L'esercito di cenere
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Il Nemico
Il testo inizia in modo caotico. Si capisce dalle prime righe che il romanzo è bellissimo ma non è chiaro il motivo del caos narrativo. Tutto disorienta il lettore sballottato dal racconto che procede un po’ in terza persona, un po’ in prima persona, un po’ in prima persona che si rivolge a un tu, e il tu è un personaggio che compare molte pagine dopo, Baigorria, un cercatore che accompagnerà l’io narrante nella sua missione. Il narratore è infatti il tenente Quesada e il libro finisce come è cominciato con un duello, così che l’incipit delirante lo si capisce solo alla fine. Comunque la narrazione si fa presto limpida. Quesada uccide in un duello un pezzo grosso di Buenos Aires, una Buenos Aires dove sta per scatenarsi l’inferno, e viene allontanato da amici per finire in una fortezza militare situata oltre il deserto. Il deserto assomiglia moltissimo al deserto dei tartari di Buzzati anche per il clima di mistero che vi aleggia, vuoi per il paesaggio allucinatorio del deserto vuoi per la stranezza del comandante Andrade, che non esce, non si fa vedere, parla solo con una persona da lui eletta. Quesada si aspetta di essere ricevuto dal comandante, si aspetta di avere un ruolo importante e di portare notizie. Invece… Le notizie da Buenos Aires arrivano ma da un’altra fonte.
Il comandante Andrade sembra un uomo autorevole, un gigante, una persona onnisciente che si impone al suo esercito anche più di un comandante. Le pagine diventano bellissime quando si profila il nemico all’orizzonte che è come la balena di Acab, ma più interessante della mitica balena. Per molte pagine si dubita della realtà del nemico, che viene cercato da una persona che ha questo ruolo specifico: il cercatore. Il cercatore assomiglia a una via di mezzo tra un veggente e una guida, un personaggio che traghetta gli uomini oltre la realtà alla ricerca di tracce del nemico. L’esercito dotato di ben due veggenti si trova a un certo punto a girare in tondo come se Feinmann volesse suggerire, senza di fatto mai dirlo, che la pista riporta sempre a noi: il vero nemico ce lo portiamo dentro come un’ombra, un fantasma, un alter ego. Anche la descrizione del nemico di Andrade, Angel Medina, è suggestiva. Il suo curriculum è per un tratto identico a quello di Andrade, consegnato a Quesada al momento della partenza per la sua missione. E a un certo punto in uno dei discorsi che Andrade fa sul nemico pare invertire le identità sua e di Medina.
Cosa c’è alla fine della pista? Anche alla fine del racconto, non si capisce bene cosa sia il nemico, cosa sia successo. Nemmeno tornati alla razionalità di Buenos Aires, oltre il deserto, il deserto in un certo senso allunga le sue mani sulla città, attraverso le prigioni, i manicomi.
Alla fine è come se il nemico, anche se umano, non fosse delimitabile e inscrivibile perfettamente in un corpo ma fosse reso fluido e fluttuante dall’odio come fosse un fantasma.
“Era lui Andrade, che grazie alla propria follia aveva il dono di vederlo? O erano loro, i sani, quelli che conservavano la ragione, a essere incapaci di squarciare il velo al di là del quale si nascondeva un mondo altro, una realtà che non era la realtà, accessibile solo ai folli, gli unici in grado di andare oltre il solido terreno della sanità mentale e trovare il nemico, un nemico oscuro, definitivo?”
E il finale che si ricollega all'inizio chiude il cerchio ma in certo qual modo lo spezza con una azione opposta a quella iniziale, quasi a suggerire che la catena di orrore potesse essere stata innescata in qualche modo oscuro da quella azione iniziale quasi casuale.