. Mi riferisco innanzitutto all’eccessiva possessività di Piers, specie quando lui rimarca ogni due per tre i suoi diritti su Linnet; questa è oggettificazione, non certo l’amore incondizionato a cui ammicca la James. L’altro concetto errato riguarda la nostra protagonista, che cade vittima della sua stessa “bellezza”, tanto da credere che la si ami solo in virtù di quest’ultima. L’imbeccata è de principio valida, ma si risolve in un nulla di fatto quando diventa chiaro che la “Bella” sarà per sempre tale.
Indicazioni utili
Liberarsi dai lacci della felicità
Patriarca di molti romanzi distopici novecenteschi, “Noi” è al contempo feroce satira dell’utopia comunista e lucida anticipazione di quelle che solo anni dopo saranno le grandi dittature europee: Zamjatin delinea con chiarezza quasi profetica uno Stato Unico governato col pugno di ferro dal Benefattore, pronto a mettere a tacere con la forza chiunque osi opporsi a quella che i nostri occhi di lettori contemporanei appare come una vera e propria dittatura.
Zamjatin si allontana però decisamente dai primi anni del ‘900 quando scegli come ambientazione per il suo romanzo un futuro lontano in cui la razza umana si è affacciata al baratro dell’estinzione per poi chinarsi docilmente al giogo dello Stato Unico, che imprigiona i suoi abitanti in una felicità illusoria, dopo averli resi liberi dalla libertà stessa.
È questo lo scenario in cui si muove D-503, Costruttore della navicella spaziale denominata “Integrale”, prossima al suo primo viaggio su nuovi pianeti dove portare la vera civiltà. L’esistenza preordinata del protagonista, piccolo ingranaggio nel grande meccanismo statale, viene radicalmente stravolta dall’incontro con I-330, di cui si innamora e grazie alla quale riesce infine a vedere il vero volto del Benefattore.
In D-503 la trasformazione è molto graduale, a volte pare quasi fare dei passi indietro; la rivoluzione è però già in atto e chi vuole sfidare il potere dello Stato Unico non attende ulteriormente per far sentire la propria voce. Gli eventi si fanno via via più adrenalinici, con l’approssimarsi del finale e della rivelazione circa il destino di questa Terra tanto distante della nostra, sia sul piano temporale sia su quello culturale.
Se paragonato ai protagonisti di romanzi distopici più moderni, D-503 si dimostra a più riprese un uomo poco coraggioso, ed il solo motivo che lo spinge alla ribellione contro il regime è il sentimento d’amore per I-330, in assenza della quale si ritrova spesso preda del dubbio; per gran parte del romanzo si trova sospeso quasi tra due versioni di se stesso: l’ubbidiente unità, parte del Noi collettivo, e l’Io selvaggio, egoista e a tratti animalesco. Il suo comportamento può comunque trovare una comprensibile giustificazione nell’ottica di una vita interamente allietata dalla felicità effimera dello Stato Unico: non deve essere stato affatto facile comprendere un’alternativa a tutto ciò.
Il ruolo dell’eroina ribelle viene quindi delegato a I-330, tratteggiata quasi come una femme fatale capace di persuadere ogni uomo ad aiutarla nei suoi piani. Benché il punto del protagonista porti il lettore lontano dall’azione, I-330 si dimostra comunque una donna decisa nei suoi propositi e pronta a tutto per essi, perfino a resistere ad una crudele tortura.
Il Benefattore risulta invece un antagonista embrionale, primo di una caratterizzazione; la sua figura fa pensare ad un’ombra che incombe sui protagonisti, anziché ad una persona in carne ed ossa.
In questo romanzo è inoltre la collettività stessa a diventare un personaggio. Le persone ci vengono presentate come del tutto dimentiche della loro individualità: tutti indossano gli stessi vestiti, compiono le stesse azioni nello stesso istante ed hanno perfino perduto il nome in favore di numeri e lettere.
È curioso segnalare come il protagonista associ la lettera di ognuno alla sua fisicità e come inserisca nel suo “diario” molti riferimenti ai numeri, ai calcoli e alle forme, seppur ciò non stoni affatto in un mondo dove perfino attività artistiche quali la poesia sono schematizzate e dominate dalla matematica.
Un plauso infine allo straordinario stile di Zamjatin, specialmente per le geniali metafore e per le riflessioni che ispira nel lettore, ma anche all’ottima traduzione italiana di questa edizione, resa più ricca dalle utili note a fondo volume.
Indicazioni utili
La bontà del mostro
È davvero insolito imbattersi in un romanzo young adult dallo stile tanto curato ed elegante. La Taylor dimostra l’abilità necessaria a coniugare una storia incredibilmente originale ad una ricca prosa che, una volta tanto, prende degnamente in considerazione i giovani lettori.
In questo primo volume, di quella che sarà una trilogia, la trama è soprattutto finalizzata ad offrire al lettore un quadro generale dei personaggi principale, nonché del particolare mondo fantasy in cui questi si muovono. Uno dei maggiori pregi de “La chimera di Praga” sta proprio nelle sue ambientazioni: si rimane quasi stregati dalle descrizioni della capitale della Repubblica Ceca, del Marocco e dell’assurdo negozio di Sulphurus. Come accennato, la storia è abbastanza povera di eventi, per lo meno di quelli ambientati nel presente: Karou è una giovane artista che conduce una doppia vita, come assistente della chimera Sulphurus, finché l’incontro-scontro con l’angelo Akiva la aprirà gli occhi su un mondo nascosto, in cui imperversa una guerra secolare tra le chimere e gli angeli.
Uno dei pochi punti a sfavore di questo romanzo è proprio questa guerra, che viene spiegata in modo confuso e un po’ frettoloso; spero che questo aspetto venga chiarito nei capitoli successivi, come pure le dinamiche del regno angelico che finora è rimasto parecchio marginale e nebuloso.
Gli elementi più originali nella trama sono la particolare concezione della magia, sia quella dei denti raccolti da Karou in giro per il mondo, sia quella operata a mezzo dei desideri concessi ai suoi clienti di Sulphurus, che a tratti ricordano un meccanismo fiabesco o anche le promesse da tentatore di Mefistofele nel “Faust”; molto caratteristica è anche la concezione degli angeli come un popolo di guerrieri avezzi al dominio sulle chimere, che considerano esseri inferiori. Ad incuriosire il lettore, e a creare una buona suspense per il seguito della trilogia, contribuiscono poi in buona parte i bizzarri e misteriosi personaggi.
A spiccare nel cast è giustamente la protagonista: Karou è coraggiosa, curiosa e tenace, si dimostra su tutta la linea ben più interessante dell’ “altra” protagonista, Madrigal. Questo rende purtroppo un po’ tediosa la seconda parte del romanzo, in cui la storia di Madrigal è al centro della narrazione, e con lei il suo carattere ben più debole e volubile rispetto a Karou, seppur rimanendo un personaggio positivo e votato al bene. Con Akiva è tutt’altra storia, perché il suo personaggio rimane sempre all’ombra delle due protagoniste e risulta pertanto totalmente dipendente da loro, inoltre per ben due volte abbandona la sua cosiddetta famiglia per un amore ingigantito dalla sua fantasia, senza curarsi del dolore che lascerà dietro di se.
Le storie d’amore in questo romanzo sono un po’ sotto tono e se ne caso di Karou e Akiva ciò può essere giustificato dalla rapidità con cui procede, che pare più una sorta di predestinazione, per Madrigal e Akiva sembra invece che tutto sia basato solo su un’attrazione di tipo fisico, praticamente un colpo di fulmine senza alcuna motivazione più profonda alla base.
Vorrei inoltre dare il giusto credito alla brillante caratterizzazione dei comprimari, in prmis Sulphurus e il suo gruppo di fedeli, che presentano un volto decisamente umano del mondo delle chimere, nonché la “coppia” formata da Izîl e Razgut, grottesco duo capace di mostrare le estreme conseguenze per quelli che cercano di ottenere troppo da un patto con il diavolo.
Indicazioni utili
Il colore del peccato
Quest’oggi possiamo ammirare l’ennesimo classico, in questo caso della letteratura statunitense, bistrattato da un’edizione targata Newton Compton. Per quanto riguarda la traduzione, essa è come al solito datata ed inoltre si è scelto di tradurre anche i nomi dei personaggi: logicamente stona un po’ sentir parlare di Ruggero Chillingworth, per esempio. A penalizzare l’edizione contribuisce anche l’introduzione, che a mio avviso può essere salta a piè pari; non solo spoilera l’intera trama, ma risulta anche troppo citazioni sta e decisamente inconcludente.
La storia di per se non è certo ricchissima di eventi, anzi si può dire che la narrazione, pur coprendo un arco di circa sette anni, si focalizzi soltanto su alcuni momenti fondamentali.
A grandi linee, la trama è parecchio nota: la giovane ed avvenente Ester Prynne viene pubblicamente smascherata come adultera, quando partorisce la piccola Perla mentre il marito viene considerato disperso in mare. La comunità salemiana, molto tradizionale e religiosa, decide di punire la donna con una lettera “A” in tessuto rosso da portare a vita cucita sul corpetto.
Il punto focale del romanzo si può quindi individuare nei protagonisti e nella loro caratterizzazione. A spiccare è logicamente la figura di Ester, di cui Hawthorne esalta lo spirito coraggioso ed indipendente, soprattutto nell’ottica delle dure prove che la donna è chiamata ad affrontare per crescere al meglio la figlia; il carattere di Ester è messo in luce anche nel confronto con la malvagità abnorme di Chillingworth e con la debolezza che Dimmesdale sembra incapace di affrontare.
Oltre alla protagonista, anche gli altri personaggi ottengono sufficiente spazio, in particolare sulla relazione tra il pastore ed il medico: Chillingworth avverte istintivamente che Dimmesdale nasconde un segreto nel cuore ed attua nei suoi confronti una tortura quasi di tipo psicologico per scoprirlo, situazione che ricorda per certi versi la persecuzione della Creatura ai danni di Victor in “Frankenstein” (QUI la recensione).
Ad essere essenziale per lo sviluppo del rapporto tra Ester e Dimmesdale è invece Perla che, per merito del suo animo sensibile, riesce a comprendere appieno il veri animo delle altre persone.
Il personaggio più divertente è invece la vecchia Hibbins, che riunisce in se tutte le antiche superstizioni sulle streghe. Allo stesso modo, l’autore da’ abilmente voce ai pensieri più bassi e detestabili del popolo, sempre pronto a giudicare ed additare i peccatori.
Per introdurre il romanzo, Hawthorne adotta un metodo già utilizzato da Manzoni ne “I promessi sposi”: inscena il ritrovamento della stoffa che un tempo fu la celebre lettera scarlatta, corredata da un manoscritto con l’intera storia. Per questa introduzione, l’autore è stato aspramente criticato, specialmente a causa dei riferimenti a dei compaesani dell’autore, probabilmente non troppo lieti di vedersi famosi loro malgrado.
Lo stile di Hawthorne varia durante la lettura: se nella prima parte si evidenzia una curiosa ironia (o auto-ironia nel caso dell’introduzione) che ricorda molto il contemporaneo Dumas, continuando il tono si da via via più cupo, collegato in special modo alla distruzione del personaggio di Dimmesdale.
