Dettagli Recensione
l'estraneità della vita
Vi siete mai chiesti, camminando per la strada, quali pensieri, quali fantasie, quali desideri, quali paure, quali vite insomma nascondano le facce che vi vengono incontro, vi passano accanto, vi oltrepassano, si allontanano per sempre da voi? Se le loro bocche si aprissero per raccontarvi le emozioni del momento, non capireste molto di più che se non avessero parlato. La letteratura è stata vissuta si può dire quasi da sempre con l’idea che al lettore bisogni far capire tutto, spiegare ogni dettaglio. E se invece raccontare fosse mostrare solo qualche scheggia di una storia? E’ ciò che fa Paolo Marati in questa bella raccolta di brevi racconti. O come chiamarli? Lampi, squarci di conoscenza in un buio fitto di qualcosa che non si può conoscere. Ma non l’abisso dell’inconscio, i segreti dell’ego o del superego: per sua e nostra fortuna lo scrittore di questi racconti non raccatta il banalume della psicanalisi mal masticata e peggio digerita dalla mezza cultura oggi dilagante in Italia. Ciò che s’intravede qui sono frammenti di una vita già di per sé frammentata. Nulla è spiegato, perché non c’è nulla da spiegare: che cosa dovrebbe dire di sé la foglia che si accartoccia per l’eccesso di calore? O che cosa potrebbero dirci di più gli spudorati email (la parola inglese è neutra, non femminile) che strillano un amore forse inesistente? È il racconto che chiude la raccolta. Si dice dormire insieme, e invece si dorme ciascuno per sé. Anche il sesso, può darsi è così. Magari perché l’altro, o l’altra, ha l’alito che puzza. O credere per sempre ciò ch’è solo istantaneo. I personaggi di questi racconti sembrano strani, incomprensibili, può darsi allucinati, schizzati, ma sono solo di se stessi ciò che appaiono nell’attimo del racconto. Appunto come la gente che incontri per strada e non vedrai forse mai più. C’è inoltre un altro boccone inappetibile, ancora più amaro, più duro e pesante, che lo scrittore fa ingoiare malamente al lettore: nemmeno di sé stessi i personaggi capiscono o conoscono veramente qualcosa. E allora la sensazione sostituisce il ragionamento o il ragionamento è solo un tentativo infelice di conferire forma razionale alle libere associazioni del cervello. Ciò che effettivamente emerge, alla fine della lettura, è una irrimediabile solitudine, una irreversibile infelicità. La prosa, scarna, quasi priva di subordinate, ne proietta sulla pagina l’ombra minacciosa. Viene voglia di chiedersi: e poi?
Dino Villatico
Roma, mercoledì 14 maggio 2008.