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L'epica rovesciata
“(...) non si costruisce sul nulla. La partita non la vincono gli eroi giovani e belli. La partita la vince chi resta sul campo quando gli altri ne hanno avuto abbastanza. E di solito a resistere un secondo più a lungo sono gli stortignaccoli, le vesciche di grasso, i ragionieri, i meschini che non gli daresti una lira. E' tutto scritto nella vita.”
Asciutto nella narrazione. Immediato nella caratterizzazione dei personaggi. Rapido nei dialoghi. Un soggetto letterario che è a un passo dalla sceneggiatura. Forse “il Freddo” è meno coatto e più afflitto rispetto all'interpretazione (splendida!) di Kim Rossi Stuart, e il Dandi ha tratti somatici e caratteriali più grezzi di quelli incarnati da Claudio Santamaria. Certo è che dalla pagina scritta “Romanzo criminale” viene fuori già come film.
Inevitabile, per un romanzo nel quale un periodo raramente dura più di due righe. Fatto di rimandi continui da un personaggio all'altro, da una zona all'altra di Roma, da un episodio a quello successivo. Un racconto che non ha cali di tensione.
La storia è quella del clan malavitoso conosciuto come “la banda della Magliana”, che in uno specifico periodo della nostra storia (a cavallo tra gli anni '70 e '80) ha in mano le chiavi della capitale... o forse solo la relativa illusione: non è città, Roma, che ti consente di dominarla sul lungo periodo.
Nutrirsi della vita di strada, di violenze, droga, prostituzione, omicidi, in una escalation che sembra un carro su una discesa: non ha bisogno di nessuno per prendere velocità, proprio come nessuno può più fermarlo. Un pezzo di storia del Paese, che si intreccia con altri pezzi (anche più oscuri): mafia e camorra, servizi segreti deviati, gli anni del “mercato” di ero e coca, brigatismo e sequestri, bombe e stragi di Stato.
E' il racconto del tentativo di un salto di qualità, destinato a durare finché dura.
Ma il meglio del romanzo di De Cataldo – per proseguire il confronto tra libro e film – è altrove: stranamente, per questo tipo di storie, non nel profilo dei “cattivi” ma nella figura del tutore della legge. Lo “sbirro” Scialoja, segue la pista del riscatto di un sequestro finito male e finisce per intercettare la banda, che non mollerà più. Un integerrimo commissario di Polizia, che tuttavia riesce a mettersi nei guai per una vecchia amicizia con una brigatista; un uomo rigoroso ma combattuto, a volte sul punto di mollare ma incapace di farlo davvero.
I passi più belli del romanzo sono nella torbida attrazione tra il poliziotto e Patrizia, fascinosa prostituta senza padroni che finisce per diventare, suo malgrado, la donna del Dandi: una donna alla quale un uomo difficilmente resiste, ed un uomo (lo sbirro) al quale quel tipo di donna non riesce ad opporre la stessa determinazione che usa agli altri. Il romanzo cesella meravigliosamente questo rapporto nel quale volontà e destino non si incontrano.
All'opposto, il finale sembra il punto più faticoso del libro: molti personaggi nuovi si affacciano (conseguenza dello sfaldarsi della banda, che lascia pian piano il campo a nuovi balordi); Scialoja, in qualche modo, perde il suo senso d'appartenenza alle istituzioni; le trame di Stato, con il crollo del blocco comunista, sembrano quasi evaporare.
Ad onor del vero, pare che De Cataldo sia stato particolarmente fedele ai fatti realmente accaduti (la beffarda sepoltura del Dandi in una basilica, con la benedizione del Vicariato di Roma, rimanda a quanto davvero accaduto con la salma del malvivente Enrico De Pedis); non così il film.
A proposito della pellicola... Coerentemente con lo sguardo fisso ai “cattivi”, chiude con un flashback che sa di “pietas”: c'è stato un momento in cui questi eroi da due soldi, ancora ragazzetti alle prese con pidocchiosi furti d'auto, potevano essere tirati via dalla strada e salvati... C'è stato un momento...
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Commenti
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Per fartela breve, mi sono già fatta mettere da parte il romanzo nella mia libreria di fiducia. :-) Bravo!
Io il libro l'ho letto e di certo non è facile recensirlo.
Non ho niente da dire riguardo al contenuto, che poi non è altro che cronaca, romanzata.
Per lo stile invece ho avuto qualche dubbio, anche a me è sembrato un soggetto, volutamente, scenografico.
Mi è piaciuto di più Suburra, scritto a 4 mani con Bonini; e sinceramente sarei curiosa sulla collaborazione tra i due...
la serie tv l'hai vista?
Narra un pezzo importantissimo della recente storia italiana, opere di questo tipo hanno un solo rischio : idolatrare agli occhi del lettore/spettatore più disattento quelli che sono stati semplicemente dei criminali, qui giustamente resi "umani " e " simpatici " a fini di intrattenimento.
Il parallelo libro-film mi è venuto da subito, sia perchè avevo già visto il film due o tre volte (in momenti distanti tra loro), sia perchè sono costruiti in maniera diversa (ottima cosa se si vuole fare un parallelo). Devo dire, come accade molte volte, che il libro si fa preferire, anche perchè è più fedele ai fatti realmente accaduti. Ma Michele Placido non è un regista banale,e dunque anche il film ha una sua indiscutibile bellezza.
Il rischio che tu individui è giustissimo: io ho cercato di evidenziarlo nel titolo della recensione. Sotto questo aspetto il film è, per così dire, più "pericoloso", guardando più ai "cattivi". Con due mostri sacri come Favino (il Libanese) e Rossi Stuart (il Freddo), il rischio di immedesimazione è anche maggiore. Comunque un plauso a De Cataldo per aver confezionato questa bella storia (pare sia stato uno dei giudici che ha indagato sulla famigerata banda).
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Ciao!