Segnalo infine i moltissimi riferimenti biblici e gli ancor più numerosi paragoni tra l’epoca dell’autore e il periodo in cui è ambientato il romanzo.
Indicazioni utili
Chi ha la pelle dura come un coccodrillo?
Risulta davvero difficile trovare una sintesi vera e propria di questo romanzo, ma la brevissima premessa sul retro non viene affatto disattesa: in questo romanzo c’è realmente la vita, la vita di una famiglia, e anche piuttosto allargata con tanto di amanti, dipendenti affezionati e vicini accolti in seno al nucleo familiare.
Riassumere la trama d’altro canto non è per nulla semplice: ogni personaggio segue la propria via o, in alcuni casi, se la crea con le proprie forze. Per essere precisi, sono presenti molte storylines, tutte intrecciate tra loro a formare un più ampio affresco.
In questo romanzo familiare collimano infatti personaggi dai caratteri molto diversi e, a volte, diametralmente opposti; in realtà, più che personaggi sarebbe corretto parlare di persone. La prosa della Pancol delinea dei comportamenti, delle situazioni e delle passioni molto vicine alla vita reale, e per nulla artificiose.
Mi ha sorpreso soprattutto il coraggio dell’autrice di presentare personaggi molto negativi, che per tutto i romanzo tengano dei comportamenti odiosi, spesso nei confronti di quella che si può considerare la protagonista, Jósephine: sarebbe stato più facile creare personaggi gentili e simpatici ai lettori. Alla fine però si arriva alla resa dei conti e chi prima aveva sbagliato paga le proprie cattiverie.
D’altro canto la presenza di così tanti personaggi rende la prima parte del romanzo veramente lenta, specie per spiegare tutti i legami esistenti. Un’altra scelta poco felice della Pancol sta nelle risoluzioni da “soap opera”, tra le quali la storia del gemello segreto è solo la punta di un ben più vasto iceberg sotto la superficie.
Per quanto riguarda i coccodrilli annunciati nel titolo e nella copertina, l’intero romanzo è caratterizzato da continui riferimenti ai rettili in generale e, appunto, ai coccodrilli in particolare; ci sono anche metafore o giochi di parole su questi coriacei predatori e sui loro intensi occhi che illuminano la notte. Solo più in là si incontrano dei coccodrilli in carne ed ossa, e denti pronti a sbranare chi incautamente gli si avvicina.
In generale, il romanzo non porta alla luce nessun tema nuovo od illuminante; sebbene si parli ampiamente della solitudine per molti personaggi, ritengo negativo mettere in evidenza come una donna non possa vivere da sola: non solo nel caso si Jo, ma anche per chi sembra capace di sostenersi come Shirley o chi quasi disprezza il marito.
Sempre in relazioni ai sentimenti di Jósephine, avrei di gran lunga preferito che l’uomo con il montgomery si defilasse, in favore di qualcun altro; ma è solo un’opinione personale, inoltre questo romanzo è solo l’inizio di una trilogia, quindi tutto può ancora accadere.
Strutturalmente, il volume è diviso in cinque parti, senza capitoli cosa che rende un po’ difficoltoso interrompere la lettura. Seppure carente in quanto a qualità della rilegatura, l’edizione italiana è davvero valida come traduzione e priva di refusi.
Nello stile dell’autrice, è davvero notevole il variare di tanti POV, ognuno dei quali fornisce al lettore nuove verità e retroscena, magari ignoti agli altri personaggi.
La Pancol spesso intreccia i pensieri dei suoi personaggi alla narrazione in terza persona, anziché separarli nettamente. Questo genera sovente una sorta di vortice formato dai pensieri, che ci permette di scrutare meglio nella mente dei personaggi. Molto intrigante anche il modo in cui l’autrice racconta il romanzo scritto da Jo: la passione con cui viene illustrata la storia fa venire davvero voglia di poter leggere “Un’umile regina”.
Indicazioni utili
Peter Pan impara a crescere
In un momento in cui i supereroi la fanno da padroni in ogni tipo di intrattenimento, questo romanzo ci trasporta in un mondo dove chi ha dei poteri non salva gli indifesi indossando abiti appariscenti. Gli Speciali infatti sono costretti a celare la propria identità ai Normali e, soprattutto, ai Vacui che danno loro la caccia da tempo immemore.
La trama per questo primo volume -di quella che sarà una trilogia- è abbastanza lineare e non presenta grosse sorprese, eccetto un bel colpo di scena sul finale che davvero non mi aspettavo. Seguiamo quindi le vicende di Jacob, un ragazzo dalla vita tutto sommato ordinaria; a dare un bel tocco di avventura alle sue giornate ci pensa il nonno Abe, con i suoi favolosi racconti sugli anni passati in un orfanotrofio abitato da bambini dotati di straordinari poteri. Con il passare degli anni, Jake si convincerà che quelle del nonno erano solo fantasie, ricordi distorti per dimenticare le sofferenze negli anni della guerra, almeno fino al giorno in cui assiste all’omicio di Abraham, proprio ad opera dei mostri che nei suoi racconti davano la caccia ai bambini Speciali.
Questa tragedia mette in moto una serie di eventi che porteranno il nostro protagonista sull’isola di Cairnholm, dove scoprirà la verità sul nonno, e anche sul suo destino.
Jacob è il protagonista perfetto in un romanzo per ragazzi: ironico, alla mano e ben lontano dall’essere perfetto; a tratti mi ha ricordato Percy Jackson, ma è comunque ben strutturato ed il suo POV rende la lettura scorrevole e piacevole. Molto toccante e ben costruito il legame che lo unisce al nonno che, pur comparendo ben poco nel romanzo, è risultato tra i migliori personaggi. Ho trovato invece esagerato introdurre così tanti tra gli Speciali, cosa che crea non poco confusione, specie se nominati solo un paio di volte.
È doveroso precisare che nella maggior parte dei casi, i poteri di questi bambini li rendono degli strambi fenomeni da baraccone piuttosto che dei supereroi; tutto sommato, sono comunque ben pensati ed affatto esagerati, con l’eccezione delle ymbryne, di cui spero si parlerà più e meglio nei prossimi volumi
L’intero romanzo può essere interpretato come una rivisitazione della fiaba di Peter Pan, con Jacob combattuto tra restare sull’isola e vivere in un mondo idilliaco seppur statico, e crescere normalmente, vivendo come da sempre è abituato. Alla fine si raggiunge un equilibrio tra le due alternative, con Jake e gli altri bambini che comprendo di dover crescere, seppur restando nel passato.
A farmi storcere il naso è stato invece il comportamento del protagonista nei confronti della sua famiglia e della sua “vecchia” vita: non penso che un ragazzo normale, senza gravi problemi con i genitori, possa andarsene così a cuor leggero sapendo che molto difficilmente li potrà incontrare di nuovo. Sembra invece che a Jacob non importi affatto di parenti ed amici.
Un plauso è dovuto alla grafica, per le splendide foto (tra l’altro genuinamente d’epoca) nonché per le primi pagine dei capitoli, arricchite da decorazioni molto retrò.
In conclusione, segnalo che se l’orfanotrofio di Miss Peregrine vi ricorda un po’ la scuola del Professor X, penso si tratti in un vizio di famiglia, se così si può dire: la moglie di Riggs, Tahereh Mafi, è l’autrice di un romanzo che in molti hanno additato come un plagio della storia di Rogue, personaggio per l’appunto del fumetto degli X-Men.
Indicazioni utili
Gli ultimi saranno i primi
Spesso mi è successo di parlare con persone che ritenevano gli autori russi incapaci di scrivere romanzi con l’amore come elemento centrale. Se c’è qualcosa che in “Delitto e castigo” manca non è di certo l’amore, in ogni forma e sfaccettatura: il tenero affetto di una madre, quello di un amico o di una sorella e soprattutto la passione e la devozione per la persona amata.
Nel capolavoro di Dostoevskij c’è poi spazio per moltissime tematiche, che portano il lettore a riflettere su svariate questioni; sembra che ogni personaggio porti con sé uno o in alcuni casi più argomenti, come Katjerìna, con il suo orgoglio imperituro, a dispetto dell’umilissima condizione, e Andrèj che annuncia il prossimo avvento di un mondo senza differenze e barriere, ossia l’utopia del comunismo. La “teoria” più affascinante a mio avviso è però quella dell’arscin, il minuscolo spazio in cui ogni uomo sarebbe disposto a vivere pur di non dover andare incontro alla morte.
La tematica sovrana, e ancor oggi attuale, è rappresentata dal quesito che tormenta il protagonista: fino a che limite ci si può spingere per il bene comune? La morte di un solo essere abbietto trova giustificazione nella salvezza di decine di innocenti? Il delitto che da inizio alle vicende non è infatti dettato da uno scopo meramente materiale, ne dalla semplice cattiveria; il protagonista Raskòlnikov possiede anzi un forte senso della giustizia, seppur non in senso canonico. Questo porterà non solo alla decisione finale di costituirsi, ma anche a moltissime riflessioni sulla legittimità, prima e dopo l’assassinio.
Attorno a questo anti-eroe, si crea un cosmo di personaggi affascinanti e perfettamente delineati, tanto da poter notare il lavoro di caratterizzazione anche nelle comparse. In linea generale, Dostoevskij da’ vita a personaggi maschili viziosi, seppur consci dei propri difetti -in primis lussuria, gola ed ira-, mentre le figure femminili sono quasi sempre pie e devote, in special modo alla famiglia; esempi lampanti sono Dùnja e Sonja, per le quali si configurano delle storie quasi fiabesche, con le eroine vessate ed umiliate che trovano infine il riscatto e il vero amore.
“Delitto e castigo” si dimostra anche tra i capostipiti del genere thriller, non solo per l’omicidio e l’indagine che ne consegue, ma soprattutto per le svolte inattese che sorprendono il lettore e per l’intelligente inserimento di piccoli indizi, destinati a tornare in mente nel momento in cui qualche mistero viene svelato, come nel caso del piano di Lùgin.
La straordinaria abilità dell’autore permette inoltre al lettore di empatizzare con tutti i personaggi, perfino con gli antagonisti o con chi assume dei comportamenti deprecabili come Marmelàdov; d’altro canto, il lavoro d’introspezione focalizzato in gran parte sul protagonista permette di provare le sue stesse ansie ed angosce, oltre a simpatizzare con la sua idea del bene comune che giustifica ogni azione. È interessante notare la presenza di moltissimi riferimenti alla fede cristiana e al valore dei beni, con tanto di cifre enunciate; ciò si può ricollegare all’esperienza diretta dell’autore, che spesso cita dettagli autobiografici.
Per quanto riguarda quest’edizione Newton Compton, oltre agli errori di battitura a cui ormai sono rassegnata, il volume presenta un paio di difetti abbastanza rilevanti: per dialoghi e pensieri viene utilizzato il medesimo segno grafico, causando così inutile confusione nel lettore, e la traduzione in generale sembra un po’ datata, con molti termini a dir poco desueti.
Indicazioni utili
La verità difficile da trovare
A chi come me si approccia a questo romanzo dopo la visione della serie TV sconsiglio di aspettarsi che quest’ultima sia una trasposizione fedele: gli sceneggiatori hanno preferito limitarsi all’idea di base e sviluppare una storia completamente diverso, e ben più adrenalinico. A confronto il romanzo preferisce all’azione i pensieri dei personaggi e l’introspezione dei loro sentimenti.
