Opinione scritta da cesare giardini
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Una nuova avventura dell'agente Will Piper
Ritorna il Will Piper della “Biblioteca dei morti”, affrontando lo stesso tema del romanzo precedente, quello della predestinazione. Questa volta si narra di un solo volume della famosa antichissima biblioteca, prelevata dall’isola di Wight e celata in un segreto sotterraneo di una base americana del Nevada (la famosa Area 51 ) coperta da segreto militare. Un volume (appunto quello attorno al quale si sviluppa l’intricata trama del romanzo) contiene un ultimo agghiacciante segreto : la fine del nostro mondo, con tanto di giorno e data. Per questo interessi enormi si intrecciano per recuperare il volume scomparso: i colpi di scena si susseguono a ritmo incalzante, i personaggi (i buoni ed i cattivi) si fronteggiano senza risparmio, sino al finale (abbastanza banale) in cui il buon agente federale in pensione (protagonista della vicenda) vince la sua battaglia attendendo serenamente l’evolversi finale della vicenda. La morale che lo scrittore trae è che l’umanità, conoscendo la data della fine di tutto, potrebbe comportarsi meglio, evitando guerre e contrasti in una sorta di amorosa fratellanza universale : la mia opinione è invece che la conoscenza della predestinazione ed in particolare della data del tracollo finale scatenerebbero rivalità, vendette, soprusi d’ogni genere, risvegliando e scatenando la parte peggiore di noi stessi. Comunque è auspicabile che Glenn Cooper abbia esaurito l’argomento nei due romanzi citati : un eventuale proseguimento della storia sarebbe ripetitivo e forse noioso, anche se la scrittura è brillante e gli attimi di suspence non mancano..
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Raffinato e intrigante
Fred Vargas è lo pseudonimo di una scrittrice che dal 1985, oltre alla sua attività di ricercatrice di archeozoologia presso il CNR francese e di esperta di medioevistica, produce romanzi tradotti in moltissime lingue, riscuotendo un vasto successo. Questo romanzo (del ’94) rivela una scrittrice sensibile e raffinata, che si cimenta in un giallo complicato e con inattesi colpi di scena, sino alla sconcertante rivelazione finale. L’azione si svolge a Roma, ambientata ai margini della Biblioteca Vaticana, e coinvolge personaggi legati tra loro da complicità inconfessate e inconfessabili, che un solerte commissario riuscirà a dipanare sia pure a prezzo di estenuanti indagini. Il romanzo è intrigante, ma l’eccessiva ricerca della perfezione stilistica e della raffinatezza narrativa induce alla noia, come se l’azione si svolgesse in un altro mondo, lontanissimo dalla realtà quotidiana. In effetti alcuni personaggi come il vescovo Vitelli e i tre giovani stralunati (che paiono usciti pari pari da un film di Fellini) hanno talora comportamenti ai limiti dell’assurdità come se si volesse rappresentarli come emblema di un certo mondo più letterario che reale. Tutto sommato, l’azione narrativa è però incalzante : un buon romanzo, da leggersi in spiaggia senza troppo riflettere.
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Un romanzo avvincente sull'umano destino
Un solo aggettivo per questo complicato romanzo di Glenn Cooper, laureato in Archeologia ( e lo si constata frequentemente) : avvincente. Non fermatevi alle prime impressioni : salterete di palo in frasca, dall’oggi al medioevo, dai primi secoli dell’era cristiana all’immediato dopoguerra, vi sentirete frastornati e sballottati da un personaggio all’altro, ma, man mano che il romanzo si sviluppa e si lascia decifrare, non lo abbandonerete più, coinvolti in una vicenda misteriosa e surreale che rapirà la vostra attenzione fino al susseguirsi travolgente e drammatico delle vicende conclusive. E’ un romanzo indefinibile : potremmo chiamarlo romanzo storico per i riferimenti agli inizi della vicenda, oppure romanzo di fantascienza per le citazioni relative alla famosa Area 51 ed all’uso del tutto inconsueto che ne fa la Marina statunitense, oppure ancora romanzo a sfondo religioso per le implicazioni relative al destino umano ed al libero arbitrio. E’ un romanzo che tratta un argomento nuovo, il destino di ognuno di noi, e che mette in risalto una serie di personaggi indimenticabili. Su tutti, l’agente federale Will Piper, che ritroverete in un altro affascinante romanzo di Cooper, “Il Libro delle Anime”, assieme ad un altro personaggio, Malcolm Frazier, capo della sicurezza della Biblioteca. La scrittura è tagliente e incisiva, la tensione emotiva non ha momenti di calo. L’unico appunto che si può muovere al romanzo sono , almeno nella prima parte, i frequenti flash back che possono disorientare un lettore disattento : nella seconda metà il romanzo scorre su un unico filone narrativo e tutto pian piano si disvela sino all’emozionante finale. Un plauso all’Autore che, pur essendo come scrittore un self-made man, ha saputo concepire un bel romanzo partendo da un’idea nuova e sensazionale, una “Biblioteca dei Morti” appunto, ovvero una biblioteca degli umani destini.
