Dettagli Recensione
La labirintica ricerca di qualcosa che non c'è
Un romanzo plurale, nelle forme e nelle voci. Già da subito scorrendo l'indice di questo ampio volume ci accorgiamo della tripartizione del romanzo: "Messicani perduti in Messico (1975)", "I detective selvaggi (1976-1996)", "I deserti del Sonora (1976)". Questa tripartizione non è solo contenutistica, ma ci troviamo di fronte a due diversi andamenti narrativi: la prima e l'ultima parte in forma diaristica; la seconda, parte centrale e più estesa di tutto il romanzo, in forma testimoniale. Quello che fin da subito ci sembra il protagonista, il poeta Garcia Madero, non è altro che un narratore, una tra le tante voci che prenderanno parola lungo il nostro viaggio di comprensione. Comprensione di cosa? Del comportamento e della vita di Arturo Belano e Ulises Lima, i veri detective selvaggi del titolo. Alter-ego dell'autore e del suo migliore amico (Mario Santiago Papasquiaro), i due poeti realvisceralisti non prenderanno mai la parola, ma le loro avventure, la loro ricerca, verrà messa in luce dagli amici, i parenti, e tutte le persone che grottescamente incontreranno nella loro slancio vitale. E' il romanzo della diversità, della pluralità, in cui il mondo è rappresentato in tutte le sue sfaccettature, e di cui mostra l'insensatezza di fondo. I personaggi sono impulsivi, animaleschi, agiscono più che pensare; il loro momenti di introspezione sono epifanici, a squarci, in uno sfondo di non-sense. La trama è abilmente frammentata, non c'è linearità, mentre sembra andare verso una direzione ben precisa ecco scattare qualcosa, ecco che il mondo cambia. Il tema della quete, della ricerca, è ben chiaro dall'inizio: la ricerca della leggendaria poetessa Cesarea Tinajero. Ma è una ricerca inconcludente, spezzata e intervallata da digressioni, viaggi onirici e storie alternative. Le voci che intervengono utilizzano l'incontro con i due poeti sudamericani come pretesto per parlare della propria vita, in questo ossessivo desiderio di essere ascoltati. Un viaggio folle, grottesco, divertente ed inquietante, orchestrato da una penna tra le migliori della fine del secolo scorso. L'aforisma "non è la meta che conta, ma il viaggio" sembra fatto su misura per Bolano, che vi terrà incollati alla pagina, fino a che ne vorrete ancora, e ancora, e ancora.