Dick concede davvero molto spazio alle riflessioni, specialmente per i personaggi POV, e in diversi casi ne sfrutta i pensieri al fine di riportare le sue idee personali.
La maggiore abilità dell’autore è saper ideare dei personaggi brillanti, tratteggiati con maestria, anche se in alcune situazioni non è facile capire il significato delle loro scelte ed empatizzare con loro.
Sono rimasta delusa in particolar modo da Juliana, che nella serie TV è praticamente la protagonista e rivela un carattere quasi opposto a quello nel romanzo; è invece una vera sorpresa Childan, soprattutto nell’ottica dell’evoluzione da servile imbonitore dei giapponesi a fiero americano, che comprende infine il valore della propria nazione e cultura.
Di base la trama -che si sviluppa con lentezza- presenta un iniziale “what if” storico: nel mondo del romanzo ci troviamo in un Nord America diviso tra Germania e Giappone che sono risultati i vincitori della Seconda Guerra Mondiali. Da questa premessa si genera un romanzo corale in cui molti personaggi non giungono mai a riunirsi, seppur influenzando gli uni le vite degli altri, come a divenire gli anelli in una lunga catena.
A collegare i personaggi contribuiscono soprattutto due libri: l’I Ching, millenaria opera composta da due volumi che quasi tutti usano per tentare di far luce sul proprio avvenire, e “La cavalletta non si alzerà più”, romanzo che profila una terza variante della realtà, con gli Stati Uniti e l’Inghilterra vincitori del conflitto mondiale e protagonisti di una Guerra Fredda per la supremazia assoluta.
Dick non si limita a cambiare l’esito della Guerra, ma riesce a creare un complesso mondo alternativo, nel quale inserisce anche dettagli e riferimenti alla Storia come noi la conosciamo, rendendo così ancor più arduo distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
Altra qualità dell’autore che si può riscontrare chiaramente è la sua vasta conoscenza delle cultura orientare in generale e di quella giapponese in particolare: questo contribuisce a rendere interessanti e realistici gli scambi tra personaggi provenienti da Paesi diversi. Il quadro dipinto per i nazisti appare invece un po’ troppo stereotipato e privo di spunti originali.
La presenza di diverse etnie genera inoltre la creazione di una piramide sociale, da tutti accettata tacitamente, che vede al vertice i tedeschi e poi a scendere i giapponesi, gli americani e infine che è emigrato dalla Cina e dall’Africa. Ciò genera un servilismo anche a livello mentale, ma d’altro canto non aiuta ad accrescere il senso di pietà per chi sta alla base, anzi lo azzera completamente.
Il romanzo di Dick non è solo un’originale distopia degli anni ’60, ma anche una storia di fantascienza; fa però riflettere l’evidente contrasto tra i viaggi spaziali progettati dal Reich e la diffusione dei metodi divinatori orientali.
Per quanto riguarda l’edizione italiana, ho trovato l’introduzione un po’ prolissa ma utile ad entrare nell’ottica di un romanzo che inizia in media res. Interessante anche la post fazione che ci dimostra come da sempre i vincitori possano scrivere la Storia a proprio favore.
Indicazioni utili
Con l'incanto di una fiaba
Ceony Twill è una giovane di talento che ha appena terminato gli studi in modo brillante; si trova purtroppo costretta ad accantonare i suoi sogni ed iniziare un apprendistato per intraprendere poi una carriere ben lontana da quella desiderata.
Ceony non è però una ragazza italiana dei giorni nostri, bensì un’abile maga in una Londra novecentesca alternativa in cui la magia non solo esiste ma è nota a tutti ed essere maghi è una professione -seppur esclusiva- come le altre, tanto che la protagonista l’ha scelta come alternativa al diventare una cuoca.
Nell’originale ambientazione si trova indubbiamente il maggior pregio di questo romanzo in cui la magia viene presentata in modo inedito: non più come qualcosa di oscuro e slegato dalla vita quotidiana, ma come elemento essenziale di questa, capace di evolversi di pari passo alla tecnologia (si parla per esempio di maghi che lavorano esclusivamente con la plastica) anziché opporsi ad essa come generalmente è percepito nell’immaginario comune.
Per quanto riguarda la trama invece l’originalità viene un po’ a mancare, ho individuato infatti un paio di similitudini con altre opere. La prima è “Papà Gambalunga” di Jean Webster, in cui ritroviamo una giovane di umili natali ma dotata di grande vocazione (in quel caso, per la scrittura) che viene aiutata economicamente da un misterioso benefattore del quale infine si innamorerà. Abbiamo poi “Il castello errante di Howl”, e mi riferisco al film di Hayao Miyazaki non al romanzo di Diana W. Jones; in una scena presente per l’appunto solo nel lungometraggio, la protagonista compie un viaggio nei ricordi passati del mago Howl che somiglia molto all’avventura nel cuore di Mg Thane intrapresa da Ceony.
Purtroppo la trama, oltre ad essere molto prevedibile, mi è sembrata anche troppo frettolosa nel rivelare al lettore le risposte ai pochi quesiti e misteri. Anche l’innamoramento della protagonista e l’inseguimento di Lira potevano essere descritti con più calma e magari con la presenza di ostacolo più ostici da superare; questa scelta ha però il merito di aver concentrato l’attenzione sull’analisi del passato e dei sentimenti di Thane e, in modo più delicato e quasi in ombra, di Ceony, che grazie ai momenti vissuti durante la missione di salvataggio trova il coraggio di dar voce anche ad alcuni aspetti più oscuri del suo animo.
Ne deriva che i due protagonisti appaiono interessanti e ben strutturati; lo stesso non si può dire per l’antagonista: tutto in Lira risulta a malapena abbozzato e il suo fine e le sue azioni non vengono mai chiarite, sebbene i prossimi volumi della trilogia potrebbero far luce a riguardo. Gli altri personaggi sono poco più che comparse, pronte a cedere il passo affinché il focus si concentri sui protagonisti.
Sullo stile dell’autrice preferisco non sbilanciarmi né in positivo né in negativo: è abbastanza semplice e scorrevole, per nulla pretenzioso, ma desidero leggere gli altri libri per controllare la presenza o meno di un miglioramento, di una maturazione soprattutto nella scelta delle sequenze a cui dare più spazio.
Nell’intero romanzo, la Holmberg inserisce poi un gran numero di dettagli, riferimenti e perfino giochi di parole collegati alla carta, al cuore ed alla precisione -qualità fondamentale per ogni piegatore che si rispetti-; ritengo sia stata una scelta molto azzeccata per coinvolgere ancor più il lettore in questo magico mondo dotata di un particolare fascino in grado di farci tornare per un attimo bambini.
Indicazioni utili
Sarai oscurità
Romanzo ricchissimo di tematiche tutt’oggi attuali, “Frankenstein” è certamente tra i più noti esempi della letteratura gotica, nonché capostipite del filone legato ai mostri rianimati e agli scienziati pazzi, sebbene negli anni la storia originale sia stata posta in ombra dalle sue versione cinematografiche; questo cambiamento si evidenzia soprattutto nella figura del mostro, che da essere senziente e pieno di passioni, è diventato nell’immaginario collettivo una sorta di zombie incapace perfino di emettere suoni articolati.
Lo schema narrativo della vicenda ricorda quello di “Cime tempestose”, con un narratore di partenza che diviene in seguito spettatore al pari del lettore quando entra in scena un secondo narratore; in questo romanzo si opta però per una forma epistolare, che a tratti diventa quasi un diario personale.
Ci troviamo quindi sulla nave dell’esploratore Walton che, nel mezzo dei ghiacci artici, trova uno stremato Victor Frankenstein all’inseguimento della sua Creatura. Gran parte della vicenda è quindi narrata dal punto di vista del lettore e risulta pertanto distorta dai suoi sentimenti e dai suoi desideri, tant’è che si empatizza pienamente con lui, finché non è la volta di udire la versione della Creatura: da quel momento Victor appare sotto tutt’altra luce, risultando nulla più di un bambino viziato che, dopo aver morbosamente desiderato un giocattolo, se ne stanca in fretta e lo getta via.
Di riflesso, il mostro prima viene descritto come un freddo assassino, mentre con l’apprendere la sua commovente storia si comincia a rivalutarlo in quanto dimostra a più riprese di saper essere ragionevole e comprensivo, ben più del suo stesso creatore; in sostanza lo si può vedere come un Buon Selvaggio, nato puro e semplice per poi essere fuorviato dal contatto con la società umana, che ha letteralmente cancellato dal suo animo ogni traccia della primigenia bontà.
Per quanto riguarda gli altri personaggi, viene dato loro ben poco risalto nella vicenda; da notare è certamente come tutti non possano fare a meno di trattare amorevolmente Victor. L’unico personaggio a far eccezione è uno degli insegnati di Victor a Ingolstadt, Monsier Krempe, che è così diventato il personaggio secondario da me più apprezzato.
Uno dei maggiori pregi del romanzo, si ritrova nelle descrizioni paesaggistiche: le ambientazioni sono rese con maestria sia nei luoghi “civili”, come Ginevra o le altre città visitate da Victor, sia in quelli più remoti, come il mare ghiacciato affrontato da Walton.
Tra i temi maggiormente analizzati troviamo l’influenza delle passioni sulle azioni umane (e non, nel caso della Creatura), al punto da stravolgere completamente l’esistenza di chi si lascia travolgere sa esse.
Molto particolare è invece la percezione che i protagonisti hanno della felicità: se per il dottore si tratta solo di brevi momenti tra tanti dolori, il mostro sembra invece destinato a non provarla mai, ma pare poi ottenerla almeno per poco quando viene inseguito dal suo creatore, ed ha infine qualcuno che vive in funzione di lui. Vorrei infine spendere qualche parola su questa edizione. Benché le note a piè di pagina siano ben scritte e molto utili a comprendere meglio alcuni passaggi, l’introduzione mi è sembrata invece eccessivamente prolissa e ripetitiva, nonché piena di spoiler che hanno compromesso in parte la mia lettura.
Indicazioni utili
Un crescendo
Devo ammettere di aver iniziato la lettura di questo romanzo con l’idea sbagliata: pensavo si sarebbe rivelato più o meno affine allo stile di John Green, che in genere fa leva su temi ad alto impatto emotivo per catturare i lettori; in questo volume invece il contesto sociale e storico ha molta meno rilevanza di quanto promesso nella sintesi introduttiva, dove forse si è calcata la mano per ragioni di marketing.
In ogni caso, nella prima metà del romanzo mi sono davvero sentita combattuta, perché da un lato avevo letto delle recensioni a dir poco entusiaste, ma dall’altro trovavo lo sviluppo della trama parecchio confuso e le situazioni in cui si trovava ad essere il protagonista inverosimili. Soltanto nei capitoli finali si ottiene una spiegazione chiarificatrice, benché personalmente ritengo alcuni comportamenti ed azioni al limite dell’irrealtà, come ad esempio il fatto che la maggior parte dei Black di New York siano disposti ad assecondare un bambino (e sua madre): è mai possibile che non abbia incontrato nessuna persona violenta, o perlomeno non disponibile?
Voglio elencare subito anche gli altri elementi a mio giudizio negativi, per poi passare a quelli che mi sono piaciuti. E tanto.