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Un'opera d'arte
Un libro affascinante, che merita una considerazione di fondo. Tabucchi è scrittore brillante, profondo, uno scrittore che ha prodotto non pochi capolavori, tradotti in tutto il mondo. Basti citare “Sostiene Pereira”, un romanzo in cui alla scrittura semplice e puntuale s’aggiungono un encomiabile senso civico ed una profonda onestà intellettuale. Orbene : perché non si propongono almeno nelle scuole superiori questi testi commentati ovviamente da insegnanti preparati ? Innanzitutto porterebbero un’ondata di novità e di freschezza in un ambiente anestetizzato dalla soporifera lettura di vecchi cosiddetti “capolavori”, ormai non più attuali e sopportati stoicamente da torme di giovani assuefatti a tutto, e poi aprirebbero la strada a nuovi quesiti ed a nuovi argomenti più attuali (e più interessanti). Ciò premesso, “Racconti con figure” di Antonio Tabucchi è una raccolta lunga e articolata di annotazioni, considerazioni, racconti (alcuni già pubblicati, altri inediti) suggeriti dalla visione di opere d’arte ( riportate in premessa agli scritti) di vari Autori : si va dai preferiti Tullio Pericoli, Valerio Adani e Davide Benati (per i quali Tabucchi “sente” una profonda affinità) a Josè de Guimaraes, Maria Helena Vieira da Silva, Johannes Vermeer e moltissimi altri. La commistione tra opera d’arte e scrittura, che è poi l’ispirazione che Tabucchi trae dai quadri studiati ed amati, è qui perfetta . E’ nota la passione dell’Autore per la pittura, sin da quando, ancora bambino, s’incantava estatico davanti agli affreschi del convento di San Marco, passione che l’accompagnerà per tutta la vita sino a farlo rimanere “prigioniero” (come lui stesso afferma) davanti a “Las Meninas” di Velàzquez al Museo del Prado nel lontano 1970 : in “Racconti con figure” egli trasfonde nelle sue note questa passione ispirata da opere d’arte, le fa rivivere a modo suo, le interpreta raggiungendo a tratti una sorta di trasfigurazione mentale che lascia incantati. Si legga per esempio con attenzione il capitolo “Una notte indimenticabile” ispirato al quadro di Paula Rego “Senza titolo” del 2003 : la morte di Vanda, povera cagna sofferente e abbandonata, è descritta in modo struggente, cullata e accompagnata con una ninnananna verso “il suo niente di niente”. Oppure il capitolo “Gli eredi ringraziano”, ispirato al quadro “ La partie d’èchecs” di Maria Helena Vieira da Silva, del 1943, ed al memorabile testamento della pittrice : la scrittura diviene qui una sinfonia di colori, ove ogni tratto diviene storia, ed ogni colore prende forma e vita, “L’anima s’immagina quello che non vede” dice Leopardi (e Tabucchi lo riprende nella prefazione) : qui l’immaginazione e la scrittura di Tabucchi vanno oltre l’immagine e raccontano, come dice lo stesso Autore, l’ignoto che circonda le immagini stesse. Un mondo di immagini, di luci e colori in cui il lettore si perde come Alice nel paese delle meraviglie.
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Le cose non sempre sono come sembrano
Una nuova avventura del commissario Santo Montalbano, sempre più vicino alla pensione ma sempre pronto a districare, con l’aiuto del fedelissimo Fazio, i casi più intricati e apparentemente senza soluzione. “ Il gioco degli specchi” è uno di questi, ove le vicende si rincorrono e le verità sfuggono come rimbalzando beffarde da uno specchio all’altro, gli avvenimenti si succedono, i colpevoli apparenti non lo sono più dopo, la verità emerge solo alla fine. Viene smascherato un abile spacciatore, dopo colpi di scena teatrali (due morti ammazzati con inaudita ferocia) nei quali Montalbano e Fazio (questa volta coprotagonista) mettono in luce ( in barba al questore e nonostante gli attacchi mediatici del giornalista Pippo Ragonese) tutta la loro sagacia e consumata abilità. Il simpatico e ligio Catarella ha il suo momento di gloria, quando collabora alle indagini manomettendo da par suo un computer e contribuendo alla soluzione della complicata vicenda. Anche in questo romanzo il commissario si invaghisce di una splendida ragazza ( la fidanzata storica Livia è sempre a Genova, lontana dagli occhi e presente solo con qualche breve telefonata che regolarmente finisce in “azzuffatina”), alla cui grazie non cede solo a causa di una improvvisa telefonata. Il nuovo romanzo di Camilleri si legge come al solito piacevolmente, il suo dialetto fa parte ormai della nostra letteratura e non riserva più difficoltà di comprensione. I personaggi, dall’inossidabile Montalbano al vice Mimì Augello, da Fazio a Gallo, dalla vivida macchietta di Catarella alla pazientissima Livia, dall’ottuso questore Bonetti Alderighi ai giornalisti Zito e Ragonese fanno ormai parte del nostro patrimonio narrativo e allietano puntualmente le nostre estati.
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Un romanzo per erudiri
Un feuilleton ottocentesco, che intriga e spaventa, ricco di colpi di scena, con riferimenti storici e personaggi realmente esistiti : ecco il nuovo romanzo di Umberto Eco, che non tutti i lettori porteranno a termine, spaventati ( o annoiati) da una trama sconnessa e saltellante tra fogli di diario, interventi del Narratore e numerosi flash back che disorientano non poco e mettono a durissima prova i consueti divoratori di romanzoni e romanzacci. L’epoca è quella tra Ottocento e Novecento, la storia tira in ballo Garibaldi e la sua impresa, le mene politiche della Francia e di Cavour, i massoni e i loro riti esoterici, i servizi segreti piemontesi e russi nonché ( e ci mancavano) riti satanici di sette segrete e feroci filippiche contro i giudei, colpevoli di ogni nefandezza vera o presunta. Il protagonista (unica figura di fantasia) è il capitano Simonini, spregiudicato falsario al servizio di tutti, pronto ad ogni nequizia e privo di ogni scrupolo, avido di denaro e protagonista di delitti efferati, assertore machiavellico che il fine giustifica sempre qualsiasi mezzo. Il lettore erudito e paziente non si deve scoraggiare : alla fine troverà il romanzo affascinante e scoprirà che il personaggio in questione (accidenti, ci sarà pure una giustizia…) finirà le sue malvagie (e maldestre) imprese in modo imprevisto. Da ricordare (e ritagliare conservando il brano nel quaderno delle cose da non dimenticare) le seguenti osservazioni dell’Autore : “qualcuno ha detto che il patriottismo é l’ultimo rifugio delle canaglie, chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati, il senso dell’identità si fonda sull’odio per chi non è identico. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria…”. Meditate, gente !
