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Liberarsi dai lacci della felicità
Patriarca di molti romanzi distopici novecenteschi, “Noi” è al contempo feroce satira dell’utopia comunista e lucida anticipazione di quelle che solo anni dopo saranno le grandi dittature europee: Zamjatin delinea con chiarezza quasi profetica uno Stato Unico governato col pugno di ferro dal Benefattore, pronto a mettere a tacere con la forza chiunque osi opporsi a quella che i nostri occhi di lettori contemporanei appare come una vera e propria dittatura.
Zamjatin si allontana però decisamente dai primi anni del ‘900 quando scegli come ambientazione per il suo romanzo un futuro lontano in cui la razza umana si è affacciata al baratro dell’estinzione per poi chinarsi docilmente al giogo dello Stato Unico, che imprigiona i suoi abitanti in una felicità illusoria, dopo averli resi liberi dalla libertà stessa.
È questo lo scenario in cui si muove D-503, Costruttore della navicella spaziale denominata “Integrale”, prossima al suo primo viaggio su nuovi pianeti dove portare la vera civiltà. L’esistenza preordinata del protagonista, piccolo ingranaggio nel grande meccanismo statale, viene radicalmente stravolta dall’incontro con I-330, di cui si innamora e grazie alla quale riesce infine a vedere il vero volto del Benefattore.
In D-503 la trasformazione è molto graduale, a volte pare quasi fare dei passi indietro; la rivoluzione è però già in atto e chi vuole sfidare il potere dello Stato Unico non attende ulteriormente per far sentire la propria voce. Gli eventi si fanno via via più adrenalinici, con l’approssimarsi del finale e della rivelazione circa il destino di questa Terra tanto distante della nostra, sia sul piano temporale sia su quello culturale.
Se paragonato ai protagonisti di romanzi distopici più moderni, D-503 si dimostra a più riprese un uomo poco coraggioso, ed il solo motivo che lo spinge alla ribellione contro il regime è il sentimento d’amore per I-330, in assenza della quale si ritrova spesso preda del dubbio; per gran parte del romanzo si trova sospeso quasi tra due versioni di se stesso: l’ubbidiente unità, parte del Noi collettivo, e l’Io selvaggio, egoista e a tratti animalesco. Il suo comportamento può comunque trovare una comprensibile giustificazione nell’ottica di una vita interamente allietata dalla felicità effimera dello Stato Unico: non deve essere stato affatto facile comprendere un’alternativa a tutto ciò.
Il ruolo dell’eroina ribelle viene quindi delegato a I-330, tratteggiata quasi come una femme fatale capace di persuadere ogni uomo ad aiutarla nei suoi piani. Benché il punto del protagonista porti il lettore lontano dall’azione, I-330 si dimostra comunque una donna decisa nei suoi propositi e pronta a tutto per essi, perfino a resistere ad una crudele tortura.
Il Benefattore risulta invece un antagonista embrionale, primo di una caratterizzazione; la sua figura fa pensare ad un’ombra che incombe sui protagonisti, anziché ad una persona in carne ed ossa.
In questo romanzo è inoltre la collettività stessa a diventare un personaggio. Le persone ci vengono presentate come del tutto dimentiche della loro individualità: tutti indossano gli stessi vestiti, compiono le stesse azioni nello stesso istante ed hanno perfino perduto il nome in favore di numeri e lettere.
È curioso segnalare come il protagonista associ la lettera di ognuno alla sua fisicità e come inserisca nel suo “diario” molti riferimenti ai numeri, ai calcoli e alle forme, seppur ciò non stoni affatto in un mondo dove perfino attività artistiche quali la poesia sono schematizzate e dominate dalla matematica.
Un plauso infine allo straordinario stile di Zamjatin, specialmente per le geniali metafore e per le riflessioni che ispira nel lettore, ma anche all’ottima traduzione italiana di questa edizione, resa più ricca dalle utili note a fondo volume.