Penso che Foer abbia un po’ esagerato nell’uso delle metafore, infatti se le sommiamo ai tanti comportamenti bizzarri di buona parte dei personaggi, si arriva al punto di non poter capire cosa accade veramente e cosa no; questo tipo di “confusione” può essere piacevole a piccole dosi, ma qui mi è sembrata eccessiva e poco naturale, come se l’autore studiasse le sue scelte a tavolino.
Non mi è piaciuta neppure la risoluzione del mistero della chiave: l’ho trovata troppo semplice, e non capisco come si possa optare per una scappatoia del genere dopo aver curato tanto i dettagli nei capitoli precedenti. Questa scelta dell’autore è stata senza dubbio molto deludente.
Il disappunto più grande è stato però causato dalla superficialità con cui Foer parla dell’autolesionismo in un bambino delle elementari! E anche questo è un elemento irreale, perché se può essere verosimile lasciare il proprio figlio libero di esplorare la città, non lo è di certo ignorare i lividi che si procura in svariate occasioni.
Questi in linea di massima sono i motivi per cui non urlo al miracolo assieme agli altri fan di Foer. Riconosco comunque la maestria con cui si è creato un proprio stile distintivo, che dimostra di padroneggiare soprattutto quando fa ricorso più volte alle stesse parole e alle stesse frasi, per creare un’atmosfera particolare o per dare l’illusione che siano parte del lessico comune. Molto interessante anche quando accosta vari punti di vista dello stesso evento per colmare con le informazioni di uno i buchi narrativi dell’altro.
Geniale la scelta di impaginare in modo diverso le lettere dei nonni di Oskar: se da un lato abbiamo Thomas Senior che scrive tutto il testo attaccato, abituato a non sprecare neanche un centimetro di carta nei suoi quaderni, dall’altro la nonna lascia degli spazi tra le parole e le frasi, trasposizione delle lunghe pause nel suo parlato.
Infine, il maggior pregio dei questo romanzo si riscontra nella magistrale cura della parte grafica, con le fotografe che accompagnano piacevolmente la lettura e permettono di sentirsi un po’ più vicini ad Oskar.
Sul “fronte delle lacrime”, spero di non essere considerata un mostro, ma mi sono commossa soltanto al racconto di William Black e, soprattutto, leggendo l’intervista alla donna di Hiroshima.
Indicazioni utili
Quando l’eroe non è un eroe
Qual è la differenza tra l’avere un allenatore personale e l’andare semplicemente in palestra per proprio conto? A quanto pare tutta la differenza che c’è tra la scuola di Hogwarts e il Magisterium: nella prima vengono insegnate formule magiche, pozioni e un po’ di storia della magia; nel secondo sembra sufficiente esercitarsi e ripetere allo sfinimento le stesse operazioni per migliorarsi.
Va bene, è un po’ troppo facile partire subito con un paragone tra questo romanzo e la saga potteriana, ma non è certo mia intenzioni gridare al plagio, anzi a mio avviso lo si può vedere come un omaggio al mondo creato da J. K. Rowling. Questo vale solo se escludiamo l’antagonista e il suo “legale” -per usare un eufemismo- con il protagonista che sembrano davvero una copia poco fantasiosa di Voldemort, e di Harry in quanto Horcrux.
Inizialmente, anche la trama pare un accozzaglia di idee già lette, ma con il proseguire degli eventi essa si evolve in un intreccio ben più interessante e curioso, che costringe il lettore a proseguire con la lettura dei volumi successivi per scoprire dove andrà a parare.
Abbiamo quindi un aspirante mago talentuoso (e questa volta orfano solo a metà), una scuola di magia, due amici coi quali formare l’immancabile terzetto e un insegnate preparato seppur severus severo. Ad animare questo quadro di partenza è innanzitutto la rivelazione che il nostro protagonista una volta tanto non è l’eroe destinato a salvare il mondo, anzi in un primo momento il giovane Callum non desidera neppure entrare nel Magisterium; questo e molti altri dettagli lo rendono un protagonista un po’ insoluto e interessante.
Il filo conduttore in questo primo romanzo sembra semplicemente l’avanzamento nello studio della magia durante il primo anno alla scuola, noto appunto come l’Anno di Ferro. Vari colpi di scena e misteri lasciati volutamente irrisolti aiutano poi ad arricchire la trama, che risulta comunque parecchio scarna.
Quindi abbiamo un libro breve e dallo stile scorrevole: in teoria l’avrei dovuto leggere in un paio d’ore, ma purtroppo ci sono dovuta fermare diverse volte per i dubbi causati da un’ambientazione a dir poco confusa. Ad esempio, non è mai chiarito se le persone “normali” (i Babbani, per intenderci) siano o meno a conoscenza dell’mondo magico; anche il funzionamento della magia rimane parecchio oscuro, perché da un lato sembra sia sufficiente pensare all’obiettivo per attivarla, ma dall’altro non si spiega perché un Magistro non dovrebbe permettere agli studenti di apprendere dei metodi per migliorare più velocemente.
Sul piano dei personaggi abbiamo dei protagonisti ben caratterizzati e dei buoni comprimari, che però sono troppo numerosi ed è molto difficoltoso ricordare tutti i Magistri e gli apprendisti presentati.
Ho apprezzato come sono stati strutturati gli eventi precedenti al romanzo e come poi sono stati presentati al lettore, svelandosi a poco a poco.
Una nota dolente è invece data dalla fretta con cui tutto viene narrato: sia arriva a condensare mesi interi in mezza riga, mentre le autrici avrebbero potuto dare molto più spazio agli studi di Call, così da delineare meglio sia i personaggi secondari sia le competenze apprese.
Anche il finale risente di questa frettolosità generale e sembra piazzato in modo casuale, giusto per concludere il volume.
Vorrei infine segnalare come il titolo di questo libro sia stato vittima di un adattamento opinabile, pratica frequente nel Bel Paese. Perché la Prova di Ferro diventa l’Anno di Ferro? Il tutto ha ancora meno senso dal momento che per i volumi successivi si è optato per una traduzione letterale.
Indicazioni utili
L'uomo che immaginò il futuro
Doverosa premessa: l'autore è un giornalista. Non che ci sia qualcosa di riprovevole in questa professione, ma il suo stile di scrittura ne risente ed il libro risulta pertanto abbondantemente farcito di nomi (lunghi e russi, quindi difficili), date e luoghi. Assieme a qualche "tirata" eccessivamente buonista sul finale, la puntigliosità giornalistica mi pare l'unico punto a sfavore di questo romanzo.
È proprio la sua professione a portare l'autore ad una visita della isole Solovki, dove per la prima volta sentirà parlare del protagonista di questa biografia, Aleksej Feodos'evi? Vangengejm (vi avevo avvertiti che i nomi sono dfficili anche solo da leggere!). Rolin cera a più riprese di dimostrare come il suo soggetto fosse un uomo abbastanza comune, non di certo un eroe degno di entrare nella soria; con il proseguire della lettura si comprende invece che Vangengejm è stato assolutamente eccezionale, sia come uomo sia come illuminato pensatore.
Oltre a conservare intatto l'amore per la moglie e la figlia, perfino nei duri e lunghi anni passati nel lager, il nostro protagonista si dimostra un vero visionario per la sua epoca, con le sue idee riguardo alle energie solare ed eolica, alla possibilità per l'uomo di viaggiare fino alla Luna e addirittura fino al pianeta Marte. L'autore si diverte anche ad insinuare nel lettore il dubbio che Vangengejm sia etichettabile come un mediocre a causa della cecità nei confronti del Partito e degli organi istituzionali; come spiegare altrimenti i molti ritratti a mosaico di Stalin e il suo scrivere e riscrivere nelle lettere alla moglie la frase «La mia fiducia nel potere sovietico è intatta»? Solo nelle ultime pagine questo enigma trova una plausibile risposta: probabilmente l'intento era soltanto proteggere la sua famiglia da possibili ritorsioni.
Per Rolin però la sola caratteristica che rende Vangengejm degno di considerazione storica è la sua certa innocenza. Dopo pochi capitolo dedicati all'infanzia e agli anni spensierati, in cui arriva ad essere il direttore del Servizio idrometeorologico della Repubblica russa, si giunge rapidamente all'arresto del protagonista, conseguenza di una serie di accuse estorte con la tortura, a sua colta causata dalla ricerca di un capro espiatorio per la terribile siccità che devasta le campagne russe.
Vangengejm finisce quindi nel lager delle Solovki, assieme ad un gruppo straordinariamente eterogeneo di scienziati, musicisti, ingegneri, religiosi, registi, medici e filosofi: in quegli anni infatti le principali vittime della repressione socialista erano coloro in grado di influenzare il modo di pensare del popolo o che, con frequenti viaggi all'estero, potevano diventare spie straniere.
Alle Solovki finisce anche il giovanissimo Juij ?irkov, che approfitta di questi anni di detenzione per apprendere il più possibile dai suoi illustri compagni di sventura, e che molti anni più tardi sarà un fondamentale aiuto per scoprire il destino del protagonista, una delle miglia di morti insensate generate da Ežov e dal suo ordine operativo n°00447.
Elementi degli di menzione sono infine l'inserto con le lettere e i disegni fatti da Vangengejm per la figlia -con intento sia affettivo sia educativo- nonché il desiderio dell'autore far comprendere come il folle sistema che ha causato la morte del protagonista, abbia poi eliminato anche la maggior parte dei suoi carnefici.
Indicazioni utili
Colpa delle Parche
Ultimo volume di una trilogia che iniziai diversi anni fa, “Goddess” si è rivelato uno dei peggiori young-adult nati sulla falsa riga del successo di “Twilight” che abbia mai letto. In questo caso non ci troviamo di fronte ad una schiera di vampiri belli-belli-belli, nonché dotati di super poteri: la sconfinata fantasia della Angelini ha partorito una schiera di semi-dei belli-belli-belli. E dotati di super poteri, ovviamente.
Di per sé non ci sarebbe nulla di grave; purtroppo per l’autrice, io sono una grande appassionata di mitologia e vedere come ci ha pasticciato mi ha irritato non poco.
A rigor del vero, va precisato che alla base di questo romanzo non troviamo la mitologia greca in senso ampio, bensì le vicende collegate alla leggendaria guerra di Troia in particolare, con dei precisi riferimenti all’Iliade, all’Odissea, all’Eneide e -inserimento un po’ forzato e superfluo- ai racconti del Ciclo Arturiano.
Sulla fedeltà ai miti c’è poi da stendere un velo (im)pietoso: l’unico dettaglio riportato fedelmente è il carattere capriccioso degli dei, avvezzi a considerare gli umani come delle creature di cui poter disporre a propria discrezione; per il resto, le informazioni sui miti sono confuse, perfino errate, o per essere precisi adattate alle necessità dell’autrice, il cui intento è far proseguire la trama, non importa cosa debba modificare o inventare.
Altro stratagemma usato dalla Angelini a tal fine è introdurre continuamente nuovi poteri a casaccio. Questo influenza soprattutto il personaggio di Helen che risulta vittima di quello che io chiamo “Effetto Rumplestiltskin”: come il Signore Oscuro della serie TV “Once Upon a Time”, anche la nostra protagonista si ritrova con così tanti poteri e tanti ruoli da renderla per nulla credibile.