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Una saga familiare
Antonio Pennacchi narra in modo epico l’esodo più o meno forzato di contadini emiliani, veneti e friulani dalle loro terre nelle paludi pontine, in quell’ agro laziale destinato alla bonifica ed al ripopolamento. Siamo nel ventennio fascista, le masse rurali trasferite portano laboriosamente e faticosamente a termine la loro epocale opera, assistendo dai poderi loro assegnati alla rinascita lenta e graduale di una terra prima paludosa e maledetta, infestata dalla malaria. Ed assistono al progressivo nascere di fiorenti città (Littoria, Aprilia, Pomezia…), sempre caparbiamente fedeli a quel regime che ha mutato in meglio le loro vite. E così faranno anche durante la seconda guerra mondiale, difendendo con le unghie e i denti la loro terra e i loro poderi contro gli invasori angloamericani. Il romanzo è il racconto, diviso in tre lunghi capitoli, di tutta l’epopea, in cui spicca la storia della famiglia Peruzzi, un numerosissimo clan, formato da nonne, nonni, padri, figli, nipoti, spose e sposi, che vivono e combattono per le loro famiglie ed i loro pezzi di terra, bestie comprese. Su tutto domina il Canale Mussolini (da cui il titolo del romanzo), lungo e largo canale costruito artificialmente per risanare l’area e far defluire le acque altrimenti ristagnanti. Il narratore (lo si scopre solo alle ultime righe) è un personaggio-sorpresa, che non riveleremo per non diminuire l’interesse per tutto l’intreccio narrativo. Non è, come qualcuno affrettatamente ha dichiarato, un romanzo con nostalgie fasciste : le ideologie non c’entrano, è soltanto la storia di una saga famigliare straordinaria, in cui personaggi coerenti e onesti si battono per la loro stessa sopravvivenza.
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Un ripasso della Storia italiana
Istruttivo l’almanacco essenziale dell’Italia unita in 150 date, come recita il sottotitolo dell’opera di Fruttero e Gramellini. E’ infatti un rapido excursus sulla Storia d’’Italia dal 1861 al 2009, in cui vengono sinteticamente tratteggiati episodi ed eventi che hanno caratterizzato la nostra storia, anno per anno, data per data, quasi un ripasso scolastico per chi non ricorda o volutamente dimentica. Gli eventi sono i più vari, da quelli storici a quelli più futili, ma che, per quell’anno, hanno avuto una valenza importante. E così veniamo via via edotti su una serie variopinta di eventi, dalle imprese di Garibaldi al successo del libro Cuore, dall’attentato ad Umberto I alle vicende controverse di Padre Pio, dalla bonifica delle Paludi Pontine ai film di Fellini, e così via. E’ un revival della Storia piacevole, che si legge con interesse, scoprendo vicende dimenticate e riflettendo sui mali di ieri e sui mali di oggi, con parentesi (non poche) positive e consolanti. Da leggere e rileggere, Anche per chiarirsi le idee su argomenti storici confusi o complessi, che vengono sintetizzati dagli Autori in modo mirabile.
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Si conclude la saga di Agnes
Il terzo libro della serie di Agnes Browne di Brendan O’Carroll narra di una Agnes che, smaltite le gioie della maternità e la gestione diretta dei suoi numerosi “ marmocchi”, si appresta a diventare nonna : una nonna che vede dileguarsi a poco a poco i suoi amati rampolli, divenuti ormai adulti. Il romanzo, più che occuparsi direttamente di Agnes, segue le vicissitudini dei figli, i loro più o meno felici matrimoni, i loro successi o insuccessi nella vita. Non a tutti infatti va bene come al primogenito Mark, capo indiscusso di una fabbrica di mobili di prestigio : Dermot finisce infatti in galera, vittima della sua vita spericolata, Cathy fugge da casa vittima di un infelice matrimonio, Rory è abbandonato dall’isterico compagno. Alla fine però tutti trovano una sistemazione, fruendo di occasioni e coincidenze inaspettatamente favorevoli. Agnes invecchia lentamente, tra ricordi e consolazioni ; il compagno Pierre le sarà fedele costantemente, fino all’ultimo, nella toccante scena finale, testimone di una riconciliazione inattesa con un figlio ribelle. Protagonisti sono i figli e le loro vicende : Agnes aleggia leggera su tutti, incamminandosi verso la fine della sua leggenda. Ritornerà prepotentemente protagonista nell’ultimo e forse migliore romanzo della saga, in cui l’Autore accompagnerà Agnes dalla nascita per tutta la sua avventurosa e singolare giovinezza
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Un romanzo privo di personaggi positivi
Jens Lapidus, avvocato e scrittore svedese trentasettenne ci introduce con questo prolisso romanzo (più di cinquecento pagine) nell’oscuro e losco mondo dei traffici illeciti, cocaina e prostitute di basso e alto rango, in una Stoccolma lugubre e segnata da lotte di bande criminali, locali, slave, arabe, per il dominio sulle mille risorse della malavita ed il riciclaggio di fiumi di denaro sporco. Si muovono stringendo alleanze e facendosi una concorrenza spietata personaggi ben delineati, il cui scopo essenziale è l’accumulo di ricchezza e l’eliminazione di pericolosi rivali. Dopo un inizio lento e a tratti noioso, il romanzo prende quota, si fa avvincente : la guerra tra boss della droga coinvolge svariati strati sociali, dall’immigrato arabo all’evaso sudamericano, dagli slavi spietati reduci da guerre fratricide a rampolli locali di buona famiglia bramosi di agiatezze e di denaro facile. Tra le pecche, da segnalare lunghi brani di interrogatori e resoconti tratti da cartelle giudiziarie (se ne poteva fare a meno) ed un finale sbrigativo e a tratti inverosimile , come se lo scrittore non sapesse come concludere la lunga e intricata vicenda. Un buon romanzo, comunque, che apre spiragli su un mondo oscuro e nascosto, privo di speranze e di personaggi positivi.
