I quaderni di Malte Laurids Brigge
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Il tormento di esistere
"La febbre frugava in fondo a me e di laggiù tirava fuori esperienze, immagini, fatti, di cui non avevo saputo nulla; giacevo là, sovraccarico di me, e aspettavo il momento in cui mi sarebbe stato comandato a rimettere di nuovo a posto tutto dentro di me, per bene, in ordine. Cominciavo ma tutto mi cresceva fra le mani, opponeva resistenza, era troppo. Allora mi prendeva la rabbia, e ammucchiavo tutto dentro di me e lo schiacciavo; ma non riuscivo a rinchiudermici sopra. E gridavo, semiaperto com'ero gridavo e gridavo."
Quale altro buon inizio a questo commento se non le parole di Rilke estratte da questo meraviglioso e difficile romanzo. Si intuisce l'oppressione, la sofferenza, la paura e la disperazione che impregna l'intera opera? Spero di sì, perché l'atmosfera è proprio questa durante tutta la lettura. Un romanzo senza trama, con una forma simile a quella di un diario, in cui il protagonista, Malte, in preda alla paura della morte, trova il suo sfogo nella scrittura ma essa prende il sopravvento e i ruoli si invertono ben presto: "Ma questa volta io sarò scritto. Io sono l'impressione che si trasformerà." La prosa diventa un magma rovente che si modella attraverso ricordi dell'infanzia e racconti surreali molto simbolici. La morte e le maschere dei volti fanno da padroni, quasi una ossessione per il narratore che da piccolo viene a contatto con entrambe. Con la prima, attraverso la morte prematura della madre e con le maschere attraverso un travestimento da carnevale mentre giocava da solo nelle stanze della sua casa in un pomeriggio: una scena fortissima, kafkiana, in cui il ragazzo Malte, provandosi addosso un travestimento, una volta guardatosi nello specchio, ha quasi una specie di metamorfosi e Malte perde la propria identità sentendo sempre più la forza del travestimento e nonostante i suoi sforzi per toglierselo di dosso non ci riesce, finendo per perdere i sensi. Questo accaduto è profetico per la moltitudine di maschere che i volti degli adulti saranno condannati a indossare nella vita e quindi a perdere a poco a poco, la propria identità: "Scopriamo, sì, che non sappiamo la parte , cerchiamo uno specchio, vorremmo struccarci ed eliminare il falso, ed essere veramente. Ma qua e là ci resta ancora attaccato un pezzo di travestimento, che dimentichiamo. Una traccia di esagerazione rimane nelle nostre sopracciglia , non notiamo che gli angoli della nostra bocca sono piegati. E andiamo in giro così, zimbelli e creature dimezzate né uomini veri, né attori."
Rilke nasce come poeta e questo fa sì che la prosa sia altamente poetica e piena di simboli, ogni frase manda echi di interpretazioni e alcune comunicano con altre più lontane nel libro, infatti le note del testo sono molto utili in questo, ma sono utili anche per capire alcuni personaggi: infatti ne fa un bellissimo elogio a Beethoven e Ibsen senza però mai nominare i loro nomi.
Un grido straziante questo libro, come il grido della morte che vi viene descritto, una ricerca della verità, dell'essenza dell'io in mezzo al marasma di maschere, una ricerca dell'identità ma anche una lunga osservazione del presente e del passato, un guardare di un uomo, Malte, che "sa" o che "inizia a sapere" qualcosa in più sulla vita: "L'ho già detto? Io imparo a vedere. Si. incomincio. Va ancora male. ma voglio mettere a profitto il mio tempo.". Tuttavia, la poesia della prosa e il suo contenuto metaforico, nonché il suo stile di esprimersi che trovo molto moderno per il tempo in cui il romanzo fu pubblicato - 1910 - rende la lettura molto godibile nonostante il contenuto cupo.
"La strada era troppo vuota, la sua vacuità si annoiava e mi tirava via il passo di sotto i piedi e se lo portava in giro sonante, qui e là, zoccolante. La donna si spaventò e si trasse su da sé, troppo in fretta, troppo di forza, così che il volto le rimase fra le mani. Potevo vederlo giacere in esse, la sua forma cava. Mi costò uno sforzo indescrivibile mantenere gli occhi su quelle mani e non guardare ciò che s'era strappato da esse. Provavo orrore a vedere dal di dentro un volto, ma ancor di più temevo levare gli occhi su una testa piagata a nudo, senza volto."
Chi ha letto e ha apprezzato Proust, Kafka, Pirandello e Pessoa, non può perdersi questo Rilke che richiude dentro tutta la loro essenza.