Passiamo quindi ai personaggi, cominciando proprio da Helen: si è mai letto di una ragazza più ingenua e falsamente modesta? perché se da un lato abbiamo tutto il cast che la venera e la reputa tanto intelligente senza ragione, dall’altro c’è un’eroina pronta a lamentarsi in continuazione di quanto è bella e potente.
Per gli altri personaggi non ho nulla da dire in positivo, quindi soprassederò: vorrei solo segnalare il modo assurdo con cui vengono accantonati gli adulti, mentre sono i ragazzini a pianificare gli attacchi e a combattere contro i mostri.
Nonostante tutti gli aiuti ricevuti dall’autrice, la trama si dimostra zeppa di errori di logica e di mancata revisione. Ma per questo problema la Angelini trova un escamotage sempre valido: anziché fornire chiarimenti e spiegazioni sensati, ci si limita a dare la responsabilità di tutto alle Parche.
Ciò è utile anche per giustificare situazioni strane o nuovi personaggi che spuntano dal nulla; purtroppo, alla base c’è soltanto la mancanza di una pianificazione ben fatta nei precedenti romanzi.
Quello che più mi rattrista è lo spreco di una così bella occasione, perché dalla sintesi il romanzo sembrava davvero interessante e sarebbe potuto una versione più adulta della saga di “Percy Jackson”.
Sullo stile di scrittura ci aspettano altre lamentele: lo definirei acerbo e i cambi repentini ed immotivati di POV non aiutano certamente il lettore ad apprezzarlo. Nelle scene più adrenaliniche ci sono poi dei punti morti dati da pensieri o frasi inappropriate che fanno svanire la tensione, e in generale la parte degli scontri è troppo frettolosa, come se si volesse concludere il romanzo anzitempo.
Ultima nota, il product placement dell’Ipad di Apple, che viene pubblicizzato in modo davvero sfacciato, ripetendone il nome senza motivo più volte. Non si legge un libro per decidere quale tablet comprare.
Indicazioni utili
Chi semina vento, raccoglie tempesta
Cos’è disposto a fare un uomo per conquistare il cuore dell’amata? E quali delitti può invece perpetrare quanto quel affetto gli viene negato? Non sono certo domande facili, ne forse i primi quesiti che vengono in mente quando ci si approccia ad una storia che ad un occhio distratto può apparire romantica e sentimentale. Il capolavoro di Emily Brönte è però tutt’altro che convenzionale, e non lesina al lettore scene di violenza, un linguaggio volgare o dei personaggi diabolici.
La vicenda sarebbe in realtà narrata dal signor Lockwood, ma il suo punto di vita viene ben presto messo da parte in favore di quello della signora Dean, che intrattiene in lettore come pure il narratore con le vicende delle due ricche famiglie della zona, gli Earnshaw e i Linton. Le vite altrimenti serene di costoro vengono stravolte quando il vecchio signor Earnshaw porta a casa un trovatello, battezzandolo Heathcliff; sarà proprio lui anni dopo a causare la rovina delle famiglie, nonché a corrompere l’animo di chiunque entrerà in contatto con lui.
La vera forza del romanzo sta nei personaggi e soprattutto nei passaggi in cui essi esplicano i loro veri sentimenti. Innanzitutto stupisce la mancanza di un eroe, o perlomeno di un personaggio in prevalenza positivo nelle azioni e nei valori; l’unico metodo per classificare i personaggi è tra attivi e passivi, ossia tra chi come Heathcliff si adopera per manovrare gli eventi a proprio favore e chi come Edgar rimane sempre inerte, perfino quando comprende chiaramente le reali intenzioni dell’antico avversario.
Comunque li si voglia identificare, i personaggi sono oggettivamente difficili da apprezzare, almeno ad una prima occhiata: quando Lockwood fa visita ad inizio romanzo a Wuthering Heights, il lettore si ritrova con lui davanti ad una famiglia che pare quasi maledetta, composta da persone completamente prive di fede, nonché di capacità di vivere in modo civile. Soltanto per merito dei retroscena rivelati da Nelly ci è possibile comprendere quali eventi hanno generato questi caratteri; ed alla fine non si può evitare di affezionarsi anche ai personaggi più meschini e malvagi.
A rendere ancor più drammatiche e passionali le vicende del romanzo è la brughiera inglese, ambientazione suggestiva e perfettamente affine allo spirito dei personaggi: cupa come Heathcliff, selvaggia ed indomita come Catherine e al tempo stesso nobile come Edgar.
Personalmente non sono riuscita ad emozionarmi troppo per questo primo triangolo amoroso quanto per il secondo, e in particolare per la dolcissima storia di Cathy ed Hareton, che alla fine si dimostra il migliore a livello umano, a dispetto della difficile infanzia e degli ostacoli che Heathcliff pone con cura sul suo cammino.
Per quanto riguarda i temi trattati, sorvolo su quelli più palesi e ritriti per puntare l’attenzione sulla vendetta e sul desiderio di rivalsa che ci vengono esplicati nelle loro più tristi conseguenze, anche e soprattutto per chi ne è l’autore.
Altro tema trattato forse in modo più sottile è quello dell’innocenza fanciullesca, della purezza anche nei bambini più selvaggi, che vengono cancellate dalle azioni degli adulti, ovvero con l’ingresso nella società fatta di rapporti spesso falsi ed apparenze da mantenere.
A sfavore del romanzo ho riscontrato soltanto una trama priva di svolte e colpi di scena inaspettati, oltre ad un finale affrettato e troppo positivo per essere in linea con il resto della narrazione.
Indicazioni utili
Non è mai troppo tardi
Mentre scriveva “Emma”, si narra che Jane Austen abbia affermato di aver creato un’eroina che nessuno avrebbe amato eccetto lei. Lo stesso si può dire di Olive Kitteridge, una protagonista di gran lunga più avversa ai lettore rispetto all’ereditiera austeniana. Il più grosso difetto di Olive è l’eccessiva leggerezza con cui si esprime, spesso di temi reputati dai più inadatti: questo la rende sgradita alla maggior parte dei suoi conoscenti, specie se messa a confronto con il marito Henry, che tutti reputano invece una persona gentile ed affabile.
Parto con il dire che questo non è un romanzo nel senso canonico del termine: ci troviamo di fronte ad una serie di racconti che come fossero le tessere di un puzzle vanno a comporre la storia di Olivve. Molti di questi racconti non la vedono però protagonista, anzi in alcuni non compare affatto ed è solo il suo ricordo ad influenzare la vita e le scelte degli altri personaggi.
Prima di affrontare questa lettura bisogna avere bene in mente che questo è un romanzo realista, dove non c’è spazio per finali buonisti e il classico vissero felici e contenti. Sia la storia principale sia buona parte dei racconti secondari termina in modo ben poco lieto: ci sono delle rotture impossibili da sanare oppure dei rapporti destinati a non raggiungere mai una riconciliazione. La semplicità con cui la Strout pone il lettore di fronte alla vita reale si riscontra anche nel destino riservato ai due personaggi principali: Henry il “buono” termina la vita anzitempo ed in modo indegno, mentre Olive la “cattiva” ha la possibilità di comprendere i propri sbagli e di avere una nuova occasione di felicità.
Ovviamente Olive non è malvagia, ma così è vista nella cittadina di Crosby dove, chi per invidia chi per ricordi spiacevoli, pochi si dimostrano gentili con lei, specie quando rimane sola. In effetti è abbastanza frequente conservare dei ricordi negativi legati ai propri insegnati, ed Olive è stata appunto la professoressa di matematica per molti dei suoi concittadini; solo al lettore è concesso scoprire che in realtà molti conservano della donna dei ricordi importanti per la loro crescita e vedono in lei una vera maestra di vita.
Per quanto riguarda il personaggio di Olive in sé, non è certo priva di difetti, ne intende liberarsene. Con il proseguire del romanzo però c’è una progressiva presa di coscienza da parte sua per gli errori commessi, specialmente nei confronti del figlio. Un esempio lampante si nota nella sua capacità di amare, di provare affetto: se nei primi capitoli, il lettore quasi si chiedere perché mail Olive abbia sposato Henry o procreato Christopher per poi maltrattarli continuamente, si giunge poi a capire che la protagonista è perfettamente in grado di amare, ma lo fa solo alle sue condizioni.
La favolosa prosa della Strout è assolutamente capace di sviluppare un personaggio tanto sfaccettato e nel contempo creare un cosmo di altre figure non meno interessanti, sebbene alcune rimangano impresse ben più di altre.
Magistrali anche i collegamenti tra le varie storie, con dettagli ed indizi che vengono svelati in modo inatteso o anche personaggi che compaiono in più racconto, per dare qualche informazione in più sul proprio conto.
Alcuni quesiti vengono poi lasciati volutamente in sospeso, così che sia il lettore stesso ad interpretarne la soluzione.
Altra peculiarità di questi racconti è infine il presentare degli eventi rilevanti senza alcuna premessa per il lettore; e la bravura dell’autrice ci permette comunque di assaporare tutte le emozioni, al fianco di Olive.
Indicazioni utili
Le storie (non) finite
Secondo Lord Acton «Il potere tende a corrompere, e il potere assoluto tende a corrompere in modo assoluto.» Potrà sembrare una citazione un po' pesante per introdurre il commento ad un libro scritto per bambini e ragazzi, ma durante la lettura mi è tornata alla mente e l'ho trovata perfetta, perché ne "La storia infinita", una delle tematiche trattate in maniera più rilevante è proprio il potere, ed il suo abuso.
La storia inizia però da premesse ben più semplici e serene, che rendono purtroppo la prima metà del romanzo particolarmente noiosa. Tutto comincia con Bastiano Baldassarre Bucci, un ragazzino timido, impacciato e (ovviamente) vittima prediletta dei bulli a scuola; non sembra possedere rimarchevoli qualità, a suo stesso avviso, ma ha dalla sua una sconfinata fantasia, che gli permette di inventare storie incredibili.
Proprio la fantasia gli permetterà di essere scelto come il salvatore di Fantàsia, il magico mondo che Bastiano scopre tra le pagine di un libro rubato nel negozio del signor Coriandoli; per metà romanzo noi assistiamo appunto alla lettura del libro da parte del protagonista, che ne rimane incredibilmente colpito, affezionandosi molto all'eroico Atreiu. Diversi segni ci fanno però capire che il destino di Bastiano è diventare parte attiva nel libro; si dovrà arrivare purtroppo al punto in cui l'Infanta Imperatrice, sovrana di Fantàsia, invoca il suo nome perché ciò accada.
Trovando infine il coraggio, grande assente nella sua giovane vita, Bastiano accetta il suo compito e salva Fantàsia dal Nulla che la stava letteralmente divorando. A questo punto mi aspettavo un altro elenco noioso delle gloriose avventure del protagonista, come prima con Atreiu, ma è proprio qui che arriva l'inatteso plot-twist, una vera scossa che rimescola tutte le carte in tavola.
Al lettore sembra infatti sbagliato che Bastiano ottenga tutto senza sforzo, semplicemente esprimendo dei desideri: infatti non è così. Il protagonista deve sacrificare di volta in volta i suoi ricordi del mondo degli uomini per vedere esaudite le sue volontà, anche quelle inconsce; si arriva così alla più inaspettata svolta: Bastiano viene ammaliato dalla strega Xayde e dalle sue lusinghe e, non ricordando più nulla della sua "vita precedente", decide si sfidare le leggi di Fantàsia, proclamandosi Imperatore.