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Otto piacevoli storie di Camilleri
L’ultima fatica di Camilleri si incentra su otto stuzzicanti storie . Periodo : poco prima o poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, Luoghi degli avvenimenti : Vigata e dintorni. Abbandonato per ora al suo lentissimo tramonto il commissario Montalbano, Camilleri ci narra da par suo e nel suo affascinante dialetto sìculo (ciascuna storia è suddivisa in quattro capitoli) via via i disastri di una congiura immaginaria, una rapina ben architettata in una sala da gioco clandestina, la storia di un merlo inopportunamente parlante che svela pericolosi segreti d’alcova, le vicende di un circo di paese e del suo spelacchiato e mansueto leone, lo svolgersi di una particolare missione a fini benefici, la tragica fine di un ingenuo professore innamorato, la storia di una finta maga e di un ingente tesoro sepolto e infine le vicende semiserie di un comunista “duro e puro” convinto a redimersi da una finta e ben orchestrata “apparizione” di Gesù. Le storie sono tutte godibili, si dipanano in scioltezza magistralmente guidate da un Camilleri in forma smagliante. Gli argomenti trattati sembrano essere, da una certa visuale, molto attuali : la furbizia e l’ingenuità paesana della gente comune, la stupidità del potere fin nelle sue diramazioni periferiche, gli inganni dei giochi d’alcova, che, di riffa o di raffa, caratterizzano gran parte delle storie vigatesi. Lo stile dello scrittore di Porto Empedocle è unico : sa tratteggiare personaggi con pochi lucidi tratti, tali da renderli indimenticabili, e mette in scena le vicende con mano sopraffina, quasi si trattasse di un set cinematografico. Camilleri, per la goduria semantica dei linguisti, scova ( o conia ex novo) nuove parole dialettali, quali ad esempio Rollisiroici ( Rollsroyce), covviboissi (cowboys) , colpo polettico ( colpo apoplettico, sempre che non sia un refuso!), purmunia (polmonite) e via discorrendo. Il suo dialetto sìculo è ormai una vera e propria lingua ed ai lettori più smaliziati ( e affezionati) non riserva quasi più sorprese. Una nota finale : se fossi la maga Arsenia (“chiaromante chiaroveggenti” ) della settima storia, mi giocherei tutto ora sul ritorno di Camilleri al suo inseparabile Montalbano : e sicuramente ci azzeccherei !
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Agnes Browne e i suoi figli
Ecco un altro romanzo di Brendan O’ Carroll, forse più bello e più vivo del primo che riguardava le esperienze di mamma della sua eroina irlandese, Agnes Browne. L’autore sciorina, una dopo l’altra, le imprese dei sette “marmocchi” di Agnes , ognuno ben delineato nel suo carattere e nei suoi rapporti con quella meravigliosa “mammy” che è la protagonista della saga. C’è Mark, il primogenito, gran lavoratore, esperto in falegnameria, che si caricherà sulle spalle la famiglia guidandola, tra mille avversità, verso un porto sicuro. E poi Dermot, lesto di mano, furbo e ricco d’astuzia. E ancora Simon, pio ed impacciato, che troverà un lavoro sicuro in ospedale, Francis, la pecora nera della famiglia, che abbandonerà fuggendo a Londra ove morirà consunto dalla droga, Rory, esperto parrucchiere che dichiarerà ad una mamma stupìta la sua omosessualità, Trevor, tardo e impacciato, che si rivelerà invece bambino prodigio dimostrando una straordinaria propensione per il disegno e la pittura, e infine la ragazza, Cathy , bella e brava, che troverà l’amore e la felicità in un onesto poliziotto del quartiere. Su tutti, con affetto e malcelato orgoglio, vigila Agnes, sempre pronta con una battuta o un intervento opportuno a sbrogliare matasse complicate o a risolvere situazioni delicate. L’estro dell’Autore rifulge in questo secondo romanzo con uno stile stringato ed essenziale, con mano sapiente e leggera, senza mai indulgere al risvolto tragico od alla forzata commozione. C’è un sorriso per tutti, che l’Autore, attraverso la sua eroina Agnes, elargisce ai suoi personaggi e, attraverso loro, a noi tutti.
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Una mamma adorabile
Mettiamo un po’ d’ordine nella saga familiare di Agnes Browne . Dunque, l’Autore, l’abile ed estroverso Brendan O’ Carroll, si è dapprima cimentato nel lontano 1994 con questo romanzo ( The Mammy, alias Agnes Browne) da cui è stato tratto anche un film dal titolo omonimo, quindi ha scritto in successione “ I marmocchi di Agnes” e “Agnes Browne nonna”, infine, nel 2003, ha voluto donarci , riandando a ritroso nel tempo, le vicende di “Agnes Browne ragazza” allietandoci con il mirabolante inizio della storia della sua personale eroina. In “Agnes Browne mamma”, la bella e intrepida Agnes riesce a trovarsi un marito, mette al mondo sette marmocchi, sopporta stoicamente da buona irlandese i ceffoni ed i soprusi di un compagno violento, non soffre troppo per la sua dipartita e, sempre in simbiosi con l’amica del cuore Marion , affronta le impervietà di una vita difficile da brava e tosta dublinese, con indomito coraggio e consumata saggezza. Alla fine, coronerà un sogno vagheggiato tutta la vita, circondata dall’affetto dei suoi rampolli. Il romanzo scorre garbato e piacevole ( lo si legge quasi d’un fiato), la scrittura è scorrevole : tra battute ironiche e popolaresche e momenti di commovente tenerezza, si finisce per amare questa Agnes mamma e per affezionarsi ai personaggi ambientati nei colorati e turbolenti quartieri popolari in cui Agnes vive.
