Vicolo Cannery
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Humanity Row
Più si accumulano volumi nella biblioteca astratta delle proprie letture, più ci si rende conto che esistono diversi tipi di scrittori. Esistono quelli con una grande idea, che riesca a compensare alla mancanza di un’eccelsa qualità nella scrittura; esistono quelli eccelsi nella scrittura ma privi di idee e che dunque si attorcigliano su sé stessi… e tanti, tanti altri. Esistono, al vertice della piramide, quelli che accostano alla grandezza della propria scrittura una sensibilità fuori dal comune, una capacità di tirar fuori un racconto dal nulla o comunque da qualcosa che non ha niente di fantastico o eccezionale. Uno di questi è John Steinbeck, e “Vicolo Cannery” è proprio uno di questi romanzi.
Sì, perché in fondo questo romanzo non tratta altro che dei tipi umani che popolano una piccola stradina della città di Monterey, in California, che prende il suo nome da un conservificio di sardine e per questo motivo si chiama “Cannery Row”. Sebbene la quarta di copertina esordisca dicendo che “i suoi abitanti sono bagasce, ruffiani, giocatori e figli di mala femmina”, subito dopo corregge il tiro dicendo che guardando da un’altra prospettiva si sarebbe potuto dire che fossero “santi e angeli e martiri e uomini di Dio”; questo perché in fondo gli abitanti del Vicolo Cannery non sono nient’altro che esseri umani, coi propri lati oscuri ma che conservano in sé quel barlume di luce che alberga nell’animo di ognuno. Steinbeck dipinge questo quadro di umanità con una poeticità che mi ha ricordato un po’ “L’estate incantata” di Ray Bradbury, cercando di andare in profondità negli abissi dell’uomo non per metterne in risalto gli elementi torbidi ma quelli luminosi, che sono nascosti spesso altrettanto in profondità.
Elemento centrale del romanzo sono i personaggi, che potremmo considerare anche delle macchiette ma che proprio per questo motivo ci sembrano reali, sembrano assomigliarci e possedere pregi e difetti in cui ogni essere umano può identificarsi. Fulcro di questa piccola comunità sociale è il Dottore, uomo fuori dal comune che sembrerebbe solo dedito al lavoro al suo Istituto Biologico Occidentale, ma che è il piccolo centro umano intorno al quale ruota la vita di tutti i personaggi che popolano il Vicolo Cannery, compresa la banda di Mack e compagni, protagonista insieme a lui di questo racconto. Non è un caso, nonostante le sfortunate vicissitudini che li vedranno protagonisti, che queste due entità umane guardino l’una all’altra con rispetto e simpatia: Mack e compagni verso il Dottore come uomo colto e capace, come punto di riferimento, come uomo buono e comprensivo che è degno della più grande stima e considerazione, se non addirittura venerazione; il Dottore verso Mack e compagni come «i veri filosofi» e detentori del segreto della vita stessa, come testimonianze silenziose di come in realtà la vita andrebbe solo e soltanto goduta nelle sue piccole cose, senza affannarsi e procurandosi nei malanni nella ricerca di una scalata verso l’alto che non è altro che vanità.
In Vicolo Cannery non accade nulla di eclatante, come nella maggior parte dei libri migliori che ho letto nella mia vita. Steinbeck non ha bisogno di eventi fantastici o straordinari per stupirci, per farci riflettere. A lui basta conoscere l’uomo e mostrarcelo solo come lui sa fare.
Da leggere assolutamente.
“Mi è sempre sembrato strano. Le cose che ammiriamo negli uomini, la bontà, la generosità, la franchezza, l'onestà, la saggezza e la sensibilità, sono in noi elementi che portano alla rovina. E le caratteristiche che detestiamo, la furberia, la cupidigia, l'avarizia, la meschinità, l'egoismo, portano al successo. E mentre gli uomini ammirano le prime di queste qualità, amano il risultato delle seconde.”
Indicazioni utili
Un vicolo grande grande.
Ricordo ancora il momento in cui il mio sguardo si è soffermato - in maniera piuttosto decisa - sulla copertina di questo libro, perché alla fine sono un inguaribile esteta.
Era il primo libro che leggevo di Steinbeck e ne sono rimasto totalmente rapito, piacevolmente rapito, da questa realtà così magica, fatta di alti tristi e di bassi divertenti.
Questa sinergia è difficile da spiegare senza rischiare di raccontarvi il libro.
La storia scivola via tra un dialogo tra ubriachi e un dialogo alcolico che non sta ne in cielo ne in terra per l'assurdità delle frasi sconnesse.
Ha a sua disposizione un mondo intero eppure svolge l'intera vicenda in un ambiente circoscritto: la casa di un dottore, la casa dei "mascalzoni" e il negozio del mercante, il tutto racchiuso in un vicolo, appunto il vicolo Cannery.
Questa è una caratteristica di Steinbeck, ambientare piccole vicende, in un piccolo spazio, e questo non minimizza nulla, anzi a mio avviso conferisce al racconto una dimensione immensa.
Per rendere l’idea vi farò un esempio: preferite un ristorante grande, pieno di gente e quindi caotico e sterile o una piccola osteria, calda, riservata, magari col camino in un angolo e con la nonna del proprietario in cucina?
A voi la scelta!
La vicenda ruota intorno ad un paio di pantaloni bucati, uno di scarpe aperte, una bottiglia con tutti i rimasugli di altri alcolici, una festa a sorpresa riuscita male, una caccia alla rane, una stufa pesantissima, un cane randagio, ed infine una festa non più a sorpresa ma stavolta riuscita bene.
Finito di leggere il libro si ha la sensazione di aver letto appena cinque pagine.
Ti lascia dentro un vastità di contenuti e di rilassatezza mista ad una tristezza di aver perso qualcosa di importante.
Sulla scia di questo libro ho deciso di leggermi anche Pian della Tortilla...ma questa sarà un'altra recensione!