Così quello che prima era l'eroe acclamato dalle folle, diventa in breve il tiranno da destituire.
È davvero un peccato che il meglio del libro sia confinato negli ultimi capitoli: ciò costringe il lettore (specie se maturo) a farsi coraggio per proseguire nella lettura. Ad appesantire la narrazione sono soprattutto la lentezza con cui si svolgono diversi eventi, la presenza di elenchi lunghi ed inutili, nonché le tante storie che l'autore inizia per poi troncare di netto, ripetendo che verranno narrate un'altra volta.
A rendere il romanzo degno di menzione e di certo un ottimo classico per ragazzi, sono l'eccezionale fantasia di Ende nelle descrizioni, specie per la Città degli Imperatori, oltre ai dettagli con cui riesce astutamente a depistare il lettore, ingannandolo sul corso che prenderanno gli eventi.
Vorrei infine segnalare le modalità assolutamente geniali con cui Ende riesce a creare un romanzo nel romanzo, senza che nulla risulti forzato. E nel mentre a strapparci qualche lacrimuccia.
Indicazioni utili
Le 1000 maschere di Amy
In questi ultimi anni in cui i cosiddetti femminicidi finiscono sempre più spesso sulle pagine dei quotidiani, le interviste ad amici e parenti delle vittime grondano frasi come "La maltrattava da anni" oppure "C'erano tutti i segnali" o ancora "Era prevedibile: primo o poi l'avrebbe uccisa". Leggendo questo romanzo mi sono venute alla mente delle frasi molto simili. Ma pensando al marito.
"L'amore bugiardo" è una vera sorpresa in questo senso, perché capovolge i ruoli tradizionali e dimostra come gli uomini non siano i soli a commettere dei gesti estremi (ed estremamente violenti) per amore; o più semplicemente per tenere accanto a se la persona amata, anche a dispetto dei suoi sentimenti.
La prima metà del romanzo ci presenta quello che appare a tutti come un classico caso di uxoricidio: un marito fedifrago stanco della vita coniugale, con problemi finanziari, ed una moglie con un'ingente assicurazione sulla vita che improvvisamente scompare. Tanto la polizia quanto l'opinione pubblica non tardano a puntare i loro sospetti su Nick, e la scrittura della Flynn, che abilmente svela i retroscena molto lentamente -quali centellinandoli-, porta anche il lettore a convincersi pian piano della colpevolezza del protagonista.
Con la seconda parte, la trama viene completamente ribaltata e, se molti personaggi continuano a sospettare di Nick, almeno noi lettori possiamo scoprire in parte la verità, capendo così che la dolce e premurosa mogliettina Amy, a cui ci siamo inevitabilmente affezionati leggendone il diario, non è mai esistita.
Con delle basi tanto inusitate la trama prospera, risultando sempre interessante ed innovativa; il finale -da molti criticato a torto per la sua frettolosità- conclude degnamente il romanzo, chiarendo le motivazioni e gli obiettivi dei protagonisti, senza snaturarli minimamente.
In effetti, a differenza di altri autori che partono da un'idea di trama e lasciano ai personaggi il compito di svilupparla, la Flynn ha elaborato una trama intricata e complessa per poi cucirci sopra dei personaggi perfetti ad interpretarla. Ciò non toglie che questi siano caratterizzati ottimamente, sia i due protagonisti sia diversi comprimari, come l'avvocato Tanner Bolt o i genitori di Amy.
Ho riscontrato ben pochi elementi negativi durante la lettura, ma purtroppo meritevoli di menzione: nei paragrafi descrittivi, specie della prima parte, si tende ad inserire dei fastidiosi intermezzi (solitamente flashback) che distolgono l'attenzione; anche il "diario" di Amy mi ha un po' indispettito per lo stile poco credibile e perché a tratti si rivolge direttamente ad un ipotetico lettore. Infine, sono rimasta molto delusa che l'autrice abbia scelto di dare più spazio a Nick e ai suoi pensieri, rispetto a quelli della vera Amy.
Trovo invece geniale lo spezzettamento del personaggio di Amy che risulta composto da una serie di maschere sovrapposte: una donna che non si lascia mai andare, non mostra mai il suo vero io, tranne forse nelle scene con Greta e Jeff. E scopriamo così che la nostra protagonista è tutt'altro che mitica.
Ho inoltre trovato estremamente congrui e realistici i pensieri della massa, di chi guarda al caso dall'esterno, e mi ci sono a più riprese riconosciuta. Ottima anche l'idea dell'editore italiano di far tradurre i capitoli POW di Nick ad un uomo e quelli di Amy ad una donna.
Altra peculiarità del testo sono le descrizioni sempre formate da tre aggettivi, ma non solo: anche molti elenchi o elementi vengono raggruppati in terzetti.
In conclusione, anche per chi come me ha già visto il film, è inevitabile rimanere incantati da questo brillante thriller.
Indicazioni utili
Se Charlie Swan fosse stato un lupo
Se a volte da un libro può essere tratto un buon film, è parecchio difficile ricavare da un film un romanzo anche sia anche solo mediocre. E "Cappuccetto Rosso Sangue " non è un'eccezione a questa regola.
Durante la lettura non si può fare a meno di pensare a questo romanzo come alla sceneggiatura del film, arricchita da qualche descrizione e dalle riflessioni dei personaggi. La vera natura del libro si evidenzia anche nei repentini e frequenti cambi di scena, come pure in alcune sequenze descritte in modo a dir poco frettoloso.
Queste scelte stilistiche fanno quasi pensare che l'autrice abbia scritto di fretta per tenere il passo con il film, dimenticando però che il maggior pregio di una trasposizione cartacea sta proprio nell'avere più tempo per conferire profondità ad alcuni passaggi che un lungometraggio è obbligato a tagliare per la natura stessa dell'opera.
Prima di addentrarci nella trama, voglio segnalare due aspetti molto positivi che ho riscontrato: innanzitutto il contesto fiabesco non rimane circoscritto alla fiaba di Cappuccetto Rosso sulla cui base è stato sviluppato il filone centrale della storia, bensì vengono sparsi come briciole di pane parecchi elementi che riconducono ad esempio alla favola dei Tre Porcellini come pure ai fratelli Grimm, noti per il loro impegno nel riunire in una sola raccolta moltissime fiabe e leggende popolari; in secondo luogo, è davvero peculiare l'uso degli odori e dei profumi nelle descrizioni, benché inizialmente questa venga segnalata come una prerogativa della sola protagonista.
Passando alla trama, l'ho trovata abbastanza lineare ad eccezione di un paio di validi plot-twist, come l'omicidio di Lucy che la sinossi lasciava intendere sarebbe sopravissuta più a lungo, o la rivelazione della moglie di Solomon come lupo mannaro, mentre inizialmente viene da pensare che sia solo una vittima. L'identità del lupo mannaro mi ha invece lasciato l'amaro in bocca, infatti in tutti i capitoli precedenti manca anche solo un minimo indizione sulla sua identità e la soluzione del mistero lascia il lettore un po' perplesso.
Dal momento che il romanzo (quindi il film) è nato sulla scia del successo della saga di Twilight, non potevano mancare poi alcuni fastidiosi stereotipi, come il classico triangolo amoroso oppure l'ottica secondo la quale gli uomini, anche se rivali, riescono comunque a stabilire una tregua in caso di bisogno, mentre le donne (ad eccezione della protagonista possono rientrare solo in tre categorie; amebe, oche o bitches.
Analizzando i personaggi, mi devo dire nuovamente molto delusa dai protagonisti, sui quali l'autrice fa uno scarsissimo lavoro di analisi, rendendone così vaghe le motivazioni e frivoli i sentimenti. Ironicamente, alcuni personaggi secondari o addirittura alcune comparse ottengono più spazio, a dispetto della loro poca importanza ai fini della trama: mi viene subito alla mente il lato tenero (perché?) della vedova Lazar o l'inchiostro sprecato per parlare dei rimorsi di coscienza in Padre Auguste.
Un personaggio secondario che ho invece apprezzato è il piccolo Claude, peccato che negli ultimi capitoli l'autrice lo perda di vista, lasciandoci nel dubbio sul suo salvataggio per merito di Roxanne.
Una riflessione infine sui pensieri di Valerie, la nostra protagonista, che sembra scegliere con cura proprio i momenti più infelici per confidare al lettore che, proprio come Bella Swan, non sa quale ragazzo scegliere.
Indicazioni utili
Alla ricerca della solitudine
Folli, instancabili, passionali, coraggiosi, geniali. E soprattutto intimamente soli. Questa è la famiglia dei Buendía, protagonista indiscussa del capolavoro di García Márquez. Una famiglia in grado di creare e poi distruggere un intero villaggio, Macondo, l'intrigante scenario delle vicende verso il quale anche coloro che viaggiano lontano non possono fare a meno di essere attratti e fare ritorno.
Le vicende sembrano un ciclo continuo, un eterno ripresentarsi degli stessi oggetti, delle stesse situazioni e anche degli stessi personaggi. Creando non poca confusione nel lettore infatti, l'autore assegna a più personaggi lo stesso nome, nonché un simile carattere o la propensione a compiere determinate azioni. Difatti, una delle maggiori abilità di García Márquez sta nel non dimenticarsi mai di nessun elemento presente nella narrazione, ma anzi facendolo ricomparire nel momento più inatteso; l'unica eccezione è data dal San Giuseppe di gesso, destinato a non tornare al suo vecchio proprietario.
Risulta arduo collocare la vicenda in un determinato arco temporale, specie a causa del totale isolamento del villaggio nei primi anni della sua fondazione, quando solo le carovane degli zingari osavano affrontare i pericoli della foresta per portare a Macondo le loro futuristiche conoscenze.
Alternando descrizioni dal lessico raffinato ad una estrema semplicità nei dialoghi, in perfetto accordo con il carattere dei personaggi, García Márquez ci trasporta al centro delle vicende dei Buendía, partendo dai capostipiti José Arcadio e Ursula, per poi proseguire con molti Aureliano e altri José Arcadio: un cosmo di personaggi in continua ricerca della solitudine o che, più frequentemente, si abbandonano ad essa come alla solo certezza nelle loro vite.
Se i Buendía, bevitori di caffè senza zucchero, sono i protagonisti, è parecchio ostico individuare un chiaro antagonista: infatti anche i personaggi che presentano dei comportamenti maggiormente denigrabili si riscattano agli occhi del lettore e vengono perdonati; un'eccezione potrebbe essere presentata dalla compagnia bananiera, ma anche in questo caso non si innesca nessuna vendetta o ritorsione di sorta.
L'universo in cui si muovono i personaggi presenta poi un'altra affascinante caratteristica, il cosiddetto "realismo magico": la semplice gente di Macondo non esita a credere ad ogni sorta di magia o superstizione, e l'elemento fantastico non rimane una mera illusione, diventando reale e tangibile in più occasioni. Sembra anzi che con l'avanzare del romanzo, la magia si palesi in forme sempre più forti e concrete. Va però precisato che certi segni, come pure gli spettri frequentatori della magione dei Buendía, non sempre sono visti e percepiti da tutti, come se scegliessero a chi vogliono rivelarsi. Magia e spiritismo sono comunque vincolati a delle leggi, e ciò contribuisce a renderli anche più reali e realistici.