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Un quartiere di Dublino che non si dimentica
Brendan O’ Carroll, regista, sceneggiatore, commediografo e famoso showman irlandese, esprime in questo suo romanzo una verve narrativa fuori dal comune e crea un personaggio, la piccola e impertinente Agnes , figlia di Bosco Reddin, focoso sindacalista, e di Constance, figlia di un padre-padrone di quei tempi, proprietario della fonderia Parker-Willis : matrimonio ovviamente osteggiato , a quei tempi (siamo negli anni ’30), ma siamo in Irlanda, l’ambiente sono i quartieri popolari del Jarro, pieni di personaggi strani, grida, luci, urla, quartieri ove nasce e vive un proletariato ruspante, vivo, pieno di iniziative, un proletariato che non teme le avversità della vita ed a tutto trova rimedi, per tutto ha una soluzione. Anche per i matrimoni apparentemente impossibili. Da Bosco e Constance nasce Agnes, la protagonista, una vera eroina del quartiere, una bimba e poi una ragazza che cresce, tra personaggi scolpiti con tratti sapienti, dalla sorellina Dolly alla straordinaria amica del cuore Marion, dalle rigide monache dell’Istituto femminile statale del Sacro Cuore, alla burbera Nelly Nugent, la padrona della bancarella dove Agnes lavora. Tutti i personaggi interpretano alla fin fine una voce sola, quella del quartiere popolare traboccante di vitalità, di speranze e di sogni, ma anche di bruschi risvegli e di amare verità. La storia termina con il matrimonio di Agnes, una cerimonia sorprendente con colpo di scena finale. Un romanzo tutto godibile, ironico e a volte irresistibile, da leggere e far leggere.
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Una nuova avventura del commissario Joona Linna
“L’esecutore”, seconda prova dei coniugi Ahndoril ( Lars Kepler è il loro pseudonimo) , è uno swedish-thrilling senz’altro migliore del primo romanzo, “L’ipnotista”. La trama è meglio congegnata, ed il protagonista (ancora il commissario della polizia criminale Joona Linna) si muove questa volta nel mondo dei trafficanti d’armi d’altissimo livello. Il romanzo non ha momenti di pausa e, tra sparatorie, inseguimenti spericolati, agguati e colpi di scena conduce il lettore ad un finale incalzante e ricco di suspence. Il finale, come si conviene, premia i buoni ed i pacifisti, mentre condanna (muoiono quasi tutti) coloro che si arricchiscono illecitamente con forniture d’armi ai paesi del cosiddetto terzo mondo. Un finale indubbiamente edificante, anche se gli Autori non si dimenticano di ricordarci l’elenco dei nove maggiori paesi esportatori di armi convenzionali nel mondo ( USA, Russia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia, Svezia e Cina). Interessanti e assai ben delineati i personaggi che appaiono nello svolgersi degli avvenimenti : dalla pacifista Penelope Fernandez inseguita per quasi tutto il romanzo dall’Esecutore, che vuole eliminarla, al commissario del nucleo antiterrorismo Saga Bauer, dal trafficante d’armi Raphael Guidi, vero genio del male, allo spaurito Axel Riessen, vittima inconsapevole di una ingegnosa e diabolica macchinazione, dalla giovanissima psicolabile Beverly alla madre di Penelope.. Tutti ruotano attorno alla ormai mitica figura (dopo solo due romanzi) del commissario Jonna Linna, poliziotto dall’intuito infallibile e dal coraggio indomito, sempre sulla breccia con la consapevolezza, maturata dopo anni di esperienza, che “le apparenze sono soltanto il velo ingannatore dietro cui si nascondono i crimini”. Un buon thriller, insomma, che si lascia leggere piacevolmente e che lascia presagire nuove avventure dell’inossidabile commissario.
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Ma la Trilogia di Larsson è un'altra cosa...
Continua lo stillicidio dei gialli svedesi, un filone che tende a non fermarsi più. Se la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson resta il capolavoro insuperato, non sempre altri Autori hanno raggiunto l’eccellenza con i loro romanzi. “L’ipnotista”, primo romanzo di Lars Kepler (pseudonimo sotto il quale si cela una coppia di scrittori “principianti”, i coniugi Alexander Ahndoiril e Alexandra Coelho Ahndoril ) pur non raggiungendo l’intensità dei thriller di Larsson, è ben congegnato e, se è caratterizzato da lunghi e noiosi momenti di stasi nella parte centrale, si riscatta con un finale veramente incalzante e pieno di colpi di scena. Se si potesse caratterizzare un romanzo con colori appropriati alla trama, direi che è un romanzo in bianco-nero : il bianco della neve che cade quasi ininterrottamente avvolgendo in un’atmosfera quasi impalpabile e surreale fatti, cose e personaggi (si svolge nel mese di dicembre soprattutto a Stoccolma e dintorni), il nero- grigio delle notti e delle atmosfere di Stoccolma, in cui si muovono personaggi inquietanti e si registrano efferati delitti. Il protagonista, l’ipnotista appunto, svolge la sua attività sondando tramite induzione ipnotica i recessi della psiche, cercando di portare alla luce il passato inconfessabile dei suoi pazienti e rimanendo via via coinvolto, dopo successi e fallimenti, in avvenimenti ai limiti del credibile, fino al rapimento dell’unico figlio. In collaborazione con il commissario della polizia criminale Joona Linna (che troveremo anche nel secondo romanzo della coppia, “L’esecutore”) arriverà attraverso esperienze traumatiche alla soluzione dell’intricata vicenda. Dimenticatevi Lisbeth Salander e Mikael Blomqvist di Larsson : non ci sono personaggi che lasciano il segno. La lettura può essere tuttavia piacevole, anche se lo strepitoso successo di vendita del romanzo appare, a guardar bene, inspiegabile.