Altro espediente utilizzato dall'autore con grande maestria è l'anticipazione di un determinato evento; alcuni fatti, anche fondamentali per la trama, vengono preannunciati già prima che si gettino le basi per la loro attuazione, ma ciò non diminuisce la suspense e invoglia anzi a proseguire nella lettura per scoprire cosa porterà lì la trama.
Interessante notare come l'autore e alcuni suoi colleghi abbiamo un piccolo cameo nel libro, come gli unici amici di Aureliano (Babilonia) Buendía.
Indicazioni utili
Una famiglia di sciroccate
Vorrei poter chiedere alla Giunti cosa diamine avessero in testa quando hanno scelto di tradurre "Honigtot" (letteralmente, l'Ambrosia dei Morti) con "Musica per un amore proibito"; di certo si tratta di una scelta di marketing, ma credo che a tutto ci dovrebbe essere un limite, perchè io a lettura terminata non sono davvero riuscita a capire quale fosse, questo amore proibito!
Questo romanzo (che pretende di essere sia storico sia familiare) inizia e termina nel presente, con una madre e sua figlia alla ricerca delle proprie origini. Queste parti sono però mal strutturare e risultano essere soltanto un pretesto dell'autrice per narrare la storia che realmente le interessa. Inoltre dopo aver utilizzate per tutto il volume la narrazione in terza persona, la Münzer inserisce un ultimo capitolo narrato in prima persona da Felicity, una delle protagoniste, senza un evidente ragione, dal momento che quanto viene detto non riguarda i suoi sentimenti più profondi o la spiegazione di qualcosa noto a lei soltanto.
Un elemento di cui si sente molto la mancanza per tutto il libro è la descrizione fisica dei personaggi; difatti l'autrice ci fornisce ben poche informazioni in tal senso, dando invece ampio spazio alle ambientazioni, che risultano pertanto la parte più curata, anche perchè la Münzer ha vissuto realmente nei luoghi di cui parla.
Anche il comparto storico, in quanto a dati, è molto accurato e si nota il grande lavoro di ricerca alla base, seppur alcune parti (leggasi, interi paragrafi) sembrino copia-incollati da un libro di testo scolastico e mal si uniformano alla trama.
Passando appunto alla trama, questa risulta ben poco originale dal momento che l'argomento trattato (nazismo-olocausto-Seconda Guerra Mondiale) è già stato completamente sviscerato in moltissimi romanzi; nonostante ciò, la Münzer riesce a mantenere una buona suspence fino al finale, in cui la maggior parte dei quesiti viene chiarita.
Ho apprezzato molto la caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, in primis Marlene; l'autrice ha però il "vizio" di farli comparire solo quando sono utili ai fini della trama (specie nel caso di Wolfgang), e questo mi porta ad un'altra mancanza che mi ha fatto storcere il naso: la mancanza di realismo in parecchie scene. Per citare solo alcuni esempio abbiamo personaggi che, nel bel mezzo di un dialogo concreto e/o quotidiano, attaccano con discorsi lunghissimi e infarciti di metafore ricercate; un religioso rivelatosi abile interprete proprio della lingue antica che è necessario tradurre per dare una svolta alla trama ma, anzichè fare una semplice traduzione, sforna in quattro e quattr'otto un romanzo con tanto di scene e dialoghi dei quali non dovrebbe conoscere l'esistenza; un'amica che, nel mezzo di una seria emergenza, scherza su quanto sia affascinante il fratello prete.
Forse nel timore di annoiare i lettori, l'autrice salta volutamente alcune parti della storia, oppure le fa riassumere brevemente dai personaggi, oppure ancora descrive direttamente anni interi in poche parole; questa scelta mi ha lasciata perplessa in più punti.
Vorrei infine parlare di ciò che ho maggiormente detestato in questo romanzo: le protagoniste. Per comodità (?) ci vendono presentante in base al grado si odio che suscitano nel lettore, e abbiamo quindi: Felicity, la pronipote, che prima vuole mollare tutto per salvare il mondo, senza sapere neppure il motivo, e poi ci ripensa, si rimette con il fidanzato-oggetto e lascia salvare il mondo agli altri (parole sue!); Martha, la nipote, che senza una valida giustificazione lascia la figlia ed il marito malato, parte per Roma, si rinchiude in una stanza d'albergo senza rispondere a nessuno e comunque non conclude nulla senza aiuto; Elizabeth, la matriarca, che nel mezzo delle conversazioni si aliena pensando alla musica e dimostra a più riprese un'incredibile ingenuità, tramandata poi a tutta la famiglia; e concludiamo con Deborah, la figlia, una sado-masochista bipolare, che sia accorge di quanto le accade attorno solo quando se lo ritrova di fronte, per poi scordarsene una volta girata la testa.
Indicazioni utili
Not a Great Plan
Nel 2001 usciva nelle sale il primo film del mago più celebre al mondo, Harry Potter; lo stesso anno, cavalcando l’onda del successo per il genere fantasy, veniva pubblicato il primo volume della Saga dei Maghi di Trudi Canavan, ad oggi composta da due trilogie e un prequel.
Qui però non si tratta solo dello stesso genere: molti altri elementi ci ricordano la serie ideata dalla Rowling! La protagonista, Sonea, è una povera orfana (1) che vive con gli zii (2), finché non scopre di possedere dei poteri magici (3) e di poter frequentare una prestigiosa scuola di magia (4), dove si sente subito in sintonia con due maghi, Lord Rothen -molto dedito allo studio e dal carattere riflessivo (5, Hermione!)- e Lord Dannyl -più spigliato e con la tendenza ad infrangere le regole (6, Ron!)-, mentre diventa una “rivale” per un terzo mago, il vendicativo Lord Fergun (7, Malfoy!).
Si possono poi intravedere altre similitudini, seppur la trama di questo primo romanzo sia talmente scarna che la sintesi sul retro riassume oltre la metà del volume. Alcuni spunti sono però oggettivamente interessanti e di certo i vari quesiti irrisolti sparsi tra la pagine invogliano a continuare la lettura della saga; seppur la storia sia eccessivamente diluita. L’intento della Canavan era introdurre ai lettori l’universo fantasy che fa da sfondo alle vicende, ma così la lettura è terribilmente appesantita da una serie di spiegoni su come funziona la magia, sulle diverse classi sociali, sulla storia della Terra di Kyralia e (ciliegina sulla torta) sui termini inventati dall’autrice stessa per indicare animali, oggetti o luoghi per i quali esistono già dei nomi.
Altra nota dolente è l’ambientazione: seppur ben pensata e abbastanza originale, con vari tentativi da parte della Canavan per inquadrare il passato dell’universo magico, appaiono però un giaccone o dei lampioni, oggetti che stridono fortemente con lo scenario semi-medioevale. Anche il lessico utilizzato dai personaggi pare troppo informale, ma questo potrebbe beni essere una scelta stilistica dettata dalle molte scene ambientate nei bassifondi con personaggi di bassa estradizione.
I personaggi di questo romanzo risultano in parte ben strutturati seppur con delle caratteristiche già viste e riviste, in particolare mi sono piaciuti il ladruncolo Cery e l’Amministratore Lorlen (ehm Silente ehm), con i suoi modi garbati e gentili; altri personaggi mi sono sembrati davvero mal impostati, a cominciare dalla stessa protagonista.
Sonea rimane per tutto il volume in costante balia degli eventi e degli altri personaggi: prima viene convinta dagli amici a protestare contro l’Epurazione, poi deve nascondersi, ma lascia che siano gli altri ad organizzare il tutto, e quando si ritrova nella Congregazione si fa quasi ingannare da Fergun, seppure sia diffidente nei confronti di chi è sinceramente interessato a lei.
Lo stesso Lord Fergun come antagonista lascia molto a desiderare, con un piano troppo elaborato e confuso, nonché estremamente rischioso, soprattutto nell’ottica del ridicolo fine a cui mira.
Nel romanzo vengono introdotti molti altri personaggi, soprattutto maghi, ma risultano tutti soltanto abbozzati, tanto che risulta difficile ricordarne i nomi.
La scorrevolezza dello stile salva questo primo volume dal rimanere letto solo a metà.
Indicazioni utili
How I Decided to Marry my Husband
Durante la lettura di questo favoloso romanzo, non ho potuto fare a meno di stupirmi circa la sua contemporaneità; innanzitutto ho subito fatto un paragone (azzeccato?) con la serie TV “How I met your Mother”, in cui il protagonista Ted racconta ai figli un’eccezionale serie di avvenimenti solo per giungere alla spiegazione di come abbia conosciuto loro madre, come suggerisce il titolo. Analogamente, il romanzo della Austen ha il fine di narrare il radicale cambiamento della protagonista Emma da convinta nubile a felice sposa, ma nel mentre spazia tra una vastissima gamma di altri innamoramenti, grandi incomprensioni e misteriosi sotterfugi, tanto che il lettore finisce col pensare che alcune scelte, come la decisione di Emma di diventare confidente e “consigliera” per la giovane Harriet, andassero proprio evitate, ma alla fine dei conti tutto è predisposto per migliorare il difficile carattere di Emma.
Un altro elemento di modernità è il “friend-zonamento”, di cui la protagonista fa uso sia nel caso delle avances poco gradite da parte del signor Elton, sia più avanti con Frank Churchill che le decide di voler vedere come un amico, al fine di indirizzare le attenzioni di lui verso Harriet.
Ultimo dettaglio contemporaneo è la passione di Emma per le “ship”: la giovane donna si diverte a creare coppie tra amici e parenti e, anche se realizza di sbagliare spesso nelle sue valutazioni, non riesce proprio a smettere di vedere storie d’amore in ogni sguardo, invito o galanteria di sorta.
Attorno a tutte le coppie innamorate (o che si presumono tali), compaiono alcuni tra i più divertenti personaggi creati dalla Austen: la chiacchierona signorina Bates, il signor Woodhouse e la sua fissazione per i malanni e l’odiosa signora Elton, ben decisa ad essere al centro dell’attenzione generale ad ogni costo.
La vicenda in se non è particolarmente corposa e gli avvenimenti importanti risultano pochi, ma a renderla interessante sono i già citati equivoci, dati soprattutto dalle visioni soggettive che ogni personaggio ha degli eventi; così Jane Fairfax viene sospettata da Emma di una relazione clandestina con il signor Dixon, e dalla signora Weston (la povera signorina Taylor!) di aver attirato le attenzioni del signor Knightley, mentre in realtà la ragazza è da tempo fidanzata in segreto con Frank Churchill.
Gli eventi maggiormente degni di nota sono tutti condensati nel ricco finale, che risulta pertanto ben più interessante dei capitoli precedenti. In breve hanno luogo i fidanzamenti tra Jane e Frank (o meglio, l’annuncio dello stesso), Emma e il signor Knightley, Harriet e Robert, seguiti dai rispettivi matrimoni; a tutto ciò si aggiunge la nascita della piccola Anna Weston e la decisione che sia il signor Knightley a trasferirsi ad Hartfield - anziché Emma a Donwell -, per non stravolgere le abitudini del padre di lei.
Ad essermi poco piaciuto è stato invece il protagonista maschile (!); il signor Knightley risulta davvero troppo perfetto e galante fino all’inverosimile, considerando inoltre che la sua è il solo punto di vista a risultare oggettivo e corretto.
Ciò che maggiormente ho apprezzato è senza dubbio la protagonista: Emma è l’eroina austeniana più “umana” tra quelle da me incontrate finora, perché non è umile e passiva, commette degli errori e se ne rammarica, cerca goffamente di migliorarsi e spesso cade vittima delle sue fantasie.
Indicazioni utili
La tolleranza spiegata ai ragazzi
Di questo romanzo bisogna innanzitutto lodare la fedeltà al registro narrativo: eccetto qualche piccola perplessità data in gran parte dai dialoghi, stile e forma sono perfettamente coerenti con il diario tenuto in modo saltuario da una giovane ragazza. Ancora più sorprendente - specie da momento che dovrebbe essere un libro rivolto ad un pubblico giovane - è il rispetto all'ambientazione scelta, che permette davvero di immedesimarsi nelle vicende di Mary Newbury e di viaggiarle accanto tra le tante prove che è chiamata ad affrontare, a dispetto della giovane età.
Tema centrale del romanzo è la xenofobia, non solo nei confronti delle donne considerate streghe, come potrebbe falsamente suggerire il titolo, ma anche delle popolazioni indigene del Nord America, costrette a ritirarsi nei boschi per sfuggire all'avanzata dell'uomo bianco.
La vicenda ha inizio in Inghilterra nel 1659, epoca in cui piccole invidie, unite ad assurde accuse, potevano marchiare una donna innocente come adepta di Satana in persona; ed è proprio quanto accade alla "nonna" di Mary, Alice Nuttall, che con la sua professione di guaritrice viene messa sotto una cattiva luce, portandola in breve alla forca. Rimasta sola, Mary viene brevemente accudita da una donna misteriosa, che scoprirà poi essere la madre, creduta morta.
Una volta obbligata a separarsi anche dalla madre, Mary viaggia verso la costa per unirsi ad una congregazione di puritani in procinto di salpare alla volta del Nuovo Mondo. La ragazza stringe in breve dei rapporti quasi familiari con John Rivers, sua moglie Sarah e i loro figli, oltre alla vedova Martha e, più avanti, lo studioso Jonah Morse e suoi figlio Tobias. D'altro canto molte figure nella congregazione si mostrano da subito ostili a Mary; figure che con il proseguire degli eventi giungeranno ad accusare anche lei di essere una strega.
Sul cammino della protagonista si delineano anche un altro genere di ostacoli, quelli della natura: dalla nave che sembra destinata a non raggiungere mai la meta, alla traversata dei boschi, pieni di belve e pericoli sconosciuti.
Il racconto non ha una fine vera e propria, dal momento che Mary è costretta ad abbandonare l'insediamento di Beulah e con esso il suo "diario", ma un ultimo capitolo, ad opera di Martha, lascia sperare al lettore in un proseguo delle vicende.
Ampio spazio viene dato agli antagonisti che, seppur con diverse motivazioni, hanno come comune obiettivo l'eliminazione della giovane protagonista: da un lato ci sono i fanatici religiosi a guida della comunità che vedono ovunque segni del demonio; dall'altro una schiera di ragazzine, le quali (ovviamente!) accuseranno Mary, ma non prima di essersi per prime macchiate del crimine della stregoneria, elemento che mi ha personalmente spiazzato.
Il fattore "magia" è sviluppato in modo molto particolare, infatti il punto di vista della protagonista (e quindi del lettore) tende a distorcere la realtà tangibile e ci rende propensi a credere nei segni e nelle premonizioni, al pari del reverendo Elia Cornwell.
Collegati alla magia sono anche gli indigeni che scortano la congregazione nella foresta, dalla tristemente nota Salem a Beulah. Tutti sono spaventati dai pellerossa, tranne Jonah, che spera di ottenere da loro maggiori conoscenze dei boschi e, ovviamente, Mary. La ragazza scopre ben presto che molto la accomuna a loro, e il finale lascia intendere che si unirà a Penna Azzurra e a suo nonno.
Degno di nota è infine il geniale riferimento al romanzo "Moby Dick" di Herman Melville, nella storia del giovane marinaio Jack, di cui Mary (crede?) vede il destino tra le onde dell'oceano.
Indicazioni utili
Piccole Donne 2.0
Benché venga pubblicizzato come un sequel del celeberrimo "Piccole Donne", a mio avviso questo romanzo andrebbe invece considerato una versione moderna del meraviglioso classico. Infatti le protagoniste e alcuni personaggi secondari ricordano fin troppo Jo e la sua famiglia, mentre altri riferimenti più discreti (specie quelli ai romanzi di Dickens tanto amati e letti dalle sorelle March) mi sono risultati più graditi.
La vicenda inizia con la perfetta Emma-Meg in procinto di sposare l'altrettanto perfetto Matthew-John, la problematica Lulu-Jo che si è da poco laureata e non ha idea di cosa vuol fare nella vita, ed infine Sophie-Amy, l'attrice in erba che spera di raggiungere il successo. Grande assente è però Laurie (almeno, io non l'ho rivisto chiaramente in nessun personaggio), mentre la povera Beth si può collegare a Charlie, seppur quest'ultima abbia un destino decisamente più felice.
Le similitudini con "Piccole Donne" sono davvero evidenti e, a tratti, un po' forzate nella prima metà del romanzo; poi fortunatamente le cose cambiano, in meglio! Vediamo Emma affrontare dei momenti davvero difficili per raggiungere il lieto giorno delle nozze, dimostrando di avere un animo ben più indipendente e deciso nell'ottenere ciò che desidera rispetto a Meg.
Dal suo canto, Lulu si immerge a tal punto nelle antiche lettere dell'antenata Jo da pensare di essere parimenti destinata ad innamorarsi di un vecchio studioso per ottenere l'amore della famiglia; alla fine dei conti, la sua risoluzione (sia sul piano lavorativo, sia su quello sentimentale) mi è parsa la più frettolosa e "assurda" (come può non aver mai pensato di lavorare come cuoca?), seppure io abbia apprezzato questa scelta di distanziarla dal personaggio di Jo.
Sophie è davvero molto affine ad Amy, specie per le sue velleità artistiche ed il suo talento naturale nell'affascinare le persone. Una volta avviata la carriera di attrice di teatro, Sophie trova infine il coraggio di accettare i sentimenti dell'amico Jamie, che ha ben poco da spartire con il nobile e ricco Laurie.
Il personaggio che mi ha lasciato più perplessa è la madre delle protagoniste, Fee: non solo perdona al volo il (quasi) tradimento del marito, prendendosene anche in parte la colpa, ma benché sia una psicoterapeuta e una ex-attivista per i diritti delle donne, consiglia ad Emma di concedersi qualche "coccola" di tanto in tanto, anziché pretendere di dividere equamente i lavori domestici con il futuro marito.
Il romanzo ha poi un'altra faccia (la più riuscita!), composta dalle lettere scritte da Jo March alle amate sorelle. Queste missive accompagnano le protagoniste in ogni difficoltà e, alla fine, vengono rivelate da Lulu alla famiglia, perché tutti ne possano ottenere preziose informazioni e consigli. A eccezione dell'ultima (irreale sotto tutti gli aspetti), le lettere risultano davvero verosimili, sia per il contenuto sia per il linguaggio utilizzato.
Un punto dolente del romanzo sono i fattori che mettono in moto gli eventi più importanti: li ritengo troppo forzati per essere credibili, come ad esempio alcuni incontri fin troppo fortuiti. Circa lo stile della Donnelly, ribadisco la sua impeccabilità nella parte epistolare, mentre in quella narrativa penso sia un po' carente nelle descrizioni, infatti l'autrice lascia all'immaginazione dei lettori molte scene che, se descritte, renderebbero la lettura ben più scorrevole.
Il breve viaggio di Colin
Vincolare questo romanzo ad un solo genere mi sembra abbastanza difficile, ma dovendo scegliere, si potrebbe parlare di una storia "on the road"; nonostante la presente di altri generi, indubbiamente di minor rilievo, il fulcro della vicenda è senza dubbio il viaggio (più ideale che concreto) del protagonista. E la sua meta sarà una rivelazione.
Passando alla trama in se, durante la lettura scopriamo che la breve sintesi introduttiva contiene due errori: Colin, il nostro protagonista, non frequenta diciannove ragazze di nome Catherine, ma "solo" diciotto, e non viene poi scaricato da tutte, perchè è proprio lui a lasciare senza motivo una Catherine, modificando poi il ricordo di ciò nella sua memoria fotografica. Erroi (voluti!) a parte, la storia si apre con il povero Coli dal cuore spezzato che decide di partire con l'amico Hassan per un viaggio che gli faccia dimenticare l'ennesima delusione amorosa; la loro prima ed unica tappa è la cittadina di Gutshot, dove incontreranno l'altra co-protagonista, Lindsey.
Avendo già letto "Colpa delle Stelle", mi aspettavo molte più lacrime e molto più romanticismo in quest'altro romanzo di John Green, ma posso affermare con certezza che la scelta di mettere da parte un po' i sentimenti in favore di un'analisi più approfondita sui caratteri dei personaggi mi è molto piaciuta. I meglio definiti a mio avviso risultano essere Lindsey e Hassa: lei è incredibilmente piena di desiderio di piacere agli altri rischiando quasi di dimenticare il suo vero io, mentre lui subisce un'interessante evoluzione che poterà maggiore serietà nella sua folleggiante vita.
A conti fatti, Colin pare il personaggio che cresce meno nel corso della storia, a parte la già citata rivelazione finale. I personaggi secondari mi sono sembrati tutti molto stereotipati e monodimensionali: la madre-lavoratrice altruista oltre il buon senso, il padre ossessionato dall'idea di crescere un figlio geniale, il maschio-alfa giocatore di football che vuole per se tutte le ragazze.
Tornando alla trama, durante la visita alla (falsa) tomba dell'Arciduca Franz Ferdinand, Colin esperto di lingue straniere e di anagramma decide di ideare una funzione per predire quanto durerà una relazione amorosa e chi dei due lascierà l'altro. La rivelazione, un po' ovvia in effetti, è che il teorema funzionale solo sapendo già in partenza il risultato da ottenere.
Sulla scia delle ovvietà, abbiamo logicamente la storia tra Colin e Lindsey, che si poteva intuire facilmente dal loro primo incontro. La breve relazione tra Hassan e Katrina (sì, lei è un altro stereotipo vivente) è invece ben più inaspettata, tanto che ancora adesso non sono in grado di spiegarmela.
Particolarità del volume sono gli appunti dell'autore: nonostante la narrazione in terza persona, John Green riempie gran parte dei fondo pagina con annotazioni e dettagli che potevano benissimo essere integrati nel testo, probabilmente con l'intento di attirare l'attenzione del lettore, specie se giovane. Sempre a tal fine, nei dialoghi vengono inserite random espressioni volgari che, diversamente dalle note, stonano parecchio e avrebbero potuto essere omesse o rimpiazzate.
Ottime la scelta di utilizzare parole e frasi in lingua araba, specie per dare credibilità al personaggio di Hassan, e la presenza di elementi matematici, benchè l'autore tenti di relegarli interamente ad un'appendice finale e a suo dire facoltativa; anche questa scelta serve a non annoiare i lettori più giovani o disattenti.
Credo che John Green dovrebbe avere un poì più di fiducia nei suoi lettori.
Indicazioni utili
500 risultati - visualizzati 451 - 500 | 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 |