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Un saggio sulla storia della geometria
Ecco un nuovo saggio di Odifreddi, scienziato e grande comunicatore, docente di Logica all’Università di Torino ed apprezzatissimo collaboratore di giornali e riviste, scientifiche e non. Questa volta, il nostro affronta il complesso argomento della geometria, o meglio si cimenta nel tentativo di affrontare in modo comprensibile a tutti (vedremo poi che non è proprio così) la storia della geometria, cioè (come Odifreddi stesso afferma) “ lo sviluppo nel tempo del concetto di spazio”. Tutti, chi più chi meno, abbiamo un’idea della geometria e delle sue misure : i concetti di punto, linea, superfici, aree, angoli e triangoli ci hanno in vario modo angosciato durante il corso degli studi, disvelandoci argomenti apparentemente aridi (forse perché mal spiegati e peggio intesi), argomenti però che dovrebbero avvicinarci a comprendere la struttura delle cose e del mondo. Odifreddi tenta nel suo saggio una nuova via: affronta l’argomento “geometria” dal punto di vista storico guidandoci pazientemente per mano attraverso le mirabolani scoperte dei papiri egiziani, i calcoli di Euclide, Pitagora, Archimede, la elaborazione e la enunciazione de più noti teoremi, il tutto corredato da immagini architettoniche e da opere d’arte che riflettono nella loro struttura la complessità geometrica . E’ un viaggio affascinante, pieno di trovate brillanti , battute ironiche, aneddoti, delucidazioni che pochi forse sanno (per esempio vi si spiega perché Rio de Janeiro, ovvero Fiume di Gennaio, si chiama appunto così, o che significato hanno i trigrammi che compaiono sulla bandiera della Corea del Sud, oppure ancora l’esperimento apparentemente banale con il quale il matematico Eratostene calcolò più di duemila anni fa con un errore inferiore all’uno per cento la circonferenza terrestre ....). La lettura, anche se a tratti non facile per chi non è del mestiere o per chi ha solo vaghi ricordi scolastici, si dipana tra gli oggetti del contendere (punti, segmenti, angoli, rette, curve, superfici e solidi), le loro misure (lunghezze, aree, volumi) e i loro contenitori (piani e spazio). Dopo il capitolo sugli Elementi di Euclide, in cui vengono concisamente esposti i contenuti dei tredici Libri del sommo “elementista” (algebra, aritmetica, analisi dei numeri reali, geometria piana, solidi e la famosa dimostrazione secondo cui i solidi regolari non possono essere più di cinque) e la presentazione dell’altrettanto sommo Archimede, con i suoi trattati sui corpi galleggianti, sull’equilibrio dei piani, sulla misura del cerchio e sulla sfera ed il cilindro, ecco che la materia si fa veramente ostica, quasi incomprensibile , soprattutto per chi non ha frequentato scuole superiori ad indirizzo scientifico .Coniche, iperboli, parabole, ellissi, trigonometria sono ostacoli pressoché insuperabili per chi legge senza documentarsi : è indispensabile rispolverare i libri di scuola, cercare di entrare a ritroso in argomenti dimenticati, capire (con non poca fatica) il significato di formule e diagrammi : sono richiesti tempo e fatica, il piacere della lettura diventa sforzo mentale e ricerca, un continuo confronto tra quello che si sa e quello che non si ricorda più. Può essere un cimento stuzzicante e gratificante, come capita non di rado con le opere di Odifreddi. Un consiglio, prima di aprire il volume : tenere a portata di mano almeno un testo (anche elementare) di geometria : la lettura scorrerà, almeno per i primi capitoli, senza grossi intoppi, e , nel prosieguo, invoglierà a farsi supportare da testi più specifici. Buona lettura !
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Un romanzo introspettivo
Dopo il suo primo romanzo pubblicato nel 2005 (“Con le peggiori intenzioni”), un grande affresco sulle vicende di una famiglia ebraica, i Sonnino, ecco un nuovo romanzo di Alessandro Piperno (“Persecuzione”), che costituisce la prima parte di un dittico (“ Il fuoco amico dei ricordi”), il cui secondo volume dovrebbe uscire tra pochi mesi., E’ la storia tragica di un illustre medico, il professor Leo Pontecorvo, famoso oncologo pediatrico, che ha tutto dalla vita : eccellenza professionale, aspetto imponente e gradevole, carattere brillante, moglie e figli adorabili, ricchezza, notorietà. Nulla sembra mancargli. Ad un tratto però, ecco l’imprevisto : in seguito ad una serie banale di eventi imprevisti, favoriti anche dalla fanciullesca ingenuità del protagonista, il nostro luminare della medicina, tanto abile ed esperto nella sua professione quanto impreparato di fronte alle cattiverie del mondo, si vede incolpevolmente travolto da uno scandalo infamante, l’accusa di stupro nei confronti di una perfida dodicenne. Tutto crolla, il lavoro, la stima dei colleghi ospedalieri, i rapporti familiari, le amicizie. Il poveretto si macera nella solitudine, abbandonato da tutti, incapace di comunicare la verità e di affrontare il mondo esterno e la realtà dei fatti. Una tragica fine l’attenderà. Piperno scandaglia da par suo l’animo umano (anche qui la famiglia appartiene alla ricca borghesia ebraica della Roma dell’Olgiata), indagando minuziosamente sui risvolti psicologici del dramma ed introducendo nel corso della narrazione il ricordo nostalgico dei tempi felici, quando il famoso professor Pontecorvo dipanava serenamente la sua vita, ammirato, stimato ed amato, incapace di intuire che la sua ingenuità e la sua fiducia nel prossimo l’avrebbero condotto ad un tragico epilogo . Ottimo romanzo, scorrevole e coinvolgente la scrittura di Piperno . Il protagonista emerge a tutto tondo : la sua figura indimenticabile, permeata da una profonda umanità,, ci insegna forse che, di fronte alle ferite lancinanti della vita, il rinchiudersi in sé stessi abbandonandosi ai ricordi non sempre rappresenta una sconfitta, ma può significare una consapevole e superiore rinuncia a battersi inutilmente contro le meschinità di una vita che raramente premia i meritevoli.
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Un romanzo magistrale
Il dottor Pereira è redattore della pagina culturale di un quotidiano portoghese del pomeriggio, il “Lisbooa”. Siamo nel 1938, Pereira è un brav’uomo, tranquillo, senza grilli per la testa, metodico, lavoratore, esperto di letteratura soprattutto francese; s’interessa poco di politica, pur vivendo in un periodo di fermenti prebellici, con una guerra civile che sta per sconvolgere la vicina Spagna e un governo portoghese autoritario e poliziesco che appoggia i falangisti e che ha orecchie e spie dappertutto. Pereira è al corrente dell’attualità tramite Manuel, un cameriere che ascolta radio libere e che lo informa di tutto quello che succede. Ma Pereira è immerso nella sua amata passione letteraria e non sembra vivere emotivamente gli accadimenti che lo circondano, finchè incontra un giovane ribelle, Monteiro Rossi, incaricato di arruolare volontari da mandare a combattere in Spagna: Pereira non sa, non vuole sapere, si limita ad offrire un compenso per le saltuarie collaborazioni che il giovane gli offre al giornale. Poco a poco, però, Pereira viene coinvolto dalla passione civile del giovane, comincia a comprendere il motivo profondo della sua ribellione: teme per l’incolumità del suo collaboratore, lo nasconde in casa ma viene raggiunto da sgherri della polizia che scoprono il nascondiglio, massacrano Monteiro e intimano a Pereira di non aprire bocca. Qui Pereira non ha più dubbi : con uno stratagemma fa pubblicare sul “Lisboa” un durissimo attacco ai metodi della polizia, indicando nomi, cognomi, luogo del delitto e ubicazione del cadavere. Quindi, con il ritratto della moglie in valigia e passaporto falso, si avvia con studiata calma (prima che il “Lisboa” sia in edicola ) probabilmente verso un’agognata libertà.
“Sostiene Pereira” (indimenticata l’interpretazione di Mastroianni nell’omonimo film) è indicato come uno dei libri da non perdere nel patrimonio di letture di ognuno di noi. Tradotto in tutto il mondo e vincitore di grandi premi letterari (tra cui il Viareggio e il Campiello), si colloca nel panorama letterario come grande romanzo civile, scritto in modo semplice e magistrale, e si fa leggere tutto d’un fiato perché (come scrive Lalla Romano) è troppo bello e si fa amare senza riserve. Resta da riflettere su significato del titolo : chi o che cosa sostiene il nostro Pereira ? Si potrebbe pensare che “sostiene” tutto quello che afferma davanti a un tribunale, al quale non è riuscito a sfuggire, Oppure davanti al tribunale più grande e universale della letteratura, grande passione di sempre del dottor Pereira. Oppure ancora mi piace pensare che Pereira sostenga tutto quello che narra dinnanzi alla propria coscienza, una coscienza di uomo libero e consapevole di scegliere la propria via e la propria vita nella Storia.
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Un testo lucido e ironico
E’ ben noto che Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura, ha sempre cavalcato posizioni decisamente anticlericali, che gli sono costate in patria amare polemiche, soprattutto dopo l’uscita del “Vangelo secondo Gesù Cristo” (1993). Tali posizioni sono state ribadite via via negli anni, tanto che l’Autore ha apertamente affermato ne “L’ultimo quaderno” (1910) : “ ..ci sarebbe da esser grati se la Chiesa Cattolica Apostolica Romana smettesse di intromettersi in quello che non la riguarda, cioè la vita civile e la vita privata delle persone…… il suo obiettivo è stato sempre quello di controllare i corpi, e il laicismo è la prima porta da cui cominciano a sfuggirle i corpi…..il vero e proprio scontro arriverà quando infine si contrapporranno credenza e miscredenza, quest’ultima andando alla lotta con il suo vero nome : ateismo “. Le posizioni anticlericali dello scrittore portoghese vengono ribadite nella sua penultima opera, “Caino” : se nel “ Vangelo” Saramago aveva esposto la versione personale e originalissima del Nuovo Testamento, in “Caino” (2010) ecco la sua versione altrettanto originale del Vecchio Testamento. Con la sua consueta scrittura a tratti ininterrotta, incalzante, quasi senza pause, Saramago ci narra le vicende del cosiddetto fratello malvagio, dal giorno in cui il signore (“ noto anche come dio”) creò e diede la parola ad Adamo ed Eva. Da qui si dipana la vicenda di Caino, che, considerato di solito, quale assassino del fratello Abele , la personificazione del male, assume nella narrazione di Saramago le vesti di semplice essere umano, con pregi e difetti, come tutti gli esseri umani. Nel racconto biblico di Saramago, che esplora tutti gli eventi descritti nella Bibbia, dalla cacciata dal Paradiso Terrestre al sacrificio di Isacco, dalla Torre di Babele a Giobbe, dalle vicende del vitello d’oro e Sodoma all’Arca di Noè, emerge la figura di un dio malvagio, che non conosce giustizia e magnanimità e che, indifferente alle vicende dell’umanità, sembra non provare nei confronti della stessa nessun palpito d’amore. Saramago ci offre in quest’opera una “summa” del suo pensiero, una rivisitazione del Vecchio Testamento ironica e originale, riaffermandosi ancora una volta come scrittore civilmente impegnato e autenticamente libero.
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montalbano è prossimo alla pensione
Puntuale come sempre, ecco l’ultima indagine del commissario Montalbano, la prima che Camilleri pubblica per Sellerio dopo la scomparsa della cara Elvira a cui l’Autore dedica un commovente ricordo. Tornando al romanzo, è evidente che Montalbano sente sempre più sopraggiungere l’età della pensione : ha cinquantotto anni, e il dottor Pasquano, medico legale, gli dice apertamente che ormai è un rottame, mezzo decrepito, invitandolo (sono le consuete schermaglie tra i due) a dimettersi. Ma Montalbano resiste, e, tra le consuete scorpacciate in trattoria da Enzo, gli scontri verbali con l’ottuso questore di Montelusa, le comiche battute con l’intramontabile Catarella ed i meritati riposi a Marinella, trova il tempo di impegnarsi in una complicata indagine su una serie di furti su commissione che sconvolgono il tran tran della borghesia vigatese. Ci sono di mezzo, a complicare l’affare, alcune lettere anonime, un appostamento con sparatoria e due cadaveri : uno della banda ladresca e un usuraio, che si suicida per la vergogna. La trama è complessa, ma Montalbano, nonostante gli acciacchi e la “vecchiaglia” incipiente, se la cava egregiamente come al solito, fidando nel suo finissimo intuito e nell’aiuto del sempre più indispensabile ispettore e amico Fazio. Durante l’indagine, Montalbano trova il tempo di perdere la testa per una bellissima cassiera di banca, di origini triestine, che si scoprirà poi coinvolta nella trama dei furti: Angelica è il nome della ragazza, ed ecco che il commissario si perde in reminiscenze letterarie, rievocando l’Ariosto ed il suo “Orlando furioso” e sentendosi quasi novello Orlando geloso di Medoro. Il commissario qui tentenna, perde la sua abituale lucidità sino a farsi sedurre (che dirà la pazientissima Livia?); si riabiliterà alla fine, facendo arrestare, pur con la morte nel cuore, la colpevole Angelica. La scrittura è agile come al solito, pur con qualche momento di stasi; il dialetto siciliano, cui siamo da Camilleri abituati, è ormai, per i lettori incalliti, facilmente comprensibile , con qualche neologismo singolare e simpatico (ad esempio, il malleolo è l’osso “pizziddro”). Attendiamo ora le ultime avventure del commissario, prima della meritata pensione e delle auspicabili nozze con la genovese Livia, compagna di sempre.
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un testo che risveglia le coscienze
Questo è l’ultimo quaderno scritto dal premio Nobel Josè Saramago prima di morire pochi mesi fa nella sua amata Lanzarote. Leggere Saramago è, ogni volta, un’esperienza nuova, vivificante, tanto è l’impegno sociale vero e vissuto che traspare dalle sue parole, corroborate sempre da un’onestà cristallina e da una rettitudine morale di raro riscontro. Sotto forma di diario, l’Autore annota giorno dopo giorno, mese dopo mese (siamo nel 2009) pensieri, considerazioni e riflessioni ora gioiose, ora indignate sulle realtà del mondo d’oggi. E’ noto che Saramago è sempre stato impegnato politicamente (si iscrisse al partito comunista nel 1969, quando il Portogallo era governato dalla dittatura di Salazar) ed ha avuto sempre atteggiamenti anticlericali ( si leggano Caino e Il Vangelo secondo Gesù Cristo) : le sue posizioni ideologiche però non fanno mai velo alla sua scrittura limpida e onesta, dalla quale risalta sempre, senza ipocrisie, la sua condizione di scrittore intimamente connessa alla sua coscienza di cittadino. Nel quaderno sono ricordati, talora con grande affetto, colleghi e amici : incontriamo il grande poeta portoghese Fernando Pessoa, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano (costretto in esilio dalla dittatura militare in Argentina prima e in Spagna poi), il famoso poeta uruguayano Mario Benedetti ( anche lui esiliato), il drammaturgo spagnolo Alfonso Sastre (promotore di un teatro social rivoluzionario e antimilitarista). Il narratore e saggista argentino Ernesto Sabato (autore del Famoso testo Nunca mas ricco di documenti sulle persecuzioni della dittatura argentina negli anni ’70), e tanti altri tra cui i nostri Dario Fo e Umberto Eco, la pittrice Sofia Gandarias, il regista Almodovar, il chitarrista Carlo Paredes, il grandissimo Gabriel Garcia Marquez….Il ricordo degli amici si alterna a memorie d’infanzia, a riflessioni sull’ambiente e sul futuro del pianeta, a critiche sull’ingerenza della chiesa cattolica nella nostra vita d’ogni giorno, sino ad invettive vere e proprie contro personaggi politici attuali verso i quali, quale novello Cicerone, scaglia il lapidario monito Usque tandem Catilina, abuteris patientia nostra…(lascio individuare il personaggio alla curiosità dei lettori). Da apprezzare la campagna di Saramago contro il barbaro spettacolo della corrida , dove “ il popolo è felice mentre il toro tenta di sfuggire ai suoi carnefici, lasciandosi dietro rivoli di sangue…”, ed i suoi più che attuali interrogativi sui compiti dell’università, che non deve limitarsi a formare l’individuo allo svolgimento di una professione, ma deve prima o poi dedicarsi anche ad un’altra formazione, “..quella dell’individuo, della persona, del cittadino, questa trinità terrestre, tre in un corpo solo…”. Leggere e meditare Saramago, centellinando le sue parole, non può che far bene, al cuore e all’intelletto.
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Un nuovo piacevole Camilleri
Camilleri abbandona lo stagionato commissario Montalbano ed affronta da par suo, con una scrittura stringata ed efficace, il torbido mondo degli affari, dove potere, sesso, politica ed imbrogli finanziari si intrecciano in una vicenda incalzante,densa di colpi di scena ove i deboli imbelli soccombono e gli squali privi di scrupoli sembrano trionfare. Ma.. Ecco il colpo di teatro finale, che ci farebbe commentare manzonianamente che, in fin dei conti, una giustizia compensatoria esiste, ed arriva al momento opportuno. Il romanzo scorre piacevolmente, si legge d'un fiato, è ben congegnato e ci rivela come sempre un Camilleri all'altezza della sua fama ed ottimo conoscitore dei tempi poco limpidi e convulsi in cui viviamo.
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il gioco dell'angelo
Chi ha letto compiutamente L'ombra del vento e ne ha tratto tutte le magie contenute, resterà deluso leggendo questo volumone prolisso,a volte incomprensibile, dalla trama complessa e sempre sospesa tra realtà e magia, tra vita vissuta e immaginata, tra accadimenti reali e misteri irrisolti..
Nulla da dire sulla scrittura,magistrale e coinvolgente, che ti danno un'immagine di Barcellona come nessuno mai: ma è la trama,stavolta, a fare acqua,con quei risvolti magico-religiosi che,anzichè farti riflettere, ti fanno rimpiangere la trama e l'evolversi degli accadimenti del precedente romanzo.
Il finale,poi! Semplicistico e infantile, quasi che lo scrittore non sapesse più come sbrogliare l'intricata matassa e avesse voglia,in qualche modo, di liberarsi d'un colpo di una storia che gli stava sfuggendo di mano ed alla quale non sapeva trovare un' illuminante conclusione
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